Paul Abbah e le silenziose rivoluzioni dell’immaginario sportivo
Nato e cresciuto ad Abuja, il fotografo e direttore creativo nigeriano Paul Abbah costruisce immagini in cui sport, fede, giovinezza e immaginario afrocentrico si incontrano
La sua pratica affonda le radici nelle strade e nelle prospettive della sua infanzia, ma lo sguardo si allunga, contemporaneamente, verso l’esterno—verso il mito, la possibilità, un linguaggio visivo condiviso che muta in simbiosi con il corpo. Le sue fotografie ritraggono giovani statuari che saltano, tendono verso, si fermano, resistono, trattano il movimento come testimonianza: come una prova di libertà, e di una cultura tanto identitaria, quanto cosmopolita.
Nei suoi fotogrammi, i gesti atletici convivono con l’abito tradizionale, le trame rurali e i giochi simbolici della moda. Il risultato è più di una performance: è una conversazione tra epoche e geografie, dove in un balzo verticale può riecheggiare un rito, e uno scatto può leggersi come una preghiera. Il lavoro di Paul Abbah suggerisce che lo sport non è solo competizione, ma un connettore: un punto d'incontro, dove varie comunità possano vedersi e riconoscersi.
Lo abbiamo incontrato per parlare dell’infanzia in Africa, del suo percorso da autodidatta e del perché mettere in dialogo le culture attraverso lo sport possa tradurre l'impossibile in un possibile sospinto dall'avvenire.





Imprinting sportivo africano
“Sono nato ad Abuja, in Nigeria, e ho avuto la fortuna di crescere e studiare nelle caserme di polizia grazie a mio padre. Era un poliziotto e un grande tifoso del Manchester United. Guardavamo tantissimo calcio insieme. Non ero un ragazzo atletico, non eccellevo negli sport, ma amavo osservare. Ricordo un’amichevole ad Abuja quando il Manchester United venne a giocare contro il Portsmouth. Vidi Cristiano Ronaldo. Quella memoria mi è rimasta addosso: mi ha mostrato lo sport come spettacolo, come sentimento.
Un anno dopo la scuola superiore mia madre mi ha spinto ad ampliare le mie competenze. Ho scelto subito la fotografia e ho imparato essenzialmente tutto da solo, prima scattando i miei amici con i loro telefoni, poi con una piccola fotocamera. Dopo il primo anno di università, nel 2019, ho messo da parte dei soldi per la mia prima macchina ‘professionale’. All’inizio ero un fotografo abbastanza standard: ritratti e piccoli lavori pagati. Presto ho sentito di voler sperimentare qualcosa di diverso, qualcosa di onesto nei miei confronti e verso la mia anima. Mi sono rivolto alle mie esperienze: giovinezza, fede, speranza, malinconia, forza, e all’afrocentrismo cercando di promuovere l’idea di libertà. Per questo nei miei lavori spesso si vede un ragazzo che salta: è il modo in cui mi piace raffigurare l’essere giovani e liberi.”




Arte e sport
“Tra tutte le forme di espressione, arte e sport richiedono presenza. Ti permettono di essere pienamente te stesso. Non credo che la libertà qui in Africa arriverà solo tramite la politica; credo in una rivoluzione culturale, e arte e sport sono già nelle mani delle persone, sono tangibili. Se i più giovani ci attingono, possono diventare strumenti reali di cambiamento. In Africa c’è una quantità enorme di creatività e di spirito. Il mio lavoro prova a raccogliere questi strumenti e a trasformarli in immagini.
Le narrazioni dirette spesso vengono ignorate, come la semplice verità che giocare a calcio tiene i ragazzi lontani dai guai di strada. Ma quando arte e sport si connettono, la storia viene percepita in maniera diversa. Le uscite sui grandi magazine sono una benedizione e una spinta che non sapevo di volere o necessitare. Mi ricordano che è un lavoro più grande della sola autogratificazione. Qualcuno che non incontrerò mai potrebbe vedere un’immagine e decidere di diventare un atleta o un artista. Tra il piccolo paese in cui creo le mie composizioni e quelle grandi piattaforme online, si possono toccare molte vite.”



Nuovi elementi e antiche tradizioni
“Ho sempre amato la mitologia greca. Cerco fil rouge che connettano culture ed epoche. Lo sport fa parte della cultura umana ovunque, quindi mi chiedo: ‘quali ponti può costruire nella nostra mente? Il celebre salto in alto dei Maasai può dialogare con la pallacanestro? Il football americano può stare dentro un linguaggio e una simbologia visiva africana?’ Non sono il primo a pormi queste domande e a cercare queste confluenze culturali, ma voglio che le persone guardino e riflettano. L’arte deve farti sentire qualcosa: curiosità, tenerezza, persino disagio. Se una fotografia suscita pensiero e spalanca l’immaginazione, sta facendo il suo lavoro.
Noi africani siamo spesso sottorappresentati in molti contesti, in alcuni sport o discipline olimpiche, per esempio. Le immagini possono accendere conversazioni. Se realizzo un insieme di lavori sui ciclisti nigeriani, esagero una possibilità, pianto un seme nella mente di chi guarda. Forse il cambiamento inizia così: localmente, in silenzio. Io credo nelle piccole partenze; è così che ho iniziato anch’io.”


Nuove esplorazioni sportive
“Sono affascinato da molti sport e ne ho già in mente alcuni che non ho ancora toccato con la mia fotografia. Penso al giavellotto e al tiro con l’arco, e amo le arti marziali. Ci sono nigeriani che sono diventati campioni del mondo di MMA, e quella genealogia mi interessa. Voglio anche lavorare di più con il nuoto. Mi attira la relazione tra i corpi e l’acqua, e il modo in cui la luce gioca sulla superficie; ho già realizzato immagini con movimenti ‘estremi’ in acqua e voglio continuare a esplorare. La base, per me, resta sempre il concetto di giovinezza: quel momento della vita in cui il sole è alto e la forza è lì, a portata di mano. In cui puoi fare qualunque cosa o almeno puoi provarci.
L’aspetto più divertente delle mie foto a tema sport è che la maggior parte delle persone ritratte non sono atleti professionisti, sono amici. Per me viene sempre prima l’idea. Studiamo il gesto, la postura, la sensazione, e la portiamo alla luce insieme. A loro piace guardare i veri atleti quanto piace a me: c’è una curiosità condivisa che alimenta l’immagine. L’obiettivo è continuare a esplorare, offrendo ogni volta qualcosa di nuovo a chi guarda.”


Obiettivi futuri
“Se avessi la possibilità di lavorare con atleti d’élite, lo farei assolutamente. Ho già avuto conversazioni promettenti per fotografare alcune grandi figure dello sport. Potrebbero essere nigeriani; potrebbero essere atleti di qualsiasi parte del mondo. Ciò che mi entusiasma è andare oltre l’atteso, non solo divise e ritratti standard. La moda fa parte del mio linguaggio, quindi immagino di portare tutti i miei interessi in un unico fotogramma. Sembra un gioco, ma è un invito nella mia mente: lasciare che gli elementi collidano finché non si crea una storia nuova. Quando arriverà l’opportunità, spero di creare qualcosa di davvero memorabile.
Più avanti quest’anno esporrò alcune fotografie durante un evento legato alla Coppa d’Africa in Marocco. Il mio obiettivo è costruire qualcosa che parli di me e alle persone. Non solo favorire delle narrazioni, ma favorire quelle in cui credo davvero, fidandomi del fatto che l’esperienza umana è condivisa. Cercando di stratificare più idee, lasciando che molte cose accadano in un solo fotogramma, e cercando un nuovo modo di fotografare che sia sempre vivo.”


Vogare verso Nuovi Orizzonti
Durante la Sebago Rowing Cup abbiamo avuto la possibilità di entrare in contatto con due rappresentanti del nuovo corso del canottaggio Azzurro: un movimento sempre più a vocazione femminile
“È un arte grandiosa, il canottaggio. È l’arte più eccelsa che esista. È una sinfonia in movimento. Quando voghi bene, rasenta la perfezione. E quando rasenti la perfezione, è come sfiorare il Divino. Sfiora la parte più vera di te. Che è la tua anima.”, scriveva uno dei padrini di questa disciplina nel ‘900, l’americano George Yeomans Pocock.
La Sebago Rowing Cup ci ha dato la possibilità di esplorare due anime toccate, ed ispirate, da una delle discipline più introspettive e, allo stesso tempo, sociali create dalla storia. Sono Valentina Rodini e Alessandra Montesano: entrambe Azzurre, entrambe pioniere contemporanee, in grado di competere ad altitudini olimpiche a lungo ritenute irraggiungibili per il movimento femminile italiano.
Davanti alla festa di equipaggi e culture avvolta dai celebri Murazzi torinesi, queste due voci ci hanno condotto fino al nucleo pulsante del canottaggio: uno sport che, come sosteneva George Yeomans Pocock, se coltivato e perfezionato, può permettere l’accesso alla parte più vera di sé.






Valentina Rodini
“Sono partita da Cremona, proprio dal Po, lo stesso fiume che oggi stiamo vivendo. Ho iniziato con la Canottieri Bissolati e, passo dopo passo, sono arrivata a far parte della Nazionale. Dopo essere entrata nella squadra olimpica e nelle Fiamme Gialle, ho scelto di gareggiare nella categoria pesi leggeri, la mia categoria, fino ad arrivare a vincere il primo oro femminile a Tokyo.Per me essere alla Sebago Rowing Cup significa, per l’appunto, giocare in casa. Il Po è il mio punto di partenza, è dove vivo. Torino è una città magica, che ogni anno ospita due importanti gare di fondo invernali in uno scenario spettacolare. È una città storica, carica di significati e valori che accompagnano e si fondono con il senso di questa disciplina sportiva. Vedere qui coinvolto un brand come Sebago è particolarmente importante perché dimostra che anche le aziende condividono i valori del canottaggio: il sacrificio, la lealtà, lo spirito di squadra e l’eleganza.
Il canottaggio è senza tempo, ed è proprio questa la sua magia: i valori dello sport affondano le radici nell’antichità. Sono quelli che ancora oggi portiamo avanti, e continueremo a farlo negli anni a venire. Nell’approccio sportivo, ci sono tre parole chiave che ho sempre seguito: testa, muscoli, cuore. Se manca anche uno solo di questi pilastri, cade tutto. Alleni la mente, perché senza di essa smetti presto di andare avanti. Alleni il fisico, perché una mente forte senza un corpo pronto non ti porta lontano. Alleni il cuore, perché se non ti diverti, se non ami quello che fai, non sarai mai pronta a sopportare tutta questa fatica.
Indossare la maglia Azzurra significa portare con sé dei valori. La divisa non va mai sottovalutata. Quando sei Nazionale, quando sei all’Olimpiade, stai rappresentando un’intera nazione: sai che non sei solamente Valentina, non sei solo un’atleta. I colori sono importanti, l’eleganza è importante, perché quando sfili alla cerimonia olimpica tutti gli occhi sono puntati su di noi. E il canottaggio è uno sport così nobile ed elegante... Sono orgogliosa di aver preso parte ad una prima volta femminile storica come l’oro nei pesi leggeri a Tokyo. Questo dimostra che il canottaggio femminile c’è, che le donne ci sono, e non siamo da meno di nessuno. Se ce l’ho fatta io, che non sono particolarmente alta, o particolarmente forte, vuol dire che possiamo farcela tutte.”




Alessandra Montesano
“Sono sempre stata immersa nel mondo dello sport, da piccola ho iniziato con l’atletica. Fin da subito ho imparato a considerare la fatica come una vera amica: facevo i 400 metri, e amavo quella sensazione di mettermi alla prova, di guardare la fatica in faccia… l’adrenalina che ti spinge oltre. Sono cresciuta a contatto con la società sportiva Canottieri Eridanea, vicino a Casalmaggiore, e mi sono trovata circondata da grandi campioni come Simone Raineri, oro a Sydney, e Gianluca Farina, oro a Seul nel quattro di coppia. Per anni mi hanno ripetuto: “Prova il canottaggio, hai il fisico e il carattere”. Così, nel 2012, ho provato. Il primo allenamento è stato una vera rivelazione: due ore di tecnica di voga, dove ogni dettaglio del gesto viene corretto e affinato. Uscita da quell’allenamento ho capito che il canottaggio era lo sport della mia vita.
Mi sono innamorata della fatica, dell’impegno che richiede per migliorare e raggiungere risultati. Ha definito anche il mio approccio alla vita: ogni mia dinamica, sportiva, professionale e personale, è guidata da questa filosofia. Il canottaggio mi ha dato molto di più di una carriera sportiva: mi ha fatto scoprire chi sono davvero, plasmando la mia identità e il mio carattere. È uno sport che va oltre la prestazione. Ti svela chi sei davvero, mettendoti di fronte a te stessa, senza inganni. Scopri la tua forza e le tue debolezze. A mio avviso, tra le caratteristiche fondamentali ci sono la resilienza, la resistenza, ma anche l’equilibrio. Devi imparare a conoscere e rispettare i tuoi limiti.
La sua gestualità è un connubio di dinamismo ed eleganza. È una disciplina tecnica, lineare e circolare… Più sembra semplice, più significa che l’atleta sta eseguendo tutto alla perfezione. Quando il movimento appare fluido e senza fatica, vuol dire che il corpo lavora nel modo giusto, con una spinta efficiente delle gambe e un gesto pulito. Nonostante tutta la fatica, lo sforzo, il sudore e l’acido lattico, il canottaggio mantiene una purezza e una grazia unica nel gesto. È proprio questa eleganza che mi ha conquistata più di tutto.
Contemporaneità e tradizione sono inseparabili: non si può capire il presente, tanto meno costruire il futuro, senza guardare al passato. Quando ero in Nazionale, facevamo parte della prima squadra femminile olimpica italiana: a Tokyo abbiamo conquistato un quarto posto che ha rappresentato un pezzo di storia per il canottaggio tricolore. Per la prima volta, infatti, un equipaggio senior femminile si è qualificato per la finale olimpica. Se alcuni mesi prima delle Olimpiadi ci avessero detto che saremmo arrivate quarte, avremmo firmato subito. È stato un percorso di crescita incredibile, con risultati confermati anche in Coppa del Mondo, nonostante chi ci etichettava come non abbastanza tecniche, alte o forti. È stata una grande responsabilità, ma anche una spinta per far partire un movimento femminile che ora speriamo di tramandare alle nuove generazioni.
Un aspetto fondamentale del mio rapporto con questo sport è la gratitudine: credo nell’essere grati per ciò che si ha, per ciò che si fa, specie se ti apre a nuove possibilità. Durante la mia esperienza collegiale negli Stati Uniti, ad Iowa State, ho compreso di far parte di qualcosa di più grande di me: di un movimento sportivo che ti arricchisce emotivamente e personalmente. Il segreto sta nell’innamorarsi del percorso, non solo del risultato. Tutti vogliono il podio, tutti vogliono battere record, ma se impari ad amare il cammino che ti porta all’obiettivo, allora la crescita diventa la vera vittoria. Non solo nello sport.”




ONA’s Retrospectives – Ben Sturgulewski
L’ONA Film Festival ha mostrato alcune eccellenze dello storytelling sportivo contemporaneo, e le loro visioni, che analizziamo attraverso le loro stesse testimonianze
Lo scorso weekend l’ONA Film Festival è tornato a fondere la cultura outdoor e sportiva con la settima arte, arricchendo la già meravigliosa Isola di San Servolo, a Venezia, con una kermesse unica nel suo genere. Come da tradizione, Athleta Magazine ha accompagnato ONA come media partner, e ha avuto modo d’incontrare, così come di ammirare, le visioni dei protagonisti del Festival.
Ben Sturgulewski ha ipnotizzato il pubblico veneziano nell’ultima serata, con il lungometraggio ‘Champions of the Golden Valley’: un viaggio in una comunità sciistica tanto atipica, quanto significativa, racchiusa nella tradizioni millenarie delle montagne afghane. In questa pluripremiata pellicola, la lente di Sturgulewski scava in un micro-cosmo che, per alcuni anni, ha parlato di senso di comunità, progresso sociale, affermazione personale e pace attraverso un mezzo sportivo molto caro a questo rinomato regista: l’arte sciistica.
L’opera prodotta da Katie Stjernholm mostra sì il potere unificatore dello sport nella sua essenza più pura e ancestrale, evidenziato in particolare dalla figura di Alishah Farhang, uno dei pochi sciatori afghani ad aver cercato, concretamente, il sogno olimpico invernale, per poi divenire polo catalizzatore per il movimento della sua Golden Valley. Ma anche il dramma della guerra e dell’effetto del regime talebano su quella che, per troppo breve tempo, ha funto da scintilla di gioia e speranza, per ragazzi e ragazze locali, salvo poi tramutarsi nell’incubo dell’emigrazione forzata di quasi tutti i protagonisti della pellicola.
Ben si è seduto al nostro fianco, parlandoci della sua biografia artistico-sportiva e di un film nato per essere a vocazione sciistica, ma tramutato irrimediabilmente in un profondo spaccato della condizione vissuta da ogni rifugiato.



Che ruolo ha avuto lo sport lungo la tua maturazione umana? E quando ha iniziato a intrecciarsi con il tuo percorso artistico?
Ben Sturgulewski: “Sono cresciuto in una zona insulare dell’Alaska, circondato da una natura selvaggia e incontaminata. Da bambino correvo semplicemente dietro casa, in quelle che mi sembravano colline infinite e deserte. Quel paesaggio era il mio parco giochi, e in molti modi anche la mia via di fuga. La natura è sempre stata lì, sempre importante. Ma non posso dire che mi piacesse consapevolmente, all’epoca: era semplicemente parte della vita. Non mi sono davvero appassionato allo sport fino al liceo. Avevo sciato da piccolo, durante le vacanze, ma non era diventata una vera passione. Quando ci siamo trasferiti da un piccolo paese a una città più grande, ho faticato a trovare il mio posto. Non conoscevo nessuno, non avevo un vero e proprio gruppo. Poi, durante una di quelle vacanze, ho avuto un brutto incidente sugli sci. Il giorno dopo ho riferito ai miei genitori che non volevo più sciare, ma provare lo snowboard. Da lì è cambiato tutto. Ne sono rimasto totalmente rapito.
Da quel momento, lo snowboard è diventato la mia identità. Mi ha dato una comunità, una cultura, uno scopo. Era tutto ciò che volevo fare: salire in montagna, esplorare luoghi. Quando è arrivato il momento di scegliere l’università, ho semplicemente cercato un posto con delle buone montagne. Sono finito nel Colorado, in un ateneo piccolo ma unico nel suo genere, dove si poteva seguire un solo corso alla volta per tre settimane e mezzo. Poi avevamo cinque giorni liberi prima di iniziare il corso successivo. E quei cinque giorni venivano usati per andare all’avventura. Facevamo viaggi on the road attraverso il Colorado e l’ovest degli Stati Uniti: neve, campeggio, vita semplice. Abbiamo iniziato a filmarci: prima in modo buffo, con qualunque telecamera potessimo permetterci. Era divertente. Una volta siamo persino andati a St. Anton, in Austria, durante le vacanze di Natale: la mia prima volta in Europa. Quel viaggio mi ha aperto la mente, mi ha mostrato un mondo molto più grande.
Ogni anno alzavamo l’asticella: videocamere migliori, maggiore ambizione... Nell’ultimo anno di università ci siamo detti: “Facciamo un vero film di sci.” Abbiamo organizzato viaggi, contattato atleti semi-professionisti, e messo insieme un film di 30 minuti. Abbiamo mostrato il teaser a Patagonia, che ci ha dato un piccolo finanziamento per completarlo e portarlo in tour. È stato l’inizio di tutto. Da lì, è diventato un crescendo. Ogni anno viaggi più grandi, attrezzature migliori, budget più alti. Il nostro film successivo l’abbiamo girato in Giappone, poi siamo andati in Sud America: Argentina, Cile, Bolivia, Perù. Un progetto tirava l’altro”
La tua visione è emersa in un periodo in cui i film di sport di sci e snow coincidevano con adrenalina, colonne sonore potenti, trick spettacolari… Eppure, il tuo lavoro ha un qualcosa di molto diverso, di molto più narrativo. Come si è evoluto il tuo approccio rispetto a quelle prime influenze?
Ben Sturgulewski: “Vero, c’era uno stile molto definito in quei film. Film grandiosi, ma piuttosto simili tra loro. Una rincorsa costante al nuovo trick, la nuova line, la nuova vetta. Nei primi anni di carriera, volevamo fare qualcosa di diverso. Un’enorme influenza per noi sono stati i film di surf. Mostravano molta più ‘anima’: più narrazione, più attenzione alla cultura che circondava lo sport stesso. I film di surf non erano solo onde e trick: parlavano di viaggio, di comunità, di luoghi e di sensazioni. Questo ci ha colpiti profondamente.
Fin dai primi film abbiamo cercato di incorporare la narrazione. Sì, c’era l’azione, ma davamo spazio al contesto: provavamo a spiegare perché facevamo ciò che facevamo, con chi eravamo, cosa stavamo vivendo lungo il percorso... Eravamo convinti, già all’epoca, che la cultura e il viaggio emotivo fossero importanti quanto lo sci in sé. Quel passaggio, dall’azione pura al racconto, è stato davvero intenzionale. I film fatti solo di azione cominciavano a sembrare un po’ vuoti: come sport per il solo gusto dello sport. A volte, sembravano quasi pornografici: solo spettacolo, nessuna anima.”
Ed è così che arriviamo a Champions of the Golden Valley. Il progetto è partito con una chiara idea, ma è finito per diventare qualcosa di completamente diverso. Ci racconti com’è avvenuta questa evoluzione, in particolare nel tuo rapporto con Alishah?
Ben Sturgulewski: “Il progetto è nato da un’idea semplice: andiamo in Afghanistan per esplorare una cultura sciistica locale di cui pochissime persone sanno qualcosa. Non ci aspettavamo di trovare atleti d’élite: sapevamo che non avremmo visto gente lanciarsi da dirupi o sciare linee estreme. Ma avevamo sentito parlare di questa piccola comunità sciistica autoctona e volevamo viverla in prima persona. Quella era la missione.
Alishah, inizialmente, non doveva essere il protagonista. Erano già stati girati altri film su di lui, perché aveva provato a diventare il primo sciatore afghano olimpico. Quindi, gli avevamo semplicemente chiesto di farci da guida. Gli abbiamo detto: “Non vogliamo raccontare la tua storia, vogliamo trovare qualcuno di nuovo.” E lui era d’accordo. Ci ha presentato dei ragazzi e delle ragazze, e abbiamo iniziato a filmare. Col tempo, però, ci siamo resi conto di quanto Alishah fosse profondo e consapevole delle sue azioni, delle sue parole. Era in grado di parlare degli atleti più giovani e di spiegare cosa significasse per loro lo sci come nessun altro poteva fare. Riusciva a dare contesto, prospettiva. Mentre i giovani erano immersi nel momento, nella competizione, lui osservava tutto da un livello più alto, comprendendo il significato più ampio dello sport e della comunità.
La gara di sci in sé si è rivelata una storia significativa: rivalità, dramma, amicizia. Abbiamo pensato: “Ecco, questo è il film.” Eravamo quasi alla fine: montaggio, audio, color correction… Poi, nell’estate del 2021, il Paese è caduto nelle mani dei Talebani. E tutto è cambiato. La comunità che avevamo filmato si è improvvisamente disgregata. Molti sono stati costretti a fuggire; alcuni sono arrivati in Germania. Anche Alishah, insieme è stato forzato a scappare con la famiglia. Abbiamo cercato di aiutare come potevamo: logistica, contatti, risorse… Ma è stato un momento devastante.
Abbiamo messo tutto in pausa. Il film gioioso che avevamo realizzato non sembrava più avere senso. Dopo qualche mese, sono andato a trovare Alishah in Germania, dove era (e dove si trova ancora oggi) come rifugiato. Ci siamo seduti e abbiamo parlato: conversazioni lunghe, difficili, emotive. Abbiamo capito che c’era un’altra storia da raccontare. Una storia diversa. Una storia che mostrasse il prima e il dopo: non solo di una comunità, ma di individui a cui erano state irrimediabilmente cambiate le vite.”



Che tipo di approccio hai adottato per affrontare un dialogo così delicato, come quello avvenuto in Germania?
Ben Sturgulewski: “Non è stata la classica intervista. Spesso, quando intervisti qualcuno, entri nella sua storia. Arrivi da fuori, fai domande su qualcosa che quella persona ha vissuto e tu no. Cerchi semplicemente di capire. Ma in questo caso era diverso. Ero stato in Afghanistan. Avevo visto la vita di Alishah prima che tutto cambiasse. E quando il Paese è crollato, siamo stati coinvolti attivamente nell’aiutare le persone ad evacuare: amici, conoscenti, ONG. Abbiamo provato a fornire loro percorsi sicuri per fuggire. È stato intenso e spaventoso, anche da lontano. E, anche se non posso certo paragonare la mia esperienza alla sua, mi ha lasciato un segno.
Quindi, quando ci siamo seduti in Germania, non è stata una ‘normale’ intervista tra reporter e intervistato. Sembrava più una seduta di terapia, per entrambi. Stavamo cercando di elaborare qualcosa di enorme e traumatico, che aveva toccato le nostre vite in modi diversi. Io avevo tante domande senza risposta, emozioni che non avevo ancora affrontato. E credo che anche Alishah stesse ancora elaborando ciò che aveva vissuto. Forse non aveva mai avuto occasione di parlarne apertamente prima. Quello che è emerso non è stato un monologo, ma un vero dialogo, basato su una comprensione condivisa di ciò che era andato perduto. È stato profondamente emotivo. Non credo che l’obiettivo fosse “fare una grande intervista”. Stavamo solo cercando di essere onesti l’uno con l’altro. E spero che sia stato d’aiuto per lui, anche solo un po’. So per certo che lo è stato per me.”
Com’è stato vedere una piccola storia, nata dallo sport, evolversi in qualcosa di molto più grande, profondamente umano e universale?
Ben Sturgulewski: “È una delle ragioni principali per cui credo nel potere di questo mezzo. Il cinema e i documentari possono colmare vuoti di comprensione. Possono andare oltre i titoli dei giornali e i dibattiti politici, e ricordarci che dietro la crisi di un Paese ci sono persone reali, con vite reali. Ed è proprio ciò che mostra questo film. Era partito come una storia sullo sci, sulla gioia condivisa da una comunità. Doveva essere un ritratto positivo e divertente di una cultura montana in Afghanistan. Ma dopo il 2021, è diventato qualcos’altro. Ora, trovo potente che molte persone entrino in sala aspettandosi un film di sci: vogliono vedere neve fresca, paesaggi spettacolari, quell’energia classica da film di montagna... E trovano tutto questo. Ma trovano anche qualcosa di inaspettato: una storia di resilienza, di sradicamento, di identità. È proprio questo contrasto a dare forza al film.
Abbiamo iniziato a chiamarlo un ‘film cavallo di Troia’. Si presenta come un’avventura sciistica spettacolare, piena di energia, ma al suo interno contiene una narrazione umana profondamente toccante. E questo è importante, perché, diciamolo chiaramente, molte persone non si presenterebbero a vedere un film riguardante rifugiati. È un tema pesante, faticoso. Siamo tutti sopraffatti. A volte la gente vuole solo distrarsi, intrattenersi. E va benissimo così. Ma se riesci a farli entrare dalla porta della gioia, dello sport, di qualcosa di familiare, e poi aprire uno spazio, delicatamente, per l’empatia e la riflessione… Credo sia un qualcosa di molto potente. E credo sia quello che siamo riusciti a fare.”
E film ha avuto una risonanza incredibile finora…
Ben Sturgulewski: “È surreale. Abbiamo proiettato il film in oltre 60 festival in tutto il mondo, e la risposta è stata travolgente. Abbiamo vinto più di 30 premi, ma ancora più significative sono state le conversazioni nate dopo le proiezioni. Sale piene non solo in città di montagna o in comunità outdoor, ma anche nel Midwest americano o in piccoli paesi della Svizzera, dove nessuno aveva mai visto o pensato all’Afghanistan al di là dei titoli di giornale.
Le persone si connettono. Ritrovano nel film il loro stesso amore per la natura. Si riconoscono nelle amicizie, nella gioia, nella sensazione di libertà che lo sci sa offrire. Quello è il terreno comune. E una volta stabilita quella connessione, le persone sono più aperte ad ascoltare, a comprendere le parti più difficili della storia. Credo che quello che abbiamo creato sia più di un semplice film. È uno strumento — di connessione, di educazione, di empatia. E se anche solo poche persone riescono a guardare questi temi da una prospettiva nuova, allora penso che abbiamo fatto qualcosa di importante.”



L’Afghanistan è praticamente scomparso dalla conversazione pubblica. Non solo nei media generalisti, ma anche nel giornalismo di più alta qualità. Come gestisci e vivi questo silenzio?
Ben Sturgulewski: “È una domanda difficile. Ci penso continuamente. Quando ho filmato con Alishah in Germania, la guerra in Ucraina era appena iniziata. Ora stiamo assistendo agli orrori a Gaza. E continua così, sempre: non mancano mai conflitti nel mondo. E per questo, l’attenzione si sposta in fretta. A mio avviso, questo film non è solo sull’Afghanistan. Certo, è ambientato lì, e da lì nasce la storia… Ma il nucleo di questo film coincide con temi come lo sradicamento, l’identità, la perdita della propria casa…
Che si parli di Kabul, di Kiev o Gaza, ciò che unisce queste storie è il trauma di dover lasciare tutto. E ciò che spesso si perde nel rumore politico è che nessuno vuole andarsene. Non sono persone che cercano di ‘invadere’ o ‘disturbare’. Sono esseri umani che hanno una vita piena (famiglie, comunità, storie) e darebbero qualsiasi cosa per restare, se solo potessero.
Questo è qualcosa che molti tendono a dimenticare. Quindi, se questo film riesce anche solo a far cambiare idea a uno spettatore, a fargli vedere un rifugiato non come una minaccia, ma come una persona con sogni e dignità… Abbiamo raggiunto un grande obiettivo.”
C’è un aspetto che emerge con particolare forza nel film: il ruolo delle donne. Considerando il contesto, parliamo di un tema enorme. Come vi siete avvicinati a questa parte della storia, da outsider? E come si è evoluta nel corso del progetto?
Ben Sturgulewski: “È una parte fondamentale della storia. Sotto il regime talebano, le donne hanno perso quasi tutto. Parliamo di un arretramento totale dei diritti fondamentali: niente istruzione, niente presenza pubblica e, ovviamente, niente sport. È incredibilmente tragico vedere cosa sia successo, soprattutto sapendo quanto queste dinamiche fossero progredite in luoghi come Bamiyan. Quando abbiamo iniziato le riprese, il programma sciistico femminile era una delle iniziative più progressiste del Paese: non solo in relazione allo sport, ma ai diritti delle donne in generale. Alishah era al centro di tutto questo. Non lo faceva per attirare l’attenzione: credeva semplicemente che anche le donne dovessero avere la possibilità di vivere la montagna. E a Bamiyan, quella possibilità esisteva. Uomini e donne si allenavano insieme, gareggiavano insieme, passavano il tempo insieme. Era naturale. Sembrava normale. Ed era straordinario.
Riprendere tutto questo, però, non è stato semplice. La nostra troupe era interamente maschile e, nei villaggi più conservatori, non ci era nemmeno permesso vedere le donne. Appena si spargeva la voce che eravamo nei paraggi, tutti si assicuravano che le donne sparissero dentro casa. In villaggi come quello di Mushtaq, infatti, non abbiamo filmato nessuna donna. Nella città di Bamiyan era diverso. Lì l’atmosfera era più liberale, c’era più istruzione. Le giovani donne che facevano parte del programma sciistico erano fiere di esserci. Volevano essere viste. Volevano essere riprese. All’inizio pensavamo che non sarebbe stato un elemento centrale del film. Ma dopo il crollo del Paese, tutto è cambiato. Le donne sono diventate le vere grandi vittime. E abbiamo capito che dovevamo raccontare quella parte della storia.
Abbiamo scavato in ogni singolo frame che avevamo, utilizzato ogni secondo di girato. E sono felice che lo abbiamo fatto, perché ora tutte quelle donne non sono più in Afghanistan. Sono rifugiate: alcune negli Stati Uniti, altre in Germania, altre ancora in Italia. Il programma sciistico, tecnicamente, esiste ancora: senza le donne, però, ha perso la sua anima. Non è più lo stesso. L’impegno di Alisha con le donne lo ha reso un bersaglio. Per questo è dovuto fuggire. Quindi sì, la sensazione è ancora agrodolce. Abbiamo avuto la fortuna di documentare qualcosa di bello, di raro. Che ora, però, non c’è più.”
Chiudiamo con una nota più leggera. Da amante degli sport di montagna e storyteller visuale noto in tutto il mondo, com’è stato incontrare per la prima volta questa comunità sciistica? Quali immagini ti sono rimaste più impresse?
Ben Sturgulewski: “Onestamente, ha cambiato completamente il mio modo di vedere lo sci. Ho passato oltre un decennio a lavorare nell’industria: a filmare professionisti con attrezzatura top, a inseguire le linee più ripide, la neve perfetta... C’è sempre questa spinta a superare i limiti: trick più grandi, attrezzature più nuove, video sempre più spettacolari. E dietro si cela anche uno status: diciamocelo, lo sci è costoso, esclusivo.
Poi sono arrivato in Afghanistan… Ed è stato come entrare in un altro universo. Niente impianti, niente sponsor. Le persone sciavano con stivali di gomma e calzini. Si costruivano gli sci. E non lo facevano per postare qualcosa su Instagram: lo facevano per la pura gioia di scivolare giù da una collina innevata con gli amici. Era la forma più pura di cultura sciistica che io abbia mai visto. Solo gioia. Non sapevano nemmeno ciò che non avevano, perché non l’avevano mai visto. E in un certo senso, rendeva tutto ancora più bello.
Ricordo che, finito il viaggio a Bamiyan, sono volato direttamente a Vail, in Colorado, per un lavoro. Biglietti da 300 dollari, pellicce, attrezzatura firmata ovunque. Il contrasto era surreale. Ho avuto uno shock culturale. E se mi chiedessi dove vorrei tornare… Sceglierei l’Afghanistan. Senza esitazione. Quel viaggio mi ha ricordato, e credo ricordi a tutti noi, quale sia il vero significato di questo sport.”



Riflessioni sui Mondiali di Atletica
A Tokyo, le luci del National Stadium non riflettono solo velocità e vittorie, ma illuminano anche le composizioni più introspettive, che muovono la vita di un creativo
Il fotografo e creativo Geoff Lowe è tornato ai Mondiali di Atletica con una domanda: che ne è della passione che un tempo bruciava in lui come lo sparo della pistola, con il susseguirsi delle stagioni? I suoi giorni nella capitale giapponese sono una mappa di memorie e rinascita, passi che si sovrappongono a quelli dei Giochi del 2021, la solitudine che lascia spazio alla compagnia, il lavoro che lascia spazio al sentimento.
In questi Campionati del Mondo, l’obiettivo di Geoff Lowe ha saputo guardare tanto verso l'interno quanto verso l'esterno. Anni fa la sua filosofia artistica ha piantato un seme nella capitale giapponese, lo ha visto fiorire a Parigi e ora ne ha carpito un nuovo stadio di fioritura, durante i campionati del mondo di atletica a Tokyo.
Questo, grazie a Julie Fuster, Luis Gomez, e Kiara Cherubini: tre sguardi distinti, che hanno spinto Lowe a vedere un alto momento di sport non solo come spettacolo da ritrarre, ma come unione creativa. Tra caffè ed editing notturni, lui e le 3 lenti qui proposte si sono raccontati storie, hanno scelto immagini e ricordato a vicenda il perché di una strada all’incrocio tra sport e arte.
Quello che segue è un flusso di coscienza sull’amore per una disciplina, la paura del cambiamento e la gioia di trovare affinità proprio quando il lavoro ti chiede di diventare qualcuno di nuovo. È sport, sì. Ma è anche un artista che impara a riscoprirsi..





‘Sono venuto a Tokyo per fotografare i Mondiali di Atletica, senza clienti e senza un incarico specifico. Sono venuto con il cuore e la mente aperti per vedere cosa sarebbe successo. Ero pronto a farlo da solo, autofinanziato, solo per soddisfare la mia curiosità creativa.
Quattro anni fa, quando ho fotografato le Olimpiadi, è stata un’esperienza molto solitaria e allo stesso tempo liberatoria. Stando isolato per gran parte del tempo, potevo davvero concentrarmi a fondo sull’arte, scattando con intensità durante le gare ed editando per ore, da solo, nella mia stanza la sera.
Tornare qui fa sentire come se avessi lasciato pezzi di me sparsi in questo stadio e in questa città. Mentre ripercorrevo certe strade, era come se le linee temporali si sovrapponessero e potessi vedere la versione più giovane di me. Le emozioni di ciò che stavo vivendo nel 2021 sono riaffiorate tutte, ed è stata una sensazione strana ma bellissima riflettere su come sono cresciuto e cambiato come persona in questi ultimi anni.
Amo questo sport così tanto, ma di recente ho la sensazione che il mio tempo a fotografarlo possa essere finito. La passione c’è ancora, nel profondo, ma ha un sapore diverso. È come se fosse stato un seme che ho piantato qui a Tokyo anni fa, ed è cresciuto in un grande albero che ha dato splendidi fiori l’anno scorso a Parigi. Ma quest’anno sento che la stagione è cambiata. E’ caduto a terra un nuovo seme che devo curare e far crescere in qualcosa di bello per Los Angeles 2028.
Avevo bisogno che questi nove giorni fossero diversi da tutto ciò che avevo fatto prima. Ho affittato un appartamento non lontano dallo stadio, e nei giorni precedenti all’evento sono riuscito a riempirlo di fotografi e amici incredibili, ognuno con i propri sogni e storie da inseguire. Speravo che questo aiutasse a riaccendere la fiamma dentro di me.
Questo mondiale, per me, è diventato più un lasciarmi ispirare da loro che il chiedermi: “Cosa farò oggi?”. Mi conosco troppo bene, e non sono più così interessante.
Li guardavo lavorare e ascoltavo le loro esperienze. Adoravo andare a prendere il caffè per tutti la mattina e discutere delle persone e delle foto del giorno prima, o chiacchierare la sera mentre modificavo le foto in cucina con qualche birra e degli ordini su UberEats, guardando le immagini degli altri e decidendo insieme i post.’


Questa è Julie
‘Fotografa e videomaker parigina. È estremamente appassionata di questo sport. Quando l’ho incontrata a Londra, aveva appena lasciato un lavoro in finanza per inseguire il sogno di raccontare lo sport. Ha l’amore più grande che io abbia mai visto per gli atleti, che negli anni sono diventati anche suoi amici. La fiducia che costruisce con loro dà vita ad alcuni dei servizi lifestyle più belli che vedrete. Vive i momenti di ogni sessione, sente alti e bassi come se stesse gareggiando lei stessa. Questo amore risplende nelle immagini e nei video che realizza, e mi ispira a costruire relazioni più strette con gli atleti che fotografo.’








Questo è Luis
‘Il ragazzo costaricano con una macchina fotografica, attualmente studente negli USA. È giovane, impavido e pieno di energia e ottimismo. Tre anni fa era volontario ai Mondiali di Eugene, e ora, a 21 anni, ha già realizzato uno dei suoi sogni essendo qui come fotografo accreditato. Ha un talento eccezionale per lo storytelling e nel condividere le sue esperienze con gli altri. È gentile, umile, ed è stato bellissimo ascoltare il suo percorso e vederlo imparare, crescere e definire il suo stile anche solo in pochi giorni. Mi ricorda che effetto fa fotografare un grande evento per la prima volta, l’eccitazione di catturare momenti folli, e perché facciamo questo lavoro. Lo facciamo per amore, non per essere amati.’






E poi c’è Kiara
‘Nata a Roma, Kiara è un’atleta e una creativa con un’anima incredibile. Percepisci una gentilezza e un amore straordinario quando conversi con lei, che ti fanno venir voglia di mostrarle il tuo cuore, penso sia un super potere per una documentarista. I suoi video e le sue immagini hanno una profondità e un significato che afferrano la mia anima ogni volta che incrociano il mio sguardo. Ha una missione: scoprire, studiare e condividere le storie e le emozioni dello sport, gli alti e i bassi, scavare oltre la superficie ed esplorare cosa accade nei cuori e nelle menti delle persone che ogni giorno puntano alla grandezza. È forte, è una guerriera, ed è instancabile nel perseguire i suoi obiettivi. Mi ispira ogni giorno a pensare di più e ad essere migliore in ogni aspetto della mia arte e nell’intero processo creativo.’






‘Cosa ha significato Tokyo per me nel 2025? Più che creare arte e fotografare atleti.
Ho potuto viverla con tre persone creative, tutte in fasi diverse del loro percorso, da culture e percorsi di vita diversi, alle prese con lotte differenti ogni giorno ma capaci di ritrovarsi attorno a un tavolo la sera per imparare e condividere insieme.
Sono così grato per loro, e credo sia stata la mia esperienza preferita di fotografia d’atletica.
quello che mi sento di dire a qualsiasi creativo è che se ti senti smarrito o senza ispirazione, come artista ma anche come atleta: circondati con cura di persone autentiche che vogliono sostenersi a vicenda, e prova a vivere qualcosa che hai fatto un milione di volte in un modo diverso, costringendoti a guardarla attraverso una lente diversa.’

Finish Line – Road to Berlin with Cisalfa Sport and adidas
Raccontiamo l’esperienza della Maratona di Berlino con Clara Abbona, Sofia Montagna e Lorenzo Lotti: membri della Cisalfa Run Crew che hanno portato a compimento, insieme, un lungo percorso che li ha condotti a vivere i 42 chilometri della capitale tedesca
“Resistere alla più alta velocità possibile per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa produrre”, riflette la profonda penna di Mauro Covacich, parlando della maratona, “La mente non è il cervello, la mente è il sistema del corpo che pensa. La mente è la rete in cui il mio avampiede, il mio cuore, il mio glicogeno, i miei desideri, la mia memoria, tutto me stesso dialoga con tutto me stesso e con ciò che dall'esterno modifica o può modificare me stesso.”
La maratona è un dialogo aperto, suggerisce perfino la più alta letteratura, e la cosa più bella che una mente umana, nel senso più articolato del termine, possa produrre. Le strade di Berlino non hanno fatto altro che confermare questa verità assoluta, così come il valore tanto tangibile, quanto intangibile, di 42 chilometri che mai sono coincisi, e mai coincideranno, con la semplice performance fisica.
“Sono un po' confusa in questo momento. È stata una delle esperienze più belle. Faticosa, certo, ma… È come la vita”. Clara Abbona si commuove dopo aver tagliato il traguardo della sua prima maratona, racchiudendo in poche parole l’essenza di un’esperienza cominciata mesi addietro, al fianco di Lorenzo Lotti e Sofia Montagna, e portata a termine ascoltando e superando ogni dubbio, ogni paura. “Quando pensi di non farcela più, devi ancora spingerti un pochino oltre. Poi vedi solo la discesa, ed è la cosa più bella del mondo. Quando ho superato la porta di Brandeburgo mi è sembrato di rinascere. Veramente. Non vedo l'ora di farne altre.”
“È stata tosta, ma l'arrivo è sempre un'emozione incredibile. Voglio già farne un’altra. È sempre bellissimo”, le fa eco Sofia Montagna, che nel lungo percorso supportato da Cisalfa Sport e adidas ha avuto modo di evolvere un già solido rapporto con la corsa, stringendo una forte connessione con Clara Abbona stessa e coach Lorenzo Lotti. E che nello spartito urbano berlinese è arrivata 5ª tra le partecipanti italiane, con un 03:13:07.
Dal primo incontro agli allenamenti condivisi, dalla PolimiRun alla Stralivigno, fino alla capitale tedesca e ad una major storica, che ha raggiunto la sua 51esima edizione, coinvolgendo ben 80mila partecipanti giunti da ogni dove. “Berlino è una grande maratona. È sempre emozionante anche per chi corre tante gare di questo tipo”, sottolinea l’allenatore-atleta che ha diretto la Road to Berlin per l’intero gruppo, con un supporto all-around, diviso tra piani d’allenamento e sostegno emotivo.
“Anch’io ho avuto una piccola crisi, ma l'ho gestita. Mi sono ascoltato e sono tornato ad andare in progressione per il finale. Sono molto felice, me la sono goduta”, chiosa dopo aver attraversato il traguardo come 4º miglior italiano della manifestazione, con un 02:35:36.
Ed è proprio qui, nel godimento individuale e collettivo, che trova perfetta corrispondenza quanto avvenuto nel weekend della capitale tedesca. La magia di una prima volta, quella di Clara. La conferma di una sinergia sempre più simbiotica, in tutta la sua bellezza, quella tra Sofia e il running. L’eccezionalità di un’abitudine che non potrà mai risultare tale, agli occhi di Lorenzo. E la condivisione di tutto questo.
Concludiamo la nostra Road to Berlin con le testimonianze dirette dei 3 protagonisti dell’esperienza: voci-manifesto del diverso, eppure ugualmente significativo, effetto che i 42 chilometri possono avere su ogni essere umano.







Clara Abbona
“Per me la maratona di Berlino non è la fine. Anzi, è l'inizio di qualcosa di ancora più bello, e non vedo l’ora di scoprire cosa ci sarà oltre quel traguardo. Ogni chilometro percorso, ogni goccia di sudore, ogni emozione che mi ha attraversata... tutto questo è solo l'inizio di un viaggio più grande.
Correre mi è sempre piaciuto, ma fino a poco tempo fa mi concentravo solo su quanto fossi lenta, su quanto non facessi abbastanza... Oggi invece corro per ascoltarmi, per ritrovare me stessa. È il mio tempo: quello che dedico solo a me. E non potrei essere più felice.
Ovvio, ci sono momenti di negatività, di voci interiori che parlano, durante una corsa o una gara… Attimi in cui la testa inizia a remare contro. Ti dice che sei stanca, che non ce la fai, che devi fermarti. E lì, in quei momenti, il mio modo per resistere è pensare alle cose belle: il mio cagnolino, la mia famiglia, le persone che credono in me. Quelle che tifano per me anche quando io stessa faccio fatica a farlo. È lì che ho imparato a trovare la forza, ed è lì che accade qualcosa nella mente… È come se scattasse un interruttore, mi dice: vai avanti.
Durante la mia prima mezza maratona a Milano è accaduto esattamente questo. A un certo punto, pensavo davvero che fosse finita. Ma ho iniziato a ripensare a tutto quello che la corsa mi stava dando, alle cose belle che ho nella mia vita. E da lì, non so come, ho trovato la forza per andare avanti. Tagliare quel traguardo è stato uno dei momenti più belli. Ero devastata… Ma felice, felice davvero.
La presenza dei miei compagni lungo la Road to Berlin è stata fondamentale. Da sola sarebbe stato tutto molto più complicato. Anche Cisalfa Sport e Adidas sono stati degli essenziali compagni di viaggio: dei punti fermi. Con loro ho condiviso ogni allenamento, ogni sfida, ogni progresso. E i 42 chilometri della maratona, alla fine, sono il riassunto perfetto di un anno incredibile.
Mi è piaciuto raccontare ogni step di questo viaggio. Alla fine, più della performance, per me è stato importante condividere l'esperienza stessa, descrivere quelle emozioni che ti travolgono ad ogni allenamento. Sono sempre diverse, sempre nuove. E il riscontro che ho avuto è stato incredibile: vedere persone ispirate da ciò che ho fatto, sentirmi dire che hanno iniziato a correre in questo periodo… Sono cose che mi rendono profondamente felice.
Ora, mi sento una persona completamente diversa rispetto a quando ho iniziato la lunga strada verso Berlino. Sicuramente mi sento migliore. Non vedo l’ora di vedere quali saranno i prossimi passi della mia evoluzione... Perché, ripeto, questa non è assolutamente la fine.”






Sofia Montagna
“Questi 42 chilometri non sono solo una gara. Sono il simbolo di un percorso lungo, intenso, fatto di allenamenti, fatica, scoperta... Un viaggio bellissimo, durante il quale ho imparato a conoscere me stessa in profondità.
Tutte le emozioni vissute in questi mesi mi hanno accompagnato fino al traguardo.
La corsa, per me, è benessere puro. È il mio modo di esprimermi, di comunicare, di restare in equilibrio. Al termine di questa Road to Berlin posso dire che il mio rapporto con la corsa si è intensificato come mai prima: ho fatto cose che non pensavo di essere in grado di fare, e ho scoperto nuove consapevolezze.
Non riesco più a immaginare le mie giornate senza correre.
In allenamento non ho mai voci negative che mi suggeriscono di fermarmi. Non esiste il pensiero di mollare. Mi concentro sulle sensazioni positive, su quanto sto bene, su quanto sia bello sentirsi leggeri, lasciarsi trasportare... In quei momenti, l’unica voce che seguo è quella che mi spinge avanti, che mi ricorda gli obiettivi, il percorso, tutto quello che ho costruito.
Grazie a Cisalfa Sport e Adidas, in questi mesi ho potuto dedicarmi completamente alla preparazione, quasi come se fosse il mio lavoro a tempo pieno. Per questo a ridosso della maratona ho sentito un po’ più di ansia rispetto al passato: volevo raccogliere i frutti di ogni singolo chilometro percorso, di ogni sveglia presto, di ogni allenamento portato a termine con disciplina e determinazione.
Mi ha aiutato il fatto di non essere sola. Questo viaggio l’ho condiviso con due persone speciali: Lorenzo e Clara. Con Lorenzo ormai siamo un team affiatato da un anno, e il nostro legame è cresciuto tanto a livello sportivo, quanto umano. Clara, invece, è stata una sorpresa meravigliosa: abbiamo riso, condiviso le ansie, gli allenamenti, gli sfoghi. Abbiamo costruito un’amicizia vera, e insieme siamo diventati un trio perfetto per affrontare Berlino.
Una delle soddisfazioni più grandi è stata la condivisione con la mia community. Ho sempre raccontato la corsa in modo autentico, con trasparenza e semplicità. Mostrando la mia disciplina e precisione, ma anche quanto questa passione possa essere vissuta con equilibrio e leggerezza. E il riscontro che ho avuto è stato qualcosa di indescrivibile. In tanti mi hanno scritto, mi hanno fatto sentire il loro affetto. C’è chi mi ha detto: “Mi sento anche io lì a Berlino con te”. E questo, davvero, è il regalo più bello.
Oggi mi sento diversa. Mi sento arricchita. La corsa, soprattutto sulle lunghe distanze, ti insegna tantissimo. Passi ore con te stessa, con il tuo corpo, con la tua fatica. E quando torni a casa, ti accorgi che sei cresciuta. Come atleta, ma ancora di più come persona. E porti questa ricchezza in ogni aspetto della tua vita.”






Lorenzo Lotti
“Ho corso tante maratone, ma ogni volta è un’emozione nuova. E Berlino, con i suoi 13 record del mondo, è qualcosa di speciale. Una maratona veloce, certo, ma anche una città che ha tanto da raccontare, piena di storia, di energia… un posto in cui non corri solo per il tempo, corri per vivere un’esperienza.
Questa volta è stato ancora più diverso rispetto al solito. Il progetto con Cisalfa Sport e adidas mi ha portato a condividere il percorso con Sofia e Clara: lavorare con loro mi ha arricchito tantissimo. Con Sofia, l’obiettivo era chiaro: spingere oltre i limiti, lavorare ogni giorno per un miglioramento reale, concreto. Volevamo arrivare a un personal best e ogni allenamento era un passo in quella direzione. Con Clara, invece, c’era da affrontare una sfida nuova: l’aspetto mentale. Aiutarla a gestire il crescere dei chilometri, la pressione, le emozioni. E ho capito che Clara è molto più forte di quanto creda.
Nel mio ruolo di coach, ma anche nei panni di atleta, ho imparato che non esiste un metodo rigido, fisso. Esiste una filosofia, in continua evoluzione. Ogni persona che alleno mi lascia qualcosa. E con questo percorso ho affrontato esigenze nuove, che mi hanno obbligato a cercare soluzioni diverse, a mettermi in discussione, a crescere. Oggi mi sento un coach migliore. E anche un atleta più consapevole.
Anche se partecipo a tante maratone, ognuna di esse è unica. La maratona non perdona, e vale anche per chi ci è abituato. Ti mette sempre davanti a un punto critico, a un momento in cui devi scegliere se mollare o stringere i denti. L’ho vissuto mille volte, anche nelle ultra... Lì, entrano in gioco le strategie mentali: la visualizzazione, il pensare a qualcosa di bello, immaginare il futuro. Quella crisi, anche se dura un minuto, può sembrarti infinita. Ma se la superi… Torni più forte.
È anche per questo che mi piace condividere. Raccontare la corsa non solo come prestazione, ma come emozione, come ispirazione. In questi mesi ho ricevuto tantissimi messaggi da persone che si sono lasciate coinvolgere, che hanno deciso di iniziare a correre, che magari si stanno preparando per la loro prima maratona. Per me, questo è il vero obiettivo: lasciare qualcosa, motivare. Perché chi corre una maratona, anche solo una nella vita, non sarà mai più la stessa persona.
Alla partenza della maratona, ero emozionato come sempre, perché non c’ero solo io. Al mio fianco c’erano Clara, Sofia, la community, e tutti quelli che in questi mesi si sono sentiti parte di questo percorso. Sì, è stata una gara. Ma è stata, soprattutto, una festa della corsa, dell’energia, della resilienza.”






Mattia Furlani, il senso del volo
Grazie ad adidas, abbiamo respirato e processato un magico oro Mondiale nel salto in lungo, marchiato 8.39. Lo abbiamo fatto insieme al diretto interessato, e protagonista assoluto, Mattia Furlani
Incoscienza. Brillantezza. Preparazione. Magia. Mattia Furlani visualizza, si scrolla di dosso negatività e fantasmi prossimi, mette in moto la propria galleria del vento, stacca. Vola. Il National Stadium di Tokyo assiste inerme alla meraviglia del salto in lungo, in tutta la sua abbagliante purezza cinetica. Poi, l’atterraggio e la realizzazione. 8.39, l’oro Mondiale.
Se la capitale giapponese è un’eterna lente sul futuro, il 20enne figlio e fratello d’arte, in una sublime notte di settembre, ne è divenuto un’espansione culturale o, ancora meglio, una perfetta raffigurazione sportiva. Nel senso del suo volo c’è tutto quello che l’atletica chiede, spesso senza ottenerlo: doti naturali e potenziale illimitato, heritage familiare e passione reale, soprattutto etica… Tutto è necessario per divenire il più giovane oro Mondiale della storia della disciplina, nonché il primo uomo Azzurro a riuscire in quella che, per lungo tempo, è parso un traguardo inavvicinabile. E tutto è necessario, allo stesso tempo, per restare ancorato a terra: fedele alla propria essenza, anche quando si è volato più a lungo di qualsiasi altro essere umano del globo.
Abbiamo analizzato il momento apicale di una carriera ancora ai suoi primordi, con questo talento adidas: un’icona italiana che pare essere tanto in costruzione, quanto già costruita, al di là di un podio che rimarrà. Al di là di un salto che dividerà, per sempre, il flusso degli annali sportivi di un intero Paese, e non solo.



Ripensando ai tuoi primi approcci all’atletica, così come alla cultura di questo sport, che attecchisce così profondamente all’interno della tua famiglia, che ricordi passati ed emozioni confluiscono in questo 8.39, oltre all’estasi del risultato stesso?
“Uno dei primissimi ricordi che mi vengono in mente di questo sport, e che mi ha segnato tantissimo, l’ha recentemente riportato a galla mia mamma… Trovo sia bellissimo: fa riferimento a quando Erika, mia sorella, partecipò al Silver Gala. Mi torna in mente questo stadio completamente vuoto. Eravamo solo io, a 8 anni, e mia madre. Avevo i popcorn in mano e guardavo Erika gareggiare, dicendomi: “Chissà se un giorno riuscirò anch'io a gareggiare in uno stadio del genere…”. È una delle esperienze che mi è più rimasta impressa, perché mi brillavano gli occhi nell’assistere all'atletica in un grande contesto di quel tipo. Adesso, vivere quei contesti è del tutto differente rispetto a quello che m’immaginavo all’epoca. Forse è ancora più bello. Detto questo, quel tipo di esperienze mi hanno arricchito molto, ed è stato anche grazie ad Erika, alla possibilità di vederla crescere sportivamente, se mi sono appassionato, sempre più, all’atletica.”
Campione del Mondo ad appena 20 anni: un tassello della tua carriera e una definizione che nessuno potrà più toglierti, ma anche una pietra miliare rarissima per l’intero panorama sportivo italiano. Quanto conta, per te, aver aggiunto un pezzo di storia all’atletica italiana, ed essere stato il più giovane a riuscirci nella storia mondiale?
“Vuol dire tanto, perché rimango comunque un grande appassionato, e sentire il mio nome affiancato a tanti altri grandi della disciplina fa un certo effetto… Per me è bellissimo, perché ci ho lavorato, ci siamo riusciti... Ora, bisogna solo cercare di migliorare sempre più, e affidarsi al tempo.”


Dopo aver realizzato di essere oro, hai detto “è successo qualcosa di magico”. Ecco, com’è stato vivere, respirare, sentirti circondato da questa magia, nel National Stadium di Tokyo? E durante il corso della gara hai percepito, da un punto di vista fisico o mentale, di vivere un’esperienza destinata ad essere ‘magica’?
“Sì e no. Diciamo che va bene il lavoro, va bene tutto l’allenamento, ma a mio avviso in competizioni come un Mondiale deve crearsi un mix di cose e circostanze: e ci deve essere anche un po' di magia… Perché, comunque, in quella gara è veramente accaduto qualcosa di magico. I primi salti ho fatto sempre fatica, poi è arrivato un salto che ho chiuso in maniera perfetta. Si è creata proprio quella magia del momento... Senza la magia, secondo me, non sarebbe accaduta una cosa del genere. Quindi, anche quel fattore deve far parte ‘del gioco’ e ha reso il tutto ancora più bello.”
“Faccio ciò che amo fare”. Una frase-testamento del tuo amore per il salto in lungo. Cosa significa per te il gesto stesso del salto e del volo, che in occasioni speciali, come questa, meraviglia milioni di spettatori in tutto il mondo?
“È una sensazione fantastica. La parte del volo è la mia preferita. Molti chiedono a cosa pensi durante i salti, durante il volo… In realtà, la risposta è semplice: a niente. Dopo che lavori tanto su degli automatismi, dopo che salti, salti e risalti in allenamento, alla fine arriva l'appuntamento più importante, e tutto è automatico: devi solo riprodurre quello che già sai. Quindi, alla fine, la sensazione è fantastica da un lato, dall’altro è un qualcosa di totalmente automatico.”
Grazie ai tuoi successi antecedenti al Mondiale, eri già assurto ad icona nazionale. Dopo questa impresa celebrata da tutta la nazione, che tipo di icona vuoi essere per l’Italia? E cosa rappresenta per te avere al tuo fianco in questo percorso di maturazione sportiva e umana un brand così culturale e avanguardistico come adidas?
“Sicuramente voglio essere una bandiera sportiva: una bandiera che vuole portare il nome dell'Italia in alto, ma soprattutto anche ‘un grido’ alla determinazione, al fatto che bisogna credere ai propri sogni, non solo nello sport, ma anche nella vita. Quest’ultimo tema è ancora più significativo. Il mio vuole essere ‘un grido’ universale, che possa aiutare anche tutti coloro che, magari, non possono fare questo sport, o che non possono fare discipline che sognano, vedendo atleti come me. Nel mio percorso adidas vuol dire tantissimo, perché mi sta permettendo di lavorare su progetti fantastici, anche esterni all’atto sportivo stesso, come quello sulla salvaguardia ambientale, ma non solo… Parliamo di un brand di cui vado estremamente fiero. Mi permette di andare a testa alta.”

Iliass Aouani, un sogno popolare
Durante la nostra esperienza a Tokyo, marchiata ASICS, abbiamo avuto l’onore di ascoltare la testimonianza di un’eccellenza italiana, nonché neo bronzo mondiale sulla regina delle distanze, la maratona
“Amo l'atletica perché è poesia | Se la notte sogno, | sogno di essere un maratoneta”
Scriveva niente meno che il Premio Nobel per Letteratura Eugenio Montale, ispirato anch’esso, come milioni d’italiani nella storia, dal valore lirico della corsa votata a Fidippide.
Se i versi del creatore di ‘Ossi di Seppia’ potessero incarnarsi oggi, assumerebbero l’identità di Iliass Aouani: il più contemporaneo capofila di quella che, a tutti gli effetti, è una tradizione primordiale tricolore. Un sogno popolare, per l’appunto, a cui il quasi 30enne, nato in Marocco ed accolto, poco dopo, dalla periferia brianzola, ha dato una nuova, insperata linfa nel minimalismo urbano di Tokyo.
Il suo bronzo Mondiale non è un raptus estemporaneo, ma il frutto di un naturale corso degli eventi, e di un attento studio: prima l’epifania sportiva, sulle orme di giganti troppo spesso dimenticati, e troppo importanti se conosciuti; poi l’educazione collegiale americana, affiancata a quella delle grandi scuole di Milano e Ferrara, l’applicazione e l’istruzione come costanti, infine un exploit in grado di definire una carriera.
Al nucleo di tutto ciò, un’identità che ha assorbito quanto di meglio possano trasmettere il multiculturalismo e la regina delle corse stessa, nella sua infinita capacità di essere competizione ed esperienza, palestra introspettiva e costante sfida ai propri limiti.
Amore, poesia, sogno e realtà. Ma anche voce, chiara e significativa. A poche ore dal suo capolavoro nipponico, abbiamo intercettato questo atleta ASICS e simbolo sportivo italiano che mai si è limitato ad essere tale, tantomeno ora, dopo aver raggiunto il podio più prestigioso della propria vita. Nella sua testimonianza, la profondità dei 42 chilometri coincide con quella della vita umana. Come insegna l’immutabile, ed eternamente attuale, sostanza di questa disciplina. E come vuole tramandare, alle future generazioni Azzurre, una personalità dagli infiniti chilometri nelle gambe, e dagli altrettanto infiniti piani di ragionamento.




Ti sei approcciato alla corsa relativamente in tarda età. Come hai capito che questo sport potesse essere qualcosa di prezioso, in grado di renderti persino campione europeo e medagliato Mondiale?
“Ho capito di essere portato per questo sport quando mi sono reso conto che la corsa si conciliava con la mia personalità, con la mia naturale predisposizione ad essere molto competitivo, a voler misurare i miei limiti e provare a superarli. Poi, chiaramente, mi sono reso conto che le distanze lunghe, le distanze di resistenza, erano ciò che mi riusciva meglio. Con il tempo ho consolidato queste caratteristiche. Anno dopo anno ho costruito l'atleta che sono e l’intero percorso mi ha portato a vincere questo bellissimo bronzo.”
La tua crescita sportiva è passata per scuole nobili, come quelle di Milano e Ferrara. Cosa significa per te rappresentare ed affermare la grande tradizione italiana della corsa su lunga distanza, specie in palcoscenici come questi Mondiali?
“Sicuramente la tradizione italiana nella maratona vanta grandissimo rispetto nel panorama internazionale. Abbiamo avuto atleti importanti del calibro di Bordin, Baldini, Meucci e tanti altri nomi come Pizzolato e Leone, vincitori a New York. La scuola italiana è molto rispettata in tutto il mondo e iscrivere il mio nome tra i grandi d'atletica italiana non è un qualcosa di facile, né di scontato, perché l'asticella, nel tempo, è stata alzata molto in alto. Questa eredità storica mi è di grandissimo stimolo: sono molto, molto contento di avere questi idoli da seguire, e di accostare il mio nome al loro.”

Sei laureato in Ingegneria Civile. Le tue competenze accademiche influenzano, in qualche modo, il tuo rapporto con la corsa? E quanto studio si cela nella preparazione di un Mondiale?
“Perseguire una carriera sportiva mentre si cerca di studiare e laurearsi contribuisce anche ad allenare quelle soft skills che ti portano, in fondo, ad essere l'atleta professionista che sei. È molto difficile combinare lo sport e lo studio: ci vogliono doti di time management, ci vuole tanta disciplina… Ma sono tutte cose allenanti che, nel momento importante, emergono. Quando si presentano le difficoltà, anche in gara, vengono a galla queste caratteristiche, plasmate nel tempo.”
La tua terra natale è il Marocco. Anche se ti sei trasferito prestissimo in Italia, ci sono delle influenze del tuo Paese d’origine che hanno aiutato a definire la tua identità atletica e umana? E come ti senti, in quanto icona di un’Italia multiculturale?
“Sono nato in Marocco e cresciuto in Italia, quindi sono il frutto di due culture che hanno plasmato la persona che sono. Porto orgogliosamente con me le mie origini marocchine, che hanno plasmato la lingua che uso con i miei genitori. Porto dal Marocco i sapori del cibo che mia madre mi prepara a tavola. Al fianco di tutto questo, ora accosto tutto ciò che ho ereditato dalla cultura italiana: dal modo di vivere, dal modo di pensare, dal modo di parlare… Quindi, sono il frutto della fusione di due mondi: a volte non mi sento di appartenere a nessuno di essi, a volte mi sento di appartenere a entrambi. Però, sono sicuro di aver ereditato il meglio da entrambe le culture.”

‘Stavolta sei tu l’ispirazione’ - Nadia Battocletti
Durante la nostra esperienza a Tokyo, marchiata ASICS, abbiamo avuto l’onore di ascoltare la testimonianza di un’eccellenza italiana, nonché neo argento mondiale sui 10000 metri
“Stavolta sei tu l’ispirazione”, si ripeteva Nadia Battocletti lungo l’impressionante, provante, addirittura epica, nel senso più sportivo del termine, partita a scacchi che l’ha vista divenire la seconda atleta più veloce del mondo, sui 10000 metri.
Un’impresa, avrebbero sentenziato penne d’altri tempi, contagiate da un approccio alla corsa, quello della classe 2000, teneramente riflesso nel suo corpo inginocchiato sul tartan del Tokyo National Stadium: mani sul volto, in gesto di preghiera e sfogo, emozioni che sgorgano, gioia naturale. Una celebrazione forse liberatoria, forse attesa, sicuramente consapevole. E priva di sovrastrutture.
Non potrebbe essere altrimenti per un talento dalla biografia radicata, profondamente, nel sistema culturale del proprio sport, grazie ad una nobile tradizione familiare. E non potrebbe essere altrimenti per una già attestata, eppure, strano a dirsi, composta ed elegante icona Azzurra. Una mezzofondista in grado di mettere in fila un oro continentale a Roma, un argento olimpico a Parigi e una medaglia d’uguale lignaggio nell’altra competizione apicale del track&field, confermando il proprio, inatteso, strappo alla storia: il sovvertimento dell’immutabile gerarchia africana del mezzofondo femminile.
Dai boschi trentini alla piena consapevolezza atletica. Dai sogni d’infanzia agli studi universitari in Ingegneria Edile e Architettura. Abbiamo avuto l’onore di dialogare con questa lucida rivoluzionaria dell’atletica contemporanea, perfetta trasposizione del brand di cui è ambasciatrice, ASICS, e dell’acronimo che ne definisce la filosofia, ‘Anima (e Mens) Sana in Corpore Sano’.



Ripensando al tuo background familiare, che attecchisce profondamente nella cultura dell’atletica, e alle origini della tua passione, coltivata nelle valli e nei boschi trentini, che emozioni emergono dopo la conquista di un argento Mondiale, che segue quello olimpico?
“Non mi aspettavo tutto questo, davvero. Neanche nei miei sogni migliori avrei immaginato di arrivare fin qui. Questa conferma, giunta dopo le Olimpiadi, ha un significato enorme, perché è avvenuta su un piano diverso. Nonostante l’Olimpiade sia l’evento per eccellenza, i Mondiali hanno un livello tecnico e competitivo ancora più elevato: le griglie di partenza sono diverse, le qualificazioni più complesse... Nei 10000, per esempio, c’erano 4 atlete fortissime per ogni continente. Si dice spesso che i Mondiali siano addirittura più duri delle Olimpiadi, e questa medaglia, ottenuta in una gara completamente diversa da quella a cinque cerchi, per me ha avuto un peso specifico enorme. Mi ha fatto rendere conto della mia crescita, di quanta esperienza ho accumulato negli anni.”
Dopo questa medaglia d’argento, hai detto di “aver capito l’atleta che sei”. Ecco, puoi descrivere chi ha realizzato di essere, Nadia Battocletti, come atleta? E dopo tutti questi successi, chi è Nadia Battocletti come essere umano?
“Quando dico che ho capito chi sono come atleta, intendo che durante la gara mi sono proprio ‘vista’ da fuori. Mi è tornata in mente l’immagine di me stessa da bambina, mentre guardavo le Olimpiadi di Londra e quel trenino di atlete africane in testa… Ora io ero lì, dentro quel gruppo. Prima eravamo in 6, poi 5, poi 4... Mi sono immaginata nei panni di chi guardava la gara: bambini, adulti, appassionati. E mi sono detta: “Stavolta sei tu l’ispirazione”. È stato un momento davvero potente, anche se in gara stavo facendo una fatica tremenda. Però, ho capito che in una competizione di questo livello… Io ci sono. Sono lì, presente. E questa è la conferma più grande. Perché puoi allenarti bene, sentire di essere in forma, ma finché non lo dimostri in gara, resta solo una sensazione. È la gara che ti dà la conferma, è lì che capisci davvero. In un anno succedono così tante cose… Cambi, cresci, evolvi. Poi, c’è anche da dire che le gare da meeting sono un’altra cosa rispetto ai campionati. Ai meeting hai le lepri, i ritmi controllati. Nei campionati sei tu, da sola. Devi improvvisare, gestire, decidere. Arrivi con aspettative precise: ti sei allenata per un certo tempo, ti senti forte, ma non è detto che vada come previsto. Ecco perché i Campionati sono mentalmente molto più intensi. Anche se tutto va male, rimangono comunque un banco di prova.”



Hai anche menzionato il rammarico di Budapest, dopo questo argento. Per una specialista come te, concentrata su distanze che prevedono una presenza mentale e fisica con pochi paragoni nel panorama sportivo, cosa significa tramutare quel tipo di delusione emotiva negli apici di Roma, Parigi e Tokyo? E qual è il segreto per farlo?
“Non c’è un segreto. Credo sia questione di carattere. Dopo Budapest è stato un periodo complesso, anche a livello familiare, ma ho avuto la forza di dire: “Non può finire così”. E mi sono rimessa subito al lavoro. Ho deciso di preparare i Mondiali di Riga, anche se magari non era nei piani. Farli mi ha restituito fiducia. Da quell’esperienza un po’ amara ho imparato tantissimo: a gestire i recuperi, il caldo, il carico mentale... Credo davvero che tutto accada per un motivo. Anche i momenti negativi servono a crescere, a capire cosa migliorare. Quindi accolgo tutto, difficoltà comprese, come parte del percorso.”
Hai rappresentato un brand iconico, come ASICS, nella sua terra d’origine. Riflettendo sul nucleo filosofico del brand, Anima Sana in Corpore Sano, per te che significati ha questa frase? E come vivi la connessione con ASICS?
“Dal punto di vista tecnico, ho un bellissimo rapporto con lo staff che lavora allo sviluppo delle scarpe. Ci scambiamo costantemente feedback: le mie sensazioni servono a loro per migliorare i prodotti, e a me per ottenere il massimo in gara. È una collaborazione molto concreta e utile. Allo stesso tempo, il concetto di 'Mens Sana in Corpore Sano' rispecchia esattamente il mio stile di vita. Puoi essere in perfetta forma fisica, ma se mentalmente non sei in equilibrio, non riesci a performare. È una frase che sembra un semplice aforisma, ma in realtà è una filosofia quotidiana, che vivo e applico ogni giorno.”



In te confluiscono varie dimensioni, come un percorso universitario in Ingegneria Edile e Architettura. Che ruolo gioca, nella tua identità, la cultura, intesa nel senso più ampio del termine?
“Per me è sempre stato fondamentale studiare, tanto quanto allenarmi. L’atletica è il mio lavoro, sì, ma nasce come una grande passione. Comporta sacrifici, cambia il tuo stile di vita, e coinvolge anche le persone che ti stanno intorno… Ma ho sempre voluto portare avanti entrambe le strade, sport e studio: rappresentano il mio equilibrio. Iscrivermi all’università è stata una scelta forte, non facile. È un messaggio che mi sento di condividere con chi mi segue: non è semplice, ci saranno momenti in cui non puoi scegliere tra una cosa o l’altra, ma devi comunque andare avanti. Non è per tutti, lo riconosco. Ma è possibile. Nel mio caso, poi, ho scelto una facoltà molto impegnativa, con obbligo di frequenza. Questo complica tutto. Però, penso che scegliendo un percorso universitario meno rigido, non meno valido, ma con più flessibilità, si possa far conciliare l’attività agonistica. Ovvio, molto dipende dalla singola persona. Io, ad esempio, sono super organizzata: ho i miei piani settimanali, i miei orari fissi, tutto è programmato al dettaglio. E appena qualcosa sfora o cambia, mi destabilizza. Questa rigidità, o meglio, questa disciplina è forse la chiave che mi tiene sul binario giusto.”



Follow the Light
L’esperienza outdoor come incontro di ritmi, forme e significati a sé stanti
May you always know the truth
And see the lights surrounding you.
– Bob Dylan
Seguire la luce vuol dire conoscere la verità. Nel regno outdoor, equivale a comprendere, e popolare, la narrazione eterna dello spartito naturale con una giusta dose di consapevolezza: sportiva, artistica, sociale, profondamente personale. Equivale a processare suoni che possono confondere, o equilibrare. A fondersi con forme ataviche, rendendole contemporanee. A cercare verità nella fatica, luce nelle ombre.
Dove poche strade sono segnate. Dove azione e pensiero sono costretti, per fortuna e volontà, a rimare tra loro. Dove ciò che è stato corrisponde a ciò che sarà, forse sotto altre vesti, forse davanti altre condizioni. Lì, nella dolce, dolorosa pace del trail, l’espressione del proprio gusto trova apici difficilmente pareggiabili: vette fatte di stile, curiosità, esplorazione… Dei propri limiti, così come delle proprie estensioni.
Non c’è altro da fare, se non respirare nel massimo sforzo, sentendosi a proprio agio in scenari (solo all’apparenza) ostili. E seguire la luce. Per trovare la verità che ti circondano. Come confida, liricamente, questa produzione editoriale.
Cover photo credits: Sunglasses AVEO, Running Vest and T-shirt The North Face, Shorts Satisfy, Socks Stylist’s Own, Shoes Hoka















Credits
Photo: Lorenzo Visentin
Video director: Lorenzo Medina
DOP: Andrea Ciotti
Editing/VFX: Alessandro Manoli & Matteo Ranzato
Color Grading: Mattia Saggiomo
Sound design: Leonardo Sennis
Stylist: Chiara De Giorgi
Assistant: Linda Menegoz
Assistant: Camilla Perucchio
MUA and hair stylist: Angelica Davanzo
Talents: Marco Del Vecchio & Joana Jordao Da Silva
Testo Gianmarco Pacione
Reinventare l’essere umano, Noah Lyles
Grazie ad adidas, abbiamo avuto la possibilità di fermare il tempo, e la velocità, ed entrare nella ricca e multidimensionale personalità di un’icona dell’atletica e dello sport contemporaneo
“Noi viviamo già nell'assoluto, poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente”, recitava il manifesto programmatico del Futurismo, una corrente artistica in grado, come poche, di sublimare il concetto di velocità e di reinventare universi culturali, fondendoli tra loro.
L’eterna velocità onnipresente. Vivere nell’assoluto. Una semantica che, se applicata all’atletica e all’immaginario sportivo contemporaneo, non può che trovare corrispondenza nell’identità di Noah Lyles. Già oro olimpico. Già più volte (6) oro mondiale. Nella sua piena maturità atletica, il nativo di Gainesville sta plasmando una corrente artistico-sportiva a sé stante, dove fotofinish illuminanti e celebrazioni iconiche attingono da anime e senso estetico.
Dove la velocità è, per l’appunto, eterna e onnipresente. Una necessità primordiale. Un dono da coltivare con rispetto, da tramandare allo stesso modo. E dove si può vivere nell’assoluto, nella consapevolezza che fulminare il tartan non può e non deve definire un essere umano: può elevarlo, certo, per permettergli di elevare ciò che lo circonda.
Come avviene con questo attestato sovrano dei 100 e 200 metri, ambassador adidas, comunicatore e, senza ombra di dubbio, icona culturale.

Dopo una lunga serie di record, vittorie e conferme, dopo aver dimostrato il proprio valore e un talento atletico fuori scala… Che tipo di sensazioni insegui oggi? Cosa ti muove davvero? E, andando ancora più in profondità: raggiunta la vetta del mondo, cosa vedi e continui a vedere, oltre?
Cosa mi spinge oggi? Amo allenarmi e amo gareggiare, quindi non ho bisogno di trovare una motivazione in più. Fa parte di me. Ma oggi c’è anche un altro stimolo: capire in che modo possa contribuire nel rendere migliore il mio sport, sia ora, da atleta attivo, che in futuro, quando smetterò di competere. L’atletica è uno sport bellissimo, pieno di atleti con storie potenti da raccontare e nuove fan base da raggiungere. Voglio provare a forgiare questi legami: non solo per me stesso, ma per far splendere tutto il movimento… Per far emergere la qualità, la passione e il talento che sono già presenti: solo che a volte non vengono visti.
“I’m Unlimited” è una delle tue frasi più iconiche. Cosa significa per te questo termine?
Non mi pongo limiti. Mai. E non ho paura di dire quali sono i miei obiettivi. Questo a volte mette a disagio le persone… Ma è sempre stato il mio approccio. Quando sono in pista, ogni giorno, ogni allenamento, ogni gara è parte di un processo più ampio, che punta verso un successo ultimo.


Per noi di Athleta, essere ‘unlimited’ significa anche espandere l’immaginario sportivo verso altri linguaggi: anime, moda, stile personale. Quanto conta per te questa dimensione culturale? E in che modo adidas ti aiuta a trovare un equilibrio tra prestazione e identità?
Non mi sono mai visto solo come un atleta. Ho un talento che considero un dono, e voglio valorizzarlo fino in fondo. Questo vuol dire anche intrattenere, ispirare, creare un ponte con altri mondi… Anime, moda, cultura pop: sono passioni vere, che porto avanti anche fuori dalla pista. Cerco sempre di farle incontrare. Da quando ho iniziato con i walk-in, adidas mi ha dato grande supporto. Ho potuto accedere a molti dei loro brand partner e delle loro collaborazioni, in modo da rendere gli ingressi ancora più coerenti con il mio stile. Il progetto anime nato durante le Olimpiadi del 2020 è un esempio perfetto di questo intreccio di mondi: parlava a me stesso, ma anche a tantissimi fan. E lo riproporremo ai Mondiali di Tokyo, questa volta con il pubblico sugli spalti. Abbiamo in cantiere altre cose molto interessanti: alcuni progetti vedranno la luce già nei prossimi mesi. Non vedo l’ora che arrivino.


Un’altra tua frase iconica è: “Voglio mostrare alle persone fin dove possono arrivare davvero. Non voglio che si fermino alle medaglie. Quelle devono essere solo la prima casella da spuntare. Poi si va oltre lo sport, bisogna reinventarsi”. Chi è Noah Lyles oltre la pista… Lì dove ogni essere umano, prima o poi, deve reinventarsi? E che visione ha del suo futuro?
Come dicevo, ci sono tantissime storie da raccontare nel nostro sport. E voglio fare il possibile per dar loro voce. Voglio che la nuova generazione di atleti, in ogni parte del mondo, sappia che è possibile realizzare i propri sogni nell’atletica: non solo dentro la pista, anche al di fuori di essa. Reinventarsi è parte del viaggio. Non si tratta di abbandonare qualcosa. Si tratta di continuare a esplorare.

Credits
IMAGO I Icon Sportswire / Action Plus / Xinhua / PRiME Media Images / Sports Press Photo









