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A new creative flow I Asher Hyde

“Non capisco perché la gente abbia paura delle nuove idee. Io ho paura di quelle vecchie.” Questa frase di John Cage, considerato il compositore alla base dell'evoluzione della musica contemporanea, coglie un aspetto essenziale alla base dell'arte stessa: il bisogno continuo di rompere gli schemi precostituiti rispetto al timore dell'ignoto. È da questa tensione, dall'equilibrio tra ciò che già esiste e nuove possibilità, che scaturisce il lavoro creativo di Asher Hyde

La ricerca, così come la creazione artistica di questo giovanissimo designer statunitense non si esauriscono negli eterni pilastri della produzione grafica, nemmeno nel solo utilizzo dei contemporanei strumenti digitali. Li combinano, rendendo visibile una forma di pensiero fresca, capace d'interpretare ed elevare il presente sportivo. Nel suo immaginario, sport, moda, cultura pop e nostalgia, vengono intrecciati e resi iconici grazie all’uso dell'intelligenza artificiale. Una volta sottratti alla loro funzione originaria, questi elementi riescono a dare forma a nuove narrazioni, campagne immaginarie, potenziali collaborazioni tra brand e atleti, capaci di farci riflettere sulla potenza dell'immaginazione.

A rendere interessanti le sue generazioni è sia la velocità con cui riesce a trasformare un’idea in immagine, e un immagine in campagna comunicativa; che la consapevolezza con cui Asher rivendica la centralità della ricerca e del gusto: elementi che rimangono ancora oggi fondanti per la realizzazione di un lavoro di qualità. Dietro ogni concept virale, o collaborazione impossibile tra universi apparentemente inconciliabili, esiste un lavoro di lettura culturale in cui la tecnologia interviene solo in fase finale, come aggregatore capace di amplificare l’idea creativa e di aumentare l’impatto della vittoria di un campionato, il superamento di un record o di un tiro allo scadere nel mondo sempre più veloce dei media digitali.

Divertirsi

“Ho iniziato quando avevo circa tredici anni. Gran parte del mio lavoro nasce da Photoshop, come autodidatta, durante la pandemia, in gran parte per noia. Dopo qualche tempo, un mio amico, che gestiva una pagina Instagram che pubblicava news riguardanti l’NBA, mi ha chiesto di creare alcuni mock-up di copertine per NBA 2K. Realizzandole mi sono divertito moltissimo. A quel punto ho pensato che avrei dovuto iniziare a pubblicarle e aprire un account Instagram dedicato a quel tipo di lavoro. Ho aperto la pagina nel 2020, cominciando a pubblicare con costanza, e migliorando gradualmente. Guardando indietro, quei lavori non erano particolarmente sofisticati, ma mi divertivo enormemente a realizzarli e desideravo far crescere la mia piattaforma.

Ho iniziato quindi a contattare molte persone, chiedendo se fossero interessate a collaborare. Da un lato volevo imparare da loro, dall’altro desideravo entrare in relazione anche con il loro pubblico. La maggior parte non ha mai risposto. Poi, un giorno, un creator di nome Jeff Cole, che mi ispirava moltissimo e aveva un vasto seguito su Instagram, non so come ha risposto al mio messaggio privato. Abbiamo finito per organizzare una videochiamata, alla quale era presente anche Mark, il cofondatore del suo marchio, IKONICK. Sono rimasti colpiti dal fatto che avessi solo quattordici anni. Evidentemente hanno visto del potenziale in me e hanno apprezzato ciò che stavo facendo, così inizialmente mi hanno offerto uno stage, che, nel giro di pochi mesi, si è trasformato in un vero e proprio lavoro.

Quando sono entrato all’ultimo anno di liceo, alcuni dei progetti vertevano sulla realizzazione di attività di marketing per grandi aziende utilizzando l’intelligenza artificiale e Photoshop. Era proprio l’inizio del periodo in cui l’intelligenza artificiale era al centro dell’attenzione, e ho potuto constatare come la combinazione di immagini reali e immagini generate dall’intelligenza artificiale potesse dare origine a nuove forme di contenuti visivi per i social media. Per me è stato un vantaggio enorme, perché mi ha permesso di comprendere dall’interno come operassero le grandi aziende. Invece di investire una somma considerevole in un servizio fotografico con i protagonisti del settore, cercando al contempo di trovare spazio nei loro impegni, è diventato possibile creare immagini in modo digitale, artificialmente, con un livello di qualità praticamente identico.

 

Imparando dai migliori

“Sono stato ammesso alla USC School of Design, dove studio ancora oggi. All’inizio pensavo di poter fare entrambe le cose: mantenere il lavoro e frequentare l’università allo stesso tempo. Poi, però, ho deciso che volevo vivere appieno la vita universitaria. Ho lasciato il lavoro, anche se collaboro ancora con Jeff di tanto in tanto, e ho iniziato a lavorare come freelance. Tutto ha cominciato a prendere forma attraverso il mio profilo Instagram. Da allora, quello che ho cercato di fare è far crescere la mia pagina. Ho iniziato a creare moltissimi lavori concettuali: pubblicità immaginarie, collaborazioni tra brand, capsule collection. È stato un percorso molto importante per me perché, in fin dei conti, tutto ciò che desidero in fututro è diventare una designer e, un giorno, avere il mio Brand.

Grazie a quello che faccio, riesco a prendere le aziende che mi ispirano, quelle che ammiro, e analizzarle in profondità: l’aspetto dei loro siti web e dei loro profili Instagram, i capi che disegnano, il modo in cui raccontano la loro storia e si promuovono sui social media, il tipo di video che producono. Poi combino tutto questo con una realtà sportiva, una squadra, un atleta famoso o un altro brand che mi ispira, per creare una campagna o una capsule collection unificata. In sostanza, quello che faccio è immaginare cosa potrebbero creare e dare forma a quella visione. La pubblico online e, se alla gente piace, è fantastico. Se non piace, va bene lo stesso. Continuerò semplicemente ad andare avanti, a migliorare e a imparare.”

Contaminazioni culturali reali e immaginarie

“Per me, il legame tra moda, sport, sneakers e cultura è sempre stato il punto centrale. Oggi stiamo vedendo lo sport entrare nella moda e, allo stesso tempo, la moda entrare nello sport. 

È per questo che gran parte del mio lavoro esplora le diverse possibilità aperte da questo fenomeno. Ho immaginato e progettato una collezione di abbigliamento ispirata alla Coppa del Mondo di quest’anno, cercando di visualizzare come potrebbe apparire una collaborazione tra diverse nazionali e alcuni celebri brand streetwear. Brasile e Chrome Hearts, per esempio, perché avevo notato una relazione visiva tra lo stemma del Brasile e il logo di Chrome Hearts. Poi Kith e Francia, Spagna e Supreme. Di recente, Nike ha iniziato a lanciare collaborazioni tra brand streetwear e le nazionali partecipanti ai Mondiali. Questo mi ha dato la certezza di essere sulla strada giusta. Credo che esista un legame autentico, perché le persone sono emotivamente legate allo sport e lo percepiscono come intrattenimento, senso di appartenenza e fonte di fantasia. Ma cosa succede se quello stesso legame viene utilizzato in modo diverso? Cosa succede se si trasforma in un capo di abbigliamento esclusivo e da collezione?

Un altro esempio molto importante per me è stato ciò che Kith ha fatto con i Knicks. È stato estremamente stimolante, soprattutto perché sono un grande tifoso di New York. Di solito, l’abbigliamento di qualsiasi squadra NBA, è piuttosto essenziale. Non possiede davvero un’identità estetica particolarmente ricca. Ma quando prendi un brand come Kith e inizi a creare design più elevati, quando studi la storia del logo, lavori sui colori, sperimenti con vestibilità diverse, introduci giacche in pelle e capi capaci di spingersi oltre il merchandising sportivo convenzionale, allora elevi anche il brand stesso dei Knicks. Quando ho visto quel progetto, il mio ragionamento è diventato questo: ogni azienda, in ogni categoria, dovrebbe avere qualcosa di simile. È una delle intuizioni che sono riuscito a maturare attraverso il lavoro concettuale. A volte si tratta di due aziende che non collaborerebbero mai e poi mai, ma quando vengono messe insieme si capisce perché, in un altro contesto, potrebbe funzionare.”

 

Concept virali

“La prima cosa che mi piace sottolineare è che utilizzo molti strumenti diversi. Tutto parte da Photoshop, ma faccio anche un uso esteso dell’intelligenza artificiale. L’elemento non negoziabile, però, è la qualità. Il lavoro deve apparire professionale. In questo modo, quando qualcuno lo vede, anche se non comprende immediatamente che si tratta soltanto di un concept, il brand ne esce comunque valorizzato.

Il secondo aspetto è che il progetto deve risultare in qualche modo realistico, pur proponendo qualcosa che, per ragioni diverse, difficilmente potrebbe accadere nella realtà. Nike e Adidas, per esempio, non collaborerebbero mai insieme a un prodotto. Per me il limite si trova qui: il lavoro deve far apparire i brand nel modo migliore possibile. Alcuni dei miei progetti più recenti sono diventati virali, e molte persone li hanno effettivamente visti, apprezzati e hanno compreso la visione che c’era dietro. Alla fine, il concept deve essere forte, deve essere interessante, e deve restituire al brand un’immagine potente.

Per tornare a un esempio di qualche settimana fa, durante le Western Conference Finals, quando si parlava di Wembaniama contro SGA: l’opinione pubblica, all’inizio della serie, considerava Shai il favorito, mentre Wemby era visto come l’underdog, il giocatore da cui non ci si aspettava necessariamente la vittoria. Poi gli Spurs hanno vinto. Stavo guardando la partita e ho visto le suore tifare per San Antonio sugli spalti. A quel punto ho pensato: quanto sarebbe interessante creare concept tra le suore, note per indossare sempre lo stesso abito, e Nike, che invece è conosciuta per un immaginario atletico sempre nuovo, altamente futuristico? L’idea è nata da lì. Poi ho notato anche un’altra connessione: da un lato le suore, donne di bassa statura, dall’altro Wemby, alto quasi il doppio di loro. Poi ho iniziato a pensare a quale testo avrei potuto aggiungere, qualcosa che suonasse come Nike, ma che allo stesso tempo facesse fermare una persona e chiedere: ‘L’ha davvero pubblicato Nike?’ Così mi è venuto in mente ‘Just Pray’. Era anche un momento accaduto quello stesso giorno, soltanto poche ore prima. È il tipo di situazione che non potrebbe mai trasformarsi in un vero servizio fotografico, perché non riuscirebbero mai ad avere Wemby disponibile per uno shooting il giorno dopo una partita. Per me, questa è una delle qualità senza precedenti di questi nuovi strumenti.”

Comunicare il momento

“Nella comunicazione di svariati brand oggi non c’è abbastanza storytelling, soprattutto quando si tratta di costruire una narrazione attorno a un giocatore e svilupparla davvero. Allo stesso tempo, se si guardano le pubblicità di oggi, molte cercano di recuperare una sorta di forza vintage, nostalgica, quasi nel tentativo di restaurare una certa sensibilità del passato. Il problema attuale ha molto a che fare con il modo in cui le persone consumano i contenuti. Tutto si muove con una velocità tale che una campagna dura pochissimo; non rimane mai rilevante a lungo. Oggi la comunicazione potrebbe nascere semplicemente da una fotografia fatta al momento giusto, trasformata in campagna, con una semplice frase sovrapposta. Ma allora perché non possiamo vedere una campagna completa costruita attorno a quello stesso momento? Io sono una sola persona, e non ho nemmeno tutta questa esperienza, eppure riesco a farlo. Immagina cosa potrebbe essere possibile con un intero team di persone al lavoro su un singolo brand.

Immaginiamo che un giocatore diciottenne di Capo Verde segni una tripletta ai Mondiali. Le persone vogliono connettersi a quel momento, vogliono vederlo tradotto in immaginario, in racconto, in contenuto. La comunicazione, però, non si muove abbastanza rapidamente, perché esistono troppi livelli di approvazione. Quando un’idea deve attraversare tutti quei passaggi, finisce per diluirsi. Ognuno ha una ragione per cui qualcosa potrebbe non funzionare. E quando l’idea passa attraverso troppe mani, spesso viene ridotta a qualcosa di familiare, di sicuro, a qualcosa che non funziona più. È lì che vedo il problema. Si parte da un’idea originale e, invece di permetterle di crescere verso l’esterno, la si costringe a ripiegarsi su sé stessa. Diventare più piccola, anziché più grande.”

 

La ricerca è tutto

“Per quanto riguarda la prima parte del lavoro, direi che la ricerca occupa il novanta per cento del mio tempo. Se ho un’ora per lavorare a un concept, per me è fondamentale trascorrere cinquanta minuti facendo ricerca. Questo significa stare su Pinterest, Instagram, Google, YouTube; guardare vecchie pubblicità, immagini d’archivio, servizi fotografici, siti web e qualsiasi altro materiale possa aiutarmi a comprendere l’universo visivo in cui sto cercando di entrare. Solo dopo, come creator, inizio a sentire davvero il desiderio di realizzare qualcosa di nuovo. Una volta che la ricerca è stata condotta nel modo giusto, la produzione dell’immagine può avvenire molto rapidamente. Con gli strumenti che ho oggi, possono bastare anche solo dieci minuti per affinare l’immaginario e renderlo più forte. In quei dieci minuti posso ancora sperimentare, naturalmente, ma la vera base rimane la ricerca.

Alla fine, molto dipende dal gusto. Il gusto è come un muscolo, e va allenato. Sbaglio spesso. Creo cose che, in quel momento, mi sembrano interessanti; le pubblico, e magari qualche giorno dopo le riguardo e penso che non funzionino più, che non siano poi così forti. Ma sono disposto ad assumermi quel rischio. Cerco di pubblicare ogni giorno, perché è così che continuo a crescere e a sviluppare il mio sguardo.

Penso anche che la rilevanza sia una parte fondamentale di ciò che rende qualcosa davvero interessante. Internet si muove a una velocità impressionante. Anche se è passata soltanto una settimana da un evento significativo nel mondo dello sport, se pubblico qualcosa su quello stesso momento una settimana dopo, probabilmente non funzionerà allo stesso modo, perché non possiede più la medesima rilevanza. Tutto si muove estremamente in fretta, ed è una cosa straordinaria, ma bisogna saper usare quella velocità a proprio vantaggio. Non si può permettere che diventi uno svantaggio. Allo stesso tempo, ci saranno sempre nuove tendenze. Ci saranno sempre nuovi prodotti, nuovi momenti che accadono, nuovi riferimenti culturali che emergono, e su tutto questo puoi imprimere il tuo sguardo. Per me, il processo consiste nel trovare delle corrispondenze e nel chiedermi come renderle più interessanti. In fondo, è tutto qui: combinare due elementi e farli diventare più forti insieme. Prendere i due o tre elementi migliori provenienti da mondi diversi e costruire qualcosa di unico, invece di limitarsi a ricreare qualcosa che è già stato fatto.”

Lati positivi e negativi

“Dal lato positivo, penso che l’intelligenza artificiale offra possibilità nuove a chiunque, come me, abbia idee che desidera portare nel mondo. Oggi quelle persone possono creare quelle idee e vederle concretamente davanti a sé. Io ho un computer, pago ogni mese un programma di intelligenza artificiale, pago Photoshop, e con questi strumenti posso creare visivamente quasi qualsiasi cosa e presentarla a chiunque. Per le aziende vale lo stesso principio. Ogni società sportiva che cerca di ingaggiare un atleta, o ogni brand che prova a costruire una partnership con un’altra realtà, ha bisogno di mostrare la visione di ciò che quella collaborazione potrebbe diventare. Ancora più importante, oggi è possibile sviluppare un’intera campagna: spot, immagini, loghi, concept di abbigliamento, billboard. E tutto questo può essere realizzato in una settimana. Questo è il lato positivo.

Il lato negativo è che diventa più facile creare qualcosa con il solo intento di ottenere like e follower. Questo può significare pubblicare qualcosa di falso su qualcuno, che è ovviamente uno degli esempi più noti. Quando accade, però, si percepisce: il contenuto sembra più rapido, meno meditato, meno necessario. Posso parlarne anche per esperienza personale. Ho iniziato a guadagnare follower soltanto quando ho abbandonato quella mentalità. Per anni, tutto ciò che desideravo erano follower, like e quel tipo di validazione. Poi, quando ho smesso di preoccuparmene e ho iniziato a concentrarmi soltanto su ciò che volevo creare, la pagina ha cominciato davvero a crescere.

Il punto è che l’intelligenza artificiale può sembrare legata a questa idea di successo immediato. In alcuni casi può persino offrirlo. Ma non è qualcosa di sostenibile, se non viene utilizzata nel modo corretto. Io uso l’AI, ma per valorizzare gli atleti. Per valorizzare le aziende. Per valorizzare lo strumento stesso. Cosi, le persone si concentreranno sull’idea, ed è esattamente ciò che sto cercando di fare. Voglio che l’idea sia la prima cosa che viene in mente a qualcuno, non ciò che l’immagine non riesce a restituire perfettamente. Deve trattarsi del concept. Per questo penso che sia necessario fare tutto il possibile per aiutare le persone a comprendere l’idea. Se ci riesci, il resto arriva di conseguenza.”

 

Nuovi processi creativi

“Penso, prima di tutto, che assisteremo alla nascita di ruoli creativi sempre nuovi. Oggi quasi tutto può essere appreso attraverso l’intelligenza artificiale. Questo costringe un creativo a dedicare maggiore attenzione alla ricerca e alla creazione. Molto spesso vedo creativi realizzare la stessa cosa più e più volte. Il lavoro può anche essere di alta qualità, ma a un certo punto smettono di assumersi dei rischi. Magari individuano uno stile che porta loro successo, e continuano a produrre all’interno di quello stesso linguaggio. Con l’intelligenza artificiale, le tendenze sembrano accelerare. Anche la percezione di ciò che le persone considerano interessante si muove più rapidamente. Per questo bisogna adattarsi di più, rischiare di più. Se conduci la ricerca nel modo corretto e sviluppi il tuo gusto, puoi diventare un creativo più completo, più trasversale, capace di abitare diverse fasi del processo. Non considero tutto questo come un modo per spendere trenta minuti invece di un’ora. Penso ancora che si debba dedicare l’intera ora. La differenza è che la si impiega in modo diverso, distribuendo diversamente la propria energia. Si tratta di maggiore efficienza e di un flusso di lavoro più fluido.

Per ora, mi sto semplicemente divertendo con questi strumenti e voglio continuare a migliorare. Devo ancora affinare il mio muscolo creativo: comprendere con maggiore chiarezza ciò che le persone trovano interessante, ma soprattutto ciò che io stesso considero interessante. Voglio continuare a sviluppare questa consapevolezza, e forse un giorno potrà manifestarsi in molte forme diverse, compresa la creazione di un mio brand di abbigliamento.”


L’idea di libertà | Théo De Blic

La speciale serie Adrenaline Expeditions, plasmata da Snow Goose by Canada Goose ci consente di entrare nella visione, e nell’essenza, del più grande parapendista acrobatico contemporaneo: Théo De Blic

“Volare significa libertà”. Lo ascolti dire all’8 volte campione del mondo di parapendio acrobatico Théo De Blic e la retorica che, nel tempo, si è annidata in questa metafora, improvvisamente svanisce, divenendo sostanza: ragione ultima di un’arte sportiva estrema, così delicata e ipnotica agli occhi di chiunque vi posi il suo sguardo.

Poi, osservi il suo corpo dipingere linee ampie e strette, guizzi ascensionali e discensionali tra le candide nuvole svizzere, dopo essersi inerpicato sui giganti montuosi che, ora, scruta dall’alto, e le parole di questo prodigio francese, appena 32enne, non fanno che produrre visioni cinematiche. Sfida alla gravità, dove ogni gesto si libra adrenalinico, plasmato da studio e ispirazione.

Intercettiamo il pensiero di De Blic qui, a picco sui laghi cristallini dell’Oberland Bernese, dove tutto si fa sempre più rarefatto, tranne l’intenzionalità necessaria per perseguire l’eccellenza in una disciplina dalle mille incognite, dalle altrettante sensazioni: una pratica che ha abbracciato, cresciuto ed elevato nell’intero panorama internazionale, fino a renderlo unico, questo figlio d’arte. 

Lo facciamo durante una delle tappe della serie Adrenaline Expeditions: una serie di ritratti intessuta da Snow Goose by Canada Goose e ispirata dal punto di contatto tra sport e limiti umani, tra scenari unici del globo ed interpretazioni artistiche, oltre che atletiche, del concetto di ‘spedizione’ all’interno di essi.

Amiamo partire dalle origini della passione sportiva di ogni nostro intervistato. Il parapendio com’è entrato, così precocemente, a far parte della tua vita? Quali sono state le caratteristiche, tangibili e intangibili, di questa disciplina che ti hanno fatto legare indissolubilmente ad essa, così come al suo perfezionamento?

“Mio padre ha iniziato a praticare parapendio poco dopo la mia nascita e, in breve tempo, quella passione è diventata il centro della sua vita, portandolo a fare l'istruttore. Sono cresciuto a stretto contatto con questa disciplina: trascorrevo tutti i fine settimana sul campo di atterraggio, osservando mio padre mentre insegnava a volare, oppure volando in biposto con lui già da quando avevo due anni e mezzo. Avrebbe potuto farmi odiare il parapendio, oppure farmene innamorare. Per fortuna, è accaduta la seconda cosa. Ho fatto le mie prime esercitazioni di ground handling intorno ai sei anni e il mio primo volo in solitaria a dodici.

Sono sempre stato un perfezionista e mi hanno sempre attratto le attività in cui il successo dipende più dal lavoro, che dal talento naturale. Il parapendio incarna perfettamente quest’idea: è una disciplina che ricompensa davvero il tempo e la dedizione che le si riservano. Ho capito molto presto che, se mi fossi allenato più delle persone che mi circondavano, sarei diventato un pilota migliore. Così, sono finito per dedicare tutto il mio tempo al volo, inseguendo senza sosta la migliore versione di me stesso come pilota.”

 

Per Athleta Mag ogni sport è, a suo modo, una forma artistica. Nel caso del parapendio acrobatico, quest’associazione risulta essere chiarissima. Vivi il tuo sport come un’arte a sé stante? Ti senti un artista, mentre dipingi linee e forme in cielo, o quando inventi manovre?

“Il parapendio acrobatico e l'arte sono profondamente intrecciati. In fondo, l'essenza di questo sport consiste nel creare qualcosa di bello da osservare. Credo che la maggior parte dei piloti vi si avvicini proprio osservando qualcuno volare e pensando: ‘È incredibile, voglio provarci anch'io’. Poi, però, accade qualcosa di interessante. Con il tempo smetti di interrogarti su come il tuo volo appaia all’esterno e inizi a concentrarti su ciò che, invece, ti restituisce mentre lo vivi. Se, come nel mio caso, arrivi poi a competere, l'attenzione torna nuovamente verso l’esterno: l’esecuzione, la precisione del gesto, la forma, il modo in cui ogni manovra viene percepita dai giudici… È un percorso affascinante.

Quanto al sentirmi artista, devo dire che succede di rado. Mi alleno così tanto che il mio pensiero è quasi interamente rivolto alla perfezione del movimento, più che alla sua resa estetica. I momenti in cui provo qualcosa di vicino a una dimensione artistica coincidono soprattutto con le riprese filmiche. In quei casi, rifletto veramente su una singola traiettoria, sulla qualità della luce o sul dialogo con uno sfondo particolare: ogni scelta diventa intenzionale, costruita. E l'aspetto più interessante è che, in quei momenti, il processo creativo è condiviso con chi sta dietro la macchina da presa. In un certo senso, è un'opera che nasce a quattro mani.”

Per la serie Adrenaline Expeditions, hai avuto modo di sorvolare i laghi cristallini e le vette alpine dell’Oberland Bernese. Che tipo di rapporto crei con ogni panorama che hai la possibilità di esplorare dall’alto? E cos’hai scoperto di questo panorama specifico, che hai avuto modo di vistare al fianco di Canada Goose?

“Quando Canada Goose mi ha invitato a prendere parte alle Snow Goose Adrenaline Expeditions per la collezione SS26, mi ha proposto come destinazione l’Oberland Bernese, un’area che conoscevo già molto bene e che avevo utilizzato più volte per allenarmi. Questa volta, però, la dimensione artistica era al centro del progetto e mi ha portato ad approcciare quel paesaggio con uno sguardo completamente diverso, oltre a ripensare il mio modo di volare all’interno di esso. Ho smesso di considerarlo esclusivamente un luogo di allenamento, cominciando a vederlo come una tela sulla quale tracciare nuove linee, finendo per soffermarmi su dettagli che, almeno fino ad allora, mi erano sfuggiti. È stato un cambiamento affascinante: avevo la sensazione di volare in un luogo nuovo, pur conoscendone ogni angolo. La sensazione era quella di riscoprire un paesaggio che credevo di conoscere già fino in fondo.”

 

Con questa serie, Canada Goose sprigiona il contatto tra varie discipline estreme e i confini più straordinari e remoti della natura. Quanto è importante, a tuo avviso, che un brand ponga la propria attenzione, narrativa e non solo, su questo binomio? E che messaggi vuoi trasmettere, attraverso questo progetto?

“Trovo straordinario quando un brand come Canada Goose decide di investire in qualcosa di autenticamente fuori dall'ordinario. L’accostamento tra gli ambienti alpini e il parapendio è ancora molto raro, e il fatto che abbiano scelto di raccontarlo dimostra la volontà di portare le persone a confrontarsi con immagini e prospettive che difficilmente incontrerebbero altrove. La capacità di sorprendere ha un valore enorme.

Spero che questo progetto riesca a trasmettere la bellezza della connessione tra montagna e volo anche a chi non avrà l’occasione di viverla in prima persona. Mi auguro anche che contribuisca a cambiare il modo in cui il parapendio viene percepito. Non si tratta solamente di uno sport estremo o di una sfida al rischio: può, invece, essere qualcosa di straordinariamente spettacolare, persino elegante… Un luogo in cui atletismo e bellezza si incontrano a migliaia di metri d'altitudine.”

 

Tornando al titolo stesso della serie, che tipo di sensazioni sprigiona in te il paragliding? Adrenalina, come suggerisce Canada Goose, libertà esperienziale e stilistica, come hai dichiarato… E cos’altro?

“La sensazione più intensa che il volo mi restituisce è senza dubbio quella di libertà. Direi che è la sensazione dominante. L’adrenalina arriva subito dopo, anche se con il passare degli anni assume un'intensità diversa, più tenue. Oggi il parapendio è il modo attraverso cui esprimo la mia idea di libertà, ma anche uno spazio in cui riesco a lasciarmi alle spalle tutto ciò che appartiene alla vita quotidiana. Quando sei in volo, non c'è posto per le preoccupazioni: la mente è completamente assorbita da quell’istante, concentrata unicamente su ciò che deve fare. Tutto il resto, in qualche modo, svanisce.”

Il calcolo razionale e la ripetizione da una parte, l’istintualità creativa dall’altra. Come mantieni questo equilibrio, così cruciale per la tua disciplina, durante i tuoi voli? Che ruolo giocano la scienza e i materiali (come quelli della campagna Snow Goose) nel calcolo delle variabili e delle incognite del tuo sport?

“Credo che ampi volumi di allenamento ed esperienze finiscano per sedimentarsi nel corpo, fino a trasformarsi in istinto. Senza quella base, l’istinto non avrebbe da cui attingere. Per questo mi alleno il più possibile: per essere pronto proprio nei momenti in cui non c'è tempo per riflettere.

Lo stesso vale per l'attrezzatura. Per dare il meglio di sé è necessario che la mente sia completamente presente, libera da dubbi e distrazioni. È qui che l’equipaggiamento diventa essenziale. Se hai freddo, quella sensazione finisce inevitabilmente per occupare una parte della tua attenzione. Se l’attrezzatura limita i movimenti, inizi a pensarci proprio quando dovresti concentrarti esclusivamente sulla manovra. In uno sport come il paragliding,  queste distrazioni sono sinonimo di pericolo.”

 

A solo 32 anni, sei pluricampione mondiale. Cosa rappresentano per te e per il tuo modo d’intendere il parapendio, questi riconoscimenti? E quali sono gli obiettivi che ti poni per il tuo futuro in questa disciplina?

“Diventare campione del mondo significa raggiungere il punto più alto a cui si possa aspirare nella propria disciplina. Nulla riesce ad eguagliare l’emozione del primo titolo. Con il passare del tempo, i titoli si accumulano e ciascuno, preso singolarmente, perde inevitabilmente parte del suo peso. È il loro insieme, però, ad assumere un significato più profondo.

For me, the goal has always been to leave a mark on the sport. Right now, I’m one win away from the all-time record — and that’s the target. Beyond that, I honestly don’t know. But what I’d love, more than anything, is for some young pilot to win their first title one day and think: ‘If I want to match him, I need to keep winning this for another ten years. That’s insane.’ That would mean something.”


Una Paziente Rivoluzione | Davide Bartolo Morana

Gli scatti di Vincent Urbani lasciano sprigionare l’immaginario fashion e sportivo, soprattutto umano, dell’atleta paralimpico Azzurro Davide Bartolo Morana e del suo modo trasformare, attraverso la pazienza, la meningite in una rivoluzione esemplare

Nulla vale quanto la pazienza. Ad insegnarlo è la stessa storia sportiva. Passo dopo passo. Consapevolezza dopo consapevolezza. Non esiste altro modo per costruire un percorso fondato su fatica e metodo, sul talento naturale perfezionato sino ad essere reso efficace strumento d’espressione. Nei casi più virtuosi, in materia d’esempio, persino di rivoluzione.

Nulla vale quanto la pazienza, conferma la storia di Davide Bartolo Morana, aggiungendo un’altra, personalissima chiave interpretativa al vasto oceano di biografie sportive che dà colore all’umanità tutta. Cestista per elezione naturale, praticante multidisciplinare per eredità familiare, nel cuore dei 20 anni, il corpo e la mente di questo ragazzo allevato dalla Sicilia, ed evoluto per amore in terra spagnola, hanno dovuto fronteggiare un’incognita senza precedenti, ma con chiare conseguenze: la meningite. 

Pazientemente, come vuole l’educazione sportiva, Davide ha accettato, compreso, pienamente processato e, in ultimo luogo, rivoluzionato il rapporto con un sé stesso costretto a trasformarsi solo nella forma, mai nell’essenza. Ecco, così, il subentro dell’atletica come nuova dimensione da cui attingere e a cui far attingere: una piattaforma, dove la rivoluzione cessa di essere individuale, diventando sociale. E grazie a cui poter sprigionare altri interessi, come quello per il fashion, tanto liberamente, quanto profondamente.

Le composizione visuali di Vincent Urbani a guidare questo intreccio di significati, la testimonianza diretta di Davide Bartolo Morana a dare loro spessore. Scopriamo il percorso e la filosofia di un atleta-simbolo del panorama sportivo italiano.

Davide Bartolo Morana

Partiamo dalle origini della tua connessione con lo sport. Se non erro, hai avuto un percorso cestistico lungo la tua crescita. Cos’ha rappresentato lo sport per il Davide bambino prima, adolescente poi?

“La mia vita da sportivo è iniziata prestissimo. Vengo da una famiglia di atleti: mia madre è stata una giocatrice di basket, mentre mio padre è un runner vero. Per dare un’idea, oggi ha sessantasette anni e continua a correre sulle montagne siciliane. Sono cresciuto in questo tipo d’ambiente e, fortunatamente, fin da quando avevo cinque anni, ho avuto la possibilità di praticare molti sport diversi. Già a sei anni, però, avevo capito quale fosse quello che mi appassionava di più: il basket. 

Ho praticato pallacanestro fino a ventun anni e sono arrivato a livelli molto competitivi. Ricordo ancora l’emozione di arrivare tra le migliori sedici squadre d’Italia con l’Under 16 di Trapani... In quel momento, ho iniziato a pensare che il basket potesse diventare il mio lavoro. Ero un play-guardia molto veloce, buon ball handling, buona visione di gioco… Mi trovavo perfettamente a mio agio in quel ruolo. Mi piaceva costruire il gioco, allo stesso tempo non mi tiravo indietro nei contatti fisici. Con il passare degli anni il percorso è diventato sempre più professionale. Ho iniziato a giocare in categorie importanti e ho visto il basket trasformarsi in una vera e propria scuola di vita. Gli allenamenti occupavano gran parte delle giornate: richiedevano disciplina, sacrificio, dedizione assoluta. Per un ragazzo era bellissimo. Poter inseguire il proprio sogno, percepire i primi compensi e immaginare un futuro nello sport era qualcosa di speciale.

Poi, intorno ai vent’anni, sono iniziati i problemi fisici. Prima una lesione all’ileopsoas, uno strappo molto profondo. Avrei dovuto fermarmi e recuperare con calma, ma non sono riuscito ad accettare quell’interruzione forzata. Ho spinto per il rientro e questo ha generato una violenta pubalgia. Per un playmaker rapidità e cambi di direzione sono tutto. Sono rimasto fermo per circa un anno e mezzo. Ho provato a tornare in campo, ma non ero più lo stesso. Non mi sentivo me stesso, né fisicamente né mentalmente. È stato allora che ho deciso di spostare le mie energie verso altre discipline: il triathlon, il calisthenics e tutto ciò che potesse permettermi di continuare a vivere lo sport.”

 

Che tipo di lente ti ha dato la pallacanestro attraverso cui osservare il mondo?

“Come dicevo, sono rimasto immerso nella dimensione cestistica per gran parte della mia vita. In mezzo ci sono stati successi, infortuni, momenti bellissimi e momenti difficili, ma sono sempre rimasto lì. Lo sport è entrato nella mia vita attraverso la pallacanestro e, insieme al Gioco, sono arrivati tutti i valori che ancora oggi porto con me. Ho imparato ad accettare le sconfitte, a cercare sempre qualcosa di positivo anche nei momenti più difficili. Ho imparato il valore del gruppo, dell’aiutare un compagno di squadra e dell’esserci per gli altri. Se oggi cerco di trasmettere un messaggio di speranza, di accettazione e di amore per la vita, credo che gran parte di questo derivi proprio dall’imprinting che ho ricevuto grazie al basket. I learned how to accept defeat and how to find something positive even in the most difficult situations. I learned the value of a team, of helping a teammate, and of being there for others. If today I try to share a message of hope, acceptance, and love for life, I believe much of that comes directly from the imprint basketball left on me.

Ho avuto la fortuna di crescere come un ragazzo molto carismatico. Mi piaceva esserci per i miei compagni, in ogni situazione. Mi piaceva incoraggiarli, trascinarli, lottare insieme a loro fino all’ultimo secondo, anche quando eravamo sotto di venti punti. Ero quel tipo di giocatore che si buttava su ogni pallone. Quella tenacia è diventata una parte fondamentale di me. Poi, la vita mi ha messo davanti a prove enormi, meningite su tutto, ma credo sinceramente che la persona che sono oggi sia stata plasmata dalla pallacanestro e dallo sport in generale. Lo sport insegna moltissimo. Ti offre infiniti strumenti per diventare una persona migliore. Mai ho associato il suo valore alle medaglie, o ai successi. La vera ricompensa è molto più grande dei risultati. Ha a che fare con la persona che diventi e con ciò che puoi restituire agli altri attraverso il tuo esempio."

 

Come si è riallineata la tua mente sulle frequenze sportive dopo la meningite e ciò che ha comportato in termini di cambiamento del tuo corpo?

“Essere stato un atleta prima della malattia ha avuto un peso enorme. Quando giochi a basket a buoni livelli, impari presto cosa significhino disciplina, sacrificio, allenamento quotidiano e rinunce. Quella mentalità è rimasta con me. Inoltre, il basket non è mai stato l’unico sport della mia vita. Fin da bambino ho sempre nuotato, corso e praticato attività fisica insieme a mio padre e ai miei amici più grandi. Il nuoto, per esempio, è sempre stato una presenza costante nel mio percorso. Per questo motivo l’adattamento non è stato impossibile.

Ovviamente la meningite mi ha tolto molto, ma mi ha anche lasciato qualcosa di fondamentale: le articolazioni principali. Ginocchia e gomiti hanno mantenuto una funzionalità completa e questo, per un atleta, è un aspetto enorme. Se oggi indosso pantaloni lunghi, probabilmente in pochi, quasi nessuno, si accorgerebbe delle amputazioni. La mobilità articolare è rimasta praticamente integra. All’inizio, naturalmente, è stato difficile. Devi accettare qualcosa di nuovo, un elemento estraneo al tuo corpo. Devi imparare a convivere con sensazioni completamente diverse da quelle che avevi conosciuto. Credo però che il fatto di essere stato un atleta mi abbia aiutato ad accettare la situazione e, successivamente, a scommettere ancora una volta sullo sport.

Ho scelto l’atletica leggera anche per una ragione familiare. Mio nonno era stato maratoneta e giudice di gara per tutta la vita. Ripeto, nella mia famiglia lo sport è sempre stato ovunque. Potrei dire che ce l’abbiamo nel DNA. In quel periodo non avevo social network né particolari punti di riferimento online. Sono state le persone che mi stavano accanto a parlarmi di alcuni atleti amputati che correvano a livelli molto alti grazie a protesi sportive evolute. Mi hanno detto: “Tu sei sempre stato veloce. Forse dovresti provare”. Così, una volta terminato il percorso riabilitativo con le protesi di base, che mi avevano restituito autonomia e indipendenza, ho iniziato a guardare seriamente all’attività sportiva.

In quegli anni vivevo già in Spagna, dove mi ero trasferito nel 2015 e dove vivo tuttora. Attraverso una campagna di crowdfunding sono riuscito ad ottenere le prime protesi sportive. Ed è stato un passaggio fondamentale. La Spagna possiede una cultura paralimpica molto sviluppata e questo mi ha decisamente aiutato ad entrare in quel mondo. Ho cominciato a correre, inizialmente, quasi per gioco. Però mi sono reso subito conto che l’atletica richiedeva una gamma di caratteristiche molto diverse rispetto a quelle che avevo sviluppato nel basket. Ero abituato a muovermi in spazi ridottissimi, a essere esplosivo e reattivo. Un campo da basket è un ambiente completamente diverso rispetto alla pista. Dovevo imparare un nuovo linguaggio motorio.”

Davide Bartolo Morana

Cos’ha significato riscoprire il tuo corpo non solo in funzione della vita quotidiana, ma anche della performance?

“La parola che mi viene subito in mente è una sola: pazienza. Perché all’inizio non ti riconosci. È difficile accettare che il corpo che hai sempre conosciuto non esista più nella forma a cui eri abituato. La mente corre molto più veloce del corpo. Dentro di te immagini già di poter correre forte, di tornare competitivo, di essere nuovamente tra i migliori. Ma il corpo ha tempi diversi e devi imparare a rispettarli. In questo senso, la pazienza è stata fondamentale. Non so in quante cose possa definirmi bravo, ma una di queste è sicuramente la capacità di essere paziente.

Nei primi mesi ho dovuto imparare a comprendere la situazione, accettare la fatica e capire il funzionamento di un corpo completamente diverso. Mi stancavo per qualsiasi cosa: mangiare, vestirmi, indossare le protesi, spostarmi, allenarmi. Ogni gesto richiedeva uno sforzo enorme. Era una fatica diversa da quella che avevo conosciuto nello sport. Da atleta ero abituato alla sofferenza dell’allenamento, ma questa era una forma di fatica nuova. Con il tempo ho imparato ad ascoltarla e a comprenderla. Sono stato capace di ampliare il mio modo di pensare il movimento. Ho iniziato a capire come funzionassero le protesi, come rispondesse il mio corpo, come trasferire competenze provenienti da discipline completamente diverse in una realtà molto più meccanica e artificiale.

Ancora oggi continuo a imparare. Io non sono nato con le protesi. Ho vissuto ventiquattro anni con un corpo completamente diverso e una precisa idea del movimento. Per chi nasce con una disabilità il percorso è differente: si cresce insieme a quella realtà e si sviluppa naturalmente un certo rapporto con il proprio corpo. Per me è stato diverso. Ho dovuto costruire una nuova relazione con quattro arti artificiali da adulto. Ancora oggi, questo processo continua a sorprendermi e a insegnarmi ogni giorno qualcosa di nuovo.”

 

Athleta Mag porta avanti la filosofia secondo cui ogni disciplina sportiva è, a suo modo, una forma d’arte a sé stante. Cosa ne pensi di quest’associazione? Nel vivere la velocità ti capita mai di sentirti artista?

“Considero l’arte come l’espressione autentica di sé stessi. È la capacità di materializzare un’idea, un’immagine, una sensazione o un sentimento e restituirlo agli altri senza filtri e senza pregiudizi. Per questo motivo vedo una connessione molto forte tra arte e sport. Lo sport è l’espressione di una passione, di qualcosa che ti spinge ad affrontare la vita, che ti motiva ad andare avanti e che, in un certo senso, ti definisce. Entrambi condividono la stessa natura profonda: sono strumenti attraverso cui manifestiamo ciò che siamo.

Per me lo sport è arte non soltanto dal punto di vista del movimento, ma anche da quello mentale. Lo è per il modo in cui ti forgia, per come ti prepara ad affrontare la vita e le sue difficoltà. Sono due mondi che procedono parallelamente e che condividono un legame molto intimo. Per questo sono felice che mi venga posta una domanda come questa, perché non è affatto comune e tocca qualcosa in cui credo profondamente.”

 

Proseguendo su questo tema, hai definito le protesi delle ‘opere maestre d’ingegneria’. Come vivi la simbiosi con strumenti ipertecnologici che, a tutti gli effetti, sono parte di te stesso e della tua esperienza sportiva?

“Sono sempre stato affascinato dalle protesi. Quando ho iniziato a scoprire sui social le storie di altre persone amputate, sono rimasto colpito da ciò che la tecnologia era in grado di realizzare. La cosa che molte persone non sanno è che una protesi nasce ancora oggi da un lavoro profondamente artigianale. Tutto parte dalla manualità del tecnico ortopedico. Si lavora su misura, attraverso calchi in gesso, modellazioni e adattamenti costruiti attorno al singolo corpo. L’invasatura, che rappresenta il cuore della protesi, viene progettata e realizzata sulla base del moncone specifico della persona. Oggi esistono tecnologie avanzate, scanner tridimensionali e sistemi di modellazione digitale che acquisiscono immagini e misure attraverso il laser per poi trasferirle a software e stampanti 3D. Tuttavia, almeno per la mia esperienza, la mano del tecnico continua a fare la differenza.

Nel corso degli anni si crea un rapporto molto stretto con chi costruisce le tue protesi. Il corpo cambia continuamente, il moncone cambia, le esigenze cambiano. Io stesso ho attraversato fasi completamente diverse: all’inizio avevo monconi molto corti a causa delle cicatrici e questo mi costringeva a sostituire frequentemente le invasature. Se non fossi stato seguito da professionisti altamente preparati, avrei avuto problemi molto più seri di una semplice irritazione o di una piccola ferita. È un lavoro umano. Su questa base artigianale si innesta poi una tecnologia impressionante.

Oggi utilizzo mani bioniche controllate attraverso segnali muscolari. All’interno dell’invasatura sono presenti sensori in grado di riconoscere l’intensità degli impulsi muscolari e tradurli nei movimenti della mano robotica. Sono sistemi complessi che richiedono studio, apprendimento, pratica… Non basta indossare una protesi: bisogna imparare a comprenderla e a gestirla. Esiste una responsabilità anche da parte del paziente, che deve sviluppare la volontà di conoscere il proprio dispositivo e costruire con esso una relazione funzionale. Lo stesso vale per le protesi degli arti inferiori. Materiali straordinari come la fibra di carbonio permettono a persone come me di camminare, correre e vivere una vita pienamente attiva. Per questo considero le protesi autentiche opere d’ingegneria. Il problema è che, ancora oggi, molte di queste tecnologie non sono adeguatamente finanziate o accessibili. E questo, secondo me, rappresenta un tema fondamentale di cui dovremmo discutere e gettar luce molto più spesso.”

Davide Bartolo Morana

Quanto siamo lontani, secondo te, da una reale democratizzazione di questi materiali e tecnologie? Quanto manca perché possano essere accessibili a una comunità molto più ampia e non soltanto a una fascia privilegiata di persone?

“Siamo ancora lontani. Credo che il problema parta dal progressivo indebolimento dei sistemi sanitari pubblici. Vivo tra Italia e Spagna e posso dire che le differenze esistono, ma in generale la direzione dovrebbe essere quella di investire maggiormente sulla sanità. Se continuiamo a ridurre risorse e finanziamenti, diventa inevitabilmente difficile garantire l’accesso a strumenti avanzati come le protesi. La questione riguarda soprattutto i bambini.

Pensiamo a un bambino di cinque anni nato con una malformazione o che ha subito un’amputazione. Avrà bisogno di protesi per tutta la crescita. E sappiamo quanto velocemente cresca il corpo di un bambino. Le protesi devono essere continuamente adattate e sostituite. Eppure, questi percorsi non sempre trovano il sostegno necessario. Lo stesso vale per lo sport. Molto spesso le protesi sportive vengono considerate un lusso, qualcosa di accessorio o superfluo. Io la penso esattamente all’opposto. Per me lo sport è essenziale. Mangiare è essenziale. Bere è essenziale. Ma anche muoversi, esprimersi attraverso il corpo e praticare sport rappresenta un bisogno fondamentale per la crescita di una persona. Oggi esistono migliaia di famiglie che sono costrette a rinunciare all’attività sportiva dei propri figli amputati perché i costi sono troppo elevati. Questo è un problema gravissimo.”

 

Com’è stato renderti conto di questa realtà?

“All’inizio provi rabbia. Poi capisci che la rabbia, da sola, non porta da nessuna parte e lasci spazio alla frustrazione. Infine, ho compreso che l’unica cosa davvero utile è continuare a raccontare queste storie e utilizzare ogni opportunità possibile per diffondere un messaggio. Forse, un giorno, quel messaggio arriverà alle persone che hanno la possibilità concreta di cambiare qualcosa. Per troppo tempo la disabilità è stata raccontata come un limite invalicabile. Ancora oggi, soprattutto in alcuni contesti, esiste la tendenza a considerare una persona con disabilità come qualcuno da proteggere e mettere da parte. Io credo che questo approccio sia profondamente sbagliato.

Se metti una persona da parte, rischi di trasformarla in un soggetto passivo. Se invece investi nella sua autonomia, quella persona torna a essere parte attiva della società. Prendiamo il caso di un amputato. Se gli fornisci gli strumenti adeguati, può tornare a studiare, lavorare, fare sport, viaggiare, costruire relazioni e contribuire alla comunità. Io ora sono completamente autonomo. Posso viaggiare da solo, prendere un aereo, lavorare, allenarmi, vivere la mia quotidianità senza dipendere dagli altri. Questo significa partecipare attivamente alla società e generare valore. Per questo credo che investire nelle persone con disabilità non sia una spesa, ma una forma di crescita collettiva.

In alcuni Paesi, come la Germania, questa visione è già molto più diffusa. Si finanziano con maggiore convinzione percorsi e strumenti che permettono alle persone di raggiungere il massimo livello possibile di autonomia. Il punto è che la disabilità non dovrebbe mai essere considerata un punto di arrivo. Gli incidenti accadono. Le malattie accadono. Tutti noi, potenzialmente, possiamo trovarci un giorno nella condizione di diventare pazienti. Per questo la disabilità dovrebbe essere vissuta come una condizione della vita, non come la fine della vita. Non abbiamo bisogno di essere messi su un piedistallo. Non abbiamo bisogno di essere definiti eroi o persone speciali. Abbiamo bisogno di essere considerati persone. Persone che continuano a vivere, a lavorare, a sognare e a contribuire alla società.

Ogni giorno accogliamo nuovi cittadini con disabilità e ogni giorno abbiamo il dovere di costruire una società in grado d’includerli pienamente. Personalmente, continuo a credere che sia possibile. Ci vorrà tempo, basti pensare che nel mondo paralimpico esistono ancora differenze enormi rispetto allo sport olimpico. Esiste ancora un grande divario. Ma i cambiamenti reali nascono quasi sempre dal basso. Per questo continuo a raccontare e condividere queste esperienze. Perché sono convinto che, passo dopo passo, continueremo ad avvicinarci a quella direzione. E su questo non ho alcuna intenzione di arrendermi.”

 

In questo progetto editoriale si eleva il tuo contatto con l’universo fashion: dimensione che, stando al tuo recente vissuto, ti stimola e appassiona. Che tipo di possibilità espressive ti sta concedendo il rapporto con la moda? E come pensi possa incidere il fashion nel presente e nel futuro del movimento paralimpico?

“Nella moda vedo una vetrina straordinaria verso il mondo e verso le nuove generazioni, soprattutto quelle più giovani. Mostrare qualcosa di diverso e autentico può aiutare le persone a comprendere che non esiste un solo modello di bellezza. Esistono molte forme di bellezza, molte sfumature diverse. Spesso, ciò che consideriamo un difetto o uno svantaggio è semplicemente una caratteristica che ci rende unici. Credo che il corpo amputato, il corpo disabile, il corpo segnato da una malattia o da una malformazione genetica possa essere percepito come qualcosa di assolutamente normale. E, perché no, anche come qualcosa di bello.

Non ho mai avuto problemi a mostrare il mio corpo, le mie cicatrici, i miei monconi o le mie protesi. L’ho sempre fatto perché desideravo trasmettere un messaggio. Magari una persona mi incontra per strada, nota qualcosa di diverso, ma non trova il coraggio di chiedere cosa sia successo. Tuttavia quell’immagine rimane impressa. E forse, un giorno, quella stessa persona si troverà ad affrontare una situazione simile o conoscerà qualcuno che la sta vivendo. In quel momento potrebbe ricordarsi di aver visto qualcuno che conduceva una vita piena, autonoma, serena e senza alcun timore di mostrarsi.

Per questo considero importante la presenza di modelli e modelle con disabilità all’interno dell’universo fashion. Significa normalizzare la differenza. Significa raccontare che il corpo disabile è un corpo che può essere considerato bello. Questo è uno dei miei obiettivi. Poi, naturalmente, c’è anche una passione personale. La moda mi è sempre piaciuta. Mi piace vestirmi, mi piace il mondo delle passerelle, delle Fashion Week e della creatività che ruota attorno a questo settore. È un ambiente ancora piuttosto chiuso sotto certi aspetti, ma credo che abbia un enorme potenziale nel contribuire a valorizzare la diversità e a renderla sempre più visibile.”

Davide Bartolo Morana

“Lo sport mi fa sentire vivo, accende quella scintilla divina che la meningite non ha spento”. Potresti argomentare ulteriormente questa tua dichiarazione, così profonda e significativa? Cosa vuol dire, per te, sentirti vivo attraverso lo sport? E come definiresti quella scintilla divina che hai menzionato?

“Questo pensiero mi accompagna ogni giorno. Nello sport impari molto presto una cosa fondamentale: si cade continuamente. E proprio attraverso le cadute si cresce, si migliora e si diventa più forti. Io ho sempre cercato di vedere un vantaggio, una possibilità positiva, anche nelle situazioni più difficili. Oggi arrivo addirittura a ringraziare la meningite. Può sembrare paradossale, ma senza quella malattia non sarei qui a raccontare questa storia. Non sarei diventato un atleta paralimpico internazionale e, probabilmente, non avrei costruito la vita che vivo oggi. Per certi aspetti, la mia vita è migliorata grazie a ciò che ho vissuto. E questo modo di interpretare la realtà lo devo allo sport. Lo sport mi ha insegnato a vedere opportunità laddove altri vedono soltanto ostacoli. Mi ha insegnato che, con il giusto atteggiamento, è possibile ricostruire qualsiasi cosa. Ricordo che, subito dopo la malattia, continuavo a ripetermi che sarei tornato indipendente e che avrei raggiunto tutti gli obiettivi che mi sarei prefissato. Quella convinzione nasceva proprio dalla mentalità costruita attraverso anni di sport. 

Per quanto riguarda la scintilla divina, credo che tutti ci siamo chiesti almeno una volta da dove arrivi quella forza che ci spinge a rialzarci. Da dove nasce l’energia che ci permette di andare avanti, di affrontare la vita con tenacia e di continuare a credere nel futuro anche nei momenti più difficili. Non so dare una risposta definitiva. Forse è qualcosa di biologico. Siamo esseri viventi alimentati da energia. Viviamo, cresciamo, ci esprimiamo e progrediamo grazie a questa forza. Forse quella è la scintilla divina. Se invece vogliamo guardarla attraverso il filtro della religione o della filosofia, possiamo interpretarla in modi estremamente differenti. Ma ciò che conta davvero è che questa forza esiste. Esiste dentro ciascuno di noi e spesso emerge proprio nei momenti più inattesi: una malattia, un incidente, una perdita.

Mi sono reso conto che il potenziale umano è praticamente inesauribile. È qualcosa che vive in profondità e che compare quando meno te lo aspetti. La cosa più bella è che non appartiene soltanto ad alcuni. Tutti possediamo quella scintilla. Spesso mi sento dire: “Tu ce l’hai fatta perché sei speciale”. Onestamente, non credo sia così. Non mi considero diverso dagli altri. Credo semplicemente di aver imparato ad ascoltare ciò che era già dentro di me, ad accettarlo e a metterlo in pratica. Quella stessa possibilità appartiene a tutti. Bisogna soltanto concedersi il tempo di scoprirla.”

 

Parlando del tuo modo di vivere e reagire alla meningite, usi spesso la formula “è una questione d’interpretazione”. Cos’ha plasmato il tuo modo d’interpretare in modo così proattivo un momento così complesso della vita? E, oggi, Davide Morana come interpreta sé stesso, il mondo che lo circonda e il proprio futuro?

“È una bellissima domanda. Io vivo il presente come se fosse contemporaneamente il primo e l’ultimo giorno della mia vita. Sono consapevole che ogni giorno posso imparare qualcosa di nuovo e credo che questa sia una delle cose più importanti che ho acquisito nel tempo. Sono una persona molto socievole e anche molto autocritica, ma cerco sempre di mantenere un equilibrio. Non permetto mai che l’autocritica diventi distruttiva. Mi interessa conoscere persone nuove, ascoltare prospettive diverse e continuare ad ampliare il mio modo di vedere il mondo. E posso dire con sincerità una cosa: se oggi dovessi lasciare questa vita, lo farei sentendomi soddisfatto della persona che sono diventato e della strada che ho percorso.

Cerco sempre di offrire il meglio di me stesso. Quando incontro qualcuno che sta attraversando un momento difficile, provo a trasmettere la convinzione che esista sempre qualcosa di positivo da cui ripartire. Sempre. Io stesso ho trovato il mio stile di vita e il mio scopo all’interno di quella che, molti, definirebbero una tragedia. Per questo provo gratitudine. Se avessi interpretato la meningite soltanto attraverso la rabbia, probabilmente sarebbe stato comprensibile. Non giudico affatto chi reagisce così. Ma so anche che la rabbia, da sola, non conduce molto lontano.

Siamo qui per condividere. Siamo qui per aiutarci a vicenda. Da soli siamo molto meno di ciò che possiamo diventare insieme. Quando comprendi che anche da un evento drammatico può nascere qualcosa di positivo, tutto diventa più leggero. Ho conosciuto persone in condizioni molto più difficili della mia, persone con tetraplegie e limitazioni enormemente superiori. Eppure, ho incontrato in loro una serenità e una capacità di amare la vita che mi hanno insegnato moltissimo. Sono esempi che mi hanno fatto capire quanto sia potente il modo in cui scegliamo di interpretare ciò che ci accade. È questa prospettiva che oggi mi permette di essere orgoglioso di me stesso. Mi rende felice della persona che sono e curioso della persona che diventerò. Perché la vita può sempre sorprenderci, nel bene e nel male. E qualunque cosa accada, credo che continuerò ad affrontarla con lo stesso spirito: cercando di vedere non soltanto ciò che è stato perso, ma soprattutto ciò che è ancora possibile costruire.”

Davide Bartolo Morana

Credits

Davide Bartolo Morana

photographer: Vincent Urbani

fashion stylist: Manel Ferrer Guisado

hair: Angel Simón

make up: Maite Alizée

studio assistant: Jorge Orera

studio: Merceditas Studio

Gianmarco Pacione


THE ONE | EU FINALS

Il ‘The One’, la quest globale di Jordan Brand per il miglior interprete di 1 contro 1 tra le nuove generazioni di ogni continente, prosegue nella sua tappa europea apicale, in quel di Londra. Nel cinematico palcoscenico delle Finali Europee, trionfano la spagnola Aina Hinojosa e il serbo Milan Pejin, ora diretti alle Finali Mondiali di Shanghai. Riviviamo questo capitolo attraverso la lente di Riccardo Romani

Mano a Mano. Dal primo all’ultimo possesso. Una danza fremente. Differenti idiomi cestistici, provenienti da ogni angolo d’Europa, ancora meglio, dalle più rinomate culle continentali del Gioco, che nel catino futuristico di Magazine London si vedono rappresentati da giovani ambasciatori, così come da community palpitanti, riunite sulle rive del Tamigi per sospingere i propri The One: per vederli imporsi su tutto e tutti, persino davanti agli occhi di un The One per pedigree NBA, come Jayson Tatum. 

A pochi metri, scorre il Tamigi. E le sue onde diventano metafora del flusso da ricercare prima, da cavalcare poi, per arrivare fino alla fine. Un flusso emotivo e tecnico. Mentale e fisico. Quella sensazione che solo il basket sa restituire, specie in un contesto primordiale, come quello della contrapposizione individuale: il perdersi nelle proprie decisioni, avendo la confidence di ritrovarsi sempre, alla fine di esse, sul fondo della retina. Per alcuni equivale ad entrare ‘in the zone’. Per altri, ad abbracciare la naturale irrazionalità scaturita da giorni, settimane, mesi, anni di lavoro e costruzione razionale. 

Dalla Spagna, Aina Hinojosa. Dalla Serbia, Milan Pejin. Sono loro a sollevare una cintura che ogni cosa simboleggia, specie la fatica di una scalata senza protezioni fino alla vetta, fino alla definizione di The One d’Europa. Alle spalle, fieri avversari affrontati su un ring rosso-fumante, dove la nobile arte della boxe, l’essenza estetica-narrativa della lucha libre e la sinfonia di follow-through preparati alla perfezione non hanno fatto altro che fondersi per un’intero pomeriggio, elevando l’uno contro uno a disciplina multiforme, mai chiusa in sé stessa, tantomeno ai soli paradigmi cestistici. Davanti a loro, la possibilità d’effettuare un ultimo, significativo sforzo, per imporsi anche su scala globale nelle Finali assolute di Shanghai. 

Le voci dei due vincitori e la galleria fotografica di Riccardo Romani ci fanno rivivere questo apice del Gioco contemporaneo, ispirato da una musa eterna del Gioco, e del design dell’uno contro uno, come il Jumpman. Questo focus è il capitolo finale di una speciale collana editoriale che ci ha visto narrare tutti i capitoli europei del ‘The One’: Madrid, Lubiana, Belgrado, Parigi, Londra e, per l’appunto, la finalissima tenutasi sempre nella capitale inglese. 

The One | EU Finals | London

Che emozioni state provando adesso, dopo essere diventati The One d’Europa?

Aina Hinojosa: “Onestamente, mi stanno attraversando mille emozioni diverse. Faccio ancora fatica a crederci: sembra un sogno. Mai avrei immaginato che potesse succedere una cosa del genere. Sono felicissima, emozionata e ancora un po’ sopraffatta da tutto ciò che è successo.”

Milan Pejin: “Sono davvero felice. E sono orgoglioso di me stesso, soprattutto perché sono riuscito a non farmi schiacciare dalla pressione e a rimanere fedele al mio modo di giocare. È questa la parte migliore. Mi sento davvero bene.”

Com'è stato competere in un’arena come questa? Che atmosfera si respirava?

Aina Hinojosa: “L’energia era incredibile. Il pubblico non smetteva di tifare: certo, c’era anche chi sosteneva i miei avversari, ma avere la mia famiglia e i miei allenatori al mio fianco mi ha dato una fiducia enorme. L’atmosfera era pazzesca: tutti urlavano, tutti erano completamente coinvolti. È stata un’esperienza incredibile.”

Milan Pejin: “È stato fantastico. Direi persino più intenso di Belgrado. Eravamo in un’arena piena di persone provenienti da tanti Paesi diversi, ognuna pronta a sostenere il proprio giocatore di riferimento. Mai avevo partecipato ad un evento del genere, quindi viverlo è stato davvero speciale.”

Come avete gestito la pressione? Con quale approccio mentale siete riusciti a vincere, specie davanti ad un pubblico così caldo?

Aina Hinojosa: “Sono da sempre una persona molto ansiosa, ma ho imparato a trasformare quel tipo di tensione in qualcosa di positivo. Esiste un tipo di tensione che ti blocca e un’altra che ti spinge a dare di più: la tensione che vivo in queste occasioni appartiene alla seconda categoria. Sono arrivata a questo torneo piena di entusiasmo e determinazione. Ho lavorato anche con uno psicologo sportivo, che mi ha aiutata a gestire le emozioni e a trasformarle in punti di forza. All’inizio ero molto tesa, ma partita dopo partita mi sono sciolta e ho iniziato a sentirmi sempre più a mio agio.”

Milan Pejin: “L’atmosfera aveva un'impronta molto americana. In Serbia non siamo abituati a vivere il basket così: c’è un’energia diversa, un entusiasmo diverso. Però, mi è piaciuto molto. Per quanto riguarda la pressione, cerco sempre, semplicemente, di escludere tutto il resto. Non penso a chi mi sostiene, né a chi tifa contro di me. Rimango concentrato solo su quello che devo fare: mettere la palla nel canestro.”

Qual è stato il momento più difficile di queste Finali Europee? E quando, invece, avete avuto la sensazione di essere completamente ‘in the zone’?

Aina Hinojosa: “La semifinale è stata la partita più complicata. All’inizio non riuscivo a segnare in nessun modo. Di solito prendo molti tiri da tre punti, ma la mia avversaria difendeva molto aggressiva e non riuscivo a costruirmi spazio. Anche quando ci riuscivo, i tiri non entravano. È stato il momento più difficile, anche perché siamo rimaste sullo 0-0 per parecchio tempo. Poi, però, tutto è cambiato: mi sono sentita molto più libera, specie in finale. La maggior parte del pubblico era dalla mia parte, avevo già vinto due partite e le triple hanno iniziato finalmente ad entrare. Tutto ha cominciato a funzionare.”

Milan Pejin: “La partita più difficile è stata la prima. Non ero ancora entrato davvero in ritmo. Il mio avversario era molto forte e fin dall’inizio il confronto è stato estremamente fisico: contatti, spinte, falli… Ogni possesso era una battaglia. Mi ci è voluto un po’ per entrare in ritmo, ma una volta fatto tutto è diventato molto più semplice. Le partite successive sono sembrate decisamente meno complicate.”

Vi abbiamo visto alternare trash talking e grande intensità agonistica. Che ruolo giocano queste dimensioni nel vostro modo d’intendere il Gioco?

Aina Hinojosa: “Secondo me intensità e trash talking, se usati nel modo giusto, possono diventare un vantaggio. Io, in realtà, non l’ho sempre fatto. Ho iniziato a dare sfogo a queste dimensioni dopo alcune partite di uno contro uno a Barcellona, insieme ai miei allenatori, dove questi fattori erano molto presenti. Da allora ho scoperto quanto mi piacciano. Ti permettono d’entrare nella testa dell’avversario e, allo stesso tempo, ti danno ancora più fiducia. So che non tutti apprezzano questo lato del Gioco, ma personalmente credo che nell’uno contro uno debba essere considerato essenziale.”

Milan Pejin: “Per me succede tutto in modo naturale. Non entro in campo pensando di fare trash talking. Quando la partita si scalda, quando c'è vero contatto e i giocatori iniziano a parlarsi, può succedere che venga fuori, oppure no. La mia attenzione, però, è sempre rivolta al Gioco. Tutto il resto è secondario.”

Dopo aver vinto la finale nazionale a Madrid e Belgrado, su cosa vi siete concentrati a livello di allenamento? 

Aina Hinojosa: “Dopo la vittoria a Madrid mi sono concentrata completamente sull’uno contro uno. Mi alleno alla Timechamber Academy con gli allenatori che sono qui con me e che mi hanno preparata per questo evento. Ho lavorato anche contro giocatori professionisti spagnoli, come David Mejía. Ovviamente mi battevano, perché sono più grandi e giocano ad altissimo livello, ma mi hanno insegnato tantissimo, soprattutto circa l’aspetto mentale e la gestione delle situazioni nell’uno contro uno. Ho dedicato moltissimo tempo anche al tiro e al mio step-back. Questa vittoria significa tantissimo per me. Sono rimasta infortunata per quasi tutta la stagione e quest’estate ho lavorato durissimo per tornare al mio livello migliore. Ho sacrificato praticamente tutto, persino il tempo con gli amici. Oggi posso finalmente dire che ne è valsa la pena.”

Milan Pejin: “Dopo il successo di Belgrado, mi sono allenato come al solito. Cerco di migliorare ogni aspetto del mio gioco. Ovviamente, ho alternato la preparazione alla stagione regolare con quella specifica per il The One. Durante l’offseason lavoro molto a livello individuale: è il momento migliore per sviluppare il proprio gioco. Il modo perfetto per provare nuovi movimenti è farlo contro un altro giocatore, quindi ho disputato tantissimi uno contro uno con amici e compagni di squadra. È qualcosa che mi diverte molto e che mi aiuta a crescere. È stato bello vedere come tutto quel lavoro si sia trasformato nella prestazione di oggi.”

Jayson Tatum

Che significato ha portare questo titolo europeo nel vostro Paese?

Aina Hinojosa: “Sono molto orgogliosa di rappresentare la Spagna. In questo momento, la nazionale U18 è impegnata nel Mondiale e io, per ragioni indipendenti dalla mia volontà, non sono stata convocata. Vincere qui è un modo alternativo per rappresentare il mio Paese, e questo significa davvero molto.”

Milan Pejin: “È una sensazione bellissima. So che la mia famiglia e i miei amici sono molto felici. Questa esperienza è stata importante per me anche in quanto giocatore, perché rappresenta un’ottima preparazione in vista della prossima stagione. È vero, qui si gioca uno contro uno e non cinque contro cinque, ma le situazioni di gara, la pressione e il tipo di competizione sono reali. Aver avuto la possibilità di mostrare il mio basket in questo contesto significa molto.”

Avete vinto davanti a Jayson Tatum. Cosa vi è passato per la testa?

Aina Hinojosa: “Sembrava irreale averlo lì, a pochi passi. Guardo sempre in televisione giocatori come lui o Luka, sono anche andata a vedere partite NBA dal vivo, ma mai avrei immaginato di ritrovarmi a giocare davanti a Jayson Tatum, o di stringere la mano a Luka Dončić o ancora di sentirmi incoraggiare da loro. Sembra davvero di vivere un sogno. Sono profondamente grata per tutto quello che mi sta succedendo grazie al lavoro e al tempo che ho investito nel basket.”

Milan Pejin: “Semplicemente, che era incredibile. L’ultima volta che ci siamo parlati avevo l’autografo di Luka Dončić sulla maglia, adesso ho anche quello di Jayson Tatum. Mai avrei pensato di poter giocare davanti a campioni come loro, figuriamoci parlarci. È un'esperienza surreale. Adesso vedremo chi ci aspetterà a Shanghai... magari Michael Jordan.”

Milan Pejin
Jayson Tatum
Aina Hinojosa

Cosa rappresenta per voi questa cintura? Quali ricordi e quali emozioni racchiude?

Aina Hinojosa: “Quando l’ho vista sono rimasta senza parole. È bellissima, curata nei minimi dettagli, ed è anche molto pesante... Soprattutto, rappresenta tutti i sacrifici fatti in questi anni. Le cose non sono sempre andate come speravo, ma ogni volta ho risposto lavorando ancora di più. Per me questa cintura racchiude anni di dedizione, perseveranza e sacrificio: il percorso intrapreso fin da quando ero una bambina con il sogno di giocare a basket.”

Milan Pejin: “Prima di tutto, è bellissima. È un’idea originale. Ogni volta che la guardo penso alle partite uno contro uno con mio padre quando ero bambino, oppure alle ore passate sui campetti con i miei amici, tra uno contro uno, tre contro tre e cinque contro cinque. È questo che mi ricorda: il basket nella sua forma più pura. Non quello professionistico, ma quello che si gioca semplicemente per divertirsi, perché si ama questo sport.”

Adesso vi aspetta la Finale Mondiale a Shanghai. Cosa servirà per diventare ‘The One On Anyone’ anche a livello globale?

Aina Hinojosa: “Credo di dover diventare più forte fisicamente. L’uno contro uno è una variante del Gioco molto dura dal punto di vista atletico. Oggi sono riuscita a cavarmela bene anche contro ragazze più alte e più forti di me, soprattutto grazie alla mia velocità e alla difesa, ma so che posso migliorare nei contatti nel pitturato e nella capacità di chiudere al ferro anche subendo fallo. È questo l’aspetto su cui voglio lavorare prima delle Finali Mondiali.”

Milan Pejin: “Per ora voglio continuare a preparare la prossima stagione e migliorare il mio gioco. L’uno contro uno continuerà a far parte dei miei allenamenti, perché è uno strumento importante per crescere. Non voglio pensarci troppo: andrò a Shanghai, mi divertirò e darò il massimo. Sarà anche l’occasione per visitare la Cina, dove non sono mai stato. Non vedo l’ora di conoscere un nuovo Paese, incontrare persone nuove, magari altre stelle NBA o figure importanti, e vivere fino in fondo questa esperienza.”

The One | EU Finals @ Magazine London

A Tennis Canvas | Maia Flore

Il percorso di un'artista, come nel tennis, è una questione di tempistica. Se sei in ritardo o in anticipo tutti i tuoi sogni si infrangeranno sotto rete. Quando, invece, arrivi in tempo sulla palla, questa approda facilmente nell’altra metà campo, trovando l’esatta traiettoria di espressione personale. Nel lavoro di Maia Flore, fotografa e artista francese, quel punto d’incontro vincente tra creatività e tennis ha aperto un nuovo filone artistico da poter esplorare

Per gli stessi principi secondo i quali ad un artista non piace essere definita in categorie rigide, Maia Flore si è innamorata del tennis: per la sua capacità di essere spazio indefinito, e indefinibile. Uno sport in cui il filone narrativo può cambiare, colpo dopo colpo, trattenendo dentro lo scambio, il game o il set una tensione continua, quasi romanzesca. 

La sua fotografia nasce da una relazione profonda con l’immagine e le sue possibili derive artistiche, ma anche dalla consapevolezza che proprio dentro quel potere evolutivo si nasconda la possibilità di raccontare ed elevare ciò che si pone davanti al suo obiettivo. Parte da qui, da questa tensione tra realtà e reinvenzione, la sua ricerca sul corpo, visto come matrice originaria attraverso cui raccontare ogni singolare storia, sportiva e non. Segni sulla pelle, posture, cicatrici, fino al modo in cui un tennista occupa la sua metà campo.

Influenzata dal movimento e dalla danza contemporanea, ha progressivamente riconosciuto nel tennis un territorio affine, una coreografia in cui ogni gesto tecnico si carica di eleganza, elevando lo sport della racchetta a disciplina fluida, e floreale, in cui la tensione lascia spazio alla pura espressione artistica.

Parlando del tuo percorso, quando e come hai capito che la fotografia sarebbe diventata il tuo modo di esprimerti e, allo stesso tempo, la tua professione?

“Ho iniziato a studiare fotografia a Parigi e mi sono diplomata nel 2010. In realtà, crescendo, ho odiato la fotografia. Forse era un punto di vista piuttosto infantile, ma quando ero bambina ho vissuto in Africa, tra il popolo di Gibuti, persone che sono diventate mie amiche. In quegli anni ho visto molti uomini occidentali, bianchi e ormai anziani, arrivare e fotografarli senza dare loro una vera attenzione, senza riuscire realmente a percepire ciò che in quel luogo, e in quelle persone, era bello, complesso o significativo. Erano anche gli anni Novanta, un periodo in cui la fotografia era spesso sottoposta a una forte manipolazione. Dunque, più che odiare la fotografia, probabilmente, a un livello più profondo, avevo preso coscienza di ciò che le immagini possono raccontare, ma anche della loro potenza, e di quanto fossi profondamente sensibile a quel potere.

L’aspetto positivo di quella consapevolezza è che, con il tempo, sono riuscita a trasformarla nella possibilità di raccontare storie attraverso la fotografia. A differenza del disegno, del collage o della pittura, la fotografia mi permette di dire che qualcosa è realmente accaduto. Ho preso questo aspetto del medium e ho iniziato a pensare che, forse, la fotografia fosse il modo attraverso cui potevo davvero provare a elevare ciò che avevo vissuto.”

 

Quando il tennis è entrato nella tua vita? Era già una passione, o uno sport che praticavi, prima di diventare il soggetto di alcuni tuoi progetti fotografici?

“Nella mia immaginazione, da bambina, ero una piccola Mary Pierce. Mi pettinavo i capelli come lei, indossavo abiti simili ai suoi. Mio fratello e io eravamo ossessionati dal tennis, con apice nel mese di giugno, perché all’epoca potevamo seguire soltanto il Roland Garros in televisione. Ho giocato quando ero giovane, ma soltanto per una stagione, perché poi ci siamo trasferiti in Africa e lì non c’era più la possibilità di praticare tennis. Eppure, l’ossessione è rimasta. Ricordo la sensazione di qualcosa che mi risultava completamente naturale: mentre giocavo, mi sembrava quasi di volare.

Poi, quando mi sono trasferita a Los Angeles, c’erano moltissimi campi gratuiti, quasi a ogni isolato. Ho ricominciato a giocare, inizialmente da sola, contro il muro, e poi, poco a poco, ho iniziato a trovare altre persone con cui condividere il campo. Sono tornata a giocare realmente a tennis all’inizio dei miei trent’anni. Quando, due anni fa, sono tornata in Francia, ho cominciato a giocare sempre di più, semplicemente per me stessa. È stato incredibilmente divertente, perché da bambina non avevo mai avuto davvero la possibilità di farlo. Sento anche che, attraverso tutto ciò che ho appreso sulla preparazione, sulla mentalità e persino sulla competizione amatoriale, ho iniziato ad assaporare qualcosa di diverso: La fuori metti alla prova te stessa. È stato molto bello intraprendere questo percorso, anche se è accaduto trent’anni più tardi.”

Il tuo lavoro ha spesso posto il corpo al centro dell’immagine. Quando hai compreso per la prima volta che il corpo poteva diventare un linguaggio all’interno della tua fotografia?

“Nella mia fotografia c’è sempre stata una forte attenzione per i corpi, incluso il mio stesso corpo, perché sono sempre stata profondamente appassionata al movimento. Ciò che mi affascina sono le nostre storie: la storia di ciascuno, naturalmente, ma anche la storia dei nostri corpi, che trovo estremamente interessante. Amo, per esempio, quando incontri qualcuno e inizi a notare dei segni sulla pelle, piccoli dettagli, il modo in cui ti guarda. Ci sono così tante cose che si possono raccontare di una persona attraverso il corpo. Con la fotografia, è quasi come avere una penna e raccontare con la luce la storia di quei corpi.

Sono stata profondamente influenzata dal movimento, in particolare dalla danza contemporanea. Con il tennis, però, riesco a stabilire una relazione più diretta, perché lo pratico e posso esserne fisicamente parte in modo più immediato. Il tennis è molto vicino alla danza per me. È uno sport estremamente complesso, sotto moltissimi aspetti, e offre numerosi possibili punti d’accesso attraverso cui parlarne: la dimensione fisica, quella emotiva, quella psicologica. Per me, si è sempre trattato del modo in cui ogni corpo racconta una storia.”

 

Prima di entrare nel mondo del tennis, le tue immagini sembravano già abitare uno spazio sospeso tra coreografia e costruzione di uno stato quasi onirico. In che modo il tennis, con i suoi gesti così precisi e i suoi rituali, è entrato in questo universo visivo preesistente?

“Credo che, quando si osserva lo sport, ci si trovi sempre in una sorta di stato ‘di mezzo’, perché non si sa mai davvero che cosa accadrà. Esiste una tensione fortissima, e al tempo stesso un’attenzione altrettanto intensa, rivolta proprio a quello spazio di attesa, a quel momento sospeso tra ciò che è già avvenuto e ciò che sta per accadere. Per me, è questa la parte straordinaria. Viviamo in un mondo in cui siamo costantemente invitati a entrare dentro categorie rigide, a definirci secondo forme molto precise e immobili. Ma quando si osserva questo flusso incerto di eventi trasformarsi continuamente, ci si ricorda che, in fondo, la vita è proprio questo: qualcosa che si muove senza sosta, che muta incessantemente. Quando ho ricominciato a giocare a tennis a Los Angeles, ho vissuto momenti in cui, più giocavo, più iniziavo a riconoscere delle coincidenze tra la mia vita e ciò che accadeva sul campo. Il tennis mi restituiva moltissimo del mio stato mentale, o del mio modo di essere in quel preciso momento. Allo stesso tempo, ero anche molto timida all’idea di uscire allo scoperto e costruire qualcosa di artistico attorno al tennis.

Avevo lavorato per molti anni con L’Équipe Magazine e ricordo una conversazione con il direttore. Mi disse quanto la fotografia sportiva fosse precisa, e quanto fosse necessario conoscere il vocabolario dello sport per poter essere una buona fotografa sportiva. Sentivo che mi mancava qualcosa, come se non avessi lo sguardo, o la lente giusta, per realizzare quel tipo di lavoro. Poi, però, ho pensato: forse possiedo semplicemente un modo diverso. Credo che la prima volta in cui l’ho compreso davvero sia stata a Indian Wells. Ero stata molte volte a quel torneo, sempre per piacere, ma quell’anno era l’anno in cui stavo per lasciare Los Angeles. Non sapevo quando avrei potuto tornarci, e desideravo davvero fare qualcosa di diverso. Ricordo di essere uscita dai campi e di aver fatto qualcosa di completamente casuale: ho comprato una serie di oggetti, dei fiori, della pittura. Poi sono tornata e ho iniziato a giocare con quei fiori, collocandoli davanti all’obiettivo, creando una sorta di sfocatura, una forma quasi sferica. Ho cominciato a lasciarmi andare, a trovare il mio personale modo di guardare il tennis. Ho fotografato per l’intera giornata e poi ho pubblicato le immagini su Instagram. Molti tennisti francesi mi hanno scritto, facendomi i complimenti e chiedendomi se potessero usare le mie fotografie. È stato molto bello ricevere il riconoscimento di persone che quello sport lo praticano ai massimi livelli. È stato liberatorio rendermi conto che potevo tradurre la mia passione per l’arte dentro il mondo del tennis. Tutto è cominciato realmente da quel momento. Da allora, è diventata una ricerca costante.”

Il tennis è uno sport di geometrie: linee, rettangoli, reti, traiettorie, ripetizioni. Come artista, che cosa vedi e che cosa cerchi quando entri in un campo da tennis?

“Per me, trovarmi su un campo da tennis è una sensazione profondamente rasserenante. Amo le cose pulite, ordinate, belle. Anche quando sto guidando e attraverso un luogo qualunque, se all’improvviso intravedo un campo da tennis, lo trovo sempre estremamente calmante, semplicemente perché lì tutto appare perfetto.

Se so che sto per creare qualcosa legato al tennis, considero sempre il campo come una tela bianca. Mi emoziona incontrare i giocatori nel punto esatto in cui si trovano, accoglierli per ciò che sono in quel determinato giorno, cosa che per alcuni di loro può essere piuttosto difficile. Amo la combinazione tra la perfezione dell’ambiente tennistico e le piccole incrinature emotive che lo attraversano. Credo sia proprio questo ciò che cerco di individuare, all’interno dei colori e delle linee. Sento che l’emozione emerge attraverso il gioco, ed è bello semplicemente seguirne il flusso, lasciarsi attraversare dall’esperienza. È un mix tra la bellezza e la perfezione dello spazio, insieme alla vulnerabilità dei giocatori. È questo a renderlo così vivo. Da quella tensione scaturisce una grandissima energia.”

 

Nel tennis, ogni gesto è insieme funzionale ed espressivo. Ti avvicini a questi movimenti come ad azioni atletiche o come a forme di coreografia?

“Quando penso a questo, la prima cosa che mi viene in mente è che sono diventata ossessionata dalle mani, soprattutto nel momento in cui i giocatori lanciano la palla per servire. Ognuno ha il proprio modo di farlo, eppure ogni giocatore conserva esattamente quel medesimo gesto nel corso degli anni, e lungo l’intera durata di una partita. È qualcosa di straordinario. Penso alle mani perché, soprattutto nella danza, si cerca di incarnare il movimento fino alla punta delle dita. Non si muove semplicemente una spalla: ogni parte del corpo è connessa alle altre. Credo che sia proprio qui che si possa cogliere anche l’eleganza del tennis: nel movimento dei piedi, nelle mani, in questa precisione straordinaria. Si avvicina molto alla precisione della danza. E, come nella danza, anche nel tennis, più si è capaci di lasciare andare la tensione, più ci si rilassa, migliore diventa il risultato. Penso che questo valga per ogni sport, ma che sia particolarmente visibile nella danza. L’emozione e l’espressione del corpo nascono da questa enorme capacità di riposare, in un certo senso, di respirare, di rilassarsi. Ed è qualcosa di straordinario, se lo si confronta con il fatto che i tennisti compiono tutto questo esibendosi davanti a tantissime persone.”

 

Hai fotografato tornei come Wimbledon, lo US Open e Indian Wells, luoghi con identità molto diverse. In che modo ogni torneo modifica il tuo sguardo?

“Tutti i tornei sono diversi, perché la cultura cambia. È proprio come dicono spesso i giocatori: le palle sono diverse, i campi sono diversi, anche il pubblico è diverso. Lo US Open, per esempio, è molto rumoroso. Per una persona francese, entrare in un campo dove il pubblico è tanto partecipe e vocale è piuttosto sorprendente, perché in Francia, di solito, si rimane semplicemente in silenzio e si rispetta il gioco. Credo che ogni luogo sia interessante proprio perché modifica il modo in cui si guardano le cose.

Wimbledon è così pulito, così britannico e controllato. Quando arrivi a Wimbledon, il primo giorno inizia con una spiegazione di venti minuti dedicata a tutte le regole, a tutto ciò che non ti è consentito fare. In questo senso, l’ho percepito come un ambiente in qualche modo limitante. Allo stesso tempo, però, senti quanta tradizione vi sia dietro: l’eredità, l’intera narrazione, tutto lo storytelling che circonda il torneo. 

Indian Wells, al contrario, appare molto più libero. Si trova nel deserto; sembra un vastissimo terreno di gioco aperto a tutti. Per me è stato più semplice, anche dal punto di vista della possibilità di arrivare con angolazioni diverse, o di stare tra il pubblico. Dipingevo le mie lenti per cercare soluzioni più creative e nessuno sembrava preoccuparsene. Nessuno mi chiedeva che cosa stessi facendo, o se stessi mettendo in discussione determinati codici. È estremamente interessante osservare queste differenze culturali.

Un altro torneo che amo è Barcellona. Mi piace andarci perché è un evento dal forte orientamento famigliare. In Spagna il tennis sembra avere un significato diverso rispetto ad altri luoghi. Al torneo ATP di Barcellona, le persone arrivano con l’intera famiglia. Sugli spalti vedi cugini, fratelli, bambini. È meraviglioso, perché ti porta a guardare il gioco in un modo diverso. È davvero una fortuna poter viaggiare attraverso culture differenti ed esplorare tutte queste peculiarità.”

In Tennista ci interessa esplorare il tennis non soltanto come sport, ma come territorio artistico e culturale. Dal tuo punto di vista, che cosa ti permette di esplorare il tennis?

“Prima di tutto, il tennis mi permette di esplorare moltissimo all’interno della mia stessa vita. Può diventare qualcosa di molto intenso, di molto profondo, anche attraverso i dettagli più piccoli. Quando gioco, rifletto spesso su questi aspetti. Se non sono pienamente consapevole del campo, tendo a tradurre quella sensazione nella vita.

Dal punto di vista fotografico, forse mi ha anche portata a comprendere che, in certi momenti, quando non mi sentivo abbatanza ispirata, il tennis mi ha permesso di ritrovare una forma di creatività proprio attraverso un nuovo ambiente, anche quando, all’inizio, sembrava difficile entrarvi per davvero. Mi ha fatto capire che ciascuno di noi possiede una propria storia da raccontare attraverso ciò che vede.

Inoltre, dopo molti anni trascorsi a costruire il mio lavoro utilizzando il mio stesso corpo, era la prima volta che fotografavo altre persone. Questo mi ha consentito di esplorare la perfezione del movimento. Amo la profondità con cui i giocatori riescono ad attingere a sé stessi e, allo stesso tempo, la possibilità di continuare a lavorare con i miei colori, con il mio set-up, con le angolazioni che amo esplorare.

Questo percorso legato al tennis è per me molto interessante perché, a volte, come artisti, abbiamo bisogno di nuove sfide per ritrovare qualcosa di fresco, di inatteso. È stato molto bello creare un dialogo, una conversazione, con persone che prima non erano state raggiunte dal mio lavoro personale. Cercavo davvero una forma di relazione più ampia, perché nel mondo da cui provengo, quello dell'arte, lavorare su progetti di lunga durata può diventare piuttosto isolante. Con il tennis, invece, sento di poter semplicemente arrivare su un campo, assistere a un torneo e sentirmi bene.”

 

In futuro, in che modo ti piacerebbe esplorare il tennis attraverso la tua fotografia?

“Il mio sogno sarebbe seguire un giocatore più da vicino. So che sono già state realizzate molte immagini bellissime in questa direzione, immagini che appartengono in modo molto evidente al linguaggio della fotografia sportiva. Mi piacerebbe essere lì, accanto a un giocatore, e fotografarne il percorso in una maniera capace di andare un po’ più in profondità, di restituire ciò che quel percorso può raccontare dall’interno. Vorrei costruire questo tipo di racconto: rivelare ciò che accade a un livello più profondo. Credo che la maggior parte delle persone, quando guarda sport, segua soltanto una partita e giudichi. Ma stiamo parlando della vita di qualcuno, di uomini e donne che hanno dedicato il loro tempo al gioco. È quasi folle, se ci si pensa, la quantità di tempo che una persona può consacrare a una sola cosa. Mi piacerebbe arrivare un po’ più vicino a ciò che alimenta in loro quel desiderio, quel bisogno di farlo continuamente.

Posso mettere in relazione questa forma di ossessione con la mia passione per la fotografia. È sempre interessante vedere dove mi conduce, e quali stati d’animo, esperienze e relazioni porta nella mia vita. Per tutte queste ragioni, la fotografia è un medium straordinario. Ho iniziato questa conversazione dicendo che odiavo la fotografia, ma allo stesso tempo non sono mai riuscita ad abbandonare la mia macchina fotografica, perché è stata anche il mio modo di entrare in connessione con il mondo, oltre che di viaggiare con la mia racchetta e giocare a tennis ovunque vada con persone nuove.”


THE ONE | LONDON

‘The One’, la quest globale di Jordan Brand per il miglior interprete di 1 contro 1 tra le nuove generazioni cestistiche, approda sulle rive del Tamigi per la sua quinta e ultima tappa qualificatoria europea, che precede le Finali continentali, dove sempre la capitale inglese si trasformerà nel palazzo reale del Gioco, pronta a incoronare il re e la regina dei parquet in questa porzione di mondo. Attraverso la lente di Frayser, ripercorriamo questo capitolo

Fuori, un caldo anomalo attraversa l’estate londinese. Sulle scale d’ingresso del New City College di Hoxton, nel borough di Hackney, la fila va via via gonfiandosi. Giovani ballers, crew e community arrivano da ogni distretto cittadino tra underground, autobus a due piani e overground, chiamati a sostenere coloro che vogliono far valere la rilevanza cestistica dei diversi playgrounds dislocati all’interno dei parchi della capitale inglese, e oltre.

All’interno, per qualche ora, il tempo sembra rallentare. I loghi rossi, attraversati dall’iconica silhouette del Jumpman, illuminano un campo dalle vibrazioni crepuscolari. Fasci di luce e flash cristallizzano crossover, jab step, lay-up, ondate emotive e tre dita alzate verso il cielo, mentre trash talking e sguardi di sfida si rincorrono dopo ogni canestro. Ad ogni passaggio di turno, nomi su nomi vengono cancellati dal tabellone principale, mentre selezioni grime e afrobeats scandiscono l’antico spartito del ‘chi vince resta’.

La sensazione è quella d’essere avvolti da una filosofia ormai radicata nei playground avvolti da architetture industriali, rossi mattoni vittoriani, grattacieli iper futuristici e intricate council houses: ovvero, non potersi tirare indietro. Dover dare tutto, dentro gabbie di ferro e cemento per attestarsi. Per attestare il proprio Gioco. Nell’uno contro uno, questa verità trova la sua forma più pura. Due corpi, una scelta giusta o sbagliata. Evidenti conseguenze. 

Him. Her. The real deal. O semplicemente, in terra anglofona, The Ones. Hanno processato tutto ciò Grace Nzeakor e Afolabi Oshikoya, che a suon di attacchi feroci alternati a lucide letture sono riusciti a strappare gli ultimi biglietti disponibili per le Finali Europee, consapevoli dell’occasione di poter diventare ‘The One On Anyone’ proprio in questa capitale. Sono loro i protagonisti che si alternano nel racconto fotografico di Frayser.

Questo focus è parte di una speciale collana editoriale che ci vede narrare tutti i capitoli europei del ‘The One’, un viaggio che potete recuperare partendo da Madrid, passando per Lubiana e Belgrado, fermandovi a Parigi, fino a questa tappa londinese, e che si concluderà in occasione delle Finali continentali.

THE ONE | JORDAN BRAND | LONDON
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Cosa vi ha fatto innamorare per la prima volta del basket e cosa rappresenta, oggi, il Gioco per voi?

Grace Nzeakor: “Gioco a basket da quando avevo undici anni. Il mio primo vero incontro con questo sport è avvenuto durante una piccola competizione scolastica e, da quel momento, sono rimasta affascinata dalla sua intensità fisica e dall’energia competitiva che sprigiona. Amo la ricerca costante del miglioramento, l’adrenalina e, soprattutto, il senso di comunità che il basket mi regala. Tutto ciò continua ad alimentare il mio desiderio di diventare una giocatrice professionista e, un giorno, di trasformare il basket nel lavoro della mia vita.”

Afolabi Oshikoya: “Ho scoperto il basket relativamente tardi. Ho iniziato a giocare in modo organizzato soltanto due anni fa, ma già prima il Gioco occupava un posto importante nella mia vita, soprattutto per la comunità che gli ruotava intorno. Significava stare con i miei amici, vedere le persone riunirsi e comprendere quanto fosse naturale creare legami attraverso questo sport. Oggi il basket significa tantissimo. Scandisce le mie giornate: o gioco, o mi alleno in palestra, o penso a come poter migliorare... Il mio obiettivo è, semplicemente, diventare un professionista.”

 

MJ ha costruito il proprio gioco nel cortile di casa, sfidando suo fratello. Qual è stato il vostro primo playground o canestro? E quali sono state le vostre prime esperienze di uno contro uno?

Grace Nzeakor: “La storia di Jordan che gioca contro suo fratello nel cortile di casa mi tocca profondamente, perché anche il mio amore per il basket è nato all’aperto. È cresciuto nei parchi della mia comunità, luoghi in cui i ragazzi potevano trovare una forma di espressione e di libertà attraverso il gioco. Passavamo intere sere d’estate sul campo, continuando a giocare anche quando ormai la luce era quasi scomparsa, proprio come è accaduto qui oggi. Quel tipo di ambiente è il mio habitat naturale. Vengo da una zona piuttosto difficile ma ricordo di aver giocato infiniti uno contro uno con persone conosciute fin dall’infanzia. Abbiamo iniziato a giocare insieme intorno ai dodici anni e, con il tempo, ci siamo spinti reciprocamente a migliorare. I miei primi avversari erano semplicemente le persone che arrivavano al parco. Quelle partite sono diventate una parte fondamentale della mia crescita.”

Afolabi Oshikoya: “Il mio primo vero canestro è stato quello delle medie. Giocavo con i miei amici durante l’intervallo o nella pausa pranzo. Tiravamo e ci divertivamo spontaneamente, senza pensare al basket in modo serio. Ho iniziato a giocare davvero uno contro uno soltanto un paio di anni fa. La maggior parte delle partite erano contro i miei amici o con il mio allenatore. Durante gli allenamenti mattutini, l’uno contro uno era una parte centrale del lavoro che ci proponeva di fare: due palleggi e tiro. È una limitazione che ti obbliga a essere rapido, lucido ed efficace nelle decisioni. E quel tipo di lavoro si è tradotto direttamente in ciò che ho fatto oggi.”

 

Quali sono le chiavi per dominare l’uno contro uno? Che tipo di energia serve per avere successo in una disciplina così unica nel suo genere?

Grace Nzeakor: “A mio parere, è l’intelligenza cestistica a farti realmente dominare una partita di uno contro uno. Devi saper riconoscere dove si trova il tuo vantaggio e comprendere in che modo il difensore sta cercando di limitarti. Il successo nasce dalla capacità di leggere questi dettagli mentre il gioco accade. Conta anche saper utilizzare il proprio corpo, il footwork, il jab step. L’uno contro uno non consiste necessariamente nel segnare tiri difficili o mettere in mostra giocate spettacolari. Significa leggere chi hai davanti, trovare una risposta e continuare a imparare all’interno di ogni singolo possesso. È quello che ho cercato di fare oggi.”

Afolabi Oshikoya: “La qualità più importante nell’uno contro uno è la fiducia. Puoi possedere tutte le capacità tecniche del mondo, ma se non credi davvero in ciò che sai fare, quelle stesse capacità possono scomparire quando sopraggiunge la pressione. Il pubblico può facilmente entrare nella tua testa. Oggi, molte persone sembravano tifare per il mio avversario, ma ho deciso di non permettere a quel genere d’energia di condizionarmi. Mi sono concentrato su chi mi sosteneva, ho escluso tutto il rumore esterno e mi sono fidato del lavoro che avevo già svolto. In questo senso, la fiducia non è soltanto uno stato d’animo: è una qualità che devi riuscire a custodire per tutta la durata della partita.”

THE ONE | JORDAN BRAND | LONDON
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Che cosa rappresentano per voi Michael Jordan e Jordan Brand? E che cosa significa prendere parte a un torneo così unico nel suo genere, come The One?

Grace Nzeakor: “Significa moltissimo per me, soprattutto perché Jordan Brand ha creato un’opportunità che permette a chiunque di arrivare, competere e mostrare il proprio talento. Un giocatore può partire da un evento locale e conquistare, potenzialmente, la possibilità di esprimersi su un palcoscenico globale. Apprezzo profondamente il fatto che Jordan abbia portato questo torneo in diverse parti del mondo, offrendo a giocatori di Paesi e comunità differenti l’occasione di mostrare chi sono realmente: che permetta a persone provenienti da luoghi che normalmente ricevono meno attenzione di rappresentare la propria città, la propria regione e tutto il lavoro investito nel gioco. Jordan ci ha dato una piattaforma attraverso cui rendere visibile quel lavoro.”

Afolabi Oshikoya: “Essere parte di questo torneo significa molto, perché Jordan è un brand di enorme rilevanza globale. Sarebbe facilissimo, per una realtà di quelle dimensioni, concentrarsi soltanto sul proprio successo commerciale. Invece ha scelto di tornare al livello grassroots e di investire nelle comunità in cui la cultura del basket prende vita. È questo l’aspetto che rispetto maggiormente. Il brand utilizza la propria dimensione globale per sostenere i giocatori a livello locale, aiutandoli a crescere, ad ottenere visibilità e ad avanzare nel proprio percorso. Dimostra che Jordan non ha dimenticato da dove comincia realmente il gioco.”

 

Una parte di questo torneo celebra l’eredità cestistica di Luka Dončić. Quale aspetto del suo gioco rubereste e portereste con voi alle Finali Europee?

Grace Nzeakor: “Il gioco uno contro uno di Luka è unico. Mi piacerebbe possedere sia il suo step-back sia la sua straordinaria intelligenza cestistica. Ciò che lo rende così speciale è il fatto che non utilizza lo step-back soltanto per crearsi un tiro. Può servirsi dello stesso movimento per aprire una linea di passaggio, manipolare il difensore o costruire un angolo d’attacco completamente nuovo. Quella combinazione di tecnica e consapevolezza è fenomenale. È sicuramente uno degli aspetti del gioco di Luka che vorrei riuscire a inserire nel mio.”

Afolabi Oshikoya: “Avrei scelto anch’io il suo step-back, ma l’ha già omaggiato Grace, quindi direi la sua gestione del ritmo. Luka ha una capacità straordinaria di rallentare il gioco e poi accelerare esattamente nel momento giusto. È metodico e paziente, ma riesce comunque a superare il proprio difensore. Non sembra quasi mai avere fretta ed è eccezionale nel creare il contatto e procurarsi falli. Il modo in cui controlla il tempo all’interno di un possesso è bellissimo da osservare e prezioso da studiare.”

 

Una delle grandi lezioni lasciateci dalla carriera di Michael Jordan riguarda l’importanza della disciplina, della dedizione e del lavoro. Quanto lavoro nell’ombra è stato necessario per arrivare sotto questi riflettori?

Grace Nzeakor: “Servono impegno e dedizione ogni singolo giorno. Anche nelle giornate in cui non ti alleni fisicamente, esiste comunque un lavoro da fare. Devi restare disciplinato nell’alimentazione, dormire bene, recuperare e preparare il corpo per la sessione successiva. Le decisioni meno visibili sono importanti tanto quanto le ore trascorse sul campo. È anche per questo che la presenza di Jordan Brand in un evento come questo assume un significato particolare. Offre visibilità a giocatori che continuano a lavorare quando nessuno li sta osservando: persone che si presentano ogni giorno, si dedicano e sono mosse da un amore autentico per il Gioco.”

Afolabi Oshikoya: “Al di là degli allenamenti, la quantità di lavoro che ho investito nel basket è quasi impossibile da quantificare. Ho trascorso un numero infinito di ore lavorando sugli angoli, sul tiro e sui più piccoli dettagli del mio gioco. Il mio tiro non sarà sempre tecnicamente perfetto, e alcune persone potrebbero non rispettarlo... Ma continuo a tirare perché conosco la quantità del lavoro che c’è alle spalle. Quando hai ripetuto lo stesso tiro migliaia di volte da solo, in palestra, hai la convinzione necessaria per segnarlo davanti a qualsiasi avversario e a qualsiasi pubblico.”

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Ad Athleta Magazine consideriamo ogni disciplina sportiva come una forma d’arte a sé stante. Avete mai pensato al basket come a una pratica artistica?

Grace Nzeakor: “Assolutamente. Ogni dimensione del basket possiede, ai miei occhi, qualcosa di artistico: il passaggio, il movimento, l’arte del segnare e la coordinazione necessaria per funzionare come squadra. Persino il processo attraverso cui costruisci un’opportunità per un compagno può possedere una sua forma di bellezza. Quando osservi tutto ciò che il basket ha prodotto, tanto sul piano visivo quanto su quello culturale, il gioco diventa una sorta di opera d’arte collettiva. È qualcosa che abbiamo la fortuna di poter ammirare, ma anche il privilegio di vivere dall’interno. Ogni volta che entriamo in campo, diventiamo parte di questo movimento artistico in continua evoluzione.”

Afolabi Oshikoya: “Vedo arte nel modo in cui un giocatore palleggia e nelle sequenze che riesce a creare collegando un movimento all’altro. Un palleggio che conduce a un tiro, un cambio di direzione seguito da un appoggio, il gioco di piedi necessario per uno step-through… Tutti questi dettagli finiscono per costruire una sorta di linguaggio visivo. È difficile spiegarlo completamente attraverso le parole, perché l’arte si trova nel movimento stesso. La riconosci quando vedi un giocatore fondere ritmo, equilibrio, immaginazione e tecnica all’interno di un singolo possesso.”

 

Che cosa si prova a essere diventati i ‘The One’ di Londra?

Grace Nzeakor: “Sono ancora incredibilmente emozionata. Sono arrivata qui da underdog e praticamente nessuno sapeva chi fossi. Non sono nemmeno di Londra: sono di Leicester, nelle Midlands. Essere venuta qui, aver gareggiato e aver conquistato la possibilità di rappresentare il Regno Unito è una sensazione straordinaria. Significa molto sapere di poter portare con me la mia città e la comunità da cui provengo. Diventare The One a Londra rappresenta un riconoscimento non soltanto per ciò che ho fatto oggi, ma per tutto il lavoro che mi ha condotta fino a qui.”

Afolabi Oshikoya: “È una sensazione incredibile, perché soltanto pochi giorni fa immaginavo questo momento. Ho aspettato questo evento per tutta l’estate, pensando a come sarebbe stato e cercando di prepararmi per l’occasione. Riuscire finalmente ad arrivare qui e realizzare ciò che avevo visualizzato è una benedizione. C’è qualcosa di bellissimo nel vedere un momento che prima esisteva soltanto nella tua immaginazione diventare reale.”

THE ONE | JORDAN BRAND | LONDON
Grace Nzeakor at THE ONE | JORDAN BRAND | LONDON
Afolabi Oshikoya at THE ONE | JORDAN BRAND | LONDON
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Le Finali Europee ‘The One’ si terranno proprio qui, a Londra. Che effetto fa sapere di poter competere in casa?

Grace Nzeakor: “È surreale. A settembre mi sono seduta con il mio allenatore e abbiamo parlato degli obiettivi che volevo raggiungere. Partecipare al ‘The One’ era uno di questi, quindi essere arrivata fino a questo punto è quasi difficile da comprendere. Sono profondamente grata per l’opportunità di prendere parte alle Finali Europee e di mostrare il mio livello contro giocatori provenienti da tutto il continente. È la possibilità di misurarmi su un palcoscenico più ampio, continuando allo stesso tempo a rappresentare il luogo da cui provengo.”

Afolabi Oshikoya: “Sono davvero felice che le Finali Europee si disputino qui a Londra. Giocare in casa mi dà una sensazione di familiarità e di tranquillità. I miei amici potranno presenziare e la loro presenza mi darà ancora più energia. Allo stesso tempo, essere a casa mi permetterà di esprimermi con maggiore libertà e di giocare il basket che so di poter giocare. Sono pronto per questa sfida.”

 

Che cosa servirà per diventare ‘The One On Anyone’ nelle Finali di Londra e, potenzialmente, anche sul palcoscenico globale?

Grace Nzeakor: “Servirà un impegno assoluto dal primo all’ultimo possesso. Servirà rimanere fedele al tuo lavoro, alla competizione e ad ogni singolo momento della partita, indipendentemente dal fatto che tu sia in vantaggio o stia attraversando una fase difficile. Non puoi permettere alla concentrazione o all’intensità di abbassarsi prima che la partita sia terminata. Per diventare ‘The One On Anyone’ devi giocare con coraggio, dare tutto ciò che hai ed essere disposto a lasciare il cuore in campo.”

Afolabi Oshikoya: “Dipenderà molto dall’impegno e dalla perseveranza. Durante la prossima settimana dovrò continuare a lavorare senza sosta, soprattutto sulla mia condizione fisica. Oggi la stanchezza ha permesso, in alcuni momenti, ai miei avversari di rientrare in partita, quindi so che è un aspetto sul quale devo migliorare. Continuerò ad allenarmi e mi preparerò per esprimermi al massimo davanti al pubblico di casa. Alla fine, posso soltanto fidarmi del lavoro svolto, competere con sicurezza e cercare di mostrare la versione migliore di me stesso.”

Afolabi Oshikoya & Grace Nzeakor
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Credits

Jordan Brand

Photos by Frayser

Words by Filippo Libenzi


Un Atto di Coraggio | Matteo Berrettini

Al fianco di BOSS, celebriamo i 30 anni di Matteo Berrettini scoprendo l’evoluzione del suo pensiero e ritraendolo nel luogo dove la sua vita, tennistica e non, ha avuto origine: il Circolo Magistrati Corte dei Conti, nella Città Eterna che mai ha smesso di accompagnarlo. Lo facciamo dopo la sua meravigliosa cavalcata, dal sapore di piena rinascita, sulla terra francese del Roland Garros.

I 30 anni sono un momento di riflessione. Un intangibile rito di transizione. Nelle sfere culturali più disparate, compresa quella sportiva, coincidono con il sapore della maturità, della comprensione personale che, se alimentata a dovere, inizia a restituire un quadro sempre più completo della persona. Dell’atleta. Dell’identità tutta. 

Per Matteo Berrettini, celebrare i 30 anni tra le architetture, anche sociali, del Circolo Magistrati Corte dei Conti, il luogo dove la sua parabola umana-tennistica ha avuto inizio, equivale a sprigionare scambi ad alta intensità tra le numerose, notevoli dimensioni che compongono un tennista mai limitatosi ad essere unicamente tale: parallelismi che denotano un processo tutt’altro che obbligato, quello dell’evoluzione individuale, della ricerca della saggezza.

Radici e presente, vita e carriera, espressione e pensiero. Attraverso un viaggio a ritroso nel tempo, eppure proiettato verso il futuro, comprendiamo che sì, è vero che ad un gran maestro della racchetta contemporanea, nonché firma essenziale del Rinascimento tennistico italiano, non è dato estromettere la pallina da ogni pensiero, come richiede, o meglio, impone una disciplina senza pause o rifugi; ma è altrettanto vero che, circondata dall’eternità romana e dalla sua leggerezza, la nobile intensità di ‘The Hammer’ può tingersi di sfumature ben più profonde, e ampie, rispetto ad ace o dritti vincenti. 

“Credo che fermarsi ogni tanto e dire “ho bisogno di essere me stesso, di essere più me stesso, rispetto a quello che vogliono che io sia, rappresenti un atto di coraggio”, confida Berrettini immerso nei luoghi della sua infanzia. Forse, sta proprio qui l’immagine della sua di un traguardo personale, raggiunto come uomo e tennista, che appare come sintesi di entrambe le condizioni.

It is a milestone we explored and portrayed alongside BOSS, presented in the aftermath of the magnetic and invigorating weeks of Roland Garros, where Berrettini’s idea of courage found its purest expression on the Parisian clay.

Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss

In molte interviste hai detto di sentirti nato in un circolo di tennis e che il tennis è come se fosse, a tutti gli effetti, nel tuo sangue. Questa produzione è ambientata proprio nel Circolo Magistrati Corte dei Conti, dove tutto ha avuto inizio. Che emozioni o immagini emergono pensando al luogo dove la tua famiglia prima, e il tuo sogno poi, hanno messo radici?

“Ammetto di non visitare il Circolo da un po’ di tempo, ma è un luogo a cui sono legatissimo: ho ricordi bellissimi… Sono letteralmente cresciuto in questo contesto, facendo di tutto: tennis, certo, ma anche basket, nuoto e calcetto. Era l’unico, costante punto di ritrovo per me, mio fratello e i nostri amici. Un ambiente sicuro, dove i genitori ci lasciavano per intere giornate. Farci ritorno oggi è molto bello: ci sono veramente tante persone che mi vogliono bene. Visitarlo è un grande piacere, ma anche un qualcosa di intenso da gestire. Quando sono a Roma, cerco comunque di ritagliarmi del tempo per stare con la mia famiglia e respirare l’atmosfera di un tempo. A livello di ricordi, il primo pensiero che mi viene in mente, in realtà, è una cosa buffa: il giorno in cui dissi a mia madre che non avevo più voglia di giocare a tennis e optai per il judo. C’era questo campo polivalente con l’erba sintetica, dove noi piccoli giocavamo a tennis con delle palle enormi di spugna. Ricordo perfettamente una giornata ventosa e lo sguardo di mia madre, mentre le dicevo che non volevo più giocare. Poi, nello stesso posto, ho ricominciato grazie ad una richiesta di mio fratello: “Torna, che è divertente”. Quel campo, che in realtà non era un vero campo da tennis, fungeva da centro di tutto. Premiazioni, riunioni, momenti collettivi... Al suo fianco, c’era questa casetta di legno, che chiamavamo, per l’appunto, ‘casetta’, ed era lo snodo principale del circolo. A poca distanza, c’era una fontanella. Anche quella rimane, nella mia testa e nelle mie emozioni, il cuore del circolo”

 

Scherzi spesso sulle tue origini romane, definendoti, nonostante tutto, un ‘caciarone’. Dopo aver trascorso più della metà della tua vita in giro per il mondo, ed essere stato contaminato da esperienze di tutti i tipi, che cifra di ‘romanità’ continua a resistere dentro di te, nel tuo modo di pensare, di vivere, persino di giocare?

“La romanità non si può estirpare, ti accompagna per tutta la vita. È un dato culturale che ti rimane addosso. È buffo, perché spesso all’estero mi dicono che non sembro così romano... Appena rientro a Roma, però, mi viene spontaneo parlare in un certo modo, abbreviare le parole, ritrovare la dimensione, linguistica e non solo, delle mie origini. Credo sia un processo comune per tutti i romani: il tornare, quando possibile, a quella ‘romanità’ fatta di leggerezza, di ironia, di ‘cazzeggio’. Non per niente sono molto appassionato del cinema romano: ho anche la fortuna di avere un bel rapporto d’amicizia con il grande Carlo Verdone… In generale, penso che le caratteristiche della ‘romanità’ mi aiutino nella vita di tutti i giorni. La mia è una vita intensa, scandita da routine. Quel senso d’essere romano e quella capacità di evadere, ogni tanto, da eccessi di serietà, riescono a renderla meno pesante: più vivibile.”

 

La tua famiglia ha sempre menzionato la tua attenzione ai dettagli fin dall’infanzia, come dimostra, banalmente, la passione per le costruzioni e i Lego. Come hai applicato e continui ad applicare questa lente ‘minuziosa’ e ‘analitica’ nei confronti di te stesso, sia come atleta, che come essere umano? E come hai imparato a gestirla, quando e dove si palesa in modo eccessivo?

“È vero, fin da bambino mi piace stare da solo, avere i miei spazi. I Lego erano il momento perfetto: mi chiudevo nella mia tana e costruivo. È una passione che prosegue ancora oggi. Ho tante costruzioni sparse per casa. Durante l’infanzia, mi attirava l’idea di fare tutto da solo, di avere il pieno controllo su quello che stavo facendo. Credo che la scelta del tennis dipenda proprio da questo: quando ho definitivamente optato per la racchetta, l’ho fatto perché mi affascinava l’idea di poter essere il padrone del mio destino. Se vinco o se perdo, dipende da me. Sia chiaro, ho amato e continuo ad amare gli sport di squadra, semplicemente non mi è mai piaciuta l’idea di condividere con altri un determinato tipo di responsabilità. Crescendo, mi sono reso conto di come la mia tendenza ‘analitica’ non fosse sempre ideale per il tennis. Parliamo di uno sport che richiede anche una dose rilevante d’istinto, specie nel contesto partita. Pensare troppo, incastrandosi nei pensieri stessi, può essere un limite. Però, sono anche dell’idea che, se riesci ad usarla bene, la mente possa giocare un ruolo essenziale: può diventare un’arma tattica, una risorsa nei momenti di difficoltà… Uno strumento in grado di farti trovare le soluzioni di cui necessiti. Quindi, affronto questa mia inclinazione naturale come una scoperta costante, a volte quasi combattendo con me stesso, ma rimanendo proiettato verso la ricerca del pieno equilibrio.”

Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss

Proseguendo sul tema dei dettagli, è risaputo che fin da piccolo scrivi di e per te stesso. Cosa ispira la penna e il pensiero di Matteo Berrettini? E come dialogano il ‘The Hammer’ con la racchetta in mano, davanti a migliaia di persone, e il Matteo che, da solo, segue il proprio flusso di coscienza appuntando prospettive personali?

“Scrivere è una pratica che mi accompagna da tanto tempo. Adesso scrivo meno di qualche anno fa, ma resta una valvola di sfogo, soprattutto nei momenti più complicati. Ho sempre pensato, e credo di averlo anche letto, che le persone tendano a produrre qualcosa di profondo in momenti di difficoltà. Quando qualcosa non funziona, quando c’è un amore finito, o una situazione che ti mette in crisi, trovi la migliore forma d’ispirazione. Quando sei felice, invece, è complesso scavare a fondo. Questo ragionamento è applicabile prevalentemente sugli artisti, e io non mi sento di certo tale, ma mi è capitato spesso di scrivere proprio per questo motivo: per affrontare e processare momenti particolarmente duri. Oggi lo faccio soprattutto in aereo: non c’è Wi-Fi, non ci sono distrazioni, e posso stare da solo con i miei pensieri. Rileggendo scritti vecchi, poi, faccio paragoni: capisco da dove sono partito e dove sono arrivato. Scrivere mi serve, davvero. Ormai, ho capito che quando sento l’urgenza di farlo, scrivo tanto e senza sforzo. Quando invece provo a forzarmi, non funziona. Penso che questo dimostri quanto scrivere sia un’esigenza reale, per me: una necessità che emerge quando ne ho veramente bisogno.”

 

Hai menzionato il fatto di non considerarti un artista. Eppure, ti capita mai di pensare al tennis, o di viverlo, come una forma d’arte?

“Mi piacerebbe essere considerato un artista, o anche solo pensarmi tale, ma sinceramente non la vedo così. Però, trovo un parallelismo con l’arte in una caratteristica evidente del tennis: ogni tennista ha uno stile proprio. Tutti partono da basi e riferimenti simili, eppure il singolo giocatore plasma una sua tecnica specifica, un suo modo di colpire la pallina, di servire, di stare in campo, di comportarsi e reagire... Al di là del ranking o dei risultati, questi elementi creano un legame forte con chi guarda. In questo senso, credo che il tennis sia affine ad una forma d’arte. L’arte è un qualcosa che intrattiene, soprattutto che fa provare emozioni. Il tennis e lo sport possono scatenare esattamente gli stessi effetti. Quando assisto a certi eventi, come le Olimpiadi o le grandi imprese sportive, sento qualcosa di forte. Credo che sia proprio quella sensazione ad accomunare la dimensione artistica e quella sportiva.”

 

“Bisogna avere il coraggio di fare delle scelte che ci facciano stare più al ritmo con noi stessi”. Partendo da questa consapevolezza, che hai condiviso pochi mesi fa, puoi raccontare cosa significa, oggi, per Matteo Berrettini, cercare di stare al ritmo con sé stesso? E che tipo di ritmo riconosci come il tuo ritmo ideale?

“Non voglio sembrare un filosofo, ma penso stia succedendo un po’ ovunque e negli ambiti più disparati: viviamo in un mondo che va più veloce di noi. Un mio grande amico e mental coach, Stefano Massari, nel vedermi viaggiare da un torneo all’altro mi diceva che, a volte, la mia anima impiegava più tempo del corpo ad arrivare in un determinato posto. Credo continui, in un certo senso, ad essere vero. Stando alla mia esperienza, c’è sempre qualcosa in più da vincere, da dimostrare… C’è sempre qualcosa in più per non essere felice. Dopo una vittoria, devi subito pensare alla partita o al torneo successivo. Non esiste un momento in cui puoi fermarti per davvero e gustarti ciò che hai conquistato. Penso alla finale di Wimbledon: subito dopo quel grande momento, avrei dovuto giocare le Olimpiadi e non l’ho potuto fare per infortunio. La mia carriera è una rincorsa che continua, sempre. E non riguarda solo me, la vedo come una dinamica più ampia, riflessa nella nostra società: nella vita dei miei amici, delle persone che mi stanno intorno. Per questo, credo che fermarsi ogni tanto e dire “aspetta, ho bisogno di essere me stesso, di essere più me stesso, rispetto a quello che vogliono che io sia” rappresenti un atto di coraggio. Viviamo in un mondo in cui tutti vogliono essere al massimo, c’è una ricerca ossessiva del ‘perfetto’. Se fai qualcosa e non lo mostri, è come se non esistesse, o se non l’avessi fatto. Invece, scegliere di fermarti, di ascoltarti, di prendere del tempo solo per te, penso sia la scelta più giusta che una persona possa fare, e l’unico modo per essere al ritmo con sé stessi.”

Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss

In questo sistema di consapevolezze, autoanalisi e progresso emotivo, come s’inserisce il dato dell’agonismo: un dato che hai sempre sottolineato come pilastro fondativo del tuo essere atleta e persona? Che tipo di vena agonistica accompagna Matteo Berrettini oggi?

“L’agonismo, per me, è una cifra innata. Ricordo quando giocavo alla PlayStation con mio fratello: urlavamo come dei pazzi e mio padre intimava di calmarci. Per noi ogni sfida era davvero una finalissima. L’agonismo è una spinta che ho sempre avuto dentro. La sento in qualsiasi cosa faccia, in qualsiasi sport pratichi. Voglio sempre mettermi alla prova. Nel tennis è una qualità fondamentale, non sarei mai arrivato dove sono arrivato senza questa componente, ma nella vita può creare delle complicazioni. A volte, devi semplicemente accettare il fatto che le cose non vadano come vuoi. In passato, ammetto di aver faticato a farlo. Faticavo ad accettare determinate situazioni, su tutte quelle legate agli infortuni. Poi, mi sono reso conto che tutto aveva una ragione: se mi facevo male, era perché la mia mente aveva continuato a spingere, senza ascoltare il corpo. Prima o poi, inevitabilmente, arrivi a un punto di rottura. Imparare da queste esperienze non è facile, soprattutto per una mente radicata nella competitività, nell’agonismo... Anche in questo caso è necessario trovare un equilibrio. Forse, nel mio rapporto con il tennis, è questa la sfida più difficile.”

 

Nel tempo hai mostrato una chiara immagine di te: naturale, elegante, stratificata, colta, soprattutto vera. Il rapporto con BOSS come si è inserito in questa definizione di te stesso al pubblico? E la connessione con un brand del genere cosa ha aggiunto/sta aggiungendo, in termini di possibilità espressive, ma anche di evoluzione personale, a Matteo Berrettini?

“Il rapporto con BOSS è un capitolo estremamente interessante della mia vita, perché è arrivato in un momento in cui ho iniziato a interessarmi per davvero a come mi sento nei miei vestiti. Prima seguivo mode e trend, o mi limitavo ad un jeans e t-shirt. Poi, ho realizzato che, effettivamente, l’esprimermi attraverso quello che indosso era un qualcosa che m’interessava. Poco dopo, sono entrato in contatto con Hugo Boss. Con loro è nato un dialogo stimolante: fin da subito, abbiamo condiviso idee su come sarei sceso in campo, sulle collezioni pensate per i diversi tornei, sui loro materiali, design e colori, su cosa fosse adatto per una specifica superficie... Mi sono anche ritrovato in contesti particolari, come le sfilate e i red carpet, che non tutti hanno la fortuna di vivere. Questo legame mi rende orgoglioso, perché la scelta è stata reciproca. BOSS ha deciso di diventare mio partner non solo per i risultati, ma per il mio modo di essere: per quello che rappresento come essere umano, non solo come giocatore. Credo sia molto significativo e bello quando un brand ti sceglie per come sei nella tua interezza.”

 

Collegandomi alla domanda precedente, che valore assume oggi il claim che accompagna il tuo rapporto con Boss, ‘BeYourOwnBOSS’? In che modo senti di rappresentare questo messaggio e come si traspone nel tuo approccio attuale alla vita?

“Significa proprio quello che ci siamo detti fino ad ora: essere sé stessi. A mio avviso, l’avere ben chiaro chi sei rappresenta l’essenza della frase stessa. Non vuol dire pensare solo a te. Puoi credere di essere il capo di te stesso, di avere un carisma che ti possa portare a fare qualcosa di buono nel mondo, nel mio caso il tennis… Ma mi piace pensare che ‘BeYourOwnBOSS’, in realtà, coincida con quello che sto costruendo, non solo in campo, anche grazie a chi sta al mio fianco: alla mia squadra, alle persone che lavorano con me quotidianamente. In generale, questo claim non riguarda solamente il colpire una pallina, tu contro l’avversario: è qualcosa di molto più grande. Per esempio, una delle cose più belle che mi sia capitata, è quando un bambino mi ha detto che portava il cappellino all’indietro perché l’aveva visto fare a me. Cose di questo tipo vanno oltre la partita vinta o persa. Chiaro, alla fine sei tu che scendi in campo, sei tu che devi creare le condizioni per fare le scelte giuste. Sei tu che devi avere il coraggio di sacrificare qualcosa per il tuo benessere, per la tua carriera. E non è mai scontato. Ma interpreto quel messaggio in modo più ampio, per questo lo sento davvero mio.”

Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss

Le tue passioni sono multidimensionali. Spesso si parla del tuo legame con il basket, con i manga, con la comicità… Cosa ti ha spinto a non vivere la condizione alienante del ‘Berrettini solo tennista’, nel tuo percorso?

“In realtà, io non sono nato ‘tennista’. Sono diventato tennista dopo. Fino ai vent’anni, ovvero decisamente tardi, non pensavo di poter arrivare a certi livelli. Mi immaginavo all’università, magari in un college americano, dove avrei giocato qualche anno per poi vedere cosa sarebbe successo. La svolta è arrivata durante un lungo infortunio al ginocchio, durato sette mesi proprio a cavallo dei vent’anni. In quel periodo, il mio mental coach mi fece notare che il tennis era una parte importante, ma anche che, contemporaneamente, avevo la fortuna di nutrire una quantità d’interessi fuori dalla norma. A suo dire, dovevo continuare a coltivarli. Non voleva mi limitassi al campo, così mi ha spalancato lui stesso nuovi mondi: per esempio, le filmografie di Sergio Leone e Tarantino, o una lunga serie di altri riferimenti che, magari, a vent’anni sarebbe stato difficile trovare o scoprire da solo. Ovvio, non tutto mi piaceva, ma avevo la sensazione che ogni novità equivalesse ad una nuova prospettiva. In quel periodo di pausa forzata dallo sport, e nel periodo che l’ha seguito, cioè l’inizio della mia vera ascesa tennistica, ho compreso che gioco meglio a tennis proprio quando riesco a nutrire altre parti di me. Ho dovuto e devo continuare a stare attento, perché la bolla in cui vivo tende a riportarmi sempre lì: alla pallina, agli allenamenti, ai tornei… Ma fuori so che c’è molto, molto di più, e che l’avere passioni parallele mi aiuta sia come persona, che come atleta.”

 

Arrivato ai 30 anni, cosa rappresenta per Matteo Berrettini il concetto di saggezza: un concetto che ritorna molto nelle tue dichiarazioni del presente e nei tuoi obiettivi, tennistici e personali, del futuro?

“Quando riesco a staccarmi dal ruolo di tennista e ad essere semplicemente Matteo, mi accorgo di vedere le cose con maggiore lucidità. Il rischio è quello di essere condizionato da una professione che richiede di essere presente, profondamente presente, 365 giorni all’anno. Quando un amico, mio fratello o i miei genitori mi chiedono un consiglio, riesco a mettere ordine, a essere utile. La saggezza, per me, sta nel riuscire a fare la stessa cosa con sé stessi. Ed è questa la parte più difficile: per certi versi, la più interessante della mente umana. A bocce ferme, sai benissimo cos’è giusto per te. Però, la vita, specie quella del tennista, ti pone molto raramente in una condizione di calma reale. Le emozioni sono sempre in movimento ed è complesso estrapolarsi dal proprio flusso emotivo. La vera sfida, come dicevamo prima, è riuscire a fermarsi e dire “questa situazione la conosco, questa paura l’ho già vissuta”, senza farsi travolgere dalle circostanze. Chiaro, dirlo è semplice, farlo meno. Negli ultimi anni ho lavorato molto su me stesso e credo di essere migliorato. Detto questo, non so se sono diventato saggio: credo sia difficile arrivare a sentirsi tale anche a 60 o 70 anni, figuriamoci a 30...”

 

Un lascito che evidenzi sempre con affetto è quello di Roger Federer, che prima dell’addio disse a te e a pochi altri eletti: “Non avete idea della fortuna che avete a poter continuare”. Giunto alla piena maturità della tua carriera, e con ancora tanto tennis di fronte a te, con che mindset vuoi vivere questa ‘fortuna’?

“Quel momento con Roger è stato fortissimo, particolarmente impattante. Eravamo tutti emozionati: io avevo le lacrime agli occhi, lui mi piangeva sulla spalla, mi giravo e vedevo Rafa o Novak nelle stesse condizioni… La cosa che mi ha colpito di più è che, in un momento così ‘suo’ come il ritiro, ha comunque voluto pensare a noi: ha voluto condividere. Sostanzialmente, ci ha detto: “Godetevi tutto questo, perché passa”. Ha anche aggiunto che, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe giocato altri 20 anni nel Tour, sottolineando come nessuno, in fondo, sia più grande dello sport stesso. Leggende come lui e Rafa mancano a tutti in campo, ma effettivamente il tennis va avanti. Da quel momento, ho cercato di fare mia la lezione: godermi maggiormente quello che faccio. Vale la pena giocare a tennis se stai bene. Se qualcosa non va, meglio fermarsi, prendersi una pausa e rigenerarsi. Perché se non stai bene, non te lo stai godendo davvero. Nel mio piccolo, sto cercando d’inseguire quest’obiettivo.”

Matteo Berrettini for Boss

THE ONE | PARIS

Il ‘The One’, la quest globale di Jordan Brand per il miglior interprete di 1 contro 1 tra le nuove generazioni di ogni continente, prosegue nella sua quarta tappa europea a Parigi, all’ombra della magica Torre Eiffel e immerso nelle vibrazioni di una community che pulsa attorno al Gioco, quella del Quai54. Riviviamo questo capitolo attraverso la lente di Nino Connois

Se Parigi è un arcipelago di culture e identità, il palcoscenico del The One si palesa come suo centro gravitazionale, come suo punto d’equilibrio e, contemporaneamente, nucleo propulsore. La Torre Eiffel che buca la retina, intrecciandosi alla forma circolare del canestro. Mani che si avvicinano a questa composizione artistica, fatta di ferro su ferro, allungando finger-roll cosmici, dopo serrate combinazioni di spallate e dietro schiena. Note battenti che si riflettono nel Gioco. Il Gioco che diviene ruvido scontro, pura estetica. 

Raggiungere la vetta individuale in questo grande ballo della Ville Lumière, a tinte Quai 54, non è cosa da tutti. Lo capisci vedendo terzi tempi allungati, distesi sulle prime file di un’arena illustre, e viva. Lo ascolti, negli ultimi due minuti di ogni confronto, quando all’ordine di ‘Low. Low. Low…” i ritmi hip-hop svaniscono, lasciando spazio alla quiete delle scelte decisive. Difendere forte o spendere fallo. Lasciare andare un floater, sullo sfondo di palazzi Haussmann, o travolgere l’avversario, appoggiando da pochi centimetri. 

L’unique. L’élu. L’élue. Le seul. La seule. Bisogna comporre il proprio efficace beat per divenire The One in questa capitale. Karl Djobet e Racky Camara riescono nell’impresa, vedendosi recapitare il biglietto per le finali europee di Londra dalle mani di Nicolas Batum, venerabile figura di culto del Gioco francese. Sono loro gli ultimi discendenti di MJ in una terra che sta, a tutti gli effetti, ridefinendo e indirizzando la legacy di ‘His Airness’ verso il futuro. E sono loro i protagonisti principali della ricerca fotografica di Nino Connois, che ha cristallizzato nel tempo il pomeriggio di Place de Sidney.

Questo focus è parte di una speciale collana editoriale che ci vedrà narrare tutti i capitoli europei del ‘The One’, a partire da quello di Madrid, che potete rivivere a questo link, di Lubiana, che trovate qui, e Belgrado, raccontato in questo focus. 

THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS

Cosa vi ha fatto innamorare della pallacanestro? E cosa rappresenta oggi il Gioco per voi?

Racky Camara: “È stata la mia famiglia a farmi conoscere il basket, soprattutto i miei zii e mio padre, quando ero molto piccola. Così è nato il mio amore per il Gioco. Il basket mi motiva ogni singolo giorno. La mia famiglia è sempre al mio fianco, mi spinge a dare il massimo e mi sostiene in qualsiasi momento.”

Karl Djobet: “All'inizio, in realtà, volevo giocare a calcio e fare il portiere. Mi sono avvicinato al basket grazie ai miei fratelli, Mathieu e Yann. Avevo cinque anni quando ho scoperto questo sport. Non lo so... me ne sono semplicemente innamorato. Ho sempre amato la sensazione di avere un pallone tra le mani. Oggi il basket significa tutto per me. È praticamente tutta la mia vita.”

 

MJ ha costruito il proprio gioco nel cortile di casa, sfidando suo fratello. Qual è stato il vostro primo playground o canestro? E quali sono state le vostre prime esperienze di uno contro uno?

Racky Camara: “La prima volta che ho giocato a basket è stato a Marny, insieme ad Aurélien e Guillaume. Sono davvero grata a loro, perché sono una delle ragioni principali per cui mi sono innamorata di questo sport. Mi hanno insegnato tantissimo e sarò sempre riconoscente per tutto quello che ho imparato grazie a loro.”

Karl Djobet: “Tutto è iniziato nella mia città natale, Lille, insieme a mio fratello Paul. Abbiamo cominciato a giocare insieme quando avevo appena cinque anni, quindi ero ancora troppo piccolo per disputare partite ufficiali. Ho iniziato a competere intorno ai sette anni e mi è piaciuto fin dal primo momento. Mio padre, riposi in pace, e Paul mi hanno insegnato tutte le basi: come palleggiare, difendere, tirare, scegliere il passaggio corretto... Sono stati loro a gettare le fondamenta del mio Gioco. Poi, quando mi sono trasferito a Parigi nel 2021, ho potuto fare un ulteriore salto di qualità e sviluppare davvero il mio basket.”

 

Quali sono le chiavi per dominare l’uno contro uno? Che tipo di energia serve per avere successo in una disciplina così unica nel suo genere?

Racky Camara: “Nell'uno contro uno, la chiave è mantenere la calma e avere fiducia nel proprio Gioco. Bisogna saper leggere l’avversario, avere pazienza, sfruttare i propri punti di forza e prendere la decisione giusta al momento giusto. La difesa è importante quanto l’attacco: ogni possesso conta.”

Karl Djobet: “Bisogna essere mentalmente forti. È la cosa più importante. Poi bisogna essere pronti alla battaglia. Devi avere la mentalità di un guerriero, perché se non sei abbastanza solido mentalmente, qualcuno finirà per passarti sopra. Devi essere pronto: non esiste un’altra opzione.”

THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS

Che effetto fa giocare su un campo all’ombra della Torre Eiffel e circondati dai ritmi di una community come quella del Quai54?

Racky Camara: “Sono davvero felice, perché è una delle prime volte che gioco davanti a un pubblico così numeroso. È un’esperienza che mi piacerebbe rivivere, soprattutto a livello professionistico. L’atmosfera era incredibile.”

Karl Djobet: “È stato assolutamente incredibile. Era la prima volta che partecipavo a un torneo del genere: ho amato profondamente questa esperienza, non solo perché ho vinto. Giocare sotto la Torre Eiffel, davanti a un pubblico così numeroso, era intimidatorio ma, allo stesso tempo, indimenticabile.”

 

Avete vinto davanti ad un nobile della pallacanestro francese come Nicolas Batum. Che esperienza è stata?

Racky Camara: “Quando l’ho visto entrare in campo ero davvero emozionata. E sono felicissima di aver vinto davanti a lui.”

Karl Djobet: “Quando l'ho visto mi sono sentito come un bambino. È stato surreale, perché qui in Francia è una vera leggenda.”

 

Secondo voi, cosa rende Parigi la Città della pallacanestro?

Racky Camara: “Per me, a Parigi il basket è ovunque. La città ha una vera playground culture, tantissimi giovani che vivono e respirano questo sport e un livello di competizione incredibilmente alto. Ogni campo riunisce giocatori con stili diversi, dando vita a un mix unico di creatività, intensità ed energia. Parigi ti ispira. Riunisce la comunità del basket e spinge ciascuno a diventare un giocatore migliore. È per questo che, secondo me, Parigi merita il titolo di The One City.”

Karl Djobet: “La Francia, e in particolare Parigi, hanno prodotto tantissimi grandi giocatori. Basti pensare a Tony Parker o a Wemby. La cultura del basket qui continua a crescere e Parigi ne è il vero centro.”

THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
Nicolas Batum at THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS

Che effetto fa essere diventati eroi locali? E quanto lavoro nell’ombra è servito per arrivare fino a qui?

Racky Camara: “Sono davvero felice che le persone stiano iniziando a interessarsi a me. Adesso spero di vincere a Londra e poi di qualificarmi per le finali mondiali. Lavoro duramente ogni giorno sul mio Gioco e voglio dimostrare a tutti di cosa sono capace.”

Karl Djobet: “È una sensazione incredibile, perché tante persone non credevano in me. Nella mia prima partita ero sotto di dieci punti a un minuto e mezzo dalla fine. Ho continuato ad attaccare il ferro, possesso dopo possesso, finché non sono riuscito a rimontare e vincere. Le stesse persone che dubitavano di me sono poi venute a congratularsi con me alla fine del torneo. Ho lavorato ogni singolo giorno per arrivare fin qui. Prego ogni giorno. Sono convinto di aver vinto questo torneo grazie a tutto il lavoro che ho fatto: prima di ogni altra cosa, però, grazie a Dio.”

 

Ad Athleta Mag vediamo ogni disciplina sportiva come una forma d’arte a sé stante. Tu consideri la pallacanestro un’arte a sé stante?

Racky Camara: “Sì, assolutamente. Penso che il basket sia un'arte perché è un modo a sé stante per esprimere chi si è.”

Karl Djobet: “È un'arte. Non saprei davvero spiegare perché o trovare le parole giuste, ma quando giochi, o anche solo quando guardi una partita, hai proprio la sensazione che sia arte.”

 

Cosa rappresenta per voi essere i ‘The One’ di Parigi?

Racky Camara: “Sono così felice di aver raggiunto questo risultato… Ora sto già pensando alla tappa di Londra!”

Karl Djobet: “È una sensazione incredibile. Persino persone che non conosco mi fermano per strada per farmi i complimenti. Oggi ho affrontato giocatori di grandissimo talento, quindi faccio i miei complimenti a tutti loro. Sono semplicemente grato di essere riuscito a impormi.”

 

Cosa servirà per diventare i ‘The One On Anyone’ a Londra e, magari, anche a livello globale?

Racky Camara: “La prima e unica cosa è dimostrare a tutti che ho più fame di chiunque altro.”

Karl Djobet: “Devo semplicemente portare la stessa energia che ho avuto oggi. Voglio competere contro chiunque e lasciare tutto quello che ho sul campo.”

THE ONE | PARIS
Racky Camara at THE ONE | PARIS
Karl Djobet at THE ONE | PARIS
THE ONE | PARIS

Football Mundi | Mark Johnson

Per accompagnare la fase finale del Mondiale 2026, diamo voce a una serie di artisti globali che nel Beautiful Game hanno trovato una parte della propria identità, una musa che, ogni quattro anni, sprigiona la propria essenza più alta

“Il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in novanta minuti”, suggeriva George Bernard Shaw, scrittore e premio Nobel irlandese. Esistono romanzi le cui pagine non si tingono d’inchiostro, ma delle emozioni che un’intera nazione deposita sul rettangolo di gioco: narrazioni epiche, che ogni quattro anni rifuggono la carta, per adagiarsi sul manto erboso e per ispirare singoli individui, così come interi popoli.

In fondo, mai i Mondiali di calcio sono stati una semplice competizione sportiva. Piuttosto, hanno sempre rappresentato una delle più grandi opere d’arte collettiva, e performativa, del pianeta. Un rito globale, in grado di trasformare gol in iconografia e 90 minuti in memorie popolari: in storia universale. Mentre l’orizzonte dell’evento apicale del sistema calcistico inizia a delinearsi, abbiamo deciso d’indagare il suo impatto e la sua essenza lirica attraverso la testimonianza di una serie di artisti internazionali. Anime creative che hanno eletto il pallone a propria musa.

‘Football Mundi’ è un’indagine su come il Beautiful Game plasma, ha plasmato, e continuerà a plasmare il nostro immaginario, diventando linguaggio emotivo capace di abbattere ogni confine, e di mettere in relazione ogni identità, specie in occasione di un Mondiale.

Ospite di oggi, dall’Inghilterra: Mark Johnson.

Cos’ha significato il calcio nella tua infanzia e cosa ti ha fatto innamorare di questo sport?

“Il calcio è, da sempre, la mia vita: da piccolo, se non ero fuori a giocare a pallone, lo guardavo in TV. Premier League, Serie A, Liga, persino calcio argentino... Da ragazzo ho ammirato giocatori come Ryan Giggs dello United e Ronaldinho del Barcellona. Sono stati per me fonte incredibile d’ispirazione. Per strada, passavo ore a provare e riprovare le finte e i trick che li rendevano unici. Dagli 11 ai 16 anni ho giocato nell’academy dello Stoke City. Quando non inseguivo il mio sogno sul campo, ero a casa a disegnare i miei giocatori preferiti, le loro divise e le loro scarpe. Il calcio è stato il fulcro di tutta la mia infanzia.”

 

In che modo il Beautiful Game ha plasmato la tua evoluzione artistica, e perché hai scelto di farne una musa centrale nel tuo lavoro?

“Dopo aver mancato l'occasione di firmare un contratto da professionista, ho deciso di dedicarmi all'arte e alla grafica. Mi sono detto che se non avessi potuto giocare in un club della Premier League, avrei almeno potuto disegnare per loro. Circa sette anni fa, parallelamente al mio lavoro a tempo pieno come designer, ho aperto un account Instagram per condividere i miei lavori ispirati al calcio. Il mio processo creativo è alimentato da tutto ciò che ha plasmato in me l’amore per questo sport. Traggo ispirazione dalle maglie, dagli scarpini, dai giocatori del passato e del presente, dall'architettura degli stadi e dalla bellezza delle iconiche pubblicità degli anni '90. Il profilo è cresciuto in modo costante e, ad oggi, sono cinque anni che lavoro come creativo freelance nel settore sportivo. Ho sempre vissuto e respirato il mondo del calcio in varie forme, essere stato in grado di tradurre questa passione nel mio lavoro è un traguardo di cui vado molto fiero.”

 

Ci stiamo avvicinando alla fine dei Mondiali, che tipo di sensazioni, ricordi e riflessioni ti attraversano quando pensi all’evento apicale della cultura calcistica?

“Non vedo l’ora di scoprire quali momenti epici ci regaleranno le ultime fasi di quest’edizione! Voglio lasciarmi ispirare dalla bellezza e dalla potenza che solo un Mondiale sa offrire, trasformando quelle emozioni in arte. Come in ogni Mondiale, ho sempre un occhio di riguardo per i brasiliani, la Seleção gioca sempre con grande estro e libertà. Ripensando al passato, mi tornano alla mente frammenti di Francia ’98. Di Ronaldo ‘Il Fenomeno’, capace di trasformare ogni tocco di palla in pura bellezza, fino a quella sfortunata finale. Il Mondiale  porta però con sé ricordi tanto dolci, quanto amari per il mio Paese. In particolare, mi riferisco alla partita tra Inghilterra e Argentina. Un'altalena di emozioni, dall'incredibile gol in solitaria di Michael Owen, al cartellino rosso di Beckham e alla nostra dolorosa sconfitta ai rigori.”<

Se dovessi scegliere una delle tue opere per descrivere la potenza di un evento globale e sociale come il Mondiale, quale sarebbe e perché?

“Messi 10 - String Art. La maglia iconica con cui Lionel Messi vinse il Mondiale in Qatar 2022. È un omaggio al più grande calciatore di tutti i tempi. Realizzata con 1.390 chiodini e 510 metri di filo di cotone. Quest’opera d’arte vuole essere una metafora: i chiodini rappresentano i difensori avversari, mentre il filo, intrecciandosi tra loro, rappresenta l’eleganza e la fluidità dei movimenti del numero 10. Il suo controllo di palla e i suoi improvvisi cambi di direzione prendono vita in questa trama di cotone.”

 

In uno scenario in cui i confini tra arte e calcio sono sempre più fluidi, come speri possa evolvere il connubio tra queste due dimensioni?

“Il mio augurio è che i club e i brand scelgano di scommettere con decisione sulla visione di artisti in carne e ossa, piuttosto che affidare progetti all’intelligenza artificiale. Valorizzare la creatività umana e il tocco personale di un creativo è essenziale. Solo la sensibilità di un artista può cogliere sfumature emotive e culturali che un algoritmo non è in grado di riprodurre. Coltivare questo tipo di legame ci consentirà di creare opere d’arte capaci di celebrare la vera passione per il calcio sotto una lente estetica sempre più autentica. L’intelligenza artificiale può funzionare in alcuni casi, ma un artista con una solida esperienza si rivelerà sicuramente una preziosa risorsa.” 

CALCI DI RIGORE

 

Quale calciatore ha stimolato maggiormente la tua immaginazione durante un Mondiale?

“Ronaldinho: gioia pura, sorriso radioso, incredibili dribbling.”

 

Qual è la divisa più creativa che hai visto ad un Mondiale?

“La maglia del portiere messicano Jorge Campos, Mondiali USA del 1994.”

 

Qual è il gesto o il momento più artistico a cui hai assistito in una partita dei Mondiali?

“Il diciottenne Michael Owen che segna il suo famoso gol in solitaria contro l’Argentina, superando i difensori e insaccando nell’angolino alto.”

 

Partita più iconica vista durante un Mondiale?

“Inghilterra - Argentina, Francia ‘98: l’espulsione di Beckham.”

 

L’emozione più grande vissuta durante un Mondiale?

“Vedere Lionel Messi vincere finalmente il trofeo in Qatar dopo cinque tentativi.”


Un Sogno Condiviso | Sanremo Tennis Team

Sulla Riviera Ligure, terra promessa nella definizione del tennis che già è, si plasmano anche la racchette che saranno, inseguendo un sogno comune teorizzato dal connubio dei maestri Matteo Civarolo e Gianluca Mager, ed espresso dalla virtuosa filosofia del Sanremo Tennis Team, che ritraiamo al fianco di Altavia Court

‘Chasing Dreams Together’ cita il claim, meglio ancora, l’inno alla base dei quotidiani scambi di saperi, emozioni, pensieri, dritti e rovesci affacciato sulla celeberrima Riviera dei Fiori ligure. Siamo nella dolce Sanremo, e una serie di fendenti dai ritmi affini, seppur tutti differenti tra loro, attraversano tanto le reti tese di campi a picco sul mare, quanto le correnti placide che da esso giungono.

Variano gli interpreti da mattina a sera, restituendo tutti, però, il suono unico del futuro che avanza: di stili ed identità che si stanno, via via, definendo. Dentro e fuori il campo. Con essi, i sogni che li accompagnano: quelli di chi può, e deve, visualizzare un futuro fatto di scalate ai ranking ATP, e quelli di coloro che hanno già avuto modo di vivere il tennis pro, nell’intero suo spettro, e che oggi, alla luce dell’esperienza maturata, hanno deciso d’aiutare una nuova generazione a forgiarsi.

La bellezza di un set unico in cui progredire sportivamente. La profondità di un sistema di coaching fondato sì, sulla disciplina, ma scandito dall’essenziale matrice del divertimento, e da un’educazione che parte dall’esperienza concreta. Palesano ciò le testimonianze di Matteo Civarolo e Gianluca Mager, co-autori del Sanremo Tennis Team, un polo d’eccellenza tennistica azzurra e internazionale. Ed una realtà che abbiamo esplorato insieme ad Altavia Court.

Sanremo Tennis Team by Altavia Court
Sanremo Tennis Team by Altavia Court
Sanremo Tennis Team by Altavia Court
Sanremo Tennis Team by Altavia Court
Sanremo Tennis Team by Altavia Court

Come e quanto il tennis è entrato a far parte della vostra vita? Cosa vi ha fatto irrimediabilmente innamorare di questa disciplina?

Matteo Civarolo: “Ho iniziato a giocare a tennis a quattro anni e mezzo, grazie a mio papà. Ricordo una prova gratuita al circolo di Asti, dove sono nato: è stato quasi amore a prima vista. Ci prendevo abbastanza, diciamo così, e dopo quella prova ho iniziato subito il corso. In seguito, è stato un crescendo: prima a livello regionale, poi nazionale e internazionale. Mi sono tolto belle soddisfazioni soprattutto da under, giocando anche gli Slam Under 18. Poi ho avuto una carriera da professionista breve, circa due anni, perché ho scelto di iniziare l’università. Sono arrivato intorno alla posizione 850 ATP, poi mi sono dedicato allo studio universitario e successivamente ho iniziato ad allenare. Il passaggio da giocatore ad allenatore è stato molto naturale. È una cosa che mi è piaciuta subito.”

Gianluca Mager: “Ho iniziato a giocare a tennis intorno ai cinque-sei anni. Mio padre è sempre stato un grande appassionato di sport: vivevamo a poche centinaia di metri dal circolo, lui lo frequentava. Fu lui a mettermi nelle mani dei miei primi maestri. Notarono subito che colpivo bene la palla, e lo dissero a mio padre. Da lì è iniziato tutto. I risultati sono arrivati presto: a dodici anni ero molto forte, giocavo competizioni importanti come la Nations Challenge. Poi, ho avuto un periodo complicato durante l’adolescenza. Ero un po’ ribelle, davo priorità ad altre cose: gli amici, il bar, le prime discoteche. Però il tennis è rimasto lì, soprattutto grazie a mio padre, che mi ha sempre spinto a fare tornei, a iscrivermi agli Open, a restare dentro quel mondo. A un certo punto è arrivata l’occasione della Serie A1 a Genova. Cercavano un giovane che li aiutasse a vincere. Da lì, ho capito che dovevo smettere con le distrazioni e dare davvero priorità al tennis. Ho cambiato mentalità: autobus, treni, allenamenti, otto ore al giorno dedicate alla crescita tennistica... Ho fatto dei sacrifici importanti, ma mi sono sentito maturare: avevo un obiettivo. Nel 2013, dopo pochi mesi da questo switch, ho conquistato i miei primi punti ATP. È stato il vero inizio.”

 

Il tennis cos’ha rappresentato e cosa continua a rappresentare nei vostri percorsi?

Matteo Civarolo: “Per me il tennis è sempre stato passione. Ai livelli in cui giocavo richiedeva sacrifici, certo, ma non li ho mai vissuti davvero come tali, proprio perché a legarmi a questo sport era, prima di tutto, l’amore. Per questo facevo tutto in maniera naturale e spontanea. Mi è sempre piaciuto allenarmi, viaggiare, fare tornei, girare il mondo… E continua a piacermi oggi, anche se in una veste diversa: quella di allenatore.”

Gianluca Mager: “Il tennis è stato tutto: dai tornei nazionali ai Challenger, fino agli ATP e agli Slam. Il momento più alto è stato la finale a Rio de Janeiro, quando sono entrato nei primi 100 e sono stato convocato in Davis. La vita del tennista è bellissima, perché viaggi e vivi emozioni forti, ma fino a un certo livello è anche una battaglia quotidiana: condizioni difficili, pressione, risultati da inseguire... Quando finalmente ho raggiunto quel sogno, è scoppiato il Covid. Sono passato dalla finale ATP, al giocare in Davis in uno stadio vuoto, o a tornei cancellati, che mi hanno tenuto chiuso per mesi in casa. Il vero problema è che un atleta, specie un tennista, impiega anni per arrivare ad avere la giusta fiducia, a ‘cavalcare la giusta onda’. Io lo stavo facendo, in campo ero veramente in fiducia e potevo accedere a tutti i tornei, ma quella pausa mi ha fatto metabolizzare tutto, logorandomi. Per due anni ho vissuto tra tamponi, restrizioni, viaggi complicati…  A volte ero più teso per un test Covid che per una partita: le partite stesse non mi regalavano il mix di tensione e divertimento di prima. Poi è nata mia figlia, e viaggiare e allenarmi sono diventati sempre più pesanti. In generale, non mi è mai piaciuto farlo: lo facevo solo per il tennis, perché era, semplicemente, la cosa più importante. Ho avuto molti alti e bassi, ho smesso e ripreso. A un certo punto mia moglie mi ha detto che dovevo fermarmi, perché non riuscivo più a vivere così. Quando dovevo partire per un torneo stavo male, mi chiudevo in me stesso. In quel periodo ho iniziato a pensare davvero a cosa fare dopo. L’idea è stata fin dall’inizio, quella di seguire ragazzi giovani. Mi ha sempre affascinato, dovevo solo prendere piena consapevolezza di ciò.”

 

Perché avete maturato la scelta di diventare allenatore? Con che filosofia vivete questo ruolo?

Matteo Civarolo: “Quando ho finito l’università, non sapevo se continuare a giocare o iniziare subito a lavorare. Ho avuto la fortuna che mio padre gestisse il Tennis Sanremo, dove lavoro ancora oggi e dove abbiamo il nostro centro di allenamento. Ho iniziato dalle basi, con il mini tennis. È stato importante, perché poi sono passato agli agonisti, quindi a seguire Gianluca stesso, con cui abbiamo fatto un ottimo percorso, e successivamente Matteo Arnaldi: un legame che prosegue ancora oggi. Ho allenato Gianluca dal 2017 e siamo andati avanti insieme fino alla fine della sua ottima carriera da giocatore: il nostro rapporto attecchisce nel passato, la filosofia comune che accompagna il nostro lavoro si è costruita, ed evoluta, organicamente. A prescindere dal tennis, dal diventare campioni o meno, per noi l'importante è che imparino qualcosa grazie al contatto con noi. Che crescano in modo corretto e completo.”

Gianluca Mager: “È stato un passaggio naturale, anche se non immediato. Dopo essermi fermato ero combattuto: un giorno pensavo di riprendere, il giorno dopo di smettere. Però, sentivo che, ormai, quel ‘fuoco’ era venuto a mancare. Non avevo più quella voglia di spaccare tutto. Durante un match di qualificazione ho realizzato definitivamente che la mia carriera dovesse finire. Non stavo male, semplicemente avevo capito che forzarmi sarebbe stato farmi del male. A quel punto, è arrivato un ragazzo giovane a Sanremo: prima ha palleggiato qualche volta con me, poi si è trasferito con la famiglia e ha iniziato a lavorare sotto le mie indicazioni. Ho capito che mi piaceva davvero lavorare con i ragazzi giovani. Non l’ho studiata a tavolino. Mi viene naturale. Avendo avuto un’adolescenza un po’ particolare, riesco a immedesimarmi nei ragazzi che ho davanti. Per me non conta solo che diventino campioni: conta che imparino qualcosa, anche come modo di vivere e come educazione.”

Sanremo Tennis Team by Altavia Court
Matteo Civarolo for Altavia Court

A questo proposito, cosa cercate di trasmettere alle giovani promesse che avete modo di plasmare?

Matteo Civarolo: “La prima cosa è la disciplina. In questo sport, se si vuole migliorare, non si può prescindere da quella: dal mattino alla sera bisogna curare ogni aspetto della vita tennistica, dentro e fuori dal campo. Poi c’è l’impegno. E c’è una cosa che oggi, purtroppo, viene spesso sottovalutata: il divertimento. Tutto nasce da lì. Se un ragazzo non si diverte in campo, non può pensare di rendere e migliorare davvero. Serve equilibrio: disciplina e divertimento devono andare insieme. Il tennis, anche ad alto livello, resta un gioco. Oggi spesso non è colpa dei ragazzi: a volte sono i genitori a mettere troppa pressione troppo presto, e il rischio è che il ragazzo finisca per non voler più giocare.”

Gianluca Mager: “Per me e Matteo parte tutto da un presupposto: ci deve essere dialogo. Devi creare un rapporto in cui il ragazzo possa parlarti e tu possa parlare con lui, ma senza superare quella linea di rispetto e di ruolo. Non deve essere una caserma militare. Bisogna conoscere il ragazzo, capire come sta, ascoltarlo. Se un giorno è stanco o giù, va capito. Dall’altra parte, però, deve esserci sempre il massimo impegno possibile: se un giorno puoi dare l’80%, dai l’80%. I genitori ti affidano i loro figli: è una responsabilità. Allo stesso tempo, finiamo inevitabilmente per affezionarci, per preoccuparci per loro… Io sono padre, e in parte vedo crescere i ragazzi e le ragazze che alleno. Mi ricordo bene com’ero da alla loro età, e questo mi aiuta a capire cosa possa servire dall’altra parte. L’obiettivo è che stiano bene, e che apprendano cosa significhi impegnarsi al massimo.”

 

Il tennis è fatto di tecnica e talento perfezionato, ma soprattutto di equilibrio mentale ed emotivo. Come avete vissuto questo lato nei tuoi anni da tennista? E come cercate di farlo vivere ai tennisti che segui?

Matteo Civarolo: “È una domanda centrale, perché l’equilibrio mentale è una parte essenziale del tennista. Anzi, è proprio la sua essenza. È un equilibrio molto difficile da trovare in primis, da gestire poi. Oggi lo è ancora di più, anche per via dei social. Penso a Matteo Arnaldi: in alcuni mesi ha giocato poco ed è stato spesso criticato. Lui magari riesce a gestire queste cose, a non farsi toccare dal giudizio altrui, ma non tutti ce la fanno. Il rischio è entrare in un loop mentale negativo che non riguarda solo il tennis, ma anche la vita. C’è chi ha più personalità e riesce a reggere, chi invece fa più fatica. Questo è un tema che mai, come oggi, è stato così rilevante e importante. Per questo poniamo molta attenzione su questo aspetto, costruendo un percorso specifico, a livello mentale, per ogni atleta che seguiamo. Poi c’è un limite: come allenatori possiamo fare tanto, ma non tutto è nelle nostre mani.”

Gianluca Mager: “Molti dei ragazzi che seguiamo lavorano anche sul piano mentale, con una persona dedicata. È un lavoro a 360 gradi, di squadra. Ci confrontiamo tanto, quotidianamente, tra noi allenatori. Quando abbiamo iniziato questo percorso, con Matteo abbiamo messo l’aspetto mentale ed emotivo come primo punto della lista: i ragazzi che seguiamo non dovevano, e non devono, essere numeri. Non volevamo un sistema in cui uno arriva, porta un risultato e basta. L’idea condivisa è lavorare con un numero ristretto di atleti e seguirli per davvero. Vogliamo che qui si sentano parte di qualcosa, quasi di una famiglia… Che nei coach vedano chiari punti di riferimento. A prescindere dal livello, vige un rispetto massimo e comune: ogni tennista deve sapere che può parlare, che verrà ascoltato: che può affrontare i problemi insieme a tutti.”

 

Come si crea il sacro graal della fiducia in un tennista?

Matteo Civarolo: “Ho visto giocatori fortissimi, tecnicamente bravissimi, ottenere risultati inferiori al loro potenziale perché avevano poca fiducia nei propri mezzi o non avevano quella voglia di arrivare a tutti i costi. Il talento conta. La tecnica anche. Quando arrivi a certi livelli, però, il tennis giocato è solo una parte. È ovvio che devi saper giocare bene, altrimenti non arrivi in alto. Tuttavia, spesso ci sono giocatori tecnicamente molto forti che ottengono risultati mediocri, e altri da cui magari non ti aspettavi certi livelli che invece arrivano in alto, anche in top 100. Questo fa capire quanto contino la fiducia, la testa… La determinazione. Per alcuni, anche queste sono doti naturali. Per altri, il lavoro di costruzione della fiducia segue quanto abbiamo illustrato nella domanda precedente: è un processo a tutto tondo.”

Gianluca Mager: “La chiave di ogni atleta, ma anche di ogni squadra, è la fiducia. Quando sei in fiducia, raggiungi obiettivi anche impensabili… A me è accaduta esattamente questa cosa. Quando le cose vanno bene, viaggiano velocissime. Nemmeno te ne rendi conto… L’obiettivo di un allenatore sta nel mettere l’atleta nelle condizioni di raggiungere questa condizione e, contemporaneamente, di far capire come vada ricercata, e mantenuta, anche nei periodi più complessi, meno luminosi… La filosofia che seguiamo io e Matteo ragiona proprio su queste consapevolezze, il nostro vissuto aiuta molto nell’imprimere il giusto concetto di fiducia nei giovani atleti che seguiamo.”

Sanremo Tennis Team by Altavia Court
Sanremo Tennis Team by Altavia Court
Sanremo Tennis Team by Altavia Court

Il motto del Sanremo Tennis Team: ‘Chasing Dreams Together’. Cosa significa per voi inseguire sogni al fianco di giovani, specie in questo periodo dorato per il tennis italiano?

Matteo Civarolo: “Noi ci concentriamo prevalentemente su ragazzi tra i 12 e i 18 anni. È un’età in cui puoi dare un imprinting, non solo tecnico, ma anche nel modo di stare in campo. In questo momento storico, siamo fortunati: il tennis italiano sta vivendo un periodo straordinario, credo che nei prossimi anni ci sarà un ulteriore grande boom. Per noi è un punto di partenza molto positivo. Dal nostro canto, ci impegniamo costantemente nel gestire un centro in cui i ragazzi si sentano educati tanto alla disciplina, quanto al divertimento: un luogo dove puoi arrivare al mattino, restare in campo fino al pomeriggio ed essere contento di averlo fatto. Senza questo tipo di voglia, di desiderio, è dura allenarsi tutti i giorni, viaggiare, fare tornei e avere poco tempo libero… Soprattutto da giovani. Il sogno, per me, sta in questo processo condiviso, che lega nuove generazioni a questo sport, nei modi e nelle forme che riteniamo più corretti.”

Gianluca Mager: “Quando lavori con i giovani ritrovi emozioni simili a quelle che vivi da giocatore. Senti qualcosa dentro: solo chi l’ha vissuto, a qualsiasi livello sportivo, può capire di cosa parlo. Poco fa, ho accompagnato ad un torneo in Austria tre ragazzi e, anche se i risultati non sono stati eccezionali, mi sono sentito così orgoglioso di loro: per come si sono comportati, per l’atteggiamento che hanno tenuto durante le partite, per come hanno lottato... Quando ti ascoltano, provano a fare quello che dici e ci lavorano finché non ci riescono, sono grandi soddisfazioni.”

 

We often reflect on the relationship between art and sport, and tennis is undoubtedly a discipline with a deeply artistic dimension. As a player, did you ever feel like an artist? And now, as a coach, when you’re refining movements, gestures and technique, do you ever feel that you’re shaping artists in their own right?

Matteo Civarolo: “Da giocatore no, devo essere sincero. Quando giochi e ti alleni pensi a migliorare, sai su cosa devi lavorare e qual è la tua idea di gioco, ma non ragioni in quei termini. Da allenatore, invece, sì. È bellissimo prendere un ragazzo da un punto di partenza e vedere, mese dopo mese, come si evolve. A noi piace fare video, per poi confrontarli nel tempo e vedere i miglioramenti. Quando notiamo differenze positive nei gesti e nella loro efficacia, siamo sempre molto contenti.”

Gianluca Mager: “Non ci avevo mai pensato, sinceramente. Però è un modo interessante di vedere la cosa. Quando correggi un dritto, un rovescio, un movimento qualsiasi, in effetti stai lavorando anche su forme e dettagli. È una metafora calzante.”

Gianluca Mager for Altavia Court
Sanremo Tennis Team by Altavia Court

I vostri allenamenti si svolgono affacciati sulla Riviera Ligure e, a volte, proponete allenamenti direttamente sulla sabbia di Sanremo. Com’è vivere il tennis a stretto contatto con un luogo unico, come questa porzione d’Italia?

Matteo Civarolo: “Come dicevo, sono originario di Asti, mi sono trasferito a Sanremo in un secondo momento. Mio padre ha preso in gestione il circolo nel 2010, quindi ormai sono sedici anni che siamo radicati qui. Questa zona, tra Sanremo, Bordighera, Nizza e la Costa Azzurra, è speciale per il tennis. Ci sono accademie di fama mondiale come quelle di Piatti, Mouratoglou e Tsonga. Questo fa capire quanto il clima e il contesto favoriscano gli allenamenti. Noi ci alleniamo quasi sempre outdoor. D’inverno copriamo un campo, ma in generale il clima permette di giocare all’aperto praticamente tutto l’anno.”

Gianluca Mager: “Dal punto di vista tennistico, Sanremo è invidiata in tutta Italia. Siamo a mezz’ora da Monaco, in una zona dove il tennis è molto presente e dove negli ultimi anni sono nate tante realtà importanti. Dal punto di vista climatico è il massimo, e anche logisticamente la città è in una zona ottima. Senza dubbio è un posto ideale per allenarsi.”

 

L’accademia porta entrambi i vostri nomi: che tipo di rapporto vi lega, oggi, dopo aver vissuto entrambi una carriera tennistica ed aver sviluppato, insieme, questo virtuoso progetto?

Matteo Civarolo: “Io e Gianluca siamo amicissimi. Sono persino stato il suo testimone di nozze. Il fatto di aver viaggiato così tanto insieme, quando lo allenavo, ha rafforzato ancora di più il nostro rapporto. Per me è bellissimo aver costruito questo progetto con lui. Avere accanto una persona con cui lavori ogni giorno, con cui puoi confrontarti su tutto, ti dà una spinta in più. Noi stessi cresciamo fianco a fianco. Gianluca ha giocato ad altissimo livello e ha tantissima esperienza. Come ho già menzionato, oggi seguo Matteo Arnaldi in giro per il mondo, quindi passo molto tempo fuori Sanremo. Gianluca, invece, è molto più presente e si occupa del centro a 360 gradi. Ogni volta che finisco un impegno con Arnaldi, rientro immediatamente per tornare operativo insieme a lui.”

Gianluca Mager: “Il nostro è un rapporto molto profondo, anche se siamo persone riservate. Ci conosciamo da quando eravamo, praticamente, bambini. Matteo è arrivato qui a Sanremo, nel circolo dove sono nato e cresciuto: mi ha allenato, seguito e accompagnato lungo tutto il mio percorso. Ha sempre creduto molto in me come tennista. Quando ha capito che la benzina era finita, credo gli sia dispiaciuto, ma da quel momento è nato un progetto significativo, che portiamo avanti con passione. Oggi lavoriamo insieme su qualcosa che sentiamo veramente nostro.”

 

Che emozioni vi attraversano nel vedere evolvere gli atleti che seguite, sia da un punto di vista tennistico, che umano?

Matteo Civarolo: “È bellissimo. La cosa più bella è vedere un ragazzo che, al di là del fatto che vinca o perda, quando torna al circolo è contento di quello che sta facendo e del percorso che sta costruendo. Con ragazzi così giovani è presto per parlare di carriera, ma il percorso conta tantissimo. Se li vedi felici di allenarsi e crescere, è una grande soddisfazione, ed una grande emozione. Senza questo non ci può essere miglioramento, né tennistico né umano. A noi interessano entrambe le cose: farli crescere come giocatori e come persone.”

Gianluca Mager: “La cosa più bella è vedere questi giovani crescere, maturare. Arrivano poco più che bambini e li vediamo evolvere nel corso degli anni. Se riesci a trasmettere loro qualcosa che resta: un ricordo, un insegnamento, qualcosa di bello… Qualcosa che resti con loro per tutta la vita… Ecco, per me non esiste cosa, ed emozione, più importante di questa.”

Sanremo Tennis Team by Altavia Court
Sanremo Tennis Team by Altavia Court