Esplora e l’intensità del Nepal

Il Team Esplora tira le somme della propria avventura nepalese, supportata da Briko

Terra di sapienza, terra di pace, pianure, colline, montagne. Cita così uno dei versi centrali dell’inno nazionale nepalese, composto dall’ispirazione letteraria del poeta Byakul Maila. Gli fanno eco i pensieri di Marco Ricci e Davide Ciarletta, i due membri del Team Esplora appena rientrati da una lunga immersione ciclistica nel mistico Paese orientale. Questo viaggio tra giganti montuosi, dolorosi terremoti ed esseri umani illuminati non può essere riassunto mediante meri dati statistici, fanno comprendere entrambi, deve, invece, essere comunicato attraverso immagini e sensazioni, gesti ed epifanie. Giunti al traguardo del rientro da questo itinerario esperienziale, interamente supportato da Briko, Marco e Davide hanno condiviso le diapositive più significative delle ultime settimane, provando a farci comprendere il valore tangibile e intangibile di una traversata nel cuore del Nepal: suggestioni che abbiamo deciso di trattare come una galleria tematica, come un flusso di coscienza costantemente ispirato dai cinque elementi che abbracciano l’universo. 

INCONTRI

“Vedere sorgere il sole a poca distanza dal Thorong La è un’immagine indimenticabile. Ci siamo svegliati alle 2 di mattina, eravamo sui 4800 metri e dovevamo raggiungere i 5416 metri del passo. Volevamo arrivarci in concomitanza con l’alba. Per ore abbiamo pedalato al buio, a -15 gradi. Eravamo nel mezzo del Nepal, sotto un cielo interamente stellato: avevamo sognato quel momento lungo tutti i mesi di organizzazione, viverlo è stato davvero intenso. Un altro momento suggestivo è stato l’incontro con l’Himalaya, arrivavamo da un paio di settimane di pedalate collinari o nella giungla, dove tutto era verde... Improvvisamente abbiamo visto questo gigante bianco. Era il nostro obiettivo, è stato un importante momento di realizzazione, di consapevolezza, e uno snodo cruciale all’interno del viaggio”

“I bambini negli asili nido, gli sherpa e i portatori, esseri mitologici che trasportano beni di prima necessità nei rifugi d’alta quota, sono stati tutti incontri speciali. Abbiamo anche esplorato l’aspetto spirituale, grazie ai monaci tibetani: figure straordinarie, che trasmettono con un sorriso il loro stato di pace continua. Siamo stati ospiti di famiglie molto povere, tutti ci hanno fatto dormire e mangiare come se fossero degli amici di lunga data. In alcuni casi, in realtà, eravamo i primi occidentali che incontravano. Abbiamo persino aiutato un bambino ad andare in bagno. Aveva 2-3 anni, ed era il più giovane di una famiglia estremamente povera, che ci ha accolto senza esitare. L’abbiamo accompagnato lungo un sentiero esterno, che era solito percorrere autonomamente, anche di notte, e l’abbiamo assistito. Sembra uno scontato scambio umano, ma per noi ha rappresentato molto di più” 

PAURE

“Andare in Nepal equivale a calarsi in un’altra dimensione. Tutti vivono in comunità e si spendono per farti stare bene. Questa cosa ha, di fatto, annullato i nostri timori: sapevamo che avremmo sempre trovato qualcuno pronto ad aiutarci. Il Paese è pervaso da uno stato d’armonia che ci faceva sentire al sicuro, senza rischi... Il concetto religioso di karma, d’altronde, è molto importante in Nepal, fondamentalmente impedisce di compiere azioni contro la morale. Siamo sempre stati accolti e salutati da rituali e benedizioni, abbiamo sempre lasciato le bici slegate e, soprattutto, abbiamo abbracciato l’incertezza che siamo stati costretti fronteggiare. L’unica vera paura è stata quella dei terremoti: all’inizio del viaggio c’è stato un episodio sismico che, purtroppo, ha causato quasi 200 vittime... Nei giorni seguenti abbiamo cercato di dormire in tenda o in luoghi che ci potessero dare maggiori sicurezze, ma è una cosa che ci poteremo dietro per molto tempo”

“La fatica e il dolore ci sono stati. Affrontarli in un ambiente così suggestivo, però, ha reso tutto molto più semplice. Ciò che ci circondava ci distraeva, e le persone locali sono sempre riuscite a comprendere le nostre necessità, mettendoci a disposizione acqua calda, cibo e letti... La parte peggiore, o migliore, del nostro itinerario è stato il giro dell’Annapurna. Le strade non erano asfaltate, anzi, erano distrutte, ed era molto complesso pedalare sia in salita, che in discesa. Il vento, poi, soffiava fortissimo. Spingere le bici è estremamente faticoso: dopo giorni di spinta non vedevamo l’ora di tornare a pedalare”

RAPPORTI

“Quando siamo in viaggio sappiamo di avere uno scopo comune, quindi siamo ben consapevoli che qualsiasi fastidio, anche il più grave, non può incidere sul nostro obiettivo finale... Detto questo, stando a così stretto contatto alcuni aspetti personali si sono inevitabilmente sottolineati. Abbiamo deciso di accettarli e, sicuramente, ci hanno permesso di evolvere la nostra amicizia. Siamo andati più in profondità nella nostra conoscenza, nel nostro rapporto. Ecco perché stiamo già pensando di ripartire e abbiamo già formulato delle idee per i nostri prossimi viaggi”

“Abbiamo l’impressione di aver progettato questo viaggio insieme a Briko. È stata una scommessa per noi e per loro, e ognuno ha portato il proprio contributo. Il supporto tecnico, che ci ha permesso di viaggiare sempre caldi e asciutti, è stato essenziale tanto quanto il sostegno e la vicinanza umana, la compartecipazione ad eventi speciali e lo scambio reciproco d’opinioni e visioni. Grazie a Briko abbiamo compreso che il progetto Esplora, su cui abbiamo investito e scommesso molto negli ultimi anni, ha un senso reale e un futuro concreto”

RACCONTI

“Creare contenuti visuali è stato un limite da un certo punto di vista, dall’altro ci ha fatto superare la fatica, sentire a nostro agio e pensare costantemente ai tasselli ideali per completare il complesso puzzle documentaristico. Siamo partiti da un concept legato ai cinque elementi che, strada facendo, si è rivelato molto trasparente. L’acqua scorre e dà linfa vitale alla terra, la terra crea la materia prima per creare il fuoco, che a sua volta viene alimentato dall’aria, e tutto viene raccolto dall’immenso contenitore del cielo... In Nepal queste immagini sono molto chiare e potenti, e abbiamo provato a seguirle e ritrarle. Ora proveremo a mostrarle”

“Nei prossimi mesi lavoreremo su un documentario dedicato a quest’esperienza. Nel frattempo, abbiamo già iniziato a condividere alcuni scatti, e continueremo a farlo sia attraverso una pubblicazione specifica, che in una mostra presso la Médiathèque di Chamonix, dove esporremo anche foto di altri nostri viaggi. Contemporaneamente stiamo organizzando una serie di talk atti a raccontare il Nepal. Vogliamo anche ricordare che la raccolta fondi che abbiamo lanciato per questo Paese meraviglioso, nello specifico per le sue nuove generazioni e le loro strutture scolastiche, è ancora aperta, potete aiutare a questo link

Photo credits:

Esplora

Testi di

Gianmarco Pacione


Alla velocità della luce, e della ragione - il calcio di Ansgar Knauff

Il giovane talento dell’Eintracht di Francoforte e atleta Under Armour racconta il suo rapporto con il calcio

Gottinga è una città dai ritmi lenti, dettati da secoli di profonda conoscenza accademica e racchiusi in una delle università più celebri del mondo. Francoforte è invece la sua antitesi, un polo nevralgico finanziario che pare non avere mai pause, mosso costantemente da ritmi vertiginosi. Il calcio di Ansgar Knauff è situato al centro di queste due realtà e identità metropolitane. L’apprendimento e l’applicazione da una parte, la velocità e la costanza dall’altra.

Grazie ad Under Armour abbiamo avuto modo d’incontrare questo 21enne talento folgorante dell’Eintracht di Francoforte, già capace di conquistare una Coppa di Germania e una UEFA Europa League rispettivamente in maglia Borussia Dortmund, dove ha completato il proprio percorso di maturazione giovanile calcistica, e con le Aquile del fiume Meno. “Mi sono innamorato del calcio durante i Mondiali del 2006”, racconta Knauff con una timidezza ragionata, insolita e significativa per un calciatore già così esposto alle attenzioni internazionali, “All’epoca mi feci regalare la maglia di Michael Ballack... C’era una vibrazione totalizzante, che attraversava tutto il Paese. Da quel momento ho iniziato a giocare al parco ogni giorno con familiari e amici, ero sempre fuori, anche quando mia mamma mi richiamava dopo la fine della giornata lavorativa...”.

Le passioni nascono da istantanee, imprevedibili epifanie. L’epifania di Knauff è sicuramente quella del Mondiale tedesco, una brillante porta d’accesso a quella che, in breve tempo, si sarebbe trasformata da passione in focus esistenziale, a cui dedicare ogni energia fisica e mentale. Processo che, però, non sarebbe avvenuto senza il fondamentale aiuto di una madre single. “Ho amato il gioco del calcio dal primo secondo, credo di aver giocato ogni giorno della mia infanzia. Anche quando non avevo allenamento, ricordo che ero sempre al campo d’allenamento della mia prima squadra a Gottinga. Oggi non sono cambiate queste sensazioni: amo essere in campo, partecipare agli allenamenti e stare a calciare fino a tardi... Lavoro duro ogni giorno perché voglio raggiungere il mio massimo potenziale. Non ho altri focus al di fuori di questo. Senza il supporto di mia madre”, continua un emozionato Knauff, “Non avrei avuto la possibilità di trovarmi qui. È la persona più importante della mia vita e della mia carriera, ha fatto letteralmente di tutto per me: mi ha sempre supportato, accompagnandomi ad allenamenti e provini, anche molto distanti da casa, e permettendomi di scegliere gli step che ritenessi più opportuni per il mio sviluppo come calciatore. La cerco sempre con lo sguardo prima di ogni partita... Per me significa tantissimo giocare davanti a lei e alla mia ragazza”.

Lo spirito di Gottinga si è riflesso nei primi anni di Academy e calcio professionistico di Knauff, un itinerario tra i più saggi professori del calcio teutonico, riuniti nei pressi del Signal Iduna Park di Dortmund. La vox populi della Renania Settentrionale descrive ancora oggi l’imberbe Knauff come uno studente modello, benedetto da una velocità di passo e d’esecuzione con pochi pari a livello continentale. Ma l’opinione collettiva parla anche di un professionista atipico per i tempi correnti, capace di mettere in primo piano la performance, sempre e comunque, a discapito di popolarità social e fama passeggera. Filosofia che, come conferma lo stesso Knauff, continua ancora a definire la sua quotidianità. “Sono una persona normale, nel tempo libero sto con la mia famiglia o faccio passeggiate per Francoforte, non m’interessa fare altro. So che devo lavorare duro e dare tutto per raggiungere gli obiettivi che mi sono posto a 15-16 anni, quando ho compreso che il mio sogno poteva diventare realtà. I miei obiettivi rimangono sempre uguali: giocare il più possibile ed avere il massimo del successo sportivo. In generale mi basterebbe migliorare ogni giorno. Quale sarà il punto d’arrivo, poi, non lo so”.

L’attuale punto di partenza è la bollente piazza di Francoforte, caratterizzata dall’incessante sostegno di una delle tifoserie più calde dell’intero Vecchio Continente. “Giocare per tifosi del genere è una delle migliori sensazioni che il calcio possa regalare. In città mi fermano, mi parlano, mi fanno sentire la loro vicinanza... Allo stadio, invece, cambiano il corso delle partite, ne influenzano l’esito, ci spingo sempre oltre ai nostri limiti. Giocare con e per loro è fantastico, soprattutto dopo il lungo, doloroso e silenzioso periodo panedmico. Qualche settimana fa abbiamo giocato in coppa a Helsinki e sono arrivati migliaia di tifosi in Finlandia: assistere a questi esodi motiva tutti ad allenarsi più duramente”.

Il ragionamento posato e la mentalità stakanovista di questo duttile esterno offensivo, alfiere ideale nelle fulminee scacchiere del calcio contemporaneo, sono, come direbbero in quel di Baltimora, le principali ragioni di un ‘match made in heaven’ tra Knauff e Under Armour: brand che nel sacrificio atletico e nell’hard working ha plasmato la propria identità e che, non casualmente, ha deciso d’investire nella precoce maturità del nativo di Gottinga. “Avere un partner come Under Armour al mio fianco è importantissimo”, conferma con la sua lineare razionalità il classe 2002, “Sto coltivando un’ottima relazione con un brand carico di storia e virtuosi esempi sportivi, a partire dalle sue origini. La direzione comune è quella verso il successo”. Un successo alla ragionata velocità della luce. Un successo alla velocità di Ansgar Knauff.

Photo credits:

Under ArmourIMAGO / HMB-Media

Testi di

Gianmarco Pacione


Remando por la Paz, in Colombia il rafting è pace e riconciliazione

I Mondiali di rafting in Valtellina ci hanno presentato un significativo team sudamericano, ritratto da Giulia Fassina

La firma degli Accordi di Pace, siglati all’Avana, Cuba nel 2016, tra il governo colombiano e i combattenti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia - Esercito del Popolo (FARC-EP) sancisce la fine di un conflitto durato per più di 50 anni, con 220,500 morti e più 7 milioni di persone sfollate, porta alla smobilitazione di 13.609 integranti del gruppo rivoluzionario. Con il deporre delle armi, le persone firmatarie del Processo di Pace si trovano nella situazione di prendere decisioni sul proprio futuro, sul dove stanziarsi e di come provvedere al proprio sostentamento. 

Nella regione colombiana del Caquetá, sulle sponde del fiume Pato, un gruppo di ex guerriglieri ha un’intuizione unica per abbordare il processo di reincorporazione alla vita civile: il rafting come strumento di Pace e Riconciliazione. Dotatisi di un Raft, remi, caschi e giubbotti salvagente iniziano un processo di autoformazione, con l’obiettivo di poter avviare un progetto di ecoturismo, che valorizzi il territorio e lo trasformi in una destinazione che testimoni il cambio nella Regione e nel Paese. 

Con il complice affiatamento di persone che si interessano a ciò che accade nel Miravalle - come Mauricio Artiñano, al tempo funzionario della Nazioni Unite in Colombia e Rafael ‘Rafa’ Gallo, leggendario rafter costaricense - gli integranti del progetto accedono a una formazione tecnica e certificata dalle Federazioni, così da poter creare il primo team di persone in grado di operare come guide di rafting. Nasce così Caguan Expeditions, un tour operator diretto da firmatari degli Accordi di Pace, membri delle comunità locali e imprenditori sociali di diverse regioni della Colombia.

Alle certificazioni formali, segue l’invito, come ospiti d’onore, ai Mondiali di Rafting della International Rafting Federation a Tully, Australia nel 2019. In quel momento nasce l’idea di Remando por la Paz, la prima squadra al Mondo ad essere composta da persone che hanno attivamente preso parte al conflitto e persone che del conflitto sono vittime. 

“Quando siamo tornati dall’Australia, siamo stati invitati dalla Federazione ad organizzare un campionato nazionale di rafting in Colombia ed è stato un evento senza precedenti in quanto era la prima volta che succedeva in quel luogo. Come se questo posto, dopo la guerra, fosse un luogo per fare sport, per costruire la pace”

Nel novembre 2019 la squadra, insieme alla comunità della vereda del Miravalle e con il supporto di Caguán Expeditions, del comune di San Vicente del Caguán e del governo regionale del Caquetá organizza il primo Campionato Nazionale di Rafting Remando por la Paz. Remando per la Pace. Un team di atlete ed atleti, un evento sportivo, ma soprattutto un impegno al quale queste persone si dedicano ogni giorno. 

“La pace si firma tra due parti, ma la Pace è di tutti”  

L’evento vede la presenza di delegati di entità governative, tanto come della Missione di Verificazione delle Nazioni Unite in Colombia. Partecipano 20 squadre, provenienti da 6 regioni del Paese e una delegazione invitata dal Costa Rica, per un totale di 95 atleti che competono in quattro categorie.

Da un’iniziativa nata grazie alla volontà di essere attori di trasformazione sociale attraverso lo sport, in un tempo record, il team di Remando por la Paz, costituitosi formalmente come Club Sportivo nel 2020, può gareggiare ed organizzare eventi regionali, quanto nazionali. Nel 2022 si aggiudica il terzo posto al Campionato Nazionale di Rafting a Santander, qualificandosi ai Mondiali di Rafting a Sondrio nel 2023.

A novembre il gruppo ha ospitato il Festival Remando por la Paz, giunto alla sua quarta edizione, proprio nel fiume Pato, che lo ha visto cimentarsi in questa esperienza promotrice di Pace. 

"Questo fiume prima era una frontiera, era una linea che divideva, perché da un lato c’era la guerriglia e dall’altro l’esercito. Oggi è un fiume che ci unisce, perché lo abbiamo disceso insieme"

Gli integranti di Remando por la Paz: Sebastián, Erika Gamboa Aroca, Mayerli Gamboa Aroca, José David Gamboa, Hermidines Linares, Carlos Ariel García.

Photo credits:

Giulia Fassina

Testi di

Daniele Riboli Hincapié


Jack Carlson, Rowing Blazers è sinonimo di sport e cultura

Archeologia e canottaggio. Culture antiche e Arthur Ashe. Viaggio nel visionario mondo del founder di Rowing Blazers

Rowing Blazers è la fusione d'illuminata ironia, ispirato design ed emozioni sportive. Rowing Blazers è un viaggio nei tessuti e nelle grafiche variopinte di un giovane brand di culto, che sta catalizzando le attenzioni dell'intera industria fashion. Rowing Blazers è, prima di tutto, il frutto della variegata cultura del suo brillante ideatore, Jack Carlson.

Per comprendere questo brand bisogna comprendere il suo founder, viaggiando nel tempo e ripercorrendo le esperienze di un 36enne imprenditore-designer capace, nella sua prima vita, di essere contemporaneamente archeologo, atleta e divulgatore. Questa è la ragione per cui Rowing Blazers esula da hype e trend mainstream, creandone di propri. Perché nella sua essenza non confluiscono temi passeggeri o echi insignificanti, ma imprese atletiche, consapevole cosmopolitismo, sensibile ricerca e un'impressionante preparazione accademica. 

Jack Carlson

“L'idea Rowing Blazers nasce da un omonimo progetto editoriale, pubblicato nel 2014: un libro su cui ho lavorato per quattro anni, focalizzato sullo studio dei blazer utilizzati dalle squadre di canottaggio. Il canottaggio è da sempre il mio sport, sono stato timoniere lungo tutto il mio percorso accademico, e oltre...”

Rivela l’ex membro della Nazionale di canottaggio USA, che lungo la propria carriera ha avuto la possibilità di vivere (e vincere) eventi unici, come l'Henley Royal Regatta (il Wimbledon del canottaggio), la Head of the Charles e l'eterna sfida Cambridge-Oxford. Questi eventi hanno naturalmente ispirato la redazione del libro Rowing Blazers, che ha funto da porta d’ingresso nel mondo del fashion per Carlson, oltre che da culminazione di un interesse totalizzante, sbocciato durante l’high school, dove Carlson ha disegnato i primi blazer della sua vita per la squadra scolastica.

“Sono sempre stato interessato ai blazer, alle loro storie, colori, simboli, miti e rituali. Per questo ho deciso di studiare questi capi. Il fashion con la F maiuscola non mi ha mai attirato particolarmente, sono sempre stato più appagato dalla scoperta del significato e della storia dei vestiti. Studiare vestiti vintage è in qualche modo una forma di archeologia. In fondo l'archeologia ruota intorno allo studio della cultura materiale, permette di leggere il passato attraverso gli oggetti...”

Una prospettiva sicuramente influenzata da un percorso accademico concentrato sull’archeologia, l’araldica e il simbolismo. Ma questa è solo una delle sfaccettature della vorticosa filosofia di Carlson, che attinge incessantemente dalla fervida intersezione tra classicismo, immaginario sportivo e pop culture. Il brand Rowing Blazers è difatti la complessa evoluzione di una dimensione estetica, quella che i più definirebbero come preppy, in un futuro che riesce finalmente a spogliarla di tabù sociali e connotazioni di classe, modernizzandola attraverso un senso d’inclusione, storia e cosmopolitismo. E Carlson traduce questo spirito nel classico stile americano, ma anche nel suo amato canottaggio: come conferma il legame con la virtuosa associazione non-profit Row New York, focalizzata sullo sviluppo accademico e sportivo degli studenti appartenenti alle comunità meno privilegiate della Grande Mela.

“Quando ero al liceo gli studenti vestivano Abercrombie & Fitch ogni giorno, io invece ero il ragazzo strano della situazione, perché indossavo cose dei miei genitori o maglie sportive che compravo durante i viaggi. I miei avevano un armadio popolato di vecchie shirt Lacoste, maglioni da cricket e capi vintage di Ralph Lauren. In alternativa indossavo maglie sportive o t-shirt turistiche che avevo collezionato nei viaggi di famiglia in Turchia, Argentina, Irlanda e Giappone. Ogni volta che penso al termine preppy, non posso che ritenerlo 'tricky', soprattutto se posto in relazione alla cultura americana. Ha un bagaglio culturale corposo, spesso associato a privilegi ed esclusività. Molti brand, mentre crescevo, hanno fatto leva su questi temi. Parlando di canottaggio, anche il mio sport ha storicamente avuto problemi di diversità: nei tanti anni di Nazionale, per esempio, non ho avuto compagni neri. Oggi queste dinamiche stanno fortunatamente cambiando, nel fashion e nello sport. Da qualche tempo sto collaborando con l'organizzazione Row New York, che permette a ragazzi e ragazze dal diverso background sociale di avvicinarsi al canottaggio, accompagnandoli anche nel percorso accademico. Il canottaggio deve essere di tutti, deve concedere opportunità a tutti. E lo stesso discorso può essere fatto per l’industria fashion...”

Cresciuto tra il Massachusetts e Londra, Carlson ragiona di moda parlando di sport e cultura, caricando di significati e riflessioni la piacevole leggerezza delle sue creazioni tessili, sempre più contaminate da collaborazioni di pregio. Gucci, Umbro, Fila, TAG Heuer e K-Swiss sono solo alcuni dei giganti che hanno deciso d'intrecciare la propria filosofia e il proprio heritage con la fervente creatività Rowing Blazers. Una creatività talmente impetuosa da esondare in una galassia di brand paralleli, che l'ex timoniere USA sta cercando di coltivare e preservare, a partire dall'iconico Arthur Ashe.

“Sono sempre stato un grande appassionato di tennis, e ho sempre ammirato la figura di Ashe. Arthur Ashe oggi è molto più di un brand: è la legacy di una leggenda sportiva e sociale. A mio avviso Ashe è una delle più grandi figure della storia moderna americana: ha combattuto per i diritti civili USA, è intervenuto più volte all'ONU, ha boicottato il Sudafrica nell'epoca dell'apartheid e ha cambiato l'opinione pubblica riguardo l'AIDS. Ovviamente ha anche raggiunto risultati tennistici incredibili, come Wimbledon, gli US Open, gli Australian Open, la Coppa Davis e molto altro. Parliamo di un vero eroe americano. Ho preso in mano il suo brand quasi per caso: grazie all'intermediazione di Donald Dell, l'uomo che inventò l'endorsement di Michael Jordan e Stan Smith, sono riuscito ad entrare in contatto con la famiglia Ashe, che mi ha concesso l’onore di lavorare al suo fianco. Sento un po' di pressione, certo, ma sono orgoglioso di un progetto del genere, che supera le logiche dello sport e della moda, così come sono orgoglioso delle tante connessioni che si stanno generando per mezzo di Rowing Blazers. Ricordo ancora quando io e David Rosenzweig, il co-fondatore di RB, scrivevamo sui tovaglioli dei fast food le prime, ambiziosissime idee di collaborazione. Rowing Blazers all'epoca doveva ancora nascere, sembrava tutto così assurdo... Tante di quelle collaborazioni, però, si sono già concretizzate. Non avevamo idea di come sarebbe potuto succedere, ma è successo. Evidentemente abbiamo convogliato le giuste energie nell'universo. E ora vogliamo continuare a farlo”

Photo credits:

Rowing Blazers

Testi di Gianmarco Pacione