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Hyperground | Running at the Threshold

In occasione della Deejay Ten, adidas ha portato la corsa sulla soglia di varie dimensioni rese sempre più affini dalla running culture contemporanea: quella comunitaria, innanzitutto, quella musicale e artistica, e quella esperienziale, nel senso più profondo e adrenalinico del termine. Un evento dalle peculiari architetture umane e fisiche, ispirato dalle Hyperboost

Tra le pieghe del ritmo quotidiano di Milano, si estende una geografia celata, lontana dallo sguardo di chi attraversa la città in superficie. Negli spazi dell’ex stazione De Angeli, architettura e memoria urbana hanno accolto l’atto conclusivo di una corsa ibrida, per molti versi futuristica, per altri lirica, sviluppata all’intersezione di due dimensioni su tutte: da una parte, la Milano che affiora, in tutto il suo movimento e le sue fughe prospettiche, dall’altra, l’atmosfera sospesa del suo sottosuolo, del suo mondo sotterraneo.

In questo punto di contatto, ha preso forma a Hyperground, momento culminante dell’ultima tappa della Deejay Ten, concepito e progettato da adidas. Sulla soglia del mondo di sopra e di sotto meneghino, la corsa ha oltrepassato i confini del canonico gesto atletico, divenendo un’esperienza sensoriale collettiva e palesandosi sulla soglia di cultura urbana e partecipazione. Al centro di quest’atipica trama narrativa sportiva, Hyperboost, una scarpa ideata per accompagnare approcci differenti al running, così come le sensazioni di energia e libertà generate dal movimento. 

Nella convergenza di corpi, spazi, velocità e suoni di Hyperground, il gesto atletica e sociale  composto dai membri di varie community ha incontrato quello puramente artistico. I rappresentanti di alcuni dei collettivi coinvolti, nello specifico Eugenio Solari e Filippo Colombi dei Running Rebels, Silvia Brunelli di Her Pace, Federico Sambati di AMOR e Jamal Allen di Lace Napoli, mettono in fila una serie di suggestioni che dialogano, implicitamente, con quella della street artist Silvia Pezzotti, in arte Octofly, chiamata a interpretare l’immaginario di Hyperboost durante l’intero evento. 

La voce di Octofly ci guida nel dialogo che permea costantemente arte, movimento e spazio urbano: un dialogo insito nella sua quotidianità e riflesso, perfettamente, nell’intera esperienza Hyperground. La sua testimonianza funge anche da perfetta introduzione alle riflessioni raccolte, invece, dai rappresentanti delle crew.

Hyperground event by adidas
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Silvia Pezzotti – Octofly

 

“Nonostante la corsa sia considerata lo sport individuale per eccellenza, è d’ispirazione osservare come le persone scelgano di praticarlo insieme. Osservare gruppi che vivono la corsa come un rito collettivo, di aggregazione, restituisce un’immagine molto forte: mi trasmette un forte senso di comunità, difficilmente ritrovabile al di fuori degli sport di squadra. Questo aspetto della corsa assume una dimensione ancora più estesa in un evento come Hyperground, dove le persone si sono riunite nel cuore di Milano per condividere un percorso fatto di esperienze, sensazioni, connessioni e amicizie. Credo che, in casi come questo, il running diventi un vero collante sociale, capace di trasmettere un messaggio positivo e persino di suscitare, in chi guarda, il desiderio di allacciarsi le scarpe, di uscire a correre. Tutto ciò trova perfetta assonanza nelle fondamenta della mia visione artistica. Il mio obiettivo è quello di riuscire a strappare un sorriso a chi, anche magari distrattamente, incontra durante la propria giornata uno dei miei murales: uno dei miei personaggi dalle forme morbide e dai colori accesi.

Della corsa mi affascina l’energia sprigionata ad ogni passo: una sequenza di movimenti armonici, che lasciano trasparire leggerezza, quasi la sensazione del volo, sfidando la gravità fino a rendere i corpi un tutt’uno con la velocità. Il lavoro che ho realizzato per Hyperground è nato dal distintivo design delle Hyperboost e dalle loro caratteristiche, così come dal desiderio di tradurre visivamente le sensazioni che ho appena menzionate: un vortice di colori, forme ed energia, in cui concetti come velocità, spensieratezza e felicità finiscono per incontrarsi. 

Il percorso, poi, mi ha affascinata fin dal primo momento, proprio per la sua capacità di attraversare dimensioni diverse della città e metterle in relazione tra loro. Il passaggio dalla dimensione ‘monumentale’ e storica della città a un ambiente underground gli ha conferito un carattere particolare, direi unico… Non avevo mai sentito parlare dell’ex stazione De Angeli e non immaginavo che sotto Milano potesse esistere un luogo del genere. Trovarmi davanti a un ambiente sotterraneo, distante dall’immagine più visibile e riconoscibile della città, ma allo stesso tempo profondamente legato alla sua architettura, mi ha impressionata. Per una street artist, avere la possibilità d’intervenire in uno spazio del genere significa confrontarsi con una superficie che cessa istantaneamente di essere soltanto un supporto, mostrandosi, invece, come parte integrante di un racconto urbano ben più ampio.”

Hyperground event by adidas
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In conversazione con alcune delle crew protagoniste di Hyperground.

 

adidas ha creato un evento in cui l’arte e, in particolare, la musica è diventata complementare alla corsa. Che rapporto avete con la musica quando correte?

 

Running Rebels - Eugenio Solari & Filippo Colombo: (Eugenio) “Cambia di caso in caso. Nel mio, quando mi alleno da solo, la musica c’è praticamente sempre. Quando invece corro con la community, magari non è nelle orecchie, ma continua a percepirsi nell’ambiente: diventa parte di quello che succede intorno a noi. Se dovessi associare la mia corsa a un genere, direi il cantautorato italiano. Non necessariamente qualcosa di ritmato: mi basta ascoltare qualcosa che conosco, avere le parole in testa, magari canticchiarle e il tempo passa.” (Filippo) “Io lavoro in ambito musicale, faccio il giornalista, ma quando corro non voglio ascoltare musica perché voglio sentire il mio ritmo, pensare al mio tempo. Se ascolto qualcosa, anche nel mio caso si tratta di cantautorato italiano, per poter riflettere.”

Her Pace Crew - Silvia Brunelli: “Il mio rapporto con la musica cambia molto a seconda che corra da sola o in gruppo. Quando sono sola mi aiuta a tenere il passo, è un aiuto anche a livello mentale. In realtà, ascolto anche molti podcast: nelle corse lunghe, soprattutto quando preparo una maratona, avere qualcosa che mi accompagni e mi distragga può aiutare parecchio. Quando corro con altre persone o con la community, invece, il ritmo arriva dalle persone, dai passi degli altri, e la musica diventa meno necessaria. Se dovessi scegliere un genere, direi pop. Mi piace perché alterna momenti più tranquilli ad altri in cui arriva il ritmo, il drop, e senti che può darti qualcosa in più. A volte lo ascolti per davvero, altre volte è semplicemente lì per sostenere il passo.”

AMOR - Federico Sambati: “Ho un bellissimo rapporto con la musica quando corro: aiuta a rilassarmi, ma anche a spingere quando serve. Scelgo soprattutto la tech house, perché ha un ritmo che ti permette di alzare le vibrazioni e, poco alla volta, entrare nello stesso tempo della musica. Soprattutto nella corsa progressiva: ti alimenta, ti carica e ti porta con sé, dentro al ritmo.”

Lace Napoli - Jamal Allen: “Ascoltare musica mentre corro è molto importante, perché mi aiuta a superare quei momenti in cui la battaglia diventa soprattutto mentale. Quando arrivo al punto in cui sento di non voler più correre, la musica mi aiuta ad andare avanti. Se dovessi parlare di un genere, farei i nomi di grandi artisti affini all’hip hop e R&B contemporaneo”

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Octofly Art at Hyperground event by adidas
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In questi giorni abbiamo vissuto l’incontro di running community arrivate da svariate città, chiamate a vivere insieme un evento fatto di condivisione e connessioni. Che ruolo sociale può avere la corsa? E quali valori cercate di trasmettere attraverso il vostro run club?

 

Running Rebels - Eugenio Solari & Filippo Colombo: “Per noi uno degli obiettivi è sempre stato creare un luogo in cui le persone potessero incontrarsi e costruire delle connessioni. E queste connessioni, con il tempo, hanno superato anche i confini della nostra città. In giro per l’Italia abbiamo conosciuto altre community, costruendo amicizie vere: per esempio, con i ragazzi di Roma che erano anche qui in questi giorni... Ci siamo conosciuti attraverso la corsa e continuiamo a ritrovarci. Crediamo che la forza di questa disciplina sia proprio questa: permetterti di incontrare persone con cui condividere qualcosa che, poi, può andare molto oltre la corsa stessa.”

Her Pace Crew - Silvia Brunelli: “A livello personale, la corsa mi ha aiutata moltissimo a entrare a far parte di un gruppo, quasi di una famiglia, e a conoscere nuove persone. Credo sia particolarmente importante in una città come Milano, dove ci sono tanti studenti e lavoratori fuori sede: una community può diventare un modo molto immediato per incontrare persone accomunate dalla stessa passione, dagli stessi interessi e spesso anche dagli stessi valori. Con adidas Runners Milano cerchiamo soprattutto di essere un punto di aggregazione. Una delle parole fondamentali per noi è inclusività: chiunque può sentirsi parte della community, indipendentemente dal passo, dall’età o dal proprio livello. Per noi conta più lo show up, l’esserci, che una determinata performance o un certo ritmo. Non bisogna essere runner professionisti per correre insieme: la cosa più bella è proprio fare in modo che tutti possano sentirsi accolti e inclusi.”

AMOR - Federico Sambati: “Trovo incredibile quello che sta succedendo intorno alla corsa, perché è diventata una ragione per stare insieme, socializzare e conoscere nuove persone. Ed è esattamente quello che cerchiamo di fare con il nostro run club: creare un punto d’incontro. Magari un tempo ci si conosceva andando in discoteca; oggi molte persone si avvicinano ai run club e alle community per incontrare qualcuno in modo sano, costruire relazioni sane, e creare vita intorno a qualcosa che condividono.”

Lace Napoli - Jamal Allen: “A Napoli credo che la corsa possa avere un ruolo sociale molto importante, perché viviamo in una città in cui l’attività fisica non è ancora qualcosa di scontato, soprattutto tra i più giovani. Il principale obiettivo della nostra community è proprio spingerli a fare qualcosa, ad avvicinarsi allo sport. È quello che cerco e cerchiamo di trasmettere ogni giorno: l’idea che puoi farcela. Molte persone partono pensando di non essere in grado di fare qualcosa. Noi cerchiamo di cambiare quel tipo di mentalità: forse non l’hai ancora fatto, ma questo non significa che tu non possa farlo.”

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Le Hyperboost hanno accompagnato ogni passo di questa esperienza. Che sensazioni vi hanno trasmesso all’interno di un contesto e di un evento così carichi a livello sensoriale?

Running Rebels - Eugenio Solari & Filippo Colombo: “La prima sensazione è sicuramente quella di una scarpa molto comoda e ammortizzata. Per entrambi si è trattato anche di uno dei primi veri approcci a una scarpa adidas, quindi non vogliamo certo spacciarci per esperti. Ma se dovessimo scegliere una parola, non avremmo dubbi: comode. Anzi, stracomode.”

Her Pace Crew - Silvia Brunelli: “Sono tra le migliori scarpe con cui abbia mai corso. Ovviamente è una sensazione molto soggettiva, ma quello che mi ha colpita è soprattutto la loro versatilità: le trovo adatte ai lunghi, ma allo stesso tempo reattive quando si aumenta il ritmo. Per un runner medio, secondo me, rappresentano una scarpa molto completa e in grado di proteggere. La prima sensazione che ho avuto indossandole è stata soprattutto di leggerezza: non appesantiscono il passo e rispondono molto bene al terreno. Allo stesso tempo sono morbide, sembra quasi di correre su una nuvola, ma rimangono strutturate. Questo ‘equilibrio’ me le ha fatte apprezzare molto...”

AMOR - Federico Sambati: “La sensazione principale è quella di leggerezza. Ho percepito soprattutto una scarpa alta e molto confortevole. Se dovessi descriverla con una sola parola, sceglierei proprio leggerezza.”

Lace Napoli - Jamal Allen: “Un cuscino. È come correre su un cuscino. Era la prima volta che provavo questa scarpa e la sensazione che mi ha colpito immediatamente è stata la morbidezza. La vedo molto bene per una corsa di recupero, ma anche come una scarpa con cui poter affrontare distanze più lunghe.”

Hyperground event by adidas
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Il percorso di Hyperground ha attraversato la Milano in superficie, con le sue prospettive, prima di concludersi nel sottosuolo, nell’atmosfera sospesa dell’ex stazione De Angeli. Cos’avete provato nel passare da una dimensione all’altra e nella costante fusione di architettura e arte?

 

Running Rebels - Eugenio Solari & Filippo Colombo: “Nemmeno sapevamo fosse possibile entrare in questo spazio. Abbiamo scoperto un luogo di Milano di cui ignoravamo completamente l’esistenza ed è stato pazzesco, quasi surreale. Nel momento in cui siamo scesi e abbiamo iniziato a correre lungo il rettilineo, sembrava davvero di essere entrati in un’altra dimensione. A un certo punto abbiamo pensato: sembra di correre sulla Luna. È stata una sensazione assurda.”

Her Pace Crew - Silvia Brunelli: “Credo che questa esperienza possa essere letta quasi come una metafora della corsa. Quando corri attraversi continuamente dimensioni diverse, soprattutto su un piano mentale: passi dal piacere alla fatica, dalla condivisione a momenti molto più riflessivi e introspettivi. Oggi, in qualche modo, abbiamo vissuto fisicamente qualcosa di simile. Il passaggio dalla superficie al sottosuolo è stato molto forte: sembrava quasi di passare dal giorno alla notte. Poi entri in questo corridoio completamente rosso, inizi a correre e puoi persino vedere a quale velocità stai andando. In un attimo, è diventata un’esperienza adrenalinica.”

AMOR - Federico Sambati: “Entrare nel sottosuolo è stato uno shock. Mi avevano anticipato qualcosa sulla location, ma vederla dal vivo ha prodotto tutto un altro effetto. La mia prima reazione è stata semplicissima: “Quanto è figo questo posto?”. E credo che dica già molto. La musica, i graffiti, la street art, l’intero ambiente… Tutti elementi che si sono riuniti qui, in uno spazio completamente fuori dall’ordinario. Viverlo correndo ha reso l’esperienza ancora più particolare.”

Lace Napoli - Jamal Allen: “È stata una sorpresa scoprire tutto quello che esiste sotto la città. Scendere e vedere l’intero spazio allestito in questo modo è stata un’esperienza bellissima, soprattutto perché ci ha permesso di osservare Milano da due prospettive diverse: quella che vivi in superficie e quella sotterranea. Correre nell’ex stazione è stato estremamente divertente, soprattutto nel tratto dedicato alla velocità. Non sono andato fortissimo, anche perché non avevo capito che tutti avrebbero sprintato… Ma è stata davvero una bellissima esperienza.”

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ONA’s Retrospective I René Grincourt & Nouveau Regard

Come ogni anno, l’ONA Short Film Festival è tornato a ispirare il proprio pubblico, riunito per la sua settima edizione nella quiete dell’isola di San Servolo, dove cinema, cultura sportiva, soprattutto nelle sue declinazioni outdoor, e i ritmi lagunari hanno nuovamente trovato un terreno comune. In qualità di media partner di lunga data del Festival, eravamo presenti per gustare con i nostri occhi i film che hanno scandito le serate del 10, 11 e 12 settembre

Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo per l’ONA Short Film Festival, evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui.

As has become a tradition, we relive this meaningful gathering through the words of French director René Grincourt and his short film ‘Nouveau Regard’.

Come sempre, ci piace partire da un dato che riteniamo fondativo per ogni nostro intervistato, così come per ogni regista partecipante all’ONA Short Film Festival: che rapporto hai costruito, dalla tua infanzia ad oggi, con l’immaginario sportivo? Che tipo di musa ispiratrice è stata, e continua ad essere, quella sportiva nel tuo modo di vedere il mondo?

René Grincourt: “Sono sempre stato profondamente legato allo sport. Crescendo ne ho praticati moltissimi e, da sempre, lo sport rappresenta uno degli aspetti più importanti della mia vita. Allo stesso tempo, amavo disegnare, scattare fotografie e realizzare video. Ho sempre avuto, quindi, queste due dimensioni dentro di me. Ho iniziato a girare video quando avevo quattordici anni, realizzando piccoli filmati insieme ai miei amici mentre facevamo skateboard. Sono sempre stato affascinato dall’idea di documentare gli sport che praticavo e che amavo. Ma tutto ha iniziato davvero a trovare una propria direzione quando ho scoperto l’arrampicata. Credo di essermi reso conto, in quel momento, che avrei potuto restituire qualcosa alla comunità attraverso la creazione di contenuti legati a quella disciplina. Era semplicemente il mio modo di dare qualcosa indietro a una comunità e a una pratica che amavo profondamente. Lo sport è sempre stato una delle mie più grandi passioni, quindi è naturale che sia diventato anche una delle mie principali fonti di ispirazione.”

 

La dimensione dello storytelling visuale, invece, com’è entrata a far parte della tua vita? Come la vivi?

René Grincourt: “Mi sono sempre considerato una persona che rimane dietro le quinte. Mi piace condividere le storie nel modo più autentico possibile. Dal punto di vista dello storytelling, il mio obiettivo è semplicemente raccontare la realtà per ciò che è, senza aggiungere altro, utilizzando però il mio linguaggio visivo come strumento attraverso cui esprimere me stesso. Per me, sport e cinema documentario convivono in maniera del tutto naturale. All’interno dello sport esistono già innumerevoli storie, emozioni ed esperienze umane. Il mio ruolo consiste semplicemente nell’osservarle e nel trovare il modo più adatto per restituirle agli altri.”

 

Il film restituisce la sensazione di essere il risultato di un processo collettivo tra amici, più che di un lavoro individuale. Puoi raccontarci qualcosa del team che lo ha reso possibile, delle persone entrate a far parte di questo percorso e del modo in cui i loro differenti contributi hanno contribuito a dare forma al film? 

René Grincourt: “Prima di tutto, è stato Clément a suggerirmi di andare a visitare il luogo in cui abbiamo girato. Ne intuiva il potenziale, così abbiamo organizzato un viaggio insieme per capire che cosa fosse realmente possibile fare lì. È stato anche lui a occuparsi di tutto il lavoro preliminare, preparando l’area insieme ai suoi amici affinché potessimo poi arrivare e girare. Abbiamo lavorato insieme anche allo sviluppo del concept, così da poterlo presentare ad Arc’teryx. Poi, l’intero team di Hillton è stato fondamentale. Hanno portato nel progetto professionalità, sensibilità creativa e una competenza che ha inciso profondamente sul risultato finale e, lungo il percorso, sono diventati anche amici. Il film non avrebbe mai assunto la forma che ha oggi senza il loro contributo e senza tutte le persone che hanno coinvolto nel progetto. Ognuno ha avuto la possibilità di lasciare un segno personale nel film, contribuendo secondo la propria sensibilità e il proprio ruolo. Per questo provo una profonda gratitudine e mi sento davvero onorato che tutti loro abbiano fatto parte di questo percorso.”

‘Nouveau Regard’ è un’ode estetica all’atletismo e all’amicizia attraverso il bouldering. Partendo proprio dal titolo, puoi spiegarci quale ‘nuovo sguardo’ desideravi esplorare ed esprimere attraverso questo cortometraggio? E che cosa ti ha spinto a realizzarlo?

René Grincourt: “Per me, Nouveau Regard possiede due significati. Il primo, e più immediato, era quello di condividere una prospettiva differente su Chamonix: dare visibilità al bouldering, mostrare che è possibile praticarlo anche lì e che quell’area possiede ancora un enorme potenziale. Il secondo significato consisteva nel proporre un modo diverso di raccontare l’arrampicata. Non soltanto attraverso la dimensione della performance, ma attraverso la storia che esiste dietro il progetto. Volevo mostrare un lato più umano dello sport, qualcosa che, in qualche modo, potesse risultare più vicino alla realtà.”

 

Chamonix, as a place but also as another silent subject of the short film, plays a defining role in the work. Why does this choice have a deeper meaning? And more broadly, how does your creative process unfold there?

René Grincourt: “Chamonix è una delle capitali mondiali dell’alpinismo, ma con il cambiamento climatico praticare attività in montagna sta diventando progressivamente più pericoloso e complesso. Volevamo quindi proporre un’altra possibile direzione per l’arrampicata in quel territorio, qualcosa che potesse svilupparsi ai piedi della montagna. L’idea era mostrare che questo luogo continua ad avere moltissimo da offrire, a condizione di mantenere aperti lo sguardo e la mente.”

 

‘Nouveau Regard’ è stato proiettato a San Servolo davanti al pubblico dell’ONA. Quali sensazioni hai provato nel vedere il tuo lavoro prendere forma in un contesto così particolare, circondato dalle acque della Laguna di Venezia? E che cosa vorresti, in ultima analisi, che il pubblico dell’ONA portasse con sé dopo aver visto il film?

René Grincourt: “È stato un grande piacere vedere il film proiettato in quel contesto. Ma ciò che porto con me di quell’esperienza riguarda anche la possibilità di aver visto tutti gli altri film. Mi ha fatto venire ancora più voglia di creare e condividere storie. Credo che riuscire a ispirare le persone sia una delle cose più importanti che un film possa fare. È ciò che ho provato io stesso mentre ero lì, osservando il lavoro degli altri, e spero che il mio film possa aver generato la stessa sensazione in qualcun altro tra il pubblico.”


One Step at a Time | Francesco Puppi e la Western States

Il documentario ‘One Step at a Time’ segue Francesco Puppi nell’epica Western States: una prima esperienza sopra i 100 chilometri che, davanti ad una lunga serie di problemi, si è trasformata in un percorso composito, teso verso una maggiore accettazione di sé e di fiducia verso il valore del contatto umano

‘One Step at a Time’. Un passo alla volta. In questa frase è racchiusa una pellicola che, da un lato, ritrae un’autentica impresa sportiva: il secondo posto raggiunto da Francesco Puppi alla celebre Western States, maturato nonostante la limitata conoscenza di una distanza mai incontrata prima, nonché una serie infinita di problemi sopraggiunti in fase di preparazione. Dall’altro, e soprattutto, una celebrazione dell’identità e dell’accettazione personale, un’intima analisi del processo di autoscoperta ed esposizione all’incertezza, ed un vibrante manifesto dedicato al potere del contatto umano. 

Questo significativo documentario, supportato da Hoka, Enervit, Coros e Vibram, e diretto da Damiano Levati, con la compartecipazione attiva in sede di editing, e non solo, di Puppi stesso, trova il proprio nucleo nel concetto di ‘controllo’ e nel paradosso secondo cui, anche all’interno di una carriera podistica su lunghe distanze, iper razionale per sua stessa essenza, incognite e lacune apparenti possano essere, quasi magicamente, colmate da una maggiore accettazione di sé e delle proprie fragilità, e dalla condivisione di esse. 

Proprio l’ultra runner italiano, secondo classificato alla Western States, illustra la trama, o meglio, le trame di questa produzione. Un viaggio cominciato nella desolazione di ripetuti, frustranti infortuni. Proseguito nell’insicurezza. E concluso nella piena consapevolezza simboleggiata dall’abbraccio, al traguardo della Placer High School di Auburn, con la compagna Gloria Giudici e il coach Tito Tiberti: autentici co-protagonisti del film. 

Ad accompagnare questa conversazione, le foto di Daniele Molineris. 

"One Step at the Time" Documentary
Francesco Puppi preparing for the Western States
Francesco Puppi preparing for the Western States
Francesco Puppi preparing for the Western States

Prima della Western States avevi tracciato un parallelo con la tua prima mezza maratona, corsa a tredici anni: in entrambi i casi parlavi d’ingressi in territori sconosciuti. Arrivato a questo punto della tua carriera, con così tanta esperienza sportiva alle spalle, come ha approcciato questa nuova sfida Francesco Puppi?

“Forse è proprio dalle situazioni di maggiore difficoltà che viene fuori veramente la persona che sei: come affronti i problemi, come affronti le decisioni. Questa è stata un’occasione, ancora una volta, per mettere un po’ in discussione i miei limiti, le mie incertezze, e per tornare ad essere un atleta, una persona che sta imparando a fare qualcosa di nuovo. Più nello specifico, le cose sono andate in maniera abbastanza diversa da come mi aspettavo, soprattutto perché sono arrivato alla Western States con una preparazione condizionata dall’infortunio al polso, dal recupero post operatorio e da una serie di contrattempi. Avevo decisamente meno certezze rispetto a quelle che mi garantisce, solitamente, la linearità che accompagna ogni mia preparazione ad una gara. Alla Western States arrivavo anche con un certo tipo di aspettativa attorno a me. Tante persone aspettavano un risultato. Anch’io, in parte. La domanda, per me, è diventata: quanto vuoi stare dentro quel tipo di narrazione e quanto, invece, provare ad essere semplicemente te stesso, lasciando andare un po’ le aspettative e facendo quello che puoi fare, proprio perché non tutto, questa volta, può essere in tuo controllo?”

 

Il tema del controllo è tornato spesso nelle nostre conversazioni passate: lo studio, la preparazione, l’analisi e il rapporto quasi scientifico con il tuo corpo sono tutte componenti essenziali del tuo modo d’intendere la corsa. In questo caso, molte di quelle certezze sono venute meno. Com’è mutata la tua idea di controllo in funzione della Western States e com’è cambiata durante la gara stessa?

“Ho dovuto ridefinirla. Durante la preparazione, ho avuto una lunga fase in cui il corpo sembrava non rispondere agli stimoli. Probabilmente era dovuto allo stress eccessivo tra il dover gestire il periodo post-operatorio e la necessità di allenarmi. Non volevo allenarmi soltanto per finire la gara, la mia prima 100 miglia: volevo gareggiare al livello che mi sono sempre aspettato da me stesso. Ad un certo punto, con il mio coach Tito Tiberti abbiamo deciso di abbassare un po’ le aspettative e di approcciarla, quasi, come un’esperienza: vedere cosa potevo trarne e prendere quello che arrivava lungo il percorso, senza pretendere la perfezione, ma accettando semplicemente le circostanze. Nei mesi che portavano alla Western States sono stato messo in grossa difficoltà non tanto dalla parte psicologica, che sono riuscito a gestire abbastanza bene, quanto da quella fisica. Per tanti giorni il corpo sembrava non venirmi dietro. Gli adattamenti sono arrivati, ma hanno richiesto tempo. Nella fase finale di preparazione, le cose hanno cominciato un po’ a collimare e ho iniziato ad acquisire fiducia nel fatto che, almeno, sarei potuto riuscire a finire la gara. Non tanto che potessi essere competitivo, in realtà. Ricordo anche uno scambio con Jim Walmsley, 4 volte vincitore della Western States e detentore del record fino a quest’ultima edizione. Ai primi di maggio gli ho detto: “Non credo di raggiungervi al camp in altura del team Hoka, perché per me non ha senso in questa situazione”. Stavo ancora finendo la fisioterapia e avevo veramente bisogno di concentrarmi su me stesso, sulla routine, sulle mie cose. Avevo bisogno di restare attaccato a una serie di certezze. Lui mi ha rassicurato. 

Venendo da distanze più corte, hai una certa struttura, una certa idea di come dovrebbero andare gli allenamenti e delle sensazioni che dovresti avere… Per preparare questa distanza, questo tipo di gara, devi abbandonare quei paradigmi: ovviamente non del tutto, ma in una certa misura. Lo scambio con Jim mi ha fatto capire che quello che stavo facendo, tutto sommato, andava abbastanza bene. Sebbene fosse difficile per me navigare in quella situazione, mi ha infuso fiducia. Anche se c’erano tanti dubbi, aveva senso andare avanti. Sono entrato in gara con questo approccio, con questa mentalità… e credo che, alla fine, mi abbia aiutato. Poi, nel momento in cui ti trovi ad andare meglio di quanto ti aspettassi, è chiaro che subentri una grossa carica. È diverso rispetto ad attenderti di essere in testa per poi trovarti quinto, magari in difficoltà. Non mi immaginavo una gara così tirata, senza un attimo di respiro in quasi quattordici ore. Uno pensa: “La prima metà posso gestirla, ci sarà spazio per lasciare passare i chilometri. Non sarà dura fin dall’inizio.” Invece la Western States è così e, proprio per questo, il controllo può arrivare fino a un certo punto…”

 

Arriviamo allora all’esito della gara: alla luce di quello che hai condiviso, un inatteso e significativo secondo posto. Alla fine di questo percorso, che senso ultimo ha assunto quel risultato?

“Alla fine, ho capito che non serve fare le cose in maniera perfetta. Nel caso di un atleta, significa allenarsi bene e avere soprattutto continuità nel lavoro, senza pretendere ogni volta quella linearità nella preparazione che, magari, ci si aspetta leggendo un manuale di atletica leggera. Quindi, si tratta semplicemente di accettare te stesso. Non dico di abbassare le aspettative, ma di accettare che le cose possano andare anche in modo differente da ciò che pensavi. Nelle prossime gare cercherò di avere più di fiducia in me stesso, anche quando le cose non saranno esattamente come me le immagino.”

Francesco Puppi preparing for the Western States
Francesco Puppi preparing for the Western States
Francesco Puppi at the Western States

Passiamo al titolo del film, ‘One Step at a Time’. Cosa racchiude per te questa frase e perché avete scelto proprio queste parole per raccontare l’epopea Western States?

“È una frase di Gloria, la mia compagna, che mi ha seguito e assistito durante la gara. Ha usato queste parole all’aid station di Foresthill, al 100esimo miglio. Ero in testa alla gara, ma appena sono entrato nell’aid station le ho detto: “Non so come fare. Non so come fare ad andare avanti”. Mancavano ancora 60 chilometri e la mia mente non riusciva a processare l’idea di poter continuare a quel ritmo. Lei mi ha risposto: “Come hai sempre fatto: un passo alla volta”. Nella sua semplicità, e quasi banalità, trovo sia una frase tremendamente efficace. Descrive proprio come, secondo me, dovremmo cercare di affrontare le sfide che lo sport e, un po’, la vita, ci mettono di fronte. Certo, non è un’idea particolarmente originale, ma assume il ruolo di nucleo perfetto per questo film, per l’intera esperienza Western States. Quelle parole, in quel momento, hanno dato significato alla gara, alla fatica, allo sforzo che stavo facendo e mi hanno aiutato semplicemente a continuare. Ovviamente, con il film non pretendiamo di insegnare nulla a nessuno, tantomeno d’inventare qualcosa. Credo però che in ogni contesto, in ogni esperienza, ci sia del valore quando certe cose si manifestano con tanta chiarezza e forza. Possono diventare un paradigma per altre persone: un modo per ricordarsi come si fa ad andare avanti.”

 

Nel tuo percorso recente, il contatto umano sembra aver assunto un ruolo sempre più rilevante. Come hai vissuto questa apertura verso gli altri e come la interpreti, oggi, guardandoti indietro?

“Hai individuato con precisione un, se non il, tema fondamentale del film: quello delle relazioni. Condividendo la preview del film, ho scritto esattamente questo: il film riguarda il percorso che ho fatto insieme a Tito, il mio allenatore, alla mia compagna Gloria e alle altre persone che mi sono state accanto… E riguarda la forza di questo tipo di condivisione, più che su come si corre la Western States sotto le 14 ore. È difficile per me usare parole che non risultino banali o dei cliché, però negli ultimi anni mi sono reso conto di quanto appoggiarsi ad altre persone, chiedere aiuto, condividere le proprie emozioni e mostrarsi vulnerabili non sia affatto un segno di debolezza. In una certa misura, è il segnale della volontà di andare alla radice di certi problemi. È un processo che richiede anche tanto coraggio. E credo che, in questo processo, si trovi la nostra vera forza interiore: una forza che poi si riflette in ciò che facciamo. Dopo, certo, si tratta di correre. Quando le persone mi chiedono cosa conti nell’ultra running, rispondo che, per iniziare le gare, contano le gambe. Però, dipende molto dal tuo stato mentale ed emotivo quanto di quel potenziale sarai, effettivamente, in grado di utilizzare. E questo può essere aiutato tantissimo dalle persone che ti circondano, specialmente quando sono in grado di capirti come persona, di supportarti e di mettersi nei tuoi panni.”

 

Quanto è stato complesso farti riprendere nei momenti di dubbio e, allo stesso tempo, continuare a vivere la preparazione prima, la gara poi, senza percepire la presenza di un film che si stava costruendo intorno a te?

“Penso che il livello di confidenza e il rapporto di amicizia che ho sviluppato con Damiano Levati, il regista del film, siano stati molto importanti. Di fatto, Damiano è entrato molto nella mia quotidianità e nella mia intimità, nei miei momenti di down, di dubbio, di difficoltà... Per me è stato fondamentale avere al mio fianco una persona in cui potessi riporre fiducia, da cui non mi sentissi giudicato e con cui potessi semplicemente essere me stesso. Mai pensato che stessimo facendo delle riprese per un film o che stessi recitando un ruolo. Niente di tutto questo. Non avevamo una trama: abbiamo cercato di raccontare, giorno per giorno e settimana per settimana, quello che questa preparazione ha comportato per me e, poi, il giorno della gara. Aver lavorato con Damiano Levati e con Daniele Molineris, che ha curato la parte fotografica, è stato importante e significativo proprio per queste ragioni.”

Francesco Puppi
Francesco Puppi at the Western States

Rivedendo il film nella sua interezza e sul grande schermo, ci sono stati momenti che ti hanno colpito in maniera particolare, per la bellezza delle immagini o per la profondità di ciò che stavano raccontando?

“Ce ne sono stati molti. Anche perché sul film ho lavorato in prima persona dal punto di vista dell’editing, dei sottotitoli e di tante altre cose… Ad un certo punto, è subentrata quasi una disaffezione nei suoi confronti, però, nonostante questo, vedere il suo esito finale insieme a tante persone ha fatto una grande differenza e mi ha genuinamente emozionato. C’è una parte, quasi sul finale, in cui dico che per tanto tempo ho usato il fatto di non sentirmi mai abbastanza come motivazione per impegnarmi di più, migliorare, lavorare duramente… Il vero cambiamento avvenuto negli ultimi anni è stato accettare che, in certe situazioni, soprattutto in quelle più difficili, ci sta cercare, semplicemente, di fare del mio meglio. E che, certe volte, riesco a fare delle cose per cui posso dirmi “bravo”. Momenti in cui posso dare effettivo valore a me stesso: cosa, questa, che per me è sempre stata difficile. Sono un po’ insicuro, ho tanti dubbi. Per questo, porre tutto questo in relazione con le persone che mi vogliono bene, che erano lì, che mi hanno supportato e che mi hanno permesso di concludere quella gara, significa tanto. Sentire quel supporto e quell’amore incondizionato nei miei confronti è stato molto potente, perché per tanto tempo ho pensato di non meritarlo. Tuttora faccio un po’ fatica a dire: “Me lo merito”. È sempre difficile. Però, piano piano, sto riuscendo a risolvere questa tensione dentro di me.”

 

Hai menzionato il tuo coinvolgimento nell’editing, nella scrittura dei sottotitoli e, più in generale, nella costruzione del film. Nei diversi focus editoriali che abbiamo sviluppato insieme negli ultimi anni, al percorso dell’atleta si è progressivamente affiancata una dimensione narrativa sempre più consapevole. Quanto hai inciso sulla struttura di ‘One Step at a Time’ e cosa ha significato, per te, partecipare attivamente alla produzione di un film?

“C’è tantissimo lavoro dietro un documentario di un’ora. Le clip che, effettivamente, vanno a comporre il prodotto finale sono, penso, un 3% del girato. Sei costantemente di fronte a un’infinità di decisioni: cosa mettere, cosa non mettere, le scelte narrative, la musica, i colori, quale struttura dare alla trama. Una storia può essere raccontata in modi diversissimi. Io queste decisioni le ho affrontate insieme a Damiano. Tante volte lui lavorava operativamente all’editing e io davo dei feedback. Ho partecipato attivamente a questo processo e molte delle scelte narrative che abbiamo fatto sono decisioni comuni. Mi è piaciuto. Forse è un modo poco convenzionale di lavorare su un progetto simile, ma tenevo ad essere coinvolto nel processo narrativo, con tutti i limiti che questo avrebbe comportato, perché ovviamente non sono un filmmaker. Però questa cosa è nostra e, proprio per questo, sono contento di quello che è venuto fuori.”

 

Ti è mai capitato, durante i mesi di girato, di vivere singoli momenti attraverso il filtro dell’editor anziché quello dell’atleta?

“Come editor devi cercare di disaffezionarti al prodotto, di pensarlo quasi come se non fosse un film su di te, come se stessi raccontando un altro personaggio. È difficile, perché chiaramente sei coinvolto in prima persona e la cosa ti carica parecchio, specie dal punto di vista emotivo. Però, devi cercare di estraniarti. Come atleta, riguardando il film mi sono trovato tante volte combattuto. Anche quando comunico via social mi trovo davanti ad un’eterna indecisione: per gli addetti ai lavori, per gli atleti, per le persone che corrono molto seriamente, alcune cose possono sembrare quasi delle banalità. Non appena allarghi un po’ la prospettiva al pubblico più ampio, però, ti rendi conto che non è così. Sta di fatto che, nel film, ho messo semplicemente quello che mi piaceva e che ritenevo significativo, prima di tutto, per me stesso. Spero che venga apprezzato da chi lo guarda. Anche in questo caso, non lo nego, ho cercato di sgonfiare un po’ le aspettative, di lasciarle andare...”

Francesco Puppi at the Western States
Francesco Puppi at the Western States
Francesco Puppi at the Western States

Allargando questa riflessione oltre il film, cosa può rappresentare per la community trail, ultra e, più in generale, per l’immaginario sportivo italiano e internazionale, dimostrare che un atleta possa incidere attivamente anche su un piano narrativo e creativo, facendolo con competenza e attenzione?

“È un pensiero che, chiaramente, mi mette un po’ in difficoltà, perché faccio fatica a pensare di essere un’ispirazione, un modello o un riferimento per qualcuno. So che, per il ruolo che ho, in una certa misura lo sono e ci sono anche dei risultati che avvalorano ciò. Uno dei messaggi che vorrei venisse colto dal film, e che credo emerga bene, è l’importanza di essere sé stessi e di non lasciarsi definire o incasellare dai confini che le altre persone e, più in generale, la società immaginano per noi e per il nostro ‘ruolo’. Per tanto tempo la figura dell’atleta professionista è stata confinata all’interno di binari abbastanza precisi. Adesso, per fortuna, questi confini stanno sempre più sfumando. È importante che gli atleti possano dare spazio alle diverse forme della propria identità, non soltanto al loro essere atleti. Se, sotto questo punto di vista, il film può essere d’ispirazione per altre persone, sono molto contento. Ma, sia chiaro, vanno benissimo anche tutti coloro che si limitano a correre, ricercando la performance: il mio rispetto nei loro confronti è assoluto.”

 

Da una parte l’affrontare il territorio sconosciuto della Western States; dall’altra il decidere di raccontarti con questa profondità, mettendoti in prima persona dentro un progetto così complesso... Per quelle delle due cose hai dovuto trovare più coraggio?

“Sono due difficoltà che valuto su livelli diversi. La prima è più sul piano sportivo, anche se, chiaramente, c’è una grossa componente emotiva e mentale. Però, è qualcosa che sai di aver costruito attraverso la preparazione e l’allenamento. Nel film, la mia compagna e il mio allenatore continuano a riportarmi al motivo per cui avevamo scelto di essere lì. Nei momenti di difficoltà, la tua mente non ragiona in maniera lineare e hai bisogno di qualcuno che ti riporti alla razionalità, che ti ricordi che, in realtà, stai affrontando esattamente la cosa per cui ti sei preparato tantissimo. Per me questo è stato fondamentale ed è un altro dei motivi per cui avere quelle persone al mio fianco è stato così importante. 

L’altro tema è quanto sia stato difficile, e quanto coraggio abbia richiesto, raccontare tutto questo percorso con profondità. Anche in questo caso, per me, si tratta di una preparazione iniziata molto prima, con il lavoro fatto insieme alla mia psicologa dello sport: un percorso che mi ha portato a conoscere meglio me stesso, ad accettare alcune parti della mia identità e a mettere da parte quel senso di vergogna che, tante volte, proviamo nei confronti di certe cose che ci portiamo dentro. Piano piano, nel tempo, con un po’ di fatica, un po’ di coraggio, tanti errori e qualche piccolo passo indietro, scopri sempre più della persona che sei. La accetti e riesci addirittura a raccontarla, a condividerla con gli altri. Ti viene sempre più spontaneo e genera sempre meno quel senso di vergogna che tante volte ci blocca: quella paura di deludere, per l’appunto, delle aspettative.”

Francesco Puppi at the Western States

Diving towards perfection | Rhiannan Iffland

10 titoli Red Bull Cliff Diving World Series in 10 stagioni. Se nel regno dei tuffi il concetto di perfezione risulta essere utopia, l’australiana Rhiannan Iffland è l’essere umano che più ad esso si avvicina. La tappa di Polignano ha celebrato la sua grandezza con l’ennesimo King Kahekili Trophy, una grandezza che abbiamo provato a ritrarre e comprendere

Mana e Pono. Potenza ed equilibrio. Viaggiando a ritroso fino alle origini del cliff diving, la lancetta temporale indica il 18º secolo, quella geografica le coste hawaiane, quella umana il re a cui oggi è dedicato il trofeo massimo del circuito Red Bull votato a questa disciplina: King Kahekili. A distanza di secoli, della pratica del Lele Kawa, all’epoca prova di valore sostenuta dai guerrieri apicali del Regno di Maui, si è persa la componente rituale, ma è rimasta l’essenza ultima. 

Mana e Pono. Potenza ed equilibrio. Attorno a queste matrici, all’apparenza così discordanti tra loro, continua a gravitare un ludus, inteso nell'accezione più antropologica del termine, divenuto, nel corso del tempo, sport in grado di meravigliare occhi ad ogni latitudine del globo. Un’eredità culturale, quella impressa nella storia da King Kahekili, che ha trovato la più degna custode contemporanea ad oceani e continenti di distanza. Nello specifico, nella figura dell’australiana Rhiannan Iffland.

10 titoli Red Bull Cliff Diving World Series in 10 stagioni. 48 vittorie di tappa complessive. Bastano queste statistiche a descrivere la grandezza di un’atleta che della propria disciplina ha fatto materia temuta e profondamente studiata prima, arte atletica-performativa votata alla costante ricerca della perfezione, per quanto utopica, poi. Un flusso d’onnipotenza lungo 10 anni e racchiuso negli stessi paradigmi professati da King Kahekili. Mana e Pono. Potenza ed equilibrio.

L’ennesimo gradino più alto del podio stagionale, ufficializzato durante l’ultima fermata della Red Bull Cliff Diving World Series in quel di Polignano a Mare, ha permesso di comprendere cosa voglia dire, nella vita di Rhiannan Iffland, tuffarsi verso la perfezione. E verso il futuro di un’arte sportiva che l’ha resa regina. 

Rhiannan Iffland with the Red Bull Cliff Diving World Series title in Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Rhiannan Iffland

Hai iniziato a tuffarti a nove anni, eppure hai raccontato più volte di esserti paralizzata proprio davanti al tuo primo tuffo. Ancora oggi sostieni che una forma di paura continui ad accompagnarti ogni volta che sali sulla piattaforma. Ripensando a quell’origine e alla persistenza di un’emozione che, in fondo, non ti ha mai realmente abbandonata, come è emersa e si è affermata una delle più grandi high diver nella storia della disciplina?

“Con enorme difficoltà, moltissimo lavoro e una grande perseveranza. Mi tuffo da quando avevo nove anni e credo che, con il tempo, certe sensazioni, specie la paura, finiscano per diventare parte di te. La paura è parte integrante di ciò che faccio. Mi sono letteralmente innamorata del cliff diving. Per questa specialità ho sviluppato una passione molto più intensa di quella che, da bambina, provavo per i tuffi olimpici e tradizionali. Il cliff diving regala un senso di libertà molto profondo e credo che proprio questo abbia contribuito alla mia affermazione, perché ho sempre continuato a inseguire quel tipo di sensazione: la libertà, la possibilità di fare qualcosa che amavo, il superamento delle difficoltà, il presentarmi ogni giorno, sapendo di avere davanti a me qualcosa verso cui tendere... Ho sviluppato una sorta di dipendenza da quella sensazione. Ho continuato a lasciarmi trasportare da quell’onda di fiducia, attraversando, inevitabilmente, anche le oscillazioni che comportava. Poi, quando ho cominciato a vincere e ho raggiunto il vertice del mio sport, quella dipendenza ha assunto una forma diversa. Ha smesso di riguardare solamente la percezione di libertà: sono diventata dipendente dalla sensazione di essere realmente molto brava in qualcosa. È una spinta che nasce dall’interno e ti porta a continuare a superare i tuoi limiti. Amo ogni aspetto di questo sport. A volte detesto la paura. A volte detesto trovarmi in condizioni climatiche o ambientali di profondo disagio. Ma quando riesci a gestirle e superarle, emerge una sensazione potentissima: il sentirti pienamente viva… E questo ti induce a tornare su quella piattaforma.”

 

C’è chi considera il tuffo perfetto un’utopia. Nel tuo caso, tuttavia, la perfezione sembra assumere una consistenza tangibile, come testimonia una successione straordinaria di record e traguardi. Che significato attribuisci all’idea di perfezione? E in che modo la ricerca stessa della perfezione dialoga con una disciplina come l’high diving?

“La perfezione è estremamente difficile da raggiungere in uno sport dal contenuto tecnico così elevato. Se considero il singolo tuffo, credo di aver raggiunto la perfezione una sola volta e di essermi avvicinata, forse, in altre due occasioni. Per me la perfezione ha a che fare con la costanza, ma presuppone anche la comprensione del fatto che non tutto possa riuscire perfettamente. Credo che accettare questo tipo di lettura della realtà contribuisca alla ricerca stessa della perfezione. Affinché qualcosa possa dirsi perfetto, ogni elemento deve coincidere, deve collimare. Questo vale ancora di più in uno sport in cui un tuffo si consuma nell’arco di, appena, due secondi: in una frazione temporale così ridotta, moltissimi fattori devono convergere nella direzione corretta. Questo processo deve accadere sia sul piano fisico, che su quello mentale… Persino le condizioni esterne, vedi quelle climatiche, devono essere favorevoli. È proprio la necessità di questa convergenza simultanea di fattori a rendere la perfezione così difficile da raggiungere.”

Rhiannan Iffland
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Rhiannan Iffland

Crediamo fermamente che ogni sport sia, a proprio modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante una performance, ti capita mai di percepirti come artista, oltre che come atleta?

“I tuffi possiedono una forte componente artistica intrinseca. Per dirlo, mi basta riflettere sulla quantità di tempo che ho trascorso cercando di rendere elegante un tuffo, facendo in modo che ogni linea e ogni posizione fossero esatte, dalla punta delle dita delle mani fino a quella dei piedi… Ricordo, quando ero più giovane, i miei allenatori che continuavano a puntualizzare: ‘No, le dita sono fuori posizione. Devono stare esattamente così.’ Se penso ai tuffi come forma d’arte, mi concentro innanzitutto sullo stile e sulla grazia, ma non mi soffermo solo su questi lati della disciplina. Penso anche al flusso e al ritmo del tuffo, al passaggio tra precise posizioni e forme, e alla capacità di rendere impercettibile la transizione tra loro. È qualcosa di davvero bello. Poi, trasferisci tutti questi elementi all’interno di uno scenario straordinario come, per esempio, Polignano e osservi quelle immagini prendere vita attraverso medium come video e fotografia. Quando ogni elemento riesce ad allinearsi, si genera un momento artistico di enorme fascino. Se riesci ad accantonare la paura, credo esistano momenti in cui puoi effettivamente sentirti un’artista, anche se nei tuffi più complessi diventa più complesso. Quando esegui, per esempio, un single flying somersault, mentre sei in volo riesci realmente a percepire l’aspetto del tuo corpo nello spazio. Puoi modificarne l’assetto e pensare: “Ecco, così è più bello”. Quindi sì, credo di potermi sentire un’artista. Semplicemente, prima di questa conversazione mai avevo pensato a me stessa in questi termini.”

 

La Red Bull Cliff Diving World Series continua a offrirti la possibilità di esprimere il tuo talento all’interno di scenari straordinari, come Polignano. Cosa provi nel preparare ed eseguire un tuffo in contesti di questo genere? E, considerando che l’high diving ti ha condotta in luoghi che, forse, non avresti mai avuto modo d’esplorare, che valore attribuisci a questo lato della disciplina?

“È un privilegio, un qualcosa di davvero speciale. Credo che molti atleti provino la stessa sensazione. È anche uno dei motivi che ci spingono a continuare. Raggiungiamo destinazioni incredibili e abbiamo la possibilità d’immergerci in moltissime culture differenti. Allo stesso tempo, costruiamo amicizie con persone provenienti da ogni parte del mondo e arriviamo a conoscere persone e luoghi con una profondità rara. Viaggiando per conto proprio, sarebbe difficile raggiungere lo stesso grado di conoscenza di un singolo posto. Tutto questo è diventato parte integrante della mia vita. Oggi ho 35 anni e viaggio da quando ne avevo 21, ovvero da quando ho iniziato a farlo attraverso i tuffi. Quando mi volto indietro, penso: ‘Wow, che decennio straordinario’. La versione più giovane di me avrebbe potuto soltanto sognare di vedere tutti questi luoghi. È bellissimo, ed è certamente anche una delle ragioni che continuano a tenermi connessa a questo sport.”

Rhiannan Iffland

Dopo dieci titoli consecutivi nelle World Series e 48 vittorie di tappa, cosa continua a farti tornare sulla piattaforma? E, giunta a questo punto della tua carriera, che tipo di rapporto hai maturato con la disciplina di cui sei diventata la regina indiscussa? 

“Su questo tema ammetto di essere un po’ vulnerabile. Ho appena conquistato il mio decimo titolo nelle World Series e, dopo quella gara, ho dovuto fare i conti con alcuni problemi fisici. In questo momento, quindi, mi trovo in una condizione piuttosto insolita. Ovviamente amo ciò che faccio, ma quando raggiungi un traguardo del genere vivi un picco emotivo enorme, e subito dopo devi imparare ad attraversare tutte le emozioni e le oscillazioni che ne conseguono. In un certo senso, la tappa di Polignano è stata come un giro d’onore, ma è stato strano non avvertire la pressione usuale. Per me, paradossalmente, questo tipo di condizione rende lo sport ancora più spaventoso. Quando gareggi sotto pressione, possiedi una certezza: questo è il tuo momento, questo è l’istante in cui devi eseguire il tuffo e devi eseguirlo bene. Quando quella pressione viene meno, avverto una libertà maggiore, ma allo stesso tempo trovo più difficile competere e raggiungere la medesima disposizione mentale. Quanto al futuro, non ho alcuna intenzione di appendere il costume al chiodo. Assolutamente. Uno degli aspetti più interessanti del mio percorso è l’aver attraversato diverse generazioni di questo sport. Ho osservato la sua crescita, soprattutto nella sua dimensione femminile. Ho visto la direzione che ha intrapreso e continuo tuttora ad assistere alla sua evoluzione. Credo di essere stata una delle pioniere di questo processo e voglio vedere dove ci condurrà. Penso che il prossimo obiettivo sia proprio questo: continuare a far progredire la disciplina e, contemporaneamente, cercare di tenere il passo con le più giovani. In uno sport come questo, emerge sempre qualcosa di nuovo da scoprire, qualcosa in grado di motivarti e alimentare il tuo entusiasmo.”

 

Come hai sottolineato, negli ultimi anni il movimento femminile dell’high diving è cresciuto considerevolmente, anche e soprattutto grazie ad un circuito come la Red Bull Cliff Diving World Series. Cosa vorresti trasmettere alle generazioni future di high diver?

“Ci sono diverse cose che vorrei dire. Per esempio: trovate la passione in ciò che fate, perché questo è uno sport che fa paura e, senza una passione autentica, diventa molto difficile affrontarlo. Direi anche di non proiettare lo sguardo troppo lontano, nel futuro, perché non puoi mai sapere dove potrebbe condurti la prossima porta che si apre. È importante avere un grande obiettivo, ma bisogna anche concentrarsi su ciò che si trova immediatamente davanti a noi; il rischio, altrimenti, è quello di non accorgersi di qualcosa di luminoso incontrato lungo il cammino.”

Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare

A Tender Gaze | Henry Lamine Diagne

Il soffice e delicato sguardo di Henry Lamine Diagne riesce a dirigerci verso un altrove sportivo dove atleti e comunità vengono ritratti in profondità. Uno spazio visuale in cui la spettacolarizzazione del gesto lascia spazio alla vulnerabilità dell’identità umana e all'attaccamento al sistema culturale a cui appartiene

Per questo giovane fotografo nato in Svizzera e cresciuto tra Parigi ed il Senegal, fotografare un atleta significa, innanzitutto, sottrarlo alla sola dimensione performativa. Grazie all’utilizzo del ritratto e ad un passato nel mondo della moda, Henry umanizza i soggetti sportivi. Figure statuarie e iconiche lasciano spazio a esseri umani attraverso cui osservare specifiche culture e le loro peculiarità da un punto di vista privilegiato. Attraverso i gesti, i rituali, gli ambienti che li circondano e le comunità a cui appartengono, nei suoi scatti i soggetti riescono a raccontare qualcosa che eccede il risultato, divenendo, per l'appunto, narrazione più ampia e stratificata.

È proprio questa consapevolezza a definire gran parte della pratica fotografica di Henry Lamine Diagne. Il ritratto incontra il documentario; la fotografia editoriale assimila l’imprevedibilità dell’osservazione; la moda entra nel contesto sportivo senza trasformarlo in frivola superficie estetica. Il suo metodo procede così attraverso un’alternanza costante tra costruzione e osservazione. Ciò che conta è che l’immagine restituisca qualcosa di autenticamente umano, che possa essere riconosciuto anche da chi non ha mai praticato direttamente una disciplina. La sua fotografia diventa allora esercizio di prossimità e di reinterpretazione.

Prima ancora dello sport o della moda, cosa ha educato il tuo sguardo? È stata la fotografia stessa, il cinema, la strada, la tua famiglia, la musica, oppure le città in cui hai vissuto? E in che modo la fotografia è entrata a far parte della tua vita?

“Sono cresciuto in Svizzera. Mia madre è nata lì, mentre mio padre viene dal Senegal e, per via del suo lavoro, quando io e mio fratello eravamo piccoli abbiamo viaggiato moltissimo. Mia madre ha sempre voluto farci sperimentare diverse forme d’arte, prestando grande interesse a questa dimensione: ci portava nei musei, alle mostre, e aveva quasi sempre con sé una piccola Nikon F100, analogica. Credo sia stato proprio quello il primo elemento capace di suscitare in me una curiosità nei confronti della fotografia. Prendevo la sua macchina fotografica e facevo foto prima a mio fratello, più tardi a qualsiasi cosa attirasse la mia attenzione. Fotografavo il mio quartiere, la mia famiglia e le persone che ci circondavano. Ripensandoci oggi, credo che tutto sia cominciato proprio così.

Ho ricevuto la mia prima macchina fotografica intorno ai tredici anni. In seguito ho frequentato una scuola di fotografia in Svizzera, terminando quando avevo circa diciannove anni. A quel punto sapevo di voler esplorare il mondo della moda, così mi sono trasferito a Parigi. Nella mia testa, Parigi rappresentava il Real Madrid della moda. Pensavo che, se fossi riuscito ad affermarmi in quel contesto, avrei potuto farcela ovunque. E se non avesse funzionato, avrei sempre potuto tornare altrove o dedicarmi a un altro ambito. Per me rappresentava il livello più alto possibile. Avevo ben poca consapevolezza di ciò a cui stavo andando incontro, nonostante i dubbi, però, volevo farlo. Potevo riuscirci. Ho iniziato a lavorare come assistente alle luci e, in pochissimo tempo, mi sono state offerte un’incredibile quantità di opportunità. In Svizzera avevo ricevuto una formazione estremamente rigorosa riguardo le luci. La cultura del lavoro combaciava con un forte senso di disciplina: arrivavi puntuale, rimanevi concentrato, dovevi essere preciso e costante. Questo mi ha aiutato enormemente una volta arrivato in Francia, dove l’atmosfera poteva essere, a volte, leggermente più rilassata. Io, invece, arrivavo sul set con la mentalità di chi voleva fare ogni cosa nel modo più corretto possibile. Poco dopo ho iniziato a viaggiare insieme ad alcuni fotografi, imparando il mestiere lavorando nell'ombra. Quell’esperienza mi ha anche permesso di comprendere che la fotografia era, a tutti gli effetti, una vera industria. Fino ad allora, molti dei miei insegnanti mi avevano avvertito che si trattava di una professione estremamente difficile e che non esisteva alcuna garanzia per una carriera. Quando, però, ho cominciato a lavorare con fotografi già affermati, occupandomi dell’illuminazione dei loro set, mi sono reso conto che molti di loro ce l’avevano fatta.

Desideravo anch’io quel tipo di vita, non perché avessi mai sognato di diventare ricco, ma perché la stabilità economica poteva offrirmi una certa forma di libertà. Poteva consentirmi di viaggiare, di spostarmi, di realizzare i miei progetti personali. Sono tutte cose profondamente connesse tra loro. Ho iniziato, quindi, a pensare che forse avrei potuto utilizzare quella libertà per dedicarmi anche ad altri progetti, che avessero per me un significato particolare. Poi è arrivato il Covid. All’epoca lavoravo ancora come assistente alle luci e, una volta superato quel periodo, ho sentito il bisogno di mettermi alla prova. Quell’interruzione mi ha offerto l’occasione di azzerare tutto, di chiedermi che cosa volessi realmente fare e, soprattutto, quale tipo di fotografie desiderassi creare. Così, dopo quel momento, ho sostanzialmente ricominciato da capo la mia carriera: questa volta, però, come fotografo.

La moda è stata naturalmente il primo ambito in cui sono entrato, perché possedevo già contatti e relazioni all’interno di quel mondo. Ma la domanda più interessante è diventata un’altra: ora che sono io il fotografo, cosa voglio realmente dire? Sono andato in Senegal e ho cominciato a fotografare degli amici. Alcuni di loro erano lottatori, e la lotta occupa un posto enorme nella cultura senegalese. Ho iniziato a ritrarli e, attraverso loro, ho conosciuto anche diversi 'marabouts', figure che incarnano la dimensione spirituale che circonda questa disciplina in quel Paese. Ho trascorso del tempo in Senegal e, improvvisamente, mi sono reso conto di quanto fosse interessante fotografare un atleta non semplicemente in quanto tale, ma come punto d’accesso a un’intera cultura. In questo modo, lo sport diventa uno strumento attraverso cui raggiungere qualcosa di più profondo. Senza averlo inizialmente programmato, mi sono ritrovato a fotografare una dimensione spirituale estremamente significativa della mia stessa cultura. Era un universo al quale, fino ad allora, non avevo avuto realmente accesso.”

 

Lo sport ha sempre fatto parte della tua vita, oppure è diventato uno dei tuoi interessi soltanto strada facendo? E quando hai iniziato a considerarlo come soggetto fotografico?

“Ho sicuramente ereditato da mio padre l’amore per il calcio. Giocavamo molto e lo sport portava con sé una mentalità fortemente competitiva. I miei primi ricordi sono legati proprio a quest'idea: voler essere migliore di quanto fossi stato il giorno precedente, cercare di migliorare ogni volta che mettevo piede in campo. Mio padre veniva a vedere me e mio fratello giocare. Per molto tempo, lo sport è diventato una delle principali forme attraverso cui riuscire ad esprimere me stesso. Ma in quella fase non c’era nulla di particolarmente culturale o intellettuale nel mio rapporto con lo sport. Semplicemente, lo amavo.

Crescendo in Svizzera, avevamo accesso a moltissime discipline differenti. Ho giocato a tennis, ho corso, sono andato in bicicletta e ho provato ogni genere di attività. Lo sport era semplicemente ovunque durante la mia infanzia. La cosa interessante, tuttavia, è che inizialmente nulla di tutto questo era collegato alla fotografia. Quando ho cominciato a scattare, non mi è mai passato per la mente che un giorno avrei potuto fotografare degli atleti. In questo senso, sono arrivato al soggetto sportivo proprio attraverso la moda.”

Il tuo sguardo sembra spesso attratto da ciò che si trova in una condizione di lieve sospensione. Cosa ti interessa di questi momenti intermedi?

“Fin dall’inizio ho voluto evitare la spettacolarità. Ho la sensazione che una parte considerevole della fotografia sportiva si concentri sui momenti spettacolari e sulle azioni eccezionali, mentre io sono sempre stato molto più interessato ad avvicinarmi agli atleti attraverso il mezzo del ritratto, cercando di svelarne sensibilità, dubbi, vulnerabilità e incertezze. Sono dimensioni dell’atleta che, a mio avviso, rimangono relativamente assenti dalla cultura sportiva mainstream. Spesso si tende a rappresentare gli sportivi come figure quasi sovrumane, quando in realtà sono esseri umani infinitamente complessi. Io mi avvicino agli atleti prima di tutto in quanto esseri umani, per l'appunto. E sono costantemente alla ricerca di quei momenti intermedi. Nello sport è vero che a volte si vince e altre si perde, ma tra questi due esiti esiste un territorio emotivo sconfinato. Accadono moltissime cose prima di una vittoria o dopo una sconfitta, e credo che questo spazio intermedio venga ancora mostrato troppo raramente o, quantomeno, non sempre nel modo in cui personalmente vorrei vederlo comparire.”

 

Ad Athleta Magazine trattiamo lo sport come linguaggio culturale e artistico. Cosa ti ha portato ad osservare l'immaginario sportivo attraverso la medesima lente?

“Quando ho deciso di voler diventare fotografo, improvvisamente ho dovuto iniziare a interrogarmi su chi fossi, ma anche sul modo in cui gli altri mi percepivano. Quando ho fotografato i lottatori in Senegal, ho capito che gli atleti potevano rappresentare anche figure culturali. Credo sia stata probabilmente quella la prima volta in cui ho realmente compreso lo sport in questi termini. Fino a quel momento avevo lavorato soprattutto a editoriali e campagne. 

Ho iniziato a produrre fotografie per me stesso, quindi come lavoro personale e non per un cliente, ripensando completamente al mio modo di avvicinarmi alla costruzione dell’immagine. Quando lavori a livello commerciale, come creativo, sei sempre consapevole dei diversi elementi che un brand necessita o si aspetta di ritrovare all’interno di una fotografia. Esistono determinate esigenze di cui, inevitabilmente, devi tenere conto. Quando invece crei qualcosa per te stesso, non c’è più un brand a dirti che cosa debba essere presente nell’immagine. Devi decidere autonomamente cosa conta, cosa desideri conservare e cosa vuoi realmente che la fotografia comunichi. Credo che questo processo mi abbia costretto a pensare in maniera molto più profonda e indipendente. Poi, attraverso il progetto sulla lotta, ho compreso che lo sport poteva trasformarsi in un’apertura verso qualcosa di molto più ampio rispetto all’azione in sé.”

Lo sport viene spesso fotografato per esaltare velocità, spettacolo e vittoria. Il tuo universo visivo appare invece più intimo, carico d'atmosfera, maggiormente attento alla presenza umana in quanto tale. Cosa ritieni sia ancora poco fotografato nello sport e quali emozioni cerchi di evocare attraverso la tua fotografia sportiva?

“Attraverso lo sport è possibile comunicare un’emozione, e l’emozione è qualcosa in cui le persone possono riconoscersi indipendentemente dal fatto che siano o meno degli atleti. Quando guardo una fotografia che ho realizzato, spero che riesca a restituirmi una determinata sensazione. Qualunque sia quell’emozione, desidero che chi osserva l’immagine possa riconoscervi qualcosa della propria esperienza. Se la fotografia contiene tristezza, per esempio, voglio che lo spettatore riesca a percepirla. Non è necessario essere atleti per potersi riconoscere in alcuni sentimenti. Per me si tratta soprattutto di creare le condizioni affinché un’emozione possa emergere, per poi lasciare che ciascuno la accolga a suo modo.

Quando mi avvicino ad un atleta, gli chiedo spesso se ricorda un momento in cui ha percepito una particolare emozione per provare a riportare quella sensazione davanti alla macchina fotografica. A volte funziona, altre no. Se non funziona, posso semplicemente lasciare che continui a fare ciò che stava facendo e, in quel momento, diventare quasi un fotografo documentarista, osservando invece di dirigere. Poi, in un altro momento, posso rendermi conto che una determinata composizione possiede una grande forza visiva e chiedergli di ripetere un passo, di assumere una certa posizione, oppure di muoversi in maniera leggermente differente. Improvvisamente, il processo si avvicina molto di più a quello di un editoriale di moda. Mi piace muovermi tra queste differenti modalità di costruzione dell’immagine e comprendere ciò che ciascuna di esse può apportare alla fotografia. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, ciò che realizzo rimane un ritratto dell’atleta, perché desidero rivelare qualcosa del suo atteggiamento e del suo carattere. Per questo motivo, di solito dedico del tempo a comprendere la persona che si trova davanti alla mia macchina fotografica. Cerco di aiutarla a portare all’interno dell’immagine qualcosa di intimo, qualcosa che abbia realmente vissuto. Gli atleti attraversano queste emozioni con un’intensità straordinaria e, proprio per questo, spesso comprendono piuttosto rapidamente ciò che sto chiedendo loro. Forse richiede un po’ più di tempo, ma il continuo passaggio dal linguaggio della fotografia editoriale a quello della fotografia documentaria è qualcosa che trovo incredibilmente stimolante.”

 

Avendo lavorato nel mondo della moda, come consideri il contatto tra questo mondo e gli atleti? E come interpreti la presenza fisica degli atleti stessi?

“Credo che ogni atleta possieda una propria personalità. Anche il modo in cui pratica il proprio sport è, in una certa misura, il modo in cui sceglie di presentarsi al mondo. L’abbigliamento rappresenta soltanto la componente più visibile nell'immediato di questa identità. Ogni volta che fotografi un atleta, inevitabilmente stai fotografando contemporaneamente moda, movimento e tensione. Nella mia mente, questi elementi sono sempre stati profondamente interconnessi. Non sento realmente il bisogno di scegliere. In uno stesso progetto, per esempio, può capitare d'incontrare un ritratto estremamente classico e, subito dopo, imbattersi in un’immagine molto più esplicitamente legata alla moda. Trovo estremamente stimolante muovermi tra questi territori differenti e reinventare continuamente le relazioni che possono instaurarsi tra loro.”

Consideri fashion e sport come linguaggi distinti, oppure come due espressioni affini e compenetranti, specie in riferimento alla tua ricerca visiva?

“Parlo ancora più in generale: oggi l’immagine ha progressivamente oltrepassato le proprie categorie tradizionali. Universi visivi differenti stanno iniziando a sovrapporsi e ad entrare in relazione tra loro. Trovo tutto questo incredibilmente entusiasmante. Se rimanessero completamente separati, credo che finirebbero inevitabilmente per diventare ripetitivi. Mi piace moltissimo osservare questi mondi fondersi. Quando vedi qualcuno come Kylian Mbappé diventare ambassador di Dior, capisci che si tratta di qualcosa di significativo. Oggi gli atleti sono evidentemente figure dotate di un’influenza enorme ma, al di là di questo, incarnano anche determinati valori e significati culturali. Trovo affascinante questa convergenza tra sport e moda, perché genera un’ulteriore chiave attraverso cui leggere il mondo contemporaneo. Un linguaggio visivo penetra nell’altro e, proprio attraverso questo incontro, entrambi possono produrre qualcosa di nuovo.”

 

Il tuo lavoro sembra spesso attraversare città, comunità e differenti culture. Quanto sono importanti la geografia e la cultura locale nella tua fotografia? E in che modo i diversi luoghi hanno plasmato il tuo modo di guardare lo sport e di fotografarlo?

“Per me, viaggiare significa essere costretto ogni volta a riconsiderare ciò che mi circonda, e trovo che in questo ci sia qualcosa di estremamente bello. Arrivi in un luogo, devi imparare a leggere un nuovo ambiente, comprenderne il funzionamento e, successivamente, provare a tradurre in fotografia ciò che hai appreso. Probabilmente è proprio questo processo uno dei motivi per cui amo così tanto viaggiare. Se vado in Turchia per fotografare un atleta, per esempio, possono servirmi una o due settimane soltanto per iniziare a comprendere perché le persone pratichino quella disciplina in un determinato modo, quale universo culturale la circondi e quale significato assumano determinati gesti all’interno di quello specifico contesto. Trovo questo processo incredibilmente stimolante. La fotografia mi obbliga a trascorrere del tempo con persone i cui mondi sono completamente differenti dal mio.

Crescere in Svizzera e trascorrere al tempo stesso periodi significativi della mia vita in Senegal ha avuto su di me un’influenza profonda. Dakar e Parigi, in particolare, sono diventate parte integrante del mio processo creativo; sono luoghi nei quali ho imparato a sviluppare ed elaborare le idee. La Svizzera è altrettanto importante, perché è lì che sono cresciuto. Direi che questi tre luoghi hanno plasmato profondamente il mio gusto e, più in generale, il modo in cui fotografo.”

Oggi le immagini sportive vengono prodotte in quantità enormi: campagne, contenuti social, fotografie di gara, personal branding. Ritieni che questa abbondanza abbia reso la fotografia sportiva più creativa oppure più ripetitiva?

“A essere sincero, vedo effettivamente moltissime immagini che si assomigliano. Ma, nel complesso, quando osservo la nuova generazione di brand e le discipline sportive che stanno acquisendo una visibilità culturale sempre maggiore, vedo anche un’enorme quantità di creatività. Il modo in cui alcuni brand e alcuni atleti scelgono di rappresentarsi mi appare spesso estremamente interessante, perciò rimango piuttosto ottimista. Naturalmente esistono moltissime immagini che ripetono le medesime idee e formule visive. Poi, però, ti imbatti in qualcosa che appare autenticamente diverso e immediatamente efficace. A volte non è nemmeno l’idea di fondo a essere radicalmente nuova; ciò che cambia è il modo in cui è stata realizzata. Anche soltanto uno styling differente, per esempio, può trasformare completamente un’immagine. Persino all’interno di un vocabolario visivo ormai consolidato rimane ancora uno spazio enorme per la personalità e per l’invenzione.”

 

Cosa ritieni che la cultura sportiva contemporanea debba ancora riuscire a esprimere?

“Credo che tutti, in qualche modo, sognino di essere liberi. Lo sport può rappresentare una porta d’accesso verso il concetto di libertà. Offre alle persone un’opportunità, per quanto temporanea, di uscire dalla propria vita ordinaria e di esprimersi in maniera differente. Anche per questo motivo, in questo momento, la società si dimostra così interessata allo sport. Molte persone trascorrono gran parte dell’anno lavorando, magari con soltanto poche settimane di ferie, seguendo routine all’interno delle quali non sempre esiste molto spazio per l’espressione individuale. Lo sport può diventare uno dei momenti in cui gli esseri umani riescono a esprimersi fisicamente ed emotivamente. Offre inoltre l’opportunità d'incontrare altre persone e di diventare parte di una comunità costruita intorno a una pratica condivisa. In questo senso, lo sport può funzionare come un rifugio. Quando guardo alla cultura sportiva contemporanea e all’immaginario che la circonda, credo che tutto si stia muovendo in una direzione interessante.”

 

Qual è lo sport che non hai ancora avuto l’opportunità di fotografare in profondità, ma che ti piacerebbe esplorare in futuro?

“Di recente ho iniziato a giocare a golf e me ne sono innamorato. Gioco soltanto da circa sei mesi, quindi per me tutto è ancora nuovo, e mi piacerebbe moltissimo esplorare le possibilità fotografiche racchiuse in quel mondo. Per il momento, tuttavia, il tennis rimane probabilmente il mio principale terreno di esplorazione. Lo trovo uno sport incredibilmente elegante, ma al tempo stesso è diventato profondamente connesso alla cultura contemporanea. Intorno al tennis stanno accadendo moltissime cose e ho la sensazione che vi sia ancora un territorio visivo vastissimo da esplorare. È proprio questo processo di continua reinvenzione a sembrarmi estremamente stimolante.”


Pierce Then the Heavens | The Welsh 3000s

Welsh 3000s, le quindici cime montuose che, nella mappa naturale gallese, superano i 3000 piedi: quindici tappe primordiali, racchiuse nel magico Parco Nazionale Eyre, Snowdonia, e divenute, nel tempo, una sequenza di traguardi parte di una traversata unica nel suo genere. Per alcuni, una sfida contro il tempo. Per altri, un viaggio fatto di fatica e sublime meraviglia, d’ispirazione. Per Liam Arthur Norris, un’esperienza ibrida, profondamente suggestiva, raccolta in un resoconto scritto di proprio pugno e in una serie di diapositive scattate dove vette e corpi fendono i cieli. E dove sono le montagne a decidere se lasciarti passare.

Penetra allora i cieli, o monte dei torrenti!

E fa delle nevi la tua corona!

La luce di sogni immortali

continuerà a posarsi su di te.

 

Felicia Hemans, ‘Eryri Wen’

“Lo scorso luglio sono partito con la mia Fuji X100F, assicurata con un moschettone alla running vest e infilata in una tasca elastica, dentro un sacchetto di plastica che la potesse proteggere da pioggia e sudore. Un anno prima ero arrivato su queste vette insieme a Peter e ad altri due compagni, inseguendo la sfida aperta del London Mountaineering Club: le quindici cime dei Welsh 3000s, tutte oltre i tremila piedi, disseminate lungo tre catene montuose. Il percorso prevede partire dal rifugio del club ai piedi dell’Elidir Fawr per poi farvi ritorno. I Carneddau, i Glyderau, il massiccio dello Snowdon. Quella volta, il maltempo aveva chiuso ogni orizzonte. Tra le nuvole avevamo perso il filo della navigazione e, dopo diciassette ore e mezza, eravamo tornati a casa grati anche soltanto di aver attraversato indenni la lama di Crib Goch. Così, abbiamo deciso di riprovarci. Questa volta, il cielo si è presentato terso, generoso, e l’intero percorso appariva nella luce: le arrampicate di Tryfan e Crib Goch si stagliavano contro un cielo che non sembrava voler fare altro male, se non lasciare la pelle arrossata. Abbiamo percorso 56 chilometri, superando 4.500 metri di dislivello. Non era la situazione più semplice per fotografare: mi riferisco al fermarsi con gambe che desiderano soltanto bloccarsi una volta per tutte, oppure rubare immagini durante la corsa... Eppure, la stanchezza è divenuta parte stessa dello sguardo: la bellezza insieme all’avversità, i nostri corpi esausti avvolti dalle montagne. Il club lo chiama Champagne Challenge. Scendi sotto le quindici ore e la bottiglia è tua. In tutti questi anni, soltanto quattordici persone ci sono riuscite. Io e Peter siamo scesi dall’ultima cresta e abbiamo raggiunto il rifugio in quattordici ore e ventisei minuti. Abbiamo bevuto quelle bollicine nella dorata quiete serale: doloranti, svuotati, completamente felici. Altri due nomi aggiunti ad una lista cortissima, e una manciata di fotografie a testimoniare che, quel giorno, le montagne hanno deciso di lasciarci passare.”


Dipinti Nel Blu | Polignano e il Red Bull Cliff Diving

Dalle estatiche scogliere di Polignano a Mare, Davide Baraldi, Elisa Cosetti e Andrea Barnaba esplorano l’essenza della Red Bull Cliff Diving World Series, e di una disciplina sospesa tra performance estrema, espressione estetica e arte del volo

“Poi d’improvviso venivo dal vento rapito”. Riecheggiano i versi di Domenico Modugno, poeta canoro plasmato dalla sublime costa di Polignano a Mare. Accarezzano la medesima porzione di Adriatico che li ha ispirati, sospingendo il moto irregolare, per lunghi tratti ostile, di onde e correnti. Attorno, selve di corpi incantati da uno scenario semplicemente mozzafiato, migliaia di occhi in attesa di comete muscolari, di artisti del volo. E di fugaci secondi che tutto racchiudono. 

Tuffatori o pittori del vuoto. Atleti o pennelli. Ogni coordinata pare svanire di fronte a un flusso continuo di somersault e twist, sempre differenti tra loro, ma dall’uguale effetto ipnotico. La tappa finale della Red Bull Cliff Diving World Series palesa ogni qualità intrinseca ad una disciplina per molti versi estrema, per altrettanti lirica. Fonde architetture antiche, irradiate dal Bastione di Santo Stefano, con una delle più complesse, oniriche forme d’espressione atletica. Che sia da balconi normalmente popolati da pasticciotti o caffè. Che sia da piattaforme poste a 20 metri, nel caso della competizione femminile, o 27, in quella maschile. Nulla cambia. Persiste, invece, la matrice comune della paura superata dalla volontà, dal desiderio di raggiungere velocità ipersoniche, nel pieno controllo di ogni gesto. 

Sulla soglia dell’orizzonte, 24 esseri umani vengono rapiti dal vento, per poi fuggire da esso, scomparendo nell’acqua e riemergendo tra l’ammirazione popolare. Dipinti nel blu, ognuno differente per forme e stile. Opere frutto di perfezione e percezione, in grado di affrescare “un cielo trapunto di stelle”, lo stesso immaginato da Modugno, e di consegnarlo all’immaginario sportivo. A vincere la tappa per eccellenza di questa specialità sono la canadese Molly Carlson e l’ucraino Oleksiy Prygorov. A celebrare il titolo generale sono sua maestà Rhiannan Iffland, per la decima volta consecutiva, e il britannico Aidan Heslop. Però, ad abbagliare e smuovere emotivamente il pubblico di Polignano sono soprattutto gli atleti, o meglio, gli interpreti Azzurri: Davide Baraldi, Elisa Cosetti e Andrea Barnaba. 

Proprio le loro testimonianze ci guidano alla scoperta dell’high diving, e dell’interpretazione unica che Red Bull sta dando a questa disciplina. Il nostro racconto visuale trasforma le loro suggestioni in composizioni estetiche. 

Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare

Davide Baraldi

 

Cosa ti ha portato a scegliere questa disciplina? Cosa ti ha affascinato di essa?

“In famiglia siamo sempre stati legati all’acqua: mia madre mi ha fatto iniziare a nuotare quando avevo tre mesi. Arrivato a sei anni, abbiamo cercato qualcosa di diverso, trovando una scuola di tuffi proprio nella mia Como. Non ricordo esattamente cosa sia successo dentro di me durante la prima prova, ma so che quel giorno è nato un amore. Ancora oggi definisco i tuffi la mia prima, vera e più duratura relazione. Una relazione che ha attraversato momenti di estasi e odio, momenti in cui ho pensato di lasciare, altri in cui ho lasciato davvero, per poi ricominciare... Una relazione, a tutti gli effetti. Ho iniziato dal metro e dai tre metri, che pratico tuttora. Poi, a diciannove anni, proprio mentre stavo attraversando un momento complesso nel rapporto con la disciplina, è nato un progetto della Federazione dedicato ai tuffi dalle grandi altezze. Volevo provarci perché, oltre all’acqua, ho sempre amato anche il rischio… La prima volta avevo un unico obiettivo: salire e fare un tuffo. Uno solo. Volevo sfidare me stesso, capire se fossi capace di superare quella barriera. Quando sei sulla piattaforma hai davvero tanta paura: mi succede ancora oggi. Appena sei in aria, cambia tutto, ti senti libero. Senti che stai facendo ciò per cui sei nato, ciò che ami davvero fare. È un intreccio di paura, libertà e desiderio di superarsi; poi entri in acqua e arrivano la felicità e l’adrenalina pura. È qualcosa di molto difficile da spiegare.”

 

Noi crediamo che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving e il cliff diving arti a sé stanti? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?

“Sento di essere un connubio tra un artista e un atleta. Metto queste due definizioni sullo stesso piano. Il nostro è uno sport profondamente estetico: credo che la capacità di esprimere potenza e grazia nello stesso istante sia ciò che rende questa disciplina una forma d’arte. Devi riuscire a far sembrare facile un gesto estremamente difficile, quasi come se stessi dipingendo te stesso nell’aria, trasformando qualcosa che un artista potrebbe tracciare su una tela in un’acrobazia, in un gesto fisico. L’high diving mi ha fatto maturare l’idea di potermi fidare del mio corpo. A volte, la mente parte, fa viaggi tutti suoi, costruisce scenari che non dovrebbero, quasi, esistere. Quando sei sulla piattaforma, invece, devi riuscire a dirti: mi sono allenato, so farlo, il mio corpo sa farlo. Devi lasciare, in qualche modo, che sia lui ad andare avanti. Ovvio, non significa spegnere completamente la mente, ma imparare ad affidarti a ciò che il corpo conosce profondamente.”

 

Hai una passione segreta per la magia: in che modo questa passione si riflette nella tua visione dell’high diving? Quali sono i trucchi più celati di una disciplina così complessa e, per i più, quasi indecifrabile?

“Riconosco che sono entrambe discipline che richiedono una pratica continua. Se ti fermi, anche solo per un breve periodo, perdi confidenza. E in entrambe c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Non sei mai davvero arrivato. Amo questo principio perché si riflette anche nella vita: non esiste un momento in cui puoi dire di aver raggiunto definitivamente qualcosa. Puoi sempre migliorare. Nei tuffi significa cercare ogni volta un tuffo migliore; nella magia, eseguire un trucco sempre meglio, renderlo sempre più reale agli occhi di chi guarda, riuscire a nascondere ancora meglio l’inganno. Oggi pratico la magia meno di un tempo, perché richiede moltissima dedizione, ma continua a piacermi. Quando ho la possibilità, amo ancora avere un mazzo di carte tra le mani, provare qualcosa, anche semplicemente mescolarle. Credo ci sia anche un altro punto di contatto tra tuffi e magia: la volontà di stupire le persone.”

 

Hai più volte sottolineato l’importanza del lato mentale in questo sport. In una disciplina che porta il corpo all’estremo, qual è il ruolo del pensiero? E dove va la tua mente, prima, durante e dopo un tuffo?

“È un aspetto che si collega alla domanda precedente. Prima di un tuffo, la mente può giocare brutti scherzi: può dirti che non sei capace, che potresti farti male, che potresti sbagliare completamente… In questo senso, la magia mi ha dato un insegnamento essenziale: se riesci a nascondere qualcosa, puoi fare sembrare, quasi, che non esista. Ovviamente non parlo dei problemi reali, ma dei pensieri negativi legati alla mia disciplina. Sai che possono portarti soltanto verso qualcosa di sbagliato; quindi, se riesci ad accantonarli, il cervello finisce per vedere soprattutto ciò che può funzionare. Cominci a dirti: questo movimento l’ho fatto mille volte, perché il mio corpo dovrebbe sbagliare proprio adesso? È una sensazione molto bella, perché impari a ricondurre tutto a qualcosa che conosci. Il tempo per riflettere c’è anche durante il volo, ma quasi non te ne rendi conto. A volte pensi, ma il corpo si muove ancora prima che il pensiero arrivi; altre, senti delle cose che, subito dopo l’ingresso in acqua, non riesci a ricordare con precisione. Succede anche in allenamento: capita di riuscire a formulare frasi intere, o quasi, mentre sei in aria, e poi di perderle immediatamente. Tuffarsi è un po’ come suonare: fai un qualcosa che conosci talmente bene da non doverlo più tradurre, completamente, in pensiero.”

 

Cosa significa per te il fatto di rappresentare l’intero movimento italiano in questa disciplina? Che tipo di messaggio o consiglio vorresti lasciare alle nuove generazioni, specie quelle italiane, che, attualmente, si stanno innamorando di questo sport grazie alle tue gesta?

“Non avevo mai pensato, davvero, a questa prospettiva. Fino a poco tempo fa ero io il primo a seguire qualcuno e, in fondo, continuo a farlo. Adesso, però, comincio a rendermi conto che nel la mia stessa generazione può ispirare. Se c’è qualcosa che vorrei trasmettere tanto ai tuffatori che immaginano di confrontarsi con le grandi altezze, quanto ai più giovani, è di non stabilire un limite a ciò che si può essere capaci di fare. La mia storia, in fondo, me lo ricorda continuamente. Vengo dai tuffi a uno e tre metri. Già l’idea di salire a sette o dieci mi faceva una paura enorme: nemmeno immaginavo i ventisette... Invece, oggi sono qui. Ed è successo un passo alla volta.”

Davide Baraldi
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare

Elisa Cosetti

 

Sei stata la prima italiana ad esordire nel circuito Red Bull Cliff Diving World Series, cosa ti ha portato a scegliere questa disciplina?

“Ho iniziato a interessarmi ai tuffi dalle grandi altezze dopo aver assistito a un’esibizione nella mia città, Trieste. Ricordo di essermi emozionata come una qualsiasi spettatrice. Quando pratichi già i tuffi non è così scontato rimanerne impressionata: invece, quell’esperienza mi è rimasta dentro. All’epoca, quasi per gioco, avevo detto: vorrei provare. Ovviamente, l’avevo detto senza sapere davvero cosa mi aspettasse. In seguito, è nato un progetto della Federazione che ci ha permesso concretamente di praticare questa disciplina. Qualsiasi tappa, qualsiasi cosa faccia a contatto con Red Bull Cliff Diving, per me, è una sempre una sorta di prima volta. Provo un onore immenso. Non affronto le gare pensando di dover ottenere un risultato perché sono stata la prima italiana a raggiungere questo circuito; spero, però, che quello che sto facendo possa diventare un’ispirazione per qualcun’altra. So quanto sia difficile praticare questo sport, ma spero che prima o poi arrivi anche solo una ragazza e dica: ho visto Elisa e ho deciso di diventare una tuffatrice.”

 

Se non erro, a scuola la tua materia preferita era educazione artistica. Noi crediamo fortemente che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?

“Parto dal presupposto che studio design industriale, quindi questa è una domanda a cui tengo particolarmente. Credo che l’unicità stessa di questo sport, così come il fatto che siano così poche le persone a poterlo praticare, rendano la disciplina profondamente artistica. Poi, c’è un aspetto apparentemente banale: spesso i tuffi più semplici sono anche i più eleganti, i più belli da vedere. Non è necessariamente la difficoltà a rendere bello un tuffo. A volte, un gesto estremamente complesso può risultare paradossalmente meno bello, mentre può essere molto più interessante mostrare al pubblico qualcosa di più semplice, eseguito però con grande eleganza. Secondo me l’artisticità dei tuffi, e dell’high diving, sta anche in questo. Riguardo la seconda domanda, certo, mi sento un’artista.”

 

Nella tua bio IG compare la frase ‘vivo di adrenalina, non di filtri’. Cosa rappresenta per te questo tipo di approccio alla vita? E come comunicano l’adrenalina e le emozioni tutte, paura compresa, con la razionalità richiesta ad un’high diver?

“Oggi, su Instagram e sui social in generale, vediamo tantissime cose finte, ritoccate o che, comunque, non rappresentano la realtà. Io non voglio comunicare finzione. Attraverso i video che pubblico, cerco di mostrare cosa c’è davvero dietro il nostro sport, perché ci sono aspetti sui quali, guardandoci da fuori, il pubblico nemmeno s’interroga. Per esempio, tantissime persone pensano che non abbiamo paura, che siamo dei pazzi, che tuffarci da quelle altezze non sia niente di particolare per noi... In realtà, lo facciamo con moltissima consapevolezza. L’adrenalina è una delle componenti più belle di questo sport proprio perché la paura esiste sempre, soprattutto quando ti trovi in una situazione diversa da quella a cui sei abituata. Penso all’iconico tuffo dal balcone di Polignano. Solitamente, provi quel tuffo da una piattaforma in piscina: non hai il vento, non hai le onde, conosci perfettamente la parabola e il gesto... Qui, invece, sei su un balcone dove c’è spazio soltanto per appoggiare i piedi e devi proiettarti in avanti perché, proprio sotto di te, ci sono solo rocce. Questo weekend, in particolare, c’erano anche vento e onde. Ma è proprio questo il punto. La paura e l’adrenalina che deriva da essa sono il connubio che rappresenta davvero il nostro sport, almeno nella mia visione... E sono anche una grossa parte delle motivazioni che continuano a condurmi a venti metri d’altezza.”

 

Dall’argento europeo conquistato sul Pont de Bir-Hakeim di Parigi a Polignano, un set unico per l’high diving. Come dialogano queste due dimensioni così affini e, allo stesso tempo, diverse tra loro dell’high diving? E cosa si prova, osservando il panorama che circonda il Bastione di Santo Stefano?

“Nei tuffi dalle grandi altezze ci sono, innanzitutto, le competizioni legate alla Federazione: Europei, Mondiali, Coppe del Mondo… Rappresentano la dimensione più istituzionale della disciplina e, per noi atleti federali, hanno un’importanza enorme. Poi c’è Red Bull, che porta l’high diving verso una dimensione più estrema e spettacolare. Per me è molto divertente partecipare a gare come Polignano, perché ci permettono di confrontarci con situazioni sempre diverse. Red Bull presta moltissima attenzione agli scenari e a ciò che possono trasmettere… Infatti, le location della Red Bull Cliff Diving World Series sono incredibili. Polignano, in particolare, ha qualcosa di speciale: anche, se non soprattutto, per la quantità di persone che vengono a vederci. Per me questo dato è davvero emozionante: certo, abbiamo fatto tutte e tutti ore ed ore di allenamenti per arrivare preparatissimi, ma trovarsi davanti a così tante persone che ti osservano, o che tifano per te, cambia le tue percezioni… Ripeto, rende ancora più emozionante lo sport stesso.” 

 

Negli ultimi anni, il movimento femminile di questa disciplina è aumentato considerevolmente, soprattutto grazie ad un circuito come la Red Bull Cliff Diving World Series. Che tipo di messaggio vorresti trasmettere, attraverso le tue gesta, alle future generazioni di tuffatrici-high diver e, in particolar modo, a coloro che sognano e sogneranno di rappresentare l’Italia in eventi del genere?

“Secondo me la bellezza di questo sport sta anche nel suo essere profondamente divertente. Spesso si tende ad associare lo sport solo e unicamente a concetti quali la disciplina, l’idea di doversi allenare perché si vuole raggiungere un determinato risultato. I tuffi dalle grandi altezze, invece, significano superare i propri limiti, e riuscire a divertirsi persino quando il risultato che si cercava non arriva. Questo è il tipo di rapporto che cerco di avere con la disciplina: allenarmi tanto, ma continuando sempre a divertirmi. Per me è la cosa più importante. Infatti, mi sono resa conto, che le gare in cui sono più tranquilla e riesco a divertirmi sono anche quelle in cui mi esprimo meglio. E questo vale tanto per la Red Bull Cliff Diving World Series, quanto per le gare federali. Ricordo, per esempio,  gli Europei di Parigi: c’erano la mia famiglia e i miei amici. Prima di tuffarmi, mi mettevo a ridere perché urlavano tantissimo. Alla fine ho fatto una bella gara e sono convinta che sia dovuto a quel mindset, a quel tipo di condivisione del momento.”

Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Elisa Cosetti
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare

Andrea Barnaba

 

Cosa ti ha portato a scegliere, quando ancora eri solo un adolescente, questa disciplina? Cosa ti ha affascinato di essa?

“Tutto parte dal fatto che vengo da una città di mare, Trieste. Da piccolo mi lanciavo praticamente ovunque: dagli scogli, dai moli... Un giorno, me lo ricordo come se fosse ieri, è arrivato un signore e mi ha detto: prova a fare una capriola all’indietro. Ho provato e ci sono riuscito. Mio papà mi ha guardato e mi ha detto: “tu dovresti provare i tuffi”. Da quel giorno, non ha smesso di ripeterlo… Così, ho finito per provare. La prima volta in piscina ho iniziato a saltare sul trampolino senza sapere davvero come si facesse. Da lì è nata una passione assoluta. Ho praticato i tuffi tradizionali per sette, otto anni. A un certo punto, ho sentito di volere qualcosa in più. Il mio primo allenatore, Alessandro De Rose, che prima di noi era l’unico tuffatore italiano nel circuito Red Bull Cliff Diving World Series, ci ha parlato di un progetto sulle grandi altezze che stava nascendo a livello federale. Ho pensato semplicemente: “proviamo”. L’avvicinamento è stato progressivo. Sono salito poco alla volta, ma ad un certo punto ho fatto un salto inevitabile: dai venti metri ai ventisette. Non esiste una via di mezzo. Dopo il primo tuffo dai 27 metri, sono uscito dall’acqua tremante per un mix di eccitazione e paura superata. Attorno a me, c’erano persone che mi facevano i complimenti e io continuavo semplicemente a camminare… Tutto era ovattato: un insieme di emozioni difficili da descrivere. Le provi e pensi soltanto: voglio sentirle ancora. Non una volta, ma mille.”

 

Crediamo fortemente che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?

“Devo dire di sì. In generale, proprio come sostenete voi, credo che ogni sport abbia una componente artistica. Le discipline acrobatiche, a mio avviso, possiedono qualcosa in più da questo punto di vista. Nel nostro sport l’eleganza è fondamentale. Se mi sento un artista? Uno dei complimenti che ricevo più spesso riguarda proprio l’eleganza dei miei tuffi. Nel mio piccolo, quindi, sì: mi sento anche un artista. È un aspetto a cui tengo particolarmente.”

 

Per l’appunto, sei ritenuto uno dei tuffatori più eleganti del circuito. Cosa determina, a tuo avviso, l’eleganza di un tuffo? Più in generale, come si riconosce lo stile specifico di ogni tuffatore?

“Secondo me ognuno nasce, in qualche modo, con il proprio stile. Con il tempo puoi indirizzarlo, ma la matrice rimane più o meno la stessa. C’è chi gira velocissimo, chi è estremamente sciolto, chi è particolarmente elegante. Nel mio caso, non posso attribuirmi tutto il merito. Fin da quando ero piccolo, mi è stato insegnato a prestare attenzione ad ogni minimo dettaglio, ad ogni singolo momento del tuffo: dalle punte dei piedi fino alle punte delle mani. Poco alla volta, questo livello di attenzione tecnica è diventato naturale. Poi, quando mi sono reso conto di quanto l’eleganza fosse, a tutti gli effetti, una caratteristica che poteva darmi qualcosa in più, ho deciso di continuare a lavorare in quella direzione… E proprio per questo, ancora oggi, l’eleganza resta una qualità che mi viene riconosciuta, e che porta valore ad ogni mio tuffo.”

 

Ami gli anime e i manga: in che modo si riflette questa tua passione nell’high diving? Se fossi il protagonista di un anime o di un manga a tema high diving, che tipo di personaggio saresti? E che poteri avresti?

“Anche se molti considerano anime e manga una passione infantile, per me non lo sono affatto. Riescono a trasmettere insegnamenti che, altrove, fatico a trovare così chiari e diretti. Possono sembrare qualcosa di leggero, invece ti mettono davanti, in maniera molto nitida, a determinati mindset e filosofie: come non mollare, o quando cadi cercare sempre di rialzarti... L’anno scorso, per esempio, ho rischiato due incidenti. In entrambe le occasioni mi sono perso durante il tuffo: sono stato fortunato nel non farmi male. Dopo essere uscito dall’acqua, ricordo di aver pensato: “basta, smetto”. Avevo piena coscienza di quello che avevo appena vissuto. Può sembrare una sciocchezza, ma dopo momenti del genere guardo un anime, vedo un personaggio che viene battuto, si rialza e ci riprova, e penso: “cavolo, se ce la fa lui, anche se è un cartone animato, posso farcela anch’io”. È un tipo di mentalità che associo a quel mondo, forse più in generale alla cultura giapponese, e in cui mi ritrovo molto. Come personaggio, mi vedrei sicuramente come quello che cerca di tenere unito il gruppo, perché in parte mi sento già così. Mi capita spesso, in piscina o durante le gare, di accorgermi quando qualcuno attraversa un momento di tristezza o sente particolare pressione. Sono sempre quello che prova a tirare su il morale degli altri. Alla fine, sono una persona che cerca sempre di divertirsi. Non mi piace pensare: “sono qui per la gara e basta…”. Certo, ogni gara è importante, ma occupa solo un’ora, al massimo due, della giornata: tutto il resto è da vivere.”

 

Alla luce di quello che ci siamo detti, cosa rappresenta l’high diving, oggi, nella tua vita? E cosa rappresenta il fatto di viaggiare in zone così diverse del mondo grazie alla Red Bull Cliff Diving Series?

“Credo fermamente che i tuffi siano lo sport per me, perché combaciano con il mio modo di essere: l’adrenalina, il vivere il momento, il desiderio di provare cose nuove... Anche l’immaginazione gioca un ruolo importante. Riesco a calarmi in ogni tuffo semplicemente immaginandolo e, proprio per questo, credo di avere una buona consapevolezza di ciò che accade mentre sono in aria. Il mio sport, in ogni sua forma, è qualcosa che nutre la mia creatività, e viceversa. Viaggio molto con la testa. E poi ci sono tutti i luoghi che questo sport mi permette di vedere... Ogni volta prendi un aereo e raggiungi un posto in cui non sei mai stato. Anche quando ritorni nello stesso luogo, a distanza di un anno, sai che qualcosa sarà cambiato. Per me è incredibile. Siamo stati a Bali e non avevo mai visto nulla di simile: il mare, le scogliere e, proprio davanti a noi, un’enorme statua di Medusa... Iniziavi il tuffo e te la ritrovavi di fronte: uno spettacolo, proprio come a Polignano.”

Andrea Barnaba
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare

A new unbeaten SCARPA trail

Materiali sconosciuti, geometrie inedite e forme fuori dalle consuetudini della progettazione hanno portato a Chamonix qualcosa di estraneo all’ordinario, extraterrestre; eppure profondamente inscritto nella storia di SCARPA: l’attitudine di interrogare ed esplorare nuove dimensioni della performance. Con Alien Sky e Alien Ultra, il brand di Asolo ha trasportato questa peculiarità nel alpine running, spingendosi verso un orizzonte che, fino a quel momento, apparteneva ancora ad un territorio inesplorato

Per due anni SCARPA ha scomposto e ricomposto un’idea nuova e differente di calzatura, affidandone progressivamente la forma alla ricerca tecnologica e alla sensibilità di chi avrebbe dovuto utilizzarla, poi, in movimento. Migliaia di chilometri, terreni e condizioni differenti, prototipi susseguitisi attraverso un processo in cui l’intuizione scientifica ha incontrato la percezione e l’esperienza di diversi alpine runner professionisti. Da questa contaminazione sono emerse due interpretazioni di una medesima esplorazione: Alien Sky, costruita attorno all’indagine sulla leggerezza e precisione; e Alien Ultra, concepita per restituire energia e preservare efficienza.

Chamonix, luogo d’origine narrativa del progetto e, al tempo stesso, laboratorio a cielo aperto del running contemporaneo, ha rappresentato il punto in cui questo viaggio ha trovato la propria espressione più concreta nell’esperienza della corsa in natura. A ricostruire questo percorso sono tre voci complementari: Francesco Orrico, Product Manager Alpine Running di SCARPA, e gli atleti Luca Del Pero e Peter Frano. 

SCARPA Alien Sky
SCARPA Alien Sky

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager

 

‘Not From This Planet’ racconta Alien come il tentativo di comprendere una tecnologia proveniente da altrove e tradurla in qualcosa destinato alla performance umana. Come siete arrivati a questa intuizione creativa e come si legava all’ingresso di Scarpa nel mondo del Trail running e Ultra trail?

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Sembrerebbe facile, visto il riferimento diretto del nome, ma per noi è stato un processo di valutazione profonda arrivato a fine sviluppo. Avevamo tra le mani due scarpe diverse da qualsiasi cosa avessimo fatto fino a quel momento; due modelli che rompevano gli schemi ordinari di progettazione. Era tutto fuori dall’ordinario: extraterrestre. Storicamente il nome Alien appartiene alle radici di SCARPA e identifica i nostri prodotti di punta nello ski mountaineering: Alien definisce ciò che si stacca dalla massa, ciò che è destinato alle competizioni dove il cronometro e la prestazione pura sono l'unico metro di giudizio. La connessione con il trail è stata naturale: combinazioni di materiali innovativi, geometrie e forme del tutto nuove hanno tracciato un orizzonte sconosciuto, nato da un lavoro di squadra straordinario.”

 

Al di là della metafora fantascientifica, qual è stata l'intuizione iniziale del progetto che, anche per voi che lavorate quotidianamente sul prodotto, sembrava quasi appartenere a un territorio ancora inesplorato, alieno, per Scarpa? E quanto di quell'idea originaria lo ritroviamo nelle 2 scarpe che vediamo oggi?

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “L’ascolto e la passione di creare! E per ascolto intendo un’attenzione focalizzata sulle necessità degli atleti che hanno sviluppato le scarpe con noi. Non solo ascoltare le loro parole, ma interpretare ciò che non viene detto: la gestualità spontanea della corsa, l'istinto degli atleti élite quando spingono oltre il proprio limite. La differenza l’ha fatta la sinergia quotidiana nel team. Fin dal primo giorno ci siamo spinti a fare di più, senza dare nulla per scontato. Non abbiamo scelto le soluzioni più ovvie, ma quelle apparentemente strane e impossibili, guardandoci negli occhi e chiedendoci: funzionerà? La cosa bella è che non ci siamo mai detti di no; abbiamo sempre provato. Forse deludo le aspettative dicendo che non c’è stata un’unica intuizione geniale, ma la verità è che dall'inizio alla fine c'è stato puro divertimento. Ed è la stessa energia che speriamo si provi aprendo la scatola e mettendo le Alien ai piedi.

 

Alien Sky e Alien Ultra nascono dalla stessa ricerca, ma sembrano rappresentare due differenti filosofie del movimento: da una parte prossimità al terreno, precisione e immediatezza; dall'altra protezione, restituzione di energia e continuità per molte ore. A quale punto dello sviluppo una singola idea ha cominciato a dividersi in questi due linguaggi? E quali compromessi avete dovuto accettare per preservare l'identità di ciascuna scarpa?

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Siamo partiti fin dal primo giorno su due sentieri diversi, ma non opposti: la destinazione d’uso di ciascuna scarpa era chiara fin dall'inizio. Semmai è successo il contrario rispetto a quanto si possa pensare: muovendoci su due percorsi differenti, a un certo punto ci siamo resi conto di avere tra le mani soluzioni tecnologiche che potevano essere condivise. Le abbiamo studiate e applicate a entrambi i modelli: la forma base della tomaia, i materiali, il sistema di allacciatura, la ghetta, il compound della suola e della zeppa. Nessun compromesso. Ciò che serviva per ottenere la massima prestazione lo abbiamo implementato, senza il timore di eccedere in specificità. Non ci siamo posti vincoli e questa libertà ha fatto fluire le idee migliori, definendo passo dopo passo, test dopo test, l'identità di Alien Ultra e Alien Sky.”

 

Un atleta può dare tante sensazioni su una scarpa. Definizioni estremamente precise per chi corre, ma difficili da tradurre in millimetri, geometrie e materiali. Nel dialogo con Luca, Peter e gli altri tester, come avete trasformato le loro sensazioni corporee soggettive in una decisione progettuale oggettiva?

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Questo fa parte del know-how e della capacità di interpretare sia le parole che i gesti dei runner. Ritorna il concetto dell'ascolto: aiuta enormemente il fatto che noi del team di sviluppo per primi condividiamo la passione per la corsa e abbiamo macinato chilometri insieme agli atleti. Sappiamo cosa provano mentre corrono. Questo background ci permette di tradurre una sensazione astratta in componenti e geometrie oggettive. In altri casi è successo l'opposto: un’intuizione nata sulla carta è stata realizzata, assemblata e data subito in test sul campo per confutare o confermare la teoria. Alla fine, il segreto è stato tutto lì: un dialogo e rapporto continuo e senza filtri tra il team prodotto e gli atleti.”

 

Quest’anno Chamonix ha rappresentato uno dei primi contesti in cui Alien ha potuto esistere pienamente fuori dal processo di sviluppo, ai piedi degli atleti e dentro uno dei luoghi più emblematici del trail running mondiale. Per te, che hai seguito il progetto dal lato prodotto sin dalle sue fondamenta, che cosa ha significato vedere anni di ricerca, prototipi, correzioni e test entrare finalmente in un’esperienza reale e condivisa?

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Euforia infantile! Credo sia come quella gioia mista a timore che prova mio figlio quando succede qualcosa di bello, ma ha quasi paura che il momento magico finisca o venga interrotto. Dopo due anni di sviluppo e dopo momenti in cui tutto sembrava dover essere messo da parte, vedere che ciò che abbiamo creato con un gruppo di amici funziona ed è lì fuori che si distingue, è una sensazione indescrivibile. Aver lavorato fianco a fianco con atleti di altissimo valore per creare qualcosa di così inaspettato e incredibile; soprattutto quando abbiamo avuto l’opportunità di indossarle noi stessi è stato, per me, Gianluca, Marco e Carlo, una boccata d’aria pura. Una di quelle che respiri a pieni polmoni quando arrivi sulla cima di una montagna dopo una corsa: la fatica scompare, la mente si svuota e resta solo la felicità.”

SCARPA Alien Ultra
SCARPA Alien Ultra

Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner

 

Hai incontrato le Alien Sky quando non erano ancora un prodotto finito, ma una successione di prototipi e possibilità. Riesci a ricordare la prima versione che hai indossato e, soprattutto, la prima cosa che hai percepito? Quale tua osservazione o sensazione è stata cruciale per la creazione della scarpa definitiva?

Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Certo, ricordo molto bene il primo prototipo e la prima volta che lo usai, ero in training camp a Tenerife e decisi di provarlo sui sentieri del Teide, quindi su nuda e cruda roccia lavica, quella che non permette errori. Penso che quella scarpa pesasse meno di 200 grammi, la tomaia era molto simile a quella attuale, praticamente una calza, ottimo feeling e belle sensazioni sin da subito, ma suola e intersuola provenivano dalla vecchia spin race; quindi, molto minimal. Ricordo che in salita ebbi ottime sensazioni mentre non posso dire lo stesso per la discesa, che fu abbastanza traumatica e lenta in quanto sentivo praticamente ogni singolo sasso che pestavo non avendo alcun supporto ed essendo così bassa. Era quindi importante lavorare su questi due aspetti. Da lì in poi ogni versione fu un passo avanti rispetto alla precedente, fino a quella che conosciamo oggi, di cui posso dire che non abbia nulla che non mi piaccia.”

 

Su un terreno tecnico correre velocemente significa innanzitutto saperlo leggere: scegliere una linea, anticipare un appoggio, capire quanto rischio concedersi prima ancora che il piede tocchi terra. Alien Sky è stata progettata per aumentare precisione e connessione con il terreno. Durante i test hai avuto la sensazione che la scarpa stesse semplicemente accompagnando il tuo modo di correre, oppure che ti permettesse progressivamente di interpretare la montagna in maniera diversa?

Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Penso che la scarpa sia stata progettata e sviluppata proprio tenendo conto delle mie esigenze, del mio modo di correre, del mio modo di interpretare i sentieri e la montagna. Coi modelli precedenti difatti non mi ero mai trovato così a mio agio come con le Alien Sky, diciamo che avevo sempre fatto dei compromessi. Ogni volta che indosso queste scarpe invece direi che entro in uno stato di flow e connessione totale che mi permette di esprimere al meglio la mia corsa ed il mio potenziale.”

 

Più una scarpa è sofisticata, più dovrebbe scomparire dalla percezione dell'atleta. Dopo così tanto tempo trascorso a correre in montagna a sviluppare Alien Sky, qual è per te il punto ideale d'incontro tra corpo e tecnologia? La scarpa perfetta è quella che dimentichi di avere ai piedi, oppure quella che modifica concretamente ciò che pensavi fosse possibile fare con il tuo corpo?

Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Penso che la tecnologia non debba mai modificare la vera e reale natura umana, quindi in questo caso, personalmente, preferisco usare scarpe che seguano e si adattino il più possibile alla nostra biomeccanica di corsa senza cercare di snaturarla e stravolgerla proponendo tecnologie e scarpe quasi incomprensibili. Per me la scarpa perfetta è quella che dimentichi di avere ai piedi, e direi che con le Alien Sky ai piedi è proprio così.”

 

Quest’anno hai avuto la possibilità di indossare e mettere alla prova le Alien a Chamonix, in uno dei contesti più iconici e simbolicamente densi del trail running mondiale. Al di là della performance e del risultato, che esperienza è stata vivere quel momento con ai piedi una scarpa alla cui nascita avete contribuito direttamente, e che cosa hai provato nel vederla finalmente uscire dalla dimensione del prototipo per entrare in quella della gara, del pubblico e dell’esperienza reale?

Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Chamonix è diventata a pieno titolo la patria e il fulcro della corsa in natura, l’atmosfera che si respira lì la si trova soltanto lì e in quella specifica settimana, è l’apice del movimento trail globale. Quest’anno il fatto che quella settimana coincidesse con il lancio delle Alien Sky ed Ultra ha reso l’UTMB week ancora più speciale. Sapere che qualcosa a cui hai personalmente collaborato e lavorato venisse presentato e reso pubblico proprio lì in quei giorni davanti a quel pubblico mi ha fatto provare fierezza e soddisfazione, oltre che gratitudine verso SCARPA e tutto il suo team per avermi coinvolto in prima persona ed aver creduto in me per un progetto così ambizioso.”

Luca Del Pero in SCARPA Alien Sky
Luca Del Pero in SCARPA Alien Sky
SCARPA Alien Sky

Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner

 

Nell’ultra running, il corpo è sottoposto a una trasformazione continua: la biomeccanica delle prime ore non coincide con quella della decima ora, la precisione del gesto comincia progressivamente a venir meno e la fatica modifica persino il modo in cui il piede entra in contatto con il terreno. Come si testa una scarpa tenendo conto di questa evoluzione costante? E che cosa sei riuscito a comunicare agli sviluppatori di Alien Ultra dopo molte ore di corsa che nessun laboratorio avrebbe potuto realmente rivelare?

Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Sviluppare una scarpa destinata all’ultra running è estremamente complesso e credo che sia proprio per questo motivo che gli atleti dovrebbero sempre essere coinvolti direttamente nel processo di sviluppo. In laboratorio è possibile progettare scarpe straordinarie, ma poi esiste la realtà della corsa, e in quella realtà il nostro corpo cambia profondamente con il trascorrere delle ore e con l’accumularsi della fatica. Negli ultimi due anni ho avuto l’opportunità di testarle in alcune gare per me meno importanti, oltre che durante diverse long run. Proprio in quelle situazioni ho potuto osservare come il mio corpo reagisse realmente all’interno di queste scarpe e come il comportamento della calzatura cambiasse insieme alla mia biomeccanica, man mano che la stanchezza aumentava. Credo che questo tipo di esperienza sia difficilmente riproducibile altrove. Soltanto dopo molte ore di corsa riesci davvero a comprendere che cosa accade al corpo e, di conseguenza, che cosa una scarpa debba continuare a offrirti quando la precisione del gesto comincia progressivamente a diminuire.”

 

Alien Ultra è stata sviluppata attorno a concetti come ritorno di energia, continuità, stabilità ed efficienza. Eppure, dopo molte ore di gara, il significato stesso di ‘performance’ comincia a trasformarsi. Quando la fatica diventa profonda, quali sensazioni vuoi continuare a ricevere dalla scarpa e quali, invece, dovrebbero progressivamente scomparire, affinché tu possa semplicemente continuare ad avanzare?

Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Innanzitutto, non voglio percepire alcun dolore o fastidio. Allo stesso modo, non voglio che elementi esterni come pietre, polvere o qualsiasi altra cosa riescano a interferire con il piede all’interno della scarpa. Se una scarpa riesce a restituirmi la sensazione, e soprattutto la possibilità concreta, di continuare a correre con uno sforzo inferiore, allora è esattamente quello che sto cercando. Nell’ultra running tutto ruota attorno al risparmio energetico. Devi conservare energia ovunque sia possibile.”

 

Ti definisci un perfezionista, e il testing stesso richiede di osservare il proprio movimento con un grado di attenzione quasi ossessivo. Durante lo sviluppo di Alien Ultra hai scoperto qualcosa del tuo modo di correre di cui, fino a quel momento, non eri pienamente consapevole? In altre parole, al di là del contributo che hai dato alla costruzione della scarpa, esiste qualcosa che, a sua volta, la scarpa ha rivelato a te rispetto alla tua stessa corsa?

Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Queste scarpe mi hanno ricordato ancora una volta che sono un runner che tende sempre ad atterrare sull’avampiede. In alcune situazioni questo rappresenta certamente un vantaggio, ma in determinati terreni o condizioni può trasformarsi anche in uno svantaggio. Esistono scarpe che riescono in qualche modo a compensare o a perdonare certi aspetti della tua tecnica di corsa. Alien Ultra, invece, non lo fa. Proprio per questo ti costringe a essere molto consapevole di come corri, del modo in cui appoggi il piede e di come il tuo gesto cambia a seconda del terreno e della fatica.”

 

Quest’anno hai avuto l’opportunità di indossare e mettere alla prova le Alien a Chamonix, all’interno di uno degli scenari più iconici e simbolicamente densi dell’intero universo del trail running. Al di là della performance e del risultato finale, che cosa ha significato vivere quel momento con una scarpa al cui sviluppo avevi contribuito direttamente? E che cosa hai provato nel vederla finalmente uscire dalla dimensione del prototipo per entrare in quella della gara?

Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “È stato molto bello vedere le scarpe finalmente presentate ufficialmente, anche perché da quel momento sono stato libero di rispondere apertamente a tutte le domande che le riguardavano. Forse ho contribuito in una piccola parte al loro sviluppo, ma dietro queste scarpe ci sono moltissime persone e un numero enorme di ore di lavoro. Ci sono professionisti che meritano molti più applausi di me per tutto ciò che hanno fatto durante il processo. Alla fine, io sono soltanto un atleta. Proprio per questo, poterle indossare durante il più importante evento di ultra trail al mondo è stato per me un vero onore.”

Peter Frano in SCARPA Alien Ultra
Peter Frano in SCARPA Alien Ultra

Un’Evoluzione Armoniosa | Virna Toppi

La maturazione personale, nella vita di una Prima Ballerina della Scala come Virna Toppi, coincide con la naturale fusione tra identità umana e artistica, e con l’esplorazione della propria femminilità, in tutte le sue forme, come raccontato in questa speciale produzione Altavia Studio

Sosteneva Carla Fracci, una ‘Prima Ballerina Assoluta’, che la carriera nella danza fosse un percorso misterioso, composto d’imprevedibilità. Un itinerario faticoso, fondato tanto sulla vocazione, quanto sulla tenacia. Ascoltando Virna Toppi, attuale Prima Ballerina della Scala di Milano, le intuizioni della sua antesignana paiono trovare conferma e progredire ulteriormente. In un ritmo vitale e professionale armonioso, più che misterioso. 

L’equilibrio tra corpo e mente, nella vita di questa interprete tanto artistica, quanto muscolare, rima con una dimensione troppo a lungo stigmatizzata dalla sua categoria d’eccellenza: quella emotiva. Ed ecco che i concetti professati da Carla Fracci si alimentano d’ulteriore significato, divenendo, nella biografia della sua erede, naturale evoluzione individuale, liberata da stereotipi e obblighi imposti, da tabù di genere e di categoria. 

Prima Ballerina. Madre. Donna. Il percorso misterioso di Virna Toppi sta modificando le sfumature del mistero stesso, caricandole di accettazione e ascolto del sé, di autenticità e armonia, d’infinite possibilità di crescita, non di paure: anche in una nuova, delicata era, scandita dalla maternità. Abbiamo raccolto la sua preziosa testimonianza, e ritratto la sua legacy in costruzione, in occasione di una speciale produzione Altavia Studio.  

Virna Toppi for Altavia Studio
Virna Toppi for Altavia Studio

Quali sono state le prime sensazioni, emozioni e suggestioni che ti hanno fatto innamorare della danza da bambina?

“Dopo anni ho capito esattamente perché, da bambina, ho scelto la danza: sentivo il bisogno di esternare le emozioni. Ho sempre amato profondamente la musica e nella danza ho trovato la chiave perfetta per interpretarla e trasmettere ciò che mi faceva provare. Ho sperimentato anche altre forme legate alla musica – suonare uno strumento, cantare… – ma nulla mi restituiva quello che mi dava la danza. È stato un amore a prima vista. A differenza di molte altre bambine, non sono stati i miei genitori a indirizzarmi: sono stata io ad insistere. Loro volevano praticassi uno sport, nel senso più tradizionale del termine: qualcosa all’aria aperta. La danza non rientrava in questa visione e inizialmente la consideravano un capriccio. Ho provato diverse attività, ma nessuna mi apparteneva davvero. Ho continuato a chiedere, con determinazione, finché non mi hanno portata a lezione. Da quel momento non ho mai più smesso”

Com’è stato scoprirti e formarti come artista? E com’è stato, allo stesso tempo, vivere il processo di scoperta del tuo corpo e del movimento, in funzione di un’arte che richiede così tanto in termini fisici?

“Mi sento sia atleta sia artista. La danza è arte, ma richiede una preparazione fisica rigorosa: bisogna essere forti, pronti, disciplinati. L’artista che sono oggi si è costruita nel tempo. All’inizio, in accademia, si parte dalla tecnica: dalla sbarra, dalla precisione dei dettagli. Sono nozioni molto concrete. Solo più avanti, quando inizi davvero a ballare, a interpretare i primi ruoli, comincia l’effettivo processo di formazione artistica. Il mio percorso artistico è maturato insieme alla mia persona. Non nel senso di un semplice miglioramento, ma di una trasformazione. Ci sono stati anni in cui cercavo di aderire a un’idea esterna di ballerina perfetta, a cui non è concesso mostrare fragilità. In scena, volevo essere solo il personaggio. Con il tempo, ho superato questa impostazione. Ho iniziato a mettermi in gioco, a essere io ad interpretare il ruolo. La storia restava quella, ma le sfumature diventavano mie. Ogni personaggio mi ha permesso di vivere esperienze diverse e di arricchire, contemporaneamente, il mio bagaglio artistico e personale”

Hai conseguito una maturità linguistica. Considerando questo percorso accademico parallelo, la danza assume i connotati di una lingua a sé stante ai tuoi occhi? Se sì, in che modo gestualità e musica diventano parole, storie, narrazione?

“La danza è una lingua a tutti gli effetti. Esiste un vocabolario preciso: ci sono gesti codificati, che corrispondono a significati specifici. Alcuni movimenti delle mani, per esempio, indicano concetti come la morte o il parlare. È un vero e proprio dizionario gestuale. Nei balletti di repertorio, questa forma di linguaggio è molto evidente. In altri, più narrativi, come Romeo e Giulietta o La Dame aux Camélias, il gesto si avvicina alla realtà: un bacio è un bacio, uno schiaffo è uno schiaffo, esattamente come nella vita. Quindi, la danza sa essere un linguaggio estremamente diretto, ma richiede disponibilità all’ascolto e attenzione ai dettagli. Per me è sempre stata anche un modo per esprimere ciò che le parole, a volte, non riescono a dire”

Virna Toppi for Altavia Studio

Prima Ballerina alla Scala. Come si arriva a raggiungere un ruolo e uno status di questo tipo? Cosa serve per consolidarlo nel tempo? E come ci si sente a raccogliere l’eredità di chi ti ha preceduta e a tracciare quella di chi ti seguirà?

“È un grande onore, ma soprattutto una grande responsabilità. Significa portare avanti un’eredità costruita da chi ti ha preceduta. Per me è fondamentale trasmettere concetti come disciplina, costanza e determinazione. Ero una bambina con un sogno e, attraverso impegno e sacrificio, sono riuscita a realizzarlo. Vorrei essere portatrice di questo messaggio. Avere la possibilità di interpretare tanti ruoli e vivere tante vite sul palcoscenico, anche in teatri diversi nel mondo, è un privilegio. Ma comporta anche una responsabilità verso chi guarda, soprattutto verso i più giovani che sognano di intraprendere questo percorso”

C’è stato un personaggio che hai sentito particolarmente tuo?

“Forse non l’ho ancora incontrato del tutto. In molti personaggi ho riconosciuto aspetti di me. In alcuni la concretezza e la forza, in altri l’eleganza, in altri ancora la sensibilità verso chi ti circonda, come accade in La Dame aux Camélias. In ogni balletto ho sempre cercato qualcosa che mi rappresentasse, spingendomi a farlo diventare ancora più mio”

La tua professione mette in comunicazione la sfera personale e quella collettiva, rappresentata dal corpo di ballo. Quali sono i fattori che determinano un perfetto ecosistema sul palco? E che tipo di rapporto cerchi di creare con chi accompagna le tue performance?

“Un balletto non esiste senza il corpo di ballo. Anche la migliore performance individuale perde valore se non è sostenuta da un gruppo coeso. Il risultato è sempre una somma di energie e impegno condiviso. Passiamo insieme gran parte della giornata: si crea una seconda famiglia. Il contatto è continuo, anche fisico, e questo genera una sensibilità reciproca molto forte. Si percepiscono anche i minimi cambiamenti d’umore altrui. È una condizione complessa: da un lato molto bella, dall’altro richiede equilibrio, perché si finisce, inevitabilmente, anche per assorbire le energie di chi sta al tuo fianco. Per questo è fondamentale essere aperti, empatici e, soprattutto, presenti”

Virna Toppi for Altavia Studio

“La cosa più importante per noi ballerini è saper ascoltare il proprio corpo. L’armonia nasce dall’ascolto e dal rispetto di sé stessi”. Cosa vuol dire, per te, ascoltare il tuo corpo? E cosa significa il concetto di armonia?

“Per anni ho combattuto contro il mio corpo. Andavo avanti senza ascoltarlo, anche davanti al dolore, convinta che una ballerina non dovesse fermarsi, né mostrare debolezza. Con il tempo, ho capito che tutto è collegato. Accettare me stessa, anche nei limiti, mi ha permesso di trovare un equilibrio. Non significa accontentarsi, ma dare il massimo rispettando ciò che si è. Ascoltare il corpo significa riconoscere i segnali, accettare i momenti di fragilità e stanchezza. Da quando ho iniziato a farlo, ho trovato una forma di armonia, scaturita dall’equilibrio tra corpo, mente e sfera emotiva”

La maternità, che hai definito ‘magica’, ha evoluto ulteriormente l’ascolto del tuo corpo e il significato dell’armonia?

“Da quando è nata mia figlia è cambiato tutto. Il corpo cambia, si trasforma, ma è anche il mezzo che ha reso possibile la cosa più importante della tua vita. Mi sento più ricettiva, più attenta a ciò che accade dentro di me. La maternità modifica le priorità: il modo di percepire il tempo, di vivere la realtà... Ti rende più consapevole e più pronta ad adattarti. Il mio corpo, ancora oggi, mi appare diverso, non sempre riconoscibile. Ritrovare una forma che sento mia è un processo. La piena armonia, in fondo, coincide con una ricerca continua”

Che tipo di esempio vuoi essere per tua figlia?

“Vorrei trasmetterle che una donna può tutto. Non deve scegliere tra lavoro e maternità: può costruire il proprio percorso senza rinunce imposte. Vorrei insegnarle a impegnarsi, a seguire i propri obiettivi con determinazione, ma anche ad ascoltare sé stessa, riconoscendo i propri limiti: senza viverli come un ostacolo. Mostrare fragilità non significa essere meno forti. Io posso essere una Prima Ballerina anche attraverso le mie debolezze. Credo che la verità, la propria verità, ripaghi sempre. Non quella costruita per gli altri, ma quella autentica, da cui possono nascere risultati incredibili”

Virna Toppi for Altavia Studio

Credits

Altavia Studio

Virna Toppi

Photos by Achille Mauri

Words by Gianmarco Pacione

Production Athleta Lab


adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid

Sotto l’immobile sguardo delle statue che scandiscono il perimetro dello Stadio dei Marmi, nel complesso monumentale del Foro Italico di Roma, adidas ha riunito atleti, creator e community attorno a una nuova idea di movimento. Con l’adidas Hybrid Hub Roma, il brand ha trasformato per una sera uno dei luoghi simbolici dello sport italiano in uno spazio dedicato al hybrid training: una disciplina e, soprattutto, una cultura atletica costruita sulla contaminazione tra qualità differenti e sulla progressiva dissoluzione dei confini tra corsa e forza

Un’esperienza che ha trovato nello Stadio dei Marmi una dimensione simbolica superiore. Laddove rappresentazione artistica e pratica sportiva convivono da quasi un secolo, adidas ha costruito un percorso che bene si sposa con l’eredità valoriale di Pietro Mennea stesso, traducendo quegli stessi ideali in ciò che oggi definiamo hybrid training. Per una sera, la solennità dello Stadio, ridisegnata da una serie di giochi d'incandescente luce rosa e dall’identità visiva delle Three Stripes, è stata attraversata da una corrente atletica radicalmente contemporanea. Un cortocircuito temporale e visivo, che ha messo in relazione due differenti rappresentazioni della fisicità: da una parte, l’immobilità marmorea delle sessanta figure che circondano l’arena, ciascuna cristallizzata nella propria disciplina; dall’altra, corpi mobili e mutevoli, chiamati a transitare continuamente dalla velocità della corsa alla contrazione muscolare della forza. 

È in questo processo di costante cambiamento che adidas individua uno dei principi fondanti dell’hybrid training. Correre. Sollevare. Accelerare. Resistere. Sono azioni che, considerate singolarmente, appartengono da sempre al lessico sportivo, ma che riunite delineano una differente idea di atleta: di essere umano in grado di cogliere sollecitazioni diverse e adattare continuamente il proprio corpo.

Un territorio che adidas sta esplorando con crescente attenzione, non soltanto attraverso esperienze come Hybrid Hub Roma e il precedente progetto milanese Hybrid Hotel, ma anche sostenendo direttamente la cultura competitiva della disciplina, attraverso la partnership ufficiale con ATHX, il format internazionale che mette in relazione running e strength training all’interno della stessa competizione. L’appuntamento romano si inserisce quindi all’interno di una visione più ampia, che vuole accompagnare l’evoluzione dell’hybrid training progettando prodotti, contesti ed esperienze capaci d'interpretarne le esigenze contemporanee. È da questa stessa ricerca che nasce la nuova Adizero Dropset Pro, protagonista dell’evento romano e presentata nelle varianti Solar Turbo e Lucid Pink. Una scarpa pensata per rispondere alla natura di questa disciplina, in cui il corpo deve transitare, spesso nel giro di pochi istanti, dalla spinta della corsa alla stabilità del sollevamento pesi. adidas ha affrontato questa dicotomia facendo convergere due genealogie progettuali differenti: da un lato la leggerezza e la vocazione alla velocità della famiglia Adizero; dall’altro la stabilità e il controllo che definiscono il DNA della linea Dropset.

Grazie alla Go Full Hybrid Experience la scarpa ha accompagnato i partecipanti dal try-on personalizzato, realizzato per individuare il fit più appropriato, fino alla prova immediata sul terreno dello Stadio dei Marmi, per un test collettivo dove oltre duecento tra atleti, creator e membri delle principali community di hybrid training italiane hanno attraversato un circuito ispirato alle logiche delle competizioni internazionali. Un Training Hub a cielo aperto, in cui adidas è riuscita a reinterpretare la funzione di uno spazio storicamente consacrato alla rappresentazione di discipline antiche, rendendolo luogo atto ad ospitare una nuova pratica sportiva e la sua community. Attraverso la lente di RiseUp Duo e le testimonianze di Camilla Massa ed Eugenio Bianchi, coach e atleti adidas, riviviamo questa speciale serata romana.

adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event

L’hybrid training nasce dall’incontro tra qualità atletiche differenti che, tradizionalmente, appartengono a mondi separati. Che cosa rappresenta per voi questa disciplina e, andando ancora più in profondità, quale nuova idea di atleta pensate stia contribuendo a definire?

 

Eugenio Bianchi: “Fin dal primo giorno in cui ho iniziato a praticarlo, l’hybrid training ha rappresentato per me l’idea stessa di completezza atletica. In fondo, gli atleti di moltissime discipline si allenano già da tempo lavorando su qualità differenti, perché forza e potenza, per esempio, possono sembrare concetti molto simili, ma vengono sviluppate attraverso modalità diverse. A queste si aggiungono la resistenza e tutta una serie di capacità che, insieme, determinano quanto un atleta possa essere performante all’interno della propria disciplina. Quello che cerchiamo di fare è trovare un equilibrio tra tutte queste componenti. L’atleta ibrido, oggi, occupa una posizione nuova all’interno del panorama sportivo. E credo che questa sia precisamente l’essenza dell’essere “hybrid”: non specializzarsi eccessivamente in un’unica qualità, ma cercare di costruire il maggior grado di completezza possibile. Naturalmente, per riuscirci serve tempo. E quel tempo deve essere distribuito in maniera intelligente all’interno della preparazione, perché allenare qualità differenti richiede costanza, programmazione e attenzione.”

Camilla Massa: “È una domanda che mi tocca particolarmente, perché la mia storia personale è piuttosto atipica. Sono diventata atleta professionista dopo i trent’anni e dopo aver avuto tre figlie, quindi attraverso un percorso che, per molti aspetti, credo racchiuda perfettamente ciò che rappresenta l’hybrid training. È una disciplina che, secondo me, sta contribuendo a definire una tipo di atleta più longevo. Rispetto ad altri sport, infatti, troviamo professionisti che raggiungono livelli molto alti anche in età più avanzata, e questo permette anche a chi comincia più tardi di sentire ancora quel fuoco, quella spinta competitiva nel mettersi alla prova. Ma credo ci sia anche un altro aspetto molto importante. L’hybrid training e le competizioni hybrid permettono a chi ha perso un po’ di contatto con il fitness o con lo sport, nel corso degli anni, di tornare ad allenarsi, di ritrovare una dimensione agonistica: non soltanto contro gli altri, ma anche e soprattutto con sé stesso. Quindi sì, penso che stia emergendo un’idea di atleta sicuramente indirizzata alla longevità, ma anche all'inclusività. In generale, uno sport molto più aperto a tutti.”

adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
Eugenio Bianchi
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event

Lo Stadio dei Marmi è un luogo profondamente simbolico. Che effetto vi ha fatto sapere che avreste affrontato un circuito di hybrid training proprio qui, in questo contesto, dove una pratica così contemporanea ha potuto dialogare con uno degli scenari monumentali della cultura sportiva italiana?

 

Eugenio Bianchi: “Essere qui oggi, per me, è sicuramente motivo di grande orgoglio. Questo stadio è legato alla figura di Pietro Mennea, che una volta disse qualcosa che mi è rimasto particolarmente impresso: se avesse potuto riguardare tutte le migliaia di ore trascorse ad allenarsi e ricominciare da capo, avrebbe cercato di allenarsi ancora di più. Per me quella frase racconta perfettamente la dedizione. È come dire: ho fatto tantissimo, eppure continuo ad avere la sensazione che non fosse abbastanza. È qualcosa in cui mi riconosco molto. Ho quarant’anni, e ogni giorno continuo a chiedermi: ho fatto abbastanza nella mia vita? Avrei potuto fare di più? Mi ritrovo ancora oggi a rimettermi continuamente in discussione. Oggi cerco, in un certo senso, di fare più di quanto facessi quando ero giovane e avevo un potenziale fisico enorme, nonché molto più tempo davanti a me. Andando avanti con gli anni, ti rendi conto che il rapporto con lo sport cambia profondamente. Se continui a praticarlo fino a un’età più matura, inizi a percepire quanto quella relazione evolva dentro di te. Per questo essere qui oggi, in questo luogo, e ripensare alle parole di Mennea mi fa sentire nel posto giusto, nel momento giusto e all’interno del contesto giusto. Anche perché l’hybrid training riflette perfettamente questa filosofia: devi allenarti, ma devi anche essere disposto ad allenarti molto. Richiede tempo, proprio perché devi lavorare su discipline e capacità differenti. Naturalmente ognuno lo fa al proprio livello, ma bisogna esserne consapevoli: allenarsi seriamente per questo sport richiede tempo e dedizione.”

Camilla Massa: “In qualche modo parla di l’evoluzione: di ciò che stiamo vivendo non soltanto nello sport, ma più in generale nella cultura contemporanea. Trovo che sia un’immagine molto forte di cambiamento: qualcosa che appartiene a una tradizione più classica, più storica, può entrare in relazione con ciò che è nuovo, senza perdere il proprio valore. Un linguaggio più classico, quindi, che oggi può essere messo in dialogo con una pratica contemporanea come l’hybrid training. Proprio dall’incontro tra queste due dimensioni, secondo me, può nascere qualcosa di bello, di nuovo e soprattutto accessibile a tutti.”

adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
Camilla Massa
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event

Essere protagonisti di adidas Hybrid Hub significa anche prendere parte a un progetto attraverso cui adidas sta scegliendo di sostenere e contribuire alla crescita dell’hybrid training. Quanto è importante, per te, che un brand con questa storia investa così tanto nella costruzione di una cultura, di eventi e di una community attorno a questo movimento?

 

Eugenio Bianchi: “È molto importante vedere realtà come adidas avvicinarsi a questo mondo con un lavoro così articolato alle spalle. Uno sport come questo è stato considerato, soprattutto agli inizi, quasi una moda. E le mode possono anche generare grandi numeri, ma i numeri, da soli, non bastano a costruire qualcosa che rimanga nel tempo. Puoi essere fortissimo oggi e scomparire domani. Quando invece vedi entrare in questo movimento realtà strutturate, che non sono solo brand di abbigliamento, ma organizzazioni composte da persone competenti, da professionalità differenti, e guidate da una visione più ampia, allora inizi a percepire qualcosa di diverso. Si comincia a creare una community. E, alla fine, ciò che permette a uno sport o a un intero movimento di restare in piedi nel tempo è proprio la comunità che riesce a costruirsi attorno ad esso. Sento che si sta formando una community molto forte, alimentata sia dagli eventi hybrid e dalle competizioni, che da brand come adidas, che stanno creando occasioni concrete per mettere insieme le persone. Persone che provano piacere nell'allenarsi insieme e nel condividere non soltanto il risultato, ma anche il percorso necessario per raggiungerlo. Ed è un aspetto fondamentale, anche se spesso viene dato per scontato. Perché lo sport è soprattutto allenamento. La gara rappresenta un momento più soggettivo: ognuno la affronta per sé stesso, ognuno prepara il proprio risultato. Ma prepararsi all’interno di una community è qualcosa di completamente diverso rispetto a fare tutto da soli. Ti senti realmente parte di qualcosa. Ed è una sensazione molto forte che, soprattutto all’interno dell’universo adidas, si percepisce in maniera evidente.”

Camilla Massa: “È un movimento che esiste ormai da alcuni anni, ma il fatto che brand importanti come adidas non si limitino a interessarsene, bensì decidano realmente di investire nello sport, nelle persone e negli atleti, rappresenta per me una conferma molto forte del fatto che oggi questo movimento abbia acquisito una propria identità. Io faccio parte di questo mondo da cinque anni, dai suoi inizi, e ho avuto la possibilità di osservare in prima persona la sua evoluzione. All’inizio esistevano soprattutto gli eventi. Oggi, invece, possiamo realmente parlare di uno sport. E il fatto che sia diventato così rilevante, al punto da attirare l’attenzione e l’investimento di brand di questa portata, significa che ha costruito una cultura e una comunità sufficientemente forti per resistere nel tempo. Personalmente sono profondamente grata ad adidas, perché il suo supporto mi permette di viaggiare, di competere in diverse parti del mondo e di avere accanto un partner che crede realmente negli atleti. E non è affatto una cosa scontata.”

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Al di là della performance e del risultato individuale, eventi come adidas Hybrid Hub nascono anche come esperienze collettive. Quale sensazione, messaggio o consapevolezza vorresti che le persone portassero con sé dopo aver attraversato questo circuito e condiviso una serata come questa?

 

Eugenio Bianchi: “Credo che la cosa più importante da trasmettere a chi partecipa a un evento come questo sia la consapevolezza che dietro tutto ciò esiste una volontà forte di costruire una community fatta, prima di tutto, di persone. Un brand come adidas, per esempio, non avrebbe necessariamente bisogno di organizzare eventi di questa portata. Potrebbe utilizzare il marketing, i social o moltissimi altri strumenti. Invece ha scelto di investire direttamente sulle persone. Ed è proprio questo che, secondo me, rende l’esperienza particolarmente significativa. Io oggi sono qui come atleta e rappresento, in un certo senso, un tipo di figura che, prima o poi, vivrà inevitabilmente un momento di passaggio: perché la carriera sportiva ha dei cicli. All’interno dello stesso spazio e dello stesso evento, posso condividere l'esperienza con tantissime persone che praticano sport a livelli completamente differenti. Dall’amatore che ha iniziato da poco, a chi possiede già un’esperienza maggiore, fino al semiprofessionista e al professionista vero e proprio. Qua convivono tutti. Ed è qualcosa che non è affatto scontato. Ho praticato altri sport e so bene quanto sia difficile che un atleta alle prime armi possa trovarsi nello stesso ambiente di un professionista. Qui, invece, accade qualcosa di diverso. Le distanze si riducono, i livelli si incontrano e persone molto differenti finiscono per condividere lo stesso spazio e lo stesso allenamento. Ed è precisamente questo, per me, a rendere una giornata come quella di oggi davvero speciale.”

Camilla Massa: “Credo che questo sport sia costituito, per una parte enorme, proprio dalla community. Non c’è soltanto l’evento e non c’è soltanto l’allenamento che lo precede. C’è soprattutto una comunità fatta di persone che condividono un percorso. Ho sempre pensato che lo sport rappresenti uno dei pochi momenti in cui puoi davvero dedicarti a te stessa senza dover necessariamente pensare agli altri. Per questo spero che le persone qui presenti possano riscoprire quel genere di fuoco competitivo. E, soprattutto, spero che possano riscoprire il valore di dedicare del tempo al proprio corpo e al proprio benessere. Con il passare degli anni, soprattutto nella vita adulta, tra lavoro, famiglia, figli e responsabilità quotidiane, è molto facile perdere progressivamente spazio personale. Lo sport, invece, è fondamentale. Ti costringe a tornare a concentrarti su te stessa, sul tuo corpo, sulla tua salute e sul tuo benessere. E credo che oggi questo sia più importante che mai.”

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