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A Tender Gaze | Henry Lamine Diagne

Il soffice e delicato sguardo di Henry Lamine Diagne riesce a dirigerci verso un altrove sportivo dove atleti e comunità vengono ritratti in profondità. Uno spazio visuale in cui la spettacolarizzazione del gesto lascia spazio alla vulnerabilità dell’identità umana e all'attaccamento al sistema culturale a cui appartiene

Per questo giovane fotografo nato in Svizzera e cresciuto tra Parigi ed il Senegal, fotografare un atleta significa, innanzitutto, sottrarlo alla sola dimensione performativa. Grazie all’utilizzo del ritratto e ad un passato nel mondo della moda, Henry umanizza i soggetti sportivi. Figure statuarie e iconiche lasciano spazio a esseri umani attraverso cui osservare specifiche culture e le loro peculiarità da un punto di vista privilegiato. Attraverso i gesti, i rituali, gli ambienti che li circondano e le comunità a cui appartengono, nei suoi scatti i soggetti riescono a raccontare qualcosa che eccede il risultato, divenendo, per l'appunto, narrazione più ampia e stratificata.

È proprio questa consapevolezza a definire gran parte della pratica fotografica di Henry Lamine Diagne. Il ritratto incontra il documentario; la fotografia editoriale assimila l’imprevedibilità dell’osservazione; la moda entra nel contesto sportivo senza trasformarlo in frivola superficie estetica. Il suo metodo procede così attraverso un’alternanza costante tra costruzione e osservazione. Ciò che conta è che l’immagine restituisca qualcosa di autenticamente umano, che possa essere riconosciuto anche da chi non ha mai praticato direttamente una disciplina. La sua fotografia diventa allora esercizio di prossimità e di reinterpretazione.

Prima ancora dello sport o della moda, cosa ha educato il tuo sguardo? È stata la fotografia stessa, il cinema, la strada, la tua famiglia, la musica, oppure le città in cui hai vissuto? E in che modo la fotografia è entrata a far parte della tua vita?

“Sono cresciuto in Svizzera. Mia madre è nata lì, mentre mio padre viene dal Senegal e, per via del suo lavoro, quando io e mio fratello eravamo piccoli abbiamo viaggiato moltissimo. Mia madre ha sempre voluto farci sperimentare diverse forme d’arte, prestando grande interesse a questa dimensione: ci portava nei musei, alle mostre, e aveva quasi sempre con sé una piccola Nikon F100, analogica. Credo sia stato proprio quello il primo elemento capace di suscitare in me una curiosità nei confronti della fotografia. Prendevo la sua macchina fotografica e facevo foto prima a mio fratello, più tardi a qualsiasi cosa attirasse la mia attenzione. Fotografavo il mio quartiere, la mia famiglia e le persone che ci circondavano. Ripensandoci oggi, credo che tutto sia cominciato proprio così.

Ho ricevuto la mia prima macchina fotografica intorno ai tredici anni. In seguito ho frequentato una scuola di fotografia in Svizzera, terminando quando avevo circa diciannove anni. A quel punto sapevo di voler esplorare il mondo della moda, così mi sono trasferito a Parigi. Nella mia testa, Parigi rappresentava il Real Madrid della moda. Pensavo che, se fossi riuscito ad affermarmi in quel contesto, avrei potuto farcela ovunque. E se non avesse funzionato, avrei sempre potuto tornare altrove o dedicarmi a un altro ambito. Per me rappresentava il livello più alto possibile. Avevo ben poca consapevolezza di ciò a cui stavo andando incontro, nonostante i dubbi, però, volevo farlo. Potevo riuscirci. Ho iniziato a lavorare come assistente alle luci e, in pochissimo tempo, mi sono state offerte un’incredibile quantità di opportunità. In Svizzera avevo ricevuto una formazione estremamente rigorosa riguardo le luci. La cultura del lavoro combaciava con un forte senso di disciplina: arrivavi puntuale, rimanevi concentrato, dovevi essere preciso e costante. Questo mi ha aiutato enormemente una volta arrivato in Francia, dove l’atmosfera poteva essere, a volte, leggermente più rilassata. Io, invece, arrivavo sul set con la mentalità di chi voleva fare ogni cosa nel modo più corretto possibile. Poco dopo ho iniziato a viaggiare insieme ad alcuni fotografi, imparando il mestiere lavorando nell'ombra. Quell’esperienza mi ha anche permesso di comprendere che la fotografia era, a tutti gli effetti, una vera industria. Fino ad allora, molti dei miei insegnanti mi avevano avvertito che si trattava di una professione estremamente difficile e che non esisteva alcuna garanzia per una carriera. Quando, però, ho cominciato a lavorare con fotografi già affermati, occupandomi dell’illuminazione dei loro set, mi sono reso conto che molti di loro ce l’avevano fatta.

Desideravo anch’io quel tipo di vita, non perché avessi mai sognato di diventare ricco, ma perché la stabilità economica poteva offrirmi una certa forma di libertà. Poteva consentirmi di viaggiare, di spostarmi, di realizzare i miei progetti personali. Sono tutte cose profondamente connesse tra loro. Ho iniziato, quindi, a pensare che forse avrei potuto utilizzare quella libertà per dedicarmi anche ad altri progetti, che avessero per me un significato particolare. Poi è arrivato il Covid. All’epoca lavoravo ancora come assistente alle luci e, una volta superato quel periodo, ho sentito il bisogno di mettermi alla prova. Quell’interruzione mi ha offerto l’occasione di azzerare tutto, di chiedermi che cosa volessi realmente fare e, soprattutto, quale tipo di fotografie desiderassi creare. Così, dopo quel momento, ho sostanzialmente ricominciato da capo la mia carriera: questa volta, però, come fotografo.

La moda è stata naturalmente il primo ambito in cui sono entrato, perché possedevo già contatti e relazioni all’interno di quel mondo. Ma la domanda più interessante è diventata un’altra: ora che sono io il fotografo, cosa voglio realmente dire? Sono andato in Senegal e ho cominciato a fotografare degli amici. Alcuni di loro erano lottatori, e la lotta occupa un posto enorme nella cultura senegalese. Ho iniziato a ritrarli e, attraverso loro, ho conosciuto anche diversi 'marabouts', figure che incarnano la dimensione spirituale che circonda questa disciplina in quel Paese. Ho trascorso del tempo in Senegal e, improvvisamente, mi sono reso conto di quanto fosse interessante fotografare un atleta non semplicemente in quanto tale, ma come punto d’accesso a un’intera cultura. In questo modo, lo sport diventa uno strumento attraverso cui raggiungere qualcosa di più profondo. Senza averlo inizialmente programmato, mi sono ritrovato a fotografare una dimensione spirituale estremamente significativa della mia stessa cultura. Era un universo al quale, fino ad allora, non avevo avuto realmente accesso.”

 

Lo sport ha sempre fatto parte della tua vita, oppure è diventato uno dei tuoi interessi soltanto strada facendo? E quando hai iniziato a considerarlo come soggetto fotografico?

“Ho sicuramente ereditato da mio padre l’amore per il calcio. Giocavamo molto e lo sport portava con sé una mentalità fortemente competitiva. I miei primi ricordi sono legati proprio a quest'idea: voler essere migliore di quanto fossi stato il giorno precedente, cercare di migliorare ogni volta che mettevo piede in campo. Mio padre veniva a vedere me e mio fratello giocare. Per molto tempo, lo sport è diventato una delle principali forme attraverso cui riuscire ad esprimere me stesso. Ma in quella fase non c’era nulla di particolarmente culturale o intellettuale nel mio rapporto con lo sport. Semplicemente, lo amavo.

Crescendo in Svizzera, avevamo accesso a moltissime discipline differenti. Ho giocato a tennis, ho corso, sono andato in bicicletta e ho provato ogni genere di attività. Lo sport era semplicemente ovunque durante la mia infanzia. La cosa interessante, tuttavia, è che inizialmente nulla di tutto questo era collegato alla fotografia. Quando ho cominciato a scattare, non mi è mai passato per la mente che un giorno avrei potuto fotografare degli atleti. In questo senso, sono arrivato al soggetto sportivo proprio attraverso la moda.”

Il tuo sguardo sembra spesso attratto da ciò che si trova in una condizione di lieve sospensione. Cosa ti interessa di questi momenti intermedi?

“Fin dall’inizio ho voluto evitare la spettacolarità. Ho la sensazione che una parte considerevole della fotografia sportiva si concentri sui momenti spettacolari e sulle azioni eccezionali, mentre io sono sempre stato molto più interessato ad avvicinarmi agli atleti attraverso il mezzo del ritratto, cercando di svelarne sensibilità, dubbi, vulnerabilità e incertezze. Sono dimensioni dell’atleta che, a mio avviso, rimangono relativamente assenti dalla cultura sportiva mainstream. Spesso si tende a rappresentare gli sportivi come figure quasi sovrumane, quando in realtà sono esseri umani infinitamente complessi. Io mi avvicino agli atleti prima di tutto in quanto esseri umani, per l'appunto. E sono costantemente alla ricerca di quei momenti intermedi. Nello sport è vero che a volte si vince e altre si perde, ma tra questi due esiti esiste un territorio emotivo sconfinato. Accadono moltissime cose prima di una vittoria o dopo una sconfitta, e credo che questo spazio intermedio venga ancora mostrato troppo raramente o, quantomeno, non sempre nel modo in cui personalmente vorrei vederlo comparire.”

 

Ad Athleta Magazine trattiamo lo sport come linguaggio culturale e artistico. Cosa ti ha portato ad osservare l'immaginario sportivo attraverso la medesima lente?

“Quando ho deciso di voler diventare fotografo, improvvisamente ho dovuto iniziare a interrogarmi su chi fossi, ma anche sul modo in cui gli altri mi percepivano. Quando ho fotografato i lottatori in Senegal, ho capito che gli atleti potevano rappresentare anche figure culturali. Credo sia stata probabilmente quella la prima volta in cui ho realmente compreso lo sport in questi termini. Fino a quel momento avevo lavorato soprattutto a editoriali e campagne. 

Ho iniziato a produrre fotografie per me stesso, quindi come lavoro personale e non per un cliente, ripensando completamente al mio modo di avvicinarmi alla costruzione dell’immagine. Quando lavori a livello commerciale, come creativo, sei sempre consapevole dei diversi elementi che un brand necessita o si aspetta di ritrovare all’interno di una fotografia. Esistono determinate esigenze di cui, inevitabilmente, devi tenere conto. Quando invece crei qualcosa per te stesso, non c’è più un brand a dirti che cosa debba essere presente nell’immagine. Devi decidere autonomamente cosa conta, cosa desideri conservare e cosa vuoi realmente che la fotografia comunichi. Credo che questo processo mi abbia costretto a pensare in maniera molto più profonda e indipendente. Poi, attraverso il progetto sulla lotta, ho compreso che lo sport poteva trasformarsi in un’apertura verso qualcosa di molto più ampio rispetto all’azione in sé.”

Lo sport viene spesso fotografato per esaltare velocità, spettacolo e vittoria. Il tuo universo visivo appare invece più intimo, carico d'atmosfera, maggiormente attento alla presenza umana in quanto tale. Cosa ritieni sia ancora poco fotografato nello sport e quali emozioni cerchi di evocare attraverso la tua fotografia sportiva?

“Attraverso lo sport è possibile comunicare un’emozione, e l’emozione è qualcosa in cui le persone possono riconoscersi indipendentemente dal fatto che siano o meno degli atleti. Quando guardo una fotografia che ho realizzato, spero che riesca a restituirmi una determinata sensazione. Qualunque sia quell’emozione, desidero che chi osserva l’immagine possa riconoscervi qualcosa della propria esperienza. Se la fotografia contiene tristezza, per esempio, voglio che lo spettatore riesca a percepirla. Non è necessario essere atleti per potersi riconoscere in alcuni sentimenti. Per me si tratta soprattutto di creare le condizioni affinché un’emozione possa emergere, per poi lasciare che ciascuno la accolga a suo modo.

Quando mi avvicino ad un atleta, gli chiedo spesso se ricorda un momento in cui ha percepito una particolare emozione per provare a riportare quella sensazione davanti alla macchina fotografica. A volte funziona, altre no. Se non funziona, posso semplicemente lasciare che continui a fare ciò che stava facendo e, in quel momento, diventare quasi un fotografo documentarista, osservando invece di dirigere. Poi, in un altro momento, posso rendermi conto che una determinata composizione possiede una grande forza visiva e chiedergli di ripetere un passo, di assumere una certa posizione, oppure di muoversi in maniera leggermente differente. Improvvisamente, il processo si avvicina molto di più a quello di un editoriale di moda. Mi piace muovermi tra queste differenti modalità di costruzione dell’immagine e comprendere ciò che ciascuna di esse può apportare alla fotografia. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, ciò che realizzo rimane un ritratto dell’atleta, perché desidero rivelare qualcosa del suo atteggiamento e del suo carattere. Per questo motivo, di solito dedico del tempo a comprendere la persona che si trova davanti alla mia macchina fotografica. Cerco di aiutarla a portare all’interno dell’immagine qualcosa di intimo, qualcosa che abbia realmente vissuto. Gli atleti attraversano queste emozioni con un’intensità straordinaria e, proprio per questo, spesso comprendono piuttosto rapidamente ciò che sto chiedendo loro. Forse richiede un po’ più di tempo, ma il continuo passaggio dal linguaggio della fotografia editoriale a quello della fotografia documentaria è qualcosa che trovo incredibilmente stimolante.”

 

Avendo lavorato nel mondo della moda, come consideri il contatto tra questo mondo e gli atleti? E come interpreti la presenza fisica degli atleti stessi?

“Credo che ogni atleta possieda una propria personalità. Anche il modo in cui pratica il proprio sport è, in una certa misura, il modo in cui sceglie di presentarsi al mondo. L’abbigliamento rappresenta soltanto la componente più visibile nell'immediato di questa identità. Ogni volta che fotografi un atleta, inevitabilmente stai fotografando contemporaneamente moda, movimento e tensione. Nella mia mente, questi elementi sono sempre stati profondamente interconnessi. Non sento realmente il bisogno di scegliere. In uno stesso progetto, per esempio, può capitare d'incontrare un ritratto estremamente classico e, subito dopo, imbattersi in un’immagine molto più esplicitamente legata alla moda. Trovo estremamente stimolante muovermi tra questi territori differenti e reinventare continuamente le relazioni che possono instaurarsi tra loro.”

Consideri fashion e sport come linguaggi distinti, oppure come due espressioni affini e compenetranti, specie in riferimento alla tua ricerca visiva?

“Parlo ancora più in generale: oggi l’immagine ha progressivamente oltrepassato le proprie categorie tradizionali. Universi visivi differenti stanno iniziando a sovrapporsi e ad entrare in relazione tra loro. Trovo tutto questo incredibilmente entusiasmante. Se rimanessero completamente separati, credo che finirebbero inevitabilmente per diventare ripetitivi. Mi piace moltissimo osservare questi mondi fondersi. Quando vedi qualcuno come Kylian Mbappé diventare ambassador di Dior, capisci che si tratta di qualcosa di significativo. Oggi gli atleti sono evidentemente figure dotate di un’influenza enorme ma, al di là di questo, incarnano anche determinati valori e significati culturali. Trovo affascinante questa convergenza tra sport e moda, perché genera un’ulteriore chiave attraverso cui leggere il mondo contemporaneo. Un linguaggio visivo penetra nell’altro e, proprio attraverso questo incontro, entrambi possono produrre qualcosa di nuovo.”

 

Il tuo lavoro sembra spesso attraversare città, comunità e differenti culture. Quanto sono importanti la geografia e la cultura locale nella tua fotografia? E in che modo i diversi luoghi hanno plasmato il tuo modo di guardare lo sport e di fotografarlo?

“Per me, viaggiare significa essere costretto ogni volta a riconsiderare ciò che mi circonda, e trovo che in questo ci sia qualcosa di estremamente bello. Arrivi in un luogo, devi imparare a leggere un nuovo ambiente, comprenderne il funzionamento e, successivamente, provare a tradurre in fotografia ciò che hai appreso. Probabilmente è proprio questo processo uno dei motivi per cui amo così tanto viaggiare. Se vado in Turchia per fotografare un atleta, per esempio, possono servirmi una o due settimane soltanto per iniziare a comprendere perché le persone pratichino quella disciplina in un determinato modo, quale universo culturale la circondi e quale significato assumano determinati gesti all’interno di quello specifico contesto. Trovo questo processo incredibilmente stimolante. La fotografia mi obbliga a trascorrere del tempo con persone i cui mondi sono completamente differenti dal mio.

Crescere in Svizzera e trascorrere al tempo stesso periodi significativi della mia vita in Senegal ha avuto su di me un’influenza profonda. Dakar e Parigi, in particolare, sono diventate parte integrante del mio processo creativo; sono luoghi nei quali ho imparato a sviluppare ed elaborare le idee. La Svizzera è altrettanto importante, perché è lì che sono cresciuto. Direi che questi tre luoghi hanno plasmato profondamente il mio gusto e, più in generale, il modo in cui fotografo.”

Oggi le immagini sportive vengono prodotte in quantità enormi: campagne, contenuti social, fotografie di gara, personal branding. Ritieni che questa abbondanza abbia reso la fotografia sportiva più creativa oppure più ripetitiva?

“A essere sincero, vedo effettivamente moltissime immagini che si assomigliano. Ma, nel complesso, quando osservo la nuova generazione di brand e le discipline sportive che stanno acquisendo una visibilità culturale sempre maggiore, vedo anche un’enorme quantità di creatività. Il modo in cui alcuni brand e alcuni atleti scelgono di rappresentarsi mi appare spesso estremamente interessante, perciò rimango piuttosto ottimista. Naturalmente esistono moltissime immagini che ripetono le medesime idee e formule visive. Poi, però, ti imbatti in qualcosa che appare autenticamente diverso e immediatamente efficace. A volte non è nemmeno l’idea di fondo a essere radicalmente nuova; ciò che cambia è il modo in cui è stata realizzata. Anche soltanto uno styling differente, per esempio, può trasformare completamente un’immagine. Persino all’interno di un vocabolario visivo ormai consolidato rimane ancora uno spazio enorme per la personalità e per l’invenzione.”

 

Cosa ritieni che la cultura sportiva contemporanea debba ancora riuscire a esprimere?

“Credo che tutti, in qualche modo, sognino di essere liberi. Lo sport può rappresentare una porta d’accesso verso il concetto di libertà. Offre alle persone un’opportunità, per quanto temporanea, di uscire dalla propria vita ordinaria e di esprimersi in maniera differente. Anche per questo motivo, in questo momento, la società si dimostra così interessata allo sport. Molte persone trascorrono gran parte dell’anno lavorando, magari con soltanto poche settimane di ferie, seguendo routine all’interno delle quali non sempre esiste molto spazio per l’espressione individuale. Lo sport può diventare uno dei momenti in cui gli esseri umani riescono a esprimersi fisicamente ed emotivamente. Offre inoltre l’opportunità d'incontrare altre persone e di diventare parte di una comunità costruita intorno a una pratica condivisa. In questo senso, lo sport può funzionare come un rifugio. Quando guardo alla cultura sportiva contemporanea e all’immaginario che la circonda, credo che tutto si stia muovendo in una direzione interessante.”

 

Qual è lo sport che non hai ancora avuto l’opportunità di fotografare in profondità, ma che ti piacerebbe esplorare in futuro?

“Di recente ho iniziato a giocare a golf e me ne sono innamorato. Gioco soltanto da circa sei mesi, quindi per me tutto è ancora nuovo, e mi piacerebbe moltissimo esplorare le possibilità fotografiche racchiuse in quel mondo. Per il momento, tuttavia, il tennis rimane probabilmente il mio principale terreno di esplorazione. Lo trovo uno sport incredibilmente elegante, ma al tempo stesso è diventato profondamente connesso alla cultura contemporanea. Intorno al tennis stanno accadendo moltissime cose e ho la sensazione che vi sia ancora un territorio visivo vastissimo da esplorare. È proprio questo processo di continua reinvenzione a sembrarmi estremamente stimolante.”


Pierce Then the Heavens | The Welsh 3000s

Welsh 3000s, le quindici cime montuose che, nella mappa naturale gallese, superano i 3000 piedi: quindici tappe primordiali, racchiuse nel magico Parco Nazionale Eyre, Snowdonia, e divenute, nel tempo, una sequenza di traguardi parte di una traversata unica nel suo genere. Per alcuni, una sfida contro il tempo. Per altri, un viaggio fatto di fatica e sublime meraviglia, d’ispirazione. Per Liam Arthur Norris, un’esperienza ibrida, profondamente suggestiva, raccolta in un resoconto scritto di proprio pugno e in una serie di diapositive scattate dove vette e corpi fendono i cieli. E dove sono le montagne a decidere se lasciarti passare.

Penetra allora i cieli, o monte dei torrenti!

E fa delle nevi la tua corona!

La luce di sogni immortali

continuerà a posarsi su di te.

 

Felicia Hemans, ‘Eryri Wen’

“Lo scorso luglio sono partito con la mia Fuji X100F, assicurata con un moschettone alla running vest e infilata in una tasca elastica, dentro un sacchetto di plastica che la potesse proteggere da pioggia e sudore. Un anno prima ero arrivato su queste vette insieme a Peter e ad altri due compagni, inseguendo la sfida aperta del London Mountaineering Club: le quindici cime dei Welsh 3000s, tutte oltre i tremila piedi, disseminate lungo tre catene montuose. Il percorso prevede partire dal rifugio del club ai piedi dell’Elidir Fawr per poi farvi ritorno. I Carneddau, i Glyderau, il massiccio dello Snowdon. Quella volta, il maltempo aveva chiuso ogni orizzonte. Tra le nuvole avevamo perso il filo della navigazione e, dopo diciassette ore e mezza, eravamo tornati a casa grati anche soltanto di aver attraversato indenni la lama di Crib Goch. Così, abbiamo deciso di riprovarci. Questa volta, il cielo si è presentato terso, generoso, e l’intero percorso appariva nella luce: le arrampicate di Tryfan e Crib Goch si stagliavano contro un cielo che non sembrava voler fare altro male, se non lasciare la pelle arrossata. Abbiamo percorso 56 chilometri, superando 4.500 metri di dislivello. Non era la situazione più semplice per fotografare: mi riferisco al fermarsi con gambe che desiderano soltanto bloccarsi una volta per tutte, oppure rubare immagini durante la corsa... Eppure, la stanchezza è divenuta parte stessa dello sguardo: la bellezza insieme all’avversità, i nostri corpi esausti avvolti dalle montagne. Il club lo chiama Champagne Challenge. Scendi sotto le quindici ore e la bottiglia è tua. In tutti questi anni, soltanto quattordici persone ci sono riuscite. Io e Peter siamo scesi dall’ultima cresta e abbiamo raggiunto il rifugio in quattordici ore e ventisei minuti. Abbiamo bevuto quelle bollicine nella dorata quiete serale: doloranti, svuotati, completamente felici. Altri due nomi aggiunti ad una lista cortissima, e una manciata di fotografie a testimoniare che, quel giorno, le montagne hanno deciso di lasciarci passare.”


Dipinti Nel Blu | Polignano e il Red Bull Cliff Diving

Dalle estatiche scogliere di Polignano a Mare, Davide Baraldi, Elisa Cosetti e Andrea Barnaba esplorano l’essenza della Red Bull Cliff Diving World Series, e di una disciplina sospesa tra performance estrema, espressione estetica e arte del volo

“Poi d’improvviso venivo dal vento rapito”. Riecheggiano i versi di Domenico Modugno, poeta canoro plasmato dalla sublime costa di Polignano a Mare. Accarezzano la medesima porzione di Adriatico che li ha ispirati, sospingendo il moto irregolare, per lunghi tratti ostile, di onde e correnti. Attorno, selve di corpi incantati da uno scenario semplicemente mozzafiato, migliaia di occhi in attesa di comete muscolari, di artisti del volo. E di fugaci secondi che tutto racchiudono. 

Tuffatori o pittori del vuoto. Atleti o pennelli. Ogni coordinata pare svanire di fronte a un flusso continuo di somersault e twist, sempre differenti tra loro, ma dall’uguale effetto ipnotico. La tappa finale della Red Bull Cliff Diving World Series palesa ogni qualità intrinseca ad una disciplina per molti versi estrema, per altrettanti lirica. Fonde architetture antiche, irradiate dal Bastione di Santo Stefano, con una delle più complesse, oniriche forme d’espressione atletica. Che sia da balconi normalmente popolati da pasticciotti o caffè. Che sia da piattaforme poste a 20 metri, nel caso della competizione femminile, o 27, in quella maschile. Nulla cambia. Persiste, invece, la matrice comune della paura superata dalla volontà, dal desiderio di raggiungere velocità ipersoniche, nel pieno controllo di ogni gesto. 

Sulla soglia dell’orizzonte, 24 esseri umani vengono rapiti dal vento, per poi fuggire da esso, scomparendo nell’acqua e riemergendo tra l’ammirazione popolare. Dipinti nel blu, ognuno differente per forme e stile. Opere frutto di perfezione e percezione, in grado di affrescare “un cielo trapunto di stelle”, lo stesso immaginato da Modugno, e di consegnarlo all’immaginario sportivo. A vincere la tappa per eccellenza di questa specialità sono la canadese Molly Carlson e l’ucraino Oleksiy Prygorov. A celebrare il titolo generale sono sua maestà Rhiannan Iffland, per la decima volta consecutiva, e il britannico Aidan Heslop. Però, ad abbagliare e smuovere emotivamente il pubblico di Polignano sono soprattutto gli atleti, o meglio, gli interpreti Azzurri: Davide Baraldi, Elisa Cosetti e Andrea Barnaba. 

Proprio le loro testimonianze ci guidano alla scoperta dell’high diving, e dell’interpretazione unica che Red Bull sta dando a questa disciplina. Il nostro racconto visuale trasforma le loro suggestioni in composizioni estetiche. 

Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare

Davide Baraldi

 

Cosa ti ha portato a scegliere questa disciplina? Cosa ti ha affascinato di essa?

“In famiglia siamo sempre stati legati all’acqua: mia madre mi ha fatto iniziare a nuotare quando avevo tre mesi. Arrivato a sei anni, abbiamo cercato qualcosa di diverso, trovando una scuola di tuffi proprio nella mia Como. Non ricordo esattamente cosa sia successo dentro di me durante la prima prova, ma so che quel giorno è nato un amore. Ancora oggi definisco i tuffi la mia prima, vera e più duratura relazione. Una relazione che ha attraversato momenti di estasi e odio, momenti in cui ho pensato di lasciare, altri in cui ho lasciato davvero, per poi ricominciare... Una relazione, a tutti gli effetti. Ho iniziato dal metro e dai tre metri, che pratico tuttora. Poi, a diciannove anni, proprio mentre stavo attraversando un momento complesso nel rapporto con la disciplina, è nato un progetto della Federazione dedicato ai tuffi dalle grandi altezze. Volevo provarci perché, oltre all’acqua, ho sempre amato anche il rischio… La prima volta avevo un unico obiettivo: salire e fare un tuffo. Uno solo. Volevo sfidare me stesso, capire se fossi capace di superare quella barriera. Quando sei sulla piattaforma hai davvero tanta paura: mi succede ancora oggi. Appena sei in aria, cambia tutto, ti senti libero. Senti che stai facendo ciò per cui sei nato, ciò che ami davvero fare. È un intreccio di paura, libertà e desiderio di superarsi; poi entri in acqua e arrivano la felicità e l’adrenalina pura. È qualcosa di molto difficile da spiegare.”

 

Noi crediamo che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving e il cliff diving arti a sé stanti? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?

“Sento di essere un connubio tra un artista e un atleta. Metto queste due definizioni sullo stesso piano. Il nostro è uno sport profondamente estetico: credo che la capacità di esprimere potenza e grazia nello stesso istante sia ciò che rende questa disciplina una forma d’arte. Devi riuscire a far sembrare facile un gesto estremamente difficile, quasi come se stessi dipingendo te stesso nell’aria, trasformando qualcosa che un artista potrebbe tracciare su una tela in un’acrobazia, in un gesto fisico. L’high diving mi ha fatto maturare l’idea di potermi fidare del mio corpo. A volte, la mente parte, fa viaggi tutti suoi, costruisce scenari che non dovrebbero, quasi, esistere. Quando sei sulla piattaforma, invece, devi riuscire a dirti: mi sono allenato, so farlo, il mio corpo sa farlo. Devi lasciare, in qualche modo, che sia lui ad andare avanti. Ovvio, non significa spegnere completamente la mente, ma imparare ad affidarti a ciò che il corpo conosce profondamente.”

 

Hai una passione segreta per la magia: in che modo questa passione si riflette nella tua visione dell’high diving? Quali sono i trucchi più celati di una disciplina così complessa e, per i più, quasi indecifrabile?

“Riconosco che sono entrambe discipline che richiedono una pratica continua. Se ti fermi, anche solo per un breve periodo, perdi confidenza. E in entrambe c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Non sei mai davvero arrivato. Amo questo principio perché si riflette anche nella vita: non esiste un momento in cui puoi dire di aver raggiunto definitivamente qualcosa. Puoi sempre migliorare. Nei tuffi significa cercare ogni volta un tuffo migliore; nella magia, eseguire un trucco sempre meglio, renderlo sempre più reale agli occhi di chi guarda, riuscire a nascondere ancora meglio l’inganno. Oggi pratico la magia meno di un tempo, perché richiede moltissima dedizione, ma continua a piacermi. Quando ho la possibilità, amo ancora avere un mazzo di carte tra le mani, provare qualcosa, anche semplicemente mescolarle. Credo ci sia anche un altro punto di contatto tra tuffi e magia: la volontà di stupire le persone.”

 

Hai più volte sottolineato l’importanza del lato mentale in questo sport. In una disciplina che porta il corpo all’estremo, qual è il ruolo del pensiero? E dove va la tua mente, prima, durante e dopo un tuffo?

“È un aspetto che si collega alla domanda precedente. Prima di un tuffo, la mente può giocare brutti scherzi: può dirti che non sei capace, che potresti farti male, che potresti sbagliare completamente… In questo senso, la magia mi ha dato un insegnamento essenziale: se riesci a nascondere qualcosa, puoi fare sembrare, quasi, che non esista. Ovviamente non parlo dei problemi reali, ma dei pensieri negativi legati alla mia disciplina. Sai che possono portarti soltanto verso qualcosa di sbagliato; quindi, se riesci ad accantonarli, il cervello finisce per vedere soprattutto ciò che può funzionare. Cominci a dirti: questo movimento l’ho fatto mille volte, perché il mio corpo dovrebbe sbagliare proprio adesso? È una sensazione molto bella, perché impari a ricondurre tutto a qualcosa che conosci. Il tempo per riflettere c’è anche durante il volo, ma quasi non te ne rendi conto. A volte pensi, ma il corpo si muove ancora prima che il pensiero arrivi; altre, senti delle cose che, subito dopo l’ingresso in acqua, non riesci a ricordare con precisione. Succede anche in allenamento: capita di riuscire a formulare frasi intere, o quasi, mentre sei in aria, e poi di perderle immediatamente. Tuffarsi è un po’ come suonare: fai un qualcosa che conosci talmente bene da non doverlo più tradurre, completamente, in pensiero.”

 

Cosa significa per te il fatto di rappresentare l’intero movimento italiano in questa disciplina? Che tipo di messaggio o consiglio vorresti lasciare alle nuove generazioni, specie quelle italiane, che, attualmente, si stanno innamorando di questo sport grazie alle tue gesta?

“Non avevo mai pensato, davvero, a questa prospettiva. Fino a poco tempo fa ero io il primo a seguire qualcuno e, in fondo, continuo a farlo. Adesso, però, comincio a rendermi conto che nel la mia stessa generazione può ispirare. Se c’è qualcosa che vorrei trasmettere tanto ai tuffatori che immaginano di confrontarsi con le grandi altezze, quanto ai più giovani, è di non stabilire un limite a ciò che si può essere capaci di fare. La mia storia, in fondo, me lo ricorda continuamente. Vengo dai tuffi a uno e tre metri. Già l’idea di salire a sette o dieci mi faceva una paura enorme: nemmeno immaginavo i ventisette... Invece, oggi sono qui. Ed è successo un passo alla volta.”

Davide Baraldi
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare

Elisa Cosetti

 

Sei stata la prima italiana ad esordire nel circuito Red Bull Cliff Diving World Series, cosa ti ha portato a scegliere questa disciplina?

“Ho iniziato a interessarmi ai tuffi dalle grandi altezze dopo aver assistito a un’esibizione nella mia città, Trieste. Ricordo di essermi emozionata come una qualsiasi spettatrice. Quando pratichi già i tuffi non è così scontato rimanerne impressionata: invece, quell’esperienza mi è rimasta dentro. All’epoca, quasi per gioco, avevo detto: vorrei provare. Ovviamente, l’avevo detto senza sapere davvero cosa mi aspettasse. In seguito, è nato un progetto della Federazione che ci ha permesso concretamente di praticare questa disciplina. Qualsiasi tappa, qualsiasi cosa faccia a contatto con Red Bull Cliff Diving, per me, è una sempre una sorta di prima volta. Provo un onore immenso. Non affronto le gare pensando di dover ottenere un risultato perché sono stata la prima italiana a raggiungere questo circuito; spero, però, che quello che sto facendo possa diventare un’ispirazione per qualcun’altra. So quanto sia difficile praticare questo sport, ma spero che prima o poi arrivi anche solo una ragazza e dica: ho visto Elisa e ho deciso di diventare una tuffatrice.”

 

Se non erro, a scuola la tua materia preferita era educazione artistica. Noi crediamo fortemente che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?

“Parto dal presupposto che studio design industriale, quindi questa è una domanda a cui tengo particolarmente. Credo che l’unicità stessa di questo sport, così come il fatto che siano così poche le persone a poterlo praticare, rendano la disciplina profondamente artistica. Poi, c’è un aspetto apparentemente banale: spesso i tuffi più semplici sono anche i più eleganti, i più belli da vedere. Non è necessariamente la difficoltà a rendere bello un tuffo. A volte, un gesto estremamente complesso può risultare paradossalmente meno bello, mentre può essere molto più interessante mostrare al pubblico qualcosa di più semplice, eseguito però con grande eleganza. Secondo me l’artisticità dei tuffi, e dell’high diving, sta anche in questo. Riguardo la seconda domanda, certo, mi sento un’artista.”

 

Nella tua bio IG compare la frase ‘vivo di adrenalina, non di filtri’. Cosa rappresenta per te questo tipo di approccio alla vita? E come comunicano l’adrenalina e le emozioni tutte, paura compresa, con la razionalità richiesta ad un’high diver?

“Oggi, su Instagram e sui social in generale, vediamo tantissime cose finte, ritoccate o che, comunque, non rappresentano la realtà. Io non voglio comunicare finzione. Attraverso i video che pubblico, cerco di mostrare cosa c’è davvero dietro il nostro sport, perché ci sono aspetti sui quali, guardandoci da fuori, il pubblico nemmeno s’interroga. Per esempio, tantissime persone pensano che non abbiamo paura, che siamo dei pazzi, che tuffarci da quelle altezze non sia niente di particolare per noi... In realtà, lo facciamo con moltissima consapevolezza. L’adrenalina è una delle componenti più belle di questo sport proprio perché la paura esiste sempre, soprattutto quando ti trovi in una situazione diversa da quella a cui sei abituata. Penso all’iconico tuffo dal balcone di Polignano. Solitamente, provi quel tuffo da una piattaforma in piscina: non hai il vento, non hai le onde, conosci perfettamente la parabola e il gesto... Qui, invece, sei su un balcone dove c’è spazio soltanto per appoggiare i piedi e devi proiettarti in avanti perché, proprio sotto di te, ci sono solo rocce. Questo weekend, in particolare, c’erano anche vento e onde. Ma è proprio questo il punto. La paura e l’adrenalina che deriva da essa sono il connubio che rappresenta davvero il nostro sport, almeno nella mia visione... E sono anche una grossa parte delle motivazioni che continuano a condurmi a venti metri d’altezza.”

 

Dall’argento europeo conquistato sul Pont de Bir-Hakeim di Parigi a Polignano, un set unico per l’high diving. Come dialogano queste due dimensioni così affini e, allo stesso tempo, diverse tra loro dell’high diving? E cosa si prova, osservando il panorama che circonda il Bastione di Santo Stefano?

“Nei tuffi dalle grandi altezze ci sono, innanzitutto, le competizioni legate alla Federazione: Europei, Mondiali, Coppe del Mondo… Rappresentano la dimensione più istituzionale della disciplina e, per noi atleti federali, hanno un’importanza enorme. Poi c’è Red Bull, che porta l’high diving verso una dimensione più estrema e spettacolare. Per me è molto divertente partecipare a gare come Polignano, perché ci permettono di confrontarci con situazioni sempre diverse. Red Bull presta moltissima attenzione agli scenari e a ciò che possono trasmettere… Infatti, le location della Red Bull Cliff Diving World Series sono incredibili. Polignano, in particolare, ha qualcosa di speciale: anche, se non soprattutto, per la quantità di persone che vengono a vederci. Per me questo dato è davvero emozionante: certo, abbiamo fatto tutte e tutti ore ed ore di allenamenti per arrivare preparatissimi, ma trovarsi davanti a così tante persone che ti osservano, o che tifano per te, cambia le tue percezioni… Ripeto, rende ancora più emozionante lo sport stesso.” 

 

Negli ultimi anni, il movimento femminile di questa disciplina è aumentato considerevolmente, soprattutto grazie ad un circuito come la Red Bull Cliff Diving World Series. Che tipo di messaggio vorresti trasmettere, attraverso le tue gesta, alle future generazioni di tuffatrici-high diver e, in particolar modo, a coloro che sognano e sogneranno di rappresentare l’Italia in eventi del genere?

“Secondo me la bellezza di questo sport sta anche nel suo essere profondamente divertente. Spesso si tende ad associare lo sport solo e unicamente a concetti quali la disciplina, l’idea di doversi allenare perché si vuole raggiungere un determinato risultato. I tuffi dalle grandi altezze, invece, significano superare i propri limiti, e riuscire a divertirsi persino quando il risultato che si cercava non arriva. Questo è il tipo di rapporto che cerco di avere con la disciplina: allenarmi tanto, ma continuando sempre a divertirmi. Per me è la cosa più importante. Infatti, mi sono resa conto, che le gare in cui sono più tranquilla e riesco a divertirmi sono anche quelle in cui mi esprimo meglio. E questo vale tanto per la Red Bull Cliff Diving World Series, quanto per le gare federali. Ricordo, per esempio,  gli Europei di Parigi: c’erano la mia famiglia e i miei amici. Prima di tuffarmi, mi mettevo a ridere perché urlavano tantissimo. Alla fine ho fatto una bella gara e sono convinta che sia dovuto a quel mindset, a quel tipo di condivisione del momento.”

Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Elisa Cosetti
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare

Andrea Barnaba

 

Cosa ti ha portato a scegliere, quando ancora eri solo un adolescente, questa disciplina? Cosa ti ha affascinato di essa?

“Tutto parte dal fatto che vengo da una città di mare, Trieste. Da piccolo mi lanciavo praticamente ovunque: dagli scogli, dai moli... Un giorno, me lo ricordo come se fosse ieri, è arrivato un signore e mi ha detto: prova a fare una capriola all’indietro. Ho provato e ci sono riuscito. Mio papà mi ha guardato e mi ha detto: “tu dovresti provare i tuffi”. Da quel giorno, non ha smesso di ripeterlo… Così, ho finito per provare. La prima volta in piscina ho iniziato a saltare sul trampolino senza sapere davvero come si facesse. Da lì è nata una passione assoluta. Ho praticato i tuffi tradizionali per sette, otto anni. A un certo punto, ho sentito di volere qualcosa in più. Il mio primo allenatore, Alessandro De Rose, che prima di noi era l’unico tuffatore italiano nel circuito Red Bull Cliff Diving World Series, ci ha parlato di un progetto sulle grandi altezze che stava nascendo a livello federale. Ho pensato semplicemente: “proviamo”. L’avvicinamento è stato progressivo. Sono salito poco alla volta, ma ad un certo punto ho fatto un salto inevitabile: dai venti metri ai ventisette. Non esiste una via di mezzo. Dopo il primo tuffo dai 27 metri, sono uscito dall’acqua tremante per un mix di eccitazione e paura superata. Attorno a me, c’erano persone che mi facevano i complimenti e io continuavo semplicemente a camminare… Tutto era ovattato: un insieme di emozioni difficili da descrivere. Le provi e pensi soltanto: voglio sentirle ancora. Non una volta, ma mille.”

 

Crediamo fortemente che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?

“Devo dire di sì. In generale, proprio come sostenete voi, credo che ogni sport abbia una componente artistica. Le discipline acrobatiche, a mio avviso, possiedono qualcosa in più da questo punto di vista. Nel nostro sport l’eleganza è fondamentale. Se mi sento un artista? Uno dei complimenti che ricevo più spesso riguarda proprio l’eleganza dei miei tuffi. Nel mio piccolo, quindi, sì: mi sento anche un artista. È un aspetto a cui tengo particolarmente.”

 

Per l’appunto, sei ritenuto uno dei tuffatori più eleganti del circuito. Cosa determina, a tuo avviso, l’eleganza di un tuffo? Più in generale, come si riconosce lo stile specifico di ogni tuffatore?

“Secondo me ognuno nasce, in qualche modo, con il proprio stile. Con il tempo puoi indirizzarlo, ma la matrice rimane più o meno la stessa. C’è chi gira velocissimo, chi è estremamente sciolto, chi è particolarmente elegante. Nel mio caso, non posso attribuirmi tutto il merito. Fin da quando ero piccolo, mi è stato insegnato a prestare attenzione ad ogni minimo dettaglio, ad ogni singolo momento del tuffo: dalle punte dei piedi fino alle punte delle mani. Poco alla volta, questo livello di attenzione tecnica è diventato naturale. Poi, quando mi sono reso conto di quanto l’eleganza fosse, a tutti gli effetti, una caratteristica che poteva darmi qualcosa in più, ho deciso di continuare a lavorare in quella direzione… E proprio per questo, ancora oggi, l’eleganza resta una qualità che mi viene riconosciuta, e che porta valore ad ogni mio tuffo.”

 

Ami gli anime e i manga: in che modo si riflette questa tua passione nell’high diving? Se fossi il protagonista di un anime o di un manga a tema high diving, che tipo di personaggio saresti? E che poteri avresti?

“Anche se molti considerano anime e manga una passione infantile, per me non lo sono affatto. Riescono a trasmettere insegnamenti che, altrove, fatico a trovare così chiari e diretti. Possono sembrare qualcosa di leggero, invece ti mettono davanti, in maniera molto nitida, a determinati mindset e filosofie: come non mollare, o quando cadi cercare sempre di rialzarti... L’anno scorso, per esempio, ho rischiato due incidenti. In entrambe le occasioni mi sono perso durante il tuffo: sono stato fortunato nel non farmi male. Dopo essere uscito dall’acqua, ricordo di aver pensato: “basta, smetto”. Avevo piena coscienza di quello che avevo appena vissuto. Può sembrare una sciocchezza, ma dopo momenti del genere guardo un anime, vedo un personaggio che viene battuto, si rialza e ci riprova, e penso: “cavolo, se ce la fa lui, anche se è un cartone animato, posso farcela anch’io”. È un tipo di mentalità che associo a quel mondo, forse più in generale alla cultura giapponese, e in cui mi ritrovo molto. Come personaggio, mi vedrei sicuramente come quello che cerca di tenere unito il gruppo, perché in parte mi sento già così. Mi capita spesso, in piscina o durante le gare, di accorgermi quando qualcuno attraversa un momento di tristezza o sente particolare pressione. Sono sempre quello che prova a tirare su il morale degli altri. Alla fine, sono una persona che cerca sempre di divertirsi. Non mi piace pensare: “sono qui per la gara e basta…”. Certo, ogni gara è importante, ma occupa solo un’ora, al massimo due, della giornata: tutto il resto è da vivere.”

 

Alla luce di quello che ci siamo detti, cosa rappresenta l’high diving, oggi, nella tua vita? E cosa rappresenta il fatto di viaggiare in zone così diverse del mondo grazie alla Red Bull Cliff Diving Series?

“Credo fermamente che i tuffi siano lo sport per me, perché combaciano con il mio modo di essere: l’adrenalina, il vivere il momento, il desiderio di provare cose nuove... Anche l’immaginazione gioca un ruolo importante. Riesco a calarmi in ogni tuffo semplicemente immaginandolo e, proprio per questo, credo di avere una buona consapevolezza di ciò che accade mentre sono in aria. Il mio sport, in ogni sua forma, è qualcosa che nutre la mia creatività, e viceversa. Viaggio molto con la testa. E poi ci sono tutti i luoghi che questo sport mi permette di vedere... Ogni volta prendi un aereo e raggiungi un posto in cui non sei mai stato. Anche quando ritorni nello stesso luogo, a distanza di un anno, sai che qualcosa sarà cambiato. Per me è incredibile. Siamo stati a Bali e non avevo mai visto nulla di simile: il mare, le scogliere e, proprio davanti a noi, un’enorme statua di Medusa... Iniziavi il tuffo e te la ritrovavi di fronte: uno spettacolo, proprio come a Polignano.”

Andrea Barnaba
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare
Red Bull Cliff Diving World Series Finals - Polignano a Mare

A new unbeaten SCARPA trail

Materiali sconosciuti, geometrie inedite e forme fuori dalle consuetudini della progettazione hanno portato a Chamonix qualcosa di estraneo all’ordinario, extraterrestre; eppure profondamente inscritto nella storia di SCARPA: l’attitudine di interrogare ed esplorare nuove dimensioni della performance. Con Alien Sky e Alien Ultra, il brand di Asolo ha trasportato questa peculiarità nel alpine running, spingendosi verso un orizzonte che, fino a quel momento, apparteneva ancora ad un territorio inesplorato

Per due anni SCARPA ha scomposto e ricomposto un’idea nuova e differente di calzatura, affidandone progressivamente la forma alla ricerca tecnologica e alla sensibilità di chi avrebbe dovuto utilizzarla, poi, in movimento. Migliaia di chilometri, terreni e condizioni differenti, prototipi susseguitisi attraverso un processo in cui l’intuizione scientifica ha incontrato la percezione e l’esperienza di diversi alpine runner professionisti. Da questa contaminazione sono emerse due interpretazioni di una medesima esplorazione: Alien Sky, costruita attorno all’indagine sulla leggerezza e precisione; e Alien Ultra, concepita per restituire energia e preservare efficienza.

Chamonix, luogo d’origine narrativa del progetto e, al tempo stesso, laboratorio a cielo aperto del running contemporaneo, ha rappresentato il punto in cui questo viaggio ha trovato la propria espressione più concreta nell’esperienza della corsa in natura. A ricostruire questo percorso sono tre voci complementari: Francesco Orrico, Product Manager Alpine Running di SCARPA, e gli atleti Luca Del Pero e Peter Frano. 

SCARPA Alien Sky
SCARPA Alien Sky

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager

 

‘Not From This Planet’ racconta Alien come il tentativo di comprendere una tecnologia proveniente da altrove e tradurla in qualcosa destinato alla performance umana. Come siete arrivati a questa intuizione creativa e come si legava all’ingresso di Scarpa nel mondo del Trail running e Ultra trail?

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Sembrerebbe facile, visto il riferimento diretto del nome, ma per noi è stato un processo di valutazione profonda arrivato a fine sviluppo. Avevamo tra le mani due scarpe diverse da qualsiasi cosa avessimo fatto fino a quel momento; due modelli che rompevano gli schemi ordinari di progettazione. Era tutto fuori dall’ordinario: extraterrestre. Storicamente il nome Alien appartiene alle radici di SCARPA e identifica i nostri prodotti di punta nello ski mountaineering: Alien definisce ciò che si stacca dalla massa, ciò che è destinato alle competizioni dove il cronometro e la prestazione pura sono l'unico metro di giudizio. La connessione con il trail è stata naturale: combinazioni di materiali innovativi, geometrie e forme del tutto nuove hanno tracciato un orizzonte sconosciuto, nato da un lavoro di squadra straordinario.”

 

Al di là della metafora fantascientifica, qual è stata l'intuizione iniziale del progetto che, anche per voi che lavorate quotidianamente sul prodotto, sembrava quasi appartenere a un territorio ancora inesplorato, alieno, per Scarpa? E quanto di quell'idea originaria lo ritroviamo nelle 2 scarpe che vediamo oggi?

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “L’ascolto e la passione di creare! E per ascolto intendo un’attenzione focalizzata sulle necessità degli atleti che hanno sviluppato le scarpe con noi. Non solo ascoltare le loro parole, ma interpretare ciò che non viene detto: la gestualità spontanea della corsa, l'istinto degli atleti élite quando spingono oltre il proprio limite. La differenza l’ha fatta la sinergia quotidiana nel team. Fin dal primo giorno ci siamo spinti a fare di più, senza dare nulla per scontato. Non abbiamo scelto le soluzioni più ovvie, ma quelle apparentemente strane e impossibili, guardandoci negli occhi e chiedendoci: funzionerà? La cosa bella è che non ci siamo mai detti di no; abbiamo sempre provato. Forse deludo le aspettative dicendo che non c’è stata un’unica intuizione geniale, ma la verità è che dall'inizio alla fine c'è stato puro divertimento. Ed è la stessa energia che speriamo si provi aprendo la scatola e mettendo le Alien ai piedi.

 

Alien Sky e Alien Ultra nascono dalla stessa ricerca, ma sembrano rappresentare due differenti filosofie del movimento: da una parte prossimità al terreno, precisione e immediatezza; dall'altra protezione, restituzione di energia e continuità per molte ore. A quale punto dello sviluppo una singola idea ha cominciato a dividersi in questi due linguaggi? E quali compromessi avete dovuto accettare per preservare l'identità di ciascuna scarpa?

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Siamo partiti fin dal primo giorno su due sentieri diversi, ma non opposti: la destinazione d’uso di ciascuna scarpa era chiara fin dall'inizio. Semmai è successo il contrario rispetto a quanto si possa pensare: muovendoci su due percorsi differenti, a un certo punto ci siamo resi conto di avere tra le mani soluzioni tecnologiche che potevano essere condivise. Le abbiamo studiate e applicate a entrambi i modelli: la forma base della tomaia, i materiali, il sistema di allacciatura, la ghetta, il compound della suola e della zeppa. Nessun compromesso. Ciò che serviva per ottenere la massima prestazione lo abbiamo implementato, senza il timore di eccedere in specificità. Non ci siamo posti vincoli e questa libertà ha fatto fluire le idee migliori, definendo passo dopo passo, test dopo test, l'identità di Alien Ultra e Alien Sky.”

 

Un atleta può dare tante sensazioni su una scarpa. Definizioni estremamente precise per chi corre, ma difficili da tradurre in millimetri, geometrie e materiali. Nel dialogo con Luca, Peter e gli altri tester, come avete trasformato le loro sensazioni corporee soggettive in una decisione progettuale oggettiva?

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Questo fa parte del know-how e della capacità di interpretare sia le parole che i gesti dei runner. Ritorna il concetto dell'ascolto: aiuta enormemente il fatto che noi del team di sviluppo per primi condividiamo la passione per la corsa e abbiamo macinato chilometri insieme agli atleti. Sappiamo cosa provano mentre corrono. Questo background ci permette di tradurre una sensazione astratta in componenti e geometrie oggettive. In altri casi è successo l'opposto: un’intuizione nata sulla carta è stata realizzata, assemblata e data subito in test sul campo per confutare o confermare la teoria. Alla fine, il segreto è stato tutto lì: un dialogo e rapporto continuo e senza filtri tra il team prodotto e gli atleti.”

 

Quest’anno Chamonix ha rappresentato uno dei primi contesti in cui Alien ha potuto esistere pienamente fuori dal processo di sviluppo, ai piedi degli atleti e dentro uno dei luoghi più emblematici del trail running mondiale. Per te, che hai seguito il progetto dal lato prodotto sin dalle sue fondamenta, che cosa ha significato vedere anni di ricerca, prototipi, correzioni e test entrare finalmente in un’esperienza reale e condivisa?

Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Euforia infantile! Credo sia come quella gioia mista a timore che prova mio figlio quando succede qualcosa di bello, ma ha quasi paura che il momento magico finisca o venga interrotto. Dopo due anni di sviluppo e dopo momenti in cui tutto sembrava dover essere messo da parte, vedere che ciò che abbiamo creato con un gruppo di amici funziona ed è lì fuori che si distingue, è una sensazione indescrivibile. Aver lavorato fianco a fianco con atleti di altissimo valore per creare qualcosa di così inaspettato e incredibile; soprattutto quando abbiamo avuto l’opportunità di indossarle noi stessi è stato, per me, Gianluca, Marco e Carlo, una boccata d’aria pura. Una di quelle che respiri a pieni polmoni quando arrivi sulla cima di una montagna dopo una corsa: la fatica scompare, la mente si svuota e resta solo la felicità.”

SCARPA Alien Ultra
SCARPA Alien Ultra

Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner

 

Hai incontrato le Alien Sky quando non erano ancora un prodotto finito, ma una successione di prototipi e possibilità. Riesci a ricordare la prima versione che hai indossato e, soprattutto, la prima cosa che hai percepito? Quale tua osservazione o sensazione è stata cruciale per la creazione della scarpa definitiva?

Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Certo, ricordo molto bene il primo prototipo e la prima volta che lo usai, ero in training camp a Tenerife e decisi di provarlo sui sentieri del Teide, quindi su nuda e cruda roccia lavica, quella che non permette errori. Penso che quella scarpa pesasse meno di 200 grammi, la tomaia era molto simile a quella attuale, praticamente una calza, ottimo feeling e belle sensazioni sin da subito, ma suola e intersuola provenivano dalla vecchia spin race; quindi, molto minimal. Ricordo che in salita ebbi ottime sensazioni mentre non posso dire lo stesso per la discesa, che fu abbastanza traumatica e lenta in quanto sentivo praticamente ogni singolo sasso che pestavo non avendo alcun supporto ed essendo così bassa. Era quindi importante lavorare su questi due aspetti. Da lì in poi ogni versione fu un passo avanti rispetto alla precedente, fino a quella che conosciamo oggi, di cui posso dire che non abbia nulla che non mi piaccia.”

 

Su un terreno tecnico correre velocemente significa innanzitutto saperlo leggere: scegliere una linea, anticipare un appoggio, capire quanto rischio concedersi prima ancora che il piede tocchi terra. Alien Sky è stata progettata per aumentare precisione e connessione con il terreno. Durante i test hai avuto la sensazione che la scarpa stesse semplicemente accompagnando il tuo modo di correre, oppure che ti permettesse progressivamente di interpretare la montagna in maniera diversa?

Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Penso che la scarpa sia stata progettata e sviluppata proprio tenendo conto delle mie esigenze, del mio modo di correre, del mio modo di interpretare i sentieri e la montagna. Coi modelli precedenti difatti non mi ero mai trovato così a mio agio come con le Alien Sky, diciamo che avevo sempre fatto dei compromessi. Ogni volta che indosso queste scarpe invece direi che entro in uno stato di flow e connessione totale che mi permette di esprimere al meglio la mia corsa ed il mio potenziale.”

 

Più una scarpa è sofisticata, più dovrebbe scomparire dalla percezione dell'atleta. Dopo così tanto tempo trascorso a correre in montagna a sviluppare Alien Sky, qual è per te il punto ideale d'incontro tra corpo e tecnologia? La scarpa perfetta è quella che dimentichi di avere ai piedi, oppure quella che modifica concretamente ciò che pensavi fosse possibile fare con il tuo corpo?

Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Penso che la tecnologia non debba mai modificare la vera e reale natura umana, quindi in questo caso, personalmente, preferisco usare scarpe che seguano e si adattino il più possibile alla nostra biomeccanica di corsa senza cercare di snaturarla e stravolgerla proponendo tecnologie e scarpe quasi incomprensibili. Per me la scarpa perfetta è quella che dimentichi di avere ai piedi, e direi che con le Alien Sky ai piedi è proprio così.”

 

Quest’anno hai avuto la possibilità di indossare e mettere alla prova le Alien a Chamonix, in uno dei contesti più iconici e simbolicamente densi del trail running mondiale. Al di là della performance e del risultato, che esperienza è stata vivere quel momento con ai piedi una scarpa alla cui nascita avete contribuito direttamente, e che cosa hai provato nel vederla finalmente uscire dalla dimensione del prototipo per entrare in quella della gara, del pubblico e dell’esperienza reale?

Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Chamonix è diventata a pieno titolo la patria e il fulcro della corsa in natura, l’atmosfera che si respira lì la si trova soltanto lì e in quella specifica settimana, è l’apice del movimento trail globale. Quest’anno il fatto che quella settimana coincidesse con il lancio delle Alien Sky ed Ultra ha reso l’UTMB week ancora più speciale. Sapere che qualcosa a cui hai personalmente collaborato e lavorato venisse presentato e reso pubblico proprio lì in quei giorni davanti a quel pubblico mi ha fatto provare fierezza e soddisfazione, oltre che gratitudine verso SCARPA e tutto il suo team per avermi coinvolto in prima persona ed aver creduto in me per un progetto così ambizioso.”

Luca Del Pero in SCARPA Alien Sky
Luca Del Pero in SCARPA Alien Sky
SCARPA Alien Sky

Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner

 

Nell’ultra running, il corpo è sottoposto a una trasformazione continua: la biomeccanica delle prime ore non coincide con quella della decima ora, la precisione del gesto comincia progressivamente a venir meno e la fatica modifica persino il modo in cui il piede entra in contatto con il terreno. Come si testa una scarpa tenendo conto di questa evoluzione costante? E che cosa sei riuscito a comunicare agli sviluppatori di Alien Ultra dopo molte ore di corsa che nessun laboratorio avrebbe potuto realmente rivelare?

Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Sviluppare una scarpa destinata all’ultra running è estremamente complesso e credo che sia proprio per questo motivo che gli atleti dovrebbero sempre essere coinvolti direttamente nel processo di sviluppo. In laboratorio è possibile progettare scarpe straordinarie, ma poi esiste la realtà della corsa, e in quella realtà il nostro corpo cambia profondamente con il trascorrere delle ore e con l’accumularsi della fatica. Negli ultimi due anni ho avuto l’opportunità di testarle in alcune gare per me meno importanti, oltre che durante diverse long run. Proprio in quelle situazioni ho potuto osservare come il mio corpo reagisse realmente all’interno di queste scarpe e come il comportamento della calzatura cambiasse insieme alla mia biomeccanica, man mano che la stanchezza aumentava. Credo che questo tipo di esperienza sia difficilmente riproducibile altrove. Soltanto dopo molte ore di corsa riesci davvero a comprendere che cosa accade al corpo e, di conseguenza, che cosa una scarpa debba continuare a offrirti quando la precisione del gesto comincia progressivamente a diminuire.”

 

Alien Ultra è stata sviluppata attorno a concetti come ritorno di energia, continuità, stabilità ed efficienza. Eppure, dopo molte ore di gara, il significato stesso di ‘performance’ comincia a trasformarsi. Quando la fatica diventa profonda, quali sensazioni vuoi continuare a ricevere dalla scarpa e quali, invece, dovrebbero progressivamente scomparire, affinché tu possa semplicemente continuare ad avanzare?

Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Innanzitutto, non voglio percepire alcun dolore o fastidio. Allo stesso modo, non voglio che elementi esterni come pietre, polvere o qualsiasi altra cosa riescano a interferire con il piede all’interno della scarpa. Se una scarpa riesce a restituirmi la sensazione, e soprattutto la possibilità concreta, di continuare a correre con uno sforzo inferiore, allora è esattamente quello che sto cercando. Nell’ultra running tutto ruota attorno al risparmio energetico. Devi conservare energia ovunque sia possibile.”

 

Ti definisci un perfezionista, e il testing stesso richiede di osservare il proprio movimento con un grado di attenzione quasi ossessivo. Durante lo sviluppo di Alien Ultra hai scoperto qualcosa del tuo modo di correre di cui, fino a quel momento, non eri pienamente consapevole? In altre parole, al di là del contributo che hai dato alla costruzione della scarpa, esiste qualcosa che, a sua volta, la scarpa ha rivelato a te rispetto alla tua stessa corsa?

Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Queste scarpe mi hanno ricordato ancora una volta che sono un runner che tende sempre ad atterrare sull’avampiede. In alcune situazioni questo rappresenta certamente un vantaggio, ma in determinati terreni o condizioni può trasformarsi anche in uno svantaggio. Esistono scarpe che riescono in qualche modo a compensare o a perdonare certi aspetti della tua tecnica di corsa. Alien Ultra, invece, non lo fa. Proprio per questo ti costringe a essere molto consapevole di come corri, del modo in cui appoggi il piede e di come il tuo gesto cambia a seconda del terreno e della fatica.”

 

Quest’anno hai avuto l’opportunità di indossare e mettere alla prova le Alien a Chamonix, all’interno di uno degli scenari più iconici e simbolicamente densi dell’intero universo del trail running. Al di là della performance e del risultato finale, che cosa ha significato vivere quel momento con una scarpa al cui sviluppo avevi contribuito direttamente? E che cosa hai provato nel vederla finalmente uscire dalla dimensione del prototipo per entrare in quella della gara?

Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “È stato molto bello vedere le scarpe finalmente presentate ufficialmente, anche perché da quel momento sono stato libero di rispondere apertamente a tutte le domande che le riguardavano. Forse ho contribuito in una piccola parte al loro sviluppo, ma dietro queste scarpe ci sono moltissime persone e un numero enorme di ore di lavoro. Ci sono professionisti che meritano molti più applausi di me per tutto ciò che hanno fatto durante il processo. Alla fine, io sono soltanto un atleta. Proprio per questo, poterle indossare durante il più importante evento di ultra trail al mondo è stato per me un vero onore.”

Peter Frano in SCARPA Alien Ultra
Peter Frano in SCARPA Alien Ultra

Un’Evoluzione Armoniosa | Virna Toppi

La maturazione personale, nella vita di una Prima Ballerina della Scala come Virna Toppi, coincide con la naturale fusione tra identità umana e artistica, e con l’esplorazione della propria femminilità, in tutte le sue forme, come raccontato in questa speciale produzione Altavia Studio

Sosteneva Carla Fracci, una ‘Prima Ballerina Assoluta’, che la carriera nella danza fosse un percorso misterioso, composto d’imprevedibilità. Un itinerario faticoso, fondato tanto sulla vocazione, quanto sulla tenacia. Ascoltando Virna Toppi, attuale Prima Ballerina della Scala di Milano, le intuizioni della sua antesignana paiono trovare conferma e progredire ulteriormente. In un ritmo vitale e professionale armonioso, più che misterioso. 

L’equilibrio tra corpo e mente, nella vita di questa interprete tanto artistica, quanto muscolare, rima con una dimensione troppo a lungo stigmatizzata dalla sua categoria d’eccellenza: quella emotiva. Ed ecco che i concetti professati da Carla Fracci si alimentano d’ulteriore significato, divenendo, nella biografia della sua erede, naturale evoluzione individuale, liberata da stereotipi e obblighi imposti, da tabù di genere e di categoria. 

Prima Ballerina. Madre. Donna. Il percorso misterioso di Virna Toppi sta modificando le sfumature del mistero stesso, caricandole di accettazione e ascolto del sé, di autenticità e armonia, d’infinite possibilità di crescita, non di paure: anche in una nuova, delicata era, scandita dalla maternità. Abbiamo raccolto la sua preziosa testimonianza, e ritratto la sua legacy in costruzione, in occasione di una speciale produzione Altavia Studio.  

Virna Toppi for Altavia Studio
Virna Toppi for Altavia Studio

Quali sono state le prime sensazioni, emozioni e suggestioni che ti hanno fatto innamorare della danza da bambina?

“Dopo anni ho capito esattamente perché, da bambina, ho scelto la danza: sentivo il bisogno di esternare le emozioni. Ho sempre amato profondamente la musica e nella danza ho trovato la chiave perfetta per interpretarla e trasmettere ciò che mi faceva provare. Ho sperimentato anche altre forme legate alla musica – suonare uno strumento, cantare… – ma nulla mi restituiva quello che mi dava la danza. È stato un amore a prima vista. A differenza di molte altre bambine, non sono stati i miei genitori a indirizzarmi: sono stata io ad insistere. Loro volevano praticassi uno sport, nel senso più tradizionale del termine: qualcosa all’aria aperta. La danza non rientrava in questa visione e inizialmente la consideravano un capriccio. Ho provato diverse attività, ma nessuna mi apparteneva davvero. Ho continuato a chiedere, con determinazione, finché non mi hanno portata a lezione. Da quel momento non ho mai più smesso”

Com’è stato scoprirti e formarti come artista? E com’è stato, allo stesso tempo, vivere il processo di scoperta del tuo corpo e del movimento, in funzione di un’arte che richiede così tanto in termini fisici?

“Mi sento sia atleta sia artista. La danza è arte, ma richiede una preparazione fisica rigorosa: bisogna essere forti, pronti, disciplinati. L’artista che sono oggi si è costruita nel tempo. All’inizio, in accademia, si parte dalla tecnica: dalla sbarra, dalla precisione dei dettagli. Sono nozioni molto concrete. Solo più avanti, quando inizi davvero a ballare, a interpretare i primi ruoli, comincia l’effettivo processo di formazione artistica. Il mio percorso artistico è maturato insieme alla mia persona. Non nel senso di un semplice miglioramento, ma di una trasformazione. Ci sono stati anni in cui cercavo di aderire a un’idea esterna di ballerina perfetta, a cui non è concesso mostrare fragilità. In scena, volevo essere solo il personaggio. Con il tempo, ho superato questa impostazione. Ho iniziato a mettermi in gioco, a essere io ad interpretare il ruolo. La storia restava quella, ma le sfumature diventavano mie. Ogni personaggio mi ha permesso di vivere esperienze diverse e di arricchire, contemporaneamente, il mio bagaglio artistico e personale”

Hai conseguito una maturità linguistica. Considerando questo percorso accademico parallelo, la danza assume i connotati di una lingua a sé stante ai tuoi occhi? Se sì, in che modo gestualità e musica diventano parole, storie, narrazione?

“La danza è una lingua a tutti gli effetti. Esiste un vocabolario preciso: ci sono gesti codificati, che corrispondono a significati specifici. Alcuni movimenti delle mani, per esempio, indicano concetti come la morte o il parlare. È un vero e proprio dizionario gestuale. Nei balletti di repertorio, questa forma di linguaggio è molto evidente. In altri, più narrativi, come Romeo e Giulietta o La Dame aux Camélias, il gesto si avvicina alla realtà: un bacio è un bacio, uno schiaffo è uno schiaffo, esattamente come nella vita. Quindi, la danza sa essere un linguaggio estremamente diretto, ma richiede disponibilità all’ascolto e attenzione ai dettagli. Per me è sempre stata anche un modo per esprimere ciò che le parole, a volte, non riescono a dire”

Virna Toppi for Altavia Studio

Prima Ballerina alla Scala. Come si arriva a raggiungere un ruolo e uno status di questo tipo? Cosa serve per consolidarlo nel tempo? E come ci si sente a raccogliere l’eredità di chi ti ha preceduta e a tracciare quella di chi ti seguirà?

“È un grande onore, ma soprattutto una grande responsabilità. Significa portare avanti un’eredità costruita da chi ti ha preceduta. Per me è fondamentale trasmettere concetti come disciplina, costanza e determinazione. Ero una bambina con un sogno e, attraverso impegno e sacrificio, sono riuscita a realizzarlo. Vorrei essere portatrice di questo messaggio. Avere la possibilità di interpretare tanti ruoli e vivere tante vite sul palcoscenico, anche in teatri diversi nel mondo, è un privilegio. Ma comporta anche una responsabilità verso chi guarda, soprattutto verso i più giovani che sognano di intraprendere questo percorso”

C’è stato un personaggio che hai sentito particolarmente tuo?

“Forse non l’ho ancora incontrato del tutto. In molti personaggi ho riconosciuto aspetti di me. In alcuni la concretezza e la forza, in altri l’eleganza, in altri ancora la sensibilità verso chi ti circonda, come accade in La Dame aux Camélias. In ogni balletto ho sempre cercato qualcosa che mi rappresentasse, spingendomi a farlo diventare ancora più mio”

La tua professione mette in comunicazione la sfera personale e quella collettiva, rappresentata dal corpo di ballo. Quali sono i fattori che determinano un perfetto ecosistema sul palco? E che tipo di rapporto cerchi di creare con chi accompagna le tue performance?

“Un balletto non esiste senza il corpo di ballo. Anche la migliore performance individuale perde valore se non è sostenuta da un gruppo coeso. Il risultato è sempre una somma di energie e impegno condiviso. Passiamo insieme gran parte della giornata: si crea una seconda famiglia. Il contatto è continuo, anche fisico, e questo genera una sensibilità reciproca molto forte. Si percepiscono anche i minimi cambiamenti d’umore altrui. È una condizione complessa: da un lato molto bella, dall’altro richiede equilibrio, perché si finisce, inevitabilmente, anche per assorbire le energie di chi sta al tuo fianco. Per questo è fondamentale essere aperti, empatici e, soprattutto, presenti”

Virna Toppi for Altavia Studio

“La cosa più importante per noi ballerini è saper ascoltare il proprio corpo. L’armonia nasce dall’ascolto e dal rispetto di sé stessi”. Cosa vuol dire, per te, ascoltare il tuo corpo? E cosa significa il concetto di armonia?

“Per anni ho combattuto contro il mio corpo. Andavo avanti senza ascoltarlo, anche davanti al dolore, convinta che una ballerina non dovesse fermarsi, né mostrare debolezza. Con il tempo, ho capito che tutto è collegato. Accettare me stessa, anche nei limiti, mi ha permesso di trovare un equilibrio. Non significa accontentarsi, ma dare il massimo rispettando ciò che si è. Ascoltare il corpo significa riconoscere i segnali, accettare i momenti di fragilità e stanchezza. Da quando ho iniziato a farlo, ho trovato una forma di armonia, scaturita dall’equilibrio tra corpo, mente e sfera emotiva”

La maternità, che hai definito ‘magica’, ha evoluto ulteriormente l’ascolto del tuo corpo e il significato dell’armonia?

“Da quando è nata mia figlia è cambiato tutto. Il corpo cambia, si trasforma, ma è anche il mezzo che ha reso possibile la cosa più importante della tua vita. Mi sento più ricettiva, più attenta a ciò che accade dentro di me. La maternità modifica le priorità: il modo di percepire il tempo, di vivere la realtà... Ti rende più consapevole e più pronta ad adattarti. Il mio corpo, ancora oggi, mi appare diverso, non sempre riconoscibile. Ritrovare una forma che sento mia è un processo. La piena armonia, in fondo, coincide con una ricerca continua”

Che tipo di esempio vuoi essere per tua figlia?

“Vorrei trasmetterle che una donna può tutto. Non deve scegliere tra lavoro e maternità: può costruire il proprio percorso senza rinunce imposte. Vorrei insegnarle a impegnarsi, a seguire i propri obiettivi con determinazione, ma anche ad ascoltare sé stessa, riconoscendo i propri limiti: senza viverli come un ostacolo. Mostrare fragilità non significa essere meno forti. Io posso essere una Prima Ballerina anche attraverso le mie debolezze. Credo che la verità, la propria verità, ripaghi sempre. Non quella costruita per gli altri, ma quella autentica, da cui possono nascere risultati incredibili”

Virna Toppi for Altavia Studio

Credits

Altavia Studio

Virna Toppi

Photos by Achille Mauri

Words by Gianmarco Pacione

Production Athleta Lab


adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid

Sotto l’immobile sguardo delle statue che scandiscono il perimetro dello Stadio dei Marmi, nel complesso monumentale del Foro Italico di Roma, adidas ha riunito atleti, creator e community attorno a una nuova idea di movimento. Con l’adidas Hybrid Hub Roma, il brand ha trasformato per una sera uno dei luoghi simbolici dello sport italiano in uno spazio dedicato al hybrid training: una disciplina e, soprattutto, una cultura atletica costruita sulla contaminazione tra qualità differenti e sulla progressiva dissoluzione dei confini tra corsa e forza

Un’esperienza che ha trovato nello Stadio dei Marmi una dimensione simbolica superiore. Laddove rappresentazione artistica e pratica sportiva convivono da quasi un secolo, adidas ha costruito un percorso che bene si sposa con l’eredità valoriale di Pietro Mennea stesso, traducendo quegli stessi ideali in ciò che oggi definiamo hybrid training. Per una sera, la solennità dello Stadio, ridisegnata da una serie di giochi d'incandescente luce rosa e dall’identità visiva delle Three Stripes, è stata attraversata da una corrente atletica radicalmente contemporanea. Un cortocircuito temporale e visivo, che ha messo in relazione due differenti rappresentazioni della fisicità: da una parte, l’immobilità marmorea delle sessanta figure che circondano l’arena, ciascuna cristallizzata nella propria disciplina; dall’altra, corpi mobili e mutevoli, chiamati a transitare continuamente dalla velocità della corsa alla contrazione muscolare della forza. 

È in questo processo di costante cambiamento che adidas individua uno dei principi fondanti dell’hybrid training. Correre. Sollevare. Accelerare. Resistere. Sono azioni che, considerate singolarmente, appartengono da sempre al lessico sportivo, ma che riunite delineano una differente idea di atleta: di essere umano in grado di cogliere sollecitazioni diverse e adattare continuamente il proprio corpo.

Un territorio che adidas sta esplorando con crescente attenzione, non soltanto attraverso esperienze come Hybrid Hub Roma e il precedente progetto milanese Hybrid Hotel, ma anche sostenendo direttamente la cultura competitiva della disciplina, attraverso la partnership ufficiale con ATHX, il format internazionale che mette in relazione running e strength training all’interno della stessa competizione. L’appuntamento romano si inserisce quindi all’interno di una visione più ampia, che vuole accompagnare l’evoluzione dell’hybrid training progettando prodotti, contesti ed esperienze capaci d'interpretarne le esigenze contemporanee. È da questa stessa ricerca che nasce la nuova Adizero Dropset Pro, protagonista dell’evento romano e presentata nelle varianti Solar Turbo e Lucid Pink. Una scarpa pensata per rispondere alla natura di questa disciplina, in cui il corpo deve transitare, spesso nel giro di pochi istanti, dalla spinta della corsa alla stabilità del sollevamento pesi. adidas ha affrontato questa dicotomia facendo convergere due genealogie progettuali differenti: da un lato la leggerezza e la vocazione alla velocità della famiglia Adizero; dall’altro la stabilità e il controllo che definiscono il DNA della linea Dropset.

Grazie alla Go Full Hybrid Experience la scarpa ha accompagnato i partecipanti dal try-on personalizzato, realizzato per individuare il fit più appropriato, fino alla prova immediata sul terreno dello Stadio dei Marmi, per un test collettivo dove oltre duecento tra atleti, creator e membri delle principali community di hybrid training italiane hanno attraversato un circuito ispirato alle logiche delle competizioni internazionali. Un Training Hub a cielo aperto, in cui adidas è riuscita a reinterpretare la funzione di uno spazio storicamente consacrato alla rappresentazione di discipline antiche, rendendolo luogo atto ad ospitare una nuova pratica sportiva e la sua community. Attraverso la lente di RiseUp Duo e le testimonianze di Camilla Massa ed Eugenio Bianchi, coach e atleti adidas, riviviamo questa speciale serata romana.

adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event

L’hybrid training nasce dall’incontro tra qualità atletiche differenti che, tradizionalmente, appartengono a mondi separati. Che cosa rappresenta per voi questa disciplina e, andando ancora più in profondità, quale nuova idea di atleta pensate stia contribuendo a definire?

 

Eugenio Bianchi: “Fin dal primo giorno in cui ho iniziato a praticarlo, l’hybrid training ha rappresentato per me l’idea stessa di completezza atletica. In fondo, gli atleti di moltissime discipline si allenano già da tempo lavorando su qualità differenti, perché forza e potenza, per esempio, possono sembrare concetti molto simili, ma vengono sviluppate attraverso modalità diverse. A queste si aggiungono la resistenza e tutta una serie di capacità che, insieme, determinano quanto un atleta possa essere performante all’interno della propria disciplina. Quello che cerchiamo di fare è trovare un equilibrio tra tutte queste componenti. L’atleta ibrido, oggi, occupa una posizione nuova all’interno del panorama sportivo. E credo che questa sia precisamente l’essenza dell’essere “hybrid”: non specializzarsi eccessivamente in un’unica qualità, ma cercare di costruire il maggior grado di completezza possibile. Naturalmente, per riuscirci serve tempo. E quel tempo deve essere distribuito in maniera intelligente all’interno della preparazione, perché allenare qualità differenti richiede costanza, programmazione e attenzione.”

Camilla Massa: “È una domanda che mi tocca particolarmente, perché la mia storia personale è piuttosto atipica. Sono diventata atleta professionista dopo i trent’anni e dopo aver avuto tre figlie, quindi attraverso un percorso che, per molti aspetti, credo racchiuda perfettamente ciò che rappresenta l’hybrid training. È una disciplina che, secondo me, sta contribuendo a definire una tipo di atleta più longevo. Rispetto ad altri sport, infatti, troviamo professionisti che raggiungono livelli molto alti anche in età più avanzata, e questo permette anche a chi comincia più tardi di sentire ancora quel fuoco, quella spinta competitiva nel mettersi alla prova. Ma credo ci sia anche un altro aspetto molto importante. L’hybrid training e le competizioni hybrid permettono a chi ha perso un po’ di contatto con il fitness o con lo sport, nel corso degli anni, di tornare ad allenarsi, di ritrovare una dimensione agonistica: non soltanto contro gli altri, ma anche e soprattutto con sé stesso. Quindi sì, penso che stia emergendo un’idea di atleta sicuramente indirizzata alla longevità, ma anche all'inclusività. In generale, uno sport molto più aperto a tutti.”

adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
Eugenio Bianchi
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event

Lo Stadio dei Marmi è un luogo profondamente simbolico. Che effetto vi ha fatto sapere che avreste affrontato un circuito di hybrid training proprio qui, in questo contesto, dove una pratica così contemporanea ha potuto dialogare con uno degli scenari monumentali della cultura sportiva italiana?

 

Eugenio Bianchi: “Essere qui oggi, per me, è sicuramente motivo di grande orgoglio. Questo stadio è legato alla figura di Pietro Mennea, che una volta disse qualcosa che mi è rimasto particolarmente impresso: se avesse potuto riguardare tutte le migliaia di ore trascorse ad allenarsi e ricominciare da capo, avrebbe cercato di allenarsi ancora di più. Per me quella frase racconta perfettamente la dedizione. È come dire: ho fatto tantissimo, eppure continuo ad avere la sensazione che non fosse abbastanza. È qualcosa in cui mi riconosco molto. Ho quarant’anni, e ogni giorno continuo a chiedermi: ho fatto abbastanza nella mia vita? Avrei potuto fare di più? Mi ritrovo ancora oggi a rimettermi continuamente in discussione. Oggi cerco, in un certo senso, di fare più di quanto facessi quando ero giovane e avevo un potenziale fisico enorme, nonché molto più tempo davanti a me. Andando avanti con gli anni, ti rendi conto che il rapporto con lo sport cambia profondamente. Se continui a praticarlo fino a un’età più matura, inizi a percepire quanto quella relazione evolva dentro di te. Per questo essere qui oggi, in questo luogo, e ripensare alle parole di Mennea mi fa sentire nel posto giusto, nel momento giusto e all’interno del contesto giusto. Anche perché l’hybrid training riflette perfettamente questa filosofia: devi allenarti, ma devi anche essere disposto ad allenarti molto. Richiede tempo, proprio perché devi lavorare su discipline e capacità differenti. Naturalmente ognuno lo fa al proprio livello, ma bisogna esserne consapevoli: allenarsi seriamente per questo sport richiede tempo e dedizione.”

Camilla Massa: “In qualche modo parla di l’evoluzione: di ciò che stiamo vivendo non soltanto nello sport, ma più in generale nella cultura contemporanea. Trovo che sia un’immagine molto forte di cambiamento: qualcosa che appartiene a una tradizione più classica, più storica, può entrare in relazione con ciò che è nuovo, senza perdere il proprio valore. Un linguaggio più classico, quindi, che oggi può essere messo in dialogo con una pratica contemporanea come l’hybrid training. Proprio dall’incontro tra queste due dimensioni, secondo me, può nascere qualcosa di bello, di nuovo e soprattutto accessibile a tutti.”

adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
Camilla Massa
adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event

Essere protagonisti di adidas Hybrid Hub significa anche prendere parte a un progetto attraverso cui adidas sta scegliendo di sostenere e contribuire alla crescita dell’hybrid training. Quanto è importante, per te, che un brand con questa storia investa così tanto nella costruzione di una cultura, di eventi e di una community attorno a questo movimento?

 

Eugenio Bianchi: “È molto importante vedere realtà come adidas avvicinarsi a questo mondo con un lavoro così articolato alle spalle. Uno sport come questo è stato considerato, soprattutto agli inizi, quasi una moda. E le mode possono anche generare grandi numeri, ma i numeri, da soli, non bastano a costruire qualcosa che rimanga nel tempo. Puoi essere fortissimo oggi e scomparire domani. Quando invece vedi entrare in questo movimento realtà strutturate, che non sono solo brand di abbigliamento, ma organizzazioni composte da persone competenti, da professionalità differenti, e guidate da una visione più ampia, allora inizi a percepire qualcosa di diverso. Si comincia a creare una community. E, alla fine, ciò che permette a uno sport o a un intero movimento di restare in piedi nel tempo è proprio la comunità che riesce a costruirsi attorno ad esso. Sento che si sta formando una community molto forte, alimentata sia dagli eventi hybrid e dalle competizioni, che da brand come adidas, che stanno creando occasioni concrete per mettere insieme le persone. Persone che provano piacere nell'allenarsi insieme e nel condividere non soltanto il risultato, ma anche il percorso necessario per raggiungerlo. Ed è un aspetto fondamentale, anche se spesso viene dato per scontato. Perché lo sport è soprattutto allenamento. La gara rappresenta un momento più soggettivo: ognuno la affronta per sé stesso, ognuno prepara il proprio risultato. Ma prepararsi all’interno di una community è qualcosa di completamente diverso rispetto a fare tutto da soli. Ti senti realmente parte di qualcosa. Ed è una sensazione molto forte che, soprattutto all’interno dell’universo adidas, si percepisce in maniera evidente.”

Camilla Massa: “È un movimento che esiste ormai da alcuni anni, ma il fatto che brand importanti come adidas non si limitino a interessarsene, bensì decidano realmente di investire nello sport, nelle persone e negli atleti, rappresenta per me una conferma molto forte del fatto che oggi questo movimento abbia acquisito una propria identità. Io faccio parte di questo mondo da cinque anni, dai suoi inizi, e ho avuto la possibilità di osservare in prima persona la sua evoluzione. All’inizio esistevano soprattutto gli eventi. Oggi, invece, possiamo realmente parlare di uno sport. E il fatto che sia diventato così rilevante, al punto da attirare l’attenzione e l’investimento di brand di questa portata, significa che ha costruito una cultura e una comunità sufficientemente forti per resistere nel tempo. Personalmente sono profondamente grata ad adidas, perché il suo supporto mi permette di viaggiare, di competere in diverse parti del mondo e di avere accanto un partner che crede realmente negli atleti. E non è affatto una cosa scontata.”

adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid event
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Al di là della performance e del risultato individuale, eventi come adidas Hybrid Hub nascono anche come esperienze collettive. Quale sensazione, messaggio o consapevolezza vorresti che le persone portassero con sé dopo aver attraversato questo circuito e condiviso una serata come questa?

 

Eugenio Bianchi: “Credo che la cosa più importante da trasmettere a chi partecipa a un evento come questo sia la consapevolezza che dietro tutto ciò esiste una volontà forte di costruire una community fatta, prima di tutto, di persone. Un brand come adidas, per esempio, non avrebbe necessariamente bisogno di organizzare eventi di questa portata. Potrebbe utilizzare il marketing, i social o moltissimi altri strumenti. Invece ha scelto di investire direttamente sulle persone. Ed è proprio questo che, secondo me, rende l’esperienza particolarmente significativa. Io oggi sono qui come atleta e rappresento, in un certo senso, un tipo di figura che, prima o poi, vivrà inevitabilmente un momento di passaggio: perché la carriera sportiva ha dei cicli. All’interno dello stesso spazio e dello stesso evento, posso condividere l'esperienza con tantissime persone che praticano sport a livelli completamente differenti. Dall’amatore che ha iniziato da poco, a chi possiede già un’esperienza maggiore, fino al semiprofessionista e al professionista vero e proprio. Qua convivono tutti. Ed è qualcosa che non è affatto scontato. Ho praticato altri sport e so bene quanto sia difficile che un atleta alle prime armi possa trovarsi nello stesso ambiente di un professionista. Qui, invece, accade qualcosa di diverso. Le distanze si riducono, i livelli si incontrano e persone molto differenti finiscono per condividere lo stesso spazio e lo stesso allenamento. Ed è precisamente questo, per me, a rendere una giornata come quella di oggi davvero speciale.”

Camilla Massa: “Credo che questo sport sia costituito, per una parte enorme, proprio dalla community. Non c’è soltanto l’evento e non c’è soltanto l’allenamento che lo precede. C’è soprattutto una comunità fatta di persone che condividono un percorso. Ho sempre pensato che lo sport rappresenti uno dei pochi momenti in cui puoi davvero dedicarti a te stessa senza dover necessariamente pensare agli altri. Per questo spero che le persone qui presenti possano riscoprire quel genere di fuoco competitivo. E, soprattutto, spero che possano riscoprire il valore di dedicare del tempo al proprio corpo e al proprio benessere. Con il passare degli anni, soprattutto nella vita adulta, tra lavoro, famiglia, figli e responsabilità quotidiane, è molto facile perdere progressivamente spazio personale. Lo sport, invece, è fondamentale. Ti costringe a tornare a concentrarti su te stessa, sul tuo corpo, sulla tua salute e sul tuo benessere. E credo che oggi questo sia più importante che mai.”

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A LINE THAT CONNECTS | OFFTRAIL EXPEDITION

The North Face e la nuova OFFTRAIL ULTRA ci hanno portato sull’Alpe di Fellaria, dove abbiamo avuto modo di vivere un’esperienza in grado di far dialogare le suggestioni storiche della Trans-Antartica e della sua matrice umana con un presente fatto di esplorazione condivisa, terreni imprevedibili e, soprattutto, necessità di trovare una linea: tanto individuale, quanto comune. La voce di Alberto Gagno, The North Face Senior Category Manager - Footwear, Equipment, Accessories, e le riflessioni di Marco Del Vecchio descrivono questa significativa spedizione.

The North Face OFFTRAIL EXPEDITION
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Full kit provided by The North Face

01 | La Trans-Antartica

“Volevamo creare una scarpa che desse ai runners la sicurezza necessaria per affrontare terreni imprevedibili, anziché evitarli. L’obiettivo era aiutare gli atleti a muoversi in modo naturale e intuitivo in montagna, sia sui sentieri e sulla roccia, che su terreni misti. L’adattabilità era al centro del progetto. Il terreno montano è in continua evoluzione, quindi ci siamo concentrati sull’offrire un equilibrio tra trazione, stabilità, protezione e comfort. Ogni caratteristica fondamentale è stata progettata per aiutare gli atleti a mantenere sicurezza man mano che le condizioni cambiano nel corso di un’avventura.” Alberto Gagno, The North Face Senior Category Manager - Footwear, Equipment, Accessories

Nel 1989, in un periodo storico ancora profondamente segnato dalle divisioni politiche e dalle tensioni della Guerra Fredda, sei esploratori provenienti da sei nazioni diverse decisero di intraprendere una delle spedizioni più ambiziose mai affrontate in Antartide: attraversare a piedi e con l'ausilio di slitte oltre 6.000 chilometri di continente, in un viaggio che avrebbe richiesto 220 giorni e che li avrebbe portati a confrontarsi con temperature fino a -50 °C e venti sostenuti, in grado di raggiungere i 70 km/h.

La Trans-Antarctica Expedition rappresentava un'impresa fisica di proporzioni straordinarie, ma la sua portata andava ben oltre la distanza percorsa o le condizioni estreme affrontate dal gruppo, perché a renderla realmente significativa era il fatto che sei persone provenienti da Paesi, culture e contesti differenti avessero scelto di mettere in comune competenze e capacità per perseguire un unico obiettivo, proprio in un momento in cui il mondo sembrava andare nella direzione opposta. 

Le differenze che sulla terraferma potevano assumere un significato politico o culturale diventavano improvvisamente secondarie rispetto alla necessità di collaborare, perché in un ambiente così estremo nessuno poteva permettersi di affrontare l'incertezza contando esclusivamente sulle proprie capacità.

È proprio questo principio, più ancora dell'idea di attraversare un territorio inesplorato, a rappresentare il punto di partenza di OFFTRAIL EXPEDITION, l'esperienza che The North Face ha portato all'Alpe di Fellaria a più di trent'anni di distanza da quella spedizione. Se la Trans-Antartica aveva messo sei esploratori davanti alla necessità di trovare una direzione comune in uno degli ambienti più ostili del pianeta, ai piedi del ghiacciaio Fellaria la sfida viene riproposta in una dimensione diversa, più accessibile, ma costruita intorno allo stesso concetto: non esiste una linea prestabilita e, per trovare la propria strada, bisogna imparare a leggere il territorio, adattarsi alle condizioni… Soprattutto, affidarsi alle persone che condividono il percorso.

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02 | L'esperienza a Fellaria

“I luoghi influenzano senza dubbio il design dei prodotti. Ambienti come le Alpi ci hanno aiutato a comprendere le sfide che gli atleti devono affrontare, dai massi instabili ai terreni ripidi e tecnici. Queste condizioni reali hanno influenzato direttamente le prestazioni e le caratteristiche di protezione della scarpa”. Alberto Gagno, The North Face Senior Category Manager - Footwear, Equipment, Accessories

L'Alpe di Fellaria è un luogo particolarmente adatto a questo tipo di esperienza, perché il paesaggio cambia continuamente e obbliga a modificare il proprio modo di muoversi. Ai piedi del ghiacciaio, la montagna alterna sassaie tecniche, dove ogni appoggio richiede attenzione, a distese di verde attraversate da torrenti e corsi d'acqua, creando una successione di superfici e situazioni che rende impossibile affidarsi a un'unica strategia. È un ambiente in cui la linea più evidente non è necessariamente quella più adatta: un luogo dove osservare ciò che si ha davanti diventa importante quanto la capacità di affrontarlo fisicamente.

L'esperienza comincia con l'avvicinamento in montagna e con la costruzione del Base Camp, che per due giorni diventa il nostro punto di riferimento. Ci vengono consegnati tende e sacchi a pelo e, prima di entrare nel vivo dell'esplorazione, Davide Barone ci presenta la nuova OFFTRAIL ULTRA, raccontandoci la filosofia e le caratteristiche di una scarpa pensata per affrontare proprio quei terreni in cui il sentiero lascia spazio a una superficie più irregolare e imprevedibile. 

La sera, quando il campo si raccoglie e la luce comincia a lasciare spazio al buio, la montagna assume un'altra forma. Dopo una giornata trascorsa all'aperto, il corpo avverte la stanchezza e il freddo dell'alta quota diventa più presente, mentre all'interno delle tende lo spazio si restringe e le persone iniziano inevitabilmente a condividere qualcosa di più della semplice attività che li ha portati fin lì. Si parla, si ripercorrono i momenti della giornata, si scherza e ci si prepara al giorno successivo, ma soprattutto si crea quella familiarità che in condizioni normali avrebbe richiesto molto più tempo, perché dormire in tenda in montagna significa condividere una situazione essenziale: uno spazio dove le differenze tra persone che solo fino a poche ore prima erano sconosciute diventano via via meno importanti.

La mattina successiva, accompagnati da una guida alpina, iniziamo a esplorare il territorio attraverso un'attività di squadra organizzata da Crusher Running, che ci porta a confrontarci con un percorso privo di una linea già definita. La direzione deve essere scelta, discussa e modificata in funzione del terreno, e proprio questa libertà obbliga il gruppo a comunicare continuamente, perché non è sufficiente che una singola persona trovi la propria soluzione: è necessario che quella soluzione possa funzionare per tutti.

È in questi momenti che diventa evidente quanto velocemente una squadra possa formarsi. Qualcuno individua un passaggio più semplice, qualcun altro si accorge che una determinata direzione potrebbe essere poco conveniente, mentre chi procede più lentamente viene naturalmente sostenuto dagli altri. Non perché esista una gerarchia all'interno del gruppo, ma perché il raggiungimento dell'obiettivo dipende dalla possibilità di arrivare insieme.

La montagna rende molto concreta una dinamica che nella vita quotidiana può rimanere astratta: collaborare significa anche rinunciare, quando serve, al proprio ritmo per permettere a qualcun altro di mantenere il proprio. In questo senso, l'esperienza di The North Face, riprende in scala diversa quello che la Trans-Antartica aveva reso necessario oltre trent'anni prima. Anche qui persone con esperienze differenti devono imparare a fidarsi l'una dell'altra, a riconoscere le capacità degli altri e ad accettare che la soluzione migliore possa emergere dal confronto piuttosto che dalla decisione del singolo. La differenza è che non ci troviamo davanti a una spedizione di mesi attraverso un continente, ma il meccanismo umano rimane sorprendentemente simile.

C'è, poi, un altro elemento che rende l'esperienza particolarmente significativa: il luogo stesso. Il ghiacciaio del Fellaria non è soltanto lo sfondo spettacolare della spedizione, ma un ecosistema fragile, che rende impossibile parlare di esplorazione senza parlare anche di responsabilità. Muoversi ai suoi piedi, attraversare i torrenti che scendono dalla montagna e osservare da vicino un ambiente così delicato porta inevitabilmente a interrogarsi sulla possibilità di continuare a vivere e frequentare questi territori senza comprometterne l'equilibrio.

La tutela del ghiacciaio e dell'ambiente circostante diventa quindi parte dello stesso discorso che attraversa tutta l'esperienza: così come per affrontare una spedizione è necessario imparare a considerare le esigenze degli altri membri del gruppo, allo stesso modo esplorare un territorio significa riconoscere che non ci appartiene e che la nostra presenza deve necessariamente confrontarsi con la sua fragilità. La possibilità di correre, camminare e scoprire questi luoghi dipende anche dalla capacità di proteggerli, riducendo il nostro impatto e sviluppando una relazione con la montagna che non sia soltanto quella di chi la attraversa, ma anche di chi ne riconosce il valore e la necessità di conservarla.

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03 | Trovare la propria linea

“Il feedback degli atleti diventa prezioso quando riceviamo costantemente lo stesso messaggio da diversi tester e in contesti diversi. Per Offtrail Ultra, gli atleti hanno ribadito il desiderio di maggiore sicurezza e precisione sui terreni tecnici, aspetto che è diventato un punto chiave durante tutto lo sviluppo. Stiamo assistendo a un numero crescente di atleti che sfumano i confini tra corsa, alpinismo ed esplorazione. Offtrail Ultra riflette questa evoluzione. È stata progettata per chi vuole spingersi oltre i sentieri tradizionali e crediamo che questa mentalità debba continuare a influenzare il futuro delle calzature The North Face.” Alberto Gagno, The North Face Senior Category Manager - Footwear, Equipment, Accessories

La OFFTRAIL ULTRA di The North Face ci ha accompagnato attraverso un ambiente tecnico e selvaggio, dalla roccia alle superfici più morbide e irregolari, permettendoci di vivere il territorio senza mai perdere il contatto con il terreno. Ma il vero valore dell'esperienza è stato scoprire quanto possa cambiare il nostro modo di affrontare una sfida quando smettiamo di ragionare come singoli e iniziamo a farlo come gruppo. È questo il filo che unisce Fellaria alla Trans-Antartica del 1989: persone diverse, un obiettivo comune e la necessità di trovare insieme una direzione.

Forse è proprio questo il significato più profondo di OFFTRAIL: trovare una strada propria senza dimenticare che, molto spesso, la direzione migliore è quella che riesce a comprendere tutti e che lascia il luogo attraversato il più possibile intatto.

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II Sebago Rowing Cup | On Rowing and Future Legacy

A Torino, abbiamo ritratto una celebrazione del canottaggio, della sua preziosa, stratificata cultura e del suo avvenire: un inno composto da studenti-atleti di prestigiosi atenei internazionali, che tra le onde del Po hanno unito la propria arte sportiva a Sebago

Un flusso. Di corpi che spingono all’unisono. Di fasce muscolari fuse nel ritmo e nel gesto. Di accostamenti cromatici che contengono tradizioni ultracentenarie e, allo stesso tempo, vestono il futuro di una disciplina eterna. Il canottaggio lascia sempre sbalorditi. Nel cuore di Torino, poi, non può che incantare. La Sebago Rowing Cup è tornata tra le onde del Po, traducendo in estasi sportiva l’ethos di un brand radicato nella cultura acquatica, come Sebago, e dando una piattaforma d’eccezione ai talenti remieri di alcuni tra gli atenei più rilevanti nel panorama internazionale. Da Oxford ai Paesi Baschi. Da Roma ad Amburgo. 

Una competizione, come richiede l’anima stessa del canottaggio, in questo caso scandita da otto con ed equipaggi misti. Soprattutto, una celebrazione dello spirito insito in questa nobile arte sportiva. Sia esso inteso da un punto di vista estetico, comunitario o, ancora, puramente formativo. Capisaldi, tutti, di una dimensione atletica che fa dello sforzo condiviso e della responsabilità individuale le proprie matrici, e di un identitario codice stilistico il proprio manifesto globale. 

Raccontano tutto ciò le testimonianze di Theodore Siri | University of Oxford, Matilde Paoletti | LUISS e Oscar Krause | University of Hamburg (vincitore dell’evento, insieme al suo equipaggio): atleti-studenti in grado di riconoscere ed elevare gli infiniti significati del canottaggio che è stato, che è, e che continuerà ad essere. 

II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup

Theodore Siri | University of Oxford 

 

“Mi sono avvicinato al canottaggio solo di recente. Da ragazzo non ero particolarmente sportivo. Non avevo una grande coordinazione occhio-mano, non ero bravo a calcio, né in altre discipline. Poi sono arrivato all’Università di Oxford, dove il canottaggio è ovunque. Tutti hanno la possibilità di salire in barca ed allenarsi, dai livelli più bassi fino agli atleti di vertice, e abbiamo la fortuna di poter contare su allenatori estremamente preparati.

Mi sono innamorato del canottaggio per la sua assoluta linearità. Più ti alleni, più migliori. La tecnica esiste, naturalmente, ma si può imparare. Alla fine, moltissimo dipende dalla capacità di dedicarsi completamente a ciò che si sta facendo. Nel canottaggio non esistono stelle. Sulla barca siamo in otto e ciò che cerchi di fare è, semplicemente, diventare parte di un unico ingranaggio. Nessuno può trascinare tutti gli altri. Nessuno può decidere di andare per conto proprio. Bisogna fare la stessa cosa, insieme. Non credo esista un altro sport di squadra paragonabile al canottaggio.

Forse è anche per questo che si creano legami così forti. Devi essere incredibilmente vicino alle persone con cui voghi. A Oxford arrivano da ogni parte del mondo: Stati Uniti, Australia, Italia, Germania, da tutta Europa… Con il tempo, si creano amicizie che durano una vita. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde ci svegliamo alle cinque del mattino, sei giorni alla settimana, viaggiamo insieme sui minibus per poi ritrovarci a remare nel buio. D’inverno, usciamo dall’acqua mentre sorge il sole, dopo esserci allenati senza vedere nulla, se non una luce davanti ed una alle spalle, con i ghiaccioli che pendono dalle barche e un freddo tremendo… In quel contesto, continui semplicemente a remare. E quando attraversi tutto ciò insieme ad altri, nasce un legame raro. Non c’è niente di simile.

Il canottaggio finisce per dare forma anche a tutto ciò che accade fuori dalla barca. Ti svegli alle cinque, cinque e mezza, ti alleni e sai che la sera dovrai allenarti di nuovo. Quei momenti diventano l’inizio e la fine della tua giornata. Tutto il resto deve trovare spazio nel mezzo. Per me, quello spazio è occupato dalla filosofia politica. Per questo, quasi tutte le sere, alle otto e mezza sto già dormendo.

C’è una cifra degli sport endurance che si trasferisce nella vita accademica. Lavori duramente e, cosa ancora più importante, impari a lavorare duramente. Il canottaggio ti dà uno scopo ogni giorno. Sai verso cosa ti stai dirigendo. Hai un obiettivo e devi lavorare per raggiungerlo. Credo che, in questo senso, il rapporto tra canottaggio e università sia profondamente simbiotico. Ti impegni duramente per l’università e ti impegni duramente per il canottaggio: in qualche modo, una cosa rende possibile l’altra. Qualunque tipo di stress tu abbia, inoltre, puoi riversarlo nell’attività sportiva stessa.

Passiamo moltissimo tempo a sviluppare la condizione fisica sul remoergometro, ma l’arte del canottaggio è fatta di tecnica, spirito e, soprattutto, mentalità. Contro Cambridge gareggiamo su 6,8 chilometri. Puoi iniziare a sentire del dolore dopo appena 500 metri, e da quel momento in poi devi trovare il modo di attraversare tutto ciò che rimane. È lì che la squadra diventa essenziale. Continui perché sai che la persona dietro di te continuerà, e lei continua perché sa che farà lo stesso chi c’è alle sue spalle. Diventa fiducia. Sicurezza reciproca. Una mentalità condivisa da tutta la barca.

Il canottaggio è fatto di unità. Un colpo di remo dopo l’altro. Ogni due o tre secondi devi prendere una nuova decisione. Hai abbastanza tempo per stare lì e pensare: bene, devo farlo ancora una volta. Solo un’altra. E poi un’altra ancora. Se continui così, prima o poi arriverai alla fine con i tuoi compagni. Ancora una volta, tutto questo crea legami umani profondi, e molto ampi. A Oxford ti senti connesso con chi ha fatto parte del club negli anni attuali e recenti, ma anche con chi remava per l’ateneo cinquanta o sessant’anni fa. Tornano tutti a trovarci. Sono al nostro fianco. E prima o poi saremo anche noi parte della stessa eredità.

Al canottaggio è legata anche una cultura visiva molto definita. In Gran Bretagna la puoi respirare in modo particolare durante la Henley Royal Regatta. In generale, lo stile occupa un posto estremamente rilevante nel canottaggio: credo che questo sport possieda una sua eleganza intrinseca. Trovo qualcosa di speciale nella possibilità di far convivere lo stile e la tradizione propri del canottaggio con una progressiva apertura dello sport a più persone. L’identità visiva è anche uno dei modi attraverso cui generazioni diverse possono riconoscersi e fondersi tra loro. Incontri qualcuno che indossa il blazer del tuo club, in qualsiasi parte del mondo, e immediatamente nasce una connessione. Ti senti parte di una comunità che possiede un’identità visiva, oltre che una solida cultura. 

E quella comunità è molto più grande di Oxford. Essere a Torino e gareggiare con equipaggi provenienti da tutta Europa ci offre qualcosa che viviamo raramente, perché normalmente competiamo contro squadre britanniche. Qui, grazie al supporto di Sebago, abbiamo la possibilità di conoscere la cultura del canottaggio al di fuori della Gran Bretagna, incontrare persone provenienti da altri luoghi, confrontarci con loro e poi gareggiare insieme. Anche vogare in equipaggi misti è qualcosa d’insolito per noi. A Oxford uomini e donne fanno parte dello stesso club, ma normalmente si allenano e gareggiano separatamente. Ritrovarsi qui, sulla stessa barca, permette al club di mostrarsi unito in un modo alternativo.

E poi c’è semplicemente il Po. È bellissimo. Noi ci alleniamo vicino a Oxford e trascorriamo molto tempo a Londra, perché è lì che si disputa la Boat Race. Londra è frenetica. Ci sono barche ovunque, onde, movimento continuo... In questa fetta di Torino, invece, il verde accompagna il fiume lungo entrambe le sponde. La differenza è forte, e si sente.”

Theodore Siri | University of Oxford
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup

Matilde Paoletti | LUISS

 

“Ho iniziato a fare canottaggio grazie al progetto Remare a Scuola. Ero alle medie quando sono stata reclutata dai miei allenatori: ci fecero provare il remoergometro e scelsero coloro che mostravano più potenzialità. Probabilmente, non avrei avuto modo di conoscere il canottaggio se non fosse stata per quell’occasione. Mi è piaciuto subito stare all’aria aperta, essere continuamente a contatto con tanti ragazzi e ragazze della mia età, avere la possibilità di mettermi in gioco. Poi, giorno dopo giorno, ho imparato ad apprezzare sempre più la disciplina. Adesso, le mie giornate sono fatte di canottaggio: mi alleno due volte al giorno, tutti i giorni. La domenica una volta sola.

Il mio obiettivo, fin da piccola, è arrivare alle Olimpiadi. Attualmente, faccio parte della Nazionale Under 23. All’interno di università come la LUISS, puoi costruire percorsi differenti: alcuni atleti remano direttamente con la squadra dell’università, mentre altri, come me, continuano ad allenarsi con i rispettivi club di appartenenza. Seguo una preparazione diversa, perché durante l’estate l’obiettivo è entrare in Nazionale e rappresentare l’Italia: indossare la divisa Azzurra.

Secondo me, ogni sport è una forma d’arte. A maggior ragione il canottaggio, perché si svolge in un ambiente bellissimo, all’aria aperta, sull’acqua: che sia un lago, un fiume o il mare... Soprattutto, perché è una disciplina che mette in mostra il movimento, la sincronia, e anche solo per questo rimanda ad un qualcosa di artistico. A differenza di molti sport moderni, poi, il canottaggio possiede una tradizione centenaria. In Italia magari non è diffuso quanto in altri Paesi, dove esiste una grande cultura legata ai college e alle barche lunghe. Ma anche noi abbiamo una storia importante, in particolare nelle barche corte, e oggi stiamo cercando di sviluppare sempre più anche il canottaggio femminile.

Sono molto orgogliosa di essere una studentessa-atleta. La LUISS mi supporta molto in questo percorso, anche perché mi sono trasferita nel Nord Italia proprio per potermi dedicare completamente al canottaggio. Riuscire a bilanciare le due dimensioni è fondamentale e credo che lo sport sia anche un ottimo modo per imparare a organizzarsi meglio nello studio e portare avanti parallelamente una dual career.

Molti coetanei che non remano mi raccontano che fare un’ora di sport, magari due o tre volte alla settimana, li aiuta a staccare dall’intensità dello studio universitario. A me viene da sorridere, perché nel mio caso accade esattamente il contrario. Allenandomi due volte al giorno, è lo studio a diventare il momento in cui stacco dallo sport. Mi è sempre piaciuto studiare, quindi considero il tempo che dedico a giurisprudenza come una forma di focus mentale: un modo per continuare ad allenare la testa. 

Naturalmente ci sono dei sacrifici da fare. Non userei il termine rinunce, perché sono scelte che prendo volentieri. Di certo, però, non puoi permetterti di andare a dormire alle undici tutte le sere. Normalmente vado a letto intorno alle nove, nove e mezza, e mi sveglio presto. Riesco comunque a mantenere una vita sociale: anzi, uno degli aspetti più belli del canottaggio è proprio la possibilità di creare amicizie. Ci frequentiamo molto tra noi atleti/e: ci alleniamo insieme tutto il giorno e, alla fine, il cerchio di amicizie è ovviamente composto da persone che appartengono a questo mondo.

Il bilanciamento perfetto, per me, sta nell’equilibrio tra mente e nel corpo. Il talento serve, ma non basta. Servono costanza e allenamento. I risultati possono non arrivare immediatamente e bisogna essere disposti a costruirli attraverso un lavoro molto più lungo del previsto. Le gare internazionali si concentrano prevalentemente nel periodo primaverile ed estivo, ma la maggior parte del lavoro viene fatta durante l’inverno. Quando qualcuno guarda una gara vede i duemila metri, vede lo sforzo e, se tutto va bene, vede la vittoria. Ciò che non vede sono tutti i chilometri che ci sono dietro, persino quaranta al giorno, insieme al lavoro in palestra e a quello sul remoergometro. Per questo, al di là del fisico, la parte fondamentale è la mente. 

E poi bisogna sentire la barca. Nelle barche lunghe, come l’otto, serve una grande sincronia con tutto l’equipaggio. Durante l’anno, io sono principalmente una singolista e credo sia essenziale sviluppare un vero e proprio feeling con la barca… Un’affinità che ti porta ad autocorreggerti. Prima di tutto, voglio essere io la giudice più severa di me stessa. Dopodiché, naturalmente, mi confronto di continuo con gli allenatori, che possono offrirmi uno sguardo esterno. Ormai, però, ho imparato così tanto a conoscere il mio corpo e la barca da comprendere subito quando qualcosa funziona e quando invece non funziona.

Negli ultimi anni ho iniziato a gareggiare anche nelle barche miste. È una specialità che apprezzo molto. Creare un giusto connubio non è sempre semplice: i ragazzi hanno leve più lunghe, sono più forti, quindi trovare un equilibrio nelle spinte e nella lunghezza della remata può essere complicato. Ma si crea un bellissimo clima. Quest’anno ho vinto il bronzo agli Europei Under 23 nell’otto misto e mi auguro che questa specialità continui a trovare spazio nelle competizioni.

Anche per questo sono felice di essere qui a Torino. È una città che ho scoperto proprio grazie al canottaggio e alla quale, ormai, sono affezionata. In questi spazi, ritrovo molto della tradizione storica del nostro sport. Ci sono equipaggi differenti, persone che praticano il canottaggio soltanto a livello universitario e altre che lo fanno agonisticamente, squadre provenienti da realtà diverse... C’è un ambiente internazionale e, soprattutto, una voglia reciproca di mettersi in gioco. Sono felice di rappresentare la LUISS, anche perché l’università mi sta permettendo di continuare il mio percorso sportivo al meglio, attraverso il progetto LUISS Top Athlete. 

Sono altrettanto felice che un brand come Sebago supporti un evento che punta i riflettori sul canottaggio, perché si tratta di uno sport che deve ancora raggiungere la piena visibilità presso il grande pubblico. La dimensione estetica è sicuramente una chiave importante, di cui sono molto appassionata: vedere tutti gli equipaggi vestiti allo stesso modo restituisce sempre un’immagine elegante, molto legata allo stile che appartiene a questo mondo. Spero che possano esserci molti altri eventi di questo tipo.”

II Sebago Rowing Cup
Matilde Paoletti | LUISS
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup

Oscar Krause | University of Hamburg

 

“Credo di essermi innamorato del canottaggio più di una volta. La prima avevo dodici anni. Non ero particolarmente bravo a calcio o negli altri sport che praticavano tutti, e il canottaggio è diventato semplicemente un posto in cui potevo sentirmi a mio agio. A quell’età partivamo tutti da zero e scoprii di essere portato. Mi offriva uno spazio in cui potevo mettermi alla prova.

Poi, mi sono innamorato del canottaggio una seconda volta, dopo essermi preso una pausa dagli allenamenti ad alta intensità. Allora, ho capito che il progresso non procede sempre in avanti. Non segue una linea costantemente ascendente. Se vuoi migliorare, devi dedicarti davvero a ciò che fai. Questo ha modificato il significato che il canottaggio aveva per me. Non si trattava più, solamente, di un luogo in cui potevo vincere delle medaglie. Era diventato un luogo in cui dovevo lavorare duramente e imparare la disciplina.

Ho sempre trovato il canottaggio incredibilmente affascinante dal punto di vista estetico. Da piccolo, guardavo tantissimi video delle gare. Attorno ai circoli remieri, poi, esiste una cultura fortissima: le sedi dei club, le persone, tutto ciò che li circonda... In qualche modo, vivi la sensazione di avere una casa. Quel tipo di dimensione estetica ti fa sentire a tuo agio, apprezzato, parte di qualcosa di più grande di te. E, naturalmente, quando remi su una barca insieme ad altre persone, sei letteralmente parte di qualcosa di più grande. Quando lo osservi dall’esterno, c’è qualcosa di estremamente appagante in un equipaggio che si muove all’unisono. E puoi percepire lo stesso tipo di bellezza anche all’interno della barca: nel ritmo, nel colpo di remo, nell’ampiezza del movimento.

Il canottaggio ha senza dubbio plasmato anche il mio percorso accademico. Non sono sempre stato uno studente modello. Quando mio padre voleva che facessi i compiti, scappavo e mi rifugiavo nel circolo di canottaggio. Poi ho capito che, se davvero volevo raggiungere un livello importante nel canottaggio, avrei dovuto frequentare una scuola specifica… e per riuscire ad entrarci, avrei avuto bisogno di buoni voti. Così, una cosa ha cominciato a trainare l’altra. Senza il canottaggio, dubito avrei sviluppato la stessa disciplina nello studio. Questo sport mi ha insegnato la pazienza. Mi ha insegnato a lavorare per qualcosa lungo un arco di tempo molto esteso. Senza il canottaggio, non credo che sarei arrivato fin qui.

Mi aiuta anche a restare con i piedi per terra. Ci sono momenti in cui semplicemente non riesci ad esprimerti al meglio, e confrontarti con questo tipo di limite può ridimensionarti di molto. Il canottaggio è uno sport incredibilmente esigente. Nelle sessioni più dure, a volte devi semplicemente stringere i denti e superare la fatica. Quella forza mentale, alla fine, si trasferisce in tutto il resto che fai. I canottieri hanno la reputazione di saper superare periodi difficili, che si tratti del lavoro o dello studio. Naturalmente, da studente-atleta non hai lo stesso tempo libero degli altri, ma il canottaggio è anche ciò che noi consideriamo il nostro tempo libero. Non lo viviamo come un lavoro. È semplicemente parte del nostro stile di vita.

Per me, la dimensione individuale del canottaggio è importante quanto quella collettiva. Anche se è uno sport di squadra, credo che un singolo vogatore possa aiutare l’equipaggio anche attraverso una certa dose di ‘egoismo’. Devi voler diventare migliore degli altri. In allenamento, in qualche modo, sei sempre in gara con chi ti circonda. Quando tutti portano questa mentalità nello stesso ambiente, si crea una dinamica che permette a ciascuno di migliorare. Ovviamente non puoi essere troppo egoista. Servono rispetto e attenzione verso le persone che hai accanto. Ma è proprio questo equilibrio, secondo me, a definire un buon vogatore.

Representing my university is different in Germany from what I imagine it might be like at a university in the United States. Rowing isn’t particularly popular, and many people at the university probably don’t even know that these competitions are taking place. But when you come to a race like this and compete alongside Oxford and other major universities, there is a certain sense of tradition to it. You represent where you come from, and that is a great honour. It makes you want to give your best. It is like having the wind at your back.

In questo scorcio di Torino c’è un qualcosa che trasmette un naturale senso d’affinità con il canottaggio. Sono solito allenarmi anche in un circolo svizzero molto antico, profondamente legato alla tradizione: dove puoi trovare una grande clubhouse e il legno è ovunque, insieme alle medaglie e ai trofei accumulati nel tempo. In luoghi del genere, sembra che la storia finisca per raccogliersi e divenire un flusso unico. Proprio come il canottaggio, c’è qualcosa di semplicemente bello nell’osservare, nell’ammirare contesti di questo tipo. 

Mi piace molto vedere un brand importante come Sebago entrare nel mondo del canottaggio, perché aggiunge un’altra dimensione a questo sport. Il canottaggio è sempre stata una disciplina piuttosto di nicchia. Mai è arrivata, davvero, sotto i riflettori. Sebago appartiene ad un mondo legato all’acqua, ai laghi, alle barche e alla cultura che li circonda. Per questo credo sia importante che entri nella dimensione sportiva attraverso il canottaggio.

Ho molti amici nel nord della Germania che si vestono molto bene e portano con sé lo stesso tipo di ‘spirito’ che vediamo oggi qui, a Torino. Diventa qualcosa che supera lo sport stesso. Diventa uno stile di vita. Io vengo da una zona dove il canottaggio non è particolarmente diffuso. Ma attraverso il canottaggio, la scuola sportiva e l’università sono entrato progressivamente in questo mondo. Poco alla volta, per me è diventato qualcosa di più di uno sport. È diventato una cultura.”

Oscar Krause | University of Hamburg
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup
II Sebago Rowing Cup
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Fette | Di Tour e ciclismo come atto umano

Dai colori dell’Ecuador alle più leggendarie vette francesi, il racconto illustrato di Fette segue frequenze a sé stanti: quelle scandite dall’arte umana, molto più che sportiva, del ciclismo e dei suoi interpreti. Un caleidoscopio figurato, composto di dettagli ed echi eterogenei, che esploriamo per celebrare la conclusione del Tour de France 2026

Antoine Blondin, storico corrispondente de l’Équipe sulle strade della Grand Boucle, arrivò a confidare di scrivere su diretta dettatura del Tour de France. Un’immagine potentissima, in grado di annullare qualsiasi distanza tra soggetto e narratore. O meglio, di renderli cosa unica, come solo a pochi, pochissimi eventi sportivi al mondo è dato fare. 

Osservando le illustrazioni di Fette, pare ripresentarsi la medesima dinamica. Il cosmo illustrato di quest’architetto ecuadoriano, sulla sella sin dall’infanzia, è un’estensione diretta del romanzo proposto da ogni tappa, da ogni fuga o scelta in essa racchiuse, da ogni percorso emotivo e fisico intrapreso dagli umani supereroi che arrivano a popolarla.

Mentre l’edizione 2026 della corsa gialla volge al proprio termine, rappresentato dai sempre luminosi Champs-Elysées, ci mettiamo a ruota di uno degli artisti più rilevanti nel panorama ciclistico globale, assaporando una scia fatta d’intuizioni, ispirazioni, distintivi processi creativi e, soprattutto, profonda consapevolezza: quella che ogni momento della Grand Boucle, così come ogni semplice momento in sella, racchiudano l’essenza della vita stessa, e le sue sfumature più ironiche, oltre che epiche. 

Com’è entrato il ciclismo nella tua vita? Cosa ti ha fatto innamorare di questa disciplina e quali sono i tuoi primi ricordi del contatto con essa?

“La bicicletta c’è sempre stata. Ha fatto parte della mia casa, della mia infanzia. Io e mio fratello siamo cresciuti tra BMX e mountain bike, quindi non l’abbiamo mai vissuta come qualcosa di speciale: era semplicemente il nostro modo di divertirci. La cosa buffa è che non ero uno di quei bambini che passavano i pomeriggi davanti alla televisione a guardare il Tour de France o che sapevano chi avesse vinto una determinato corsa. Il mio legame con la bicicletta è nato molto prima di quello con il ciclismo professionistico. Ho scoperto solo più tardi il ciclismo su strada, e mi è bastata una sola uscita per capire che me ne ero innamorato. Non perché desiderassi correre, ma perché mi piaceva pedalare. Punto. In tutta la mia vita ho preso parte appena a due gare... e sono arrivato ultimo in entrambe (ride, ndr). In quei momenti ho capito definitivamente di non essere nato per competere.

Nel tempo, ho scoperto che amo tutto ciò che ruota intorno alla bicicletta. Partire senza sapere dove arriverò. Perdermi su strade secondarie. Fermarmi a bere un caffè. Chiacchierare durante una pedalata. Oppure non dire niente e ascoltare soltanto il rumore delle ruote sull’asfalto… Il ciclismo è uno sport che pretende moltissimo, ma che in cambio sa regalarti un senso di pace difficile da spiegare a chi non l’ha mai provato. Credo sia questo il motivo per cui mi ci sono legato così profondamente alle due ruote. Non per la competizione. Per le storie. Per tutto quello che può accadere sopra una bicicletta. E provo a raccontare ciò con le mie illustrazioni.”

 

Il disegno e le illustrazioni, invece, quando hanno iniziato a fare parte del tuo immaginario prima, della tua espressione creativa poi?

“Credo di disegnare da sempre. Da quando ho memoria, mi vedo scarabocchiare su qualsiasi cosa mi capiti tra le mani. Non c'è stato un momento in cui mi sono detto: “Voglio diventare un illustratore”. Semplicemente, amavo e amo farlo. Con il tempo ho capito che il disegno è il linguaggio che mi viene più naturale. Ci sono pensieri che faccio fatica a tradurre in parole e che, invece, trovano immediatamente posto dentro un’illustrazione. È anche il luogo in cui riesco a far convivere tutto quello che mi appassiona: il design, l'architettura, la pittura, la musica, il cinema... oggi, anche il ciclismo.

Quando ho fondato Fette, non avevo in mente di ritrarre il ciclismo. Volevo raccontare delle storie. Il ciclismo si è rivelato essere un palcoscenico perfetto, poiché trattasi di uno sport attraversato da emozioni, personaggi memorabili e momenti irripetibili. Una corsa può essere epica, esilarante, assurda o profondamente umana. È ciò che continua ad ispirarmi. Forse, anche per questo nelle mie illustrazioni è quasi sempre presente una vena ironica, a volte persino umoristica. Mi piace quando qualcuno si ferma davanti a un disegno, sorride, magari ride, e poi comincia ad esplorarne i dettagli nascosti. Se un’illustrazione riesce ad interrompere, anche solo per qualche minuto, il gesto ormai automatico di scorrere lo schermo, allora penso di aver raggiunto il mio obiettivo.”

 

Provieni dall’Ecuador (dove, se non erro, sei ancora di base) e hai intrapreso un percorso professionale in architettura. Quanto queste due componenti, ovvero le tue radici culturali e accademiche, incidono nel tuo modo d’intendere il ciclismo e l’illustrazione?

“Moltissimo, anche se probabilmente non nel modo più ovvio. L’architettura non mi ha insegnato a disegnare meglio: mi ha insegnato a pensare. È una disciplina profondamente intrecciata con l’arte e il design, e credo che la lezione più preziosa che mi abbia lasciato sia la capacità di astrarre un’idea, ridurla all’essenziale e prestare attenzione ai dettagli più minuti. Prima d’iniziare qualsiasi illustrazione cerco sempre di capire quale sia il cuore della storia e quale sia il modo più semplice per raccontarla. Questo modo di ragionare arriva direttamente dall'architettura. L’Ecuador, invece, ha modellato il mio sguardo sul mondo. È un Paese straordinario, pieno di contrasti, dove lo sport inevitabilmente finisce per entrare a far parte della tua vita. Da bambino ho praticato tantissime discipline diverse e mi sono divertito con tutte. Il ciclismo su strada è arrivato soltanto molto più tardi. Non mi ci sono avvicinato con lo sguardo di chi è cresciuto seguendo le grandi corse europee. L’ho scoperto attraverso la curiosità. Attraverso il piacere, puro e semplice, di andare in bicicletta.

Credo che vivere in Ecuador ti porti a percepire il tempo in maniera diversa. Qui non esistono quei cambiamenti di stagione così netti, che scandiscono la vita in molti altri Paesi. Tutto sembra avere un ritmo più costante, e penso che questo finisca per influenzare il modo in cui si osserva il mondo e attraversa il tempo. Non ci avevo mai riflettuto davvero, ma ripensandoci mi accorgo come questa prospettiva sia entrata naturalmente anche nel mio lavoro. In fondo, Fette nasce proprio dall’incontro di due mondi. Da una parte, c'è un modo di pensare ereditato dall’architettura, che cerca sempre di togliere il superfluo senza perdere profondità. Dall’altra, c'è uno sguardo formato in Ecuador, che spesso mi permette di cogliere storie e dettagli che possono sfuggire a chi ha trascorso tutta la vita immerso nella cultura ciclistica europea.”

Parliamo del fenomeno Fette. Quali sono le origini di questo caleidoscopio di suggestioni ciclistiche? Confermi, come hai già condiviso in passato, che la vittoria del Giro d’Italia da parte di Carapaz e la tua compagna triatleta hanno giocato un ruolo nello sviluppo iniziale di questo progetto artistico?

“Fette è nato durante la pandemia, quasi come una risposta al bisogno di continuare a creare. Com’è accaduto a tante persone, il lockdown mi ha costretto a cercare un nuovo equilibrio, un modo per restare attivo. Il disegno è diventato quello spazio. In quel periodo è sembrato che tutto accadesse nello stesso momento. Il ciclismo ha vissuto un’esplosione di popolarità, Richard Carapaz ha vinto il Giro d’Italia e, grazie alla mia ex compagna, ho iniziato a seguire le corse con occhi completamente diversi. La bicicletta mi aveva sempre appassionato, soprattutto però per il piacere di pedalarla, non per quello di seguire da appassionato il pro cycling. Però, ho iniziato a scoprire tutto quello che una corsa contiene oltre il risultato finale: le storie, le tattiche, i caratteri, le emozioni...

Fin dall’inizio, avevo ben chiaro di non voler realizzare illustrazioni tecniche, né limitarmi a raccontare i vincitori. Ero interessato a mostrare il lato più umano dello sport. Perché una corsa mai è soltanto una questione di classifica. È composta di decisioni, errori, sacrifici, momenti comici, frustrazioni, gioie… Credo che il cuore di Fette stia proprio qui: nell’usare il ciclismo come un linguaggio per raccontare storie profondamente umane. In fondo, quelle emozioni non appartengono soltanto al ciclismo. Appartengono allo sport in sé. Ed è proprio questo che ci permette di riconoscerci in ciò che vediamo.”

 

Spesso, ad un oceano di distanza, si tende a sottovalutare il valore culturale del ciclismo in un Paese-culla di questa di questa disciplina, come l’Ecuador. Potresti raccontarci cosa rappresenta questo sport per la tua nazione? Che immagini useresti per descrivere al meglio questo rapporto?

“Il ciclismo è sempre esistito in Ecuador, ma credo che soltanto adesso si stia iniziando a costruire una vera e propria identità ciclistica. Negli ultimi anni il cambiamento è stato impressionante. Si vedono sempre più persone allenarsi, sempre più persone che pedalano semplicemente perché amano farlo e, soprattutto, sempre più corridori ecuadoriani capaci di lasciare il segno nel ProTour. Non si tratta più di avere un solo campione capace di emergere. Oggi, l’Ecuador è un Paese che il mondo del ciclismo guarda con rispetto. E questo, inevitabilmente, ha fatto aumentare anche il pubblico. Sempre più persone seguono le corse, imparano a capirle, sentono di farne parte. Siamo ancora in una fase di crescita, soprattutto a livello amatoriale, dove c'è tantissima strada da fare. Ma se penso a com’era la situazione dieci anni fa e la confronto con quella di oggi… la differenza è enorme.

L’Ecuador resta un Paese profondamente legato al calcio, e non credo che questo cambierà nel prossimo futuro. Tuttavia, mi piacerebbe che ci fosse più curiosità anche verso gli altri sport. Abbiamo atleti che stanno ottenendo risultati straordinari sulla scena internazionale, non soltanto nel ciclismo, e credo meritino la stessa attenzione, lo stesso entusiasmo e lo stesso sostegno. Spero che, un passo alla volta, riusciremo a diventare un Paese capace di celebrare lo sport in tutte le sue forme. Mi piace pensare che l’Ecuador stia soltanto scrivendo le prime pagine della propria storia ciclistica. Ed è proprio questa sensazione, l’essere all’inizio di qualcosa, che rende questo momento storico così entusiasmante.”

 

Nel tempo, che tipo di filosofia artistica hai definito? In base a cosa scegli i protagonisti e definisci le sequenze, così come i dettagli narrativi, delle tue opere?

“Quasi tutte le mie illustrazioni nascono allo stesso modo: guardando una corsa. Mentre la seguo, inizio a mettere in relazione quello che succede sull’asfalto con tutto ciò che, in quel momento, alimenta il mio immaginario. Può essere un film, una canzone, un quadro famoso, una campagna di design, un meme o perfino qualcosa che non ha assolutamente nulla a che vedere con il ciclismo. Così, scatta la scintilla. Poi, provo a costruire una storia. Mi piace che le illustrazioni contengano ironia, umorismo, emozione, ma anche piccoli dettagli nascosti. Sì, spesso prendo bonariamente in giro i corridori o certe situazioni che si verificano in gara, ma lo faccio sempre con affetto. Mai per ridicolizzare qualcuno, piuttosto per celebrare il lato più umano di questo sport. Una delle sorprese più belle è stata scoprire che molti pro cyclist condividono esattamente lo stesso senso dell’umorismo e si divertono a vedersi raccontati in questo modo. È una cosa che ancora oggi mi stupisce.

Più di ogni altra cosa, credo che il mio lavoro sia guidato dal desiderio di non ripetermi. Cerco sempre di evitare la soluzione più prevedibile, quella che tutti si aspettano. Mi domando continuamente se esista un altro modo di raccontare la stessa storia o un punto di vista che nessuno abbia ancora esplorato. Mi piace anche disseminare le illustrazioni di piccoli messaggi nascosti. Alcuni sono citazioni, altri sono riferimenti che soltanto pochi possono cogliere, altri ancora hanno un significato molto personale. La cosa curiosa è che, a distanza di tempo, capita spesso che sia io stesso a riscoprire dettagli che avevo completamente dimenticato. È come se ogni illustrazione custodisca un frammento preciso relativo al momento in cui è nata. E quando qualcuno si prende il tempo di osservarla davvero e riesce a scovare uno di quei messaggi, ho la sensazione che il disegno torni a vivere. In fondo, è questo che cerco: un’illustrazione dovrebbe suscitare più emozioni contemporaneamente. Vorrei che sorprendesse al primo sguardo, poi strappasse un sorriso e, tornando a guardarla dopo qualche tempo, fosse ancora capace di rivelare qualcosa di nuovo. Credo che questa scoperta continua, questo dialogo tra l’immagine e chi la osserva, sia una parte fondamentale dell’identità di Fette.”

Sei un ciclista praticante. Cosa ti hanno insegnato le due ruote? Quanto hanno inciso sulla tua identità? E, dato che per noi ogni sport è una forma d’arte a sé stante, ritieni che la pratica ciclistica stessa sia pura arte?

“Mi hanno insegnato tutto. Questa è probabilmente la domanda più semplice di tutta l’intervista. La bicicletta mi ha insegnato pazienza, disciplina, il prendere decisioni, l’accettare sconfitte, il godermi il percorso e a capire che molte delle cose più belle della vita arrivano solo dopo aver fatto un po’ di fatica. Sono lezioni che valgono in sella, ma ancor di più lontano da essa. Più che influenzare il mio lavoro, la bicicletta ha plasmato la mia vita. Oggi, in un modo o nell’altro, tutto ruota attorno alle due ruote. Pedalo ogni giorno, in casa mia ci sono più biciclette che mobili e molte delle persone più importanti le ho incontrate grazie al ciclismo. Persino tanti progetti d’architettura e/o legati alle illustrazioni sono nati grazie a incontri avvenuti durante un’uscita in bici. Mi riesce difficile pensare ad un aspetto importante della mia vita in cui la bicicletta non sia stata presente.

E sì, credo fermamente che pedalare sia una forma d’arte. Ognuno vive la bicicletta a modo suo. C'è chi corre, chi esplora, chi la usa per ritrovare un po’ di silenzio, chi semplicemente la usa per andare al lavoro. Compiamo tutti lo stesso gesto, ma ognuno racconta una storia diversa. Di una cosa, però, sono assolutamente convinto: chiunque abbia pedalato almeno una volta nella vita ha immaginato, fosse anche solo per pochi secondi, di tagliare per primo il traguardo e alzare le braccia al cielo dopo aver vinto una tappa del Tour de France. Credo che questa capacità di farci sognare, anche quando siamo soli su una strada deserta, sia uno degli aspetti più belli e più profondi del ciclismo.”

 

Come ti fa sentire il fatto di essere assurto a punto di riferimento nel panorama ciclistico e di avere una community di appassionati alla tua arte sparsa in tutto il mondo, con cui puoi condividere la tua visione dei più grandi Tour e delle più varie icone ciclistiche? Allo stesso tempo, come hai vissuto e stai vivendo le collaborazioni con vari brand e istituzioni?

“A dire la verità faccio ancora fatica a vedermi in questi termini. Già il fatto di rispondere a quest’intervista mi sembra piuttosto surreale. Sono qui, in Ecuador, a parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo che vuole conoscere la mia storia grazie ad alcuni disegni sul ciclismo. Se qualcuno me l’avesse detto anni fa, probabilmente gli avrei risposto che era impossibile. Fette mi ha regalato un qualcosa di prezioso: la comunità che si è creata intorno al progetto. Certo, poter vivere del mio lavoro è qualcosa di straordinario, ma sono state le persone a cambiarmi la vita. Grazie a Fette ho conosciuto corridori, designer, fotografi, giornalisti, aziende. Soprattutto, ho trovato degli amici. Persone che, con ogni probabilità, mai avrei incontrato se durante la pandemia non avessi iniziato a disegnare.

Questa esperienza mi ha fatto capire anche un’altra cosa: un’illustrazione può essere molto più di una bella immagine. Può dare origine ad una conversazione, far nascere un’amicizia, creare un legame tra persone che vivono agli antipodi del mondo, ma si riconoscono nella stessa idea. In fondo, credo che il vero senso di Fette sia questo: raccontare storie a modo mio e scoprire che, da qualche parte, ci sia qualcuno che le possa sentire altrettanto proprie. Anche lavorare con brand e squadre è un’esperienza incredibile. Apprezzo moltissimo il fatto che nessuno mi abbia chiesto di smettere di essere Fette. Anzi, chi mi cerca vuole proprio il mio approccio differente alla narrazione ciclistica. Questo mi fa pensare che ci sia ancora spazio per un racconto più umano, più creativo, meno prevedibile. Se per caso qualche brand stesse leggendo questa intervista... Prima di tutto, grazie. E fatevi pure sentire. Prometto che risponderò.” 

 

Parliamo del Tour de France. La Grand Boucle cosa sprigiona dentro di te, a livello di emozioni e pensieri? E cosa ti ha particolarmente colpito di quest’edizione 2026?

“Il Tour de France è, senza alcun dubbio, il momento che aspetto di più durante l’anno. Per tre settimane tutto entra in una sorta di ‘modalità Tour’. Guardo ogni tappa, riempio quaderni di appunti, disegno, penso a nuove idee e mi domando continuamente che cosa succederà il giorno seguente. È impossibile non lasciarsi trascinare da quel tipo d’energia. Amo che ogni tappa racconti una storia diversa. A volte nasce da un’impresa straordinaria, altre volte da un gesto minuscolo, che quasi nessuno nota. Ed è proprio da questi soggetti che vengono ispirate e prendono forma molte delle mie illustrazioni.

L’edizione di quest’anno mi ha impressionato soprattutto per il livello della corsa e per la velocità con cui si è gareggiato. Ho la sensazione che il ciclismo continui ad evolversi stagione dopo stagione. Mi è piaciuto vedere volti nuovi, corridori capaci di mettere in discussione le gerarchie e sfidare i grandi campioni. È il segnale migliore che uno sport possa dare: significa che sta continuando a crescere. Certo, un piccolo dispiacere c’è stato. Mi sarebbe piaciuto vedere Jonas e Pogi giocarsi il Tour fino a Parigi. Credo che tutti aspettassero quel duello fino all’ultimo giorno. Ma è anche questo il fascino del Tour. Pensi di sapere come andrà a finire e, puntualmente, riesce a sorprenderti. Alla fine, ti regala sempre una storia diversa da quella che avevi immaginato.”

Quali sono le opere legate al Tour de France del presente e del passato che occupano un posto speciale nel tuo cuore?

“Sono talmente tante che sceglierne una sola è impossibile. Però, ce ne sono alcune che hanno segnato tappe importanti nella storia di Fette. L’illustrazione di Chris Froome che corre a piedi sul Mont Ventoux è stata una delle prime a farmi conoscere da un pubblico più ampio, quindi avrà sempre un posto speciale nel mio cuore. Sono molto affezionato anche ai lavori dedicati a Wout van Aert durante il Tour del 2022, quando la Jumbo-Visma riuscì davvero a mettere Pogačar sotto pressione. Sono stati giorni incredibili da raccontare. Lo stesso vale per tutti i capitoli della rivalità tra Jonas e Pogi. Ho la sensazione che stiamo assistendo ad uno dei grandi duelli della storia del ciclismo e poterlo raccontare mentre accade è un privilegio raro. Un’altra illustrazione a cui tengo molto è quella dedicata a Mathieu van der Poel nel giorno in cui ha finalmente conquistato la maglia gialla. Era uno di quei momenti che tutti aspettavano da tempo.

Le storie che amo raccontare, però, non coincidono quasi mai con le vittorie. Mi interessano i momenti che rivelano davvero chi sono i corridori: una giornata storta, un gregario che sacrifica tutto per il proprio capitano, oppure un atleta che conquista una maglia o un premio che, fino a pochi giorni prima, sembrava irraggiungibile. Sono episodi che ci ricordano una cosa molto semplice: dietro ogni campione c'è una persona. E credo sia proprio questa la dimensione del ciclismo che merita di essere celebrata. Alla fine, le illustrazioni a cui resto più legato sono quasi sempre quelle più dense di dettagli. Mi diverte nascondere citazioni, piccoli rimandi, messaggi che non si colgono al primo sguardo. La cosa curiosa è che, quando ci torno sopra dopo mesi o addirittura anni, conoscendo ormai come quella storia è andata a finire o come si è evoluta la carriera di quel  determinato corridore, finisco per guardare tutto con occhi diversi. È un po’ come rivedere una tappa di cui conosci già il finale: ogni volta ti accorgi di un qualcosa che ti era sfuggito. Forse è proprio questa la mia idea d’illustrazione riuscita: un’immagine che t’invita a tornare, che resiste al tempo e continua a raccontarti qualcosa di nuovo.”

 

Quali sono i ciclisti che oggi stuzzicano maggiormente la tua immaginazione? E quali le leggende che sono muse eterne per te?

“I think the riders who appear most often in my work are Pogačar, Wout van Aert, Mathieu van der Poel, Jonas Vingegaard, Remco Evenepoel, Primož Roglič, Egan Bernal, Isaac del Toro, and on the women’s side, Demi Vollering, Marianne Vos, Elisa Longo Borghini, Pauline Ferrand-Prévot, and Katarzyna ‘Kasia’ Niewiadoma. Each of them has such a distinct personality that it’s easy to build stories around them. 

Pogačar corre come se non sapesse nemmeno cosa siano i limiti. Van der Poel e Wout sono spettacolo allo stato puro: quando sono al via, sai già che prima o poi succederà qualcosa di memorabile. Jonas ha un’incredibile calma apparente, che all’improvviso si trasforma in attacchi devastanti, proprio quando meno te li aspetti. Remco ha un carattere fortissimo e un modo di correre che, nel bene o nel male, finisce sempre per far discutere. Roglič ha una qualità che ammiro profondamente: qualunque cosa accada, riesce sempre a rialzarsi. Egan Bernal avrà sempre un posto speciale per tutto quello che rappresenta per l’America Latina e per ciò che è riuscito a superare nella sua carriera. Isaac del Toro, invece, trasmette quella rara sensazione di assistere all’inizio di qualcosa di molto grande.

Anche nel ciclismo femminile trovo una fonte inesauribile di ispirazione. Demi Vollering, Marianne Vos, Elisa Longo Borghini, Pauline Ferrand-Prévot e Kasia Niewiadoma hanno modi completamente diversi di correre e di vivere la corsa. Ognuna di loro porta con sé una storia che vale la pena raccontare. E se parliamo di leggende, il primo nome che mi viene in mente è sempre Marco Pantani. Al di là delle vittorie, c’era qualcosa nel suo modo di correre che sembrava appartenere a un’altra epoca. Quando attaccava era semplicemente impossibile distogliere lo sguardo dalle sue azioni.”


This is a song of the Valleys | La mecca del rugby gallese

Lo sguardo di RiseUp Duo attraversa i dolci e, allo stesso tempo, severi panorami delle Valleys gallesi. Aiutato dalle testimonianze di Dai Richards, maestro del collezionismo rugbistico, e Ralph Waldin, spokesperson del pluricentenario Treorchy RFC, ritraggono il valore culturale e sociale della palla ovale in un’area geografica fondata, da sempre, su miniere e mete

“This is a song of the Valleys | Of rivalries, communities and tries | Where rugby breathes and never dies” citano le pagine di Athleta Magazine Issue 13: nello specifico, quelle del reportage ‘Up and Under’. Traggono ispirazione dai versi del geniale comico e cantautore Max Boyce. Assurto nelle top chart britanniche degli anni ‘70 cantando miti rugbistici delle Valleys gallesi, area che mai ha smesso di produrli e tramandarli, la sua carriera appare come un testamento di ciò che la palla ovale ha rappresentato e continua a rappresentare in questa distintiva porzione di globo. 

Patrimonio culturale. Dinamo sociale. Identità familiare. Struttura naturale. Definizioni tra loro interconnesse, che restituiscono un’immagine concreta del valore che il rugby ha assunto, già da metà Ottocento, in piccole comunità circondate da ondulate colline. Villaggi e cittadine popolate, per lo più, da minatori che tra i pali sono riusciti a comporre una melodia sportiva indimenticabile e indimenticata, in grado ancora oggi di dare vita a talenti internazionali e derby accesissimi, nonostante gli ovvi mutamenti socio-economici e processi di spopolamento in essere. 

Questa è la canzone delle Valleys. Una canzone che pone, al centro di tutto, il rugby. Come vogliono le testimonianze del collezionista Dai Richards e del Vice Chairman del Treorchy RFC Ralph Waldin. Le loro biografie e testimonianze, accompagnate da una serie di scatti esclusivi, spiegano perché il rugby continui a respirare e a vivere in una porzione di Galles che ne ha fatto religione. 

Dai Richards – Rugby Relics

 

“Il mio primo vero incontro con il rugby avvenne quasi per caso. Ogni novembre, in occasione della Guy Fawkes Night, la mia famiglia e i nostri vicini preparavano insieme un falò e noi bambini andavamo in giro a raccogliere vecchi giornali e qualsiasi altra cosa la gente fosse disposta a darci da bruciare. Un giorno, qualcuno mi mise in mano il programma di Galles-Inghilterra del 1965. Lo guardai e pensai: questo non posso bruciarlo. È troppo bello. Per molti versi, tutto è cominciato in quel momento.

Mio padre mi aveva già portato a vedere qualche partita di rugby locale, ma assistere agli incontri non mi interessava particolarmente. Passavo gran parte del tempo ad esplorare qualsiasi cosa ci fosse attorno al campo. Nelle valli gallesi, però, il rugby prima o poi entra a far parte della tua vita, che tu lo scelga consapevolmente oppure no. Ci giocavamo a scuola, dove feci la mia prima meta a nove anni. I miei insegnanti erano giocatori: quello di educazione fisica giocava nell’Aberavon, una delle squadre più importanti, e così faceva anche quello di fisica. Il rugby era semplicemente ovunque. Era un fatto sociale, culturale, parte del tessuto stesso del luogo. Era praticamente impossibile sottrarsi da esso.

Lungo la mia adolescenza, prese forma un altro rapporto con il gioco. Avevo iniziato collezionando programmi di calcio, ma gradualmente il calcio lasciò spazio ai programmi del Neath, la squadra di rugby del mio paese, e, in seguito, alla memorabilia rugbistica in senso più ampio. A diciassette anni andai da un commerciante in cerca di alcuni programmi che desideravo e scoprii che li aveva già venduti. Ricordo di aver pensato: come faccio ad arrivare a questi oggetti prima degli altri? La risposta fu diventare, io stesso, un commerciante.

All’inizio, comprare e vendere era semplicemente un modo per mettere le mani sui materiali che desideravo per la mia collezione prima che potesse farlo qualcun altro. Poi, la cosa si è via via sempre più ingrossata. Iniziai, più o meno, nel 1978, quindi ormai è trascorso quasi mezzo secolo di accumulazione di storia rugbistica. Il materiale è diventato talmente tanto da dover affittare dei container soltanto per riuscire a conservarlo tutto. Dal 1991, questa è anche divenuta la mia professione a tempo pieno. A un certo punto mi sono reso conto di come ciò che era nato come un continuo comprare e vendere per alimentare la mia collezione potesse, effettivamente, diventare un mestiere. Oggi, in realtà, il mio lavoro ha due anime. Da una parte c’è Rugby Relics, che compra e vende; dall’altra c’è la collezione museale.

Sono due dimensioni connesse, ma tra loro esiste un confine molto netto. Ciò che appartiene alla collezione museale non è destinato al commercio. C’è un’unica eccezione, e per me è importante. Se qualcuno possiede un legame più profondo rispetto al mio con un oggetto, sono disposto a prendere in considerazione l’idea di restituirglielo. Se possiedo un ‘cap’ e viene da me il figlio dell’uomo che originariamente lo aveva indossato perché desidera riaverlo, allora il suo rapporto con quell’oggetto è più forte del mio. E questo conta. Ho bisogno di sapere che quell’oggetto sta andando in un luogo a cui appartiene, e non nelle mani di qualcuno che vuole semplicemente comprarlo per poi rivenderlo. Perché, per quanto questo sia un mestiere, io continuo a vedere la bellezza racchiusa in queste cose. Alcuni oggetti possiedono qualcosa che trascende la loro forma fisica. Esiste certamente un valore estetico, ma c’è anche un dato spirituale. Credo sia necessario preservarli con una certa integrità, perché, in ultima analisi, stai maneggiando le storie di persone.

Il mio oggetto preferito, probabilmente, spiega tutto questo meglio di qualsiasi altra cosa. È un piccolo libro chiamato Thumbograph, appartenuto a una giovane donna nel 1905. In origine conteneva un tampone d’inchiostro: le persone vi premevano il pollice, lasciavano la propria impronta sulla pagina e accanto firmavano il proprio nome. Quando acquistai per la prima volta il libro da una persona nel nord dell’Inghilterra, non sapevo quasi nulla di quella donna. Poi, partecipai con quel volume a un programma televisivo britannico dedicato all’antiquariato e venni contattato dalla nipote. Incredibilmente, viveva a meno di un chilometro da me. Scoprii che la casa menzionata nel libro si trovava in realtà a Swansea e che la proprietaria era la figlia del Lord Mayor della città. Improvvisamente, quell’oggetto che avevo trovato a centinaia di chilometri di distanza era tornato nella propria area geografica.

Grazie alla posizione privilegiata della sua famiglia, quella ragazza aveva avuto la possibilità di frequentare alcune delle figure più importanti del rugby a Swansea e nel Galles intero. Incontrò alcuni membri dei celebri All Blacks del 1905 e, l’anno successivo, la nazionale gallese. Nel libro compaiono dieci dei giocatori del Galles legati a quella straordinaria vittoria sulla Nuova Zelanda del 1905. Tra i nomi c’è Gwyn Nicholls, capitano di quella squadra gallese, e poi Arthur Gould, generalmente considerato la prima vera superstar del rugby della nazione. E il libro è ancora vivo. Dove erano rimasti degli spazi vuoti, ho cominciato a invitare giocatori delle generazioni successive ad aggiungere le proprie impronte e firme. Così, un oggetto nato dall’incontro di una giovane donna con alcuni giocatori di rugby più di un secolo fa continua ancora oggi ad accumulare il Gioco, generazione dopo generazione. È questo che mi affascina. L’oggetto porta con sé il tempo.

La mia collezione è sempre stata in movimento. È un’attività commerciale, quindi inevitabilmente le cose arrivano e se ne vanno, ma lo scopo non è mai stato possedere tutto. Ciò che mi interessa è documentare la storia del rugby attraverso i suoi cimeli, servirmi degli oggetti per raccontare la storia del Gioco. È per questo che mi interessa ogni cosa, non soltanto i grandi nomi. Conservo delle scarpe risalenti agli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, che hanno indossato alcuni dei pionieri gallesi. Quando li guardi, viene naturale pensare che molti di quegli uomini erano minatori. Con ogni probabilità, erano gli stessi scarponi con cui lavoravano durante la settimana.

Il rapporto tra le miniere e il rugby è fondamentale per comprendere le Valleys. Io sono cresciuto a Port Talbot, che era una città legata all’acciaio più che una comunità mineraria, e credo esistesse una differenza di mentalità tra gli uomini che lavoravano nelle acciaierie e quelli che scendevano sotto terra. Il lavoro in miniera era più duro, più pericoloso. Quando giocavo, nei primissimi anni Ottanta, ero in squadra con uomini che avevano lavorato in miniera, ed erano uomini duri. Durissimi. Il rugby rifletteva tutto ciò. La squadra in cui giocavo, in realtà, non scendeva mai in campo semplicemente per giocare a rugby. Andavamo in guerra. Il rugby veniva vissuto in questo modo negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta: quasi una guerra tra villaggi minerari, tra una comunità e l’altra. Quella mentalità non mi apparteneva naturalmente, ma una volta entrato in campo dovevi farla tua, perché tutti quelli intorno a te stavano combattendo allo stesso modo.

Le miniere davano forma alle comunità in un modo molto particolare. Le persone vivevano vicino al luogo in cui lavoravano. Potevi percorrere mezzo miglio per raggiungere la miniera, oppure cinque… Il lavoro, la casa e la comunità erano tutti racchiusi nella stessa zona geografica. Persino il carbone faceva parte di una chiara intimità con la terra. Nella valle qui di fronte, tutti e sette gli strati della successione geologica affiorano in superficie. Ogni vena aveva il proprio nome e si raccontava che un minatore fosse in grado di riconoscere da quale provenisse un pezzo di carbone semplicemente guardandolo. Quel mondo è in gran parte scomparso. Oggi le persone arrivano da altri luoghi per lavorare. Non necessariamente nascono, lavorano e costruiscono le proprie vite sociali entro gli stessi chilometri. Inevitabilmente, quindi, si è prodotta una frattura tra le comunità e le miniere, e anche il rugby ne ha risentito.

Il Gioco è ancora profondamente radicato in alcune zone del Galles, soprattutto quando ci si addentra nelle Heads of the Valleys. Quelle rimangono roccaforti del rugby. Le città costiere sono diverse. Storicamente, il rugby appartiene alle comunità minerarie e alle Valleys. Anche sotto questo punto di vista, però, gli equilibri stanno cambiando. Direi che, dal punto di vista della partecipazione, il rugby sta morendo. Il mio vecchio club oggi fatica a mettere insieme una sola prima squadra. Un tempo ne aveva due. Una parte del problema risiede, semplicemente, nella natura stessa del Gioco. Il rugby è uno sport di contatto e le persone hanno un lavoro e una vita al di fuori del campo. È difficile sottoporre il corpo a una partita e poi tornare a svolgere un lavoro fisico. Quando giocavo, potevano servirmi due o tre giorni per recuperare... Anche la società è cambiata. Credo che ci stiamo progressivamente allontanando da questa tipologia di sport di contatto. Forse è anche per questo che mi interessa sempre più tornare indietro, alle origini stesse del Gioco.”

Ralph Waldin – Treorchy RFC

 

“Siamo arrivati al nostro centoquarantesimo anno, e ne siamo molto orgogliosi. Treorchy possiede una tradizione rugbistica straordinariamente ricca, soprattutto per un paese di queste dimensioni. Abbiamo sempre prodotto giocatori capaci di arrivare a livelli molto alti, anche internazionali, e credo che molto dipenda dalla solidità del nostro rugby giovanile, a partire dai più piccoli. L’esempio più recente è Tomos Williams, che lo scorso anno ha giocato con i British & Irish Lions. È un ragazzo di Treorchy. È cresciuto nel nostro settore giovanile, come tanti altri prima di lui. Conosco molto bene i suoi genitori e il suo migliore amico è mio figlio. Qui ci sono fotografie che li ritraggono insieme dieci o quindici anni fa. È questo a rendere tutto speciale. Vedi un bambino giocare a rugby qui, nel suo paese, e anni dopo lo ritrovi in campo con i Lions.

Questa è una situazione comune a tutte le Valleys: vera e propria fucina di giocatori per la nazionale gallese, grazie all’alto livello rugbistico sparso su tutto il territorio. Un processo determinato non solo dai club più noti o di più alto livello, ma anche da quelli più piccoli. Da queste parti puoi trovare un club di rugby ogni due o tre miglia. Da un punto di vista puramente pratico, forse oggi esistono troppi club rispetto alla popolazione.

 Ma provate a dire a un paese che il suo club di rugby deve scomparire. Non si può. Il senso d’identità è ancora troppo forte. Qui il rugby conserva ancora una dimensione tribale. Quando affronti il club del paese vicino, diventa un vero derby locale, qualcosa di molto più grande di una normale partita di campionato. Ogni comunità possiede una propria identità e un proprio club, e le persone rimangono profondamente legate a entrambi.

La scorsa stagione abbiamo affrontato una squadra della zona e attorno al campo c’erano migliaia di persone. Per una normale partita casalinga della prima squadra possiamo avere circa cinquecento spettatori. Per gli incontri più importanti, di più. E quando il Treorchy gioca in trasferta, la gente si mette in viaggio. Ci portiamo dietro un pubblico vero. Questo dice molto di ciò che il club continua a rappresentare per la comunità. Senza di loro non potremmo sopravvivere. Abbiamo un’iniziativa chiamata Friends of Treorchy, attraverso cui tifosi, soci e amici del club contribuiscono con quindici sterline al mese. Sono circa cento persone. Sono quei soldi a permettere al club di andare avanti. Se smettessero di contribuire, ci sarebbero momenti in cui faremmo fatica anche soltanto ad aprire le porte. Ma non smettono. Lo fanno da anni. Ogni mese versano quelle quindici sterline senza pensarci due volte, perché è il loro modo di sostenere il club.

Il significato di questo luogo mai si è fermato alla linea laterale del campo. Max Boyce si è esibito qui prima che qualcuno sapesse davvero chi fosse. Il suo primo album dal vivo è stato registrato proprio in questo club, ‘Live at Treorchy’. All’epoca faceva fatica a riempire la sala. Ricordo una sera infrasettimanale, quando lui era ancora relativamente sconosciuto e vendemmo a malapena cento o centocinquanta biglietti. Fu, però, una serata memorabile e poco dopo quel disco cominciò a viaggiare per il mondo. L’album contribuì a lanciare la sua carriera. È tornato qui di recente, cinquant’anni dopo quella performance, perché dice di conservare ancora ricordi affettuosi di Treorchy. C’è qualcosa di speciale nel pensare che un disco capace di arrivare così lontano sia nato dentro il club di rugby di un paese come questo. In fondo, i club rugbistici delle Valleys sono sempre stati anche questo.

La clubhouse non è semplicemente il posto in cui i giocatori vengono dopo una partita. Qui si celebrano matrimoni. Qui si festeggiano compleanni. Ci sono concerti, feste, ritrovi familiari. Per generazioni, luoghi come questo hanno offerto alla comunità uno spazio in cui potersi ritrovare. E probabilmente questa funzione è diventata ancora più importante man mano che altri luoghi d’incontro sono scomparsi. Un tempo, lungo la via principale, c'erano moltissime chiese e cappelle. Oggi la maggior parte di esse è chiusa. Sono scomparsi anche molti pub e circoli, perché semplicemente non c’era più abbastanza attività per mantenerli in vita. Ogni volta che uno di questi luoghi chiude, la comunità perde un altro spazio nel quale le persone erano abituate a incontrarsi.

Il club di rugby, invece, è ancora qui. In questo senso, siamo diventati una sorta di presidio per la comunità. Il rugby conferisce a questo edificio la sua identità, ma ciò che accade al suo interno si estende ben oltre il Gioco. Forse è proprio per questo che preservare questi club, questi spazi, continua a essere importante, anche quando diminuisce il numero di chi gioca. Se un club di rugby scompare da un luogo come Treorchy, non perdi semplicemente una squadra o un campo. Perdi uno degli ultimi spazi rimasti nei quali una comunità può riconoscere se stessa. La partita è ciò che accade il sabato pomeriggio. Il club appartiene anche a tutti gli altri giorni della settimana.”