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ATHLETA MAGAZINE - ISSUE 12

“La cultura non è figlia del lavoro ma dello sport. La forma superiore dell'esistenza umana è proprio lo sport”, diceva il filosofo José Ortega y Gasset. La nostra esplorazione dell’immaginario sportivo prosegue seguendo questo assunto e trovando in Athleta Magazine Issue 12 il suo nuovo capitolo cartaceo 

L’estetica sportiva evolve insieme alla sua cultura, racconta la cover firmata dall’eclettismo visuale di Geoff Lowe: un manifesto delle sue composizioni uniche, raccontate nel focus ‘Sporting Density’. Di un’altra densità, intesa come epica applicata all’avanguardismo dei motori, tratta ‘Università Rossa’, un viaggio, ispirato dal ‘Cavallino Rampante’ Ferrari, nella 24 Ore di Spa, narrato dall’occhio di Albi Cantu. Altro tipo di eccellenza è quella rappresentata dalla sinergia off-the-pitch tra Juventus e Giorgio Armani, che Alessandro ‘Zuek’ Simonetti ha trattato come uno ‘Stage of Excellence’ in grado di elevare la classe, e l’eleganza, alla base di due eccellenze italiane senza tempo. Il lavoro documentaristico e antropologico di Simonetti è anche protagonista dello speciale editoriale ‘If You Don’t Aim Big, What’s The Point?’, prodotto in collaborazione con Champion, un’ode al nuovo che avanza sul ring, e alla boxe illuminante di Tiah-Mai Ayton. Dal futuro, al passato che pervade, e dà senso, al presente: in ‘Long Walk Home’ di Robbie Lawrence mostra il valore dei giochi tradizionali scozzesi, e la loro ramificazione nel mondo. Respira nella tradizione anche ‘Real Football’, un’immersione nel calcio storico di Chiddingstone, filtrata dall’estetica di Nick Bannehr. Un altro tipo d’immersione coincide con l’arte sportiva di Arnaud Jerald, freediver francese plurirecordman mondiale, che ci conduce nella propria lirica bolla acquatica con gli scatti di Achille Mauri, grazie al progetto sinergico con K-Way ‘Le Grand Bleu’. Non di mare, ma di gelide onde oceaniche tratta ‘Baptism’, l’osservazione di João Lutz di un rituale in grado di connettere i ritmi frenetici newyorchesi alla pace delle correnti. Restando in America, abbracciamo invece il roboante caos sportivo SMX e del Mud Fest, due eventi a vocazione motoristica che vengono tratteggiati, rispettivamente, dagli scatti di Geoffrey Knott in ‘Up North Trip’ e dalla galleria di Joe Hart in ‘Louisiana Mud Fest’. Ad un continente di distanza, diventa confusione sacrale quella del Palio di Siena, una manifestazione unica nel suo genere, descritta per diapositive da Edward Aked in ‘Oddio, s’è vinto il Palio!’. Di meraviglia cinetica in meraviglia cinetica, ‘A Primal Emotion’ è uno studio visuale di una disciplina anch’essa unica nel suo genere, lo short track. Gli scatti di RiseUp Duo raccolgono le ipnotiche sfumature di lame, ghiaccio e velocità insieme ai migliori interpreti Azzurri della materia. Un interprete multidimensionale della scherma come Enzo Lefort, volto di spicco delle pedane internazionali, apre il sipario sul proprio contatto con l’universo fashion, e con la bellezza intesa come stato mentale sprigionato dalla dimensione sportiva. L’editoriale ‘Allez Lefort!’, per mezzo dei ritratti di Yoann Guerini e dello styling di Tiny Idols, palesa la naturale risonanza tra fioretto e haute couture. Infine, voliamo verso alte ed altre quote con ‘Sky Pirates’, l’omaggio di Luke Hall all’esplorazione aerea del paragliding. 

Athleta Magazine Issue 12 vi attende, con oltre 200 pagine di sublime estasi e cultura sportiva. Clicca qui per ordinare la tua copia. 


Invecchiare come il buon vino in “Fifty-fifty”

L’Arc’teryx Winter Tour fa tappa a Milano come un osservatorio itinerante sulla cultura contemporanea della montagna dove performance, estetica e narrazione convergono

Per il quarto focus editoriale, abbiamo approfondito la storia personale e l'amicizia tra due leggende del climbing femminile, Sarah Hueniken e Ines Papert, le quali hanno saputo raccontare la loro evoluzione e, allo stesso tempo, quella dell'intero movimento dell'arrampicata, alla soglia dei 50 anni.

“Fifty-fifty” è tanto un documentario sull’arrampicata quanto un manifesto: un'esplorazione sincera, leggera ma lucida di cosa significhi continuare a spingersi oltre quando la data di nascita sulla carta d'identità dice che si dovrebbe rallentare. Dalle cime ghiacciate alle chiacchierate notturne, il film segue le due climbers mentre affrontano rischi, amicizia, 'invecchiamento e 'ambizione con la stessa precisione che riservano al più sottile ghiaccio e alle piccole sporgenze. 

Tra soste condivise, approcci verticali e impegni quotidiani fuori dalla parete, la loro storia diventa una riflessione più ampia su come le donne vivono le montagne oggi, andando oltre i soliti cliché. È qui, in questa tensione tra performance e cura, eredità, tempo presente e futuro, che la nostra ultima tappa del Arc’teryx winter tour trova il suo punto di forza.

Per chi non vi conoscesse, come vi presentereste?

Sarah Hueniken: “Sono una guida alpina ACMG, vivo a Canmore, in Alberta, Canada, e mi dedico all’arrampicata da quasi tutta la vita.”

Ines Papert: “Mi descriverei come una ‘all-rounder', perché sono una persona incredibilmente curiosa e mi piacerebbe saper praticare tutti gli sport di montagna ad alto livello. Probabilmente è per questo che mi sento a casa nell’alpinismo. Molte persone mi conoscono come ice climber, ma l’alpinismo racchiude tutti gli elementi, e scalare grandi pareti difficili è ciò che mi rende più felice.”

Ricordate un momento preciso in cui la montagna ha smesso di essere solo “scenario” per diventare il centro delle vostre vite? E quando avete capito che poteva diventare non solo una passione, ma anche una professione?

Sarah Hueniken: “La prima volta che sono andata in macchina verso le montagne mi sono commossa, e nemmeno sapevo bene perché. All’epoca sapevo pochissimo di arrampicata al di fuori di un po’ di climbing in palestra e un road trip, ma avevo una voglia enorme di imparare ed esplorare. Ho capito abbastanza velocemente che, se non stavo arrampicando, ero generalmente di pessimo umore, così ho preso la mia esperienza nel kayak e nell’outdoor e l’ho trasformata nel percorso per diventare guida alpina qui nelle Rocky Mountains. A quel punto ho capito che fare la guida ed essere in montagna tutti i giorni sarebbe diventato il mio stile di vita.”

Ines Papert: “Il mio entusiasmo per la montagna è cominciato con le escursioni a piedi in estate e lo sci e alpinismo in inverno. Un giorno, quando ho visto dei climber sulla parete sopra di me, ho capito che quella era la mia strada. Perché prendere il sentiero ‘inutile’ che gira attorno, quando è possibile andare dritti verso l’alto? È successo quando avevo circa vent’anni. Poco dopo sono diventata più volte campionessa del mondo di arrampicata su ghiaccio, ed è così che è iniziata la mia carriera professionale. Non ho mai deciso attivamente di farlo: è stato più il contrario. Era destino.”

Se ripensate alle prime stagioni su ghiaccio e roccia, che tipo di persone eravate allora rispetto a oggi?

Sarah Hueniken: “Credo che allora fossi molto più ingenua rispetto ai pericoli, ma allo stesso tempo non ero particolarmente ambiziosa. Penso di essere rimasta entro il mio reale livello di capacità. Ora probabilmente ho una capacità molto maggiore, ma continuo a essere piuttosto conservativa nei rischi che scelgo di correre. Solo che oggi è più basato sulla conoscenza e sull’esperienza, e non sull’ingenuità.”

Ines Papert: “Sono sempre stata la stessa persona, piena di curiosità ed entusiasmo. Allora, il mio primo giorno sul ghiaccio è finito con il naso sanguinante e mani e piedi congelati. Ma volevo riprovarci, e oggi è lo stesso. Mollare non è mai stata un’opzione per me, e il continuo desiderio di crescere è diventato parte della mia vita.”

Potete raccontarci il vostro percorso nell’arrampicata? cosa vi ha trascinate e cosa vi ha fatto restare, insieme?

Ines Papert: “Arrampicare con altre donne mi è sembrata una buona idea fin dall’inizio. Ci sentiamo più responsabili l’una verso l’altra, ed è stato l’unico modo in cui ho potuto imparare a trovare la via, prendere decisioni e osare a guidare da prima. Questo è rimasto così fino a oggi. In Sarah ho trovato un’amica che vive secondo valori simili ai miei ed è anche una partner di cordata al mio stesso livello.

Mi piace passare del tempo con persone come lei, che non si prendono troppo sul serio ma allo stesso tempo sanno cosa sanno fare e cosa vogliono.”

Come si è evoluto il vostro rapporto con la montagna dai venti e trent’anni a oggi? La vostra definizione di “rischio” è cambiata nel tempo? In che modo? 

Sarah Hueniken: “Ho passato la maggior parte di quegli anni lavorando come guida. Guardando indietro, vorrei aver dedicato più tempo ed energie alle mie salite personali, ma mi è davvero piaciuto condividere la montagna con gli altri. Ho organizzato molti camp per donne e mi è sempre piaciuto molto. Sono sempre stata piuttosto avversa al rischio, ma probabilmente ancora di più con l’età.”

Ines Papert: “Il tempo mi ha sicuramente insegnato molto, nel bene e nel male. L’arrampicata è sempre stata la miglior scuola di vita, permettendomi di prendere decisioni importanti e affrontare le sconfitte con coraggio. In passato mi risultava molto difficile abbandonare una via. Oggi tendo a sentirmi orgogliosa quando faccio una valutazione sensata e non vedo più il ritirarmi come una perdita ma come un guadagno. La mia intuizione è cresciuta con l’esperienza e quindi oggi mi fido di più di lei rispetto al passato.”

Oggi vi sentite più legate alla sfida fisica, all’esplorazione, alla partnership o al lato di storytelling dell’arrampicata?

Sarah Hueniken: “Ho sempre amato tantissimo la sfida fisica e la amo ancora. Mi piace spingermi oltre in contesti sicuri, piuttosto che lanciare dadi in situazioni di pericolo che non posso controllare. Mi piace lasciare spazio alla curiosità del ‘vediamo se riesco a farlo’ invece che al ‘speriamo di cavarcela’. Mi è sempre piaciuta anche la partnership. Probabilmente non sarei mai ispirata a scalare in solitaria, perché essere là fuori con una buona compagna o un buon compagno è più di metà dell’esperienza. Mi sento coinvolta nella sosta quanto in chi sta scalando.”

Ines Papert: “Trovo interessanti entrambe le dimensioni, perché negli anni ho imparato che spesso le donne non riconoscono le proprie capacità. Mi dà enorme piacere incoraggiarle con le mie ambizioni, prospettive ed esperienze. Oggi mi piace ancora di più condividere ciò che so, accompagnando i giovani in montagna e, come guida di arrampicata, insegnando a gruppi di donne in workshop specifici a trovare il coraggio di andare da prime e crescere.”

Come vi siete viste cambiare negli anni, come climber e come persone? E cosa avete imparato su voi stesse arrampicando insieme?

Sarah Hueniken: “In realtà non ci conoscevamo così bene fino a poco tempo fa. Ma arrampicando con Ines ho capito che probabilmente sono più capace di quanto pensassi. Vedere la sua forza mentale incontrare la sua forza fisica è fonte d’ispirazione continua.”

Ines Papert: “Ci sono pochissime donne nel nostro “campo di gioco”, quindi prima o poi finisci per conoscerle. E se poi c’è sintonia e diventate amiche, ancora meglio. La sua disponibilità a dare tutto e ad allenarsi duramente mi ha sempre ispirata. E sono sicura che molte persone beneficino delle sue capacità come guida alpina. Poche persone riescono a condividere il proprio entusiasmo con gli altri in questo modo.”

Com’è nata l’idea di FIFTY-FIFTY? E qual era la domanda di fondo che il film voleva esplorare?

Sarah Hueniken: “Io e Ines avevamo deciso di fare qualche viaggio insieme, e da lì tutto si è evoluto. Non credo che ci siano molte donne della nostra età che “spingono ancora forte”, quindi speravamo di poter ispirare altre persone a guardare all’invecchiamento in modo un po’ diverso, imparando al tempo stesso qualcosa su noi stesse.”

Ines Papert: “Il progetto del film è nato in modo molto naturale. All’inizio scherzavamo sull’invecchiare continuando a scalare, e poi quest’idea di film è venuta fuori quasi da sola. Non volevamo un film “pesante”, ma piuttosto affrontare l’argomento con leggerezza.”

Il film vi segue mentre vi avvicinate o superate i 50 anni. Come vi siete sentite nel mettere quel numero così in primo piano?

Sarah Hueniken: “All’inizio quel numero mi spaventava, ma ora lo vedo quasi come un distintivo d’onore. Sono orgogliosa di essere là fuori con trentenni e tener loro testa. So che l’età prima o poi ci raggiunge, come per tutti, ma sono entusiasta all’idea dei miei 50 anni per vedere cos’altro è possibile.”

Ines Papert: “Penso che per entrambe sia stato strano, semplicemente perché nessuna delle due si sente davvero una 50enne.”

Nel film dite di essere oggi arrampicatrici più forti oggi di quanto lo foste a 30 anni. Com’è possibile?

Sarah Hueniken: “Si, credo che, finché continuo a muovermi, imparare e allenarmi, posso e sto già superando quello che riuscivo a scalare in passato."

Ines Papert: “A 30 anni avevo molta meno esperienza, ma la stessa motivazione e lo stesso desiderio. Forse era anche una battuta, perché oggi ho bisogno di più giorni di riposo rispetto a prima. Ma l’arrampicata non è mai stata solo una sfida fisica: è stata soprattutto mentale, e in questo oggi mi sento più forte di allora.”

Che tipo di messaggio speravate che il film trasmettesse? soprattutto alle donne che praticano sport outdoor?

Sarah Hueniken: “Di vivere ogni giorno al massimo. Di essere il più presenti possibile. Di scegliere cose che vogliono fare adesso, non cose che avrebbero potuto fare. E di continuare a provarci… sempre.”

Ines Papert: “Le donne dovrebbero, a volte, prendersi più sul serio, e andrebbe anche detto che ci sono tantissime donne che sono incredibilmente forti in arrampicata senza nemmeno saperlo. Se le nostre avventure là fuori danno forza ad altre donne, allora stiamo facendo la cosa giusta.”

E al di là dell’arrampicata, che cos’è FIFTY-FIFTY per te, a un livello più profondo?

Sarah Hueniken: “Credo che parli di accettare l’età invece di combatterla, di essere autentiche e fedeli a se stesse a qualunque età, e di non lasciare che un numero ti rallenti.”

Avete visto passare diverse generazioni nel climbing. Come descrivereste i cambiamenti più grandi nella scena dell’arrampicata nel corso delle vostre carriere? E come l’ascesa dei social media e della creazione continua di contenuti ha cambiato cosa significa essere un climber professionista?

Sarah Hueniken: “Penso che l’idea della FOMO (fear of missing out, la paura di perdersi qualcosa) sia un problema enorme. Ogni giorno puoi vedere cosa sta facendo chiunque in qualsiasi momento, ma non vedi mai il quadro d’insieme. Hai solo uno scorcio, e ti senti sempre isolato. Credo che i social media fossero pensati per farci sentire connessi, ma non è così. D’altro canto, penso che abbiano spinto lo sport in avanti: l’evoluzione è avvenuta perché tutti sanno cosa fanno gli altri e vogliono farlo anche loro. Oggi un sacco di persone si alzano dal divano e vanno subito a scalare pareti di grado 6… per cui sembra che molte più persone stiano diventando brave.”

Ines Papert: “Sono molto grata di essere cresciuta in un mondo senza social media. È per questo che so esattamente quali sono i miei valori e perché ho le mie ambizioni. Solo quando vengono dal profondo del cuore mi lego alla corda e inizio a salire. Non sono sicura che molte persone giovani oggi riescano a farlo.”

Pensate che raccontare storie attraverso film e social media possa davvero cambiare il modo in cui le persone si relazionano alla natura e all’arrampicata?

Sarah Hueniken: “Penso che i film abbiano sempre offerto uno sguardo sulla vita delle persone.”

Ines Papert: “Quello è il lato bello dei social media.”

Cosa significa per voi, personalmente, essere supportate da un brand come Arc’teryx in questa fase delle vostre carriere?

Sarah Hueniken: “È fantastico. Arc’teryx non ci ha mai chiesto di fare qualcosa che non volevamo fare. Supportano sempre l’autenticità dell’atleta, e questo è molto bello e potente.”

Ines Papert: “Mi sono sempre sentita profondamente legata al brand, fin da quando ho iniziato a scalare. Questo spiega bene il mio apprezzamento per Arc’teryx. Come atleta, sono molto orgogliosa di essere associata a uno dei brand di sport di montagna con la qualità più alta. Aiutare a crearne l'immaginario è davvero incredibile.”

E sul lato creativo, cosa significa avere le vostre storie raccontate attraverso film, fotografie ed eventi come il winter tour?

Ines Papert: “Sono molto felice che non raccontiamo solo storie di chi va più in alto, più veloce, più lontano. Quando le storie vanno più in profondità, allora mi sento nel posto giusto.”

Le vostre priorità fuori dall’arrampicata sono cambiate con l’età – famiglia, salute, creatività, attivismo? Come vedete evolvere il vostro rapporto con la montagna nei prossimi anni?

Sarah Hueniken: "In questo momento della vita sono più impegnata che mai. Sono mamma, figlia, moglie, “mamma di un cane”, e poi faccio la guida, gestisco una non-profit, lavoro come ambasciatrice per il rischio valanghe e cerco di essere un’atleta. Trovare l’equilibrio è sempre la parte più difficile, ma sto facendo del mio meglio per rimanere presente nel ruolo che sto ricoprendo in quel momento… e non sentire sempre che dovrei fare qualcos’altro. Questo è la mia croce, ma anche il segreto della mia felicità.”

Ines Papert: “Non ho mai avuto piani a lungo termine, e oggi meno che mai. Quando una linea su una grande parete mi ispira, non penso a quanti anni ho. Quello che è già cambiato è la mia disponibilità a condividere. A trasmettere le mie conoscenze e le mie capacità ad altre donne. Ho trovato la mia “base” per questo scopo in Croazia e in Istria. Sulle rocce sopra la Mountain Lodge Istria condivido le mie esperienze con altre donne per alcune settimane ogni anno. Lo amo e vivo per questo.”


Correre verso il futuro I The San Antonio adidas running event

L’adidas experience di San Antonio non è coincisa solo con la presentazione di una nuova scarpa, ma con un piccolo laboratorio, tecnologico e umano, in cui esplorare e capire perché, veramente, corriamo

Nel vocabolario della corsa, adidas è una di quelle parole che arrivano per prime. Sotto ogni punto di vista, come insegna, in primis, la storia delle tre strisce. Dalla pista di Berlino, dove le scarpe chiodate firmate da Adi Dassler hanno cambiato il mythos dell’atletica, fino ai viali delle metropoli di oggi, il marchio tedesco continua a stare dove il running evolve davvero, segnando il suo passo estetico e culturale.  

Negli ultimi anni, lo stato dell’arte di questa connessione è passato da una tappa cruciale, rappresentata dalla famiglia Adizero. Un laboratorio running tradotto in oggetti funzionali, dove tecnologie radicali, materiali sempre più leggeri e responsabili, e design avanguardistici, in costante equilibrio tra cifra umana e sperimentazione scientifica, finiscono per scandire la scena running mondiale. 

Durante i nostri giorni in Texas—tra l’asfalto abbagliato dal sole di San Antonio e le luci di un evento pensato per raccontare non solo il futuro di un prodotto, ma di un’intera cultura—abbiamo scelto di tornare all’inizio. Alle origini. Al perché.

È il ‘The Running Event’ (TRE), lanciato nel 2006 e oggi principale conference e trade show specializzata del Nord America. Un luogo in cui, ogni anno, migliaia di professionisti del settore si incontrano per scoprire le ultime novità in fatto di calzature, apparel, attrezzature e servizi—attraverso momenti di confronto, interattività e presentazioni di prodotto capaci di trasformarlo nell’appuntamento imprescindibile per gli appassionati di running e outdoor di tutto il mondo.

Dal 2 al 4 dicembre, accanto alla convention, adidas Running ha costruito una narrazione parallela: un’esperienza esclusiva per ospiti selezionati nello storico Ranch Motel, affiancata da un “adidas Hub” off-site nel King Williams Cultural Arts District, nel quartiere Southtown di San Antonio. Attraverso questi due spazi curati, gli ospiti hanno attraversato i prossimi drop di prodotto, il ritmo stesso di TRE e una proiezione privata dell’epico documentario Nardò. In questi tre giorni, l’attivazione non si è limitata a mostrare le tecnologie performance di adidas: ha raccontato come adidas Running stia dettando il passo, plasmando il futuro della cultura del running attraverso esperienze immersive e intenzionali, e attraverso le comunità che ne rendono vivo il significato.

Nei giorni texani che ci hanno visto ospiti, abbiamo avuto l’opportunità di esplorare l’universo adidas Running insieme a chi ha il compito di immaginare le prossime falcate—il domani delle Three Stripes e il rinnovamento della sua narrazione epica. Da una parte Patrick Nava, General Manager di adidas Running. Dall’altra Moritz Hoellmueller, VP Design Running. Li abbiamo incontrati lontano dai loro uffici, ma completamente immersi nel flusso che li guida ogni giorno: usare la corsa come lente per decifrare atleti e appassionati in tutto il mondo—le loro fragilità, le ambizioni, i valori—e tradurre questi livelli in un brand capace di connetterli tutti.

Ne è nato un dialogo che vive al punto d’incontro tra scienza, arte, tecnica, sentimento e materia: in una scarpa da corsa. 

adidas running ranch in San Antonio
adidas run in San Antonio
adidas hub in San Antonio
adidas run in San Antonio

Amiamo sempre iniziare dalle origini sportive di ogni nostro intervistato. Puoi raccontarci quali sono gli sport che ti hanno formato e accompagnato fino a qui? Il running come s’inserisce in questa tua biografia sportiva? 

Patrick Nava, GM adidas Running

“Sono sempre stato un atleta mediocre... con ambizioni molto elevate. Sono nato e cresciuto come tennista, non per scelta. Mio padre era un tennista e mi ha letteralmente messo una racchetta in mano all'età di quattro anni senza chiedermi se mi piacesse o meno. Ho sempre avuto uno spirito competitivo, quindi non mi sono mai chiesto se amassi il tennis. Ho semplicemente giocato.

A quattordici anni ho subito un grave infortunio. Quel momento ha cambiato tutto. Sono passato alla pallavolo, anche perché sono di Modena, una delle grandi città della pallavolo. Poi, come molti ragazzi italiani, sono passato al calcio. All'inizio dei miei vent'anni, mi sono innamorato del rugby quasi dall'oggi al domani. E poi, gradualmente, sono passato alla corsa. La corsa, l'atletica, il ritmo: sono sempre stati parte integrante di tutto ciò che facevo. In un certo senso, la corsa è sempre stata lì, sotto la superficie.

Quando ho iniziato a lavorare, ho cominciato a viaggiare costantemente. Alla fine, la corsa è stato l'unico sport che mi è rimasto, molto tempo dopo che gli altri erano svaniti. Dopo l'università, dopo la fine degli sport di squadra, la corsa è rimasta. Ho una formazione da ingegnere e dopo la laurea ho lavorato nel settore della consulenza per dieci anni. Il mio stile di vita è diventato frenetico, intenso, complicato. Avevo bisogno di uno sport che potessi praticare quando volevo, dove volevo, uno sport che non dipendesse da compagni di squadra, orari o strutture. Qualcosa che mi permettesse di staccare completamente dalle pressioni quotidiane. Per me la corsa è questo: più meditazione che sport.

Sono fortunato a vivere vicino a una foresta. A cento metri dalla mia porta di casa sono già circondato dal verde. Entro e tutto il resto svanisce. Correre è ciò che mi mantiene in equilibrio.”

Moritz Hoellmueller, VP Design Running

“Sono cresciuto a Monaco di Baviera, quindi una grande parte della mia infanzia l’ho passata in montagna: escursioni, sci, aria aperta. Sono salito sugli sci per la prima volta a due anni, quindi fin da subito il mio mondo è stato fuori casa, nella natura. Da bambino e ragazzo ho giocato a hockey su prato, è stato il mio sport principale per molti anni. Ma, al di là delle varie fasi della mia vita sportiva e dei cambi di disciplina, c’è una cosa che è rimasta sempre: la corsa.

Oggi il running è il mio sport principale. Credo sia quello che si integra meglio con la mia vita: è facile da gestire a livello di tempo, è semplice da praticare e riesce a mantenere un equilibrio perfetto tra il fare qualcosa di atletico, con un obiettivo, e il trovare uno spazio per ricaricarsi, rilassarsi, recuperare. Per me è l’ideale: un gesto sportivo che ti tiene in movimento e, insieme, un rituale che ti svuota e ti riempie allo stesso tempo. Alla fine la corsa puoi portarla con te ovunque. Anche adesso che siamo qui, in Texas, possiamo semplicemente allacciare le scarpe e andare a correre.”

Patrick Nava, GM adidas Running
adidas hub in San Antonio
the new adidas EVO SL ATR
Moritz Hoellmueller, VP Design Running, for the launch of the new adidas Supernova Rise 3

Per noi lo sport è cultura. Che ruolo gioca la componente culturale nella vostra visione, ma anche nell’ottica contemporanea del brand? E cosa vuol dire evolvere nel presente il profondissimo impatto storico-culturale delle tre strisce? 

Patrick Nava, GM adidas Running

“adidas Running ha un compito preciso: costruire l’archivio futuro di adidas. Si fonda su due componenti che, per me, sono il cuore di ciò che adidas è. La prima è l’ossessione per l’innovazione legata alla performance. La seconda è un’impronta di design che arricchisce la cultura: non solo quella running, ma l’estetica dello sport in generale, e in parte anche della moda. La fusione di queste due dimensioni è ciò che rende adidas, e in particolare adidas Running, qualcosa di unico nel panorama sportivo. 

Se pensiamo ad adidas in senso più ampio, il connubio tracciato è sempre il medesimo: guardare all’archivio con un occhio rivolto al futuro. Il calcio è dove tutto è iniziato, e il cuore pulsante della cultura sportiva di oggi. Originals è il rileggere in chiave moderna i classici del passato. Il compito del team Running è diverso: è guardare avanti e creare l’archivio che i prossimi designers di adidas utilizzeranno fra 10, 20, 30 anni. Evolvere nel presente significa, soprattutto, avere uno sguardo fermamente rivolto al futuro.

Ci sono due obiettivi, molto semplici. Il primo è rendere adidas vincente adesso: vincere le corse, creare prodotti che rappresentino l’apice dell’innovazione. Non solo per gli atleti di élite, non solo per i kenioti che corrono la maratona, ma anche per chi inizia oggi. Io credo davvero nella missione di adidas: ‘lo sport cambia la vita’. Non mi interessa solo l’atleta di punta, ma anche, e soprattutto, chi non ha mai corso e va per la prima volta a fare 5 km. Dare a qualcuno l’ispirazione per una vita più sana, per vivere più a lungo, per vivere in modo più pieno… per me significa, ad esempio, avere più tempo e più energia per stare con i miei figli. Questa per me è una motivazione enorme. Il secondo obiettivo è quello di lasciare il reparto running in uno stato dell’arte migliore rispetto a come l’abbiamo trovato, migliorarci sempre. Credo profondamente in questo. Creare successo immediato oggi, costruendo qualcosa che le generazioni future di adidas possano raccogliere e portare ancora più avanti.”

Moritz Hoellmueller, VP Design Running

“Penso che il punto di connessione stia proprio nel fatto che tutto ciò che facciamo nel running è definire e costruire il futuro archivio. Molto nasce dall’avere le innovazioni giuste, le tecnologie giuste, per costruire prodotti in grado di ridefinire cosa sarà il running di domani. Lì si concentra una grande parte del nostro lavoro.

Allo stesso tempo, progettare per i runner d’élite ci permette di creare prodotti davvero dirompenti, ma con un’identità molto chiara e autentica: scarpe pensate per i migliori atleti del mondo: sincere, oneste, credibili. Prodotti che possono essere estremamente moderni e quasi futuristici, ma senza perdere quella feeling di verità interna.

Questo è lo spirito con cui abbiamo sempre costruito i nostri prodotti: partire dai bisogni dell’atleta, dai migliori atleti, con un linguaggio di design semplice, vero, che però spinge sempre più in là i confini dello sport. Nessuna decorazione superflua: solo purezza, essenzialità. In questo modo, rimaniamo connessi ai principi dell’archivio. Contemporaneamente, nel performance running, creiamo prodotti che alimentano il futuro archivio con qualcosa che ‘suona’ profondamente nostro, profondamente adidas. Viviamo in questa tensione continua tra passato e futuro. E, per noi, la scintilla che accende questa tensione è la cultura.”

adidas run in San Antonio

Oggi state lavorando con una mentalità di ricerca ai limiti della tecnologia. Che domande vi ponete quando pensate ad un nuovo prodotto, ad un nuovo design?

Patrick Nava, GM adidas Running

“Ci siamo posti, prima di tutto, questa domanda: ‘come facciamo a creare un’identità di adidas Running che sia unica, coerente con il brand e riconoscibile, pur declinandosi in prodotti molto diversi tra loro?’. Abbiamo prodotti pensati per la gara, e prodotti per la corsa di tutti i giorni. Quando le persone li guardano, oltre alle tre strisce devono sapere, quasi d’istinto, che quelli sono prodotti adidas.

Per arrivare a questi prodotti, abbiamo percorso una strada molto interessante: fatta di design, di espressione visiva, di definizione di che cosa vuol dire adidas. Le risposte stanno nella pulizia delle linee, nel mettere in evidenza la tecnologia, nel mantenere un riferimento culturale per il popolo adidas, ma allo stesso tempo nel proiettarci nel futuro. Quando poi abbiamo visitato l’archivio, ci siamo resi conto che lì dentro c’è la storia più profonda. La storia dello sport. adidas è uno dei pochissimi brand, insieme al fratello Puma, che hanno davvero scritto pagine di epica sportiva. La cosa più interessante dell’archivio è che tutti, ma proprio tutti i prodotti sportivi, in un certo momento sono stati il non plus ultra dell’innovazione. L’obiettivo, oggi, è far sì che le scarpe che stiamo creando adesso, siano tra dieci anni quelle che qualcuno andrà a osservare in archivio.

È proprio così che è nato la Pro Evo. Quando abbiamo iniziato a lavorare sulla prima Evo, presentata nel 2023, ci siamo detti: dimentichiamo il modo “normale” di costruire una scarpa. Eliminiamo tutti i vincoli che ci imponiamo di solito. Come possiamo costruire la scarpa più veloce del mondo? Questa era la domanda. Non una scarpa pensata per durare 700 km, il nostro solito punto di riferimento, ma una scarpa costruita per un unico scopo: la massima velocità. Anche se fosse durata solo una gara. Abbiamo infranto ogni regola immaginabile. E da quel momento, l'intero team di running e la nostra filosofia di innovazione hanno cambiato direzione. È emersa una nuova mentalità.”

Moritz Hoellmueller, VP Design Running

"Tutto ciò che facciamo è basato sulla funzionalità: aiutare un corridore a migliorare, aiutare un atleta a vivere appieno il proprio sport. Ogni prodotto è realizzato per migliorare le persone, non solo i campioni. Che si tratti della scarpa più leggera e veloce mai progettata o di una comoda scarpa da allenamento quotidiano che consente di correre senza infortuni al proprio ritmo... il design ha un ruolo fondamentale. Vogliamo prodotti che siano performanti, ma anche intuitivi, desiderabili ed emotivamente coinvolgenti. Guardando una scarpa, dovresti capire immediatamente a cosa serve e provare qualcosa. Il prodotto deve parlarti. Deve creare una connessione. È qui che la scienza e l'arte si incontrano, ad altissimo livello, per creare la migliore esperienza possibile per chi corre.”

The new adidas EVO SL ATR launch with Simon Lockett, Global Category Director Running Footwear

Nel vostro modo di vivere le tre strisce e la vostra professione, quanto pesa la vostra formazione accademica?

Patrick Nava, GM adidas Running

“Sono un nerd nel senso più puro del termine. Sono un ingegnere e amo il mio lavoro. Sono in grado di immergermi in conversazioni altamente tecniche, fino alla composizione chimica dei materiali. Comprendere la complessità è importante, specialmente quando si tratta di componenti meccanici o chimici.

Il bello sta nel trasferire questa complessità nel design. Una scarpa deve essere visivamente accattivante e allo stesso tempo strutturalmente sofisticata. L'ingegneria mi ha insegnato a riconoscerlo. Quando guardi una scarpa, vedi pura ingegneria: dove c'è ricerca, c'è ingegneria. Ogni grande mente, in tutti i campi, è un po' ossessionata dai dettagli. È quello che vedo lavorando con gli atleti d'élite di adidas. Ci chiedono di regolare un punto della scarpa di mezzo millimetro. E hanno ragione. Una volta abbiamo passato due anni a studiare il punto di rotazione della suola, spostandolo in avanti o indietro solo del 2-3%. In una maratona, quei millimetri cambiano tutto. È la logica della Formula 1. I margini sono microscopici, ma decisivi.”

Moritz Hoellmueller, VP Design Running

“Quando avevo 14 anni, ho subito un grave infortunio al ginocchio. Da un giorno all'altro, ho dovuto smettere tutto. Lo sport era tutta la mia identità e improvvisamente si è creato un enorme vuoto. Così ho iniziato a scarabocchiare, a disegnare, senza un obiettivo preciso. Ma grazie a questo ho scoperto una seconda passione: la creatività. 

Quando il mio ginocchio è guarito, mi sono ritrovato con due grandi amori: lo sport e l'atto di creare qualcosa da una pagina bianca. Questi sono diventati i pilastri della mia vita. Studiare design industriale alla fine ha fatto scattare la scintilla: progettare prodotti sportivi non era solo un lavoro, era il perfetto punto d'incontro tra le mie due passioni. Ecco perché guidare il design di adidas Running non è un lavoro per me. È la sintesi di ciò che sono.”

adidas run in San Antonio

Come dialogano i due universi degli atleti pro e del running ‘condiviso’, nelle tue prospettive, e in quelle del brand? 

Patrick Nava, GM adidas Running

“La corsa è uno sport strano, ma bellissimo. La percezione degli atleti che praticano la corsa è molto diversa da quella che si ha nel calcio o nel tennis, dove gli atleti possono raggiungere uno status di celebrità che li rende quasi intoccabili. Questo non è il caso della corsa e, proprio per questo, in questo sport si percepisce immediatamente un senso di comunità e di connessione.

È uno sport che ti lega attraverso l’esperienza: ogni runner sa cosa prova un maratoneta d’élite. Quella sofferenza condivisa, quasi masochistica, ma anche quel momento esilarante in cui ti senti invincibile. Questo crea un legame fortissimo. La corsa è, forse, lo sport più democratico che ci sia. Per correre non ti serve praticamente nulla. È lo sport più naturale, uno dei più antichi. Proprio nella sua semplicità c’è qualcosa che unisce tutti i corridori. Non servono per forza le attrezzature più in voga, la racchetta da tennis top di gamma… Esci di casa e corri. Questo, per me, è il ponte vero tra élite e community.”

Moritz Hoellmueller, VP Design Running

"Ai livelli più alti - gare, record mondiali, adizero - testiamo e convalidiamo i nostri prodotti esclusivamente con atleti d'élite. A volte questo significa mandare il nostro team in Kenya; altre volte collaboriamo con gruppi di test avanzati in tutto il mondo. Allo stesso tempo, però, restiamo molto vicini alle comunità di runner. Ci aiutano a capire cosa è culturalmente rilevante, cosa conta per chi corre non per vincere gare, ma per mantenersi in salute, ritrovare se stesso, stare con gli amici. Questo richiede un'estetica diversa: prodotti che si integrino perfettamente nella vita quotidiana, ma che offrano prestazioni di altissimo livello quando necessario. È qui che l'élite e la comunità si incontrano.”

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Altamente mia: la pallavolo di Luca Porro

Per lo schiacciatore Luca Porro, talento Azzurro già campione del mondo, la pallavolo non è una semplice questione di ricezioni e schiacciate, ma di emozioni, ritmo e cultura familiare. Abbiamo ritratto la profonda identità di questo giovane atleta.

Vedi Luca Porro aggredire la rete e ti abbandoni al ritmo del suo corpo. La preparazione prima cadenzata, poi intensa. La sincronia tra parabola sferica e decollo umano. Il volo. Infine il tocco, dolce o violento che sia. E l’incrocio delle righe, trovato a chissà quanti chilometri orari, o per mezzo di una morbida, enigmatica carezza dipinta ben oltre i 2 metri e 43. 

Nell’estasi della massima espressione pallavolistica, pensi ad uno spartito composto di tocchi e rintocchi. Di orizzontalità e verticalità. Di tecnica e flusso. Di note che, nel caso di questo classe 2004 già oro mondiale, sono state apprese negli spazi familiari dei Capannoni di Voltri, Liguria, dove il cognome Porro è sinonimo di pallavolo, per giungere precocemente sui palcoscenici più rilevanti d’Italia, vedi Modena, e globali, vedi Parigi, Ningbo o Manila. 

Poi, dissezioni i suoi 21 anni vissuti a trazione pallavolistica e comprendi quanto si celi dietro un momento adrenalinico riproposto set dopo set, scambio dopo scambio, scoprendo soprattutto cosa significhi imparare a ‘possedere’ una disciplina e i suoi gesti. A levigarla, trasformandola in ritmo personale. 

“Qualsiasi cosa tu gli confidi, l’hanno già saputa dal mare”, cantava Fabrizio De André riferendosi ai pescatori della sua Genova. Lo stesso si può applicare a questo atleta Under Armour che, attingendo tanto dalle sinfonie del cantautorato della propria terra, quanto dalla sempre-ammaliante pallavolo Azzurra, ha capito come ‘sapere già’: a creare un proprio ritmo sportivo e umano, facendo della propria disciplina un riflesso della sua stessa identità. E viceversa. 

Il duro, consapevole lavoro come strumento d’affermazione e progresso. L’equilibrio come unica direttrice nel caos sensoriale del campo e di obiettivi raggiunti in anticipo sulla tabella di marcia. Le radici, intese come eredità e condivisione con i due fratelli, Paolo e Simone, anch’essi pallavolisti pro, come nucleo pulsante. Trasponendo il titolo di una traccia composta da un’icona musicale della Liguria contemporanea, Bresh, la pallavolo nella visione di Luca Porro pare una cosa ‘Altamente Mia’. Altamente personale. E significativa. 

Lo racconta la sua stessa testimonianza, che riecheggia nella galleria visuale scattata dalle nostre lenti. 

Luca Porro for Under Armour

Genova, Voltri, i Capannoni (la palestra dove sei cresciuto). Le tue origini che ruolo hanno avuto, e giocano tutt’ora, nel tuo rapporto con la pallavolo?

“Vero, vengo da Genova, più precisamente da Voltri, e ho iniziato a giocare a pallavolo proprio ai Capannoni. Lì, ho incontrato la mia prima vera squadra: il minivolley, i primi tornei… tutto è cominciato così. Era una dimensione familiare, nel senso che i Capannoni sono un luogo simbolico per la mia intera famiglia: in quegli anni sono anche stato allenato da mia zia, per esempio... Mio padre e mia madre hanno sempre giocato a pallavolo, mio nonno è il fondatore dell’Olympia Voltri, la società dove giocavamo. Quindi, i Capannoni hanno avuto fin da subito un ruolo centrale: io e i miei due fratelli abbiamo iniziato la nostra storia su quei campi”

Come hai vissuto quello che potremmo definire come un codice genetico pallavolistico?

“Mia madre e mio padre non ci hanno mai forzato a giocare a pallavolo, anzi. Di solito, quando i genitori fanno lo stesso sport, è difficile che i figli li seguano. La loro bravura è stata nel lasciarci totalmente liberi di scegliere. Abbiamo provato di tutto: tennis, calcio, nuoto… Però la pallavolo c’è sempre stata, fin da subito. Era sempre lì, di fianco a tutto il resto. Questa passione comune ci ha aiutato a sentirci più uniti. La nostra è sempre stata una famiglia molto unita: tutti i traguardi che abbiamo raggiunto, piccoli o grandi che fossero, hanno avuto come motore principale proprio la famiglia. E continuano ad averlo”

I fratelli Porro oggi sono professionisti sparsi nella geografia pallavolistica italiana, eppure il legame con Genova e Voltri sembra ancora fortissimo.

“Sì, assolutamente. Paolo è andato via presto per motivi pallavolistici, io e Simone siamo rimasti un po’ di più a Genova, ma ora siamo tutti in giro. Eppure, il legame con Genova, Voltri e i Capannoni resta intatto: forte. Adesso i miei genitori stanno ristrutturando gli impianti per dare la possibilità anche ad altri ragazzi di giocarci, di viverli come li abbiamo vissuti noi da piccoli. È bello sapere che quel posto continuerà a generare ricordi anche per altri.”

Se pensi al rapporto tra la tua famiglia e la pallavolo, quali sono i ricordi fondanti della tua vita, e della tua maturazione come atleta ed essere umano?

“I primi ricordi, e forse i più belli, sono quelli da bambino, quando andavo a vedere giocare mio padre. Ha giocato fino a 41 anni, quindi lo seguivamo spesso in palestra. Poi ci sono i tornei di minivolley: entravi per la prima volta nei palazzetti, c’erano migliaia di bambini a giocare, un caos bellissimo: mi divertivo tantissimo. Anche accompagnare mio fratello Paolo alle sue partite fa parte di questi ricordi. Sono tutte immagini che ti restano addosso e che, col tempo, ti fanno capire perché ti sei innamorato davvero di questo sport.”

Hai citato spesso i tuoi fratelli. Paolo, il maggiore, è stato un riferimento per te, e immagino che tu lo sia diventato, a tua volta, per Simone. Com’è coltivare parallelamente delle carriera nella stessa disciplina?

“Se devo essere sincero, non so se posso dire che ho iniziato perché giocava Paolo, o se Simone ha iniziato perché giocavo io. So solo che la pallavolo è sempre stata un punto in comune. In famiglia non parliamo solo di pallavolo, altrimenti diventerebbe pesante, pesantissimo, però è un modo per ridere, scherzare, prenderci in giro. Per stare insieme. Soprattutto d’estate, quando facciamo rientro a Genova, a Voltri, dalle città che ci stanno rispettivamente ospitando: andiamo in spiaggia e passiamo le giornate a chiacchierare. La pallavolo, ovviamente, non manca mai…”

Luca Porro for Under Armour

Allargando la lente, l’ultimo periodo è stato ‘dorato’ per il movimento pallavolistico italiano, e tu ne sei stato parte integrante. Come avete vissuto tutto questo in casa?

“In realtà in famiglia ci sono e siamo stati pochissimo, siamo sempre in giro. Però ricordo benissimo un momento: durante la premiazione del Mondiale nelle Filippine, appena finita la partita, la prima chiamata che ho fatto è stata ai miei genitori. Ero ancora in campo. Volevo condividere con loro quell’enorme traguardo, che ho avuto la fortuna di raggiungere. La famiglia è il motore dei miei successi, di quelli dei miei fratelli… Lo è da sempre”

Come ti ha fatto sentire chiamare a casa, da campione del mondo?

“Mi ha reso molto orgoglioso. Poter chiamare i propri genitori da campione del mondo, appena hai sollevato la coppa, ti fa un certo effetto. Ti vengono in mente tutti i sacrifici, personali e familiari: i viaggi di mia madre per portarmi agli allenamenti, l’equilibrio con il lavoro, gli spostamenti da Genova a Rezzano e ritorno... Si faceva avanti e indietro di continuo. Quelli sono momenti che ti restano dentro, e quella telefonata è stata un modo per dire: guardate dove siamo arrivati, insieme”

Crescendo in una famiglia così piena di pallavolo, è naturale parlare di tradizione, di icone, di eredità. Come vivi l’idea di essere oggi uno dei volti della pallavolo contemporanea italiana? E a chi ti sei ispirato, lungo il tuo percorso?

“Devo essere sincero: non ho mai avuto un idolo preciso. Crescendo, però, inizi quasi implicitamente a studiare i giocatori che ti piacciono di più, quelli in cui ti ritrovi di più, e provi a prendere da ognuno le qualità migliori. Io cerco di studiare e imparare dai miei compagni di squadra e dai miei avversari. Faccio mie tutte quelle esperienze, quelle nozioni, sia tecniche che tattiche, che ritengo veramente utili, e cerco di usarle per migliorarmi”

Dopo le Olimpiadi di Parigi avevi detto che, per arrivare a quel livello apicale di pallavolo, avresti dovuto lavorare ancora molto. Tra Parigi e Manila è cambiato tanto: come sei evoluto tu e come è evoluta la tua pallavolo?

“Dopo Parigi venivo dal mio primo anno di Superlega con Padova. Sono andato alle Olimpiadi ed è stato… un sogno. Un sogno che si realizza: quasi, prima ancora, di realizzarlo, nel senso stretto del termine, davvero. Probabilmente neanche io ci credevo del tutto: avevo 19 anni. Durante i Giochi ho ammirato, analizzato e capito il livello dei giocatori con cui desideravo confrontarmi, così come quanto avrei dovuto lavorare per raggiungere stabilmente quelle ‘frequenze’ pallavolistiche. L’anno dopo, ovvero la scorsa stagione, è stata la mia prima vera annata da titolare in Superlega. Con quell’esperienza, ho invece capito davvero quanto bisogna lavorare per emergere e attestarsi ai vertici di questa disciplina. Non che prima non lo sapessi, sia chiaro: semplicemente, ho toccato con mano cosa significa lavorare bene, con qualità. La qualità del lavoro è essenziale. È ciò che l’atleta deve curare ogni settimana, ogni giorno. In quest'ottica, il Mondiale vinto è pura benzina: un qualcosa che mi dà ancora più spinta, non un motivo per sedermi… Non voglio essere appagato dal primo grande traguardo. Voglio sempre cercare di migliorarmi, allenarmi e lavorare. È ciò che mi fa stare bene e mi fa vivere al meglio lo sport che amo”

Il ruolo dello schiacciatore viene spesso ridotto alla combinazione di potenza ed elevazione. Per te che studi, interpreti e vivi questa posizione da anni, quali sono i fattori che definiscono davvero uno schiacciatore ideale?

“È una bella domanda. Secondo me uno schiacciatore ideale deve essere il più completo possibile. Deve saper fare tutto: ricevere, difendere, battere, servire e, ovviamente, attaccare. Deve lavorare tantissimo sulla completezza tecnica del proprio ruolo. In particolare su ricezione e attacco. La ricezione è l’atto iniziale di ogni azione: se manca quella, è difficile che la squadra giri bene e vinca. E poi l’attacco è il colpo finale, l’atto che chiude lo scambio. Mettere insieme queste due cose, e curare allo stesso modo tutto il resto, è ciò che fa davvero la differenza”

Luca Porro for Under Armour

Ad Athleta Mag, trattiamo lo sport come forma artistica e culturale. Agli occhi di un giovane campione del mondo plasmato dalla cultura del proprio sport, la pallavolo dove e come si tramuta in arte?

“La vedo diventare forma d’arte quando penso a certe immagini precise. Per esempio, in un gesto tecnico pulito, fatto davvero bene: in un qualcosa che studi e costruisci in allenamento, e che in partita viene ricreato alla perfezione. Oppure, in un gesto atletico perfetto, come il salto. Un bel salto, magari cristallizzato da uno scatto fotografico, assume molte sfumature artistiche. Quelle linee, quelle forme sono il risultato di tanto lavoro, ma agli occhi di chi guarda sono soprattutto estetica, armonia del movimento…”

E cosa accade, dentro di te, quando senti di aver realizzato un determinato gesto tecnico nella sua versione più pura, più ‘perfetta’?

“Ti fa stare bene. Soprattutto se succede in partita: una bella difesa, una grande ricezione… sono momenti che ti danno massima fiducia per i punti successivi, soprattutto nei momenti complicati che, inevitabilmente, ogni partita pone davanti. Quella sensazione positiva ti aiuta a performare meglio: è come se ti dicesse che sei sulla strada giusta, che quello che hai costruito in allenamento sta funzionando. E che continuerà a farlo”

La fiducia, nella pallavolo, pare essere sinonimo di flusso. Un flusso che viene minato anche anche all’interno di un singolo set, dove si accavallano potenziali picchi positivi e pesanti momenti negativi. Come gestisci la componente mentale di un ruolo così cruciale, come quello dello schiacciatore?

“Onestamente, questa è una delle cose più difficili da allenare, perché è complicato ricreare in allenamento le stesse emozioni e sensazioni che provi durante una partita. L’adrenalina non è la stessa. Gli scenari, i pensieri e le sensazioni che affronti non sono paragonabili. Però, quel ‘flusso’ è una componente che puoi comprendere e affinare nel tempo. Non è un dettaglio che sistemi una volta per tutte, per poi rimanere invariabile e invariato: migliora con l’esperienza, crescendo, maturando, divenendo più esperto. Un giocatore esperto sa gestire meglio quei momenti. Penso che la gestione mentale sia una delle cose che fa davvero la differenza nella pallavolo”

In questo percorso di maturazione, che ruolo ha avuto un raffinato coach ed un riconosciuto educatore pallavolistico come Fefé De Giorgi? Quanto ha inciso su di te, come atleta e come persona?

“Tantissimo. La figura dell’allenatore, in generale, è fondamentale. In campo ci vai tu, ma l’allenatore deve aiutarti a superare le difficoltà e starti vicino soprattutto quando le cose non vanno bene. Secondo me un allenatore dimostra la sua bravura, la sua cifra, quando le cose non girano. Quando va tutto bene, paradossalmente, non senti tutto questo bisogno di una guida. Ti abbandoni al momento, lo vivi, cavalchi la sinergia con i tuoi compagni. Un bravo allenatore sa gestire i momenti complicati e, soprattutto, sa gestire ogni giocatore in modo diverso, perché le persone non sono tutte uguali. Ognuno ha la propria sfera emotiva. Il proprio pattern di reazioni. Fefé è molto bravo in questo: sa toccare i tasti giusti di ognuno e portare tutti a un livello più alto”

Oltre al coaching, quanto ti ha fatto salire di livello il contatto quotidiano con la Nazionale, e con i tuoi compagni Azzurri?

“Stare con atleti importanti ti fa crescere sia a livello pallavolistico sia a livello professionale e umano. Hai la possibilità di vedere come si comportano coloro che sanno stare ai più alti livelli, riuscendo a farlo da anni: mi riferisco a come si allenano, alle loro diete, all’approccio nei confronti del riposo, della cura dei dettagli... In Nazionale, cresci in tutti gli aspetti”

Luca Porro for Under Armour

Athleta nasce dal linguaggio fotografico: per questo ragioniamo molto per immagini e dettagli sportivi. Nella pallavolo sono tanti i rituali individuali e collettivi: quali sono quelli che scandiscono il tuo modo di vivere questa disciplina?

“A dire la verità, non ho grandi rituali, nemmeno azioni ‘strane’ che mi accompagnano in campo. Una cosa che faccio sempre è mettere le ginocchiere nello stesso verso: prima quella destra, poi quella sinistra. Tutto qui. Nulla di trascendentale. Per il resto, nei gameday cerco di ripetere sempre le stesse cose: lungo il riscaldamento, per esempio, faccio ogni volta gli stessi esercizi. Non è scaramanzia. So semplicemente che quell’iter mi porta ad essere pronto sia fisicamente, che mentalmente. Fin dalla mattina, provo a vivere tutto nel modo più normale possibile: magari riposo un’ora in più, mangio un po’ meglio, ma sono cose che faccio anche in una giornata normale. Cerco di non caricarmi di pressioni inutili, rischierebbero solo di peggiorare la situazione”

Sei riuscito a mantenere questa ‘normalità’ anche in contesti enormi come Mondiali e Olimpiadi? Anche durante l’avvicinamento a una finale?

“Ovviamente in quei casi la quotidianità è diversa: non sei a casa tua, sei in hotel, sei in un contesto completamente nuovo, in ogni caso, però, provo sempre a mantenere le stesse abitudini. Cerco di riposare il giusto, arrivare in campo il più tranquillo possibile. L’importante è conoscersi: sapere cosa ti fa stare bene e provare ad arrivare alla partita nelle migliori condizioni possibili”

Quando approcci partite particolarmente rilevanti, preferisci isolarti o immergerti nelle vibrazioni del contesto, della squadra?

“Cerco di restare il più possibile con i miei compagni di squadra. Alla fine, la pallavolo è un gioco di squadra, e io amo seguire il flow del gruppo. Cerco di percepire, di raccogliere le sensazioni, le emozioni dei miei compagni: di affrontare la partita insieme a loro, spronandoli, dando e ricevendo energia. È, probabilmente, la parte più bella di questo sport”

Tra i tuoi interessi c’è anche la musica. C’è un artista, un brano, qualcosa che per te descrive meglio di altri il tuo rapporto con la pallavolo? E ti capita di vivere la pallavolo in modo ‘musicale’, assecondando o matchando i suoi ritmi e tempi?

“Non ho una canzone in particolare che mi rappresenta da un punto di vista pallavolistico. Mi piace la musica in generale: sono un ascoltatore vorace. Essendo di Genova, so bene quanto la città sia legata alla cultura musicale, ha una storia che definirei leggendaria... Tra gli artisti genovesi contemporanei ascolto grandi nomi come Bresh, Olly e Tedua. E sì, nella pallavolo il ritmo è fondamentale. È un parallelismo calzante. Associo molto il ritmo alla tecnica: è una questione di ripetizioni, di fare sempre le stesse cose al momento giusto. Il pallone, i piedi, la rincorsa… tutto è ritmo. Saper prendere il tempo del pallone in pochi istanti è essenziale. In quell’esatto momento si incontrano pallavolo e musica”

Parliamo del tuo rapporto con Under Armour. Non è scontato, per un pallavolista di appena 21 anni, essere legato a un brand così rilevante. Cosa significa per te?

“Sì, non è per niente scontato. Ormai questo è il terzo anno insieme. Sono molto felice, perché per un atleta avere un brand come Under Armour, così tecnico e di alta qualità, che ti accompagna tutti i giorni, fa la differenza. E non è vuota retorica, ma pragmatismo sportivo. Le scarpe, per esempio, per noi pallavolisti non sono accessorie, sono fondamentali: sentirti sicuro e a tuo agio in quello che indossi ti permette di fare uno step in più, che poi può fare la differenza in campo, o sul singolo attacco a rete”

La tua carriera ti ha portato da Pordenone a Padova, passaggio che ha certificato il tuo ingresso nel mondo pro, e ora a Modena, una piazza mitica per la pallavolo italiana. Con che consapevolezze vivi questa nuova fase?

“Prima di arrivare a Modena ero molto curioso, lo sono ancora adesso. Il campionato è iniziato da poco, ma è già un motivo di grande orgoglio poter giocare in una città così rilevante e così bella dal punto di vista pallavolistico. Poche settimane fa, abbiamo giocato contro Perugia al PalaPanini: c’erano 5.000 persone al palazzetto. Capisci subito che il PalaPanini è un tempio pallavolistico, un posto unico. In città, respiri pallavolo tutti i giorni. Penso che non ci sia un altro posto in Italia così. La pallavolo è davvero lo sport locale. Il calcio c’è, ma non ha lo stesso peso. È la pallavolo al centro di tutto. Basta un esempio per capire la vicinanza della gente nei confronti di questa disciplina, e di noi giocatori: ieri una signora mi ha bussato al finestrino della macchina, ha tirato fuori il portafoglio e mi ha mostrato due mie figurine. Sono dettagli, chiaro, ma rendono l’idea di quanto sia forte il legame tra città e squadra”

Hai già vissuto emozioni enormi, palcoscenici importanti, traguardi che molti sognano lungo intere carriere. Guardando al futuro: quali sono le forze che ti spingono a progredire ancora? Cosa vuoi ancora vivere attraverso la pallavolo?

“L’obiettivo primario è continuare a divertirmi giocando a questo sport. Giocando, per l’appunto. La pallavolo è diventata il mio lavoro, la mia vita, ma prima di tutto deve rimanere quello che è sempre stata nella mia vita: passione e divertimento. Come obiettivi più concreti, sicuramente voglio migliorarmi sempre più. Quest’anno, con Modena, voglio fare il meglio possibile, crescere individualmente e aiutare a far crescere l’intera squadra. Con la Nazionale, sarebbe bellissimo partecipare ad un’altra Olimpiade, quella di Los Angeles. E riuscire a portare a casa una nuova medaglia non sarebbe, poi, così male…”

Luca Porro for Under Armour

Power Play | Scorci di SG Cortina 

La speciale collaborazione tra Nike ACG e SG Cortina, rappresentata dalle trame di uno speciale kit indossato in una storica prima e unica volta, in occasione del 4-3 impartito all’HC Gherdëina, ci consente di entrare nel vivo dell’identità di uno sport dal DNA tanto estremo, quanto profondamente artistico

“L'hockey è un'arte. Richiede velocità, precisione e forza come altri sport, ma richiede anche una straordinaria intelligenza per sviluppare una sequenza logica di movimenti, una tecnica che sia fluida, aggraziata e in sintonia con il resto del gioco”

Le parole di Jacques Plante, uno dei più vincenti e iconici portieri della storia hockeystica, incapsulano lo zenith filosofico e artistico di una disciplina selvaggia per definizione, e sublime per composizione. Come uno scenario montuoso. Come un’esperienza outdoor, circondata però da shielding glass. 

Da un lato, la collisione tra corpi, la forza ancestrale sprigionata da ogni duello, da lame taglienti e contatti sottozero: l’estremo. Dall’altro, la bellezza della fluidità, la condivisione di un flusso atletico ed emotivo, nonché spirituale, teso verso lo scopo ultimo del gol: verso la massima espressione personale e collettiva. Nel mezzo, il profondo rispetto per l’avversario, per sfumature culturali incise sul ghiaccio; e un puck (disco) cercato, conteso, sospinto verso porte protette da guardiani distopici. 

L’hockey è un’arte, sosteneva Plante, idealizzando un avamposto sportivo divenuto, nel tempo, fenomeno globale. Lo stesso fanno Marco Sanna, Aldo Pompanin, Jaköb Stoffling, Nicolò Remolato e Anna Corte Sualon, volti e atleti di quella che, a tutti gli effetti, si rivela come una community appassionata, oltre che un club di leggendaria tradizione: l’SG Cortina. 

In occasione della speciale partnership tra i pluricampioni d’Italia (nonché campioni in carica) e Nike ACG, manifestata in tutta la sua potenza simbolica durante la partita contro l’HC Gherdëina, siamo entrati nelle loro biografie hockeystiche. 

L’esito di questo secondo capitolo della nostra specifica ricerca editoriale (clicca qui per leggere il primo focus) è un’ulteriore celebrazione di una speciale maglia da hockey che, durante il 4-3 impartito nella sfida di AHL del weekend, dopo un tesissimo supplementare, ha manifestato lo spirito delle Dolomiti e il gusto estremo del ghiaccio. 

Un kit che ha parlato del rapporto tra una comunità di montagna unica, come quella di Cortina, e un suo prezioso bene sportivo, mettendo in comunicazione la cultura outdoor e i tratti distintivi di una meravigliosa porzione di territorio italiano con il ritmo tagliente del gioco: come vuole, d’altronde, la filosofia ACG, dove lo sport di squadra diviene naturale estensione dello spirito all-conditions. 

Ma questo secondo capitolo editoriale è anche un ‘power play’ letterario, in grado di esaltare le caratteristiche insite in un gioco che a Cortina ha trovato casa, nel più vero e puro senso del termine. Una serie di visioni e intuizioni individuali, che confluiscono in uno spartito unico, il rink, denotandone la sua suggestiva potenza, in equilibrio tra energia, istintualità, consapevolezza e amore. 

Nike ACG X SG Cortina special jersey
Cortina d'Ampezzo Olympic Ice Stadium detail

Marco Sanna - Attaccante e Capitano SG Cortina  

“L’hockey è sicuramente una forma d’arte. Resistenza, esplosività... Sul ghiaccio devi mettere tutto, e coordinare quel tutto con i tuoi compagni. Tocchi i 40km/h su delle lame finissime, con un bastone in mano. Nel mentre, altri corpi cercano lo stesso disco, capitalizzando su ogni tua disattenzione. È un’arte anche perché ci vogliono anni e anni per affinare la tecnica, per poter realizzare, o meglio, rendere concreto quello che t’immagini in tempo reale. Il bastone è come un prolungamento di te, delle tue mani: affini il contatto con questo strumento nel tempo, praticando e praticando, come accade per qualsiasi artista. 

Ho iniziato nei primi anni 2000 e, proprio in quel periodo, a causa del lockdown NHL, ho visto con i miei occhi Matt Cullen in maglia SG Cortina. Non avevo ancora 10 anni, e mi trovavo ad assistere alle gesta di un 3 volte vincitore della Stanley Cup. Se penso ad un’immagine che mi mantiene ancorato alla bellezza di questo sport, penso a lui qui, nello Stadio del Ghiaccio. 

L’hockey è frenetico. Vive di alti e bassi emotivi, di variazioni di confidence e ritmo, sia individuali che collettivi. La partita può cambiare da un secondo all’altro: basta un fallo, una carica intensa, un giocatore che si butta per non far arrivare il disco in porta… È uno sport umorale, dove l’autocontrollo deve farla da padrone. Il mio approccio sta nel non andare troppo in alto quando si fa qualcosa di positivo, né troppo in basso nel caso di un errore. 

Essere capitano vuol dire essere sempre un punto di riferimento. Non sei infallibile, è impossibile in questo sport. A maggior ragione nel mio ruolo, devi saper riconoscere i tuoi errori, trovare soluzioni anche in momenti drastici. Devi dare qualcosa in più, sempre, e farti carico delle cose, assumendoti le responsabilità di una determinata giocata, di un singolo gesto che può alterare in meglio lo spirito comune. Se parli, devi saper attirare l’attenzione di tutti e, allo stesso tempo, affidarti a loro, ricordandoti che lo spogliatoio è il tuo branco. Un branco di cui sei parte, a tutti gli effetti, e che puoi arrivare ad amare, come sta accadendo in questa stagione, con una squadra estremamente giovane, a cui tengo molto.” 

SG Cortina Hockey Team in special Nike ACG collab jersey
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Aldo Pompanin - Portiere SG Cortina  

“Quando penso al mio rapporto con l’hockey, penso ad un sorriso. Quello che mi accompagnava da bambino quando sapevo che stava finendo scuola, e che mi attendeva un pomeriggio di gioco. Non volevo fare altro, se non arrivare allo Stadio del Ghiaccio e stare con i miei amici, sentendomi parte di un club che ha portato il nome della mia città in alto. Ho iniziato come giocatore ‘normale’, fino a quando ho dovuto rimpiazzare il portiere della squadra. Mi sono istantaneamente innamorato di questo ruolo. Quando ho detto a mio padre che sarei rimasto in porta, si è messo le mani tra i capelli per la paura, ma non ha potuto fare nulla a riguardo. 

È un ruolo così complicato… Ogni errore si riflette sul tabellone. I portieri sembrano enormi davanti alla porta da hockey, ma la verità è un’altra: quando entri nella tua area, non ti senti così tanto grande. Crescendo, diventi consapevole dei tanti fattori che ti circondano e realizzi che il disco è piccolo, e supera i 100km/h. Quindi, può succedere di tutto. Devi saper pattinare. Devi visualizzare il gioco. Devi seguire il disco senza pause. E devi essere costante, specie in fase d’allenamento. 

È innegabile che questo ruolo coincida con una certa potenza estetica. I portieri di hockey sono belli da vedere, perché sono strani, e io sono un amante della stranezza. I caschi sono vere e proprie opere d’arte: seguo tantissime pagine social di artisti che xilografano caschi per portieri. Ne ho fatto xilografare uno di recente, che purtroppo ho già rotto con un contatto di gioco. Nella ‘crease’, capita spesso di subire impatti di vario tipo ed entità: mi sono aperto un sopracciglio giusto la scorsa settimana… A livello personale, non sento la paura, perché l’abitudine mi ha portato ad accettare ogni sfaccettatura del mio ruolo. Cresci parando tiri che aumentano, sempre più, di velocità, fino ad arrivare alla massima potenza che affronto oggi. In realtà, non ti rendi conto di questa transizione. Invece, ti rendi conto che la paura è solo un limite. 

Se una persona esterna si mettesse nei miei panni, probabilmente inizierebbe a tuffarsi come nel calcio, o come in tanti altri sport… In realtà, è un gioco di posizionamento, istinto e riflessi in uno spazio molto più ridotto. Il disco, dagli spalti o dalla tv, sembra quasi invisibile, ma dalla mia prospettiva parte da un punto chiaro e arriva verso il mio corpo. La sua traiettoria è più leggibile di quello che si pensi. Il mio ruolo è unico, certo, ma ogni ruolo nell’hockey ha le proprie specificità. Nulla è uguale, non tutti fanno le stesse cose… È uno sport ordinato e disordinato. Molte volte, la vera bravura sta nel saper interpretare il casino, restando fedeli ai propri doveri tattici. Anche questo è il bello dell’hockey: trovarsi in mezzo al disordine. Ti devi mettere in gioco, accettare il fatto che non sai cosa possa accadere, anche solo ad un passaggio di distanza.”

SG Cortina Hockey Team leaves the locker room in Nike ACG collab jersey

Jaköb Stoffling - Difensore SG Cortina  

“L’hockey per me è vita. Gioco da quando ho 3 anni e ho imparato che sì, è vero, per praticare a buon livello questo sport devi avere forza, velocità, potenza, mobilità e moltissime altre caratteristiche… Ma più aumenta il livello, più devi giocare semplice: con l’esperienza, incameri una nuova chiave di lettura. I miei primi ricordi di hockey sono ovviamente legati alla Svezia, il mio Paese. Giocavo sui laghi ghiacciati, o anche solamente su specchi di ghiaccio, con mio padre e i miei fratelli. Sono diapositive: il sole che illumina il gioco, la bellezza del divertimento. Ci trovavamo sul rink ogni giorno, anche con i miei amici. Vivevo nel rink. 

Amo la fisicità di questo sport. È consentito ‘combattere’, nel vero senso del termine. A fine partita, però, stringi la mano all’avversario ed è fatta. Tutto finito. Puoi colpirti per tutto il match, urlare, essere estremamente emotivo, ma dopo i 60 minuti senti il rispetto reciproco. Ogni volta che assisto a queste scene, è un piacere per gli occhi. E non conta il livello, accade ovunque, dall’NHL a Cortina… 

L’hockey continua ad insegnarti cose differenti. Devi essere solido, mantenere l’equilibrio quando tutto è caotico: quando vieni colpito, quando provano ad andarti sotto pelle, quando stai perdendo. Anche in una sola partita puoi imparare tanto di te, e di questo sport. Certo, a volte è difficile, ma questo tipo di mindset, l’idea di poter sempre imparare qualcosa anche dai momenti più complessi, funge da forza equilibratrice. Lo fa sicuramente nel mio caso. E vedo questa dinamica riflessa anche nel contesto allargato di squadra: se vuoi rialzarti da una striscia negativa, devi iniziare a parlare, a trovare soluzioni con il dialogo. 

Un’altra grande parte dell’impatto che questo sport ha avuto sulla mia vita sta nella possibilità di scoprire e vivere nuove culture. Mi riferisco al campo, certo, ma soprattutto a ciò che sto riuscendo a vivere all’esterno di esso. In fondo, dovunque tu vada, tutti hanno giocato ad hockey fin da piccoli, e lo spartito del gioco è praticamente uguale in Svezia, in Norvegia, in Italia… È la vibe culturale che lo circonda a mutare, come mi sta succedendo qui, tra le Dolomiti. E trovo molta soddisfazione nell’abbracciare nuove prospettive o fare cose differenti: credo sia fondamentale per ogni essere umano. 

Le differenze tra scuole di hockey stanno nella tattica, o nell’educazione media a questo sport, ma la mentalità alla base delle squadre che ho incontrato è uguale in ogni dove. Tutti vogliamo vincere. E per vincere, nell’hockey, bisogna essere un collettivo. Non puoi pensare al singolare, né essere un individualista. Ruota tutto attorno allo spirito comune. Per questo, la meraviglia di questo sport sta, a mio avviso, nei compagni di squadra che incrociano il tuo percorso, diventando amici. E sta nel semplice fatto di pattinare sul ghiaccio. Lo faccio anche senza giocare, è una sorta di richiamo. Amo quella sensazione, che sia su un campo iconico, come lo Stadio del Ghiaccio, o su un lago, all’aperto…”

Nike ACG X SG Cortina collab jersey

Nicolò Remolato - Attaccante SG Cortina  

“L’hockey è un’arte particolare per un semplice fatto: viene riconosciuto come lo sport di squadra più veloce al mondo, e viene giocato su lame spesse poche millimetri. La forza è essenziale, ma è la testa a guidare. Abbiamo poco tempo per ragionare, qualche millisecondo per prendere una decisione giusta… È una forma artistica anche perché chiunque può provare a praticare sport come il calcio, il basket, o l’atletica, riuscendoci, seppur con ovvie difficoltà. Nell’hockey, invece, è tutt’altro che scontato eseguire i vari gesti tecnici, anche a livello basilare, a partire dal restare in equilibrio e spingere sul ghiaccio. La coordinazione generale, in mezzo a corpi che viaggiano come treni, collidendo tra loro, è un qualcosa che sviluppi allenamento dopo allenamento. Non parliamo, poi, di fare gol in spazi ridottissimi… 

I miei genitori sono sempre stati appassionati-non praticanti. Ho messo i pattini per la prima volta a 3 anni, a Bolzano, e dopo mezz’ora già mi muovevo senza bisogno del sostegno. O almeno, così mi hanno raccontato. Mi ha sempre affascinato la sensazione di pattinare sul ghiaccio, e di farlo con una squadra: con degli amici, con club alle spalle che, specie in questa disciplina, diventano seconde famiglie. Come sta accadendo qui a Cortina. Sul ghiaccio riversi tutte le emozioni e questa è la parte più bella. Credo nell’effetto che ha l’hockey nel modellare il tuo fisico, nel farlo progredire, ma soprattutto credo nell’effetto che ha sulla tua mente. Durante i 60 minuti vivi esperienze che trasponi nella vita. L’unica differenza tra i due contesti sta nella possibilità di sollevare coppe o vincere Scudetti. 

Quando entro in campo, anche se sugli spalti ci sono migliaia di persone, non sento niente. Sono dentro il gioco. So quello che devo fare, conosco gli schemi, sono consapevole del mio ruolo. Le sostituzioni sono rapide, perché questo tipo di concentrazione, di focus massimo, tende a calare… Ma è proprio quando la tensione si abbassa che devi essere più lucido. È come se la testa fosse vuota, nonostante la quantità d’informazioni che devi processare: amo questa condizione. Poi, rientro in panchina, e le orecchie tornano a spalancarsi. Non è facile spiegare l’equilibrio tra caos e controllo sul ghiaccio. Non hai il tempo materiale per rispondere ad una giocata codificata dell’altra squadra, come accade, magari, nel football americano. O meglio, è difficilissimo farlo. Segui la filosofia e il playbook del coach, osservi video degli altri, ma poi devi immergerti in un contesto selvaggio… 

Mi piace tutto di questo sport. In particolare, il momento in cui la squadra si raduna, seguendo una routine, davanti alla porta, e vengono scambiati dei fist bump reciproci: un semplice simbolo di unità, che per me significa molto. Anche l’abbraccio dopo il gol ha il suo effetto, perché riuscire a segnare è complesso: è una questione di piccoli dettagli, di finte, di repentini cambi d’inclinazione del bastone per ingannare il portiere, di angolazioni valutate in un millisecondo… Sono scelte plasmate dal duro lavoro e dalle ripetizioni, più che dal talento.”

Nike ACG activation in Cortina
Cortina d'Ampezzo Olympic Ice Stadium detail

Anna Corte Sualon - Portiere SG Cortina U-19

“I miei genitori sono sempre stati interessati all’hockey. Ho iniziato a giocare perché lo faceva già mio fratello: lo vedevo costruire amicizie vere sul ghiaccio e la cosa mi ha ispirata. Essendo uno sport prettamente maschile, crescere come giocatrice di hockey è stato un po’ strano, ma allo stesso tempo divertente. Ancora oggi, quando mi chiedono perché lo faccia, la risposta è semplice: gioco perché mi piace. Mi piacciono le sensazioni che provo quando i miei compagni maschi dell’U-19 qui a Cortina, o le mie compagne di Dobbiaco, dove gioco in una prima squadra interamente femminile, mi proteggono dopo un duro scontro subito. Sentire la squadra che ti difende, anche solo se qualcuno ti ha sfiorato, è emozionante. È una sorta di regola non scritta che ti diverte. Che ti fa stare bene. 

La porta è come se fosse la mia casa. Mi fa sentire al sicuro. Mi fa desiderare di difenderla. Sono guidata dall’adrenalina, più che dalla paura. La paura subentra dopo la partita, quando ripensi a quello che hai fatto, ma sul momento, mentre sto facendo una parata impegnativa, tendo solo ad immaginarla come un highlight da rivedere. Poi, devo ammettere che vado estremamente fiera delle ‘botte’ da campo. Quando rientro a casa, le conte pensando ai gol che hanno evitato, alle azioni che hanno interrotto… Sono botte belle, che non fanno male. Se rifletto sul lato estremo del mio ruolo, mi fa strano pensare ai primi portieri, che giocavano senza maschera. O a quelle prime maschere che, di fatto, non proteggevano i volti di coloro che mi hanno preceduta. Ecco, se fossi stata al posto loro, avrei sicuramente avuto paura: ora, per fortuna, abbiamo dei caschi d’avanguardia, sicuri, ed estremamente estetici. E io sono una fan dell’estetica hockeystica a tutto tondo: ogni tanto scelgo i bastoni quasi solo in base al loro design… 

Crescere in spogliatoi prettamente maschili mi ha insegnato la differenza tra vere prese in giro e preziosi momenti di costruzione di un gruppo, inteso come squadra. I primi tempi mi arrabbiavo per tutto, ora sono quasi sempre divertita dalla condivisione di uno spazio comune con tanti ragazzi. Il mio sogno per il prossimo futuro è proseguire il mio percorso in questo sport, rappresentando anche la Nazionale, e provando a fare dei passi verso l’estero: in un contesto collegiale americano o canadese, o ancora in Paesi come la Svezia, la Finlandia e la Norvegia, dove il movimento femminile è decisamente più avanzato e consolidato.”


Di spazi ed emozioni, l’arte di Gizem Akdag

Nel costante dialogo tra micro e macro trova posto la visione artistica di Gizem Akdag: un’esploratrice turca di universi digitali, e una compositrice di emozioni

Ogni momento racchiude un preciso stato emotivo. Scorrono i secondi, i minuti, le ore, e con essi anche le nostre sensazioni, così come la nostra lettura e connessione con il mondo circostante. Nel caso di Gizem Akdag, artista multidimensionale di Ankara, a mutare sono anche le visioni digitali: compendi sensoriali istantanei, effimere, eppure simboliche composizioni ispirate dal momento, e dai suoi echi estetici. 

Architetta, brand designer e creativa a tutto tondo, abbiamo carpito i capisaldi alla base del progetto AI che sta palesando al mondo il suo approccio all’introspezione, e alla sua trasposizione nel racconto visuale. Un approccio che, inevitabilmente, attinge anche da un immaginario, quello sportivo, così intrinsecamente connesso alla sua terra, la Turchia. 

Come ti sei avvicinata al mondo dell’arte?

“Vengo dalla Turchia e vivo ad Ankara. Ankara è più tranquilla rispetto ad una metropoli come Istanbul, che si trova al crocevia di due continenti ed è attraversata da movimento e contrasti. Pur non essendo cresciuta a Istanbul, sono stata circondata dall’immensa ricchezza culturale della Turchia: la respiri da bambina e, quasi senza accorgertene, plasma la tua visione artistica. Mia madre ha avuto un’influenza enorme su di me. Non è un’artista, ma è una delle persone più creative che abbia mai conosciuto. Quando ero piccola, trasformava le mie colazioni in piccoli capolavori: formava dei visi con il cibo, occhi con le olive, capelli con il formaggio. Questo tipo d’immaginazione mi ha segnato profondamente. Ho sempre disegnato, dipinto, creato. Così, dopo il liceo, avevo ben chiaro di voler fare qualcosa legato all’arte e ho deciso di studiare architettura.”

Perché architettura? E in che modo ha influenzato il tuo lavoro contemporaneo?

“Quello che amavo dell’architettura era la capacità di unire arte e matematica, immaginazione e logica. Questa dualità ha profondamente plasmato il mio modo di pensare. Ancora oggi, quando lavoro con l’AI, cerco sempre una base precisa: una struttura, un motivo dietro l’immagine. L’architettura mi ha insegnato a far quadrare la creatività. Dopo la laurea ho capito però che non volevo essere un’architetta: volevo esprimermi liberamente attraverso l’arte. Così ho iniziato a fare graphic design per brand, diventando in seguito brand designer. Ho gestito il mio studio per sei anni, creando loghi e identità visive per aziende. Ma mi mancava il potermi concentrare esclusivamente sul lato creativo. Ho deciso di lasciare, lavorando come creative lead in varie aziende, e poi… circa due anni fa ho scoperto l’AI. E tutto è cambiato.”

I tuoi anni da brand designer hanno formato il tuo occhio. In che modo quel periodo ha influenzato l’artista che sei oggi? E puoi dirci qualcosa anche riguardo il tuo archivio visivo?

“Gli anni da brand designer sono stati fondamentali. In quel ruolo devi tenerti costantemente aggiornata, osservando il lavoro di altri studi e creativi: un allenamento quotidiano, che mi ha insegnato non solo a creare, ma anche a curare. Inizi a notare equilibrio, luce, colore, proporzioni: tutti quei piccoli dettagli ed elementi che rendono un’immagine realmente potente. Questo processo è diventato un automatismo. Riguardo l’archivio, colleziono immagini da tempo, ma la cosa divertente è che le riguardo di rado: ho cartelle infinite, ma la mia attenzione è breve e vengo sempre distratta da qualcosa di nuovo. Apro Pinterest per cercare una cosa e finisco per perdermi in altre dieci. Questa curiosità costante, però, mi aiuta: mantiene la mia mente attiva e mi permette di creare rapidamente, in modo intuitivo.”

Sul tuo profilo Instagram scrivi 'Thinking out loud'. Come si riflette questo concetto nel tuo approccio all’arte AI?

“Non amo rimuginare su quello che creo. Non pianifico né programmo i post: faccio qualcosa e lo condivido istantaneamente. La mia arte riflette le emozioni in tempo reale. Se ieri provavo gioia, oggi potrei sentire qualcosa di completamente diverso… La mia arte vuole riflettere questo flusso emotivo. Voglio che le mie opere vivano nel presente. È il mio modo di 'pensare ad alta voce', ma visivamente.”

Che rapporto avevi con lo sport durante l’infanzia e come ha influenzato il tuo legame con l’arte? 

“Mio padre mi fece vedere dal vivo la mia prima partita del Galatasaray quando avevo cinque o sei anni. Ricordo ancora l’atmosfera: il fuoco, l’energia. È qualcosa che non si può spiegare; risiede nel sangue di ogni tifoso. Ancora oggi guardo molte partite con mio padre e mio fratello. In Turchia il calcio non è solo uno sport: fa parte dell’identità nazionale. Il basket e la pallavolo piacciono, certo, ma il calcio sta su un altro livello. Credo che da lì nasca il mio legame emotivo più forte con lo sport. E penso che quell’energia, quelle emozioni ruvide e imprevedibili, siano ciò che cerco di trasmettere nella mia arte: il movimento, la tensione, la bellezza di un attimo fuggente, tutto è collegato.”

E come sei arrivata a usare le immagini sportive come ispirazione per le tue composizioni?

“È avvenuto in modo naturale. Amo esplorare diverse estetiche, e lo sport è incredibilmente ricco da un punto di vista visuale. Il tennis, per esempio, ha un’eleganza pura; il golf una grazia silenziosa. Quando ho iniziato a sperimentare questi mondi e condividere le opere online, le persone hanno reagito subito. Così ho continuato. Poi, con le ultime Olimpiadi parigine ho realmente approfondito il contatto con lo sport, concentrandomi soprattutto sui nuotatori e sul movimento atletico in acqua.”

Nelle tue opere unisci figure sportive a paesaggi surreali. Che ruolo giocano questi spazi onirici nella tua visione artistica?

“Credo derivi dal mio amore per l’esplorazione degli spazi, grandi e piccoli. Il mio background in architettura mi ha abituato a pensare in scala: quando crei un logo ti concentri sui dettagli minuscoli; quando progetti un edificio cambi prospettiva e misure. La mia mente ama entrambe le dimensioni. Così, esplorando lo sport attraverso l’arte, gioco su questo equilibrio: l’immensità di uno stadio e l’intimità di una palla in movimento. La tensione tra il monumentale e il minuto mi affascina...”

Un altro elemento ricorrente nelle tue opere sono le auto e l’estetica motoristica, spesso fuse con ambientazioni naturali. Cosa ti attrae di questo accostamento?

“Non ho un rapporto specifico con le auto, ma ne apprezzo profondamente la bellezza, soprattutto quella delle sportscar classiche. Non sono solo macchine, ma una fusione di arte e ingegneria. Amo il bilanciamento tra precisione ed emozione. A volte inserisco le auto semplicemente perché sono attratta dalla loro forma: la loro geometria, il senso di movimento che fanno scaturire, la luce che si riflette sulle loro superfici... Mi piace combinare elementi meccanici e artificiali con la natura: la tensione tra organico e artificiale mi stimola.”

C’è ancora molta discussione sul rapporto tra AI e arte. Qual è la tua opinione a riguardo?

“L’AI può essere usata in modi dannosi: la gente può copiare o imitare il lavoro di altri artisti, cosa che detesto. Non uso il nome di altri artisti nei miei prompt, né baso le opere su lavori esistenti. Cerco sempre di creare da zero. È, invece, affascinante vedere come l’AI permetta di esplorare nuovi stili: cose che prima non esistevano. Offre possibilità infinite. A volte mi sento come un pilota che guida un qualcosa di potente e imprevedibile. Se comprendi i parametri e li spingi nel modo giusto, puoi creare qualcosa di magico. Non si tratta di sostituire la creatività, ma di espandere ciò che la creatività stessa può essere.”

Da Ankara, che sensazioni provi osservando il tuo lavoro mentre viaggia nel mondo e ispira persone di culture diverse? 

“Onestamente, è ancora surreale. Trascorro così tanto tempo nella mia testa che a volte dimentico quanto lontano sia arrivato il mio lavoro. Ci sono momenti di dubbio: penso spesso che non stia facendo abbastanza. Ma vedere le persone reagire emotivamente, connettersi con ciò che creo, significa tutto. I social media hanno avuto un ruolo enorme: mi ricordano che quello che creo può avere valore per gli altri. Allo stesso tempo, dubito, e questo mi fa mantenere i piedi per terra. Mi ricorda di restare umile e, ovviamente, di non far mancare il mio supporto a ‘piccoli’ artisti: facendo quello che tanti altri hanno fatto con me in passato.”

Come immagini l’evoluzione del tuo lavoro in futuro?

“In questo momento sono in una fase esplorativa. La mia carriera ha due lati: lavoro come freelance per brand, definendo la loro immagine e identità visiva, e ho la mia pratica artistica personale. Non so ancora cosa arriverà, ma sono certa che mi sorprenderà. Mi piacerebbe collaborare con grandi artisti o brand internazionali. Ho tantissime idee in testa. Per ora seguo istinto e curiosità. Guardando indietro, vedo come ogni fase mi abbia fatto crescere. Il lavoro nel branding mi ha insegnato disciplina e precisione. L’architettura mi ha dato struttura e senso dell’equilibrio. Ogni esperienza, ogni progetto, ogni cliente, ogni errore, ha contribuito a formarmi. Nulla è sprecato. Tutto diventa parte di chi sei, come artista e come essere umano. La mia evoluzione futura parte da questa convinzione.”


Atiba Jefferson’s State of Mind

In occasione della collezione ‘United Through Skateboarding’, creata in collaborazione tra Vans e Atiba Jefferson, abbiamo avuto modo di esplorare l’identità creativa del leggendario fotografo e documentarista culturale, icona assoluta della skate culture

Il dubbio è una cattiva qualità, aveva annotato in passato Atiba Jefferson, sottolineando come si possa dubitare solamente di ciò che non si ama. Una filosofia che, di base, definisce l’essenza di quest’ormai leggendario storyteller visuale: un talento generazionale, nel vero senso del termine, in grado sì di definire la skate culture attraverso la sua sensibilità, ma anche di aprirsi ad altre scene e movimenti, contaminandoli e lasciandosi contaminare. 

Un creatore d’iconicità. E un’icona della creazione culturale. È difficile uscire da queste definizioni per descrivere l’impatto avuto da Atiba Jefferson sulla scena skate, specie attraverso le cover di Thrasher Mag, ma anche in ambiti a vocazione pop, come quello musicale o cestistico-NBA, dove ha firmato editoriali iscritti nella storia, e nella carta, per Sports Illustrated e tanti altri. Ma questa è solo una piccola porzione dell’ampissimo spettro artistico e comunicativo coperto dalle visioni di questo nativo del Colorado, divenuto patrimonio globale. 

Abbiamo avuto l’onore di entrare a contatto con la sua preziosa visione, oggi arrivata a fondersi con un brand di culto come Vans nella collezione ‘United Through Skateboarding’: un inno allo stratificato percorso creativo di Jefferson stesso. Collezione e campagna, curate nella loro interezza dalla mente di Atiba, si pongono come dimostrazione della capacità dello skateboard di trascendere i confini sociali e unire le comunità: concetto che ricalca, senza soluzione di continuità, la biografia e lo state of mind  di un visionario nutrito dall’asfalto ed evoluto in brillante artista multidimensionale. 

‘United Through Skateboarding’ collaboration campaign between Vans and Atiba Jefferson

Partiamo dall’inizio, dalle tue radici. Crescendo in Colorado, com’è stato il tuo primo incontro con la skate culture? “Era il 1989, quindi tutto era molto diverso. C’erano gli skateshop, le videocassette VHS, le riviste… la scena era davvero straordinaria.”

Quali sono state le prime scintille visive o filosofiche che hanno acceso la tua immaginazione? “Ho assistito a una demo di Matt Hensley e Ron Allen ad Acacia Park che mi ha letteralmente cambiato la vita: da quel momento ho voluto essere come loro. Poi, quando ho ricevuto la mia prima tavola e ho imparato a chiudere un ollie, ho capito che quel processo — imparare, cadere, riprovare — sarebbe lo stesso che avrei applicato per tutta la vita. Lo applico ancora oggi in tutto quello che faccio.”

In che modo quel legame iniziale con lo skate ha contribuito a formare la tua identità? “Inclusione, comunità, arte, fotografia, musica e cinema: tutto fa parte della skate culture. Ed è ciò che sono.”

In che modo questa cultura continua a vivere nel tuo processo creativo? “Questa cultura è, per me, una fonte di ispirazione inesauribile.”

Nel corso degli anni ti sei espanso in altri ambiti culturali e sportivi, in particolare il basket. Hai fotografato l’iconica era dei Lakers di Kobe e Shaq, e detieni il record per il maggior numero di copertine di Slam realizzate da un singolo fotografo. Cosa ti hanno insegnato quelle esperienze riguardo l’iconicità, la pressione e il potere della narrazione sportiva? “Il basket mi ha insegnato che posso tradurre le idee dello skate in altri mondi. La pressione, così come la capacità di raccontare storie, sono parte di tutto ciò che fotografo: tratto ogni scatto con la stessa dedizione, perché voglio semplicemente realizzare la miglior foto possibile.”

Abbiamo menzionato Slam, ma la tua lente è profondamente legata anche ad un’altra pubblicazione storica: Thrasher. Che ruolo hanno oggi riviste cartacee come Athleta: intese sia come artefatti culturali, che come piattaforme di espressione creativa? “Le riviste stampate sono fondamentali: sono libri di storia, narrano intere epoche. Nulla potrà mai sostituire una cover stampata.”

Sei transitato costantemente in molti mondi creativi: musica, streetwear, design, arte. In che modo questi ambiti si sono intrecciati lungo il tuo percorso? “Per me, tutto è passato e continua a passare dallo skate.”

Come ha influenzato questo tipo di contaminazione la tua evoluzione, sia come artista che come essere umano? “Solo chi fa skate può davvero capire cosa significhi essere parte di questo mondo. Un mondo che mi ha insegnato ad avere una mente aperta e a non arrendermi mai.”

‘United Through Skateboarding’ collaboration campaign between Vans and Atiba Jefferson

Oggi non sei solo un narratore visivo, ma anche Brand Curator per Vans: un marchio che vive all’incrocio tra skate, stile e comunità. Cosa rappresenta per te questo ruolo? “È un onore, e una sintonia perfetta. Prima di tutto, sono uno skater, e lo stesso concetto vale anche per Vans.”

Da dove arriva l’ispirazione per la tua recente collezione United Through Skateboarding? “L’ispirazione sono i miei amici. Ho la fortuna di avere persone straordinarie nella mia vita, provenienti da percorsi molto diversi tra loro.”

Quale tipo d’identità o messaggio volevi lasciare impressi nei design, oltre che nella campagna stessa? “Volevo semplicemente mostrare che non esistono limiti: lo skate è costante evoluzione, è superare confini.”

Guardando al tuo percorso artistico, emerge una visione multidimensionale, che abbraccia generazioni, sottoculture e discipline. Come descriveresti la tua filosofia artistica attuale? “Cerco soltanto di far apparire il mio soggetto al meglio delle sue possibilità.”

E cosa ti spinge a cercare sempre il livello successivo: in termini di produzione, narrazione e soggetti? “Non riesco a silenziare l’urgenza di scattare foto: risiede nel mio sangue.”

Sei diventato un’icona transgenerazionale: la tua opera risuona tra età, culture e comunità creative diverse. Senti una forma di responsabilità legata a questa visibilità? “Mi sento sempre responsabile di mostrare il mio soggetto nella luce più positiva possibile.”

E come gestisci questo ruolo e quest’esposizione nel mondo di oggi? “Rimanendo semplicemente una persona rispettosa e positiva.”

Se pensi al tuo impatto a lungo termine, quale tipo di eredità stai costruendo consapevolmente? “Non lo faccio per lasciare un’eredità, lo faccio perché lo amo.”

E cosa speri che rappresenti il tuo lavoro per le generazioni future? “Fai ciò che ami e sii gentile.”

‘United Through Skateboarding’ collaboration campaign between Vans and Atiba Jefferson

Beyond the Rink | Nike ACG & SG Cortina

Nike ACG e SG Cortina si legano in una significativa partnership, manifestata attraverso il design di uno speciale kit, che verrà indossato esclusivamente domani, nella partita contro l’HC Gherdëina. Per l’occasione, abbiamo esplorato la cultura hockeystica di Cortina e il radicamento di questo sport in un territorio unico, ma anche la naturale simbiosi tra lo spirito esterno e interno al rink del leggendario Stadio del Ghiaccio.

“La montagna è un qualcosa d’imponente. Un qualcosa che sta lì, fisso, esposto. Per giocare ad hockey devi essere la stessa cosa: duro, duro come la roccia”. La giovane voce del portiere Anna Corte Sualon si unisce al tipico aroma di canederli e vino rosso che pervade qualsiasi ristorante ampezzano. Sulla parete, alcuni ritagli di giornale ricordano i 18 Scudetti conquistati dal club in cui è cresciuta, e sta continuando crescere: l’SG Cortina. 

Alle spalle della guardiana della cage per la squadra U-19, invece, una finestra, e lo spettacolo visivo di una skyline innevata con pochi eguali al mondo. “Stare sul ghiaccio è come stare sulla neve. Ho sempre associato le personalità dei giocatori di hockey a quelle delle persone di montagna. Sul ghiaccio, tutto è meraviglioso e, allo stesso tempo, ricco d’incognite. È importante sapere dove sei, cosa devi fare, come devi farlo. Lo stesso vale qui fuori, sulle Dolomiti: quando l’insieme tra te e quello che ti circonda è perfetto, tutto funziona”. 

Non è un caso che questo prospetto internazionale, metta in relazione l’universo esterno e quello interno al rink. In fondo, è una questione di simbiosi culturale. Di affinità di registri, emotivi e sensoriali. Anna è erede consapevole di una gloriosa patria italiana dell’hockey su ghiaccio. Una città incantata e incantevole, riconosciuta come ‘Perla Alpina' e ‘Regina delle Dolomiti’. E un feudo di puck e bastoni, come suggerisce il suo ecosistema sociale, ancor di più le monumentali architetture del suo Stadio del Ghiaccio. 

Nike ACG & SG Cortina Hockey special kit

“Sono orgoglioso di vestire la maglia della mia città”, sottolinea all’ombra di tribune intagliate nel legno, come fossero opere d’artigianato locale, il collega-portiere della prima squadra Aldo Pompanin. Anche lui giovanissimo, eppure già simbolo di un club sinonimo di territorio, e di un territorio sinonimo di hockey. “Giocare in un luogo che ha potuto ammirare campioni leggendari è un qualcosa d’indescrivibile. Oltre alla bellezza oggettiva di questo Stadio, ogni volta che entro qui è come se mi immergessi nelle storie che contiene e tramanda… Provo la stessa sensazione anche tra le vie della città, dove tanti dei campioni del passato conducono ancora la loro vita”. 

Definito dai tipici dettagli estetici di ogni netminder, il classe 2005 cristallizza in diapositive i luoghi che l’hanno plasmato. Menziona foto d’epoca appese nei bar di Corso Italia, chiacchiere estive incentrate su power play e tattiche in costruzione, buzzer-beater tramandati dalle fredde correnti del Boite... “L’hockey in queste valli è una cosa di famiglia. In casa ne ho sempre parlato. Ancora oggi analizzo ogni partita con mio padre e mio fratello. Quando cammino per Cortina, gli abitanti mi fermano, domandandomi della singola prestazione o del corso della stagione. Nell’hockey, il nome di Cortina è arrivato in alto, molto in alto: è un bene del territorio e va rispettato come tale”. 

“Bastano pochi giorni per percepire la storia di questo club, le sue unicità, il suo contatto con il contesto che lo circonda... Per capire la grande cultura hockeystica di Cortina”, gli fa eco con un idioma diverso, ma con identico trasporto, il difensore Jakob Stöffling. Allevato da un hotspot europeo della disciplina, la Svezia, e dai suoi laghi ghiacciati che, ciclicamente, assumono i connotati di rink da fiaba, questo studente itinerante del gioco è già riuscito ad assorbire le sfumature più liriche del rapporto tra l’hockey e Cortina. “Prima di Cortina, non mi era mai capitato di giocare in un rink al chiuso con vista diretta sulle montagne. Anche solo allenarsi su questo campo è pazzesco. A dire il vero, non mi era proprio mai capitato di esplorare un territorio del genere. Ogni giorno puoi vivere qualcosa di diverso, là fuori: che sia sciare, fare una sessione di hiking, o qualsiasi altra attività outdoor. Amo vivere la natura, oltre all’hockey. E amo viverli insieme, come accade spesso nel mio Paese natale. Per questo, Cortina è perfetta”. 

Nike ACG & SG Cortina Hockey special kit

Bisogna essere duri come una roccia per giocare ad hockey, introduceva Anna Corte Sualon, ma anche intensi, curiosi, vivi, come confida l’involontario ‘realismo magico’ di Jakob Stöffling, contaminato, con ogni probabilità, dalle stesse visioni che ispirarono la penna di Dino Buzzati. Al crocevia di queste metafore e correnti letterarie, sgorga il flusso vitale dell’hockey ampezzano, insieme alle interpretazioni dei suoi protagonisti contemporanei. 

“Nella mia vita, l’hockey e la montagna sono sinonimo di libertà”, alimenta questo processo d’interdipendenza l’attaccante Nicolò Remolato, “Vengo da Bolzano, una città più grande e, per molti versi, differente. A Cortina, sto riuscendo a dedicare molto tempo a me stesso: cosa di cui ho sempre sentito il bisogno, e che si è resa ancora più necessaria da quando indosso una maglia così pesante, con lo Scudetto cucito sul petto. Dopo una partita, se devo pensare, o anche solo di staccare la testa, lo faccio. Esco e vado a camminare tra queste montagne. Respiro la loro aria e mi ricarico…”.

Oltre al campionato sovranazionale AHL. Oltre alla Serie A, manifestazione che in questo club centenario vede l’attuale detentore del titolo. Oltre a schedule stagionali e piani partita specifici. Oltre, perfino, al lusso e alla sfarzosità a cui viene spesso associata questa suggestiva conca, posta ad oltre 1200 metri d’altitudine.  

Nell’Oltre, sembra dunque trovare piena affermazione la condizione di uno sport-essenza della ‘cortinesità’: una condizione rara, dove l’energia viene sprigionata tanto da ingaggi o slapshot, quanto dal contesto ambientale che li circonda. La stessa energia veicolata dal connubio tra SG Cortina e Nike ACG.   

Da queste corrispondenze, scaturisce una celebrazione non convenzionale dello spirito all-conditions, matrice tanto dell’identità ACG, quanto degli istinti, dei pensieri e dei gesti concentrati nello Stadio del Ghiaccio: un’ode alle naturali risonanze tra il battito dolomitico e il codice genetico hockeystico locale, riflessa nelle sagome di quella che, senza dubbio alcuno, si presenta già come una maglia di culto. 

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La velocità sul ghiaccio che diventa battito naturale e tessuto. L’ethos dolomitico che si trasla in narrazione materica. Mezzo secolo di un brand sinonimo d’innovazione, e di risposte alle sfide più estreme del pianeta, che prosegue nel peculiare connubio con una comunità sportiva di montagna. “Quando ho visto la maglia, me ne sono innamorato…”, “È qualcosa di differente: continuo a guardare il design frontale, legato alle montagne che ci circondano, è stupenda…”, commentano all’unisono i giocatori, passandosi le divise che verranno indossate esclusivamente nel match di domenica 7 dicembre contro l’HC Gherdëina valgardena.it. 

Accavallano prime impressioni quasi fossero dei cambi volanti: “Il legame con ACG avrà un impatto sul grande pubblico, specie sulle nuove generazioni, siano esse nelle grandi città o nei paesini attorno a Cortina…”, “Molta più gente capirà quanto è figo l’hockey. Semplicemente, non vedo l’ora di mostrare la divisa ai miei amici…”, e ancora, “È la prima volta che vedo un brand come ACG legarsi ad una squadra di hockey, spero che questo progetto rivoluzioni le prospettive del nostro sport, specie qui in Italia. Il design dei numeri, poi, è pazzesco, sa di vintage e futuro”. 

“Siamo gasati”, tira le fila l’ultima voce ad esprimersi, per tradizione la più nobile e perentoria, quella del capitano Marco Sanna. Raccoglie il puck sulla sirena, denotando lo spessore richiesto a chiunque indossi il grado più elevato in divisa SG Cortina: a chiunque incarni la lunga, lunghissima schiera di appassionati cresciuti in questa porzione d’Italia con l’hockey nelle vene, per poi divenirne massimi esponenti.  

“Per noi l’hockey è una professione, certo, ma è prima di tutto una passione”, conclude riassumendo le testimonianze di coloro che stanno seguendo il suo esempio, e le sue indicazioni, “Se non fosse così, non giocheremmo a questo livello, non saremmo sempre in viaggio tra i principali rink d’Italia e delle Alpi, non avremmo raccolto la sfida di rappresentare un club così storico e non riusciremmo a convivere con il lato più estremo della nostra disciplina: il continuo, meraviglioso mix di pericolo ed eccitazione che la caratterizza. E che ce la fa amare…”. 



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