loader image

Il Calcio come linguaggio universale nella fotografia di Andres Juan Suarez

In bilico tra due mondi lontani, eppure profondamente connessi, la storia di Andrés Juan Suarez è un inno alla scoperta di sé attraverso l’obiettivo fotografico e la passione per il calcio 

Dalle strade vibranti di Bogotà agli angoli pittoreschi di Catania, fino alla frenetica energia di Milano, il suo cammino è segnato da incontri che hanno acceso la curiosità di un bambino curioso e trasformato una semplice inclinazione in una missione espressiva. 

In ogni suo scatto risuona il battito collettivo del calcio: non solo come sport, ma come lingua universale di aggregazione, radicata tanto negli stadi affollati di tifosi quanto nei campetti di quartiere, dove un pallone diventa veicolo di speranza. Il suo sguardo coglie l’essenza delle persone comuni, nutrito da un legame che salpa dalla religione calcistica sudamericana e approda nei cori vissuti a Catania.

Attraverso le sue parole emerge la determinazione di un giovane fotografo che ha scelto di inseguire la sua passione, coltivare le connessioni nate sulle gradinate di campi di provincia e narrare di incontri, sacrifici e sogni che superano i confini geografici grazie alla potenza di un pallone.

Da Bogotà a Catania 

“Io sono Colombiano, sono nato a Bogotà, poi a sette anni mi sono trasferito qua a Catania. Mia zia è una fotografa e grafica, è stata lei che mi ha introdotto un po' a questo mondo. Uno dei primi ricordi che ho sono di lei che mi faceva utilizzare il suo Photoshop e mi insegnava a scontornare le cose. Scontornare le figurine Panini, principalmente quelle dell'Inter e attaccare sopra le foto delle facce di Messi o Ronaldo… è stata quella la mia introduzione al mondo “creativo” e poi alla fotografia. Crescendo quel mondo è stato un po’ parallelo, perché comunque ero piccolo, avevo 8 anni, e non sapevo proprio che la fotografia o la grafica potessero essere strade percorribili a livello lavorativo. 

Durante il liceo ho comprato la mia prima Reflex, ho venduto la PS3 con cui fino a quel momento mi divertivo giocando a Fifa con gli amici e ho comprato una Nikon D3100. Da lì ho iniziato a fare un po' di foto ai miei amici, alle assemblee della scuola, e in varie situazioni. Però in quel momento per me non era un lavoro, era un passatempo, una passione. Ho fatto il liceo linguistico perché essendo madrelingua spagnolo era uno dei pochi indirizzi in cui pensavo non mi avrebbero bocciato, per fortuna è stato così, ma in generale non ero di certo una cima. Appena finito il liceo, sono andato a Londra, perché lì lavorava mio cugino, faceva il cameriere, classica storia. In realtà sono durato pochissimi mesi, perché avevo in me questo pallino di provare ad iscrivermi all'università, però non avevo tantissimo supporto da parte dei miei genitori, perché fino a quel momento non mi ero applicato molto negli studi. Tornato in Italia, mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti a Catania, ed al contrario del liceo ho fatto un buon lavoro, mi piaceva e andavo bene.

Nel frattempo mi ero fidanzato con una ragazza, e suo padre era un imprenditore di qui, aveva una catena di supermercati e mi ha offerto un lavoro. Decisi di accettare perché avrei guadagnato e messo da parte un po 'di soldi. Sono riuscito a pagarmi gli studi, togliermi qualche sfizio. Il problema è stato che il lavoro diventò frustrante. Facevo turni molto pesanti, dalle sei del mattino fino alla chiusura, e non riuscivo a concentrarmi sugli studi. Appena finito questo contratto ho iniziato un'accademia privata con i soldi che mi ero riuscito a mettere da parte, ho comprato un po' di attrezzatura, e mi sono laureato all’Harim. Lì ho conosciuto un mio carissimo amico, che al tempo era un mio professore, praticamente siamo coetanei, che mi ha insegnato tanto e mi ha dato tanto a livello umano. Poco dopo ho iniziato il mio percorso lavorativo, mentre studiavo, iniziando a fotografare artisti, soprattutto rapper della zona, siciliani. Concerto dopo concerto quando venivano artisti più famosi in zona andavo sempre io a scattarli, ho fatto diverse amicizie, tutto è partito così.”

Un fil rouge calcistico

“Il primo ricordo legato al calcio è colombiano, da piccolo simpatizzavo per il Millonarios, la squadra di Bogotà. Allo stesso tempo non lo seguivo in maniera passionale perché essenzialmente ho fatto solo un anno di elementari a Bogotà ma già a 7 anni mi ero trasferito con la mia famiglia a Catania. E’ stato un po' complicato, nel senso che in Colombia ero l'italiano e in Italia era il contrario, però vivendola la città mi ha accolto benissimo e ancora oggi io mi sento “doppiamente terrone” in questo senso. Il calcio è una passione che mi segue da tutta la vita, un fil rouge che parte dalla Colombia, dove, come in tutto il Sudamerica, il calcio è religione, e arriva fino a Catania dove è altrettanto seguito ed è stato per me di grande aiuto, prima che una passione e poi un lavoro. 

Mi ricordo che andavo da mia nonna in un piccolo paesino vicino Catania e dopo pranzo ci incontravamo con tutta la compagnia di amici e giocavamo pomeriggi interi a 11, se non a 14 contro 14. Il calcio per me è stato prima di tutto aggregazione. Nella curva del Catania c’è un tifo veramente sentito, mi ha sempre affascinato sin da bambino, e oggi lo apprezzo di più rispetto a quello un po' elitario di Milano. penso sia molto più bello, più vivo, più vero e mi trasmette sensazioni uniche. Mi ricordo il primo approccio allo stadio. E’ stata una partita di Coppa con mio padre, era uno di quei triangolari estivi e comunque lo stadio era pieno, ed è stato in quell’occasione che ho notato per la prima volta i fotografi a bordo campo, con i loro obiettivi super-tele.

Amo Catania, la sua squadra, il suo tifo, le vibes dello stadio. Anche se, ad essere sincero, ho sempre tifato l’Inter. Mio nonno era interista, mio padre è interista, e quando sono arrivato in Italia il primo giocatore che ho visto colombiano era Ivan Ramiro Cordoba, che tuttora mi porto come santino nel mio portafogli. Questa passione viscerale per il calcio mi ha aiutato tantissimo anche nel mio lavoro. E’ grazie al calcio se ho fatto tante conoscenze che oggi posso considerare amicizie, grazie alle quali trovo supporto e ispirazione per sviluppare sempre nuovi progetti.” 

Da Catania a Milano

“Quello che mi ha fatto innamorare della fotografia e prendere in mano una macchina fotografica è stato il desiderio di documentare Catania e la sua gente. In questo, un grandissimo amico e ispirazione è Glauco Canalis, anche lui siciliano. Agli inizi, gli ho fatto da assistente per un po' e mi ha dato un sacco di dritte, per me tuttora è una fonte di ispirazione, oltre ad essere diventato, per l’appunto, un grande amico.

Prendo costantemente ispirazione anche dai grandi classici, su tutti Martin Parr: amo il suo modo di raccontare la Gran Bretagna, attraverso il distintivo utilizzo dell’analogico e del flash. Terry Richardson, che ha fotografato la maggior parte delle campagne di Supreme. David LaChapelle e i suoi colori spinti: le sue foto sembrano dipinti, mi piacciono tantissimo. Tutto l'immaginario street  di A$AP Mob è un altro punto di riferimento centrale, sicuramente molti scatti del mio periodo musicale prendono ispirazione da qui. 

Mettendo in pratica ciò che avevo imparato in accademia, quello che vedevo in giro, l’esperienza con la musica, quei contatti e amici creati negli anni, mi sono iniziato a spostare e, infine, mi sono trasferito a Milano. Lì ho potuto conoscere nuove persone che mi hanno stimolato, perché si stavano creando una loro strada, una carriera… Mentalmente mi hanno aiutato a focalizzarmi di più sui miei obiettivi. Lo switch definitivo l'ho avuto quando ho realizzato una campagna nazionale per Ceres. Ero già a Milano, stavo lavorando e facendo delle cose importanti, ma quella campagna è stata una svolta epocale. Vedere le mie foto stampate in giro per l’Italia, per strada, nelle pareti, in metropolitana in metropoli come Milano, Roma, Napoli, Palermo e, soprattutto, Catania, è stato magico. Quando sono riuscito a far vedere a mia madre quello che facevo, grazie a quegli scatti in giro per la città, è stata una soddisfazione personale indescrivibile.

In quella campagna tutto è stato perfetto, siamo riusciti a creare sul set un bellissima atmosfera tra il team, i tifosi, e gli attori. Penso che gran parte di questo successo sia dovuto al Calcio: perché puoi fare l'attore, il panettiere, qualsiasi cosa nella vita, però una squadra del cuore ce l’hai… E le emozioni che provi pensando alla tua squadra, alla Nazionale, sono vere e percepibili. Quelle reazioni sono state il grande comune denominatore di tutte le persone coinvolte nella produzione, e ne hanno favorito il successo.”

Raccontare il calcio di tutti

“Bravi ragazzi nei brutti quartieri è nato quasi per caso, mentre ancora facevo l’accademia. Già lavoravo e scattavo per qualche rapper di Catania. Senza rendermene conto, dopo un paio di mesi, mi sono ritrovato diversi scatti e ritratti di alcuni ragazzini che impennavano con i loro motorini: giovani dagli 8 ai 13 anni, che si vestivano molto sfarzosi, seguendo rapper emergenti. Quando mi sono reso conto di avere questa serie di scatti ho iniziato a staccarmi dai lavori canonici fatti fino a quel momento, e ad andare alla ricerca di queste situazioni: quartieri, ragazzi… Da lì sono riuscito a creare un dialogo con alcuni di loro, che è scaturito in un progetto. 

Ho incontrato il ragazzino che giocava a calcio e sognava di diventare professionista, quello che voleva fare il barbiere, e anche quello che non sapeva, in fondo, cosa volesse fare. Grazie a questo progetto ho avuto la possibilità di vedere un’altra parte, altri aspetti della mia città, perché io non sono borghese, ma non vengo nemmeno dalle case popolari: non ho mai vissuto in prima persona la vita di quartiere, nel senso più crudo del termine, però mi sono sentito vicino a quell’ambiente e alle storie di quei ragazzi. Mi ci sono anche affezionato, perché sapevo che lì stavano le storie vere: ragazzini che hanno delle passioni, che hanno la grinta di provarci ma magari non hanno le possibilità o il modo di confrontarsi con qualcuno che gli può dare speranza, sottolineando loro come quel sogno, in realtà, lo possano realizzare credendoci per davvero.  Molte volte, invece, arrivati ad un certo punto, magari a 14-15 anni, i giovani vedono i soldi facili nel palazzo dove si spaccia, o si ruba, e perdono di vista i loro sogni. Mi auguro che, grazie alle volte che ci siamo aperti e raccontati, condividendo del tempo di valore, abbiano avuto la possibilità di riflettere e prendere delle decisioni positive nelle loro vite. Per questo vorrei che il progetto diventasse più ampio: vorrei raccontare la mia città, i quartieri dove sono cresciuto, e come appare tutto questo ai miei occhi, attraverso la mia estetica, con la mia libertà d’espressione. E' sicuramente un work in progress che voglio continuare ad esplorare.

Pochi mesi fa, insieme ad Andrea Carveni (Muten Factory), abbiamo deciso di iniziare un altro progetto dal titolo “Souk Ball”, una fanzine che stiamo realizzando grazie a degli scatti fatti in un viaggio insieme in Marocco, a Marrakech, cercando di raccontare il calcio popolare in Nord Africa. È stato complicato, siamo andati a marzo, in pieno Ramadan, quindi è stato difficile entrare in contatto con i locali, soprattutto durante il giorno, però è stata un’esperienza unica... Il Marocco è una nazione che sta crescendo tanto, e il calcio è molto sentito. Mi ero prefigurato di fare una cosa un po' più ‘fashion’, ma entrando in contatto con quella cultura, tutto si è convertito in un reportage che narra la passione per il calcio di questa nazione: specie tramite dettagli visibili a tutti,  come le magliette che utilizzano ogni giorno i lavoratori, vendute in tutti gli angoli dei Souk. In queste realtà ti rendi conto che, molto spesso, quelle che appaiono come semplici maglie da calcio, sono in realtà strumenti per sentirsi parte di qualcosa di più grande, di una religione locale e globale: quella calcistica.

Alla fine l’importante è cercare di raccontare qualcosa di vero attraverso la fotografia. La scelta dei soggetti non deve essere banale: è ‘facile’ fare uno shooting con il modello che sa come muoversi dentro uno studio, mentre è difficile andare a parlare con la persona che non ne vuole sapere di farsi fotografare, magari per una vita turbolenta alle spalle. Riuscire a creare una connessione di fiducia attraverso la passione, la condivisione, l'amore, il saper parlare con la gente, il sapersi porre… Secondo me aiuta tantissimo e andando in giro, confrontandomi con la gente per strada, ho ricevuto migliaia di no. Però, le centinaia di sì hanno fatto tutta la differenza del mondo.”

Nuove profondità di campo   

“In futuro vorrei continuare a raccontare la passione del calcio popolare, della gente comune, normale, attraverso il mio occhio… Ritrarre le persone nel loro contesto mi affascina molto. Secondo me molta gente ha voglia di far sentire la propria storia.  Può essere la più incredibile del mondo o la più scontata, ma in qualsiasi caso si possono trovare delle bellissime sfumature e dei punti di contatto. Molte volte, il principale punto di contatto è proprio il calcio. Nei quartieri popolari di qualsiasi città vedo il ragazzo con la maglia del Chelsea, del Paris Saint Germain, dell'Inter, della Juve, con le NikeTN ai piedi e il borsello fake di qualche brand. In tutti i miei progetti personali provo a raccontare le cose come le vedo io, che sicuramente sarà diverso da come le vede un altro. 

Il mio sogno è tornare dove sono nato, in Colombia, e continuare quello che ho iniziato a Marrakech: raccontare il calcio colombiano di strada. Poi può sembrare scontato dirlo, ma scattare una finale di Champions dell’Inter (con cui ho già collaborato per altri progetti). Vorrei vivermela in curva, non in campo, fotografando i tifosi: sarebbe un esperienza incredibile. Sono tutte cose che se dovessero mai arrivare sarei molto felice, però quello che mi soddisfa di più personalmente è continuare a raccontare il calcio di tutti: quello dei ragazzi, quello che si gioca nel campetto di quartiere. E riuscire a portare la mia lente in giro per il mondo.”


Keeping Her Guard Up

La cultura pugilistica ghanese vista attraverso i guantoni di Sarah Apew, giovane pugile della nazionale in grado di trasformare il ring in un atto di affermazione e legacy quotidiana. La lente e le parole del creativo visuale O-Young Kwon raccontano la forza di questa storia di sport lontano dai riflettori

“Non aspetteremo all’infinito che siano gli uomini a dare alle donne l’opportunità”. Le parole della pugile statunitense Claressa Shields, “T-rex” per il panorama boxeur a stelle e strisce, riecheggiano nell’anfiteatro dello sport e trovano una virtuosa sinonimia con quelle della giovanissima Sarah Apew, stella nascente di questa magna arte “Non lasciare che un uomo ti dica che non puoi farcela, le donne possono realizzare tutto”

Solo la provenienza e l’anagrafica separano queste due atlete, accomunate invece dal medesimo scopo: quello di infrangere cliché e pregiudizi e tramutarsi in autentiche icone di una rivalsa tanto sportiva, quanto sociale. Il fotografo O-Young Kwon è volato ad Accra, per incontrare l’astro nascente della Nazionale ghanese ed entrare in contatto con la cultura sportiva della ‘stella d’Africa’ dove la boxe è considerata alla stregua di un vero e proprio culto liturgico.

La sua preziosa testimonianza arriverà a noi sottoforma di passe-partout per luoghi e momenti vissuti nelle profondità atletiche del continente africano: chiavi d’accesso e prospettive che ci permetteranno di trovarci vis-a-vis con l’identità pugilistica e la ricca eredità della nobile arte ad Accra e dintorni. 

Quali sono state le ragioni, le motivazioni che ti hanno spinto ad intraprendere questo viaggio in Ghana e a produrre questo speciale reportage? Come mai hai scelto questo Paese e questa disciplina sportiva?

“Era un periodo particolare. Durante il Covid, come ricorderete bene, era davvero difficile spostarsi e viaggiare. A quei tempi lavoravo principalmente all'estero, quindi quando è arrivata la pandemia mi sono detto: "Ok, non posso lavorare. Come posso sopravvivere?” Ho iniziato così a fare delle ricerche e, per la prima volta, ho progettato il mio lavoro “al contrario”. Ho sempre avuto in mente l’argomento da trattare e poi da lì sceglievo la destinazione, ma questa volta ho dovuto scegliere prima il luogo, il posto in cui avevo libertà di movimento, dopodiché ho scelto il percorso da intraprendere.  

Una volta arrivato in Ghana ho iniziato a cercare storie da raccontare e mi è venuto in mente un articolo letto tanti anni fa sulla boxe a Jamestown, un focus sul pugilato che serviva da ponte per raccontare la realtà sociale, i luoghi ed i costumi cittadini. Iniziai a fare ricerche sul mondo del pugilato e scoprii che molti pugili di questa zona avevano avuto un enorme successo, soprattutto nei pesi leggeri e nei pesi piuma. Così è stato quasi spontaneo intraprendere questo percorso e dar vita a questo reportage. Ho trovato subito le porte aperte e la totale disponibilità di Nuhu, un allenatore del posto che assieme a Ransford ha fondato il club Sea View Boxing Club Jamestown. 

Mi hanno invitato a vedere come si allenano lì i ragazzi. Poi ho conosciuto Sarah, e abbiamo avuto da subito un ottimo feeling, così ho deciso di raccontare la sua storia. L'ho vista per tre giorni, lei mi ha aperto le porte di casa e mi ha offerto uno sguardo intimo, dietro le quinte, mostrandomi anche il mondo lontano dal ring. A questo ritratto biografico ho poi voluto aggiungere istantanee di veri allenamenti nelle calde mattinate di Accra ed incontri notturni sul ring e in spiaggia.”

Quali vibes, dettagli estetici e particolarità sportive hai rilevato ad Accra? Parlaci un po' delle tue sensazioni in questa capitale africana e della sua identità. 

“È stata la mia prima volta ad Accra, ma non la prima volta in una grande città africana. Accra è una delle più dinamiche e ricche città africane ed è molto bella soprattutto per via di questa enorme costa che occupa gran parte della città. Puoi subito notare le sue architetture monumentali, come gli edifici governativi in tutto il centro e l’enorme monumento a forma di stella. È stato molto facile orientarmi nelle zone cittadine. 

Sono fortunato, ho avuto un percorso di studi legato all’economia urbana e alla pianificazione territoriale/urbanistica quindi non ho trovato particolari difficoltà nell’esplorare una città che, comunque, è molto complessa, così come nel viverla. Questo ha reso il viaggio molto piacevole. Certo, è una città frenetica e caotica, come lo sono molte metropoli africane, ma allo stesso tempo è una città che non si nasconde, non riserva sorprese. Sapevo bene cosa avrei visto e cosa avrei trovato una volta arrivato nel centro e sapevo anche cosa avrei visto andando sulla costa o nei quartieri più poveri. Mi piacerebbe tornarci.

Per le atmosfere che ho trovato lì posso dire che Accra è una città dura, veloce, per certi versi una città aggressiva, e di questa aggressività è responsabile la natura stessa. C’è un sole cocente e c’è anche molta sabbia, polvere, spazzatura che brucia e tutto il fumo dei motori che riempie l’aria. È una città rumorosa, fatta di clacson e persone che urlano in strada.

Accra è anche molto versatile, per esempio ha una grande comunità cristiana e una grande comunità musulmana, è un luogo dove l'Islam e il Cristianesimo si sono in qualche modo fusi. Musulmani e Cristiani condividono chiese e moschee e pregano insieme, vedono molte somiglianze tra di loro al di là di ciò che divide queste religioni. Alcuni hanno dato un nome a tutto ciò: “Christlam”.Sinceramente, non avevo mai visto niente del genere prima: per me è stato un segno di tolleranza, di apertura. 

Accra sa anche essere molto moderna e, rispetto ad altre grandi città africane, è più organizzata. Si nota una stabilità politica. Gli ultimi cambi di governo sono stati molto fluidi e calmi, quindi c'è un senso di fiducia nel sistema. Tutto ciò ha reso la mia permanenza in Ghana molto produttiva per la fotografia, ho trascorso lì un mese e mezzo e ho lavorato a tante storie.” 

Dato il tuo percorso accademico, che strada hai seguito per diventare un fotografo e dove-come sei partito?

“Devo partire per forza dalla mia situazione familiare. Sono nato a Berlino e sono figlio di immigrati coreani arrivati in Germania Ovest negli anni '60. A quel tempo, come gli italiani, i greci e i turchi, arrivavano tutti allo stesso modo, ossia come lavoratori ospiti. La Corea del Sud era una specie di ‘nuova’ Corea: tutto era andato distrutto dalla guerra e non c'era una vita stabile: senza lavoro era molto difficile per i miei genitori. Così entrambi hanno sfruttato questa opportunità per ottenere un contratto di lavoro come ospiti e venire in Europa, in Germania. 

All’inizio è stato davvero difficile, mia madre era un'infermiera e mio padre lavorava nelle miniere di carbone: sono stati trattati a lungo come stranieri, ma loro hanno deciso di rimanere perché si sono resi conto che in Germania il sistema scolastico e quello sanitario erano stabili e gratuiti. In sostanza era un paese ottimo per crescere i figli. Hanno sacrificato la loro vita e hanno deciso di restare per crescere me e mio fratello maggiore, per loro era molto importante che avessimo una buona istruzione, che studiassimo all'università in modo da avere un lavoro che non ci facesse rischiare la vita e ci facesse ottenere un salario redditizio. Fondamentalmente, ho studiato per questo motivo. Ho pensato anche di mollare dopo appena due anni, ma poi ho ripensato ai sacrifici dei miei genitori. Sono andato avanti e ho conseguito la laurea triennale.

Nel frattempo, ho continuato a coltivare la mia vera passione: la fotografia. È nata inizialmente come hobby ed è stata alimentata dai miei viaggi. Una volta terminati gli studi ho deciso di trasferirmi ad Amburgo, dove ho lavorato come assistente per un fotografo pubblicitario e lì ho imparato che sì, era possibile fare soldi con la fotografia. Ho lavorato per circa sei anni come fotografo freelance, principalmente per produzioni di moda e pubblicità, ma ero stanco della superficialità e dei falsi rapporti tra le persone. 

Ecco perché ho rotto con l'industria commerciale e ho iniziato ad approcciare la fotografia in modo più “giornalistico” per realizzare qualcosa di più profondo e duraturo. Ho deciso quindi di concentrarmi sulla fotografia di viaggio per sapere qualcosa di più sulle persone che incontravo e fotografavo. Alla fine, sento di aver fatto la scelta giusta: sto raccontando storie che ritengo più importanti per l'intera società e per lo sviluppo politico nel mondo.”

Possiamo dire che c'è una sorta di pilastro ideologico nella tua produzione fotografica? Un‘ idea che sta alla base e che è radicata nelle origini della tua famiglia e nella necessità di raccontare storie che, probabilmente, non vengono raccontate dai tipici media mainstream?

“Certo. Se confronti tutti i miei lavori, sembrano a prima vista tutti molto diversi gli uni dagli altri. Il mio intento è quello di ritrarre e mostrare al pubblico un gruppo di persone, magari un gruppo più emarginato, sul quale pende un'opinione specifica e differente rispetto a quella che è la realtà. Ovviamente spero che il mio lavoro arrivi a più gente e che venga visto da più persone, cambiando le loro opinioni, arrivando a far dire loro “Avevo un’ idea completamente diversa di questo gruppo di persone, questo progetto mi ha fatto mettere in discussione la mia opinione”. Questo è quello che mi rende più felice.”

 In Ghana ed in particolare a Jamestown il pugilato rappresenta più di uno sport? Che tipo di ruolo ricopre da un punto di vista sociale? 

“È uno sport molto popolare, direi che sfiora lo stesso livello di passione che c’è per il calcio. A Jamestown, la boxe è ovunque, lo percepisci. Vedi tante persone praticarla o semplicemente parlarne.

I ghanesi sono molto orgogliosi dei loro successi pugilistici. Jamestown è un quartiere piuttosto grande di Accra, si trova sulla costa meridionale ed è un hotspot pugilistico: puoi trovarci tantissimi di club di pugilato. La maggior parte di essi sono molto piccoli e mal equipaggiati, per lo più all'aperto, non al chiuso.

“Il club che ho visitato  si trovava in un edificio che non aveva metà del tetto: era crollato e non era mai stato ricostruito. Potete immaginare le difficoltà nel praticare boxe lì. Nonostante ciò, l’emozione che i ragazzi provano indossando un guantone o mettendo solo del nastro adesivo è immensa, ho avuto la sensazione che la boxe riuscisse, in qualche modo a far emergere tutto il buono che conservano dentro di loro questi ragazzi. Anche il rispetto verso gli allenatori mi ha colpito. Questi coach non vengono pagati, lo fanno per passione: vogliono contribuire a creare uno spirito diverso in questo distretto. Se cresci a Jamestown, la boxe fa parte di te, della tua vita e tutti i ragazzi hanno il sogno di diventare dei pugili affermati.”

Sotto che forme compare la scintillante boxe contemporanea, quella dei grandi promoter, in un così atipico scrigno di questa passione sportiva? 

“Il pugilato globale viene visto e ammirato. Tutti, qui, sono colpiti da questo grande meccanismo. Vedono i premi e il denaro, certo, ma non li percepiscono in modo critico o negativo. Io, ad esempio, quando vedo i grandi incontri plasmati da marketing e pubblicità, arrivo a pensare che sia tutto inventato, creato a tavolino, e che il risultato possa anche non essere cristallino. In Ghana, invece, hanno ancora in mente i grandi campioni nazionali del passato. Ho assistito ad un torneo per ragazzi e c’era in visita una star del passato, una leggenda locale: era guardato con estrema ammirazione e rispetto, come se la sua carriera non fosse mai finita, come se fosse cristallizzata nel tempo. Una gloria senza fine.”

Parliamo un po’ di Sarah, la protagonista del tuo reportage. Puoi raccontarci della sua storia? Di come ha iniziato a praticare questo sport e di cosa è cambiato quando la boxe è entrata a far parte della sua vita?

“Sarah viene dal nord del Ghana, da Volta, una zona molto povera, in cui ci sono per lo più pescatori e agricoltori. Sua madre è partita per Accra con la sorella maggiore, ed ha aperto un chiosco per vendere cibo e oggetti vari. Sarah ha frequentato la scuola a Volta, mentre suo padre lavorava come agricoltore. Terminati gli studi, è partita per Accra con il sogno di diventare una pugile professionista. Nella capitale ha incontrato Ransford e Nuhu e ha così iniziato ad allenarsi al Sea View Boxing Club Jamestown. Sarah oggi non combatte solo per se stessa, ma anche per rendere orgogliosi i suoi allenatori e tutto il suo club, divenuto come una famiglia”

Parlando con Sarah e osservando da vicino la sua situazione famigliare, hai mai avvertito una certa pressione, una certa aspettativa su di lei? Quella magari di poter cambiare il futuro della sua famiglia?

“Ho percepito un grande supporto da parte dei genitori e della sorella, un supporto genuino. Sarah ha una passione, un obiettivo, un qualcosa che vorrà fare nella vita e questo fa sentire i suoi genitori fortunati, perché tanti altri ragazzi ghanesi, invece, non hanno obiettivi, prospettive, nessuna spinta tangibile. Lei vuole diventare campionessa mondiale, la prima campionessa Ghanese della storia e per farlo si allena tutti i giorni con la stessa passione. Nel tempo libero però, Sarah va comunque ad aiutare sua mamma nel chiosco, è una forma di rispetto e gratitudine per il supporto incondizionato che sua madre le dà ogni giorno”

Sarah come vive la condizione di pugile donna, in un contesto come quello in cui vive e si allena? 

“Ho parlato anche di questo con lei. Sarah si è appassionata guardando i video della pugile americana Claressa Shields, che è stata in qualche modo la sua eroina, il suo modello. Da Clarissa ha capito che le donne possono realizzare quello che vogliono. Se Clarissa può farlo, può farlo anche lei. Questo è quello che vuole trasmettere. Paragona anche la boxe al calcio, dove le calciatrici vengono rispettate, allora perché nella boxe c’è ancora una concezione così conservativa e patriarcale? Questa è una cosa che lei vuole cambiare, vuole far cambiare agli altri la percezione di questo sport. 

Sarah sa che può diventare un modello per altre ragazze, mostrare come uno sport che in tanti etichettano ancora come violento dipende in realtà da ben altri fattori. Dal modo che hai di allenarti e applicarti, dal tipo di disciplina che possiedi. Questo è il punto di partenza per questo gioco: perché Sarah, ancora oggi, definisce la boxe un gioco.”

Cosa ne pensi, da storyteller, della boxe? È una delle tue principali fonti d’ispirazione sportive?

“Onestamente, sono più un fan delle arti marziali miste. Ho un amico che le pratica a livello pro ad Amburgo. Io ho fatto per un po’ Wing Chun, uno stile di Kung Fu, ma lavorando spesso all’estero era difficile creare una certa stabilità, una certa routine. Quindi, diciamo che, prima di questo reportage, il mio unico contatto artistico con il settore fighting è stato proprio il servizio che ho realizzato sull’amico di Amburgo che ho appena menzionato: ha dato vita ad un progetto sociale di MMA in un quartiere povero, per togliere i ragazzi dalle strade.”

E dopo questo reportage, pensi che la boxe continuerà ad essere una musa ispiratrice per la tua arte ed il tuo lavoro?

“Sì, certo. In generale lo sport continuerà ad accompagnare la mia arte. Ho realizzato alcuni servizi sportivi sul cricket in Sri Lanka, sul calcio e le sue tifoserie a Belgrado, sul basket a Johannesburg, ho anche documentato gli impianti sportivi di una base NATO in Afghanistan. Da tempo ormai documento l’immaginario sportivo e penso che questi reportage abbiano davvero un forte potenziale emozionale e motivazionale e credo che lo sport possa connettere diverse culture. Lo sport influisce profondamente sulla tua salute mentale e sulla tua vita, lo percepisco anche su me stesso. Si tratta di molto più di un semplice sforzo o allenamento fisico. Per questo la cultura sportiva continuerà ad essere molto importante anche nel mio futuro lavorativo.”


From the Courts to the Frame: la visione poetica dello sport di Aymane Alhamid

Dai campi di Lione alle strade scintillanti di Parigi, il viaggio di Aymane Alhamid appare come una lettera d'amore al movimento e alla memoria

La pallacanestro gli ha insegnato la disciplina del ritmo: ogni palleggio, ogni tiro, un battito cardiaco che ora è alla base di ogni fotogramma che compone. Quando è transitato dall'arco dei 3 punti all'obiettivo della macchina fotografica, ha scoperto un nuovo tipo di poesia: quella scritta con la luce, la consistenza e le reminiscenze dei grandi gesti sportivi.

Dalle sessioni di street-style alla piena libertà creativa delle sue recenti campagne adidas Y-3, l'amore di Aymane per la creazione e l'etica del lavoro guidano ogni progetto. Il suo linguaggio visivo fonde memoria personale e sfumature culturali: un immaginario onesto, crudo, lirico.

Questa è la storia di un regista che ricorda quanto la passione possa essere, a tutti gli effetti, uno sport a sé stante.

Un percorso naturale

"Sono nato e cresciuto a Lione e, da quando ho memoria, il basket è tutto per me. Ho rischiato di diventare un professionista, frequentando diverse accademie sportive. Questo background atletico ha plasmato il mio modo di lavorare: mi ha dato disciplina, una struttura da seguire e un'etica del lavoro che mantengo ogni giorno. Sono severo con me stesso, cerco sempre di dare il 100%, e questa mentalità deriva sicuramente dallo sport.

Quando avevo 17 anni, mia madre è tornata nella nostra patria, le Comore, una piccola nazione insulare al largo delle coste del Madagascar. Ho vissuto da solo a Lione per un anno prima di trasferirmi a Parigi dopo il mio 18° compleanno. Andavo ancora a scuola e avevo smesso di giocare a basket, così ho iniziato a sentire che mi mancava qualcosa. Avevo bisogno di qualcosa di più della scuola al mattino e dell'allenamento la sera. Dopo aver terminato la scuola, ho iniziato a fare il modello e ad accettare piccoli lavori, nessuno dei quali mi appassionava davvero. E poi, improvvisamente, la fotografia è entrata nella mia vita.

Ho iniziato fotografando amici per le strade di Parigi. Circa un anno dopo ho iniziato a girare anche video. È stato tutto molto naturale: non ho studiato, l'ho solo sentito. Ero guidato dalla passione".

Più di un gioco

"Sebbene lo sport non ispiri così direttamente le immagini che creo, i ricordi che lo circondano lo fanno sicuramente. I visuals che ho assorbito da bambino - pubblicità televisive che ho visto 20 volte, clips sportive, posters - mi sono rimaste impressi. Alcuni dei riferimenti che uso oggi provengono da pubblicità che guardavo quando avevo dieci anni. Quella banca della memoria è una fonte costante di ispirazione.

Lo sport mi ha insegnato a lavorare con concentrazione e disciplina: niente scorciatoie, niente passi falsi. C'è una differenza tra chi ha fatto sport e chi non l'ha fatto. Non dico che uno sia migliore dell'altro, ma l'approccio è diverso. La pallacanestro non era solo una questione di gioco, ma anche di compagni di squadra, di amicizie, di viaggi e di esperienze in luoghi e con persone diverse. Questo vissuto più ampio ha contribuito a formarmi, non solo come artista, ma anche come persona.

Trasferirmi a Parigi mi ha mostrato la portata culturale dello sport. L'estate scorsa, durante le Olimpiadi, non si poteva camminare per la città senza sentirne la presenza. Quando il PSG ha vinto la Champions League - anche se non seguo il calcio da vicino - ero in giro a festeggiare. Perché non si tratta solo di sport, ma di emozioni condivise, di energia collettiva. È questo che voglio tradurre nel mio lavoro.

Ho anche avuto la fortuna di essere circondata da persone che mi hanno mostrato la bellezza: amici, collaboratori, creativi. E, come tutti gli altri, sono online, guardo film, vado nei musei. L'ispirazione può essere ovunque: il modo in cui una persona cammina, il modo in cui una signora porta una borsa: può diventare il seme di una scena o di uno scatto. L'arte mi fa tenere gli occhi aperti. Lo stesso vale per la danza contemporanea. Si tratta di imparare a vedere, lasciare che i momenti quotidiani risuonino in modi inaspettati".

 

Un cambiamento improvviso

"È successo tutto in fretta. Ho preso in mano una macchina fotografica nel febbraio 2021 e ho fatto il mio primo lavoro un mese dopo. All'inizio si trattava per lo più di piccoli marchi, ma imparavo ogni giorno, grazie alle persone che mi circondavano e alle opportunità che Parigi mi offriva.

La svolta è arrivata nel luglio 2022, quando ho scattato un progetto per Jean-Paul Gaultier con Karim Benzema. Un mio amico lavorava lì come junior project manager e mi ha proposto il progetto. Avevo 19 anni. E’ stata una situazione surreale: un'icona francese, una leggenda del calcio e io dietro l'obiettivo. Quella campagna ha cambiato tutto. La gente ha iniziato a notare il mio lavoro. Da lì sono iniziate ad arrivare altre proposte lavorative.

Quel momento è stato fondamentale. Ho capito che con la dedizione e la costanza i risultati arrivano. Ma quando si lavora così intensamente, il raggiungimento degli obiettivi personali non viene sempre considerato: si è già concentrati sul passo successivo. Ripensandoci, vorrei aver festeggiato di più quei primi traguardi. Ma questa stessa mentalità, che mi spinge sempre in avanti, è ciò che ha aperto i capitoli successivi.

Un anno prima avevo iniziato a lavorare con Namesake, scattando la loro prima campagna a Parigi. La nostra collaborazione è cresciuta rapidamente. Ho posato per la loro sfilata alla Settimana della Moda, ho scattato le collezioni e ho seguito da vicino l'evoluzione del marchio. È diventata una vera e propria partnership creativa costruita sulla fiducia e sulla visione. Ogni volta che sono a Parigi, ci incontriamo. Condividiamo nuove idee. È un dialogo continuo che si evolve continuamente".

Sotto la superficie: Sport, stile e narrazione

"La mia collaborazione con adidas ha spinto la mia creatività verso nuovi orizzonti. Avevo già firmato con loro come talent un anno prima, quindi abbiamo sviluppato un rapporto che mi ha introdotto al team Y-3. Poi, si sono rivolti a me come creativo, con un brief molto libero: "Interpreta questa scarpa come vuoi. Basta che sia legata allo sport".

È stato emozionante e travolgente. Nessuna struttura. Nessuna barriera creativa. Solo piena libertà. Con solo due settimane per sviluppare l'idea, le riprese e il montaggio, sapevo di dover evitare l'ovvio. Volevo guardare oltre il calcio, la boxe e il basket. Mi sono concentrato sulle sottigliezze ed  i dettagli dello sport: bagni freddi, rituali all’interno dell'allenamento, il riscaldamento di una ballerina, fratellanza, lotta, respiro.

Ogni cortometraggio è diventato un'estensione della mia mentalità: la fatica, il supporto, il fuoco interiore. Dal punto di vista visivo, volevo una coesione, un filo invisibile che legasse tutte le vignette. Y-3 è così: texture, minimalismo, dettaglio. Come i loro abiti, la mia narrazione visiva mirava a catturare ciò che si nasconde sotto la superficie. 

Il risultato è un omaggio alle sfumature della vita sportiva: i capelli tinti, l'inspirazione prima di un tuffo, la tranquilla intensità nello spogliatoio prima della gara. Fondendo questi momenti con il linguaggio estetico della scarpa, ho dato vita a una campagna profondamente personale, ma inconfondibilmente Y-3".

Nessun rimpianto

"In questo momento mi sto concentrando sulla narrativa e sulla fiction: ho appena completato il mio primo cortometraggio, presentato in anteprima giovedì scorso dopo un anno intero di lavoro. 

La mia visione a lungo termine? Ottenere riconoscimenti e costruire un'eredità duratura, non solo nella moda o nel cinema, ma nella cultura in generale. Voglio espandermi a livello internazionale, magari trasferirmi negli Stati Uniti, e continuare ad ampliare le mie capacità creative.

Soprattutto, mi rifiuto di vivere di rimpianti. Non riesco a immaginare di essere più vecchio e di guardarmi indietro, desiderando di aver fatto di più a 23 anni. Questa mentalità - spingere in avanti e rischiare - è puro sport. Vive in me, sempre.

Se dovessi indicare una disciplina che mi ispira di più in questo momento, sarebbe la Formula Uno. Il suo mix di precisione, dramma e innovazione rispecchia perfettamente il percorso creativo che sto seguendo e la velocità con cui sono determinato a percorrerlo".


A Multidimensional Trail Realm - Anton Krupicka

Grazie a La Sportiva siamo entrati tra le pieghe della Lavaredo Ultra Trail, e abbiamo esplorato l’immaginario trail, così come la biografia creativa e professionale, della leggenda e attuale Product Developer del brand Anton Krupicka 

Molti brand del road running sono arrivati al trail per evoluzione, come a voler colonizzare un territorio che non era il loro. La Sportiva no. È nata tra le pareti, tra le mani sporche di magnesite e le suole in precario equilibrio sulla roccia. Dal climbing ha ereditato l’essenza verticale, e da lì ha costruito la sua identità: alleggerendosi, ma senza mai perdere aderenza. Ed è forse per questo che Anton Krupicka è la sua incarnazione perfetta.

Non un semplice atleta, da qualche mese anche Product Developer per La Sportiva, rappresenta a pieno i valori del brand. Per lui la montagna è un’idea, attorno a cui far ruotare tutto il resto. Mentre molti costruiscono la loro vita intorno al lavoro e alle città, lui ha scelto la montagna come casa. Fin da piccolo, in gita con la famiglia, sentiva che lì c’era qualcosa che lo chiamava — una voce che non ha mai smesso di ascoltare.

La corsa è arrivata presto, come un’intuizione naturale. Negli Stati Uniti, le prime gare su miglio, poi una maratona corsa a dodici anni. Ma non è mai stata un’ossessione, né una dipendenza. È solo ciò che lo nutre. Se corre, la giornata è migliore. Se corre, è la versione più autentica di sé. Il dolore? Non è il punto. È solo una presenza inevitabile, una conseguenza del gioco.

In fondo, per Anton, il trail è tutto qui: imparare a stare dentro al disagio, e uscirne un po’ più interi. Oggi la spinta alla competizione si è affievolita. Non ha più bisogno di dimostrare nulla, nemmeno a se stesso. La gara è ancora un modo per mettersi alla prova, ma non è ciò che conta. Non cerca il podio, non colleziona tempi. L’attività in sé resta la cosa più essenziale. Tutto il resto sbiadisce, mentre stai correndo.

Abbiamo avuto la possibilità di cogliere alcuni frammenti della biografia e della filosofia di Anton durante un momento speciale: la Lavaredo Ultra Trail, dove La Sportiva ci ha accolto come ospiti. (Potete leggere qui il nostro articolo incentrato su due protagonisti della gara, Andrea Rostan e Nadir Maguet).

Anton Krupicka at the Lavaredo Ultra Trail
Anton Krupicka

Come hai iniziato a correre e come sei giunto a determinati livelli di performance?

“Negli Stati Uniti, a scuola, c’è questa usanza secondo cui i bambini devono correre sul miglio. Ero piuttosto bravo a dieci o undici anni, e a quell’età un miglio sembra una distanza lunghissima. È iniziato tutto da lì, poi è andata avanti in modo naturale. Ho corso la mia prima maratona a dodici anni.”

È subito subentrata una sorta di dipendenza?

“Non proprio una dipendenza — è una parola un po’ forte — ma quando sei bravo in qualcosa e ti viene naturale, sei attratto da essa. Diventa una specie di compulsione, ma in senso positivo.”

Sei cresciuto vicino alle montagne?

“In realtà no. Sono cresciuto nelle praterie, in mezzo alle pianure. Le montagne erano a circa otto ore di macchina, ma abbastanza vicine da poterci andare in campeggio con la mia famiglia. Già da bambino, sentivo il loro richiamo. E da adulto mi ci sono trasferito. È lì che ho sempre voluto essere.”

Quindi le montagne sono diventate una sorta di casa strada facendo?

“Esattamente. Penso che ognuno costruisca la propria vita intorno a qualcosa: una carriera, una città, delle ambizioni. Io l’ho costruita attorno alla corsa in montagna. È sempre stata la mia priorità.”

Corri da trent’anni. Cosa ti motiva oggi?

“Ormai gareggio molto poco. Quando ero più giovane volevo dimostrare qualcosa, volevo vincere. Ora non sento più quel bisogno. Le gare organizzate non mi interessano allo stesso modo. Mi piace ancora la competizione, perché è un’occasione unica per mettersi alla prova, ma non sono più spinto dal desiderio assoluto di vincere.”

Ti senti in colpa se non corri per qualche giorno?

“Non direi colpa. Più che altro la mia consapevolezza sta nel sapere che la mia giornata, se corro, risulta essere migliore. Correre mi permette di essere la versione migliore di me stesso.”

Dopo tanti anni nel trail running, come gestisci il dolore durante le gare lunghe?

“Sono trent’anni che lo faccio — l’intera disciplina ruota attorno all’idea di adattamento al dolore. Certo, gareggiare è scomodo, faticoso, ma proprio questo lo rende appagante. Il dolore non è il fine — è solo una conseguenza inevitabile del fare qualcosa di provante.”

Hai dei rituali pre-gara? Calzini portafortuna, un mantra che puoi condividere?

“In realtà no. Per me una gara è come qualsiasi altra corsa, solo più lunga e più intensa. Non sono superstizioso e non ho bisogno di routine particolari. Cerco di tenere tutto semplice — è così che mi sento davvero pronto. Onestamente, queste cose non fanno parte della mia personalità. Quello che conta per me è il gesto della corsa. Tutto il resto è rumore di fondo.”

Anton Krupicka
Anton Krupicka

Behind the Lights - Kohjiro Kinno

Dallo sfogliare le pagine di Sports Illustrated all’università al boato delle Olimpiadi, il percorso di Kohjiro Kinno si è diramato dalla solitudine allo spettacolo senza mai tradire una costante convinzione: la fotografia sportiva è una forma d’arte profondamente personale

Nato e cresciuto appena fuori Los Angeles, continua a catturare i momenti con la stessa passione di quel ragazzino della California del sud: curioso, paziente, innamorato della fotografia. È per questo che i suoi scatti restano impressi. Non urlano, brillano. La sua fotografia ci ricorda che lo sport, nella sua essenza, è una conversazione privata condotta in pubblico, e che la fotografia giusta può emergere all’improvviso in un mondo distratto e restare nella mente di tante persone.

Abbiamo parlato con Kohjiro di pazienza, dubbio e quei piccoli atti di fede che danno forma al suo lavoro. Quello che ne scaturisce non è solo una carriera fatta di immagini, ma un modo di vedere: misurato, umano, e senza paura del silenzio.

Alla costante ricerca fotografica

“Sono nato e cresciuto nella California del sud, poco sotto Los Angeles, in una tranquilla periferia di villette dove non succedeva nulla di speciale. Non sono mai stato un tipo da grande città, la mia vita è sempre stata alla ricerca della calma. Sono cresciuto lì e, come tanti ragazzi della zona, ho iniziato a fare skateboard. Dalle elementari fino al liceo quello è stato il focus: skateare tutto il giorno, accantonando la scuola, non è mai stata il mio punto di forza; lo skateboard sì. Nella zona intorno alla mia città c’erano molti skater professionisti o sponsorizzati, il che rendeva tutto ancora più eccitante. Io non ero così bravo, ma amavo la scena skate, era piena di persone creative.

Un giorno ho preso in mano una macchina fotografica e ho iniziato a fotografare i miei amici mentre facevano skate. È iniziato tutto lì. Quello che faccio adesso viene direttamente da quei giorni: stare in giro con gli amici, a caccia di  belle foto. Ho cominciato a guardare le riviste di skate, a ossessionarmi alle immagini. Ho capito che una bella foto non era solo una bella foto. In certi fotogrammi si sentiva qualcosa in più, un peso invisibile che trasformava un momento qualunque in qualcosa di magnetico. Continuavo a chiedermi: “Perché è così bella?” Sembra semplice, ma c’è qualcosa che ti attira lo sguardo. È stata quella domanda a far partire tutto.

Al liceo sono entrato nello staff dell’annuario come uno dei fotografi. Fotografavamo di tutto: ritratti degli insegnanti, club, foto di gruppo. Ma una delle responsabilità principali era seguire tutte le squadre sportive della scuola: calcio, atletica, football americano, tutto. Gli studenti venivano mandati in giro a scattare, e io prendevo in carico tutte le assegnazioni sportive. A un certo punto qualcuno ha guardato una delle mie foto e ha detto: “Questo è proprio uno scatto bello.” Quelle piccole validazioni sono state un punto di svolta. Mi hanno spinto a chiedermi se fosse qualcosa che potevo studiare davvero. Non ero mai stato un bravo studente, come ho detto, ma se una materia era collegata all’arte o alla fotografia, ero concentratissimo. La fotografia era l’unica cosa su cui riuscivo davvero a fissarmi.

Sono andato al college a Northern California e il copione si è ripetuto. Non riuscivo a gestire i corsi di cultura generale, ma ero completamente preso da giornalismo e fotografia. A quelle lezioni davo tutto; i miei altri voti ne risentivano. Eppure dentro di me qualcosa spingeva forte in una sola direzione. Vedere i miei compagni così talentuosi, completamente dedicati alla fotografia mi ha aiutato a decidere. Era ciò che volevo fare per vivere.

Mentre ero a scuola lavoravo nell’ufficio del dipartimento e, allo stesso tempo, ho iniziato ad assistere i fotografi che passavano di lì. Lavoravo con loro nei weekend e avevo trovato un lavoro in un negozio di fotografia. Ho cercato di vivere dentro la fotografia il più possibile. Alla fine ho capito che il college non era per me, e a quel punto avevo già trovato la mia strada. Sono tornato a casa, in Southern California, e ho passato circa dieci anni ad assistere fotografi, viaggiando e imparando. Quei anni sono stati la mia vera formazione: dalle competenze tecniche a come gestire i clienti, come comportarsi sul set, come muoversi in uno studio, come risolvere i problemi in fretta. Ho assorbito tutto quello che potevo.

Dopo un decennio, qualcosa è cambiato. Nel profondo ho capito che non ero più veramente preso come assistente. Non stavo aiutando i fotografi per cui lavoravo nel modo che meritavano, soprattutto perché non mi divertivo più. Così ho fatto un taglio netto e ho smesso di assistere. Nel 2012 sono entrato nel mondo dei freelance. Da allora faccio quello che fanno tutti i freelance: seguo i miei lavori, costruisco relazioni, cerco la mia strada e provo, il più possibile, a divertirmi.”

Sports Illustrated

“Al college c’era una biblioteca con un enorme archivio di riviste: Vogue, Vanity Fair, Time, National Geographic e Sports Illustrated. Avevano qualcosa come quindici anni di numeri di Sports Illustrated, ogni singolo fascicolo. Allora Sports Illustrated era un settimanale e all’epoca non ero una persona che usciva molto. Non conoscevo molta gente; non ero di lì. Passavo ore da solo in quella biblioteca, sfogliando ogni numero, pagina dopo pagina. Me ne stavo seduto a guardare migliaia di fotografie. Non si trattava di sognare di lavorare per loro. Sembrava qualcosa di così lontano, quasi irrealistico. Forse, un giorno, chissà. Semplicemente amavo la fotografia. Era puro piacere visivo.

Col tempo ho iniziato ad assistere fotografi che scattavano per Sports Illustrated. Attraverso quei contatti ho avuto i primi piccoli incarichi. Uno ne ha portato un altro, e ho cominciato a lavorare come freelance per Sports Illustrated. È stata un’esperienza bellissima. Sono stato a due Olimpiadi con loro come assistente. Sono stato sui palcoscenici più grandi dello sport americano: dai ritratti degli atleti più importanti al mondo alle World Series, alle NBA Finals, quasi ogni grande evento sportivo che puoi immaginare, l’ho fotografato grazie a Sports Illustrated. Sono state esperienze incredibili.

I fotografi principali con cui lavoravo allora erano i migliori fotografi sportivi al mondo. Ripensandoci adesso, mi rendo conto di quanto fosse raro quel tipo di accesso. Solo pochissime persone hanno la possibilità di assistere a quel livello. Erano intensamente competitivi, in modo positivo e concentrato. Se c’era uno scatto che volevano fare, avrebbero trovato un modo per ottenerlo. I budget non erano una preoccupazione. Un ambiente del genere oggi è difficile anche solo da immaginare.

Passare dall’essere il ragazzo in biblioteca che studiava le loro immagini allo stare accanto a loro sul campo, è stato surreale. Resta una delle esperienze più importanti dei miei inizi, soprattutto mentre stavo ancora cercando di capire chi fossi come fotografo. Oggi Sports Illustrated è un mensile, quindi il ritmo è diverso dai vecchi tempi del settimanale. Ma tutta quella storia—le pagine in biblioteca, i lavori fatti, i mentori—è ancora legata a me. Quelle esperienze continuano a plasmare il mio modo di lavorare ogni giorno.”

I grandi del Golf

“Molto del mio lavoro da assistente per Sports Illustrated all’inizio è stato nei tornei di golf. Negli anni 2000 Il golf era qualcosa di gigantesco in america, i tornei erano intensi, e io ero lì sullo sfondo, a imparare come ritrarre quello sport.

Avevo giocato un po’ a golf al liceo, ma non ho più giocato davvero da allora. Il mio primo grande incarico per Sports Illustrated come fotografo è stato lo U.S. Open del 2008 a Torrey Pines, a San Diego, quello in cui Tiger Woods andò allo spareggio e poi imbucò il putt della vittoria. Quel lavoro è stato l’inizio di quella che è stata la mia carriera nella fotografia di golf.

Non sono un golfista oggi, per niente, me lo chiedono di continuo. Ma mi piace stare lì. Spesso lavoro da solo, e il golf ti permette di avere un modo di scattare molto silenzioso, molto concentrato. C’è spazio per pensare, per anticipare, per costruire un’immagine lentamente. Quella solitudine ha un valore per me. Sul campo ho molta libertà creativa. Dentro la struttura di un evento c’è margine per trovare i miei angoli, il mio modo di vedere. Questa libertà è una delle ragioni principali per cui mi piace fotografare il golf.”

 

Libertà nella fotografia sportiva contemporanea 

“La fotografia sportiva è cambiata? Guardando il mio lavoro e l’evoluzione sul campo, soprattutto considerando da quanto tempo ne faccio parte… Si, si vede un cambiamento netto. Dieci o quindici anni fa la maggior parte dei fotografi sportivi doveva consegnare la classica immagine ‘scolastica’: nitida, perfettamente a fuoco, tecnicamente impeccabile, il momento apicale dell’evento per il giornale o la rivista. Quello scatto standard, pensato per finire in prima pagina, era tutto. La precisione tecnica non era negoziabile. Ora è cambiato tutto.

Allora non esisteva Instagram. Adesso apri il telefono e vedi persone incredibilmente talentuose in tutto il mondo. Magari non stanno fotografando le NBA Finals, ma raccontano ciò che hanno vicino: campetti di quartiere, tornei minori, dietro casa, con uno sguardo molto personale e unico. Questa cosa la adoro. Vent’anni fa forse quelle persone esistevano, ma vedevamo raramente il loro lavoro. Ora possono condividerlo all’istante. Molti non sono passati dai percorsi tradizionali di giornali e agenzie fotografiche. Alcuni hanno solo una macchina economica e un obiettivo, ma il loro lavoro è onesto e unico. È potente. È una boccata d’aria.

Certo, se stai scattando per una rivista come Sports Illustrated, di solito non stanno cercando una foto totalmente mossa e puramente concettuale, artistica. Le loro esigenze tendono di più alla cronaca e a una fotografia di un certo tipo. Quando ero al college e facevo l’assistente, sperimentavo molto per conto mio. Non mostravo sempre quelle immagini, ma per me erano importanti. La fotografia è una forma d’arte; avere una visione personale conta. Senza, rischi di diventare solo un altro fotografo. Detto questo, ammiro e rispetto moltissimo il lavoro dei fotoreporter—sono fotografi di livello mondiale. Semplicemente non era ciò che immaginavo per me.

Quando sono commissionato so che devo portare a casa i momenti chiave, la notizia, le immagini richieste. Ma accanto a questo cerco sempre di fare foto che soddisfino qualcosa dentro di me. Alla fine di un torneo o di un servizio voglio sentirmi davvero appagato da ciò che ho fatto. La fotografia per me è una cosa molto personale. A volte non ho voglia di condividere certe immagini. È un po’ come la musica: non sempre voglio dire alla gente cosa ascolto. La fotografia sta in quello spazio; intimo, riflessivo, non sempre destinato a tutti.”

L’essenza dello sport

“Una fotografia può essere artistica, creativa e profondamente personale, ma deve anche raccontare una storia: sullo sport, sul luogo, sull’atleta. È facile creare qualcosa che sembri stiloso o artistico per qualche secondo. Ma se non c’è un significato dietro, nessuna storia, non resta. Le immagini che contano, quelle che inseguo oggi, vivono a quell’incrocio: intenzione visiva, onestà emotiva e radicamento nella verità dello sport che ho davanti. È difficile fare una foto che arrivi all’essenza di uno sport. Cerco di tenerlo a mente che stia fotografando golf, ginnastica o altro: ogni sport ha il suo regolamento interno. In ginnastica certe forme devono essere leggibili in un certo modo. Anche nello skate c’è un modo giusto e uno sbagliato di mostrare un trick. Spesso mi capita di vedere foto di skate che non hanno senso dal punto di vista di chi fa skateboard. Io cerco di tenere anche il punto di vista dell’atleta. Se l’atleta vedesse questa foto, ne sarebbe contento? Questo è il test. Se uno skater guardasse questa foto, avrebbe senso per lui?

Di solito torno, mentalmente, a quella biblioteca universitaria e alle pagine di Sports Illustrated che sfogliavo. Ho visto milioni di immagini negli anni tra riviste sportive, monografie, scaffali di libri fotografici nella mia stanza. Guardo sempre cosa è stato fatto e come è stato fatto. Non mi piace copiare. Preferisco chiedermi: ‘Cos’altro possiamo provare per creare qualcosa di unico?’ Nella maggior parte dei casi non funziona. Il novantanove per cento degli esperimenti fallisce. Ma in quell’un per cento succede qualcosa, un movimento dell’atleta, una luce che irrompe in un certo modo…e l’immagine diventa più di ciò che avevi pianificato. Cerco di tenere tutto questo in testa mentre lavoro, senza forzare, senza dirmi che devo per forza fare qualcosa di diverso a tutti i costi. Lascio che siano l’atleta e l’evento a venire verso di me. Se la luce cambia, se un gesto mi cattura lo sguardo, io scatto. Ne consegue una selezione durissima. Tutto questo gira in sottofondo nella mia testa mentre fotografo.”

 

Olimpiadi

“Penso che a Parigi quasi tutti i fotografi si siano divertiti molto. Ma prima c’è stata Tokyo. Dal momento in cui Tokyo è stata scelta come città ospitante, credo intorno al 2013, stavo ancora facendo l’assistente, ma sapevo che ci sarei andato in qualche modo: da fotografo o da fan. Le Olimpiadi sono sempre state qualcosa a cui sono molto legato. Nel 1984, quando i Giochi sono stati a Los Angeles, sono andato a vedere l’atletica. Non ricordo molto, ma la sensazione è rimasta. Le Olimpiadi sono diventate qualcosa di profondamente personale, qualcosa che avevo bisogno di vivere.

Quindi, quando hanno scelto Tokyo, sono rimasto esaltato per anni. Alla fine è arrivata l’opportunità: “Ti andrebbe di andare per Sports Illustrated?” La mia risposta ovviamente è stata positiva, a prescindere—non importava se mi avessero pagato un dollaro o due milioni. Nel 2018 i discorsi sono diventati seri. Nel 2019 abbiamo inviato le richieste di accredito. Poi, all’inizio del 2020, è arrivato il COVID. Mancando ancora sei mesi, pensavo che tutto potesse ancora andare secondo i piani. I Giochi sono stati rinviati, e Tokyo è diventato 2021. Quando finalmente siamo partiti, il mio brief era semplice: tornare con una foto bella al giorno, per ogni evento. Questo era tutto ciò che volevo. È diventato un nuovo modo di pensare. Ho lavorato dalle cinque del mattino a oltre mezzanotte per tre settimane e ho amato ogni minuto. Non c’erano tifosi, e muoversi era stranamente facile: corridoi vuoti, linee di vista pulite. È stato uno dei lavori più piacevoli che abbia mai svolto.

Quello stato mentale mi ha seguito fino a Parigi, una città che è pura iconografia: architettura, persone, luce. Le richieste erano un po’ diverse, ma avevo ancora abbastanza libertà per seguire il mio sguardo. Molto di ciò che ho scattato non posso pubblicarlo per limitazioni dei clienti ma il piacere è stato lo stesso. Ho visto e conosciuto più fotografi che mai lavorare in modo creativo, con la libertà di inseguire la propria visione dei Giochi. E’ stata una rampa di lancio per tante carriere; ho visto un sacco di ottimi lavori a Parigi.

Los Angeles sarà la prossima. E saprà di casa. Conosco le venue; ma conosco anche il caos: niente è vicino, e il traffico è assurdo. Sarà molto diverso da Tokyo o Parigi perché qui ci vivo. Sono già stato nella maggior parte degli stadi, quindi ho sentimenti contrastanti a riguardo. Non so bene come andrà, ma sono certo che saranno delle grandi Olimpiadi. E se potrò fotografarle, lo farò volentieri.”

Seguire il flusso

“Adesso mi sto preparando per le Olimpiadi invernali in Italia, mentalmente e fisicamente. Probabilmente sarò di base in montagna e non ci sono mai stato, quindi sto cercando di informarmi il più possibile.

Più in generale, sto cercando di ritrovare la strada verso un lavoro più personale. Prima uscivo spesso da solo per fotografare storie che non erano lavori. Ultimamente è più difficile. A casa abbiamo un bimbo di quattro anni, e la famiglia si è presa in modo sano una buona parte del mio tempo e della mia attenzione. Vorrei ritagliarmi di nuovo uno spazio per scattare senza nessuno che mi indichi cosa fare, niente clienti, nessun accredito.. solo io e la mia macchina fotografica. È uno degli obiettivi per il resto dell’anno. Il tempo in famiglia è importantissimo, ma ho bisogno anche di un po’ di spazio personale. Non faccio surf da circa un anno; Ultimamente è stato tutto lavoro e famiglia, famiglia e lavoro. Vorrei staccare un po’, ogni tanto mettere giù la macchina, fare un po’ di surf, e riprenderla in mano per progetti miei.

Non voglio una vita breve e compressa, in cui tutto succede in due anni intensissimi. Preferisco vivere su una linea più sottile e tranquilla: un lavoro, una settimana libera. Non voglio scattare tutti i giorni. In parte è qualcosa di personale: mio padre è morto quando ero giovane, e questo mi ha cambiato. Mi ha ricordato che non sai mai davvero cosa ti aspetta. Porto questa consapevolezza anche nella fotografia. Ogni lavoro potrebbe essere l’ultimo. Le ultime Olimpiadi o l’ultima volta che fotografo qualcosa dietro casa. Cerco di tenerlo a mente nella vita di tutti i giorni. Se ho del tempo con la famiglia, provo a godermelo. Se ho un incarico, cerco di godermi anche quello. L’obiettivo è semplice: seguire il flow.”


Running Means Sharing – Road to Berlin with Cisalfa & adidas

Entriamo nel cuore del percorso verso la Maratona di Berlino, ascoltando Clara Abbona, Sofia Montagna e Lorenzo Lotti durante la significativa tappa intermedia della Stralivigno, ed esplorando le sensazioni provate durante uno speciale Camp

‘Road to Berlin’. La strada verso una maratona è ricca di strati, lasciano intendere Clara Abbona, Sofia Montagna e Lorenzo Lotti, i membri del team imbastito da Cisalfa e Adidas per affrontare, sinergicamente, una nobile maratona come quella di Berlino. 

Lasciano intendere come i pensieri si accumulino su pensieri. Come le paure nutrano altre paure. Come i chilometri gonfino il loro conteggio, e il loro peso. Sono layer, per l’appunto. Barriere e consapevolezze dal sapore di 42 chilometri. Nella condivisione, però, questi strati paiono diminuire di spessore, appiattirsi in una condizione individuale, ma anche comune: quella di una passione e di un obiettivo, che sì, richiedono tanto, ma allo stesso tempo restituiscono molto di più, specie grazie al contatto umano. 

Abbiamo parlato di tutto questo in occasione della Stralivigno, una prova, o meglio, una tappa intermedia del tragitto verso la capitale tedesca, e di uno speciale running Camp organizzato da Cisalfa & adidas per questo team, che si è allenato in alta quota per diversi giorni alla ricerca della condizione fisica ideale per affrontare la sfida dei 21 km con un dislivello superiore ai 450 metri.


La Cisalfa Run Crew ha visto anche la partecipazione di Giovanni Maione e Lara Alborghetti, due membri ricorrenti del team, che hanno avuto il piacere e l’opportunità di condividere questi momenti, così come l’atleta azzurro e atleta adidas Pasquale Selvarolo.
Giorni che hanno insegnato quanto la corsa possa essere, appunto, sinonimo di condivisione.

La Cisalfa Run Crew assieme all'atleta Adidas Pasquale Selvarolo al Running Camp di Cisalfa/Adidas
La Cisalfa Run Crew assieme all'atleta Adidas Pasquale Selvarolo al Running Camp di Cisalfa/Adidas
La Cisalfa Run Crew assieme all'atleta Adidas Pasquale Selvarolo al Running Camp di Cisalfa/Adidas

Clara Abbona 

“In questo periodo sto cercando di vivere l’esperienza nel modo più leggero possibile. Mi impegno molto negli allenamenti, ma voglio anche evitare il più possibile l’ansia da prestazione: un qualcosa che arriva, inevitabilmente, quando fai qualcosa di nuovo, quando ti stai preparando per una prima volta. Un dato di fatto che voglio sottolineare è che, al di là del miglioramento fisico, ho migliorato le mie connessioni umane, correndo con tante nuove persone, lungo questo percorso. Ne sono molto felice.

Sofia è il mio riferimento. Quando ho qualcosa che mi preoccupa, mi confronto con lei e, d’improvviso, tutto sembra meno ‘grande’. Torna subito il sorriso. Anche Sofia è una ragazza come me: se può farcela lei, posso farcela anche io. Questo è il bello di una squadra che funziona, darci coraggio a vicenda, come sta avvenendo in questa ‘Road to Berlin’. 

Lorenzo, invece, mi ha regalato fiducia e metodo: due cose fondamentali nella preparazione di una maratona, ancora di più nel caso specifico di una ragazza, come me, che ha iniziato da zero e da poco. Correre è la mia priorità. Pensavo di dover sacrificare la mia vita, invece mi sono accorta che gli allenamenti mi hanno arricchita! Connettendomi a persone nuove e regalandomi nuove esperienze. Sono molto felice di correre e no, non ho ancora mai saltato un allenamento! 

Sono sincera, Livigno mi ha spaventato molto. Ho cercato, però, di concentrarmi sul bello dell’esperienza e sul fatto di imparare nuove cose, con persone più esperte di me o  entusiaste tanto quanto me nell’affrontare nuove sfide! Al traguardo ero contentissima, ho pensato alle tante persone che mi hanno insultato, quando ho iniziato a correre. E anche, un po’, ai miei professori delle medie, che mi davano dell’incapace. È proprio vero che se vuoi qualcosa, puoi fare tutto. Questa è solo una parte verso Berlino… Non vedo l’ora di vedere il finale! 

Avevo già conosciuto Pasquale Selvarolo alla Stramilano: un atleta vero. Mi metteva in soggezione l’idea che potesse rapportarsi a me, invece è stato sempre disponibile, educato ed estremamente umano… Mi ha appoggiato fin da subito, consigliandomi di vivere il percorso in modo positivo e godendomi il viaggio. In fondo, la gara è solo la fine.

Ogni giorno, un piccolo mattoncino sta costruendo dentro di me la casa: un luogo che mi sta dando valore come persona. Sono genuinamente fiera di non aver mollato e di aver continuato a crederci. Non mi sono mai sentita abbastanza: vedere i miglioramenti mi ha veramente regalato una sensazione irreplicabile. Non vedo l’ora di continuare a mettermi alla prova, allenamento dopo allenamento, e vedere come andrà a Berlino”

L'atleta Adidas Pasquale Selvarolo

Sofia Montagna 

“In questo percorso verso Berlino mi sento profondamente diversa, più matura, sia come atleta che come persona. Sento di aver acquisito una consapevolezza nuova di me stessa, delle mie capacità e del perché sto facendo tutto questo. Quando mi alleno, mi sento centrata. Sto imparando a conoscermi sempre meglio, anche dal punto di vista fisico, e questa consapevolezza è un grande cambiamento rispetto al passato.

Il lavoro insieme a Lorenzo mi sta permettendo di apprezzare ogni minimo cambiamento, ogni miglioramento, ogni segnale positivo del corpo. È un percorso impegnativo, certo, ma proprio per questo lo sto vivendo con pienezza. Lo sto assaporando. Mi sento molto più evoluta come atleta. Oggi, rispetto al passato, affronto anche gli allenamenti più duri in modo più lucido. So chi sono, so dove posso arrivare. Mi conosco. È un punto molto diverso rispetto a dove ero quando ho iniziato. E sento di essere davvero, finalmente, pronta.

Sto trovando sempre più piacere in questo gioco ‘mentale’, oltre che fisico. Mi diverte, mi affascina, mi tiene viva. E vedo anche che sta funzionando: i miei tempi migliorano, le sensazioni pure, affronto con più facilità cose che prima mi sembravano enormi. E la cosa bella è che non pensavo potesse appassionarmi così tanto. Sto esplorando la forza della mia mente, come mai avevo fatto prima.

Ero molto curiosa per la Stralivigno: una gara diversa, in quota, in un ambiente che conoscevo bene, perché ci sono stata molti anni fa con la Nazionale giovanile di eptathlon. Ci sono tornata con occhi completamente nuovi. Gara stupenda. Posto magnifico. Una vista per tutto il percorso… Semplicemente incredibile. Molto tosta: era la mia prima gara trail, quindi molti saliscendi a cui non ero abituata… Ma ha allenato testa e gambe per Berlino. La cosa di cui sono felice è che Berlino sia piatta! (sorride ndr) 

Ero in pieno carico di lavoro, ma volevo vedere come avrebbe reagito il mio corpo. Non l’avevo mai fatto prima, è stata una sfida e anche un bellissimo stimolo. Un passaggio che mi ha dato ancora più consapevolezza. E poi, c’è tutta la crew. Quando ci troviamo insieme, con la Cisalfa Running Crew, si crea un’energia bellissima. La corsa è uno sport individuale, ma condividere gare e allenamenti in gruppo dà una spinta diversa. Ti trascina, ti stimola, ti sostiene. In questo periodo ho proprio rivalutato l’importanza del gruppo. Ero anche molto curiosa di conoscere Pasquale Selvarolo. Mi affascina sempre assistere a come si allenano e vivono gli atleti di alto livello. Ho conosciuto molti atleti forti nel mio passato, ma mai così da vicino qualcuno specializzato nella corsa su strada. Volevo assorbire tutto: capire le sue routine, la sua disciplina, il suo approccio… 

Con ‘coach’ Lorenzo il dialogo continua ad essere naturale. Questo percorso ci ha unito ancora di più. Il nostro confronto si è evoluto tanto negli ultimi mesi: discutiamo ogni dettaglio, analizziamo ogni allenamento, ogni sensazione. Riesce a trasmettermi fiducia. A volte ci crede quasi più di me, e mi dà una forza incredibile. Mi segnala miglioramenti che, magari, io non noterei. E mi ricorda gli alti e i bassi fanno parte del gioco. È una figura fondamentale, a 360 gradi. Mi sta accompagnando in questa ‘Road to Berlin’ in modo completo, e spero di continuare con lui ancora a lungo. Ho trovato una guida, una risorsa preziosa che mi rassicura… Questo vale tutto. 

A Berlino ci sarà anche Clara insieme a noi, e sono felicissima. Siamo amiche, ci troviamo bene: condividere questa esperienza con lei rende tutto ancora più speciale. È la sua prima maratona. Anche se Lorenzo è, ovviamente, il suo punto di riferimento, mi piace poterle essere d’aiuto, darle qualche consiglio maturato lungo la mia esperienza. Ci supportiamo a vicenda, e sono sicura che ci divertiremo tantissimo. Berlino sarà una festa, un ricordo indelebile anche per lei. Cerco sempre di rassicurarla, le dico di non preoccuparsi, perché sarà una delle esperienze più belle della sua vita”

Lorenzo Lotti e di spalle Clara Abbona
La Cisalfa Run Crew
Clara Abbona

Lorenzo Lotti 

“Arrivato a questo punto del mio percorso verso Berlino, le sensazioni sono tante, sia da atleta, che da coach. Ormai la corsa è il mio lavoro, la mia passione, la mia quotidianità. Sono abituato tutti i giorni a rapportarmi con i miei limiti: superarli, accettarli, gestirli. Ed è esattamente lo stesso processo che vivo anche con le persone che alleno.

La cosa bella dell’allenare è che ogni persona risulta essere un mondo a sé, con esigenze diverse. Sofia, per esempio, è un’atleta precisa, con un passato competitivo alle spalle… È abituata ad allenarsi. Clara, invece, sta facendo i suoi primi passi concreti: con lei serve un approccio diverso, più graduale e mentale. Sta affrontando qualcosa di nuovo, che può spaventare. Entrambe stanno andando benissimo. Meglio di quanto pensassimo, a dire il vero.

La Stralivigno, ad esempio, è stata una tappa particolare del nostro ‘Road to Berlin’. Di per sé, non è una gara funzionale per chi prepara una maratona piatta come Berlino: ha salite, tratti trail, dislivelli... Però l’abbiamo resa funzionale. È diventata uno stimolo diverso: un’occasione per stare insieme, condividere, uscire dalla comfort zone. Affrontare un sentiero trail, in altura, a 2000 metri, è stato per loro qualcosa di completamente nuovo. E lì il corpo e la mente si attivano in modo diverso. È questo che cercavamo.

Superato il traguardo, posso dire che è stata una gara bellissima, che mi sono goduto, anche per il paesaggio. Nella preparazione per una maratona è uno step fantastico: l’obiettivo era fare, senza esagerare. La corsa è traumatica su questi percorsi, che alternano strada e trail… A livello personale, non avevo mai corso trail, e uscire un po’ dalla comfort zone è stato anche un qualcosa di molto interessante. 

In generale, il Camp Cisalfa è stato un’esperienza bellissima. Seguo molti ragazzi online, ma il contatto fisico, il lavorare fianco a fianco, è un plus enorme. Si parla, si toccano temi tecnici, certo... Ma il trasmettere consapevolezza è ciò che cerco veramente. Cerco di far capire loro che hanno tutti i mezzi per farcela. Ho corso tantissime gare, conosco le paure, le difficoltà… Ma so anche che se ci si crede, si può.

Al Camp si è unito Pasquale Selvarolo. Il suo rapporto con il running è diverso dal mio: fa solo l’atleta. Vive ogni dettaglio della corsa con una cura maniacale. Ogni singolo aspetto (allenamento, sonno, recupero…) fa parte della sua routine. È una fonte d’ispirazione, per tutti. Vederlo da vicino aiuta a capire quanto conti la cura del corpo, e quanto la determinazione possa fare la differenza. Nei giorni di Camp è stato un esempio per tutti, dai beginner agli atleti più evoluti.


Con Sofia e Clara, anche a Livigno, è continuato il processo di condivisione. Seguo tutti i loro allenamenti, intervengo quando serve. È un percorso fatto insieme, giorno per giorno. Certo, allenarsi d’estate per una maratona che si correrà col fresco non è semplice. Ci sono giornate no, ma fa parte del gioco. Le sfide sono anche queste.

E poi c’è Berlino, che è una Major. Una gara unica, con un’energia speciale. Pubblico, atmosfera, aspettative... È importante arrivarci con la testa giusta, senza sprecare energie mentali. La preparazione sarà fatta nel migliore dei modi. La chiave sarà la tranquillità alla partenza. E una volta che si parte… Ricordarsi che è bello vivere l’esperienza. Certo, la corsa è fatica, ma è una bella fatica. Nei momenti difficili, basta guardarsi attorno: vedere la gente, sentire il supporto. Quello ti dà la spinta per superare la crisi e, magari, andare persino più forte di prima.

Senza dubbio mi gratificherebbe di più il risultato di Sofia e Clara, rispetto ad un mio risultato personale. Ho già corso 80 maratone, Berlino compresa. Ovvio, sarà stupendo anche per me tornare a correre una maratona lì, ma questa volta la mia testa e il mio cuore saranno al 100% con le atlete con cui sto condividendo questo percorso. Il loro traguardo sarà la mia più grande emozione”

La Stralivigno e il Camp organizzato da Cisalfa & adidas, dunque, hanno rappresentato ben più di un semplice step fisico nella ‘Road to Berlin’ di Clara Abbona, Sofia Montagna e Lorenzo Lotti. Questi giorni combinati hanno permesso la condivisione, così come la comprensione, di nuovi benefici e consapevolezze dell’arte sportiva più democratica del mondo, quanto delle emozioni che è in grado di sprigionare in ogni runner, indipendentemente dal proprio livello, o dai propri obiettivi. 

Una condizione universale, che Clara e Sofia continueranno ad evolvere nel prossimo periodo di avvicinamento ai 42 chilometri di Berlino: al loro fianco, sempre l’atleta e coach Lorenzo Lotti. Continuate a seguire i loro social per lasciarvi educare, ispirare e, perché no, per provare a replicare la loro ‘Road to Berlin’. 

Partenza della Stralivigno 2025
Sofia Montagna e Giovanni Maione
Clara Abbona, Lara Alborghetti e Sofia Montagna
Lorenzo Lotti
Cisalfa Run Crew alla Stralivigno 2025

La montagna come specchio: dentro La Sportiva Lavaredo Ultra Trail

Grazie a La Sportiva siamo entrati tra le pieghe della Lavaredo Ultra Trail, e nel profondo dialogo cinetico di due suoi protagonisti 

Cortina è attraversata da un lampo giallo che la percorre tutta, la infiamma, la rende elettrica. Ci sono gare che si corrono con le gambe e altre che si attraversano con tutto il corpo, come se ogni fibra muscolare fosse chiamata a rispondere a un richiamo più profondo. La Lavaredo Ultra Trail appartiene a questa seconda categoria.

Non si tratta soltanto di distanza, dislivello, fatica: è un viaggio attraverso le Dolomiti, ma anche dentro sé stessi. Le ore scorrono, il buio cala, il fiato si fa corto. Ma dentro qualcosa cresce. Una forza che va oltre i muscoli. Perché quello che si conquista lassù, tra le creste illuminate dalla frontale e i silenzi delle valli, resta incollato addosso anche dopo l’arrivo. E non importa il cronometro o la medaglia, ma il segno che lascia. Un'impronta invisibile che resta, ti trasforma e continua a spingerti anche dopo il traguardo.

Non è un caso che questo evento dai tratti epici, eppure così familiari, sia connesso ad un partner come La Sportiva, brand sinonimo di trail, montagna e territorio, certo, ma anche di concreta passione, dall'ampio spettro emotivo e culturale. Lo dimostrano, per esempio, i primi due classificati alla LUT 2025: entrambi uomini La Sportiva, entrambi nella loro dimensione del cuore.

Andrea Rostan e Nadir Maguet non sono semplicemente avversari: sono specchi l’uno dell’altro. Questi atleti La Sportiva si allenano insieme, si conoscono nelle pieghe della fatica e si riconoscono nei silenzi prima del via. In gara si inseguono senza calpestarsi, si sfidano senza farsi la guerra. Sono amici, prima ancora che rivali — ed è proprio questa complicità a renderli pericolosi, a spingerli sempre un passo più in là. 

Andrea ha vinto la 20K, migliorando il secondo posto dell’anno scorso. Sapeva di stare bene: lo sentiva nelle gambe che non chiedevano tregua, nel respiro che si accordava al ritmo del sentiero. Ogni tanto si voltava, non per paura, ma per consapevolezza: sapeva che dietro c’era Nadir — una pressione silenziosa che lo teneva vigile, pronto ed acceso.

Nadir ha chiuso secondo, ma con un tempo migliore. Lui non corre per il cronometro: corre per un’idea, per una sensazione, per qualcosa che nasce dentro di lui. Se non la sente, non parte nemmeno. Ma quando la sente — come in questa gara — la trasforma in condivisione. Perché per lui una performance è davvero completa solo se riesce a coinvolgere chi la guarda, chi la vive da fuori. 

Entrambi sono cresciuti tra i boschi, con la montagna come madrelingua. Andrea ci è arrivato per eredità, passando dall’atletica leggera alle corse campestri, fino a scoprire che la sua natura era verticale, irregolare, fatta di dislivelli e ghiaia. Nadir ci è nato dentro, seguendo il nonno tra sentieri e silenzi, imparando presto che la montagna è un rifugio prima che una sfida. E forse è questo che li accomuna davvero: l’aver trovato nella corsa non un obbligo, ma un’espressione. Nadir corre con il cuore, Andrea con una leggerezza che è prima di tutto mentale. Insieme formano una tensione perfetta, una rivalità limpida che fa bene a entrambi. Si rincorrono, si rispettano, si migliorano. Uno spinge l’altro — e insieme, salgono.

Quanto segue è il loro intrinseco dialogo ispirato dalla musa trail. 

Nadir Maguet at the Lavaredo Ultra Trail
Andrea Rostan at the Lavaredo Ultra Trail

Che sensazioni avete provato lungo e al termine della Lavaredo Ultra Trail, specie da primo e secondo classificato?

Andrea Rostan: "È andato tutto davvero bene — meglio di così non poteva andare. Ci tenevo molto: l’anno scorso ero arrivato secondo, mi ero trovato bene su questo percorso, mi era piaciuto... E quest’anno sentivo di essere in forma: è una stagione in cui ho fatto un piccolo salto di qualità, quindi ci ho creduto fin da subito. Ho spinto forte sulla prima salita e già nel traverso in alto mi sono ritrovato da solo. Lì ho pensato: “Oggi è la giornata giusta. Se non ci provo ora, non ci riuscirò mai.” L’unico timore era la discesa: sapevo che Nadir poteva riprendermi, perché in discesa faccio sempre un po’ più fatica. Io vengo dal vertical, preferisco la salita. Per fortuna avevo accumulato circa un minuto di vantaggio e sono riuscito a gestirlo fino alla fine. L’ultima parte, meno tecnica, mi ha permesso di spingere ancora e chiudere bene. Sono contento: ho dato tutto."

Nadir Maguet: "Sono soddisfatto, soprattutto perché ho migliorato il tempo dell’anno scorso. Arrivavo da tre settimane di carico, con buoni allenamenti: questa gara rientrava in un percorso ben più ampio di preparazione. Non era un obiettivo primario — quello è la Val d’Aran, sui 50 km. Lì voglio arrivare al massimo. Qui, invece, cercavo risposte su come stessi, sulle sensazioni del mio corpo. Sono contento. E sono contento anche perché, solo un anno fa, io sono stato il vincitore, mentre Andrea è arrivato secondo. In questa edizione abbiamo invertito i ruoli. Siamo molto amici, e credo che una rivalità sana come la nostra serva a entrambi: alza il livello, ti spinge a migliorare. Quando corri gare dove non hai grandi riferimenti, puoi illuderti di andare forte. Ma è nel confronto con gli atleti veri che capisci davvero dove e chi sei."

Andrea Rostan

Che rapporto avete con la montagna? Com’è nata e si è evoluta questa passione insieme al running?

AR: "È una passione che mi è stata trasmessa dai miei genitori: mi portavano in montagna fin da piccolo. A dieci anni ho iniziato con l’atletica leggera, anche un po’ seguendo le orme di mio nonno, che era giudice FIDAL. È venuto a mancare proprio in quel periodo, e una settimana dopo ho fatto la mia prima gara — anche per lui. Da lì mi sono innamorato della corsa. Abitando in collina, mi allenavo sempre nei boschi: salite, discese, sterrato... Quando ho cominciato a gareggiare — campestri, strada, montagna — ho subito capito che in montagna rendevo meglio. A 18 anni ho deciso di lasciare le altre specialità e dedicarmi solo a questa. Poi è arrivata la vera passione: ho iniziato a seguire lo skyrunning, a guardare video, a leggere libri... È diventato il mio stile di vita. Oggi non potrei farne a meno. Certo, ora mi alleno con molta più consapevolezza, perché voglio essere competitivo, ma la passione è sempre la stessa."

NM: "Il mio è un rapporto molto puro, non legato solo alla performance. Amo le cose semplici. Mio nonno, che era cacciatore, da bambino mi portava con sé in montagna. Ricordo quando mangiavamo carne in scatole insieme — attimi rapidi, dettagli piccoli, che però ti restano dentro. La montagna mi ha insegnato a cercare la bellezza nella semplicità. È un valore che ancora oggi mi accompagna. Con l’Esercito ho potuto fare dello sport una professione: sono entrato come atleta, poi qualche anno fa mi sono congedato. L’anno scorso ho anche lasciato la Nazionale di scialpinismo. A un certo punto senti il bisogno di seguire la tua strada, di inseguire qualcosa che ti somiglia davvero. È una scelta rischiosa, certo, ma credo che valga sempre la pena cercare quello che ti fa stare bene."

Cosa ricercate, oggi, in questa disciplina e nel suo circuito di eventi/gare?

AR: "Non è tanto la ricerca, quanto la motivazione costante che mi dà questo sport. Anche quando non gareggio, non mi manca lo stimolo. Ovvio che la gara, però, ti accenda un fuoco diverso. Le competizioni non sono un’ossessione: quest’anno le sto vivendo con molta più serenità. Non mi agito, me le godo. Mi dico: “Come va, va.” Se va male, provo a capire perché. Ma questa leggerezza, paradossalmente, mi sta premiando. La stagione sta andando benissimo, e ne sono felice."

NM: "Cerco emozioni. Se fai una grande performance, ma resta solo tua, è una soddisfazione, certo, ma un po’ sterile. Invece, se riesci a condividere quella sensazione con gli altri, a trasformarla in qualcosa che parla anche agli altri, allora diventa più profondo. È lì, secondo me, la vera bellezza del running."

Andrea Rostan

Un rito collettivo, e profondamente bolognese 

La visione antropologica e fotografica di Alessandro Simonetti ci conducono nel più significativo apice della stagione calcistica italiana, mettendola alle spalle. Viaggio nella follia del Bologna F.C. e di una storica Coppa Italia, grazie a C.P. Company

L’ormai infinita stagione calcistica è al tramonto, con il Mondiale per Club che chiude un ciclo, quello del calcio europeo: una stagione logorante, piena d’impegni e calcio spalmato. Eppure. Eppure, nell’all-you-can-eat calcistico contemporaneo, trova ancora spazio la magia di eventi unici, irripetibili, magnetici in tutta la loro iconicità. 

In Italia, nel Bel Paese che del calcio mai ha smesso di fare una religione, Bologna ha a lungo giocato un ruolo secondario. Decenni assonnati, in cui il sempre-romantico Dall’Ara aveva potuto tifare un pallido, solo a tratti vivace, ricordo di un’ex capitale del sistema calcistico italiano. Poi la rinascita, in tutta la sua potenza sociale e antropologica. Infine, l’orgasmo di una coppa nazionale, la Coppa Italia: trofeo che i ‘Felsinei’ avevano, dopo oltre mezzo secolo d’attesa, ormai imparato a dimenticare. 

Nell’esaltazione di un traguardo collettivo. Nelle emozioni di una notte destinata all’eternità, vissuta nella nobiltà romana dello stadio Olimpico. Nella celebrazione di un oggetto in grado di risvegliare, anche tra i più profani, la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande. In tutto questo risiede la lente di Alessandro Simonetti, che ha ritratto la massa di tifosi rossoblu all’apice dei festeggiamenti cittadini: una devota sfilata in quelle strade, sotto quei portici e tra quelle torri che risultano essere, insieme alla fede per il Bologna F.C e alla pallacanestro, colonne portanti di una città che sa sempre come conservare, ed esaltare, la propria identità. 

Gli scatti di ‘Zuek’ sono stati prodotti in collaborazione con un brand perfettamente calato, e anzi, parte integrante di questo affascinante contesto popolare: C.P. Company. Lo abbiamo compreso attraverso la testimonianza di Lorenzo Osti e la biografia sportiva, oltre che fieramente bolognese, di suo padre Massimo, che abbiamo avuto modo di raccontare in alcuni speciali focus editoriali (‘Sport Through the Lens of Massimo Osti’).

Caliamo il sipario su questa stagione calcistica, dunque, con uno dei suoi apici. A raccontarlo non è solamente la lente di Simonetti, ma sono anche alcune sue riflessioni, che ci permettono di penetrare, ancora più in profondità, l’effetto trascendente del Beautiful Game. E il suo impatto spirituale su intere comunità. 

Che tipo di vibrazione hai trovato a Bologna, nel momento in cui sei arrivato per documentare i festeggiamenti?

“È stato un crescendo, un’escalation emotiva e visuale. Sono partito da Milano e sono arrivato a Bologna qualche ora prima dell’inizio ufficiale del corteo, come faccio spesso quando fotografo eventi pubblici o celebrazioni popolari. Mi piace immergermi in anticipo, calarmi nella calma, nella città che ancora non sa di essere pronta all’esplosione. C’erano famiglie che mangiavano il gelato, bambini e genitori sulle panchine: la classica giornata bolognese. Poi, nel giro di un attimo, è cambiato tutto.

Gli scooter hanno iniziato ad arrivare ad ondate. Il punto d’incontro dei tifosi era localizzato laddove sarebbe uscito l’autobus scoperto della squadra. Da lì è partita una marea di persone. Quando la folla ha sfiorato Piazza Maggiore, ho pensato che ci fosse veramente tutta Bologna a festeggiare... Ho incontrato perfino amici che non vedevo da una vita, ho incrociato facce note: era come se la città avesse un’unica voce, un’unica energia.

L’eccitazione che ho respirato non è paragonabile a una celebrazione di una squadra che vince ‘spesso’. Bologna non alzava un trofeo da lunghissimi decenni. Questa vittoria aveva un valore quasi sacro. E la risposta della gente è stata altrettanto spirituale: un rito collettivo, una forma di devozione assoluta.”

Come vivi, da fotografo, momenti così carichi di emozioni? Riesci a mantenere distacco o ti lasci coinvolgere?

“Cerco sempre di mantenere un certo distacco emotivo, perché fotografare la folla è anche un atto di osservazione lucida. È stressante, faticoso, non sempre sei benvenuto: sei un outsider, spesso percepito come un giornalista o comunque uno ‘straniero’ nel momento.

Poi, alcune emozioni trapassano la lente. Sono come dei pattern, che ricerco. Le mani al cielo, le lacrime, gli sguardi: sono gesti universali. Li ho ritrovati nelle proteste a Milano, nei cortei a New York, o durante le celebrazioni per il Marocco durante gli ultimi Mondiali. Ogni volta cambia il contesto, ma l’iconografia umana resta affine e potentissima. È un linguaggio che non ha bisogno di didascalie.”

E a livello tecnico, come affronta la tua lente un evento come quello di Bologna?

“C’è sicuramente una parte istintiva, ma con l’esperienza, ripeto, sviluppi dei pattern. Sai che tipo di composizione ti soddisfa, che tipo di gesto cerchi. Non è una regola, ma una forma di memoria, di sensibilità visiva che ti guida. Mi preparo tecnicamente, certo — penso a che luce troverò, al tipo di lente, ai settaggi più rapidi, da cambiare al volo — poi, però, tutto si gioca in tempo reale.

A Bologna, ad esempio, ero pronto a qualsiasi condizione: sole, pioggia, folla immobile o in movimento. Non puoi prevedere nulla, ma puoi leggere la scena velocemente. A volte non sono i momenti epici che fanno la foto, ma quelli più umani: una ragazza in ginocchio sullo scooter, che sembra pregare. È in quel gesto che ho ritrovato tutta la devozione collettiva per la squadra e per il raggiungimento di un obiettivo come la Coppa Italia.”

Hai percepito anche una sorta di ritorno del folklore cittadino durante i festeggiamenti? Un richiamo a riti, simboli, identità locali?

“Tantissimo. Mi ha ricordato il Calcio Storico Fiorentino, che ho fotografato recentemente. Popoli diversi, sì, ma simili per come custodiscono con orgoglio un’identità popolare che, a volte, appare persino rude, ruvida.

A Bologna si è visto tutto questo: gente arrampicata sulle statue, bandiere ovunque, ragazzi sulle pensiline degli autobus... È un folklore che emerge con forza. In quei momenti cessano di esistere le regole del vivere quotidiano. La città si trasforma, diventa un’altra cosa.

Allora, percepisci che non stai solo documentando un evento sportivo: stai documentando un passaggio, una transizione culturale. Una città che si risveglia, che si ricorda di sé, di un’identità che passa attraverso una squadra di pallone, ma che in realtà racconta molto di più.”

Come si declina la tua filosofia artistica nel Beautiful Game?

“Quando guardo una partita, la mia testa non ragiona in termini di gol o schemi tattici, ma di immagini. Penso: “Questa inquadratura sarebbe stata perfetta. Questo gesto è fotogenico.” È una deformazione professionale, ma anche una forma di rispetto verso la vocazione artistica dello sport stesso.

Io non sono un tifoso tradizionale. Ma sono affascinato dalla religione laica che è il calcio, e da come le persone si affidino ad essa. Appunto, è una fede. E la fede tende a risultare sempre fotogenica, perché è un qualcosa di vero, profondo, viscerale...”

Cosa ti porti via da Bologna? Cosa resta dopo aver raccolto una galleria d’immagini come questa?

“Resta la sensazione di aver documentato un frammento di vita unico. Un momento che non si ripeterà, per lo meno non si ripeterà in questo esatto modo. E resta anche una grande fatica, una specie di trance da cui esci quando finisce tutto.

Soprattutto, rimane quella tensione sottile tra controllo e abbandono. Non hai il controllo della luce, né del flusso, né dello spazio. Però hai il controllo della tua visione. E lì dentro, in quel caos, cerchi qualcosa che valga la pena di ricordare.”

Nella tua narrazione, come già capitato anche durante quest’intervista, emerge spesso la componente spirituale della folla. Hai parlato di fede, di ritualità. Cosa hai visto a Bologna in questo senso?

“Ho visto qualcosa che trascende il calcio. Sì, era una festa per una vittoria attesissima, ma quello che ho respirato è stato molto più profondo. Mi ha affascinato assistere agli abbracci tra persone diversissime  in strada… Il calcio, la fede calcistica, pone sullo stesso piano l’avvocato penalista e il diffidato. Questo mi impressiona sempre.”

Negli anni ‘90, crescere nell’ambiente alternativo del writing e dello sottoculture di strada voleva spesso dire tenersi lontani dal calcio. Oggi la situazione sembra cambiata, e le contaminazioni tra questi universi sono sempre più consistenti. Come hai vissuto questa transizione?

“Negli anni della mia formazione, lo sport canonico, e il calcio in particolare, erano considerati parte di un ‘sistema’. Se giravi in skate, non indossavi la maglia dell’Inter, ecco. Il calcio era proprio un altro mondo, un’altra tribù. 

Poi le cose sono cambiate. Oggi c’è un crossover fortissimo tra moda, cultura urbana e sport. Quello che prima sembrava inconciliabile ora si contamina, si fonde. E forse è proprio questo passaggio che mi ha permesso di essere coinvolto in progetti legati al calcio, ma con uno sguardo, e un punto di partenza, diversi rispetto ad un professionista nato e cresciuto nel settore. Nel caso specifico di Bologna, C.P. Company non mi ha chiesto solo di scattare qualche foto, ma di raccontare una storia. E di farlo con il mio linguaggio, che non è giornalistico, né puramente artistico. È un linguaggio visivo che vuole parlare di cultura.”

Qual è il tuo rapporto personale con Bologna? E cosa ha significato per te raccontarla per C.P. Company?

“Bologna per me è un po’ casa, anche se non ci ho mai vissuto. Ci venivo da ragazzino per comprare vestiti militari al mercato della Montagnola, per saltare la scuola, per andare ai concerti hardcore o hip hop. È una città che ho sempre vissuto da outsider innamorato. I centri sociali, i writer, la scena punk… Bologna era un riferimento. Anche se allora non immaginavo che un giorno ci sarei tornato per documentare un evento calcistico...

Il rapporto con C.P. Company è arrivato dopo. Col tempo ho sviluppato una stima autentica, anche grazie al rapporto umano con chi ci lavora. Apprezzo il fatto che il brand ponga attenzione su cose che durano nel tempo, che si sedimentano nella storia, come questa Coppa Italia.

Trovo che questi progetti abbiano un valore che va oltre l’engagement immediato. Una foto ben fatta, un reportage significativo, un libro ben pensato… Restano. Servono per costruire identità. In precedenza, per C.P. avevo scattato Roberto Baggio. Anche in quel caso, l’idea era partire da una narrazione forte, iconica. Da una storia capace di entrare e rimanere nel tempo.” 


Asphalt and Waves - Pawel Swanski

In qualità di media partner del Surf & Skate Film Festival (SSFF), Athleta Magazine ha esplorato la multidimensionalità delle culture skate e surf attraverso le voci degli ospiti più rilevanti dell’edizione di quest’anno. Abbiamo incontrato l’artista e designer polacco Paweł Swanski, il cui percorso artistico personale si unisce all’evoluzione della scena skate globale.

Swanski è emerso dall’Europa dell’Est e si è immerso in un panorama creativo internazionale, colto inizialmente tramite fumetti, riviste di skate importate e un autentico spirito ‘Do It Yourself’. Ben prima dell’era dei social media, ha tessuto rapporti profondi con icone del mondo skate, costruendo un percorso personale che riflette un cambiamento culturale più ampio.

In “Wooden Canvas”, la mostra inaugurata lo scorso weekend a Milano, Paweł ha esposto oltre 140 skateboards, affiancati da dipinti e installazioni che raccontano come lo skateboarding abbia plasmato la sua identità di artista, designer e individuo. Attraverso le sue riflessioni, lo skate si rivela non soltanto disciplina fisica, ma filosofia di vita: fondata su umiltà, resilienza e libertà creativa.

Ciò che emerge è un legame netto tra l’andare allo skatepark e entrare in studio: due gesti paralleli mossi dallo stesso impulso di espressione autentica. In celebrare Wooden Canvas, celebriamo una visione del mondo forgiata dal potere trasformativo e duraturo dello skateboarding.

Pawel Swanski, Photo by Kuba Baczkowski

SKATE DELL’EST 

“Vengo da Varsavia, Polonia, e sono nato nel 1980. I primi dieci anni della mia vita li ho trascorsi in quella che potremmo definire un regime comunista. Per fortuna, il 1989 ha segnato la fine di quel periodo e l’arrivo dall’America di tutta la cultura occidentale. Lo skateboarding era qualcosa di fresco, colorato, straordinario. Anche se non eravamo così vicini al mondo occidentale, avevamo Star Wars nei cinema e qualche fumetto. Sono un figlio di quella pop culture, sono cresciuto con i fumetti. Era un mondo limitato al tempo, non era facile reperire queste cose, ma sono stato profondamente influenzato da quell’ondata di novità che arrivava dagli States.

Provengo dalla classe media, ma sono cresciuto in un quartiere molto benestante, tra figli di diplomatici e di artisti. Loro avevano la possibilità di viaggiare e comprarsi skateboard; io no. La prima volta che entrai in uno skate shop con mia madre, una tavola costava metà del suo stipendio, perché tutto ciò che arrivava dagli Stati Uniti era carissimo. Non potevamo permettercelo. Dopo un po’ riuscii a comprare un vecchio skate di Powell-Peralta, era enorme, con ruote gigantesche. Andai nell’officina del nonno di un amico e ritagliammo la tavola in base alle forme dei modelli più moderni e costosi: accorciammo i truck, ridimensionammo l’asse, rendemmo le ruote più piccole. Fu complicatissimo, ma quella fu la mia prima tavola. In quegli anni ci costruivamo tutto da sé: era davvero un’era DIY.”

Pawel Swanski, Photo by Kuba Baczkowski

LO SKATE È CULTURA, LO SKATE È ARTE 

“Sono un artista e un designer, ma vengo innanzitutto dall’arte urbana e dalla cultura skate, e queste due passioni si sono fuse nel tempo. Per questo, nella mostra Wooden Canvas celebro i miei 25 anni dal primo design su tavola. Ho realizzato più di 140 board per brand di tutto il mondo e volevo proporle in una grande retrospettiva. Lavorando alla mostra, ho capito che tutto questo lavoro ha avuto un’importanza ben più profonda di quanto immaginassi: se sei skateboarder pensi che molte cose siano scontate, normali. Ma poi realizzi che lo skateboarding ti ha cambiato come persona, come artista, come designer e il modo in cui guardi il mondo.

Sarei molto diverso, come essere umano e come artista, se non avessi mai toccato una tavola. Posso dire con certezza che lo skateboard mi ha salvato la vita almeno cinque o sei volte: mi ha insegnato a rialzarmi dopo le cadute e mi ha dato la forza di essere umile e paziente. Alla fine, c’è sempre una ricompensa, una vittoria. Con lo skate vinci ogni volta che esci e provi a fare un trick: non conta come va a finire. Ogni volta che entri in skatepark, hai già vinto perché hai deciso di muoverti per fare qualcosa. È lo stesso quando vado in studio a creare: invece di pensare a cosa farò, come andrà e se ci guadagnerò, penso di aver già vinto se ho la volontà di andare e creare liberamente per me stesso.

Anche nei periodi in cui nessuno mi chiedeva un progetto, andavo in studio e lavoravo comunque. Questa è la differenza tra fare qualcosa per soldi o farlo per esprimerti. Essere artista significa essere produttivo a prescindere, anche se nessuno compra nulla. Ho guadagnato con la mia arte, ma quello non è mai stato lo scopo principale. Ho sempre fatto le cose con il cuore, dall’interno. Questo mi ha dato lo skateboarding. Questo modo di pensare mi è rimasto dentro per più di 25 anni, ma forse me ne rendo conto veramente solo ora da adulto.

È sorprendente quanto lo skateboard si rifletta nella  vita reale. Non vedo altri sport, calcio, sci o tennis, costruire una cultura così solida alle spalle. Sei un tennista solo quando entri in campo; mentre se sei skateboarder, lo sei 24 ore su 24: pensi da skater, guardi la città in modo differente, percepisci gli ostacoli quotidiani in modo diverso. E l’essere artista ha avuto un ruolo enorme. Se penso ad un Ollie come a un trick fondamentale, spiegarlo a chi non fa skate è quasi magia: alla fine devi volare con la tavola più che starci sopra. Quando riesci per la prima volta a fare un Ollie, ti cambia la mentalità per sempre.”

CURVE CRUCIALI

“Alcuni amici iniziarono a fare riviste alla fine degli anni ’90. Io disegnavo e portai i miei schizzi chiedendo di contribuire con illustrazioni, layout e grafiche, ma non avevo un computer e non sapevo nulla di Photoshop, Illustrator o programmi simili. Disegnavo, ma volevo entrare in quel mondo. Compresi che poteva essere una strada per me, così con l’aiuto di mia madre comprai un computer per imparare graphic design. Pochi giorni dopo tornai con dei primi lavori molto banali fatti su Photoshop, grazie a quella mentalità da skateboarder di vedere l’impossibile come possibile: “Fake it until you make it”. Così diventai graphic designer e finì per lavorare su quella stessa rivista per sette anni.

Dopo diverso tempo, iniziai a progettare e dipingere sulle tavole, e ancora oggi ritengo che la forma del deck sia la più affascinante su cui lavorare. Era qualcosa che ho sempre sognato, ma non credevo potesse realizzarsi. 

Dopo il liceo mi trasferii in Germania, a Kassel, per cinque-sei anni. Volevo studiare design, ma mi dissero che avrei dovuto ricominciare da capo. Invece di arrendermi, scoprii che c’era una grande scena skate in città. Mostrai ai locali le riviste di cui avevo curato la grafica e, dopo due settimane, avevo già una nuova crew. In Germania realizzai la mia prima tavola per l’azienda HessenMob, che oggi fa parte della mostra Wooden Canvas. stavano realizzando una serie di deck ideati da designer di varie città: io ne feci una che celebrava Varsavia, la mia città natale.

In quel primo catalogo la mia tavola stava accanto a quelle di artisti come Dave Kinsey, Evan Hecox e altri nomi di rilievo, e da lì fu un effetto valanga. Conobbi Jan Kliewer, uno skateboarder tedesco che mi chiese di disegnare il suo pro model: ne scaturì un’intera serie di tavole.”

Collab work by Pawel Swanski & Mariusz Waras M-City

INCONTRARE I PROPRI EROI

“Ho sempre desiderato fare qualcosa per Girl Skateboards: era il mio sogno. Nel 1995 guardavo Guy Mariano e tutti gli skater “Girl” nei skate video a Varsavia. Quel sogno sembrava lontanissimo, non immaginavo che un giorno avrei lavorato con loro. Vent’anni dopo, eccomi a realizzare la tavola di Guy Mariano. Andy Jenkins, art director di Girl Skateboards, è uno dei miei migliori amici. Lo incontrai per la prima volta in una mostra in città con degli skater che facevano parte di un altro progetto in cui io avevo disegnato la grafica delle solette per delle scarpe. 

Racconto questo per un motivo: per i giovani di oggi il mondo è piccolo, grazie a Internet. Puoi mandare un’email a chiunque segui e magari ottieni una risposta. Per me, cresciuto dietro la Cortina di Ferro, senza Instagram, mi sentivo come se dovessi nuotare da solo fino in California per riuscire a realizzare i miei sogni, fare uno sforzo extra per arrivarci. 

Ancora oggi mi emoziono quando ricevo messaggi da Steve Caballero o Mike Carroll, che conosco da quindici anni: erano i miei eroi, ora restano tali, ma sono “homies”. Nella mia testa rimango quel ragazzo dell’Est Europa con grandi sogni, per questo sono sempre concentrato sul prossimo lavoro, sulla prossima grafica, sul prossimo pezzo. Non posso fermarmi e non mi fermerò. Sono convinto che questa energia proviene dall’attitudine che mi ha dato lo skate.

Essere un artista è una miscela di duro lavoro e molta fortuna: ci devi credere così intensamente, che alla fine diventa realtà. Ora sono qui in Italia, lavoro con i miei idoli: sembra successo, e in fondo lo è, ma non posso permettermi di mollare, perché per quanto tu sia affermato, devi sempre sostenere e impegnarti sul tuo lavoro. Ci sono tanti artisti straordinari nella scena odierna, molto più bravi di me.”

WOODEN CANVAS

“Con ‘Wooden Canvas’ volevo mostrare di più. Per questo il fulcro della mostra è la collezione di tavole che ho progettato negli anni: skate inediti, alcuni disegni che non ho venduto, conservati nel mio archivio. Disegni originali. Dal primo progetto a oggi ho sempre dipinto tutto a mano: se realizzo grafiche per packaging, t-shirt, abbigliamento o per una tavola, è sempre a mano prima di intervenire al computer. Ho milioni di schizzi sparsi in studio: alcuni sono ancora lì, altri sono stati venduti. Ho avuto la lungimiranza di tenere certi pezzi, così da poterli esporre oggi. La mostra è pensata anche per chi non proviene dalla cultura skate: so che chi fa skate comprende subito il significato, ma volevo dimostrare che lo skateboarding è prima cultura, e poi sport.

Siamo uno sport Olimpico ormai, c’è la SLS, e non sono contro: non è “il mio skateboarding”, ma lo amo comunque. Non credo sia in contraddizione con ciò che facciamo. Il vero skateboarding vive e questi eventi ne sono la prova. Forse non tutti gli skateboarder la pensano così, ma ritengo che lo skate sia più espressione artistica che sport. Ogni skateboarder che esegue trick è un artista: si esprime. Fa sorridere vedere alle Olimpiadi i giudici che cercano di quantificare i punti di un trick… lo skate è un’altra cosa. E per questo spero che Wooden Canvas duri nel tempo.

È un progetto in divenire che porto avanti da anni, con ogni mostra che propone elementi diversi ogni volta. Per esempio, a Varsavia invitai diversi skateboarder a cimentarsi su un ostacolo a forma di occhio che ho realizzato: la scultura richiama l’occhio perché nella mia arte l’occhio simboleggia l’essere umano. Quando si eseguono trick, ogni skater si sfida: non con gli altri, ma con se stesso. L’ostacolo sei tu. L’occhio sei tu e affronti te stesso, combatti le tue paure. Alcuni skater sono grassi, altri in forma, giovani e meno giovani: alla fine sono tutti skater e cercano di superare i propri limiti. È come pensare che l’uomo non sia destinato a volare e poi costruisce razzi e aerei. All’inizio sembra impossibile, poi lo si immagina e si realizza. Lo stesso accade nello skateboarding e nell’arte.»

EYEROLL OBSTACLE SCULPTURE for Wooden Canvas Exhibition by Paweł Swanski

LO SKATEBOARDING NON MORIRÀ MAI 

“Essere artista è un lavoro impegnativo, anche se non salvo vite. Di tanto in tanto ricevo un’email o un messaggio su Instagram da giovani ragazzi che mi dicono di aver creduto in sé stessi e di aver iniziato a fare design grazie al mio lavoro: sono momenti che mi fanno comprendere quanto ciò che faccio sia importante.

La bellezza dello skateboarding è la sua multidimensionalità: foto, video, arte, design, musica. Per questo ho invitato fotografi alla mia mostra e abbiamo realizzato un video dietro le quinte. L’esposizione è di Paweł Swanski, ma è più grande di me: tutti i nomi sui pro model board, tutte le persone invitate, la comunità e gli amici: è questo lo skateboard. Che ci siano le Olimpiadi o meno, noi restiamo autentici. Puoi essere ragazzo o ragazza, giovane o vecchio: se vieni al park e ti metti alla prova con la tavola, troverai accoglienza e rispetto. Non cambierà mai. È per questo che lo skate è cultura, non solo uno sport.”


Asphalt and Waves – Beatrice Sugliani

Come Media Partner dello Skate and Surf Film Festival, esploriamo le prospettive e gli approcci multidimensionali a queste culture senza tempo, e ai loro immaginari contemporanei, di alcuni protagonisti della kermesse. In questo caso, ascoltiamo la fotografa Beatrice Sugliani, celebrando una lente cult della scena skate italiana

Lenti e tavole sono affini, sono note differenti posate sullo stesso spartito artistico. Nel caso di Beatrice Sugliani, questa combinazione ha assunto temi e valori originali, per alcuni versi pionieristici. 

Il fatto di penetrare una scena, quella italiana, in un periodo storico in cui le interpretazioni femminili latitavano, rende questa artista della composizione urbana una precorritrice di tempi e, allo stesso tempo, una delle firme fotografiche più iconiche dell’ambiente underground skate italiano, dove zine e pubblicazione cartacee hanno attecchito, contaminando intere generazioni. 

Le stesse generazioni che, nel weekend dello Skate and Surf Film Festival hanno potuto assaporare alcuni degli scatti più simbolici della lunga biografia tra spot e trick di Sugliani stessa, grazie ad una retrospettiva che ha anche permesso a tanti giovani d’immergersi nello spirito estetico che li ha preceduti, e che li continua, più o meno implicitamente, a circondare ed ispirare. 

Beatrice Sugliani
Beatrice Sugliani at the SSFF 2025

Partiamo dalle origini. Quando hai iniziato a scattare?

Beatrice Sugliani: “Ho iniziato da bambina con una piccola macchinette a pellicola che mi aveva regalato mio padre che era un grande appassionato di fotografia e che mi ha permesso di vivere questa passione in casa e nei viaggi fin da piccola. Ma è stato al liceo che mi sono innamorata della tecnica e della camera oscura. Lo skateoarding invece è arrivato in adolescenza ma non ero per niente portata, amavo soprattutto l’ambiente e gli amici che lo facevano. Unire le due cose è venuto naturale. Fotografare chi stava sulla tavola mi permetteva di far parte di quel mondo, anche se con un ruolo diverso.”

Ti ricordi quei primi momenti a contatto con la scena locale?

BS: “Frequentavamo soprattutto gli spot locali, ci si spostava in autobus, quasi nessuno aveva la macchina, stavamo ore a guardare i più bravi provare trick. A me piaceva tantissimo filmarli o fotografarli, anche solo con una logica semplice. Vederli contenti di rivedersi in quelle immagini mi ha fatto capire che avevo trovato una mia voce e un mio posto.”

Come ti sei formata a livello visivo? 

BS: “All’epoca non era semplice trovare riferimenti. Tutt’altro, era una sfida. Aspettavo con ansia le riviste skate che arrivavano in stazione a Bergamo una, al massimo due volte al mese. Le sfogliavo per ore, mi affascinava come i fotografi raccontassero quel mondo. Mi nutrivo di quelle immagini, mi insegnavano tantissimo sullo stile, sull’attimo giusto, sulla composizione.”

Cosa ti ha particolarmente attratto della cultura skate?

BS: “La libertà, senza dubbio. La possibilità di dire: “Dove andiamo oggi? Che spot facciamo?”. Era un modo di stare insieme e vivere il territorio a modo nostro. Si decideva dove andare ed io cercavo di immaginare le giuste angolazioni, incastrando persone, movimento e architettura.”

Ti sentivi un po’ fuori posto, nel contesto sociale della Bergamo di quegli anni?

BS: “Un po’ sì, ma lo skate mi ha accolto benissimo. Ero già un po’ "aliena" di mio: indossavo i pantaloni larghi di mio padre, avevo i capelli colorati… Mi è capitato di trovare un gruppo con cui potevo condividere qualcosa di autentico. Il mio ingresso nella scena è stato un processo naturale, bellissimo."

Com’è stato per te, in quanto donna, vivere e raccontare lo skate in un ambiente che, per lungo tempo, è stato prevalentemente a trazione maschile?

BS: “Sono felice di aver vissuto abbastanza a lungo da vedere dei veri cambiamenti. Quando ho iniziato, lo skate era un mondo sicuramente al maschile: non lo era necessariamente per un processo di esclusione volontaria, diciamo così, più per il tipo di cultura generale... Le donne che skateavano venivano spesso viste attraverso una lente mascolinizzante. Anche quelle più forti, anche quelle in grado di dominare la scena per anni. Ora la situazione è diversa, decisamente diversa”

C’è stata una rivoluzione?

BS: “Sì, col tempo ho visto nascere sempre più personalità e movimenti femminili, anche sottotraccia: piccoli gruppi o singoli che però hanno fatto tanto. Prima all’estero ma poi anche da noi. A Bergamo, ad esempio, si è sviluppata una scena femminile vera, viva, combattiva. Ragazze che hanno spaccato: sia dal punto di vista dei risultati, che dell’approccio artistico. Vedere crescere sempre più voci femminili mi dà gioia.”

Avresti mai immaginato di diventare una figura così rilevante nella cultura skate italiana?

BS: “No, davvero. Nel senso che non mi sento nemmeno tale. Ho sempre fatto quello che mi piaceva con persone con cui ho legato fin da ragazzina e che mi porto avanti ancora oggi. Ho avuto la fortuna di essere accolta, ascoltata, sostenuta. Ho cercato a mio modo di raccontare questo mondo e le persone che ne facevano parte con coerenza, e forse è per questo che il mio lavoro ha avuto e continua ad avere rilevanza.”

Da fotografa, hai vissuto l’evoluzione anche dal punto di vista tecnico e tecnologico. Com’è stato il passaggio dalla pellicola al digitale, dalle pagine di Thrasher ai social?

BS: “Difficile per me. Ho imparato tutto in pellicola: la camera oscura, le stampe, l’attenzione massima ad ogni click. Gli scatti erano limitati e soprattutto per i trick non potevi essere certo di averlo prima dello sviluppo della pellicola. Oppure a volte il trick non veniva chiuso quindi non potevi nemmeno usarlo… e non potevi cancellare niente! ma faceva parte del gioco. Poi il digitale ha rivoluzionato tutto: più libertà, certo, ma anche meno rigore e consapevolezza. Per me anche troppa velocità… prima ci si soffermava su ogni scatto, ognuno aveva un grande valore, il tempo speso, la scelta di come scattarlo, il tipo di pellicola, colore o bianco e nero, i cross processing… Anche il mercato editoriale di conseguenza è cambiato. Prima portavi i negativi in redazione, si sceglievano e si mandavano a scansire ed erano momenti di confronto che davano un valore aggiunto a quel lavoro e venivi pagata per ogni singolo scatto pubblicato nei mag. E se poi ti davano la cover erano ancora più soddisfazioni ed aspettavi solo che uscisse in edicola per metterlo nella pila di mag che ognuno di noi aveva a casa. Oggi si scatta prevalentemente per i social: riviste e zine sono entrate in un’altra epoca, molto diversa. Io ho continuato a fotografare, adattandomi, e senza mai perdere lo spirito iniziale. Ritengo la mia lunga esperienza nell’editoria, all’interno di redazioni, come un periodo fantastico, veramente, lavorare per anni in quell’ambito mi ha dato la possibilità di vivere esperienze uniche, sia qui in Italia che all’estero.”

Il claim dello Skate and Surf Film Festival è “Dedicated to Preserve the Spirit”. Tu che tipo di spirito vorresti preservare della skate culture?

BS: “Lo spirito core, quello emotivo, collettivo. Quello che ti fa sentire parte di qualcosa, indipendentemente da trick o risultati. Credo sia giusto che lo skate si sia aperto anche ad una dimensione più “sportiva” — il papà della mia bimba, tra l’altro, è l’attuale CT della Nazionale ma non ha mai modificato il suo modo di vivere lo skate e sono davvero orgogliosa di come si sia sempre mantenuto vero — ma spero che i più giovani non si avvicinino solo per la spinta del risultato agonistico. Sicuramente oggi è più “sdoganato”, meno controverso ad occhi esterni. Spero solo che lo skate continui ad evolversi senza mai perdere però di base la sporca, ruvida bellezza della strada e della sua condivisione. È lì che nascono le vere connessioni.”

E dal punto di vista fotografico? 

BS: “Siamo in un momento ricco di potenziale. Vorrei che si continuasse a raccontare lo skate con lo stesso sguardo, profondo, dei più grandi fotografi degli ultimi 20 anni. Amo le immagini che sanno trasmettere sensazioni, specie quelle che ritraggono luoghi iconici: vera cultura. Alcuni spot sono leggenda. Non è un caso che i più fotografi più celebrati continuino ad essere, di fatto, i mostri sacri degli anni ‘90 e 2000. Spero che l’immaginario skate continui a proseguire quel tipo di tradizione"

Da madre, che significato ha vedere tua figlia avvicinarsi allo skate e alla fotografia?

BS: “È emozionante pensarci. Daniele è stato bravo nel condividere con lei fin da subito la sua passione e lei ha avuto modo di capire la devozione e l’impegno che ci vuole se qualcosa ti piace. È l’esempio che diamo ai nostri figli a dargli gli strumenti per capire cosa vogliono e dedicarcisi. Ed è toccando che capisci davvero… il grip, un negativo, l’emozione che provi nel vedere un risultato, di un trick o in una fotografia. Se un giorno vorrà entrare in questo mondo skateando o facendo foto ne sarò ovviamente felice, perché a me ha dato tantissimo e ancora oggi continua a infondermi una carica pazzesca: come qui, allo SSFF”

La tua lente, esposta allo SSFF in una retrospettiva analogica, ha inciso in modo indelebile nella scena italiana. Come ti fa sentire, oggi, ripensare al tuo ruolo nella cultura nazionale e vedere i tuoi scatti esposti davanti a vecchie e nuovissime generazioni skate, comprese tantissime ragazze? 

BS: “Mi rendo conto forse solo ora dell’impatto che ha avuto il mio scattare in quegli anni e mi fa davvero piacere. All’epoca si viveva di skate in tutti gli ambiti, senza pretese di “essere qualcuno”. Mi sono sempre sentita realmente parte di una scena, rispettata. Se sono, spero, riuscita a rappresentare bene quello che gli skater volevano dire e mostrare, è perché ho vissuto con loro, condiviso spazi, tempi, esperienze. Essere donna in quel contesto ha reso tutto più intenso per me. Mi ha fatto sentire orgogliosa di quell’ambiente che mi ha semplice e naturalmente accolta. Se la mia firma ha ispirato, o può ispirare, anche solo una ragazza, non posso che esserne felice. Per me il punto non è stato mai il genere, è stato l’amore per quello che facevamo insieme.”

Speri che viva lo stesso anche tua figlia? 

BS: “Lo spero. Lei ha sette anni e già guarda le mie foto con attenzione. Le mostro quello che faccio, le parlo di skate. Voglio che senta che quel mondo può essere anche suo, se lo vorrà. Che ci potrà entrare con la sua libertà e con la sua creatività. E che troverà spazi sempre più aperti.”

E per quanto riguarda te, lo skate farà sempre parte della tua identità?

BS: “Assolutamente. È parte integrante di chi sono diventata: come madre, fotografa e persona. Mi ha insegnato l’amicizia pura, la pazienza, l’istinto. Ha modellato il mio sguardo e le mie relazioni. Non potrà mai scomparire dalla mia vita. Come le persone che ne hanno fatto e ne fanno parte ancora oggi.”