Casa Vibram | Proximity, by Nature
Lo spazio Vibram di Chamonix, come nucleo pulsante di passato, presente e futuro dell’universo outdoor, ancorato alle suole dall’ottagono giallo. E come punto d’incontro di differenti prospettive e influenze, intessute ad ogni latitudine. La voce di Jerome Bernard, Head of Global Tester Team Department Sport, nonché istituzione Vibram, come guida tra stanze che, affacciate sul Monte Bianco, parlano di heritage e rivoluzioni, di passione e profondo legame con UTMB. E di prossimità in costante evoluzione
Prossimità. Sia essa con atleti o territori. Con dati tecnologici e progresso. Con l’ormai leggendario UTMB. Soprattutto, con una filosofia che, sin dal proprio concepimento e dall’atto diretto di Vitale Bramani, mai è cambiata. Forse, proprio per questo, riuscendo ad anticipare i tempi.
Questo emerge dalle parole dell’Head of Global Tester Team Department Sport Vibram Jerome Bernard, circondate dalle sublimi vette che racchiudono Chamonix e che, in questa settimana, si vedono attraversate da essere umani in grado di essere straordinari. E questo svela ogni piano di Casa Vibram, in un dialogo tra ciò che è stato e ciò che sarà, ispirato dal movimento in natura. E dalla sua interpretazione più consapevole. Oltre che condivisa.
Alla sua testimonianza il ruolo d’illustrarci, metaforicamente e non, il senso d’essere di Vibram nel cuore del più rilevante evento di trail running al mondo. E dell’universo outdoor in senso allargato.




Casa Vibram si presenta, qui, come luogo fisico, ma anche come spazio narrativo e metafora della visione perseguita dal brand stesso. Ogni casa poggia su pietre angolari. Se dovessi descrivere quelle di Vibram e la loro evoluzione nel tempo, come lo faresti?
“Bisogna tornare indietro, fino alle origini. Credo che tutto poggi su un concetto piuttosto unico, che risale direttamente alla visione del nostro fondatore Vitale Bramani: essere, prima di tutto, il primo utilizzatore del prodotto che si vuole creare. È qualcosa che continuiamo a fare ancora oggi. Noi siamo i primi utenti dei nostri prodotti e, proprio per questo, sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare e perché lo facciamo. Da qui deriva la volontà di infondere grande credibilità in tutto ciò che realizziamo. Prima di ogni altra cosa viene il prodotto: la sua performance, la sua qualità, la capacità di essere realmente all’altezza di ciò che gli utilizzatori possono aspettarsi da Vibram. È un principio che ritroviamo anche nel claim che utilizziamo oggi, ‘Confidence in Every Step’. Per me, quindi, le pietre angolari equivalgono a questa visione, alla prossimità con l’ambiente e con chi lo pratica, e all’expertise. La prossimità, in particolare, è fondamentale. È una di quelle parole che oggi vengono utilizzate e abusate continuamente, spesso senza comprenderne davvero il significato. Per noi significa essere realmente vicini agli utenti, agli ambienti che attraversano. È da questa vicinanza, insieme alla competenza maturata nel tempo, che continua ad evolversi ciò che facciamo.”
Da praticante diretto e cultore della materia trail e ultra, nonché figura di riferimento del mondo Vibram, che sensazioni ti attraversano pensando al ruolo consolidato di Official Sole Technology Supplier di UTMB e al fatto che le strade di Chamonix, così come i trail che le circondano, in questi giorni vedano nell’ottagono giallo un protagonista assoluto?
“A livello personale, la sensazione principale è quella della soddisfazione. In qualche modo, è come vedere un compito portato a termine. Oggi vediamo Vibram su oltre il 50% delle scarpe dei runner presenti durante la settimana dell’UTMB. Non è un caso. Dietro questo risultato ci sono moltissimo lavoro ed esperienza. L’intuizione iniziale fu effettivamente mia, ma l’azienda ci ha creduto: ciò che vediamo oggi è il frutto di tanti elementi che, uno dopo l’altro, si sono sommati nel tempo. Tornano alcuni concetti che citavo prima: credibilità, autenticità e prossimità all’ambiente, in questo caso quello del trail running.
Anche nella comunicazione abbiamo sempre seguito una strada coerente con questi principi. Se si osserva ciò che accade qui a Chamonix, Vibram è presente un po’ ovunque, ma in maniera discreta. Bisogna alzare gli occhi, guardarsi intorno: allora ci si accorge che Vibram c’è. Non abbiamo mai cercato qualcosa di eccessivamente eclatante. Questo atteggiamento corrisponde al nostro DNA. Veniamo dalla montagna, da un ambiente difficile e complesso, dove si soffre, si suda e bisogna fare fatica. Vibram ha raggiunto questa posizione nel mondo del trail anche perché ha seguito lo stesso approccio: dare molto, senza cercare di essere eccessivamente appariscente, costruendo nel tempo, elemento dopo elemento, il proprio rapporto con il consumatore. Alla fine, ciò che vogliamo è proprio questo: farci amare da chi utilizza i nostri prodotti.”



Da Casa Vibram stanno passando moltissimi atleti che rappresentano Vibram all’UTMB, suddivisi nelle diverse gare. Dato il tuo contatto diretto con loro, puoi raccontarci cosa si attende il brand dalla loro partecipazione ad eventi come questo? E, più in generale, cosa ricerca nei propri atleti, Vibram?
“La prima cosa che chiediamo ai nostri atleti sono feedback sui prodotti: vogliamo capire sempre meglio cosa succede sul terreno e come si comportano le nostre tecnologie nelle condizioni reali di utilizzo. Ma c’è una dimensione ancora più profonda, che risale alla nascita stessa del Team Vibram, che ho creato nel 2010, in un momento importante della crescita del brand nel mondo del trail. L’idea nasceva dalla volontà di non perdere quella prossimità con l’ambiente e con i runner di cui parlavo prima. Per questo il team doveva rappresentare il popolo del trail running, non semplicemente i top runner che stanno davanti. Abbiamo la fortuna di essere un brand che non deve necessariamente vincere le gare. Altri marchi, attraverso i propri team, hanno l’esigenza di dimostrare di essere i migliori, i più forti, di battere gli altri. Noi non dobbiamo battere nessuno: dobbiamo essere accanto a chi corre in montagna quando ha realmente bisogno di noi. È in quel momento che Vibram emerge e, in un certo senso, vince.
Il team è nato seguendo questa filosofia. Per molti anni abbiamo mantenuto anche una parità tra uomini e donne, un aspetto per noi molto importante già allora. Nel 2018, se ricordo bene, abbiamo realizzato anche un documentario ad hoc, cercando di stimolare una riflessione e, allo stesso tempo, di incoraggiare più donne ad avvicinarsi a questo mondo. All’epoca erano ancora molto poche; oggi sono molte di più, anche se resta ancora molto da fare. Alla base del team c’era un claim molto preciso: ‘Ordinary People Being Extraordinary’. Per me raccontava perfettamente ciò che vedevo alle partenze di gare come UTMB. Guardavo persone diversissime tra loro: atleti estremamente preparati e persone comuni pronte ad affrontare qualcosa di straordinario. È proprio questa la prossimità con la gente che abbiamo voluto coltivare. Anche per questo molti dei nostri atleti rimangono con Vibram a lungo: non vivono sotto la pressione assoluta del risultato. Se un atleta non vince una gara, non viene escluso dal team. Al contrario, spesso il messaggio dell’azienda è: parti tranquillo, segui il tuo ritmo, divertiti.
Ci sono cose più importanti del risultato. Prossimità, per l’appunto, empatia, simpatia, accessibilità: sono valori che abbiamo sempre cercato di coltivare attraverso il team, in qualsiasi circostanza. Questo approccio ha finito per intrecciarsi anche con la nostra partnership con UTMB. Negli anni ci siamo influenzati reciprocamente, al punto che ‘Extraordinary’ è diventata una parola profondamente legata anche al loro immaginario, come cita il claim ‘Meet Your Extraordinary’. Del resto, chiunque si presenti alla partenza di una di queste gare, così come della Lavaredo o di altre prove simili, incarna perfettamente quell’idea: una persona ordinaria capace di affrontare qualcosa di straordinario.”


A questo proposito, il tuo focus principale nel corso attuale del brand è legato alla dimensione di testing e, è innegabile, queste montagne rappresentano il terreno tecnico per eccellenza dell’universo trail. Quanto incide il testing nella filosofia Vibram di oggi?
“Quest’anno celebro il trentesimo anno in azienda: sono entrato in Vibram nel luglio del 1996. Una delle prime cose importanti che feci, comprendendo abbastanza rapidamente la visione di Marco Bramani, fu creare nel 1999 il Vibram Tester Team. Esisteva già qualcuno che testava i prodotti, ma percepivo la necessità di strutturare questa attività. Del resto, significava tornare alle origini stesse di Vibram: Vitale Bramani era il primo a testare ciò che realizzava, a provarlo, migliorarlo e affidarlo agli amici perché lo mettessero alla prova. Questo approccio è sempre rimasto nel DNA dell’azienda, anche se all’epoca non veniva ancora coltivato in maniera sistematica. I tempi e la competizione, nel frattempo, sono cambiati: oggi bisogna essere in grado di dimostrare che ciò che si realizza funziona davvero. Nei suoi primi step, il Tester Team è cresciuto rapidamente, arrivando a una trentina di persone impegnate in discipline diverse, inizialmente soprattutto in ambiente montano. Poi, negli anni, questa dimensione si è sviluppata ulteriormente, fino alla decisione recente di reinvestire in maniera importante nel testing e creare un dipartimento globale, il Global Tester Team. Oggi il suo compito va oltre il semplice test dei prodotti: sta, soprattutto, nel cercare input capaci di alimentare l’innovazione di domani.
‘Innovazione’ è una parola che sentiamo mille volte al giorno e che, probabilmente, novecentonovantanove volte potremmo evitare. L’innovazione autentica è rara. Nel percorso compiuto da Vibram nel trail, però, la nostra esperienza diretta e la prossimità con chi vive questi ambienti ci hanno permesso di individuare alcuni problemi concreti da risolvere. Il primo riguardava il grip. In montagna, e soprattutto sulle lunghe distanze, il meteo può cambiare rapidamente e il terreno bagnato rappresentava un problema fondamentale, anche in termini di sicurezza. Abbiamo lavorato su ciò che sapevamo fare meglio, arrivando a sviluppare quello che considero il primo vero game changer: Vibram Megagrip. Oggi esiste anche Vibram Megagrip Elite, ma appartiene alla stessa grande evoluzione tecnologica, nata dalla necessità di garantire un livello di aderenza sul bagnato sul quale chi corre potesse realmente fare affidamento.
Il secondo passaggio è stato ancora più complesso. Il grip sapevamo farlo, e avevamo imparato a farlo molto bene anche per il trail. Ma Vibram proveniva da discipline e prodotti nei quali il peso veniva affrontato diversamente, rispetto all’universo trail running. Se volevamo diventare realmente rivoluzionari in questa dimensione, dopo il grip dovevamo risolvere un’altra questione fondamentale: la leggerezza. Qui parliamo di un’attività dinamica, di correre, e di correre in montagna. Senza diventare più leggeri, Megagrip da solo non sarebbe bastato. Da questa ricerca è nata Vibram Litebase. In azienda esistevano già da tempo sperimentazioni che combinavano gomma e tessuto, un’intuizione sulla quale Marco Bramani aveva lavorato attraverso numerose prove e prototipi. A un certo punto abbiamo compreso che proprio quella strada avrebbe potuto produrre un cambiamento radicale e abbiamo spinto fortemente sullo sviluppo di questa tecnologia. L’obiettivo, però, non era realizzare semplicemente qualcosa di leggero. Volevamo leggerezza senza compromessi. L’asticella era molto alta: è relativamente facile ridurre il peso di un prodotto; molto più difficile farlo preservandone integralmente le prestazioni. Con Litebase siamo riusciti a ridurre il peso della suola di circa il 30% senza sacrificare grip, trazione, durabilità o flessibilità. Per me è stato qualcosa di straordinario dal punto di vista industriale.
Naturalmente è servito tempo perché anche i brand comprendessero pienamente il valore di questa innovazione. Non si trattava semplicemente di valutare il prezzo di una suola più leggera, ma di comprendere ciò che quella tecnologia avrebbe portato al prodotto, al consumatore e al posizionamento stesso del brand. Ed è qui che torniamo ancora una volta ai tester. Puoi avere il progetto, la tecnologia e tutto ciò che serve per sviluppare un prodotto, ma alla fine è chi lo utilizza a darti la risposta decisiva. Se il consumatore ti dice: “Voglio questa tecnologia, perché con questa la scarpa è eccezionale”, allora hai la conferma che tutto il lavoro ha raggiunto il proprio obiettivo.”


In che modi e forme continua a progredire questa dimensione interna, al fine di raggiungere continui miglioramenti nella performance, specie in occasione di eventi come UTMB?
“Abbiamo cercato, soprattutto, di strutturare l’intera attività di testing all’interno dell’azienda. All’inizio, come dicevo, avevamo uno o due ragazzi che effettuavano test sul campo e ci restituivano feedback inevitabilmente poco sistematici. Abbiamo iniziato a chiederci come costruire un impianto di testing che fosse realmente all’altezza di Vibram. Il primo passo è stato, per l’appunto, creare un Test Center interno, continuando poi a coinvolgere i tester, affiancandoli a device capaci di restituirci dati parametrati e quindi confrontabili: mi riferisco a test fisico-scientifici di laboratorio, condotti attraverso macchinari specifici, standard e normative. Parallelamente, abbiamo anche avuto modo di sviluppare strumenti che ci permettono di dimostrare direttamente, durante gli eventi, i benefici effettivi di un prodotto.
Nel tempo, ci siamo resi conto di avere costruito un vero ecosistema del testing, articolato su tre livelli: il field testing, il Test Center interno e il lab testing. Utilizzandoli insieme, secondo le caratteristiche di ogni prodotto, possiamo ricavarne una fotografia estremamente precisa e confrontarne le prestazioni anche con ciò che offre il mercato. Nel nostro settore, questa capacità ci permette di comprendere molto bene di cosa sia realmente fatto il mercato: di cose vere, ma anche di molte promesse difficili da dimostrare. Questo dato diventa particolarmente importante quando si parla di montagna. Se compri una scarpa per passeggiare o fare shopping, determinate differenze possono avere conseguenze relative. Ma quando quella stessa scarpa viene utilizzata per affrontare il giro del Monte Bianco, dove puoi incontrare trenta gradi alla partenza e poi freddo, pioggia e vento in quota, arriva il momento in cui il prodotto deve realmente essere al tuo fianco e contribuire a riportarti a casa.
È una questione alla quale tengo particolarmente. Nella comunicazione possiamo rendere le cose attraenti, ma alla base deve esserci sempre verità. Lo dobbiamo al consumatore finale, così come un media lo deve a chi lo legge. Tutto dev’essere imperniato su sincerità, autenticità e credibilità. Per alcuni anni uno dei claim di Vibram è stato ‘Tested Where It Matters’, proprio a testimonianza della centralità di quest’approccio. Oggi continuiamo a investire fortemente nel testing su scala globale e stiamo sviluppando altri centri. L’obiettivo è adottare gli stessi protocolli, macchinari, device e metodologie nei diversi luoghi in cui le calzature vengono sviluppate o prodotte, adattando naturalmente i test alle esigenze locali e alle diverse discipline. Vogliamo continuare a testare tutto, raccogliendo feedback e input in maniera sistematica. La finalità è garantire che ogni prodotto immesso sul mercato sia all’altezza e funzioni realmente. Ma c’è anche un obiettivo ulteriore: fare in modo che da questo enorme patrimonio di test emergano le linee guida per l’innovazione di domani. È la parte più affascinante. Ed è anche la più complessa.”


La presenza Vibram a Chamonix si estende anche oltre la sua Casa, con il Vibram Innovation Mobile Lab e il Vibram Airstream, all’interno dell’Ultra-Trail Village. Il presente, in questi spazi, dialoga continuamente con il passato (saperi, artigianalità, heritage) e il futuro (innovazione tecnologica, sostenibilità, garantita per esempio dal processo di risuolatura)… Qual è il segreto per trovare il giusto punto d’equilibrio tra questi vari livelli temporali e strutturali che scandiscono la visione del brand?
“Prima di tutto, ancora una volta, è una questione di atteggiamento. Noi non siamo qui per mettere Vibram sotto i riflettori in ogni angolo della montagna. Vogliamo rimanere vicini a chi la pratica e a chi vive questo ambiente, ascoltare molto, osservare e continuare ad avanzare in questa direzione. Oggi, però, abbiamo davanti una sfida enorme, che riguarda l’intero ecosistema outdoor: la sostenibilità. Siamo diventati tantissimi. Parlo delle aziende, ma anche delle organizzazioni, delle istituzioni e, naturalmente, delle persone. Abbiamo lavorato talmente bene che il trail è diventato uno sport di massa, e credo che questa crescita sia tutt’altro che conclusa. La massificazione porta inevitabilmente con sé una serie di problemi e, contemporaneamente, si intreccia con profonde trasformazioni della società e dei mezzi di comunicazione, in particolare dei social media. Il risultato è che una parte delle persone che oggi si avvicina a questi eventi assume comportamenti non sempre adeguati all’ambiente nel quale si trova, perché arriva influenzata da logiche differenti.
Abbiamo creato qualcosa di gigantesco e di molto bello, ma dobbiamo fare attenzione affinché questa crescita non finisca per trasformarlo in qualcosa che non vogliamo. Per me è un tema particolarmente importante. Mi sono divertito moltissimo, ho lavorato tantissimo in e per questo mondo e posso dire che, probabilmente, sia stato il progetto… la missione della mia vita. Proprio per questo, da alcuni anni guardo con crescente preoccupazione alla direzione che sta prendendo. Anche qui a Chamonix il tema è ormai molto concreto. Ci saranno dei cambiamenti e probabilmente anche un ridimensionamento sotto alcuni aspetti. Dovremo metterci tutti al lavoro per comprendere quale sia il nostro livello di responsabilità e come possiamo agire affinché ciò che abbiamo costruito rimanga altrettanto bello, diventando però più responsabile. E dobbiamo aiutare anche le persone ad assumere maggiore consapevolezza rispetto ai propri comportamenti.
Questa situazione può apparire come una minaccia, ma può diventare ancora una volta un’opportunità. In vent’anni, UTMB è diventato una sorta di osservatorio capace di anticipare il futuro: ciò che accade a Chamonix tende poi a manifestarsi, più tardi, in altri luoghi. Credo che proprio da qui possa partire una riflessione profonda su ciò che bisogna fare. Le soluzioni sviluppate a Chamonix potranno diventare utili altrove. Dall’altra parte, non possiamo dire alle persone di non venire a Chamonix a vedere il Monte Bianco. Chi avrebbe il diritto di farlo? Sono luoghi straordinari ed è naturale che le persone desiderino viverli. Il punto è trovare il modo di farlo in maniera più sostenibile. Ne parlavo proprio ieri con Kílian Jornet. Mi raccontava di un bellissimo lago qui sopra: basta che qualcuno lo mostri sui social e il giorno successivo il rischio è che arrivino centinaia di persone. Sono tanti piccoli episodi di questo tipo che, sommati, oggi ci dicono che abbiamo raggiunto un limite. E sono fenomeni che dobbiamo iniziare a governare diversamente. La vera sfida, adesso, è preservare tutto ciò che rende questo mondo così bello, imparando allo stesso tempo a viverlo con maggiore responsabilità.”



EVOLVING TOGETHER
La corsa non può essere ridotta ad una semplice questione di tempo. Né di chilometri da raggiungere senza scopo o traguardi da tagliare prima di altri. Infatti, basta correre veramente con sé stessi, e con chi ci circonda, per capire che il running, in realtà, permette di misurare ben altro: la distanza tra chi eravamo e chi stiamo diventando
Chicago di fronte, una maratona magica, posta in un futuro non troppo distante, quasi già pronto ad essere afferrato. Per il momento, almeno, dall’immaginazione. La ‘Città del Vento’ e i suoi 42 chilometri muovono la ricerca comune della Cisalfa Run Crew, marcando il simbolico, ed evocativo, punto d’arrivo di un processo che, però, ha avuto inizio molto prima della linea di partenza: ovvero, nella tanto elementare, quanto rivoluzionaria scelta del mettersi in movimento. Dell’entrare in contatto con una disciplina educativa per sua stessa natura, in grado di trasformare l’interpretazione stessa del proprio corpo e dei propri limiti.
Una ricerca comune, dicevamo, che nasce proprio da questa consapevolezza. Dall’idea che la corsa non conduca semplicemente verso un luogo, ma verso una nuova versione di sé. Allenamento dopo allenamento. Scoperta dopo scoperta. Emozione dopo emozione. Suggestioni incarnate dal sentire comune della Cisalfa Run Crew, collettivo ambasciatore di questa traiettoria, di questa filosofia. Prepararsi per una Major significa allenare gambe, fiato, testa e cuore, certo. Ma significa anche condividere un processo d’evoluzione. Scoprire come ognuno vanti il proprio ritmo, la propria storia, i propri margini di crescita e i propri obiettivi. E che è proprio questa diversità a rendere il gruppo uno spazio capace di accogliere prospettive e di moltiplicarle tutte.
Se la corsa resta uno sport individuale, la vera trasformazione raramente avviene come tale. In fondo, come dimostrato nel camp organizzato tra le montagne trentine, primo appuntamento corale nel percorso della Cisalfa Run Crew, supportata da Nike, verso la corsa regina della più grande metropoli dell’entroterra americano, ogni allenamento lascia qualcosa che trascende la performance: una forma nuova di disciplina, una relazione più profonda con il proprio corpo, una fiducia che si costruisce un chilometro alla volta, una frase alla volta. Questo è il traguardo che continua ad esistere, anche quando il cronometro si ferma. Anche lontano dall’atto fisico stesso.
Questo è anche, e soprattutto, un invito a correre verso quella parte di sé che già esiste, e che aspetta solo di essere messa in moto per emergere. Un meccanismo inarrestabile, specie se condiviso, in cui Chicago si palesa come una tappa. E in cui il progresso è il vero viaggio. Un viaggio che seguiremo al fianco di Cisalfa, e che ci condurrà anche oltreoceano insieme ai protagonisti della Cisalfa Run Crew.
























Un amore senza fine | Leonardo Fioravanti
L’onda perfetta, forse, non esiste. Eppure c’è chi, dalla prima volta in cui entra in acqua, continua ad aspettarla, imparando nel frattempo a leggere il vento, ad accettarne l’attesa, a riconoscere e attraversare al meglio ogni possibilità concessa dal mare. Fino al giorno in cui, finalmente, realizza il desiderio di una vita. Così, il surf finisce per essere una metafora dell’esistenza stessa di Leonardo Fioravanti. Un percorso che oggi appare profondamente consapevole, dentro e fuori dall’acqua, e che abbiamo avuto l’occasione di ritrarre ed esplorare grazie al supporto di K-WAY.
Mentre ci sediamo con Leonardo nei quieti spazi milanesi del BasicVillage, la prima cosa che percepiamo è una forma di calma superiore. Quella che caratterizza coloro sicuri di sé stessi, non perché offuscati dalla presuntuosità, al contrario, perché forti di una consapevolezza costruita negli anni, in questo caso heat dopo heat, e maturata attraverso il progressivo riconoscimento dell’io in quanto persona, prima ancora che come atleta e interprete delle onde.
Bastano pochi minuti di conversazione affinché una parola inizi a ritornare con insistenza nelle sue riflessioni: amore. Prima di tutto, quello per la famiglia, che lo ha accompagnato lungo un percorso fuori dall’ordinario. Quello per il fratello Matteo e per gli amici insieme a cui tutto ha avuto inizio, in una sorta di passaggio osmotico della passione per la tavola e per il mare. Se oggi Leonardo Fioravanti è un surfista acclamato e riconosciuto in tutto il globo, lo è anche perché, prima ancora di cavalcare un’onda, è cresciuto dentro un ambiente in cui quel desiderio veniva condiviso, immaginato, alimentato, semplicemente reso possibile su base quotidiana.
C’è l’amore per il mare, elemento a cui il surfista di Cerveteri ha deciso di affidarsi e attraverso il quale ha imparato a conoscere il mondo. Un luogo in cui perdersi e, insieme, ritrovarsi, come vuole l’arte più alta. Lo stesso elemento che, dopo anni di sacrifici e viaggi in tutto il globo, lo ha condotto fino al vertice della scena surfistica internazionale.
Poi, c’è l’amore per l’Italia: l’insolito Paese da cui tutto è partito, quello delle prime onde tirreniche, dei sogni primordiali e dell’identità fondata sul carattere, così come sul desiderio di convivialità. Tratti che ancora oggi distinguono l’unico surfista italiano capace di affermarsi stabilmente tra i migliori interpreti dell’oceano contemporaneo.
E c’è l’amore per Sophie, sua moglie, che ha permesso a Fioravanti di comprendere come la vita non si esaurisca dentro l’acqua. Con lei, l’oggi numero 1 del circuito WSL (World Surf League) ha imparato ad allargare il proprio orizzonte emotivo, a riconoscere il valore di momenti destinati a rimanere anche quando una gara è terminata, o una vittoria è stata celebrata. Ricordi che, per loro stessa natura, sfuggono ad ogni classifica.
Infine, emerge quello che, stando alla sua testimonianza, sarà il primo ed eterno amore della sua vita: il surf. Uno stile di vita. Un modo d’interpretare la sua stessa essenza. Un mezzo per conoscere culture differenti e misurarsi con alcuni degli scenari più remoti del pianeta. Soprattutto, uno strumento di maturazione umana, avvenuta anche attraverso la meditazione e il lavoro sulla propria dimensione interiore: processo che lo ha portato, negli anni, a mettere in discussione le proprie motivazioni e a comprendere, infine, il vero senso di tutto. Il surf come forma di felicità. Di puro amore, per l’appunto.






Poco dopo aver raggiunto l’apice del rankin WSL il tuo pensiero è andato alla tua sfera familiare: “Amo la mia famiglia, mamma, nonna, mio fratello. Ci sono così tante persone da ringraziare…”. Nel surf ci si ritrova spesso soli tra le onde, ma dietro quella solitudine c’è sempre una genealogia di affetti e sacrifici. Quanto è stata importante la tua famiglia, non solo nel plasmare e sostenere Leonardo Fioravanti atleta, ma soprattutto Leonardo Fioravanti persona?
“Probabilmente è stata addirittura più importante per la persona, che per l’atleta. La mia famiglia e, in particolare, mio fratello mi hanno insegnato tutto. Io sono il Leonardo che sono grazie a loro. Per me è fondamentale, prima di ogni altra cosa, essere una brava persona: avere rispetto per gli altri, conservare l’umiltà. Sono valori che la mia famiglia mi ha trasmesso fin da bambino. Una delle prime cose che mio fratello e mia madre mi hanno sempre ripetuto è stata rimanere con i piedi per terra. Qualunque cosa accada, non cambiare mai. Sono parole che per me hanno un’importanza enorme. Quando entro in relazione con qualcuno, ciò che mi interessa davvero è chi sia quella persona, non ciò che abbia fatto o raggiunto. Allo stesso modo, mi piacerebbe che, dopo avermi conosciuto, qualcuno potesse dire prima di tutto: ‘Leonardo è una brava persona’, ancora prima di considerarmi un bravo surfista o un bravo atleta. Mi ritengo una persona umile, rispettosa, e spero che questo arrivi anche agli altri. Sono valori fondamentali nella mia vita, valori che la mia famiglia mi ha insegnato e che, un giorno, spero di poter trasmettere ai miei figli.
La famiglia è tutto. Ho avuto la fortuna che, quando avevo più o meno undici anni e già giravo per il mondo, mia madre abbia messo da parte la propria vita per accompagnarmi. Le sarò per sempre grato anche per questo, perché la sua presenza mi ha permesso di rimanere il più normale possibile all’interno di un’esistenza che, in realtà, di normale aveva ben poco. Mentre i miei coetanei continuavano ad andare a scuola, io studiavo online e viaggiavo, incontrando persone e conoscendo culture diverse. Il viaggio è diventato la mia scuola. Ho avuto la fortuna di viverlo accanto alla mia famiglia, che ha continuato a ricordarmi, in ogni momento, chi fossi veramente.”
Hai iniziato a surfare sin da bambino, seguendo tuo fratello Matteo sulle onde del Tirreno. All’epoca eri soltanto un giovanissimo che entrava in acqua con una tavola. Ricordi ancora le prime sensazioni, le prime suggestioni, che hai provato quando hai cavalcato un’onda?
“Naturalmente sono trascorsi molti anni, ma ricordo che la passione per il surf è stata immediata e incredibilmente intensa. Fin dall’inizio, si è palesata come una grande storia d’amore. Fin dai sei anni, il surf era già tutto per me e mio fratello. Mentre i miei amici avevano il poster di Totti nella propria camera, io avevo quello di Kelly Slater; mio fratello, invece, aveva quello di Mick Fanning. Due leggende del surf. A casa guardavamo continuamente i pochi canali dedicati al surf che esistevano all’epoca, la televisione era h24 sullo stesso canale, potevamo rivedere le stesse immagini all’infinito… Era un qualcosa di totalizzante.
Quando abbiamo iniziato a surfare, il surf è anche diventato immediatamente il nostro stile di vita. Ricordo che in Italia, soprattutto d’inverno, ovvero quando ci sono più onde, faceva spesso molto freddo. A me non importava: volevo soltanto stare in acqua. Racconto spesso una storia che, secondo me, spiega bene quanto tutto questo fosse importante per noi. Mia madre aveva capito quanto amassimo il surf e, quando arrivavano le onde, ogni tanto veniva a prenderci prima a scuola, dicendo che avevamo un appuntamento dal medico. In realtà ci portava a Santa Marinella, a surfare con i nostri amici. In Italia, le onde possono arrivare una o due volte alla settimana, a volte anche meno, e lei sapeva quanto quei momenti significassero per noi. Non ricordo l’istante preciso in cui abbia capito di amare questo sport. Ricordo però una felicità enorme e un desiderio costante di tornare in acqua. Da quella fase in poi, qualsiasi vacanza è diventata un viaggio verso la Francia, il Portogallo o qualunque altro luogo in cui fosse possibile trovare delle onde.”


C’è qualcosa delle tue origini laziali, del litorale romano e di Cerveteri che continui a portare dentro di te durante i viaggi e i contest in giro per il mondo?
“Penso che una delle caratteristiche che mi ha sempre contraddistinto sia il mio essere emotivo. Sono una persona molto passionale. Rispetto, per esempio, a molti australiani o americani, che a volte tendono a esternare meno ciò che provano, io non ho mai avuto paura di mostrare le mie emozioni: che si tratti di frustrazione o di felicità, poco cambia. Credo che questo abbia molto a che fare con il mio essere italiano. La passionalità fa parte, in qualche modo, del nostro DNA. Non siamo persone che hanno paura di esprimersi: questa è una caratteristica che ho sempre portato con me. Sono rimasto me stesso anche perché l’italianità è sempre rimasta profondamente radicata nel mio carattere. Lo dimostrano anche le cose apparentemente più semplici. Quando viaggio e osservo ciò che mangio rispetto agli altri surfisti durante il tour, noto che la mia alimentazione è molto diversa dalla loro e rispecchia il mio essere italiano.
Poi c’è il concetto di stile: il modo in cui mi vesto e l’attenzione che dedico a questo aspetto. Cerco sempre di mantenere una certa coerenza, una certa armonia cromatica, dentro e fuori dall’acqua. È qualcosa che nel mondo del surf non appartiene necessariamente a tutti. A volte vedo dei surfisti con una maglietta rossa, i pantaloni verdi e un cappellino blu, e la cosa mi fa sorridere. Semplicemente non ci pensano: quello è il loro stile, o più semplicemente il risultato del mondo in cui sono cresciuti. Io, invece, sono cresciuto con una madre e un padre che mi hanno insegnato che, quando si usciva e si andava a cena, ci si vestiva in un certo modo. Credo che anche il rapporto con l’abbigliamento appartenga alla nostra cultura, al già menzionato DNA italiano.
Inoltre, ho l’enorme fortuna di parlare cinque lingue e di essere una persona molto socievole. Questo deriva certamente dall’aver viaggiato tanto, ma anche dal mio carattere. Una persona molto timida, forse, sente meno il bisogno di imparare nuove lingue e tende a rimanere maggiormente nel proprio spazio. Io sono sempre stato l’opposto. Fin dall’inizio non ho avuto paura di conoscere persone, fare nuove amicizie, imparare... Quando viaggi in luoghi in cui nessuno parla la tua lingua, sei tu a doverti adattare. Ed è grazie al surf, ai viaggi e, credo, anche alla mia italianità che ho potuto aprirmi in questo modo, incontrando culture diverse che, altrimenti, non avrei mai conosciuto appieno.”
Proseguendo su questo discorso, sei nato a Cerveteri, ma ti sei formato surfisticamente tra California, Australia, Hawaii e molte altre culle della surf culture. Quanto queste esplorazioni geografiche e sportive ti hanno cambiato come atleta, e quanto ti hanno fatto crescere come uomo? C’è stato un luogo, tra quelli in cui hai vissuto o surfato, che ti ha lasciato qualcosa di speciale?
“Come dicevo, il surf e la possibilità di viaggiare sono stati la mia vera scuola di vita. Ho avuto la fortuna d’iniziare a girare il mondo molto giovane, di conoscere nuove culture e di vivere esperienze che, per un ragazzo tra i dodici e i diciotto anni, erano decisamente fuori dall’ordinario. Tutto questo ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi. Mi sento italiano al cento per cento, ma devo riconoscere che, quando torno in Italia, mi accorgo di avere una mentalità molto estremamente aperta rispetto ai più, frutto dei viaggi e alle esperienze che ho vissuto. D’altronde, ripeto che il surf mi ha permesso di incontrare persone e culture straordinarie in ogni parte del mondo.
Il luogo che forse mi ha impressionato più di tutti è stata la Papua Nuova Guinea. Ho viaggiato attraverso alcune delle sue isole meno conosciute e, successivamente, sono entrato insieme a chi mi accompagnava nel Sepik River. Lì, abbiamo incontrato comunità e tribù che vivono a chilometri e chilometri di distanza da ciò che noi consideriamo il mondo contemporaneo. È stata un’esperienza incredibile, perché mi sono trovato davanti ad una realtà completamente diversa dalla nostra. Dal punto di vista materiale, quelle persone non hanno quasi nulla rispetto a ciò a cui siamo abituati. Basta pensare a qualcosa di apparentemente scontato: un telefono, una connessione internet… Eppure, una cosa straordinaria che ho trovato in Papua Nuova Guinea, così come in altri luoghi del mondo considerati, almeno sulla carta, meno fortunati, è la felicità delle persone.
Ci sono comunità che possiedono, forse, meno dell’uno per cento di ciò che noi abbiamo in termini materiali, e che sembrano avere molta più felicità della maggior parte delle persone che vivono nella nostra parte di mondo: quella delle grandi città sviluppate, della connessione permanente. Dopo quell’esperienza, questa consapevolezza non ha smesso di abbandonarmi. Mi continua ad ispirare e ricordare che, in realtà, nella vita non serve poi così tanto. Ho realizzato che bisogna imparare ad essere felici con il proprio modo di vivere. Alla fine, è ciò che fai, non ciò che possiedi, a fare davvero la differenza.”




How did your relationship with surfing change once it became your profession? What happens to your mindset when you’re competing compared with when you’re simply sharing waves with friends? Does competition change the way you look at the ocean?
“Il surf è frutto di una passione autentica. Ed è la cosa più bella. Per me rimarrà sempre, prima di tutto, una passione e, solamente dopo, uno sport. Amo surfare. Amo trascorrere ore e ore in acqua. Naturalmente, quando gareggi, inizi a osservare il surf e le onde in modo diverso. Devi capire come interpretare una determinata onda in termini competitivi, come massimizzare ogni occasione, come riuscire a esprimere il massimo del tuo potenziale in quelle specifiche condizioni… Proprio per questo, però, penso sia fondamentale trovare un equilibrio tra la competizione e il free surf. Non bisogna dimenticarsi di partire ogni tanto per un viaggio senza altri obiettivi: esperienze in cui non si pensa alla competizione, ai punteggi che si potrebbero ottenere su un’onda o al valore tecnico di una determinata manovra.
A volte, bisogna semplicemente entrare in acqua, cercare onde con i propri amici e surfare con la mente libera, senza analizzare continuamente ciò che si è fatto o ciò che si dovrebbe fare. Bisogna lasciare che l’onda ‘accada’. Per me, trovare questo equilibrio è fondamentale, e ne parlo spesso anche con il mio mental coach. A volte, il principio è davvero quello del ‘less is more’. È importante fare qualcosa di diverso, allontanarsi per un momento dalla competizione, per poi tornare ed essere in grado di dare il tuo mille per cento. La competizione è importante, ma il surf resterà per sempre. Per me è la più bella forma di meditazione al mondo. Quando surfi onde incredibili con i tuoi amici, con poche persone intorno, e non pensi a nient’altro, torni all’essenza stessa di questo sport. Poi, il surf possiede qualcosa di diverso rispetto a molti altri sport. Non è come il nuoto o il calcio, dove ad un certo punto smetti di gareggiare e, in qualche modo, piano piano tutto va a finire... Io sono sicuro che surferò finché il mio corpo me lo permetterà. Naturalmente non gareggerò per sempre, ma so che, una volta conclusa la mia carriera professionistica, continuerò ad entrare in acqua e ad amare il surf fino alla fine.”
Tra le persone con cui hai avuto modo di trascorrere molto tempo, dentro e fuori dall’acqua, c’è Kelly Slater: una figura che hai già menzionato e che appartiene non soltanto alla storia del surf, ma all’immaginario più alto dello sport contemporaneo. Qual è il messaggio, la visione o l’insegnamento più importante che hai assorbito da lui?
“Conosco Kelly molto bene. Ho avuto la fortuna di trascorrere anni accanto a lui e oggi ho la fortuna di poterlo definire un amico. Il compagno di mia madre è stato per molto tempo il suo manager, quindi ho iniziato a vivere queste esperienze quando avevo appena dodici o tredici anni. Ad essere sincero, Kelly mai è stato particolarmente incline a dare consigli o esprimersi attraverso grandi discorsi ispirazionali. Però, ho avuto la fortuna di essergli vicino proprio negli anni in cui continuava a vincere. E quando sei così giovane, sei come una spugna: impari tutto osservando. Standogli accanto, ho cominciato a comprendere alcune delle ragioni per cui Kelly fosse diventato Kelly Slater. La dedizione che nutre nei confronti del surf e, soprattutto, l’amore che continua ad avere per questo sport sono qualcosa di unico. Ancora oggi entra in acqua e surfa per sei o sette ore consecutive. Si perde completamente nell’oceano. Non ha un reale programma per la giornata. Il suo unico vero programma è surfare. Non sa necessariamente quando accadrà. Ma, se si accorge che il mare si sta alzando e che stanno entrando delle onde belle, entra in acqua, anche se magari un’ora dopo ha un appuntamento fissato... In quei momenti, tutto il resto scompare.
Ama il surf al cento per cento. È una delle consapevolezze che ho più maturato osservandolo da vicino e che, oggi, continuo ad apprezzare enormemente. Non direi di aver imparato da lui ad amare il surf, perché l’amore per questa disciplina non si può insegnare. Devi averlo dentro. E io so di averlo dentro al cento per cento. In Kelly ho visto fino a che punto l’amore possa arrivare. È vero, ha fatto tutto questo per vincere, perché voleva essere il migliore di tutti i tempi, ma sono convinto che ogni cosa che ha fatto e ogni traguardo che ha raggiunto siano nati, prima di tutto, da una ragione molto più semplice: il folle amore per il surf.”


Con la vittoria ad El Salvador, sei diventati il miglior surfista al mondo. Oltre a questa pietra miliare, sei stato il primo italiano ad arrivare stabilmente nel World Tour, a competere ai Giochi Olimpici, a portare l’Italia in alcuni dei luoghi simbolici della storia del surf... Come vivi questa responsabilità? E che tipo di figura vorresti rappresentare per il futuro di questo sport?
“Penso che, per molti anni, abbia misurato la mia carriera quasi esclusivamente attraverso i risultati. Oggi ho ventotto anni e spero di poter continuare a fare tutto questo ancora molto a lungo. Sono già alla mia nona stagione nel circuito mondiale e, inevitabilmente, una certa esperienza inizia ad accumularsi. Credo che nei primi cinque anni della mia carriera nel World Tour, probabilmente anche prima, pensassi al mio percorso, per l’appunto, soltanto in termini di statistiche. Ho sempre avuto un desiderio enorme di vincere e, contemporaneamente, quasi la paura di poter arrivare alla fine della mia carriera senza aver conquistato ciò che desideravo: un’Olimpiade, un titolo mondiale, venti tappe del circuito... Ho sempre avuto moltissimi obiettivi. Ovviamente, continuo ad averli.
Con il tempo, però, qualcosa è cambiato. È successo grazie alle persone che mi circondano, alla già menzionata meditazione, al lavoro con il mio mental coach... Ho iniziato a conoscermi meglio e, soprattutto, a chiedermi davvero perché facessi tutto questo. Mi sono domandato: ‘Perché gareggio? Perché faccio surf? Perché lavoro duramente ogni giorno per diventare la migliore versione possibile di me stesso?’. La risposta che ho trovato è che non lo faccio soltanto perché voglio vincere. Certo, voglio farlo. Ma, in realtà, lo faccio soprattutto perché amo profondamente ciò che faccio. Amo surfare. E sono immensamente grato del fatto che ciò che amo sia anche il mio lavoro. Grazie al surf posso sostenere la mia famiglia, mia moglie e spero, un giorno, i miei figli. Posso costruire una vita grazie a ciò che amo. È qualcosa a cui, per molto tempo, non avevo pensato veramente. Nell’ultimo periodo ho iniziato ad apprezzare questa prospettiva molto di più e a provare una gratitudine maggiore nei confronti di ciò che ho già raggiunto.
Penso alle persone che ho accanto, alla famiglia che ho costruito intorno a me, agli amici che ho incontrato viaggiando per il mondo... Sono cose che rimarranno per sempre. Credo che smettere di pensare unicamente alla vittoria e, soprattutto, smettere di lasciare che la mia felicità fosse determinata dai risultati mi abbia cambiato profondamente. Nei primi anni della mia carriera ero troppo concentrato su tutto questo. Oggi, invece, sono veramente felice di chi sono, delle persone che ho accanto, dell’amore che ho trovato e della vita che conduco. Credo che questa consapevolezza mi abbia aiutato moltissimo, soprattutto in questa stagione, a raggiungere i risultati che sto ottenendo. Il mio mindset è mutato. Ho capito che non è necessario pensare ossessivamente alla vittoria per trovare la motivazione. Che io vinca o perda, il giorno dopo mi alleno nello stesso identico modo. Non cambia nulla, perché, ripeto, amo farlo. Questo modo di pensare mi sta aiutando nello sport e, più in generale, nella vita.
Lo sport è difficile. Quando si dice che non è fatto per tutti, è vero: soprattutto a livello mentale. Perché perdi molto più spesso di quanto vinci. Sempre. Ricordo un bellissimo discorso di Roger Federer in cui parlava delle proprie percentuali. È stato uno dei più grandi tennisti della storia, ha vinto praticamente tutto, eppure raccontava di aver vinto soltanto circa il 53 per cento dei punti giocati. Significa che il restante 47 per cento lo aveva perso. Per molto tempo, sono rimasto bloccato sulle sconfitte. Ho fatto fatica ad andare avanti, a conservare un atteggiamento positivo e, soprattutto, a mantenere fiducia in me stesso. Oggi è diverso. Cerco di imparare dagli errori, ma poi vado avanti, perché so che la sconfitta fa parte dello sport. In questo momento sto vincendo molto, è vero, ma so anche che non significa sarà così in eterno. E sono consapevole anche di ciò.”
Hai detto, parlando del tuo rapporto con il surf e dei tuoi recenti successi: “La parte che mi ha aiutato di più è stata conoscere me stesso. Fino al 2021 pensavo solo al surf e non avevo veramente conosciuto e capito me stesso”. Che cosa significa, per un atleta professionista e, nello specifico, per un surfista, conoscersi davvero?
“Credo che per qualsiasi persona sia fondamentale capire veramente chi è, che cosa ama e, soprattutto, perché fa ciò che fa. Penso che molte persone, soprattutto nello sport, inizino molto giovani e finiscano per fare ciò che fanno perché si sentano, in qualche modo, obbligate: dalla famiglia, da un padre che spinge in una determinata direzione, dagli sponsor o semplicemente dalla sensazione di dover continuare lungo una strada ormai intrapresa. Io sono stato fortunato, perché non ho mai avvertito questo tipo di pressione da parte della mia famiglia. Ho sempre surfato perché amavo farlo. Eppure, nonostante questo, mi ci è voluto del tempo per comprendere fino in fondo perché lo facessi. Ho avuto sponsor fin da molto giovane e, soprattutto nei primi anni, ho sentito la pressione che poteva derivare da loro, o dai media. Avevo la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa a qualcuno. Negli ultimi anni ho finalmente capito di non dover dimostrare niente a nessuno. Faccio tutto questo per me stesso. E questa consapevolezza mi ha permesso di vivere con una leggerezza mentale completamente diversa. Poi ho conosciuto Sophie, mia moglie, e lei mi ha aiutato a capire che nella vita non esiste soltanto il surf. Esistono molte altre forme di felicità. I momenti che viviamo insieme in giro per il mondo, per esempio, rimangono importanti indipendentemente dal fatto che io vinca o perda una gara. Sono ricordi che porterò con me per sempre.
Un altro passaggio fondamentale è stato iniziare a lavorare, nel 2021, con il mio mental coach, Stefano Massari. La dimensione mentale era uno spazio a cui, prima di allora, non avevo mai dedicato attenzione. Per molto tempo ho pensato di non avere bisogno di un mental coach, di parlare con qualcuno... Credo che, fortunatamente, negli ultimi anni gli atleti e le persone in generale abbiano iniziato ad esprimersi maggiormente e ad avere meno paura di parlare della propria dimensione psicologica. In passato esisteva quasi l’idea che rivolgersi a uno psicologo significasse essere strani o avere necessariamente un problema. Il fatto che sempre più persone abbiano iniziato a parlare apertamente di questo tema ha contribuito a rendere tutto questo più normale. Perché, in fondo, è assolutamente normale. Parlare dei propri pensieri, delle proprie emozioni, delle parti più profonde di sé aiuta a comprendere chi siamo. Attraverso le conversazioni che ho avuto con il mio mental coach ho scoperto molte cose di chi sono. Penso sia migliorato anche il modo in cui vivo le relazioni con le persone che mi circondano. Naturalmente, c’entra anche il fatto di essere cresciuto e di essere diventato più maturo. Ho iniziato a comprendere meglio quali siano davvero le cose importanti nella vita. Quando acquisisci una prospettiva più ampia su ciò che conta veramente, capisci anche che un problema reale non è perdere una heat in gara. Questo tipo di mindset, fondato sulla gratitudine, sulla capacità di riconoscere e apprezzare ciò che già possiedo, mi ha aiutato enormemente.”


Continuando su questo tema, quali sensazioni ti provoca, anche alla luce del tuo percorso personale, il fatto di essere diventato un punto di riferimento assoluto per le nuove generazioni del surf italiano? E che cosa vorresti trasmettere loro?
“Aggiungerei anche per le nuove generazioni europee: non per autoincensarmi, ma perché nel surf europeo non siamo moltissimi ed è un dato di fatto... Nel Tour ci sono altri due atleti francesi, ma il nostro continente a livello storico mai è stato una grande potenza di questo sport. Abbiamo onde incredibili in moltissime parti d’Europa, in Italia un po’ meno, ma in generale a mancare è stata ed è, soprattutto, la consapevolezza. La capacità di credere veramente che sia possibile arrivare fino in fondo. Per questo spero di poter ispirare non soltanto molti italiani, ma anche tanti giovani europei. Vorrei che potessero pensare che anche noi possiamo farcela.
Per quanto riguarda l’Italia, sono profondamente fiero di essere italiano. L’ho già detto e lo ripeto sempre. I grandi successi e le vittorie sono bellissimi, ma il vero successo, per me, è un altro. In questi giorni spesi in Italia, mi è capitato spesso che dei bambini mi abbiano rivelato di aver iniziato a surfare grazie a me. Questo è il vero successo. Una vittoria dura una settimana. Poi arriva un’altra gara, il mondo va avanti e, in qualche modo, tutti se ne dimenticano. Quando un bambino mi dice che ha iniziato a surfare a causa mia, invece, sono di fronte ad un qualcosa che dura per tutta la vita. Come già ho ricordato, il surf è prima di tutto uno stile di vita. Una volta che inizi, difficilmente smetti. Sapere che una persona potrebbe continuare a surfare per il resto della propria esistenza perché, in un determinato momento, ha trovato in me una piccola ispirazione, non può che rendermi felice e profondamente orgoglioso. Spero che, anche grazie a questa stagione, molti altri bambini possano avvicinarsi al surf. Magari dopo aver visto un mio video o una gara. Per me sarebbe un grandissimo successo. Naturalmente, spero che, in futuro, ci siano sempre più giovani italiani capaci di raggiungermi nel circuito, o anche soltanto di coltivare dentro di sé quel sogno.”
In Athleta Magazine pensiamo allo sport non soltanto come performance, ma come linguaggio artistico ed espressivo. Hai mai pensato al surf come ad una forma d’arte a sé stante, e a te stesso come ad un artista?
“Al cento per cento. Secondo me il surf è una forma d’arte. Una delle cose più belle è proprio il fatto che ogni surfista possa esprimersi in modo diverso. Penso, per esempio, a Mikey February, un surfista sudafricano che era riuscito a qualificarsi per il circuito mondiale. È un surfista straordinario, ma il suo stile non era necessariamente costruito per la competizione e, forse, non aveva le caratteristiche per trascorrere molte stagioni nel Tour. Ha scelto una strada completamente diversa: quella del free surfing, che gli permette di esprimersi sull’onda esattamente nei modi che desidera. Ed è proprio questa la bellezza del surf. Quando sei sull’onda puoi esprimerti come vuoi. Io ho il mio modo di farlo, il mio stile… Gli altri surfisti possiedono il loro. Quando guardo un surfista muoversi su un’onda, vedo un'interpretazione artistica. Esistono centinaia, migliaia di stili diversi, e ognuno racconta qualcosa della persona che sta surfando.”


Dal 2023 sei Brand Ambassador di K-WAY, un brand che ha costruito la propria identità intorno ad un rapporto profondo con l’acqua, considerandola un elemento strutturale della propria visione. Quest’anno hai avuto la possibilità di costruire e disegnare una capsule collection interamente dedicata a te. Com’è stato trasformare il tuo rapporto con il mare e la tua identità personale in linguaggio estetico? E in quali modi questa collaborazione ti ha permesso di raccontarti, oltre la performance sportiva?
“Come dicevo in precedenza, lo stile e il modo di vestire mi hanno sempre interessato. È una dimensione importante della mia vita. Per anni, avevo desiderato creare una collezione, ma non ne avevo avuto la possibilità. Mi dispiaceva, perché sentivo il desiderio di esprimermi anche attraverso il design. Quando ho iniziato a lavorare con K-WAY, una delle prime cose che ho chiesto è stata la possibilità di sviluppare la mia collezione. Mi hanno risposto di sì nel giro di tre secondi. Ero felicissimo. È una delle cose che apprezzo maggiormente di K-WAY: il brand e le persone che lo compongono non hanno paura di fare qualcosa di diverso, di sperimentare, di esprimersi e lasciare esprimere, e di provare nuove direzioni. Questo tipo di apertura mi ha colpito. Abbiamo realizzato una prima collezione nel 2023, che mi piaceva molto. Devo dire, però, che quella di quest’anno rappresenta un passo avanti enorme: ha uno stile incredibile. K-WAY vanta un design team straordinario: abbiamo avuto il tempo di sederci insieme e confrontarci. Tutti mi hanno ascoltato. Hanno compreso al cento per cento la mia personalità e ciò che desideravo creare. Poi, lo abbiamo costruito insieme, come una squadra.
La maggior parte dei capi ha una vestibilità più ampia, leggermente oversize, più rilassata, perché la cosa fondamentale per me è che i capi siano facili e comodi. Voglio sentirmi a mio agio. Indosso nella quotidianità tutti gli oggetti della collezione: per viaggiare, stare in spiaggia... Il pantalone cargo, per esempio, è esattamente ciò che avevo a lungo desiderato. È leggerissimo e nasce anche da una caratteristica della mia vita che spesso le persone non immaginano: quando trascorri intere giornate in spiaggia, il tempo può mutare di continuo. A volte, nello spazio di poche ore, hai la sensazione di attraversare tutte le stagioni. In generale, volevo creare qualcosa che permettesse di sentirsi bene e di essere pronti ad affrontare i cambiamenti metereologici. Sono veramente soddisfatto del risultato.”
Un’ultima domanda. Dopo la tua brillante ascesa e attestazione ai vertici globali, e dopo tutti i ragionamenti più profondi, espressi in quest’intervista, cosa può ancora comprendere o scoprire del surf, Leonardo Fioravanti?
“Non credo ci sia ancora qualcosa che debba scoprire rispetto al motivo per cui faccio surf. Come dicevo prima, non vivo questo sport e questo stile di vita soltanto per vincere. Le vittorie sono qualcosa in più, un bonus. Faccio surf perché amo farlo. Che io vinca o perda, il giorno successivo mi sveglio con la stessa voglia di migliorare. E penso che sia una cosa bellissima poter attraversare la vita con questo sentimento: avere ogni giorno il desiderio di diventare migliore, sentirsi continuamente ispirati e sapere che un limite, in fondo, non esiste.
Il giorno in cui smetterò di surfare sarà probabilmente quello in cui capirò di non poter più migliorare, anzi, di stare inevitabilmente peggiorando. Allora, purtroppo, sarà arrivato il momento di fermarsi, almeno a livello pro. Oggi, però, so di poter ancora migliorare moltissimo. Mi era chiaro già prima della vittoria in El Salvador e ora ne sono ancora più convinto. Non so dove il surf mi porterà. Forse verso altre vittorie, forse no. Ma sono pronto per quest’avventura. Voglio godermela e apprezzarla nelle vittorie come nelle sconfitte, ma soprattutto nei momenti che vivrò lungo il percorso: viaggiando con il mio team, con mia moglie, e surfando in alcuni dei luoghi più belli del mondo.”
Chasing Light | Josh Tu
Un campo da tennis può, almeno a prima vista, essere un luogo ostinatamente ripetitivo. Un rettangolo, una rete... Un sistema geometrico di linee sovrastate da servizi o rovesci, vincenti o errori. Gesti che ritornano partita dopo partita, stagione dopo stagione. Una condizione che ha portato Josh Tu ad osservare la racchetta con maggiore profondità, trovando un nuovo genere di spazio creativo sotto rete
È una traiettoria insolita, la sua. Prima del tennis c’erano il football americano, la cultura sportiva collegiale attraverso cui ha sviluppato il proprio sguardo, ma nessuna scuola di fotografia, o educazione accademica alla creazione dell’’immagine. Una formazione avvenuta direttamente sui diversi campi sportivi calcati e nella progressiva scoperta di ciò che la luce può fare a contatto con un corpo, di come un colore possa alterare la temperatura emotiva di una scena, o del perché un dettaglio possa raccontare più del colpo vincente che domina la scena.
‘Inseguire la luce’ è una delle espressioni con cui Josh definisce il proprio lavoro: una frase che esprime il desiderio di sottrarre il tennis alla semplice documentazione del punto, superando il concetto d’immagine sportiva canonica, limitata alla certificazione dell'azione. Nella sua visione, la ricerca non è verso ciò che una partita, o più in generale in uno sport, mostrano immediatamente, ma verso snodi e dettagli solo all'apparenza secondari.
Grazie alla sua filosofia, Josh Tu è da anni parte del circuito tennistico di primissimo livello, al fianco di nomi come Ben Shelton, Coco Gauff e alcuni tra i protagonisti della nuova generazione della racchetta, attraverso cui può osservare la continua trasformazione della disciplina e dei suoi atleti. Facendolo, poi, da una posizione privilegiata, insieme intima e rispettosa, e restituendo immagini che travalicano i confini del mondo tennistico.








Prima che il tennis entrasse nel tuo universo visivo, che cosa ti ha inizialmente avvicinato alla fotografia come strumento attraverso cui comprendere lo sport?
“In realtà, ho iniziato come videomaker durante gli anni del liceo, probabilmente circa sei anni fa. Giocavo nella squadra di calcio della mia scuola e, molto semplicemente, volevo realizzare dei piccoli video interessanti per me e i miei compagni. A quel tempo non mi consideravo un fotografo, né avevo mai guardato le cose con un occhio particolarmente artistico. Mi piaceva realizzare quei video, così ho continuato per qualche tempo a sperimentare, creando brevi contenuti per squadre di discipline diverse, senza interrogarmi troppo seriamente su dove tutto ciò avrebbe potuto condurmi.
Poi, durante l’ultimo anno di liceo, è arrivato il Covid e ogni cosa si è fermata. Non c’era più alcuna attività sportiva. In quel periodo vivevo a Columbus, in Ohio, proprio accanto alla Ohio State University. La squadra di basket non poteva più permettersi di mantenere il proprio videomaker e stava quindi cercando uno studente dell’università che potesse entrare come stagista e realizzare video per loro. Io frequentavo ancora il liceo, ma vivevo lì vicino, così decisi comunque di candidarmi. In qualche modo riuscii a convincerli ad assumermi, nonostante non avessi alcuna esperienza professionale. Alla fine, mi divertii enormemente. Viaggiavo con la squadra e cominciai ad apprezzare profondamente l’atmosfera dello sport, persino quando sugli spalti non c’era nessuno. La sensazione di una squadra che si prepara a entrare in scena e a esprimersi, le luci, l’emozione, la tensione. Credo che sia stato allora che ho iniziato davvero a innamorarmi di quel mondo. Nei quattro anni successivi, trascorsi alla University of North Carolina, ho cominciato a fotografare sempre di più. Ho lavorato anche con la squadra di football e credo che soltanto dopo un paio d’anni abbia iniziato a sviluppare qualcosa che potesse assomigliare a uno stile, cominciando al tempo stesso a osservare ciò che avevo davanti in una maniera più propriamente artistica.
La cosa curiosa è che, crescendo, non sono mai stato particolarmente vicino alle arti visive. Ho sempre amato il cinema, la televisione e, più in generale, quel genere di narrazione per immagini; da bambino mi piaceva anche disegnare, ma per gran parte della mia infanzia non ho avvertito una particolare attrazione verso l’arte. Poi, dopo un paio d’anni di università, qualcosa ha cominciato a mettersi a fuoco. Ho iniziato a osservare il modo in cui la luce trasformava le cose, il funzionamento del colore, il ruolo della composizione e la maniera in cui tutti questi elementi potessero modificare radicalmente la percezione e l’atmosfera di un’immagine. Tutto completamente da autodidatta. Non ho mai seguito un corso di formazione specifico. Per me, tutto è nato dalla sperimentazione e da una quantità considerevole di errori: un processo attraverso cui, poco a poco, ho iniziato a comprendere ciò che appariva giusto al mio sguardo.”
Prima che lo sport diventasse un soggetto della tua fotografia, ne eri già appassionato? Quali erano le discipline che amavi di più da ragazzo?
“Lo sport è arrivato decisamente prima della fotografia. Ci sono fotografie di me, insieme a mio padre, con indosso le maglie della squadra di football di Ohio State. Era l’università in cui lui si era laureato e si trovava ad appena venti minuti dal luogo in cui sono cresciuto. Ohio State era una squadra vincente, perciò innamorarsi di quell'ambiente è stato quasi naturale. Amavo soprattutto l’atmosfera che lo circondava, in particolare quella del football universitario americano. Quello, per me, era il grande spettacolo. A Ohio State ci sono più di centomila persone che vanno a vederli allo stadio: tutti gridano, fuochi d’artificio, l’energia attraversa ogni cosa. Ero affascinato dalla dimensione rituale e spettacolare di tutto questo. Ma ero affascinato anche dal modo in cui lo sport fosse capace di creare una comunità. Tecnicamente, può non riguardarti in maniera diretta, e tu stesso puoi non far parte della squadra; eppure, nel momento in cui diventi un tifoso, all’improvviso senti di appartenere a qualcosa di molto più grande. Ti ritrovi connesso a centinaia di migliaia, persino milioni di persone che provano ciò che provi tu, che festeggiano insieme a te, che ne parlano con te, che vivono quello sport al tuo fianco. È sempre stato proprio questo sentimento di appartenenza collettiva ad affascinarmi.”





Alla University of North Carolina lavoravi già all’interno dell'immaginario sportivo, soprattutto attraverso atletica e football universitari. Cosa ti ha insegnato lo sport collegiale americano riguardo l'emozione, il rituale, l'identità e la narrazione visuale?
“Credo che lo sport universitario rappresenti un ambiente straordinario per un fotografo sportivo che muove i primi passi negli Stati Uniti, perché ti espone praticamente a ogni cosa. Queste università hanno trenta programmi sportivi differenti e, quando le loro squadre competono, finiscono per diventare parte integrante dell’identità stessa dell’università. Gli studenti se ne interessano, partecipano, riempiono gli spalti; e gli atleti gareggiano non soltanto per sé stessi, ma anche per ciò che rappresentano. È un contesto eccezionale in cui imparare. Sono stato molto fortunato anche a trovarmi alla UNC. Dal punto di vista visivo, i colori erano straordinari. Quella particolare tonalità di Carolina blue è qualcosa che non si incontra facilmente altrove. Anche gli scenari naturali che circondavano molti degli stadi, con gli alberi e la vegetazione, contribuivano a rendere quel luogo particolarmente affascinante da fotografare.
Sono stati necessari un paio d’anni a North Carolina prima che iniziassi davvero a riconoscere momenti capaci di contenere una storia: il dettaglio di ciò che un giocatore aveva scritto sul nastro attorno al polso, un messaggio personale che portava con sé, qualcosa annotato su una scarpa o una piccola traccia visiva della sua storia personale. Ho cominciato a interessarmi a chi fossero i leader della squadra, a come la loro energia e la loro capacità di guidare gli altri si propagassero all’interno del gruppo, e a come questi dettagli apparentemente minimi potessero distinguere un’immagine forte da una comune fotografia sportiva. Ho sempre pensato che fotografare lo sport non possa ridursi allo stare seduti nello stesso punto e premere un pulsante quando accade qualcosa. Almeno nel lavoro che ho sviluppato più recentemente, ho cercato di fare in modo che le immagini contenessero altro: una forma di emozione, un significato, una qualche traccia di ricerca artistica. I quattro anni trascorsi alla UNC mi hanno dato la possibilità di accumulare le ripetizioni di cui avevo bisogno. Fotografare ogni settimana, continuamente, mi costringeva a cambiare ogni volta il mio punto d’attenzione e a continuare a cercare. È stata proprio quella reiterazione del gesto, credo, a spingermi verso la scoperta di ciò che stavo realmente cercando.”
Ricordi la prima fotografia di tennis che ti ha trasmesso qualcosa di diverso rispetto alla semplice documentazione di un punto? Un’immagine in cui hai avuto la sensazione di aver colto qualcosa di più vicino all’anima del gioco?
“Prima di iniziare a fotografarlo, non sapevo assolutamente nulla di tennis. La prima partita a cui abbia mai assistito è stata Ben Shelton contro Taylor Fritz sul campo centrale di Indian Wells, nel 2023. Era il mio primo incontro di tennis dal vivo e non avevo la minima idea di come funzionasse questo sport: non sapevo cosa fosse un servizio, quanti set si giocassero, né come funzionasse il sistema di punteggio. Ero seduto al mio posto e non avevo un accredito media. Una signora accanto a me iniziò a parlare con me e si rese conto molto rapidamente che non capivo nulla di tennis. Così cominciò a spiegarmi il gioco: il funzionamento del punteggio, ciò che stava accadendo in campo, tutto quanto. Fin da quella primissima esperienza, devo dire che il tennis mi divertì moltissimo. Rispetto a quasi ogni altro sport, possiede una qualità singolarmente ripetitiva. Il campo è relativamente piccolo e, per gran parte del tempo, i giocatori compiono gli stessi gesti ancora e ancora: un servizio, un diritto, un rovescio, forse uno slice. Non accade spesso qualcosa di interamente nuovo. Per me era molto diverso da ciò che avevo conosciuto nel football o nel basket, dove molti giocatori si muovono su un campo più ampio e l’azione contiene una varietà infinitamente maggiore.All’inizio, il tennis mi sembrava quasi costrittivo. Più lo fotografavo, tuttavia, più cominciavo a capire che era proprio quella ripetizione a obbligarti a diventare creativo.
Un giocatore può colpire cento volte un diritto dallo stesso angolo nel corso di una partita. Così, invece di restare semplicemente seduto e realizzare ogni volta un’immagine convenzionale, ho iniziato a chiedermi come avrei potuto renderla migliore. C’è un’inquadratura che posso raggiungere? Esiste un lato del campo in cui la luce cade in maniera diversa? Dovrei rallentare il tempo di esposizione? Concentrarmi sulla mano, su un’altra parte del corpo, sulle scarpe, sull’ombra proiettata sul terreno? Il tennis costringe ti costringe a rallentare, a cercare altrove, a osservare i dettagli e ad apprezzare le qualità visive più silenziose del gioco.”



Hai spesso descritto il tuo lavoro attraverso l’idea di ‘inseguire la luce’. Nel tennis, la luce non è mai neutrale: cambia da Melbourne a Parigi, da Londra a New York, dai campi di allenamento alle notti negli stadi. Cosa significa, per te, inseguire la luce quando fotografi il tennis?
“Per me, la luce è tutto quando si tratta di costruire un’immagine. Da un punto di vista tecnico, ogni cosa che vediamo è luce, o assenza di essa. Ma sul piano artistico, quando ci si trova di fronte a una luce interessante, si apre improvvisamente la possibilità di fare qualcosa di più con un’immagine. Si creano zone dure, oscurità, contrasti. Amo osservare il dialogo tra la luce e la sua assenza, e tutto ciò che può nascere da quella relazione: l’ombra di un giocatore, per esempio, oppure il momento in cui il suo corpo attraversa una porzione di campo illuminata mentre tutto il resto rimane immerso nell’ombra. Situazioni simili possono generare possibilità creative straordinarie. Mi affascina anche il fatto che ogni stadio sia costruito in maniera diversa. A volte, nel cuore della giornata, un campo centrale gremito può essere attraversato da una linea di luce durissima che divide nettamente lo spazio, lasciandone una parte completamente esposta al sole e l’altra sprofondata nell’ombra. In alcuni stadi, come al Roland Garros o agli Australian Open, la luce filtra attraverso le strutture superiori e crea piccole aperture luminose che finiscono per proiettarsi sul campo.
Ricordo che, un paio d’anni fa, stavo fotografando a Madrid e la luce cadeva soltanto sulla panchina dei giocatori. C’era Ben, seduto da solo con un asciugamano sulla testa, e l’intera scena aveva assunto una dimensione incredibilmente drammatica. Amo molto quell’immagine. Vorrei riuscire a realizzare più fotografie di questo tipo, ma non è sempre semplice, perché non dispongo necessariamente di un accesso completo alle varie zone del campo e, di conseguenza, non posso raggiungere ogni volta i punti da cui certe angolazioni diventano possibili. Di solito mi trovo nel box del giocatore oppure in qualche settore delle tribune. Ma quando si presentano quelle occasioni, quando hai la possibilità di sperimentare con la luce in quel modo, sono quasi sempre le immagini che preferisco.”
Cosa osservi come prima cosa quando arrivi in un campo da tennis: il pubblico, l’architettura, il giocatore o l’atmosfera? E ci sono dettagli visivi di questo sport che, secondo te, sono ancora poco fotografati?
“Amo la varietà dei luoghi in cui si gioca a tennis. Quando arrivo in un posto nuovo, la prima domanda che mi pongo è sempre: che cosa c’è di diverso qui? Che cosa rende unico questo luogo? Il giocatore indossa un nuovo completo? Quali sono i colori? Entrano in relazione con quelli del campo?. Mi ci è voluto del tempo prima di fotografare il tennis sulla terra battuta e, quando finalmente è successo, me ne sono innamorato. Amo quella consistenza, il modo in cui la superficie cambia nel corso di una partita. Puoi fotografare un giocatore mentre batte la racchetta contro le scarpe e la terra si solleva, oppure mentre scivola sul campo circondato dalla polvere rossa. È qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa che normalmente non puoi ottenere quando, per gran parte dell’anno, fotografi sui campi in cemento. Anche lo sfondo di ogni stadio è diverso. Il sole può cadere in un modo particolare, creando un’ombra che attraversa il campo. A seconda dell’angolazione da cui fotografo, il giocatore può trovarsi in controluce, essere illuminato frontalmente oppure di lato. Penso continuamente a come la luce cambierà nel corso della partita. Qualcosa può sembrare interessante in un preciso momento, ma un’ora più tardi il sole si sarà spostato, l’ombra avrà cambiato posizione e il giocatore potrebbe trasformarsi quasi in una silhouette.
Sono una persona che si annoia molto facilmente e, proprio per questo, cerco sempre qualcosa che posso fare in un determinato luogo e che non ho mai fatto prima; possibilmente, qualcosa che non abbia mai fatto nessun altro. In fondo, è questo il punto per me. Non sono un fotoreporter nel senso più rigoroso del termine. Cerco, per quanto possibile, di lavorare in maniera artistica. Di spingermi ogni volta un po’ più in là, oltre i confini consueti.”



Hai lavorato a stretto contatto con giocatori come Ben Shelton e Coco Gauff. Cosa cambia quando non stai più semplicemente fotografando un atleta in campo, ma entri nel suo ritmo personale, nei suoi viaggi e nel suo spazio privato?
“Ogni atleta è diverso nel modo in cui desidera relazionarsi con le persone che lo circondano, fotografo compreso. La cosa principale da ricordare è che, prima di tutto, si tratta di persone normali. In fin dei conti, se le tratti bene e ti comporti con loro come faresti con chiunque altro, è proprio questo che la maggior parte di loro cerca. Ma sviluppare e costruire un rapporto di fiducia, e arrivare eventualmente a un’amicizia, non è semplice. Gli atleti vengono fotografati continuamente. Sono quasi sempre circondati dai media e, molto spesso, quella presenza non è necessariamente qualcosa a cui abbiano acconsentito o che desiderino avere intorno. Per questo, conquistare la fiducia di un atleta, poter stare accanto a lui con la propria macchina fotografica, è qualcosa di davvero particolare. Significa farlo sentire a proprio agio, assicurarsi che sappia che qualunque cosa tu stia creando è pensata per lui e insieme a lui. Significa rappresentarlo in un modo che percepisca come autentico e, soprattutto, farlo sentire bene. Tutto questo implica una grande quantità di fiducia; solo in un secondo momento, eventualmente, può nascere anche un rapporto di amicizia.
Una parte importante di questo processo consiste nel sapere quando diventare una presenza quasi invisibile. Le immagini migliori spesso nascono proprio quando l’atleta non si accorge nemmeno che sei lì, quando non stai interferendo con il suo momento. Credo che molte persone debbano ricordarlo quando lavorano con gli atleti. Sei lì per fare un lavoro. Non sei lì semplicemente per passare del tempo insieme. Devi quindi capire che cosa fotografare, quando farlo e come catturare determinati momenti senza trasformare la tua presenza in un’intrusione.”
Attraverso il tuo lavoro con Ben Shelton stai documentando una nuova figura del tennis contemporaneo. Da un punto di vista fotografico, come valuti Ben all'interno del panorama tennistico contemporaneo?
“Ben è un giocatore straordinariamente stimolante da fotografare in campo. Se entrassi oggi nel mondo del tennis senza conoscere nessuno e qualcuno mi chiedesse quale giocatore vorrei fotografare più di ogni altro, probabilmente sceglierei lui. Gioca con una quantità enorme di passione e di energia. Ha un tennis potente, costruito su gesti ampi, e le sue reazioni sono altrettanto intense. Semplicemente, è un soggetto eccezionale per la fotografia.
Credo che il tennis, soprattutto qualche decennio fa, fosse uno sport molto più trattenuto. Ai giocatori non era davvero concesso celebrare, mostrarsi emotivi, fare rumore o esprimere quel genere di energia. Nello sport americano, invece, e penso soprattutto al football e al basket da cui provengo, le persone urlano continuamente. I giocatori sono rumorosi, fisici, si affrontano faccia a faccia, si provocano verbalmente. Amo quel tipo di energia. È perfetta per creare fotografie straordinarie e raccontare storie altrettanto potenti. Nel tennis, Ben rappresenta uno dei rari casi in cui esistono davvero quella passione e quell’intensità. Per me, questo rende fotografarlo molto più divertente rispetto a molti altri giocatori che rimangono estremamente controllati. Naturalmente, se è così che un atleta desidera essere, va benissimo. Questi giocatori competono a un livello altissimo e devono mantenere la concentrazione. Ma, dal mio punto di vista di fotografo, tutto diventa più coinvolgente e le immagini acquistano maggiore forza quando hai davanti un giocatore disposto a essere pienamente sé stesso in campo e a mettere in gioco tutto se stesso.”



Hai la sensazione che oggi il mondo del tennis chieda ai fotografi di guardare oltre la sola azione?
“Negli ultimi anni il tennis ha evidentemente conosciuto una nuova e significativa crescita di popolarità. Ricordo che, quando ho iniziato a lavorare nel tour, ero uno dei pochissimi fotografi a muovermi specificamente al seguito di un paio di giocatori. Era ancora qualcosa di nuovo. I tornei non sapevano sempre esattamente che cosa stesse accadendo, né come rapportarsi a quel tipo di presenza. La maggior parte dei giocatori non era ancora abituata ad avere fotografi o videomaker al proprio fianco, come invece gli atleti di altri sport facevano già da dieci anni o più. Ma tutto questo si è diffuso con estrema rapidità. Oggi molti dei migliori giocatori hanno fotografi o filmmaker personali che viaggiano con loro, oppure sono le loro agenzie a coinvolgere dei professionisti per creare contenuti destinati a più atleti. Attualmente esiste una domanda enorme di contenuti, e credo sia un fatto positivo. Aiuta a far crescere lo sport, i giocatori, i loro brand e le loro community. Ma proprio questa richiesta impone anche una grande consapevolezza rispetto a ciò che si realizza: alla qualità del lavoro, alle intenzioni che lo guidano e a ciò che si decide di condividere.
Ogni giocatore ha sensibilità differenti. Alcuni creano e pubblicano autonomamente i propri contenuti, realizzano piccoli TikTok e cose di questo genere. Altri sono molto meno interessati a quella dimensione. Dal mio punto di vista, il mio lavoro consiste nel creare per loro le immagini migliori possibili: contenuti di alta qualità che, idealmente, riescano a trovare una risonanza anche sui social media.
È un equilibrio interessante. Da una parte, vuoi mantenere una certa estetica nella fotografia. Pensi alla composizione, alla luce, all’atmosfera e a tutti questi dettagli visivi. Dall’altra, una parte del lavoro consiste anche nel comprendere quali contenuti generino maggiore coinvolgimento sulle piattaforme social. Così, improvvisamente, dopo esserti concentrato su tutti questi elementi fotografici più raffinati, devi voltarti e realizzare qualcosa con un iPhone, oppure girare un video direttamente con il telefono.”
Il tennis sta vivendo un momento culturale di straordinaria intensità: moda, cinema, social media, celebrità e performance sembrano convergere tutte attorno a questo sport. Dal tuo punto di vista, perché credi che il tennis sia tornato a essere così influente?
“Non sono un grande esperto di storia del tennis, quindi potrei anche sbagliarmi completamente, ma credo che in questo momento stiano emergendo molti nuovi giovani giocatori. Appartengono alla generazione dei social media e, proprio per questo, esiste un accesso molto maggiore sia alle loro personalità sia allo sport stesso.
Credo che dipenda dalla combinazione di queste nuove figure, tanto nel tennis maschile quanto in quello femminile. Sembra che ogni settimana ci sia un nuovo giocatore capace di imporsi e attirare attenzione. Sono giovani che attribuiscono importanza ai social media e, di conseguenza, i loro nomi riescono a raggiungere pubblici sempre più ampi. Anche i brand si stanno accorgendo di tutto questo. Il tennis è uno sport esteticamente straordinario e, al tempo stesso, custodisce una quantità enorme di tradizioni. Proprio all’interno di quella tradizione esiste moltissimo spazio per introdurre la moda, oppure per immaginare nuove forme di marketing e differenti opportunità di sponsorizzazione. Detto questo, credo che ogni cosa nella vita si muova per onde; anche la cultura attraversa cicli e tendenze. In questo momento, il tennis si trova chiaramente in una fase ascendente. Forse, a un certo punto, tornerà a perdere centralità, per poi crescere nuovamente. Ma oggi esistono possibilità enormi attorno al modo in cui i giocatori si vestono, a ciò che fanno fuori dal campo e alle passioni che coltivano oltre il gioco.”




La cultura visiva del tennis sta cambiando rapidamente. In che modi e forme pensi debba evolvere la prossima generazione di storyteller visuali tennistici?
“È una bella domanda, e non sono del tutto sicuro di avere una risposta. Negli ultimi tempi, con la crescente popolarità del tennis, c’è stata evidentemente una forte spinta a guardare questo sport attraverso una lente più artistica. Oggi ci sono moltissimi fotografi che portano nel tennis un proprio punto di vista riconoscibile, e credo che questo stia arricchendo enormemente la fotografia legata al gioco. Esistono figure importanti che stanno lavorando in questa direzione, cercando di spostare sempre più avanti i confini del modo in cui il tennis può essere visto. Per molto tempo, forse negli ultimi cinquant’anni, non ci sono state così tante persone interessate a forzare i limiti della creatività all’interno del tennis. Oggi, invece, questa ricerca è molto più presente. Con l’arrivo delle fotocamere digitali capaci di scattare cinquanta immagini al secondo, le possibilità si sono semplicemente moltiplicate. Ci sono più sguardi rivolti verso questo sport. Ci sono nuove figure creative, molto diverse tra loro, tanto tra chi gioca quanto tra chi il tennis lo fotografa. Non sono del tutto certo di quale sarà il prossimo sviluppo della fotografia tennistica. Non so quanti altri punti di vista si possano ancora trovare su un campo da tennis e, naturalmente, lo sport in sé non è destinato a cambiare radicalmente. Ma sono molto curioso di vedere dove ci porterà tutto questo.”
C’è un torneo, un giocatore o un ambiente legato al tennis che sogni ancora di fotografare in maniera più profonda?
“Mi sento estremamente fortunato, perché ho appena concluso il mio quarto Wimbledon. È uno dei tornei in cui preferisco tornare ogni anno e credo che pochissime persone, avendo avuto la possibilità di andarci, direbbero qualcosa di diverso. Amo il verde, è il mio colore preferito, quindi poter fotografare quei campi e i leggendari completi bianchi è qualcosa di straordinario. Mi affascina vedere ciò che i brand riescono a creare, perché naturalmente l’abbigliamento deve rimanere prevalentemente bianco, ma proprio all’interno di quella restrizione emergono texture, dettagli e piccole sfumature che diventano estremamente interessanti. Wimbledon è semplicemente uno scenario magnifico per il tennis. Ci sono i tifosi, le persone in coda, l’intera atmosfera che avvolge quel luogo. Si percepisce una grande energia.
L’anno scorso ho avuto anche la possibilità di seguire le ATP Finals insieme a Ben, ed è stata un’esperienza incredibile. Ogni volta che riesco a tornare in questi luoghi, sento di avere davanti una grande opportunità e, al tempo stesso, un’esperienza preziosa. Sono immensamente grato di poter continuare a fare tutto questo. Ho avuto la possibilità di fotografare tutti e quattro i tornei del Grande Slam, ed è qualcosa di straordinario. Mi piacerebbe moltissimo fotografare le Olimpiadi. Probabilmente è il sogno di qualunque fotografo, ma per me lo sarebbe in modo particolare, soprattutto qui, a Los Angeles. È il grande appuntamento che ancora mi manca.”



In Pursuit of Muscle - Marcie Docherty
La mascolinità non è un concetto immutabile, né un qualcosa di prestabilito nel corpo. È, piuttosto, un insieme di gesti, posture, comportamenti e codici attraverso cui l’identità viene costruita, riconosciuta e continuamente riaffermata all’interno di una determinata cultura. È precisamente questo sistema di segni che 'In Pursuit of Muscle', il progetto fotografico di Marcie Docherty, sottopone ad un'attenta osservazione, usando la pratica sportiva come punto d’accesso privilegiato a una più ampia esplorazione della sensibilità umana
Alla base del lavoro risiede la teoria della performatività di genere elaborata da Judith Butler, filosofa statunitense secondo cui il genere non corrisponde a una verità originaria custodita nell’interiorità dell’individuo, ma prende forma attraverso la ripetizione di atti socialmente codificati. Il modo in cui ci si muove, ci si veste, si occupa lo spazio o ci si mostra allo sguardo altrui non si limita a esprimere un’identità già esistente: contribuisce, al contrario, a produrla. Nella riflessione butleriana, l’atto perlocutorio indica precisamente gli effetti che parole, azioni e gesti generano su chi li osserva. Il significato di una posa, di un corpo allenato o di un atteggiamento apparentemente spontaneo non risiede dunque soltanto nell’intenzione di chi lo compie, ma anche nella reazione che è in grado di suscitare. Riconoscimento, appartenenza. È nello spazio di mezzo compreso tra esibizione e percezione che la mascolinità diventa, prima ancora che identità, rappresentazione.
Basta evocare l’immaginario delle palestre, degli spogliatoi e dei campi sportivi dell’Inghilterra della fine del 20esimo secolo perché emerga un repertorio visivo immediatamente familiare: la durezza delle sessioni di allenamento, i corpi scoperti davanti agli specchi, l’odore stagnante del sudore, i tatuaggi, le canottiere bianche, i bicipiti contratti. Frammenti di una ritualità collettiva che, soprattutto nelle periferie britanniche, ha contribuito a definire una certa idea popolare di mascolinità. Un’identità costruita attraverso la forza, la complicità del gruppo e una sensibilità quasi sempre trattenuta sottopelle.
Con In Pursuit of Muscle, Docherty si appropria di questo immaginario per penetrarne le peculiarità. Fotografati su pellicola, i giovani protagonisti di questo editoriale camminano, si allenano, si vestono o semplicemente sostano davanti all’obiettivo. Eppure, anche in questi gesti ordinari, ogni posa sembra alludere alla costruzione di una mascolinità desiderata.
Muovendosi lungo il confine tra fotografia documentaria e ritratto costruito, la fotografa inglese osserva i propri soggetti senza cedere né all’idealizzazione né alla caricatura. Il suo obiettivo si sofferma nelle pieghe e nei dettagli del codice maschile creando così uno spazio di negoziazione tra il soggetto e la composizione dell’immagine. Da un lato, le norme di genere sedimentate dalla storia e dalle convenzioni sociali; dall’altro, la possibilità di rielaborarle. Questo progetto abita questa tensione, rendendola visibile. La mascolinità appare allora come qualcosa di inconcluso, una forma continuamente esposta agli altri: una coreografia imparata, ripetuta e talvolta inconsapevolmente trasformata.








US Open State of Mind
Ritratto dello Slam americano e della sua identità senza paragoni
New York non fa solo da sfondo: è la forza di gravità che attira tutto, persino la traiettoria di una pallina che schizza nel cielo serale sopra Flushing Meadows. Nelle immagini di Martina Rosati, gli US Open appaiono allo stesso tempo come un festival pop e una preghiera urbana: neon e ombre, cemento e sudore, applausi che risuonano come metallo.
Le tribune pullulano di lingue straniere e desideri: Wall Street al tramonto si riversa nel Queens, Broadway cambia palcoscenico e chiama il servizio. Qui, il tennis parla con accenti scolpiti, accelera i battiti del cuore e costringe lo sguardo a fermarsi, ad ascoltare.
Il guizzante cemento dell’Arthur Ashe rispecchia appieno il carattere della città che lo circonda: ego audace, errori su cui puntare il dito, bellezza senza paura. Lo stadio è un anfiteatro di correnti e luci, un ponte che collega la periferia e il sogno. Il gesso che salta, il pugno chiuso, la treccia che vibra ad ogni cambio campo. Un tennis tipicamente americano: spettacolo, rivalità, ambizione.
I campi blu scuro raffreddano il ritmo della città. Il rumore diventa una ninna nanna. C'è una Festa del Ringraziamento alternativa in queste notti di fine estate. Famiglie, amici, esploratori con le MetroCard in tasca: tutti in processione verso un rituale condiviso.
Ogni scambio è un frammento di storia, ogni tie-break una metropolitana da non perdere. E quando la notte allunga il suo respiro, New York torna ad essere il centro di gravità e gli US Open ne diventano il rumoroso ambasciatore. Perché qui, ogni punto racconta New York ad un pubblico incredulo.
La lente di Martina Rosati ci conduce nel cuore di questo stratificato evento, mostrandoci le vibrazioni dell’edizione in corso.






















US Open, il centro dell’universo tennistico
Tutto gravita attorno a New York e alle sue vibrazioni, anche l’estetica tennistica, come dimostrano gli scatti di Chris Caporaso
“Ero solito festeggiare i miei compleanni andando agli US Open e sedendomi in piccionaia...”. La testimonianza di Andy Roddick è più di una semplice fotografia adolescenziale. I ricordi dell’ex numero 1 al mondo descrivono uno Slam che mai ha smesso di elevare il fascino e il significato della sua patria, New York City, il ‘Centro dell’Universo’. Gli US Open sono una festa popolare americana, un Giorno del Ringraziamento dipinto di volée e ace. Sono le architetture di Manhattan, i ritmi di Wall Street e il traffico di Broadway, un luminoso party di SoHo che attira occhi di tutto il mondo. Se, come diceva Yannick Noah, tra le strade della Grande Mela lo straniero si sente straniero fino in fondo, è anche vero che, sugli spalti di Flashing Meadows, il newyorchese si sente newyorchese fino in fondo, e che qualsiasi appassionato di tennis respira l’essenza di una metropoli unica. Anche dalla piccionaia.







L'obiettivo di Chris Caporaso ci porta in questo mondo tennistico, ritraendone lo scenario e la morfologia. La galleria e le parole del fotografo australiano confermano il fascino unico di questo evento e la fascinazione universale per il paradiso del tennis di New York.
“L'esperienza degli US Open è difficile da spiegare in poche parole. La nostalgia dell'evento per me che ho trascorso una vita a guardare questi campi verdi e blu da 17.000 km di distanza e poi qui a flushing meadows. Tutto è diverso, la folla è diversa, l'energia è di un altro livello. Non è stato colto in questo set quanto il tennis si sia impadronito della migliore città del mondo. È difficile camminare per queste strade e non vedere qualcosa di legato al tennis, dai bambini con le racchette nello zaino ai murales dei giocatori ad altri contenuti legati al torneo.”
Abbiamo parlato con Chris nella nostra rubrica speciale Behind the Lights. Potete leggere l'articolo qui. E abbiamo anche osservato le sue prospettive degli Australian Open: guardatele qui.







Behind the Lights – Sam Robles
Attraverso l’obiettivo di Sam Robles scopriamo che la vera essenza dello sport non risiede tanto nei trofei, quanto nelle storie umane che esso è in grado di svelare
Molto prima di impugnare una macchina fotografica, il mondo di Sam era già plasmato dal ritmo e dalla spontaneità—dalle strade anguste di São Paulo, dove un pallone logoro diventava, al contempo, il suo primo contatto con il gioco e il suo maestro più vero. Su quei campi improvvisati, con porte immaginate fra casse e cassonetti, il Beautiful Game catturava la sua immaginazione. Eppure, il legame di Sam con il calcio andava oltre la pratica organica, esondando nel battito di ogni partita, nel nome di eroi mostrati dal retro delle maglie e nella poetica non detta di quella che, specie nel Paese carioca, può definirsi religione. Tutto questo avrebbe finito per definire non solo la sua infanzia, ma la sua visione artistica.
Giunto in Florida, ad appena 18 anni, un’altra passione mette radici nella sua coscienza. La fotografia, qualcosa di ancora più profondo. Non più semplice spettatore, Sam scopre il potere del racconto. La fotografia, come il calcio, diviene la sua lingua—un mezzo fatto di istinto e tempismo, di luce e ombra, dove l’emozione vive in una frazione di secondo. Non si tratta soltanto di cogliere i movimenti, spiega la sua ormai iconica poetica, ma di percepire il silenzio che precede il boato, il mondo interiore dell’atleta prima che la partita cominci.
Dalle strade illuminate dal sole di São Paulo a uno scatto all’alba con Adriano: il percorso di Sam segue un filo sottile che unisce appassionati attraverso culture diverse. Questa non è solo la storia di un fotografo. È il ritratto di una vita vissuta all’incrocio di due mondi—Brasile e Stati Uniti, sport e arte—dove ogni immagine è un omaggio e ogni fotogramma contribuisce a una memoria condivisa.




Radici brasiliane
“Sono nato e cresciuto a São Paulo, in Brasile: un luogo in cui il primo regalo che si riceve, persino da neonato, è un pallone da calcio. Alcuni dei miei primi ricordi riguardano le partite per strada: fuori dai ristoranti, davanti alla chiesa del mio quartiere, su qualsiasi superficie che consentisse una partita. Giocavo ovunque, anche a futsal. Alla fine, sono entrato nella squadra della scuola, poi in qualche club locale. Ho continuato fino a circa diciotto anni, ovvero quando mi sono trasferito in Florida.
Curiosamente, mio padre non era appassionato di sport. Era un uomo d’affari, ma profondamente coinvolto nella musica: dirigeva in chiesa e suonava vari strumenti. Era la sua passione, e sperava che io seguissi le sue orme. Da bambino mi faceva copiare le note musicali dei cori parrocchiali. Facevo del mio meglio, ma non mi ha mai realmente appassionato. Il calcio, invece, ha preso presto il sopravvento: spesso dovevo mascherare il mio interesse con i miei genitori. Fosse stato per loro, non avrei giocato così tanto.
Neppure mia madre era attratta dall’arte o dalla fotografia, ma era solita leggere qualche rivista—soprattutto di arredamento e moda. Di tanto in tanto le sfogliavo anch'io e trovavo qualche inserto sportivo o pubblicità: quelle erano, insieme ai cartelloni per strada e a qualche spot televisivo, le mie uniche esposizioni alla fotografia. Prima di trasferirmi negli Stati Uniti non avevo mai preso in mano una macchina fotografica.”



Nuove scoperte USA
“Qualche mese dopo il mio arrivo negli Stati Uniti, sono andato a trovare un amico che aveva appena comprato una fotocamera digitale. Nel momento in cui ho visto la macchina, qualcosa è scattato dentro di me. Sono rimasto completamente affascinato. Ho chiesto di provarla, abbiamo fatto alcune foto e video... Non ho capito perché, ma l'amore è scoppiato all’istante.
Fino a quel momento non avevo mai scattato una fotografia. Non conoscevo fotografi e non immaginavo che la fotografia potesse essere una professione. Ero completamente estraneo a quel mondo. Ma quella piccola fotocamera mi ha catturato. All’epoca, lavoravo in un autolavaggio: ho messo da parte dei risparmi per sei mesi e alla fine ho comprato la mia prima fotocamera — a casa ho ancora quella Sony Mavica.
Con quella macchina ho iniziato a fotografare tutto ciò che mi colpiva: l’ambiente circostante, il quartiere in cui vivevo. Tutto mi appariva così diverso rispetto al Brasile. Inviavo le foto via email ai miei genitori a casa, per mostrare loro la mia vita. Prima di WhatsApp, chiamare in Brasile significava acquistare schede telefoniche internazionali. Mandare immagini sembrava più immediato e intimo.
Mostravo le foto anche ai miei amici: erano sorpresi e mi chiedevano chi le avesse scattate. Non si rendevano conto che fossi io dietro l’obiettivo. Alla fine, alcuni hanno cominciato a chiedermi di fotografarli. Non sapevo cosa rendesse una foto buona o cattiva—non sapevo nemmeno cosa fosse davvero la fotografia...
Per me non era nemmeno un hobby: semplicemente mi portava gioia, la stessa gioia pura che provavo, giocando a calcio, da bambino. Mi sono reso conto che non mi appassionasse tanto fotografare persone su commissione, quanto catturare ciò che amavo davvero: lo sport.
Il desiderio di migliorarmi e di fotografare ciò che mi appassionava sul serio mi ha spinto, cinque anni dopo, a organizzare il mio primo servizio fotografico sportivo. Il risultato è stato sorprendente: per la prima volta tutto era intenzionale, pianificato. Quel processo di organizzazione, scatto, editing... ha segnato una svolta. È stato il primo istante in cui ho pensato: forse è qualcosa che potrei davvero perseguire. Da lì è iniziato il vero percorso.”




Un lungo cammino
“Nella vita, tutto si sviluppa passo dopo passo, tappa dopo tappa—e non sempre in una linea retta, verso l’alto. Non ho mai frequentato una scuola di fotografia, quindi il passaggio da scattare foto occasionali a diventare un professionista è stato lungo e, spesso, incerto. Le cose sono iniziate a cambiare dopo il mio primo shooting sportivo. Fino a quel momento, dicevano che le mie foto erano buone, ma non le consideravo niente di che... M mancavano i riferimenti. Con il calcio, invece, era diverso: ero cresciuto immerso nella cultura visuale del gioco—le campagne Nike e Adidas, le immagini iconiche di Ronaldinho... Sapevo riconoscere l’eccellenza.
Lavorando ancora all’autolavaggio, mostravo le mie foto a chiunque—colleghi, clienti, passanti. Un cliente, Jack Wild, ha cambiato tutto. Era un fotografo professionista in pensione, aveva lavorato per grandi marchi e fotografato celebrità. Per qualche ragione siamo entrati in contatto. Non mi ha dato istruzioni dirette, ma suggerimenti che mi sono rimasti impressi.
Jack teneva conferenze al Boca Raton Museum e un giorno mi ha invitato a partecipare. Ero appena uscito da un lungo turno, ancora sudato e in tuta da lavoro, quando sono entrato in una sala di fotografi più anziani e ben vestiti... Erano tutti intenti a presentare i loro lavori settimanali. Sono stato l’ultimo a intervenire. Ho condiviso alcune immagini che avevo scattato all’autolavaggio. L’atmosfera è cambiata: hanno iniziato a citare fotografi di cui non avevo mai sentito parlare. All’improvviso sono stato percepito diversamente.
Jack ed io siamo diventati più intimi: mi ha incoraggiato ad imparare a lavorare con le luci e a fare da assistente a professionisti, qualora volessi crescere seriamente. Ho mandato email a tutti i fotografi in Florida, offrendo il mio aiuto gratuitamente. Nessuna risposta. Sono passati sei mesi. Un giorno, poi, ho notato le Pagine Gialle accanto al computer. Le ho sfogliate e ho trovato un nome: Keith Douglas. L'ho chiamato senza nessuna pretesa.
Con mia grande sorpresa ha risposto—e mi ha invitato nel suo studio. Il lunedì successivo mi sono presentato con il mio portfolio: ha apprezzato il mio lavoro e detto che mi avrebbe chiamato se avesse avuto bisogno di un assistente. Qualche settimana dopo, mi ha portato con sé su un servizio di architettura: un edificio per una brochure. Era la mia prima esperienza vera in uno studio professionale.
All’epoca il mio inglese stava migliorando, ma il lessico era ancora quello del mio lavoro all’autolavaggio—quando Keith e i suoi assistenti mi chiedevano un attrezzo, ne portavo dieci diversi per sicurezza. Ero affamato di apprendere, anche indovinando.
Per un po’ ho svolto entrambi i lavori: fare da assistente significava chiedere permesso all’autolavaggio per assentarmi. Col tempo ho iniziato ad ottenere altri incarichi come fotografo e, dopo un anno, ho deciso di lasciare l’autolavaggio. Poi sono entrato in contatto con fotografi, clienti e studi che mi hanno introdotto a produzioni più ampie: moda, e-commerce, pubblicità... Ho colto l’opportunità, ed è così che sono passato da assistente a fotografo a tempo pieno.”




Incontrare i propri idoli
“Per un giovane brasiliano, il calcio non è solo uno sport: è una sorta di religione. E i calciatori non sono soltanto atleti, ma icone, figure larger-than-life che incarnano lotta e trionfo. Crescendo, non avrei mai immaginato di poter incontrare alcune di queste leggende attraverso il mio lavoro da fotografo.
Per chi ama il calcio come me, trovarsi di fronte a giocatori che hanno superato sfide personali simili e hanno rappresentato un’intera nazione è ancora irreale. Alcuni appartengono a una categoria a sé—come Pelé. C’è un solo Pelé nella storia. Incontrarlo e fotografarlo è stato incredibile.
Eppure, quando hai la fortuna di incrociare queste figure, realizzi anche qualcosa di semplice e potente: sono esseri umani. Cerco di approcciarmi così a loro—non come farebbe un tifoso, ma come colleghi in un momento condiviso. Quando li fotografo o intervisto, non voglio celebrare il mito, ma capire l’essere umano.
Ciò che amo di più in quegli incontri è il ritratto. Il mio obiettivo è cogliere l’atleta al di là della stella—l’essere umano dietro la fama. Cerco di creare un ambiente in cui possano mostrarsi per ciò che sono, non solo per ciò che rappresentano. Credo che in questo risieda la mia forza: costruire una narrazione visiva che risulti onesta e autentica.
In quei momenti, il “tifoso” in me svanisce. Non hai tempo per restare ammaliato: la pressione è alta, la finestra temporale ristretta, e hai una sola occasione per fare bene. Non puoi chiedere un altro scatto. Quando ho fotografato Messi per la prima volta è stato magico—ma il mio unico pensiero era come offrire il miglior risultato, in modo rapido e professionale.
Non avrei mai immaginato di chiamare alcuni di questi atleti amici un giorno. Hanno vite intense e frenetiche. Perciò, pur essendo un tifoso, io mi presento per svolgere un lavoro. E svolgerlo bene. Non chiedo selfie, video o autografi. Molti amici credono che abbia una collezione di maglie autografate: in realtà non è così, e credo che questo sia uno dei motivi per cui continuo a essere ammesso in certi ambienti. Rispetto i confini e tratto gli atleti come persone, prima di tutto.”






Differenti connessioni brasiliane
“A volte ci si connette naturalmente con certi atleti più che con altri: è come incontrare qualcuno in un campo di calcio—non sai perché, ma qualcosa fa scattare l’intesa. Così è avvenuto con Adriano.
Il nostro rapporto è iniziato il 30 dicembre 2020, quando l'ho intervistato per The Players’ Tribune. Non parlava con i media da anni, in gran parte perché in Brasile i giornali spesso deformavano la sua storia o umiliavano la sua figura. Era diverso, incompreso.
Lavoravo con Ulisses Neto, amico e collaboratore: lui gestiva il video, io conducevo l’intervista. Quando siamo arrivati a casa di Adriano, la prima cosa che ci ha detto è stata: ‘Guardate, non amo le interviste. Sono qui solo perché me l’ha chiesto mia madre’. L'ho rassicurato sul fatto che la nostra intenzione fosse ascoltare, non giudicare o mettere in piazza notizie false. Gli ho suggerito di cominciare in modo informale: conoscerci e fare qualche foto per sciogliere l’atmosfera.
Quell'approccio, semplice, ha cambiato tutto. Mostrandogli alcune immagini che avevo scattato—insieme il fratello o in luoghi a lui cari—ha cominciato a rilassarsi. Una volta avviata l’intervista, aveva compreso che fossimo sinceri nell'approccio. Non ho dovuto spingerlo: si è aperto in modo naturale. Alla fine, mentre ci salutavamo, ci ha invitato a restare per cena e trascorrere del tempo con i suoi amici. Non me l’aspettavo, e ho accettato. Quella sera, seduti intorno alla tavola, ha iniziato a formarsi un legame.
Durante l’intervista abbiamo scoperto di avere la stessa età e di aver sofferto lo stesso infortunio—un tendine d’Achille lesionato. Esperienze condivise, come quella, facilitano l’empatia. A un certo punto lui ha fatto una videochiamata alla madre dicendo: «Queste persone sono in gamba. La prossima volta che verranno in Brasile le inviterò a casa». Poi ha chiesto di scattare una foto con noi—una richiesta rara. L'ha postata sui social: è stato surreale.
In seguito gli ho raccontato un episodio: quando avevo diciotto anni, avevo camminato quasi due ore per vederlo ad un allenamento aperto della Seleção a São Paulo. Eravamo coetanei, eppure lui già rappresentava il Brasile. Quel ricordo lo ho fatto commuovere. Allora, gli ho proposto un progetto più profondo: tornare alle sue radici, per fotografare non tanto la stella, ma l’uomo, Adriano. Ha accettato.
Ci sono voluti quasi quattro anni per realizzare quel progetto. Fotografare nelle favelas comportava sfide logistiche e personali, ma la nostra sintonia ha agevolato il lavoro. Alla fine, il rapporto con lui e il suo agente, Renata Battaglia, è divenuto così solido che, quando Adriano si è trovato a disagio con il ghostwriter per la sua autobiografia, ha chiesto a Ulisses e me di subentrare. Ulisses, da grande scrittore, ha fatto un lavoro straordinario. Quando è arrivato il momento di produrre la copertina del libro, poi, mi ha chiesto di partecipare—portando a compimento la nostra idea originale.
Il giorno dello shooting è stato indimenticabile. Ci siamo incontrati di giovedì, abbiamo pranzato in un chiosco sulla spiaggia e speso la giornata con i suoi amici—chiacchierando, ridendo, giocando a domino. Ho continuato a fotografare con discrezione. Verso le 3 del mattino eravamo ancora lì. Al sorgere del sole, Adriano ha proposto di andare a Vila Cruzeiro, la favela in cui era nato e cresciuto. Non avevamo dormito: ero stanco ma, onestamente, eccitato.
Una volta arrivati, Adriano mi ha chiesto di lasciare la fotocamera in macchina. Ci siamo consultati con un suo caro amico che gestiva un piccolo negozio di quartiere. Quando è arrivato il momento giusto, Adriano mi ha consegnato la sua collana—un segno di protezione—dicendomi di prendere l’attrezzatura. Abbiamo camminato nel quartiere, e gli ho chiesto se fosse possibile visitare qualche strada o campetto in cui si potesse sentire più vicino al giovane sé stesso. Lui ha acconsentito. In quelle ore non era “Adriano l’Imperatore” dell’Inter, ma un uomo tra la sua gente. Ho cercato di coglierlo proprio in quanto tale. Quelle restano e resteranno alcune delle mie immagini preferite.
Quando il libro venne finalmente pubblicato, tornai a Vila Cruzeiro. Organizzammo una mostra fotografica nella piazza in cui lui giocava da bambino. Esposero anche una grossa stampa della copertina—probabilmente è ancora lì. Fu, in ogni senso, la chiusura del cerchio perfetta.”







Fotografia sportiva
All’inizio, scattavo soggetti diversi—riviste, cataloghi, prodotti. Presto ho capito cosa mi piaceva davvero e cosa no. Potevo portare a termine quegli incarichi, ma il mio cuore non era lì. Lo sport, invece, è sempre stato differente: non importava se fotografassi atleti professionisti o amici che giocavano—mi sentivo vivo. Ciò che mi attrae non è solo la competizione o lo spettacolo, ma la narrazione. È catturare qualcosa di autentico. Per esempio, fotografare i tifosi del Corinthians: lì, a mio avviso, risiede l’essenza dello sport—non nella fama o nei riconoscimenti, ma nell’emozione cruda, nell’esperienza vissuta.
Non sono mosso dal riconoscimento né dal desiderio di impressionare gli altri o dimostrare di essere un grande fotografo. L’ego conta poco. Mi motiva la sensazione: l’imprevedibilità, l’energia, la sfida. A una partita di calcio non so mai cosa accadrà: se mi trovo nella posizione giusta, se segneranno dei gol o se esulteranno verso il mio obiettivo. Quel senso di ignoto mi entusiasma, mi rende profondamente partecipe e mi spinge a trovare la mia prospettiva sul gioco.
Assorbo innumerevoli immagini ogni giorno—lavori di altri fotografi, riferimenti storici, istanti fugaci. La mia mente è un archivio visivo in continua espansione, da cui attingo costantemente. Dopo anni, ho imparato a pormi una domanda semplice quando sono sul campo: “Cosa sto cercando di dire?” A volte il brief è pratico—serve un’immagine specifica di un giocatore per una rivista. In quei casi attingo dall’archivio mentale, lascio che guidi il mio processo, mi limito a canalizzarlo nella mia fotocamera.
Tuttavia, cerco sempre di lasciare spazio alla spontaneità. La pianificazione ha un limite: le immagini più potenti emergono quando si rinuncia a un controllo totale. Per me, lo scatto migliore non è solo questione di bellezza estetica, ma di convergenza di più fattori: l’ambiente, il momento, l’emozione, l’espressione, la posta in gioco, la storia dietro quell’istante. Si tratta della verità, di ciò che è accaduto e del significato di quel momento.”




Sogni futuri
“Ci sono ancora molti atleti e sport che spero di fotografare. Se dovessi nominarne uno oggi, mi viene in mente Lamine Yamal, giovane stella del calcio mondiale. L’ho già ritratto in azione, ma ciò che aspiro a fare è una sessione ritrattistica completa, qualcosa di più intimo e riflessivo. Lo stesso vale per leggende come Zidane e Beckham. Mi attirano particolarmente i giocatori con storie avvincenti, individui profondi—proprio come Adriano.
Amo scoprire nuovi talenti. Di recente ho fotografato un ragazzo di nome Kauan Basile, nato nel 2012 e già considerato una promessa del calcio brasiliano, militante nel Santos. Quando l’ho visto per la prima volta con il pallone, non credevo ai miei occhi: naturalezza, sicurezza. Ho contattato suo padre e quell’esperienza è divenuta più di una semplice sessione fotografica: è diventata la narrazione dietro al talento.
Guardando al futuro, sto lavorando a un progetto personale iniziato nove anni fa, con l’obiettivo di pubblicare un libro nel 2026. Si intitola “Futebol Raiz”—Football Roots. Con questo progetto sono tornato all’essenza del gioco, per ritrarre il calcio come lo conoscevo da bambino: crudo, emotivo, radicato nella sua cultura. Questo è il mio focus attuale e la mia più grande ambizione per il prossimo futuro.”



Il crossover culturale nell'arte digitale di Ces
Raramente l'opera di un'artista sembra meno il prodotto di una tecnica e più un'estensione di una memoria collettiva: stratificata, viscerale e profondamente viva. L’arte di Ces è uno di questi casi atipici
Il suo mondo visivo è un luminoso arazzo di narrazione digitale, dove il ritmo dello sport, l'eleganza della moda e le texture dell'identità culturale turca convergono in qualcosa di futuristico e nostalgico al tempo stesso.
Nato e cresciuto a Istanbul, una città sospesa tra continenti, storie e identità, Ces parla attraverso immagini che sembrano muoversi, respirare e riflettere. La sua arte non si limita a rappresentare; traduce emozioni. Dalle texture lucide di una tuta Nike al luccichio cromato di una Mercedes-Benz, le sue immagini sono un dialogo tra memoria e movimento, stile e anima.
Parlando con Ces, abbiamo compreso il ritmo della città in cui è cresciuto, il modo in cui le ossessioni d’infanzia sono diventate linguaggio visivo e come l'abbigliamento sportivo si sia evoluto in più di un semplice indumento, trasformandosi in un'iconografia personale ricca di riflessione, energia e scopo, proprio come la sua stessa arte.




Cominciamo dall'inizio: puoi raccontarci un po' del tuo percorso creativo? Cosa ha fatto nascere il tuo interesse per l'arte digitale e la narrazione visiva?
‘Il mio percorso creativo è sempre stato qualcosa che ha vissuto dentro di me, quasi come un organismo, esiste da sempre. Da bambino, sentivo costantemente il bisogno di disegnare, ero affascinato dalle immagini sulle copertine delle riviste, esaminavo scrupolosamente le copertine dei CD e potevo passare ore a guardare le confezioni dei giocattoli. Queste sono state le prime cose che mi hanno plasmato e reso quello che sono oggi.
Con il tempo, questa passione si è fatta più profonda e, alla fine, ho sentito un forte bisogno di iniziare a creare qualcosa di mio. Quel momento è arrivato durante il mio primo anno di liceo e da allora ho capito che dovevo continuare a creare, ogni singolo giorno.
Il mio interesse per la narrazione visuale è nato più o meno nello stesso periodo. Sentivo un forte bisogno di condividere ciò che sentivo e vedevo con gli altri. Direi che tutto è iniziato veramente quando avevo circa 17 anni.’
Dove sei cresciuto e il tuo ambiente o la tua comunità hanno plasmato la tua visione artistica?
‘Sono cresciuto a Istanbul e mi sento davvero fortunato di essere cresciuto qui. Questa città ha assistito a innumerevoli eventi storici e porta con sé le influenze della cultura orientale e occidentale.
Penso che il mio ambiente e la mia comunità abbiano influenzato in una certa misura la mia prospettiva artistica, ma ciò che ha veramente plasmato la mia visione creativa è stato vedere come le persone in Europa e negli Stati Uniti riuscissero a infondere i loro background culturali all’interno delle loro opere d'arte.
Vivendo a Istanbul, volevo fare lo stesso: riflettere questa fusione e condividerla contemporaneamente con le persone di qui e di tutto il mondo.’




C'è stato un momento specifico in cui hai capito che il tuo amore per lo sportswear e per la cultura sportiva poteva fondersi con la tua espressione artistica?
‘Fin da bambino, sono sempre stato ossessionato da Nike e Adidas. Nel corso degli anni, ho scoperto anche altri brand e ho capito che quello che indossavo era in realtà un riflesso della mia anima: il loro stile e il loro design hanno iniziato naturalmente a influenzare il mio lavoro.
Per questo motivo, ho sentito il bisogno di mostrarlo. Quando creo, metto sempre l'anima in ciò che faccio, e questo legame con l'abbigliamento sportivo è uno degli elementi che definisce sia la mia arte che ciò che sono.
Il momento più specifico in cui me ne sono reso conto è stato quando mi sono ritrovato a desiderare costantemente di fotografare il logo della Mercedes-Benz. Col tempo, quell'istinto è diventato una firma visiva nel mio lavoro.’
Athleta Magazine esplora l'intersezione tra arte, cultura e sport: in che modo l'iconografia sportiva e la moda ispirano il tuo lavoro?
‘Sport e moda sono sempre stati profondamente connessi nella mia vita. L'amore di mio padre per il calcio, quello di altri membri della famiglia e, più in generale, la passione dei turchi per lo sport hanno contribuito.
Che sia in Turchia o in altri paesi che ho visitato, noto che le persone indossano con orgoglio maglie, sciarpe e cappellini della propria squadra del cuore. Nel corso degli anni, come tutti possiamo vedere, questi elementi si sono naturalmente intrecciati con la moda.
Quando sei costantemente circondato da questo tipo di cultura, l'ispirazione arriva spontaneamente: anche solo vedere un uomo anziano che indossa la maglia della sua squadra o una donna un cappellino mentre cammina per strada può accendere in me la creatività.’




L'abbigliamento sportivo sembra essere un tema ricorrente nelle tue immagini: cosa c'è in quell'estetica che ti attrae creativamente?
‘Ciò che mi attrae di più nell'abbigliamento sportivo è l'energia dinamica dello sport stesso, e credo che le mie opere trasmettano lo stesso senso di movimento e intensità.
Proprio come nello sport, più ti alleni e ti spingi oltre i tuoi limiti, più diventi bravo. Vedo un forte parallelismo nel mio processo creativo: si tratta di impegno e crescita costanti.
Inoltre, mi sono innamorato di questo stile fin da bambino. È qualcosa che ho sempre ritenuto rappresentasse chi sono, quindi questa estetica è diventata naturalmente parte del mio linguaggio visivo.’
Hai un passato nello sport? Come giocatore, tifoso o attraverso la lente culturale? Come influenza questo il tuo lavoro oggi?
‘Ho giocato a basket a livello professionistico per circa due anni durante il liceo. Alla fine ho smesso, ma gioco ancora occasionalmente partitelle con gli amici – e direi che ancora me la cavo!
All'università, ho anche giocato a rugby per circa un anno – è sicuramente uno sport duro e intenso. Sono da sempre tifoso del Galatasaray, proprio come mio padre, quindi ho assistito a molti campionati e partite importanti nel corso degli anni. Per questo motivo, la storia e la rilevanza del Galatasaray hanno sempre avuto una piccola influenza su di me e le mie prime opere.
C'è stato persino un periodo della mia carriera in cui ho lavorato spesso con giocatori di calcio per servizi fotografici. Ho avuto la possibilità di lavorare con giocatori come Roman Neustädter, Jeremain Lens ed Eljero Elia.
Naturalmente, questo background sportivo mi ha plasmato, seguo ancora attentamente l'NBA. Le immagini di basket, come dei palloni da basket, compaiono spesso nei miei lavori e, in un certo senso, sono diventate per me un simbolo ricorrente, qualcosa che collega il mio passato al mio presente.’




Il tuo lavoro fonde spesso elementi nostalgici con un'estetica digitale moderna: quali sono alcune delle tue principali influenze, sia all'interno che all'esterno del mondo dell'arte?
‘Direi che una delle mie maggiori influenze è il luogo in cui sono nato e cresciuto: Istanbul. Culturalmente, la città racchiude le sfumature di molte nazioni diverse e, col tempo, queste differenze sono diventate parte integrante della mia arte. Alla fine, riflettere su questo è diventato quasi un riflesso di me stesso.
Allo stesso tempo, i luoghi che visito, le persone che incontro, persino i ristoranti in cui mangio: sono tutte fonti di ispirazione. Dopo un viaggio in Giappone, in particolare, ho notato un cambiamento significativo nel mio lavoro.
Posso dire onestamente che tutto ciò che vivo diventa fonte di ispirazione per me, che si tratti di tristezza, gioia, delusione o del mio stesso amore per la vita.’
Puoi descrivere un'opera che ritieni rappresenti in modo forte la tua identità artistica? Qual è stata l'ispirazione?
‘Posso parlare di uno dei miei lavori più recenti in cui ho combinato la cultura turca, quella automobilistica e quella di brand in un'unica narrazione visiva. L'idea era di fondere elementi che ogni turco conosce, vede e sperimenta con elementi di tendenza nella moda. In questo modo, ho creato un ponte tra la cultura locale e il mondo fashion globale.
Alcune foto ritraggono donne con abiti tradizionali e hanno suscitato dibattito, ma in fin dei conti si tratta di qualcosa di molto reale e presente a Istanbul, qualcosa che tutti vedono.
Il mio obiettivo era quello di ritrarre sia Istanbul che la sua cultura in modo autentico. Dopotutto, ci sono ancora persone che vivono secondo i costumi tradizionali e volevo riflettere questa realtà attraverso il mio lavoro.’


In che modo ritieni che l'arte digitale rifletta o rimodelli le narrazioni culturali odierne, soprattutto in relazione a identità, moda e sport?
‘Credo fermamente che dobbiamo essere audaci in questo senso. In fin dei conti, viviamo tutti nello stesso mondo: sì, ci sono etnie, paesi e persone diverse, ma in definitiva siamo tutti umani.
Possiamo avere tradizioni o prospettive diverse, ma lo sport e la moda sono due delle forze più forti che ci uniscono. Esprimendo questi elementi attraverso la lente della nostra cultura e condividendoli con il mondo, costruiamo ponti con gli altri, e penso sia importante riconoscere quanto questo sia davvero prezioso.’
Cosa vuoi che le persone provino o pensino quando incontrano le tue opere? Se dovessi definire la tua missione artistica, quale sarebbe?
‘Se dovessi definire la mia missione artistica, sarebbe quella di connettermi con il mondo attraverso la mia prospettiva. Ciò che voglio che le persone provino quando si imbattono nelle mie opere è che, anche se non veniamo stesso posto, condividiamo le stesse emozioni e lo stesso senso del gusto.’
Quale ruolo ritieni che l'arte avrà nel futuro dell'abbigliamento sportivo e della cultura visuale?
‘Credo che l'arte digitale avrà un ruolo fondamentale nel futuro dello sportswear e della cultura visiva.
Molti si oppongono a questa idea, ma credo che la storia sia sempre ripetitiva. In passato si diceva che la fotografia non fosse una forma d'arte, o addirittura che i pittori adorassero il diavolo, ma se si guarda a dove siamo oggi, tutte queste cose sono ormai considerate forme d'arte rispettate.
Per questo credo che dovremmo accogliere le innovazioni portate dalla tecnologia e rimanere al passo con i tempi.’


Credits
Fries Vansevenant: la geometria esagerata dello sport
Prima che Fries Vansevenant iniziasse a disegnare composizioni su schermo, era un ragazzino con addosso il kit del Club Bruges, che replicava esultanze nel giardino di casa e sognava di rendere omaggio ai propri idoli
Lo sport è entrato presto nella sua vita: prima come spettacolo, poi come rituale, come modo per ricordare figure iconiche, più grandi dello sport stesso, attraverso le sue opere. Un’ossessione che riaffiora in ritratti mixed-media costruiti a mo 'di collage, dove gli atleti vengono esaltati come figure mitologiche. Il lavoro di Fries vive nel punto di contatto tra poster calcistici e frame d’animazione: un luogo in cui il colpo di testa di Zidane, la punizione di Beckham o le braccia spalancate di Rodman possono essere ritagliati, ricomposti e esasperati fino a diventare qualcosa di insieme nostalgico e assolutamente contemporaneo. I suoi personaggi portano con sé la geometria del design, le imperfezioni del fatto a mano e il peso emotivo dei ricordi d’infanzia.
In quasi vent’anni trascorsi tra graphic design, video e 3D animation, è passato per agenzie, televisione, gaming e insegnamento, per poi tornare a un principio semplice: fare ciò che si ama, non ciò che l’algoritmo si aspetta. Nel suo universo, lo sport è una scusa per parlare di identità, stile, ribellione, gioia.




In che modo il tuo rapporto con lo sport durante l'infanzia lo ha portato a diventare parte della tua ricerca artistica?
“Da quando ero bambino, lo sport c’è sempre stato. Calcio, ciclismo, tennis. Vengo dal Belgio e la mia squadra è sempre stata il Club Bruges. Da piccolo ero ossessionato da Daniel Amokachi, l’attaccante nigeriano che giocava lì. Mio padre mi comprò il kit completo — maglia, pantaloncini, tutto — così potevo allenarmi e giocare vestito come lui. Quando segnavo, copiavo la sua esultanza. Indossavo perfino scarpe Puma perché le portava lui. Ha anche segnato il primo gol del Club Bruges in Champions League, e da bambino per me era una cosa enorme.
A ottobre ho compiuto 40 anni e mi sono accorto di essere diventato molto nostalgico, di tornare con la mente di continuo su tutti quegli highlights sportivi di una volta. Sono finito nel rabbit hole di YouTube, a guardare vecchi video di calcio — Milan contro Inter, quelle formazioni incredibili. Sembrava di guardare uno spot Nike: Zlatan contro Ronaldo, Hernán Crespo, Maldini…
Ho ricominciato a cercare ricordi. Quando ho realizzato l’opera su Zidane, è nata direttamente da quei video e dal pensiero di creare lavori dedicati ai miei calciatori preferiti degli anni ’90 e dei primi 2000. Ho ancora una lunga lista di giocatori iconici della mia infanzia su cui voglio lavorare: Ravanelli, Vialli. E poi tutti quei brasiliani — Cafu, Ronaldinho, Roberto Carlos — portavano il divertimento in campo. Quell’epoca aveva una cultura della gioia che resterà per sempre. Oggi non vedo lo stesso divertimento. Alcuni giocatori non hanno nemmeno il coraggio di tirare, perché devono seguire il percorso imposto dagli allenatori. Tutto sembra più controllato.
Non sono un super appassionato di basket, ma da giovane ero molto preso dai Chicago Bulls. Avevano qualcosa di magico. Poi è arrivato Dennis Rodman: una persona completamente unica. Faceva il suo lavoro in campo, poi usciva e andava a fare festa. È diventato cultura, ha superato i confini dello sport. Un’icona pop, ma anche un soggetto artistico. Lo conoscono tutti: i capelli, lo smalto durante le partite. Faceva semplicemente le cose a modo suo. È stato il primo sportivo che abbia mai visto fare davvero quello che voleva fare. Certo, aveva le sue difficoltà, ma lo faceva comunque. Questa cosa mi è rimasta dentro.”


Hai passato quasi 20 anni a lavorare tra graphic design, produzione video, 3D e advertising, spesso in progetti legati allo sport. Se riavvolgiamo tutto: qual è stata la prima immagine o il primo progetto sportivo che ti ha fatto sentire che stavi sviluppando un tuo stile, un tuo linguaggio visivo, nel modo in cui oggi guardi allo sport?
“Credo che tutto sia iniziato intorno al 2007, quando entrai in agenzia per il mio primo lavoro. Avevo circa 22 anni. Lì si faceva moltissimo collage, e il titolare era un illustratore molto bravo. Non illustrava più in prima persona, ma gli piaceva quando noi designer usavamo personaggi nelle campagne. È lì che è davvero iniziata quella cosa del collage e dei character che oggi fa parte del mio lavoro.
Poi è successo qualcosa: abbiamo iniziato a lavorare molto per la televisione e per il gaming. Ho smesso di illustrare. Ho smesso di creare personaggi. Realizzavo film belli, pezzi molto grafici, ancora con il collage, ma erano explainer video, motion pieces… niente con dei personaggi. Ho fatto quello per quasi cinque anni. In quel periodo non ho creato nulla di veramente personale.
A un certo punto ho provato a creare di nuovo qualcosa e mi sono bloccato. Avevo perso il senso della mia identità. Non sapevo più cosa avrei dovuto fare, e mi sentivo fermo. Poi ho seguito un corso — un workshop di uno dei miei designer preferiti, Ariel Costa, un artista brasiliano. È stato uno dei primi a combinare davvero collage, character design e forme speciali in un modo che sembrava nuovo. Ci ha fatto capire una cosa semplice ma potente: non devi fare cose per Instagram, non devi fare cose per gli altri. Devi solo fare quello che piace a te. Così ho iniziato a creare ciò che mi piaceva, e mi sono sentito di nuovo totalmente ispirato. Ancora oggi lavoro così.
Per esempio, ho realizzato un’opera ispirata a David Beckham perché ho riguardato il documentario su di lui. Ho in programma di fare anche Jordan, perché ho visto il suo documentario per la quarta volta. Se creo qualcosa, è perché per me ha un significato. Dietro la scelta di un soggetto c’è sempre una ragione.
Ed è anche qualcosa che cerco di restituire ai giovani designer. Insegno in una scuola, a studenti di 20 anni, e provo a prepararli un po’ alla vita da freelance e al mondo professionale. Cerco di trasmettere gli insegnamenti che ho appreso sulla mia pelle: non create roba per gli altri, non inseguite i trend. Se sul treno avete un pezzo di carta e ci schizzate sopra qualcosa che vi sembra forte — condividetelo. Pubblicate le cose che amate, non quelle che pensate gli altri vogliano.”


Ad Athleta interpretiamo lo sport come cultura, come una porta per parlare di molto più della competizione. Quando progetti un’opera sportiva, che cosa stai cercando di dire su quello sport, su quel giocatore, su quella squadra o su quella maglia? Qual è il significato, per te?
“A volte è curioso vedere come, nel mondo della grafica, molte persone che lavorano nell’arte non siano molto interessate allo sport. Negli ultimi anni la situazione sta migliorando — probabilmente perché più persone seguono lo sport. Ma dieci anni fa, quando lavoravo in un’agenzia dove eravamo una ventina, chiedevo se qualcuno avesse visto la partita in tv e nessuno aveva guardato calcio.
Oggi con sport e arte si può fare tantissimo. Vedo molte cose incredibili su Instagram — lavori davvero belli. Nella maggior parte dei miei pezzi, quello che voglio fare è tenere viva la parte nostalgica della mia vita. È questo il fulcro. Per me questi giocatori sono diventati figure più grandi dello sport che praticavano. Quindi, quando creo qualcosa intorno a loro, non si tratta solo dello sport o del risultato. Si tratta di preservare quella sensazione di mito, quell’emozione della mia infanzia, e tradurla in un linguaggio visivo contemporaneo.”
Hai iniziato a lavorare direttamente con club calcistici, organizzazioni sportive e brand. Come affronti visivamente questo tipo di progetti? Rimani completamente fedele alla tua filosofia oppure ti adatti a ogni contesto?
“Ho lavorato per SLS — Street League Skateboarding. In pratica sono venuti da me e mi hanno detto: ‘Ci piace il tuo lavoro. Abbiamo 11 skater e vorremo che tu faccia i tuoi lavori per noi.’ Per qualsiasi designer o artista, questo è l’ideale. Ci sono altri progetti sportivi in arrivo, e spero solo di poter continuare a fare ciò che mi piace liberamente.
Mi piace anche quando un cliente chiede dettagli specifici, soprattutto se si tratta di uno sport che conosco meno bene. È bello ricevere quelle piccole sfumature. Per esempio, quando ho realizzato il pezzo su Rodman, tiene la palla nel modo in cui la teneva davvero — saltava e la stringeva al petto. Se non hai mai visto giocare Rodman e dai quel brief a un designer, magari non lo disegnerà così. Questi dettagli contano. Se si tratta di calcio, di solito conosco già i club e i giocatori. Se è un altro sport, faccio ricerca. Ma è ancora meglio quando puoi collaborare e loro ti danno quei dettagli — è lì che il lavoro diventa speciale.
A volte, nel mio lavoro, inserisco deliberatamente dettagli ‘sbagliati’ perché mi piace come funzionano visivamente. Magari metto due piedi sinistri. La gente lo noterà nei commenti, ma se visivamente non mi disturba, lo lascio. Mi piace quando in un’immagine c’è qualcosa che non torna. Crea tensione. Vedo passare moltissime immagini di altri designer. Se qualcosa mi piace, mi piace. Ma non sono ossessionato dall’idea di sezionare tutto o confrontarmi con gli altri. Mi piace semplicemente vedere un buon lavoro, allo stesso modo in cui mi piace guardare una bella partita.”


Guardando il tuo lavoro, si vede questo mix di media — collage, illustrazione, elementi 3D. Quando inizi un nuovo progetto, cosa arriva per primo di solito? Come si sviluppa davvero il tuo processo creativo?
“La prima cosa che faccio è molto semplice: vado su YouTube e cerco ispirazione. Può essere un personaggio di un film, un personaggio sportivo — comincio ad assorbire. Voglio raccogliere informazioni prima di iniziare, soprattutto su dettagli come le divise e gli outfit. Se sto disegnando Zidane mentre colpisce di testa nel 2006, deve avere la maglia giusta. Poi controllo quali scarpe Predator indossava. Una volta raccolte tutte queste informazioni, parto con uno schizzo fatto col mouse. Non so perché, ma è la mia filosofia. Se uso la carta, inizio davvero a disegnare, e non è quello che voglio in quella fase. Voglio solo forme grezze, uno sketch sciolto, non un disegno finito.
Dopo comincio a creare le texture, e poi metto tutto insieme. È davvero come costruire un puzzle. Ultimamente ho iniziato a usare anche l’AI per generare certi dettagli, soprattutto perché bisogna stare molto attenti alle fotografie che si usano. L’AI mi aiuta a creare texture specifiche o elementi di cui ho bisogno senza dover comprare immagini stock per ogni minima cosa.”
L’AI e gli strumenti generativi sono oggi un tema centrale nel design. Da persona che lavora in questo settore da oltre 20 anni, come vedi questi nuovi strumenti?
“Dipende molto dal tuo stile. Il mio stile, in realtà, è piuttosto difficile da gestire per l’AI, a causa delle proporzioni. Io gioco con forme molto geometriche e anatomie strane, e l’AI fa fatica con questo. Ho visto altri designer vivere questa cosa con difficoltà perché, per alcuni, è più facile essere copiati dall’AI. Da questo punto di vista, la odio davvero — può diventare una minaccia. Ma per me, personalmente, è anche qualcosa di gioioso, perché ora posso generare texture e descrivere esattamente come le voglio.
Se mi serve un paio di pantaloni con fantasia militare, non devo più spendere 50 euro per una foto. Posso generare da solo qualcosa che si incastri nel pezzo. Penso che l’AI sia interessante come strumento, ma non mi piace affatto quando diventa il prodotto finale. Insegno AI anche ai miei studenti, e lascio che la usino. Se stasera torni a casa, ti siedi a tavola con il telefono, lo passi a tua madre o a tuo padre e chiedi: ‘Puoi generare un’immagine fighissima di una rana che fa questo e quest’altro?’ — possono farlo. Con l’AI chiunque può essere un ‘artista’. Quindi devi trovare il tuo modo di usarla, di abbracciarla senza perdere te stesso.
Una cosa che oggi è davvero importante, più che mai, è creare un proprio stile — qualcosa di riconoscibile, una firma tua. Quella “firma” visiva, quel segno personale, è ciò che ti separerà da tutto quello che una macchina può creare.”


Quando progetti qualcosa sapendo che vivrà dentro uno scroll infinito di contenuti su Instagram, come cerchi di elevare quel lavoro con il tuo stile e allo stesso tempo catturare l’attenzione?
“Io faccio semplicemente quello che voglio. All’inizio ero su Instagram e certo, facevo cose perché le persone le vedessero, ma soprattutto le facevo per me. Il mio Instagram è sempre stato il mio playground. Ora ricevo lavori per creare personaggi che assomigliano a quelli che si vedono sul mio Instagram, ma prima si trattava semplicemente di fare cose che mi divertivano.
Tutti i personaggi che sto creando adesso sono in realtà studi per la pittura. Il piano è iniziare a dipingerli — spero da quest’anno in poi. È una cosa che voglio davvero fare: portarli fuori dallo schermo e metterli su muri e tele. In un mondo visivamente affollato, credo che per l’arte e per gli artisti sia importante creare qualcosa di reale — qualcosa che diventi un’opera nello spazio fisico, che abbia la possibilità di durare più a lungo di un post. Qualcosa di tangibile.”
Ci sono progetti personali legati allo sport che non hai ancora avuto la possibilità di realizzare, ma su cui stai lavorando?
“C’è un progetto profondamente significativo che sto portando avanti. Un mio vecchio amico, Dennis — professore di infermieristica in terapia intensiva — stava andando in bici quando ha avuto un incidente devastante. È caduto violentemente, riportando fratture multiple e un grave trauma cranico con emorragia cerebrale. Ha subito diversi interventi chirurgici, ed è sopravvissuto. Il suo neurochirurgo gli ha detto in modo molto diretto che senza il casco — oggi distrutto — non sarebbe qui.
Dennis era un mountain biker e ciclista instancabile. Oggi usa la sua esperienza per collaborare con la Hersenletselliga (Brain Injury League), un’organizzazione belga che sostiene e porta attenzione ai pazienti che vivono con lesioni cerebrali. Il 22 aprile organizzeranno nelle Fiandre la terza ‘Giornata del Casco da Bicicletta’. Il tema è l’utilità del casco — perché, onestamente, indossarlo dovrebbe essere la cosa più ovvia del mondo. L’obiettivo è riportare il messaggio al centro dell’attenzione e ricordare alle persone, soprattutto a genitori e bambini, quanto quella protezione sia vitale. Spesso ci si dimentica quanto possa essere cruciale.
Per sostenerli, sto creando la campagna ‘Helm Heroes’: una serie di cinque o sei poster con leggende belghe del ciclismo come Eddy Merckx e altre icone. Come nazione, abbiamo il ciclismo nel DNA, quindi usare questi eroi per veicolare il messaggio sembra la cosa più giusta. A fine maggio ci sarà un’asta — tramite hersenletselliga.be — in cui le persone potranno fare offerte per acquistare queste stampe, e l’intero ricavato andrà direttamente all’organizzazione. È questo il bellissimo potere dell’arte: può curare, può sensibilizzare e può davvero restituire qualcosa.”











