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Kombat™ XXV, la seconda pelle del pallone compie 25 anni

Un quarto di secolo dopo Kappa glorifica la maglia che cambiò per sempre il design calcistico

Da un’idea radicale nata dalle menti dal centro ricerca e sviluppo e presentata agli Europei del 2000 a icona globale che parla di tecnologia, stile, memoria e futuro: Kappa celebra i 25 anni della Kombat™ con una nuova selezione di maglie che non sono solo prodotto, ma rito collettivo.

C’è un momento preciso in cui il calcio ha cambiato la sua pelle. Belgio e Olanda, Europei del 2000. L’Italia entra in campo con una maglia che sembra quasi disegnata addosso, più vicina a una seconda epidermide che a un tessuto tecnico. È la Kombat™ di Kappa. Non è solo un nuovo kit ma un gesto estetico, un atto di valorizzazione del corpo in uno sport che fino al giorno prima nascondeva, trattenendoli, muscoli, nervi, tensioni sotto strati di stoffa larga.

Dal cambio di secolo improvvisamente il gioco si fa più stretto, più estetico, più televisivo. L’aderenza riesce a raccontare meglio ogni contromovimento, ogni torsione; l’elasticità esaspera ogni contrasto, l’evoluzione tecnologica, valore intrinseco del brand degli Omini, rende visibile tutto, togliendo l’invisibile al regno delle pieghe di tessuto e portando i dettagli sotto la luce abbagliante dei riflettori. Il calcio non è più solo tattica: è immagine, linguaggio del corpo, racconto visivo.

Club Atlético Aldosivi Kappa Kombat XXV
Euro 2000 Italy Football Team Kappa Kombat Jersey from BasicNet Archive
Djibril Cissé in AJ Auxerre Kappa Kombat jersey
Deportivo Kappa Kombat XXV jersey
Empoli FC Kappa Kombat XXV jersey
Nacional Kappa Kombat XXV jersey

Celebrare una rivoluzione 

Venticinque anni dopo, ciò che al tempo sembrava futuristico è diventato quotidianità. Maglie aderenti, elastiche, pensate per la performance, sono oggi lo standard del calcio professionistico. Ma come spesso accade nelle rivoluzioni meglio riuscite, il punto zero resta impresso nella memoria collettiva e diventa specchio di un’epoca, proprio come quella Kombat™ del 2000, capace di ridefinire il modo di pensare alle maglie da gioco.

Per celebrare questo quarto di secolo, Kappa torna alle origini e allo stesso tempo le supera: nasce Kombat™ XXV, una serie di maglie celebrative che non sono solo un omaggio, ma una nuova tappa evolutiva. Leggere, iper-elastiche, disegnate come sempre al confine tra performance e stile, oggi si ricaricano di un ulteriore significato: avvolte da un tessuto composto da poliestere riciclato e elastan. Un mito che diventa contemporaneo anche nel rapporto con il pianeta.

“Keep on Kombat”

Il viaggio in questa rievocazione storica è iniziato lo scorso marzo, negli headquarters milanesi del brand, con la retrospettiva Keep on Kombat: una mostra che ha trattato la maglia come reperto culturale, oggetto di design, frammento di storia del costume nazionale, oltre che del calcio.

Ora quella riflessione si allarga al mondo. Tra lo scorso e questo weekend, 18 squadre sponsorizzate da Kappa indosseranno le versioni Kombat™ XXV in match ufficiali, trasformando i campi in una sorta di palcoscenico sincronizzato: una coreografia globale in cui lo stesso segno grafico compare a Genova e Firenze, a Nizza e Parigi, a Valladolid, La Coruña, Avellaneda, Rio de Janeiro, Madeira, Atene… in quella che più che una lista di città e di club, è una mappa emotiva. Una costellazione di tifoserie, dialetti, stadi, oceani, collegati da una stessa trama elasticizzata di memoria. Una narrazione modulare, che parla lingue diverse ma ruota attorno alla stessa idea: una maglia come simbolo condiviso, che trascende confini e fusi orari.

Kappa Kombat Archive
Red Star Kappa Kombat XXV jersey
Euro 2000 photo from BasicNet archive
ACF Fiorentina Kappa Kombat XXV jersey
Nice FC Kappa Kombat XXV jersey
Huracan Kappa Kombat XXV jersey

Dal campo alla strada, la leggenda continua

Oggi più che mai le maglie da calcio non sono solo abbigliamento sportivo ma diventano parte della cultura streetwear, come pezzi da collezione, oggetti da memorabilia. La collaborazione con Slam Jam, riferimento globale della street culture, ribadisce in modo netto questo passaggio: la Kombat™ non è, e forse non è mai stata, solo uniforme, ma simbolo di appartenenza a un determinato immaginario spazio-temporale.

La figura scelta per rappresentare al meglio questa nuova pelle è Djibril Cissé, ex attaccante francese e icona contemporanea di stile, uno di quelli che la Kombat™ originale l’ha indossata davvero, ai tempi dell’AJ Auxerre; e che oggi torna a vestire quella maglia a chiusura di un cerchio, portando in campo non solo se stesso, ma un’intera generazione. Una versione speciale della Kombat™ XXV che vive a metà tra il tunnel degli spogliatoi e il marciapiede urbano, tra curva e quartiere. L’ennesima metamorfosi da strumento tecnico a totem culturale, da mero indumento a dichiarazione di identità.

In venticinque anni la Kombat™ ha attraversato il calcio e la moda come una linea di tensione, un elastico che, allungandosi e ritraendosi, ha tenuto insieme ciò che un tempo sembrava separato: corpo e immagine, prestazione e stile, club e strada. Oggi Kombat™ XXV non è solo un anniversario, ma un modo per ribadire che quella rivoluzione non si è mai davvero fermata. 

La maglia resta contemporaneamente la stessa di sempre e si tramuta giorno dopo giorno in altro: un archivio di ricordi, un manifesto estetico. E mentre per due settimane il mondo del calcio si gode il ritorno di questa intramontabile silhouette, l’impressione è che quel vecchio slogan continuerà a risuonare, aggiornato a ogni calcio d’inizio: la leggenda non smette di correre.

Kappa Kombat XXV Slam Jam collab jersey
Kappa Kombat XXV Slam Jam collab jersey
Kappa Kombat XXV Slam Jam collab jersey
Kappa Kombat XXV Slam Jam collab jersey
Kappa Kombat XXV Slam Jam collab jersey
Kappa Kombat XXV Slam Jam collab jersey

Correre nella Svizzera d’America

La bellezza selvaggia e aspra delle San Juan Mountains, in Colorado, con i loro prati alpini e i canyon scavati dai ghiacciai, attira allo stesso modo appassionati di outdoor e runner, offrendo una sfida che va ben oltre l’ordinario

All’interno del guscio di nylon della mia tenda monoposto, piantata a 11.100 piedi nelle San Juan Mountains del sud-ovest del Colorado, resto immobile, fissando il lato inferiore, giallo girasole, del telo a pochi centimetri dal viso. La stanchezza mi avvolge mentre l’orologio si avvicina alle 21 e il mercoledì di inizio agosto scivola via. Ma il sonno, a questa quota, è sfuggente: il cuore batte in un ritmo che non riconosco. Ripercorro mentalmente gli eventi della giornata: la corsa di cinque miglia che speravo di portare a termine e che invece si è trasformata in una lenta, rassegnata camminata.

Abituata da una vita a correre su strada, con settimane da 55 miglia all’attivo, non avrei mai pensato che cinque miglia potessero essere così estenuanti. Ma, d’altronde, quei chilometri di routine non hanno mai avuto come sfondo un paesaggio di rocce aguzze e salite quasi verticali, dove ogni passo sembra un atto di sfida alla gravità. Oggi, però, non è stata una giornata come le altre. Ha segnato l’inizio del Summit Run Basecamp, un’esperienza immersiva creata da The North Face, in cui il trail running alpino incontra il campeggio in alta quota in uno degli ambienti più estremi e spettacolari degli Stati Uniti. Situato nelle San Juans—che ospitano la più alta concentrazione di cime oltre i 14.000 piedi degli Stati Uniti contigui—questo paesaggio chiede molto più della semplice resistenza. Pretende quella tenacia che solo i trail runner più esperti sanno evocare. Non c’è modo di sfuggire all’intensità dell’ambiente.

Questo viaggio segna anche il debutto di Flora Alpina, una capsule in edizione limitata all’interno della Summit Series di The North Face. Ispirata alla resilienza della flora d’alta quota, la collezione performance—sviluppata insieme ai migliori atleti del brand—incarna l’impegno di The North Face verso l’innovazione, fondendo in modo impeccabile durabilità, velocità e agilità. Al suo cuore c’è la Summit Superior Futurelight Jacket, un guscio leggero, termosaldato, che offre massima traspirabilità rimanendo al contempo completamente antivento e impermeabile. Realizzata con materiali riciclati, riflette l’impegno del brand a ridurre l’impatto ambientale senza compromettere le performance. La giacca si ripiega comodamente nella propria tasca, garantendo al tempo stesso praticità di viaggio e eccellenza tecnica. Un altro pezzo di spicco è la scarpa da trail Summit VECTIV Pro 3, progettata per offrire trazione e protezione di livello élite sui terreni più impegnativi. Grazie a una super-foam ultraleggera per un’ammortizzazione eccezionale e a una suola in gomma altamente aderente per stabilità su superfici sia bagnate che asciutte, è pensata per i trail più tecnici.

The North Face Summit Run Basecamp 2025

E quale luogo migliore per mettere alla prova questi design d’avanguardia, se non un terreno che richiede precisione tecnica, resistenza e una resilienza incrollabile?

Non mi definirei un’esperta di trail running, ma il mio percorso mi ha già portata attraverso alcuni dei terreni più inospitali al mondo: dalle creste frastagliate dei Pirenei francesi alle distese bruciate dal sole delle Aus Mountains e del deserto del Kalahari in Namibia, dalle strade aperte della Rift Valley in Kenya alle altitudini remote dell’Himalaya in Bhutan. Eppure, nulla regge il confronto con il richiamo grezzo e magnetico dell’alta montagna del Colorado. Qui il trail running va oltre il semplice ritmo e si trasforma in un viaggio più profondo, che tocca l’essenza stessa di questo sport, e della vita.

Ouray, cittadina storica incastonata a 7.792 piedi nel sud-ovest del Colorado, è il punto di partenza di questa avventura alpina. Conosciuta come la “Svizzera d’America”, sorge all’ombra delle San Juan Mountains, un paradiso selvaggio fatto di vallate vertiginose, cascate impetuose e cime innevate che bucano il cielo. Questa regione è una delle più giovani e geologicamente attive della catena delle Rocky Mountains. È un luogo in cui la forza primordiale della Terra è ancora tangibile. Le San Juans furono un tempo un ricchissimo giacimento d’oro e d’argento, che alimentò il primo boom minerario del Colorado. Ma queste montagne portano anche una profonda valenza spirituale per il popolo Ute, gli abitanti originari della regione, che vedevano nelle cime luoghi di connessione profonda con la terra e il cielo.

Quando metto piede sul sentiero di Senator Gulch—una gola isolata nascosta all’interno della Uncompahgre National Forest—vengo subito ridimensionata dall’immensità che mi circonda. Insieme a un gruppo di runner provenienti da tutti gli Stati Uniti, tra cui tre ultra runner professioniste sponsorizzate da The North Face—Erika Flowers, Klaire Rhodes e Kaytlyn Gerbin—affronto una salita di cinque miglia verso il remoto Hayden Backcountry Lodge, un eco-lodge immerso nell’isolata distesa della Richmond Basin di Ouray. L’obiettivo: guadagnare 2.900 piedi di dislivello e immergerci nella natura più selvaggia, mettendo alla prova i limiti sia dell’attrezzatura sia della resistenza umana.

Per i miei standard abituali, cinque miglia dovrebbero essere una passeggiata. Ma l’implacabile pendenza verticale le trasforma rapidamente in qualcosa di molto più impegnativo. L’aria rarefatta a 9.665 piedi mi ruba ogni ritmo, e fin dal primo passo il corpo protesta. Quella che dovrebbe essere una corsa confortevole si trasforma in uno shuffle goffo, intervallato da timidi tratti di jogging. Le rocce smosse e infide sotto i piedi rendono ogni movimento precario, costringendomi a concentrarmi su ogni singolo appoggio. La parte bassa della schiena si irrigidisce in risposta al terreno irregolare, ma c’è un brivido innegabile nella sfida: una sensazione di libertà che solo il trail running sa regalare, qualcosa che nessuna strada potrà mai offrire.

Mentre risalgo il sentiero tortuoso, delicati petali viola danzano ai margini del mio campo visivo. Le San Juans sono famose per il loro ricchissimo tappeto di fiori selvatici, con oltre 150 specie che esplodono in una profusione di colori. Tra questi spicca la iconica Blue Columbine, il fiore simbolo del Colorado, e la particolarissima Elephant Head, con petali contorti che si curvano in un inconfondibile profilo “a proboscide”. I colori brillano sullo sfondo delle cime innevate, creando un contrasto caleidoscopico tanto esaltante quanto la salita stessa.

Tre ore più tardi raggiungiamo finalmente il lodge, il traguardo dell’odissea di oggi. Mentre ci abbandoniamo a un riposo più che meritato, mi rendo conto che questa corsa, con tutta la sua fatica e il suo carico fisico, ha fatto molto più che mettere alla prova il mio corpo: ha ribaltato la mia prospettiva, radicandomi nella bellezza cruda e non filtrata di ciò che mi circonda. 

Quella sera, mentre il sole scompare dietro le cime frastagliate, incontro Eric Johnson, il proprietario del lodge e chef di formazione classica. Mi racconta di come, più di dieci anni fa, abbia lasciato Boulder per trasferirsi qui e costruire questo rifugio autosufficiente nel backcountry. Le sue storie traboccano di rispetto per la terra: dalla caccia e il tracciamento della selvaggina all’arte di stagionare e conservare la carne. Ma è il suo rispetto per la wilderness a restarmi più impresso—un valore che rispecchia da vicino l’etica di The North Face, fatta di esplorazione del mondo con scopo e responsabilità.

Più tardi, sotto una luna quasi piena, riesco a cogliere gli ultimi bagliori dello sciame meteorico delle Perseidi, che solca il cielo del Colorado come un nastro di luce che taglia l’oscurità. Ma appena striscio di nuovo dentro la tenda per riposare, arriva il temporale. La pioggia martella il tessuto, il vento ulula mentre cerco di prendere sonno, sapendo che la sfida di domani mi aspetta: una salita di nove miglia fino al Telluride Peak, che raggiunge i 13.514 piedi.

Il percorso promette di essere ancora più spietato, con 3.600 piedi di dislivello positivo. Eppure, mentre allaccio le scarpe e mi preparo ad affrontare la montagna, mi torna in mente una verità incrollabile che la corsa, soprattutto sui sentieri, mi ha insegnato: è una prova di perseveranza. A differenza del ritmo costante della corsa su strada, il trail esige un tipo di pazienza diverso—plasmato dall’imprevedibilità.

Mentre mi avvicino alla vetta, raffiche di vento implacabili minacciano di buttarmi a terra, eppure è proprio in questi momenti di lotta che l’immensità del paesaggio smette di essere soltanto umiliante e assume una dimensione profondamente spirituale. I miei occhi abbracciano il panorama mozzafiato—cime imponenti sopra laghi scintillanti—e capisco che l’ascesa stessa, molto prima di raggiungere la cima, ha già cambiato il mio modo di vedere le cose. Più l’aria si faceva sottile, più mi sentivo viva, attingendo energia dalla presenza imperturbabile della montagna. È qui, nel pieno della fatica e della grandezza, che riaffiora una verità profonda: i panorami più straordinari sono quelli conquistati attraverso le salite più dure.


Controcorrente | Liverpool Cross Challenge 2025

La galleria visuale di Danny Easton narra la perfetta simbiosi tra il capoluogo del Merseyside e il Cross Country britannico  

“Liverpool is the pool of life,” dice la parafrasi del suo stesso nome, nonché la più celebre citazione letteraria sulla città-Contea degli Scouse: una visione originata da Carl Gustav Jung durante un sogno, e interpretata dal filosofo-psicoanalitico-pensatore a tutto tondo come simbolo di rigenerazione psichica. 

Piscina della vita, dunque, che l’immaginario sportivo conosce, principalmente, per l’inclinazione verso il luppolo calcistico, di royal blue o rosso vestito che esso sia. Ma anche una città di pioggia, musica e voci forti, con un carattere fieramente popolare, come sosteneva un’altra mente radiosa come Dylan Thomas. 

Il Liverpool Cross Challenge 2025 non può che trasporre queste suggestioni in un’altra dimensione, ed epica, sportiva. In falcate impresse della stessa fatica che, per secoli, ha scandito il flusso del Mersey. Controcorrente. In ritmi cinetici che diventano versi, come vuole la tradizione poetica locale, ancora di più la sua eredità musicale. E in un’impetuosa ostinazione che solo la nebbia mista a fango, tipica degli scenari cittadini, può sprigionare. 

L’élite del cross-country britannico ha omaggiato l’essenza della ‘Piscina della Vita’. L’effetto di questo connubio viene raccontato dalla lente autoctona di Danny Easton.


Andare “Altrove” con Loïc Isliker & Noémie Equy

L’Arc’teryx Winter Tour fa tappa a Milano come un osservatorio itinerante sulla cultura contemporanea della montagna dove performance, estetica e narrazione convergono

Per questo terzo focus editoriale, entriamo nel racconto di Elsewhere, lo short auto-documentato dei registi–sciatori Loïc Isliker e Max Kroneck con la partecipazione di Noémie Equy ed Edgar Cheylus: un bivacco backcountry nelle Alpi francesi che è al tempo stesso uno studio sul campo di resistenza, intuizione, condivisione e costruzione dell’immagine.

Presentato insieme al programma di film e alle installazioni che hanno animato la tappa milanese, Elsewhere è meno un conteggio di cime conquistate e più una conversazione viva—tra il dislivello guadagnato lentamente e l’immediatezza delle riprese a mano; tra la linea tracciata sulla neve glaciale e il sogno prismatico in cui si trasforma; tra la solitudine di una tenda a 2.800 metri di dislivello e il ronzio della valle sottostante. Predilige i momenti colti in movimento, annullando la distanza tra atleta e autore affinché l’autenticità diventi il principio organizzatore del film. È qui, in questo dialogo non levigato tra fatica e rêverie, che il Winter Tour trova un’altra frequenza intima.

Abbiamo parlato con Loïc e Noémie delle skills del winter camping e del rischio creativo, dello sci come linguaggio più che risultato, e di come lo storytelling—sostenuto dall’apertura di Arc’teryx alla sperimentazione—possa trasformare una missione in montagna in un invito condiviso.

Partiamo da “Elsewhere”, un corto documentario che segue voi e altri due freerider nelle Alpi francesi, auto-documentato e auto-organizzato. Potete spiegarci com’è nato il progetto: l’idea iniziale e come si è evoluto?

Loïc Isliker: “L’idea è nata da Edgar, uno degli altri atleti del viaggio. A inizio stagione ci siamo detti che volevamo fare più esperienza nel winter camping. È partito tutto da lì. Poi ho parlato con Max sul filmare il progetto a modo nostro, secondo la nostra visione. Abbiamo iniziato ad organizzarci e alla fine della stagione, verso maggio, avevamo girato tutto. L’origine era semplice: andiamo in campeggio e impariamo più competenze possibili per diventare professionisti del camping invernale. Prima di allora forse avevo fatto un solo viaggio del genere.”

Per te era la prima volta? Com’è stata questa prima esperienza di winter camping?

Noémie Equy: “Sì, ed era qualcosa che desideravo fare da tutta la vita, quindi quando mi hanno invitata ho detto subito sì. Poi ho realizzato quanto dislivello avremmo dovuto fare e ho pensato: Ok… vado, ma sarà tosta. Alla fine campeggiare mi è piaciuto moltissimo. Mi aspettavo freddo e logistica difficili, ovviamente sono stati solo due giorni, ma l’ho trovata sorprendentemente gestibile. L’ho adorata.”

E le emozioni che vi siete portati a casa dall’avventura, vi hanno cambiato in qualche modo?

Loïc Isliker: “Completamente cambiato? Forse no. Ma è anche questo il messaggio del film. Per qualche giorno lassù ti senti come se fossi solo al mondo: i tuoi amici e la tenda. Poi torni in valle e il contrasto è totale. Quella sensazione magica, libera, che provi in alto, cerchi di portarla un po’ nella vita quotidiana. Da lì traggo molta energia.

C’è anche una parte di sofferenza: era maggio, già caldo in valle. Abbiamo caricato tutto in grandi zaini e salito quasi 1.800 metri di dislivello. Tornando giù, all’improvviso sei in auto, dormi nel tuo letto, c’è anche del sollievo. Ce l’abbiamo fatta, ed è stata un’esperienza incredibile.”

Noémie Equy: “È strano. Certo l’esperienza ti lascia qualcosa, ma vorresti portarne di più con te. È come un momento sospeso: quando finisce, finisce. Ne conservi una parte, ma pensi anche: Voglio rifarlo. Credo sia per questo che continuiamo a salire e a sciare, amiamo quella sensazione e non possiamo imbottigliarla per sempre. Mi piace anche che resti intangibile; non la puoi davvero afferrare.”

Edgar Cheylus
Loic Isliker
Noemie Equy
Max Kroneck

Com’è nato il nome “Elsewhere”? Perché l’avete scelto e cosa significa?

Loïc Isliker: “La sensazione di essere altrove è arrivata subito. Lassù… e poi d’un tratto torni in valle, con auto e altre persone. Il contrasto dà a tutto una qualità surreale, onirica. Così ci siamo detti: ‘Dove siamo stati? Siamo stati… altrove’. Certo, era un luogo preciso su un ghiacciaio. Ma il punto esatto contava poco. Importava che fossimo ‘da un’altra parte’—ed è stato bellissimo.”

Se doveste richiamare immagini specifiche—momenti che definiscono Elsewhere nella vostra mente—quali sarebbero?

Loïc Isliker: “Nel film vedrete che abbiamo portato con noi un oggetto: un prisma. È diventato la nostra metafora di quel tempo onirico lassù. Lo abbiamo usato per creare effetti—tonalità arcobaleno, un mondo astratto, leggermente irreale. Per me quel prisma è stato speciale. Ci abbiamo fatto molte immagini—lo noterete nel film. Un elemento molto estetico immerso nella natura.”

Noémie Equy: “Abbiamo lottato con le nuvole durante le riprese, ma hanno anche creato l’atmosfera sognante. Sciare dentro quelle nuvole è stato speciale. C’è una ripresa di drone su una mia linea in cui scendo a ridosso del banco di nubi—sembra un altro pianeta. Un momento bellissimo, e immagini altrettanto belle.”

Climbing, sci e dimensione visiva, riprese, fotografia. Come si sono intrecciati questi mondi paralleli durante il viaggio?

Loïc Isliker: “Io e Max abbiamo filmato tutto. Il nostro stile è riprendere in movimento—raramente mettiamo in scena o chiediamo un take due. Preferiamo il momento così com’è. Volevamo che tutto risultasse reale e umano, quindi abbiamo cercato di riprendere Noémie mentre faceva semplicemente ciò che stava facendo, senza interrompere.”

Noémie Equy: “Rispetto a uno shooting video classico, questo non era ‘uno shooting’. Era una missione. La vivi. Non pensi di rifare una scena. Sei nel momento, e basta. È più piacevole, e credo sia ciò che porta autenticità e umanità al film—perché lo stavamo davvero vivendo.”

Che ruolo ha lo sport in una produzione così? C’è un paradigma che sta cambiando dove lo sport diventa narrazione. Vivendo questo passaggio in prima persona da atleti, come lo sci diventa racconto?

Noémie Equy: “Amo lo sci e oltre a essere atleti, è anche il nostro lavoro, si spera, condividere passione ed entusiasmo. Se chi guarda prova ciò che abbiamo provato noi, è bellissimo. Lo sci può sembrare un po’ egoista—sei comunque solo nell’istante, anche se in montagna si è una squadra. Lo storytelling lo apre a più persone. Puoi ispirare altri a tentare le proprie avventure.

Quello che amo di più nello sport è il senso di comunità. Unire sport e arte, sport e dimensione sociale, conta. È più del solo risultato. Sento che il “puro” sport non basta più; voglio sempre altro. Questo cambiamento porta creatività, e mi piace molto.

Questa lente creativa ha cambiato il vostro sguardo sullo sport e sul concetto di performance?

Loïc Isliker: “Dipende. A volte ho obiettivi chiari, linee specifiche che voglio sciare. In quei momenti penso solo a sciare quella linea; e mi basta così. Altre volte immagino già come catturarla e da quale angolo raccontarla. È un equilibrio. A volte ti concentri sullo sci, a volte il luogo e le persone rendono naturale filmare e costruire una narrazione.”

Noémie Equy: “Riguardo al concetto di ‘performance’: Spesso la identifichiamo con la competizione o con lo sciare forte. Con film, foto e arte, quella parola si ridefinisce, ed è entusiasmante. Indica la direzione verso cui dobbiamo andare: una performance che può essere anche artistica, sociale, connessa. In questo, avere un brand come Arc’teryx che sostiene questa nuova visione, non solo competizione o trick perfetto, ma tale racconto fa davvero la differenza.”

Com’è essere supportati da Arc’teryx, creativamente e atleticamente, per realizzare progetti come questo?

Loïc Isliker: “Arc’teryx è speciale. Sono aperti alle nostre idee e visioni, niente sembra troppo folle. Questa apertura mi ispira a pensare diversamente e a catturare le avventure in montagna in modi nuovi. La possibilità di portare avanti queste storie, in modo unico, mi motiva a restare fresco ogni stagione ed esplorare le montagne a modo mio.”

Noémie Equy: “È significativo per me anche perché gareggio ancora nel freeride. Mi sento fortunata con Arc’teryx: non impongono una sola strada. Competere è fantastico, ma puoi anche scegliere altri percorsi. Quella libertà è essenziale e alimenta la creatività. Quando tutto è possibile, puoi scegliere la tua via nello sport. Creatività e libertà sono la chiave, qualcosa di davvero speciale di cui siamo fortunati.”

E presentare queste esperienze in un tour europeo, come qui a Milano, raggiungendo pubblici diversi mentre l’Arc’teryx Winter Tour continua in altre città?

Loïc Isliker: “È qualcosa di molto speciale. Non do nulla per scontato. Quest’anno il tour include anche un formato espositivo, e vedere il lavoro in uno spazio così è potente. Sono grato. Non vedo l’ora che la gente veda il film. Ci ho lavorato a lungo, e percepire la reazione del pubblico è unico. Sono molto emozionato per la première.”

Noémie Equy: “I feel lucky—honestly, it’s insane. I never dreamed of seeing a film I’m part of on a big screen. If 10-year-old Noémie could see this, she’d be like ‘I don’t believe it’. I feel so happy to share it. I hope people enjoy it—and maybe it pushes them to go into the mountains, to enjoy nature and the freedom we have.”


LAST LEVEL: NITTO ATP FINALS

Grazie a EA7, Official Outfitter delle Nitto ATP Finals di Torino, abbiamo ritratto l’apice della stagione tennistica, un ultimo livello popolato dai migliori interpreti di quest’arte sportiva, e scandito dalle vibrazioni del pubblico torinese 

Giocare a tennis è come giocare una partita a scacchi, sostenevano i fini dicitori del gioco decenni addietro. Erano altri tempi. Erano altre velocità. Altri ritmi. Oggi, il tennis viaggia in fast forward, denotando la naturale transizione dalla purezza del cantautorato, alla complessità di melodie elettroniche. Da romantica sfida scacchistica, per l’appunto, a videogame cibernetico. 

L’ultimo livello stagionale di questo scenario arcade, popolato da corpi sempre più statuari, e traiettorie sempre più chirurgiche, coincide con le Nitto ATP Finals di Torino. Sul cemento della Inalpi Arena di Torino ha preso vita non una semplice parata di nomi, ma il capitolo finale di una sfida che mai ha sosta, che mai può essere superficiale. 

I migliori al mondo, nulla di più, nulla di meno. Tutti riuniti per adempiere al senso primario dei rispettivi percorsi sportivi: la voglia di prevalere sull’altro, sugli altri; la necessità di scremare la competizione, di elevarsi a numero 1 dei numeri 1. Di vincere, su tutti. Come davanti ad una console, abbagliati però dai fari di un palcoscenico d’eccellenza, e dagli occhi di un intero movimento puntati addosso. 

Mente. Gesto. Pressione. Spettacolo. Grazie a EA7, Official Outfitter delle Nitto ATP Finals di Torino, abbiamo ritratto questo gran gala della racchetta. Lo abbiamo fatto alternando le nostre lenti a quelle di Geoff Lowe, catturando la potenza lirica di questo evento nella sua interezza.

Carlos Alcaraz at the Nitto ATP Finals
Lorenzo Musetti at the Nitto ATP Finals
Lorenzo Musetti at the Nitto ATP Finals
Jannik Sinner at the Nitto ATP Finals
Félix Auger-Aliassime at the Nitto ATP Finals
Lorenzo Musetti at the Nitto ATP Finals

In snowboard su Marte con Victor Daviet

Arc'teryx Winter Tour fa tappa a Milano come un osservatorio itinerante sulla cultura contemporanea della montagna—dove performance, estetica e narrazione convergono

Per questo secondo focus editoriale, puntiamo l’obiettivo su DVD, la serie videografica in corso di Victor Daviet, e sul suo dodicesimo capitolo, Ruby Frequency: un rider, molti collaboratori, e un terreno condiviso in cui stile, sperimentazione e istinto di montagna si incontrano.

Presentato insieme al programma di film e alle installazioni che animano la tappa milanese, Ruby Frequency è meno un “video part” lineare e più una conversazione viva—tra il flow del backcountry e le decisioni millimetriche in sala di montaggio; tra la linea incisa sulla neve e l’inquadratura scolpita in post; tra la gravità terrestre e il sogno cromatico di Marte. Daviet non si limita ad accumulare trick: riduce la distanza tra atleta e autore, trasformando l’azione in una camera d’eco in movimento, dove immagini, musica e color grading si sovrappongono, rispondono e destabilizzano le idee fisse su cosa debba essere un film di snowboard. È qui, in questo dialogo stratificato, che il Winter Tour trova un’altra frequenza intima.

Abbiamo parlato con Victor del motore creativo di DVD, collaborazioni, rischio narrativo e la convinzione che lo snowboard sia meno uno sport e più una forma d’arte, abbracciato ad un costante richiamo della natura.

DVD Vol.12 "Ruby Frequency" poster
Victor Daviet

Puoi raccontarci brevemente come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto con lo snowboard—anche in relazione all’arte e allo sport in sé?

Victor Daviet: “Se posso tornare un attimo alle origini: ho iniziato a fare snowboard a 8 anni. E ora ne ho 35, e lo snowboard è ancora la mia vita. Devo tutto allo snowboard. Gli sono estremamente grato. Ho trovato quella passione a 8 anni e ne sono rimasto agganciato. Sono cresciuto nel sud delle Alpi francesi. Ho iniziato in una piccola stazione e, passo dopo passo, ho continuato a evolvere.

Per prima cosa ho gareggiato nel freestyle—halfpipe, big air, slopestyle. Era molto tecnica, meno arte, ma miglioravo ed era un buon modo per crescere. Poi ho capito che non ero davvero un buon competitor. Competere contro i miei amici—cercare di battere i miei amici—non era nelle mie corde. Ho capito che non era per me. Stavo solo seguendo l’onda perché all’epoca tutti gareggiavano, ed era ciò che volevano i miei sponsor. In fondo non ero scarso, ma non era ciò che sentivo mio.

Ho capito che ciò che amavo davvero era scattare, girare, creare. Scattare con i fotografi per finire sulle riviste, cercando le immagini migliori. O lavorare con i film-maker per ottenere le migliori video part. Lì mi riconoscevo, perché era una competizione con me stesso—cercare di migliorare e tirare fuori il meglio, spingere il mio livello in montagna e provare a essere il più creativo possibile con quel giocattolo—il nostro snowboard—in quell’ambiente meraviglioso.

Ho fatto anche un po’ di street—jibbing—ma soprattutto sono un grande amante della natura. Poter giocare con quella “panna”, powder fresca, è stato semplicemente incredibile. Ho la fortuna di farlo da dieci anni. Ho ricevuto riconoscimento dalla community a livello internazionale, ed è bellissimo. Sono stato in tutto il mondo e ho capito che, per me, ogni snowboarder è un pittore che si esprime in esso. Ognuno ha il suo stile. Ti può piacere un quadro o un altro, ma lo snowboard è decisamente una forma d’arte. Non è uno sport.”

E che tipo di “pittore” ti senti?

Victor Daviet: “Uno che dipinge in maniera fluida. Tracciamo linee sulla neve, e secondo me è di una bellezza pazzesca. Fin dagli inizi, stare con artisti davvero talentuosi ha spinto la mia creatività. Stasera presento un film della mia serie DVD, ed è uno short film puramente creativo. Ovviamente c’è tecnica—non voglio essere solo un artista; voglio restare uno snowboarder forte—ma mescolata con una forma d’arte. Ultimamente ho giocato molto con questo progetto, DVD, e lo adoro.

In tutti i miei viaggi cerco di catturare non solo l’azione, ma il dietro le quinte—per conservare buoni ricordi su pellicola. Come atleti viviamo viaggi assurdi, e io sono un grande fan della fotografia in generale. Ho avuto la fortuna di girare con fotografi bravissimi da quando avevo 15 anni, ed è ispirante stare con persone così. È chiaro che un po’ di passione me l'hanno trasmessa.”

Venendo all’anteprima di stasera: ‘Ruby Frequency’. Il titolo stesso rimanda, come dicevi, al legame con il lato creativo dello snowboard. Perché questo titolo? Che cosa vuole comunicare al pubblico?

Victor Daviet: “Faccio un passo indietro. Per la serie DVD, questo è il volume 12, da tre anni gioco in quello spazio creativo. Collaboro con diversi registi, montatori, musicisti e altri rider. Ogni volta scegliamo un’idea: tu sei un video maker con un concept forte; io porto una proposta; ci conosciamo e creiamo un volume. DVD sta per ‘David Victor Digital’. È un format breve e per questo capitolo abbiamo collaborato con Félix Raffaelli, un giovane video maker di Chamonix—davvero talentuoso. Volevamo fare snowboard su Marte. La neve è sanguigna, rossa, e—come vedrete—il color grading è piuttosto deciso. L’obiettivo era volare, sognare, andare a fare snowboard su Marte. Questo era il senso del capitolo.”

Come dicevi, dopo la prima fase di gare lo snowboard e la produzione visiva hanno preso davvero il sopravvento. Come si intersecano questi due mondi nella tua vita e nel tuo riding? Quanto conta la parte sportiva—lo snowboard come sport—connessa alla dimensione più artistica della produzione?

Victor Daviet: “Alcuni rider lo vedono come sport—perché è uno sport; è alle Olimpiadi e tutto il resto. Ma nella mia visione lo snowboard è la mia passione assoluta. Per me non è uno sport; è una forma d’arte con cui ci esprimiamo in montagna, tracciando linee. Penso che dall’ambiente snowboard stiano nascendo molte tendenze che influenzano l’outdoor; tutto appare più aperto—soprattutto verso la direzione visiva e l’art direction. È bellissimo potersi esprimere così.”

Dai tempi in cui i video di snowboard erano soprattutto trick e soundtrack a oggi. Com’è avvenuta la transizione mentale? 

Victor Daviet: “È stata del tutto naturale. Ho filmato video part—trick, trick, trick—per molti anni. Dopo circa dieci anni avevo bisogno di una boccata d’aria fresca. Anche in quei video, però, è lo stile a fare la differenza, e nello snowboard lo stile è tutto. Cerchiamo di spingerlo e possederlo, come veri artisti. Io stavo già sviluppando il mio, ma quando ho avuto l’opportunità—quando ero un po’ saturo della classica video part—ho creato un progetto mio. Ho lanciato la serie DVD, completamente artistica. Poi ho iniziato un’altra serie, Trip Roulette, dove c’è un tipo diverso di creatività: un mix di avventura, ecologia e snowboard. È totalmente diversa da DVD: viaggio verso destinazioni casuali con un ospite e un mezzo di trasporto assegnato. È stato molto appagante, abbiamo vissuto avventure folli.

Per esempio, siamo andati in Norvegia con una vecchia Citroën che va a olio vegetale. Siamo partiti dalla Francia, guidato fino ai fiordi, surfato e poi rientrati. Siamo andati nel Regno Unito in bici per rider su piste di plastica. Abbiamo viaggiato con gli asini, in Pakistan; e in Corsica a vela. È stato davvero divertente. Un progetto creativo, ma meno “artistico” in senso da galleria.”

Che cosa significa per te essere sostenuto in questo processo creativo da un brand come Arc’teryx sia in montagna, sia sul fronte creativo, con la possibilità di mostrare la tua visione?

Victor Daviet: “La cosa grandiosa adesso è che Arc’teryx è molto aperto all’esplorazione fotografica, musicale, e alla creatività in generale: mi dà la possibilità di esprimermi. Non devi essere solo tecnico. Ovviamente vogliono rider tra i migliori, ma una volta lì ti danno la libertà di esprimerti come vuoi, ed è fantastico. Con queste serie credo di aver dimostrato chi sono stato, e ora ho la fiducia dei miei partner. È bellissimo poter prendere un’idea e realizzarla.

Con il team è sempre divertente—tutto scorre naturale. Il team manager fa il DJ; almeno cinque atleti suonano. Quando ci troviamo è pazzesco—ognuno mette musica per ore. Bei momenti, feste con il gruppo. Quando sei circondato da creativi, inizi ad avere idee creative e le condividi senza paura. Ti influenzi a vicenda. È per questo che siamo qui oggi: per ispirarci, sognare e poi realizzare i nostri sogni.”

Con questa lente artistica, esplorando la tua disciplina come qualcosa di profondamente tuo, trovi ancora il tempo per entrare nella tua “zona”, per fare snowboard e basta?

Victor Daviet: “La mia zona è la natura. È lì che faccio reset. È ciò che amo di più. Stare nella natura selvaggia, fare hiking, campeggiare. Qual È la vita reale? secondo me, la vita in barca a vela muovendosi grazie al vento o viaggiare in montagna con le tue gambe: quella è la vita vera. In città viviamo in un mondo parallelo, un po’ finto. Credo che quando sei profondamente connesso alla natura, quello sia il mondo autentico.”


Nuove inquadrature sportive - Basile Deschamps

Tra l’eleganza parigina e i sogni outdoor di Cape Town, Basile Deschamps traccia un nuovo spazio immaginario in cui lo sport diventa un gesto aggraziato, sospeso nello spazio e nel tempo.

Non è arrivato alla fotografia sportiva per vie tradizionali: è stata la passione, riaccesa dalle luci di Cape Town, a riportarlo allo sport. Nel silenzioso post-Covid ha preso in mano la macchina fotografica così come, un tempo, aveva fatto con la musica, imparando ad usarla per elevare la musa sportiva.

Dalle produzioni immaginate ai lavori reali, da eterno “mover”, Basile riesce a catturare l’espressione sportiva eliminandone il rumore, lasciando solo forza, potenza, dolore, morbidezza. Le sue immagini vivono dove il controllo della moda incontra la verità dello sport: reinventano l’inquadratura, estraendo l’azione dal contesto per arrivare alla sua essenza.
 

Basile ci ha parlato delle sue radici francesi e dell’esperienza africana, dell’influenza della musica, di un'infanzia sempre in movimento e di come tutto questo lo abbia portato a esprimere la sua interpretazione dello sport attraverso la fotografia, dove l’azione scivola fuori dal suo contesto e resta solo l’essenziale.

Nuovi luoghi, nuove ispirazioni

“La fotografia per me è una storia piuttosto recente, perché ho iniziato solo dopo il Covid. Vivevo in Sudafrica, a Cape Town, ed è lì che tutto è cominciato. È una città in cui stai sempre all’aperto. Questo ha acceso in me il desiderio di fotografare i nuovi paesaggi che mi circondava. C’è una montagna proprio nel mezzo della città. Ci sono le onde. Puoi andare a fare surf prima del lavoro. Puoi fare un’escursione subito dopo. Sempre trekking, corsa — che è quello che faccio — nuoto e vari sport outdoor. Era un altro mondo rispetto a quello che vivo ora a Parigi. È un posto in cui senti di avere il tempo per portare a termine le cose. Ci sono tantissime persone creative — un sacco di musicisti, un sacco di fotografi.

Quando è arrivato il Covid lavoravo nel turismo. Quindi niente più turisti. Avevo un sacco di tempo. Ho fatto il lockdown lì, vivendo con degli amici. Uno di loro era un fotografo di Chicago e io producevo musica da anni. Per me immagini e musica sono sempre state un’accoppiata perfetta per raccontare una storia. Così abbiamo girato una clip rap — lui era quello che rappava, io facevo le basi e curavo le immagini. Allo stesso tempo insieme a lui ho imparato a girare video e, tramite la musica, anche la fotografia. Dopo quel periodo ho pensato che forse mi sarebbe piaciuto farlo per lavoro, che avrei potuto farlo.”

Fake it until you make it

“Per iniziare con i primi shooting sono finito a creare finti editoriali per diversi brand legati alla corsa o al trail running, mescolando sport e moda così come li avevo in testa. Poi una volta tornato in Francia ho continuato a fare questi lavori con alcuni amici finché i brand mi  hanno iniziato a chiamare per realizzare campagne vere. E’ stato letteralmente un ‘fake it until you make it’. Ma ha funzionato e, dopo qualche mese, uno dei primi brand che mi ha contattato per scattare una campagna è stato Oakley.

Quella campagna mi ha aperto le porte. La community sportiva parigina in realtà è piuttosto ristretta, e dopo essere entrato in contatto con loro è stato come far scoppiare una piccola bolla. Una volta dentro, tutti sentono parlare di te e il tuo nome si propaga.

In sostanza, è iniziata così: finte produzioni a Cape Town con una luce e un background pazzeschi — lì non serve molto per rendere un’immagine bella — e poi il ritorno in Francia a fare cose per conto mio finché qualcuno non le ha davvero richieste.”

Crescere dentro lo sport

“Sono cresciuto a Lione e ho fatto sport per tutta la vita. Dall’equitazione quando ero bambino, alla corsa adesso, ho praticato cinque o sei arti marziali diverse, arrampicata e pallavolo. Lo sport è sempre stato parte della mia vita, ma non ho avuto una sola grande disciplina che mi abbia seguito durante la crescita.

Probabilmente la più importante è stata la ginnastica da adolescente. Siamo arrivati persino alle finali nazionali francesi, ma io avevo solo 15 anni. Per me è stata l’esperienza sportiva più grande perché eravamo in squadra, con discipline diverse dentro uno stesso sport. Essere stato un bambino — e ora un adulto — attivo ha influito di sicuro su come fotografo lo sport. Se sai cosa fanno gli atleti, se conosci uno sport e cosa possono fare, allora sai cos’è l’eccezionale. Se c’è un movimento, uno stile particolare — qualsiasi cosa che spicchi rispetto al solito — ovviamente lo noti. Forse è quello il momento in cui scatti. Se non conosci lo sport, potresti perderti questi momenti da insider.

Di recente ho fotografato il golf, di cui non sapevo nulla. Continuavo a fare domande perché dovevo capire cosa stavo guardando. All’inizio pensavo che il golf fosse un po’ noioso. Ma più imparavo, più pensavo: ‘che razza di sport è questo?’. È come freccette e baseball insieme. Ha stile e costanza, e puoi essere molto bravo, ma se sbagli una volta non fai più parte dei migliori. È difficile conoscere ogni sport — ma più ci entri, più diventa ricco. Capire cosa rende un giocatore davvero forte è super arricchente.

C’è anche un livello più profondo: quando dirigo o fotografo atleti, se abbiamo qualcosa di cui parlare — se condividiamo un’esperienza, anche se loro sono molto più forti di me — si instaura una fiducia diversa. Possiamo darci a vicenda ciò che serve se parliamo la stessa lingua. È fondamentale.”

Reinventare l’inquadratura

“Nella mia fotografia cerco di spingere un approccio sportivo con una sensibilità tipica della moda. Quello che amo della moda è che puoi inventare e creare un intero universo. Crei sfondo, luce, posa, attitudine, abiti, look — cosa molto più difficile nello sport. Nello sport o fai un editoriale oppure scatti qualcosa durante un evento, una partita. Per me ci sono due livelli: scattare ciò che esiste e rendersene conto, oppure reinventare la realtà intorno a ciò che esiste — incorniciarla in modo che non si capisca del tutto il contesto. Catturare l’essenza senza spiegare tutto ciò che la circonda.

La ginnastica di solito è in una palestra, la corsa di solito su una pista, in uno stadio… Tutto questo è contesto. Ma puoi togliere la pratica dal contesto e renderla totalmente diversa — farla diventare ciò che sogni che sia. Allora arrivi all’essenza dello sport. Un mio sogno, ad esempio, sarebbe fotografare la ginnastica non in una palestra. È pura — forza, respiro, dolore, eleganza — e una palestra raramente è elegante. Ma se controlli luce e sfondo, puoi cambiare la narrazione.

La fotografia sportiva è spesso stata, fino a poco tempo fa, normale, standard, del tipo ‘questo è ciò che succede’. A me non interessa solo ciò che succede — mi interessa ciò che voglio che sia. Magari è concentrarsi su minuscoli dettagli, o cambiare l’inquadratura in modo tale che le persone siano un po’ spiazzate e resti solo l’essenza del movimento. Per esempio, di recente ho fotografato il judo. Il contesto per me era abbastanza brutto: ledwall pubblicitari e colori terribili attorno al tatami, vista ostruita, angoli minuscoli dal livello del pavimento. Mi sono chiesto:‘come faccio a non avere questa cornice orribile negli scatti?’. Tutto deve sparire per arrivare alla purezza del movimento. Le immagini che ho prodotto sono quelle che portano lo sport fuori dall’arena, in una sorta di mondo teorico del judo — più estetizzato della realtà, con molta post-produzione — ma era quello che volevo trasmettere. A volte rispetto la realtà; a volte voglio portare le persone oltre, da un’altra parte.

Detto questo, l’essenza della fotografia sportiva per me non è una sola, dipende. A volte è totalmente estetica — uno scatto bello che semplicemente funziona. Magari l’esercizio è quello, e basta. Oppure è significativa — il più difficile — qualcosa che resta nella mente delle persone, in cui possano proiettarsi, identificarsi. Una vittoria, una sconfitta, un infortunio — momenti definitivi con cui spettatori e atleti possono relazionarsi. Ma è difficile creare un vero significato profondo in un solo fotogramma. Nello sport i temi possono essere il superamento, la vittoria, la sconfitta, il dolore. In un’unica immagine non puoi evocare molto più di questo. Quindi, per me, una buona fotografia sportiva è sorprendentemente accurata in un messaggio.”

La musica come sport

“Da giovane producevo musica, era il mio hobby principale; e ora che sono regista video, produco suoni per i miei film. È difficile legare direttamente la musica alla fotografia ma, in ogni caso, per me la musica è connessa allo sport. È ciò che lega uno sport a un ricordo. Può essere semplicemente la musica che stai ascoltando mentre lo vivi — qualcosa che ti motiva o ti affossa. La musica è così vicina alle emozioni che si attacca alla memoria, e lo sport fa parte della nostra memoria collettiva di esseri umani.

Alcuni dei miei peggiori e migliori ricordi sportivi sono legati a canzoni: quando ero bambino facevo gare di staffetta a cavallo e avevo circa 13 anni. Il mio cavallo era il più vivace; non riuscivo a controllarlo, troppo potente per me. Facevamo competizioni, viaggiando in tutta la Francia. Un giorno il mio cavallo si è imbizzarrito, le altre squadre correvano ancora e il pubblico mi fissava. C’era una canzone di una cantante francese degli anni ’90, Alizée, e quella scena mi è rimasta in testa come una scena cinematografica: io che inseguo il cavallo con quella colonna sonora. 

Penso davvero che la musica faciliti un immaginario. Collegare musica, fotografia e sport fa sentire di più le immagini. Ultimamente corro di più e, a seconda della playlist, corro in modo completamente diverso. Amo ascoltare R&B quando corro perché nella maggior parte delle uscite ricerco la tranquillità; l’R&B ha quello spazio in cui sei super rilassato ma puoi comunque andare veloce. La musica dà un contesto entro cui le tue emozioni scelgono una corsia: ‘sarò efficiente, sarò il migliore’ — oppure — ‘me la godo, è un momento sereno’.”

 

L’estetica dello sport va ancora reinventata

“La ginnastica è lo sport che vorrei affrontare in modo più contemporaneo. È così completo. Potrei fare uno shooting per ogni disciplina: volteggio, trave, corpo libero, anelli, parallele, sbarra — ognuna con mille cose da esplorare. Sarebbe un progetto bellissimo. Non ci sono davvero molte persone che l’hanno fotografata così — è una nicchia, per questo non è stata sfruttata. Spero davvero di farlo presto.

Un’altra area che vorrei approfondire è in realtà un altro modo di lavorare con la camera: in acqua — il surf, e altri sport acquatici. Fotografare in acqua è un esercizio difficilissimo — molto peculiare — e super interessante da esplorare. La mia visione delle immagini non è fattuale; è più fantastica, immaginativa. Con la distorsione dell’acqua puoi mostrare senza mostrare. È un altro elemento che vorrei esplorare.

Probabilmente queste sono le mie due anime: il lato parigino che ama la moda — rigore, grinta, immagini belle — e il lato di Cape Town — natura, morbidezza, sogno, astrazione. Due estetiche che mi piacciono; due discipline — ginnastica e sport d’acqua — che le incarnano alla perfezione.

La domanda che mi faccio sempre oggi è su quale sarà il prossimo sport, come rappresentarlo meglio. Il vero obiettivo è prendersi il tempo per fare esattamente ciò che vorrei: un ponte tra estetica fashion e sport nella mia fotografia. Ma serve preparazione e, per farlo accadere, servono tempo, le persone giuste, il set giusto — cose non facili da trovare. Se posso estrarre poesia da una disciplina che a prima vista non è ovviamente poetica, se posso portare quel tipo di sensibilità in discipline che di solito non la ricevono,  per me è un successo. E se collego quella sensibilità a un’idea e ad un ambiente che non hanno nulla a che vedere con lo sport di partenza — allora è una vittoria.”


“Résonance” - An Arc'teryx Winter Tour Exhibition

L'Arc'teryx Winter Tour arriva a Milano come osservatorio itinerante sulla cultura di montagna contemporanea, dove prestazioni, estetica e narrativa convergono.

Per questo primo focus editoriale abbiamo rivolto il nostro sguardo su “Résonance”, la mostra fotografica congiunta di Matteo Challe e Julien ‘Perly’ Petry: due generazioni, due grammatiche visive, un unico terreno condiviso fatto di neve, rischio ed esposizione silenziosa.

Presentata accanto alla selezione di film e alle installazioni che animeranno la tappa milanese, ‘Résonance’ è meno una retrospettiva dell’ultima stagione invernale e più una conversazione visuale: tra sci e snowboard, grana analogica e precisione digitale, pendii solitari e il brusio intenso della città. Nella loro produzione visuale Matteo e Julien non si limitano a documentare l’azione: scardinano la distanza tra atleta e osservatore, trasformando il fotogramma congelato in un eco di prospettive, dove le immagini si sovrappongono, si rispondono e mettono in discussione l’idea stessa di autorialità. È in questo dialogo stratificato che il Winter Tour trova la sua frequenza più intima.

Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Matteo e Julien della loro mostra fotografica, che unisce due estetiche e due visioni tanto distinte quanto sovrapponibili nella loro essenza: l’amore per la natura e la capacità di raccontare lo sport come forma d’arte.

"Résonance" Arc'teryx Winter Tour Exhibition Poster

Tecnicamente, la “résonance” è un’oscillazione spinta alla massima intensità da una forza esterna. Come titolo, diventa una chiave lirica per esplorare in modo intimo i vostri percorsi e la sottile connessione tra natura, esperienza, emozione e sci. Perché avete scelto questo nome per la mostra?

Matteo Challe: “Per me, résonance porta con sé l’idea di globale: di pensieri che viaggiano, si trasformano e ritornano. Qualcosa nasce nella mia mente, io lo esprimo, qualcun altro lo riceve attraverso la propria esperienza. Quando torna indietro, è cambiato. Questo scambio, questo eco in una nuova forma, è ciò che intendo per résonance ed è così che cerco di raccontarlo nella mostra.

È legata anche al modo in cui viviamo la montagna: quei momenti in cui siamo lontani da tutto, completamente soli ma non in senso negativo—piuttosto sospesi, esposti, vigili. Le sensazioni che proviamo quando lavoriamo e fotografiamo lassù non sono paragonabili a ciò che sentiamo poi, quando mostriamo le immagini in città. Questo scarto tra la solitudine delle vette e l’esperienza condivisa in galleria è un’altra forma di risonanza.”

Perly: “Il nome è stato scelto da Matteo dopo un lungo confronto, e per me è stato subito evidente che fosse quello giusto. In francese, résonance richiama l’idea di eco, ed è esattamente ciò che accade: siamo fuori, apparentemente dispersi nella natura, e poi le immagini tornano a vibrare tra di loro quando le riportiamo in città. La parola cattura ogni livello di ciò che facciamo vedere nella mostra. Avremmo potuto scegliere molti altri titoli, ma questo è quello che ci è sembrato più pertinente.

Descrive anche il dialogo tra i nostri lavori. Esporre insieme permette alle mie immagini di risuonare con le sue, e alle sue con le mie. Non si tratta di contrasto o competizione; al contrario, si tratta di dimostrare che due visioni diverse possono echeggiare l’una nell’altra e costruire comunque un insieme coerente, capace di far pensare. Anche questo, per noi, è ‘résonance’.”

In che modo questo concetto prende forma all’interno della mostra?

Matteo Challe: “Fin dall’inizio abbiamo deciso che non volevamo che i visitatori ci mettessero a confronto, ma che percepissero il nostro lavoro come qualcosa che si fonde. Per tradurre l’idea di résonance, abbiamo immaginato diversi allestimenti, che cambiano a ogni tappa del Winter Tour e che scoprirete a Milano.

Giochiamo con pareti in opposizione, collage, trasparenze: immagini sovrapposte, fotografie intrecciate invece che isolate. Ogni scelta riguarda associazione, sovrapposizione, dialogo: fotografie che si richiamano da un lato all’altro dello spazio, costruendo un linguaggio visivo comune invece di due firme separate.”

Sci e fotografia. Come si incontrano questi due mondi paralleli nelle vostre vite?

Perly: “Per me è nato tutto dallo snowboard. La fotografia era solo un modo per restare in montagna con i miei amici. Senza lo snowboard, non so se sarei diventato fotografo. Ma dopo quasi vent’anni, la macchina fotografica è diventata parte della mia identità. Resta però lo snowboard alla radice.

Per questo, nel mio lavoro, la performance dell’atleta rimane sempre centrale. Il mio primo pensiero è: come posso far brillare questo momento? La fotografia deve rendere onore all’azione.”

Matteo Challe: “Ho iniziato a sciare molto presto. È stata la mia prima, grande passione. Ho studiato fotografia lontano dal mondo dello sci, ma è rientrato subito nella mia produzione fotografica. Dopo pochi mesi di scatti sapevo già che sarebbe diventato il mio lavoro—non c’erano alternative.

L’incontro tra le due cose è avvenuto in modo naturale. Oggi la fotografia occupa la parte principale della mia vita, e lo sci è l’ambiente in cui mi sento completamente a casa. In inverno, quando viaggiamo per fotografare, è lì che si concentra la mia passione più profonda. Lo sci mi dà la libertà e la sicurezza per sperimentare, per provare cose che non ho mai visto prima, per spingere più avanti il mio linguaggio visivo.”

Quali similitudini e differenze vedete tra il gesto atletico dello sci/snowboard e il processo di raccontare quel mondo attraverso le immagini?

Perly: “Ora vedo lo snowboard come una forma d’arte. Non ogni curva o ogni trick, ma il potenziale c’è. All’inizio mi ha catturato l’assenza di regole rigide in questo sport. Sono cresciuto provando sport con strutture molto definite—calcio, judo, tennis—dove tutto è codificato. Lo snowboard era l’opposto: nessun percorso imposto, solo il desiderio di migliorare per poterti esprimere meglio.

Quella libertà è esattamente il punto di contatto con la fotografia. Entrambe sono linguaggi personali. Se capisci lo snowboard e poi passi alla fotografia, il passaggio è naturale: vuoi valorizzare la performance, ma anche costruire un’immagine nuova, attingendo alla moda, ad altri sport, alla pittura, ai video musicali. La principale somiglianza è questa: ti offrono uno spazio senza regole fisse, in cui definire il tuo codice.”

Matteo Challe: “Non direi che sci o snowboard siano di per sé forme d’arte, perché non ogni rider è un artista. Ma gli sport invernali possono sicuramente diventarlo. Alcuni atleti—come Edgar Cheylus, uno dei primi sciatori con cui ho lavorato—creano con una tale intenzione artistica che lo percepisci subito quando scatti con loro.

Quando atleti e fotografi condividono una visione chiara e costruiscono qualcosa in modo consapevole—dal concept alla realizzazione—avvengono sempre cose uniche. Non è più solo documentazione, è creazione. Ed è qui che la connessione diventa essenziale: con alcuni rider è difficile, con altri tutto fluisce. Serve quella sensibilità comune. Quando si è allineati, allora sì, ha senso parlare di espressione artistica.”

Questa mostra raccoglie i vostri lavori dell’ultima stagione e mette in dialogo due sguardi generazionali sulla stessa protagonista: la montagna. Come è nata l’idea di farlo insieme?

Perly: “Viviamo entrambi ad Annecy, quindi già ci conoscevamo e ci incrociavamo spesso agli eventi e alle Academy di Arc’teryx. Sono contesti che riuniscono molti fotografi interessanti, ed è lì che abbiamo iniziato davvero a entrare in sintonia—passando tempo insieme, guardando i lavori dell’altro.

La scorsa stagione Matteo era più concentrato sullo sci, io più sullo snowboard. Ci siamo ritrovati a Tokyo nello stesso momento, ci siamo visti al volo, poi io sono andato in Canada e, quasi per caso, ci siamo ritrovati a scattare di nuovo insieme. Nel nostro mestiere succede raramente: di solito c’è un solo fotografo, e lavori da solo.

Paradossalmente, proprio condividendo discese, mezzi, soggetti—ridendo, osservando gli stessi momenti da angolazioni diverse—abbiamo capito quanto fossero differenti i nostri approcci. Due prospettive, due generazioni, due background, ma un contrasto fertile, non divisivo. Da lì è nata l’idea di un progetto comune. L’abbiamo proposto ad Arc’teryx, che ci ha creduto subito, e così è nato ‘Résonance’ per il Winter Tour.”

Matteo Challe: “Julien è un ‘OG’, lavora in questo mondo da vent’anni. Io faccio parte della nuova ondata di fotografi più giovani, con visioni e riferimenti diversi. Spesso si racconta questo rapporto generazionale come uno scontro, ma per noi è stato l’opposto.

In montagna lavoriamo in maniera diversa—lui più analogico, io digitale, con grande attenzione alla post-produzione—ma quando abbiamo messo le nostre immagini una accanto all’altra, al computer, eravamo entrambi sinceramente colpiti dal lavoro dell’altro. Quando abbiamo iniziato a mescolarle per la mostra, il risultato aveva molto senso. Se prendi una singola foto, forse puoi intuire chi l’ha scattata. Ma quando tutto si mescola—trick, lifestyle, paesaggi, atmosfere—diventa molto più difficile dirlo.

Era proprio quello che volevamo: tornare ai fondamentali della fotografia—luce, composizione, sensazione. Il dialogo generazionale c’è, ma è sottile, sottotraccia.”

Invitate gli spettatori a rallentare e osservare con attenzione. Che cosa vi piacerebbe che cogliessero?

Perly: “Mi piacerebbe che si perdessero un po’: che provassero a indovinare chi ha scattato cosa e sbagliassero. Quella incertezza dimostra che la proprietà del singolo scatto conta meno dell’associazione e dell’emozione.

Se le persone escono con una sensazione addosso—un umore difficile da definire, la voglia di un nuovo inverno, uno sguardo rinnovato sulla fotografia di montagna—allora abbiamo centrato l’obiettivo. Si tratta di ispirarli a vedere e immaginare diversamente.”

Matteo Challe: “È una domanda complessa, ma spero che le immagini spingano il pubblico fuori dai meccanismi automatici dello sguardo. Vorrei che incontrassero composizioni inattese e si chiedessero: ‘Come è possibile? Come l’hanno realizzata?’. Lo scopo non è dare tutte le risposte, ma accendere domande nella loro testa. Se le mie fotografie riescono a far interrogare, pensare, sentire, allora sono felice.”

La mostra è accompagnata da ARC’HIVE, un’installazione sonora di Edoardo Rossano. Che cosa aggiunge a questa esperienza?

Perly: “Amplifica il campo emotivo. A Monaco, ad esempio, abbiamo proiettato le immagini su strati di tessuto semi-trasparente, creando sovrapposizioni e flussi continui. Il suono approfondisce questa immersione. Come nel cinema, la musica costruisce il tono, sottolinea tensioni o quiete, orienta ciò che provi senza imporlo. Per questa mostra è un elemento quasi naturale.”

Matteo Challe: “I nostri sensi sono connessi tra loro, e un approccio a 360 gradi rende l’esperienza più potente. Più riusciamo a renderla immersiva, più possiamo portare le persone altrove. Se immagini e suono possono, metaforicamente, prendere per mano qualcuno e accompagnarlo in un luogo sconosciuto—anche solo per un attimo—questo ha un valore enorme. La musica ci aiuta esattamente in questo.”

Che cosa rappresenta per voi il legame con Arc’teryx? Cosa significa rappresentare il brand in montagna e, allo stesso tempo, attraverso questa mostra nel Winter Tour?

Perly: “È stimolante, perché Arc’teryx è un brand disposto a sperimentare. Come fotografi investiamo un inverno intero a produrre immagini che spesso restano chiuse in un hard disk. Qui, invece, il brand non solo si fida di noi sulla neve, ma si impegna a dare spazio alle nostre foto, a costruire progetti intorno a esse.

Non sono molti i brand pronti a coinvolgere i creativi a questo livello. Arc’teryx è davvero una famiglia: non solo per gli atleti, ma anche per i fotografi. Questo riconoscimento conta. Mi sento privilegiato a farne parte e sono sinceramente entusiasta per la tappa di Milano.”

Matteo Challe: “Per me, la loro fiducia è tutto. Sono ancora all’inizio nel mondo della fotografia di sci, e avere un brand come Arc’teryx che mi lascia libertà di seguire la mia visione è una spinta enorme. La loro curiosità e apertura rispecchiano perfettamente il modo in cui penso le immagini.

C’è poi la dimensione umana: la facilità con cui si crea relazione con gli atleti e con il team interno. È una chimica rara. Spesso, come fotografi, facciamo fatica ad avvicinare i rider che stimiamo; con Arc’teryx i legami nascono in modo naturale, e siamo incoraggiati a proporre idee, a spingerci più in là. Ci sentiamo parte di un’unica famiglia estesa—atleti, creativi, staff—unita dallo stesso patto di fiducia. È proprio questo spazio condiviso che ha reso possibile ‘Résonance’.”


Artisti del Fighting

Viaggio nell’esperienza artistica della boxe, attraverso i protagonisti della magica notte milanese marchiata The Art of Fighting

“La boxe non è brutalità, è arte. Dio mi ha donato una velocità incredibile nelle mani, come se fossero uno strumento da usare… Cos’altro dovrei fare, se non combattere?”, sosteneva un’icona del pugilato anni ‘90 come Roy Jones Jr. Parole che trovano piena affinità nella serata proposta da The Art of Fighting - TAF all’Allianz Cloud di Milano. 

Una card che, davanti ad un'arena piena in praticamente ogni ordine di posto, chiaro segnale di una disciplina che mai ha abbandonato il DNA sportivo italiano, ha visto trovare casa a 3 titoli: quelli italiani dei pesi mediomassimi e piuma, reclamati rispettivamente da El Maghraby (leggi l’articolo completo qui) e Paparo, e il prestigioso EBU Silver, raggiunto da Morello. 

Più di cinture e ko, però, ciò che è scaturito dentro le quattro corde milanesi è stata una parata della nobile arte, del pugilato che, nei suoi più alti livelli, trova massima pienezza creativa, divenendo performance non solo atletica, ma anche artistica. Come tale l’abbiamo trattata con i vincitori degli incontri disputati, isolando anche la loro, personale, firma d’autore: il nickname, e le ragioni ed i valori ad esso connessi. 

TAF 11 - Allianz Cloud Milan
Christian Mazzon
Momo El Maghraby
Christian Mazzon
Dario Morello

Cosa rappresenta per te il concetto di ‘nobile arte’ applicato alla boxe?

Dario ‘Spartan’ Morello: “Penso che l’arte sia l’essenza umana, che viene veicolata tramite determinati canali. Compreso il combattimento. La boxe è esattamente come l’arte, ognuno la interpreta in modo personale, si vedono differenze stilistiche da pugile a pugile. D’altronde, qualcuno ben più forte di me diceva: “Il ring è la mia tela”. Dentro le quattro corde io mi sento una cantante soul, con enormi capelli afro. Peccato che le mie corde vocali non siano proprio a quei livelli…”

Jonathan ‘Black Mamba’, Kogasso: “Non è un caso che la boxe sia definita arte nobile. Facciamo un’arte elegante e, allo stesso tempo, violenta: bisogna saper maneggiare tutti i campi di quest’arte. Devi saper boxare, picchiare, reggere i colpi altrui… Sto cercando di padroneggiare tutto questo. Al momento mi sento un artista tecnico, ogni tanto mi lascio andare allo scambio, ma sono consapevole che un domani mi servirà anche questa componente della mia boxe”

Francesco ‘King Papachenko’ Paparo: “L’arte del combattimento per me è sinonimo di vita. Anzi, è vita. E dó tutta la mia vita per questa disciplina, perché mi fa crescere, mi fa cambiare, caratterialmente e mentalmente. Mi forma. Come la vita stessa. La vittoria di un titolo italiano, in questa forma d’arte, per me coincide con il termine sacrificio”

Mohamed ‘Momo’ El Maghraby: “La boxe è arte per definizione. Ed è un continuo percorso. In questo percorso, il titolo italiano era un qualcosa che mi aspettavo: un qualcosa che mi sono meritato e, soprattutto, ho guadagnato. Quindi, una serata come questa è normale per me: è tutta una cosa che avevo già vissuto. Dentro di me sapevo che sarei arrivato a questo punto”

Paolo ‘Gladiator’ Bologna: “L’arte del combattimento è misurarsi con te stesso, è misurare la persona che sei su quel ring. Ognuno porta la sua arte, lì. C’è chi è un guerriero, chi è più tecnico, chi è un picchiatore, chi un pazzo, chi è calmo. Io dentro le quattro corde mi sento un picchiatore pazzo, ma sono una persona normale nella vita di tutti i giorni”

Christian ‘La Iena’ Mazzon: “L’arte del fighting ha tante sfumature. Nel mio caso specifico credo sia più introspettiva: un combattimento contro me stesso, nella vita di tutti i giorni. I pugili, quando combattono, fanno uscire anche il loro tipo di carattere. Per me la boxe è disciplina. È un inseguimento continuo, ed è un insegnamento continuo. Faccio questo sport, e ne assorbo i valori, per combattere molti miei demoni”

Paul ‘Silverback’ Amefiam: “L’arte del combattimento è uno stile di vita, perché ciò che ti pone davanti il pugilato è, paradossalmente, la vita in sé: bisogna affrontare le proprie paure, le proprie insicurezze… E sono tutte cose che fanno parte della vita. Altre persone imparano ad affrontarle seguendo altre strade. Nel mio caso, il pugilato è stato essenziale nell’insegnarmi a vivere, a mettermi in gioco, a superare ogni difficoltà. E ad andare oltre i miei limiti. Questo rappresenta per me la boxe”

Simone ‘White Tiger’ Brusa: “È un arte che ti mette alla prova, sempre, e in cui devi avere le palle. Quando combatti là fuori, come è capitato a me, in territori ostili come la Spagna e con sole cinque persone al seguito, devi essere quadrato. E devi essere te stesso. Io sono Simone, sono tantissimi anni che combatto in questo giro, e match come quello di stasera mi emozionano ancora. Al PalaLido aveva combattuto mio nonno Giancarlo, io l’ho fatto qui all’Allianz, sono onorato di poter tramandare quest’arte familiare”

Momo El Maghraby
Jonathan Kogasso
Detail of Jonathan Kogasso

Qual è l’essenza del tuo nickname?

Dario ‘Spartan’ Morello: “Sono ‘Spartano’ nell’approccio al ring. Solo in questo. Con il passare degli anni, ogni match è diventato sempre più un bivio. Ogni match è il match più importante della mia carriera. Quindi, dato che ho investito tutta la mia vita in questa disciplina, non ammetto di perdere. Sono disposto a lasciarci le penne. In questo mi sento ‘Spartano’. In tutto il resto, direi proprio di no. Nemmeno negli addominali (ride ndr)...”

Jonathan ‘Black Mamba’, Kogasso: “Come tanti immagineranno, il ‘Black Mamba’ l’ho preso dal grande Kobe Bryant. Sono un enorme fan, da sempre. E noto delle similitudini tra le nostre caratteristiche fisiche e stilistiche. Sono agile, sono tecnico, so essere letale… Questo nickname lo sento mio, penso mi si addica”

Francesco ‘King Papachenko’ Paparo: “Voglio essere il ‘King’, il re del ring. Sono io il padrone. Papa, poi, è l’abbreviazione del mio cognome, e ‘Chenko’ è un omaggio ad un'icona del ring come Lomachenko, che mi ha ispirato molto. Nel nickname ho provato a collegare tutto, e spacca sentirlo dire. ‘King Papachenko’ direi che funziona, calza a pennello…”

Mohamed ‘Momo’ El Maghraby: “Non ho un nickname vero e proprio. ‘Momo’ è l’abbreviativo del mio nome, nulla di più. Voglio che resti tale, perché per la gente sono ‘Momo’. E ‘Momo’ è una sola persona, dentro e fuori dal ring, non cambia in base agli incontri, o alle situazioni. Momo è Momo” 

Paolo ‘Gladiator’ Bologna: “Il mio nickname nasce dal Calcio Storico Fiorentino. Ci ho debuttato da ‘piccino’, a 18 anni… Un bambino. La gente mi vedeva sul campo, mentre mi confrontavo con calcianti che avevano anche più del doppio della mia età, e si chiedeva chi fossi. Mi chiamarono ‘Gladiatore’, e quel soprannome è rimasto con me. Oggi i fiorentini di Santa Croce mi seguono ovunque, sono stati qui a Milano per giorni, pagandosi tutto… Sul ring rappresento questa famiglia, e il suo amore”

Christian ‘La Iena’ Mazzon: “I miei amici mi hanno definito ‘La Iena’ per la veemenza con cui mi alleno, fatta di aggressività e urla che esplodono quando tiro fuori i colpi veri. In generale, essere ‘Iena’ vuol dire affrontare la vita con fame, non farsi mettere i piedi in testa da nessuno…”

Paul ‘Silverback’ Amefiam: “Il motivo del nickname sta nel fatto che ‘Silverback’ è sinonimo di un carattere tranquillo, però molto territoriale. Il ring è il mio territorio. Chi ci sale, vuole minacciarmi. Ho imparato a crescere insieme a questo soprannome. Al momento mi sento ancora un ‘Baby Silverback’, ma match come quello di stasera mi fanno progredire sempre più verso la piena definizione di me in quanto pugile, e in quanto ‘Silverback’”

Simone ‘White Tiger’ Brusa: “La Tigre Bianca ha vari significati. In primis, la resilienza. In passato mi sono rotto una mandibola, ho subito un intervento pesante, ma sono tornato sul ring anche se tutti mi davano per finito. Non dico che non sia da tutti, ma ciò che so è che adesso i colpi hanno smesso di farmi paura. Sono risorto, in qualche modo. E questo animale incarna esattamente come mi sento ogni volta che salgo sul ring”

Mohamed ‘Momo’ El Maghraby
Davide De Lellis

Una ragazza e il Beautiful game – Jessie Gale

Grazie a DEFY abbiamo avuto l’opportunità di farci raccontare la vita di questa giovane leonessa senza paura che si sta creando un nome nella scena del calcio femminile inglese

Ogni storia d’amore ha la sua cornice, e questa inizia nel Nord di Londra, dove il vento profuma di erba appena tagliata e di Sunday roasts. Tra i sogni calcistici del fratello e la passione del padre, Jessie Gale non è mai stata il tipo di ragazza tranquilla e ferma: era quella con le ginocchia infangate e una passione selvaggia per il pallone.

Il calcio è diventato il suo linguaggio ed espressione di coraggio—fragoroso, solare, senza paura. Dalle partitelle con gli amici del fratello, che non tiravano mai indietro la gamba, tappa dopo tappa, il ritmo del suo gioco ha accelerato e i dettagli si sono fatti nitidi fino a sviluppare una visione e una consapevolezza del gioco tale da  far si che la pressione è diventata determinazione, nel ronzio di uno stadio che riconosce il suo nome. 

La costante della sua vita calcistica e non, è sentirsi bene con se stessa—scarpe in mano, capelli a posto, mente quieta, fiducia. Quella che segue è la storia di una ragazza che si è innamorata—non della fama, ma del gioco e della possibilità di rappresentare. 

L’Inghilterra le ha dato la mappa. Le scelte hanno guidato la strada. Il calcio le ha dato il giusto battito. E Jessie Gale sta correndo verso i suoi sogni.

Inghilterra, inizi e scelte

“L’Inghilterra è, per eccellenza, la patria del calcio. Ci scherzo sempre con la mia famiglia, ma uno dei miei primi momenti che ricordo legati al calcio è stato con David Beckham. Mio fratello giocava per l’academy dell’Arsenal nella stessa squadra di Cruz Beckham, e io passavo un sacco di tempo a bordo campo a guardarli con mio padre. Ogni tanto David si presentava e letteralmente mi mostrava come calciare un pallone. È un nome altisonante da tirare fuori, ma è vero—e il ricordo mi è rimasto.

Quando ero solo una bambina dividevo il mio tempo tra cricket e calcio, guardando mio fratello giocare e calciando un pallone contro qualsiasi cosa potessi. La mia passione per lo sport, nello specifico il calcio, viene dalla famiglia. Mio fratello è un professionista in Inghilterra, quindi sin da piccoli una palla volava sempre in casa, in giardino, in ogni stanza. Mio padre è un grandissimo tifoso. Non ero la classica ragazzina inglese che disegnava, giocava con le Barbie o danzava—stavo sempre fuori—così sono scivolata naturalmente verso il calcio.

Butlin’s è probabilmente il posto in cui ho capito davvero che il mio amore per il gioco era reale. È una catena di grandi villaggi turistici sul mare nel Regno Unito, un ‘holiday camp’ dove andavamo per i tornei. Weekend di calcio con le amiche del cuore, giochi tra una partita e l’altra— era pura gioia. È un luogo che spicca nella mia memoria e che collego all’amore per il calcio.

All’epoca facevo ancora metà e metà tra calcio e cricket, fino ai 14 anni circa. Poi un giorno semplicemente non ho più voluto giocare a cricket. È un gioco lungo, e se vieni eliminata presto stai seduta per ore. Ho smesso di divertirmi e di conseguenza ho iniziato a concentrarmi davvero solo calcio.”

Il calcio come linguaggio

“Piano piano il calcio è diventato più di un gioco. Era più un linguaggio per esprimermi. Sono sempre stata una ragazza rumorosa e frizzante, e il calcio mi ha dato uno spazio dove esprimermi. Il cricket e la scuola mi sono sempre sembrati spazi silenziosi; il calcio era una valvola, un posto dove potevo essere me stessa.

Sono sempre stata molto determinata. Crescendo in Inghilterra, il percorso calcistico può essere più inclinato verso le squadre maschili. Ma io ho sempre giocato con mio fratello e i suoi amici. Questo mi ha aiutato. So che altre ragazze hanno avuto esperienze più difficili, io non mi facevo toccare dalle opinioni altrui. Avevo un rapporto forte con mio fratello, quindi non sono mai stata davvero sola. Giocare con i ragazzi mi ha resa senza paura. I ragazzi possono essere duri e non tirano indietro il piede—così mi sono fatta le ossa.

Il passo davvero tosto è stato dal calcio giovanile all’Arsenal Women. E’ stato enorme. L’attenzione al dettaglio mi ha sconvolto—tattiche analizzate al microscopio, ritmo alle stelle, decisioni che avvengono dieci passi prima che la palla ti arrivi. Però mi ha fatta sentire una professionista vera. Fortunatamente  io con le emozioni me la cavo— ho la pelle spessa. Le partite importanti non mi spaventano, anzi sono le migliori; mi vibra il petto quando vedo il mio nome sul maxischermo dello stadio. Non ho un rituale fisso pre-partita per concentrarmi, chiudo gli occhi e mi focalizzo sul gioco. Non faccio mai due volte la stessa cosa—potrebbero essere i pancake la mattina, come fagioli su un toast. Faccio quello che al momento mi sembra giusto.”

Sentiti bene. Gioca meglio.

“Io sposo in pieno la mentalità ‘vestirsi bene per apparire bene; apparire bene per sentirsi bene; sentirsi bene per giocare bene’. Lo stile incide sul mio rendimento? Assolutamente. Se mi sento in ordine, gioco con più libertà. Mi piace che i capelli siano a posto e metto un filo di trucco—non perché voglia farmi notare, ma perché quel piccolo rito mi concentra. La gente dirà: “Non è una sfilata”, e va bene così. Per me la fiducia è pratica: quando stai bene con il tuo corpo e aspetto, il primo controllo è più pulito, le decisioni migliori, e ti muovi diversamente nei momenti difficili. Fa parte della gara—prepararti, sentirti bene, poi giocare bene.

Anche il kit conta allo stesso modo. Ora sono un’atleta Nike e il comfort per loro è tutto: se gli scarpini sfregano o l’abbigliamento non ti cade bene, ti toglie concentrazione. La misura giusta ti fa dimenticare di questi problemi e ti focalizza sulla partita; quella sbagliata ti tira continuamente indietro l’attenzione. Dettagli minuscoli—come una scarpa avvolge il piede, quanto ti senti stabile quando pianti—possono cambiare le giocate, e le giocate cambiano le partite.

Lontano dal calcio, lo stesso tipo di routine mi tiene in equilibrio. La moda e fare video su TikTok sono sfoghi creativi divertenti, ma il tempo con famiglia e amici è ciò che mi resetta. Mi tiene in un buon mindset—quieta, calma, amata. Ho imparato a proteggere i giorni liberi: staccare, essere presente, vedere le persone che non vedo spesso. Quando torno dopo quelle giornate, sono più leggera, chiara, e pronta a competere.”

Lo stato del gioco

“Il calcio femminile in Inghilterra sta crescendo, senza dubbio. La vittoria dell’Europeo ha acceso la miccia—e la seconda vittoria l’estate scorsa l’ha portato a un altro livello. Le persone stanno iniziando a prendere davvero sul serio il calcio femminile. Anche in Championship è migliorato l’accesso per vedere le partite, e da giocatrici ti senti vista e sostenuta.

Ma c’è ancora tanta strada da fare. Il divario tra l’alto livello e alcune squadre di Championship è soprattutto una questione di fondi e risorse. Il rovescio della medaglia è il gap negli investimenti. I grandi club come Arsenal e Chelsea hanno pubblico e risorse; le squadre con budget più bassi possono mancare di finanziamenti, e questo incide su quanto possono essere professionali. Quel ponte va ancora costruito.

Dove le squadre maschili e femminili operano come un’unica famiglia—all’Arsenal, per esempio—senti la differenza. Più investimento è essenziale per spingere più club al livello successivo.

Personalmente, i modelli contano dentro e fuori dal campo. Lo vedo in come guardo Alessia Russo—un’altra attaccante dell’Arsenal. Parliamo regolarmente; i consigli e gli standard che tiene, soprattutto fuori dal campo, sono cose che cerco di replicare. Questo mi ha mostrato quanto sia importante restituire—mandare i messaggi giusti, essere qualcuno che le persone ammirano dentro e fuori dal campo. Per te stessa e per tutto il movimento.

 

Ringraziare e restituire 

“Quando è arrivata la convocazione dell’Inghilterra è stato il più grande onore della mia vita. È sicuramente uno degli apici della mia giovane carriera. Ricordo ancora il giorno in cui l’ho detto alla mia famiglia e abbiamo iniziato tutti a piangere, è stata una benedizione. Ho ricevuto la prima chiamata l’anno scorso, e mi avevano detto che il momento dell’inno sarebbe stato come nient’altro—avevano ragione. Indossando quella maglia con i tre leoni senti la responsabilità di fare qualcosa di importante per il tuo Paese. Quella pressione in più rende tutto surreale e indimenticabile.

Adesso voglio affermarmi nel calcio femminile più che mai—questo è l’obiettivo principale. Ma penso anche a progetti fuori dal campo: creare più opportunità per le ragazze, più fondi per le squadre. Gli infortuni sono un problema enorme per tutti, ma soprattutto in terza e quarta serie, dove le giocatrici hanno dovuto pagarsi da sole gli interventi. È qualcosa che mi piacerebbe contribuire a cambiare, e posso iniziare a sostenerlo già ora.

Farmi strada nella prima squadra dell’Arsenal e competere lì è ancora il vero obiettivo. È una rosa incredibile, ed è il motivo principale per cui vado al campo e mi alleno ogni giorno. Vedere la mia amica Katie Reid ricevere la sua prima convocazione in prima squadra mi rende ancora più motivata. ‘Metti l’asticella in alto—e rincorrila’. È quello che penso ogni volta che scendo in campo.”

Credits

Jessie Gale

Photos Arsenal / Getty

Filippo Libenzi