Game Changers - Stitching Stories
L’arte di cucire storie può rimare con fashion, sport e, soprattutto, sostenibilità, come spiega Carmen Luijt, Founder di Stitching Stories
Tutto ciò che c’è di vero dietro il principio di Lavoisier - nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma - trova la più piena e sensibile esecuzione nel processo creativo che si cela dietro ogni opera d’arte ed ogni significativa composizione di Stitching Stories. Da Haarlem, passando per Rotterdam, Amsterdam e i Paesi Bassi in senso allargato: porta d’Europa dal melting pot culturalmente vivissimo. La sesta artistica si allarga con l’intento di varcare i confini naturali e culturali, con la volontà di divulgare il proprio credo nella global fashion industry.
Ascoltando le parole di Carmen Luijt, sensibile creativa fondatrice di questa fashion label, insieme al partner Guillermo Ware, Stitching Stories pare delinearsi come una supernova dello sperimentalismo artistico: uno sperimentalismo che non si traduce in un mero esercizio estetico, ma persegue un fine più grande, un fine narrativo e pratico, votato alla sostenibilità.
Stitching Stories nobilita l’antica arte del taglia e cuci, attraverso una meticolosa e pura opera di upcycling, creando abiti che coincidono con istantanee di una vita già vissuta, pronta per nuove direzioni, ed emozioni. Tessuti e design nel cuore di Rotterdam diventano finestre su un mondo contemporaneamente passato e futuro: percezioni circolari di un processo artistico che resiste, o meglio, combatte e rivoluziona un’età dominata dal fast fashion e dalla caducità a breve termine di capi e tessuti.
Nella vision di Carmen Luijt e Guillermo Ware l’asserzione ‘siamo quello che indossiamo’ calza a pennello, assumendo notevoli sfumature sportive. Abbiamo avuto modo di conoscere Carmen e di essere introdotti a questo progetto avanguardistico.





Inizierei subito dai convenevoli, come e quando nasce Stitching Stories? E qual è l’idea di base che si cela dietro questa innovativa ed ambiziosa fashion label?
“Ho frequentato l'Accademia d'arte a Rotterdam, poi mi sono specializzata in moda e design. Al mio ultimo anno, nel 2020, ho realizzato un progetto su tutte le culture e le sottoculture di Rotterdam. Mi sono focalizzata sui tifosi di calcio, ma anche sugli hubber. Poi è arrivato il Covid e mi sono concentrata su Stitching Stories, ragionando su cosa volessi farlo diventare.
Un punto di svolta c’è stato quando sono stata ospite a Sneakerness insieme al mio ragazzo, indossando alcuni dei miei pezzi. Istantaneamente, ci hanno chiesto se volessimo avere uno stand in eventi analoghi ad Amsterdam. Quindi, ci abbiamo provato, ed è andata davvero bene. Siamo andati sold out in un solo giorno. Insomma, Stitching nasce in modo naturale e cresce grazie alla collaborazione con tanti freelance, che ancora oggi giocano un ruolo fondamentale nel nostro team.
L’idea è quella di unire persone parlando delle loro rispettive culture attraverso il riutilizzo e la rielaborazione di capi preesistenti e, tramite essi, raccontare qualcosa. Si tratta di creare storie insieme. Il concetto di ‘unione’ è un nostro punto focale. Vogliamo creare qualcosa che vada oltre i vestiti, qualcosa che parli di te, di noi, che unisca mondi e significati.
L’archivio artistico e la vicinanza a icone sportive del passato e del presente, inoltre, permette all’identità Stitching Stories di trarre linfa vitale da tutto ciò che concerne il mondo dello sport. Già da parecchio tempo l’immaginario sportivo e la street culture ad esso associata hanno invaso il terreno dello streetwear. Pensiamo che questo legame trovi in Stitching Stories sbocchi innovativi”
Alla luce del vostro evidente legame con la cultura sportiva, cosa significa per Stitching Stories la cultura sportiva?
“Beh, la cosa divertente è che, quando ero bambina, non voleva mai andare in palestra, ero davvero pigra, ma sono sempre stata ispirata dalle diversità culturale. Quindi, provavo a guardare oltre: volevo sempre provare vari tipi di cibo e ascoltare diversa musica. Questo che mi ha ispirato alle origini. Nel tempo, ho imparato che lo sport riesce in qualche modo ad unire tutte queste culture.
Indubbiamente, la fede calcistica si è evoluta in molto di più, finendo per rappresentare un vero e proprio fenomeno sociale, una sottocultura dai paradigmi antropologici e stilistici, che getta le sue radici nel casual clothing. Qui in Olanda abbiamo l’esempio lampante dei supporter del Feyenoord, che intrecciano la loro natura con marchi come C.P. Company e Stone Island (abbiamo recentemente raccontato il rapporto tra il creatore di questi brand, il leggendario Massimo Osti, e la musa sportiva https://athletamag.com/it/lo-sport-secondo-massimo-osti/).
Vivevo a Rotterdam quando il Feyenoord ha vinto il campionato e ho assistito alle feste in città, pensando quanto le vibes fossero incredibili. Lo sport piace così tanto perché unisce un vastissimo spettro di persone. Poi, il mio compagno proviene davvero da una famiglia di sportivi: suo zio è l’ex calciatore Jimmy Floyd Hasselbaink e proprio per lui abbiamo creato una maglietta speciale. È stato emozionante per tutti, quando gliel’abbiamo consegnata. Ho imparato ad amare e vivere la cultura sportiva soprattutto grazie a questi legami in casa”


Parlando della sottocultura terraces e del mondo del tifo, qual è la tua visione sul loro immaginario?
“Durante i miei anni accademici, ho avuto modo di fare numerosi studi e ricerche sulla natura degli hooligans. Ho guardato documentari, condotto interviste con tifosi, ecc… All’inizio, per me un hooligan era soltanto un supporter, ma rapidamente ho imparato a riconoscere la loro attitudine, che definirei differente. Ho anche compreso che, la maggior parte delle volte, un hooligan eredita questo tipo di fede dal suo nucleo familiare”
Inoltriamoci nel processo creativo che dà corpo alle opere Stitching Stories. Inizi con l'idea del prodotto e poi cerchi il materiale, oppure parti dai materiali disponibili e poi scegli la direzione da intraprendere?
“In realtà faccio entrambe le cose. A volte vedo dei materiali che mi ispirano, li acquisto, e in un secondo momento vedo cosa posso farci. Tutti i materiali che uso sono sostenibili o di seconda mano. Mi capita anche di lavorare con designer di mobili, loro hanno sempre materiali di scarto utili per nuove creazioni.
Per fare un esempio pratico, in questo momento sono davvero attratta dal mondo del basket. Ho appena creato un corsetto e una giacca con dei palloni rotti, che non potevano essere più utilizzati. Li abbiamo fatti a pezzi e riassemblati, come un collage. Questo per me significa dare un significato alle cose. Anche il progetto con un altro ex calciatore come Eljero Elia è stato particolarmente significativo. Ci ha dato delle maglie vecchie, le abbiamo combinate, realizzando un progetto dedicato all’esplorazione della sua vita calcistica”
Approfondiamo proprio la speciale collaborazione con l’ex Juventus Eljero Elia. Com’è nata questa idea e quali sono state le fasi del processo creativo?
“Lui si è imbattuto nel nostro profilo tramite un amico comune e ne è rimasto affascinato. Ci ha chiesto di realizzare qualcosa che parlasse di lui. Data l’opportunità, abbiamo optato per creare una campagna attorno alla sua figura, girando anche dei video social, che potessero elevare la storia dietro questa collab e il nostro approccio al design. Abbiamo anche fatto una piccola clip nello stadio Kyocera Stadion di Den Haag, dove ha iniziato la carriera.
Questa sinergia ci ha consentito un’esposizione importante. Ci tengo a sottolineare, in particolar modo, la connessione umana che abbiamo costruito con Elia, che ora partecipa a molti dei nostri eventi. Per noi era una prima volta, non avevamo mai fatto un progetto per una personalità così grande. È stato un bellissimo e importantissimo step. Poi, Eljero è davvero umile e gentile, è entrato nel nostro mondo e ha ragionato con noi”


A proposito di jersey calcistiche. La loro sovrapproduzione cozza con il tema della sostenibilità. Quali sono le tue riflessioni riguardo il collegamento tra prodotto sportivo di alto livello e salvaguardia ambientale?
“Penso che la direzione intrapresa sia errata. Ovvio, anch’io sono affascinata dal mondo delle jersey. Ad esempio, l'anno scorso con gli Europei ho voluto creare una piccola collezione per tutti i Paesi partecipanti. E continuo a fare ricerca su magliette vintage: preferisco avere magliette degli anni '80 o '90 da utilizzare per poter creare qualcosa. Collaboro anche con distributori di jersey, mi danno magliette fallate, che hanno un piccolo buco o problemi del genere e, per questo, risultano invendibili. Allo stesso tempo, mi consegna magliette ormai vecchie per il mercato. Ogni volta che ne tocco una, non posso fare a meno di notare che la qualità dei tessuti, sia in termini di sostenibilità, che di vestibilità, è davvero pessima… Ho condiviso questi pensieri con alcuni calciatori e anche loro concordano. È cambiato tanto rispetto al passato. Le magliette oversize che dominavano la scena negli anni '90 non erano sicuramente comode per giocare, ma erano estremamente accattivanti da un punto di vista estetico, oltre a palesare tessuti differenti da quelli attuali. Le aziende più grandi ora creano davvero tante, troppe magliette”
Concentriamoci sul legame ormai evidente tra il mondo dello sport e quello dello styling. Pensi che sia destinato a durare ed irrobustirsi in futuro?
“Sì, sicuramente. Tanti sportivi hanno alle loro spalle stilisti ed esperti della materia, credo che fino a pochi anni fa non fosse così. Amo che gli sportivi, nel corso della loro carriera, sviluppino anche una visual identity differente, unica. Quando guardo una partita di calcio e lo sport in generale, quello che mi attira è che gli atleti, oggi, tendono a mostrare le proprie unicità, ad evidenziare i propri gusti”
Stitching Stories denota la propria sensibilità anche nella selezione dei partner. Puoi raccontarci gli esempi di A Small Gang Education e Impact Ateliers?
“Quando ho iniziato a creare storie come quelle ispirate alle culture e alle sottoculture popolari, non volevo ‘prendere’ senza ‘restituire’. Tante aziende si ispirano alla street culture, ma ad essa non restituiscono niente. Io ho sempre avuto una precisa idea, una consapevole mentalità.
Small Gang Education è un'istituzione che lavora con i giovani che abbandonano la scuola superiore perché non riescono ad adattarsi al normale sistema scolastico. SGE crea per loro un sistema di supporto a vocazione creativa. Ci aiutano con la produzione di campagne, ma anche con la creazione di video e contenuti multimediali. A volte ci aiutano anche a creare capi. Allo stesso tempo, i ragazzi SGE possono imparare, scoprendo il nostro mondo.
Impact Atelier, invece, è un’associazione che lavora, principalmente, con i rifugiati. È un progetto sociale ed educativo, atto ad introdurli nella nostra società e ad aiutarli nel periodo di adattamento. Anche loro ci aiutano nello sviluppo delle collezioni”


Riciclare e rinnovare: state provando a tramandare questi concetti essenziali nella filosofia Stitching Stories, anche attraverso il workshop. Ce ne parleresti?
“L’idea è nata con il mio ragazzo che, oltre ad aiutarmi con Stitching Stories, è insegnante. Ho notato che molte persone vogliono imparare a creare abiti da sole, attraverso l'upcycling, ed è davvero facile creare qualcosa di bello in poche ore. Hai solo bisogno della disciplina e delle conoscenze adatte.
Credo che molte persone vogliano contribuire per cambiare la direzione non sostenibile del fashion. Hai una giacca nell’armadio e pensi che non la indosserai mai più, perché non ti piacciono le maniche? Bene, puoi semplicemente metterti in proprio, lavorarci e creare qualcosa di diverso… Abbiamo iniziato i workshop per divulgare questo approccio”
Ora che step aspettano Stitching Stories?
“La community Stitching Stories sta crescendo. In futuro, ci impegneremo per aprire uno showroom tra a Milano e/o Parigi. E continueremo con progetti a tema sportivo, come dimostra anche un recente show fatto durante le Finals della Dutch Basketball League. In generale, vogliamo condividere la nostra filosofia con più persone possibili, attraverso progetti che abbiano un vero significato, come tutti quelli che abbiamo affrontato fino ad ora”


IL VERO FÚTBOL É DEL BARRIO
Per Medellín il calcio di strada vuol dire speranza, e molto altro. Il racconto visuale di Tom Ringsby e la testimonianza di Santiago Rodríguez
“Sono così le storie del calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni”, scriveva un cantore universale del fútbol come Osvaldo Soriano. Il nativo di Mar de la Plata riversava nella sua penna un’educazione calcistica rara, quella impartita dall’Argentina. Descriveva panorami umani in cui la società si fonde con la più alta fede profana: laddove il ludus moderno per eccellenza penetra il tessuto civile, divenendo parte di tutto, smettendo di essere un superficiale spettacolo oppiaceo, per divenire senso di molto, perfino tutto.
Da Mar del Plata a Buenos Aires, per poi risalire la catena andina, colonna vertebrale del fútbol mistico, e arrivare nella Valle d’Aburrá: l’oasi del caffè colombiano, nonché cornice della controversa metropoli Medellín. Anche nelle strade di questa carismatica, ferita, tristemente nota città, il pallone trascende la sfera sportiva, assumendo funzioni un tempo oscure ed illegali, oggi rivoluzionarie. Nelle innumerabili canchas, gli irregolari spazi calcistici incasellati nel mosaico cittadino, il fútbol sta regalando nuove prospettive, nuove emozioni, nuovi, essenziali obiettivi. E scenari che ispirerebbero tanto Soriano, quanto Pasolini.
La sempre distintiva lente di Tom Ringsby, che abbiamo avuto modo di ospitare anche nel nostro magazine cartaceo, ci guida tra le sfumature della ‘Città dell’Eterna Primavera’, sicuramente in relazione al fútbol: un luogo identitario, dove la cultura calcistica ha abbracciato quella del barrio, dando il là ad un avanguardistico mix di magia, spettacolo, onore e fama. Le riflessioni di Tom sono introdotte da Santiago Rodríguez, Content Creator che ha intravisto il potenziale globale di questo fenomeno, soprattutto del notissimo Torneo del Barrio, plasmando FUTTO e cucendo piani comunicativi su misura, degni di una vera storia di calcio.








Santiago Rodríguez
“La connessione tra il calcio e Medellín è profondissima. Il passato cittadino è purtroppo legato alla violenza, ai cartelli della droga e a tutto ciò che è accaduto soprattutto negli anni ‘80. Quel periodo ha lasciato una chiara impronta culturale: un processo in cui il calcio ha giocato un ruolo centrale. Qui viviamo per il fútbol. Quando gioca la Nazionale o c’è il derby tra Atletico Nacional e Deportivo Independiente Medellin, tutto si blocca. Comunico spesso con persone di altre nazioni e, di solito, trovo una separazione netta tra il calcio tradizionale e il calcio di strada. Paioni movimenti diversi. In Colombia e a Medellín non c’è differenza. Ogni bambino ha una cancha nel suo barrio: sul territorio urbano ci sono circa 700-800 campi pubblici. Chi non ha le risorse per entrare in un’academy, ovvero la stragrande maggioranza dei giovani, impara a giocare per strada e ‘complementa’ così il suo stile di gioco. Non è un caso che da qui siano usciti giocatori come Juan Fernando Quintero. Lui è una sorta di simbolo. Ha toccato con mano la violenza di Medellín, perché suo padre è stato ucciso, e nel calcio ha trovato un rifugio: qualcosa in cui credere. Anche il suo stile di gioco è un chiaro riflesso dello street football locale.
Rispetto ai tempi in cui il narcotraffico finanziava il calcio, oggi la situazione è molto diversa. Credo sia una sorta di rinascita. Medellín, un tempo una delle città più pericolose al mondo, sta trovando nel calcio una possibilità di evoluzione. Lo street football è diventato un'opportunità di vita per molti. Non ho creato il Torneo del Barrio. È nato nel 2020, durante il periodo pandemico. In quel momento eravamo in quarantena, ma l'area in cui si svolge il torneo è una zona molto difficile, con molte problematiche. Si chiama Barrio Antiochia ed è un quartiere complesso, la polizia non sarebbe mai entrata per bloccare un evento… Nel frattempo, io e il mio socio stavamo avviando la nostra attività e, ovviamente, siamo sempre stati appassionati di calcio. Eravamo concentrati sul calcio amatoriale, offrivamo un servizio semplice di registrazione delle partite. Poi, nel 2022-23, un amico ci ha invitato a vedere la semifinale del Torneo del Barrio. È stato un colpo di fulmine. Il campo era strapieno di persone, tutti erano coinvolti: era un qualcosa a cui mai avevamo assistito. Sono andato a vedere big match europei, come un ‘Clasíco’ o Barcellona - Manchester City, ma l'energia non era la stessa. Allo stadio c’erano 80.000 persone e al Barrio Antiochia ce n’erano probabilmente 2.000, eppure l'energia era incredibilmente diversa. Non avevo mai provato emozioni simili.
Dopo aver parlato con l’organizzatore del torneo, Kevin, gli ho proposto di registrare le partite dell’edizione seguente. Così, ogni giorno, dal lunedì al venerdì, per quattro mesi, abbiamo registrato le 34 squadre partecipanti. Tutto è cominciato in modo molto naturale. Inizialmente non avevamo molti follower, ma i video hanno cominciato ad ottenere 50, 100.000 visualizzazioni, per poi toccare i 10, 20 milioni. Abbiamo deciso di creare un brand attorno al progetto, e di farlo nel modo più professionale possibile, attraverso canali YouTube e Twitch per lo streaming in diretta delle partite. Da quel momento, è stato solo un continuo crescere. La qualità del calcio era tale che le persone da tutto il mondo hanno cominciato a guardarlo. Abbiamo tre parole per descrivere il Torneo del Barrio: garra, fútbol, magia. Diciamo sempre che al Barrio Antioquia non ti tuffi per far ammonire l'avversario, non perdi tempo. Giochi per l’onore. Credo che la gente sia attirata da questo approccio, dallo stile dei giocatori e dallo spettacolo della passione. I fuochi d’artificio, per esempio, sono un elemento onnipresente. Derivano dalla cultura narco, sono sempre stati un messaggio in quartieri dove vige la legge del territorio. Ecco, nel cuore di questo contesto, oggi tutti dimenticano i lati negativi del barrio, concentrandosi solo sul Beautiful Game. La città fiorisce grazie al calcio.
Sono orgoglioso delle possibilità che il Torneo del Barrio e Futto stanno dando a tanti giovani colombiani. La Federazione Calcio Colombiana e il lato professionistico del calcio sono ancora in vari modi e forme vittime della corruzione. I ragazzi in molti casi devono pagare per poter giocare o proseguire la loro strada nelle academy e, quando il loro sogno svanisce, iniziano a fare cose sbagliate. Hanno 16, 17 anni e cominciano a scivolare inesorabilmente verso il basso. Il calcio di strada è una nuova opportunità. Ogni giocatore che partecipa al Torneo del Barrio ed eventi analoghi può guadagnare dei soldi. Ovvio, è una dimensione ibrida. Abbiamo il classico team di quartiere, dove gli amici si uniscono e fanno una squadra. Poi, ci sono altre squadre molto competitive che riescono ad ingaggiare giocatori. All’inizio gli sponsor erano attività di quartiere, un barbiere, un negozio di liquori… Ora abbiamo costruito una piattaforma: ogni volta che le squadre giocano, migliaia di persone si connettono. E sempre più grandi sponsor si fanno avanti. Lo fanno perché questi giocatori vengono visti in tutta la Colombia, e non solo. Alcuni vengono persino pagati per giocare in tornei all’estero: sono diventati degli idoli dei bambini, raggiungono anche i 400mila follower.
Penso al calcio come a un qualcosa che dà vita alle persone. Porta gioia, porta vita a un quartiere. Negli ultimi anni ho visto che impatto ha avuto il calcio in uno dei quartieri più difficili di Medellín. Ho visto come ha influenzato persone che prima assumevano droghe, giocatori che avevano perso la loro occasione per entrare in una lega professionistica e che vivevano nella depressione. Il calcio di strada li ha riportati in vita. Ora stiamo pianificando un tour mondiale. Tanti giocatori hanno già avuto modo di viaggiare in vari Paesi, addirittura in Cina. Nei prossimi mesi andremo in Brasile, Italia e altri posti. Sono fiero di quello che stiamo facendo”








Tom Ringsby
“Inizialmente, sono arrivato a Medellín per girare un video musicale. Era la notte della finale di Copa América, Colombia - Argentina. Mi hanno accolto la passione sprigionata dalla telecronaca nella radio del taxi e bar colmi di persone con maglie gialle che urlavano incessantemente, sparando fuochi d’artificio. Mi sentivo nel cuore della cultura calcistica. Anche se ero stanchissimo, non riuscivo a pensare ad altri luoghi nel mondo così coinvolti dal calcio. Percepisci subito quanto questo sport sia parte integrante della società colombiana. Tutti i giovani indossano maglie per strada. È la norma. Ogni volta che superi un campo, ne trovi un altro. Alcuni sono davvero all’avanguardia, altri sono semplicemente dei rettangoli tracciati su una superficie qualsiasi, in ogni spazio disponibile… Il calcio è onnipresente, è davvero affascinante.
Tramite Santiago, sono stato introdotto al Torneo del Barrio, che è connesso a FUTTO, un’organizzazione di street football radicata in diverse città. Santiago rappresenta FUTTO a Medellín e mi ha invitato a scattare un progetto fotografico ispirato da questa community. Il Torneo era finito da poco, ma sono comunque riuscito a ritrarre molte squadre e giocatori che ne fanno parte in pianta stabile e che competono in altri tornei analoghi. Alcuni sono diventati estremamente popolari, il Torneo del Barrio più di tutti–una sorta di Premier League, per la città–, anche grazie all’utilizzo professionale di strumenti come Twitch e al coinvolgimento di sponsor di primo livello. Ritrarre questi soggetti è stata un’esperienza folle. Questo calcio è in qualche modo un ritorno alle radici, c’è una costante vibes da grassroots football. Da inglese, mi ha fatto pensare ai vecchi tempi, a quando i calciatori erano lavoratori normali: uomini che giocavano per la loro squadra locale, per poi andare al pub insieme ai tifosi. A Medellín si respira ancora l’atmosfera di un calcio crudo. In alcuni momenti mi sembrava di essere nell’iconico commercial ‘The Cage’ Nike… È un calcio punk-rock, dove la tensione e la competizione sono altissime, e molto differenti dal calcio contemporaneo, dove cadere sull’erba sembra la fine del mondo. Qui si cade sull’asfalto e ci si rialza subito.
Le persone tifano per il cugino, lo zio, l’amico… Alcuni di questi giocatori sono delle vere e proprie superstar cittadine. Joam, ad esempio, è una leggenda locale, i bambini si mettono in fila per chiedergli foto e autografi. Quando l’ho incontrato, si stava preparando per volare in Cile a giocare una partita. Grazie a comunità come questa, il calcio di strada sta diventando un fenomeno globale: è davvero impressionante. I gol dei calciatori che ho incontrato fanno milioni di views sui social. Questi numeri e il supporto di sponsor o attività li rendono, di fatto, professionisti. Riescono a mantenere le loro famiglie. Le loro storie sono in molti casi commoventi. Alcuni sono evasi da cattive abitudini grazie a quest’opportunità. Altri sono ex professionisti che, per qualche motivo, non ce l’hanno fatta, e hanno superato momenti oscuri con questa seconda possibilità. In alcuni quartieri di Medellín è facile distrarsi, droghe come la 2C-B dilagano e per i giovani è facile cadere in tentazione… Il calcio rappresenta l’antitesi di queste dipendenze, anche a livello visivo. Da un lato, c’è la ‘cancha’ circondata da centinaia di persone appese ovunque, ipnotizzate dalle partite e pronte a tifare e festeggiare con fuochi d’artificio; dall’altra, in alcuni angoli del quartiere, prosegue invece l’incessante vendita e utilizzo di sostanze stupefacenti. Qui lo street football ha una funzione essenziale”








RUNMAKERS – ALL TRIANGLES
Julien Traverse e All Triangles sono i primi protagonisti della speciale rubrica di Athleta Mag e Runaway, ispirata dalla running culture contemporanea
In ogni passo di un runner risiede una scelta individuale, ma anche una dimensione collettiva, forgiata dalla creatività, dall'expertise, dal progresso, dall'estetica applicata al più antico, ma al contempo sempre in evoluzione, sport del mondo. Athleta Magazine e Runaway mettono in luce le figure che incarnano la peculiare multidimensionalità del running: i ‘RunMakers’, coloro che hanno trovato in questa disciplina molto più di un semplice passatempo, ma una piattaforma per affermare ed evolvere le proprie visioni, anche sotto il profilo professionale. Sono protagonisti di un settore che, per ogni ‘RunMaker’, è sinonimo di passione, competenza e visione.
Esploriamo il perché insieme al nostro primo ospite, Julien Traverse, co-founder della Brand Creative Agency e Community Hub ‘All Triangles’—una realtà tanto innovativa quanto artigianale, votata all'esplorazione delle nuove frontiere della scena running contemporanea. Grazie all'expertise all-around del team ‘All Triangles’, ogni prodotto diventa un riflesso di consapevolezza storica, ricerca tecnologica, passione attiva e rispetto per l'identità del brand-partner. Ascoltiamo le parole di Julien Traverse.




Quali sono le esperienze personali e i pilastri filosofici alla base di All Triangles?
"Vengo dal sud-est della Francia, a pochi passi dalla costa mediterranea. Fin da giovane, ho avuto una profonda passione per lo sport, in particolare per windsurf e snowboard. La corsa è sempre stata parte integrante del mio allenamento per il windsurf, anche se mai ha assunto il ruolo di pratica competitiva. Anche le scarpe sono sempre state una mia ossessione – ne sono affascinato sin da bambino.
Da 15 anni vivo ad Annecy. Mi sono trasferito qui nel 2010 per lavorare con Salomon, inizialmente con il loro team di snowboard. Sono stato il product line manager per gli scarponi da snow e, dopo un anno e mezzo, sono passato a Salomon Footwear, dove ho gestito il programma lifestyle e fashion per 6 anni. Successivamente, sono passato ad Arc'teryx, che fa parte della stessa company. Il mio ruolo si è evoluto: la supervisione di tutte le categorie di calzature.
Quando sono entrato in Salomon, pensavo che sarei rimasto 2 o 3 anni al massimo. Mai avrei immaginato che sarei rimasto così a lungo. Mi ero promesso che, entro i 35, avrei avviato la mia attività. Anche se fossi stato ancora a Salomon o in qualsiasi altro posto, sapevo che avrei fatto quel tipo di salto. La visione era chiara: ero appassionato di sport e footwear, ma sentivo che le aziende e i loro processi erano in vari modi e forme distanti dal cuore dello sport. Ad esempio, la produzione di calzature in Asia ha i suoi innegabili vantaggi, ma per me lascia spazi vuoti: i creatori non sono coinvolti intimamente nel prodotto. Non si sporcano le mani in laboratorio, non sentono i materiali, né interagiscono con il processo dalla A alla Z.
L'idea di creare il mio studio nasce da queste riflessioni. Volevo riunire tutte le persone che lavorano a un progetto footwear sotto lo stesso tetto, come parte di un unico, coeso team. Oggi, All Triangles è proprio questo, un collettivo di esperti, ciascuno specializzato nel proprio settore: brand design, sviluppo, creazione di modelli, testing e altro. Siamo un team affiatato di 14 professionisti, ciascuno con il proprio set di competenze uniche.
Il vantaggio di fare tutto internamente è stato, fin da subito, il fatto di superare la barriera mentale del rischio. Quando hai un'idea, la progetti, crei un tech pack e lo invii alla fabbrica, c'è sempre un elemento di incertezza. Può accadere che il prodotto sia nuovo e che gli interlocutori non sappiano bene come realizzarlo. Quando noi costruiamo una scarpa, inviamo tutto: la scarpa stessa, tutti i pezzi di ricambio, i modelli di taglio, i materiali e i tech pack. Poi lavoriamo con la fabbrica per replicare ciò che abbiamo già perfezionato. Tutti sono coinvolti fin dall'inizio – dal design al laboratorio. Creiamo prototipi internamente, impiegando diversi mesi. Dopodiché, collaboriamo con le fabbriche per riprodurre il lavoro che abbiamo già perfezionato internamente."




Che ruolo gioca la Outdoor Sports Valley di Annecy per la vostra azienda?
"Ciò che rende Annecy così speciale è la vivace comunità di runner e trail runner che la abitano. Le montagne sono a due passi, rendendo estremamente comodo per gli appassionati di sport all'aria aperta vivere qui. Essere ad Annecy ci mette anche a solo un'ora da Chamonix e da altre località rinomate per la produzione di calzature, un vero vantaggio. Siamo circondati da persone provenienti sia dal mondo dell'alpinismo che dal trail running, il che crea un ambiente stimolante e dinamico. La posizione è ideale, soprattutto perché è un punto di riferimento per i brand outdoor. Con circa 450 aziende legate al settore outdoor nella regione, è comune che fornitori, designer e freelance visitino diversi brand locali. È facile anche per loro passare da All Triangles. Con il tempo, siamo diventati un vero e proprio centro di gravità per la comunità outdoor."
Perché i triangoli come simbolo?
"L'idea dei triangoli è nata quando stavo avviando l'azienda con un amico. Eravamo completamente concentrati sulla strategy brand&marketing e lavoravamo in un minuscolo ufficio di 8 metri quadrati all'interno di un enorme edificio. Le nostre giornate trascorrevano definendo i parametri per la distribuzione, i profili dei consumatori, le identità dei brand... Ovunque guardassimo, continuavamo a vedere triangoli – diventavano parte di ogni progetto in modo naturale. Il mio ex socio diceva spesso che il triangolo è la forma più stabile, sempre equilibrata. Abbiamo pensato che ci fosse qualcosa di significativo in quella forma geometrica.
La parte 'All' è arrivata un po' più tardi. A mio avviso è un modo moderno di dire: 'Lavoriamo con ogni triangolo.' Alcuni in seguito hanno iniziato a scherzare, dicendo che avevo scelto i triangoli perché, vivendo tra le montagne, li vedevo ovunque – quasi come se fossero un riflesso poetico del paesaggio montano. In realtà, si trattava più di rappresentare una piramide fatta di consumatori, distribuzione e tutto ciò che sta nel mezzo. Alla fine, avevamo bisogno di un nome. E questo era disponibile."




Come nasce una collaborazione? Sono le aziende a contattarti direttamente? Se sì, per quali ragioni?
"Non ci siamo mai affidati alla pubblicità tradizionale, né disponiamo di un team commerciale dedicato. Tutte le conversazioni con potenziali partner o clienti sono condotte direttamente da me. Sono principalmente il passaparola e la lealtà a guidarle. Ad esempio, in questo momento stiamo ospitando un summit per atleti di trail running di North Face. Sono incredibilmente fedele a brand come The North Face, che hanno abbracciato fin dall'inizio la visione di All Triangles e hanno sempre mostrato rispetto verso la direzione che abbiamo intraprpreso.
Ciò che ci motiva veramente è comprendere la visione autentica dello sport. Il mio ruolo all'interno dell'agenzia è quello di immergermi il più possibile nella visione del brand e capire con/su/per cosa stiamo lavorando. Oggi ogni negozio è pieno di brand e prodotti, e tutti cercano di portare qualcosa di nuovo. La mia convinzione è che i brand e i prodotti debbano avere un punto di vista chiaro se vogliono distinguersi. Dobbiamo arrivare con il brand giusto, il prodotto giusto, al momento giusto – perché avere la migliore idea troppo presto non vuol dire ottenere lo stesso impatto che può essere ottenuto con la stessa idea nel giusto momento.
Il nostro approccio è più incentrato sul brand che sul consumatore. Ciò non significa che non testiamo i prodotti, anzi... Collaboriamo strettamente con atleti e figure chiave del nostro settore per garantire che tutto ciò che creiamo sia perfettamente in linea e di qualità superiore. È anche nostro compito interagire con loro, ascoltare i loro spunti e tenere d’occhio le tendenze emergenti, così da poter fondere tutto e rimanere sempre un passo avanti."
Che ruolo giocano la vostra conoscenza e passione sportiva in queste dinamiche, così come i contatti con community sportive o singoli atleti?
"Volevo creare uno spazio dove tutti i miei amici del mondo dello sport – che si tratti di snowboard, trail running, parapendio, mountain bike e altro – potessero riunirsi in un unico posto. Ecco perché abbiamo progettato l'azienda con un bar, una lounge, una parete di arrampicata... Siamo anche partner di una palestra nelle vicinanze. Le persone vengono, ci rilassiamo insieme e parliamo. Siamo profondamente radicati nella comunità, mossi da una passione condivisa per ciò che facciamo. È questa combinazione di connessioni, energie e collaborazioni ad alimentare tutto ciò che creiamo.
Utilizziamo ogni prodotto in prima persona, testandolo e perfezionandolo. Il nostro obiettivo è avere un punto di vista distintivo – la nostra personale prospettiva sulle cose. Da lì, ci connettiamo con gli atleti, la nostra community e i brand stessi. Seguendo questo processo, riduciamo notevolmente le possibilità di fallimento."



Lavorare su scarpe da corsa per marchi diversi, spesso concorrenti, crea conflitti o sfide particolari?
"Ci concentriamo su come catturare e trasmettere l’essenza, il DNA di ogni brand al mercato. Quando penso alle emozioni evocate da brand come Patagonia, La Sportiva o Salomon, ognuna di esse suscita qualcosa di diverso. Dobbiamo seguire e rispettare queste emozioni. E dobbiamo selezionare con attenzione i progetti per evitare di trovarci con cose che si assomigliano troppo. In passato, abbiamo lavorato su un progetto per The North Face, e pochi mesi dopo un potenziale cliente si è avvicinato a noi con un brief molto simile. Ho preso la decisione di non intraprendere il secondo progetto."
Il running è sempre più influenzato da mondi e scene esterne. Nel caso della vostra agenzia creativa, quanto è importante l'influenza, la ricerca e lo studio di aree non direttamente legate al running? E qual è la formula segreta per emergere in un campo così sovraffollato?
"L’ibridazione delle categorie, dei prodotti e dei mondi porta sempre ad evoluzioni specifiche, soprattutto quando si tratta di materiali. È qui che investiamo molta ricerca, traendo ispirazione da settori come quello aerospaziale e automobilistico. Oggi, i materiali sono sviluppati da industrie più grandi di quella delle calzature, e noi cerchiamo di spingere i confini della ricerca, includendo in quest’operazione di ricerca anche l’aspetto marketing. Credo sia fondamentale ascoltare il polso del panorama sociale, capire come si sta evolvendo.
Quando guardo all’evoluzione del running, in particolare al suo aspetto comunitario, trovo i recenti step divertenti, perché molte tendenze che vedevamo 20 anni fa stanno tornando. Nonostante coincida con il passato, si tratta, però, di un cambiamento contemporaneo, che sta dando vita a molti nuovi brand. Sta accadendo molto in questo momento, specialmente con giovani che creano brand di abbigliamento e calzature. Oggi, l'accessibilità allo sviluppo delle calzature è migliorata drasticamente, e le persone sono più disposte a correre rischi. È una scena eccitante. C'è anche una grande quantità di contaminazioni in corso. Stiamo assistendo a un nuovo filone, in grado di evolvere la cultura tradizionale, come quelli percorsi da brand come Portal, Roa, Satisfy, Norda o Bandit negli Stati Uniti, e molti altri in giro per il mondo. È sicuramente un periodo affascinante."


Qual è il ruolo degli atleti e dei tester nel vostro flusso creativo e tecnologico?
"Dipende dal tipo di scarpa che stiamo creando e dal suo scopo specifico. Quando dobbiamo testare la costruzione o la durata, gli atleti sono fortemente coinvolti nel processo di sviluppo, poiché corrono molto più della persona media. Tuttavia, non possiamo contare sul fatto che gli atleti professionisti siano a Annecy ogni giorno, quindi abbiamo un gruppo di circa 30-40 tester qui, in loco. Ad esempio, la scorsa settimana siamo andati nel sud della Francia con 10 runner per un test intensivo di durata e durabilità dei materiali. In quattro giorni, abbiamo chiesto loro di correre tra i 150 e i 200 chilometri per testare a fondo il comfort della scarpa. Lavoriamo anche con runner amatoriali e li coinvolgiamo attivamente nel nostro spazio ad Annecy. Organizziamo eventi, comprese sessioni notturne, per mantenere un flow dinamico. Inoltre, mi piace sottolineare il nostro laboratorio, dove raccogliamo, approfondiamo e trasformiamo i loro feedback."
Quali evoluzioni prevedi per la tua agenzia creativa e quali sono i tuoi obiettivi a lungo termine?
"Ho 14 persone che lavorano con me, e questo è il massimo che desidero. Per me si tratta di mantenere la qualità del lavoro e il tipo di ritmo che abbiamo stabilito. Non voglio dividere l’azienda in più team; preferisco mantenere una connessione diretta con tutti. Sono estremamente soddisfatto del processo che abbiamo in atto, e il lavoro che stiamo facendo ora è esattamente ciò che amo. Vorrei mantenere l'azienda piccola, preservando la nostra flessibilità e agilità. La mentalità che ho instillato in All Triangles è simile a quella di un ultrarunner: lavoriamo duramente, ci concentriamo sul compito che abbiamo davanti, e alla fine la soluzione emergerà. Credo nel potere della concentrazione e nel costante perfezionamento di ciò che facciamo. Non siamo visionari. Siamo gente che lavora duramente per concretizzare delle visioni.”

Credits
Dentro e oltre gli ostacoli, Cyréna Samba-Mayela
La sinergia creativa ed estetica tra la lente di Yoann Guerini e la multidimensionalità dell’ostacolista francese Cyréna Samba-Mayela ci conducono all’intersezione tra immaginario sportivo, arte e fashion
“Non vedo veramente gli ostacoli: li sento, come un ricordo”, diceva il leggendario Edwin Moses, l’ostacolista che rivoluzionò un’intera disciplina, introducendola al futuro. Oggi, il suo lascito riecheggia nelle influenze multidimensionali e nelle visioni contaminate di atlete come Cyréna Samba-Mayela, trovando nuovi significati, ed ancora più nuove evoluzioni, e tramutando il tartan in un atelier o in un spazio espositivo, in grado di unire, senza soluzione di continuità, l’identità umana a quella atletica.
La raffinata lente di Yoann Guerini indaga il sistema solare della medaglia d’argento sui 100 ostacoli a Parigi: un planetario che ruota tanto attorno alle origini familiari, alla sensibilità artistica e alla musa fashion, quanto alla fede e all’amore per uno sport che non ammette errori, ma che permette a menti poliedriche, come quella di Cyréna, di esprimere un potenziale che va ben oltre la performance fisica, divenendo costante esplorazione e definizione di sé stessa. Se per Moses gli ostacoli erano un ricordo, per la campionessa europea a Roma sono il nucleo di un magma raro, prezioso, che possiamo scoprire attraverso le sue parole.





Sei nata a Champigny-sur-Marne, da una famiglia congolese. In che modo il tuo background culturale e le radici familiari hanno contribuito a plasmare la tua identità? E come continuano a influenzarti oggi, nel ruolo acquisito d’icona nazionale francese?
“Credo che avere un background multiculturale abbia ampliato la mia mente e mi abbia fatto sentire una cittadina del mondo, in grado di abbracciare ugualmente la ricchezza della mia eredità francese e congolese, rimanendo sempre curiosa nei confronti di ciò che mi circonda. Oggi, adoro viaggiare per il mondo, scoprire e connettermi con persone provenienti da ogni dove. Questo percorso mi ispira ogni giorno ad imparare cose nuove, a comprendere gli altri e a coltivare maggiore amore e accettazione per il prossimo, in particolare per i giovani di tutto il mondo: con molti di essi ho avuto il privilegio di entrare in contatto grazie all’atletica. Questo cammino ha plasmato il mio scopo: diffondere un messaggio positivo, di speranza e amore, a chiunque sia disposto a creare connessioni attraverso lo sport—specialmente a coloro che potrebbero sentirsi persi, vuoti, o che necessitino di un incoraggiamento per diventare la miglior versione di sé stessi e trovare la felicità.”
Riflettendo sugli ostacoli, e ricordando il tuo primo incontro con essi, quali emozioni emergono? Cosa rappresentano questi elementi così simbolici, e come è evoluto il tuo rapporto con loro nel tempo?
“Ricordo ancora l’adrenalina e l’emozione che provavo le prime volte nel fronteggiarli, parevano un'avventura estrema. Era pericoloso, spaventoso, ma non avevo paura. Ho sempre nutrito una relazione di amore/odio rispetto alle sensazioni forti. Ancora oggi, cerco di custodire i sentimenti che ho appena menzionato per mantenere viva quella passione originaria. Può essere difficile riuscirci. A volte cadi, e ti ritrovi ad odiare gli ostacoli. Sviluppi un blocco mentale, inizi a temerli. Dopo una lunga pausa, puoi addirittura dimenticare come approcciarli: ti sembra di ripartire da zero, dal primo incontro, come se fossero degli estranei.”




Nel tuo sport non c'è spazio per l'errore. In alcune interviste, hai detto che questa condizione sprigiona in te brividi unici. Come affronti l'ansia del possibile errore? E quali sono i segreti per padroneggiare la densità e le complessità del tuo sport?
“Accetto tutto, e mi diverto. C'è sempre un'altra gara, un'altra opportunità per migliorare. Sfrutto al massimo ogni occasione, cercando di imparare da ogni appuntamento, educandomi nell’essere una migliore ostacolista rispetto alla volta precedente. Sono appassionata del perfezionamento della mia arte, perché amo davvero quello che faccio. Mi sento grata e trovo gioia in questo semplice fatto. Quando faccio un passo indietro e mi fermo a riflettere, capisco che non tutti hanno la possibilità di vivere una vita del genere. Anche se è un cammino estremamente impegnativo, ci sono così tante cose di cui poter essere grata… Scelgo di concentrarmi sugli aspetti positivi.”
La fede riveste un ruolo centrale nella tua vita. Potresti spiegare il valore del tuo lato spirituale e come questo influisca sul tuo percorso atletico? In che modo la trascendenza della religione si fonde con l’immanenza delle statistiche, dei numeri e dei tempi?
"Credo fermamente che l'unica ragione per cui mi trovo su questo cammino sia grazie a Dio, e che Lui mi abbia dato uno scopo: essere una luce nel mondo. La fede mi fa credere che tutto sia possibile, e che i numeri debbano semplicemente riflettere l'applicazione di quella fede attraverso il lavoro che metto in ogni cosa. Per la maggior parte delle persone, le statistiche, i numeri e i tempi possono sembrare delle limitazioni: parametri che dettano ciò che si può o non si può fare, in base ai successi passati e ai paradigmi collettivi su ciò che sia effettivamente possibile a livello umano. Ma la fede trascende tutto questo. Se Dio è onnipotente, e tu sei un Suo figlio e un suo strumento, allora erediti di conseguenza il Suo potere. Attraverso di te, Egli compie miracoli, abbatte barriere e infrange record che sembrano impensabili per l’essere umano."





Hai descritto il 2024 come l’anno della tua vita: vicecampionessa del mondo indoor, campionessa europea, medaglia d'argento olimpica… Come ha inciso questa stagione monumentale sulla Cyréna atleta e sulla Cyréna persona?
"A dire il vero, non separo le due cose, perché ho dedicato tutta me stessa all’atletica e ho plasmato la mia vita attorno ad essa. Attraverso questo percorso, ho acquisito molta fiducia in me stessa e ho costruito una grande forma di resilienza. Sento che una parte di me è morta e rinata, più forte, perché il cammino è stato costellato da sfide imprevedibili: ostacoli che, se solo non avessi continuato a credere, avrebbero potuto spezzarmi. Non è stato tutto perfetto. Avrei voluto imparare alcune lezioni in precedenza, ma confido che Dio mi abbia guidato con i Suoi tempi, sapendo cosa fosse meglio per me. Ora sono impaziente di vedere dove mi porterà questo nuovo capitolo e questa nuova avventura."
A Parigi, hai vinto una medaglia d'argento che ha avuto un significato profondo. Dopo paure, tensioni e insicurezze, ti sei concessa un pianto liberatorio, ma hai anche detto di aver sorriso prima della gara, vivendo l’ingresso in pista come la partecipazione ad una festa. Puoi descrivere questa strana onda emotiva che ha segnato la fase più importante del tuo cammino personale e sportivo? Quali sono le prossime onde emotive che desideri vivere?
"Come ho già accennato, ho attraversato momenti davvero difficili nel mio percorso verso le Olimpiadi, e sono il tipo di persona che tende a trattenere tutto, sempre, fino a che il lavoro è finito. Molte volte, mi è sembrato di trovarmi davanti a quella che in Francia chiameremmo « marche ou crève », che si traduce in ‘fai o muori’. Suona molto più potente e drammatico in francese (Cyréna sorride, ndr). Non avevo, però, il tempo di fermarmi a riflettere: dovevo continuare a muovermi. Per questo, in molti modi, mi è sembrato di essere morta durante quel viaggio. I momenti in cui ho tagliato il traguardo sono il riflesso di quanto sia stato difficile e significativo per me raggiungerlo, e sono anche una liberazione di tutto lo stress che avevo incamerato per anni. Rappresentano il peso di tutti i sacrifici stratificati sulle mie spalle. Ora, le onde emotive che voglio vivere sono piene di divertimento, gioia e, spero, di grandi sorprese."
"Vesti bene per apparire bene. Mostrati bene per sentirti bene. E sentiti bene per correre veloce”. Le parole di Florence Griffith-Joyner sembrano rispecchiare il tuo approccio alla vita e allo sport. È così? Puoi parlare del rapporto tra fashion e ostacoli nella tua vita? Come definiresti il tuo stile e quanto questo permea la pista?
"Queste parole risuonano dentro di me al 100%, perché le vivo ogni giorno, sia dentro che fuori dalla pista. Quando corro, porto con me la mia essenza più autentica. Quando si tratta di ostacoli, ogni volta che entro in pista non solo voglio mostrare le mie capacità, ma anche esprimermi come donna appassionata di arte, design e fashion. Le gare spesso mi sembrano una sfilata durante una fashion week: io sono una designer che presenta orgogliosamente le sue creazioni al pubblico."




Hai rivelato di essere l’artista della tua famiglia e di avere una fascinazione speciale per la pittura. Che ruolo ha l’arte nella tua vita e quando/come è entrata a farne parte? Come pensi di sviluppare questo lato creativo in futuro?
"Ero un’artista prima di diventare un’atleta e, sinceramente, non mi sarei mai aspettata di fare il mio ‘ingresso nel mondo’ come ostacolista, invece che come pittrice. Dio, però, ha sicuramente un grande senso dell’umorismo... Da bambina vivevo nel mio mondo, disegnando giorno e notte. L’ho fatto per tutta l’adolescenza. Questo ha plasmato la visione di ciò che mi circonda: sono sempre stata un’osservatrice. Ho sempre avuto una dimensione interiore ricca, piena di immaginazione. Amavo dare vita alle cose che avevo in testa e a quelle che creavo attraverso il disegno e la pittura. Ho trasferito questa energia creativa nello sport, trasformando i sogni atletici, quelli immaginati nella mia mente, in realtà. Attualmente sto studiando design d'interni e architettura.
Ho anche iniziato a studiare strumenti musicali, come il pianoforte e la chitarra, e sono un’appassionata di street photography. Quando faccio una passeggiata o, ancora più spesso, durante le competizioni, provo a catturare i momenti belli e le emozioni delle persone intorno a me. Quando mi vesto, invece, cerco armonia e struttura. In molti casi voglio esprimere le mie emozioni attraverso i colori che indosso. I miei cari mi chiedono spesso di aiutarli nei loro makeover: per me è un modo per permettere loro di esprimersi, di mettere in evidenza le loro bellezze. In generale, l’arte è nel mio DNA, e non smetterò mai di creare."


Potresti approfondire la filosofia alla base della tua ricerca fotografica? Cosa instilla questo mezzo artistico dentro il tuo cosmo creativo?
"Quando si tratta di fotografia, credo che i nostri occhi non filtrino la vita, il suo significato o il mondo in generale in modo univoco. Non vediamo la bellezza nelle stesse cose. So, però, che i miei occhi sono sempre alla sua ricerca. Un'immagine può parlare moltissimo. Mi piace scoprire ciò che rende le cose o le persone uniche: in quel senso di autenticità trovo la bellezza. Gioco con gli ambienti, la luce e le ombre per mettere in evidenza un preciso dettaglio che ha catturato la mia attenzione, e che merita di essere apprezzato. Catturare ciò che mi affascina in qualcuno o in qualcosa mi permette di conservare le mie emozioni, in modo che possa riviverle ogni volta che voglio."
Eccellenza sportiva, esplorazione artistica, sensibilità fashion… La tua personalità è sempre più sfaccettata. Qual è lo stato dell’arte e dell’essenza di Cyréna Samba-Mayela oggi? A che punto senti di essere arrivata nel tuo percorso di evoluzione, e quali sono i tuoi obiettivi a breve e lungo termine?
"Avvicinandomi alle Olimpiadi, ho dovuto rallentare con il mio lato creativo: era difficile essere ispirata durante quei periodi di difficoltà. Ora, però, sento il bisogno di tornare alle mie origini artistiche e ho decisamente più libertà mentale per farlo. Voglio anche laurearmi in design d'interni e architettura. E voglio iniziare a creare dei progetti che uniscano tutte le mie sfaccettature: che mi permettano di comporre il mio futuro."




Credits
Photographer: Yoann ‘Melo’ Guerini
Light Assistant: Antony Corandi
Model/Athlete: Cyréna Samba Mayela
Stylist: Louloua Yammout
MUA: Maty Ndaw
Hairstylist: Moirai Dembele
Movement Director: Yohana Mehretab
Production: SpiceClub
Editor: Gianmarco Pacione
Special thanks to the sport department of Ville de Paris and the Ladoumegue Sports center team
JAPAN WITH NO PLAN
Sci e snowboard possono essere il trait-d’union di un viaggio nell’ignoto, meraviglioso Giappone
4 amici, un volo last minute per Tokyo. Nessun piano, a muoverli solo la ricerca di una neve nuova, imprevista, lirica. È la magia della condivisione di una passione comune, che rima con esplorazione, quella ispirata da sci e snowboard. La galleria visuale di Xenia Alexandra è un diario di viaggio, un itinerario dalle sfumature tanto mistiche, quanto nevose, nella Terra del Sol Levante. Ecco ‘Japan With No Plan’.








Com'è stato condividere l'esperienza della scoperta e della sorpresa? E come vi ha ispirato questo viaggio giapponese?
"Di solito lavoro in campagne pubblicitarie, dove il processo è molto rigido. Ogni cosa è scandita da orari precisi—10 minuti per una ripresa, 5 per un’altra... Nella mia vita personale, desideravo fare esattamente l’opposto. Sognavo un viaggio senza piani, senza aspettative, dove poter semplicemente andare e seguire il flusso della scoperta. Quando è successo, è stato incredibilmente liberatorio non avere un itinerario predefinito. Senza aspettative, sei libero di adattarti a ciò che accade lungo la strada, di accettare gli imprevisti. Ad esempio, un giorno la catena si è rotta e abbiamo dovuto capire come sostituirla o inventarci una soluzione per continuare a muoverci. Questo tipo di problem-solving è diventato parte dell'avventura. Si tratta di abbracciare l’inatteso e andare avanti, senza farsi fermare dalle difficoltà.
Parlando delle origini di ‘Japan With No Plan’, un membro del nostro gruppo, Ty, era già stato in Giappone tre volte, ma solo nella zona di Niseko e a Sapporo. Sognava di tornare sulla neve giapponese. Anche Megan, altra snowboarder del nostro gruppo, era già stata quattro volte in Giappone. Inizialmente avevamo pensato a una sciata a Silverton, Colorado, o in Alaska. Poi Jenn, un’altra nostra amica, ha suggerito di andare in Giappone. L'idea ci ha subito elettrizzato. Noleggiare un camper lì era parte del sogno di Ty, quindi è parso da subito il (non) piano perfetto.
Non ci siamo troppo soffermate a riflettere—in fondo era così semplice... Abbiamo prenotato i voli circa due settimane prima, e per miracolo siamo riuscite a trovare un noleggio di camper. Eravamo preoccupate del fatto che sarebbe stato difficile trovarne uno, dato che la cultura del camper in Giappone non è così diffusa come negli Stati Uniti. La maggior parte delle persone pianifica i viaggi in Giappone con mesi, o addirittura un anno, di anticipo, quindi ci siamo rivolti a circa quattro o cinque compagnie di noleggio. La maggior parte era già piena di prenotazioni, ma quando abbiamo ricevuto un via libera da Japan Campers, ci siamo entusiasmate: stava davvero succedendo!"




Che sensazioni, immagini e pensieri ti ha lasciato questa esperienza?
"Quasi tutti gli ski-resort negli Stati Uniti e in Canada sono ora di proprietà di due grandi corporazioni. Di conseguenza, sci e snowboard sono stati dominati da queste grandi aziende, obbligando le persone ad acquistare pass costosi e specifici. È diventato un mondo elitario, e in più ci si trova spesso a fare lunghe code per gli impianti. Sci e snow sono stati cambiati da queste dinamiche.
In Giappone, invece, ci sono oltre 500 stazioni sciistiche, ognuna gestita in modo indipendente. Questo crea un'atmosfera intima e locale, che mi ricorda lo sci di una volta. Ogni resort in Giappone conserva il proprio carattere e un fascino unico, con biglietti per gli impianti che a volte costano anche solo 20 dollari. Non ci sono lunghe code, ma solo un'atmosfera tranquilla e magica. Ecco come dovrebbe essere lo sci: tu, la montagna e la natura, una connessione profonda, senza lo stress di aspettare in fila o affrontare folle di persone. Anche nei luoghi più popolari, come Hakuba, che attira molti turisti australiani e americani, le sensazioni erano comunque nettamente migliori rispetto ai resort affollati di casa. È stato davvero un modo perfetto di vivere lo sci, mi sento incredibilmente fortunata.
Oltre alle foto di sci e snowboard, tutto il resto è stato scattato con una macchina fotografica compatta, il che è stato molto divertente. Mi ha permesso di essere discreta e documentare ciò che accadeva senza la necessità di estrarre una grande camera. Questo approccio fotografico si è integrato perfettamente con l’idea di non avere piani e di abbracciare questo senso di libertà. Con la macchina compatta, si percepisce il momento in modo diverso. Inoltre, ho speso meno tempo al telefono, concentrandomi sugli scatti e vivendo il viaggio appieno.
Uno dei momenti più indimenticabili è stato durante i due giorni trascorsi nel backcountry di Hakuba, dove la neve era la più profonda e leggera che abbia mai incontrato. Per la prima volta dopo tanto tempo, mi sono sentita completamente presente. Nient’altro contava. Tutto lo stress e l'ansia sono spariti, c'eravamo solo noi, la montagna e la prossima curva. È un'esperienza davvero rara oggi, specialmente con tutto il caos che viviamo quotidianamente. Trovare quella sensazione, a migliaia di chilometri da casa, dove sembrava esistere solo quel preciso momento, è stato davvero speciale."




Consideri questa un'esperienza che ti ha cambiato la vita? La rifaresti?
"Assolutamente, direi di sì. Penso che tutte noi, alla fine di quel viaggio, abbiamo pensato: 'È stato incredibile.' È sicuramente una delle tre esperienze più significative della nostra vita. E farlo con ragazze con cui sono amica da così tanto tempo ha reso tutto ancora più speciale. Il fatto che la nostra amicizia sia durata nel tempo e nello spazio, e che possiamo ancora vivere queste avventure dopo tanti anni di rapporto, è qualcosa di straordinario.
Ovviamente, non saremo mai in grado di replicare esattamente quest'esperienza, e sinceramente nemmeno credo che dovremmo provarci. Ogni viaggio come questo, ogni esperienza outdoor, ti insegna qualcosa. Si accettano le gioie e le difficoltà, si imparano lezioni e le si traduce in evoluzione personale. Già stiamo parlando di tornare l’anno prossimo—magari con un camper a quattro ruote motrici invece che due... Penso che questa sia la chiave per ogni avventura: entrarvi con una mente aperta, senza piani predefiniti, e imparare da ogni esperienza per rendere la successiva migliore."






Credits
LA SINFONIA CALIFORNIANA DI INDIAN WELLS
La preziosa lente di Alexander Aguiar racconta l’esperienza Indian Wells attraverso liriche, cinetiche composizioni
Se gli Slam fossero 5, Indian Wells sarebbe sicuramente il tassello aggiuntivo tra le più alte forme di competizione tennistica. La prima edizione di questo monumentale evento venne disputata nel 1978 a Tucson, in Arizona, il tempo ha poi tradotto l’attuale Master 1000 in una dei luoghi più affascinanti e, allo stesso tempo, polarizzanti della California: la valle di Coachella. Oggi, questo sempre più vasto giardino tennistico, circondato dalla nota vegetazione e altrettanto nota morfologia desertica del ‘Golden State’ americano, rappresenta un eldorado di ace e volée, e una tappa obbligata per il cosmopolita jet-set della racchetta.
La distintiva ricerca estetica di Alexander Aguiar mostra l’essenza di questo singolare reame tennistico, dove il connubio tra sole accecante, sfumature rosso-terra / verde-palma, ed eccellenza ATP-WTA delinea l’identikit di un magico, bollente e vorticoso tempio sportivo. E contestualizza alcuni dei suoi più recenti protagonisti, che quest’anno hanno visto trionfare, rispettivamente, Draper e Andreeva nei singolari, e le coppie Pavic-Arevalo, Schuurs-Muhammad ed Errani-Vavassori nelle varie declinazioni del doppio.
Benvenuti ad Indian Wells.








A NEW WINTER
La lente di Sofía Jaramillo definisce il nuovo, inclusivo panorama sportivo invernale USA
“Il nuovo inverno è un inverno dove ognuno possa sentirsi incluso e rappresentato. Non succederà da un giorno all’altro”. Le parole di Sofía Jaramillo fungono da immateriale prolungamento della personale serie fotografica ‘A New Winter’, una galleria ispirata dall’immaginario sportivo invernale e votata ad una nuova, inclusiva rappresentazione del panorama umano montuoso.
Grazie ad una ricerca filologica d’immagini d’archivio connesse alla Sun Valley e, in senso allargato, a tutti gli ski resort USA, Jaramillo ha avuto modo di riflettere sulla totale mancanza di rappresentazione nello scintillante cosmo delle mete turistiche invernali a stelle e strisce, così come nel loro tipico aprés-ski lifestyle. Questo gap esce come un dato storico incontrovertibile, evidenziato da un immaginario visuale a vocazione unica, fin dai lontani anni ‘30.
Nostalgia e denuncia sociale. Fotografia sportiva e re-immaginazione di essa. Attualmente esposta nella galleria OCHI, nell’Idaho (https://www.ochigallery.com/), ‘A New Winter’ riporta alla luce momenti già esistiti, rivoluzionando il loro significato ed effetto narrativo, attraverso nuovi protagonisti. Nelle composizioni di Jaramillo, gli ski resorts americani si aprono ad una dimensione antropologico-sportiva dove la diversità diventa presenza, esempio e proiezione della direzione intrapresa, in epoca contemporanea, dalle montagne americane.







La testimonianza diretta di Sofía Jaramillo ci aiuta a capire il suo nuovo inverno.
“La Sun Valley è la prima destinazione sciistica degli USA. Nella loggia del resort, inaugurato nel 1938, c’è una vasta galleria fotografica, con centinaia d’immagini che evocano il lusso, la bellezza e la gioia di sciare. Tra queste, solo una mostra una persona nera. Ed è Louis Armstrong, il celebre musicista che, dopo aver suonato qui, divenne il primo nero della storia ad alloggiare nel resort. Erano ancora tempi di segregazione. Preso atto di questa totale mancanza di rappresentazione di diversità, sono subito andata nella biblioteca loclae, domandandomi se esistessero foto con altre persone di colore. Ho controllato migliaia di foto in varie librerie della Mountain West, ma niente… Così, ho pensato che sarebbe stato fantastico reimmaginare quegli scatti.
Sono nata in Idaho e ho avuto il privilegio di crescere sciando. Mio padre arriva dalla regione montuosa colombiana legata al caffè e ha uno spiccato lato avventuroso, mi ha instillato l’amore per il mondo outdoor. Come giovane Latina in una comunità a netta predominanza bianca, non ho mai visto molte persone Latine o nere sulle piste. Onestamente, l’unica persona che ricordo è mio padre. Quindi, il mio lavoro si è sempre concentrato sul creare una rappresentazione di cui avrei necessitato da bambina. Un tipo di diversità che mi avrebbe permesso di essere me stessa là fuori. Avevo esempi di donne ed atlete grandiose, che abbattevano barriere nei rispettivi ambiti, ma non mi rivedevo in loro. Volevo avere capelli biondi, non essere colombiana ed evitavo di esprimere il mio lato Latino.
Il racconto che si mostra nelle immagini di ‘A New Winter’ risiede nel contrasto tra le immagini storiche e la loro reinterpretazione contemporanea. Un esempio emblematico è una delle fotografie ispirata a un'immagine del 1948 che ritrae la squadra nazionale femminile di sci degli Stati Uniti, con Gretchen Frasier, la prima sciatrice americana a vincere una medaglia. Solo quarant'anni dopo, Seba Johnson divenne la prima sciatrice nera di discesa libera e la più giovane olimpionica. Nel ricreare quella scena, il mio intento è anche quello di riconoscere e onorare la sua storia. Per i miei scatti, ho scelto di coinvolgere individui che, oggi, stanno facendo cambiamenti simili a quelli che Johnson compì a suo tempo. Ritengo che questo aspetto sia una parte fondamentale del progetto. La maggior parte dei modelli è coinvolta in organizzazioni non-profit che promuovono la diversità sulle piste o sono figure che rappresentano, a volte, l'unica o una delle poche presenze nei contesti degli sport invernali.
Un nuovo inverno sta prendendo vita grazie a loro—grazie a snowboarder come Emile, una delle poche atlete nere che filma film e pratica Big Mountain ai massimi livelli dello snowboard, e Quannah, una supermodella che lavora in Alaska con un'organizzazione che insegna alle popolazioni indigene locali a sciare e fare snowboard. Esistono molti stereotipi nella cultura degli sport invernali e molte barriere, ma credo che ogni persona meriti di provare la sensazione di volare sulla neve. Onoro le immagini storiche, ma al contempo mi rendo conto che esse perpetuano gli stereotipi di cui ho appena parlato. Quando vedi qualcuno che ti somiglia fare qualcosa, scaturisce in te qualcosa—realizzi che anche tu puoi farlo. Una frase che apprezzo molto dei fondatori stessi del Sun Valley Resort è: 'Non hai davvero vissuto finché non hai sciato.' Credo che tutti dovrebbero vivere quella sensazione.
Il mio obiettivo finale è creare un coffee table book, fatto di differenti capitoli. Nei prossimi step voglio coinvolgere di più la community snowboard, fotografare altri resort USA e spingermi fino in Europa. Il progetto sta prendendo piede e vorrei riuscire a coinvolgere anche altre personalità con audience corpose: alcune celebrity e atleti famosi che supportino la vision di questo nuovo inverno”




Rafael Gonzalez: Dal cemento alla camera oscura
La fotografia non è semplicemente entrata nella vita di Rafael Gonzalez, ma ha colpito come un fulmine. Attraverso il tuono delle ruote dello skateboard sul cemento, ha incontrato il gioco di luci e ombre del paesaggio urbano di Panama, dove la bellezza di un trick sospeso a mezz'aria implorava di essere catturata
Tutto questo si è svolto per strada, insieme ad amici rider che inseguivano lo spot perfetto, condividendo la silenziosa soddisfazione di catturare momenti su pellicola, momenti altrimenti destinati a svanire per sempre. Lo skateboard e la fotografia si sono intrecciati nella sua storia, due passioni alimentate dal movimento, dall'istinto e dall'emozione di vedere il mondo attraverso una lente unica.
Un amore nato sulle quattro ruote, tra le strade della città, i rullini e trick fugaci che sfidano la gravità, congelati per sempre nei rullini da 35 mm.


Tutto è iniziato sulla tavola
“Guardando indietro, nessuno nella mia famiglia era veramente appassionato di fotografia. Avevamo qualche macchina fotografica analogica in giro, usata per lo più per i ritratti di famiglia, i compleanni, le occasioni speciali o quando viaggiavamo insieme. Nulla di serio o professionale.
È diventata una passione personale quando sono cresciuto e ho iniziato a skateare. Quando sono entrato a far parte della community di skateboarder, mi sono trovato circondato da un gruppo di skaters che già si dedicavano alla fotografia, alla videografia, all'arte, al disegno e a tutto ciò che c’era creativo. È stato allora che il mio amore per lo skateboard e per la street photography ha preso piede.
Ho iniziato a portare con me una macchina fotografica ogni volta che uscivo con i miei amici, scattando tutto ciò che catturava la mia attenzione. Alla fine mi sono concentrato sullo skateboard e sulla fotografia architettonica. E’ più o meno così che è iniziato tutto”.



Dentro la camera oscura
“Ho sempre amato l'intero processo della fotografia analogica. Fin da quando ero bambino, passavo ore a scegliere diverse pellicole, a svilupparle, a volte a stamparne qualcuna e a perdermi all’interno della camera oscura. Mi ha sempre fatto rilassare quel processo e, nel corso degli anni, mi sono appassionato sempre di più. Questo è probabilmente il motivo principale per cui preferisco ancora oggi fotografare con la pellicola rispetto al digitale.
È l'estetica della fotografia su pellicola: la grana, la consistenza, il contrasto, i colori, le ombre. Mi trasmettono in un modo che il digitale non ha. Mi piace scattare con diversi formati di fotocamere analogiche e scoprire cose nuove ad ogni rullino. Ogni macchina fotografica offre qualcosa di unico. Per esempio, una fotocamera di grande formato ha una composizione completamente diversa rispetto a quella da 35mm”.

Skate Culture
“Quando ho iniziato a skateare, avevo amici che erano già fotografi professionisti, creativi e grafici. Per curiosità, li osservavo sempre e chiedevo informazioni sulle macchine fotografiche, su cosa facesse quell'obiettivo, su come avessero immaginato lo scatto. Di tanto in tanto chiedevo di poter provare le loro macchine fotografiche e alla fine decisi di comprarne una per documentare a modo mio la cultura di strada di Panama. Ho iniziato a cercare riviste di skateboard e sono stato attratto dagli annuari fotografici di Transworld Skateboard Mag. Quello che mi piaceva era che non si limitavano a mostrare lo skateboard, ma davano anche uno sguardo al dietro le quinte: gli spot, l'architettura, lo stile di vita degli skaters. Più riviste trovavo, più mi innamoravo della capacità della fotografia di documentare non solo momenti, ma anche storie.
Ispirato da quelle riviste, ho comprato una macchina fotografica economica e ho iniziato a documentare gli stessi momenti intorno a me, i dietro le quinte delle sessions. Viaggiare grazie allo skateboard mi ha aiutato a perfezionare il mio stile fotografico. Muoversi da uno spot all'altro con gli amici, scoprire nuove città, mi ha fatto vedere edifici e strade sotto una luce completamente nuova. Quando ci si muove per strada, si è costantemente consapevoli di ciò che ci circonda, e questa consapevolezza ha innescato un senso di ‘saper dove guardare’. Applicato alla fotografia, mi ha portato a trovare nuove opportunità, da angolazioni e composizioni che non mi erano mai venute in mente prima.
Ora, indipendentemente da dove mi trovo nel mondo, lo scopo della mia fotografia rimane lo stesso: catturare l'invisibile. Il modo in cui una singola foto può evocare un'emozione da qualcosa che sembra insignificante, sia che si tratti di un dettaglio in un vicolo, di un riflesso in una vetrina o del modo in cui la luce colpisce un grattacielo mentre un amico esegue un trucco. Questo è il potere della fotografia per me”.





In Skateboard da Panama al mondo intero
“Panama ha innegabilmente plasmato il mio stile fotografico. È un luogo in cui è possibile trovare sia la natura selvaggia che la torreggiante architettura futuristica, due facce della stessa isola. Questa dualità mi ha permesso di incorporare entrambi gli elementi nel mio lavoro, offrendomi una prospettiva unica. Abbiamo uno dei più grandi skyline dell'America Centrale, e probabilmente è per questo che sono sempre stato affascinato dall'architettura. Crescendo qui, la città ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dell'approccio che ora applico quando visito altre città del mondo.
Tuttavia, la cultura dello skate non si è mai sviluppata molto a Panama. Ho dovuto affrontarla con una prospettiva diversa, più documentaristica e meno di fotografia sportiva. Non c'erano molti skaters, e certamente pochi veramente bravi, quindi ho iniziato a cercare altre sfaccettature oltre all'atto sportivo in se per se. Mi sono concentrato su ciò che questi ragazzi facevano durante la giornata, sul loro stile di vita, sulle loro interazioni. Questi elementi sono ancora fondamentali nella mia fotografia, e devo molto a Panama.
Per quanto riguarda le città al di fuori dell'isola, New York e Barcellona sono quelle che mi hanno influenzato di più. Ogni volta che ci vado, c'è sempre qualcosa di nuovo, che sia legato alla cultura, allo skateboard o all'arte. Queste città mi ispirano a tornare sempre, con la macchina fotografica in mano, pronto a catturare ciò che mi circonda. Ci sono tanti altri posti che mi piacerebbe visitare: alcuni paesi dei Balcani, Tokyo, San Paolo... le capitali della street photography”.




Rullini e macchine fotografiche
“Ho alcune fotocamere preferite. Una di queste è sicuramente la Hasselblad 500, un formato quadrato unico e straordinario. C'è qualcosa di visivamente accattivante in questo formato. Un cambiamento rinfrescante rispetto al tipico 35mm. Ti costringe ad affrontare la composizione in modo diverso e io amo questa sfida. Mi sento a mio agio quando scatto con questa fotocamera; è solida e, anche se è pesante, mi assicuro sempre di portarla con me.
Un'altra che tengo sempre con me è la mia Leica M6. Sono ossessionato da questa fotocamera. È discreta: le persone non si accorgono nemmeno quando scatti, il che è un enorme vantaggio nella fotografia di strada. Si possono catturare emozioni genuine, sentimenti crudi, nel modo più naturale possibile.
Per quanto riguarda i rullini, il mio preferito è l'HP5. Adoro il contrasto, la consistenza e la grana che produce. È anche versatile: posso usarlo in qualsiasi situazione, sia che si tratti di una luminosa giornata di sole o di una scena d'interni poco illuminata. Funziona ovunque.
Riprendere con la pellicola e le fotocamere analogiche può essere difficile, soprattutto in viaggio. È un carico pesante da portare in giro. Quando sono a Panama, di solito porto con me solo una macchina e se ne ho bisogno di un'altra, posso prenderla a casa. Ma quando sono in viaggio, non so mai cosa incontrerò o quali situazioni si presenteranno, quindi tendo a portare in valigia diverse fotocamere. Ogni momento richiede la fotocamera giusta e io devo essere pronto a tutto”.

Progetti speciali e sessions future
“Di tutti i miei progetti, 'Urban Landscapes' è probabilmente quello che mi sta più a cuore. È una serie di fotografie panoramiche che ho scattato a Panama, Barcellona, New York e Bogotà. È ancora un lavoro in corso e ho intenzione di aggiungere altre città in futuro, ma nel frattempo è stato esposto al Museo di Arte Contemporanea di Panama. È particolarmente significativo per me perché è stata la mia prima mostra personale in un luogo d'arte così prestigioso a Panama. Mi hanno concesso un budget per creare stampe di grandi dimensioni, cosa che non avevo mai fatto prima, è stata un'esperienza entusiasmante.
Negli ultimi anni ho creato una rivista chiamata “Interstate”. Si tratta di un mix di foto di skate scattate durante i miei viaggi in giro per il mondo e di scatti realizzati qui a Panama. Attualmente sto lavorando a un nuovo numero. Questi tipo di progetti sono quelli che mi appassionano di più: non ci sono regole o limiti, solo puro amore e dedizione per quello che faccio.
Ciò che mi ispira è continuare a esplorare nuovi luoghi, scoprire nuovi spot e incontrare nuove persone. Se si presenta l'opportunità di collaborare con determinati skater o brand, sono aperto a farlo, ma la mia attenzione rimane sul viaggio stesso. Personalmente, voglio evolvermi come fotografo e iniziare a immergermi di più nella cinematografia, soprattutto nei progetti girati con macchine a pellicola come le 16mm o le 35mm. Un documentario sullo skate, girato in analogico, è sicuramente qualcosa che mi piacerebbe realizzare”.

Behind the Lights - Enzo Lefort
Viaggio nell’anima creativa e nell’identità fotografica dell’eclettico fiorettista francese
Di Enzo Lefort potremmo dire tante cose. Molte sono già state raccontate. Altrettante sono state viste o salvate su IG. Il fiorettista francese classe ‘91 è sicuramente transitato sotto i vostri occhi. Vuoi per i risultati sportivi, 1 oro, 1 argento e 1 bronzo olimpici, sommati a 3 ori mondiali e 5 ori europei; vuoi per la sua personalità multidimensionale, un cosmo d’interessi evidenziato da una rara sensibilità estetica e da un raffinato approccio alla comunicazione.
Già ambassador Louis Vuitton e podcaster, ora isoliamo un’altra caratteristica distintiva del nativo della Guadalupa: l’occhio, la lente dietro la sua maschera. La connessione tra un allungo di fioretto e il frame di uno scatto.
Nei gradini verso la pedana di Los Angeles 2028, la macchina fotografica sta ritagliando un ruolo sempre più essenziale nella vita di Lefort. Scoprire le ragioni di una passione ancora distante dalla sua piena maturità e dai suoi ultimi stadi, ma già divenuta lavoro, è come avanzare lungo una pedana che diventa metafora di vita, e di arte. È come descrivere un duello di diverso tipo, ma ispirato da uguali matrici ed esperienze. Parry dopo parry. Lunge dopo lunge.







EN GARDE. La pedana raccoglie tutto. Nei secondi che precedono il duello, antico e nuovo diventano confluiscono in una singola dimensione. Anticipano l’esito di percorsi umani e sportivi iniziati chissà dove, chissà come. Anche in un arcipelago delle Antille Francesi, la Guadalupa, per poi seguire le traiettorie di un pensiero profondo.
“Ho trascorso la mia infanzia in Guadalupa. Mi sono trasferito a Parigi quando avevo 16 anni, i miei genitori vivono ancora lì. Da giovane ero ispirato dalla cultura USA, ascoltavo dance-hall, hip hop e rap, soprattutto 50 Cent, indossavo polo oversize e pantaloni baggy. Quando sono arrivato a Parigi, ho trovato una cultura opposta. Sono stato fortunato, perché i miei genitori, entrambi insegnanti, mi hanno cresciuto con dei valori radicati, e con una mente aperta. Non mi sono fatto cambiare. Vado molto fiero di questo. Ho deciso di nutrirmi delle differenti culture parigine, rimanendo fedele a me stesso e alle mie radici caraibiche.
Crescere come atleta di alto livello, all’INSEP, il centro d’alta specializzazione sportiva francese, mi ha segnato allo stesso modo. Ho sempre temuto la ‘precarietà’ della mia condizione: mi ha incoraggiato ad essere curioso e a sviluppare differenti interessi. Lungo la carriera ti insegnano a vivere nel momento, sei spinto ad entrare nella ‘zone’, ad abbracciare uno stato mentale che ti conduce fino al culmine della competizione e della performance… Poi, però, la competizione finisce. Il grande obiettivo, come Parigi la scorsa estate, viene superato. E il rischio è di non essere preparati per il dopo. Mi sono laureato in fisioterapia per sollevarmi da quest’ansia. Ora sto coltivando ciò che ho imparato ad amare nel tempo: la fotografia, la comunicazione visuale e il marketing. Sto transitando verso quest’area d’interessi. E sto provando a delineare la giusta progressione nella mia vita”






PRÊTS. Nella stasi che precede l’incrocio di due lame, la preparazione è l’unica cosa a contare più del metaforico spirito di sopravvivenza. Metodi d’allenamento, stile personale, spessore intuitivo... Ogni fattore pregresso pone le basi per ciò che è e ciò che sarà. Affetti personali e tappe biografiche incluse. Lo stesso vale per la fotografia.
“Come atleta sono stato abbastanza davanti alla camera. Ho provato a conoscere veramente le persone che mi fotografavano. Una di queste, Julien Soulier, che oggi è un caro amico, mi fotografò con un Hasselblad 500. Quando vidi l’esito dei suoi scatti, mi chiesi come potesse venire fuori un’immagine così nitida, così bella, da quell’oggetto. Ero in shock. Ho cominciato ad informarmi e leggere. Martin Parr ha assunto un ruolo determinante nella mia educazione fotografica. In questo periodo ammiro molto il lavoro di Ren Hang, tristemente deceduto pochi anni fa, e sono alla costante ricerca di libri fotografici: prima mi faccio attirare dalla texture, dai font e dalle cover, poi li scopro. Un paio di settimane fa ho trovato un libro stupendo a Copenaghen, è una raccolta di foto segnaletiche femminili. Continuo a sfogliarlo.
Mia moglie è fondatrice e designer di un brand di gioielli ed ha iniziato la carriera come fashion designer. Ha collaborato con Louis Vuitton, Balenciaga, Lacoste e molti altri brand, quindi le riconosco, da sempre, un’appropriata conoscenza dell’immagine e del giusto modo di comunicare. Credo che lei abbia giocato un ruolo essenziale nell’educare il mio occhio, anche ora mi condivide continuamente reference fantastiche. È fondamentale avere qualcuno che ti consigli correttamente, le sole skill non bastano. Sono dell’idea che bisogna avere una visione generale e dei costanti riferimenti, altrimenti il rischio è quello di creare qualcosa di non rilevante o contemporaneo.
Quando ho iniziato a fotografare, l’ho fatto con una camera digitale, ma ero pigro. Anche il processo di ritocco non era per me. Nel 2018, sono andato in vacanza a Lanzarote con mia moglie. Mi ha mostrato una Olympus mju II, dicendomi che era la macchina fotografica della sua infanzia. Così, ho preso due Portra 400 e ho cominciato a scattare. La pellicola ti forza a un numero limitato di foto e ad una maggiore attenzione verso ogni composizione. La luce, il soggetto, l’angolo… Quando ho ricevuto le prove di stampa, ero estasiato. Pensavo che non fossero mie. In più, c’era la forza estetica della pellicola. L’effetto impresso dalla pioggia su di essa... In quel momento mi sono innamorato della fotografia”






ALLEZ. Nello slancio della ricerca è racchiusa ogni cosa. L’obiettivo finale può essere la figura di un avversario, come l’intima composizione di un palazzo parigino, o di uno stato umano. Scherma e fotografia trasformano dei passi verso l’ignoto in forme tangibili. Sono processi complementari, eppure differenti, ispirati dall’estasi della domanda, dalla frenetica pausa della ricerca e dalla conseguente risposta.
“Mi è già capitato di parlare del rapporto tra fotografia e scherma. La scherma mi ha insegnato ad attaccare al posto giusto, all’istante giusto, a sorprendere il tuo avversario. La fotografia è simile. Catturi un istante che non accadrà un’altra volta. Questo è il parallelismo principale tra le due discipline.
La scherma mi ha anche insegnato a gestire il nervosismo, a non essere stressato. Circa un anno fa, Nike mi ha chiesto di fotografare alcuni calciatori della Nazionale francese, tra cui Mbappe e Thuram. Ho avuto cinque minuti per giocatore. Come spesso accade in questi contesti, non puoi sprecare il loro tempo. Erano sorpresi che avessi solo l’analogica con me. Ho comunque spiegato loro il nostro comune terreno sportivo, aggiungendo che mi aspettavo delle pose naturali. Poi, due scatti e via. Non ero nervoso, non lo sono stato un secondo. La scherma, specie in eventi come le Olimpiadi, diventa una questione di vita o di morte. Pensi ai milioni di persone che ti stanno guardando e tifando... È difficile stressarsi per uno shooting fotografico.
La fotografia, invece, mi ha aiutato a riattivarmi dopo il fallimento sportivo. Quando fallisco, faccio cose differenti. Questo processo mi aiuta a pensare che, alla fine, è solo sport, anche se continua ad essere un pilastro essenziale della mia vita. Mi piace ritagliarmi dei momenti per camminare in giro e trovare qualcosa che mi ispiri. La fotografia, al contrario della scherma, ti concede il tempo. Nella scherma hai di fronte una persona che brama di toccarti. La fotografia ti lascia tempo per pensare. Fa come la scherma, ma in modo differente: è più distanziante.
Il mio cervello vede qualcosa e reagisce. In fondo, credo sia l’espressione di ciò che faccio nella vita. È un processo. Come quello legato alla fotografia analogica. Solitamente non ritocco, ma stare nel laboratorio, equilibrare il bianco o assistere alla stampa manuale è ciò che più amo nella fotografia. Sento di avere la piena libertà d’espressione”






ATTACK. Danzando sulla pedana, lo schermidore curiosa tra l’onnipotenza e il fallimento. Non è spontaneo, come l’artista ideale, ma consapevole, come un dotato esploratore. Ogni attacco nasce da una certezza e da un desiderio. La certezza del proprio stato dell’arte. Sportivo e umano. E il desiderio di un destino compiuto. Di un risultato finale, un negativo esibito con fierezza.
“Capita che le persone mi chiamino artista. Non mi vedo come un artista in piena regola. Ne conosco alcuni, sono persone complicate. Pensano al senso dell’esistenza. Molti non mostrano i loro lavori fino all’ultimo momento. O non li mostrano proprio. Mi succede di comprare libri fotografici strabilianti, poi cerco i fotografi su Instagram e hanno qualche manciata di foto sfocate, o siti vuoti. Io non sono così. Mostro quello che faccio. Credo che la mia curiosità abbia sfumature artistiche. Sono sempre stato curioso e ho sempre letto molto. Da piccolo, leggere mi faceva fuggire dalla mia piccola isola.
Tendo a non parlare della mia fotografia, perché la vedo come un’espressione spontanea. Sicuramente la Guadalupe ha cresciuto, con tutti i suoi colori, i miei occhi. Mi ha circondato quotidianamente del suo verde brillante e dei suoi tetti di differenti colori. Sembrava l’esposizione di una galleria d’arte contemporanea, ma nella vita reale. Tutto era caotico e ordinato, monumentale e minuscolo… Completo. Un complicato mix di cose. Parigi, invece, mi ha stimolato. La bellezza è ovunque, qui. Non è difficile lasciarsi educare da essa.
Lo sport mi ha permesso di visitare il mondo e di migliorare sia la mia comprensione degli esseri umani, che la mia intelligenza sociale. Come atleta, ho capito che l’approccio fotografico nei nostri confronti è spesso caricaturale. Siamo robot disegnati per raggiungere medaglie. Io cerco altro. Anche se suona cliché, cerco una connessione. Ho imparato che gli atleti, per mille comprensibili motivi, tendono a costruire degli scudi protettivi. É difficile entrare nelle loro personalità, tantomeno catturarle, ma credo sia la cosa più giusta da fare.
Poco dopo Tokyo, ho avuto la mia prima mostra fotografica. C’è stata molta esposizione nella stampa, perché avevo appena vinto l’oro a squadre nel fioretto. Un giornalista mi ha chiesto se fossi nervoso nel mostrare le mie fotografie al mondo. Non lo ero. Gli ho risposto che ero felice di averle scattate. Così come sono stato felice di pubblicare il mio primo libro, dove ho fatto tutto da solo, dalla A alla Z. La scherma è una cosa oggettiva. Ogni mattina controlli il ranking e sai qual è il tuo posto. All’opposto, l’arte è più soggettiva. Non hai la pressione di essere il migliore al mondo. Voglio raggiungere la migliore versione della mia ricerca fotografica. Finché sono fiero di quello che faccio, va bene”




TOUCHE. Nel tocco si concretizza tutto. Arriva la risposta ad ogni domanda. Il ritratto definitivo, lo scatto selezionato. Il punteggio. Poi, ricomincia il ciclo della vita, artistica e sportiva. Un ciclo che può continuare a rigenerarsi solo se messo nelle giuste condizioni. Per poi, chissà quando, evolversi. In un’ennesima medaglia, o in un award fotografico.
“Continuo ad essere me stesso grazie al mio entourage. Sono circondato da persone estremamente creative e fedeli a sé stesse. A Parigi ognuno vuole brillare, vuole essere ‘l’uomo’... A volte ti senti sopraffatto. Io non mi sono mai ‘travestito’, mi sono adattato e ho stretto connessioni vere con persone che ritengo genuinamente intelligenti. Creativi che fanno e non mostrano. Grazie a loro, mi sono sentito a posto con me stesso e con il mio lato umano. Ho anche avuto la fortuna di lavorare con tanti di questi amici. È stato fantastico.
Alla fine della mia carriera voglio viaggiare e fotografare altre grandi città metropolitane. Ora, la fotografia e i progetti artistici stanno guadagnando più posto nella mia vita. Lo faranno specialmente in questi mesi di riabilitazione e recupero da un’operazione. Avrò il tempo per sviluppare diversi progetti, mantenendo sempre le Olimpiadi di Los Angeles 2028 come obiettivo principale. Prima dei Giochi parigini, ho avuto molte opportunità e non ho potuto rifiutarle. Nel prossimo futuro voglio rallentare un po’ il passo per concentrarmi su specifici progetti personali. Voglio prendermi del tempo per pensare più consistentemente alle cose che faccio e alle giuste mosse future. E voglio scoprire molto altro”


Credits
Cassy Athena: una lente che supera confini e playground
Dalle strade di Los Angeles ai suggestivi palazzetti di Melbourne, il percorso di Cassy Athena è una potente testimonianza della sua resilienza, della sua sconfinata passione e del suo amore per lo sport
Legata alle sue origini serbe e plasmata da una profonda affinità per il basket e la fotografia, Cassy ha catturato l'essenza dello sport da prospettive uniche e sfaccettate. Il suo lavoro va oltre gli scatti d'azione o di giocate iconiche: si focalizza sulle persone, sulle emozioni e le diverse culture che restituiscono nuove forme allo sport.
Attraverso il suo obiettivo, Cassy offre uno sguardo poetico sul mondo sportivo, fondendo l'umanità con l'arte della fotografia. Abbiamo avuto il piacere di parlare con lei dello scopo, della connessione e dell'inseguimento dei propri sogni, una foto alla volta.



Radici Serbe, cresciute a Los Angeles
‘Mia madre è nata in Serbia e si è trasferita negli Stati Uniti quando era più giovane, in particolare a Los Angeles, dove sono cresciuta con mio fratello. Ricordo vividamente che ogni estate ci rimandava in Serbia per stare con i nostri cugini: probabilmente è lì che è nato il mio amore per lo sport, e in particolare per la pallacanestro. Mi è sempre piaciuto guardare lo sport in generale. La mia famiglia è grande appassionata di football e ama guardare tutti i tipi di sport in TV. Io mi sedevo con loro e guardavo qualsiasi cosa trasmettessero, ma il basket è sempre stato il mio preferito.
Da bambina ero molto alta e ho iniziato a giocare a pallavolo: all'epoca era il mio sport preferito. Purtroppo negli Stati Uniti non è così popolare, quindi sono passata al basket. Crescendo nella Città degli Angeli, ero un grande fan di Kobe. Vederlo giocare è stata una delle più grandi ispirazioni della mia vita. I miei zii avevano l'abbonamento per le partite dei Lakers, ma non potevano andarci sempre, quindi mi passavano i biglietti. Andavo spesso anche alle partite dei Clippers perché i biglietti erano più accessibili e l'atmosfera era altrettanto divertente. In effetti, la mia prima partita NBA in assoluto è stata una partita dei Clippers e ricordo che un giocatore serbo, Marko Jarić, giocava come playmaker. Essendo per metà serbo, mi ha colpito molto mentre crescevo e giocavo a basket. In seguito, quando Sasha Vujačić è entrato a far parte dei Lakers, è diventato il giocatore che ho seguito più da vicino. Ha avuto una grande influenza su di me perché condividiamo un background culturale simile. Guardarli entrambi mi ha fatto innamorare ancora di più dell'NBA. Sono sempre stata una fan delle squadre di Los Angeles, ma la mia devozione per i Lakers, grazie a Sasha e Kobe, era innegabile.
Da quando ho memoria, mi ha sempre affascinato la fotografia, soprattutto perché la vedevo come un modo per creare ricordi. Me l’ha trasmessa mio padre, che aveva una macchina fotografica e scattava foto a me e a mio fratello in continuazione. È stato il primo ad introdurmi alla fotografia. Sono sempre stata attratta dalla cultura dello sport, dal senso di appartenenza ad un gruppo e dall'emozione di giocare insieme, vincere insieme e vivere quei momenti collettivamente. Ho iniziato a portare con me una piccola macchina fotografica, scattando foto ai miei compagni di squadra ogni volta che viaggiavamo per le partite in trasferta. È così che è nato il mio amore per la fotografia sportiva.
Quando sono andata al college, non avrei mai immaginato di poter fare la fotografa: stavo studiando animazione, arte e design grafico. Ma poi ho avuto un professore che lavorava per i Los Angeles Lakers, creando video a bordo campo prima delle partite. Continuava a dirmi: “Dovresti seguire gli altri miei corsi e imparare di più sulla fotografia e la videografia; potresti fare carriera unendoci la tua passione per lo sport”. È stato il primo a mostrarmi che potevo davvero guadagnarmi da vivere facendo questo.’


NBA Lockout
‘Il 2011 è stato il primo anno in cui ho avuto l'opportunità di fotografare giocatori NBA, quando alcune stelle locali hanno iniziato a presentarsi alla Drew League.
Quando l'ho saputo, ho deciso di andare a scattare qualche foto. A grande sorpresa, non c'erano fotografi. Io non ero nemmeno particolarmente esperte di fotografia e non avevo una macchina fotografica professionale, ma ero ansiosa di far parte di quell’ambiente. Mi piacevano l'atmosfera, le persone e il contesto in cui si svolgevano le partite. Quell'anno è diventato normale vedere squadre composte da un mix di giocatori NBA e dilettanti, e io ero lì a immortalare ogni momento. Questo mi ha dato la possibilità di incontrare questi giocatori in un contesto molto più informale. Alcuni di loro hanno persino iniziato a invitarmi a fotografare le loro feste private o i momenti di vita quotidiana, semplicemente perché avevano più tempo libero a causa dello stop della NBA.
Quando la lega è tornata, nessuno mi voleva assumere. Nessuna squadra voleva lavorare con me e faticavo a trovare opportunità. Poi, però, i social media hanno iniziato a farsi strada come strumento di promozione. Ho iniziato a pubblicare su Instagram le foto che avevo scattato durante il lockout. Man mano che la piattaforma cresceva, condividevo i miei lavori sul basket, ed è stato allora che la mia carriera è davvero decollata. Le persone hanno iniziato a notare la mia prospettiva unica su questo sport. A differenza degli scatti tradizionali incentrati sul gioco, io immortalavo i giocatori fuori dal campo: mentre vivevano la loro vita privata, mostravano il loro stile di vita e interagivano con le loro famiglie. Questi momenti mi hanno aiutato a capire che avrei potuto trasformare questa passione in una carriera, e forse anche guadagnarmi da vivere. È stato allora che ho iniziato a ottenere visibilità.’

Farsi amici, non clienti
‘Per me la chiave è stata la costanza. Mi presentavo alle partite ogni settimana, ho partecipato agli allenamenti e mi sono concentrato sulla conoscenza dei giocatori nel tempo. Costruire un rapporto di fiducia con loro era essenziale. Non si trattava di avere un successo immediato, ma di andare sempre fino in fondo, di mantenere la parola data e di dimostrare il mio valore. È così che mi sono guadagnata un maggiore accesso. Alcuni si sono fidati di me prima che io avessi un motivo per guadagnarmi questa fiducia. Quando ci siamo incontrati per la prima volta, probabilmente hanno capito quanto fossi appassionata di ciò che facevo e mi hanno dato una possibilità. Giocatori come Brandon Jennings e Nick Young sono stati tra i primi a concedermi più accesso. Una volta aperta la porta, altri hanno iniziato a seguirli. Paul George è diventato un grande amico, così come James Harden... quei “Los Angeles guys” mi hanno davvero accolto, fidandosi di me per raccontare il loro mondo fuori dal campo. Quello è stato il momento della svolta. La fiducia dei giocatori nei miei confronti ha portato altri giocatori a fidarsi di me.
Ad oggi sono ancora entusiasta di dare la mia parola e di seguire la mia strada. Questa mentalità mi ha permesso di lavorare con rapper, attori e celebrità di alto profilo, costruendo amicizie autentiche lungo il percorso. Questo è stato probabilmente il segreto della mia carriera. Mi importava davvero delle persone che incontravo, non perché fossero famose, ma perché erano brave persone. Mi sono interessata alle loro vite, alle loro famiglie, ai loro partner, ai loro figli, alle loro madri. Volevo conoscerli come individui.
Costruire relazioni reali è stato fondamentale per rafforzare il mio accesso a quei momenti intimi e potenti dietro l'obiettivo.’


Insegnamenti Hollywoodiani
‘Credo che la parte più difficile quando si inizia a fare il fotografo, soprattutto nell'NBA, sia che non si conosce nessuno. Crescendo, mi sono innamorata della fotografia sportiva, in particolare del basket. Vedevo tante foto straordinarie di grandi giocatori, ma non sapevo mai chi le avesse scattate. Con l'età ho iniziato a conoscere alcuni dei nomi più importanti del settore. Un fotografo che mi ha davvero colpito è Andy Bernstein, un fotografo iconico della NBA di cui ammiro profondamente il lavoro.
Oltre al mondo dello sport, ho incontrato fotografi lavorando con artisti, attori e celebrità. Uno che ha avuto un impatto significativo su di me è stato Arnold Turner. È l'uomo che ha immortalato tutti a LA, da Tupac e Biggie alle più importanti celebrità di Los Angeles. Tutti in città sanno chi è Arnold: è una leggenda. Quando ci siamo incontrati la prima volta, è stato incredibilmente gentile e si è preso il tempo di mostrarmi come comportarsi con sicurezza quando lavori con gli atleti o con chiunque collabori. Ciò che lo rende così stimolante per me è che non è solo un fotografo che scatta foto fantastiche; è qualcuno che investe tempo per conoscere le persone, impegnarsi con loro e incoraggiarle. Il suo approccio ha influenzato il mio modo di lavorare ancora oggi.
Lo stile che ho sviluppato non riguarda tanto le angolazioni, il montaggio o le tecniche di post-produzione: si tratta di ritrarre le persone in momenti naturali in cui si trovano, lasciando trasparire le emozioni. Per me, le emozioni sono centrali. Voglio che la foto parli da sola, senza pensare troppo ai dettagli tecnici. Questo è il mio stile e non credo che ci sia stata una sola persona che lo abbia influenzato: è stata un'evoluzione naturale per me.
Una delle lezioni più importanti che ho imparato è che per diventare fotografo devi trovare qualcosa che ami veramente scattare. La fotografia è un lavoro impegnativo, e mentre la gente spesso vede il lato glamour - andare in giro con gli atleti - non vede l'impegno che c'è dietro la valorizzazione di quei momenti. Il lavoro dietro le quinte è ciò che da valore al tutto.’


Atmosfera d'oltreoceano
‘È stata la mia prima volta in Australia quando la NBL mi ha invitato per il loro famoso Open Air Game. Avevo già scattato partite all'aperto, ma mai dentro un palazzetto senza il tetto. L'esperienza è stata diversa da qualsiasi altra che avessi mai avuto l’opportunità di fotografare. Sono arrivata a Melbourne e sono rimasta per circa cinque giorni. Purtroppo non ho avuto modo di vedere molto il basket di strada o campetti locali, ma ho avuto la possibilità di esplorare la città poco prima di Natale, che in Australia coincide con l'estate. È stato molto diverso rispetto a quello a cui sono abituata, soprattutto quando viaggio per la pallacanestro in Europa o negli Stati Uniti, dove il clima tende a essere freddo. A Melbourne è stato l'esatto contrario: tempo splendido, gente in giro e un'atmosfera totalmente diversa e invitante che circonda le partite.
Una volta arrivata all'arena, sono rimasta sbalordita dallo spettacolo: fuochi d'artificio, laser show e un'atmosfera elettrica. Mi hanno anche permesso di salire in cima all'arena, cosa che mi ha terrorizzato ma allo stesso tempo emozionato. Da lassù ho potuto catturare alcune immagini incredibili della partita dall'alto. Una delle cose che mi ha colpito di più è stata l'accoglienza da parte di tutti. C'erano molte fotografe ed è stato molto bello vedere che molte di loro conoscevano il mio lavoro ed erano sinceramente entusiaste di incontrarmi. Hanno condiviso quanto la mia fotografia le avesse ispirate e questa è stata un'emozione davvero unica. È stato gratificante sapere che quello che faccio è apprezzato da persone di tutto il mondo.
Per quanto riguarda le partite, conoscevo alcuni giocatori, come Montrezl Harrell e Ian Clark, che avevano già giocato nella NBA. È stato emozionante vederli portare il loro gioco all'estero. L'energia dell'evento è stata fantastica: c'era tanto entusiasmo da parte della folla. È una cosa che amo delle partite di basket al di fuori degli Stati Uniti. Quando vado in Europa, i tifosi sono così coinvolti e realmente appassionati nel sostenere la loro squadra. Sono come il sesto uomo in campo e il loro tifo può cambiare totalmente l'andamento della partita. Negli Stati Uniti, questo tipo di energia grezza si trova solo nelle partite dei college. Nell'NBA l'atmosfera è diversa: è un po' più istituzionale. Ma in posti come la Serbia, i tifosi si scatenano e sono profondamente coinvolti in ogni momento. In Australia c'era un'energia simile e mi è piaciuta molto”.








Più sport, più divertimento
‘Ultimamente sto esplorando nuove strade durante la stagione, soprattutto perché gli impegni dei giocatori sono molto fitti. Ho iniziato a dedicarmi maggiormente agli spot pubblicitari con diversi Brand. Sono appena tornata dal Minnesota, dove ho scattato Nas Reed per un'azienda di bevande energetiche chiamata Lucky Energy. Poi sono volata a Denver per immortalare Nikola Jokić con la sua nuova linea di scarpe, e ho anche avuto l'opportunità di intervistarlo - è stata la prima volta che ho parlato con un giocatore davanti alla telecamera. È stato particolarmente significativo perché Nikola è molto riservato di solito.
Un altro sport in cui sono stata coinvolta di recente è la boxe. Grazie ad alcuni promoters che ho conosciuto nel mondo del basket, sono stata invitata a scattare alcuni incontri. Mi sono subito resa conto che nessuno ritraeva davvero le celebrità tra la folla, le loro reazioni, quello che indossavano e quello che facevano. Ho deciso di portare questa prospettiva nel mondo della boxe e gli organizzatori mi hanno concesso molta libertà durante gli eventi, dandomi lo spazio creativo per fare quello che volevo.
Ho anche fotografato alcune partite di pallavolo, che sono state incredibilmente impegnative perché la palla si muove molto velocemente. Ma voglio assolutamente andare di più in futuro. Inoltre, l'anno scorso sono stata invitata dai Los Angeles Chargers a fotografare una partita della NFL. È stato un po' complesso, soprattutto per il fatto che i giocatori erano grossi, e coperti dalle protezioni. Ho dovuto prestare molta attenzione alla mia sicurezza per evitare di essere investita e, naturalmente, le partite sono lunghe e all'aperto, il che aggiunge un ulteriore livello di difficoltà. Ma l'esperienza è stata indimenticabile.
Alla fine, ciò che amo veramente dell'essere una fotografa indipendente è la libertà che mi dà di viaggiare per il mondo e catturare tante memorie diverse. Anche se amo lavorare con i giocatori NBA, non sono legata a una sola squadra o ad un singolo giocatore. Mi piace la possibilità di esplorare nuove città e ora anche nuovi Paesi. Spero di continuare a fotografare sport e atleti in luoghi come l'Europa, l'Australia e chissà dove. Non vedo l'ora di fare di più in futuro.’











