Jay Escobara, promuovere il talento e la cultura sportiva
Il Global Creative VP Champion racconta una vita, e un brand, ispirati dalla pura creatività e dall’immaginario sportivo
“Everything we do is about giving creators the space to Champion what they believe in. So, what do you Champion?”. Quando la visione di un brand leggendario come Champion e del proprio Global Creative VP coincidono, alimentandosi di una comune sensibilità culturale, biografia personale e storia aziendale paiono magicamente convergere in un unico, ispirato flusso narrativo. È il flusso della curiosità composita, delle infinite prospettive che smettono di essere filoni a sé stanti, divenendo materia unica di studio. E di creatività.
Jay Escobara non è solo la nuova mente della company nata ‘Knickerbocker Knitting Company’ a Rochester, New York, nel lontano 1919, è la definizione del suo capitolo più attuale. Un capitolo fatto di attenzione filologica e innovazione virtuosa. Il pensiero di questo designer e ricercatore di creatività, plasmato dalle caotiche vibrazioni culturali della NYC anni ’90 e indottrinato da una lunga collaborazione con Polo Ralph Lauren, abbraccia in toto l’identità di un brand iscritto negli annali sportivi e in alcuni dei loro momenti più magici, così come la sua capacità di contaminare e farsi contaminare da altre culture.
Scoprire la vita di Jay Escobara equivale a scoprire lo stato dell’arte di Champion. Ad immergersi in orizzonti che attingono dal passato, respirano il presente e immaginano il futuro, nel profondo rispetto della tradizione. Equivale a viaggiare tra aneddoti, mantra ed esperienze tesi verso la consapevole valorizzazione dell’iconicità e la paradigmatica promozione del talento in qualsiasi forma, da quella atletica a quella artistica. Da ciò che è stato a ciò che sarà. Entrate anche voi nel pensiero di Jay Escobara, e nell’anima Champion.





PASSATO. La genesi di un poliedrico creativo contemporaneo.
“Lungo il mio percorso ho avuto la fortuna di esplorare il design sotto varie forme. A 10 anni ero già fan di Franco Moschino, non so bene perché, credo mi affascinassero i suoi colori, l’audacia dei suoi design. Era così creativo e ambizioso... Uno dei miei primi libri fashion era proprio dedicato a Moschino, a questa personalità più vasta della vita stessa”
“Il periodo professionale con Ralph Lauren mi ha insegnato moltissimo. Per certi versi, quasi tutto di quell’azienda ha aiutato a plasmarmi. Quell’esperienza mi ha mostrato come tutto debba partire dalla comprensione della storia”
“Le mie ispirazioni sono sempre arrivate da molti luoghi diversi, perfino dal semplice fatto di essere vivo. Sono cresciuto a New York, quindi ho toccato culture di tutti i tipi. Mi ha plasmato una scena alternativa, fatta di skate, arti visuali e BMX. Era un’ambiente fisico, le ispirazioni stesse erano fisiche. I miei amici hanno sempre funto da ispirazione costante: visitare una galleria, una mostra con loro, ha sempre voluto dire riflettere su nuove idee”
“Fin da piccolo ho amato lo sport, recentemente ho apprezzato gli Europei di calcio, ma sono in particolare un fan di football americano. Non sono stato fortunato nel diventare un giocatore pro, ma auguro che qualcuno vicino a me possa, prima o poi, vivere una carriera NFL. È uno sport eccitante, e mi ha sempre fatto riflettere sul concetto di perseveranza. Come creativo mi sento vicino alla perseveranza di questi atleti”





PASSATO. La consapevole costruzione dell’heritage di un brand.
“Fin dalla sua fondazione, Champion ha voluto essere vicino allo sport, agli atleti, alle istituzioni universitarie. Ha dato identità ai campus e agli studenti. Strada facendo, ha dato identità ai creativi, permettendo loro d’inseguire e promuovere idee, design, attività culturali. Ho sempre amato questo lato di Champion, è unico”
“La connessione tra Champion e l’immaginario sportivo è tra le più passionali e credibili che si possano trovare. Coincide con i primi momenti di grande endorsement. Siamo stati il primo logo su un campo da gioco. Negli anni ’60 ci siamo fatti riconoscere per questo, soprattutto nel football, diventando sinonimo di qualità. Poco dopo, l’NBA ci ha chiesto di produrre tutte le uniformi e il materiale tecnico, e abbiamo spalancato le porte di un’epoca d’oro”
“Il nostro amore per l’NBA è ancora enorme. Amiamo il fatto che abbiano riconosciuto la nostra competenza, ma anche la nostra forza. L’unione di tutto questo ci ha portato a vestire momenti epici nella storia della Lega. Momenti che non dipendono solo da giocatori iconici, ma anche da ciò che indossavano. Negli anni ’90, per esempio, lo stile on-court, in campo, era molto più distintivo di quello odierno. Alcune divise, come quelle degli Orlando Magic o degli Charlotte Hornets, sono ancora oggi leggendarie. La personalità dei giocatori si mescolava alla perfezione con quelle divise, e con l’anima delle singole franchigie. Per Champion è stata una tempesta perfetta”
“Molti brand hanno iniziato la loro storia prendendo Champion come punto di riferimento, o intercettandolo. Nike, per esempio, ha stampato sui capi Champion durante i suoi primi tempi. In fondo, si tratta di fiducia. Fiducia nella qualità. Fiducia nell’heritage. Abbiamo la fortuna di avere un forte posizionamento, credibile, che non è necessariamente radicato in una cultura di nicchia, o in una specifica classe sociale. Abbracciamo tante cose. E questo mi stimola molto”
“Anche la musica gioca un ruolo fondamentale nella storia Champion. Abbiamo una linea culturale diretta non solo con l’Hip Hop, ma con i rave e la musica New Wave degli anni ’80. Se durante quei tempi fossimo stati al The Haçienda, a Manchester, avremmo sicuramente trovato delle felpe Champion. Lo stesso sarebbe accaduto a New York, dove l’Hip Hop era e continua ad essere un linguaggio giovanile. Non importa da dove vieni, quale sia il tuo status, o dove vivi, la cultura semplicemente ti accoglie”





PRESENTE. Inseguire e promuovere il talento è, di per sé, un talento raro, elevato dalla passione.
“Per me il design è uno sport. Il fashion è uno sport. Devi costantemente sfidare la tua mente, le tue prospettive. Il modo in cui vedi le forme e i colori equivale al tuo schema offensivo. Difensivamente devi fare in modo che scienza e design siano sempre consapevoli dell’ambiente che li circonda. Giochi uno sport nella tua mente, l’obiettivo è arrivare a nuove idee e concetti”
“Mi capita spesso di ragionare e parlare di sport. Poco tempo fa, per esempio, stavo parlando di running, pensavo a corpi che performano contro la gravità, contro la pressione, contro tutto. È un atto così fisico e potente... E mi sono ricordato del primo logo nella storia di Champion, il Running Man”
“Il mio amore per la storia si è trasposto nella passione per il vintage, per l’estetica collegiale, per lo sportswear stesso, ma anche per la sartoria italiana e britannica. Tutti abbiamo amato queste cose e siamo stati affascinati dalle differenti tecniche che mostravano. Allo stesso tempo, non mi sono mai limitato ad essere un tradizionalista, apprezzo anche gli aspetti avanguardistici contingenti a questi universi”
“Ho amici che sono rapper, cantanti, chitarristi... Quando dico che sostengo (“that I Champion” ndr) la creatività, mi riferisco anche a questo. Apprezzo il talento. Quando vedo che il talento è vero, onesto e focalizzato, mi sento ispirato nello spingermi ancora oltre, nello sperimentare di più”




PRESENTE. Crescere nello sport, per divenire sinonimo allargato di cultura e iconicità.
“La creatività è una cosa che sostengo (“that I Champion” ndr), così come l’artigianalità con ‘purpose’, scopo. Il ‘purpose’ è essenziale. Aiuto a scrivere le frasi che vedete comparire sulle piattaforme Champion, e molte di esse sono connesse a questo concetto: un concetto che tocca corde da sempre intrinseche al brand stesso”
“Grazie all’NBA siamo diventati iconici, lo dimostra il fatto che performer come Justin Bieber, Billie Eilish o Drake indossano le nostre jersey Bulls o Raptors durante i concerti. Abbiamo fatto e continuiamo a fare le migliori maglie da gioco. Le persone, i giocatori stessi stimano Champion perché rappresenta un qualcosa d’iconico. Ho perfino sentito dire che Michael Jordan indossava i pantaloncini Champion di North Carolina sotto i pantaloncini Champion dei Chicago Bulls... Credo che non esista definizione migliore per il concetto d’iconicità”
“Mentre muovevo i primi passi in Champion, ho ragionato insieme al Presidente sul nostro mantra, e abbiamo convenuto che siamo un brand lifestyle nato per e nello sport. Non servono altre parole. Questa è la ragione per cui lavoriamo ancora oggi con Leghe in forte sviluppo come la NBL (lega di basket australiana). Siamo sempre stati qui per gli atleti e per le istituzioni sportive. Voglio continuare questo tipo di sinergie, perché descrivono il nostro spirito”
“Collaboriamo anche con altre realtà, come la Premier Lacrosse League negli States, cerchiamo di assecondare visioni che tendono a spingere i confini tradizionali un po’ più in là, come già accaduto con la AFL o la NFL mezzo secolo fa. È un modo per sostenere (“to Champion” ndr) progetti virtuosi. Per sostenere gli atleti stessi. Sosteniamo gli ambienti che permettano alle persone di presentare i propri talenti e mostrare il loro meglio. E sarà sempre così”


FUTURO. L’innovazione è un sogno tangibile, sospinto dalla credibilità.
“Quando parliamo di Champion, parliamo di un brand che ha oltre 100 anni di storia. Ogni persona nutre ricordi, esperienze legate a Champion e alla sua rilevanza nel mondo dello sport, della musica, dell’arte e del fashion. Ecco perché investiamo e continueremo ad investire su queste aree”
“Questo è il periodo dell’innovazione per Champion. Siamo passati da molti periodi analoghi, ma questo è un nuovo ciclo contemporaneo. Ora siamo moderni. Siamo moderni nel modo di pensare, di abbracciare la nostra cultura e di comprendere le sue direzioni. Siamo moderni nella gestione dell’inclusività, perché questo concetto è parte del nostro DNA, delle nostre evoluzioni. Queste consapevolezze ci permettono di raccontare storie rilevanti, di consegnare concetti credibili e significativi alle persone. E di onorare il nostro passato. È una ricetta che consente di avere un impatto speciale. Di connettersi intimamente. Di avere una chiara origine e un’ancora più chiara destinazione. Le persone comprendono Champion, perché la sua evoluzione è organica al 100%. Ed è vera al 100%”
“Ogni volta che sono nel design office, tutto inizia da un sogno. Ci sono tutti questi pezzi vintage... Alcuni sono veramente meravigliosi. Tutto comincia dalla loro estetica, dal loro significato, e dalla convinzione che, se posso credere in un sogno, se posso credere nella sua identità, allora so già che potrò creare qualcosa d’impattante. Le persone, poi, percepiscono tutto ciò. Voglio conquistarle, una collezione alla volta. E continuerò a volerlo”

Dalle Fashion Weeks ai sogni olimpici, lo stile di Chris Rajaon
L'energia delle Fashion Week è connessa alle emozioni senza filtri dell'immaginario sportivo
Chris Rajaon ha esplorato molti volti della fotografia, in ognuno dei quali è riuscito a riflettere la sua visione unica. Il percorso artistico lo ha portato dalle passerelle chic di Parigi ai roboanti motori delle corse automobilistiche, fino al più recente spettacolo olimpico. È qui, tra la dinamicità e l'emozione del gesto atletico, che Chris ha scoperto una nuova, altra dimensione, quella che riecheggia profondamente nel suo amore e nella sua connessione di lunga data con l'immaginario sportivo.



Può raccontarci il tuo percorso fotografico? Cosa ti ha fatto appassionare, inizialmente, a questa forma d’arte?
“All'inizio la fotografia è nata come una passione, fotografavo tutto e vedevo la lente come un modo per esprimere la mia creatività. Quello che mi è sempre piaciuto della fotografia è la sua libertà, la possibilità di scattare quello che si vuole, di viaggiare, di visitare nuovi luoghi, di conoscere nuove persone da tutto il mondo.”
“Credo di aver sempre voluto fare il fotografo fashion. Intorno al 2014, ho iniziato a seguire alcuni fotografi che facevano street style. Dato che una delle più importanti fashion week si svolge a Parigi, ho voluto provare a lanciarmi in questo contesto. Probabilmente è stato il modo più 'semplice' per iniziare a fare fotografia fashion, perché tutto avviene per strada, in pubblico. Ha plasmato il mio occhio, la mia visione. A causa della grande concorrenza, devi spingerti oltre ed essere più creativo, distinguerti. La fashion week parigina mi ha costretto ad esplorare nuovi orizzonti, che hanno sempre più plasmato il mio stile nel corso degli anni. La fotografia sportiva è un qualcosa di recente. L'anno scorso ho iniziato a occuparmi di eventi automobilistici e le Olimpiadi sono il mio secondo evento sportivo. È stato fantastico poterle ritrarre”.




Come hai sviluppato il tuo stile fotografico? Hai avuto dei particolari punti di riferimento?
“Attraverso le fashion week. Per me è stata la migliore scuola per imparare, e devo ammettere che, in un certo senso, non è molto diversa dalla fotografia sportiva. Devi essere veloce a cogliere l'attimo in pochi secondi, pochi minuti, se sei fortunato. Devi essere consapevole dell'ambiente e dello spazio. Ecco perché, a mio avviso, esiste un legame tra la fotografia sportiva e quella street della settimana della moda. Questo lato della della fotografia sportiva mi ha subito affascinato: può sembrare una novità, per me, ma allo stesso tempo non la è.”
“La maggior parte delle mie ispirazioni giunge dai miei amici, anche loro fotografi. Sono quasi 10 anni che continuiamo a spronarci a vicenda, credo che questo mi abbia aiutato a crescere. Ora voglio fare più eventi sportivi. Come molte persone, ho sempre amato e guardato lo sport, soprattutto il calcio e la pallacanestro fin da bambino, quindi poter fotografare alcuni dei più grandi atleti del mondo è stata una sensazione davvero straordinaria.”




Com'è stato essere parte delle Olimpiadi di Parigi 2024?
“Sono nato e cresciuto a Parigi ed ero molto eccitato alla sola idea che i Giochi Olimpici si svolgessero qui a casa mia. Ero anche un po' spaventato, perché negli ultimi anni ci sono stati grossi problemi qui in Francia. La città era completamente blindata, la sicurezza e la polizia erano ovunque: per i parigini è stato a tratti terribile, un sacco di traffico, un sacco di problemi. Ma dopo la cerimonia di apertura, in cui tutto è andato bene, credo che tutto sia filato liscio. Ho iniziato ad andare agli eventi quasi ogni giorno e l'atmosfera era incredibile. Sono felice che Parigi abbia mostrato una buona immagine dei francesi e che abbia creato un'atmosfera unica.”



Dopo aver vissuto l'esperienza olimpica, secondo te cosa rende grande, o iconica, una fotografia sportiva?
“Una grande foto sportiva dipende da due criteri: il contesto, specie se si tratta di un momento storico, e le espressioni sui volti degli atleti, che siano di gioia o di tristezza. Inoltre, in questi eventi ci sono centinaia di fotografi, quindi bisogna distinguersi. Se un fotografo riesce a distinguersi e a fare qualcosa di visivamente diverso nei pochi secondi a disposizione, questo renderà grande la sua foto. Durante le Olimpiadi ero tra la folla, non ero accreditato né lavoravo con l'organizzazione dell'evento. Ero da solo, sugli spalti, a fotografare i diversi sport. È stata un'esperienza pazzesca. L'evento migliore che ho avuto l’opportunità di fotografare è stato, probabilmente, l'universo dell'atletica leggera, l’evento che secondo me rappresenta di più le Olimpiadi. È stato un sogno che si è avverato.”



‘Blind Goals’, la libertà di ascoltare il calcio
Le parole e lo short film di Mathieu Richer Mamousse raccontano il Blind Football femminile dell’SC Schiltigheim
L’SC Schiltigheim è più di una squadra di Blind Football, è l’epicentro francese del movimento femminile di questo sport. Nello short docu ‘Blind Goals’, Mathieu Richer Mamousse ha ritratto questo microcosmo calcistico, evidenziando le sue evocative unicità e il suo prezioso valore nella complessa evoluzione del sistema sportivo paralimpico, e della sua dimensione femminile.
La testimonianza di Mathieu non si limita ad introdurre questa significativa produzione, ma ci permette di comprendere le vite, i sacrifici e le gesta di queste atlete: informazioni verbali e visuali che trasformano il calcio nella più pura forma di comunicazione, in una lingua universale che troppo spesso non viene ascoltata, o raccontata.


Quali sono le origini di ‘Blind Goals’ e come sei entrato in contatto con l’SC Schiltigheim?
A livello professionale, ho incrociato la mia strada con diverse storie sportive. Mi piace trattare questo tipo di argomento. Documento storie sportive soprattutto per ciò che le circonda: le persone, i percorsi individuali e collettivi... Le storie interessanti sono soprattutto femminili, perché spesso coincidono con mancanza di fondi e di rappresentazione. Tante atlete che ho incontrato investono i propri soldi nella loro passione. Il progetto ‘Blind Goals’ è nato casualmente quando, scorrendo video YouTube, sono stato affascinato dal Blind Football. Ho fatto un po’ di ricerca e scoperto l’SC Schiltigheim, un club vicino a Strasburgo. Hanno una nota squadra maschile, ma nel loro sito ho visto anche una sezione femminile. Le ragazze che ne fanno parte arrivano da tutta la Francia. Solo 2 o 3 giocatrici sono della regione, alcune arrivano da distantissimo per allenarsi. Riescono a trovarsi poche volte ogni mese, ed è a tutti gli effetti l’unico club di Blind Football femminile in Francia. Le ho contattate e mi hanno detto che avrebbero avuto un meeting, l’IBSA Blind Football Grand Prix. Avrebbero affrontato la nazionale tedesca e austriaca. In questi Paesi ci sono diversi club femminili, sparsi su più città, e la selezione nazionale avviene su ampia scala. In Francia è diverso. L’SC Schiltigheim è, di fatto, la Nazionale.


Sei un appassionato di calcio? E com’è stato documentare il rapporto tra queste ragazze e il Beatiful Game? Cosa ti ha colpito di più?
Sono un appassionato fin dall’infanzia. Sono nato a Parigi e ho cominciato presto ad andare allo stadio, a tifare un PSG ancora povero. Ricordo Bernard Lama in porta. Poi mi sono trasferito a Marsiglia, un altro hotspot calcistico... Il primo approccio con l’SC Schiltigheim è stato distopico, surreale, perché tutto cambia e ruota intorno ai suoni. Hai tutti questi rumori, questi piccoli dettagli che puoi scoprire... Durante le riprese eravamo solo io e il DOP, un mio amico. Per la prima volta abbiamo fotografato e ripreso persone che non potevano vederci. Abbiamo imparato un nuovo codice comunicativo. Solitamente in uno spogliatoio i giocatori cambiano, quando ci sono le telecamere. Tendono a recitare, ad essere tese o spavalde... È la consapevolezza della propria immagine. Ma in questo caso tutto era differente, decisamente puro. È stato emozionante, perché abbiamo raccolto emozioni senza filtri. Non pensavano a quello che stavano facendo, semplicemente facevano. In particolare, ho apprezzato il momento del bendaggio prepartita e del gioco. Tutte le ragazze devono indossare delle bende, per pareggiare i vari tipi di cecità. È un’immagine forte, ma per me non è stato un momento triste. È stato un momento fantastico, di preparazione e condivisione collettiva. In campo mi ha colpito la fisicità di questo sport. I corpi si scontrano, la competizione è pazzesca, senza degenerare nell’aggressività. Nel documentario si possono vedere i dettagli delle varie abrasioni...

La voce narrante del docu è della capitana e leader dell’SC Schiltigheim. Puoi descrivercela? E puoi riassumere i suoi concetti?
È una donna eccezionale. È non vedente dalla nascita e arriva da una famiglia gipsy dell’est della Francia. Ha deciso di costruirsi una strada, di fare qualcosa di differente, e ha lasciato la sua comunità. Ora guida un coro europeo di non vedenti ed è coinvolta in molte associazioni impegnate nel promuovere i diritti femminili, non solo in ambito sportivo. È carismatica e ha molto da dire. Mi ha confidato che ascoltare il calcio rappresenta una vera libertà. Una volta che è sul campo, insieme alle sue compagne, si sente libera. Non deve pensare ai bastoni, alle strade, all’aiuto delle persone o allo stare attenta... In campo deve seguire i suoni, correre, scontrarsi con le avversarie e calciare. Ecco perché, per queste ragazze, il calcio è una forma di libertà.


Durante i Giochi Paralimpici il Blind Football femminile non è stato rappresentato. Perché molte discipline sportive femminili faticano ancora a porre radici nella società e ad avere il giusto spazio nelle piattaforme di massa? Come può evolversi questa situazione?
Penso sia ingiusto e non ne capisco il motivo. O meglio, sicuramente ci sono delle chiare logiche economiche, ma Paesi avanzati come la Francia devono investire soldi nella sfera sportiva femminile, così come nelle sue ramificazioni paralimpiche. La società moderna non capisce che nel 2024 ci sono ancora molti problemi nel rapporto tra sport e donne. La Federazione calcistica francese è una miniera d’oro, e queste persone non chiedono molto, basta poco per costruire dei campi da Blind Football, dotati delle opportune strutture... Onestamente non so perché questo tipo di richiesta venga ancora ignorato. Ora nello staff dell’SC Schiltigheim ci sono molte ragazze a cavallo dei 30 anni, e sono convinto che cambieranno le carte in tavola, facendo dei passi avanti e mettendo più in luce le storie di questa squadra e di questo sport. Le Paralimpiadi sono state eccezionali. In Francia sono state trasmesse in chiaro dalla mattina alla sera per la prima volta nella storia. Io sono andato a vedere diverse competizioni, è stata un’esperienza eccezionale... Ripeto, sono consapevole che lo sport sia un’industria, ma penso che ogni Paese debba porre più attenzione su questi atleti. Le Olimpiadi sono meravigliose, ma i Giochi Paralimpici sono un’altra cosa. Questi atleti hanno un rapporto assurdo con la performance, e condividono delle storie ancora più emozionanti, folli, significative. La mentalità cambierà, passo dopo passo.

Dancing Warrior, uno sport ancestrale per un futuro migliore
Rachel McDonald, vincitrice dell’ONA Best Photography award, condivide pensieri ed emozioni sul rapporto virtuoso tra il popolo Lakota e i cavalli
Questo articolo è parte della collana editoriale ispirata dall’ONA Short Film Festival.
Nella Riserva Indiana di Pine Ridge, Sud Dakota, il rapporto ancestrale tra essere umani e cavalli assume nuovi significati. L’Indian Relay è uno sport tradizionale, una cultura antica tramandata di generazione in generazione. Oggi, grazie alla no-profit Sage to Saddle e alla squadra Dancing Warrior, riesce anche ad incidere sulla vita e sulla società dei giovani Lakota. L’omonimo documentario, diretto da Rachel McDonald e Peter Goetz, ci porta nelle vaste e magiche badlands del Midwest, dove l’oscurità e l’autodistruzione vengono sconfitte dalle falcate di nobili purosangue, e dove la sensibilità umana rima con quella equina. William ‘Grandpa Shorty’ Brewer e gli adolescenti Kaden Brings Plenty, Arianna Holiday e Joe Fasthorse sono solo alcuni dei protagonisti di questo viaggio culturale e sportivo: sono figure che riescono a connettere passato e presente, mostrandoci le unicità del popolo Lakota, confidandoci le sue difficoltà, ed evidenziando l’importanza essenziale di un team come Dancing Warrior per il suo futuro.
‘Dancing Warrior’ è stato premiato nella categoria Best Photography dell’ONA Short Film Festival, ricevendo uno dei suggestivi trofei creati da SURI Studio ed ispirati alla granseola veneziana. Noi concludiamo la collana editoriale di quest’edizione intervistando la sua regista Rachel McDonald e scoprendo nuovi dettagli di quest’evocativa produzione documentaristica.



Innanzitutto, puoi raccontarci che sensazioni ha vissuto osservando da vicino uno sport tradizionale come l’Indian Relay?
“Sono stata semplicemente ipnotizzata e affascinata dalla qualità atletica e dalla saggezza di questi giovani. Penso che in pochi abbiano assistito da vicino a questo tipo di sport, ed è stato estremamente divertente farlo. L’intera opportunità è stata una sorta di dono, anche alla luce del valore culturale e storico di questa pratica per il popolo Lakota. Volevo che molte più persone osservassero questi ragazzi gareggiare, comprendessero l’aspetto culturale di questa pratica, e ammirassero l’irreale qualità atletica dei Dancing Warrior”
‘Dancing Warrior’ è l’epitome contemporanea del rapporto senza tempo tra il popolo Lakota e i cavalli. Come ha vissuto questa connessione e che emozioni ti hanno dato i suoi protagonisti?
“È stato speciale, mi sono sentita fortunata quando ci hanno accolto e fatto avvicinare a loro e ai loro cavalli. Caden è un atleta fenomenale, il capitano, quello che tutti tendono ad emulare. Ariana, invece, ha una profonda, quasi mistica connessione con questi animali, e i suoi compagni riconoscono questo fatto. Sono tutti una grande famiglia, e tutti parlano del legame tra Arianna e i cavalli, definendolo come qualcosa di unico. Mi ha confidato di aver perso il padre da giovane, e che lo sente reincarnato nel suo cavallo. Quando cavalca, dice di sentire la sua voce. E quando si distrae, o la sua mente si perde nella confusione esterna, il cavallo lo sente immediatamente, e glielo fa notare. Lo stesso processo accade all’inverso. È una connessione veramente significativa”




Puoi parlarci di questo team? Che ambiente lo circonda? E perché hai deciso di focalizzare così tanto il tuo racconto sui dettagli che popolano questo sport?
“Dancing Warrior è una delle squadre che partecipa al programma doposcuola dall’organizzazione Sage to Saddle. Programmi come questo aiutano i ragazzi Lakota ad attraverso il duro periodo invernale, a proteggerli dall’abuso dalle dipendenze e dai lati oscuri della Riserva, e a riconnetterli con sport tradizionali. Nel film, però, abbiamo voluto concentrarci sulla celebrazione di questo gruppo di persone. Ariana, per esempio, riesce ad ispirare pur essendo così giovane... Durante l’intervista mi ha riferito di come molte persone lascino la Riserva per ottenere una vita migliore: a suo avviso, dovrebbero andare per poi tornare, e migliorare le condizioni di questi luoghi. Mi vengono i brividi pensando a queste frasi, a questi ragionamenti. Durante le riprese, aveva appena 15 anni. Eravamo una crew piccola, ma ero accompagnata da uno dei miei DP preferiti, che è anche mio partner nella vita. Volevamo sentire e mostrare l’anima di tutto ciò che ci circondava, evidenziandone il lato spirituale. La nostra idea era quella di ritrarre una storia intima, focalizzandoci sui dettagli che ritenevamo importanti. Durante l’edit, per esempio, abbiamo scelto di accostare l’occhio di un cavallo a quello di un ragazzo Lakota. C’era così tanta umanità in quel meraviglioso occhio equino connesso ai giovani Lakota...”


ONA è anche sinonimo di storytelling sportivo. Cosa significa per te essere una storyteller e cosa cerchi in storie come Dancing Warrior?
“Amo e guardo molti sport. Ho lavorato con diversi atleti e sono felice quando riesco ad entrare nella loro sfera umana, a raccontare una storia più grande, che non riguarda solo il loro talento fisico. Per me tutto ruota attorno ai personaggi. Quando crei una tangibile connessione con loro, e riesci a comprendere la loro connessione con lo sport, puoi veramente raccontare storie che abbiano un impatto sociale o emotivo. La realtà dei Dancing Warrior è unica, sotto questo punto di vista. Quando li abbiamo incontrati alla Crazy Horse Ride, non sapevamo quello che avremmo fatto. Loro viaggiano per competere con altre squadre della Riserva, e siamo diventati loro compagni per qualche giorno. All'inizio siamo semplicemente stati al loro fianco. Una volta introdotti e accolti da 'Grandpa Shorty', ho cominciato a ragionare sulla storia e a vederla rivelare naturalmente. ‘Grandpa Shorty’ è l’anziano della Riserva e l'allenatore dei Warrior, ci ha accolto calorosamente, seguito da tutti i ragazzi. Mi sono sentita parte di una famiglia, insieme a mio figlio che, ad appena 6 mesi, ci ha accompagnato in questa meravigliosa esperienza. Quando non lo tenevo in braccio, lo lasciavo ai ragazzi Lakota, che lo mettevano sui loro pony. Dal primo secondo, ‘Grandpa Shorty’ si è palesato come un grande saggio. Lo circondava così tanto rispetto... Lui ama questi ragazzi e loro ricambiano il suo amore. È un ex poliziotto, nonno di Caden e padre putativo di Arianna, ma tutti lo chiamano ‘Grandpa Shorty’. Emanata calore e dolcezza, ma anche un senso di protezione e mentalità da coach. È là fuori tutti i giorni a guidare i ragazzi, pronto a dare feedback per ogni gara ed allenamento. È stato fantastico assistere all’operato di un incredibile coach, mentore e nonno, un uomo che dedica tutto sé stesso alle nuove generazioni della Riserva. Nutre una passione vera e vuole plasmare il futuro delle nuove generazioni, mostrando loro una via alternativa alle brutte abitudini: quella legata ad uno sport così radicato nella cultura e nella storia Lakota. Ci sentiamo ancora telefonicamente, tra qualche settimana parteciperà con me e Kaden ad un Festival”


A San Servolo avete vinto il Best Photography Award ONA Shortfilm Festival, che reazione hai avuto?
“Non ci aspettavamo di vincere un premio all’ONA. Sono arrabbiata, perché non sono riuscita a venire a Venezia, ma contenta perché Peter Goetz, il mio directing e producing partner, è riuscito a raggiungere San Servolo all’ultimo secondo. Vincere un award è un'aggiunta incredibile... Faccio film per connettermi con il pubblico e per gustarmi l'intero processo. E voglio raccontare storie a cui tengo veramente. Sento di avere successo quando il pubblico costruisce un legame vero con le mie produzioni. Quindi, vincere un premio è un 'bonus' incredibile. Mostrare questa storia a Venezia, poi, ad un pubblico italiano così distante da Pine Ridge e dal popolo Lakota, è stato fantastico. Eravamo veramente eccitati dalla sola idea... Vincere un premio è stato, veramente, il livello successivo!”
Gli altri vincitori dei premi ONA: Best Cinematography / Rythm of Water, Best Adventure / Belove- A Life At Sea, Best Sountrack / Neon Noir, Ocean Conservation Award / Coexistence, Life Achievement / Thør Heyerdahl – Kon Tiki Expedition, CAI Award / Belov A Life At Sea, Unesco Heritage & Urban Regeneration – Università Iuav di Venezia / I Am The Nature.
Visitate il sito onafilmfestival.com per ottenere maggiori informazioni, scoprire i vari film e restare aggiornati sulla prossima edizione.

‘HOW FAR YOU CAN GO’, il ritratto velico di Ambrogio Beccaria
Gustate la versione integrale del nostro documentario ispirato dal navigatore oceanico Ambrogio Beccaria e dal suo progetto ALLAGRANDE
Durante l’ONA Short Film Festival è stata proiettata la premiere di ‘How Far You Can Go’, il documentario ispirato dalle imprese veliche di Ambrogio Beccaria, che abbiamo prodotto insieme a K-Way. Ora condividiamo anche con voi la versione integrale del ritratto visuale di uno dei più riconosciuti navigatori oceanici contemporanei, e del suo progetto ALLAGRANDE. Lo short film è stato diretto da Giulia Fassina, con la direzione creativa di RiseUp Duo. Buona visione, e se volete scoprire qualcosa in più riguardo la vita acquatica di Ambrogio Beccaria, leggete i focus dedicati ai singoli nuclei tematici di questo documentario: HOME, SOLO, ROUTES e LIMITLESS.
Credits
A Project by AthletaLab
Director & Editor Giulia Fassina
Creative Director Rise Up Duo
Cinematographer Paolo Concari & Giulia Fassina
Colorist Jacopo Cosmelli
Soundtracks & Sound Design Tommy Zaph
Motion Design Mike Rodella
Type Design Filippo Giuliari
Additional Footage Lorenzo Sironi
Copywriter Gianmarco Pacione
Translator Scott Alan Stuart
Geoffrey Lowe, un punto di vista unico sulle Olimpiadi di Parigi
I Giochi Olimpici e Paralimpici di Parigi si sono conclusi pochi giorni fa. Probabilmente mai prima d'ora i Giochi sono stati un tale fulcro di contenuti come quest'anno, come comprovato dai social media, quotidianamente inondati di foto di atleti straordinari e imprese iconiche. Tra le fotografie diventate virali, poche catturano questi momenti fugaci come quelle frutto della maestria di Geoffrey Lowe.
Il percorso di Lowe è fatto di passione, perseveranza e un profondo amore per lo sport da una parte, per l'arte della post-produzione dall'altra. Il suo obiettivo non cattura solo gli atleti in movimento, ma l'essenza stessa della competizione sportiva, evidenziando come i sogni si possano realizzare, o infrangere, in rapide sequenze d'istanti.
Siamo entrati nel suo mondo: un luogo dove il tempo rallenta, e dove ogni immagine è testimonianza vivente della bellezza della performance umana, così come epitome di profonde storie atletiche.



Puoi raccontarci il tuo percorso nella fotografia? Qual è la sua genesi?
‘È una lunga storia. Ricordo di avere sempre avuto macchine fotografiche attorno fin da piccolo. Ho dei ricordi affettuosi di quando sfogliavo i grandi album fotografici a casa dei miei nonni. Credo che la mia fascinazione sia iniziata lì. Crescendo, la mia vera passione era lo sport (tutti gli sport) e competere alle Olimpiadi rappresentava un grande sogno da bambino. Avevo sempre con me una macchina fotografica e molto presto ho pensato che fare il fotografo di Sports Illustrated sarebbe stato un ottimo lavoro dopo la fine della carriera sportiva... Con il passare degli anni sono finito in un lavoro non creativo e non legato allo sport, ma la passione è rimasta.’
‘Ho seguito un corso di fotografia a Londra mentre lavoravo, ed è cominciata un'ossessione per il graphic design e Photoshop. Nel 2017 ho assistito come spettatore ai Mondiali di atletica leggera a Londra, avevo dei posti ottimi, ma guardavo tutti i fotografi a bordo pista e pensavo: “Hmm, voglio essere lì.” Poco dopo ho lasciato il mio lavoro e ho accettato un impiego part-time come barista in una caffetteria per ciclisti e come fotografo immobiliare.’
‘Nel 2018 ho partecipato al mio primo evento sportivo come fotografo accreditato, i Campionati Britannici indoor di atletica leggera, poi sono andato ai Mondiali di atletica a Doha, nel 2019. È stato lì che una mia immagine composita di saltatori con l’asta ha ottenuto una certa visibilità internazionale, e ho iniziato a vedere una crescita sui miei social media. Nel 2020 Tokyo è stato l'obiettivo principale. Mi sono sentito devastato quando ho scoperto che per candidarsi alle Olimpiadi bisognava iniziare il processo di richiesta con due anni di anticipo.’
‘Sono riuscito a prendere l’aereo solo per arrivare a Tokyo e scoprire che non avevo compilato un modulo specifico, e che avrei dovuto tornare subito indietro. Dopo molte ore in aeroporto, alla fine, mi è stato permesso di partecipare in una “bolla” dove, se qualcuno fosse risultato positivo, tutto sarebbe finito da un momento all'altro. È stato folle. Ma le immagini sono venute bellissime, ho avuto contenuti da condividere per un anno intero...'
‘Dall'inizio del 2022 ho cercato di ottenere l'accreditamento per Parigi attraverso il Team GB e sono stato subito inserito in lista d'attesa, nel mentre ero pronto per cogliere qualsiasi opportunità per dedicarmi allo sport a tempo pieno. Mentre ci stavamo avvicinando al 2024, non c'era alcun segno delle Olimpiadi. Ho deciso all'ultimo minuto di fotografare un evento di atletica indoor a Parigi, a febbraio. Qualcosa mi diceva che, se volevo essere a Parigi quell’estate, quella era la cosa da fare. Poco dopo ho ricevuto un messaggio da Parigi 2024, in cui dicevano che amavano le immagini di quell'evento e mi chiedevano di fare qualcosa insieme per i Giochi, per tutti gli sport. Questa era l'opportunità che aspettavo. Esattamente quello che avevo sognato. Così ho fatto un salto nel vuoto e iniziato un capitolo incredibile per la mia carriera, che sto attualmente concludendo fotografando le Paralimpiadi. Una volta finito, chissà cosa succederà, ma devo ammettere che non sono mai stato più entusiasta e motivato.’





Come hai sviluppato il tuo stile unico legato alla 'post-produzione', come fotografo? Hai avuto influenze particolari?
‘Sono stato fortemente influenzato dai direttori della fotografia nel cinema, nella moda e nella musica. Da ragazzo ho sempre avuto una passione visiva per il basket e lo skateboard, e amo il fatto che l'arte e la musica siano una parte essenziale di queste culture sportive. Il modo in cui queste tre passioni si mescolano insieme è unico. Quando ho iniziato a fotografare l'atletica leggera, ammetto di non aver ritrovato subito gli stessi punti di contatto.’
‘Ho riproposto gli scatti compositi sequenziali che avevo notato in sport estremi come lo skateboard o la BMX ecc., così come nei video musicali e nei film, e li ho declinati per l’atletica, le gare di sprint, il salto in alto, il salto in lungo ecc. Le immagini hanno avuto successo e quelle composizioni hanno letteralmente cambiato tutto. Poi ho iniziato a fare montaggi irrealistici, stravaganti, e pubblicare sempre immagini accompagnate dalla musica che stavo ascoltando mentre scattavo o modificavo. Il mio mood e la musica che ascolto mi ispirano molto per post-produrre. Man mano che la tecnologia delle fotocamere e dei software migliora, abbraccio sempre queste novità e cerco di integrarle nel mio lavoro. È un’evoluzione costante, ma bilanciata con il miglioramento e la perfezione delle vecchie tecniche.’
Cosa significa per te la fotografia sportiva? A tuo avviso, cosa rende iconico uno scatto sportivo?
‘La fotografia sportiva si connette con l’anima e i sogni. Si tratta di immagini che ispirano la creatività, che rompono le regole, che lasciano senza parole. La fotocamera ti permette di giocare con il tempo e la realtà, e io lo faccio. Ciò che rende grande una fotografia sportiva è il momento, l’emozione e la composizione. Deve farti venire voglia di guardare, analizzare e riflettere più a fondo.’




Com’è stato essere parte delle Olimpiadi di Parigi 2024 come fotografo? Puoi descrivere l’atmosfera e le tue emozioni durante l’evento?
‘Poter fotografare le Olimpiadi con un semplice incarico: "sii te stesso, ogni giorno in uno sport diverso" è stato un sogno assoluto. Nessuna regola e nessun atleta o paese specifico da seguire. Solo lo sport. L'atmosfera era incredibile, partecipavo a due, a volte tre sedi diverse al giorno, quindi c'era un’energia costante da parte del pubblico e degli atleti. I giorni si sono fusi tutti insieme e il tempo era scandito dai vari sport che avevo coperto e dagli scatti che pubblicavo. Molti sport li coprivo per la prima volta e mi sono sentito molto privilegiato e grato per l'opportunità di vivere la mia prima esperienza, assistendo ai migliori al mondo a farlo.’
‘L'equitazione è stata una delle mie discipline preferite da ritrarre, la location era fantastica, e per la prima volta ho tentato di produrre un'immagine in larghissima scala. Il piano originale prevedeva l’uso di 100 cavalli, ma dopo ore e ore di editing, probabilmente fino alle 4 del mattino, mi sono dovuto fermare a 70/71, perché era già ora del prossimo evento. Ero molto entusiasta di inviarlo al team di Parigi 2024 e di condividerlo con il mondo. Credo che questa immagine sia quella che ha attirato su di me molta attenzione lungo il resto dei Giochi. L'atletica leggera sarà sempre il mio primo amore e, anche se non ho partecipato a molte sessioni, alcuni momenti meravigliosi mi sono rimasti impressi. In particolare penso a Chari Hawkins, un’eptatleta americana che non ha totalizzato punti nel salto in alto. Il cuore spezzato, e poi l’amore da parte dei suoi allenatori, di suo marito e degli altri atleti... Un altro momento è stato l’abbraccio di Matt Hudson Smith con suo padre dopo i 400 metri, il flusso emotivo più reale che abbia mai vissuto. Un momento davvero bellissimo.’





PUMA ULTRA 5, la F1 incontra la velocità calcistica
Il Footwear Developer Geraint Harries ci fa scoprire la genesi e le unicità dell’ultima gemma calcistica PUMA
Non c’è differenza tra asfalto ed erba. Non c’è confine tra performance F1 e funzionalità calcistica. La ULTRA 5, il nuovo gioiello PUMA, è stata presentata in uno speciale evento ispirato dalla connessione tra la velocità dei motori e del calcio contemporaneo. Questa giornata ibrida ha evidenziato l’anima e l’idea alla base della ULTRA 5, uno strumento ingegneristico modellato sui dogmi scientifici del Motorsport e creato per elevare la performance e la velocità di ogni calciatore PUMA.
Per comprendere lo spirito innovativo di questo prodotto, possiamo menzionarvi la nuova tecnologia SPEEDSYSTEM, la rivoluzionaria geometria dei tacchetti, la suola in carbonio o lo studio FastTrax, dedicato alla trazione multidirezionale, ma preferiamo entrare nella mente di uno dei suoi creatori. Abbiamo avuto la fortuna di chiacchierare con il Footwear Developer Geraint Harries. Le sue riflessioni introducono un nuovo capitolo dell’iconica storia calcistica di PUMA e, contemporaneamente, aiutano a comprendere il suo processo di creazione.
Grazie a questa testimonianza, il claim ‘Fuel Your Fast’ assume un significato tangibile, e spiega la sinergia tra il Circus ipertecnologico F1 e il Beautiful Game che ha plasmato la ULTRA 5.



Prima di presentarci l’ultima innovazione PUMA, potresti raccontarci del tuo background personale e di cosa ti ha portato a diventare Footwear Developer?
“Ho 26 anni e vengo dal Galles, lì mi sono innamorato del calcio. Abbiamo solo una manciata di team ‘professionisti’, diciamo così. Lo Swansea, il Cardiff, il Newport, il Wrexham... Quindi le aspirazioni sono molto differenti rispetto ad altri Paesi e solo di rado possiamo farci ispirare da vere e proprie stelle. Crescendo, ho deciso di studiare Sports Engineering all’Università di Loughborough. Poi ho avuto un’internship con PUMA e, infine, sono stato assunto. Ora sono un Product / Footwear Developer e ho avuto la fortuna di lavorare sul progetto ULTRA 5”
Data la tua storia personale, cos’ha significato per te avere la possibilità di lavorare su un progetto focalizzato sulla fusione della razionalità F1 e del progresso calcistico? E come si esprime questa sinergia nelle ULTRA 5?
“Beh, è il sogno di ogni ingegnere nerd. Poco fa abbiamo visitato la Mercedes, abbiamo visto i loro processi di produzione, li abbiamo studiati e trasposti nei nostri ambienti. Il livello di attenzione ai dettagli nella fase di sviluppo di una macchina di Formula 1 non può che ispirare, richiede estrema precisione ingegneristica. Abbiamo anche condiviso opinioni con i fisioterapisti del Manchester City. Abbiamo appreso che la velocità maggiore raggiunta dai giocatori negli ultimi 10, 20 anni, non è cambiata nel tempo, ma è aumentato immensamente l’ammontare degli sprint eseguiti durante una partita. Questi ritmi richiedono recupero rapido, efficienza e reattività nel caso di movimenti multidireazionali... Quindi, parlando delle innovazioni delle ULTRA 5, devo menzionare lo SPEEDSYSTEM, che dipende dal nuovo posizionamento dei tacchetti. La loro geometria aiuta a mordere il campo, ad avere stabilità e trazione. Poi c’è la tomaia, di cui potremmo parlare tutto il giorno. L’abbiamo modificato molto, in modo che fittasse alla perfezione e che avvolgesse il piede. Ma ci sono anche molte altre cose che andrebbero menzionate... Da un punto di vista estetico, ovviamente diamo attenzione ai colori e al lato grafico, ma dovete pensare che molte silhouette sono predefinite. Prima di tutto, dobbiamo avere un prodotto votato alla performance e al comfort: la sua forma deriva, all’origine, da una richiesta funzionale. La componente visuale viene a plasmarsi in un secondo momento, e nel caso delle ULTRA 5 racchiude perfettamente la loro anima aggressiva. Questa scarpa è uno strumento. Un preciso strumento ingegneristico, che ispira i giocatori a concentrarsi sul loro gioco. E anche qui, il mindset F1 gioca la sua parte”



È facile percepire la tua passione calcistica, anche gli altri membri del Foot Developing Team PUMA hanno un trasporto analogo per questo sport? E che emozioni scaturiscono in voi, quando vedete esordire sui grandi palcoscenici una scarpa su cui avete lavorato?
“Non tutto il Team è composto da appassionati calcistici lunga data. Aiuta avere prospettive ‘esterne’. Se hai un ingegnere puro o figure che hanno un background running, ognuno di loro porterà visioni diverse, e questa pluralità di punti di vista è necessaria. Per me è un bene conoscere tanti lati del calcio, per esempio comprendo la terminologia tecnica che usano i giocatori per dare dei feedback. In generale, tutti quelli che lavorano in questo ramo hanno una passione per il footwear nelle sue varie vie e forme. Poi, il calcio è il Beautiful Game, non importa che tu sia appassionato, o che la tua famiglia sia appassionata: è il più celebre sport nel mondo, non è difficile innamorarsi di esso... Quando vedo esordire una scarpa che ho contribuito a creare, ovviamente mi emoziono. Penso ad Euro ‘24, quando ho visto per la prima volta le ULTRA 5 in campo. Io, Ken, il Designer, e Steph, il Product Line Manager, eravamo seduti insieme a guardare la TV, durante un viaggio di lavoro in Cina. Erano orari proibitivi. Il viola polarizzante e luminoso delle ULTRA 5 risaltava sull’erba. È stato un momento così bello per tutti noi...”
Un glorioso e iconico passato da una parte, un visionario e avanguardistico futuro dall’altra. Qual è lo stato dell’arte del rapporto tra PUMA e la footwear culture?
“Teniamo sempre a mente quello che abbiamo fatto in passato, e da lì prendiamo spunto per spingere e sviluppare verso il futuro. L’ULTRA 5 è un prodotto-manifesto, perché incapsula tutto ciò che di meglio abbiamo fatto lungo la nostra storia. Ed è un nuovo inizio, essenzialmente. Ci siamo posizionati con un nuovo processo di produzione e siamo consapevoli che i materiali sono in continuo cambiamento. Ci saranno tanti cambiamenti, nell’industria, durante i prossimi anni. E noi possiamo stare al passo con essi”


Cambiamenti di gioco – Kiqué Sanchez
Nel mondo della moda in continua evoluzione, dove le tendenze spesso svaniscono con la stessa rapidità con cui nascono, esiste una rara razza di designer che sfida lo status quo dato dalla semplice estetica, intrecciando sostenibilità e arte. Enrique 'Kiqué' Sanchez è uno di questi visionari, un creatore il cui lavoro trascende i confini del design tradizionale attraverso opere virtuose. Nella nostra serie editoriale “Game Changers”, abbiamo avuto il privilegio di addentrarci nella mente di questo artista. Il viaggio di 'Kique', dalle sue radici in Messico al suo innovativo studio in Texas, è una testimonianza d'incrollabile passione per la creatività e profondo amore per lo sport, in particolare per il basket. La sua capacità di dare nuova vita a maglie NBA dimenticate, trasformandole in giacche, borse e persino installazioni artistiche, evidenzia il suo impegno per la sostenibilità, così come il desiderio di re-immaginare il ruolo dell'abbigliamento sportivo nella nostra vita. Parlando con 'Kiqué', ci è parso chiaro che il suo lavoro non riguardi solo la moda, ma di come sconfini nel preservare ricordi, onorare il patrimonio e tracciare un percorso verso un futuro più sostenibile.


“Sono nato in Messico e sono arrivato a San Antonio quando ero giovane, crescendo poi in diverse parti del Texas. Sono solito riflettere sui miei primi anni qui, collegandoli a quello che faccio ora, soprattutto nel campo del design. Mi rendo conto che molte delle cose che faccio ora non sono, in realtà, niente di più di quello che già facevo ai tempi delle scuole elementari. Disegnavo molto e mi ha sempre incuriosito cucire i vestiti o abbinare i colori”.
“Quando ero alle elementari, indossavo le Adidas Superstar. Per il giorno delle foto avevo dei vestiti rossi e per abbinare le scarpe al resto ho tagliato dei cartoncini da un giornale e li ho messi sul lato delle strisce per farle diventare rosse. È la prima volta che ricordo di aver fatto un Custom”.
“Poi, al liceo, ho iniziato a interessarmi molto al disegno. Dovevo indossare la stessa uniforme ogni giorno, così ho cominciato a personalizzare le mie scarpe, perché era l'unica cosa in cui potevo esprimermi. Dipingevo con lo spray sulle Air Force Ones, le taggavo e cose del genere. Ecco perché, se ci ripenso, ho sempre disegnato fin dalle elementari. Solo nel 2018, però, ho deciso di farlo a tempo pieno”.


In che modo lo sport, in particolare il basket, ha influenzato la tua decisione di riutilizzare l'abbigliamento sportivo nelle tue creazioni?
“Dato che sono di San Antonio, in primis i San Antonio Spurs hanno giocato un ruolo nella mia creatività. Vincono da anni e hanno capito come rimanere coerenti. Quindi gran parte dell'influenza viene dal basket, ovviamente”.
“Ho giocato a pallacanestro, e gioco ancora ogni volta che ne ho l'occasione. Il basket è sempre stato un fattore importante per me.. Poi, l'amore per il Gioco si è trasformato in amore per le sneaker, grazie ai tantissimi modelli di scarpe ispirate dalla pallacanestro a cui mi sono avvicinato nel tempo”.
C'è un designer o un brand specifico che ti ha ispirato a iniziare a creare pezzi unici da maglie NBA riciclate e altri articoli sportivi?
“Si chiama Darren Romanelli ma è conosciuto come Dr. Romanelli”.
“A casa non avevo internet, quindi usavo il computer della biblioteca scolastica. Ricordo che, quando Kanye West stava uscendo con 'Graduation', compariva in un concerto con un gilet della Coca-Cola, fatto con pezzi di Coca-Cola. Mi sono chiesto: “Da dove viene? Ho cercato e ho trovato un tizio di nome Dr. Romanelli. Si occupava di customs già a metà degli anni 2000. Mi è rimasto in testa”.
“L'altra persona che mi ha influenzato è di San Antonio. Si chiama Jake Danklefs, ma si fa chiamare 'Dank Customs', è un pezzo grosso nell'ambito delle calzature. L'ho conosciuto nel 2010 e mi ha preso sotto la sua ala protettiva, mi ha insegnato molto. È bello vedere qualcuno della tua città che fa una cosa del genere. Mi ha fatto capire che era veramente possibile fare ciò che volevo fare”.



Puoi condividere un pezzo particolarmente memorabile che hai creato e che ha un significato speciale per te?
“È nel mio armadio e in realtà non l'ho mai pubblicato, perché si tratta di un qualcosa di molto personale: è una panca da palestra realizzata con delle maglie da calcio del Messico, durante la Coppa del Mondo FIFA 2018”.
“Ho sempre visto le mie opere non come abiti, ma come Arte. Qualcosa da appendere al muro e che possa stare bene accanto a un quadro. Questo pezzo significava essere un immigrato ed esserlo negli Stati Uniti. Sono libero di fare molte cose, ma con molte restrizioni dovute alle diverse regole che si devono seguire. La panca per gli allenamenti significa che puoi allenarti come tutti gli altri membri della squadra, ma non puoi scendere in campo. Mi ha ricordato che devi sempre continuare a lavorare, che arriverà un giorno in cui potrai scendere in campo e sarai pronto, perché hai fatto esattamente come tutti gli altri. La tua opportunità arriverà”.

“La sfida principale è cercare di utilizzare ciò che ho e non sprecare nulla. Ipotizziamo che sto per fare un gilet degli Sprus. Non vado a comprare nulla che non mi serva, a meno che non si tratti di una fodera o di una cerniera. A parte questo, tutto il resto viene dal mio magazzino di vestiti in garage o dal mio armadio. La sfida è proprio questa: riuscire a risolvere il problema e capire come risolverlo utilizzando ciò che già possiedo. Capire che ogni capo di abbigliamento può essere un materiale. Se posso usarlo, posso cucirlo, allora funziona”.
E dal punto di vista del processo creativo?
“Mi sono sempre visto come un artista, ed il tema alla base di tutto è sempre stata la conservazione, la preservazione delle cose. Non solo dei vestiti, ma anche dei ricordi che si hanno indossando determinati capi. Il fil rouge è dunque la conservazione, che può essere tradotta, in fin dei conti, anche in conservazione. Sono cresciuto in una famiglia di immigrati e mia madre ci portava al negozio dell'usato per comprare i vestiti, quindi per me è stato naturale. Quando vado lì guardo tutto, perché non si sa mai cosa si può trovare. Ogni cosa ha un valore in sé, cambia solo il modo in cui la si guarda. Quando ho iniziato a trasformare le maglie in canotte, mi è venuto naturale entrare nel mondo del riciclo e del repurposing”.
“Ora il mio obiettivo è quello di entrare in una galleria d'arte e in una sfilata di moda. Iniziare a lavorare con squadre sportive e franchigie NBA. Creare pezzi unici riciclati da magliette e oggetti non venduti della stagione precedente per dar loro una nuova vita, cercando di aiutare le squadre a diffondere la cultura del riutilizzo, sostituendola a quella dello spreco”.


Ben Lalande, il surf crea cultura
Il giovane filmmaker canadese presenta i film ‘OBIBINI’ e ‘PRIMITIVE’, che saranno proiettati all’ONA Short Film Festival
Questo articolo è parte della collana editoriale introduttiva all’ONA Short Film Festival. Il 5, 6 e 7 settembre, l’Isola veneziana di San Servolo mostrerà storie di sports outdoor, natura e consapevolezza ambientale, e noi saremo ancora Media Partner di questo meraviglioso evento dedicato alla settima arte.
La surf culture è adrenalina, azione e stile, ma è anche storytelling. Ben Lalande porta all’ONA Short Film Festival le pellicole ‘OBIBINI’ e ‘PRIMITIVE’: due viaggi in dimensioni surfistiche che riescono a combinare esperienze individuali, rivoluzioni collettive e il potere globale di questa eternamente-ispirata scena sportiva.
La creatività di questo giovane filmmaker canadese ci conduce nelle coste ghanesi e canadesi, mostrando l’impatto del surf sulle nuove generazioni e le sue evoluzioni contemporanee. Women empowerment e legacy familiare sono i due temi principali di questi affascinanti documentari, che evidenziano il valore universale di una pratica che continua a cambiare significato nel tempo e nello spazio, diventando strumento di progresso sociale e civile, così come scuola di vita.
Lalande ci ha raccontato il suo rapporto con il surf e le ramificazioni di questa connessione nella sua ricerca visuale e narrativa. Gustatevi le sue parole prima di osservare ‘OBIBINI’ e ‘PRIMITIVE’.

Il tuo rapporto con la surf culture è evidente, ci parleresti di questa speciale connessione?
“Sono originario dell’East Coast canadese, e quella zona non è particolarmente nota per il surf. Arrivo da Quebec City e per raggiungere l’oceano più vicino bisogna viaggiare per 6 ore e arrivare nel Maine, Stati Uniti. Sono cresciuto andando lì, durante l’high school riuscivo a surfare due o tre volte all’anno. Amavo farlo. Poi ho deciso di fare il college negli USA e, da quel momento in poi, sono riuscito a immergermi realmente nel surf. Oggi tanti miei amici e conoscenti hanno a che fare con questa cultura. Sono registi, atleti, musicisti... Per questo, anche se ultimamente mi sono concentrato su progetti commerciali non legati al surf, sono molto felice di portare all’ONA due progetti legati a questa cultura. Il surf è una grossa parte di ciò che sono, mi ha plasmato come persona”
Come trasponi la surf culture nella settima arte?
“Amo i classici film di surf, dove tutto è energia e azione, infondono anche dei messaggi positivi, ma il rischio è che rimangano dei contenitori vuoti... In produzioni come ‘OBIBINI’ e ‘PRIMITIVE’ racconto delle storie di surf che aggiungono strati narrativi e culturali alla semplice dimensione sportiva. Sento che il surf sta diventando sempre più accessibile, la sua nuova generazione è globale: non parliamo più solamente di Hawaii o Australia, ma anche di continenti fino a poco fa atipici, come quello africano. Un’altra evoluzione che mi affascina è quella del surf femminile, che ho deciso di esplorare con la community ghanese dell’Obibini Surf Club. Non ho raccontato storie di atleti top, ma di esseri umani ispirati dal surf”



All’ONA presenterai i corti OBIBINI e PRIMITIVE, puoi introdurli al nostro pubblico?
“OBIBINI racconta una community di surfiste ghanesi. Per me è stato eccitante passare del tempo tra le onde con loro. Surfano benissimo su tavole vecchie e rotte, e rivoluzionano la società locale con il loro esempio. In altri luoghi ho sempre vissuto la diffidenza dei surfisti, molti pensano più allo stile e all’appropriazione dei propri spot. Queste ragazze non sono interessate al parere degli altri, vogliono surfare e fanno di tutto per farlo. È incredibile assistere all’impatto che hanno sulle persone che le circondano. Poi, nelle coste ghanesi tutti mi hanno accolto positivamente, c’è una differente prospettiva culturale che mi ha incantato. PRIMITIVE è la seconda pellicola che verrà presentata all’ONA, e narra la storia di Kalum Bruhweiler, un surfista canadese di Tofino. Tramanda una legacy familiare, fondata sul rapporto con la natura e sull’autosostentamento. Mi ha fatto capire che non abbiamo bisogno di tutto nella vita. Bastano la famiglia, il surf e il coraggio di mettersi in gioco là fuori. La sua testimonianza è un memo per la società contemporanea, mostra un tipo di vita antico, ma ancora possibile, che ti rende forte mentalmente e fisicamente. Entrambi i film mi hanno insegnato delle lezioni di vita fantastiche, e spero facciano lo stesso con gli spettatori”



Ora incontrerai le onde dell’Isola di San Servolo, che sensazioni ti accompagnano verso Venezia e l’ONA Short Film Festival?
“È divertente, perché è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho partecipato fisicamente ad un Festival. Negli ultimi anni i miei film sono stati selezionati per vari Festival, ma non sono riuscito a presenziare. Sarà una nuova ‘prima volta’. Sono eccitato. È strano presentare i propri film e parlarne davanti al pubblico, le luci sono su di te e ti attraversano sensazioni particolari... Sarà interessante ritrovarsi in quella posizione. Non vedo l’ora d’incontrare gli altri creativi dell’ONA e condividere storie con loro. Poi, in Italia sono stato solo a Milano. Non vedo l’ora di vedere Venezia e di trovarmi nell’Isola di San Servolo...”
Visitate il sito onafilmfestival.com per ottenere maggiori informazioni e partecipare a questo suggestivo evento.



‘Kamali’, lo skate rivoluziona il presente e il futuro femminile
La regista Sasha Rainbow porta l’ONA in India, dove lo skate può cambiare la percezione del mondo per una madre e una figlia
Questo articolo è parte della collana editoriale introduttiva all’ONA Short Film Festival. Il 5, 6 e 7 settembre, l’Isola veneziana di San Servolo mostrerà storie di sports outdoor, natura e consapevolezza ambientale, e noi saremo ancora Media Partner di questo meraviglioso evento dedicato alla settima arte.
Il ruolo della donna nella società è, in molti casi, ancora frenato da regole e mindset obsoleti. In India, per esempio, la piena libertà per molte donne è ancora un’utopia vietata da secolari tradizioni e imposizioni religiose. In questo tanto affascinante, quanto doloroso ambiente, la storia di Kamali e Suganathi non è una semplice storia madre-figlia, è l’epitome del coraggioso affrancamento dal passato: un dualismo rivoluzionario, reso possibile dall’arte dello skate.
Lo short docu ‘Kamali’, diretto da Sasha Rainbow, è l’intimo racconto di una madre sola, che abbraccia le sfide di una condizione sociale difficile, fatta d’isolamento e rigetto, ed è la storia di una figlia che, supportata dalla madre, sta riuscendo a cambiare la percezione dell’indipendenza femminile attraverso run e trick. Il progresso è guidato dall’esempio, insegna questa pellicola, ed è ispirato da donne come Suganathi: madri che vedono nell’ambizione sportiva uno strumento per migliorare il futuro delle proprie figlie.
Abbiamo parlato di questo con Sasha Rainbow, la mente dietro questa produzione, comprendendo il potere dello skate e il valore simbolico di questo documentario, che sarà presentato all’ONA Short Film Festival.

Ci puoi descrivere la genesi di ‘Kamali’?
“È una storia divertente. Dovevo fare un pitch per un video musicale della band Wild Beasts. Il titolo della canzone era Alpha Female, e volevo fare parte del progetto. Ho pensato a molte idee, ma non ho trovato quella giusta fino a quando mi sono ricordata della ONG Skateistan, che sviluppa lo skate in Paesi come la Cambogia e l’Afghanistan. Skateistan educa le ragazze attraverso lo skate. Così ho contattato una mia amica che gestisce il progetto, proponendole di girare il video in Afghanistan, ma la situazione del Paese non lo permetteva. In quel momento è arrivata l’idea dell’India, grazie alla menzione della skater Atita Verghese. Durante il processo creativo, poi, ho scoperto una foto di Kamali ad appena 4 anni d'età, scattata dallo skater Jamie Thomas, e mi sono detta che doveva essere nel video. Lei e sua madre Suganathi sono venute a Bangalore per girare il video e lì mi hanno raccontato la loro storia. In quei giorni abbiamo costruito il nostro rapporto e posto le basi per il documentario”

In questo documentario lo skate diventa uno strumento narrativo per esplorare la condizione delle donne in India e il loro rapporto con la società. Cosa ti ha trasmesso lo skate durante quest’esperienza?
“Nelle interviste per il video musicale, la skater Channi mi ha rivelato che, nello skate, quando cadi e ti rialzi ti senti viva. Dopo quelle parole ho iniziato a skateare, e la mia mente e il mio corpo si sono allineati, mi sono apprezzata in un modo nuovo. Credo che il valore più grande dello skate femminile in Paesi come l’India sia il suo potere rivoluzionario. Il sistema sociale indiano è patriarcale, nel documentario la madre di Kamali spiega come le donne siano obbligate a condurre vite fatte di tradizioni e obblighi familiari. Ma lo skate apre una finestra sul mondo per le nuove generazioni. Una sola rampa può attirare persone di ogni dove e permettere a giovani ragazze d’infrangere tabù, esplorare sé stesse e superare limiti che altri hanno imposto loro. Mi pongo spesso una domanda: se potessi avere la pace nel mondo, facendo rimanere tutto com’è oggi, lo accetteresti? Non ho una risposta. La tradizione ha alcuni aspetti meravigliosi, che nei Paesi occidentali stiamo perdendo, ma se opprime una donna... Fanculo la tradizione. Il film evidenzia il parallelismo tra Suganathi e sua figlia Kamali. Suganathi è vittima della società tradizionale indiana, perché è una donna divorziata, costretta a sentire il peso del suo status. Lo skate, invece, sta aiutando sua figlia a cambiare la percezione del proprio percorso umano. Il dolore, le cicatrici e il sangue dello skate divergono con il pensiero comune, e controbilanciano la storia di sua madre, la rivoluzionano. Non credo che tutte le donne indiana debbano skateare, né che debbano allontanarsi dalla religione. Ma sono convinta che storie come questa creino un cambiamento positivo. Possono influenzare anche il pensiero degli uomini. Lo zio di Kamali, per esempio, sta aiutando la sua passione. È una terra di mezzo, dove le ragazze possono cambiare il modo di vedere sé stesse e il modo in cui le vedono gli uomini - un cambiamento lento, ma potente”

La fine del film coincide con un momento commovente, dove Suganathi ti ringrazia piangendo. Che emozioni ti hanno attraversato durante quei secondi?
“Ho pensato che quella famiglia è reale, e che aveva invitato tutti noi nel suo mondo. L’ultima scena è stato un momento catartico, dove abbiamo lasciato andare un sospiro di sollievo dopo aver toccato argomenti complessi: una vita difficile, esperienze crude, enormi tensioni... In quelle parole c’è il messaggio che Suganathi vuole lasciare al pubblico. Ha voluto dare tutta sé stessa e anche oltre, permettendoci di scoprire la sua esperienza e di farne tesoro. È come se ci avesse invitato a cena per parlarci della sua epifania personale, che oggi si riflette nella libertà concessa a Kamali”
Purtroppo non potrai essere a Venezia, che cosa senti di dire al pubblico dell’ONA Short Film Festival?
“Vorrei essere lì a Venezia, anche perché non ho mai visitato la città. Mi dispiace molto, ma sono così felice che ‘Kamali’ venga visto dal pubblico dell’ONA. Tante persone di culture e Paesi differenti mi hanno contattato dopo aver visto il film, dicendomi di vedere le loro storie personali o le storie delle loro madri in questo documentario. Una filmmaker maori mi ha rivelato che ‘Kamali’ è stata una sorta di medicina per lei, ed è il più grande complimento che abbia mai ricevuto. Penso che questo sia il potere del cinema, può portare così tante idee alle persone e alla società... Ormai ‘Kamali’ ha smesso di essere mio. A dire il vero non è mai stato mio, è di Kamali e di sua madre. È della loro potente storia, che merita d’ispirare altre persone, e di mostrare il valore rivoluzionario dello sport. Lo sport può cambiare il mondo...”
Visitate il sito onafilmfestival.com per ottenere maggiori informazioni e partecipare a questo suggestivo evento.










