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A new running chapter - On OAC Sprint team

Invitati da On a Los Angeles in occasione del lancio del nuovo OAC Sprint Team, abbiamo incontrato gli atleti che compongono il nucleo fondativo di questo nuovo progetto: Benjamin Azamati, Max Thomas, Johnny Brackins e Samirah Moody. Grazie alle loro dirette testimonianze, osserviamo da vicino l’ingresso di On in uno dei territori più simbolici e culturalmente rilevanti, oltre che innovativi, del running: lo sprint.

“Credo che tutti abbiano lo stesso obiettivo comune: cercare di creare una squadra, cercare di arrivare sul palcoscenico più importante, cercare di salire sul podio.”

È forse da questa frase, pronunciata da coach John Bolton, che bisogna partire per comprendere davvero il senso del nuovo OAC Sprint Team di On. Nello sprint, più che in ogni altra disciplina dell’atletica, storicamente tutto accade in pochissimi solitari, condensati secondi. Eppure, il percorso verso quei pochi metri può essere percorso collettivamente, con lo scopo ultimo di crescere sia come atleti, che come compagni di viaggio.

Grazie alle parole dei protagonisti del nuovo OAC Sprint team di On emerge una visione comune, e rivoluzionaria: lo sprint come atto individuale, plasmato però da un ecosistema condiviso, e la performance come risultato di un processo umano, prima ancora che tecnico. All'incrocio di questi binari filosofici si pone il brand svizzero, assumendo la forma di 'ambiente' in grado di supportare ambizione, personalità, salute mentale, crescita professionale e racconto personale. Ne scaturisce un gruppo che non si sta limitando al muoversi ipersonicamente verso le prossime olimpiadi, ma che sta contribuendo a definire una nuova cultura della velocità, più collettiva e consapevole.

OAC Sprint team at their Mt. SAC training hub in Los Angeles
OAC Sprint team member Benjamin Azamati
OAC Sprint team member Johnny Brackins
Mt. San Antonio College
OAC Sprint team member Samirah Moody

On ha costruito il primo team OAC basandosi su una visione a lungo periodo, atta all'accompagnamento degli atleti in un percorso di crescita capace di trasformarli, nel tempo, in performer di livello mondiale. Cosa significa, per voi, far parte di questo nuovo OAC Sprint Team fin dalla sua genesi?

Max Thomas: “È stato davvero speciale vedere questo team prendere il via. È il mio primo anno da atleta professionista, ma è anche la prima volta che On lavora con gli sprinter in questo modo. Credo quindi che si tratti di crescere insieme. Ed è una cosa potente, perché non stiamo attraversando una fase intermedia, non stiamo cercando compromessi. L’obiettivo è semplicemente essere i migliori. È l’obiettivo del brand, ed è anche il mio. Credo sia l’obiettivo di tutto il gruppo. Entrare subito in questa dimensione, puntare in alto e aspirare a essere i migliori è qualcosa di incredibile. E penso che chiunque decida di unirsi a noi entrerà a far parte di un team speciale.”

Johnny Brackins: “Credo che far parte di qualcosa fin dall’inizio ti renda più connesso al brand, al team, all’idea che c’è dietro e al risultato finale. In fondo, una cosa è essere inseriti in qualcosa che esiste già, che è già stata costruita; un’altra è contribuire a fondarlo fin dal principio. È una sensazione completamente diversa. Mi sento fortunato e sono entusiasta di essere parte di questo percorso. Sono felice che il mio nome sia legato a qualcosa che sono sicuro diventerà importante.”

Samirah Moody: “È come essere un membro fondatore. Prima di tutto, mi sento profondamente onorata del fatto che On si fidi di me e mi consideri parte della sua visione: una visione che punta ad arrivare ai vertici del mondo dello sprint. Dopodichè, desidero portare sul tavolo la mia opinione, la mia esperienza e il mio livello di competenza per contribuire a rendere concreta quella stessa visione. Questo sta già accadendo quando abbiamo l’opportunità di collaborare sui prodotti, di offrire feedback, o anche semplicemente di prendere parte ad eventi come questo. È importante esserci pienamente e contribuire quando e come possibile. Trovo sia il modo migliore per poter restituire qualcosa: per aiutare On a creare ciò che sta cercando di costruire.”

Benjamin Azamati: “Credo sia qualcosa di grande. È emozionante, perché non stiamo entrando in una struttura pre esistente. Stiamo contribuendo a crearla. E credo che questo porti con sé una responsabilità. Tra qualche anno, le persone guarderanno indietro, alla nascita dell’OAC Sprint Team, e osserveranno ciò che questo gruppo ha rappresentato. Far parte della prima generazione significa che lo standard stabilito da noi oggi conta già molto.”

 

Questo progetto sembra essere qualcosa in più di un semplice team di atletica: appare come l’inizio di una nuova cultura dello sprint all’interno di On. Che tipo di eredità vorreste costruire, nel tempo, con questo gruppo?

Max Thomas: “Non posso parlare a nome dei miei compagni di squadra, ma per quanto mi riguarda voglio essere al vertice del mondo dello sprint. Credo che le persone apprezzeranno le nostre personalità. Io so di averne una piuttosto forte, ma sento anche di avere la giusta serietà quando è necessario, e di essere umile quando è il momento di esserlo. Quello che vorrei lasciare è un’eredità capace di mostrare che si può essere i migliori, continuando comunque a divertirsi. Si può essere seri, continuando comunque a divertirsi. Si possono inseguire i propri obiettivi, continuando comunque a divertirsi. L’obiettivo è essere i migliori, e farlo vivendo pienamente l’esperienza.”

Johnny Brackins: “Vorrei che questo gruppo costruisse un’eredità fondata sul coraggio di cogliere una possibilità. Tutti noi abbiamo scelto di scommettere su questa realtà. Lo sprint e gli ostacoli non facevano parte, in precedenza, dell’identità del brand, e ora siamo parte della sua crescita. Per questo credo che il semplice fatto di aver colto questa possibilità sia già, di per sé, un messaggio. Dimostra che va bene assumersi dei rischi, e che va bene fidarsi di qualcosa che non è ancora completamente davanti ai tuoi occhi. Questo è ciò che spero di lasciare come eredità.”

Samirah Moody: “Credo che lo sprint nello specifico, ma anche il track and field nel suo insieme, siano discipline molto individualistiche. Lo sprint ha la reputazione di essere abitato da grandi personalità e da una grande sicurezza in sé stessi... E penso che questo mix sia straordinario da portare all’interno di un progetto guidato da un obiettivo comune. Avere un gruppo in cui tutti sono così dominanti, in cui tutti hanno una forte personalità, un certo livello di fiducia e carisma... Penso permetta di far emergere qualcosa di davvero bello: un’atmosfera di squadra costruita attorno ad una direzione condivisa. On sta cercando di portare nel mondo dello sprint proprio questa visione: un gruppo che si unisce per raggiungere obiettivi diversi nei rispettivi eventi. Sono entusiasta di quello che continuerà a rappresentare il Team, mentre continueremo ad espanderci e a portare nuove persone all’interno del progetto.”

Benjamin Azamati: “Voglio che questo gruppo venga rispettato per la sua costanza e per la sua disciplina. Naturalmente, conta vincere medaglie e correre forte... Ma quando le persone guardano questo gruppo, voglio che vedano professionalità, unità, competitività e personalità. È questo, in fondo, ciò che vorrei che le persone realizzassero ogni volta che ci osservano. Ho avuto esperienze nelle competizioni più importanti al mondo, come le Olimpiadi e i Campionati del Mondo, ma non me ne vanto all’interno del gruppo. Cerco di guidare i ragazzi attraverso l’esempio. Cerco di essere la persona capace di trasmettere loro tutto ciò che posso, a partire dall’esperienza che ho maturato. Provo a dare loro consigli nelle situazioni che possono risultare difficili. Bisogna fissare degli obiettivi per ciò che si vuole raggiungere personalmente... E anche per ciò che si vuole raggiungere insieme agli altri. È qualcosa che credo di saper fare bene: stabilire obiettivi sul piano personale e, allo stesso tempo, definire ciò che possiamo raggiungere come gruppo.”

OAC Sprint team coach John Bolton
OAC Sprint team member Max Thomas

Lo sprint viene spesso percepito come un atto individuale, ma far parte di un team può ridefinire il modo in cui un atleta allena, pensa e percepisce la propria disciplina. Quanto è importante l’ambiente collettivo in uno sport che, nel proprio atto finale, vede il singolo essere umano contro il tempo?

Max Thomas: “In allenamento ci confrontiamo costantemente, cerchiamo continuamente di capire dove siamo rispetto al resto del team. Poter lavorare con ragazzi come Ben, Johnny e con tutta la squadra è sicuramente importante. Johnny è un ostacolista, ma in allenamento corre sempre più veloce di me. Se in allenamento riesco a essere dove devo essere, insieme a loro, allora so che il giorno della gara sarò pronto: una sicurezza che deriva proprio dal livello di competizione che viviamo, su base quotidiana, durante gli allenamenti.”

Johnny Brackins: “Credo che allenarsi con gli altri ti prepari alla gara. Allenarsi da soli è una questione molto mentale, e penso che si possano raggiungere grandi cose anche da soli. Ma avere competitor e compagni di allenamento al tuo stesso livello, o persino più forti di te, ti spinge a migliorare ogni giorno. In un gruppo come questo, in cui tutti ci spingiamo a vicenda giorno dopo giorno, attraverso ogni singola sessione di lavoro, non abbiamo altra strada all'infuori della crescita. Poi, quando arriva il momento della gara, dove puoi ritrovarti davvero solo, o dove puoi sentire la sola sfida contro il cronometro, non crolli sotto pressione. Non hai paura di correre contro gli altri, perché corri con altri, ogni giorno, in allenamento. Sei preparato: ti fidi di te stesso.”

Samirah Moody: “Credo sia importante perché ti permette davvero di affidarti ad altre persone. E’ vero, il nome sul tabellone è il tuo. Il giorno della gara sei tu, nella tua corsia. Ma la preparazione non avviene da soli. Anche il risultato, la celebrazione, non lo festeggi da sola. Ora ho persone su cui poter contare quando viaggiamo. Sono presenti in ogni piccolo dettaglio. Non devi fare tutto da solo. Stiamo vivendo insieme un nuovo capitolo. Questo costruisce molto spirito di squadra, un forte senso di complicità e appartenenza... E questo, in realtà, è ciò che stiamo cercando di raggiungere.”

Benjamin Azamati: “Lo sprint può sembrare individuale, soprattutto il giorno della gara, ma credo che l’ambiente in cui ti alleni influenzi ogni cosa. Le persone con cui ti alleni modellano la fiducia che sviluppi. Di solito, quella fiducia si trasferisce poi nel giorno della gara. Io trovo fiducia nel modo in cui mi alleno, in quanto mi sento pronto e nelle persone che ho intorno. Sono molto fortunato ad avere questi atleti accanto, perché sono estremamente competitivi. Questo mi prepara e mi spinge verso l’eccellenza ogni singolo giorno. Credo che l’ambiente sarà davvero determinante nel plasmarci, mentre continueremo a crescere e ad affrontare le competizioni.”

 

Cosa rappresenta essere supportati da un brand come On: un’azienda che ha costruito la propria identità attorno all’innovazione e al design, oltre che ad un modo differente di immaginare la corsa?

Max Thomas: “Sento che si allinea perfettamente a me. Voglio essere il migliore, ma voglio farlo a modo mio. E On sostiene questa visione. I risultati lo stanno dimostrando. Voglio essere il migliore, e On vuole essere migliore nella propria dimensione. In questo momento, il percorso intrapreso da On è il mio, e il percorso che ho intrapreso è quello di On. Una combinazione perfetta.”

Johnny Brackins: “È bellissimo essere supportati da un brand che rappresenta questi valori, soprattutto l’innovazione. Essere innovativi, essere aperti al cambiamento e alle nuove idee è qualcosa che cerco in un brand prima di ogni altra cosa. Credo che il fatto che On sia così diversificata, e che offra così tanta varietà, così tante scelte e possibilità all’interno dello sport, sia davvero importante. Avere una gamma ampia di opzioni, dalle scarpe all’abbigliamento, e tutto ciò che può farti sentire a tuo agio, aiutarti nella prevenzione degli infortuni e sostenerti anche fuori dalla pista, è qualcosa di straordinario.”

Samirah Moody: “Mi piace perché sento che sono interessati ad ogni aspetto di me, non soltanto al me atleta. Abbiamo partecipato a workshop sul personal branding. Ci sono persone che vengono ad aiutarci nella gestione della nostra vita. Abbiamo app con professionisti riguardo la salute mentale e persone che ci aiutano a capire come investire nel nostro futuro, a cosa fare con il denaro. Sono tutti interessati al tuo successo come persona, e questo rende la parte in pista molto più semplice, perché non stai lottando con tutti gli altri aspetti della vita. A volte le persone pensano che, in quanto atleta, tu sia completamente separato dalla persona che sei. In realtà non è affatto così. Le cose tendono a contaminarsi, a compenetrarsi... Per questo è bello che On veda il quadro generale, nella sua interezza.”

Benjamin Azamati: “On guarda oltre la performance. Presta grande attenzione all’innovazione. Essere supportati da questo brand è estremamente importante. Recentemente, abbiamo partecipato ad alcune sessioni speciali attraverso l’Athlete Compass dedicate al personal branding, al career coaching individuale e alla pianificazione della carriera nel lungo periodo. Credo sia qualcosa di molto, molto positivo e, onestamente, penso che manchi a molti atleti. Il fatto che On sia in grado di fare tutto ciò per noi... Avrà un impatto importante sul nostro percorso: ne siamo profondamente grati.”

OAC Sprint team member Samirah Moody
OAC Sprint team at their Mt. SAC training hub in Los Angeles

Los Angeles ha una storia sportiva profondamente legata all'immaginario della velocità. Cosa significa, per voi, iniziare questo percorso qui, anche alla luce della strada verso LA28?

Max Thomas: “Sono cresciuto a circa cinque minuti dal Coliseum. Ci passavo davanti ogni giorno andando a scuola. Sono cresciuto da fan di UCLA, ma alla fine sono andato a USC. Non avrei mai pensato che sarebbe successo. Entrarci è stato surreale. Ero sempre stato così vicino a quel luogo... Ma mai avrei immaginato che un giorno ne 'sarei diventato parte'. Ora, avere la possibilità di diventare professionista quando i prossimi Giochi si svolgeranno proprio qui, credo sia qualcosa di incredibile a livello personale. Sembra la storia perfetta per un film: un ragazzo cresciuto qui, che frequenta la grande università locale, diventa professionista e finisce per competere ai Giochi nella sua città. Non vedo l’ora di vedere come tutto prenderà forma. Ho piena fiducia in me stesso. Non ho alcun dubbio sul fatto che sarò lì e che avrò successo. Ora siamo nel 2026, le Olimpiadi sono tra due anni... Sto semplicemente cercando di fare il meglio possibile, giorno dopo giorno, per arrivarci.”

Johnny Brackins: “Credo che Los Angeles sia stata la città del college per la maggior parte del gruppo, e ora è la città in cui ci alleniamo da professionisti. Il fatto che le Olimpiadi siano qui rende tutto molto personale per noi. Il nostro obiettivo più grande è poter rappresentare On e rappresentare la nostra nazione sul grande palcoscenico di LA28. Allenarsi qui, crescere qui e diventare qui la migliore versione di noi stessi ci dà un vantaggio. Ci offre l’opportunità di prepararci alle Olimpiadi più di chiunque altro. Significa tutto.”

Samirah Moody: “Trovo tutto molto bello. Vengo da Boston, ma sto costruendo la mia nuova ‘casa’ a Los Angeles. La quantità di orgoglio, e anche di pressione, che sento quando torno a casa, o quando voglio raggiungere un risultato per la mia città, è un qualcosa che sto iniziando a provare anche per Los Angeles. Mentre ci avviciniamo alle Olimpiadi, tutto questo crea un livello diverso di apprezzamento per il luogo in cui gareggerai, per i tifosi e per le persone. Sono semplicemente felice di poter costruire una casa nel luogo in cui competerò. C’è, poi, anche l’aspetto legato alle opportunità. Man mano che ci avviciniamo al momento storico-olimpico, brand e nuove possibilità stanno convergendo verso questa città, insieme a molte risorse. Essere qui e poter far parte di questo processo, dando qualcosa e ricevendolo, è molto emozionante.”

Benjamin Azamati: “Il grande scopo del gruppo OAC è focalizzato sulle Olimpiadi di Los Angeles. Avere l’opportunità di allenarci qui, di abituarci al clima, al cibo, alla cultura e a tutto ciò che ruota attorno a questa città, sarà molto importante per noi. La nostra mente è orientata alla possibilità di competere con i migliori al mondo quando arriverà LA 2028. È questa la ragione per cui esiste questo gruppo di sprinter. È quasi come essere a casa propria e vedere qualcuno arrivare da un altro luogo per portarti via le medaglie: noi non vogliamo che questo accada. Siamo estremamente concentrati sul lavorare duramente per riuscire a vincere medaglie nel 2028.”

 

Ogni sprinter ha una relazione diversa con la pressione. Alcuni la usano come carburante, altri cercano di silenziarla. Come gestite personalmente questo aspetto, soprattutto ora, dopo essere entrati a fate parte di un progetto così ambizioso?

Max Thomas: “Di solito do il meglio di me quando si accendono le luci. ‘Pressure makes diamonds’, ed è così che l’ho sempre vissuta. Quando sento pressione, significa che sta per accadere qualcosa di importante. Significa che è arrivato il momento di essere la versione migliore di me stesso. Sono la posta in gioco e l’intensità del momento a generare performance fuori dalla norma e tempi incredibili. Penso, ad esempio, a ciò che è successo in Botswana la scorsa settimana. Lo stadio era pieno e rumorosissimo, io mi sono esaltato. È una sensazione straordinaria. Ed è difficile, poi, scendere da quella dimensione. Io sono una persona che vive per la pressione. Arrivi a quei momenti e spesso le persone hanno paura. Nel mio caso, questo è esattamente il senso di tutto ciò che faccio. Quindi, perché dovrei avere paura adesso? Ora è il momento di essere al mio meglio.”

Johnny Brackins: “Essenzialmente, cerco di non alimentare le aspettative. Credo che l’aspettativa sia legata alla pressione. E se permetti alla pressione di penetrare davvero nei tuoi pensieri, finisci solo per danneggiarti. C’è sempre qualcuno che vuole vederti fare bene, ma io non entro in gara e in allenamento pensando a quella pressione. Penso ai miei obiettivi. Penso alla determinazione, al fidarmi di me stesso, dei miei allenatori, e all'essere consapevole che tutto, alla fine, troverà il proprio equilibrio. Si tratta di non lasciare che la pressione prenda il controllo su di me. Si tratta di prendere il controllo della situazione, invece di lasciare che sia la situazione a controllare me.”

Samirah Moody: “Credo sia sempre una questione di equilibrio. Quando mi sento in forma, personalmente mi piace accogliere la pressione, perché è lì che riesco a trovare la versione migliore di me stessa. Ci sono anche momenti in cui la pressione può diventare totalizzante, perché stai provando a fare qualcosa per cui magari non ti senti ancora pronta, oppure stai prendendo un rischio, o stai rientrando da un infortunio, o qualsiasi altra situazione di questo genere possa presentarsi... Quelli sono i momenti in cui è meglio silenziare il rumore esterno e concentrarsi davvero su sé stessi. È evidente che ho fatto qualcosa di giusto per arrivare fin qui, quindi provo sempre a focalizzarmi mentalmente su ciò di cui sono capace e sul punto in cui mi trovo nel preciso momento, per riuscire a produrre il miglior risultato possibile, anche quando non mi sento al massimo.”

Benjamin Azamati: “Dico sempre che la pressione è un privilegio. Quando stai performando bene, ci sono molte aspettative, e questo significa che stai facendo qualcosa che le persone vogliono vederti fare. Io vedo la pressione in questo modo: le persone si aspettano che io faccia sempre meglio. Quindi, quando entro in pista e sento pressione, la interpreto come una possibilità per performare meglio, perché là fuori ci sono persone che vogliono vedermi fare bene, correre forte.”

OAC Sprint team at their Mt. SAC training hub in Los Angeles
OAC Sprint team at their Mt. SAC training hub in Los Angeles

Nello sport contemporaneo, gli atleti non sono più soltanto performer: sono anche figure culturali, in alcuni casi persino narratori... In che modo pensate all’immagine che divulgate, dentro e fuori dalla pista?

Max Thomas: “Cerco di essere la stessa persona anche quando non sono in pista, ma è difficile, perché quando arrivo qui sento di entrare in uno spazio completamente diverso. In un mindset completamente diverso. I Max in pista è molto più me stesso rispetto al Max della vita quotidiana. Sto migliorando nell’essere me stesso anche fuori dalla pista... Ed è una cosa a cui tengo molto. Portare lo sprint all’interno di On penso mostri il tipo di passo che il brand sta compiendo per la cultura di questa disciplina. E penso che lo sprint sia composto, soprattutto, di cultura.”

Johnny Brackins: “Per me, si tratta semplicemente di essere me stesso, senza dover chiedere scusa. Mi esprimo e mi presento nel modo in cui voglio. Amo mostrare il mio lato creativo, esprimermi attraverso gli accessori, la mia voce, nel modo in cui mi presento... Dentro e fuori dalla pista, credo di essere una persona molto simile. Condivido le mie idee, i miei pensieri e la mia prospettiva in modo molto chiaro. Spero soltanto di poter influenzare altri atleti come me, o altre persone come me, non necessariamente solo atleti, nell'essere sempre sé stessi: autentici. È uno dei principi che seguo nella mia vita. Si tratta di essere me stesso e di essere fedele a tutto ciò in cui credo, a tutto ciò che mi appassiona. Come ostacolista, devi essere istintivo, perché una gara può prendere qualsiasi direzione in qualsiasi momento. Raramente va esattamente come l’hai preparata. Per questo, credo che l’istinto personale sia una caratteristica fondamentale. La tecnica viene analizzata di continuo, io stesso lo faccio. Ma l’istinto conta sempre di più. La parte creativa è semplicemente ciò che sono in generale. Mi considero una persona creativa nel complesso. Dentro e fuori dalla pista, cerco di rappresentare la mia indole creativa il più possibile. Gli ostacoli sono un’arte in sé. Sono estremamente difficili. Richiedono molto studio e molti fallimenti.”

Samirah Moody: “Cerco di essere il più autentica possibile, dentro e fuori dalla pista. Direi che le personalità sono molto simili. Naturalmente, in pista porto un’intensità leggermente maggiore. Credo che il mio obiettivo, in entrambi i lati della mia persona, sia continuare a essere riconoscibile, vicina alle persone e radicata in ciò che ero e in ciò che sto diventando, comprendendo che queste due dimensioni si alimentano a vicenda. Voglio che tutti possano pensare: “Posso farlo anch’io”. Non desidero essere messa su un piedistallo. Mi sento alimentata dall’idea che la mia storia personale possa ispirare, ma anche restare accessibile e reale, sia quando le cose vanno bene sia quando vanno male. Spero che questo possa offrire anche ad altre persone lo spazio per essere vulnerabili e per condividere ciò che stanno attraversando, così da creare una comunità in cui le persone possano aiutarsi e costruire qualcosa insieme.”

Benjamin Azamati: “Credo che gli atleti abbiano bisogno di infrastrutture, non soltanto di contratti. E penso che On stia facendo questo per noi, offrendoci piattaforme attraverso cui possiamo raccontare le nostre storie al di fuori della competizione. Sarà speciale vivere anche questo lato delle nostre vite. Ora più che mai, gli atleti hanno un’identità che va ben oltre la competizione. Avere un brand come On come partner per raccontare le nostre storie fuori dalla pista darà molta forza a questo progetto. Ci aiuterà nella nostra crescita personale.”

 

Quale parte della vostra storia personale, o della vostra esperienza sportiva, sperate che le persone possano scoprire al di là di risultati, medaglie e tempi?

Max Thomas: “Voglio che le persone mi vedano ottenere successo nella mia città. Voglio che sappiano che sarei potuto andare ovunque. In ogni fase del mio percorso, sono rimasto qui e ho trovato il successo. Voglio che mi vedano come uno che lavora davvero duramente. Non gareggerei, se non pensassi di poter vincere. È per questo che scendo in pista. È per questo che mi alleno. Molte persone non lo possono vedere, ma mi alleno per vincere. Gareggio per vincere. USC mi ha insegnato moltissimo circa la resilienza mentale. Essere uno student-athlete in una grande università è molto difficile. Ma ho imparato molto in fretta. Mio padre mi ha insegnato che si può avere successo indipendentemente dalla situazioni che ti capitano. Non voglio guardarmi indietro e dire: non ho avuto successo per questo, non ho avuto successo per quest'altro, o era troppo difficile... Non voglio niente di tutto questo. Se la sfida è difficile, va bene. Devo stringere i denti. Sto cercando di avere successo, qualunque cosa accada.”

Johnny Brackins: “Spero che le persone vedano qualcuno che ha superato molte avversità, e che sta riuscendo ad emergere in un mondo che spesso sembra essere contro di lui. Spero di influenzare le persone e di mostrare loro che si può aspirare alla grandezza indipendentemente dalla propria situazione, dalle proprie circostanze e da qualsiasi limite. Puoi comunque raggiungere ciò che desideri raggiungere. Spero che le persone vedano questo attraverso ciò che faccio.”

Samirah Moody: “Voglio che le persone rimangano con me lungo il mio percorso. È per questo che cerco di essere autentica. Dico sempre che una persona comune può riconoscersi molto di più nei cosiddetti fallimenti. Fallire può significare perdere, mancare un obiettivo, arrivarci vicino senza riuscire nell'ultimo passo... La maggior parte delle persone riesce a relazionarsi molto più facilmente con queste situazioni, rispetto alla vittoria. Forse, solo l’un per cento del mondo può comprendere davvero cosa significhi vincere: la sensazione di vincere una medaglia d’oro, di vincere alle Olimpiadi... Quindi, anche se desidero raggiungere questi successi, quando accadrà voglio che gli altri siano arrivati fino a quel punto al mio fianco, attraverso tutto il processo. Un processo che non sarà sempre fatto di momenti alti, né di soli episodi straordinari. In questo modo, la celebrazione diventa migliore, più vera, condivisa con le persone che sono state con me. Questo è il mio obiettivo: costruire una comunità più ampia. Come donna nera, vorrei che tutte le ragazze comprendessero davvero che la femminilità non è necessariamente definita dal modo in cui appare il tuo corpo o da ciò che scegli di indossare. È qualcosa che vive dentro di te. In palestra sollevo pesi, mi alleno continuamente con uomini. Il mio corpo riflette tutto questo, ma non penso che mi renda meno femminile. Voglio che anche altre giovani atlete lo capiscano: che provino a dare il meglio, che facciano sport, che non si sentano limitate dal dover apparire in un certo modo o essere rappresentate in un certo modo. Perché questo riguarda molto di più una scelta personale, è qualcosa radicato dentro di te.”

Benjamin Azamati: “Voglio che le persone vedano resilienza e costanza. Credo che il mio percorso non riguardi soltanto il talento, ma il duro lavoro e la disciplina che sto investendo. Voglio che le persone capiscano che, prima delle performance d’élite, prima di tutto ciò che stiamo facendo ora, abbiamo dovuto lavorare duramente. Abbiamo dovuto farlo ben prima che arrivassero i riflettori. Lo sprint non era uno degli sport più importanti in Ghana. Lo era, e lo è ancora, il calcio. Ma ora le persone stanno iniziando a interessarsi davvero alla velocità.”

OAC Sprint team at their Mt. SAC training hub in Los Angeles
OAC Sprint team member Max Thomas

Game Changers - Uppervoid

Mentre gli sport outdoor contemporanei continuano a evolversi, evolve anche il modo in cui si rapportano alla natura. La performance conta ancora, ma non è più l’unica lente attraverso cui comprendere il movimento. È precisamente all’interno di questo cambiamento che Uppervoid è emerso

L’esperienza outdoor è diventata più stratificata, più psicologica, più concentrata sulla relazione tra corpo, ambiente e identità. Non si tratta più soltanto di farsi strada attraverso gli elementi, ma anche di come scegliamo di abitarli. Di cosa significhi entrare in un paesaggio non in opposizione a esso, ma in dialogo con esso.

Fondato nel 2021, il brand Uppervoid fa parte di una nuova generazione di realtà outdoor che ripensano non solo al modo in cui vengono progettati i prodotti tecnici, ma anche ciò che essi simboleggiano. La loro visione parte dalla performance, ma si rifiuta di fermarsi lì. I capi sono concepiti per funzionare in ambienti reali, con il rigore e la responsabilità che l’outdoor richiede, eppure portano con sé anche un’altra ambizione: proporre un diverso design dell’esplorazione — più in sintonia con il comfort, la contemplazione e l’esperienza interiore.

In questa conversazione con il fondatore Vis Bi, ciò che emerge è più della storia di un brand. È una riflessione su come la cultura outdoor stessa stia cambiando — diventando più plurale, più consapevole di sé e, forse, più umana.

Tornando all’inizio, come ha preso forma l’idea di creare Uppervoid? Qual era la visione iniziale dietro il brand?

“Abbiamo iniziato nel 2021, e la visione era in realtà piuttosto semplice, costruita intorno a due idee principali. In quel periodo — prima che l’intera ondata gorp core prendesse davvero piede — sentivo che l’abbigliamento outdoor funzionale fosse, in un certo senso, carente dal punto di vista estetico. Era o eccessivamente estroso, oppure ridotto al minimo. C’era pochissima dimensione culturale. Nel running e nello sportswear, brand come Satisfy, Soar o District Vision avevano già iniziato a ridisegnare il panorama estetico, portando una sensibilità più contemporanea alla performance. Ma nell’outdoor, quel cambiamento non era ancora realmente avvenuto. Parte della ragione è che i prodotti outdoor sono più complessi da progettare e produrre. Nel running, gran parte dell’innovazione risiede nel tessuto. Nell’outdoor, la manifattura gioca un ruolo molto più importante.

Allo stesso tempo, stavamo osservando l’emergere di un nuovo tipo di utente. Persone psicologicamente attratte dagli ambienti naturali estremi, ma non necessariamente interessate ad affrontarli attraverso la fatica fisica. L’ho vissuto personalmente in Nepal. In origine avevo programmato di fare il trekking del circuito dell’Annapurna, ma dopo il primo giorno mi sono reso conto che quel tipo di esperienza non mi piaceva. Così ho preso un elicottero fino al campo base. Un modo diverso di entrare in relazione con la natura.

L’idea alla base di Uppervoid era creare prodotti tecnicamente capaci quanto quelli dei brand outdoor storici, ma con una narrazione diversa. Meno incentrata sul conquistare la natura, più su una relazione psicologica e spirituale con essa. Questo riflette anche un cambiamento culturale più ampio. Ci siamo allontanati dalla mentalità del ‘just do it’, in cui la scomodità era parte del raggiungimento di un obiettivo. Oggi le persone sono più consapevoli del benessere mentale. Non vogliono necessariamente soffrire per raggiungere una destinazione. Ci sono altri modi — più equilibrati, più ponderati, persino più estetici — per entrare in rapporto con l’outdoor. È lì che è nato il brand.”

 

A livello personale, qual è stato il tuo rapporto con l’outdoor? In che modo la tua esperienza personale ha plasmato il modo in cui approcci il brand?

“Sono cresciuto a Vancouver, che è naturalmente una città orientata all’outdoor. L’accesso alla natura li era immediato e facile. Potevi fare snowboard al mattino, scendere a valle facendo trekking e ritrovarti in spiaggia nel pomeriggio — tutto a breve distanza. Quindi sono stato introdotto all’outdoor fin da giovanissimo, ma in un modo che non sembrava estremo né inaccessibile. È sempre stato qualcosa di integrato nella vita quotidiana. Allo stesso tempo, nel corso degli anni ho capito di non essere una persona propensa all’endurance. Sono più attratto da esperienze brevi e intense — momenti di adrenalina più che sforzi di lunga durata. Mi piacciono lo snowboard, l’arrampicata, il paracadutismo e attraversare il deserto in moto, ma non gravito verso i lunghi trekking. Questa prospettiva si riflette nel brand. Il modo in cui presentiamo l’outdoor è allineato a come io personalmente lo vivo: non come una prova di resistenza, ma come una serie di momenti significativi, spesso intensi, dentro la natura.”

Oggi lo sport non riguarda solo la performance: riguarda anche la comunità e la consapevolezza ambientale. Come si inserisce la sostenibilità nella tua visione?

“Il nostro approccio alla sostenibilità è leggermente diverso dalla narrazione convenzionale. Naturalmente usiamo tessuti riciclati dove possibile. Ma per noi il vero focus è la longevità. Creare prodotti che durino il più a lungo possibile. 

Venendo da una famiglia con un background nella produzione di abbigliamento, ho visto quanto molte dichiarazioni di sostenibilità nel settore non siano del tutto accurate. Usare tessuti riciclati non riduce sempre in modo significativo l’impatto ambientale, soprattutto se si considerano processi come la tintura, che è una delle fasi più dannose della produzione. Anche il riciclo in sé è più complesso di quanto le persone pensino. La maggior parte dei capi oggi è realizzata con materiali misti, molto difficili da riciclare correttamente. Il vero riciclo richiede tessuti monofibra, e anche in quel caso ci sono limitazioni. Quindi la nostra logica è semplice: puntiamo a creare il miglior prodotto possibile, usando materiali di alta qualità, così che una volta acquistato non ci sia bisogno di sostituirlo.

Allo stesso tempo, continuiamo a ricercare nuovi materiali. Per esempio, abbiamo sviluppato un tessuto a base di rame e abbiamo persino brevettato un modo per produrlo. Ma al momento il costo è troppo alto per renderlo praticabile. La sostenibilità funziona solo quando è scalabile. Non si tratta di poche persone che usano materiali migliori: si tratta di rendere quelle soluzioni accessibili a tutti. Fino ad allora, continueremo a sviluppare.”

 

Uno degli aspetti più distintivi di Uppervoid è il suo design. C’è una chiara influenza dell’estetica orientale. In che modo questa prospettiva plasma il vostro approccio?

“Vedo il nostro lavoro come una fusione tra l’estetica outdoor tradizionale e una prospettiva orientale. Storicamente, la maggior parte dei brand outdoor è stata occidentale, radicata in geografie e ambienti specifici. Ma il mondo outdoor è molto più ampio. L’Asia, per esempio, ha paesaggi, climi ed ecosistemi molto diversi. Queste differenze influenzano il design in modi sottili ma importanti. Un esempio semplice: non usiamo mai il giallo nelle nostre collezioni primavera-estate, perché in molte parti dell’Asia quel colore attira gli insetti. Non è qualcosa che necessariamente considereresti in un altro contesto.

Anche il clima gioca un ruolo fondamentale. In molte regioni asiatiche, la variazione di temperatura durante la giornata è minima. In estate si può restare costantemente intorno ai 30 gradi, anche di notte. Questo cambia il modo in cui progetti ventilazione, stratificazione e materiali. Stiamo attualmente sviluppando un hard shell pensato specificamente per le stagioni delle piogge estive — qualcosa che tradizionalmente non esisterebbe nel design outdoor occidentale, dove la pioggia è più associata a condizioni fredde.

Le calzature sono un altro esempio. In molti mercati asiatici, i consumatori preferiscono scarponi da trekking più pesanti e alti alla caviglia. In altri paesi, come l’Italia, c’è una preferenza più forte per calzature più leggere e basse. 

Tutti questi fattori — ambientali, culturali, pratici — si uniscono e plasmano il prodotto finale. Ed è questo che fa percepire il brand come diverso. Non intenzionalmente, ma come risultato naturale nell'approcciare l’outdoor da un’altra prospettiva.”

Oggi i confini tra sport, cultura ed estetica sono sempre più fluidi. Come esploriamo spesso in Athleta Magazine, anche la moda può essere vista come una forma d’arte. Pensi che la crescente intersezione tra sportswear e moda stia avvicinando più persone all’outdoor?

“Siamo molto attenti a questo equilibrio. Internamente, non usiamo mai la parola ‘moda’. Preferiamo parlare di ‘estetica’. La moda, per sua natura, è legata alle tendenze. E negli ultimi anni sono emersi molti brand che sono essenzialmente di moda ispirata all’outdoor. Non è necessariamente una cosa negativa, ma per noi non è la stessa cosa.

Il rischio più grande che vogliamo evitare è che qualcuno indossi il nostro prodotto in un ambiente outdoor reale aspettandosi che funzioni, e invece non lo faccia. Nella moda non ci sono vere conseguenze fisiche. Nell’outdoor sì. I nostri prodotti portano con sé una responsabilità: devono mantenere le persone al sicuro e a proprio agio. Quindi traiamo ispirazione dalla moda, ma solo nelle aree che non influiscono sulla performance. Colori, stampe — quelli sono aperti all’interpretazione. Ma quando si tratta di elementi tecnici — posizionamento delle tasche, zip, costruzione — non seguiamo le tendenze. Seguiamo la funzione.

Ogni prodotto parte da una domanda molto chiara: dove verrà usato, e per quale attività? Poi scomponiamo ulteriormente la questione. Per il trekking, potrebbe basarsi sul numero di giorni. Per l’alpinismo, sull’altitudine. Per il trail running, sulla distanza. All’interno di ogni categoria, definiamo diversi livelli, e per ognuno lavoriamo a stretto contatto con gli atleti per capire cosa sia davvero necessario. È così che costruiamo i prodotti: attraverso casi d’uso reali. Una volta stabilita quella base, allora può entrare il design. Non il contrario.”

 

Hai menzionato il lavoro a stretto contatto con gli atleti per testare e perfezionare i vostri prodotti. State pensando di supportarne alcuni con una partnership più strutturata?

“Stiamo cercando attivamente di supportare gli atleti, ma non è sempre facile. Molti degli atleti con cui dialoghiamo naturalmente sono già sponsorizzati da brand più grandi. Quindi abbiamo spostato il nostro focus verso atleti più grassroots. Guardiamo classifiche come quelle del UTMB ed esploriamo regioni meno rappresentate — Paesi come la Georgia o l’Armenia. A volte troviamo profili interessanti lì. È un processo continuo. Siamo costantemente alla ricerca, costruiamo relazioni e cerchiamo di creare qualcosa di significativo nel tempo.”

Guardando avanti, quali sono i prossimi passi per Uppervoid? Come vedi evolvere il brand?

“La prossima fase riguarda il perfezionamento. Negli ultimi anni ci siamo concentrati molto sull’espandere la nostra gamma di prodotti. Ora si tratta di migliorare ciò che abbiamo già costruito. Prendere quegli insegnamenti e sviluppare seconde e terze iterazioni — versioni 2.0, 3.0 — rendendo ogni prodotto più preciso, più funzionale, più risolto.

Allo stesso tempo, vogliamo continuare a costruire relazioni con gli atleti, e rafforzare quel legame tra prodotto e uso nel mondo reale. Ci stiamo anche espandendo in nuovi mercati e canali di vendita. Ma nell’industria dell’outdoor sportswear, la crescita è naturalmente più lenta che nella moda. Richiede tempo. Richiede coerenza. Non puoi prendere scorciatoie sulla credibilità. Quindi per noi si tratta di restare concentrati. Continuare a credere in ciò che stiamo costruendo, e andare avanti passo dopo passo.”


Shredding Manhattan

L’anima del Lower East Side catturata dal rito fotografico di Simone Strano: un’analisi visiva dell’identità skate e della bellezza dell’imperfetto nel cuore pulsante di Manhattan

C'è un'intersezione tra Monroe e Pike Street, dove Manhattan si spoglia del superfluo, per lasciare spazio all’anima più autentica della città. Qui, nel Lower East Side, sotto le imponenti arcate del Manhattan Bridge, il fragore ritmico, quasi tribale, delle linee B e D della metropolitana evoca un senso di appartenenza che trascende il linguaggio verbale, lasciando che lo skate diventi l'unica grammatica condivisa.

Il LES Coleman Skatepark non sfida il tessuto urbano, anzi, lo abbraccia, configurandosi come una sua estensione naturale che ne asseconda le forme. I piloni di ferro e pietra del ponte attraversano fisicamente lo spazio, proiettando ombre monumentali su panchine in granito e corrimano, che replicano con precisione l'arredo cittadino newyorkese.

L’occhio si allarga su un manifesto di cemento che, dal 2012, grazie alla visione e al restyling di Steve Rodriguez, si è trasformato in in un punto di riferimento mondiale. Un microcosmo in cui le gerarchie della Grande Mela si sgretolano, sfidate da una community che ha eletto la tavola a propria musa e che, attraverso la tavola, non fa che rigenerarsi quotidianamente.

Abbiamo il privilegio di esplorare questa mecca dello skate grazie a Simone Strano, ricercatore visuale napoletano, da anni radicato a Roma, che ha scelto di immergere in queste forme tanto urbane, quanto umane, la propria lente. Il suo è un progetto lungo quanto una decade: un continuum senza tempo, che racconta, attraverso ritratti, dettagli e dinamismo, l'anima di uno spot, e di un movimento, in costante espansione.

Suggestioni che ritroviamo lungo la sua testimonianza biografica.

Simone Strano

 

“La passione per la fotografia nasce a Napoli, la città dove sono nato e cresciuto, grazie ad un regalo di mio nonno. A nove anni, per la mia prima comunione, mi fece scartare una compatta. Quell’occhio ‘meccanico’ mi piacque da subito. Iniziai a scattare di continuo, qualsiasi cosa. Nel tempo, mi è poi venuto naturale informarmi, comprare libri… Lasciata l’università, poi, mi sono trasferito a Roma, dove ho seguito un corso di fotografia professionale. Oggi, nella mia attività quotidiana di ritoccatore, la fotografia resta per me uno spazio di decompressione. Un’arte che mi affascina proprio perché mi permette di staccare dalla perfezione digitale del lavoro commerciale.

Durante gli anni liceali, ho conosciuto un ragazzo che si muoveva in skate: una cosa alquanto rara, specialmente a Napoli. Il suono ruvido delle ruote sull’asfalto mi ha, in un qualche modo, affascinato. Tra alti e bassi, ho cominciato a skateare anch’io. Sebbene la mia attività sulla tavola sia andata scemando sempre più, a causa di dolori alla schiena, l’affinità con la cultura street, la musica, il modo di vestire e di appartenere, che la scena skate simboleggia da sempre, non ha smesso di accompagnarmi.

Questo progetto nasce più di 10 anni fa, proprio dal connubio di queste mie due grandi passioni. Il cuore della serie prende vita nel 2014 a Lower East Side, sotto il ponte di Manhattan. Devo ammettere che, una volta arrivato in quello spot, il contrasto con la città da cui arrivavo, in quel momento Roma, è stato netto. Se la pavimentazione delle strade della capitale scoraggia chiunque voglia salire su una tavola, nella Grande Mela la cultura giovanile, e non solo, è intrisa di skate. Scorre nelle vene, lo capisci istantaneamente. La tavola è un mezzo di trasporto cittadino indispensabile, che si tratti di fare la spesa, andare al lavoro o di sbrigare le commissioni di ogni giorno.

In quella finestra temporale di tre mesi, lo skatepark di LES è diventato casa: un’istituzione urbana, dove gli spazi e l'energia di una community eterogenea mi hanno permesso di fotografare in totale libertà. Entrare in quella community come fotografo è stato un processo naturale. La presenza quotidiana e prolungata nel parco mi ha permesso di diventare una figura conosciuta, familiare, accettata. Paradossalmente, la forza di questa disciplina così individuale risiede proprio nella sua straordinaria capacità di generare un legame collettivo: lo skate abbatte ogni barriera. È un linguaggio universale. A nessuno interessa chi sei o da dove vieni,  l’unica cosa che conta davvero è la passione condivisa per la tavola.

Il mio approccio visivo, inizialmente, è ruotato attorno all’idea del ritratto: fermavo gli skater per scatti molto stretti, con il diaframma aperto al punto da mettere a fuoco talvolta solo il naso, lasciando che il resto svanisse sfocato. Ho realizzato anche ritratti più larghi, con la tavola tenuta nelle posizioni che gli skater preferivano. Poi, mi sono focalizzato sui dettagli. Venendo dal mondo dello still life commerciale, ho una certa sensibilità verso oggetti e forme. Ho fotografato ruote, tatuaggi, tavole spaccate e scarpe graffiate. Poi, sono passato all’azione, usando tempi lunghi per ritrarre il movimento: affrontando, in un certo senso, la fotografia con lo stesso processo istintivo che guida lo skate.

Come già accennavo, lo skate offre la possibilità di osservare la realtà attraverso una lente diversa, che ha finito per contaminare il mio stesso approccio artistico. Molte delle cose da cui sono attratto arrivano dal mondo underground, ponendosi agli antipodi del mio lavoro professionale, dove tutto deve essere polished e perfetto. Quando scatto per progetti personali, come questo, il mio istinto tende ad andare nella direzione opposta: a NYC, ho provato a trasferire alle immagini la ruvidità insita nello skate, ricercando un'estetica ‘sporca’, fatta di grana, mosso e sfocato. L’idea era, soprattutto, di restituire immagini autentiche.

Dopo quei tre mesi sono tornato varie volte al LES skatepark. A distanza di oltre dieci anni dall’origine di questa serie, per curare la gallery definitiva ho anche adattato il lavoro all’evoluzione del mio gusto. Ho voluto omogeneizzare il progetto attraverso il bianco e nero, una scelta che sottrae le immagini a una precisa datazione cronologica, creando un continuum senza tempo. In fondo, se oggi tornassi al LES, so che troverei skater che incarnano ancora lo stesso spirito e lo stesso stile di allora. Ho ripreso in mano il materiale in modo fisico, concreto: stampando, strappando, scrivendo, ricomponendo e riscansionando le immagini per eliminare la perfezione del digitale a favore di un approccio più ruvido e analogico.

Ora, osservare questo percorso maturato in un arco temporale così ampio, concretizzato in una pubblicazione editoriale è una grande soddisfazione. È emozionante poter raccontare, attraverso la mia lente, uno spot così iconico della scena skate di NYC”


Tennis in a new dress - Magda Linette

Attraverso le immagini di Ola Bodnaruś e le parole di Magda Linette, il tennis si rivela come uno spazio culturale, in cui lo stile non è tanto decorazione, quanto estensione della propria identità

“Vestiti male e ricorderanno il vestito; vestiti in modo impeccabile e ricorderanno la donna”, Coco Chanel. Nel tennis, forse più che in qualsiasi altro sport, questa idea trova una delle sue espressioni più convincenti. Perché, all’interno del campo, lo stile è parte integrante della performance: si muove e si esprime con essa.

L’immagine di una giocatrice non è costruita solo da colpi vincenti e risultati, ma dalla sottile armonia tra corpo e movimento, e da ciò che il corpo sceglie di portare in campo. In questo spazio, tra fondocampo e rete, l’abbigliamento è tutt'altro che neutro. Diventa linguaggio. Un'affermazione di presenza in un momento definito dall’esposizione, dove ogni gesto è osservato ed ogni emozione amplificata. In tali condizioni, ciò che si indossa può diventare una forma di sostegno. Una struttura. Un modo per vivere l'attimo con maggiore controllo.

Approfondendo la biografia di questa tennista WTA, e la sua intersezione tra sport e fashion, scopriamo un percorso che sfida l’immediatezza urlata dallo sport moderno. Con Magda Linette, il tennis si rivela sì, come solo uno stile di vita, ma soprattutto come porta d’accesso per un percorso diverso, completo.

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Vieni dalla Polonia, un Paese storicamente, e sportivamente, legato a concetti come resistenza e resilienza. Ricordando la tua infanzia, che tipo di atmosfera ti ha formata, sia come atleta che come persona?

“Vengo dalla Polonia, e mio padre è sempre stato un allenatore di tennis, quindi sono stata introdotta a questo sport molto presto. Allo stesso tempo, ha fatto un passo indietro abbastanza presto dal ruolo di allenatore, perché non voleva che il tennis interferisse troppo con il rapporto padre-figlia. Per molti versi, non è stato un percorso facile, fin dall’inizio. Non eravamo una famiglia benestante. Avevamo parecchie difficoltà economiche, quindi il tennis, con ogni probabilità, non era la scelta più logica. È uno sport costoso, che richiede molto a una famiglia. In quel periodo — e credo sia qualcosa che sta lentamente scomparendo, soprattutto in Polonia — esistevano ancora club finanziati dal comune o dal governo. Quel tipo di strutture davano una possibilità a giocatrici come me. Penso di aver fatto parte di una delle ultime generazioni che hanno potuto davvero beneficiato di quel sistema. Potevi rappresentare il tuo club, giocare determinati tornei, ricevere un certo supporto e avere comunque accesso a opportunità che oggi stanno diventando sempre più difficili da raggiungere. Ora ci sono perlopiù club privati, e tutto sta diventando molto più elitario.

Quando ho iniziato a crescere e a competere fuori dalla Polonia, in giro per l’Europa, quel sostegno non era più sufficiente. A quel punto, avevo bisogno di sponsor privati, e tutto il mio percorso è diventato molto più incerto. Se devo essere sincera, la parola che mi viene in mente ripensando a quel periodo è disperazione. È stata quella sensazione a spingermi attraverso tante cose. Attraverso condizioni difficili, momenti in cui i risultati non arrivavano, situazioni tutt’altro che ideali... C’era questo bisogno costante di resistere, di trovare un modo per andare avanti, di costruire qualcosa di migliore — non solo per me stessa, ma anche per la mia famiglia. Non c’è mai stato davvero un piano B. Era questo o niente. Tutti attorno a me facevano sacrifici. Persino la vita di mia sorella, in molti modi, è stata modellata dal mio tennis. Qualunque risparmio avessimo era investito nella mia carriera. Avevo pressione. Molta pressione. Ma c’era anche questa strana, incrollabile fiducia, dentro la mia famiglia: in fondo, ne valeva la pena.

È questo quello che ricordo di più: un senso di fiducia, anche in condizioni molto dure. Allenarsi per tutto l’inverno dentro palloni gelidi, uscire di casa prima dell’alba, tornare tardi la sera dopo scuola, allenamento, palestra, fisioterapia, compiti. Era estenuante. Ma sotto tutto questo c’era la sensazione condivisa che, forse, il tennis avrebbe potuto aprire la porta a un futuro diverso.”

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Quando eri giovane, cosa rappresentava per te il tennis? Un sogno, pura disciplina o, per l'appunto, un modo per cambiare la tua vita?

“Penso che fosse tutte queste cose insieme. Ci sono pochissime professioni capaci di cambiare completamente la tua realtà economica in un lasso di tempo così breve, soprattutto per una donna polacca. Il tennis è ancora uno degli sport femminili meglio retribuiti al mondo e, se sei abbastanza forte, le cose possono cambiare rapidamente. In altre carriere — se vuoi diventare medico o avvocato, per esempio — possono volerci quindici anni prima di raggiungere quel tipo di stabilità. Nel tennis, invece, può succedere in due, tre, quattro anni.

Naturalmente, questo vale solo se le cose vanno bene. Se non vanno bene, può volerci molto più tempo. E in questo senso è una grande scommessa. Un infortunio può fermare tutto. Una decisione sbagliata sul tuo team, l’ambiente sbagliato, finanziamenti insufficienti… ci sono moltissime cose che possono andare storte. Ci sono così tante giocatrici che cercano di farcela, incluse molte che partono da condizioni molto migliori delle mie, con più supporto, più soldi, strutture migliori. Quindi, ti chiedi: perché dovrebbe funzionare proprio per me? Ma è esattamente per questo che continuo a tornare mentalmente a quell’idea di fiducia. In qualche modo, tutti attorno a me credevano che avrebbe funzionato. Non in modo ingenuo, ma con una sorta di fede ostinata. E quando cresci dentro un’atmosfera del genere, quella fede diventa parte di te.”

 

Senti che quella fiducia sia ancora un caposaldo che porti con te quando entri in campo, oggi?

“Penso sia qualcosa che molti di noi, provenienti da questa parte del mondo, condividono. Esiste una certa mentalità che nasce in quel contesto, e credo la si possa percepire in molte giocatrici dell’Europa dell’Est. Possiamo essere emotive, sì. A volte forse più emotive di altre. Ma abbiamo anche questo istinto di fare assolutamente tutto ciò che possiamo per vincere. Anche quando le cose sono difficili. Anche quando non ci sentiamo al meglio. Anche quando le condizioni sono contro di noi. C’è questa sensazione che, in qualche modo, tu possa comunque trovare una via verso la vittoria. E penso che questo derivi dall’essere abituate alle avversità. Quando cresci con la consapevolezza che le cose non andranno sempre come vorresti, impari a muoverti dentro i problemi. In un certo senso, possono persino diventare una forma di motivazione. Quando le condizioni sono difficili, quando qualcosa non funziona, invece di sentirti sconfitta da quella situazione, ti senti quasi attivata da essa. Quella mentalità può aiutarti: a volte, può anche lavorare contro di te... ma è sicuramente rimasta dentro di me. Qualunque tipo di giornata io stia vivendo, qualunque problema si palesi, devo trovare una soluzione.”

 

Nello sport, spesso si celebrano i prodigi e i giovani talenti. La tua storia sembra diversa: più stratificata e paziente, forse più umana. Sei entrata nella top 100 più tardi di quanto molti si aspettassero e hai raggiunto la tua prima semifinale Slam superati i trent’anni. Cosa ti ha insegnato questo percorso?

“Una cosa che ho imparato è che, in ogni settore, le persone cercano sempre di venderti il sogno. È per questo che tutti vogliono parlare della giovane giocatrice che cresce rapidamente, dell’adolescente che improvvisamente esplode, della storia che sembra uscita da un film. È ciò che attira l’attenzione. È ciò che entusiasma i genitori, gli sponsor e il mercato. Alla fine, anche lo sport è un business, e questo fa parte del suo funzionamento.

Ciò che suona meno attraente sono le verità più comuni: per molte giocatrici servono sei, sette, otto anni durissimi di fatica, senza soldi, senza certezze, senza garanzie. Questa versione delle cose è molto meno seducente. Per molto tempo, anche la longevità è stata un argomento taboo. Le giocatrici tendevano a ritirarsi più giovani. Pochissime continuavano a competere seriamente dopo i trent’anni. Poi, giocatrici come Serena hanno iniziato a cambiare questa narrazione. Hanno mostrato che una carriera poteva essere più lunga, che poteva evolversi, che si poteva persino tornare da esperienze che, un tempo, avrebbero messo fine del tutto a una carriera. Quest'idea è ancora relativamente nuova. Credo che solo ora le persone stiano iniziando a comprendere il valore della maturità — non solo emotivamente, ma anche professionalmente. Una carriera lunga può essere anche un grande investimento. Può costruire qualcosa di significativo nel tempo. Naturalmente, però, il sogno attirerà sempre di più. È ciò che le persone vogliono vedere nei titoli dei giornali sportivi. E lo capisco. Eppure, lo sport conserva una brutalità onesta. Alla fine, difendi il tuo posto attraverso la tua performance. Quella parte, almeno, resterà sempre onesta.”

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Pensi che arrivare al vertice più tardi ti abbia permesso di sviluppare un rapporto più profondo e significativo con il tennis?

“Per gran parte della mia carriera, della mia vita, nel circuito la mia preoccupazione più grande è stata il denaro. Come farò a permettermi il prossimo torneo? Come farò a costruire il miglior team possibile? Come farò a continuare? Quella pressione era costante. Quando ho raggiunto la semifinale e sono arrivata al numero 19 del mondo... è stato anche il momento in cui l’aspetto economico mi ha finalmente dato un po’ di respiro. Per la prima volta in forse dodici o quindici anni, mi sono sentita calma e ho realizzato quanto spazio mentale fosse stato occupato, per così tanto tempo, semplicemente dalla sopravvivenza. In questo senso, vorrei che fosse tutto accaduto prima. Non perché non sia grata — ha significato tutto per me, e so benissimo che a poche giocatrici è dato vivere qualcosa del genere. Se avessi potuto avere quella tranquillità mentale prima, però, forse avrei avuto più tempo per concentrarmi esclusivamente sul tennis. Non sulla sopravvivenza, non sul cercare di capire come continuare, ma semplicemente su come diventare migliore. Sono profondamente grata che sia successo ma, se potessi scegliere, avrei scelto di arrivare prima a quel momento.”

 

Ad Athleta, interessa lo sport non solo come performance, ma come linguaggio culturale. Per te, cosa rappresenta il tennis oltre la competizione?

“Il tennis è il mio modo di vivere. Non è qualcosa che inizia quando entri in campo e finisce quando l’allenamento è terminato. A questo livello, ci vivi completamente dentro. Lo sport è così competitivo che, se anche solo una parte della tua vita non è allineata con ciò che stai cercando di fare, ti senti subito indietro: sai che le altre tenniste stanno dando tutto.

E oltre a questo, c’è molto più di quanto le persone immaginino. Il tennis non significa soltanto colpire una pallina. Significa voli, hotel, programmi di allenamento, staff, tasse, logistica, superfici, palline, fusi orari, trasporti, pianificazione. Sei responsabile di tutto. A meno che tu non possa permetterti di pagare qualcuno che gestisca queste cose al posto tuo, tutto è sulle tue spalle. È questo che rende il tennis così diverso da molti sport di squadra. In un contesto collettivo, gran parte della struttura esiste già. Nel tennis, invece, devi costruire continuamente il tuo sistema, settimana dopo settimana, città dopo città. La stagione dura quasi tutto l’anno, e puoi competere quasi ogni settimana in parti diverse del mondo. Ogni torneo porta con sé condizioni diverse, adattamenti, richieste. E poi, oltre a tutto questo, hai anche bisogno di supporto emotivo. Devi decidere chi viaggia con te, chi ti aiuta, come far funzionare tutto non solo professionalmente, ma anche personalmente. Credo che questa complessità sia qualcosa che spesso le persone non vedono. Il tennis non è soltanto uno sport che pratichi. Diventa la tua intera vita.”

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Quando entri su un campo da tennis, ti capita mai di pensare al gioco in termini estetici — linee, ritmo, spaziature, movimenti — quasi come se fosse una forma artistica?

“Ad essere sincera, la prima cosa che ho notato sono stati gli outfit. Ho sempre amato il fatto che il tennis lasci spazio all’individualità. Penso che odierei uno sport in cui tutti devono vestirsi esattamente nello stesso modo, senza alcuna libertà. Mi farebbe impazzire. Da questo punto di vista, sono molto felice di essere una tennista.

Mentre pratichi sport sei molto esposta. Sudi, sei stanca, sei frustrata: non sei esattamente nella tua forma più impeccabile. Eppure, in qualche modo, nel tennis puoi comunque conservare un senso di stile. Puoi esprimere qualcosa attraverso ciò che indossi, e questo mi è sempre piaciuto moltissimo. Ho sempre dato importanza ai vestiti. Amo la moda. Questo è stato il mio primo punto d’accesso al lato estetico del tennis: l’identità visiva, personale, dentro il campo.

Solo più tardi ho iniziato a notare con maggiore chiarezza gli altri elementi: le linee, i colori delle diverse superfici, il modo in cui certi tornei creano un’atmosfera, in cui un campo può diventare una sorta di palcoscenico. Forse prima non me ne accorgevo perché sono cresciuta in ambienti più freddi: campi indoor, palloni invernali, luoghi più funzionali che belli. Ma quando inizi a viaggiare di più, quando vedi contesti diversi e tornei diversi, cominci davvero a capire che il tennis può essere visivamente potente in moltissimi modi. Mi piace che oggi ci sia un interesse crescente nel guardare il tennis — e lo sport più in generale — da un’angolazione diversa. Non soltanto attraverso la performance, ma attraverso l’immagine, l’atmosfera e la cultura.”

 

Il tennis e la moda sono legati storicamente e culturalmente, ma cosa significa per te il fashion fuori dal campo?

“Per me, la moda è sempre stata legata alla fiducia in sé stessi. Non sono mai stata la persona più sicura del mondo. Non mi sono mai sentita davvero completamente a mio agio con il mio aspetto e, per molto tempo, ho sempre voluto cambiare qualcosa di me stessa. Ma la moda ti offre un modo per lavorare su quella sensazione. Ti dà la possibilità di modellare il modo in cui ti presenti, di creare qualcosa che ti faccia sentire meglio. Un vestito può cambiare la tua energia e il modo in cui passi la giornata.

Penso anche che la moda lasci spazio a una forma di creatività. Non dipingo, non canto, non ho capacità artistiche tradizionali. Però, sento di avere dentro di me una certa sensibilità artistica, e la moda mi offre un modo per esprimerla. È una delle prime forme di espressione personale a cui puoi accedere. Soprattutto come donna, credo che l’abbigliamento possa diventare un linguaggio molto immediato. Amo il fatto che sia un qualcosa di completamente tuo. Decidi tu. Puoi farne ciò che vuoi. La libertà della moda è ciò che la rende così potente.”

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In campo, i vestiti influenzano il modo in cui giochi una partita? Ciò che una giocatrice indossa può condizionare la sua sicurezza?

“Quando indosso qualcosa che mi piace davvero, qualcosa che sento perfetto su di me, mi sento immediatamente meglio. C’è un cambiamento percepibile. Allo stesso modo, se non mi sento completamente a mio agio con ciò che indosso, lo avverto subito. È una distrazione. Mi toglie qualcosa.

C’è sicuramente anche un certo senso di orgoglio, che ti senti infondere. Come atleta, soprattutto quando hai dei contratti, non hai sempre pieno controllo su ciò che indossi. Quindi, quando quella libertà c’è, conta. Incide sulla sicurezza, sicuramente. Entri in campo davanti a migliaia di persone e, allo stesso tempo, sai che molte altre ti stanno guardando in televisione, a volte per ore. È un'esperienza che ti espone in modo estremo. Sei stanca, sudata, non vorresti propriamente farti vedere in quelle condizioni. L’abbigliamento non nasconde tutto questo, ma ti offre una sorta di sicurezza. La sensazione che, almeno una parte, sia al proprio posto e sotto controllo. Che puoi sentirti bene con te stessa. E quando quella parte è ok, puoi lasciarla andare e concentrarti pienamente sulla tua performance.”

 

In uno sport costruito sulla ripetizione e sulla disciplina, la moda ti permette di esprimere qualcosa di più personale in campo?

“Ognuno trova il proprio modo di esprimersi, grazie ai vestiti che indossa. Ad esempio, per me ha grande importanza una collana che indosso sempre. È qualcosa a cui tengo davvero tanto. Ha due lati: uno rappresenta il giorno, l'altro la notte. Ho passato molto tempo a cercarla, più di un anno. Non volevo un oggetto qualunque. Volevo qualcosa con una storia. Ricordo di essere entrata in un negozio a New York e di aver chiesto se avessero qualcosa di significativo, qualcosa che portasse con sé una certa energia. Mi hanno mostrato questo talismano. Da quel momento, siamo inseparabili. Non lo cambio mai, è diventato parte di me.

In campo, rappresenta qualcosa di più profondo. C’è sempre ciò che mostri, e poi c’è ciò che porti dentro. Sento che quel piccolo oggetto collega questi due livelli. Per alcune giocatrici può essere un rituale — il modo in cui si legano i capelli, il modo in cui indossano una bandana... Per me, è la collana.”

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Che tipo d'idea di femminilità, forza o identità vuoi veicolare e portare con te, oltre alle tue doti tennistiche?

“Per me è importante non essere definita soltanto come tennista. Certo, il tennis è la mia vita in questo momento, ma voglio anche costruire qualcosa al di là di esso. Ho già completato la laurea triennale. Voglio assicurarmi che, quando il tennis finirà, ci siano altre strade aperte. Allo stesso tempo, cerco di esprimere chi sono nel presente. La moda fa parte di questo. È uno dei modi attraverso cui posso mostrare qualcosa di più personale, che va oltre il campo.

In un certo senso, la vita è simile al tennis stesso. Stai giocando una partita e non sai mai davvero come si svilupperà. L’unica cosa che puoi controllare è la tua preparazione. Ti alleni, resti positiva, e quando appare un’opportunità devi essere in grado di riconoscerla — e coglierla. È così che vedo le cose adesso. Non so esattamente cosa verrà dopo, ma sto cercando di essere pronta.”

 

Al di là dei ranking, dei titoli e dei traguardi, cosa speri che il tuo percorso possa rappresentare per le giocatrici più giovani, in Polonia o altrove?

“Penso che il messaggio più importante sia che non esiste un solo percorso “giusto”. Siamo abituati a sentire parlare della traiettoria da sogno: la giovane giocatrice che cresce rapidamente, che raggiunge tutto molto presto. Ma non è l’unico percorso. E solo perché il tuo percorso richiede più tempo, non significa che sia quello sbagliato. Il mio viaggio è stato più lento, più graduale. Per molto tempo, forse, non è rientrato in quella narrazione che le persone si aspettano. Questo, però, non lo rende di certo meno prezioso.

Spero che le giocatrici, ma anche gli allenatori e i genitori, possano vedere che esistono tempi diversi, strade diverse, ritmi diversi. E che quei percorsi più umani, meno lineari, sono altrettanto validi. Non tutto deve accadere immediatamente per essere significativo.”

Jacket vintage Pants Alaia / vitkac Boots Gianmarco lorenzi / wantedgoods.eu
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Credits

Magda Linette

Photographer & Art Director: Ola Bodnarus

Stylist: Joanna Opinska

Make-Up: Cincior

Hair: Kateryna Yefremova

Lighting Assistant: Konrad Pardo

Photographer Assistant: Aleksandra „oliksy” Kalinowska

Stylist Assistant: Iza Gromko

Production Support: Aleksandra Teresa Grzymska

Photographer’s Agent: Nina Michalewska / nmgmt

special thanks to: Kuba Partyka (video & music)  / Charlotte Bistro / Marcello Warszawa / Ośrodek Rozbrat – Warsaw / Agrykola Tennis Club – Warsaw

Editor: Filippo Libenzi


Field Rituals | A Grammar of the Beautiful Game

Il progetto editoriale composto dalla direzione visuale di Faramarz Gosheh e dallo styling di Robyn Agulhas ci permette, da un lato, di immergerci nella texture culturale, ed estetica, del Beautiful Game, dall’altro di entrare nella biografia della lente dietro questa produzione: una storia creativa dove il calcio assume un ruolo lirico e strutturale

“Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita e di morte. Vi assicuro che è molto più importante di tutto questo”, sentenziava lo storico condottiero del Liverpool Bill Shankly. Il manager conosciuto come ‘il Santo’ intravedeva, nella disciplina universale per eccellenza, una matrice in grado di determinare intere esistenze, ma non solo: di scandire il corso di popoli e nazioni, e di elevarsi a dato culturale cruciale, tutt’altro che accessorio.

Non è dato sapere se l’aspetto estetico, tantomeno quello artistico, rientrassero nelle riflessioni del mito scozzese. Ascoltando la testimonianza di Faramarz Gosheh, però, sorge naturale l’associazione tra l’importanza assoluta del calcio, dei suoi riti e dettagli, e il senso di bellezza, più o meno celato, che, intrinsecamente, lo determina fin dalle sue origini. E che determina il corso di ogni essere umano innamorato di questa disciplina.

‘Field of Rituals’ si pone come manifesto di questo raro, meraviglioso potere calcistico. Composizioni sensoriali fuori dal tempo e dallo spazio, che nella biografia del loro creatore svedese trovano un senso pieno, che abbiamo carpito.

Partiamo dal rapporto che hai intessuto, nel tempo, con estetica, racconto visuale e calcio: in che modo questi elementi si sono intrecciati durante la tua crescita?

“Credo che tutto parta da casa. Mia madre è sia artista, che infermiera. Avevamo quadri ovunque: acrilici o acquerelli che spesso risultavano molto astratti, ma con riferimenti politici. All’epoca non li capivo fino in fondo, ora guardandomi indietro capisco quanto mi abbiano influenzato. Sono cresciuto circondato da texture e immagini, dalla sensazione che creare fosse qualcosa di naturale, una parte della vita quotidiana. Mia madre non mi ha indirizzato in modo esplicito, ma quell’ambiente mi ha fatto percepire la possibilità di una strada creativa. Da bambino ero molto attratto dall’architettura e dal design: ricordo che disegnavo scarpe da calcio, immaginando come avrei progettato un prodotto Nike. In generale, sono sempre stato un sognatore. Per molto tempo, però, il mio sogno principale è stato diventare un calciatore professionista. Intorno ai 16/17 anni ho capito quanto sarebbe stato difficile, soprattutto in Europa. Eppure, ho continuato a giocare. Ho fatto tutto il percorso in Svezia, nell’Örgryte IS, transitando dalle giovanili alla squadra juniores, per poi arrivare nelle riserve e, infine, in prima squadra. Ho giocato a livello semiprofessionistico per un paio d’anni, tra seconda e terza divisione. Oggi il club è arrivato in prima divisione, e questo mi rende molto felice”

 

Che ruolo ha avuto il calcio nella tua formazione, non solo come giocatore ma come persona?

“Un ruolo fondamentale. Prima di tutto, mi ha insegnato a stare dentro un gruppo. Giocando, capisci molto presto che non sei la superstar, e che da solo non vai da nessuna parte. Dipendi dagli altri, e gli altri dipendono da te. È una dinamica che, oggi, ritrovo nel contesto creativo: hai bisogno di una squadra per fare qualcosa che abbia, davvero, un senso. Il calcio mi ha insegnato anche il concetto di disciplina. Allenarsi più volte a settimana, prendersi cura del proprio corpo, mangiare bene, dormire nel modo giusto… sono abitudini che restano. Da freelance, questo tipo di ‘struttura’ mi torna molto utile. Spesso penso al mio lavoro come ad una successione di ‘stagioni’: il focus va su come mi preparo, su cosa voglio concentrarmi, come reggo i periodi più intensi, e poi come mi fermo e mi rigenero. Inoltre, il calcio mi ha permesso di conoscere luoghi e persone che, altrimenti, mai avrei incontrato. Le trasferte in piccole città, in realtà diverse anche all’interno della stessa Svezia sono esperienze che ti spalancano gli occhi. Ho incontrato persone con background molto diversi, e questo mi è rimasto dentro.”

Alla luce della tua naturale sensibilità visuale, hai mai percepito, durante la tua carriera sportiva, il calcio come una musa estetica o creativa?

“Non in modo consapevole, perlomeno non all’epoca. Per me si trattava soprattutto di crescita e competizione. Però, ripensandoci oggi, mi accorgo che certi elementi visivi sono rimasti radicati in me. I colori delle maglie, il modo in cui i giocatori portavano i calzettoni, come infilavano la maglia nei pantaloncini… piccoli dettagli che si sono depositati nella memoria. Oggi li rileggo quasi come una texture, uno sfondo mnemonico e sensoriale a cui faccio continuamente ritorno. C’è una bellezza, nel calcio, che credo di aver compreso davvero solo con l’evolversi del tempo”

 

Come sei arrivato alla fotografia e, poi, alla regia?

“In modo molto naturale. Il primo canale d’accesso è stata la macchina fotografica di mia madre, una DSLR che usava per i suoi lavori o per fotografare me e mio fratello. Ho iniziato a scattare gli amici e la macchina fotografica mi ha conferito una sorta di ruolo sociale. Quando sei un adolescente, entrare in una stanza può essere strano, ma con una macchina in mano hai uno scopo: osservi, ritrai. Agli esordi, volevo semplicemente fotografare ciò che vedevo nel modo più autentico possibile. Poi, ho capito che, a volte, determinati momenti non accadono da soli: vanno costruiti. Soprattutto quando lavori con clienti che chiedono di evocare un certo immaginario o una certa atmosfera. Da lì è subentrata la regia, e la direzione creativa in senso più ampio. È stato un percorso lungo, sviluppato nell’arco di diversi anni, facendo qualsiasi tipo di lavoro: eventi, matrimoni, industria culinaria... Non avevo una formazione accademica, quindi mi sono affidato alla curiosità e alla disciplina. Ho fatto molti errori, ma ho imparato circondandomi di persone più esperte. Ad un certo punto, qualcuno mi ha fatto notare che quello che stavo facendo mi permetteva di avere una voce. È stato uno stimolo importante per iniziare a capire cosa mi piace davvero e perché”

 

Come gestisci l’equilibrio che hai appena menzionato: lavoro commerciale-espressione artistica?

“Non sono mai stato un purista. Non penso che lavori commerciali o produzioni fashion siano qualcosa di ‘inferiore’. Alcuni dei fotografi che stimo maggiormente riescono a lavorare perfettamente con i brand, creando immagini profondamente artistiche, con una forte componente narrativa. È ciò a cui punto anch’io: lavori che possano vivere oltre la campagna, che abbiano una loro integrità e durata. Allo stesso tempo, porto avanti progetti più personali: cortometraggi, lavori indipendenti... Ma è proprio nell’intersezione tra arte, moda e lavoro commerciale che oggi accadono le cose più interessanti”

Parliamo di Field Rituals. Come nasce questo progetto editoriale?

“Nasce da un momento di frustrazione. Avevo perso due lavori e un terzo mi aveva svuotato creativamente. Mi sentivo distante dall’essere felice. Ad un certo punto, mi sono chiesto: cosa voglio fare per davvero? Amo il calcio, ma non lo avevo ancora esplorato abbastanza. Sapevo anche che sarei andato in Sudafrica, dove è nata la mia ragazza, e si è creata la perfetta occasione. Ho scritto un’idea, molto semplice, e ho iniziato a contattare alcune persone. Volevo lavorare sull’incontro tra calcio e moda, ma in modo leggero, giocoso, accessibile. Ho coinvolto la stylist Robyn Agulhas, che ha un legame molto forte con quel mondo: suo padre è stato un calciatore in Sudafrica. Abbiamo deciso di lavorare senza vincoli, senza cliente, con l’obiettivo di fare qualcosa che ci rappresentasse davvero”

 

Come si è sviluppata la produzione di questo progetto a vocazione calcistica?

“In modo molto libero. Abbiamo scelto persone che potessero restituire una certa energia. Non tutti erano giocatori e giocatrici, ma condividevano, in modi differenti, una connessione con il calcio. Avevamo molte idee, ma abbiamo anche lasciato spazio all’improvvisazione. Alcune cose le abbiamo abbandonate, altre sono nate sul momento. È una libertà che raramente trovi durante lavori di altro genere. Riguardando il materiale, quello che emerge è proprio l’atmosfera in sé: il calcio come un qualcosa di giocoso, intuitivo, collettivo”

 

Il progetto segue univocamente una ricerca estetica, oppure sono presenti filoni tematici più profondi?

“È stato soprattutto un processo intuitivo. Ho cercato di evitare di riempire le immagini di riferimenti. Mi interessava, in particolare, fare ritorno ad una sensazione: cosa significava per me il calcio da bambino. A quella serietà assoluta che hai da piccolo, quando ogni partita sembra una finale di Champions. Mi riferisco a quei rituali e a quell’intensità che ti segnano, anche quando, in realtà, non c’è nulla in gioco. Ho cercato di trasporre quella dimensione in un contesto adulto, dando forma ad un tributo nostalgico, ma anche ironico e leggero. Ci sono richiami agli anni Novanta e al filone ‘Joga Bonito’ dei primi Duemila, ma sono più suggestioni che citazioni esplicite”

Perché la scelta dell’analogico?

“Per diverse ragioni. Prima di tutto, per la qualità visiva: il digitale fatica a restituire le stesse sensazioni. Poi, soprattutto, per il processo. L’analogico ti costringe a rallentare, a essere più preciso. Non scatti in continuazione: aspetti il momento giusto. Questo cambia anche il modo in cui dirigi le singole scene. Nel nostro caso, si è presentata una vera e propria occasione: il direttore della fotografia Reezo Hassan aveva due rulli di Super 16, e abbiamo deciso di usarli. Va menzionato anche il tema dell’imperfezione. Polvere, graffi, piccoli difetti… per me sono segni di presenza umana. In un momento in cui l’immagine è sempre più legata all’AI, l’analogico conserva una cifra di resistenza. Ti ricorda che qualcuno era lì, fisicamente. In questo senso, mi riporta anche ai quadri di mia madre, fatte di pennellate visibili, di gesto”

 

Un ultimo, obbligatorio punto da toccare davanti a questa produzione editoriale: come valuti, oggi, il rapporto tra calcio e fashion?

“Mi sembra che questo dualismo abbia intrapreso una direzione molto interessante. Il calcio è sempre stato molto uniforme, anche a livello culturale. Oggi, anche grazie ai social, i giocatori mostrano maggiormente la propria identità. Mi riferisco al modo in cui vestono fuori dal campo, alle collaborazioni con i brand… c’è una forte convergenza in atto. Non è ancora così evidente ovunque, per esempio nel mio Paese, la Svezia, ma a livello globale è molto presente. Per anni il basket è stato più avanti, aveva una cifra, una diversità stilistica molto riconoscibile. Penso all’effetto di Allen Iverson, per esempio. Il calcio sta arrivando adesso a quel livello, e credo sia molto interessante assistere a questa evoluzione”

Credits

Director & photographer: Faramarz Gosheh

Stylist: Robyn Agulhas

Cinematographer: Reezo Hassan

1st AC: Paul Painting

Camera Trainee: Mantoa Motlolisi

Best Boy Lighting: Stephen Naki

BTS Photographer: Andile Phewa S

Stylist Assistant: Jason John

MUA & hair: Justine Alexander

Service Production Company: 360films

Service Producer: Mandy Ritchie

Production Coordinator: Sisipho Ngodwane

Set PA: Jabu Goba

Composer & sound mix: Richard Azar

Colorist: Franziska Heinemann

Editor: Faramarz Gosheh

Title Design: Paloma Demanet

Agent / Creative Partner: Andrea Hasselrot

Lab: Cinelab UK

Film: 16mm Kodak VISION3 50D5203/7203

TALENTS:

Emilio Namuhuja

Mukena Kapapa

Mncedisi Masondo

Alex Michelsen

Tosin Okunnu

Malaika Cuambe Jones


Il potere invisibile dello sport – Justin Sorensen

Ci sono valori nello sport che difficilmente vengono fotografati. Non si trovano al traguardo, né nell’istante della vittoria, tantomeno nella sconfitta. Esistono da qualche parte, in una dimensione altra: dove, spesso, risiede il significato più profondo dell'atletismo stesso. Per il fotografo americano Justin Sorensen, è proprio qui che comincia la ricerca visuale

Le sue immagini non inseguono l’ovvio. Resistono alla chiarezza della risoluzione, all’immediatezza della celebrazione, al linguaggio visivo a cui siamo abituati dalla fotografia sportiva tradizionale. Al contrario, indagano. Si muovono verso qualcosa di meno definito: verso quelle strutture invisibili che compongono, e tengono insieme, l’esperienza atletica stessa.

Il percorso di Sorensen nella fotografia riflette questa stessa sensibilità. Non è diretto, né predeterminato, ma modellato attorno e dal movimento, attraverso l'educazione garantite da discipline diverse: prima la musica, lo studio del jazz per oltre un decennio; poi il design, la cultura in costante evoluzione del ciclismo; infine, la fotografia: un medium per tradurre le esperienze vissute in immagini. Esperienze diverse, per l'appunto, ma fuse da un linguaggio comune: l’attenzione verso ciò che non può essere colto immediatamente.

È in quel di New York, dove la running culture è cresciuta fino a divenire energia sociale, che il suo lavoro ha trovato il terreno più naturale. Qui, lo sport si riversa nella città. Occupa strade, ponti, prime ore del mattino e notti tarde. Diventa meno una questione di competizione e più una questione di presenza, di comunità, di uno slancio condiviso che attraversa i corpi e gli spazi. Lo stesso slancio che accompagna, e inebria, la testimonianza di Sorensen.

Tornando all’inizio, cos'ha fatto scattare l’idea di prendere in mano una macchina fotografica? Qual è stato il percorso che ti ha portato a diventare il fotografo che sei oggi?

“Il mio background è abbastanza non convenzionale. Nella mia vita ho attraversato diversi ambiti creativi per arrivare dove sono ora. Ho studiato musica al college: jazz, nello specifico... Dopo, ho suonato professionalmente per circa dodici anni, vivendo a Seattle, San Francisco e New York.

La mia carriera ha iniziato a cambiare quando sono tornato a San Francisco e mi sono avvicinato al clothing design. Disegnavo vestiti per un piccolo brand di ciclismo, un’azienda molto piccola, dove tutti facevano più cose contemporaneamente. Avevo sempre avuto delle macchine fotografiche intorno a me e le avevo usate in modi diversi nel mio lavoro, ma quando sono entrato in quel brand mi sono davvero immerso nella cultura del ciclismo. Gli sport endurance sono diventati una parte enorme della mia vita quotidiana. L’azienda era costantemente in viaggio, agli eventi, sul campo... Potevo documentare tutto ciò che accadeva intorno a questa cultura emergente: specie il gravel riding e gare assurde in cui le persone partivano verso il nulla, pedalando per 200 miglia. Il mio ruolo, tra le altre cose, è diventato quello di fotografo del brand. Scattavo tutto, dagli still life, a molte delle produzioni più narrative, legate alla vera e propria costruzione del brand.

Sono rimasto con il brand per sei anni, poi mi sono trasferito a New York, ormai cinque anni fa. Quando sono arrivato nella Grande Mela, non sapevo esattamente dove sarei finito o a quale ambito mi sarei dedicato pienamente. Mi ci è voluto circa un anno e mezzo per capire che la fotografia freelance era ciò che volevo perseguire. Durante quel periodo ho continuato ad andare in bici, ma New York è una città di runner... La cultura della corsa qui mi ha completamente assorbito. Ne sono diventato parte attraverso i diversi run club che stavano nascendo, attraverso le gare grassroots, semplicemente essendo presente e fotografando ciò che stava accadendo.

A New York esisteva già una forte storia di run clubs da circa un decennio prima del mio arrivo, ma circa quattro anni fa sembrava che tutto stesse accelerando. C’era tantissimo slancio, e credo di essere arrivato in un momento davvero importante per la cultura della corsa a New York: un momento in cui molte cose sono confluite insieme. Questo ha completamente ridisegnato la traiettoria della mia carriera. Oggi la maggior parte del mio lavoro vive nella corsa, e questo vale per quasi tutti i brand con cui collaboro.”

 

Come osservi lo sport attraverso il tuo obiettivo? Che cosa ti interessa, davvero, nell'atto sportivo?

“La mia prospettiva sullo sport, e in realtà la mia prospettiva come artista in generale, è sempre stata modellata da un interesse per ciò che è invisibile. Sono meno interessato al traguardo e molto più interessato al viaggio: alla poetica del viaggio, alla relazione che un atleta ha con lo sport che pratica.

Ciò che mi affascina maggiormente è l’esperienza intangibile di trovarsi nel mezzo di uno sforzo atletico. È questo che cerco di catturare con la mia fotografia. I momenti silenziosi. I momenti che non sono sempre visibili. Che si tratti di una gara su pista, di una maratona o di un’ultra, l’evento in sé è quasi meno importante per me rispetto alla relazione con l’evento stesso. È ciò che ricerco, sempre. Onestamente, questo tema mi ha seguito per tutta la vita: anche quando suonavo musica. Sono sempre state le parti invisibili della vita a interessarmi di più. Sono quei momenti che in realtà costruiscono le nostre vite e danno loro un senso, anche se non sempre prestiamo loro attenzione. Tendiamo a concentrarci sui momenti salienti, sugli highlights, che naturalmente contano... Ma ciò che rende possibili quei momenti sono tutte le cose che stanno nel mezzo.

È lì che si concentra la mia attenzione: negli ‘In-between moments’. Penso che questo sia particolarmente interessante nella fotografia, perché quando riesco a catturare uno di quei momenti, c’è più ambiguità in ciò che sta accadendo. C’è più spazio per l’interpretazione. Anche questo è un filo costante nel mio lavoro: non voglio mai che un’immagine sembri conclusa. Non voglio che la storia sia completamente esposta e spiegata in un singolo fotogramma. Per me è importante che chi guarda l’immagine possa portarci dentro la propria storia. La composizione non deve sembrare definitiva. Deve sempre sembrare in divenire.”

Lo sport è una passione arrivata strada facendo, oppure c'è sempre stato qualcosa ad attirarti di quest'immaginario?

“Sono cresciuto praticando ogni tipo di sport, quindi la mia familiarità con il gioco in sé e con la gioia che nasce da quelle esperienze viene sicuramente dall’infanzia. Ma se vado un po’ più in profondità, credo di essere sempre stato semplicemente affascinato dal guardare le persone muovere il proprio corpo. Anche da bambino, penso di aver visto lo sport come una forma di espressione. Sì, certo, stai giocando una partita. Stai cercando di vincere. Ma ciò che amavo era l’atto fisico. È questo che mi ha attratto fin dall’inizio. Crescendo, è diventato particolarmente interessante il movimento, unito alla ripetizione, negli sport endurance: cosa succede al corpo, cosa succede alla mente, cosa accade durante uno sforzo prolungato...

Sono sempre stato innamorato del movimento. Che stessi praticando o guardando, ne ero semplicemente incantato. Non riuscivo a distogliere lo sguardo. È ancora questo che mi attrae: sono profondamente incuriosito dal modo in cui le persone muovono il proprio corpo. Mi interessano corpi di ogni tipo, che si muovono in modi diversi. Penso che sia qualcosa di straordinario. Quindi, per me non è mai stata davvero una questione di spettacolo. È una questione di esperienza: di tutto ciò che è connesso allo sport, soprattutto i suoi lati più introspettivi.”

 

Trasferirti a New York — una città in cui lo sport è centrale, storicamente e culturalmente — e avvicinarti ad un gruppo di atleti, in che modi e forme ti ha ispirato?

“Ciò di cui mi sono davvero innamorato nella comunità running di New York è stato l’atto leggermente sovversivo di appropriarsi delle strade. I runner, e i pedoni in generale, governano la città, senza giochi di parole. Ci sono così tante persone che camminano e corrono qui che, di fatto, dettano il movimento della città stessa. Guardare i run club, soprattutto alcune delle gare, e assistere a queste enormi masse di persone che si riuniscono e poi corrono attraverso Manhattan... All'inizio è stato emozionante, bellissimo: parliamo di un’energia che non avevo mai visto prima. È questo che mi ha davvero catturato: vedere la passione delle persone per la corsa, per il vivere a New York... E le possibilità d'espressione, attraverso il movimento, che sembra poter materializzarsi solo qui. Sembra qualcosa di molto specifico di questa città. Mi sono sentito a mio agio nel documentare quel tipo di comunità perché coincide anche con il tema del caos: tutto appare un po’ selvaggio, un po’ folle. Devi essere un po’ folle per farlo. Essere fuori alle tre del mattino su Broadway, in bici, con il traffico che ti viene incontro, fotografando runner... Probabilmente non potrei farlo da nessun’altra parte. Questa consapevolezza si è collegata a moltissime caratteristiche che già amavo del movimento e dello sport in generale. E’ stato un fit naturale. Non avevo pianificato di diventare parte di questa dimensione, di certo non è stata una scelta strategica. Una cosa ha portato all’altra, poi alla successiva, e all’improvviso mi sono ritrovato in uno spazio che sembrava giusto per me. La mia carriera a New York si è sviluppata così, negli ultimi quattro anni. Ed è stato incredibilmente gratificante, perché in questo momento c’è così tanta passione intorno al running... Sembra non ci siano limiti, in termini di come possiamo raccontare storie legate a questa disciplina.”

 

Sei diventato anche tu un runner?

“Ho iniziato a correre quando mi sono trasferito qui. Corro sempre a Central Park, e ogni volta sembra un’esperienza diversa. C’è qualcosa di quasi inspiegabile nel correre a New York. Ti fa sentire parte di un movimento molto più grande. Qui c’è un’energia profonda... Una rete di persone, una comunità silenziosa che amo. È una città incredibile in cui correre. La cosa divertente è che mai avrei pensato di diventare un runner. Onestamente, da piccolo non mi piaceva correre. In tutti gli sport che praticavo, veniva usata come forma di punizione: se facevi qualcosa di sbagliato, dovevi correre dei giri di campo. Ora ha assunto un senso completamente diverso. È uno spazio per staccare un po’, per 'ricentrarsi'. Ho corso la mia prima maratona lo scorso autunno a Berlino. Il tempo era terribile, faceva caldissimo, ma mi sono divertito moltissimo.”

New York ti ha anche dato l’opportunità di creare il libro Traces. La parola stessa suggerisce un residuo, un’impronta, qualcosa che accade più e più volte e lascia un segno. Quali tipi di tracce ti interessavano di più, e verso cosa volevi indirizzare il focus del libro?

“Traces è stato un progetto a cui ho lavorato la scorsa estate e lo scorso autunno per circa quattro mesi. Si concentrava su maratoneti sub-élite a New York City: persone che definirei come appartenenti a quella zona grigia tra professionismo e non professionismo. Hanno lavori a tempo pieno, ma si allenano come atleti professionisti. Mi sono sentito fortunato a poter costruire un intero progetto intorno ad atleti così veloci e così impegnati, pur lavorando a tempo pieno. Ciò che mi interessava di più trasmettere era il loro amore per lo sport, perché è questo che serve per vivere in quel mondo. Alcuni di loro hanno famiglie, alcuni viaggiano costantemente per lavoro, eppure trovano comunque il tempo per allenarsi a quel livello. Per me è incredibile.

Dal mio punto di vista, sono sempre più interessato al viaggio, all’allenamento, ai momenti silenziosi. In Traces, non mi importava davvero delle maratone specifiche che stavano correndo, né di documentare il giorno della gara in modo diretto. Volevo scavare nel processo. Volevo accompagnarli lungo gli allenamenti e vedere cosa sarebbe accaduto. È in quella ripetizione, nel fare la stessa cosa ancora e ancora e ancora, che costruiamo noi stessi per affrontare sfide più grandi. Alcune persone pensano alla ripetizione come alla formazione di un callo, come alla creazione di una superficie più dura, che protegge dagli infortuni. Io tendo a pensare alla ripetizione in modo diverso. La penso come una forma di rimozione di strati. Attraverso la ripetizione, attraverso il ritorno costante allo sforzo, iniziamo a liberarci di cose che abbiamo raccolto nel tempo e che forse non ci servono più. E ciò che rimane è qualcosa di più autentico: qualcosa di più vicino a ciò che siamo davvero. Erano queste le ‘tracce’ che mi interessavano.

Sono tracce che puoi vedere nelle espressioni delle persone, nella fatica muscolare, nei minuscoli cambiamenti di forma che accadono quando il corpo inizia a rimodellarsi. Per ritrarre tutto questo, devi essere presente durante le parti ‘noiose’. Non puoi semplicemente presentarti per il momento clou. Devi restare abbastanza a lungo da assistere a quei piccoli momenti fugaci. È questo che ho cercato di mostrare nell’intero progetto: quello spazio brevissimo, durante un allenamento, in cui qualcosa si apre e diventa visibile. Era questa la speranza alla base di Traces.”

Come cambia il tuo approccio quando passi da progetti a lungo termine, più intimi per natura, a grandi eventi sportivi, dove l’accesso è limitato e tutto si svolge ad alta velocità?

“Quando mi viene chiesto di fotografare eventi più grandi, soprattutto in contesti in cui l’accesso è ristretto, la prima cosa che faccio è guardare come quegli eventi vengono solitamente fotografati. Poi, prendo una decisione molto consapevole, muovendomi nella direzione opposta. Per me, la prospettiva deve cambiare, altrimenti che senso ha? Da lì, cerco di capire l’ambiente in cui sto entrando: la città, il luogo, la storia dell’evento stesso. Sono sempre alla ricerca di un angolo che mi permetta di riformulare ciò che sto vedendo, anche all’interno di una struttura che può sembrare rigida o predeterminata. Spesso comincio con un moodboard, una cornice libera: qualcosa che mi dia una direzione. So anche che, una volta dentro la competizione, tutto può cambiare. Anzi, probabilmente cambierà. Avere un’idea forte in partenza è importante, ma non ho alcun problema ad abbandonarla completamente se, sul momento, dovesse emergere qualcosa di più interessante. Questo modo di lavorare risale al mio background nel jazz. Hai una struttura, una cornice armonica, ma dentro quella struttura c’è spazio per improvvisare. Penso alla fotografia in modo simile, soprattutto in questi ambienti ad alta intensità. Una volta che ci sono dentro, diventa una questione di fidarsi del processo. Fidarsi di tutto ciò che mi ha portato lì. C’è una sorta di pilota automatico creativo che prende il sopravvento. Reagisco più che pensare, mi affido all’istinto. Più cerco di controllarlo, peggiore diventa il lavoro. In quei momenti, penso a me stesso quasi come a un altro atleta. Sto cercando di eguagliare la loro energia, di entrare in uno spazio simile. Più riesco ad avvicinarmi alla loro esperienza o, almeno, a ciò che immagino sia la loro esperienza, più l’immagine diventa vera. Per me è importante sentire, io stesso, un certo livello di fatica. Quella tensione, quello sforzo, aggiungono qualcosa di reale all’immagine. In un certo senso, penso alla fotografia come a uno sport. Eguagliare l’energia è essenziale.”

 

In questi ambienti, senti che lo sport possa rivelare qualcosa che va oltre l’atto fisico?

“Nello sport c’è sempre un obiettivo: vincere, segnare, raggiungere qualcosa di misurabile. Fa parte del gioco. Ma quei risultati non ci dicono davvero molto sulla persona che li sta vivendo. Ciò che mi interessa è come le persone si comportano dentro quel contesto. Sono meno concentrato su cosa viene vinto e più su cosa viene rivelato. Le dimensioni emotive e personali dell’esperienza... Sono questi i soggetti da cui sono attratto. Spesso è ciò che accade subito prima o subito dopo il momento decisivo. Appena prima che qualcosa venga raggiunto, o immediatamente dopo: quando la celebrazione svanisce, o quando il peso di una sconfitta si deposita. È lì che tende a emergere qualcosa di più onesto. Quei momenti dicono di più su chi siamo. Non solo come atleti, ma come persone. E rimodellano anche il modo in cui comprendiamo lo sport stesso: non in termini di regole o risultati, ma in termini di significato. Per me, è lì che sta la profondità.”

Guardando avanti, ci sono ancora territori inesplorati, nello sport o oltre, da cui ti senti attratto?

“Sto iniziando a muovermi al di fuori della corsa. Ciò che mi interessa è che questo modo di vedere le cose, questa attenzione al movimento e all’esperienza interiore, possa estendersi ben oltre lo sport. Riguarda la devozione, il modo in cui le persone si rapportano a qualcosa a cui tengono profondamente. Ho anche fatto alcuni lavori con ballerini qui a New York, e mi piacerebbe esplorare ulteriormente quel mondo. Muoversi per il puro piacere di muoversi, senza la cornice della competizione, è incredibilmente potente. C’è moltissimo da esplorare.

Spero anche di passare più tempo in ambienti ad alta quota quest’anno. Nuovi paesaggi, nuove condizioni... Semplicemente, vorrei continuare ad ampliare lo spazio in cui il mio approccio fotografico può esistere. Per me è un processo continuo, privo di rigidità. Seguo ciò che mi sembra interessante, e lascio che il lavoro evolva, prendendo forma. Il lavoro personale sarà sempre essenziale: sono quegli spazi in cui posso esplorare liberamente, senza vincoli. Ma ciò che è entusiasmante in questo momento è che, anche all’interno del lavoro commerciale, c’è una crescente apertura verso uno storytelling più profondo. In qualche modo, sembra che questi due mondi stiano iniziando a sovrapporsi. E questo mi permette di affrontare i progetti commissionati con la stessa mentalità che porto nel mio lavoro personale.”


Adidas Adizero Dropset Pro — Un nuovo passo nel Hybrid training

All’interno dell’ecosistema dell’allenamento contemporaneo, l’hybrid training rappresenta un cambio di prospettiva; un nuovo modo di pensare al movimento e alla preparazione atletica, oltre il confine tra discipline, ormai definitivamente ridisegnato. Ad accompagnare il dirompente sviluppo di questa nuova modalità di allenamento, sono le Adizero Dropset Pro, scarpa lanciata in esclusiva da Cisalfa Sport e pensata da adidas per risolvere la complessa grammatica dell’hybrid training, dove velocità, forza, stabilità e adattabilità non sono più categorie separate, ma parte di un’unica identità atletica

Nell'ultimo anno, la crescita a livello di partecipazione e rilevanza del Hybrid training non ha avuto eguali, diventando una vera e propria tendenza nel mondo dell’allenamento moderno, e rappresentando la soluzione ad una nuova idea di movimento. Una dimensione che, naturalmente, coincide con la vision alla base di Cisalfa Sport, dove ogni essere umano può essere atleta, e vivere tanto di transizione sportiva, quanto di specializzazione assoluta. L’Hybrid si pone come disciplina manifesto di questa filosofia: per la sua capacità di passare dalla corsa alla pesistica, dal conditioning alla potenza esplosiva, dall’intensità del running alla precisione del sollevamento pesi. In questo immaginario, l’atleta ibrido non viene definito da una disciplina, ma dalla sua capacità di muoversi tra esse: deve essere veloce, ma anche stabile. Deve essere forte, ma anche resistente. In dialogo costante tra due paradigmi, una volta pensati agli antipodi.

In un momento in cui il training è sempre più sinonimo di contaminazione e comunità, Le adidas Adizero Dropset Pro sono state lanciate proprio per rispondere a questa complessa varietà di esigenze e sono ora disponibili da Cisalfa Sport. Sviluppata con il contributo di atleti professionisti, questa scarpa interpreta l’allenamento come una sequenza fluida di gesti atletici differenti e propone una soluzione funzionale per affrontarli. Unendo le diverse tecnologie realizzate dal mondo in continua ricerca e sviluppo adidas, la loro natura ibrida offre la leggerezza e la reattività mutuate dal mondo running e incontra la stabilità necessaria per allenare la forza, costituendo una base solida per chi non accetta più una separazione tra velocità e controllo.

Abbiamo avuto il piacere di ritrarre il lancio di questa scarpa attraverso un racconto fotografico realizzato proprio per adidas e Cisalfa Sport, unico retailer che presenta il modello in anteprima assoluta in Italia. Una narrazione visiva nata con l'idea di inserire le Adizero Dropset Pro nel loro habitat naturale: quello di una palestra 2.0 pensata per accogliere una nuova generazione di atleti che vivono l’allenamento ibrido parallelamente come preparazione atletica e ricerca assoluta di benessere.

Adizero Dropset Pro
Adizero Dropset Pro

Behind the Lights - Mac Scott

Ci sono percorsi di vita che si muovono il linea retta, ed altri che si sviluppano su terreni scoscesi. Eventi inattesi, cambi di direzione, finché, alla fine, tutto trova il proprio posto. Percorsi come quello intrapreso da Mac Scott

E’ la storia di un filmmaker che ha deciso di avvicinarsi al movimento, attratto dall’intimità e dalle verità viscerali dello sport, senza cercare di definire che cosa significhi praticarlo, ma portandoci abbastanza vicini da poterlo percepire.

Un linguaggio intimo 

“È un privilegio filmare le vite e la disciplina delle persone; guardare qualcuno esprimersi attraverso il movimento è bellissimo. È un linguaggio universale, e si possono abbattere rapidamente le barriere, ritraendo la passione di qualcuno.

Ho scoperto che, dopo aver passato del tempo con gli atleti ed essermi immerso nelle loro singole pratiche sportive, si aprono e sono disposti a spiegare perché fanno ciò che fanno — e il più delle volte, quel ‘perché’ è radicato in qualcosa di molto personale e significativo. È questo che mi ispira: sono attratto dai significati più profondi. Credo che questo derivi dall’aver attraversato io stesso alcune esperienze pesanti e dal desiderio di esprimermi a modo mio. La camera diventa un modo per entrare nelle vite degli altri, e mi sento molto fortunato a poterlo fare. 

Penso che ci sia un’intimità nel modo in cui filmo, perché essenzialmente cerco di entrare nello spazio personale di qualcuno. Mi torna spesso in mente la citazione di Robert Capa che lessi anni fa: ‘Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino.’ Attraversare quella linea di confine è qualcosa che mi attira. Sei completamente dentro la bolla dell’atleta, condividi lo stesso spazio, la stessa aria. Quando filmi boxe, corsa, lotta, persone che si spingono oltre i propri limiti, senti qualcosa di molto viscerale in quei gesti. Devo essere completamente presente, nel momento con loro, anticipando i loro movimenti, adattandomi mentre cambiano. È come una danza.”

Cercare il giusto modo per esprimersi

“Sono sempre stato circondato dall’arte. Vengo da una famiglia creativa, sono nato a Penzance, in Cornovaglia, una cittadina di mare nel sud-ovest dell’Inghilterra, ed entrambi i miei genitori sono sempre stati molto creativi. Mia madre gestiva una piccola galleria, quindi sono cresciuto circondato dall’arte, e mio padre è pittore e scultore.

Era quasi scontato che poi andassi a studiare arte all’università. Ero affascinato dalla fotografia e dal collage — stratificare, tagliare, riassemblare immagini a partire da vecchie fotografie trovate. Solo di recente mi sono reso conto di quanto quell’ossessione per le immagini e il collage abbia influenzato il mio modo di fare cinema e di montare video. Prendevo una fotografia che in origine era stata realizzata per uno scopo e ne cambiavo completamente il significato, cercando di costruirne sopra uno nuovo.

Quando ho finito l’università a Londra non avevo soldi. Avevo iniziato a lavorare in un ristorante a Peckham, lavando piatti per tirare avanti. Piano piano ho cominciato ad avvicinarmi alla cucina. Era un’atmosfera che innatamente mi attirava molto — intensa, piena di energia — e alla fine ho scelto di seguirla. Sono stato completamente ispirato dalla cucina e dall’idea di diventare chef per molto tempo. Era appagante diventare bravo in qualcosa che non fosse arte, ed era motivante imparare costantemente. Mi ha dato una base solida di disciplina e duro lavoro — qualcosa che non avevo mai davvero avuto all’accademia d’arte, dove tutto è libero, fluido e non c’è molta struttura.

Lavorare nelle cucine può essere brutale; devi buttartici completamente, ti assorbe del tutto. Ma durante quegli anni in cucina, la salute di mia madre stava peggiorando. Avevo la sensazione molto forte che, se fossi rimasto a fare quel lavoro, sarebbe potuto succederle qualcosa e io sarei stato in cucina, nel mezzo del servizio, a cucinare la cena di qualcun altro. Ho preso la difficile decisione di lasciare la cucina e tornare in Cornovaglia per stare vicino a lei e a mio padre per un po’. Purtroppo è venuta a mancare due mesi dopo, ma sono incredibilmente grato di aver preso quella decisione e aver lasciato la cucina.”

Lo sport come cura

“E’ stato allora, dopo la morte di mia madre, che per la prima volta mi sono davvero avvicinato allo sport. Non era qualcosa con cui ero cresciuto. I miei genitori non erano affatto sportivi, e da bambino non ho mai praticato uno sport vero e proprio, nulla di strutturato. In quel momento però lo sport, il movimento, era diventanto per me una sorta di stampella — un sostegno che mi aiutava a elaborare tutto ciò che era successo a mia madre e tutto quello che stava accadendo nella mia vita. Per la mia salute mentale, è stato incredibilmente utile.

Dopo qualche tempo mi sono ritrovato di nuovo a Londra. Ho iniziato a lavorare nell’industria cinematografica, nel reparto scenografia, e anche quello è stato un enorme percorso di apprendimento. Era motivante progredire di nuovo in un nuovo ambito. Mi ha aperto gli occhi sul lavoro nei grandi set e nelle produzioni, e alla fine mi ha ispirato a voler realizzare lavori cinematografici miei.  

In quel periodo avevo già sentito parlare di UVU. Seguivo il brand e vidi che Adi, il fondatore di UVU, aveva condiviso qualcosa su Instagram chiedendo di qualcuno che lo filmasse in pista su pellicola 16mm. Non avevo mai girato in 16mm. Avevo girato pochissimo in movimento, e di certo non avevo mai filmato sport in modo vero e proprio. Ma gli scrissi comunque. Cominciammo a parlare e capimmo abbastanza in fretta di avere gusti molto simili in fatto di cinema e reference varie. Entrambi sentivamo che c’era un enorme vuoto quando si trattava di filmare lo sport in modo più poetico.

A un livello molto basso in termini di capacità, in quel momento stavo vivendo un’esperienza interiore enorme con lo sport. Adi, dall’altra parte, aveva avuto una relazione completamente diversa con lo sport. Lo aveva praticato per tutta la vita a livello professionale. Ci rendemmo conto di esserci incontrati in un punto di incrocio perfetto: io ero cresciuto profondamente immerso nella creatività e avevo trovato lo sport solo da poco; Adi veniva da un background sportivo intenso e negli anni più recenti aveva iniziato a esprimersi creativamente. Mi prese con sé e mi diede un’enorme fiducia basata puramente su un gusto condiviso, su un istinto comune riguardo a come sentivamo che questo mondo dovesse apparire e farsi percepire. Sono estremamente grato ad Adi per aver creduto in me.”

Un approccio diverso 

“Ho sempre affrontato le cose in modo molto genuino. Ero esterno rispetto al mondo in cui stavo entrando, al meccanismo del branding stesso. Ci arrivavo da una prospettiva molto artistica, quasi da outsider. Ma ho sempre pensato che avere una prospettiva esterna possa essere una cosa positiva. Significa essere liberi di formarsi le proprie opinioni su ciò che sta accadendo, su ciò che si trova visivamente interessante.

Ciò che mi ha incuriosito fin dall’inizio, filmando Adi e i ragazzi, era che in quella fase UVU era fondamentalmente solo un gruppo di amici, e in fondo lo è ancora. Ero consapevole di entrare in un gruppo come completo estraneo. Non conoscevo nessuno, e all’inizio non volevo espormi troppo. Con il passare del tempo, siamo diventati tutti più stretti, e sono riuscito ad abbattere la barriera grazie alla camera. 

Sono rimasto aperto a qualunque cosa trovassi personalmente interessante. Un fascio di luce che passa attraverso un albero può essere importante per me quanto qualsiasi cosa accade con i ragazzi durante l’allenamento. Penso che quei dettagli astratti possano avere lo stesso peso quando si cerca di raccontare una storia. Quando filmi sport, puoi ritrovarti con una quantità enorme di materiale. Molto è pura ripetizione — la corsa, per esempio, è ripetitiva per natura — e ciò che cerco davvero sono i momenti di mezzo. I battiti intermedi: uno sguardo, un gesto, un cambiamento nel linguaggio del corpo. Tutti questi piccoli micro-momenti sono ciò che alla fine diventa davvero importante per lo storytelling.

Con lo sport, cerchi di visualizzare qualcosa che è difficile articolare: ciò che le persone attraversano emotivamente, il sacrificio, le loro motivazioni, perché un individuo spinga il suo corpo in quel modo. In realtà non voglio ‘riuscire’ a spiegarlo completamente, perché una parte di quel mistero è proprio il punto. Voglio solo avvicinarmi abbastanza.”


Un respiro eterno | Gli Internazionali di Roma

Grazie ad EA7 celebriamo gli Internazionali BNL d’Italia: il ciclico connubio tra Roma e il tennis

Li senti echeggiare. Scambi. Urla. Ace. Rintocchi. “Silenzio, per favore”. A tratti, colpiscono come proverbi strillati, ridenti, nella vita di Testaccio. Altre volte, irretiscono, come uno di quei tramonti vista-balcone, a cui mai i registi sono stati capaci di resistere. Guadano il Tevere, sfrecciano tra sanpietrini e statuaria classica, facendo pulsare il nucleo della Città Eterna. Sono le frequenze del tennis romano, nella sua accezione, nonché era storica, più elevate. 

Gli Internazionali BNL d’Italia sono Roma. Roma che si apre al talento di tutto il mondo. Come sempre ha saputo fare. In questo apicale e ciclico evento, al genius della racchetta. Un inno tutto-sportivo alla città che tanto ha influito nel corso degli eventi, nel canone estetico, nell’epica dello sforzo atletico. E che dal mix di queste cose continua ad essere richiamata. Passionale. Incantevole. Non per caso, Eterna.

Abbiamo ritratto la potenza evocativa del Foro Italico, del respiro romano che combacia con il tennis, al fianco di EA7. La galleria è composta dalla lente fondativa di Athleta Mag, RiseUp Duo.


L’eleganza tennistica di Radka Leitmeritz

Radka Leitmeritz non è si è innamorata del tennis attraverso la fotografia sportiva. Ci è arrivata portando con sé lo sguardo della moda, la disciplina dell’arte e la consapevolezza di chi ha imparato che la bellezza può cambiare il modo in cui osserviamo lo sport 

Il suo lavoro attraversa riviste, musei, ritratti di celebrità e mondi editoriali costruiti su controllo, styling e intenzione. Poi il tennis è entrato nella sua vita — prima come ossessione, come pratica, e infine come una nuova frontiera visiva. Ciò che vi ha trovato è stato un universo fatto di grazia, tensione e colore, eppure ancora raramente osservato con la sensibilità che meriterebbe. 

Abbiamo parlato con Radka di cosa accade quando una fotografa di moda mette piede su un campo da tennis e rifiuta di abbandonare il proprio background. Ciò che emerge non è soltanto un nuovo modo di guardare questo sport, ma una meditazione più profonda sulla bellezza del tennis.

Una fotografa di moda sul campo da tennis

“Ho lavorato nella moda per la maggior parte della mia vita. A Parigi, per quindici anni, passavo le mie giornate tra le passerelle e i musei d’arte. Poi mi sono trasferita a Los Angeles perché ho sempre amato la California e volevo esplorare un altro lato della moda, iniziare a lavorare con attori di Hollywood e celebrità. Per alcuni anni, sono stata immersa in quel mondo, fotografando persone famose per Vanity Fair, Variety e altre riviste. Ma dopo un po’ mi sono resa conto che non era il mondo in cui volevo restare. A dire il vero, non mi sentivo davvero felice. Cercavo qualcos’altro, qualcosa di nuovo.

In quel periodo ho iniziato a giocare a tennis, saranno stati circa dieci anni fa, e ne sono diventata completamente ossessionata. Mi sono appassionata così tanto che a un certo punto ho pensato di fotografarlo. Volevo fare qualcosa con il mondo del tennis. Così ho iniziato a informarmi, e quello che ho scoperto è che, dieci anni fa, dal punto di vista visivo non c’era quasi nulla che mi trasmettesse qualcosa. L’estetica che conoscevo dalla moda e quella che vedevo nello sport mi sembravano estremamente lontane.

Quello è stato l’inizio. Ho iniziato a esplorare questo mondo e, molto rapidamente, ho cominciato a collaborare con Racquet Magazine, che stava per essere lanciato, quindi in un certo senso abbiamo iniziato insieme. Ho fatto alcuni lavori con loro, ed è così che ho ottenuto i miei primi accrediti per un torneo di tennis, qui a Indian Wells. Non avevo mai visto il tennis professionistico dal vivo prima. Sono arrivata con una macchina fotografica analogica, una Polaroid e un approccio visivo completamente diverso. È così che è iniziato tutto. Poco dopo ho iniziato a pensare in modo più ambizioso. Volevo fare qualcosa di più artistico sul tennis: raccontare la storia di uno sport così bello attraverso una lente diversa. Attraverso la mia lente. Volevo portare bellezza nel tennis: un’estetica cinematografica, la fotografia su pellicola, l’atmosfera — qualcosa che andasse oltre la semplice azione.

La WTA mi ha contattata abbastanza rapidamente. Poi è arrivato il COVID e, naturalmente, tutto si è fermato. Non potevamo fare molto. Sono rimasta bloccata a Praga perché non mi permettevano di rientrare negli Stati Uniti. Ho usato quel tempo per lavorare sul tennis locale in Repubblica Ceca. Ne è nato un bellissimo libro dedicato al tennis ceco. Ho fotografato vecchi club, campi storici e ritratto giocatori famosi in modi in cui non erano mai stati fotografati prima. E’ qualcosa di cui vado molto orgogliosa.

Poi il circuito è ripartito, e ho continuato a viaggiare a mie spese. Ho costruito relazioni con i giocatori. Ho continuato a sviluppare un tipo di fotografia del tennis diverso. Col tempo, i brand hanno iniziato a contattarmi. Ci è voluto tempo, ma ho iniziato a realizzare campagne e collaborazioni che mi hanno permesso di continuare a viaggiare per il tour e, in un certo senso, finanziare il progetto più ampio che sto costruendo. L’anno scorso ho anche creato uno studio creativo qui a Los Angeles con un focus sulle atlete femminili — aiutandole a costruire i loro brand, a raccontare le loro storie attraverso diverse prospettive, non solo nel tennis ma anche in altri sport.”

Challengers

“Per me il tennis era un mondo completamente nuovo. La prima grande sfida è stata che nella fotografia di moda, o nella fotografia commerciale, ero abituata a controllare tutto. Costruire l’immagine. Costruire il team. Avere una visione, e poi realizzarla. Nello sport è l’opposto. Arrivi come osservatore. E per me è stato incredibilmente difficile. È curioso, in realtà nella mia mente continuo a vedere questi atleti come dei ‘talent’. Sono ancora un po’ come attori all’interno della mia visione. La differenza è che non posso davvero controllarli. Ci sono solo poche cose che posso controllare. E naturalmente, quando si tratta di performance dal vivo, di una partita, non puoi controllare nulla.

Lavorare con gli atleti fuori dal campo è facile, in confronto. È familiare. È simile a lavorare con modelli o attori. Ma quando si tratta di performance — della fotografia sportiva in sé — credo che mi ci siano voluti molti anni. Scattavo durante le partite perché avevo accesso e perché amavo il tennis, ma ad essere onesta, all’inizio spesso stavo seduta a bordo campo a guardare più che a fotografare. Ero frustrata perché non potevo posizionarmi in modo diverso dagli altri fotografi, frustrata dal fatto di avere lo stesso accesso, gli stessi due angoli, di non potermi muovere tra un punto e l’altro, e dal desiderio costante di essere altrove. All’inizio era persino peggio della fotografia sportiva tradizionale, perché non avevo nemmeno gli obiettivi giusti e non sapevo ancora davvero come volevo scattare. Gioco a tennis, quindi capisco profondamente questo sport, ma non riuscivo comunque a ottenere le inquadrature che desideravo.Quello che sapevo era questo: per me, una buona fotografia sportiva non può limitarsi a mostrare l’azione. Deve anche mostrare la persona. E quella persona, venendo dalla moda, deve anche apparire bella. Anche se sta urlando, deve farlo in modo bello. Devi coglierla nel momento giusto, con la giusta composizione. Non può essere solo un documentare da distante. Usare lunghe focali nella fotografia sportiva, per me, crea spesso troppa distanza. Ti collocano nella posizione di un osservatore lontano, mai veramente parte dell’azione. C’è qualcosa di profondamente impersonale in questo. È come stare su un balcone e fotografare un vicino dall’altra parte della strada. È come insinuarsi in qualcosa senza esserci davvero. Questa era la mia più grande frustrazione.

Ci è voluto tempo per capire come creare immagini che non dessero quella sensazione. Mi infilavo sugli spalti, provavo posizioni diverse, obiettivi diversi, ritagli diversi, editing diversi. Lentamente ho iniziato a capire. Ero in tour per realizzare buone immagini, certo, ma non ero ancora davvero soddisfatta della mia fotografia sportiva.”

The break point

“La svolta è arrivata nel 2024, al Roland-Garros di Parigi. Pioveva e le partite erano state sospese. Stavo passando vicino a un campo e ho visto Marta Kostyuk, la giocatrice ucraina. Indossava questo bellissimo abito verde Wilson. La osservavo pensando a quanto fosse bella e in qualche modo quell’outfit sembrava perfetto. Quel vestito verde, sulla terra rossa bagnata, nel mezzo di una partita interrotta dalla pioggia, ha fatto scattare qualcosa nella mia testa. Ho fotografato l’intero match, dall’inizio alla fine. Poi sono entrata molto a fondo nel processo di editing. Ho capito che era così che dovevo lavorare. Ho realizzato un’intera serie da quella partita. A Wilson è piaciuta moltissimo, il feedback è stato enorme, ed è stato davvero un momento di svolta.

Per me, una fotografia di tennis non riguarda solo l’avere una giocatrice bella che sembra una modella. Non è questo il punto. Ciò che conta è che tutta l’immagine si estetica. L’outfit deve essere giusto. Il colore deve funzionare con la superficie. Lo stile della giocatrice deve adattarsi alla sua personalità. Tutto deve allinearsi. Tutti questi piccoli elementi si uniscono come un puzzle. E quando succede, so di avere una bella immagine di tennis. Quando arrivo a un torneo e il campo ha un colore molto specifico, e la giocatrice indossa qualcosa che funziona perfettamente con esso — il colore giusto, il fit giusto, la sensazione giusta — improvvisamente ho di nuovo gli strumenti che avevo nella moda. Posso creare qualcosa che va oltre una semplice fotografia sportiva. È quasi come se avessi seguito lo styling io stessa. È per questo che gli scatti hanno un feeling diverso.”

 

La ricerca

“Penso che quando vieni dalla moda, sei sempre — quasi inconsciamente — alla ricerca della bellezza. È curioso, perché oggi quando fotografo tornei e giocatori durante le competizioni, le immagini possono sembrare costruite, come se fossero shooting accuratamente diretti. Ma sono tornei reali. Ed è proprio questo che trovo affascinante: la bellezza è lì, visibile a tutti, eppure in qualche modo quasi nessuno la vede.

Per me è incredibilmente stimolante. È così difficile trovare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima, e continuo a provare emozione nel fatto che posso essere lì, a fotografare una partita nello stesso momento degli altri, e poi ottenere un’immagine finale completamente diversa. Non dico migliore o peggiore — semplicemente diversa. Probabilmente perché il mio scopo è diverso dal loro. Ho anche il lusso del tempo, dell’editing, cosa che loro spesso altri non hanno. Lavorano per agenzie stampa, è un contesto completamente diverso. Per me, l’editing è una parte essenziale del lavoro. È davvero molto intenso. Di solito mi serve circa una settimana per recuperare da un torneo, fisicamente e mentalmente. Le giornate sono lunghe, porto tutta l’attrezzatura da sola, ed è un mix costante di adrenalina, movimento e pressione. C’è pochissimo tempo per rallentare o prendersi cura di sé. Durante le partite resto completamente concentrata per due o tre ore, e alcuni giorni fotografo quattro o più match. A volte servono alcuni turni per ottenere davvero ciò che sto cercando. Poi inizia l’editing, passando in rassegna ogni singolo scatto, quasi come rivedere la partita da capo, ingrandendo ogni dettaglio.

Le persone a volte pensano che io scatti migliaia di immagini sperando in un fotogramma fortunato, ritagliandolo e aggiungendo un filtro. Non è affatto così. Quando arrivo a una partita, conosco già il giocatore. Conosco l’angolo. So se il lato più fotogenico è il sinistro. Aspetto che il giocatore sia nel punto giusto del campo, con la luce giusta. Conosco i gesti che cerco. Conosco i dettagli. Aspetto quei momenti, perché so già cosa sto cercando. Devi imparare a essere incredibilmente paziente. Non puoi dire al giocatore cosa fare. Puoi solo sperare che il momento che hai già visto nella tua mente — quasi nei tuoi sogni — accada davvero.”

L’apprendimento

“Ho imparato molto dal tennis e dai giocatori anche sulla mia vita. E poi c’è la community: ho fatto molte nuove amicizie grazie al tennis. È un mondo enorme di persone che amano questo sport in modo ossessivo. Non so se sia lo stesso in altri sport, ma nel tennis ho la sensazione che o sei completamente ossessionato oppure per niente. Non esiste una via di mezzo. Vivi per questo. Viaggi con le racchette. Guardi tennis. Ti vesti come un tennista. Sei folle oppure non ci sei dentro affatto. Ogni persona che conosco nel tennis è così.

Avvicinandomi al tennis professionistico e iniziando a lavorare in quel mondo in modo più serio, ho iniziato a capire anche un’altra cosa: quanto velocemente si possa salire e quanto velocemente si possa cadere. Nel tennis, questi alti e bassi sono realtà quotidiana. E mi sono resa conto che gli artisti vivono esattamente allo stesso modo. Nella vita creativa realizzi qualcosa — un album, un film, un serie di opere, una campagna — e magari improvvisamente tutti se ne interessano. Poi fai altre tre cose e a nessuno importa. 

Devi reinventarti costantemente. Se non lo fai, puoi restare aggrappato ai successi passati e parlare della mostra di vent’anni fa o della copertina di Vogue che hai scattato una volta. Ma per me, ciò che è accaduto ieri è già passato. Guardo sempre avanti. E nello sport ho imparato che è esattamente la stessa battaglia.”

 

La consapevolezza

“Il tennis è uno sport individuale, e anche essere un artista è uno sport individuale. Sul set posso avere venti persone intorno a me, ma alla fine sono io a scattare la fotografia. Nel tennis è lo stesso. Puoi avere un grande coach e un intero team, ma quando inizia la partita sei tu a prendere le decisioni.

E poi c’è la pressione. Credo che nel mondo dell’arte non se ne parli abbastanza: la pressione mentale. L’ho sentita per tutta la vita, e ora che ho cinquant’anni sento di iniziare solo adesso a capire come gestirla. Per tutta la vita ho sentito la pressione di creare, di fare qualcosa di interessante, di realizzare un altro shooting, di essere la migliore, la più creativa, la più rilevante. È una pressione costante, perché sei in competizione con così tante persone di talento nel mondo. E ancora, proprio come nello sport, a volte devi lasciare andare. È un’altra cosa che ho imparato dagli atleti. Non puoi vincere sempre.

Per questo amo raccontare anche i momenti di sconfitta. Per me è la parte più importante del gioco. Se cento persone partecipano a un torneo, solo una vincerà. Novantanove perdono. In un certo senso, è uno sport legato alla sconfitta. Il loro vero lavoro non è imparare a vincere — perché solo uno ottiene quella ricompensa — ma imparare a perdere. Allora perché nessuno lo mostra? Perché il momento della sconfitta viene sempre nascosto? Perdi, sparisci, nessuno ti parla. È lì che diventa interessante, è lì che voglio essere: quando piangi in panchina, quando rompi la racchetta nel tunnel, quando sei arrabbiato, deluso. Sono i momenti che cerco sempre di più di catturare. Sono molto difficili da ottenere, perché nel tennis, come nello sport in generale, per qualche ragione sono proprio quelli che gli atleti nascondono di più.”

Sostenere lo sport femminile

“Penso che le donne, in tutti gli sport, meritano di essere rappresentate in modo più bello. Gli atleti vengono quasi sempre fotografati in azione, e quell’azione raramente è catturata in modo davvero intenzionale. 

Quando fotografo tenniste in azione, cerco davvero di renderle belle — non in modo artificiale, ma autentico. Così che si possa vedere la persona dietro l’atleta. Così che si possa vedere la donna. E naturalmente anche le emozioni. Credo che, essendo donna, comprenda meglio il paesaggio emotivo delle donne rispetto a quello degli uomini. Ho passato tutta la mia carriera nella moda lavorando soprattutto con donne. Anche quando lavoravo con attori, ero sempre più attratta dalle donne che dagli uomini. Non so esattamente perché, ma credo di avere bisogno di sentire una connessione emotiva con il soggetto che fotografo, e forse, essendo anch’io una donna, questa connessione mi viene più naturale.

Lo sport maschile riceve già così tanta attenzione. Io voglio aiutare le donne. Perché per le donne, che tu sia un’atleta o un’artista, spesso hai famiglia, figli, tutto ciò che la vita può chiederti: essere un’artista o un’atleta è difficile. Mi piacerebbe valorizzare lo sport femminile in generale. Amo l’equitazione, per esempio, perché andavo a cavallo. Il nuoto. L’atletica è bellissima. Mi piacerebbe portare in questi mondi ciò che ho cercato di portare nel tennis.”

 

Il prossimo servizio

“Quest’anno sto continuando a lavorare al mio primo grande libro sul tennis femminile, COURT SUPREMES, un progetto profondamente personale.  Parallelamente, collaboro con Lacoste e ho un bellissimo progetto con Wilson. Stiamo cercando di fare qualcosa che, onestamente, nessun brand ha mai fatto prima: creare immagini di campagna durante partite reali. Abbiamo lavorato insieme a Indian Wells e Miami, e sto cercando di spingere ancora di più l’estetica della moda dentro i contenuti delle partite di tennis. Nessun altro lo sta davvero facendo, perché non ci sono fotografi di moda in tour. E credo che non ci sia nessun altro che abbia sia quello sguardo fashion costruito in trent’anni di lavoro, sia otto anni di esperienza nel tour, oltre a una reale comprensione dello sport e relazioni personali con i giocatori. Sto creando immagini molto diverse dalla fotografia sportiva tradizionale, e la risposta in questo momento è davvero enorme.

Ora che ho più esperienza nel tour e conosco molti giocatori personalmente, mi sento più sicura, ma resta molto impegnativo. Accessi, logistica dei viaggi, giornate lunghissime e il peso dell’attrezzatura da portare da sola possono essere difficili. Allo stesso tempo, sento che dal punto di vista visivo c’è ancora moltissimo da esplorare, e sto davvero cercando di spingermi oltre questi confini. Lavoro anche con gli atleti fuori dal campo, cosa per me essenziale. Voglio mostrarli come persone — con vite, personalità, stile. Molti di loro sono interessati alla moda e hanno accesso a grandi brand, ma c’è ancora tantissimo che si potrebbe fare in modo più consapevole e più bello. Ci sto provando. È un progetto a lungo termine, naturalmente. Ma sento che quest’anno rappresenta un vero punto di svolta per me, perché ora ho finalmente l’ambiente giusto attorno.”