Un rito arcaico

Una sfida senza tempo, senza volto. La sfida del mare

Medita. Medita in silenzio. È il vociare del mare. È il più flebile dei fruscii, il più intenso degli urli. Così vuoto, così pieno. Così criptico, così intelligibile.

Il suo antico idioma permea ogni centimetro della tua pelle, ogni parte del tuo essere. Finito e infinito bagnano le spiagge della tua coscienza, rendendole irrequiete, consegnandole alla ciclica, latente riflessione

Frase dopo frase, brezza dopo brezza, il tramonto trova l’estasi nell’alba, il pensiero si frange sulla danza di uno stormo, ne assume le sembianze, costretto a volteggiare in un nulla essenziale

Osserva. Osserva in silenzio. È l’aspetto del mare. In lontananza una coppia di vele si dà battaglia. Scivolano gli scafi, sospinti dalla più misteriosa delle forze, scivola la fantasia, abbandonata ad una sfida senza tempo, senza volto

Le mani a contatto con la sabbia, unico segno tangibile della vitale condizione, il riflesso del corpo sulla lucida banchina, astratta istantanea di ciò che potresti essere, di ciò che mai sarai sicuro di essere.

Soffia il vento, un vento impassibile e gutturale, obbliga quelle barche ad un rito arcaico, passionale. Pare un’intima liturgia, un’evanescente ricerca di primato

Intima ed evanescente, come quelle enigmatiche parole che stai origliando, come quel liquido profilo che stai indagando. Come il luogo che stai abitando.

Per questo editoriale sono stati utilizzati i capi della collezione spring/summer 2021 di North Sails, una linea dedicata all’America’s Cup prodotta con materiali riciclati e tecnologie innovative ideate dal brand americano per perseguire l’impegno nella salvaguardia ambientale.

Credits

Photographers: Rise Up Duo
IG @riseupduo
riseupstudio.com

Stylist: Elena Castellani
IG @helendisantolo

MUA/Hair: Marcela Bantea
IG @marcelabantea

Model: Leonardo
IG @leonardodesplanches @elitemodelworld

Model: Marusya
IG @marusya_maruru @selectmodelmilano

Casting: Laura Motta
IG @simple_ag

Copy: Gianmarco Pacione
IG @g_pachulia

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El Gran Felipe

A Xochimilco, durante la pandemia, si lotta per preservare l’arte della Lucha Libre

Emilio Espejel ci porta alla scoperta di una tradizione preziosa, quella del wrestling messicano. Un microcosmo colorato, quello della Lucha Libre, tristemente costretto a svanire durante questa pandemia. Grazie a 3 fratelli, però, questa liturgia sportiva continua a vivere in una particolare zona di Città del Messico.

Buona visione.

I 3 fratelli intenti a parlare sul divano di casa
‘El Gran Felipe Jr.’, 19 anni, prepara il ring per un match pomeridiano sulla chinampa

Di fronte alla crisi pandemica e all’effetto devastante di essa sulle pratiche sportive, giovani wrestler messicani hanno trovato il modo per reinventarsi, organizzando show nelle chinampas di Xochimilco.

La chinampa, conosciuta anche come giardino galleggiante, è una piccola area costruita in un lago sovrapponendo strati di pietra, canne e terreno: solitamente in questo tipo di aree vengono coltivati ​​ortaggi e fiori. Anticamente quello delle chinampas era il principale sistema di coltivazione della zona lacustre della Valle del Messico. Oggi questa pratica agricola è utilizzata solo in alcuni luoghi, come Xochimilco.

Durante la pandemia, 3 fratelli hanno avuto l’idea di offrire spettacoli di combattimento trasmessi su YouTube e organizzati nelle fertili terre ereditate dal loro padre. In questo modo hanno donato una forma d’intrattenimento alternativa a tutte le persone confinate a casa. Oltre allo svago, l’intenzione dei fratelli si è concentrata nell’aiutare i wrestler ad ottenere un sostegno economico durante la crisi: per riuscirsi hanno chiesto donazioni durante le varie trasmissioni. Così facendo, i fratelli stanno giocando un ruolo fondamentale nel rivitalizzare il wrestling messicano, salvando l’affascinante tradizione della Lucha Libre locale, sbiadita negli ultimi dieci anni, dopo l’estinzione dell’arena di Xochimilco.

Il loro obiettivo è continuare a mettere in scena spettacoli sempre più complessi e accattivanti. In questo modo potranno continuare a dimostrare l’importanza sociale del reinventare costumi locali e tradizioni ancestrali. A questo uniranno la pura meraviglia visiva creata dalla Lucha Libre combattuta nei campi galleggianti di Xochimilco.

‘Venom’, 48 anni, durante un evento Chinampa Luchas
‘Galactus’, ‘Rey Halcon’, ‘Shere’ e ‘El Gran Felipe Jr.’ durante un allenamento
Rey Optimus 23 anni e la sua compagna Evelin, 19, in posa alla fine di un match
‘Sol Mirrey’, 15 anni, in posa alla fine di un match
‘Sol Mirrey’, 15 anni, durante un match
‘Mr Jerry’, fratello de ‘El Gran Felipe Jr.’, sul ring
Primo piano di un luchador
‘Tempo’, 21 anni, ritratto al termine di un match
‘Mr Jerry’, 24 anni, in posa dopo una sua esibizione
‘El Gran Felipe Jr.’ durante un allenamento notturno
La maschera de ‘El Gran Felipe Jr.’ esposta in casa, sopra un modellino di Terminator
La maschera de ‘El Gran Felipe Jr.’ esposta in casa, sopra un modellino di Terminator
‘El Gran Felipe Jr.’ si cambia per andare a lavorare
‘Mr Jerry’ e ‘Ciclonico’ seduti di fianco alle calendule raccolte durante il tragitto per la chinampa

Credits

Emilio Espejel

IG @emilio_espejel
emilioespejel.com


North Sails, una regata tra passione e tecnologia

Il magico stabilimento ligure dove le vele diventano eccellenza, dove la storia diventa futuro

“Tutti noi deriviamo da una passione, quella per la vela. Nasciamo come agonisti, poi ci siamo evoluti in professionisti. La nostra storia ricalca quella dell’azienda a cui siamo legati: una passione che diventa un lavoro, che diventa un’industria, che diventa un punto di riferimento mondiale”

Ad accoglierci con queste ispirate parole è Daniele Cassinari, amministratore delegato di North Sails Italia. Siamo a Carasco, provincia di Genova. Il Golfo del Tigullio ci scruta ad una finestra di distanza, timido e affascinante, come le terre di cui si circonda.

Non poteva che ergersi qui la sede italiana della più nota azienda velica mondiale, non poteva che ergersi qui un feudo tricolore di storia e d’innovazione marittima.

I nostri primi sguardi incrociano le sapienti e operose mani di velai al lavoro. I loro gesti sicuri sono ammantati di magia, di segreto. Paiono artisti intenti a lavorare sulle proprie opere, artigiani cristallizzati nel tempo, in un tempo andato, in un tempo che resiste affidandosi consapevolmente alla contemporaneità.

Il futuro nel passato, il passato nel futuro. Da questi grandi saloni escono le ipertecnologiche vele nere con cui Luna Rossa accoglie i venti neozelandesi, tra queste pareti vengono sapientemente prodotti e riparati quei triangoli di seta capaci di colorare i grandi laghi e mari europei.

“Siamo l’unica veleria in grado di coprire il fabbisogno delle varie categorie veliche. Altre aziende sono più settoriali, la nostra forza è invece quella di poterci concentrare su tutto, facendo affidamento su una profonda e diretta conoscenza di ogni barca: dal semplice mondo degli optimist, a quello scintillante dell’America’s Cup”

Giulio Desiderato, One Design Manager della branca italiana di North Sails, la propria conoscenza l’ha maturata al timone, facendo degli scafi la sua seconda casa. Lo lascia intendere con aneddoti e tecnicismi prima, con la timida elencazione del palmares personale poi.

I titoli Nazionali, Continentali e Mondiali nei circuiti J/70, Melges 20, 24, 32, 40, e le tre campagne olimpiche alle spalle cambiano diametralmente la percezione di chi doveva essere un semplice manager aziendale, ci fanno comprendere la vera pietra angolare di questo atipico ambiente lavorativo.

Nel polo produttivo di Carasco non c’è figura di rilievo che non vanti un passato e un presente nelle regate d’alto livello. Daniele Cassinari, pluricampione Mondiale e oro continentale nella classe 470, il fratello Giovanni, anch’esso plurimedagliato, il già citato Giulio Desiderato, il direttore generale Alessio Razeto, esperto interprete d’imbarcazioni d’altura: tutti velisti di spessore internazionale, tutti entusiasti nell’associare alla scrivania imprese sportive veliche.

La passione che diventa lavoro, il velista che diventa velaio, il sapere che diventa miglioria: formule preziose, che ricalcano alla perfezione il mito di fondazione della stessa casa madre statunitense, un mito che trova la sua genesi nel lontano 1957 e nella persona di Lowell North.

“North è un leggendario velista americano, negli anni ’50 ha iniziato a produrre le vele per le sue barche. – ci racconta Desiderato – Ha avuto una carriera strepitosa, raggiungendo un bronzo e un oro olimpico (a Tokyo ’64 e Città del Messico ’68) e cinque titoli mondiali. Lo definirono ‘Pope’, ‘Papa’, penso basti a farvi comprendere l’incidenza che ha avuto sul nostro universo sportivo. Ha cominciato concentrandosi sulle vele da performance, da gara, poi ha allargato i suoi orizzonti, facendo leva sulle proprie conoscenze scientifiche”

Un ingegnere aerospaziale al servizio della vela. La rivoluzionaria storia di Lowell North è un intreccio costante di viaggi nell’ignoto e geniali intuizioni, di amore per la navigazione e necessità di progredire, di ricercare.

Invenzioni, brevetti, computer ante litteram utilizzati per la progettazione delle vele. La piccola impresa nata a San Diego a partire dal 1957 aumenta esponenzialmente, di anno in anno, di regata in regata, il proprio brand awareness, sospinta dalle menti palpitanti delle ‘Tigri’ di cui North si circonda.

‘Tigers’, vengono definiti proprio con questo particolare appellativo i brillanti velisti inseriti nel team North Sails dal visionario sportivo-imprenditore americano.

Sono campioni olimpici e studenti modello, come Peter Barrett, argento a cinque cerchi laureato in Legge, Matematica ed Economia, come John Marshall, anche lui velista olimpionico e chimico uscito dai prestigiosi banchi di Harvard, come Tom Blackaller, la ‘Rockstar dell’America’s Cup’ specializzata in ingegneria, come Tom Whidden, l’acclamato tre volte vincitore della Coppa America, oggi CEO di North Technology Group, e come il fisico nucleare Tom Schnackenberg, progettista della prima ‘Black Magic’ neozelandese capace di sollevare la Brocca d’Argento nel 1995.

Un pool di scienziati, un salotto di creativi applicati alla vela. Dalla loro simbiotica connessione prende piede una suggestiva scalata verso vette inesplorate, nemmeno immaginate, popolate da avveniristici software e gallerie del vento.

È una vera e propria imposizione sul mercato, quella dell’azienda californiana, un’imposizione giustificata dagli obiettivi raggiunti, un’imposizione certificata dal monopolio dell’America’s Cup: dorato paradiso delle regate in cui North Sails diviene sinonimo di vittoria.

“Dagli anni ’80 la Coppa America è sempre stata vinta dalle vele North Sails. Questo rapporto con i vari consorzi ha instaurato una sorta di aiuto reciproco, lavorare per la Coppa ci permette di progredire, di essere all’avanguardia, come nel caso del 3Di: uno stampo tridimensionale generato con Alinghi. La tecnologia 3Di crea una membrana di composito, una sorta di pezzo unico modellato nella forma e nei materiali in base alle precise indicazioni di disegnatori e strutturisti. Con questo strumento, utilizzato tra l’altro sia da Luna Rossa che da New Zealand, poniamo un’asticella nel futuro della vela. Un futuro che i nostri disegnatori e strutturisti vivono in prima persona, venendo messi sotto contratto dai consorzi stessi: come capitato a Juan Enrique Garay e Marco Capitani con Luna Rossa”

Scienza e precisione, rapporto umano e condivisione di una passione totalizzante. La veleria di Carasco lungo questo viaggio nel tempo ci restituisce suggestive istantanee, come le gigantografie di alcuni dirigenti impegnati in una regata, sporti a pochi centimetri dalle onde, come un rapido scambio d’opinioni con un anziano velaio, riservato scrigno di saperi confidenziali.

Perché oltre al 3Di, oltre al vento del futuro, qui sul Mar Ligure non ha mai smesso di soffiare una corrente antica, la corrente della manualità, dell’eterno legame tra uomo e mare, tra uomo e vento.

“È vero, esiste il cosiddetto Blue Book, il nostro libro sacro che fornisce tutte le indicazioni, tutti i dettagli per standardizzare il processo produttivo. Finiture e singoli passaggi devono essere uniformati, d’altronde è scontato che debba essere così per un settore, come quello velico, dove la precisione è fondamentale e per un’azienda che vanta stabilimenti in tutto il mondo. Va anche detto, però, che la componente umana rimane essenziale per concludere ogni vela. I velai sono la parte romantica di North Sails: da questi saloni sono passate tutte le sfide della Coppa America tricolore, c’è una quantità d’esperienza incredibile. Abbiamo velai anziani e giovani, specialisti che si tramandano aneddoti, saperi, segreti”

Segreti che invece non possono mantenere i vertici di quest’azienda, impegnati settimanalmente sulle banchine di tutta Europa. Partecipare a gare internazionali, per loro, significa anche portare il marchio North Sails sugli scafi, significa comunicare con clienti pronti a sfidarli in regata.

“Dev’esserci un equilibrio, – aggiunge ancora Desiderato – quando sei sul campo di regata sai che stai rappresentando la tua azienda e ti devi regolare di conseguenza. Parliamo con i clienti che vestono i panni di compagni o avversari, creiamo un rapporto forte con loro. Sulla banchina e sulla barca indossiamo sempre il marchio, manteniamo un comportamento adeguato: sappiamo di essere qualcosa in più di semplici atleti”

Rappresentare il brand. Pare uno stile di vita, più che un lavoro, quello portato avanti da Daniele Cassinari e colleghi. Uno stile di vita evidenziato da dettagli visivi, come i loro outfit interamente marchiati North Sails.

Il grande salto nel mondo dell’abbigliamento, concretizzatosi negli ultimi decenni, non ha snaturato l’anima dell’azienda americana. Ad oggi, difatti, le linee North Sails utilizzano materiali ecosostenibili, come la plastica riciclata, e vengono sostenute da varie associazioni ambientaliste. Una parte del fatturato è inoltre destinata alla Ocean Family Foundation, Fondazione impegnata nella conservazione degli oceani.

Lasciamo lo stabilimento di Carasco con la sensazione di aver toccato con mano una forma d’eccellenza italiana. Un’eccellenza che, per essere tale, ha semplicemente bisogno di affidarsi alla passione dei singoli: la stessa sacra passione vissuta e teorizzata da Lowell North.

Una sana forma di fanatismo, alimentata dall’intenso suono del vento a contatto con la vela, sospinta dal mantra del mitico velista americano: “Si fa la storia guardando avanti”.

Avanti verso l’orizzonte acquatico, avanti verso l’orizzonte tecnologico.

Credits

Testi di  Gianmarco Pacione

North Sails Italia, Barracuda, Zerogradinord

Rise Up Duo
IG riseupduo
riseupstudio.com

Youtube


Il mito del Cardines Field

Una piccola squadra di una piccola città gioca in un campo dalla grande storia

Qui si sono sposati John Fitzgerald Kennedy e Jacqueline Bouvier il 12 settembre 1953. Qui si sono stabiliti i Vanderbilt, leggendari costruttori ottocenteschi e fautori del mito modernista di New York. E sempre qui ha trovato dimora estiva la famiglia Astor, storica nemesi dei già citati Venderbilt nel dominio immobiliare della Grande Mela. Qui nasce e cresce l’Hall of Fame del tennis che si abbina a uno dei tornei ATP più importanti. Qui si è regatato per conquistare la mitologica Coppa America.

Funzionalità e bellezza. Innovazione e tradizione. Dopo anni trascorsi tra shaper e spot di tutto il mondo, Marcello ha deciso di portare nel futuro, o meglio, nei motori, questa forma di artigianato sportivo, lanciando il brand Sequoia. Grazie al connubio di scienza ed estetica, le sue tavole stanno provando a creare una nuova dimensione dello shaping, in grado di fondere le più alte tecnologie dei motorsport con i dati intangibili di ogni ride.

Ascoltiamo la storia di questo atipico shaper e del suo innovativo progetto, e ammiriamo l’estetica della sua scienza-artigiana attraverso la lente di Nicolò Rinaldi.

Continua il solito gioco delle franchigie blasonate che vengono ad “allenarsi” in Rhode Island e, nell’agosto del 1916, succede l’incredibile: i New York Giants perdono 5-3 al Wellington Park.

Un risultato incredibile per i padroni di casa perché ottenuto contro una franchigia di MLB e, soprattutto, perché, in seguito a quella sconfitta, i Giants inanelleranno otto vittorie consecutive diventando la squadra più vincente di sempre nel mese di settembre. Un record che regala un alone ancora più mitico al risultato ottenuto dai Trojans.

Ma dove non erano riusciti i Giants ci pensano le termiti che distruggono letteralmente le tribune dello stadio tanto che, per motivi di sicurezza, si è costretti a smantellare quello che rimane in piedi cercando una nuova location per un nuovo stadio. Viene così inaugurato il Cardines Field e con esso continua la passione locale per il “batti e corri”. I Trojans giocano in una Sunset League sempre più importante e la popolarità della squadra aumenta in maniera sostanziale a cavallo della Seconda Guerra Mondiale.

Come tutte le belle storie, però, c’è un finale inesorabile e il killer ha un nome ben preciso: televisione. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, infatti, le partite dei Boston Red Sox e degli Atlanta Braves cominciano a comparire sul piccolo schermo catalizzando l’interesse degli appassionati di Newport. La Sunset League continua la sua locale attività (che continua ancora oggi!) ma all’inizio degli anni ’90 il colore della Tv via cavo ne uccide definitivamente l’antico appeal. Nel 1993 viene creata la New England Collegiate League e, nel 2001, i Rhode Island Gulls lasciano Narragansett Bay per trasferirsi a Newport raccogliendo l’eredità dei Trojans.

Il campo di gioco rimane sempre lo stesso, quello intitolato a Bernardo Cardines, primo abitante di Newport morto nella Prima Guerra Mondiale. Inizialmente chiamato “The Basin”, il Cardines Field è uno dei più vecchi stadi di baseball di tutti gli Stati Uniti tanto che è in corso una dura polemica legata alla possibilità che questi risulti il più antico tra i campi ancora esistenti. Rimane il fatto che la storia del baseball locale è legata a doppio filo con questo impianto che risulta mitologico per oggettive motivazioni.

Tutta la recinzione, ad esempio, è alta 28 piedi rispetto ai 20 piedi precedentemente eretti… con un’eccezione: nella parte a centro-sinistra del campo si è lasciata un’altezza di 15 piedi non tanto per ricordare l’aspetto originale del tutto, quanto per lasciare crescere un albero! E gli alberi sono uno dei problemi legati al campo. Intorno ad esso, infatti, ce ne sono parecchi e con essi ci sono anche tantissime case visto che la zona in cui sorge è fortemente residenziale: inutile dire che sul budget della squadra pesano anche i tanti vetri rotti…

All’inizio degli anni Ottanta, poi, la forte espansione turistica di Newport portò l’amministrazione locale a considerare l’abbattimento del Cardines Field per costruire un parcheggio. Una sollevazione popolare stoppò questo infausto intento e grazie a una raccolta fondi si continuò a giocare nello stesso posto in cui la brezza proveniente dall’Oceano Atlantico (siamo a un solo isolato dal mare) ha un forte impatto sul gioco, spingendo la palla verso destra a causa dei venti di sudovest.

E se la palla vola fuori dallo stadio? Ecco, in questo caso vige una regola ferrea: tutti i tifosi che abbandonano le tribune per recuperare l’oggetto del desiderio non vengono riammessi all’interno dell’impianto. Il motivo è semplice: si vuole disincentivare una pratica che riverserebbe nelle trafficate strade adiacenti un pericoloso numero di cacciatori di palle… non il massimo in termini di sicurezza

I fan, quindi, se ne stanno buoni al proprio posto, costretti ad abbandonarlo prima della fine del match in un solo caso: quando la nebbia estiva cala sul diamante. Eventualità, questa, non proprio rara visto che un paio di volte all’anno le partite vengono sospese proprio per tale motivo. Eventualità, questa, che contribuisce a creare il mito di una delle mecche del baseball americano.

Proprio qui, dove JFK e Jackie si sono detti sì, il National Pastime vive una delle sue storie d’amore più belle con il popolo americano.

Credits

PH Jason Evans

IG @afrotographer
jasonevansphoto.com

TEXT Francesco Costantino Ciampa


Behind the Lights – Olly Burn

Il fotografo inglese che immortala sottoculture urbane, luci britanniche e sforzo sportivo

L’opera artistica di Olly Burn è sospesa in una dimensione parallela. I suoi ritratti vibrano placidamente, toccando le note di un moderno carillon britannico. Nelle sue istantanee vengono rappresentati estatici sforzi fisici, luoghi eterei, cieli sconfinati che accompagnano l’occhio verso ciò che è presente, verso ciò che è assente.

Per il fotografo londinese la fotografia non è un’arte unilaterale, non è un’egoistica presa di posizione: è una collaborazione con l’atleta-protagonista, una sorta di lavoro a quattro mani. Linee e movimenti condivisi, studiati

Quando vedi persone brillanti nel fare qualcosa, è eccitante poterle ritrarre. Che sia basket o ginnastica artistica, calcio o skate, trovo sia stupendo ammirare la grandezza di un individuo e le mutevoli espressioni del suo corpo. Credo sia importante anche quest’idea di collaborazione con i protagonisti dei miei lavori. Per esempio a Cape Town ho fotografato per un’intera giornata un breakdancer. Faceva caldo e lui non si fermava mai. Io scattavo e pensavo tra me e me che un determinato scatto fosse perfetto per luci e composizione, lui lo guardava e mi diceva di no, qualche dettaglio del suo corpo era sbagliato: una mano piegata, un piede non allineato… Quindi ho continuato a scattare, fino a raggiungere una perfezione condivisa”

La fotografia di Burn attinge da contesti rarefatti solo all’apparenza, da calme piscine abbadonate al tramonto, da impercettibili campi di calcio.

Forti sono gli echi di sottoculture urbane, di attività sportive che non si limitano al sudore, ma che esondano nella moda, in un universo trasversale che ha allevato la sua immaginazione lungo tutti i magici anni ’90.

“Ho sempre avuto un debole per l’arte e per il design. Quando alle superiori ho dovuto scegliere in che ambito specializzarmi, ho optato per la fotografia. Crescere negli anni ’90 mi ha caricato di input visivi: i Chicago Bulls di MJ, il mondo sneaker, la cultura hip hop, ma anche cartoni come i Simpson… Tutto questo ha creato una miscela potente dentro di me, dentro il mio immaginario. Non è un caso se come punti di riferimento ho avuto due figure che calzano a pennello con tutto questo. Da un punto di vista sportivo Éric Cantona, ‘King Éric’, personaggio destabilizzante per la Premier League di quel periodo e per un giovane inglese che, per forza di cose, era intensamente legato al calcio. Il suo stile iconico ha reso i sabati più eccitanti. Fotograficamente parlando, invece, devo tanto a Jamel Shabazz e alla sua capacità di documentare una New York in ebollizione. Nessuno come lui è riuscito a rappresentare la street culture e l’estetica dell’hip hop”

E proprio la street culture emerge nel lavoro di Burn, vedendosi esaltata nei ritratti dedicati a skatepark e campetti, a comunità di persone che si riuniscono attorno ad una rampa o ad un canestro.

“Anche qui tutto ritorna alla mia adolescenza, periodo speso a giocare a NBA Jam, con le teste giganti dei giocatori, e ad osservare le gesta di Tony Hawk. Io stesso sono stato e sono un praticante di queste due discipline, ma oltre alla pratica in sé, mi ha sempre colpito l’effetto che questi sport hanno sulle persone, sulle comunità. Per esempio lo skate è un mondo ribelle per natura, ha quella reputazione, ma in questo periodo di pandemia ha avuto un grande impatto positivo sulla comunità londinese, e in alcuni miei scatti ho deciso di fare una sorta di tributo a questi giovani skater intenti a migliorare ciò che li circonda: un lavoro fatto per sé stessi, ma anche per gli altri”

Lo scrigno cittadino dipinto da Burn spesso si dischiude, rivelando bagliori e sfumatore del più tipico landscape inglese, convertendo alla contemporaneità quelle tinte naturali abitate romanticamente da illustrissimi connazionali, come Turner a Constable.

“Mi piace usare il cielo nelle mie composizioni. Credo permetta in un certo senso di elevare un atleta e la sua gestualità. Inoltre avere un cielo come sfondo cancella le distrazioni visive. La sensibilità per i panorami naturali l’ho sviluppata in Cornovaglia, dove ho studiato per tre anni e mezzo in un piccolo Art College. La possibilità di vivere in una metropoli e di affacciarmi ad un luogo così antitetico, sotto tanti punti di vista, ha decisamente evoluto la mia sensibilità artistica”

Uno shock culturale, tramutato in un mezzo di apprendimento, di crescita personale e, in seconda battuta, lavorativa. La galleria di Olly Burn è ambivalente eppure coerente, instilla luoghi magici nella selva urbana e traspone lo sfogo sportivo metropolitano nelle idilliache atmosfere d’oltremanica. Una ricerca mossa da un gusto delicato per soggetti e ambienti, uno stimolo che non smette mai di essere palpitante.

“Al momento sto lavorando su uno swimming club locale, persone che vanno a nuotare in un laghetto poco distante da dove vivo. Voglio capire cosa li spinga a farlo al freddo, magari la mattina. Anche in questo caso devo ammettere che il contesto è decisamente bello, quasi poetico”

 

Credits

Olly Burn

IG @ollyburn
ollyburn.com