Calm and Strength: the Malick Thiaw Football Style

The young defender of the German national team and AC Milan, and member of the Under Armour athletes team, has shared with us the deep bond between football and his family, two fundamental pillars of his life.

Malick Thiaw was born in Germany, in the vibrant city of Düsseldorf, but his heart embraces two distant lands, those of his parents, who passed on their love for the game from an early age. His mother, hailing from the cold lands of Finland, and his father, a goalkeeper who defended the colors of Senegal, shaped his destiny from his first steps. From a young age, his talent shone on the green fields of Fortuna Düsseldorf, Bayer Leverkusen, Borussia Mönchengladbach, before finally finding a home in the youth team of Schalke 04 in 2015, inscribing his name in the history of professional football with an exciting debut in the Bundesliga at just 18 years old.

Growing up in Germany with a Finnish and senegalese Roots give me a good mix of cultures, it gives me a good balance of calmness and strength, on and off the field. In football as in life sometimes you need to be really focus and sometimes you need to relax and think about other things”

Meeting Malick in the picturesque setting of the Under Armour store, his technical sponsor, in Piazza Gae Aulenti in Milan, during an event dedicated to the presentation of their latest masterpiece, the Magnetico Elite 3, a boot produced by the Under Armour Laboratories, you can immediately feel his education and kindness. Despite being only 22 years old, he demonstrates the serenity and strength of a mature man, inspired by the legendary journey of Paolo Maldini, and gracefully shared with us his personal growth journey since he crossed the borders of Milan.

“Sometimes I miss Germany, but I am very comfortable in Milan. I can already call it my second home. The people are friendly, the food is great, the weather clement. My family is also of the same mind, and this is crucial for me. Going out together with my son and wife, taking a walk in the Duomo. In Milan in my free time I can do everything with them, that’s why I love it, I’m a family guy”.

This year has been a difficult journey for Malick, marked by physical challenges that have tested his determination. However, when talking about his season, his goals, and his dreams, the young defender reveals an inner strength and solidity that only a great heart of a young talent like him can possess:

“It has been an important season in any case, of learning especially mentally, useful to grow and learn from negative moments. The important thing is to react, to get back up. Only by being on the field can you become a better footballer.”

My dreams on a sports level, are to win the Champions League and participate in the Euro Cup 2024 in Germany this summer. In life, to continue to grow, to be a good person and do everything for my family.”

Malick Thiaw embodies not only the ideals of a talented defender but also those of a man of deep humanity and family. Through his goals and dreams, he inspires us to persevere in the pursuit of greatness, both on the field and in life, with love and dedication for those around us.

Malick Thiaw playing with the Germany Football Team (2023)

Photo credits:

Under ArmourIMAGO / HMB-Media

Testi di

Gianmarco Pacione


“FAST & LUXURIOUS”

Dalla passerella alla pista, tra il rombo dei motori e il flash delle telecamere, passione e stile si intrecciano in un abbraccio appassionato. Il battito del cuore della moda si sincronizza con il polso del motorsport, raggiungendo il suo culmine in questo momento esaltante.

L'unione tra Moda e Formula 1 accende un amore infuocato, spingendoci avanti con un impeto inarrestabile. Come una gara avvincente, ogni collaborazione tra moda e Formula 1 è un Victory Lap, che celebra la fusione tra eleganza e velocità. Dal mitico Gran Premio di Monte Carlo alle strade glamour adornate da celebrità, queste collaborazioni superano i confini, catturando i cuori degli appassionati di tutto il mondo. Con l'avvicinarsi della tappa del circuito nel principato, riviviamo la storia di questo legame simbiotico tra l'alta velocità e l'alta moda.

Hugo Boss Racing Helmet, Monaco (1977)

Moda che influenza le Case Automobilistiche: la Prima Collaborazione

La Formula 1 non è mai stata soltanto una questione di corse. Sin dalla sua nascita, la storia di questo sport è stata intrecciata con il mondo della moda, creando un'armonia senza tempo tra le piste e le passerelle.

Flavio Briatore and Naomi Campbell in Monte Carlo (1999)

Negli accattivanti anni '60, la Formula 1 si trasformò in un fenomeno globale, e le case automobilistiche dovevano non solo affascinare gli appassionati in pista, ma anche incantare con un'aura di lusso all'altezza del loro crescente prestigio. Tuttavia, è stato solo dopo quasi due decenni che i grandi nomi della moda decisero di unirsi al mondo delle corse. Tra i pionieri di questa incantevole unione c'era Benetton, che negli anni '80 si immerse nell'universo della Formula 1 sponsorizzando le squadre Tyrell e Toleman. L'euforia delle vittorie in pista presto si diffuse tra gli appassionati di moda quando il marchio italiano decise di creare collezioni ispirate alle squadre di Formula 1: giacche e accessori che ancora oggi incantano i cuori dei collezionisti, portando con sé un valore immenso e romantico. Con una coraggiosa scommessa sul giovane Michael Schumacher e una serie di trionfi in pista, Benetton incise il suo nome negli annali della storia della Formula 1, gettando le basi per le innumerevoli partnership che sarebbero sbocciate negli anni a venire.

Alexander Wurz in a Team Benetton Polo
Michael Schuhmacher at the Formula 1 in Melbourne, Australia
Gerhard Berger at Monaco Grand Prix in 1986

Il Mondo delle Auto che influenza l'industria della Moda

Dalle iniziative pionieristiche di Benetton alla linea di alta moda creata da Ferrari nel 2021, dall'incarico di A$AP Rocky come direttore creativo per Puma x F1 agli sforzi collaborativi di Balenciaga e Alpinestars, passando dalle sponsorizzazioni alle collaborazioni, la fusione tra Moda e Formula 1 è sempre risultata simbiotica, con ciascuna entità che plasmava il paesaggio estetico dell'altra.

Ferrari Ready to Wear Fall winter 2023/24
Ferrari Ready to Wear Fall winter 2023/24

Se tradizionalmente è stata la moda a esercitare la sua influenza sulla Formula 1, negli ultimi tempi il mondo dei motori ha indubbiamente preso il sopravvento sulla moda. Giacche di pelle adornate di toppe e impreziosite da loghi ispirati alle auto, colori vibranti e ensemble coordinati radicati nell'heritage delle corse hanno sempre più ispirato le ultime collezioni di numerosi marchi di alta moda. I primi sussurri dell'estetica della F1 nel mondo Fashion sono emersi con la collezione Primavera Estate 2016 di Jeremy Scott per Moschino, seguita dall'intera collezione Primavera Estate 2018 di Tommy Hilfiger, che è stata meticolosamente creata attorno al tema del motorsport.

Ultimamente, persino i marchi di abbigliamento streetwear stanno compiendo passi significativi: Palm Angels, Palace e Rhude si sono avventurati nel mondo della Formula 1, cercando di iniettare un vigore giovanile. Il primo ha collaborato con il team di corse Mercedes, svelando una collezione capsule ispirata all'abbigliamento dei meccanici: giacche, pantaloni rinforzati, nonché felpe, magliette e accessori. Nel frattempo, Rhude, in collaborazione con McLaren, ha tratto ispirazione diretta dalle scelte sartoriali dei piloti, creando giacche di pelle adornate da stampe audaci, insieme a polo e magliette caratterizzate da grafiche vivaci e dinamiche che richiamano il mondo delle corse.

Rhude Menswear FW 2021
Rhude Menswear FW 2021

Social Media, Netflix e l'evoluzione dei Piloti: l'Ultima Accelerata

Nel regno in continua evoluzione della Formula 1, dove la velocità regna sovrana, gli investimenti di marketing stanno dando ritorni astronomici, elevando lo sport a livelli senza precedenti. Tuttavia, in questo vortice di crescita, emerge una soluzione armoniosa: l'uso sapiente dei social media da parte delle case automobilistiche e il fascino ipnotico della serie Netflix “Drive to Survive” hanno trasformato i piloti in esseri celestiali, che si esibiscono in eventi modaioli di alto profilo e si assicurano sponsorizzazioni con marchi prestigiosi.

Lewis Hamilton at Grand Prix of Monaco (2023)

Il ruolo di catalizzatore della serie televisiva, una narrazione avvincente che si addentra nell'intimo dei paddock più esclusivi del mondo, è stato a dir poco determinante. Sulla scia di questa serie, è sbocciata una nuova fascinazione per le star delle corse contemporanee, che ha acceso i riflettori su figure come Lando Norris, Daniel Ricciardo, George Russell e il venerabile Sir Lewis Hamilton. Mentre la popolarità dei piloti di F1 sale alle stelle, la convergenza tra moda ed eleganza in pista si trasforma in una sinfonia abbagliante, con l'estetica da corsa che regna sovrana in ogni aspetto, dalle eleganti giacche da moto agli chic biker shorts.

Fans during the Formula 1 Grand Prix de Monaco (2022)

Il Gran Premio di Monaco: il Meglio dei Due Mondi

Negli annali della storia degli sport automobilistici, nel 1929 si è verificato un’evento sismico: la nascita del primo Circuito di Monaco. Quasi un secolo dopo, il Gran Premio di Monaco non è solo il fiore all'occhiello del calendario di Formula 1, ma anche un vero e proprio palcoscenico in cui le celebrità possono svelare il loro stile e il loro fascino. In mezzo a un mare di yacht sfarzosi e di miliardari al riparo, impreziosito da sponsor illustri come Rolex, Moët & Chandon e Louis Vuitton, si svolge una gara di proporzioni faraoniche: uno spettacolo in cui ognuno dei 19 tornanti racchiude l'essenza dello “Sport Prestige”, una gara che ha forgiato l'immaginario collettivo con il suo splendore agonistico.

View of the Loews - Monte Carlo track curve (1997)

Il piccolo principato adagiato lungo le rive baciate dal sole della Costa Azzurra invita tutti a guardare ed essere guardati, esortando a vestirsi di tutto punto lungo le strade acciottolate di Monte Carlo, il gioiello della Riviera francese. Il fine settimana del Gran Premio di Monaco rappresenta un momento emblematico, in cui la storia si intreccia con le meraviglie dell'ingegno stilistico. Dalle raffinate polo in maglia, ai pantaloni di lino e gli eleganti mocassini indossati da Charles Leclerc alle tonalità audaci, gli ensemble stravaganti e l'opulenta gamma di gioielli che adornano gli outfit di Sir Lewis Hamilton, il Gran Premio di Monte Carlo emerge come l'evento apicale in cui l’incontro tra moda e automobilismo raggiunge la sua apoteosi.

Lewis Hamilton in the Paddock (2023)
Charles Leclerc at the Amber Lounge Fashion Show (2017)

Celebrità, miliardari, attori e i più famosi piloti di Formula Uno si riuniranno in questo prestigioso evento, portando ciascuno la propria personale espressione sartoriale nei consacrati paddock. Mentre cresce l'attesa per il Gran Premio di quest'anno, restiamo con il fiato sospeso di fronte agli splendidi look che impreziosiranno l'illustre kermesse.

Port of Monte Carlo during Grand Prix of Monaco (2015)

Credits

Filippo Libenzi

IMAGO / GEPA pictures / HochZwei/Ronco / Thomas Melzer / Crash Media Group / HJS / Avalon.re / Pond5 Images / PanoramiC / ZUMA Wire


Game Changers – Keen

“WE’RE HERE NOT JUST TO MAKE SHOES”

Con questo mantra, Keen Footwear si è sempre posto come un faro nel guardaroba di ogni famiglia dinamica, di uomini, donne e bambini che amano trascorrere il loro tempo all’aria aperta.

Fondata nel 2003 ad Alameda, California, da Martin Keen e Rory Fuerst, questa azienda americana di calzature e accessori ha saputo conquistare i cuori degli “Outside People” di tutto il mondo grazie alla sua mission centrata sulla beneficenza e grazie ai suoi design innovativi. Ma dove ha avuto inizio questa storia? Si potrebbe dire che Keen Footwear inizia da una rivisitazione del vecchio detto: "La necessità è Madre dell'invenzione".

KEEN FW23 Zionic

SANDALI E NAVIGAZIONI: LA STORIA DEI "NEWPORT"

Martin Keen è cresciuto nel sud-ovest dell'Inghilterra, immerso nel mondo delle calzature grazie al lavoro artistico del padre presso il famoso brand di calzature Britanniche, Clarks. Il suo personale viaggio lo ha portato dall'Irlanda all'America, dove il suo amore per la navigazione, ereditato dal padre, ha scatenato la scintilla che avrebbe dato vita a Keen Footwear. Tra le onde dell'oceano, Martin si trovava costantemente di fronte a un dilemma: trovare calzature che fossero pratiche e, soprattutto, proteggessero i suoi piedi dagli urti. Da qui è nata l'idea di creare una calzatura con spazio sufficiente per le dita, che abbracciasse il piede anziché stringerlo in modo scomodo. Nel 2003, grazie alla collaborazione con Rory Fuerst, nacque il celebre Sandalo Newport, un'innovazione che conquistò immediatamente il settore, guadagnandosi il titolo di "Launch of the Year" dalla prestigiosa rivista Footwear News.

KEEN Uneek SS24
Uneek Year of the Dragon Campaign

Da quel momento, Keen ha abbracciato non solo l'obiettivo di rivoluzionare il mondo delle calzature, ma anche quello di creare un impatto positivo in ogni aspetto della propria attività. In breve tempo, l'azienda ha guadagnato una forte reputazione grazie al sostegno di numerose cause benefiche, incarnando pienamente la filosofia del marchio volta all'innovazione e alla creazione di nuove opportunità.

E’ così che nasce il “Keen Effect”, un'onda di cambiamento che si propaga attraverso ogni passo che il brand aiuta a compiere.

KEEN SS24

COS'È IL KEEN EFFECT ?

Dall'eco dell'amore per l'umanità e la natura, scaturisce il Keen Effect, un grido di speranza proveniente dal mondo del Footwear. Tutto ebbe inizio anche in questo caso, dall’oceano, quando, dopo lo Tsunami asiatico del 2004, Keen ha dimostrato che l'amore si esprime in azioni concrete: Il Brand Californiano decise di dedicare l’intero budget pubblicitario di un milione di dollari, donandolo per soccorrere la popolazione asiatica, un primo grande gesto che ha dato vita al programma "Keen Effect". Da quel momento, insieme a organizzazioni affini come The Conservation Alliance, 1 KG More, Leave No Trace e Big City Mountaineers, Keen danza nell'armonia della beneficenza, offrendo calzature protettive ai più bisognosi e conforto alle comunità devastate da calamità naturali, catastrofi e guerre in tutto il mondo.

Come ci ha confermato Chiara Tassi, responsabile delle attività di brand management, marketing, comunicazione ed eventi per KEEN in Italia, che abbiamo avuto il piacere di intervistare e che ci ha parlato del “Keen Effect” in Europa e di come, tra le tante iniziative, durante la crisi umanitaria in Ucraina nel marzo 2022, il brand abbia iniziato a sostenere le comunità in difficoltà con significative donazioni.

KEEN Volunteer
KEEN Volunteers

In questa sinfonia di altruismo, Keen si impegna a preservare l'anima della Terra, coinvolgendo la sua comunità nel proteggere il nostro amato pianeta: Ogni passo fatto indossando una scarpa Keen è un passo verso la sostenibilità, una dichiarazione d'amore verso Madre Terra. Attraverso il "Programma di gestione delle sostanze chimiche", Keen abbraccia l'ecologia, eliminando le tossine più dannose, donando alla Natura un respiro di sollievo, decidendo di abbracciare il futuro con diversi programmi di riciclo e riutilizzo, come le corde in plastica P.E.T. di Uneek (uno degli ultimi modelli di calzature del Brand), dimostrandoci che la bellezza può rinascere dalle ceneri del consumismo.

Proprio il sandalo-sneaker Uneek quest’anno celebra un decennio di innovazione, stile inconfondibile e comfort imbattibile con una serie di workshops esclusivi presso i rivenditori partner ufficiali KEEN Footwear Italia. Dopo una breve introduzione sul marchio KEEN e sul modello Uneek, i partecipanti potranno personalizzare le proprie sneaker open-air scegliendo lacci e accessori esprimendo tutta la loro creatività.

Keen Europe SS24
Uneek KEEN SS24

KEEN IN EUROPA E IN ITALIA

Dalla chiacchierata con Chiara si percepisce come il Keen Effect sia più di un semplice programma o iniziativa, è l'anima pulsante del marchio, un richiamo alla sostenibilità, alla responsabilità, e all'amore per la Terra. In un mondo assetato di cambiamento, Keen ci offre una guida verso un futuro più luminoso, dove l'eccellenza delle calzature si unisce alla promessa di un pianeta rigenerato.

Siamo praticamente presenti dall'inizio (2003) in Europa tramite un distributore in Germania. Ma è dal 2008 che abbiamo aperto la nostra sede europea a Rotterdam e ci siamo trasferiti nel 2019 nella nostra attuale sede” ci dice Chiara, dal 2023 responsabile del Brand in Italia.

In ogni singolo paese cerchiamo di declinare il concetto del “Consciously Created”, Keen è nato con questa filosofia e vuole rimanere fedele ai suoi principi. Soprattutto adesso che abbiamo notato una differenza di come questo concetto sia concepito in America, dove questo aspetto del brand è più conosciuto e molto più forte, rispetto all’Europa dove si è un po perso poiché il brand ha assunto una veste un pò più lifestyle, introducendo prodotti che non sono strettamente outdoor ma che strizzano l’occhio al Fashion. Di conseguenza è stato percepito meno questo concetto centrale per il brand, anche perché nei contesti di moda non sempre viene comunicata, sfortunatamente, la sostenibilità. Per questo recentemente ci abbiamo tenuto a ribadire che noi siamo Keen, e continueremo a promuovere la nostra mission anche in Europa” ci ha raccontato virtuosamente Chiara.

KEEN Unkeen SS24
KEEN Europe SS24
KEEN Europe SS24
KEEN Zionic SS24

In effetti, guardando alla mappa delle iniziative di Keen in Europa, si apre un caleidoscopio di azioni tangibili, dalla rigogliosa Sierra Lujar di Órgiva, nel sud della Spagna, dove la riforestazione prende vita, passando per i canali di Amsterdam, trasformati in un palcoscenico di sensibilizzazione ambientale grazie a una barca creata con rifiuti riciclati, fino all’abbraccio caldo e solidale verso i rifugiati ucraini, simboleggiato dagli oltre 150.000 euro in aiuti immediati, donati pochi giorni dopo l'invasione russa. Ogni gesto di Keen è un ritratto di compassione e impegno, un raggio di speranza che attraversa continenti e unisce cuori.

E in Italia, quali iniziative sono in cantiere per il 2024?

Proprio perché il Keen Effect viene declinato in maniera diversa in ogni singolo paese, un’iniziativa che vorremmo fare noi in Italia, in collaborazione con i nostri rivenditori e associazioni no-profit locali, è quella di andare a pulire le spiagge, come è già stato fatto in passato in altre nazioni da Keen, e invitare i consumatori a fare questo con magari alla fine un momento di interazione, regalando dei gadgets, magari a fine estate, inizio ottobre. Cercando di arrivare al cuore degli Italiani con iniziative concrete. É bello dirlo sui social, è bello comunicarlo lato marketing, ma finche non lo dimostri nel concreto coinvolgendo il tuo pubblico, non riuscirai mai a far percepire fino infondo che cosa è Keen”.

In un mondo dove le promesse "Green" dei brand spesso risultano essere solo parole vuote, Keen brilla come un faro di autenticità. Ci mostra con forza che sono le azioni, non le parole, a plasmare il nostro futuro. In un mare di eco-marketing, Keen emerge come un'isola di fiducia e impegno vero.

KEEN Uneek SS24

Photo Credits:

KEEN Europe

Text by:


Di ciclismo e narrazione, la Granfondo Briko Torino

Grazie a Briko abbiamo ritratto le sfumature culturali e sportive della Granfondo Briko Torino

Torino è una città di echi. Echi storici. Echi letterari. Echi sportivi. La Granfondo Briko Torino pare raccoglierli tutti, ed amplificarli attraverso le due ruote. Grazie a Briko abbiamo avuto la possibilità di ritrarre questo evocativo evento ciclistico: un viaggio competitivo ed esperienziale, in grado di mettere in rima l’adrenalina della gara e la bellezza della scoperta. Dal Motovelodromo al Santuario di Superga, 111,64 chilometri che ispirano gambe e occhi, infondendo conoscenza, consapevolezza e rispetto nei riguardi di luoghi che hanno scritto gli annali sportivi di un territorio che mai ha smesso di essere fertile, sotto tutti i punti di vista.

Il ciclismo qui, nella sua forma più pura, omaggia Fausto Coppi e il Grande Torino, trovando nella Granfondo Briko Torino una piattaforma tanto atletica, quanto narrativa, ideale per comunicare l’eterno fascino di uno sport che è sinonimo di cultura. Tutto si connette nella magia delle due ruote, lo insegnava a pochi chilometri di distanza Giuseppe Ticozzelli, calciatore-pioniere del Casale pluriscudettato d’inizio Novecento e, allo stesso tempo, ciclista al Giro d’Italia 1926 (dove creò il mito della Maglia Nera): assunto che, a distanza di un secolo, confermano i partecipanti di questo viaggio domenicale, indossando tutti la speciale maglia Briko che hanno potuto scegliere prima della partenza, dando vita così ad un effetto scenografico memorabile. Tra di loro non troviamo solo amatori delle due ruote, ma anche riconosciuti professionisti del settore e appassionati, così come illustri nomi, di altri universi sportivi.

Al termine della giornata vengono premiati i Re e le Regine delle molteplici categorie della Granfondo Briko Torino: coloro in grado di unire la costanza della pedalata sul lungo tragitto e il ritmo frenetico di una gara finale sul circuito del Motovelodromo. Soprattutto, vengono premiati lo spirito e l’essenza di questa manifestazione, dove la performance fisica altro non è che una parte di un tutto molto più complesso, e profondo, come dimostra la nostra galleria visuale.


New Era, il Basecap è Sport e Cultura

Nati dalla tradizione dello sport americano per eccellenza, i basecap sono oggi un manifesto d’identità e orgoglio universale

Tra sport e moda esiste un legame che va ben oltre il semplice vestire una determinata estetica fuori dal terreno di gioco. Tra moda e sport esiste una connessione con cui, attraverso un codice di stile ereditato dal campo, ognuno di noi è libero di fare propri i valori del gioco. Valori che comunicano appartenenza e lealtà, carattere e personalità, ma anche follia e ossessione. Ed è esattamente quando lo stile diventa portatore d’identità che lo sport supera la moda, scavalca la tendenza, e diventa cultura.

Baseball Souvenirs, Fenway Park, Boston.

Proprio nella cultura, prima in quella americana e poi in quella globale, New Era ha raggiunto uno status più unico che raro quando si parla di un brand sportivo. Un’incarnazione pura di quel sentimento viscerale di appartenenza che solo lo sport è capace di comunicare, oltre il linguaggio e la classe sociale. Il brand fondato nel 1920 da Ehrhardt Koch è ad oggi, infatti, uno dei pochi che può dire di aver associato il proprio nome non solo a un accessorio, ma anche a un’abitudine nata negli stadi e arrivata nelle strade: quella di mostrare un’origine, un’identità appunto.

Un’identità che per prima è stata esternata nella New York del 1845 dai Knickerbockers, prima vera squadra di baseball al mondo le cui divise abbinavano a un pantalone di lana e a una camicia di flanella bianca un “chip”, il primo esempio noto di basecap; nato non solo per riparare dal sole la vista dei giocatori, ma anche e soprattutto per comunicare la propria appartenenza ad un club. E così al fianco dei Knickerbockers, squadre come i New York Mutuals e i Brooklyn Excelsiors passarono a un berretto di merino sormontato da un motivo a stella realizzato dall'azienda di articoli sportivi di New York Peck & Snyder. Questo berretto presentava le due caratteristiche principali del berretto da baseball moderno: una corona e una visiera.

The New York knickerbockers (1858)

L’ARRIVO DI NEW ERA E DEL 59FIFTY

Ma fu con l’arrivo di New Era, a cavallo tra il 1920 - anno di fondazione del brand- e il 1960 che l’estetica del basecap trovò la sua consacrazione. Dai primi cappelli realizzati fino al primo accordo con gli allora Cleveland Indians, il marchio della famiglia Koch iniziò una lenta e graduale rivoluzione che raggiunse il suo apice nel 1954 con il lancio del 59Fifty. Un modello rivoluzionario nell’estetica dei cappelli da baseball, che introdusse per la prima volta una struttura rigida nella loro progettazione. Una forma studiata per migliorare la visibilità di chi lo indossava e per mantenere sempre in posizione frontale il logo della squadra ricamato sopra la visiera. Ergonomia ed estetica.

American baseball player, and first black player in the American League Doby Right with Lou Boudreau, manager of the Cleveland Indians

Visto per la prima volta sulle teste dei St. Louis Browns, il 59Fifty conquistò da subito il baseball americano. E con lui New Era. Escluse poche franchigie, quasi tutte le squadre della MLB sposarono presto il design del marchio tutt’ora in capo alla famiglia Koch. Un design che dal 1954 è quasi del tutto rimasto invariato, se non per due dettagli fondamentali: uno di progettazione e uno di apparel. Il primo coincide con l’utilizzo del poliestere in sostituzione alla lana, scelta fatta nel 2007 da New Era e che ha trasformato il 59Fifty in un capo sportivo e da performance a tutti gli effetti. Il secondo, datato 1993, è quello relativo all’introduzione del ricamo del logo ufficiale della MLB sul fianco del basecap, in coincidenza con l’accordo preso dal brand con la lega americana. Accordo a cui avrebbe poi fatto seguito il futuro matrimonio tra New Era e le altre due grandi leghe professionistiche più famose degli States: la NBA e la NFL.

Members of Saint Louis Browns during a baseball game

DALL’IMMAGINARIO SPORTIVO ALLE SOTTOCULTURE

Nell’epopea di New Era la dimensione dello sport rappresenta solo l’inizio di un viaggio che, a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo, ha portato il brand originario di Buffalo, N.Y., a conquistare molto più che uno spazio nell’immaginario sportivo. L’estro, la qualità e l’autenticità diventano presto i tratti distintivi di New Era, permettendo al brand di oltrepassare i confini del tifo, fino a raggiungere le strade e i sobborghi americani: gli allora teatri e palcoscenici delle nascenti subculture americane.  Furono l’hip hop prima, e la pop culture poi, a portare per primi un nuovo significato ai basecaps e alla dimensione del loro utilizzo fuori dall’immaginario del baseball.

Rapper Nas performing live
Kendrick Lamar on stage

Dagli N.W.A ai Public Enemy, da Fat Joe a Change The Rapper fino all’intero panorama della break dance americana. Il 59Fifty di New Era diventò per rapper, musicisti, artisti e performers di provenienza ed estrazione sociale tanto eterogenea quanto unica, un accessorio fondamentale per dimostrare orgoglio e appartenenza. Alla città, alla scena e alla strada. Tutti elementi il cui valore, non solo estetico, è possibile scorgere nelle fotografie di Jonathan Mannion, uno dei fotografi più importanti nel contesto dell’hip hop. Capace di cogliere come pochi altri l’essenza dell’insieme dei volti e dei simboli della cultura hip hop, il fotografo e regista originario di Cleveland ha immortalato nel corso della sua carriera alcuni tra i momenti più iconici nella memoria collettiva del genere. Dr. Dre, Jay Z, Nas, Kendrick Lamar, Lil Wayne e Kanye West, tutti accomunati dal 59Fifty. un accessorio diventato imprescindibile.

NWA and Snoop Dog in Los Angeles

BE LIKE SPIKE E LA CONTEMPORANEITÀ FASHION

Una su tutte fu però la personalità che contribuì più di chiunque altro ad alimentare  l’immagine di New Era nella cultura della moda: Spike Lee. Con il regista e con quello che poteremmo definire uno dei primi prototipi di collaborazione nel mondo dello sport, New Era scoprì quasi involontariamente tutta la forza della propria influenza oltre il 59Fifty e i suoi cappelli in generale.

Dalla mente di Spike nacque infatti la richiesta, fatta recapitare direttamente all’allora CEO di New Era Chris Koch, di rivisitare il cappellino degli Yankees in versione rosso scarlatto. Una personalizzazione a cui il brand non seppe dire di no, e che gli aprì le porte del mondo dello streetwear. Da quel momento sono quasi impossibili da contare le collaborazioni che hanno visto protagonista New Era: da Supreme a Tyler The Creator, da Helmut Lang a Takashi Murakami, fino a Fear Of God e Beams.

New Era Heritage Series: The 1996 Collection

Un legame, quello con la moda e con la cultura, che ci porta oggi ad associare in modo spontaneo quanto immediato New Era alla figura dei cappelli, sportivi e non, al mondo del baseball come a quello del rap, alla musica come alla moda. Una connessione tra mondi e immaginari all’apparenza così distanti possibile solo grazie alla forza che il 59Fifty e gli altri cappelli New Era hanno con il tempo conquistato. Base dopo base, inning dopo inning, fino alle strade di tutto il mondo.

Yoshinobu Yamamoto of LA Dodgers pitches during the Major League Baseball Season
baseman Sean Burroughs waits on the steps before the start of the game

Credits

 

IMAGO / Newscom World / ZUMA Wire / GRANGER Historical Picture Archive / Pond5 Images / MediaPunch / Avalon.red / Gonzales Photo / Penta Press 

Wikipedia


Voi non sapete chi è Dennis Rodman

Demoni e dolori, lacrime e sensibilità. Il ‘Verme’ del basket non è chi pensate. Non lo è mai stato

È facile cadere nell’ipersemplificazione, nella narrativa facile quando si parla di Dennis Rodman. Il portamento istrionico, il seguito mediatico, la necessità di superare il limite sempre e comunque, spesso forzatamente, artificiosamente

Tutto fumo negli occhi, tutte esche per osservatori del superficiale, dell’inutile. Le verità del ‘Verme’ sono molteplici, ma non sono queste. Sono frasi ed emozioni nascoste, condizionanti, sono demoni eternamente presenti, insicurezze da camuffare agli occhi del mondo.

Voi non sapete chi è Dennis Rodman. Non potete saperlo.

Dennis Rodman signing autographs

LE ORIGINI DEL VERME

Prima dei rimbalzi coreografici, prima della liaison con Madonna, prima di piercing e nottate estreme. Prima. Prima di tutto questo Dennis Rodman è un ragazzino texano fuori fuoco. Vive in un quartiere popolare di Dallas, in una casa di tirannia rosa, pesantemente condizionato dalle sorelle e dalla madre. Suo padre ha abbandonato la famiglia poco dopo la nascita dell’unico figlio maschio,  è finito nelle Filippine a dirigere un bar, a produrre un’altra trentina di figli.

Si veste da donna Dennis, lo fa di fronte allo specchio della propria camera. Lascia fare alle sorelle, permette loro di agghindare il suo corpo gracile, di disegnare le sue labbra carnose con il rossetto. Inizia a vivere e convivere con un’altra versione di sé stesso.

Nelle strade di Dallas non è conosciuto, anzi, lungo i suoi anni adolescenziali risulta essere una sorta di fantasma. Non si piace, non piace. Il giovane Dennis  è incastrato in un limbo di disinteresse generale, è un nulla, un essere umano senza direzioni e direttive, abbandonato ai margini di scenari scolastici e sociali.</span

Nello sport non eccelle, al contrario delle sorelle. La sua è una vita di lunghe solitudini e partite a pinball. Proprio questa passione genera il suo soprannome: ‘Worm’, il verme in costante movimento, abbracciato ai due lati del luminoso gioco da bar.

Dennis Rodman in drag
Dennis Rodman

Viene tagliato dalla squadra di football dell’high school, nella squadra di basket non trova spazio: è gracile e fino ai 18 anni supera a malapena il metro e settantacinque. Gozzoviglia a lungo Dennis, disperso tra pensieri di un futuro senza certezze e di un presente anonimo, incolore.

Cerca un sorriso in chi gli sta a fianco, è l’unico obiettivo che s’impone, che insegue quasi disperatamente. Vuole essere accettato, vuole essere amato. Proprio per questo finisce in prigione: una nottata in cella, poco dopo il diploma. Ruba degli orologi da un negozio dell’aeroporto, dove lavora come tuttofare notturno. Viene sorpreso dalle telecamere presenti. Una volta tornato nel suo quartiere regala gli orologi ad amici, o presunti tali. La polizia aeroportuale fa decadere le accuse davanti alle prove della mancata vendita.

Dennis Rodman photographed at book signing in New York on 21st August 1996

UN SENZATETTO AL COLLEGE

In casa la madre non sopporta quel figlio privo d’interessi, privo d’interesse per la vita. Arriva così l’ultimatum, seguito dalla messa alla porta. Rodman inizia a vagabondare, disperso in un universo di assenza d’affetti e di stabilità.

“Dormivo a casa di gente che conoscevo, dormivo nei parchi, dormivo dietro un 24/7. Di giorno camminavo in giro, non sapevo cosa fare”

La natura, misteriosamente, regala quasi 25 centimetri a Rodman tra i 18 e i 20 anni. Il ‘Verme’ ricomincia a giocare basket, oasi a spicchi in una vita di turbolenze e negatività. Alla soglia dei 22 anni arriva l’interesse di uno sperduto college nel profondo Oklahoma. Rodman impacchetta il poco che ha e saluta Dallas, con l’intenzione di non rimetterci più piede, di non incontrare più sua madre.

Alla Southeastern Oklahoma State University esordisce con 24 punti e 19 rimbalzi. Il suo coach lo vede arrivare a fine partita e dirgli: “Spero di non averti deluso”. Ha bisogno di approvazione Rodman, un bisogno intenso, drammatico.

Dennis Rodman in: Bad As I Wanna Be.

In un paesino di poco più di 720 abitanti incontra la sua prima, vera, famiglia. Sono i Rich, bianchi agricoltori locali. Stringe amicizia con il più giovane dei loro figli, un 13enne. Rodman è timido e introverso, riesce a confidarsi solo con quel ragazzino di dieci anni più giovane. Dormono insieme, giocano insieme, lavorano nella fattoria insieme.

È un modo per riconquistarsi l’adolescenza perduta, mai completamente vissuta. Un modo per sentirsi parte di qualcosa di vero, tangibile. Alla famiglia Rich Rodman arriva a chiedere l’adozione. In campo, nel frattempo, l’oasi diventa campo di battaglia. La pallacanestro è qualcosa di naturale nelle corde muscolari e mentali del ‘Verme’. Strappa rimbalzi voracemente, corre il campo come una gazzella. È una forza straripante, un cataclisma che si abbatte sul circuito collegiale, portandolo ad essere un All American.

“Quando mi hanno detto che sarei stato premiato come All American ho chiesto che cosa significasse. Non sapevo di cosa stessero parlando”

Jean-Claude Van Damme and Dennis Rodman

L’NBA E IL RODMAN CHE NESSUNO RICORDA

Rodman arriva a Detroit a 25 anni compiuti. Alla famiglia Pistons dà subito l’impressione di essere un dolce, innocente 15enne. “Era il classico che nei club ordinava un bicchiere di latte”, rivela John Salley. In Chuck Daly Rodman trova la figura paterna che mai si era palesata. A casa del coach trascorre Ringraziamento, Natale e feste di compleanno. Nei Bad Boys vede nascere un’alchimia magica, un’altra famiglia su cui fare affidamento, a cui dedicare la propria anima e il proprio corpo.

Sul parquet il ‘Verme’ rivela qualità imprevedibili. Ha un’energia senza fine, è uno spirito libero, gioca duro, vola tra le prime file alla ricerca di una palla recuperata, si fa amare dalla città dei motori e dai compagni. Il collettivo Pistons trascina Rodman in un periodo estatico, la fiducia percepita lo inebria, lo esalta.

Rodman signature Converse All-Star Shoes
Dennis Rodman with the Detroit Pistons

A rimbalzo domina, studia le traiettorie dei palloni, in difesa prende sfondamenti e innalza mura invalicabili. “È il primo giocatore in grado di essere idolatrato pur non facendo canestro”, dicono di lui i media nazionali. Per lui il basket non è un business, il basket è questione di legami e fratellanza. Arriva a vincere due titoli NBA, al fianco del mentore Isiah Thomas. Ottiene anche il premio per il miglior difensore dell’anno: durante la conferenza stampa scoppia in lacrime

L’INIZIO DELLA FINE, O DELL’INIZIO

Poi il crollo. Un crollo verticale e incontrollato. I Bad Boys si sciolgono, Chuck Daly si dimette. La depressione si appropria, sibilante, della mente di Dennis Rodman. L’11 febbraio 1993 viene ritrovato addormentato, all’interno del parcheggio del Palace, con un fucile puntato alla testa. Demoni e fantasmi, dolore e rabbia.

Da quel punto in avanti la mia mentalità è cambiata in ‘Fuck the World’, fanculo il mondo”

Pochi mesi dopo si trasferisce a San Antonio, gli Spurs lo vogliono affiancare all’ammiraglio Robinson. Rodman arriva alla presentazione con i capelli tinti di giallo paglia, emulando il personaggio interpretato da Wesley Snipes in ‘Demolition Man’. Prende il microfono, urla “Sono qui per essere solido!” e lo lancia a terra.

Qualcosa sta cambiando, qualcosa è cambiato. In Texas Rodman inizia a calarsi in un vortice di esibizionismo forzato, di libertà assolute. Nasce il personaggio Rodman, nasce l’iconoclasta, il ribelle, la superstar che fa gola a Madonna.

Il ‘Verme’ si tinge i capelli, si traveste, confida a Sports Illustrated di nutrire fantasie gay, si associa profondamente alla comunità omosessuale. Alterna intenti nobili a parodie cartoonesche di un’attivista sociale. Inizia a bere, molto. Va alla deriva e lo spogliatoio Spurs non riesce a comprendere le vere necessità di quel ragazzo instabile, sempre più costruito.

“La sua era diventata un’arte performativa più che un’arte sportiva”

La convivenza con David Robinson non funziona, Rodman prende tecnici, si fa espellere e sospendere. La sua irrequietezza viene riversata contro arbitri e avversari. Non può funzionare, non deve funzionare. Serve una nuova figura paterna, serve un nuovo contesto familiare.

Dennis Rodman with the San Antonio Spurs
Dennis Rodman in San Antonio

L’EPOPEA BULLS

I Bulls di Phil Jackson lo contattano poco dopo il ritorno in grande stile di MJ. Il maestro zen domanda a Rodman se gli vada bene entrare nell’organizzazione di Chicago. Rodman gli risponde che non gliene frega un cazzo. “Abbiamo un accordo allora”, chiosa il coach-profeta.

Rodman, dopo aver chiesto perdono a Scottie Pippen per il trattamento riservatogli negli anni precedenti, torna ad essere determinante, straripante. Sotto le plance raccoglie caterve di palloni, lo fa con stile e potenza impareggiabili. Nella triangolo winteriana dimostra di non essere solo un predatore, ma anche un cervello fine.

I 3 titoli in sequenza arrivano tra la reverenza portata a ‘His Airness’, idolatrato dal primo giorno di palestra, e ritmi di vita folli. I Bulls permettono a Rodman di vivere più di 20 ore al giorno, viverle pienamente. Nei bar di Chicago lo osservano bere dozzine di birre in una serata, 40 shots di jagermeister in poco più di un’ora. Le sue nottate finiscono accompagnate dal chiarore dell’alba. Poche ore dopo Rodman raggiunge il centro d’allenamento, scarpe in mano, pronto a versare fino all’ultima goccia di sudore. Non è umano, è un uomo speciale.

1998 Chicago Bulls Dennis Rodman during Game 3 of a first-round playoff series against the New Jersey Nets
Dennis Rodman in 1996/97 Chicago Bulls vs Seattle Supersonics Playoff Series

Il presunto egocentrismo rodmaniano raggiunge l’apice negli anni Bulls. Arriva a sposarsi da solo in occasione dell’uscita della propria autobiografia ‘Bad as I wanna be’. In molti sostengono che nel triennio ’96-’97-’98 il ‘Verme’ arrivi ad essere più popolare di MJ stesso. Poi si spengono le luci. Di nuovo.

From left: Dennis Rodman, Scottie Pippen, Michael Jordan, Ron Harper and Toni Kukoc

LA CONFUSIONE, LE LACRIME, IL DITTATORE

Nell’intimo Rodman è spezzato, è un vaso rotto dai cocci dispersi chissà dove. Le parentesi in casa Lakers e Mavericks sono il manifesto di un uomo tornato ad essere senza bussola, senza direzioni e direttive.

“Non sono capace di amare”

Lo scenario familiare che tanto negativamente aveva segnato Rodman, viene riproposto da lui stesso. Snobba la prima figlia, nata ancora ai tempi di Detroit, snobba gli altri due figli nati a cavallo del 2000. L’amore è un enigma irrisolvibile per Rodman, un rompicapo che trova le giuste combinazioni solo in alcune apparizioni pubbliche. Interviste che mettono a nudo la sua sofferenza, le sue lacrime, la sua incapacità nel costruire un rapporto paterno reale, tangibile.

Piange Rodman. Lo fa spesso. Regala alle telecamere rimpianti e timori. Imbrigliato in un personaggio creato chissà come, in un riflesso di sé, voluto per compiacere il mondo esterno. C’è chi ironizza sul suo stato, chi deride i suoi discorsi deliranti in preda all’alcol, chi lo etichetta come relitto di un mondo pop ormai dimenticato.

Nel carosello relazionale e umano, il ‘Verme’ stringe un’amicizia con il dittatore Kim Jong-un. Un rapporto surreale, che vede l’ex 91 visitare Pyongyang più volte, vestendo i panni di autoproclamato diplomatico statunitense.

Rodman gioca anche un ruolo fondamentale nella liberazione di un prigioniero americano. A volte la realtà può superare la fantasia.

Dennis Rodman in: Bad As I Wanna Be
Dennis Rodman in 1997

L’ESSERE UMANO DENNIS RODMAN

Il suo discorso in occasione dell’ingresso nella Basketball Hall of Fame è un grido sincero, un’ammissione di colpevolezza. “Non sono stato un buon padre. Non sono stato un buon figlio”. Oggi Dennis Rodman sta provando a superare i suoi demoni, il suo passato: una battaglia vera, negli abissi della propria personalità. Sta provando a ricucire i rapporti con la madre e con i figli, sta provando a comprendere ed accettare il vero sé stesso.

Non ci è dato sapere se ci riuscirà, così come non ci è dato sapere chi sia, effettivamente, Dennis Rodman a 62 anni. Quello che ci è dato sapere è che il ‘Verme’ è sempre stato più di un rimbalzo, più di un capello colorato, più di Madonna.

Dennis Rodman è sempre stato un uomo solo e vessato dal mondo esterno, un individuo dalle potenti e dolorose tempeste interiori. Un essere umano come tutti noi. Più di tutti noi.

Credits

Gianmarco Pacione

IMAGO / ZUMA Wire / Icon Sportswire / Avalon.red / Pond5 Images / United Archives / MediaPunch / HJS / Camera 4 / POP-EYE


Lo Stadio Nicola Pietrangeli e il fascino del tennis romano

Breve storia di un luogo senza tempo, simbolo eterno della bellezza degli Internazionali d’Italia

Entrare negli ampi spazi del Foro Italico confonde sensi ed emozioni. Immerso nell’abbacinante bellezza romana, l’epicentro degli Internazionali d’Italia rappresenta molto più di un annuale appuntamento tennistico: è un viaggio in un tempo indefinito, descritto perfettamente dal suo luogo-simbolo, lo Stadio Nicola Pietrangeli.

Alcuni tifosi affacciati sul Centrale osservano una partita dello Stadio Pietrangeli

Dove i severi occhi di statue centenarie osservano i frenetici colpi vincenti del gotha tennistico contemporaneo, la dimensione sportiva continua, stagione dopo stagione, a trasformarsi in esperienza magica. Realizzato dall’architetto Enrico Del Debbio e inaugurato nel 1934 in occasione di un match di Coppa Davis tra Italia e Svizzera, questo sacro luogo tennistico mai ha smesso di fondere arte antica ed evoluzione della performance. Quasi 4000 posti a sedere e 18 statue, divise tra le 17 scolpite da Eugenio Baroni e la singola ‘Lanciatore della Palla Vibrata’, prodotta da Domenico Ponzi: quello che nacque come ‘Olimpico della Racchetta’ rappresenta, allo scoccare dell’81ª edizione degli Internazionali d’Italia, un paradiso per l’intero immaginario tennistico, oltre che un’eterna fusione tra lo splendente marmo bianco di Carrara e le raffinate geometrie della disciplina d’origine britannica

Pietrangeli Stadium marble statue
Tifosi osservano una partita allo Stadio Pietrangeli
Veduta panoramica del campo Pietrangeli durante gli Internazionali BNL d'Italia

Qui è stato forgiato il DNA tennistico italiano. Qui la passione per servizi e volée di tutta la nazione viene rinnovata ogni anno. Qui, Nicola Pietrangeli ha stretto a sé nel 1957 il calore romano, festeggiando una vittoria capace di consegnarlo al mito. Per questo uno degli stadi più affascinanti del panorama sportivo internazionale porta il suo nome. E per tutte queste ragioni lo Stadio Nicola Pietrangeli riuscirà sempre a mostrare la più alta forma di tennis applicata alla storia, alla cultura e all’arte.


Marcello Zani e Sequoia, l’arte scientifica del surf e dello shaping

Il fondatore di Sequoia Surfboards, ed ex pilota professionista, spiega la connessione tra motori e tavole

Sports creativity has no limits and reaches its peak in the combination of different universes. Like surfing and motorsport. On the one hand, scientific functionality and exaggerated individualism, on the other, stylistic sublimation and collective sharing. Marcello Zani and his company Sequoia Surfboards are the definition of this impossible, yet virtuous and fascinating intersection.

Nella sua Riviera Romagnola Marcello ha sposato da subito i motori, diventando pilota professionista e arrivando a correre nelle più riconosciute competizioni internazionali. Poi ha scoperto il surf e ha deciso di modificare il paradigma della propria vita, abbandonando il volante per lanciarsi tra le onde e la loro cosmopolita community. Le correnti l’hanno poi introdotto all’antica arte dello shaping, della creazione delle tavole, consentendogli di trovare il perfetto punto d’arrivo della sua duplice vita sportiva.

Funzionalità e bellezza. Innovazione e tradizione. Dopo anni trascorsi tra shaper e spot di tutto il mondo, Marcello ha deciso di portare nel futuro, o meglio, nei motori, questa forma di artigianato sportivo, lanciando il brand Sequoia. Grazie al connubio di scienza ed estetica, le sue tavole stanno provando a creare una nuova dimensione dello shaping, in grado di fondere le più alte tecnologie dei motorsport con i dati intangibili di ogni ride.

Ascoltiamo la storia di questo atipico shaper e del suo innovativo progetto, e ammiriamo l’estetica della sua scienza-artigiana attraverso la lente di Nicolò Rinaldi.

Dal motorsport al surf, quali sono i motivi alla base di quest’insolita transizione?

“Da piccolo andavo in skate e avevo provato a surfare nel mare piatto della Riviera Romagnola, ma mi ero spaventato subendo la forza delle correnti. Non riuscivo a rientrare a riva, non respiravo... Ho pensato che mai avrei surfato di nuovo. Negli anni sono diventato un pilota professionista, arrivando anche a correre il Mondiale di Gran Turismo. Il mondo dei motori era la mia casa. Il richiamo del mare, però, mi ha portato di nuovo a provare il surf e da quel momento ho deciso di lasciare tutto per girare il mondo con le mie tavole. È stata una necessità. Nella cultura surf ho trovato qualcosa che mancava nei motori: un forte senso di collettività e condivisione, e la possibilità di esprimere appieno il mio stile, la mia creatività. Il surf non è uno sport canonico, ha un’anima anarchica e punk che nei motori non avevo mai trovato. Riesce ad evidenziare ed elevare stili differenti. Nel motorsport, invece, sembrava stranissimo quello che faceva Valentino Rossi... Il surf mi ha permesso d’esprimermi e mi fatto apprezzare tante altre cose, come le amicizie in giro per il mondo e il legame con spot speciali”

L’arte dello shaping com’è entrata a far parte della tua vita?

“La mia vena creativa è sempre stata attiva, ma da piccolo non ho mai avuto grande occasioni per svilupparla. Anche se mio nonno ha studiato design in Svizzera, non si può dire che venga da una famiglia artistica. Il mio lato creativo si è sprigionato per uno strano allineamento di pianeti: ero un compratore seriale di tavole da surf, continuavo ad acquistarne, così ho deciso di provare a farmele da solo. Come quasi tutti gli altri shaper italiani sono un autodidatta, mi sono fatto le ossa all’estero, viaggiando e scoprendo questa forma d’arte. Mi sono dovuto guadagnare sul campo ogni nozione, tappa dopo tappa. Non è stato semplice, soprattutto a livello economico. Nonostante questo, ammetto di aver sofferto quando ho venduto le prime tavole. Ero geloso. Mi dispiaceva darle ad altre persone, per me erano come dei figli. Da quelle prime tavole, poi, tutto si è evoluto nel progetto e nel brand Sequoia Surfboards, che ho deciso di radicare in Italia. In generale lo shaping mi ha dato l’opportunità di trasformare le idee in funzionalità. Nel motorsport facevo il contrario, e non mi appagava allo stesso modo. Oggi mi emoziono quando vedo vincere un atleta sulle nostre tavole, perché è la prova tecnica della loro qualità e della nostra attenzione ai più piccoli dettagli”

Innovazione e tradizione. Scienza e arte. Come si uniscono questi estremi nel design e nelle performance di una tavola?

“Sono un grande appassionato del marchio Ferrari e credo che la tendenza al bello sia insita nella nostra cultura. In fondo in Italia siamo circondati dalla bellezza, e un’icona come il marchio Ferrari ha plasmato il concetto del fare le cose per bene, sotto tutti i punti di vista. La mia idea di shaping è quella di rispettare la tradizione, e di farla sposare con la perfezione garantita dall’innovazione. Questo è il motivo per cui la componente scientifica gioca un ruolo fondamentale nella vision Sequoia. Attraverso tecnologie avveniristiche, come il CFD, riusciamo a migliorare le prestazioni delle nostre tavole con cambiamenti quasi impercettibili, di millimetri. Lo shaper oggi deve bilanciare la parte irrazionale degli atleti e delle sensazioni provate tra le onde, con quella razionale dei dati e degli studi specifici. Lo stesso accade nei motorsport, con il pilota da una parte e l’ingegnere dall’altra. Continuando questo parallelismo, lo shaper di un tempo era paragonabile ad un meccanico, mentre lo shaper contemporaneo dev’essere più vicino alla figura dell’ingegnere. Credo molto in questa filosofia rivoluzionaria per lo shaping, e sono sicuro che sarà il futuro di questa professione”

Credits

Photographer Nicolò Rinaldi

Gianmarco Pacione


KAPPA E IL FOOTBALL, L’ESTETICA RIMA CON PROGRESSO E INNOVAZIONE

Dalla prima, storica sponsorizzazione alla Juventus, alla tecnologia Kombat e al fashion contemporaneo: gli Omini che continuano ad ispirare il calcio

In una maglia da calcio confluiscono infiniti simboli e significati. Storia, marketing, cultura, fede. La carta d’identità di ogni squadra è un libro da scoprire stagione dopo stagione, un colorato compendio di pop culture, religione profana e crossover fashion che mai ha smesso di evolversi, così come d’ispirare fascino e reverenza. Sensazioni che si manifestano e propagano tra i corridoi della BasicGallery, dove ha sede un vero e proprio santuario calcistico, un colorato catalogo di tessuti e loghi in grado di tracciare la storia del fútbol moderno e, allo stesso tempo, di raccontare una connessione cruciale, quella tra le jersey e gli sponsor tecnici. Legame in cui Kappa ha giocato e continua a giocare un ruolo chiave, che abbiamo deciso di analizzare nel nostro secondo focus dedicato al rapporto simbiotico tra questo brand e l’immaginario sportivo.

Torino Football Club 2014-15

LA VECCHIA, NUOVA SIGNORA E L’INIZIO DI TUTTO

“Voglio sponsorizzarvi”. “Ci date voi i soldi o dobbiamo darveli noi?”. “Ve li diamo noi”. L’ingresso di Kappa nel mondo delle sponsorizzazioni calcistiche può essere riassunto in quella che oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, assume le sembianze di una battuta da teatro dell’assurdo. Nel 1978, però, la connessione tra brand e società calcistiche era ancora agli albori, paralizzata in una fase dove nulla (o poco) era già accaduto e tutto doveva ancora venire.

In quel così vicino, eppure così lontano contesto storico, l’allora Amministratore Delegato del Maglificio Calzificio Torinese Maurizio Vitale organizza un meeting con Giampiero Boniperti, presidente e mito della Juventus. È qui che prende forma il surreale botta e risposta che cambierà per sempre la storia del calcio italiano, e di Kappa. Vitale, contagiato dal visionario istinto del suo Direttore Marketing Marco Boglione, propone ai vertici juventini di costituire una partnership con il brand-manifesto del Maglificio Calzificio Torinese: una proposta talmente avanguardista da risultare quasi inconcepibile per la società bianconera.

Fino a quel momento, difatti, la Federazione italiana (nello specifico l’ente Promocalcio) non aveva concesso l’inserimento di marchi commerciali sulle maglie, sabotando istantaneamente alcuni arcaici escamotage tentati da squadre come Udinese e Perugia.

Ma la stagione 1978-79 è quella della parziale apertura alle logiche di sponsorizzazione-visibile. La Federazione concede ai soli sponsor tecnici di apparire tra i colori societari. Kappa, sotto forma di Robe di Kappa, coglie l’opportunità e il 17 dicembre 1978 fa capolino per la prima volta sulla maglia della Juventus. Nasce così un glorioso rapporto destinato a durare 22 stagioni, 7 Scudetti, 7 coppe nazionali, 2 Champions League e 2 Coppe Uefa. Contemporaneamente si sblocca un nuovo livello estetico del calcio italiano, oltre a un’iconica connessione che vestirà Palloni d’Oro e artisti del calibro di ‘Pablito’ Rossi, ‘Le Roi’ Platini, Roberto Baggio, Zinédine Zidane e ‘Pinturicchio’ Del Piero.

Juventus Football Club 1980-81
Juventus Football Club 1997-98
Juventus Football Club 1997-98
Juventus Football Club 1999/2000
Juventus Football Club - Kappa gallery
Juventus Football Club 1982-83
BasicGallery - Juventus Football Club archive
Juventus Football Club training jersey from the 80s

DAGLI ICONICI ANNI ’80 AI DORATI ANNI ‘90

Da Torino al mondo. Vitale inizia il proprio viaggio calcistico sposando un’eccellenza della sua Torino come la ‘Vecchia Signora’, accompagnandola fino alla sua seconda stella e al raggiungimento di traguardi magici, ma spalanca presto gli orizzonti anche su altre evocative piazze italiane ed esotici epicentri calcistici internazionali. Alcuni esempi sono la Roma dell’allora centrocampista Carlo Ancelotti, l’Auxerre del giovane principe, in procinto di divenire ‘King’, Éric Cantona, e il nobile reame olandese dell’Ajax.

Il logo degli Omini diventa rapidamente sinonimo di successo, legandosi anche alla favola della Sampdoria e dei ‘Gemelli del Gol’ Vialli-Mancini, e al Milan degli ‘Immortali’, guidato a 2 Coppe dei Campioni dagli automatismi di Arrigo Sacchi e dalla strapotenza del trio olandese Van Basten-Gullit-Rijkard. Dopo aver inanellato una lunga serie di scelte vincenti, Kappa continua l’amplificazione della propria influenza calcistica lungo tutti gli anni ’90, spingendo sempre più in alto le proprie partnership e l’immaginazione di ogni design.

Se il Barcellona del ‘Fenomeno’ Ronaldo e Figo, l’Athletic Club di Bilbao e i suoi 100 anni di storia, e il Monaco del giovane binomio Henry-Trezeguet rappresentano tappe di meraviglia ed eccellenza sportiva nel decennio delle jersey oversize, squadre come il Betis di Siviglia dell’oracolo Denilson, il Porto di Sérgio Conceição e il Manchester City, ancora nella sua era proletaria, incarnano invece il desiderio del brand di andare oltre semplici matrimoni ai fini della vittoria sul campo. La creatività Kappa muta, difatti, la percezione delle maglie grazie a sinergie inattese e, proprio per questo motivo, particolarmente eclettiche.

Basti pensare ai ‘Bafana Bafana’, la Nazionale sudafricana abbracciata da Nelson Mandela verso il primo Mondiale nel ’98, e a maglie lucide che incuriosiscono il mondo. O ai ‘Reggae Boyz’ giamaicani, anch’essi all’esordio mondiale nell’edizione francese, e ai vibranti pattern che li accompagnano in quella spedizione. E ancora, a club dal fascino mistico come la Stella Rossa di Belgrado, il Panathinaikos e l’AEK di Atene, o il Vasco da Gama oltreoceano. Sta di fatto che, nei vorticosi anni ’90, Kappa disegna opera d’arte sotto forma di kit, arricchendole di dettagli talmente unici da risultare, ancora oggi, inconfondibili e indimenticabili.

Fútbol Club Barcelona 1996-97
Fußball Club St. Pauli 2001-02
Vintage Fc Barcelona commercial
Iranian National Team jersey x France ‘98
Jamaican National team jersey 2012
Stella Rossa di Belgrado 1997-98
Collezione Ambassador, Maradona
Real Betis Balompié 1998-99
AC Milan 1988-89
South African National team x Africa Cup '96
Unione Calcio Sampdoria 1988-89
Manchester City Football Club 1997-98
Jamaican National team 2012
FC Barcelona 1996-97

222 BANDA, GLI OMINI CAMBIANO LE REGOLE DEL CALCIO

In quest’affascinante finestra storica, l’influenza di Kappa muove fili che vanno ben oltre l’estetica da campo, arrivando a toccare e cambiare regolamentazioni istituzionali. Lo dimostra, per esempio, una campale battaglia combattuta fuori dal prato verde, quella legata alla 222 BANDA. La striscia di Omini ripetuti, applicata per la prima volta sulle divise olimpiche del Team USA per mezzo di un’incredibile partnership iniziata nel 1981, si trasferisce anche sulle maniche di alcune jersey calcistiche: su tutte, quelle di Juventus e Barcellona.

La UEFA vieta però al brand torinese di proseguire con questa soluzione di branding-artistico, appellandosi ad un regolamento che prevede l’utilizzo di una superficie massima di 20 centimetri quadrati per ogni sponsor sulla maglia: spazio relativo anche a maniche e fianchi. La 222 BANDA viene, di fatto, abolita dal football. Ma Kappa non accetta questa decisione e, dopo un lungo confronto con la UEFA giunto fino al 2004, riesce a cambiare le regole.

La maggiore istituzione calcistica europea viene valutata come colpevole di abuso di potere, e a tutti gli sponsor viene concessa la possibilità di stampare il proprio logo senza limitazioni, purché esso resti all’interno di fasce di 10 centimetri (poi ridotti a 8) e non superi i 20 centimetri quadrati di grandezza. La 222 BANDA cambia ancora una volta la percezione dello sport. Kappa cambia ancora una volta la percezione del calcio.

Grêmio Foot-Ball 2000-01

LA RIVOLUZIONE KOMBAT SI VESTE DI AZZURRO

La coda degli anni ’90 marchia un’altra pietra miliare nel rapporto tra l’identità Kappa e l’universo calcistico. A partire dal 1999, il logo degli Omini si fissa sul petto degli Azzurri: la massima espressione del pallone italiano. Per celebrare questa simbiosi tricolore, Kappa sblocca anche un nuovo capitolo del suo mito, presentando una rivoluzione in linea con il nuovo millennio: la Kombat jersey.

Il brand torinese, che nel decennio precedente aveva visto prendere le proprie redini da Marco Boglione, inaugura gli anni 2000 con un prodotto futuristico senza precedenti, in grado di mutare le prospettive della performance sportiva. Gli speciali materiali della Kombat garantiscono, difatti, un’elasticità che impatta totalmente il Beautiful Game, permettendo, da un lato, agli arbitri di valutare meglio ogni trattenuta e, dall’altro, ai giocatori di proseguire le singole azioni nonostante falli tattici o contatti frustranti. Grazie ai laboratori Kappa le maglie non sono più un ornamento, ora possono anche determinare il risultato di una partita.

Con la Kombat che inizia a popolare i campi di Serie A, Liga, Bundesliga e competizioni internazionali, mostrando una vestibilità e un’incisività sul gesto atletico senza precedenti, si apre un nuovo corso per lo studio e lo sviluppo di materiali tecnici-sportivi. Si spalanca, a tutti gli effetti, il sipario sul calcio contemporaneo, e sulle jersey contemporanee: simboli funzionali, capaci di mettere in rima bellezza, tradizione e avanzamento scientifico.

Nazionale italiana femminile
Roberto Baggio, l'Italia e Kappa
Kombat jersey
AS Roma 2002-03
Immagini d'archivio della Nazionale vestita Kappa
La tecnologia Kombat in azione
Momenti iconici del rapporto tra Kappa e il calcio

KAPPA FOOTBALL, TANTO CONTEMPORANEO, QUANTO ICONICO

Dopo il turning point della Kombat, Kappa ramifica ancora più la propria influenza sul vasto teatro calcistico, mantenendo, alimentando ed ampliando legami con club e nazionali di tutto il mondo, e assecondando il processo osmotico di avvicinamento tra passerelle fashion e prati verdi.

Alcuni esempi di quest’ultima, virtuosa transizione sono il crossover di fama globale tra SSC Napoli-Marcelo Burlon, o l'ormai longeva collaborazione con Leo Colacicco ed LC23, brand con cui gli Omini hanno già sviluppato svariate jersey dedicate alla Bari e alle unicità di questa sacra città calcistica pugliese. Pare quasi scontato, poi, menzionare il Venezia e la sua opera di stravolgimento del panorama calcistico ispirato al fashion, così come delle dinamiche fashion ispirate dall’elemento calcistico. Uscendo dai confini nazionali e trasferendosi in Francia, invece, continua sicuramente ad affascinare il link con l’anima sociale di Parigi, il Red Star, così come l’intreccio virtuoso con l’emergente brand di Digione Drôle de Monsieur, interamente votato all’esaltazione dell'anima del Principato e del suo AS Monaco.

Ciò che è certo, è che le jersey Kappa continuano a narrare un passato glorioso e ad assecondare un presente in costante cambiamento. Un cambiamento che, probabilmente, non sarebbe giunto senza la vision calcistica di questa realtà torinese. Un cambiamento che dura dal lontano 1978, e possiamo respirare, oltre che toccare con mano, nell’abbacinante archivio della BasicGallery. In una maglia confluiscono infiniti simboli e significati, dicevamo. Il simbolo e il significato di Kappa, però, resterà sempre al centro dello spartito calcistico. Per la sua rilevanza. Per il suo fascino. Per il suo inarrestabile progresso artistico e tecnologico. Lo stesso progresso che descriveremo all’interno del prossimo focus, interamente dedicato all’improbabile e leggendaria commistione d’intenti con il Team USA di Los Angeles ’84 e Seul ’88.

Aston Villa Football Club 2020-21
Torino Football Club 2014-15
SSC Napoli with Marcelo Burlon 2020-21 & Borussia Dortmund
SSC Bari with LC23 2021-22
Genoa Cricket and Football Club
Genoa Cricket and Football Club
Venezia Football Club

Australian, dall’estetica sportiva al clubbing

Il tennis, i gabber olandesi, la techno moderna... Viaggio nella storia dell'iconico marchio italiano

Dai riflettori del campo alle luci psichedeliche dei club, l’estetica sportiva ha sempre rappresentato - a partire dagli anni ‘80 - una connessione ricorrente tra lo sport e le sottoculture musicali del clubbing. Un comune denominatore capace di unire nello stile e nell’abbigliamento due universi tra loro distanti e all’apparenza opposti, accomunati però dall’esigenza di muovere un corpo: verso la performance sul campo, a ritmo di musica nei club.

Goran Ivanišević

IL CANGURO, TRA TENNISTI E GABBER

Nati a cavallo degli ultimi decenni del ventesimo secolo, la musica techno e i suoi sottogeneri hanno trovato sin da subito nei capi sportivi un punto di riferimento unico per la definizione di una moda che fosse identitaria e al tempo stesso funzionale. Una moda che rispecchiasse la personalità eccentrica, alternativa ed estranea ai canoni comuni di chi la indossava senza però rinunciare alla praticità richiesta dai 200 BPM.

Ed è esattamente in questo contesto che Australian, brand italiano fondato nel 1956, diventò un must per un movimento culturale intero che fece dei club il proprio stadio e della musica il proprio gioco. Tute, polo, bomber e cappellini “rubati” all’estetica dello sport e proiettati in una dimensione frenetica, figlia del caos e dell’anti convenzionalità tanto quanto del ritmo e dell’armonia: capi e accessori inizialmente pensati per accompagnare atleti e amatori sui campi da tennis ma che sul finire del secolo si legarono indissolubilmente al mondo dell’hardcore olandese prima, del clubbing europeo poi.

Australian nasce infatti come marchio dedicato all’abbigliamento tennistico, contraddistinto da un’eleganza tipicamente italiana: stile in linea con l’heritage del suo fondatore, Leandro Gabrielli, già attivo nella prima metà del 1900 nella produzione di abbigliamento sportivo per il movimento sciistico e nella realizzazione di collezioni riconducibili all’universo dell’alta moda, firmate in collaborazione con giovani stilisti come Armani e Ferrè.

L’esperienza sportiva da un lato, e la passione per la moda dall’altro, diedero vita a un brand contraddistinto fin dai suoi albori da una duplice anima, che nel tennis trovò il suo più alto - e ideale – palcoscenico atletico.

Ivan Lendl
Ronald Agenor

MASTERS E CLUB

Da Paolo Canè fino ad Anders Järryd, sono molti i volti del tennis mondiale che elevarono il ‘canguro’ italiano nella cultura tennistica, ma è sul finire degli anni ‘80 che l’immagine del brand Milanese iniziò a farsi spazio tanto prepotentemente, quanto spontaneamente, tra le vie e i locali di Rotterdam. Perchè nel cuore dell’Olanda dei primi anni ‘90 nacque il movimento della musica hardcore, emergendo come una chiara rivisitazione della musica house e delle sue frequenze in chiave accelerata, con un ritmo e una cadenza libera dalle regole classiche della musica elettronica che l’aveva preceduta.

Un genere musicale influenzato in larga parte dalla acid house e dalla techno house degli anni ‘80 e in particolare dalla Detroit techno, che arrivò in Olanda verso il finire del decennio, subendo le sperimentazioni e contaminazioni di Paul Elstak, KC The Funkaholic e diversi altri produttori della scena. Bassi, suoni più industriali e matrici underground alzarono naturalmente il ritmo fino a 150-190 BPM.

Il risultato fu una indipendente, quasi ribelle, interpretazione del suono che attraverso il ballo voleva esprimere un modo di essere anti convenzionale e votato all’eccesso, alla frenesia e al divertimento. Un sentimento denotato dalla voglia di sfogare e al tempo stesso manifestare sé stessi.

E se nello sport gli ambasciatori sono stati e continuano ad essere gli atleti, nel movimento culturale olandese dell’hardcore toccò ai gabber questo ruolo. Termine che nello slang nativo di Amsterdam significa “amico” o “compagno” e che, dopo il sempre più frequente utilizzo che ne fecero i primi esponenti della nuove scena house olandese, diventò l’appellativo dei clubber che da Rotterdam ad Amsterdam illuminavano la notte delle discoteche.

Victor Pecci

UN HERITAGE CONTEMPORANEO

Facilmente riconoscibili dai capelli rasati e da un’estetica unisex, i gabber trovarono nell’abbigliamento sportivo la risposta alla necessità di comodità richiesta dal loro tipico ballo: l’hakken. È in questa cornice che Australian diventò uno, se non il love brand dei gabber, raggiungendo un livello di notorietà assoluta nei club, ai Thunderdome - i festival organizzati - e in tutti i luoghi di culto dell’hardcore.

Questo fenomeno contribuì a legare l’estetica di un’intera sottocultura al brand italiano e a uno stile che, più in generale, plasmò tutto l’immaginario futuro della techno e dei suoi sottogeneri. Lo stile e la cultura gabber uscirono dalla musica, diventando un modello di rappresentazione che ispirò più campi: dal graphic design fio alla moda che, soprattutto in tempi più recenti, sembra averne riscoperto il valore.

Consapevole del proprio ruolo in questa sottocultura, Australian ha recentemente rilasciato la collezione Archive 2023, un omaggio ai gabber e all’hardcore in generale. Una collezione di capi che il brand stesso definisce “un vero e proprio tuffo tra le icone del passato”.

Tra silhouette dal taglio oversize, giacche full zip e disegni originali degli anni ‘90 e 2000 rivisitati con un tocco di contemporaneità, il segno iconico lasciato da Australian nella scena hardcore ritorna oggi, dimostrando come il futuro di un brand sia spesso da ricercarsi, innanzitutto, nel suo passato.

L'immaginario contemporaneo di Australian, ispirato al suo heritage musicale

Credits

Luca Giacomuzzi