Ride4Good, il ciclismo è prezioso per tutti
Domenica 9 giugno Milano pedalerà per il reparto di Oncologia Pediatrica dell'Istituto Nazionale dei Tumori
L’Impresa Ride4Good è un evento ciclistico di beneficenza, organizzato dall’ASD L’Impresa, con il supporto della Federazione Ciclistica Italiana e il patrocinio del Comune di Milano. L’edizione 2024 si svolgerà a Milano, domenica 9 giugno 2024, con partenza e arrivo presso lo Spazio Alda Merini, in via Magolfa 30.
L’Impresa Ride4Good è una manifestazione non competitiva, senza classifiche né premi, volta a raccogliere fondi per il progetto "Sport in Ospedale" della Fondazione Bianca Garavaglia ETS, a favore del reparto di Oncologia Pediatrica dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Più ciclisti parteciperanno alla manifestazione, maggiore sarà il contributo che verrà donato. Per maggiori informazioni e per iscrivervi a questo virtuoso evento, visitate il sito https://it.impresa.cc/products/impresa-ride4good-2024.


Niki Terpstra, il ciclismo nel sangue
Briko ci ha permesso di ascoltare e comprendere le prospettive di una leggenda del ciclismo moderno
Quante emozioni può regalare ancora il ciclismo dopo aver vinto una Parigi-Roubaix e un Giro delle Fiandre? Alcuni risponderebbero nessuna. Altri, come Niki Terpstra, risponderebbero infinite. Grazie a Briko, abbiamo avuto la possibilità d’incontrare un’autentica leggenda delle due ruote che, dopo aver composto ritmate sinfonie nelle più celebri competizioni del globo, ha deciso di entrare in una nuova fase del proprio rapporto con il ciclismo.
È la fase della maturità. Del ciclismo che diminuisce l’abitudine alla performance estrema, avvicinandosi maggiormente all’esplorazione interiore ed esteriore. È il tempo del gravel e delle Granfondo, come la Granfondo Briko Torino, dove abbiamo visto Terpstra coprire l’intera, evocativa distanza tra il Motovelodromo e Superga. È, soprattutto, il momento della condivisione, attraverso le proprie gambe e la propria voce, come dimostra la conduzione del podcast ‘Speed on Wheels’.





Perché il ciclismo, spiega il nativo di Beverwijk, è stata una vocazione. E tale continua ad essere.
“Sono nato e cresciuto nella regione settentrionale dell’Olanda. Ho giocato per qualche tempo a calcio, ma non era la mia strada... Poi, a 8 anni, ho iniziato a pedalare. Poco dopo ho compreso quanto mi piacesse andare forte in bici e ho iniziato a seguire i primi eventi ciclistici in TV. Nella mia famiglia non c’era tradizione, e sono rimasti tutti sorpresi quando ho palesato la volontà d’iscrivermi ad un club. Ricordo ancora che, subito dopo l’iscrizione, mi è stata consegnata una piccola bici da corsa... Da quel momento in poi ho amato il ciclismo”






Gli occhi di Terpstra vibrano ripercorrendo i suoi primi step nell’universo ciclistico, denotando un amore che nel tempo ha cambiato modi e forme, ma che mai, realmente, ha rischiato di sopirsi. Nemmeno davanti a lauti contratti e enormi palcoscenici. Nemmeno davanti alla pressione.
“All’inizio la bici era un hobby, e mi permetteva di stare con i miei amici. A scuola pensavo solo alla campanella di fine lezioni e alla possibilità di montare in sella... La sensazione di volare grazie alle mie gambe era e continua ad essere qualcosa di fantastico. Con il tempo il ciclismo è diventato una professione e il focus si è decisamente spostato sulla performance. Ora, dopo aver finito la mia carriera su strada e aver iniziato una nuova fase a prevalenza gravel, sto cercando il giusto mix tra competitività e gioia. Per certi versi mi sembra di essere tornato alla mia infanzia, quando giro in van con i miei amici e prepariamo insieme le bici mi sento di nuovo un bambino”





4 ori Mondiali cronosquadra su strada, 3 titoli Nazionali su strada, 1 E3 Harelbeke e 1 Eneco Tour, oltre alle già citate Parigi-Roubaix e Fiandre. Terpstra ammette di aver sognato di arricchire il proprio palmares con questi successi mitici, ma riviverli oggi, dopo averli realmente conquistati, e all’alba del secondo capitolo della sua vita ciclistica, permette di comprendere ancora più a fondo il segno che hanno lasciato sulla sua anima.
“Durante i primi passi da pro, per me era già un orgoglio far parte del peloton in queste gare leggendarie. La Parigi-Roubaix e il Giro delle Fiandre, in particolare, sono sempre state le mie competizioni preferite. Vincerle è stato incredibile, quando ci ripenso sento ancora riverberare l’orgoglio dentro di me... Ovviamente ricordo ogni singolo chilometro di quelle gare, così come la preparazione che le ha precedute e l’esplosione di emozioni sui rispettivi traguardi finali. Il mio segreto, o meglio, il mio dettaglio per vincere è sempre stato quello di costruirmi mentalmente una serie di obiettivi e giungere a fine gara con la possibilità di spingere oltre i miei limiti... In carriera, quest’attitudine mi ha permesso di vincere alcune gare veramente speciali”



Gli ‘habit’ da professionista faticano a cambiare, ammette Terpstra, ma ciò che è cambiato negli ultimi tempi è, a suo stesso dire, il rapporto con i panorami umani e sociali che popolano ogni gara. Ciò che prima, difatti, era scandito da secondi e frequenze, oggi è invece più segnato dalla curiosità culturale e dal desiderio di conoscenza.
“Da pro ho viaggiato in moltissimi luoghi, ma raramente mi è capitato di scoprirli. Tutto si riduceva ai bus, agli hotel, allo spostamento da un punto A ad un punto B... Ero concentrato unicamente sulla gara. Dopo aver concluso la carriera, ho iniziato invece a gustarmi ogni posto in cui mi conduce il ciclismo. Ora, per esempio, sono in Piemonte per la Granfondo Briko Torino, e in questi giorni sto ammirando l’architettura locale, così come il suo connubio di storie e culture, che tocca anche l’immaginario sportivo... Penso per esempio al Grande Torino e a Superga, la collina dove si schiantò l’aereo di quella mitica squadra calcistica. Anche solo pedalando in quel luogo si può comprendere il rispetto nutrito dagli italiani per gli sportivi del passato. Un evento come la Granfondo mi consente anche di entrare in contatto con gli ascoltatori del mio podcast, ‘Speed on Wheels’. Una grossa fetta del mio audience partecipa a queste manifestazioni che ritengo essenziali, perché permettono a tutti gli entusiasti di pedalare al fianco di grandi corridori. Ecco, penso che tutti i partecipanti alle Granfondo, compresi i professionisti, siano uniti dalla stessa passione. È bello vedere, comprendere e parlare con questa vasta community”



La comunicazione, su strada o dietro un microfono, pare il futuro di Terpstra. Uno sportivo per vocazione, come si definisce, citando un claim Briko che gli pare cucito su misura. È la vision di un ciclista che ha scritto pagine fondamentali della propria disciplina e che, oggi, sta entrando consapevolmente in una nuova dimensione: quella della trasmissione consapevole.
“Ogni giorno mi sveglio e voglio fare sport. Ecco perché sono uno sportivo per vocazione. Lo sport e il ciclismo sono nel mio sangue. Mi fa piacere parlarne attraverso Briko, perché ho un rapporto di lunga data con questo brand. A 9 anni ricordo che i miei eroi erano campioni come Mario Cipollini, o come l’intero team Mapei, e tutti indossavano occhiali Briko. I miei zii mi promisero di regalarmi un occhiale Briko nel caso in cui avessi vinto una gara regionale, e così avvenne... Ero felicissimo. Questo aneddoto mi è tornato in mente di recente, poco dopo aver intrapreso il mio percorso gravel. Ho visto che Briko stava presentando l’iconico modello ‘Detector’ e, così, siamo entrati in contatto per sviluppare una partnership. In generale, nel prossimo futuro voglio concentrami su una serie di eventi gravel tra l’Europa e gli USA, compreso il Mondiale che si terrà in Belgio. Nel lungo termine, invece, non so esattamente cosa mi aspetti... Ma, di certo, avrà a che fare con il ciclismo”




Briko Ride Club, pedalando tra le bellezze del Piemonte
Community e ciclismo, il primo capitolo del nostro viaggio con il Briko Ride Club
Nel cuore della terra piemontese, dove i dolci pendii si abbracciano con le vigne, e le risaie si estendono come tappeti verdi, è iniziata un'esperienza che va al di là del semplice ciclismo. Un percorso di amicizia, avventura e passione: Il Briko Ride Club.





Dieci anime affini, uomini e donne uniti dalla stessa fiamma per il ciclismo, guidati dalla sapienza e dall'entusiasmo di coach Gabriele Mazzetta, che questa estate, grazie a Briko, si lanceranno in un viaggio senza tempo, da Torino fino alle rinomate vigne delle Langhe e del Monferrato, equipaggiati con il meglio dell'attrezzatura tecnica Briko, per abbracciare ogni chilometro.
La loro prima avventura, avvenuta il 26 maggio, è stata caratterizzata da un percorso attraverso le colline del Monferrato, un'immersione in paesaggi che toccano l'anima.
Dalla suggestiva Ex Centrale Nucleare di Trino, hanno preso il via settanta chilometri di pura meraviglia, dove il tempo sembrava sospeso tra le vigne di Barbera e Malvasia e l'antica bellezza di pittoreschi casali. Il gruppo, guidato dal sole, ha assaporato l'essenza di queste terre.
Non è stata una gara per la gloria. È stata un'ode al ciclismo, un'esperienza condivisa di risate, battute e incoraggiamento reciproco, dove ogni pedalata è stata un tributo all'amicizia e alla passione che lega questi dieci ciclisti.











Abbiamo avuto il privilegio di immergerci nelle loro emozioni, catturando l'essenza di questa giornata attraverso un suggestivo report fotografico. E questo è solo l'inizio. Seguiranno altri racconti, tappe ed emozioni.
Mentre ci prepariamo al prossimo capitolo, che partendo da Torino assisterà alla conclusione della terza tappa del Tour de France 2024, riconosciamo che il Briko Ride Club è molto più di un semplice gruppo di ciclisti. È una famiglia unita dalla passione per la bicicletta e dalla voglia di esplorare sconosciuti sentieri, perché nella convivialità ciclistica c'è una bellezza che va al di là delle parole: la bellezza che il Briko Ride Club può offrire.








KAPPA AND THE USA JOB
Grazie ad un tovagliolo da un milione di dollari, Kappa riuscì a vestire la generazione dorata dell’atletica americana, e a cambiare per sempre la tecnologia sportiva
Alcuni possono essere accusati di eccesso di nostalgia. Altri di volontaria autoreferenzialità anagrafica. È innegabile, però, che chi associa gli anni ’80 ad un decennio d’ineguagliabile estetica sportiva, lo faccia a ragion veduta. In un vortice magico di colori accesi e innovazioni tecniche, Kappa ha giocato ben più di un ruolo da comprimario, riuscendo in un’impresa che, a posteriori, assume i connotati dell’impossibile.
Lo comprendiamo nel terzo ed ultimo focus dedicato al caleidoscopico archivio della BasicGallery, dove iconiche maglie da calcio e preziosi reperti storici del Maglificio Calzificio Torinese, matrice italiana del brand degli Omini, lasciano spazio a un’ipnotica galleria ispirata dal tartan e dal suo rapporto con la 222BANDA.

IL FAZZOLETTO DA UN MILIONE DI DOLLARI
È il 1981, e i Jesus Jeans, una delle tante invenzioni all’incrocio tra lifestyle e marketing del binomio Maurizio Vitale-Marco Boglione, sbarcano sul suolo americano. Gli irriverenti poster commerciali scattati da Oliviero Toscani e i provocatori claim ideati da Emanuele Pirella, in alcuni casi addirittura oggetto di scandalo, non bastano a posizionare il marchio nel nuovo, magmatico mercato d’oltreoceano.
I Jesus, che all’inizio del decennio erano addirittura arrivati in Russia, colmando il vuoto lasciato da Levi’s per ovvie ragioni politiche (basti ricordare, a questo riguardo, il boicottaggio statunitense alle Olimpiadi di Mosca ’80), si legano alla Nazionale Track&Field USA. Poi, come in tante storie Kappa, la realtà si confonde con la favola. Vitale sta pasteggiando con Ollan Cassell, presidente e vertice assoluto dell’atletica US. Gli porge un tovagliolo in cui è scritta la cifra di 1 milione di dollari, somma messa sul piatto da Kappa per sponsorizzare l’abbigliamento tecnico di una generazione dorata senza precedenti. Cassell firma e stringe la mano di Vitale.
Come già fatto una manciata d’anni prima con Boniperti e la Juventus, Kappa lega ufficialmente la propria identità ad un cosmo impressionante di atleti, nella quasi totalità dei casi destinati alla leggenda.






LOS ANGELES ’84, IL DOTTOR KUZNETZ E LO SPAZIO SUL TARTAN
Los Angeles 1984 non fu una semplice edizione olimpica, fu un musical hollywoodiano. E sul brillante palco del Memorial Coliseum, Kappa funse tanto da perfetto costumista, quanto da paradigma di progresso. Perché l’onnipotenza statunitense, evidenziata da 83 ori, fu senza dubbio facilitata dal boicottaggio dell’Unione Sovietica e dei Paesi del Patto di Varsavia, ma i supereroi USA furono allo stesso tempo trasportati in una nuova dimensione della performance dagli Omini e dal loro inatteso rapporto con lo scienziato NASA Lawrence Kuznetz.
Dall’Apollo 11 ai 100 metri. Kuznetz trae ispirazione dalle tute spaziali per progettare divise che, ancora oggi, vengono ricordate sia per la qualità estetica, che per la pioneristica funzionalità. La visionaria mente NASA sceglie il colore argento, ideale per riflettere la luce e regolare la temperatura degli atleti, evitando picchi di calore. Allo stesso tempo, applica le conoscenze di bioingegneria nella sovrapposizione di tre strati di tessuto: il primo, permeabile, è in fibra sintetica, il secondo, idrofilo, assorbe il sudore, il terzo, riflettente, disperde il calore solare e ne evita l’accumulo nei corpi degli atleti.
L’esito di questa, almeno per il tempo, improbabile commistione tra scienza aerospaziale e immaginario sportivo può essere facilmente riassunto nei risultati di giganti come il ‘Figlio del Vento’, Carl Lewis, in grado di eguagliare il mito Jesse Owens e di vincere 100, 200 metri, salto in lungo e 4x100, e Edwin Moses, l’artista dei 13 passi, nonché il più grande ostacolista della storia, che a LA vince il secondo oro olimpico. Sul versante femminile, invece, Valerie Briso-Hooks firma la doppietta sui 200 e 400 metri, aggiungendo al palmares la 4x400. È un trionfo a stelle e strisce. È un trionfo Kappa.






DA LA A SEOUL ‘88, MITI E LEGGENDE DELLA 222BANDA
Se a Los Angeles le pittoresche unghie di Florence Griffith-Joyner si erano fermate al secondo gradino del podio dei 200 metri, quattro anni più tardi, nelle Olimpiadi sudcoreane di Seul, trovano invece l’estasi. Flo-Jo non si limita ad essere la donna più veloce del mondo, egemonizzando 100, 4x100 e 200 metri, dove fissa il record mondiale sui 21”34, ma nelle corsie del Seul Olympic Stadium sparge il verbo dell’eclettismo estetico.
La sua divisa da gara con cappuccio, griffata Kappa, entra nelle mente di milioni di telespettatori, proseguendo un filone creativo che vede, ancora oggi, la velocista americana come una delle più celebri sperimentatrici fashion nel panorama sportivo. La 222BANDA, questa volta applicata sui fianchi di kit a prevalenza cromatica rossa, seppure difficile da identificare davanti allo schermo, dipinge la colossale sfida tra USA, Germania dell’Est e Unione Sovietica. L’atletica statunitense conquista 94 medaglie complessive (36 ori), ma fatica, e non poco, nel vortice di una simbolica Guerra Fredda sportiva, che vede prevalere sovietici e tedeschi nel medagliere finale.
La resistenza di Flo-Jo viene ancora una volta assecondata dalla magnetica meraviglia di Carl Lewis, che prima vince il salto in lungo e poi, dopo il caso-doping Ben Johnson, viene omaggiato anche dell’oro sui 100 metri. Solo il connazionale Joe DeLoach impedisce all’atleta perfetto di siglare un triplete comprensivo dei 200 metri. Tra le nuvole di Seul, Lewis viene seguito dalla saltatrice in lungo Jackie Joyner-Kersee, che permette agli gli Omini di volare per 7.40 metri, segnando un nuovo record olimpico.




DAI CINQUE CERCHI AL FASHION CONTEMPORANEO
Seul ’88 è, però, tutt’altro che una festa per Kappa, costretta a piangere la prematura morte del suo spirito guida Maurizio Vitale (deceduto appena un anno prima) e un futuro che, prima del grande ritorno di Marco Boglione nel 1994, si sta palesando come tutt’altro che roseo. Il connubio tra la 222BANDA e il Team Track&Field US, però, non risente del successivo periodo di crisi e di ricostruzione del brand-perno di BasicNet.
Le immagini di Lewis, Moses, Flo-Jo e colleghi restano, difatti, indelebili nel catalogo della pop culture 80s e permettono a Kappa di mantenere un’allure intoccabile fino ai tempi contemporanei, quando l’alta moda, mai come prima ispirata dall’elemento sportivo, decide di omaggiare quella doppia spedizione olimpica e qui kit intramontabili.
Potremmo menzionare la 222BANDA utilizzata da Marcelo Burlon o Danilo Paura all’interno di collezioni in cui gli echi di LA e Seul risultano evidenti, ma preferiamo dedicare un ultimo spazio alla sinergia con il fotografo e designer Gosha Rubchinskiy, con cui Kappa ha sviluppato, nel 2017, un progetto di cobranding chiaramente connesso alla sinergia Kappa-atletica USA.
Alcuni dei capi ideati dal nativo di Mosca sono vere e proprie riproposizioni dei kit US in salsa russa. Una strana commistione di storie, colori e idiomi che, in fondo, conferma e concretizza il sillogismo trasmesso dall’evocativo archivio della BasicGallery. Lo sport è universale. Lo sport è Kappa. Kappa è universale.




Calma e Forza: lo Stile Calcistico di Malick Thiaw
Il giovane difensore della nazionale tedesca e dell'AC Milan, membro del team atleti Under Armour, ha condiviso con noi il profondo legame tra il calcio e la sua famiglia, i due pilastri fondamentali della sua vita
Malick Thiaw è nato in Germania, nella vivace città di Düsseldorf, ma il suo cuore abbraccia due terre distanti, quelle dei suoi genitori, che gli hanno tramandato l'amore per il gioco fin dall'infanzia. Sua madre, proveniente dalle fredde terre della Finlandia, e suo padre, portiere che ha difeso i colori del Senegal, hanno plasmato il suo destino sin dai suoi primi passi. Fin da piccolo, il suo talento ha illuminato i campi verdi del Fortuna Düsseldorf, del Bayer Leverkusen, del Borussia Mönchengladbach, per poi finalmente trovare dimora nella squadra giovanile dello Schalke 04 nel 2015, iscrivendo il suo nome nella storia del calcio professionistico con un emozionante debutto in Bundesliga, ad appena 18 anni.
"Crescere in Germania con radici finlandesi e senegalesi mi ha donato un buon mix di entrambe le culture, mi ha regalato il giusto equilibrio tra calma e forza, dentro e fuori dal campo. Nel calcio come nella vita, a volte devi essere molto concentrato e altre volte devi rilassarti e pensare ad altre cose.”



Incontrando Malick nel negozio Under Armour di Piazza Gae Aulenti, a Milano, durante un evento dedicato alla presentazione dell’ultima invenzione Magnetico Elite 3, scarpa prodotta dai Laboratori Under Armour, si può percepire immediatamente l’educazione e la gentilezza di questo 22enne. Nonostante la giovane età, Thiaw dimostra la serenità e la forza d'animo di un uomo maturo, ispirato dal percorso leggendario di Paolo Maldini. E, proprio con grazia maldiniana, Thiaw ci ha raccontato del suo percorso di crescita personale da quando ha varcato i confini di Milano.
"A volte mi manca la Germania, ma mi trovo molto bene a Milano. Posso già chiamarla la mia seconda casa. Le persone sono amichevoli, il cibo è ottimo, il clima è mite. Anche la mia famiglia la pensa allo stesso modo, ed è fondamentale per me. Uscire insieme con mio figlio e mia moglie, fare una passeggiata in Duomo... A Milano nel mio tempo libero posso fare tutto con loro, ecco perché la amo, sono un uomo di famiglia.”



E’ stato un anno difficile per Malick, segnato da sfide fisiche che hanno testato la sua determinazione. Tuttavia, parlando della sua stagione, dei suoi obiettivi e dei suoi sogni, il giovane difensore conferma quella forza interiore e quella solidità che parrebbero derivare dalle sue radici cosmopolite.
"È stata comunque una stagione importante, soprattutto dal punto di vista mentale, un periodo di apprendimento prezioso per crescere e imparare dai momenti negativi. L'importante è reagire, rialzarsi. Solo sul campo si può diventare un calciatore migliore.”

“I miei sogni a livello sportivo sono vincere la Champions League e partecipare al Campionato Europeo in Germania, quest'estate. Nella vita, continuare a crescere, essere una buona persona e fare tutto in funzione della mia famiglia.”
Malick Thiaw incarna non solo gli ideali necessari per un difensore del presente e del futuro, ma anche quelli di un uomo già evoluto, e destinato ad evolversi ulteriormente. Attraverso la calma e la forza.

“FAST & LUXURIOUS”
Dalla passerella alla pista, tra il rombo dei motori e il flash delle telecamere, passione e stile si intrecciano in un abbraccio appassionato. Il battito del cuore della moda si sincronizza con il polso del motorsport, raggiungendo il suo culmine in questo momento esaltante.
L'unione tra Moda e Formula 1 accende un amore infuocato, spingendoci avanti con un impeto inarrestabile. Come una gara avvincente, ogni collaborazione tra moda e Formula 1 è un Victory Lap, che celebra la fusione tra eleganza e velocità. Dal mitico Gran Premio di Monte Carlo alle strade glamour adornate da celebrità, queste collaborazioni superano i confini, catturando i cuori degli appassionati di tutto il mondo. Con l'avvicinarsi della tappa del circuito nel principato, riviviamo la storia di questo legame simbiotico tra l'alta velocità e l'alta moda.

LA MODA CHE INFLUENZA LE CASE AUTOMOBILISTICHE: LA PRIMA COLLABORAZIONE
La Formula 1 non è mai stata soltanto una questione di corse. Sin dalla sua nascita, la storia di questo sport è stata intrecciata con il mondo della moda, creando un'armonia senza tempo tra le piste e le passerelle.

Negli accattivanti anni '60, la Formula 1 si trasformò in un fenomeno globale, e le case automobilistiche dovevano non solo affascinare gli appassionati in pista, ma anche incantare con un'aura di lusso all'altezza del loro crescente prestigio. Tuttavia, è stato solo dopo quasi due decenni che i grandi nomi della moda decisero di unirsi al mondo delle corse. Tra i pionieri di questa incantevole unione c'era Benetton, che negli anni '80 si immerse nell'universo della Formula 1 sponsorizzando le squadre Tyrell e Toleman. L'euforia delle vittorie in pista presto si diffuse tra gli appassionati di moda quando il marchio italiano decise di creare collezioni ispirate alle squadre di Formula 1: giacche e accessori che ancora oggi incantano i cuori dei collezionisti, portando con sé un valore immenso e romantico. Con una coraggiosa scommessa sul giovane Michael Schumacher e una serie di trionfi in pista, Benetton incise il suo nome negli annali della storia della Formula 1, gettando le basi per le innumerevoli partnership che sarebbero sbocciate negli anni a venire.



IL MONDO DELLE AUTO CHE INFLUENZA L’INDUSTRIA DELLA MODA
Dalle iniziative pionieristiche di Benetton alla linea di alta moda creata da Ferrari nel 2021, dall'incarico di A$AP Rocky come direttore creativo per Puma x F1 agli sforzi collaborativi di Balenciaga e Alpinestars, passando dalle sponsorizzazioni alle collaborazioni, la fusione tra Moda e Formula 1 è sempre risultata simbiotica, con ciascuna entità che plasmava il paesaggio estetico dell'altra.


Se tradizionalmente è stata la moda a esercitare la sua influenza sulla Formula 1, negli ultimi tempi il mondo dei motori ha indubbiamente preso il sopravvento sulla moda. Giacche di pelle adornate di toppe e impreziosite da loghi ispirati alle auto, colori vibranti e ensemble coordinati radicati nell'heritage delle corse hanno sempre più ispirato le ultime collezioni di numerosi marchi di alta moda. I primi sussurri dell'estetica della F1 nel mondo Fashion sono emersi con la collezione Primavera Estate 2016 di Jeremy Scott per Moschino, seguita dall'intera collezione Primavera Estate 2018 di Tommy Hilfiger, che è stata meticolosamente creata attorno al tema del motorsport.
Ultimamente, persino i marchi di abbigliamento streetwear stanno compiendo passi significativi: Palm Angels, Palace e Rhude si sono avventurati nel mondo della Formula 1, cercando di iniettare un vigore giovanile. Il primo ha collaborato con il team di corse Mercedes, svelando una collezione capsule ispirata all'abbigliamento dei meccanici: giacche, pantaloni rinforzati, nonché felpe, magliette e accessori. Nel frattempo, Rhude, in collaborazione con McLaren, ha tratto ispirazione diretta dalle scelte sartoriali dei piloti, creando giacche di pelle adornate da stampe audaci, insieme a polo e magliette caratterizzate da grafiche vivaci e dinamiche che richiamano il mondo delle corse.


SOCIAL MEDIA, NETFLIX E L’EVOLUZIONE DEI PILOTI: L’ULTIMA ACCELERATA
Nel regno in continua evoluzione della Formula 1, dove la velocità regna sovrana, gli investimenti di marketing stanno dando ritorni astronomici, elevando lo sport a livelli senza precedenti. Tuttavia, in questo vortice di crescita, emerge una soluzione armoniosa: l'uso sapiente dei social media da parte delle case automobilistiche e il fascino ipnotico della serie Netflix “Drive to Survive” hanno trasformato i piloti in Celebrità, che si esibiscono in eventi modaioli di alto profilo e si assicurano sponsorizzazioni con marchi prestigiosi.

Il ruolo di catalizzatore della serie televisiva, una narrazione avvincente che si addentra nell'intimo dei paddock più esclusivi del mondo, è stato a dir poco determinante. Sulla scia di questa serie, è sbocciata una nuova fascinazione per le star delle corse contemporanee, che ha acceso i riflettori su figure come Lando Norris, Daniel Ricciardo, George Russell e il venerabile Sir Lewis Hamilton. Mentre la popolarità dei piloti di F1 sale alle stelle, la convergenza tra moda ed eleganza in pista si trasforma in una sinfonia abbagliante, con l'estetica da corsa che regna sovrana in ogni aspetto, dalle eleganti giacche da moto agli chic biker shorts.

IL GRAN PREMIO DI MONACO: IL MEGLIO DEI DUE MONDI
Negli annali della storia degli sport automobilistici, nel 1929 si è verificato un’evento sismico: la nascita del primo Circuito di Monaco. Quasi un secolo dopo, il Gran Premio di Monaco non è solo il fiore all'occhiello del calendario di Formula 1, ma anche un vero e proprio palcoscenico in cui le celebrità possono svelare il loro stile e il loro fascino. In mezzo a un mare di yacht sfarzosi e di miliardari al riparo, impreziosito da sponsor illustri come Rolex, Moët & Chandon e Louis Vuitton, si svolge una gara di proporzioni faraoniche: uno spettacolo in cui ognuno dei 19 tornanti racchiude l'essenza dello “Sport Prestige”, una gara che ha forgiato l'immaginario collettivo con il suo splendore agonistico.

Il piccolo principato adagiato lungo le rive baciate dal sole della Costa Azzurra invita tutti a guardare ed essere guardati, esortando a vestirsi di tutto punto lungo le strade acciottolate di Monte Carlo, il gioiello della Riviera francese. Il fine settimana del Gran Premio di Monaco rappresenta un momento emblematico, in cui la storia si intreccia con le meraviglie dell'ingegno stilistico. Dalle raffinate polo in maglia, ai pantaloni di lino e gli eleganti mocassini indossati da Charles Leclerc alle tonalità audaci, gli ensemble stravaganti e l'opulenta gamma di gioielli che adornano gli outfit di Sir Lewis Hamilton, il Gran Premio di Monte Carlo emerge come l'evento apicale in cui l’incontro tra moda e automobilismo raggiunge la sua apoteosi.


Celebrità, miliardari, attori e i più famosi piloti di Formula Uno si riuniranno in questo prestigioso evento, portando ciascuno la propria personale espressione sartoriale nei consacrati paddock. Mentre cresce l'attesa per il Gran Premio di quest'anno, restiamo con il fiato sospeso di fronte agli splendidi look che impreziosiranno l'illustre kermesse.

Credits
IMAGO / GEPA pictures / HochZwei/Ronco / Thomas Melzer / Crash Media Group / HJS / Avalon.re / Pond5 Images / PanoramiC /ZUMA Wire
Texts by
Game Changers – Keen
“WE'RE NOT HERE JUST TO MAKE SHOES"
Con questo mantra, Keen Footwear è da sempre una fonte di ispirazione nel guardaroba di ogni famiglia dinamica, un faro per uomini, donne e bambini che amano trascorrere il tempo all'aria aperta
Fondata nel 2003 ad Alameda, in California, da Martin Keen e Rory Fuerst, questa azienda americana di calzature e accessori ha conquistato il cuore degli “Outside People” di tutto il mondo grazie alla sua missione benefica e ai suoi design innovativi. Ma dove è iniziata la sua storia? Keen Footwear ha iniziato con una reinterpretazione del vecchio detto “La necessità è la madre dell'invenzione”.

SANDALI E NAVIGAZIONI: LA STORIA DEI "NEWPORT"
Martin Keen è cresciuto nel sud-ovest dell'Inghilterra, immerso nel mondo delle calzature grazie al lavoro del padre presso il famoso marchio britannico Clarks. Il suo percorso personale lo ha portato dall'Irlanda all'America, dove l'amore per la vela - ereditato dal padre - ha acceso la scintilla che avrebbe dato vita a Keen Footwear. Tra le onde ruggenti dell'oceano, Martin si trovava costantemente di fronte a un dilemma: trovare calzature che fossero pratiche e, soprattutto, proteggessero i piedi dagli impatti. Nasce così l'idea di una scarpa con uno spazio sufficiente in punta, che abbracciasse il piede anziché comprimerlo in modo scomodo. Nel 2003, grazie alla collaborazione con Rory Fuerst, è nato il famoso Newport Sandal, un'innovazione che ha conquistato il settore e si è guadagnata il titolo di “lancio dell'anno” dalla prestigiosa rivista Footwear News.


Da allora, Keen ha abbracciato non solo l'obiettivo di rivoluzionare le calzature, ma anche di creare un impatto positivo in ogni aspetto della sua attività. In breve tempo, l'azienda si è guadagnata una reputazione sostenendo numerose cause benefiche, incarnando appieno la filosofia del marchio di promuovere l'innovazione e creare nuove opportunità.
È così che è nato il “Keen Effect”, un'onda di cambiamento che si propaga in ogni passo che il marchio compie.

COS'È IL KEEN EFFECT?
Il Keen Effect nasce da un'eco di amore per l'umanità e la natura. È un appello alla speranza dal mondo delle calzature. Tutto è cominciato ancora una volta dall'oceano, all'indomani dello tsunami asiatico del 2004, quando Keen ha dimostrato che l'amore può essere espresso attraverso azioni concrete: Il marchio californiano ha dedicato l'intero budget pubblicitario di un milione di dollari per aiutare la popolazione asiatica, un primo gesto che ha dato vita al programma “Keen Effect”. Da allora, insieme a organizzazioni affini come The Conservation Alliance, 1 KG More, Leave No Trace e Big City Mountaineers, Keen danza nell'armonia della carità, offrendo calzature protettive in tutto il mondo a chi ne ha bisogno e conforto alle comunità devastate da disastri naturali, catastrofi e guerre.
Lo conferma Chiara Tassi, responsabile brand management, marketing, comunicazione ed eventi di KEEN in Italia, che abbiamo avuto il piacere di intervistare. Ci ha parlato dell'“Keen Effect” in Europa e di come il marchio abbia iniziato a sostenere le comunità con donazioni consistenti durante la crisi umanitaria in Ucraina nel marzo 2022.


In questa sinfonia di altruismo, Keen si impegna a preservare l'anima della Terra, coinvolgendo la sua comunità nella protezione del nostro amato pianeta: Ogni passo fatto con una scarpa Keen è un passo verso la sostenibilità, una dichiarazione d'amore verso Madre Terra. Attraverso il “Chemical Stewardship Program”, Keen abbraccia l'ecologia, eliminando le tossine più dannose, dando alla natura una boccata d'aria fresca e promuovendo un futuro con vari programmi di riciclo e riutilizzo, come le corde di plastica P.E.T. di Uneek (uno degli ultimi modelli di calzature del marchio), dimostrando che la bellezza può rinascere dalle ceneri del consumismo.
Quest'anno, il sandalo-sneaker Uneek celebra un decennio di innovazione, stile unico e comfort imbattibile con una serie di workshop esclusivi presso i rivenditori ufficiali partner italiani di KEEN Footwear. Il prossimo evento andrà in scena da Urbanstar a Roma il 31 maggio dove, dalle 18:00 alle 21:00, dopo una breve introduzione sul marchio KEEN e sul modello Uneek, i partecipanti potranno personalizzare la propria sneaker open-air scegliendo lacci e accessori, esprimendo tutta la loro creatività.


KEEN IN EUROPA E IN ITALIA
La nostra conversazione con Chiara ci ha dato l'idea di come il Keen Effect sia più di un semplice programma o iniziativa; è il cuore e l'anima del Brand, un richiamo alla sostenibilità, alla responsabilità e all'amore per la Terra. In un mondo affamato di cambiamenti, Keen ci offre una guida per un futuro più luminoso, dove l'eccellenza delle calzature si unisce alla promessa di un pianeta rivitalizzato.
“In pratica siamo stati qui in Europa fin dall'inizio (2003) attraverso un distributore in Germania. Ma abbiamo aperto la nostra sede europea a Rotterdam nel 2008 e ci siamo trasferiti nella sede attuale nel 2019”.
“Cerchiamo di adattare il nostro concetto di Consciously Created a ogni Paese; Keen è nata con questa filosofia e vogliamo rimanere fedeli ai suoi principi. Questo è particolarmente importante ora che abbiamo notato una differenza nel modo in cui questo concetto viene concepito in America, dove la nostra identità è più conosciuta e molto più forte, rispetto all'Europa. Qui questo concetto si è un po' perso, perché il marchio è stato associato più al lifestyle, introducendo prodotti che non sono strettamente outdoor e che si spostano nel mondo della moda. Di conseguenza, questo concetto centrale del marchio è emerso meno, anche perché la sostenibilità non è sempre comunicata appieno nei contesti della moda. Per questo motivo Keen ci ha recentemente tenuto a sottolinearlo e continuerà a promuovere la sua missione anche in Europa”.




In effetti, se guardiamo la mappa delle iniziative di Keen in Europa troviamo un caleidoscopio di azioni tangibili: il rimboschimento della lussureggiante Sierra Lujar a Órgiva, nel sud della Spagna; i canali di Amsterdam, trasformati in un palcoscenico di sensibilizzazione ambientale grazie a un'imbarcazione creata con rifiuti riciclati; la solidarietà verso i rifugiati ucraini, simboleggiata da oltre 150.000 euro di aiuti immediati donati a pochi giorni dall'invasione russa. Ogni gesto di Keen è un frammento di compassione e impegno, un raggio di speranza che attraversa i continenti e unisce le persone.
Che tipo di iniziative sono in cantiere per l'Italia del 2024?
“Proprio perché il Keen Effect si adatta in modo diverso a ogni Paese, un'iniziativa che vorremmo fare in Italia, in collaborazione con i nostri rivenditori e con le organizzazioni no-profit locali, è quella di ripulire le spiagge. L'abbiamo già fatto in altri Paesi; invitiamo i consumatori a partecipare, a trascorrere del tempo insieme e a fare una sorta di giveaway. Penso che lo faremo alla fine dell'estate o all'inizio di ottobre. L'idea è quella di creare connessioni dirette con gli italiani attraverso iniziative reali. È bello pubblicarlo sui social media e comunicarlo dal punto di vista del marketing, ma finché non lo si dimostra concretamente attraverso un coinvolgimento reale, non si capirà mai veramente cos'è Keen”.
In un mondo di greenwashing, dove le promesse dei marchi si rivelano spesso parole vuote, Keen è un faro di autenticità. Ci dimostra che sono le azioni, non le parole, a determinare il nostro futuro. In un mare di eco-marketing, Keen emerge come un'isola di fiducia e di vero impegno.

Di ciclismo e narrazione, la Granfondo Briko Torino
Grazie a Briko abbiamo ritratto le sfumature culturali e sportive della Granfondo Briko Torino
Torino è una città di echi. Echi storici. Echi letterari. Echi sportivi. La Granfondo Briko Torino pare raccoglierli tutti, ed amplificarli attraverso le due ruote. Grazie a Briko abbiamo avuto la possibilità di ritrarre questo evocativo evento ciclistico: un viaggio competitivo ed esperienziale, in grado di mettere in rima l’adrenalina della gara e la bellezza della scoperta. Dal Motovelodromo al Santuario di Superga, 111,64 chilometri che ispirano gambe e occhi, infondendo conoscenza, consapevolezza e rispetto nei riguardi di luoghi che hanno scritto gli annali sportivi di un territorio che mai ha smesso di essere fertile, sotto tutti i punti di vista.







Il ciclismo qui, nella sua forma più pura, omaggia Fausto Coppi e il Grande Torino, trovando nella Granfondo Briko Torino una piattaforma tanto atletica, quanto narrativa, ideale per comunicare l’eterno fascino di uno sport che è sinonimo di cultura. Tutto si connette nella magia delle due ruote, lo insegnava a pochi chilometri di distanza Giuseppe Ticozzelli, calciatore-pioniere del Casale pluriscudettato d’inizio Novecento e, allo stesso tempo, ciclista al Giro d’Italia 1926 (dove creò il mito della Maglia Nera): assunto che, a distanza di un secolo, confermano i partecipanti di questo viaggio domenicale, indossando tutti la speciale maglia Briko che hanno potuto scegliere prima della partenza, dando vita così ad un effetto scenografico memorabile. Tra di loro non troviamo solo amatori delle due ruote, ma anche riconosciuti professionisti del settore e appassionati, così come illustri nomi, di altri universi sportivi.









Al termine della giornata vengono premiati i Re e le Regine delle molteplici categorie della Granfondo Briko Torino: coloro in grado di unire la costanza della pedalata sul lungo tragitto e il ritmo frenetico di una gara finale sul circuito del Motovelodromo. Soprattutto, vengono premiati lo spirito e l’essenza di questa manifestazione, dove la performance fisica altro non è che una parte di un tutto molto più complesso, e profondo, come dimostra la nostra galleria visuale.








New Era, il Basecap è Sport e Cultura
Nati dalla tradizione dello sport americano per eccellenza, i basecap sono oggi un manifesto d’identità e orgoglio universale
Tra sport e moda esiste un legame che va ben oltre il semplice vestire una determinata estetica fuori dal terreno di gioco. Tra moda e sport esiste una connessione con cui, attraverso un codice di stile ereditato dal campo, ognuno di noi è libero di fare propri i valori del gioco. Valori che comunicano appartenenza e lealtà, carattere e personalità, ma anche follia e ossessione. Ed è esattamente quando lo stile diventa portatore d’identità che lo sport supera la moda, scavalca la tendenza, e diventa cultura.

Proprio nella cultura, prima in quella americana e poi in quella globale, New Era ha raggiunto uno status più unico che raro quando si parla di un brand sportivo. Un’incarnazione pura di quel sentimento viscerale di appartenenza che solo lo sport è capace di comunicare, oltre il linguaggio e la classe sociale. Il brand fondato nel 1920 da Ehrhardt Koch è ad oggi, infatti, uno dei pochi che può dire di aver associato il proprio nome non solo a un accessorio, ma anche a un’abitudine nata negli stadi e arrivata nelle strade: quella di mostrare un’origine, un’identità appunto.
Un’identità che per prima è stata esternata nella New York del 1845 dai Knickerbockers, prima vera squadra di baseball al mondo le cui divise abbinavano a un pantalone di lana e a una camicia di flanella bianca un “chip”, il primo esempio noto di basecap; nato non solo per riparare dal sole la vista dei giocatori, ma anche e soprattutto per comunicare la propria appartenenza ad un club. E così al fianco dei Knickerbockers, squadre come i New York Mutuals e i Brooklyn Excelsiors passarono a un berretto di merino sormontato da un motivo a stella realizzato dall'azienda di articoli sportivi di New York Peck & Snyder. Questo berretto presentava le due caratteristiche principali del berretto da baseball moderno: una corona e una visiera.

L’ARRIVO DI NEW ERA E DEL 59FIFTY
Ma fu con l’arrivo di New Era, a cavallo tra il 1920 - anno di fondazione del brand- e il 1960 che l’estetica del basecap trovò la sua consacrazione. Dai primi cappelli realizzati fino al primo accordo con gli allora Cleveland Indians, il marchio della famiglia Koch iniziò una lenta e graduale rivoluzione che raggiunse il suo apice nel 1954 con il lancio del 59Fifty. Un modello rivoluzionario nell’estetica dei cappelli da baseball, che introdusse per la prima volta una struttura rigida nella loro progettazione. Una forma studiata per migliorare la visibilità di chi lo indossava e per mantenere sempre in posizione frontale il logo della squadra ricamato sopra la visiera. Ergonomia ed estetica.

Visto per la prima volta sulle teste dei St. Louis Browns, il 59Fifty conquistò da subito il baseball americano. E con lui New Era. Escluse poche franchigie, quasi tutte le squadre della MLB sposarono presto il design del marchio tutt’ora in capo alla famiglia Koch. Un design che dal 1954 è quasi del tutto rimasto invariato, se non per due dettagli fondamentali: uno di progettazione e uno di apparel. Il primo coincide con l’utilizzo del poliestere in sostituzione alla lana, scelta fatta nel 2007 da New Era e che ha trasformato il 59Fifty in un capo sportivo e da performance a tutti gli effetti. Il secondo, datato 1993, è quello relativo all’introduzione del ricamo del logo ufficiale della MLB sul fianco del basecap, in coincidenza con l’accordo preso dal brand con la lega americana. Accordo a cui avrebbe poi fatto seguito il futuro matrimonio tra New Era e le altre due grandi leghe professionistiche più famose degli States: la NBA e la NFL.

DALL’IMMAGINARIO SPORTIVO ALLE SOTTOCULTURE
Nell’epopea di New Era la dimensione dello sport rappresenta solo l’inizio di un viaggio che, a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo, ha portato il brand originario di Buffalo, N.Y., a conquistare molto più che uno spazio nell’immaginario sportivo. L’estro, la qualità e l’autenticità diventano presto i tratti distintivi di New Era, permettendo al brand di oltrepassare i confini del tifo, fino a raggiungere le strade e i sobborghi americani: gli allora teatri e palcoscenici delle nascenti subculture americane. Furono l’hip hop prima, e la pop culture poi, a portare per primi un nuovo significato ai basecaps e alla dimensione del loro utilizzo fuori dall’immaginario del baseball.


Dagli N.W.A ai Public Enemy, da Fat Joe a Change The Rapper fino all’intero panorama della break dance americana. Il 59Fifty di New Era diventò per rapper, musicisti, artisti e performers di provenienza ed estrazione sociale tanto eterogenea quanto unica, un accessorio fondamentale per dimostrare orgoglio e appartenenza. Alla città, alla scena e alla strada. Tutti elementi il cui valore, non solo estetico, è possibile scorgere nelle fotografie di Jonathan Mannion, uno dei fotografi più importanti nel contesto dell’hip hop. Capace di cogliere come pochi altri l’essenza dell’insieme dei volti e dei simboli della cultura hip hop, il fotografo e regista originario di Cleveland ha immortalato nel corso della sua carriera alcuni tra i momenti più iconici nella memoria collettiva del genere. Dr. Dre, Jay Z, Nas, Kendrick Lamar, Lil Wayne e Kanye West, tutti accomunati dal 59Fifty. un accessorio diventato imprescindibile.

BE LIKE SPIKE E LA CONTEMPORANEITÀ FASHION
Una su tutte fu però la personalità che contribuì più di chiunque altro ad alimentare l’immagine di New Era nella cultura della moda: Spike Lee. Con il regista e con quello che poteremmo definire uno dei primi prototipi di collaborazione nel mondo dello sport, New Era scoprì quasi involontariamente tutta la forza della propria influenza oltre il 59Fifty e i suoi cappelli in generale.
Dalla mente di Spike nacque infatti la richiesta, fatta recapitare direttamente all’allora CEO di New Era Chris Koch, di rivisitare il cappellino degli Yankees in versione rosso scarlatto. Una personalizzazione a cui il brand non seppe dire di no, e che gli aprì le porte del mondo dello streetwear. Da quel momento sono quasi impossibili da contare le collaborazioni che hanno visto protagonista New Era: da Supreme a Tyler The Creator, da Helmut Lang a Takashi Murakami, fino a Fear Of God e Beams.
Un legame, quello con la moda e con la cultura, che ci porta oggi ad associare in modo spontaneo quanto immediato New Era alla figura dei cappelli, sportivi e non, al mondo del baseball come a quello del rap, alla musica come alla moda. Una connessione tra mondi e immaginari all’apparenza così distanti possibile solo grazie alla forza che il 59Fifty e gli altri cappelli New Era hanno con il tempo conquistato. Base dopo base, inning dopo inning, fino alle strade di tutto il mondo.


Voi non sapete chi è Dennis Rodman
Demoni e dolori, lacrime e sensibilità. Il ‘Verme’ del basket non è chi pensate. Non lo è mai stato
È facile cadere nell’ipersemplificazione, nella narrativa facile quando si parla di Dennis Rodman. Il portamento istrionico, il seguito mediatico, la necessità di superare il limite sempre e comunque, spesso forzatamente, artificiosamente
Tutto fumo negli occhi, tutte esche per osservatori del superficiale, dell’inutile. Le verità del ‘Verme’ sono molteplici, ma non sono queste. Sono frasi ed emozioni nascoste, condizionanti, sono demoni eternamente presenti, insicurezze da camuffare agli occhi del mondo.
Voi non sapete chi è Dennis Rodman. Non potete saperlo.

LE ORIGINI DEL VERME
Prima dei rimbalzi coreografici, prima della liaison con Madonna, prima di piercing e nottate estreme. Prima. Prima di tutto questo Dennis Rodman è un ragazzino texano fuori fuoco. Vive in un quartiere popolare di Dallas, in una casa di tirannia rosa, pesantemente condizionato dalle sorelle e dalla madre. Suo padre ha abbandonato la famiglia poco dopo la nascita dell’unico figlio maschio, è finito nelle Filippine a dirigere un bar, a produrre un’altra trentina di figli.
Si veste da donna Dennis, lo fa di fronte allo specchio della propria camera. Lascia fare alle sorelle, permette loro di agghindare il suo corpo gracile, di disegnare le sue labbra carnose con il rossetto. Inizia a vivere e convivere con un’altra versione di sé stesso.
Nelle strade di Dallas non è conosciuto, anzi, lungo i suoi anni adolescenziali risulta essere una sorta di fantasma. Non si piace, non piace. Il giovane Dennis è incastrato in un limbo di disinteresse generale, è un nulla, un essere umano senza direzioni e direttive, abbandonato ai margini di scenari scolastici e sociali.</span
Nello sport non eccelle, al contrario delle sorelle. La sua è una vita di lunghe solitudini e partite a pinball. Proprio questa passione genera il suo soprannome: ‘Worm’, il verme in costante movimento, abbracciato ai due lati del luminoso gioco da bar.


Viene tagliato dalla squadra di football dell’high school, nella squadra di basket non trova spazio: è gracile e fino ai 18 anni supera a malapena il metro e settantacinque. Gozzoviglia a lungo Dennis, disperso tra pensieri di un futuro senza certezze e di un presente anonimo, incolore.
Cerca un sorriso in chi gli sta a fianco, è l’unico obiettivo che s’impone, che insegue quasi disperatamente. Vuole essere accettato, vuole essere amato. Proprio per questo finisce in prigione: una nottata in cella, poco dopo il diploma. Ruba degli orologi da un negozio dell’aeroporto, dove lavora come tuttofare notturno. Viene sorpreso dalle telecamere presenti. Una volta tornato nel suo quartiere regala gli orologi ad amici, o presunti tali. La polizia aeroportuale fa decadere le accuse davanti alle prove della mancata vendita.

UN SENZATETTO AL COLLEGE
In casa la madre non sopporta quel figlio privo d’interessi, privo d’interesse per la vita. Arriva così l’ultimatum, seguito dalla messa alla porta. Rodman inizia a vagabondare, disperso in un universo di assenza d’affetti e di stabilità.
“Dormivo a casa di gente che conoscevo, dormivo nei parchi, dormivo dietro un 24/7. Di giorno camminavo in giro, non sapevo cosa fare”
La natura, misteriosamente, regala quasi 25 centimetri a Rodman tra i 18 e i 20 anni. Il ‘Verme’ ricomincia a giocare basket, oasi a spicchi in una vita di turbolenze e negatività. Alla soglia dei 22 anni arriva l’interesse di uno sperduto college nel profondo Oklahoma. Rodman impacchetta il poco che ha e saluta Dallas, con l’intenzione di non rimetterci più piede, di non incontrare più sua madre.
Alla Southeastern Oklahoma State University esordisce con 24 punti e 19 rimbalzi. Il suo coach lo vede arrivare a fine partita e dirgli: “Spero di non averti deluso”. Ha bisogno di approvazione Rodman, un bisogno intenso, drammatico.

In un paesino di poco più di 720 abitanti incontra la sua prima, vera, famiglia. Sono i Rich, bianchi agricoltori locali. Stringe amicizia con il più giovane dei loro figli, un 13enne. Rodman è timido e introverso, riesce a confidarsi solo con quel ragazzino di dieci anni più giovane. Dormono insieme, giocano insieme, lavorano nella fattoria insieme.
È un modo per riconquistarsi l’adolescenza perduta, mai completamente vissuta. Un modo per sentirsi parte di qualcosa di vero, tangibile. Alla famiglia Rich Rodman arriva a chiedere l’adozione. In campo, nel frattempo, l’oasi diventa campo di battaglia. La pallacanestro è qualcosa di naturale nelle corde muscolari e mentali del ‘Verme’. Strappa rimbalzi voracemente, corre il campo come una gazzella. È una forza straripante, un cataclisma che si abbatte sul circuito collegiale, portandolo ad essere un All American.
“Quando mi hanno detto che sarei stato premiato come All American ho chiesto che cosa significasse. Non sapevo di cosa stessero parlando”

L’NBA E IL RODMAN CHE NESSUNO RICORDA
Rodman arriva a Detroit a 25 anni compiuti. Alla famiglia Pistons dà subito l’impressione di essere un dolce, innocente 15enne. “Era il classico che nei club ordinava un bicchiere di latte”, rivela John Salley. In Chuck Daly Rodman trova la figura paterna che mai si era palesata. A casa del coach trascorre Ringraziamento, Natale e feste di compleanno. Nei Bad Boys vede nascere un’alchimia magica, un’altra famiglia su cui fare affidamento, a cui dedicare la propria anima e il proprio corpo.
Sul parquet il ‘Verme’ rivela qualità imprevedibili. Ha un’energia senza fine, è uno spirito libero, gioca duro, vola tra le prime file alla ricerca di una palla recuperata, si fa amare dalla città dei motori e dai compagni. Il collettivo Pistons trascina Rodman in un periodo estatico, la fiducia percepita lo inebria, lo esalta.


A rimbalzo domina, studia le traiettorie dei palloni, in difesa prende sfondamenti e innalza mura invalicabili. “È il primo giocatore in grado di essere idolatrato pur non facendo canestro”, dicono di lui i media nazionali. Per lui il basket non è un business, il basket è questione di legami e fratellanza. Arriva a vincere due titoli NBA, al fianco del mentore Isiah Thomas. Ottiene anche il premio per il miglior difensore dell’anno: durante la conferenza stampa scoppia in lacrime
L’INIZIO DELLA FINE, O DELL’INIZIO
Poi il crollo. Un crollo verticale e incontrollato. I Bad Boys si sciolgono, Chuck Daly si dimette. La depressione si appropria, sibilante, della mente di Dennis Rodman. L’11 febbraio 1993 viene ritrovato addormentato, all’interno del parcheggio del Palace, con un fucile puntato alla testa. Demoni e fantasmi, dolore e rabbia.
Da quel punto in avanti la mia mentalità è cambiata in ‘Fuck the World’, fanculo il mondo”
Pochi mesi dopo si trasferisce a San Antonio, gli Spurs lo vogliono affiancare all’ammiraglio Robinson. Rodman arriva alla presentazione con i capelli tinti di giallo paglia, emulando il personaggio interpretato da Wesley Snipes in ‘Demolition Man’. Prende il microfono, urla “Sono qui per essere solido!” e lo lancia a terra.
Qualcosa sta cambiando, qualcosa è cambiato. In Texas Rodman inizia a calarsi in un vortice di esibizionismo forzato, di libertà assolute. Nasce il personaggio Rodman, nasce l’iconoclasta, il ribelle, la superstar che fa gola a Madonna.
Il ‘Verme’ si tinge i capelli, si traveste, confida a Sports Illustrated di nutrire fantasie gay, si associa profondamente alla comunità omosessuale. Alterna intenti nobili a parodie cartoonesche di un’attivista sociale. Inizia a bere, molto. Va alla deriva e lo spogliatoio Spurs non riesce a comprendere le vere necessità di quel ragazzo instabile, sempre più costruito.
“La sua era diventata un’arte performativa più che un’arte sportiva”
La convivenza con David Robinson non funziona, Rodman prende tecnici, si fa espellere e sospendere. La sua irrequietezza viene riversata contro arbitri e avversari. Non può funzionare, non deve funzionare. Serve una nuova figura paterna, serve un nuovo contesto familiare.


L’EPOPEA BULLS
I Bulls di Phil Jackson lo contattano poco dopo il ritorno in grande stile di MJ. Il maestro zen domanda a Rodman se gli vada bene entrare nell’organizzazione di Chicago. Rodman gli risponde che non gliene frega un cazzo. “Abbiamo un accordo allora”, chiosa il coach-profeta.
Rodman, dopo aver chiesto perdono a Scottie Pippen per il trattamento riservatogli negli anni precedenti, torna ad essere determinante, straripante. Sotto le plance raccoglie caterve di palloni, lo fa con stile e potenza impareggiabili. Nella triangolo winteriana dimostra di non essere solo un predatore, ma anche un cervello fine.
I 3 titoli in sequenza arrivano tra la reverenza portata a ‘His Airness’, idolatrato dal primo giorno di palestra, e ritmi di vita folli. I Bulls permettono a Rodman di vivere più di 20 ore al giorno, viverle pienamente. Nei bar di Chicago lo osservano bere dozzine di birre in una serata, 40 shots di jagermeister in poco più di un’ora. Le sue nottate finiscono accompagnate dal chiarore dell’alba. Poche ore dopo Rodman raggiunge il centro d’allenamento, scarpe in mano, pronto a versare fino all’ultima goccia di sudore. Non è umano, è un uomo speciale.


Il presunto egocentrismo rodmaniano raggiunge l’apice negli anni Bulls. Arriva a sposarsi da solo in occasione dell’uscita della propria autobiografia ‘Bad as I wanna be’. In molti sostengono che nel triennio ’96-’97-’98 il ‘Verme’ arrivi ad essere più popolare di MJ stesso. Poi si spengono le luci. Di nuovo.

LA CONFUSIONE, LE LACRIME, IL DITTATORE
Nell’intimo Rodman è spezzato, è un vaso rotto dai cocci dispersi chissà dove. Le parentesi in casa Lakers e Mavericks sono il manifesto di un uomo tornato ad essere senza bussola, senza direzioni e direttive.
“Non sono capace di amare”
Lo scenario familiare che tanto negativamente aveva segnato Rodman, viene riproposto da lui stesso. Snobba la prima figlia, nata ancora ai tempi di Detroit, snobba gli altri due figli nati a cavallo del 2000. L’amore è un enigma irrisolvibile per Rodman, un rompicapo che trova le giuste combinazioni solo in alcune apparizioni pubbliche. Interviste che mettono a nudo la sua sofferenza, le sue lacrime, la sua incapacità nel costruire un rapporto paterno reale, tangibile.
Piange Rodman. Lo fa spesso. Regala alle telecamere rimpianti e timori. Imbrigliato in un personaggio creato chissà come, in un riflesso di sé, voluto per compiacere il mondo esterno. C’è chi ironizza sul suo stato, chi deride i suoi discorsi deliranti in preda all’alcol, chi lo etichetta come relitto di un mondo pop ormai dimenticato.
Nel carosello relazionale e umano, il ‘Verme’ stringe un’amicizia con il dittatore Kim Jong-un. Un rapporto surreale, che vede l’ex 91 visitare Pyongyang più volte, vestendo i panni di autoproclamato diplomatico statunitense.
Rodman gioca anche un ruolo fondamentale nella liberazione di un prigioniero americano. A volte la realtà può superare la fantasia.


L’ESSERE UMANO DENNIS RODMAN
Il suo discorso in occasione dell’ingresso nella Basketball Hall of Fame è un grido sincero, un’ammissione di colpevolezza. “Non sono stato un buon padre. Non sono stato un buon figlio”. Oggi Dennis Rodman sta provando a superare i suoi demoni, il suo passato: una battaglia vera, negli abissi della propria personalità. Sta provando a ricucire i rapporti con la madre e con i figli, sta provando a comprendere ed accettare il vero sé stesso.
Non ci è dato sapere se ci riuscirà, così come non ci è dato sapere chi sia, effettivamente, Dennis Rodman a 62 anni. Quello che ci è dato sapere è che il ‘Verme’ è sempre stato più di un rimbalzo, più di un capello colorato, più di Madonna.
Dennis Rodman è sempre stato un uomo solo e vessato dal mondo esterno, un individuo dalle potenti e dolorose tempeste interiori. Un essere umano come tutti noi. Più di tutti noi.
Credits
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