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Restore the Feeling I Vicente Muñoz & Pro Shop NYC

'The basic elements of tennis are those of everyday existence, because every match is a life in miniature.' This is what Andre Agassi wrote in the pages of his book, Open.

 

In tennis, every point represents a problem to be solved. An unexpected trajectory, an opponent capable of putting you in difficulty, a match that takes a different turn than imagined. Playing tennis, then, involves reading what unfolds and within a blink, providing a response. Knowing that there is not a single correct solution. It is perhaps for this reason that Vicente Muñoz, just like Agassi, considers tennis one of the most fitting analogies of life itself

Una condizione permanente di negoziazione. Sei sotto due set a zero, come ne esci? Alla fine ciò che affascina dei grandi giocatori è proprio la capacità di comprendere una situazione apparentemente compromessa e immaginare, ancora una volta, una via d’uscita vittoriosa. La stessa attitudine sembra attraversare Pro Shop NYC, il progetto che Vicente ha costruito con cura a New York interrogandosi su cosa mancasse alla scena tennistica contemporanea. Un concept store, certamente. In aggiunta, uno spazio che fungesse da studio creativo, piattaforma culturale e luogo di incontro. E ancora, un osservatorio sul tennis e laboratorio attraverso cui scovarne codici e oggetti meno conosciuti.

Vicente, prima giocatore, poi studente, infine archivista, cerca continuamente di ampliare il perimetro culturale del campo: di capire quali barriere, commerciali o semplicemente percettive, continuino a definirne l’accesso e l’immaginario, e quali strumenti possano contribuire a renderlo più attraente e permeabile. Tutto questo, ritornando al principio espresso dalla sua stessa analogia: davanti a ogni limite esiste la possibilità d'immaginare una nuova soluzione.

Vicente Muñoz at the opening of Marcy, an exhibition and zine release at Nike's 47 Chrystie space during US Open 2026
Real Club de Tenis, San Sebastian (2003)
Museography for adidas Barricade 25th Anniversary event for US Open 2025
Installation at Nike 's 47 Chrystie retail space for US Open 2026

Sei stato un tennista prima di diventare fotografo, artista e creative director. In che modo il tennis è entrato per la prima volta nella tua vita? Quali sono i ricordi più lontani legati a questo sport, soprattutto in relazione all’Ecuador, il tuo Paese d'origine, alla tua famiglia e ai giocatori che consideravi dei riferimenti?

 

“Mio padre ha giocato a tennis per molti anni, quindi, inconsciamente, questo sport era presente intorno a me ancora prima che io riuscissi davvero a comprenderlo. Esistono fotografie in cui lui tiene in una mano la racchetta e, contemporaneamente, tiene me nell’altra. Amava giocare e competere con i suoi amici. Quando avevo circa nove anni, organizzò delle lezioni per me e per i miei fratelli, ma a quell’età non me ne innamorai realmente. Non esisteva ancora una connessione profonda con questo sport. Qualcuno ti metteva una racchetta in mano, colpivi qualche pallina e poi tornavi a qualsiasi altra cosa ti interessasse in quel momento: stare con gli amici, andare in skate, cose di questo tipo.

Fu soltanto quando avevo quattordici o quindici anni che qualcosa cambiò davvero. Nicolás Lapentti era già nella Top 100, ma poi arrivò quella sua ascesa del tutto inaspettata agli Australian Open del 1999. Un momento che trasformò il tennis per la mia generazione in Ecuador. Improvvisamente tutti volevano giocare. Anche i miei amici iniziarono a interessarsene, cominciammo a giocare insieme con maggiore serietà e arrivarono anche allenamenti più strutturati.Ogni generazione possiede i propri riferimenti visivi e culturali. Chi era cresciuto prima di me magari aveva osservato McEnroe o gli ultimi anni di Agassi. Per me c’erano Safin, Moyá, Rios, Hewitt, Roddick. Una generazione straordinaria di giocatori. E la loro influenza non era soltanto tennistica, era anche stilistica. Cercavamo di imitare il modo in cui si vestivano, tutti quei dettagli che appartenevano a quel preciso momento storico del tennis. Molta dell’estetica che ricerco ancora oggi risponde proprio a quell’epoca.

Avevo anche un fratello più piccolo che giocava, e questo era utile perché stavamo entrambi imparando e potevamo competere l’uno contro l’altro. Probabilmente io ero fisicamente più forte, ma mentalmente lui era migliore. Sapeva competere molto bene. È una delle peculiarità del tennis. Durante l’allenamento puoi sentirti straordinariamente bene, ma quando entri in partita il corpo e la testa cambiano. Ti irrigidisci. Improvvisamente tutto diventa più difficile. Io ho vissuto questa sensazione in maniera molto intensa. Il mio percorso, comunque, continuò ad avanzare. Presi la competizione molto seriamente, poi arrivò l’università. Andai a Penn State, battei tutti ai tryout ed entrai in squadra. Per me fu qualcosa di enorme. La validazione di tutto il lavoro che avevo fatto fino a quel momento. Improvvisamente potevo dire: gioco a tennis in Division I. Tutto era a un livello d’élite. Ero sostanzialmente una riserva, ma rimasi comunque parte della squadra per due anni.”

Vicente, dad & friends somewhere in Ecuador during the 80s
Vicente and dad on an early court visit
Vicente playing at Penn State University
2004 Penn State University tennis team

Quando il tennis ha smesso di essere semplicemente un gioco ed è diventato qualcosa di più profondo nella tua vita, ovvero un territorio artistico e creativo attraverso cui esplorare altri temi e altre culture?

 

“Aver giocato ad un certo livello nel tennis finisce per diventare una sorta di credenziale. Mi aveva permesso di giocare in club importantissimi, di conoscere ottimi giocatori e, progressivamente, di costruire un network attraverso il tennis poco prima di sviluppare una carriera nella fotografia e iniziavo a comparire come contributor per diversi media e magazine legati a questo sport. Viaggiavo, visitavo club, giocavo con amici in giro per il mondo, documentavo quegli spazi e quei tornei. Alla fine, senza averlo realmente pianificato, tutti questi frammenti si sono accumulati fino a diventare un corpus di lavoro consistente. La fotografia è diventata la mia competenza, ma soprattutto è diventata il modo attraverso cui comprendevo il mondo. Una forma potenziata di osservazione della realtà. Vivi qualcosa una volta, ma poi puoi tornare alla fotografia e studiarla di nuovo. Esiste sempre un ulteriore livello, un nuovo atto di osservazione. Con il tennis, questo rapporto risale ancora più indietro. 

Ricordo di aver portato con me delle macchine fotografiche ai miei tornei già nel 2003. Avrò avuto diciotto anni, la mia famiglia stava viaggiando in Europa e, per la prima volta, mi fu permesso di andare da qualche parte da solo. Presi un treno per Marsiglia per vedere Richard Gasquet perché, all’epoca, era uno straordinario giovane giocatore che stava emergendo contemporaneamente a Nadal. Fotografai il torneo con una vecchia macchina analogica e conservo ancora alcune di quelle immagini. Successivamente iniziai a frequentare corsi di fotografia e, al Roland Garros del 2008, acquistai la mia prima vera reflex con un teleobiettivo. Non ero accreditato. Mi sono limitati semplicemente a osservare l’abbigliamento, la tecnica, il movimento. Cercavo di congelare l’azione e, in qualche modo, di rallentare il gioco, per studiarlo.Sono sempre stato uno studente del tennis. L’archivio, in sostanza, non ha mai smesso di crescere da allora. Parliamo ormai di oltre vent’anni trascorsi a fotografare questo universo.

Quando ho iniziato a perseguire la fotografia professionalmente, gran parte del mio lavoro era incentrato sull’architettura. A un certo punto, il campo da tennis è diventato quasi una frontiera tra questi due interessi. Un club storico poteva contenere architetture ottocentesche; un altro campo poteva interessarmi per le sue linee o per le sue proporzioni. Il campo da tennis è uno spazio estremamente familiare, ma quando ne rimuovi il contesto immediato può diventare anche completamente astratto. Gradualmente, questi differenti interessi per l’architettura e per lo sport hanno iniziato a collassare l’uno nell’altro.

Dico spesso che il tennis è un’analogia della vita. Ciò che ammiro nei più grandi giocatori è la loro capacità di trovare soluzioni. Sei sotto di due set. Che cosa fai adesso? Come risolvi il problema? È questa mentalità ad affascinarmi. La vita stessa diventa una successione continua di problemi da risolvere. C’è sempre un’altra difficoltà davanti a te. In quelle situazioni mi capita spesso di trovare dei parallelismi. La vita, come il tennis, può essere difficile. Le persone sottovalutano quanto sia complesso raggiungere persino un buon livello amatoriale. Una parte dell’ambizione di Pro Shop consiste proprio nel riflettere su questi problemi e, magari, contribuire a mitigarli: per i brand attraverso la consulenza, per altre persone che operano nel settore o, semplicemente, per noi stessi. Si tratta di modificare il modo in cui immaginiamo che cosa sia il gioco e che cosa potrebbe diventare.”

Rafael Nadal at Roland Garros 2008
Paul-Henri Mathieu at Roland Garros 2008
Roland Garros 2008
Roland Garros 2008

Quanto New York, in termini artistici, culturali, sportivi e sociali ha plasmato la tua prospettiva, sia a livello creativo, che nel tuo rapporto con il tennis?

 

“L’energia di New York è molto particolare perché è un luogo capace di logorarti completamente e persino distruggerti, ma anche di ricompensarti in modi che sarebbe difficile sperimentare altrove. A volte penso alla città come all’essere travolti da un’onda. Vieni sbalzato da una parte all’altra, poi in qualche modo riesci a tornare in superficie, prendi un enorme respiro e scopri che lì ti sta aspettando qualcosa. Una sorpresa. Una ricompensa. Questo è New York. Puoi trascorrere la mattina furioso perché un cappuccino costa otto dollari e poi, quello stesso giorno, incontrare qualcuno che improvvisamente può rendere possibile qualcosa che cercavi di realizzare da anni. La città può accelerare il tuo percorso in modi completamente imprevedibili. Paghi un prezzo enorme per esistere qui. Ma, alla fine, credo che esista anche una ricompensa, se riesci a rimanere coerente con ciò che fai.

Per me, trovare quella continuità è stato difficile. Ho impiegato molto tempo prima di arrivare a un punto in cui mi sentissi realmente orgoglioso, concentrato e sufficientemente sicuro da poter creare qualsiasi cosa desiderassi all’interno di questo mondo. Ho avuto bisogno di aiuto per arrivarci. Ero giunto a un momento in cui avevo bisogno di capire che cosa avrei realmente fatto di tutte le diverse competenze accumulate negli anni. Non mi sono mai considerato una persona da ufficio. Per questo trovo interessante che oggi attorno a Pro Shop esista una certa forma di struttura: l’attenzione, il lavoro di consulenza, le partnership. 

Pro Shop stesso è una realtà giovane. Voglio costruire una storia più solida. Ci sono ancora moltissime cose che desidero esplorare e direzioni che potrebbe prendere. Il tennis, in fondo, rimane un’industria sorprendentemente frammentata. Culturalmente esiste ancora un vuoto. Ci sono pochissimi spazi che curano realmente lo sport e lo collegano alla cultura in maniera ragionata. E trovo questa cosa sorprendente, perché non credo esistano molti sport con una storia culturale e visivamente ricca quanto quella del tennis. Questo significa che esiste ancora un’enorme quantità di possibilità. Ed è precisamente lì che vedo nuove opportunità.”

 

Pro Shop occupa un territorio piuttosto insolito, a metà strada tra negozio, galleria, archivio e studio creativo. Se dovessi definire l’idea originaria alla base del progetto, come lo faresti? Percepivi che il tennis avesse bisogno di uno spazio differente? E com'è iniziato il processo di raccolta degli oggetti?

 

“L’istinto del collezionismo esisteva già prima che nascesse Pro Shop. In realtà tutto è cominciato da un sentimento di pura nostalgia. Volevo collezionare tutte le racchette che avevo utilizzato nel corso della mia vita. Probabilmente quello è stato il primo vero punto d’origine dell’intero progetto. Per anni le ho semplicemente conservate in un armadio. Erano sempre lì, quasi come un promemoria silenzioso di diversi momenti della mia vita. Ma in quella fase non esisteva ancora un vero progetto. Parallelamente, continuavo ad avere la sensazione che non esistesse un luogo in cui poter realmente esplorare prodotti interessanti legati al tennis. Vedevo tutti questi brand iniziare a creare abbigliamento, accessori e oggetti interessanti intorno al gioco, ma non esisteva uno spazio fisico dove poterli toccare per davvero. E per me l’esperienza fisica conta tanto. Come consumatore voglio comprenderne il tessuto, provarlo, vedere come veste.

La prima versione di Pro Shop, in realtà, era molto più pura e temporanea rispetto a ciò che sta diventando oggi. Avevo curato una selezione di brand e persone che, secondo me, stavano facendo cose realmente interessanti all’interno del tennis, inclusi nomi come Spence, Reigning Champ e Outside Lines. Da allora, in meno di due anni, l’ecosistema si è ampliato enormemente. Ma l’idea originaria è sempre stata più ampia rispetto alla semplice vendita di prodotti. Volevo creare un luogo in cui la comunità del tennis potesse realmente riunirsi. I negozi di tennis tradizionali erano soprattutto posti in cui andavi a incordare la racchetta, comprare un paio di scarpe o prendere una T-shirt di uno dei grandi brand. Non esisteva un vero spazio culturale attorno al gioco. 

Ho quindi iniziato a organizzare feste, proiezioni di partite e occasioni per riunire le persone. L’idea era che Pro Shop potesse contenere simultaneamente più dimensioni. C’è l’elemento comunitario. C’è la moda. C’è la parte tecnica dello sport. Ci sono magazine, pubblicazioni, oggetti. Lo spazio sta diventando quasi una biblioteca o una galleria. Ho accumulato materiale estremamente specifico e di nicchia, e le persone possono prendere appuntamento per venire a consultarlo. Voglio che l’archivio sia accessibile. Oggi, la dimensione più pubblica di Pro Shop può svilupparsi attraverso partnership e collaborazioni. Finalmente, ho la sensazione che tutti questi elementi differenti stiano iniziando a convergere in una forma che permette alle persone di comprendere realmente l’intero spettro di ciò che sono in grado di fare. E questo mi rende molto felice.”

Custom balls for Nike 47 Chrystie activation
Installation at Holt Renfrew in Toronto for the Marcedes-Benz x Reigning Champ studio
Installation view, Weekend Tournament, 2025 (Photo by Sean Davidson)
'Grass is just for the cows' with Gobbi Fine Art (2021)

Parlando di heritage, Pro Shop NYC è circondato da memorabilia tennistica: racchette, tubi di palline, riviste e oggetti provenienti da epoche differenti. Che cosa conferisce a questi oggetti sportivi, apparentemente ordinari, un valore più profondo? E in quale momento un vecchio oggetto smette di essere soltanto tale e diventa un artefatto culturale, parte di un archivio?

 

“Per me, una parte importante riguarda certamente la dimensione collezionistica, ma esiste anche la pura celebrazione del design. Ogni oggetto racconta la storia di un determinato periodo tecnologico. Le racchette sono passate dal legno all’alluminio, poi alla grafite e, successivamente, ad evoluzioni contemporanee sempre più potenti. Ogni fase rappresenta un momento differente nella storia dello sport. Collezionare, studiare, esporre e preservare questi oggetti diventa quindi un modo per tracciare una storia molto più ampia. E quella storia non riguarda soltanto il tennis. Gli oggetti rivelano anche la cultura. Prendi qualcosa di apparentemente semplice come un tubo da due palline. In Giappone esistevano perché tradizionalmente i giocatori utilizzavano due palline. Si giocava con due e se ne perdevi una, magari aprivi un altro tubo. Quella minuscola decisione progettuale però racconta immediatamente qualcosa di più ampio rispetto al rapporto con gli oggetti, il consumo, lo spreco e la cura della cultura asiatica. La maggior parte delle persone non lo saprebbe mai. Ma io amo raccontare queste storie. Il graphic design del tennis vintage mi affascina. Posso acquistare un tubo di palline da venti dollari semplicemente perché apprezzo la verniciatura, la tipografia o il modo in cui è stato prodotto. Poi inizi a osservare dove quegli oggetti venivano realizzati e si apre un’altra storia. Molti venivano un tempo prodotti negli Stati Uniti; successivamente, durante gli anni Novanta, la produzione ha iniziato a spostarsi sempre di più verso il Sud-est asiatico. Improvvisamente, questo apparentemente insignificante oggetto da tennis comincia a raccontarti qualcosa sulla globalizzazione e sulla storia della manifattura. In questo senso, credo di considerarmi, più di ogni altra cosa, una sorta di archivista.”

 

Il tennis sta attraversando un momento culturale straordinario. Moda, lusso e lifestyle sono sempre più attratti dalle sue silhouette, dal suo immaginario e dai suoi codici. Esiste però una differenza fondamentale tra entrare realmente in relazione con una cultura e limitarsi a estrarne l’estetica. Avendo vissuto all’interno del gioco per gran parte della tua vita, come processi questa distinzione?

 

“Credo che questa distinzione sia estremamente importante. In qualche modo, considero proprio questo come parte del mio ruolo: essere un fact-checker o un garante dell’autenticità. Oggi esistono moltissime campagne in cui un brand inserisce semplicemente una racchetta di legno nell’immagine e pensa che questo sia sufficiente a significare ‘tennis’. Non lo è. Se vuoi entrare realmente nella cultura, i dettagli devono avere un senso. Devi utilizzare un’attrezzatura coerente con la storia che stai cercando di raccontare. Se attraverso una collezione stai facendo riferimento a una determinata epoca, allora le racchette, gli abiti, i gesti e il linguaggio visivo dovrebbero far riferimento a quel periodo. Alcuni brand prestano grande attenzione a questi aspetti. Altri no. E forse il pubblico generalista non se ne accorgerà mai. Ma chi vive realmente di tennis lo nota immediatamente. Riconosce la superficialità. Per me, se un grande gruppo della moda vuole entrare seriamente nel tennis e compiere un investimento significativo, allora dietro deve esserci ricerca. E la ricerca richiede tempo.”

Clay Splatter at Argentina Open (2024)
Pro Shop's premium inventory product detail
Buenos Aires Lawn Tennis Club (2023)

Il tennis professionistico è storicamente legato al concetto di esclusività, mentre gran parte della cultura tennistica di cui fai parte a New York si sviluppa sui campi pubblici, attorno a eventi comunitari e attraverso persone provenienti da contesti completamente differenti. Cosa rivela questa nuova dimensione della disciplina?

 

“Credo che il fenomeno del campo pubblico sia incredibilmente in crescita. Dopo il Covid, la partecipazione è aumentata enormemente. E per me sono proprio i campi pubblici il luogo da cui sta emergendo gran parte dello stile autentico del tennis contemporaneo. Persone provenienti da universi culturali completamente diversi portano con sé i propri riferimenti. Cominciano a costruire una propria identità visiva attraverso il gioco, spesso mescolando prodotti contemporanei con elementi di tennis vintage. In questo senso, il campo pubblico sta diventando oggi una passerella. Ogni Paese sviluppa una propria visione. Personalmente continuo a credere molto di più nella connessione organica, faccia a faccia. E’ una delle cose più belle dei pop-up di Pro Shop. Io che incordando una racchetta, incontravo degli amici e li presentavo tra loro, incoraggiandoli a organizzare una partita perché sapevo che avevano più o meno lo stesso livello. Improvvisamente il tennis diventa un punto d’incontro culturale. E questo possiede una forza enorme. Il campo pubblico è diventato uno straordinario luogo di unione.”

 

Guardando al futuro, quali ulteriori ruoli culturali pensi che il tennis possa ancora assumere? E dove si colloca Pro Shop all’interno di queste possibili evoluzioni?

 

“Credo che il tennis debba essere inserito all’interno di un numero maggiore di esperienze che non risultino proibitivamente lussuose o esclusive. Mi interessa creare, insieme a dei partner, esperienze realmente inclusive e, magari, anche interdisciplinari. Trovo estremamente stimolante osservare le persone muoversi tra sport e comunità differenti. Come può una disciplina entrare in contatto con un’altra? Che cosa succede quando una community di runner entra nel tennis? Per me esiste un potenziale enorme in questo spazio. Pro Shop potrebbe certamente contribuire a orchestrare qualcosa del genere. Più in generale, credo che il nostro ruolo sia continuare a educare le persone rispetto alla cultura del tennis. Questa è la nostra stella polare.

Mi interessa molto anche la possibile reinvenzione del concetto di club. Come si può mettere in relazione l’idea tradizionale di tennis club con la cultura grassroots? E, ancora più radicalmente: che cos’è davvero un club? Con il gruppo giusto di persone puoi ripensare completamente ciò che un tennis club rappresenta. Anziché essere qualcosa di chiuso e proibitivamente costoso, può diventare fluido, accessibile e aperto ad altre comunità. Per me esiste qualcosa di molto potente in questo spazio. È uno dei futuri del tennis che vorrei Pro Shop contribuisse a costruire.”

Jacques Open 2025 (Photo by Olya Vysotskaya)
Casa AXIS International Tennis Tournament 2026

Poetica dell’istinto | Mark Gonzales

La nuova collezione Y-3 ci permette di penetrare l’immaginario di una figura di culto della skate culture, Mark Gonzales, e di esplorare la filosofia in costante progresso di un rivoluzionario creativo multidimensionale

Osservi Mark Gonzales tra le ampie scalinate del Palais d’Iéna, Parigi, e percepisci il peso di una leggenda. O meglio, della leggenda. ‘The Godfather’, basterebbe questo soprannome per comprendere l’effettiva influenza esercitata sulla skate culture da questo esploratore urbano californiano, oggi 58enne, già a partire dai dorati anni ‘80 di LA. 

Poi, rimani ipnotizzato dal suo approccio all’asfalto parigino. Rime sulla tavola. Rapsodiche, naturali intuizioni. Ogni strada, ogni architettura trasformate in note da interpretare. E ti ritrovi calato, istantaneamente, nell’essenza di una figura programmatica per lo street skateboarding tutto. Nell’estro di un artista eterogeneo. Negli impulsi di un creativo che dalla tavola è partito, per atterrare su spartiti più ampi, fatti d’illustrazioni e pennellate, d’intuizioni lessicali, di fanzine passate di mano in mano, di design e materiali: d’espressione personale.

Non è un caso che sia lui il volto della collezione F/W adidas Y-3, un brand a cui è legato da tempo e che, da altrettanto tempo, incarna il medesimo approccio creativo professato da Gonzales. Contaminazione. Influenza. Soprattutto, istinto e poetica. Certo, modulate da logica e progresso. Nel caso specifico di Gonzales, dagli insegnamenti che il tempo porta con sé. Mantenendo, però, un affine nucleo pulsante invariato. Lo stesso celebrato da questa stessa collezione, plasmata da Y-3 in collaborazione con l’artista Chito: ‘Legacy in motion. Future in flow’. 

A spiegarlo, la testimonianza diretta di Mark Gonzales.

Mark Gonzales for Y-3
Mark Gonzales for Y-3
Mark Gonzales for Y-3
Mark Gonzales for Y-3

Per Athleta Mag lo sport è sinonimo d’arte e cultura. Partiamo proprio da quest’ultima associazione. Che rapporto hai con il fatto che la tua influenza attraversi ormai l’intera skate culture? Oggi sei considerato non soltanto uno dei più grandi skater di sempre, ma una delle figure che hanno ridefinito, in modo irreversibile, l’anima di questa sottocultura. Come si convive con un’eredità di questo tipo?

“Prima di me c’era Tony Alva e, prima ancora, altri pionieri. Tony Alva, però, per il modo in cui approcciava le pool e riusciva a sfidare la gravità... Ecco, quello era un qualcosa d’incredibile. Ha cambiato le cose. Faccio fatica a vedermi in quel ruolo. Se penso alla mia influenza, la immagino come un qualcosa di collettivo. Penso a Natas Kaupas, Tommy Guerrero, Mike Vallely (oggi voce della band hardcore Black Flag) e a come, ciascuno a modo proprio, abbiamo contribuito a spingere lo skate in una direzione diversa. Lo street skating, in fondo, è nato così. Non credo che tutti noi avessimo davvero la consapevolezza di fare qualcosa che, di lì a poco, avrebbe cambiato tutto.”

 

Torniamo all’inizio. Skate e arte hanno coinciso fin dal giorno zero, oppure si sono incontrati soltanto con il passare del tempo?

“Mio fratello, mio padre e io disegnavamo Hot Rod. Nella mia infanzia, tutto ruotava attorno ad Hot Rod, surf, capelli lunghi… Cercavamo d’imitare il surf e, allo stesso tempo, disegnavamo le macchine che avremmo voluto guidare. Tutto accadeva contemporaneamente. Sognavamo di percorrere il boulevard a bordo di auto bellissime. Disegnarle era la cosa che più ci avvicinava al poterlo fare davvero.”

 

Spike Jonze ha detto che vai in skate nello stesso modo in cui pensi: senza limiti. Ti è mai capitato di fare davvero i conti con l’idea di limite, sulla tavola o altrove?

“I limiti esistono. E può essere deprimente immaginare qualcosa senza riuscire a portarla a compimento. È una sensazione dura da processare.”

Mark Gonzales for Y-3
Mark Gonzales for Y-3

Hai detto: “La mia vita è poetica”. Cosa significa, per te, vivere poeticamente? 

“Forse sarebbe più giusto dire: ‘La mia vita era poetica’. Vivere senza programmi, decidere tutto sul momento… Quello è poetico. Oggi, invece, le mie giornate sono molto più strutturate. E, sotto certi aspetti, credo sia meglio così. A mio avviso, logica e poesia non riescono a funzionare congiuntamente.”

 

La tua vita è sempre stata attraversata da un forte senso d’espressione personale: nello skate, nel disegno, nella pittura, nella scrittura… All’interno di questo lessico creativo, quale posto occupano il design e l’abbigliamento? E come s’inserisce il tuo rapporto con Y-3?

“Il fatto che la mia visione artistica sia confluita anche nei vestiti è frutto del caso. Non c’è mai stato un vero progetto, né un calcolo. È qualcosa che è accaduto con estrema naturalezza, tanto che, spesso, ancora oggi nemmeno me ne rendo conto...”

 

Sei il volto della collezione Fall/Winter di Y-3, fotografata da Jet Swan. Anche la fotografia, però, fa parte del tuo universo creativo da decenni. Che effetto ti ha fatto diventare l’immagine stessa di questa collezione?

“Mi riesce ancora difficile credere che quello sia io. E penso che Jet Swan abbia fatto un lavoro magnifico.”

Mark Gonzales for Y-3
Mark Gonzales for Y-3
Mark Gonzales for Y-3
Mark Gonzales for Y-3

La campagna è stata realizzata a Parigi. Sei tra le figure che hanno ridefinito il rapporto tra lo skate e lo spazio urbano. Cosa ti raccontano oggi le città, e Parigi in particolare? Dopo una vita scandita dallo street skating, in che modo è cambiato il tuo modo d’esplorare il panorama metropolitano?

“Ogni volta è una nuova esperienza. Con l’avanzare dell’età, ho la sensazione che il tempo che posso trascorrere per strada stia diventando sempre più limitato. Non direi che il mio modo di vivere le città sia cambiato: forse, semplicemente, c'è meno spazio per l’avventura. A Parigi, però, è stato bellissimo. Ho girato e skateato con Reece Leung e, a dire il vero, per lunghi tratti mi sono quasi dimenticato di essere nella Ville Lumière. Ho potuto fare ciò che faccio da sempre, senza la sensazione di dover costruire una scena o inseguire lo scatto perfetto. Mi sono semplicemente divertito. Ero me stesso. Quando abbiamo finito ho pensato: tutto qui? Sarei andato avanti ancora.”

 

Vorrei chiudere con un concetto che affiora spesso nelle tue parole: l’istinto. Hai detto: “È strano fare qualcosa senza una vera ragione, semplicemente seguendo l’istinto…”. A tuo avviso, l’istinto cambia con il passare degli anni oppure è una caratteristica immutabile di ogni individuo? 

“Avere una ragione, un motivo razionale, per fare qualcosa mi sembra un’idea molto logica: quindi, ben poco poetica. Non credo, però, che l’istinto muti davvero. Quando invecchi, se ti trovi davanti quindici gradini da saltare, il tuo istinto dice che, forse, quella non è una buona idea. Quando sei ragazzo, invece, e vuoi impressionare qualcuno, lo stesso istinto ti dice di provarci. E tu lo fai. Sì, continuo a fidarmi del mio istinto. È sempre lo stesso. Chiamalo saggezza, chiamala incoscienza: in fondo, cambia poco. L’istinto è una forma d’intuizione.”

Mark Gonzales for Y-3
Mark Gonzales for Y-3

Credits

adidas Y-3

Mark Gonzales

Gianmarco Pacione


Of Spirit and Legacy | Evolving the Prancing Horse

Lo speciale evento di lancio della collezione PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza presso il flasgship END. ha presentato un nuovo capitolo estetico della Rossa nel cuore di Milano. Allo stesso tempo, ha permesso di raccogliere le prospettive poste all’intersezione tra design e cultura motoristica di Charles Leclerc, oltre a un suo sentito omaggio a Michael Schumacher, protagonista, con la sua legacy, della collezione stessa. A raccontare questa fruttuosa collisione di dimensioni, Prima Jiraruangkiat, PUMA Motorsport Apparel Designer, e Martin Wieczorek, Chief Product Officer, END

“Ho cominciato a guidare a tre anni. La Formula 1 ha sempre fatto parte della mia vita. Allo stesso tempo, ho sempre amato la moda, ma non avevo mai pensato realmente a cosa potesse significare unire questi due mondi e a quale forma potesse assumere il loro incontro. PUMA sta facendo ciò, e lo stia facendo bene. Lo vediamo in questa collezione, dedicata a un pilota estremamente speciale per la Scuderia: Michael Schumacher. Riuscire a far dialogare questi mondi in questo modo è davvero significativo”. Nelle parole di Charles Leclerc, circondate da un popolo di rosso vestito traboccante dagli spazi del flagship END. di Milano, emerge il senso ultimo della nuova collezione PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza. 

Un omaggio a Michael Schumacher, all’estetica distintiva della sua prima stagione in Scuderia, 30 anni dopo, nella settimana che più conta per i Tifosi. E un’implicita conferma della fusione sempre più in essere, sempre più attiva, tra l’immaginario sportivo e le sue infinite possibilità d’applicazione, nonché d’ispirazione, nel design contemporaneo. Da quest’incontro, amplificato da un partner esclusivo come END., nasce una sensazione di completezza. Di una collezione che, nel weekend per eccellenza del Cavallino Rampante, permette alla storia ferrarista di essere attuale, e al mondo dei motori di dialogare con quello fashion. 

Un dialogo spiegato alla perfezione da chi ha dato forma a questo nuovo capitolo estetico della Rossa e a chi gli ha permesso di trovare un tangibile spazio per mostrarsi: Prima Jiraruangkiat, PUMA Motorsport Apparel Designer, e Martin Wieczorek, Chief Product Officer, END.

Charles Leclerc at the PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza collection at END
Micheal Schumacher, Scuderia Ferrari Archive
Charles Leclerc & Lewis Hamilton for PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza collection

Prima Jiraruangkiat – PUMA Motorsport Apparel Designer

 

Il kit trae ispirazione dall’impronta indelebile lasciata da Schumacher nell’immaginario Ferrari, e non solo, oltre a celebrare il trentesimo anniversario della sua prima stagione con la Scuderia. Puoi raccontarci nel dettaglio come avete scelto di rendere omaggio a Schumi attraverso questa collezione? E com’è stato tornare ad esplorare l’immaginario e il linguaggio visivo di un’epoca così mitica del motorsport?

Prima Jiraruangkiat: “Per restituire lo spirito di quel momento, abbiamo disseminato l’intera collezione di riferimenti a dettagli emblematici degli anni di Schumacher in Ferrari. La giacca è una reinterpretazione contemporanea della tuta da gara che indossava nel 2006, di cui riprende elementi come la spallina bianca, le linee delle cuciture e il profilo del colletto. La camicia guarda invece alla pit crew Ferrari degli anni Novanta e, in particolare, a Ignazio Lunetta, race engineer di Schumacher nel 1996, nonché alla sua iconica camicia bianca da tecnico. Poi, abbiamo introdotto richiami a Schumacher più discreti: il ricamo della corona d’alloro sul colletto, simbolo delle sue numerose vittorie, e le sette stelle sulla schiena, che rimandano tanto agli inconfondibili design dei suoi caschi quanto ai sette titoli mondiali conquistati in carriera. Tornare a immergerci in quell’epoca è stato incredibilmente stimolante. La vera sfida consisteva nel preservare l’autenticità e il carattere degli anni di Schumacher in Ferrari, traducendo al tempo stesso quei riferimenti in un linguaggio contemporaneo, capace di conservare ancora oggi la propria rilevanza.”

 

Leclerc e Hamilton sono gli ovvi volti di questa collezione. Che valore assume, per PUMA e per il suo design team, il fatto di lavorare con due atleti d’élite che possiedono al tempo stesso una sensibilità estetica estremamente sviluppata, tale da permettere loro di riconoscere la qualità di una collezione o di un singolo design?

Prima Jiraruangkiat: “Senza dubbio, per noi significa alzare ulteriormente l’asticella e lavorare affinché ogni prodotto della collezione possieda una forte identità visiva e una qualità elevata. Charles e Lewis condividono una grande sensibilità per la qualità, perciò, quando sviluppiamo la linea dedicata ai piloti, teniamo conto dei loro stili individuali e delle rispettive estetiche. L’obiettivo è creare prodotti che risultino in modo autentico Scuderia Ferrari e PUMA, ma che siano al tempo stesso coerenti con le personalità di chi li indossa.”

 

Come design team di PUMA, con quale spirito e quale consapevolezza affrontate l’idea che una collezione come questa possa incidere, a tutti gli effetti, sulla cultura contemporanea del motorsport, in Italia e oltre, entrando al tempo stesso in relazione con la storia stessa di Ferrari? E, all’interno di questa prospettiva, che ruolo assumono collaborazioni con partner come END. Clothing nel portare la collezione oltre i confini tradizionali del motorsport?

Prima Jiraruangkiat: “Affrontiamo una collezione come questa con un profondo rispetto per la storia di Ferrari e, al tempo stesso, con la consapevolezza del ruolo che possiamo avere nel dare nuova espressione allo spirito dei Tifosi. L’obiettivo è creare prodotti autenticamente legati al motorsport, traducendo però quello stesso spirito in qualcosa di contemporaneo e rilevante per il presente. Significa preservare il legame emotivo con momenti diventati iconici e, allo stesso tempo, offrire loro una nuova forma, capace di parlare a una nuova generazione. Le collaborazioni con partner come END. Clothing sono importanti proprio perché costruiscono un ponte tra motorsport, moda e cultura. Permettono alla collezione, e più in generale all’heritage Ferrari, di raggiungere un pubblico che va oltre gli appassionati tradizionali di Formula 1, continuando contemporaneamente a celebrare quell’identità e quella legacy che hanno reso Ferrari un’icona. È una connessione fondamentale per mantenere viva la cultura dei Tifosi e permetterle, al tempo stesso, di continuare a evolversi.”

 

Questo è il weekend che ogni tifoso Ferrari aspetta per un’intera stagione. Quali emozioni attraversano un design team quando sa che la propria collezione prende vita in uno dei momenti simbolicamente più importanti dell’anno della Scuderia? E quale reazione sperate di vedere da parte della comunità Ferrari e, più in generale, sia dal pubblico del motorsport, che da quello fashion?

Prima Jiraruangkiat: “È incredibilmente gratificante, oltre che un enorme onore, poter contribuire a dare forma all’energia e allo spirito della Scuderia Ferrari in un weekend di gara come questo. Dietro una collezione del genere c’è un lavoro profondamente corale: dalla definizione del concept iniziale allo sviluppo dei prototipi, dalla cura di ogni singolo dettaglio fino alla ricerca del modo migliore per dare vita e forza al racconto che accompagna il progetto. Vedere tutto questo diventare parte di un momento così importante per milioni di tifosi Ferrari è, per noi, un qualcosa di quasi irreale. Ci auguriamo, innanzitutto, che la collezione riesca a entrare in sintonia con la comunità Ferrari, soprattutto per il suo significato: per l’omaggio a Schumacher e agli anni che hanno segnato la sua storia con la Scuderia. Speriamo di essere riusciti a rendere giustizia a quell’eredità e a creare qualcosa capace di stabilire una connessione autentica tanto con il pubblico del motorsport quanto con quello della moda.”

Charles Leclerc at the PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza collection at END
Charles Leclerc for PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza collection
PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza collection at END

Martin Wieczorek – END. Chief Product Officer

 

Driver’s Room ha portato Charles Leclerc all’interno del vostro spazio milanese. Cosa rappresenta per END. l’opportunità di accogliere nei propri store atleti di questo calibro? E, allargando la prospettiva, quale spazio occupa l’immaginario sportivo (le sue icone, i suoi codici e la sua influenza culturale) nella visione che END. ha della moda contemporanea?

Martin Wieczorek: “END. si è sempre collocata nel punto d’incontro tra moda, musica, sport e cultura. Lo sport sta assumendo sempre più un ruolo determinante nel definire autorevolezza culturale e credibilità nel mondo della moda, proprio come la musica fa ormai da decenni. E i rispettivi pubblici si sovrappongono molto più di quanto si possa immaginare. Per questo accogliamo nel nostro spazio un atleta come Charles esattamente come faremmo con un musicista o una figura di culto della moda: non come semplice testimonial, ma come parte autentica di una conversazione che la nostra community sta già vivendo. Milano ci ha offerto lo spazio e il contesto per farlo nel modo giusto.”

 

La speciale collezione PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza esplora la storia e l’eredità di una delle figure più leggendarie del motorsport e non solo: Michael Schumacher. Nella filosofia di END., quale ruolo assume la dimensione culturale di un brand, o di una specifica collezione come questa, nel determinarne la rilevanza e il significato?

Martin Wieczorek: “È la cultura a segnare la differenza tra un prodotto che le persone comprano e un prodotto a cui le persone tengono davvero. I nostri clienti cercano significato, narrazione e un punto di connessione autentico, non hype fine a sé stesso. Una collezione come PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza funziona perché non si limita ad applicare una livrea a dei capi: torna agli anni di Schumacher e al patrimonio emotivo legato a quell’epoca. Ed è proprio questo a offrirci una materia narrativa su cui costruire qualcosa. Il nostro ruolo è agire come creative director di queste storie, anziché limitarci a distribuirle passivamente. Quanto più un prodotto è vicino a una passione autentica, tanto più interessante diventa l’esperienza che possiamo costruirgli attorno.”

 

‘Off the Grid’, il panel talk concepito per l’occasione, ha rappresentato anche una metafora del processo attraverso cui collezioni radicate nella performance (in questo caso nel garage, nel paddock e sulla pista) entrano nella quotidianità e diventano parte dell’estetica lifestyle. In che modo END. sta vivendo e contribuendo attivamente ad alimentare la contaminazione tra performance e lifestyle, specie in un momento storico in cui il dialogo tra le due dimensioni sembra essere all’apice della fertilità?

Martin Wieczorek: “Oggi lo sport occupa una posizione centrale nel racconto della moda, ma noi continuiamo a interpretare la performance attraverso una lente fashion, chiedendoci quale funzione possa realmente avere un determinato capo all’interno di un guardaroba urbano contemporaneo. Non stiamo cercando di trasformare END. in una destinazione dedicata alla performance. Il nostro compito è selezionare i brand e i prodotti più rilevanti e interessanti, e interpretarli alla luce del modo in cui le persone si vestono realmente. Credo sia importante sottolineare anche un altro aspetto: tendiamo a guardare lo sport dalla prospettiva dello spettatore, più che da quella dell’atleta. È soprattutto lì che vivono i codici, la nostalgia e il senso di appartenenza; ed è un territorio molto più ricco da esplorare per un pubblico legato alla moda.”

 

Questa settimana il vostro flagship store di Milano si trova al centro della passione che circonda il Cavallino Rampante. Quali responsabilità e soddisfazioni accompagnano la crescente rilevanza sociale e culturale che la vostra presenza milanese sta acquisendo all’interno di una comunità così appassionata? E, più in generale, quanto è importante per END. partecipare così da vicino agli eventi e ai momenti che scandiscono il panorama sportivo globale?

Martin Wieczorek: “Il nostro flagship store si trova nel cuore di Milano ed è diventato una vera destinazione fashion e culturale: lo è in questi giorni, durante la settimana di Monza, così come lo è stato in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina all’inizio dell’anno. Le nostre collaborazioni Nike X2 ne sono un altro esempio: a Londra e Manchester, durante i Mondiali, i nostri store hanno vissuto e trasmesso appieno l’energia generata dall’evento. Offrire alla nostra community un luogo attraverso cui vivere momenti come questi non nasce da una decisione strategica sulla quale ci interroghiamo a lungo: è semplicemente parte di ciò che siamo. E, sinceramente, è anche l’aspetto del nostro lavoro che ci appassiona di più.”

Charles Leclerc at the PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza collection at END
Charles Leclerc for PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza collection
Charles Leclerc & Lewis Hamilton for PUMA x Scuderia Ferrari HP Monza collection

A Spiritual sports journey - Minor Planet NY

La corsa può smettere di essere disciplina misurabile, fatta di accumulo di chilometri e sudore diventando una forma di preghiera, un rituale laico attraverso cui ricomporre la propria esistenza. La testimonianza di Jason Levine, fondatore di Minor Planet NY, ci permette di esplorare la natura spirituale e meditativa di questo sport

“I do not give up,

I never give up,

For there is nothing

In this entire world

That is irrevocably unchangeable.” 

Sri Chinmoy, Aspiration-Body, Illumination-Soul Part 2

Le parole di questa guida spirituale e atleta, che considerava lo sport come uno strumento fondamentale per la crescita interiore, promuovendone la capacità di portare pace e oltrepassare i propri limiti, sembrano incarnare perfettamente il percorso di vita di Jason Levine.

Figlio della New York suburbana degli anni Novanta, tra hip-hop, graffiti, skateboarding, reggae, club culture e moda, la vita di Jason è una variopinta geografia esistenziale fatta di alti e bassi, eccessi e intuizioni. Fino alla lenta e radicale decisione di cambiare vita. In quel passaggio spirituale, animato dallo yoga e dalla corsa, la pratica sportiva ha aperto il varco verso una nuova forma di consapevolezza, sfociata nella creazione di Minor Planet NY.

Nella visione del brand, e di Jason, lo sport non promette soltanto salute fisica. Corsa, yoga, meditazione, alimentazione, respirazione non sono separati, offrendo una percorso che porta alla consapevolezza del proprio mondo interiore e al ritrovare la pace con quello esteriore.

Custodire la memoria estetica delle sottoculture cittadine e attraversarla con una nuova idea di purezza e ricerca spirituale è la tensione che tiene insieme questo brand newyorkese che non separa la performance dalla spiritualità, elevando lo sport a forma contemporanea di ascesi. 

Jason Levine

Un ragazzo degli anni Novanta

“Ho avuto un’infanzia molto simile a quella di molte persone che oggi fanno parte del mondo della corsa. Ero un ragazzo cresciuto nei sobborghi di New York negli anni Novanta. Gli anni del liceo, per me, sono stati più o meno tra il 1991 e il 1994, nel cuore di un’epoca completamente nuova per tutti, lontana dagli smartphone di oggi, dominata dall’hip-hop, i graffiti, lo skateboarding. Il modo in cui ci si atteggiava si basava su cattivi principi. Non era considerato cool essere gentili, mangiare sano. Era cool essere in qualche modo anarchici, cosa che resta comunque un impulso profondamente giovanile, e sono felice di aver vissuto quell’esperienza a quell’età. Quel periodo ha plasmato il mio modo di pensare. Credo che, all’inizio, fosse qualcosa di puro, ed era ciò che ero; poi, col tempo, mi ha portato sulla cattiva strada. Ho sempre fatto festa. Sono stato cacciato dal liceo. Non pensavo in modo lucido; reagivo soltanto a ciò che avevo davanti. Non avevo alcun progetto per il futuro. Alcuni ragazzi vanno al liceo, poi hanno un piano per il college, e poi sanno già che diventeranno qualcosa di simile ai loro genitori. Io non pensavo a nulla di tutto questo. Volevo soltanto fare la prossima cosa folle con i miei amici, prendere LSD, fare casino. Ero completamente perso. Ma anche nel mezzo di quella follia, c’erano sempre momenti in cui pensavo alla salute.

A un certo punto della mia vita ho scoperto la musica reggae e i principi rastafariani. È stata la prima volta che mi sono avvicinato a una comunità dai sani principi, tutto ruotava intorno a ciò che è naturale, a ciò che viene dalla terra. Così ho iniziato, in qualche modo, a vivere secondo quei principi. Ma ero comunque un ragazzo bianco del New Jersey che passava il tempo con dei rastafariani, quindi, in quel senso, non era qualcosa che percepivo come autentico. Eppure ero ispirato dal loro modo di mangiare, dalla musica e, naturalmente, dal loro modo di vivere. Avevo in me tutte queste influenze — hardcore, hip-hop, reggae, tutto quel colore e tutta quella creatività. Eppure la mia mente era ancora, in qualche modo, fuori controllo.

Dopo quel periodo, quando sono andato al college, le cose hanno iniziato a peggiorare. Ho cominciato a fare uso di droghe più pesanti e cose del genere. Ma poi ne sono uscito di nuovo, grazie al kung fu. Ho studiato arti marziali per un po’. Alla fine sono arrivato in una scuola di agopuntura e medicina erboristica, che non avrebbe potuto essere un ambiente più sano, più vitale, più carico di energia per me. Ma ero ancora molto giovane. Cercavo di fare qualcosa di positivo, ma continuavo a essere risucchiato dal vortice giovanile. Ho finito per praticare l’agopuntura, ma dopo cinque anni non volevo più farlo. Era troppo. Avere a che fare con persone malate mentre io continuavo ancora a fare festa era qualcosa che semplicemente non riuscivo a sostenere.”

La caduta e la rinascita attraverso la moda 

“Volevo esplorare qualcos’altro, e alla fine sono approdato nel mondo della moda. Avevo un rapporto con i ragazzi che avevano fondato un brand chiamato Rag & Bone, una casa di moda qui a New York. A quel punto, in azienda, forse erano soltanto cinque persone. Oggi sono più o meno quattrocento. Sono andato lì per imparare e alla fine ci sono rimasto per undici anni. All’inizio mi occupavo di accessori maschili, borse e piccola pelletteria. Poi, con il tempo, sono diventato uno dei designer del ready-to-wear per la parte cut-and-sew. I miei genitori lavoravano nel settore della moda, quindi sono cresciuto dentro quel mondo. Avevano un brand qui a New York. Possedevano uno showroom a Midtown e una fabbrica nel New Jersey, dove realizzavano internamente tutti i loro prodotti. Alla fine, tutte le diverse cose che mi interessavano mi hanno riportato esattamente a ciò che i miei genitori avevano fatto. Forse, a un livello inconscio, mi sembrava qualcosa di familiare.

Ma essere nel mondo della moda significava anche che una parte del tuo lavoro era fare festa, andare agli after-party, partecipare alle sfilate, fare uso di droghe, bere, restare fuori fino alle cinque del mattino tre o quattro giorni a settimana. Così, intorno al 2017, ho lasciato Rag & Bone, e ho iniziato a cambiare il mio stile di vita. Finalmente, verso i trentasei anni, ero arrivato a un punto in cui sapevo di dover cambiare modo di vivere. È iniziato con una sola decisione. Ricordo una notte fuori in un club. Ero già ubriaco, ed erano le quattro del mattino. Sarebbe bastato un altro drink per arrivare alle cinque. Ma ho deciso di andarmene. Quella singola decisione è stata la prima di quello che sarebbe diventato il mio nuovo stile di vita. Ho capito di avere il potere di cambiare direzione. Quel primo no è diventato un altro no, e poi un altro ancora. Le persone hanno iniziato a capirlo. E non mi importava del loro parere. Avrei dovuto prendere quella decisione vent’anni prima, ma non avevo la sicurezza necessaria per fare quelle scelte davanti agli altri. Stavo per avere il mio primo figlio, ed ero arrivato a un punto di svolta. Dopo diecimila serate e sbornie, ho cambiato la mia vita.”

La meditazione e la scoperta di significati profondi

“Poco tempo dopo, ho smesso del tutto di uscire. Tutti andavano alle feste, e io tornavo a casa e andavo a dormire. La mattina dopo mi svegliavo e scoprivo un mondo completamente nuovo, sentendomi un essere umano per la prima volta da quando ero adolescente. Ho capito che era questo ciò che quella voce interiore aveva cercato di dirmi per tutto il tempo. Quello è stato, in sostanza, l’inizio del mio nuovo io. Sono diventato una persona diversa. Dal fumo, dall’alcol e dalle droghe, sono passato a un’alimentazione vegana, basata su cibi naturali. Prima, mangiavo ogni giorno panini presi in una qualsiasi bodega. Non facevo nulla in modo consapevole. Ora, invece, tutto ciò che facevo aveva una ragione. Mangiavo determinati alimenti per assumere fibre, perché la mia digestione funzionasse bene. E così diventavo più forte, più lucido. Quell’apertura ha condotto ad altre buone pratiche, e ho iniziato ad avvicinarmi anche al lato spirituale della vita — la meditazione, l’idea di stare in silenzio invece di fare rumore. Ho iniziato a sedermi accanto a un tipo di persone diverse, molto aperte, che non cercavano di essere cool.

Avevo un amico che lavorava con me da Rag & Bone e che faceva parte del tempio Hare Krishna. Era l’unica persona che conoscevo che mi sembrasse davvero pura: sorrideva, non si arrabbiava mai con nessuno. Aveva l’attitudine di un bambino, e questo per me era profondamente ispirante. Lo conoscevo da anni, ed è stato lui a introdurmi a quel mondo. Appena sono entrato nel tempio, tutti erano così. Puoi fare qualsiasi domanda, e nessuno ti giudicherà perché non sai qualcosa. Ho scoperto questa idea del “beginner’s mindset”: una mentalità aperta, da costante principiante. Le persone che incontravo in quegli spazi spirituali erano tutte persone con questa disposizione mentale, perché vivevano una spiritualità profonda in cui non sei tenuto ad avere tutte le risposte. Ti è permesso di non sapere. Per me, questa è stata una cosa davvero potente. In così tanti luoghi, tutti cercano di primeggiare, di avere ragione. Persino in un runclub a volte senti di dover apparire in un certo modo, o di doverti presentare in un certo modo. Lì, invece, potevi apparire esattamente come volevi. Non importava. E quella sensazione, per me, è stata molto importante. Quando percepisco quel tipo di apertura mentale, sto meglio.”

Minor Planet NY

“Tutto ciò che ho riversato nel brand nasce dal mio percorso personale. Come il viaggio di chiunque, anche il mio è stato tortuoso. Per certi versi ha molto senso, ma al suo interno esiste anche una grande dose di mistero. Le persone mi chiedono spesso come io sia arrivato a Minor Planet, e ogni volta devo rifletterci a fondo, perché ci sono stati molti momenti in cui ho cambiato direzione, avvicinandomi a ciò che questa comunità rappresenta davvero: ciò che rappresentano la running community, la comunità dello yoga e questo mondo. Mi sono mosso in quella direzione, ma per molto tempo non sono stato affatto quel tipo di persona. Ero quasi un altro individuo. Allo stesso tempo, però, la persona che sta parlando ora c’è sempre stata, in qualche luogo, dentro di me. Il modo in cui guardo al mio percorso è questo: dentro di me c’è sempre stata una natura autentica, il desiderio di essere sano, di essere riposato, di poter guardare qualcuno negli occhi con sicurezza. Ma quella voce interiore è rimasta silenziosa per moltissimo tempo, perché io facevo semplicemente ciò che facevano tutti gli altri. Nella mia vita c’erano moltissime strade che non riconoscevo. Pensavo che quello fosse semplicemente il modo in cui si viveva, finché non ho raggiunto un certo punto.

Mi sono avvicinato allo yoga e, alla fine, sono diventato insegnante. Avevo lasciato completamente alle spalle la moda. Non avevo più nulla a che fare con quel mondo. Pensavo che sarei diventato un istruttore di yoga e che mi sarei immerso profondamente nella vita spirituale. Ma, allo stesso tempo, ero sempre stato un atleta. Ero uno skateboarder, avevo giocato a calcio. L’idea di muovere il mio corpo e, allo stesso tempo, connettermi alla spiritualità mi sembrava perfetta. Questo è diventato una parte fondamentale di ciò che ho immaginato creando Minor Planet. 

Quello che sto cercando di fare è costruire una visione di vita sana, di spiritualità, integrità e gentilezza, mantenendo però intatta la dimensione della subcultura. Si tratta di persone creative, con passati poliedrici, ma che sono buone persone e che cercano di agire nel modo giusto. Non volevo perdere l’immaginario delle subculture con cui sono cresciuto, né la musica che le ha plasmate. Perché se non ci sono la musica, l’arte, la creatività e i personaggi, le persone non entreranno davvero in connessione con uno stile di vita sano, che è la parte più importante. Essere una brava persona, essere gentile con te stesso e con gli altri: questo è l’obiettivo finale. La comunità della corsa, e più in generale il fitness, sono per me dei veicoli per arrivare a quell’obiettivo finale: diventare una buona persona. È lì che entra in gioco la spiritualità.”

Sport spirituali

“Posso dire di non aver mai inventato una singola cosa nella mia vita. Per me è sempre stato: vedo qualcuno che mi ispira, e allora voglio farlo anch’io. Voglio saperne di più. Voglio vivere anch’io quell’esperienza. Se è qualcosa che mi ispira, che mi accende. A un certo punto ho sentito questo slancio verso cose a cui, improvvisamente, ero diventato ricettivo. Probabilmente erano sempre state lì. Semplicemente non le avevo mai riconosciute, perché ero disallineato. Una volta riallineato, ho iniziato a notare. Altri skateboarder che non bevevano, o che mangiavano vegano. E volevo farne parte, perché risuonavano con me. Poi ho visto altri brand, come District Vision, e ho pensato che fosse interessante. Un’azienda sportiva, che parla anche di meditazione. Io ero già profondamente immerso nella meditazione. Il solo fatto di vedere un altro brand incorporare quella dimensione mi ha fatto pensare che là fuori esistessero altre persone come me.

Poi ho scoperto quest’uomo chiamato Sri Chinmoy, un guru indiano che viveva a New York, la cui intera religione era fondata sullo sport e sulla meditazione come cammino verso la salvezza. Utilizzava lo sport per sviluppare la concentrazione, nello stesso modo in cui lo yoga viene utilizzato per raggiungere la concentrazione necessaria ad arrivare alla meditazione. La sua comunità organizza una gara molto famosa qui a New York, chiamata Sri Chinmoy race. È una corsa di 3.000 miglia, ed è interamente incentrata sull’aspetto spirituale. Conoscere lui e leggere i libri che ha scritto è stato il punto da cui ho iniziato a sviluppare questo concetto di “Spiritual Sports”.

È quasi come diventare una nuova forma di monaco, una sorta di moderno monaco skater. Questo è diventato un costrutto attraverso cui volevo vivere la mia vita. E ancora oggi non voglio cambiarlo. Voglio continuare a costruire sempre di più attorno a questi valori. La vita quotidiana è dura. Non è sempre facile. Sgrido i miei figli. Non dovrei mangiare così tanti zuccheri. Non sono perfetto. Ma ho questa cornice, questo sentiero. E cerco di tornarci sempre. Con Minor Planet, ho un pozzo infinito di creatività che nasce proprio da quel sentiero.”

Più di una pratica fisica

“Credo che la corsa possa essere osservata da diverse angolature. L’aspetto performativo della corsa mi affascina. È così semplicemente bello il modo in cui ti permette di comprendere il progresso. Questo è il tuo tempo. Questo è il lavoro che hai fatto. Sei passato da qui a qui. È chiaro, diretto. A quel punto, non importa che aspetto hai, né quale sia il tuo genere. Non esiste giudizio sullo stile. Puoi scegliere di guardare alla corsa soltanto in questo modo.

Ma puoi anche compiere una scelta consapevole e osservarla in una dimensione più meditativa. Credo che entrambe le cose possano accadere nello stesso momento. Io ricado continuamente nel lato performativo. Sono sempre su Strava. Ma a volte devo spostarmi consapevolmente verso l’altro aspetto della pratica e condurre la mia personale ricerca. Come mi sento quando corro? Sono concentrato? Posso fare qualcosa di più per sentirmi allineato, a mio agio, autentico in ciò che sto facendo? A volte sono fuori asse, altre volte sono presente. Ma, alla fine, ciò che cerco davvero di mettere in pratica è questo, usare la corsa per essere, in un momento successivo, una persona più paziente, meno reattiva. Come qualcuno più capace di governare il proprio mondo interiore. Per me questo è l’aspetto più importante, perché dura più a lungo della corsa stessa. È quella la vera salute. Se non fai chiarezza con ciò che accade dentro di te, puoi correre quanto vuoi e comunque non essere sano. Puoi continuare a portarti addosso malattia e stress, se non utilizzi la pratica per regolare il tuo sistema nervoso e calmarti. Fallisco praticamente ogni giorno. Continuo a sbagliare. Ma ogni volta che riesco a prendere le decisioni giuste grazie a quella pratica, è una vittoria. È lì che vedo la corsa come una pratica spirituale: un modo per trascendere ciò che sei e ciò che ti circonda.”

Continuare a promuovere

“Per quanto riguarda il modo in cui vedo me stesso e Minor Planet inserirsi nel panorama del running moderno, è difficile definire una visione precisa. In un certo senso, procedo giorno per giorno. Tengo la testa bassa e cerco di fare il lavoro che sento più allineato possibile. Credo che l’estetica del mio brand rifletta questo. Non sono giovane, ho appena compiuto cinquant’anni, ma sento di essere a mio agio con chiunque. Sono sempre aperto a una conversazione.

Oggi ci sono molti brand che stanno entrando in questa mentalità, in cui movimento e meditazione diventano una filosofia centrale. Amo vedere tutto questo. Ovviamente, la narrazione e lo storytelling di ciascuno nasceranno dalla propria personalità, o dalla propria struttura aziendale. Per Minor Planet, possono esserci valori e convinzioni di fondo simili a quelli di alcuni di questi altri brand, ma verranno espressi in un modo diverso. Voglio rappresentare le cose che ho vissuto, le cose che considero belle, interessanti e forse significative anche per gli altri. Non voglio creare qualcosa che le persone abbiano già visto, o qualcosa che non porti con sé una storia. È per questo che la cultura skate, la meditazione, la filosofia yoga, l’arte dei graffiti, entrano nel mondo di Minor Planet.

When I think about the demographic of people who might buy the clothes, I’m not very strategic about it. I really just moved from inspiration. The aesthetic of the brand still seems to slip back into the era of something loose, flowy, relaxed, but also cool. Now we have this shop on the Lower East Side and it’s kind of funny, because I now occupy this small gallery-like space, with garments just thrown on the wall, in the same place I saw my favorite shops growing up. As Minor Planet grows, it will be interesting to see, through other opportunities, what it starts to look like.”


Comienza Con El Sueño | Willy Chavarria

La speciale collezione frutto del connubio tra adidas Original e Willy Chavarria onora la magica tradizione calcistica messicana e il suo futuro. Allo stesso tempo, eleva i poteri universali del calcio e i sogni da esso sprigionati. A raccontarcelo è lo stesso Willy Chavarria.

Comincia con un sogno. Nel quartiere dove cresciamo. Tra le persone che conosciamo, o impariamo a conoscere, attraverso un semplice, magnetico moto sferico. In Messico, una delle patrie passionali del futbol, il concetto di sogno si tinge di tradizione e richiami storici, di pratiche spirituali, più che sportive… di amore e possibilità.

È un sogno più grande del campo, quello idealizzato e trasformato in design da Willy Chavarria e adidas Original per la Federación Mexicana de Fútbol: una matrice calcistica, certo, applicabile però a qualsiasi ambito personale e professionale, compreso quello fashion. Un seme individuale e collettivo, in grado di mostrare vie alternative ad intere esistenze.

Da queste consapevolezze, affiora una collezione che, a pochi passi dal Mondiale co-ospitato dal Paese ‘Tricolor’, unisce la forma d’ispirazione più alta del Beautiful Game, quotidianamente vissuta nelle strade e nei campetti di ogni dove, il suo futuro che avanza, rappresentato dal coinvolgimento attivo dei giovani talenti de ‘El Tri’e i rituali senza tempo di uno sport divenuto linguaggio globale, come l’onirico spazio che precede ogni partita. Suggestioni, che prendono forma in oggetti dal significato non solo estetico, ma profondamente culturale, persino artistico.

Lo stesso sogno riecheggia, non per caso, nella biografia personale di Willy Chavarria, visionaria mente creativa che, attraverso il contatto con le three stripes, ha potuto riflettere sul proprio cammino: da Huron all’apice della dimensione fashion, seguendo una stella polare che mai ha smesso di splendere. Un sogno, per l’appunto. Nato per caso. Coltivato nella passione e nel contatto umano, per giungere ad apici impronosticabili.

Ed ecco, in un istante, azzerarsi qualsiasi distanza tra designer e calciatore. Tra arte e futbol.

adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection
adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection
adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection

‘Comienza Con El Sueño’, un titolo estremamente lirico per una collezione che prende spunto da un momento altrettanto lirico del Beautiful Game. Come sei arrivato ad isolare i rituali prepartita calcistici, e la loro potenza narrativa, per definire la collezione adidas Originals x Federación Mexicana de Fútbol? Questo nucleo tematico scaturisce anche da tue dirette esperienze sportive?

Willy Chavarria: “Ho sempre nutrito un’ammirazione per gli atleti, per chi scende in campo. Vivo lo sport, in questo caso il calcio, come si vive la musica. Ogni giocatore porta un contributo essenziale, qualcosa che nasce in modo naturale e che coinvolge tutti in una creazione artistica irripetibile. Nulla di veramente bello nasce da un singolo individuo. Per raggiungere la grandezza, è necessario il connubio tra passione per la natura umana e dedizione”

 

Nel linguaggio di questa collezione, ‘El Sueño’ sta per la tensione magnetica dello speech in spogliatoio a pochi minuti dal calcio d’inizio, ma anche come metafora dell’obiettivo sportivo che, sin dalla tenera età, è in grado di definire interi percorsi e persino identità, pur mantenendo loro radicate alle origini. Nel caso del tuo percorso creativo e umano, cos’ha rappresentato il concetto di ‘Sueño’?

Willy Chavarria: “El Sueño è una stella polare. Ogni sogno, a prescindere dalla sua dimensione, è un obiettivo che diventa struttura e luce guida. Analogamente a questa campagna, il mio percorso è iniziato ad Huron, la mia città natale, dove non esisteva alcuna vicinanza con la fashion industry. La mia famiglia, i miei amici e i miei vicini hanno plasmato in me un desiderio di creare che, all’epoca, nemmeno poteva essere formulato attraverso il concetto di fashion designer…”

 

All’interno del racconto di questa collezione hai deciso di dare spazio ai luoghi-quintessenza del sistema calcistico centro e sudamericano, i campetti di quartiere, dedicando loro una serie di video intitolati, non a caso, ‘El Barrio’. Cos’ha significato, per te, mettere in risalto luoghi così rilevanti non solo per la cultura calcistica messicana, ma per la sua società?

Willy Chavarria: “Per me era fondamentale mettere in luce proprio il luogo in cui, tutti i giorni, i sogni dei bambini nascono e prendono forma. Il calcio ha visto emergere grandi atleti da ogni contesto sociale, perché è uno sport relativamente accessibile rispetto ad altri. Sappiamo che, per la maggior parte dei bambini provenienti da contesti marginalizzati, il campo di quartiere, spesso un parco pubblico o una strada vuota, rappresenta il palcoscenico in cui coltivare sogni sostenuti dalla comunità. Gli allenatori scolastici, i ragazzi più grandi, gli zii e le zie coinvolti nelle partite, pronti a dare consigli… sono tutte persone che riconoscono questi sogni, e che contribuiscono a mantenere viva la luce che portano con essi”

adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection
adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection
adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection
adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection

Se nel ‘Barrio’ i talenti del futuro costruiscono il loro sogno, lo stesso vale per coloro che stanno costruendo il sogno del futuro ‘El Tricolor’. Perché hai deciso di coinvolgere il nuovo che avanza, ovvero i più giovani, in questa campagna? Che tipo di messaggi vuole evidenziare questa scelta, soprattutto in vista del Mondiale senior di quest’estate?

Willy Chavarria: “Questi giovani atleti sono il futuro del calcio ed è stato un onore averli come interpreti del concetto ‘El Sueño’. I giocatori tra l’U20 e l’U25 sono straordinari: il lavoro con cui contribuiscono a far proseguire la tradizione calcistica messicana è fondamentale. Volevamo assicurarci che il loro impegno fosse riconosciuto e celebrato, mentre continuano a crescere e a lavorare per raggiungere i propri sogni”

 

La collezione tocca e rielabora sia l’estetica messicana, e alcuni dei suoi simboli più significativi, che alcuni oggetti di culto adidas, per esempio le leggendarie Predator. Come si pone la lente di un creativo del tuo spessore quando deve rielaborare dei veri e propri patrimoni culturali, e filtrarli attraverso il proprio gusto, e la propria visione? Sotto questo punto di vista, che stimoli extra infonde la collaborazione con un brand come adidas Original?

Willy Chavarria: “La simbologia messicana possiede intrinsecamente forza e spiritualità. I motivi/richiami che abbiamo inserito nella collezione sono pensati per trasmettere a chi li indossa un senso di fiducia, di protezione... adidas è straordinaria nel dare forma a una visione culturale, mantenendo al tempo stesso silhouette contemporanee e una grande competenza tecnica. La collaborazione tra Willy Chavarria e adidas Originals non è soltanto estetica, ma una forte fusione di tradizioni”

adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection
adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection

Hai già portato alcuni di questi oggetti sulle passerelle, proponendo una naturale fusione tra immaginario calcistico e fashion. A tuo avviso, oggi qual è lo stato dell’arte del rapporto tra queste due dimensioni? Quali sono i segreti per creare, come pare cristallino nel caso della collezione “Comienza Con El Sueño”, un equilibrio organico tra loro? E quali, invece, i rischi da evitare?

Willy Chavarria: “Il calcio è sempre stato uno sport stiloso, indipendentemente dalla sua effettiva intenzionalità nel volerlo essere. I giocatori hanno stili distinti e personali, mentre gli allenatori appaiono sempre impeccabili e sofisticati. Il rapporto tra calcio e fashion continua a rafforzarsi, anche perché gli Stati Uniti stanno recuperando terreno in questo sport globale: lo vediamo, ad esempio, dal modo in cui le maglie occupano sempre più spazio nell’hype culture. I calciatori portano con loro una rara combinazione di durezza ed eleganza: dicotomia che il brand Willy Chavarria ha sempre incarnato. L’allineamento di questo ethos ha creato una base naturale su cui poter concepire i design di questa collezione dedicata alla nazionale messicana”

 

Concludendo sul tema, per Athleta Mag lo sport è sinonimo di arte e cultura. In che modi e forme un creativo del tuo spessore viene contaminato dall’immaginario sportivo, passato e contemporaneo? Dove e come lo sport è riuscito e riesce tutt’ora ad influenzare la tua ricerca artistica?

Willy Chavarria: “Un campo aperto, la domenica pomeriggio, che si riempie di giocatori destinati a diventare subito compagni. Ho sempre ammirato questa forma d’arte spontanea, capace di una grazia e di una disciplina per cui, da bambino, non avevo ancora parole. Per me il calcio era già arte, già preghiera. Il ring, il campo, la passerella… condividono la stessa architettura emotiva: l’ingresso, il kit, la musica, il silenzio prima dell’inizio. È teatro. È chiesa. Quando disegno una maglia o una giacca da riscaldamento, penso alla cultura, ai lottatori, agli uomini della generazione di mio padre che entravano in un’arena pretendendo di essere visti. Penso a come un corpo, vestito con intenzionalità, possa reclamare bellezza, grazia e forza davanti al mondo. Lo sport me lo ha insegnato molto prima della moda”

adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection
adidas Originals x Willy Chavarria “Comienza Con El Sueño” Collection

From the Track to the Street | Visioni di SJ Todd

Visitiamo l’intersezione di velocità, precisione e fashion, rappresentata dal connubio Y-3 - Mercedes-AMG PETRONAS F1, attraverso le suggestioni della direttrice creativa dietro la sua campagna e narrazione: SJ Todd

L’asfalto può sprigionare differenti forme di creatività ed espressione personale. Quelle garantite dalle monoposto F1 più veloci del momento, per esempio. Oppure, quelle ricercate dall’artigianalità progressista Y-3. Entità che, proprio sull’asfalto, hanno intessuto e continua ad arricchire un dialogo aperto, quello tra il Circus F1 e il fashion. Conversazione mai, come oggi, rilevante e stratificata. 

In questo comune e reciproco scambio di energie, la sinergia Y-3 - Mercedes-AMG PETRONAS F1 non può che porsi in una condizione apicale. Eccellenze a confronto, o meglio, che confluiscono nei design di una collaborazione dal sapore chiaroscuro e vivido, dove il racing attuale e tre sue monumentali personalità – Toto Wolff, Kimi Antonelli e George Russell – mettono a confronto tracciato e strada, cultura sportiva e mitologia giapponese, dettaglio e performance. 

Un’unione di mondi che ci siamo fatti illustrare dalla direttrice creativa incaricata di comporre la narrazione visuale di questa partnership, nonché un’esperta di lunga data dell’ecosistema che Athleta Mag stesso popola, quello delle pubblicazioni cartacee: SJ Todd.

Y-3 – Mercedes-AMG PETRONAS F1 Collection
George Russell for Y-3 – Mercedes-AMG PETRONAS F1

From the Track to the Street. Quando hai ricevuto la richiesta di lavorare sul connubio Y-3 - Mercedes-AMG PETRONAS F1 che pensieri ti hanno attraversato? Cos’ha rappresentato e cosa rappresenta, ai tuoi occhi, il contatto tra queste due entità apicali, rispettivamente del mondo design e motorsport? 

“La prima reazione, al di là del cercare di non soffermarmi troppo sulla portata della collaborazione, è stata concentrarmi su quanto sia incredibilmente ispirante la mentalità dei piloti. Il livello di concentrazione, continuità e sangue freddo che riescono a mantenere nel tempo ha qualcosa di, quasi, sovrumano. C’era, ovviamente, anche una forte gratitudine nel lavorare con due realtà così importanti, ma abbiamo cercato di trasformare quell’energia in qualcosa di concreto, senza sovraccaricarla di pensieri. Quella stessa attitudine è diventata il nostro punto di partenza, ed ha subito orientato la direzione narrativa. Abbiamo iniziato a lavorare su come tradurla in un linguaggio visivo, esplorando diversi approcci e possibilità di racconto capaci di offrire uno sguardo nuovo. Allo stesso tempo, la precisione e la cura del dettaglio tipiche di Y-3 e Mercedes-AMG PETRONAS F1 hanno alimentato ulteriormente questa direzione. È proprio questo senso di disciplina condivisa, questo rigore che arriva da due mondi diversi, ad aver reso la collaborazione così forte e significativa”

Toto Wolff, George Russell e Kimi Antonelli sono stati ritratti in una nuova, affascinante e vertiginosa, dimensione intergenerazionale. Com’è stato collaborare con personalità così riconosciute e, allo stesso tempo, differenti tra loro? E quanta consapevolezza estetica/fashion si ritrova, oggi, in figure sportive di questo calibro? 

“Lavorare con loro è stato molto naturale, ma sempre con un altissimo livello di professionalità. Ognuno porta con sé una personalità molto definita, e per me è sempre stimolante confrontarmi con questo tipo di dinamiche. Le differenze non complicano il processo, lo arricchiscono: entrano direttamente nel racconto e nel risultato finale, rendendo il lavoro più stratificato, più vivo. Trovo altrettanto interessante il modo in cui atleti, musicisti e figure di questo calibro riescano a essere completamente presenti nel momento. Intorno a loro c’è un’enorme pressione, ma riescono a convogliare tutto in un unico punto, quello della performance. È qualcosa che offre prospettiva, e che fa emergere chiaramente il legame tra processo creativo e intenzione, tra ciò che ognuno porta nello spazio condiviso. La sensibilità per la moda, in realtà, c’è sempre stata: gli atleti più completi le hanno sempre dato spazio. La differenza oggi è quanto venga sostenuta e valorizzata. Brand come Y-3 stanno spingendo molto in questa direzione. Collaborazioni come questa non si limitano a raccontare un cambiamento, ma mostrano concretamente cosa succede quando questi mondi iniziano davvero a incontrarsi”

Kimi Antonelli for Y-3 – Mercedes-AMG PETRONAS F1
Toto Wolff for Y-3 – Mercedes-AMG PETRONAS F1

La capsule Y-3 - Mercedes-AMG PETRONAS F1 è popolata di oggetti dall’altissimo potenziale iconico. C’è stato un prodotto che hai particolarmente apprezzato o che ha avuto maggiore risalto davanti ai tuoi, esperti, occhi? 

“Il bomber mi ha colpito immediatamente, fin dal primo momento in cui ho ricevuto la collezione!”

La tua direzione creativa non si limita a campagne di questo genere, ma tocca anche un panorama a noi molto caro: quello dei magazine. Quale pensi sia il valore aggiunto, da un punto di vista culturale, conferito dal navigare e operare in questo universo specifico? L’elemento sportivo come rientra nella tua esplorazione quotidiana ispirata dai media che dirigi? 

“I magazine introducono una fluidità diversa nel modo di costruire immagini e video. È un processo più organico, più libero, soprattutto nelle dinamiche di collaborazione. Si crea uno spazio in cui le persone possono lavorare in modo diverso, e questo scambio finisce per influenzare anche tutto il resto. A livello personale, è importante sapere che due volte l’anno esiste un lavoro fisico, distribuito a livello globale. Ti permette di rallentare il ritmo e di collaborare con persone che stimi, da cui trai ispirazione. Continuare a curare la direzione artistica di mag è qualcosa che vivo come un grande privilegio”

Infine, una riflessione più ampia sul rapporto F1 - fashion. Avendo vissuto e plasmato in prima persona un capitolo essenziale nell’evoluzione di questo rapporto, come speri si evolverà nel futuro, anche grazie all’esempio virtuoso Y-3 - Mercedes-AMG PETRONAS F1? 

“All’inizio del progetto la mia conoscenza della Formula 1 era piuttosto basilare. Però, ogni brief per me è un’opportunità per applicare uno sguardo nuovo, affrontando le cose da un’altra prospettiva. Y-3 e Mercedes-AMG PETRONAS F1 hanno reso possibile questo approccio, ed è stato davvero stimolante costruire insieme il processo. Avere punti di vista diversi all’interno della collaborazione è stato fondamentale. C’è stato un dialogo continuo, per fare in modo che tutto rimanesse coerente ma anche autentico. Più in generale, credo che il rapporto tra sport e moda continuerà a evolversi, e la Formula 1 è uno spazio chiave in questo senso. È stato interessante vedere George, Kimi e Toto entrare in relazione con il progetto, in parallelo al momento positivo del team all’inizio del campionato. Tutto sembra muoversi insieme, ed è una direzione molto stimolante”

Y-3 – Mercedes-AMG PETRONAS F1 Collection
Kimi Antonelli for Y-3 – Mercedes-AMG PETRONAS F1

RESONANCE

Viaggio nell’essenza dell’hiking e delle sue suggestioni

C’è un conforto inatteso nel perdersi. Inizia con il respiro greve delle cascate, dove l’acqua si fa ghiaccio e il sentiero comincia a dissolversi sotto i piedi. Ci si muove non per arrivare, ma per appartenere al freddo. Quando si raggiunge il lago ghiacciato, il mondo si apre in una geometria vasta e silenziosa. Ogni passo diventa un dialogo consapevole con il gelo. Qui, il paesaggio non si limita a circondare: vibra sotto la sua stessa superficie, come una forza quieta, trattenuta, in equilibrio. Poi, l’orizzonte scompare. Il mondo si trasforma in una foschia bianca e muta, e la mappa mentale svanisce. Finisce la ricerca della destinazione, comincia quella della percezione del momento: il morso dell’aria, il ritmo costante del cammino, il peso del silenzio. Due figure, sfocate nella tempesta, guidate soltanto dal bagliore tenue della propria luce. In questa sospensione di spazio e tempo, l’hiking non è più una distanza da percorrere, ma una condizione dell’essere. Perché nel bianco assoluto, perdersi è l’unico modo per ritrovarsi.

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Credits

Creative director and Stylist Chiara De Giorgi 

Photographer Riccardo Fabris 

Director Lorenzo Mariotti 

DOP Andrea Ciotti 

Sound designer Federico Tansella 

Producer Irene Zaccarini 

Make up and Hair Sara Selvestrel 

Stylist assistant Camilla Perucchio 

Talents Beatrice Gaviraghi and Gregorio Campoccia 


A Kinetic Journey | Design for and through ASICS

Abbiamo visitato il Kinetic Playscape, uno spazio immersivo creato da NUOVA e ASICS per celebrare le nuove GEL-KINETIC 2.0 durante la Milano Design Week. Per l’occasione, abbiamo esplorato la filosofia ‘Sound Mind, Sound Body’ e le sue declinazioni artistico-culturali attraverso le testimonianze incrociate di Alvaro Moreno de la Cruz, Global Head of Marketing, ASICS SportStyle, e del duo Enrico Pietra-Rodrigo Caula, partner dello studio NUOVA, che ha sviluppato quest’installazione immersiva.

Un istituto di ricerca fittizio, dalle sfumature retrofuturistiche. Una fusione tra artigianalità, oltre che minimalismo giapponese, e design italiano. Una commistione sperimentale di arte, intesa come insieme di forme tangibili e intangibili, e attività fisica. Soprattutto, un luogo dove cinque differenti spazi attivano e, a loro volta, si attivano nei sensi e nel movimento. 

Il Kinetic Playscape si rivela alla Milano Design Week come un tributo alle nuove GEL-KINETIC 2.0, ultimo simbolo del costante, e strutturale, processo di contaminazione tra passato e futuro di ASICS. Da questa sneaker ha preso ispirazione lo studio NUOVA (New Understanding of Various Artifacts), plasmando una scenografia interattiva che parla di viaggio: temporale, multisensoriale, ludico, creativo. L’esito di questo itinerario è una rapida, eppure profondamente significativa, visita tra il terrestre e il trascendente, tra atto e concetto, dove ad ogni corpo è dato trovare il senso ultimo del movimento: il pieno equilibrio umano, espresso dalla filosofia ‘Sound Mind, Sound Body’. 

Un equilibrio che, metaforicamente, si riflette anche nel rapporto tra prodotto, identità, immaginario sportivo ed espressione artistica professato dalla visione contemporanea di ASICS, qui raccontato dalla testimonianza di Alvaro Moreno de la Cruz, Global Head of Marketing, ASICS SportStyle, e dagli architetti del Kinetic Playscape, Enrico Pietra e Rodrigo Caula dello studio Nuova. 

Kinetic Playscape installation by ASICS & NUOVA
the new GEL-KINETIC 2.0 by ASICS

Alvaro Moreno de la Cruz | Global Head of Marketing, ASICS SportStyle

Ad Athleta Mag piace cominciare ogni intervista partendo dal rapporto personale di ogni intervistato con l’immaginario sportivo. Cos’ha rappresentato e cosa rappresenta nella tua vita lo sport?

Alvaro Moreno de la Cruz: “Lo sport è sempre stato una costante nella mia vita. Fin dall’infanzia sono stato molto attivo: giocavo a rugby, e l’attività fisica è un qualcosa con cui sono cresciuto in modo naturale. Con il tempo ho imparato a considerarla come una base per il mio equilibrio. Offre struttura, ma anche sollievo, sia fisico che mentale. Oggi resta una priorità. Ho bisogno di correre due o tre volte a settimana e considero le partite di calcio non solo come puro esercizio, ma anche come momenti di socialità. Più in generale, credo profondamente che il movimento sia essenziale: non solo a livello individuale, ma come strumento per incidere positivamente sulla società e sulle comunità. È una convinzione centrale anche per ASICS, e qualcosa con cui mi identifico in modo autentico. È anche uno dei motivi per cui sento una così forte affinità con ciò che facciamo.”

Proseguendo sul tema biografico, hai ricoperto diversi ruoli in ASICS, cominciando da Senior Sales Manager, fino a ricoprire il ruolo di Global Head of Marketing, che significati incarna ai tuoi occhi, dopo averla potuta vivere così profondamente, la filosofia ‘Sound Mind, Sound Body’?

Alvaro Moreno de la Cruz: “Nel corso degli anni ho assistito a un cambiamento significativo. Quando sono entrato, l’ampio dibattito culturale attorno allo sport e al benessere non era così cruciale come oggi. L’industria era guidata soprattutto dal lancio di sneaker e dalla logica dell’hype: qualcosa che non ha mai fatto realmente parte del nostro approccio, né della nostra missione. Il tempo ci ha permesso di abbracciare pienamente ciò che siamo come brand. ‘Sound Mind, Sound Body’ significa creare prodotti che consentano alle persone di muoversi di più e di sentirsi meglio nel farlo. E quel movimento fisico ha un impatto diretto e positivo sul benessere mentale. All’interno dell’azienda, questa convinzione è profondamente condivisa. Il team ASICS è composto da persone che credono davvero in questa filosofia: non è soltanto un messaggio, è qualcosa che si vive quotidianamente. Ed è proprio questo a rendere così naturale il nostro coinvolgimento in ciò che facciamo. È autentico.”

Ascoltando le tue dichiarazioni, appare chiaro come ti stia particolarmente concentrando sulla rilevanza e sul posizionamento culturale del brand. Per Athleta Mag lo sport è sinonimo di arte e cultura: per ASICS che valore assume il rapporto con queste due dimensioni?

Alvaro Moreno de la Cruz: “È una domanda molto interessante. Siamo profondamente radicati nello sport, per esempio nel running e nel tennis, e non cerchiamo di nasconderlo. È ciò che definisce il nostro posizionamento, offrendoci una base solida e autentica. Allo stesso tempo, nel momento in cui cerchiamo di espandere il nostro raggio d’azione e costruire connessioni più profonde con il nostro pubblico, la dimensione culturale diventa sempre più centrale. Ci interessa il coinvolgimento, la risonanza emotiva, la costruzione di qualcosa di duraturo. Se altri brand scelgono un approccio più esplicito o accelerato alla cultura, noi preferiamo sviluppare questa connessione in modo organico. La cultura richiede tempo: richiede pazienza e coerenza. Deve nascere da un terreno naturale. È per questo che momenti come la Milano Design Week assumono un significato particolare. Ci permettono di raccontare la nostra visione e il nostro design in un contesto affine ai nostri valori. La Milano Design Week non riguarda solo l’arredo o l’arte: riguarda l’artigianalità, declinata in molte discipline. È una prospettiva che risuona profondamente con noi, soprattutto se si pensa alla tradizione artigianale giapponese, da sempre alla base dei nostri prodotti. È qui che notiamo il vero punto di contatto: sport, design e cultura si mostrano come livelli complementari. E crediamo di avere un ruolo preciso all’interno di questo spazio.”

Kinetic Playscape installation by ASICS & NUOVA
Alvaro Moreno de la Cruz | Global Head of Marketing, ASICS SportStyle

La sneaker GEL-KINETIC 2.0 come s’inserisce nel percorso attuale di ASICS? Perché avete deciso di elevarla in questa Milano Design Week?

Alvaro Moreno de la Cruz: “Il prodotto, in fondo, parla da sé. Il linguaggio progettuale della GEL-KINETIC 2.0 è estremamente avanzato e progressivo: è una chiara espressione del principio per cui la forma segue la funzione. Al di là dell’estetica, si tratta di comfort e stabilità. È una scarpa pensata per chi trascorre molte ore in piedi, pur mantenendo un’identità visiva molto distintiva. In ASICS siamo orgogliosi di portare la tecnologia in primo piano, quella che definiamo ‘visible tech’, e questo modello ne è una delle espressioni più compiute. Per questo la Milano Design Week si è rivelata il contesto naturale per presentarla. Non esiste luogo migliore per parlare di design a questo livello.”

L’ASICS Kinetic Playscape: un’installazione pubblica immersiva, un’esperienza spaziale di mente e corpo in armonia, una fusione tra design radicale italiano e minimalismo giapponese… Qual è la tua definizione di quest’attivazione? E cosa vuole trasmettere e far vivere ASICS attraverso un’installazione di questo genere?

Alvaro Moreno de la Cruz: “Mette in mostra un ambiente che potremmo definire retro-futurista. In ASICS, l’innovazione è sempre accompagnata dalla riflessione: si procede in avanti, ma si guarda anche indietro. Questo approccio affonda le radici nel concetto giapponese di kaizen, ovvero di miglioramento continuo: apprendere dal passato per orientare il futuro. La GEL-KINETIC 2.0 è già di per sé un’evoluzione, e il Kinetic Playscape incarna la stessa logica. È un’esperienza ludica, che al tempo stesso esplora il futuro attraverso una lente quasi nostalgica: c’è un’atmosfera che richiama gli anni Ottanta, con suggestioni kubrickiane. È un contrasto voluto, e particolarmente efficace. Al centro, però, resta il movimento. La nostra ambizione è dimostrare che il movimento, anche il più minimo, produce un impatto positivo. Non serve correre trenta chilometri: bastano pochi minuti di attività per generare un senso di benessere mentale. Il contesto progettuale è fondamentale, riflette tanto la nostra eredità giapponese quanto la città che ci ospita, ma, in ultima analisi, l’obiettivo è semplice: permettere alle persone di sperimentare direttamente come il movimento le possa far sentire. Interagire con lo spazio, giocare, e uscirne con una percezione di benessere accresciuta.”

Per l’ASICS Kinetic Playscape avete coinvolto anche un artista sonoro del calibro di Mateo Garcia e il visionario studio di design, di base a Los Angeles, NUOVA. Il suono entra, in qualche modo, anche nel vostro claim: cosa rappresenta per ASICS il coinvolgimento di artisti e creativi in progetti speciali?

Alvaro Moreno de la Cruz: “Tutto riconduce al concetto di artigianalità. Negli ultimi tempi ci siamo interrogati su ciò che davvero ci definisce: non tanto l’innovazione in sé, quanto l’idea che ogni cosa che realizziamo sia radicata nell’artigianalità giapponese. Si tratta di decenni di affinamento, attenzione al dettaglio, qualità, vestibilità. Lo stesso principio guida anche le nostre collaborazioni con gli artisti. Che si tratti di musicisti, designer o architetti, ciò che ci accomuna è una dedizione condivisa al fare: anni di pratica, profondità di competenze, capacità di mettere in relazione discipline diverse. È in questo processo di confluenza che si generano significative sinergie. Per noi, è uno spazio estremamente fertile, che vogliamo esplorare ancora di più. Soprattutto oggi, in un mondo sempre più plasmato dall’intelligenza artificiale, esiste un valore concreto nel riconnettersi a ciò che le persone sanno creare con le proprie mani e con il proprio pensiero. Collaborare con gli artisti è un modo per celebrare questo principio e per affiancarci a individui che condividono la nostra stessa visione.”

Kinetic Playscape installation by ASICS & NUOVA
Kinetic Playscape installation by ASICS & NUOVA

Enrico Pietra & Rodrigo Caula | Design Studio NUOVA

Che cosa ha rappresentato lo sport nella vostra vita e cosa rappresenta oggi?

Enrico Pietra: “Lo sport riveste un ruolo fondamentale nella mia vita. Forse non è la prima cosa in assoluto, ma di certo ci si avvicina molto. Per me l’attività fisica è inseparabile da una condizione di benessere: senza allenamento non mi sento in equilibrio. Il mio percorso non è mai stato orientato all’eccellenza in una singola disciplina, quanto piuttosto alla curiosità e all’esplorazione. Ho sempre amato sperimentare sport diversi: ho iniziato con il basket, sono passato alla boxe, poi mi sono fermato per concentrarmi maggiormente sulla palestra e, più recentemente, sono tornato a pratiche come il jiu-jitsu, affiancate alla corsa. Il movimento, in tutte le sue forme, è sempre stato una costante.”

Rodrigo Caula: “Ho giocato a calcio per vent’anni, quindi è letteralmente nel mio sangue: sono argentino, dopotutto... Ho iniziato a cinque anni ed è una parte della mia vita che ha definito profondamente chi sono. Negli ultimi anni mi sono avvicinato a pratiche come lo yoga e il Pilates. Il movimento resta essenziale. In passato, ho anche corso su pista, sulle medie e lunghe distanze, quindi il rapporto con il corpo è sempre stato presente. Per me restare attivo non è solo importante: è necessario.”

Ad Athleta Mag consideriamo lo sport una forma di arte e cultura: quale ruolo dovrebbero avere queste dimensioni—arte, cultura e, nel vostro caso, design—nell’immaginario sportivo contemporaneo e nell’identità di un brand come ASICS?

Enrico Pietra: “Lavorare con ASICS è stata l’occasione per ripensare la scarpa come strumento di performance: l’elemento essenziale che accompagna ogni movimento, sul campo, in allenamento o in palestra. Partendo da questi concetti, è interessante collocare il prodotto in contesti differenti, permettendo alle discipline e agli ambienti di intersecarsi. Running, training, sollevamento pesi, design, arte… Tutto si sovrappone, generando una visione dello sport più fluida e integrata.”

Rodrigo Caula: “La vedo come la prossima frontiera. Si tratta di un’evoluzione continua: affinare, contaminare, mettere in relazione realtà diverse. Questo è il momento giusto perché questi mondi entrino in collisione. Oggi le persone non vogliono più soltanto osservare: vogliono partecipare. Cercano un’esperienza completa, immersiva. E credo che questa convergenza tra sport, arte e cultura risponda esattamente a questa esigenza.”

Kinetic Playscape installation by ASICS & NUOVA

Com’è stato progettare uno spazio ispirato alla GEL-KINETIC 2.0? Che tipo di processo creativo avete seguito per definire il Kinetic Playscape?

Enrico Pietra: “Siamo profondamente legati alla tradizione, ma sempre proiettati verso il futuro, e ASICS incarna perfettamente questa tensione. Lo si percepisce chiaramente nella GEL-KINETIC 2.0: una forte eredità che si combina con nuove tecnologie. Il nostro approccio ruota attorno al retro-futurismo. Lavoriamo spesso sull’idea che viaggiare nel tempo sia possibile. In questo progetto abbiamo immaginato di riportare le persone nel Giappone degli anni Ottanta, all’interno di una struttura di testing dove incontrare la scarpa per la prima volta, per poi viverla in modi inaspettati, quasi come se ci si trovasse sulla luna, sperimentando attraverso il movimento e la gravità. Il percorso si trasforma poi nuovamente, conducendo in una reinterpretazione di una tradizionale sala da tè giapponese, con tatami, riletta però in chiave contemporanea, attraverso nuovi pattern e materiali. È un gioco di stratificazioni tra tempo, cultura ed esperienza.”

Rodrigo Caula: “We started from the concept embedded in the ASICS name itself: ‘Anima Sana in Corpore Sano’. That became the foundation of our research and the structure of the experience. The idea was to create a kind of journey, almost like a performance, guiding people through different states. When you enter the changing room, the goal is to downregulate the nervous system: to bring you into a calm, neutral state. Then, once you put on the shoes, you move into the Playscape, where everything shifts: sound, scent, energy, all working together to activate you. Finally, the experience resolves in the tea room, where you can relax, absorb everything, and return to a more grounded state. It’s a cycle: an interplay between activation and recovery.”

Avendo esplorato ASICS così a fondo, che cosa significa oggi per voi la filosofia ‘Sound Mind, Sound Body’?

Enrico Pietra: “Non medito nel senso tradizionale del termine, ma per me il movimento è una forma di meditazione. Correre, sollevare pesi: sono i momenti in cui mi riallineo. Inizio sempre la giornata con l’attività fisica. È ciò che ne determina il tono. Senza, so già che la giornata non avrà lo stesso equilibrio.”

Rodrigo Caula: “Per me la meditazione è una componente essenziale della quotidianità. Pratico meditazione vedica sia al mattino, che alla sera: è il mio modo di disconnettermi dal rumore esterno e riconnettermi con me stesso. Mi aiuta a ritrovare equilibrio, a restare centrato e a mantenere un legame profondo tra mente e corpo. Lo sport completa questo processo, sostenendo il benessere generale e rafforzando una condizione di armonia.”

Enrico Pietra and Rodrigo Caula, partners at NUOVA

Surrounding (Echoes)

L’editoriale prodotto da Stoked Studios rivela, e ritrae, un modo altro d’intendere il trail running

Il trail running si manifesta, nel suo stadio più lirico, come condizione percettiva, più che come atto cinetico. Appoggio dopo appoggio, il paesaggio viene filtrato in funzione del movimento: in virtù di una sete d’esplorazione tanto esteriore, quanto interiore. Il campo visivo si restringe. Il corpo evolve in una dimensione terza, dove si ritrova disperso, eppure profondamente a fuoco. Fluttua, in un piano sequenza di suggestioni. In un tunnel alterato e alterante. 

La mente oscilla in quest’effimero corridoio sensoriale, registra lampi naturali sotto forma d’ostacoli o intuizioni. Un’altra salita, e l’esperienza diretta arriva a coincidere con la visione indiretta. Un’altra discesa, e l’immaginazione si ritrova ad inseguire una realtà sempre più irregolare: un paesaggio destinato a perdere definizione, trasformandosi in una sequenza di pattern ricorrenti. Di suoni e percezioni. Di echi prossimi. 

Come durante la massima trance artistica, la ripetizione pregressa, allenata e raffinata, sfocia d’un tratto nell’anticipazione. Nell’automatismo. Nell’invenzione. Lo spazio segue il ritmo, adattandosi ad un tempo, ormai, non più lineare. Ad esistere è solo il passo successivo: già conosciuto, già effettuato. Il ciclico compimento di un rito dissociativo. Il ritorno in una geografia sospesa, dove tutto ciò che circonda, non fa che avvolgere. E canalizzare.  

Questo progetto editoriale è stato prodotto da Stoked Studios e supportato, oltre che reso possibile, da Saucony e Wild Tee.

Surrounding (Echoes)

Credits

Production: Stoked Studios

Creative direction: Leonardo Piai

Photographers: Riccardo Fabris I Valentina Pettinelli I Laura Marchini I Nicolas Teodori

Retoucher: Riccardo Fabris

Filmmakers: Lorenzo Mariotti & Antonio Visinali

Fpv drone: Marco Petrone

Sound: Federico Tansella & Federico Sacchet

Producer assistant: Marco Gallocchio

Talent: Giulia Pettinelli

Text editor: Gianmarco Pacione

Thanks to Saucony and Wild Tee


Tailoring Sports Imagery, Tiny Idols

A pochi giorni dalla Cerimonia d’Apertura dei Giochi Paralimpici Invernali, ideata e prodotta da Filmmaster, abbiamo esplorato le emozioni e la filosofia di chi ha vestito questo simbolico evento: la rinomata stylist, nonché Fashion Editor di Athleta Mag, Silvia Ortombina | Tiny Idols, che per questo storico appuntamento a cinque cerchi ha ricoperto il prestigioso ruolo di Costume Director 

‘Life in Motion. La Bellezza dell’Umanità in Movimento’. Lo scorso venerdì, l’Arena di Verona ha dato il via ai Giochi Paralimpici Invernali, con una monumentale cerimonia plasmata da Filmmaster che, per l’appunto, nella Bellezza dell’Umanità in Movimento ha visto il suo tanto tangibile, quanto intangibile cuore pulsante. 

A vestire questa celebrazione in grado di parlare un linguaggio ben più ampio di quello sportivo è stata la Costume Director Silvia Ortombina | Tiny Idols. Stylist assurta ai vertici del panorama musicale italiano, negli ultimi anni Silvia ha associato la sua visione artistica all’immaginario sportivo, divenendo Fashion Editor di Athleta Mag e trovando nello sforzo fisico una musa per la sua espressione creativa. 

Orgogliosi di questa recentissima pietra miliare raggiunta nel suo percorso, abbiamo chiesto a Silvia di mettere in fila una serie di emozioni, amplificate dalle sue origini veronesi, riflessioni e dati biografici atti a spiegare cosa significhi, per lei, il contatto tra fashion e sport: un’occasione che ci ha anche permesso di riflettere su filoni specifici ed estremamente rilevanti nella contemporaneità, come quelli dell’adaptive wear e della sostenibilità. 

Ad accompagnare l’intervista, una gallery delle sue creazioni apparse nella notte di Verona e alcuni speciali editoriali curati da Tiny Idols per Athleta Mag. 

Milan Cortina Paralympics Opening ceremony
Milan Cortina Paralympics Opening ceremony

Come sono entrati il fashion e lo sport nella tua vita, e quanto ha contato la tua famiglia nel plasmare questo peculiare connubio?

“In realtà, per me con questa cerimonia si chiude ed apre un cerchio importante della mia vita: sia lo sport, che la moda sono sempre stati molto vicini alla mia famiglia. Mia madre e mia zia avevano un’azienda di moda e negli anni ’80 si occupavano soprattutto di skiwear e giacche a vento. Confezionavano capi che facevano parte dell’immaginario sportivo molto iconico legato indissolubilmente a quel periodo. Successivamente, mio zio è divenuto braccio destro di Peter Steinenbronn e si è ritagliato un ruolo importante nello sviluppo di un filone di quella che potremmo definire la sport couture degli anni ’80. Ricordo molto bene che, quando ero piccola, veniva spesso a casa e passava ore a fare bozzetti legati alle sue creazioni. Un giorno, per esempio, mi regalò la divisa delle Olimpiadi invernali dell’Austria, su cui aveva lavorato. Vedere nascere quei disegni davanti ai miei occhi è stato un qualcosa che mi ha sicuramente influenzata”

In Athleta raccontiamo lo sport come una forma artistica e culturale. Anche lo styling è, a suo modo, una forma artistica e culturale. Cosa significa per te essere una stylist? E se dovessi descrivere la tua filosofia artistica, come lo faresti?

“Per me essere una stylist significa costruire un linguaggio visivo, creare immagini che raccontino una persona, un momento, un immaginario… Che veicolino un messaggio. La mia filosofia nasce spesso dall’incontro tra mondi diversi. Contaminare è la parola d’ordine: toccare e mettere in comunicazione sfere quali quella dell’arte, della musica, del cinema, dello sport... Mi interessa molto osservare il corpo in movimento, la disciplina, la forza del gesto. In questo senso, lo sport è una grande fonte di ispirazione, perché contiene una dimensione molto autentica. Il mio lavoro cerca sempre di muoversi tra estetica e autenticità: creare immagini che abbiano una senso simbolico, ma che restino profondamente umane”

Tiny Idols x Athleta Mag Issue 11 styling with Asia & Alice D'amato
Tiny Idols x Athleta Mag Issue 12 styling with Enzo Lefort
Tiny Idols x Athleta Mag Issue 12 styling with Enzo Lefort

La tua ascesa professionale è avvenuta a stretto contatto con la scena musicale italiana. Poi hai deciso di affiancare questo filone a quello sportivo, diventando Fashion Editor di Athleta. Che tipo di musa hai trovato nell’immaginario sportivo?

“La musica è stato il mio core business prima dello sport: un campo di lavoro incredibile. Mi ha insegnato quanto l’immagine possa diventare parte della narrazione artistica. Quando ho iniziato a lavorare più da vicino con lo sport, ho scoperto un immaginario completamente diverso, ma altrettanto potente. L’atleta rimane radicalmente ancorato a sé stesso. Il corpo racconta la disciplina, la fatica, la resilienza. Questa autenticità mi ha colpita molto. Nell’immaginario sportivo ho trovato una musa molto forte: la verità del gesto. È un’estetica che non nasce dalla costruzione, ma dall’azione”

Che sensazioni ti hanno attraversato quando hai scoperto di essere stata selezionata come Costume Director delle Paralimpiadi? E che emozioni emergono ora, dopo aver visto prendere forma questo grande appuntamento, perlopiù in un luogo iconico per te come l’Arena di Verona?

“Quando ho ricevuto la notizia ho provato una sensazione molto intensa, quasi difficile da descrivere. Da una parte c’era una grande responsabilità, dall’altra un enorme senso di gratitudine. Le Paralimpiadi rappresentano qualcosa che va oltre lo spettacolo. Parlano di possibilità, di trasformazione e soprattutto di umanità. In esse convivono elementi che raramente si vedono insieme con tanta chiarezza: la forza, la fragilità e una forma di bellezza molto autentica, che nasce dal superamento dei limiti e dalla capacità di trasformare il proprio corpo in uno spazio di possibilità. Il fatto che tutto questo abbia preso forma in un luogo come l’Arena di Verona ha per me un significato ancora più profondo. Essendo veronese, è uno spazio carico di memoria e di emozioni. Vederlo diventare il palcoscenico di un evento così potente, dove forza e fragilità si incontrano e generano una nuova forma di bellezza: è un qualcosa che mi emoziona molto. Ciò che probabilmente mi rimarrà più impresso, però, sono le storie che questi ragazzi e ragazze mi hanno raccontato durante i fitting e le vestizioni: momenti molto intimi, in cui dietro ogni atleta è emerso un percorso personale fatto di determinazione, cadute e rinascite. È lì che ho sentito davvero la profondità di questo progetto”

Milan Cortina Paralympics Opening ceremony
Milan Cortina Paralympics Opening ceremony

C’è molta differenza tra il ruolo di stylist e quello di Costume Director. Com’è stato tradurre in grammatica visiva le suggestioni date da altri creativi?

“Il lavoro di costume director è molto diverso da quello di stylist. È un po’ come costruire un puzzle senza avere subito tutti i pezzi davanti. Gli elementi arrivano progressivamente: dalla regia, dalla coreografia, dalla musica, dalla scenografia… Immaginare come possano dialogare tra loro, ancora prima di vederli realmente insieme, è la vera grande sfida. Per questo serve una forza immaginativa diversa. Come stylist lavori spesso sull’identità di una singola persona o di un artista; come costume director, invece, devi pensare a una dimensione molto più collettiva, orchestrale. Il disegno finale si rivela poco alla volta, mentre il progetto prende forma”

Un altro dato già palesato in varie interviste è quello di una particolare attenzione alla sostenibilità. Che messaggio hai voluto portare?

“Per me la sostenibilità è imprescindibile. In un momento come questo, non possiamo farne a meno, prima di tutto per una questione culturale. In questo progetto abbiamo lavorato molto sulla circolarità: riutilizzo di costumi, materiali di recupero, tessuti provenienti da cooperative sociali... Mi interessava dimostrare che anche un evento molto grande può nascere da un approccio più consapevole. La creatività non dipende necessariamente dall’accumulo di cose nuove. Spesso nasce proprio dalla capacità di trasformare ciò che già esiste”

Parliamo di adaptive wear. Puoi spiegare a chi non conosce questo tema di cosa si tratta?

“L’adaptive wear è un ambito del design che si occupa di progettare capi accessibili e funzionali per persone con diverse abilità fisiche. Significa ripensare chiusure, tagli, materiali e vestibilità per permettere a più corpi possibili di indossare un capo in modo autonomo. Nel contesto paralimpico, questo tema diventa naturalmente centrale. Collaborare con Francesco Matera, specializzato con Materia Adapt in questo ambito, è stato molto stimolante, mi ha portato a ripensare al modo in cui si progetta un abito, e a farlo attraverso le storie uniche degli atleti incontrati” 

Dopo questa esperienza, quali sono le tue speranze per il futuro del connubio tra moda e sport?

“Credo che il dialogo tra moda e sport sia destinato a diventare sempre più interessante. Lo sport oggi è cultura visiva, si trasforma in identità e diventa comunità. La moda può contribuire a raccontare queste dimensioni, ma anche a renderle più accessibili. La mia speranza è che questa sinergia continui a evolversi in modo autentico, mantenendo sempre al centro il corpo, il gesto e l’umanità che lo sport rappresenta”

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