Durante la nostra esperienza a Tokyo, marchiata ASICS, abbiamo avuto l’onore di ascoltare la testimonianza di un’eccellenza italiana, nonché neo argento mondiale sui 10000 metri
“Stavolta sei tu l’ispirazione”, si ripeteva Nadia Battocletti lungo l’impressionante, provante, addirittura epica, nel senso più sportivo del termine, partita a scacchi che l’ha vista divenire la seconda atleta più veloce del mondo, sui 10000 metri.
Un’impresa, avrebbero sentenziato penne d’altri tempi, contagiate da un approccio alla corsa, quello della classe 2000, teneramente riflesso nel suo corpo inginocchiato sul tartan del Tokyo National Stadium: mani sul volto, in gesto di preghiera e sfogo, emozioni che sgorgano, gioia naturale. Una celebrazione forse liberatoria, forse attesa, sicuramente consapevole. E priva di sovrastrutture.
Non potrebbe essere altrimenti per un talento dalla biografia radicata, profondamente, nel sistema culturale del proprio sport, grazie ad una nobile tradizione familiare. E non potrebbe essere altrimenti per una già attestata, eppure, strano a dirsi, composta ed elegante icona Azzurra. Una mezzofondista in grado di mettere in fila un oro continentale a Roma, un argento olimpico a Parigi e una medaglia d’uguale lignaggio nell’altra competizione apicale del track&field, confermando il proprio, inatteso, strappo alla storia: il sovvertimento dell’immutabile gerarchia africana del mezzofondo femminile.
Dai boschi trentini alla piena consapevolezza atletica. Dai sogni d’infanzia agli studi universitari in Ingegneria Edile e Architettura. Abbiamo avuto l’onore di dialogare con questa lucida rivoluzionaria dell’atletica contemporanea, perfetta trasposizione del brand di cui è ambasciatrice, ASICS, e dell’acronimo che ne definisce la filosofia, ‘Anima (e Mens) Sana in Corpore Sano’.



Ripensando al tuo background familiare, che attecchisce profondamente nella cultura dell’atletica, e alle origini della tua passione, coltivata nelle valli e nei boschi trentini, che emozioni emergono dopo la conquista di un argento Mondiale, che segue quello olimpico?
“Non mi aspettavo tutto questo, davvero. Neanche nei miei sogni migliori avrei immaginato di arrivare fin qui. Questa conferma, giunta dopo le Olimpiadi, ha un significato enorme, perché è avvenuta su un piano diverso. Nonostante l’Olimpiade sia l’evento per eccellenza, i Mondiali hanno un livello tecnico e competitivo ancora più elevato: le griglie di partenza sono diverse, le qualificazioni più complesse... Nei 10000, per esempio, c’erano 4 atlete fortissime per ogni continente. Si dice spesso che i Mondiali siano addirittura più duri delle Olimpiadi, e questa medaglia, ottenuta in una gara completamente diversa da quella a cinque cerchi, per me ha avuto un peso specifico enorme. Mi ha fatto rendere conto della mia crescita, di quanta esperienza ho accumulato negli anni.”
Dopo questa medaglia d’argento, hai detto di “aver capito l’atleta che sei”. Ecco, puoi descrivere chi ha realizzato di essere, Nadia Battocletti, come atleta? E dopo tutti questi successi, chi è Nadia Battocletti come essere umano?
“Quando dico che ho capito chi sono come atleta, intendo che durante la gara mi sono proprio ‘vista’ da fuori. Mi è tornata in mente l’immagine di me stessa da bambina, mentre guardavo le Olimpiadi di Londra e quel trenino di atlete africane in testa… Ora io ero lì, dentro quel gruppo. Prima eravamo in 6, poi 5, poi 4... Mi sono immaginata nei panni di chi guardava la gara: bambini, adulti, appassionati. E mi sono detta: “Stavolta sei tu l’ispirazione”. È stato un momento davvero potente, anche se in gara stavo facendo una fatica tremenda. Però, ho capito che in una competizione di questo livello… Io ci sono. Sono lì, presente. E questa è la conferma più grande. Perché puoi allenarti bene, sentire di essere in forma, ma finché non lo dimostri in gara, resta solo una sensazione. È la gara che ti dà la conferma, è lì che capisci davvero. In un anno succedono così tante cose… Cambi, cresci, evolvi. Poi, c’è anche da dire che le gare da meeting sono un’altra cosa rispetto ai campionati. Ai meeting hai le lepri, i ritmi controllati. Nei campionati sei tu, da sola. Devi improvvisare, gestire, decidere. Arrivi con aspettative precise: ti sei allenata per un certo tempo, ti senti forte, ma non è detto che vada come previsto. Ecco perché i Campionati sono mentalmente molto più intensi. Anche se tutto va male, rimangono comunque un banco di prova.”



Hai anche menzionato il rammarico di Budapest, dopo questo argento. Per una specialista come te, concentrata su distanze che prevedono una presenza mentale e fisica con pochi paragoni nel panorama sportivo, cosa significa tramutare quel tipo di delusione emotiva negli apici di Roma, Parigi e Tokyo? E qual è il segreto per farlo?
“Non c’è un segreto. Credo sia questione di carattere. Dopo Budapest è stato un periodo complesso, anche a livello familiare, ma ho avuto la forza di dire: “Non può finire così”. E mi sono rimessa subito al lavoro. Ho deciso di preparare i Mondiali di Riga, anche se magari non era nei piani. Farli mi ha restituito fiducia. Da quell’esperienza un po’ amara ho imparato tantissimo: a gestire i recuperi, il caldo, il carico mentale... Credo davvero che tutto accada per un motivo. Anche i momenti negativi servono a crescere, a capire cosa migliorare. Quindi accolgo tutto, difficoltà comprese, come parte del percorso.”
Hai rappresentato un brand iconico, come ASICS, nella sua terra d’origine. Riflettendo sul nucleo filosofico del brand, Anima Sana in Corpore Sano, per te che significati ha questa frase? E come vivi la connessione con ASICS?
“Dal punto di vista tecnico, ho un bellissimo rapporto con lo staff che lavora allo sviluppo delle scarpe. Ci scambiamo costantemente feedback: le mie sensazioni servono a loro per migliorare i prodotti, e a me per ottenere il massimo in gara. È una collaborazione molto concreta e utile. Allo stesso tempo, il concetto di 'Mens Sana in Corpore Sano' rispecchia esattamente il mio stile di vita. Puoi essere in perfetta forma fisica, ma se mentalmente non sei in equilibrio, non riesci a performare. È una frase che sembra un semplice aforisma, ma in realtà è una filosofia quotidiana, che vivo e applico ogni giorno.”



In te confluiscono varie dimensioni, come un percorso universitario in Ingegneria Edile e Architettura. Che ruolo gioca, nella tua identità, la cultura, intesa nel senso più ampio del termine?
“Per me è sempre stato fondamentale studiare, tanto quanto allenarmi. L’atletica è il mio lavoro, sì, ma nasce come una grande passione. Comporta sacrifici, cambia il tuo stile di vita, e coinvolge anche le persone che ti stanno intorno… Ma ho sempre voluto portare avanti entrambe le strade, sport e studio: rappresentano il mio equilibrio. Iscrivermi all’università è stata una scelta forte, non facile. È un messaggio che mi sento di condividere con chi mi segue: non è semplice, ci saranno momenti in cui non puoi scegliere tra una cosa o l’altra, ma devi comunque andare avanti. Non è per tutti, lo riconosco. Ma è possibile. Nel mio caso, poi, ho scelto una facoltà molto impegnativa, con obbligo di frequenza. Questo complica tutto. Però, penso che scegliendo un percorso universitario meno rigido, non meno valido, ma con più flessibilità, si possa far conciliare l’attività agonistica. Ovvio, molto dipende dalla singola persona. Io, ad esempio, sono super organizzata: ho i miei piani settimanali, i miei orari fissi, tutto è programmato al dettaglio. E appena qualcosa sfora o cambia, mi destabilizza. Questa rigidità, o meglio, questa disciplina è forse la chiave che mi tiene sul binario giusto.”









