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The Design Elbow of MRKA

Per Lucas ‘MRKA’ Benarroch, il tennis non è mai stato solo uno sport che pratichi e poi ti lasci alle spalle, ma un ecosistema progettuale completo — qualcosa che puoi indossare, tenere in mano, attraversare.

Parlare con Lucas significa capire che il tennis il design sono la stessa cosa: la geometria del campo, il giallo della palla, la tipografia sulle corde, la precisione delle linee, la capacità di risolvere problemi in modo creativo. Tutto questo è rimasto con lui, plasmando in silenzio il suo linguaggio visivo.

Anni dopo — tra sessioni di graffiti, inverni newyorkesi, critiche in accademia e infinite presentazioni per i clienti — quei primi ricordi legati al tennis sono riemersi in una nuova forma. Con Hard Court a Casa Axis, il dialogo tra arte e tennis è finalmente confluito in un unico punto. Un campo da tennis è diventato un’opera d’arte. Un campo-opera d’arte rimasto giocabile. Impulso e disciplina, problem-solving e gioco, design e sport — non più categorie separate.

Questa è la storia di come un artista visivo che pensa come un designer e si muove come un tennista ha trasformato un campo in un’opera e del perché per lui il tennis è la forma d’arte sportiva più pura.

'Hard Court" first sketch
Sketches of apparel, tournament poster, trophy

1° set — Osservazione

“Credo che uno dei miei primi ricordi legati al disegno risale all’infanzia. Ogni volta che uscivamo di casa, i miei genitori portavano carta e penna per tenermi occupato. Scarabocchiavo invece di giocare con i giocattoli. È il primo momento in cui penso di essere stato attratto dalle immagini.

Il secondo momento è arrivato verso i tredici anni. Ho iniziato a comprare oggetti da collezione al chiosco fuori da scuola — ‘Gogos’, ‘Rappers’. Non ero ossessionato dagli oggetti in sé, ma da come apparivano: il lettering, gli effetti 3D, i colori, la composizione. È stato allora che ho capito di essere attratto dalle lettere e dai caratteri.

Poi sono arrivati i graffiti. Stare fuori, muovermi liberamente, dipingere — quella è stata la terza rivelazione. Ma i graffiti non erano tutto. Erano sono un gioco. Quello che mi interessava davvero era deformare le lettere: allungarle, distorcerle.

Quando mi sono trasferito a New York, tutto si è spostato verso il design. Ero un po’ confuso all’idea di dover scegliere — graphic design, illustrazione, animazione, scultura. Troppi stimoli. Un designer newyorkese, Javier Romero, mi suggerì di non scegliere. Mescolare tutto. Pittura, lettering, stop motion, arte concettuale — mettere tutto insieme. Da allora ho cercato di integrare tutti i miei interessi in ogni progetto. Personale o commerciale che fosse. Un video, una mostra, una campagna, non importa. Cerco di connettere diversi punti quando leggo un brief. È questa la traiettoria che mi ha portato dove sono oggi.”

‘Tennis Bald’ – Courtesy of the Muñoz Collection
‘Green Court’ – Courtesy of Jose & Lara

2° set — Sviluppo

“Le cose più semplici possono essere una grande fonte di ispirazione materiale. Un vecchio metro a nastro. il design di un cartello stradale. Loghi anonimi che vedi per strada. Il momento più piccolo di osservazione può diventare un’ossessione. Raccolgo mentalmente questi frammenti e li inserisco nei miei lavori.

Mi sento un designer perché quando lavoro cerco di risolvere problemi. Credo che ogni progetto abbia una sola vera soluzione. A un certo punto, trovi l’elemento che semplicemente funziona — risponde semplicemente alla domanda. Quella è la soluzione.

Forse sono un designer che cerca di essere un artista, o il contrario. Non mi interessa incasellarmi in una sola categoria. Separo i lavori su commissione da quelli personali per ragioni organizzative, ma la maggior parte dei progetti sono entrambe le cose. Quello che conta per me è che l’idea funzioni.”

3° set — Processo

“Il mio workflow ha tre fasi: sperimentazione, organizzazione, dedizione.

La sperimentazione è la parte più giocosa. Niente libri. Niente internet. Solo matita e carta. Disegno finché non sono esausto. Credo che le idee migliori siano spesso le prime.

L’organizzazione comincia quando scansiono tutto. Estraggo ciò che mi sembra funzionare meglio. A volte i frammenti diventano key visual. Questa è la parte più difficile: scegliere tra decine di schizzi.

La dedizione è la fase finale. Riguardo, stampo, taglio, riconsidero. Lascio andare il 99% delle idee e mi impegno su una sola. È in questa fase che la pazienza conta di più.”

Sketches of apparel, tournament poster, trophy
Work In Progress During the Casa Axis Residency

4° set — Valori

“Voglio che il lavoro trasmetta gioco e riflessione. Si percepisce quando qualcosa è stato pensato con cura — e quando chi l’ha creato si è goduto il processo creativo.

Punto ad avere idee che chiunque possa capire, non solo i designer. La semplicità conta. Una semplicità quasi assurda. Qualcosa che si possa capire in pochi secondi.

Allo stesso tempo, cerco di costruire progetti a 360 gradi — pienamente sviluppati — ma riducibili a una singola immagine. Se l’idea non riesce a vivere in una sola immagine senza testo, senza spiegazione, allora non è abbastanza forte.”

5° set — Realizzazione

“C’è una foto a casa dei miei genitori: io da bambino con un bucket hat coperto di palline da tennis e una racchetta in mano. Probabilmente  avevo cinque anni.

Guardando indietro, mi rendo conto di una cosa: colpire la pallina era bello. Il design del cappello era altrettanto bello. Fin dall’inizio, tennis e design hanno avuto per me lo stesso peso.

Ho giocato dai cinque ai quindici anni, cinque volte a settimana. Metà sport, metà ossessione visiva. I campi, i colori, le linee, la rete. Aprire un nuovo tubo di palline. Gli outfit, le fasce, le racchette. Perfino l’antivibrazione della racchetta— un piccolo pezzo di plastica trasparente con un logo all’interno — mi affascinava. E mi affascina ancora.”

‘Hard Court’ Graphic Selection
‘Hard Court’ Sweater Prototype

Match point — Hard Court

“Ho smesso di giocare quando mi sono trasferito a New York. Per dodici anni ho toccato a malapena una racchetta. Quando cinque anni fa mi sono trasferito a Lisbona, sono tornato al tennis. Ma design e tennis sono rimasti oggettivamente separati  finché Felipe Pantone non mi ha invitato a progettare il campo di Casa Axis.

Al suo compleanno avevo abbozzato delle idee per un immaginario torneo ‘Open’ a Casa Axis. Mesi dopo, mi ha chiamato per il campo. Ero con la mia ragazza Alara. Dopo ore a pensarci, lei mi ha detto: ‘Perché non lo disegni e basta?’ Così ho disegnato il campo a mano, l’ho scansionato e gliel’ho mandato. Dieci secondi dopo Felipe mi ha inviato un vocale: ‘Facciamolo.’

Abbiamo mantenuto i colori tradizionali del tennis — in parte per ragioni pratiche, in parte concettuali. Il campo integra linee disegnate a mano con le linee regolamentari ufficiali, restando pienamente giocabile. La sfida era semplice: fondere tennis e arte in un’unica soluzione chiara, leggibile. La maggior parte dei campi dipinti evita di interagire con le linee ufficiali. Il nostro le accoglie.

È qui che il design supera l’arte. Deve funzionare. Deve restare leggibile — anche per un bambino di due anni.”

‘Hard Court’ Installation at Casa Axis
Hard Court Installation at Casa Axis (Detail)
Hard Court Installation at Casa Axis (Detail)

Game, Set, Match — Ringraziamenti

“Felipe è un pensatore incredibile e una persona ancora più generosa. Ci siamo conosciuti nel 2014 durante un’intervista su Skype per 83M80. Con il tempo è diventato sia un mentore che un amico. Avere un vero mentore è raro — qualcuno che ammiri per il suo lavoro e per il suo carattere. Sono grato di far parte della sua visione a Casa Axis. Dipingere quel campo è stato come chiudere un cerchio. 

Stiamo collaborando con Pro Shop NYC e Lacoste alla prima edizione del Casa Axis International Open (C.A.I.O.), un torneo di tennis annuale riservato agli artisti. Il vincitore avrà il compito di ridisegnare il campo da gioco. Ti va di giocare? Visita caio.casaaxis.com”

Casa Axis International Open Official Poster

Credits

Designer Lucas MRKA Benarroch

Photo: Casa Axis

Interview: Filippo Libenzi

 

 


Le Strade di Londra Sono il Territorio di Hellen Obiri

La due volte campionessa della Boston Marathon e vincitrice in carica della New York City Marathon, originaria del Kenya, ha dominato i percorsi più vari. Quest’anno, in quel di Londra, è giunta pronta a mettere alla prova, ancora una volta, la sua velocità

Il cielo azzurro è limpido e brillante nella prima mattina di domenica 26 aprile. Nel mentre, il sole scalda l’aria, ferma poco sopra i 10 gradi: condizioni perfette per correre. Quasi 60.000 persone si muovono nell’area di partenza, tutte pronte a procedere nella stessa direzione. Tra loro c’è la keniana Hellen Obiri, tre volte medaglia olimpica, al debutto alla London Marathon: un titolo che rientra tra i più ambiti non solo nel mondo della corsa su lunga distanza, ma nello sport in generale.

La gara élite femminile è prevista per le 9:05 e, nelle oltre due ore successive, nessuno sa davvero cosa potrebbe accadere. Ma su una cosa Obiri è certa: vuole vincere, qualunque significato abbia per lei la vittoria. 

I capelli intrecciati e raccolti in una coda bassa, si presenta sulla linea di partenza con un top corto verde, bianco e nero e shorts aderenti. Ai piedi, un paio di prototipi bianchi delle On LightSpray Cloudboom, scarpe ultraleggere e senza lacci che avvolgono ogni curva del piede, realizzate con tecnologia d’avanguardia dall’azienda. Il marchio sportivo svizzero sponsorizza Obiri dal 2022, e queste sono le scarpe da gara più veloci che abbiano mai prodotto.

Ogni volta che Obiri si presenta su una linea di partenza, la scena si ripete, identica. L’adrenalina invade il corpo, il cuore accelera mentre osserva le avversarie, consapevole che ognuna di loro potrebbe prendersi la vittoria. E non può fare a meno di chiedersi: Sarò io? Posso farcela? Come mi vedrà il mondo?

“Quando sei in cima, non vuoi scendere. Senti quella pressione”, dice Obiri. “Posso mantenere il mio nome lassù? C'è questo tipo di motivazione. Sei tu che devi essere sveglia e disciplinata per restare al top. È tutta una questione di disciplina.”

Hellen Obiri at the 2026 London Marathon
Hellen Obiri training in Boulder (Colorado)
Hellen Obiri for On
Hellen Obiri for On
Hellen Obiri training in Boulder (Colorado)

La London Marathon è diversa da tutte le altre gare. Il suo percorso notoriamente piatto e veloce è diventato una sorta di parametro assoluto: il luogo dove gli atleti inseguono la versione migliore di sé stessi. Una gara dove i record continuano, e continueranno, a cadere. 

“Tutti sanno che, se corri a Londra, corri forte”, dice Obiri. “Questo è il mio momento per correre più veloce”. 

Tre giorni prima, Obiri lo aveva spiegato chiaramente davanti a una trentina di giornalisti, con la mano destra stretta attorno a un microfono. Indossava una camicia color salmone, una gonna nera e sneakers bianche firmate On, il volto composto mentre rispondeva alle domande sulla preparazione per la maratona londinese. 

Obiri, 36 anni, è passata alla maratona nel 2022, chiudendo sesta al debutto proprio a New York. La sua reputazione si è costruita su due dei percorsi più esigenti e tattici dello sport: le colline brutali di Boston e il quintetto di ponti di New York, gare che costringono gli atleti a scavare nelle riserve più profonde, fisiche e mentali. Londra, al contrario, offre qualcosa di completamente diverso: strade piatte che riducono tutto all’essenza cruda della velocità e della resistenza. Per molti atleti, questo confronto può intimidire. Ma Obiri preferisce inclinarsi verso l’ignoto.

“Sente di avere ancora molto da tirare fuori da sé stessa”, dice Laura Thweatt, che allena Obiri dalla primavera scorsa. 

Tre settimane prima della maratona, parlando dalla sua casa di Boulder, Obiri ha raccontato un cambiamento chiave nella preparazione. Ha spostato parte degli allenamenti su percorsi più piatti, compreso un blocco di quattro settimane a quota più bassa a Phoenix, per migliorare la frequenza di passo e adattarsi meglio alle richieste del tracciato londinese. Aumentare la velocità era anche ciò che le sarebbe servito per affrontare una rivale ben nota: la campionessa in carica Tigst Assefa, detentrice del record mondiale femminile in gara women-only, conquistato con un tempo di 2:15:50. La London Marathon segna il primo confronto diretto tra Assefa e Obiri dopo le 2024 Summer Olympics. 

"Quando ti trovi sulla linea di partenza insieme alla detentrice del record mondiale femminile, ti senti più sicura e riesci a correre più veloce", afferma Obiri, descrivendo Assefa con una sola parola: "forte". 

Il gruppo d'élite di Londra è costantemente di livello mondiale. Negli ultimi nove anni, infatti, il tempo medio vincente femminile si è attestato sulle 2 ore e 17 minuti: esattamente il personal best di Obiri, ottenuto a Boston nel 2025. 

“Sono nervosa, sì”, aveva ammesso pochi giorni prima della gara. “Ma sono qui per vedere cosa possono fare le mie gambe”.

Più di 50.000 persone affrontano ogni anno la London Marathon. Ma solo una può tagliare per prima il traguardo, con un margine così sottile da sembrare irraggiungibile. Allenarsi due volte al giorno per gran parte della settimana era solo una parte della preparazione. Obiri ha studiato ogni dettaglio del percorso point-to-point di Londra con precisione chirurgica, guardando una serie infinita di video per arrivare alla gara con la consapevolezza di conoscerne ogni curva: da sud-est, Greenwich, verso ovest e fino al traguardo cerimoniale su The Mall, davanti a Buckingham Palace.

Il percorso di Londra è particolarmente agevole, con un dislivello totale di poco superiore ai 120 metri. In pratica, le salite si fanno sentire molto meno sulle gambe rispetto al tracciato ondulato di New York City, che presenta un dislivello di 247 metri, o alle difficoltà del percorso di Boston, che registra circa 244 metri di dislivello. A circa metà percorso, il tracciato di Londra attraversa l'iconico Tower Bridge prima di immettersi nella tappa più tecnica, caratterizzata da una serie di curve strette.

Hellen Obiri for On
Hellen Obiri training in Boulder (Colorado)
Hellen Obiri training in Boulder (Colorado)
Hellen Obiri at the 2026 London Marathon
Hellen Obiri at the 2026 London Marathon

Tra le prime persone a cui Obiri si è rivolta per avere consigli c’è stata la sua mentore e amica di lunga data Edna Kiplagat, vincitrice qui nel 2014. 

“Prepara la tua mente a correre più veloce. Se non sei davvero in forma, non andare a Londra”, le disse Kiplagat. “Per battere quelle donne, devi essere la migliore versione di te stessa”.

Obiri si è affidata anche a Thweatt nell’ultimo anno per arrivare, come dice lei stessa, nella miglior forma della sua vita. Definisce il loro rapporto non convenzionale: “Laura è come mia madre, è la mia compagna di allenamento e un’amica...”. Questo cambio di guida tecnica segna anche la prima volta nella carriera di Obiri in cui viene allenata da una donna, una rarità nel mondo globale della corsa élite. 

“Laura è un esempio per tante atlete”, dice Obiri. “Da dove vengo io, in Kenya, non abbiamo molte donne allenatrici.” 

Obiri sa che la sola presenza alla London Marathon raggiunge ragazze e donne in tutto il mondo. Sapere che la stanno guardando — soprattutto sua figlia Tania, di 10 anni — aggiunge un significato ulteriore. 

“È un momento davvero importante per far parte di questo sport”, dice Thweatt.

Ciò che rende Obiri particolarmente affascinante, aggiunge, è la sua assenza di paura e la disponibilità a sfidare sé stessa senza esitazione, spostando il confine di ciò che sembra possibile. Bambine, ragazze e donne notano questo, trovando l’ispirazione per superare i propri limiti. 

“Quando mi alleno, mi dico: allenati come se non ci fosse un domani”, racconta Obiri. “È questo che mi fa andare avanti”. 

Thweatt — ex corridrice professionista, arrivata sesta alla Maratona di Londra nel 2017 — aveva gareggiato contro Obiri prima di assumere il ruolo di sua allenatrice insieme a Dathan Ritzenhein, tre volte olimpionico ed ex corridore professionista che dirige l’On Athletics Club (OAC) con sede a Boulder, un gruppo internazionale composto da 17 corridori d’élite su pista e su strada sponsorizzati da On. Thweatt ha ammesso di aver inizialmente esitato all'idea di allenare Obiri, chiedendosi cosa potesse offrire a un'atleta che aveva già ottenuto così tanto. Ma nel corso dell'ultimo anno, Thweatt ha colto l'opportunità di guidare Obiri in questa nuova fase.

Obiri sa che in una maratona alcuni momenti saranno più difficili di altri. È, ricorda, una prova di pazienza, che richiede un ritmo costante fino a quando il corpo non dà segnali di cedimento. A quel punto, si deve spingere, solo dopo aver dato al corpo il tempo di reagire e di riconoscere ciò che l’aspetta. È questa insistenza nel continuare a lottare che l’ha resa una campionessa.

E da qualche parte, donne e ragazze la vedono come un esempio da seguire.

Hellen Obiri training in Boulder (Colorado)
Hellen Obiri training in Boulder (Colorado)
Obiri's coach Laura Thweat and On Athletics Club coach Dathan Ritzenhein

Mentre Obiri si trova sulla linea di partenza, il frastuono della folla, la voce dello speaker e i suoi stessi pensieri le turbinano intorno. Lei li esclude dalla mente, concentrandosi sul ritmo del proprio respiro. Si ripete di concentrarsi, di avere fiducia nel lavoro che ha svolto e nell’allenatore che l’ha guidata. Questo è il momento in cui deve fare affidamento su ciò che conosce e lasciare che l’allenamento la spinga avanti. Dopotutto, è una runner che si distingue per la sua velocità finale, che l’ha portata alla vittoria più e più volte. Sa di avere tutti gli strumenti giusti, scarpe incluse, per spingersi verso l’ignoto.

“Ci sono persone dietro di me che mi rendono pronta per la gara”, dice Obiri. “Le apprezzo. Mi fido di loro, delle scarpe, di tutto.”

Nel momento in cui la gara prende il via, un unico pensiero le attraversa la mente: ci siamo quasi. È un dialogo interiore silenzioso mentre si lancia in avanti al fianco di Assefa e della keniana Joyciline Jepkosgei, che è salita sul podio in tutte e quattro le sue partecipazioni alla Maratona di Londra, inclusa la vittoria nel 2021. Il ritmo accelera, molto più veloce di quanto Obiri avesse previsto. Il suo corpo risponde.

Non può fare a meno di stupirsi di quella velocità, mentre lancia uno sguardo all’orologio. Quando è stata l’ultima volta che ha corso una mezza maratona in 66 minuti? Due, forse tre anni fa, si rende conto. È un ritmo che fa prevedere un tempo finale di 2 ore e 12 minuti nella maratona, circa cinque minuti più veloce di quanto Obiri abbia mai corso. Sa che dovrà dare il massimo e lottare con ancora più grinta nella seconda metà della gara.

E lo fa. 

Come una vera campionessa, si muove con calma attraverso il terreno sconosciuto davanti a sé, lasciando che sia il suo pensiero a guidarla. Assefa, Obiri e Jepkosgei continuano ad affermarsi come leader del gruppo. Per le atlete e per il pubblico, sembra uno spettacolo ad alta velocità: una corsa sfrenata, dove ogni falcata conta. Obiri mette alla prova i propri limiti, la mente spinge le gambe, il corpo collabora, fino al momento decisivo.

Con 400 metri ancora da percorrere, Assefa accelera nell’ultima curva su The Mall, aprendo un piccolo margine su Obiri, che si allarga fino a 12 secondi. Taglia il traguardo battendo di nove secondi il proprio record mondiale women-only. Obiri vorrebbe rispondere colpo su colpo, ma ora il corpo ha qualcosa da ridire. Chiude seconda in 2 ore, 15 minuti e 53 secondi — appena tre secondi sopra il precedente record mondiale femminile. Una prestazione che rappresenta una svolta, e che la lascia quasi incredula, mentre viene trascinata tra le interviste post-gara.

“Non ho mai corso una gara così in tutta la mia vita”, dice Obiri, con il sudore che le scende dalla fronte mentre sorride apertamente dopo il secondo posto. “Per me è incredibile. Sono felicissima.”

Ha appena spalancato una nuova dimensione del proprio modo di correre. Ha appena conquistato una vittoria, alle sue condizioni. 

Hellen Obiri for On
Hellen Obiri training in Boulder (Colorado)
Hellen Obiri at the 2026 London Marathon

Credits

On

Hellen Obiri

Words by Sarah Gearhart

Photos by On & Asa Fletcher


RESONANCE

Viaggio nell’essenza dell’hiking e delle sue suggestioni

C’è un conforto inatteso nel perdersi. Inizia con il respiro greve delle cascate, dove l’acqua si fa ghiaccio e il sentiero comincia a dissolversi sotto i piedi. Ci si muove non per arrivare, ma per appartenere al freddo. Quando si raggiunge il lago ghiacciato, il mondo si apre in una geometria vasta e silenziosa. Ogni passo diventa un dialogo consapevole con il gelo. Qui, il paesaggio non si limita a circondare: vibra sotto la sua stessa superficie, come una forza quieta, trattenuta, in equilibrio. Poi, l’orizzonte scompare. Il mondo si trasforma in una foschia bianca e muta, e la mappa mentale svanisce. Finisce la ricerca della destinazione, comincia quella della percezione del momento: il morso dell’aria, il ritmo costante del cammino, il peso del silenzio. Due figure, sfocate nella tempesta, guidate soltanto dal bagliore tenue della propria luce. In questa sospensione di spazio e tempo, l’hiking non è più una distanza da percorrere, ma una condizione dell’essere. Perché nel bianco assoluto, perdersi è l’unico modo per ritrovarsi.

Gregorio is wearing Hat Peak Performance, Sunglasses Oakley, Vest Purple Mountain Observatory, Jacket and Fleece Goldwin 0, Backpack The North Face. Beatrice is wearing Hood Clara Knitwear, Sunglasses ALBA OPTICS, Jacket The North Face, Bag Rayon Vert
Jacket and Pants Purple Mountain Observatory, Shorts Goldwin 0, Shoes UGG
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Gregorio is wearing Balaclava Clara Knitwear, Sunglasses ALBA OPTICS, Jacket The North Face, Windbreaker K-Way, Pants Purple Mountain Observatory, Headlamp Stylist’s own. Beatrice is wearing Sunglasses ALBA OPTICS, Jacket and Fleece Peak Performance, Pants Moose Knuckles, Shoes Norda, Headlamp Stylist’s own
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Credits

Creative director and Stylist Chiara De Giorgi 

Photographer Riccardo Fabris 

Director Lorenzo Mariotti 

DOP Andrea Ciotti 

Sound designer Federico Tansella 

Producer Irene Zaccarini 

Make up and Hair Sara Selvestrel 

Stylist assistant Camilla Perucchio 

Talents Beatrice Gaviraghi and Gregorio Campoccia 


Una nuova era per lo Strength & Conditioning — adidas ATHX Games

Esiste un momento, in ogni fase evolutiva di uno sport, in cui le discipline iniziano a dissolversi l’una nell’altra. Confini che sembravano definiti—tra forza ed endurance, tra gym culture e competizione, tra l’atleta quotidiano e il professionista—cominciano a sfumare. Ciò che emerge non è semplicemente un nuovo format, ma un nuovo linguaggio sul movimento. E’ in questo spazio ibrido che nascono gli adidas ATHX games

La corsa non esclude più la pesistica. Il conditioning non esiste più come pratica solitaria. L’atleta contemporaneo non è definito dalla specializzazione, ma dall’adattabilità—dalla capacità di muoversi tra discipline diverse, di performare senza punti deboli e di vivere il fitness come sfida ed esperienza condivisa allo stesso tempo. È all’interno di questa transizione culturale che prendono forma gli ATHX Games.

Più che una competizione, ATHX propone una ridefinizione di cosa significhi allenarsi—e perché. Al centro c’è una duplice ambizione: offrire una gara di fitness credibile e senza compromessi, trasformandola al tempo stesso in un momento di condivisione. Uno spazio in cui atleti élite e partecipanti alla prima esperienza coesistono, dove la performance non si misura soltanto in risultato, ma anche in connessione e presenza. In questo senso, l’arena diventa qualcosa di più di un palcoscenico atletico. Diventa una comunità temporanea, materializzata all’interno del Milan Hybrid Hotel firmato da adidas.

Con l’espansione degli ATHX Games in città come Londra, Parigi, Madrid e Milano, abbiamo avuto l’opportunità di dialogare con il CEO e Co-founder Mark Hartnett Morgan in occasione della tappa italiana, approfondendo la costruzione di un formato che va oltre la performance, posizionando il fitness come esperienza culturale—capace di tradursi in contesti urbani differenti, ciascuno con il proprio ritmo e la propria relazione con il movimento.

Saverio Ricciuti at adidas ATHX event
adidas Hybrid Hotel Milano

Prima che ATHX Games diventasse un format e una community internazionale in crescita, qual è stato il vuoto che hai percepito nella cultura del fitness, tanto da pensare: qui serve qualcosa di nuovo?

“Abbiamo visto il successo di Hyrox e, pur apprezzando molto ciò che hanno creato—la bassa soglia d’ingresso, il formato standardizzato e l’alto livello produttivo—abbiamo percepito chiaramente uno spazio per un evento che condividesse queste qualità ma che fosse anche un vero test di fitness a tutto tondo, meno sbilanciato sull’endurance. Il numero di persone che inseriscono il lavoro di forza nel proprio allenamento settimanale continua a crescere, e crediamo fortemente che una sfida completa debba includere forza, resistenza e conditioning.”

La competizione ibrida si colloca all’incrocio tra forza, endurance e movimento funzionale, ma anche tra identità diverse: runner, lifter, atleta, appassionato. Quando hai capito che questi mondi erano pronti a fondersi in un unico linguaggio?

“Se passi del tempo nelle palestre e nelle community fitness in tutto il mondo, vedi questa fusione accadere davanti ai tuoi occhi. Oggi pochissime persone scelgono di concentrarsi su una sola disciplina. Si tratta piuttosto di mettersi alla prova e divertirsi attraverso più forme di allenamento.”

Che cosa volevi che le persone provassero con ATHX Games, che gare tradizionali, palestre o eventi fitness non offrivano?

“Volevamo creare un test di fitness autentico e credibile, ma anche un’esperienza ‘wow’, qualcosa che rimanesse nella memoria. Troppo spesso gli eventi fitness riescono a fare bene solo una di queste due cose. Pochissimi riescono a fare entrambe.”

adidas Hybrid Hotel Milano

Per Athleta, lo sport è anche una lente culturale. Cosa racconta, secondo te, il fitness ibrido sul modo in cui oggi le persone vogliono muoversi, allenarsi e appartenere?

“In ogni evento ATHX vediamo la forza della community e il desiderio di diventare atleti completi, senza punti deboli. Spesso abbiamo fino a 80 persone provenienti dalla stessa palestra che competono insieme, e l’energia collettiva che si crea è davvero ispirante. È sorprendente vedere come, appena terminata la gara, molti inizino già a discutere di come modificare il proprio allenamento per migliorare alla prossima occasione. Questo desiderio di miglioramento continuo non potrà che crescere.”

We are seeing a new version of athletes. Do you see ATHX Games also as a philosophy and a method of how the modern athlete should train today?

“Crediamo molto nei fondamentali dello strength & conditioning, e pensiamo che la maggior parte delle persone dovrebbe allenarsi in questo modo. Migliorare la performance sugli ATHX è solo uno dei benefici, rispetto ai tanti vantaggi per la salute e il fitness che questo approccio offre.”

Uno degli aspetti più forti della cultura dell’allenamento ibrido è il senso di appartenenza. Che tipo di community volevi costruire con ATHX Games, e in cosa differisce dalla cultura della palestra?

“La community è uno dei pilastri del nostro brand. La sua forza è evidente in ogni evento, ovunque nel mondo. Abbiamo alcuni dei migliori atleti competere insieme a persone alla prima esperienza, dai 16 ai 78 anni. Indipendentemente da età o livello, tutti sono trattati allo stesso modo e si supportano a vicenda. È qualcosa che vogliamo continuare a proteggere e sviluppare.”

adidas Hybrid Hotel Milano

Pensi che il futuro del fitness sarà meno legato al miglioramento individuale isolato e più a contesti condivisi e performativi?

“In un mondo sempre più influenzato dall’intelligenza artificiale, crediamo che le esperienze dal vivo cresceranno. Lo stesso vale per il fitness. Lo spirito di squadra e le relazioni che un tempo si costruivano sul lavoro verranno, in parte, sostituite dalle community che si creano nel tempo libero, nelle palestre e negli eventi.”

ATHX Games si sta espandendo in città come Londra, Parigi, Madrid e Milano. Cosa rappresenta Milano in questo percorso?

“È stato un sogno firmare con un brand iconico come adidas. Hanno creduto in noi ancora prima del primo evento, sposando subito la nostra visione. La partnership è cresciuta nel tempo e siamo grati di averli al nostro fianco mentre portiamo ATHX nel mondo.”

La vostra collaborazione con adidas va chiaramente oltre la semplice sponsorizzazione. Cosa vi ha convinto che adidas fosse il partner giusto a lungo termine per gli ATHX Games in questa fase della vostra evoluzione? E cosa significa avere un marchio globale che contribuisce attivamente a plasmare l'esperienza?

“È un sogno collaborare con un brand iconico come adidas. Hanno creduto in noi ancora prima del primo evento, sposando subito la nostra visione. La partnership è cresciuta nel tempo e siamo grati di averli al nostro fianco mentre portiamo ATHX nel mondo.”

Cosa vorresti che un partecipante si portasse con sé dopo un ATHX Games e comprendesse meglio di questo format?

“Vogliamo che ATHX sia molto più del giorno gara. L’esperienza inizia nel momento in cui ti iscrivi: può diventare una motivazione per allenarsi di più e meglio, creando abitudini durature. Il giorno dell’evento vogliamo offrire qualcosa di memorabile e immersivo, ma anche un test credibile che permetta di capire dove migliorare come atleta funzionale.”

adidas Hybrid Hotel Milano

Credits

adidas training

ATHX Games

Mark Hartnett Morgan

Filippo Libenzi


Breaking the hundred - adidas Adizero adios Pro Evo 3

Il Running contemporaneo, non è più soltanto una pratica sportiva, ma un territorio di sperimentazione continua, dove innovazione ingegneristica ed estetica si intrecciano, dando forma a nuove possibilità cinetiche. La adidas Adizero adios Pro Evo 3 si colloca in questo percorso come ulteriore punto di svolta.

Questa nuova evoluzione della linea Adizero, non rende questa scarpa solo uno strumento più performante, ma un’estensione naturale del gesto atletico. Un oggetto che traduce dati, ricerca e visione in una forma concreta, capace di incidere sulla velocità con cui un corpo attraversa lo spazio, superando quelle che un tempo sembravano barriere insormontabili.

In questa conversazione con Patrick Nava, Global GM of adidas running, emerge una visione più profonda che va oltre il prodotto per interrogare il futuro stesso del running—non solo come disciplina, ma come linguaggio culturale in continuo divenire. Un processo in continua evoluzione nel tentativo di ridefinire i parametri della velocità, spostando ancora una volta il limite di ciò che è possibile.

the new adidas Adizero adios Pro Evo 3

In una recente intervista hai descritto l’archivio adidas come un luogo in cui vive la storia più profonda dello sport. Quali sono, secondo te, gli ingredienti essenziali per costruire la narrazione sportiva del presente e continuare a plasmarla attraverso adidas Running?

“Credo sia importante partire da quello che adidas è sempre stata. Alla base del brand ci sono due pilastri principali: il calcio e il running, insieme all’atletica. Se si guarda all’archivio—e anche a ciò che oggi alimenta Originals—una parte significativa nasce proprio da queste due categorie, che erano anche le passioni di Adi Dassler. Sono due discipline che rappresentano forme diverse di universalità. Il calcio è lo sport globale per definizione, mentre la corsa è quello più accessibile per partecipazione. Insieme definiscono gran parte del DNA adidas.

Per me, il running ha un ruolo molto specifico nel futuro del brand: deve esserne il motore. Non solo in termini di performance, ma come principale veicolo di innovazione e come base su cui costruire l’archivio delle generazioni future.”

Oggi un brand può ancora costruire un’epica sportiva?

“Sicuramente sì. La cultura si costruisce attraverso comportamenti, codici condivisi—e puoi scegliere se essere parte attiva nel plasmarla o restarne spettatore. Io preferisco la prima opzione.

Se guardiamo alla corsa oggi, è evidente come stia uscendo dall’ambito puramente sportivo per influenzare altri territori culturali. Credo che questo sia legato a una ricerca più ampia di presenza, di consapevolezza da parte delle nuove generazioni. Per questo, anche se continuiamo a guardare alla nostra storia—che ha contribuito a definire la cultura sportswear—il nostro sguardo è rivolto al futuro. L’archivio è un riferimento, non una destinazione. Quello che conta è ciò che costruiamo adesso.”

Hai parlato della volontà di creare successo immediato oggi, costruendo qualcosa che le generazioni future potranno ereditare. Come si inserisce la adidas Adizero adios Pro Evo 3 in questa visione?

“Per noi adidas Running si fonda su due pilastri: innovazione e rilevanza culturale. Il successo degli ultimi anni nasce proprio dall’equilibrio tra questi due elementi. Siamo partiti con la Adizero Pro Evo 1 nel 2023 e da lì abbiamo sviluppato la Evo SL, che ha tradotto l’innovazione ad alte prestazioni in un prodotto più accessibile, mantenendo però una forte identità di design.

Adizero significa riduzione. Vuol dire eliminare tutto ciò che è superfluo, togliere distrazioni per permettere all’atleta di esprimere il massimo del proprio potenziale. La linea Evo è la nostra Formula 1: un prodotto mai finito, sempre in evoluzione.

Con la adidas Adizero adios Pro Evo 3 ci siamo concentrati su tre elementi: schiuma, struttura in carbonio e tomaia. La schiuma è oggi la più leggera e reattiva che abbiamo mai sviluppato—circa il 50% più leggera rispetto alla versione precedente. L’elemento in carbonio è stato ridisegnato in modo più minimale, migliorando ammortizzazione e flessibilità. La tomaia, invece, riprende i materiali del kitesurf: estremamente leggeri, ma resistenti. Questi elementi definiranno anche l’identità futura di Adizero, che poi verrà tradotta in prodotti più commerciali.”

the new adidas Adizero adios Pro Evo 3
the new adidas Adizero adios Pro Evo 3

Nella running industry contemporanea, cosa definisce davvero credibilità e differenziazione? E quanto contano storytelling ed estetica visiva?

“Ci sono due fattori fondamentali. Il primo sono i risultati. Puoi parlare di innovazione quanto vuoi, ma se non vinci maratone, mezze maratone o gare su pista, non sei credibile. Con Adizero, negli ultimi anni, adidas ha vinto una quota significativa delle gare più importanti. Questo è il dato più concreto. Il secondo è la percezione. Se chi corre—sia a livello professionale che amatoriale—riconosce quella credibilità e inizia a scegliere i tuoi prodotti, allora sei sulla strada giusta.

Per quanto riguarda lo storytelling, funziona solo se è basato su qualcosa di reale. Senza una base solida, è difficile essere autentici. I runner capiscono molto velocemente se ciò che racconti è vero o solo una narrazione.”

Ti sei definito molto analitico nello studio dei materiali e del design. Se dovessi descrivere la adidas Adizero adios Pro Evo 3 da un punto di vista scientifico, cosa la rende così avanzata?

“C’è un dato che sintetizza tutto: il peso. È la prima scarpa da running a scendere sotto i 100 grammi. Probabilmente questo dato sarà quello che tutti ricorderanno di questa scarpa. Per anni questa è stata una soglia quasi simbolica. Esiste una letteratura che dimostra come ogni 100 grammi in meno possano migliorare la running economy di circa l’1%. Con la adidas Adizero adios Pro Evo 3 siamo passati da 132 grammi a 97. Può sembrare poco, ma su una maratona la differenza si sente. Nei nostri test in laboratorio abbiamo registrato un miglioramento della running economy di circa l’1,6% rispetto alla EVO 2. Tradotto in tempo, su una maratona da due ore, significa iniziare a ridurre margini importanti, avvicinandosi alla barriera delle due ore. Ma il peso non è il fine. È solo uno degli elementi. L’obiettivo è creare la scarpa più veloce possibile. E oggi crediamo che la adidas Adizero adios Pro Evo 3 rappresenti questo.”

the new adidas Adizero adios Pro Evo 3

A Kinetic Journey | Design for and through ASICS

Abbiamo visitato il Kinetic Playscape, uno spazio immersivo creato da NUOVA e ASICS per celebrare le nuove GEL-KINETIC 2.0 durante la Milano Design Week. Per l’occasione, abbiamo esplorato la filosofia ‘Sound Mind, Sound Body’ e le sue declinazioni artistico-culturali attraverso le testimonianze incrociate di Alvaro Moreno de la Cruz, Global Head of Marketing, ASICS SportStyle, e del duo Enrico Pietra-Rodrigo Caula, partner dello studio NUOVA, che ha sviluppato quest’installazione immersiva.

Un istituto di ricerca fittizio, dalle sfumature retrofuturistiche. Una fusione tra artigianalità, oltre che minimalismo giapponese, e design italiano. Una commistione sperimentale di arte, intesa come insieme di forme tangibili e intangibili, e attività fisica. Soprattutto, un luogo dove cinque differenti spazi attivano e, a loro volta, si attivano nei sensi e nel movimento. 

Il Kinetic Playscape si rivela alla Milano Design Week come un tributo alle nuove GEL-KINETIC 2.0, ultimo simbolo del costante, e strutturale, processo di contaminazione tra passato e futuro di ASICS. Da questa sneaker ha preso ispirazione lo studio NUOVA (New Understanding of Various Artifacts), plasmando una scenografia interattiva che parla di viaggio: temporale, multisensoriale, ludico, creativo. L’esito di questo itinerario è una rapida, eppure profondamente significativa, visita tra il terrestre e il trascendente, tra atto e concetto, dove ad ogni corpo è dato trovare il senso ultimo del movimento: il pieno equilibrio umano, espresso dalla filosofia ‘Sound Mind, Sound Body’. 

Un equilibrio che, metaforicamente, si riflette anche nel rapporto tra prodotto, identità, immaginario sportivo ed espressione artistica professato dalla visione contemporanea di ASICS, qui raccontato dalla testimonianza di Alvaro Moreno de la Cruz, Global Head of Marketing, ASICS SportStyle, e dagli architetti del Kinetic Playscape, Enrico Pietra e Rodrigo Caula dello studio Nuova. 

Kinetic Playscape installation by ASICS & NUOVA
the new GEL-KINETIC 2.0 by ASICS

Alvaro Moreno de la Cruz | Global Head of Marketing, ASICS SportStyle

Ad Athleta Mag piace cominciare ogni intervista partendo dal rapporto personale di ogni intervistato con l’immaginario sportivo. Cos’ha rappresentato e cosa rappresenta nella tua vita lo sport?

Alvaro Moreno de la Cruz: “Lo sport è sempre stato una costante nella mia vita. Fin dall’infanzia sono stato molto attivo: giocavo a rugby, e l’attività fisica è un qualcosa con cui sono cresciuto in modo naturale. Con il tempo ho imparato a considerarla come una base per il mio equilibrio. Offre struttura, ma anche sollievo, sia fisico che mentale. Oggi resta una priorità. Ho bisogno di correre due o tre volte a settimana e considero le partite di calcio non solo come puro esercizio, ma anche come momenti di socialità. Più in generale, credo profondamente che il movimento sia essenziale: non solo a livello individuale, ma come strumento per incidere positivamente sulla società e sulle comunità. È una convinzione centrale anche per ASICS, e qualcosa con cui mi identifico in modo autentico. È anche uno dei motivi per cui sento una così forte affinità con ciò che facciamo.”

Proseguendo sul tema biografico, hai ricoperto diversi ruoli in ASICS, cominciando da Senior Sales Manager, fino a ricoprire il ruolo di Global Head of Marketing, che significati incarna ai tuoi occhi, dopo averla potuta vivere così profondamente, la filosofia ‘Sound Mind, Sound Body’?

Alvaro Moreno de la Cruz: “Nel corso degli anni ho assistito a un cambiamento significativo. Quando sono entrato, l’ampio dibattito culturale attorno allo sport e al benessere non era così cruciale come oggi. L’industria era guidata soprattutto dal lancio di sneaker e dalla logica dell’hype: qualcosa che non ha mai fatto realmente parte del nostro approccio, né della nostra missione. Il tempo ci ha permesso di abbracciare pienamente ciò che siamo come brand. ‘Sound Mind, Sound Body’ significa creare prodotti che consentano alle persone di muoversi di più e di sentirsi meglio nel farlo. E quel movimento fisico ha un impatto diretto e positivo sul benessere mentale. All’interno dell’azienda, questa convinzione è profondamente condivisa. Il team ASICS è composto da persone che credono davvero in questa filosofia: non è soltanto un messaggio, è qualcosa che si vive quotidianamente. Ed è proprio questo a rendere così naturale il nostro coinvolgimento in ciò che facciamo. È autentico.”

Ascoltando le tue dichiarazioni, appare chiaro come ti stia particolarmente concentrando sulla rilevanza e sul posizionamento culturale del brand. Per Athleta Mag lo sport è sinonimo di arte e cultura: per ASICS che valore assume il rapporto con queste due dimensioni?

Alvaro Moreno de la Cruz: “È una domanda molto interessante. Siamo profondamente radicati nello sport, per esempio nel running e nel tennis, e non cerchiamo di nasconderlo. È ciò che definisce il nostro posizionamento, offrendoci una base solida e autentica. Allo stesso tempo, nel momento in cui cerchiamo di espandere il nostro raggio d’azione e costruire connessioni più profonde con il nostro pubblico, la dimensione culturale diventa sempre più centrale. Ci interessa il coinvolgimento, la risonanza emotiva, la costruzione di qualcosa di duraturo. Se altri brand scelgono un approccio più esplicito o accelerato alla cultura, noi preferiamo sviluppare questa connessione in modo organico. La cultura richiede tempo: richiede pazienza e coerenza. Deve nascere da un terreno naturale. È per questo che momenti come la Milano Design Week assumono un significato particolare. Ci permettono di raccontare la nostra visione e il nostro design in un contesto affine ai nostri valori. La Milano Design Week non riguarda solo l’arredo o l’arte: riguarda l’artigianalità, declinata in molte discipline. È una prospettiva che risuona profondamente con noi, soprattutto se si pensa alla tradizione artigianale giapponese, da sempre alla base dei nostri prodotti. È qui che notiamo il vero punto di contatto: sport, design e cultura si mostrano come livelli complementari. E crediamo di avere un ruolo preciso all’interno di questo spazio.”

Kinetic Playscape installation by ASICS & NUOVA
Alvaro Moreno de la Cruz | Global Head of Marketing, ASICS SportStyle

La sneaker GEL-KINETIC 2.0 come s’inserisce nel percorso attuale di ASICS? Perché avete deciso di elevarla in questa Milano Design Week?

Alvaro Moreno de la Cruz: “Il prodotto, in fondo, parla da sé. Il linguaggio progettuale della GEL-KINETIC 2.0 è estremamente avanzato e progressivo: è una chiara espressione del principio per cui la forma segue la funzione. Al di là dell’estetica, si tratta di comfort e stabilità. È una scarpa pensata per chi trascorre molte ore in piedi, pur mantenendo un’identità visiva molto distintiva. In ASICS siamo orgogliosi di portare la tecnologia in primo piano, quella che definiamo ‘visible tech’, e questo modello ne è una delle espressioni più compiute. Per questo la Milano Design Week si è rivelata il contesto naturale per presentarla. Non esiste luogo migliore per parlare di design a questo livello.”

L’ASICS Kinetic Playscape: un’installazione pubblica immersiva, un’esperienza spaziale di mente e corpo in armonia, una fusione tra design radicale italiano e minimalismo giapponese… Qual è la tua definizione di quest’attivazione? E cosa vuole trasmettere e far vivere ASICS attraverso un’installazione di questo genere?

Alvaro Moreno de la Cruz: “Mette in mostra un ambiente che potremmo definire retro-futurista. In ASICS, l’innovazione è sempre accompagnata dalla riflessione: si procede in avanti, ma si guarda anche indietro. Questo approccio affonda le radici nel concetto giapponese di kaizen, ovvero di miglioramento continuo: apprendere dal passato per orientare il futuro. La GEL-KINETIC 2.0 è già di per sé un’evoluzione, e il Kinetic Playscape incarna la stessa logica. È un’esperienza ludica, che al tempo stesso esplora il futuro attraverso una lente quasi nostalgica: c’è un’atmosfera che richiama gli anni Ottanta, con suggestioni kubrickiane. È un contrasto voluto, e particolarmente efficace. Al centro, però, resta il movimento. La nostra ambizione è dimostrare che il movimento, anche il più minimo, produce un impatto positivo. Non serve correre trenta chilometri: bastano pochi minuti di attività per generare un senso di benessere mentale. Il contesto progettuale è fondamentale, riflette tanto la nostra eredità giapponese quanto la città che ci ospita, ma, in ultima analisi, l’obiettivo è semplice: permettere alle persone di sperimentare direttamente come il movimento le possa far sentire. Interagire con lo spazio, giocare, e uscirne con una percezione di benessere accresciuta.”

Per l’ASICS Kinetic Playscape avete coinvolto anche un artista sonoro del calibro di Mateo Garcia e il visionario studio di design, di base a Los Angeles, NUOVA. Il suono entra, in qualche modo, anche nel vostro claim: cosa rappresenta per ASICS il coinvolgimento di artisti e creativi in progetti speciali?

Alvaro Moreno de la Cruz: “Tutto riconduce al concetto di artigianalità. Negli ultimi tempi ci siamo interrogati su ciò che davvero ci definisce: non tanto l’innovazione in sé, quanto l’idea che ogni cosa che realizziamo sia radicata nell’artigianalità giapponese. Si tratta di decenni di affinamento, attenzione al dettaglio, qualità, vestibilità. Lo stesso principio guida anche le nostre collaborazioni con gli artisti. Che si tratti di musicisti, designer o architetti, ciò che ci accomuna è una dedizione condivisa al fare: anni di pratica, profondità di competenze, capacità di mettere in relazione discipline diverse. È in questo processo di confluenza che si generano significative sinergie. Per noi, è uno spazio estremamente fertile, che vogliamo esplorare ancora di più. Soprattutto oggi, in un mondo sempre più plasmato dall’intelligenza artificiale, esiste un valore concreto nel riconnettersi a ciò che le persone sanno creare con le proprie mani e con il proprio pensiero. Collaborare con gli artisti è un modo per celebrare questo principio e per affiancarci a individui che condividono la nostra stessa visione.”

Kinetic Playscape installation by ASICS & NUOVA
Kinetic Playscape installation by ASICS & NUOVA

Enrico Pietra & Rodrigo Caula | Design Studio NUOVA

Che cosa ha rappresentato lo sport nella vostra vita e cosa rappresenta oggi?

Enrico Pietra: “Lo sport riveste un ruolo fondamentale nella mia vita. Forse non è la prima cosa in assoluto, ma di certo ci si avvicina molto. Per me l’attività fisica è inseparabile da una condizione di benessere: senza allenamento non mi sento in equilibrio. Il mio percorso non è mai stato orientato all’eccellenza in una singola disciplina, quanto piuttosto alla curiosità e all’esplorazione. Ho sempre amato sperimentare sport diversi: ho iniziato con il basket, sono passato alla boxe, poi mi sono fermato per concentrarmi maggiormente sulla palestra e, più recentemente, sono tornato a pratiche come il jiu-jitsu, affiancate alla corsa. Il movimento, in tutte le sue forme, è sempre stato una costante.”

Rodrigo Caula: “Ho giocato a calcio per vent’anni, quindi è letteralmente nel mio sangue: sono argentino, dopotutto... Ho iniziato a cinque anni ed è una parte della mia vita che ha definito profondamente chi sono. Negli ultimi anni mi sono avvicinato a pratiche come lo yoga e il Pilates. Il movimento resta essenziale. In passato, ho anche corso su pista, sulle medie e lunghe distanze, quindi il rapporto con il corpo è sempre stato presente. Per me restare attivo non è solo importante: è necessario.”

Ad Athleta Mag consideriamo lo sport una forma di arte e cultura: quale ruolo dovrebbero avere queste dimensioni—arte, cultura e, nel vostro caso, design—nell’immaginario sportivo contemporaneo e nell’identità di un brand come ASICS?

Enrico Pietra: “Lavorare con ASICS è stata l’occasione per ripensare la scarpa come strumento di performance: l’elemento essenziale che accompagna ogni movimento, sul campo, in allenamento o in palestra. Partendo da questi concetti, è interessante collocare il prodotto in contesti differenti, permettendo alle discipline e agli ambienti di intersecarsi. Running, training, sollevamento pesi, design, arte… Tutto si sovrappone, generando una visione dello sport più fluida e integrata.”

Rodrigo Caula: “La vedo come la prossima frontiera. Si tratta di un’evoluzione continua: affinare, contaminare, mettere in relazione realtà diverse. Questo è il momento giusto perché questi mondi entrino in collisione. Oggi le persone non vogliono più soltanto osservare: vogliono partecipare. Cercano un’esperienza completa, immersiva. E credo che questa convergenza tra sport, arte e cultura risponda esattamente a questa esigenza.”

Kinetic Playscape installation by ASICS & NUOVA

Com’è stato progettare uno spazio ispirato alla GEL-KINETIC 2.0? Che tipo di processo creativo avete seguito per definire il Kinetic Playscape?

Enrico Pietra: “Siamo profondamente legati alla tradizione, ma sempre proiettati verso il futuro, e ASICS incarna perfettamente questa tensione. Lo si percepisce chiaramente nella GEL-KINETIC 2.0: una forte eredità che si combina con nuove tecnologie. Il nostro approccio ruota attorno al retro-futurismo. Lavoriamo spesso sull’idea che viaggiare nel tempo sia possibile. In questo progetto abbiamo immaginato di riportare le persone nel Giappone degli anni Ottanta, all’interno di una struttura di testing dove incontrare la scarpa per la prima volta, per poi viverla in modi inaspettati, quasi come se ci si trovasse sulla luna, sperimentando attraverso il movimento e la gravità. Il percorso si trasforma poi nuovamente, conducendo in una reinterpretazione di una tradizionale sala da tè giapponese, con tatami, riletta però in chiave contemporanea, attraverso nuovi pattern e materiali. È un gioco di stratificazioni tra tempo, cultura ed esperienza.”

Rodrigo Caula: “We started from the concept embedded in the ASICS name itself: ‘Anima Sana in Corpore Sano’. That became the foundation of our research and the structure of the experience. The idea was to create a kind of journey, almost like a performance, guiding people through different states. When you enter the changing room, the goal is to downregulate the nervous system: to bring you into a calm, neutral state. Then, once you put on the shoes, you move into the Playscape, where everything shifts: sound, scent, energy, all working together to activate you. Finally, the experience resolves in the tea room, where you can relax, absorb everything, and return to a more grounded state. It’s a cycle: an interplay between activation and recovery.”

Avendo esplorato ASICS così a fondo, che cosa significa oggi per voi la filosofia ‘Sound Mind, Sound Body’?

Enrico Pietra: “Non medito nel senso tradizionale del termine, ma per me il movimento è una forma di meditazione. Correre, sollevare pesi: sono i momenti in cui mi riallineo. Inizio sempre la giornata con l’attività fisica. È ciò che ne determina il tono. Senza, so già che la giornata non avrà lo stesso equilibrio.”

Rodrigo Caula: “Per me la meditazione è una componente essenziale della quotidianità. Pratico meditazione vedica sia al mattino, che alla sera: è il mio modo di disconnettermi dal rumore esterno e riconnettermi con me stesso. Mi aiuta a ritrovare equilibrio, a restare centrato e a mantenere un legame profondo tra mente e corpo. Lo sport completa questo processo, sostenendo il benessere generale e rafforzando una condizione di armonia.”

Enrico Pietra and Rodrigo Caula, partners at NUOVA

Surrounding (Echoes)

L’editoriale prodotto da Stoked Studios rivela, e ritrae, un modo altro d’intendere il trail running

Il trail running si manifesta, nel suo stadio più lirico, come condizione percettiva, più che come atto cinetico. Appoggio dopo appoggio, il paesaggio viene filtrato in funzione del movimento: in virtù di una sete d’esplorazione tanto esteriore, quanto interiore. Il campo visivo si restringe. Il corpo evolve in una dimensione terza, dove si ritrova disperso, eppure profondamente a fuoco. Fluttua, in un piano sequenza di suggestioni. In un tunnel alterato e alterante. 

La mente oscilla in quest’effimero corridoio sensoriale, registra lampi naturali sotto forma d’ostacoli o intuizioni. Un’altra salita, e l’esperienza diretta arriva a coincidere con la visione indiretta. Un’altra discesa, e l’immaginazione si ritrova ad inseguire una realtà sempre più irregolare: un paesaggio destinato a perdere definizione, trasformandosi in una sequenza di pattern ricorrenti. Di suoni e percezioni. Di echi prossimi. 

Come durante la massima trance artistica, la ripetizione pregressa, allenata e raffinata, sfocia d’un tratto nell’anticipazione. Nell’automatismo. Nell’invenzione. Lo spazio segue il ritmo, adattandosi ad un tempo, ormai, non più lineare. Ad esistere è solo il passo successivo: già conosciuto, già effettuato. Il ciclico compimento di un rito dissociativo. Il ritorno in una geografia sospesa, dove tutto ciò che circonda, non fa che avvolgere. E canalizzare.  

Questo progetto editoriale è stato prodotto da Stoked Studios e supportato, oltre che reso possibile, da Saucony e Wild Tee.

Surrounding (Echoes)

Credits

Production: Stoked Studios

Creative direction: Leonardo Piai

Photographers: Riccardo Fabris I Valentina Pettinelli I Laura Marchini I Nicolas Teodori

Retoucher: Riccardo Fabris

Filmmakers: Lorenzo Mariotti & Antonio Visinali

Fpv drone: Marco Petrone

Sound: Federico Tansella & Federico Sacchet

Producer assistant: Marco Gallocchio

Talent: Giulia Pettinelli

Text editor: Gianmarco Pacione

Thanks to Saucony and Wild Tee


Scalare per scoprire se stessi — Jorge Díaz-Rullo

Per la maggior parte delle persone, una parete è solo pietra. Per Jorge Díaz-Rullo, alcune pareti sono diventate veri e propri ritratti di vita

A Margalef, immerso nell’architettura arida del calcare catalano, Café Colombia ha smesso di essere soltanto una possibile via ben prima di diventare un grado. Nell’arco di quasi cinque anni, tra blocchi di allenamento, dubbi, ossessione e fatica, si è trasformata in qualcosa di più denso dello sport e più intimo della performance: un paesaggio privato fatto di ripetizione e sacrificio. 

La storia, di solito, si affida ai numeri, nell’arrampicata vengono accostati a lettere: 9c. Ma ciò che vive sotto quel accostamento è qualcosa di più difficile da misurare: 240 giorni passati a tornare sulla stessa linea. Non sono semplicemente numeri: sono esperienze che cambiano la vita. Con il supporto di SCARPA, Jorge Díaz-Rullo ha affrontato questo progetto con una dedizione capace di trasformare l’arrampicata in una relazione con la roccia.

Nell’eccellenza del climbing mondiale, la forza da sola non basta mai. E nemmeno il talento. Ciò che conta, alla fine, è un’arte più lenta e più esigente: imparare ad andare avanti. In questa conversazione con il climber spagnolo, Café Colombia emerge non solo come la via più difficile della sua carriera fino a oggi, ma come un lungo percorso interiore di formazione e maturazione.

Jorge Diaz-Rullo climbing Cafè Colombia
Jorge Diaz-Rullo

Alcune vie diventano storie. Che tipo di storia è Café Colombia per te?

“Café Colombia per me non è solo un numero, e nemmeno semplicemente un’altra via della mia carriera. È stata, e continua a essere, una parte di me. È diventata un intero capitolo della mia vita, in cui tutto ruotava attorno a questo progetto.”

Hai detto che Café Colombia è diventato il progetto più lungo e più impegnativo della tua vita. A che punto una via smette di essere “un progetto” e comincia a diventare parte di te?

“Direi che accade quando le dai tutto, al di là del semplice allenamento. Per me, ogni aspetto logistico della mia vita era collegato a questo progetto.”

Quattro anni e circa 240 giorni sulla stessa linea non sono solo allenamento: diventano una relazione. Che cosa significava per te quella parete, oggi, che all’inizio ancora non sapevi?

“Per me ha significato un’ossessiva voglia di raggiungere il livello che richiedeva, un processo continuo di apprendimento e una ricerca volta a migliorare ogni minimo dettaglio. Non avevo mai davvero capito dove fosse il mio limite, finché non l’ho vissuto su questa via.”

Le descrizioni parlano di Café Colombia come di una via di resistenza estrema, quasi senza veri riposi e con una sequenza finale brutale dopo un lungo accumulo di fatica. Che tipo di sofferenza ti fa provare una via del genere?

“La sofferenza fisica più grande è arrivata dallo sforzo necessario per allenarmi e mantenermi in forma rispetto a tutte le esigenze della via. Dovevo essere al massimo non solo in termini di forza, sia in allungo sia sulle tacche per l’ultimo crux, ma anche di resistenza. Dovevo riuscire a concatenare molti movimenti consecutivi, molto vicini al mio limite, e allo stesso tempo essere capace di recuperare in un riposo in cui riuscivo a malapena a mettere la magnesite prima della sezione finale. In questo senso, per me la via è stata estremamente esigente sotto ogni aspetto.”

Jorge Diaz-Rullo climbing Cafè Colombia

Hai salito più di novanta vie di nono grado e oltre una dozzina di 9b e oltre. Con un livello di esperienza simile, in che modo il tuo corpo ti dice che alcune vie appartengono a una categoria completamente diversa?

“Come dicevo prima, la differenza principale è fisica. Altre vie non hanno mai richiesto questi limiti, né in modo così specifico né in modo così complesso e vario all’interno di un’unica linea.”

Nello sport, di solito, si celebra la vittoria. Athleta è interessato a tutto ciò che sta intorno, le ripetizioni, i giorni vuoti, i tentativi falliti. Che cosa ti ha insegnato questa via lungo il processo di ascesa?

“Per me rappresenta un prima e un dopo. In un certo senso, è stata la chiusura di un cerchio, un obiettivo di vita che finalmente è diventato realtà. Ho attraversato molte fasi, e mi ha insegnato ogni genere di lezione, non solo come atleta ma anche come persona. Ma la cosa più importante è la fiducia che mi ha dato. Ora so che con l’impegno tutto è possibile, e capisco fino a dove posso arrivare. Ho gli strumenti per farlo, e spero di poterli applicare da ora in poi nei progetti futuri.”

Hai lavorato su questa via attraversando stagioni diverse della vita — blocchi di allenamento, stati d’animo, condizioni fisiche. Come si tiene vivo un progetto senza lasciare che diventi tossico?

“Senza dubbio, la parte più difficile di questo progetto è stata restare sulla strada giusta e non perdermi mentalmente. In quasi cinque anni la motivazione va e viene, ed è inevitabile incassare colpi, a volte anche molto duri. Ma sapersi rialzare e non mollare è ciò che fa la differenza. Per me è stato fondamentale capire che questo progetto sarebbe stato duro, accettare che forse non l’avrei mai chiuso, e interiorizzare davvero perché faccio tutto questo e che cosa mi dà. È così che ho imparato a godermi ogni piccolo passo del processo e a trarre il massimo dalla via.”

In uno sport così individuale, che forma prende davvero la fiducia tra un atleta e un coach lungo un percorso di quattro anni? E che cosa significa per te essere sostenuto da un brand come SCARPA in questo viaggio?

“Direi che la fiducia tra un atleta e un coach non è qualcosa che si costruisce da zero: è qualcosa che nasce e poi evolve in modo naturale. Il mio percorso non riguarda mai soltanto una persona; sei sempre circondato dalle persone a te care. Con i miei coach siamo cresciuti insieme negli anni, ed è stato un processo di crescita da entrambe le parti. Sono molto grato di averli con me (Ekhioz Alsasua e Pedro Bergua), così come il resto del team professionale di Sputnik.

Il supporto di SCARPA è stato cruciale. Poter contare sulle migliori scarpette da arrampicata su una delle linee più esigenti in termini di lavoro di piedi è assolutamente decisivo. Ho scelto il modello Chimera, una scarpetta rigida ma anche flessibile, perfetta per sentire ogni appoggio su quelle piccole buche.”

Arrampicare a questo livello significa dare tutto e fallire molte volte prima di riuscire. Che cosa ti ha insegnato l’arrampicata sul convivere con il fallimento?

“Senza dubbio, la parte più dura del progetto è stata gestire la frustrazione e, con essa, spesso anche la fiducia in me stesso. Inoltre, è una via senza una salita precedente, quindi il dubbio che sia davvero possibile è sempre presente, e quei pensieri ti remano contro. Ci sono stati molti giorni, e persino interi periodi, in cui sono regredito. Ho preso tanti colpi, e rialzarmi dopo alcuni di questi è stato molto difficile. Alla fine attraversi ogni tipo di emozione in un progetto che ti spinge così lontano e dura così a lungo, e la cosa più dura è sempre continuare ad andare avanti. Quello che è davvero cambiato in questi anni, e che è stato assolutamente decisivo, è stata la consapevolezza che questa sfida mi avrebbe reso un climber migliore, e lo spostare il mio focus più sul migliorare sulla via che non semplicemente sul chiuderla. Questo mi ha reso più analitico, e ho cominciato a vedere un progresso costante anche in aspetti che andavano oltre il semplice fare un buon tentativo. Anche quando ero molto vicino, nei giorni precedenti alla chiusura, cercavo di ignorare il fatto che ci sarei riuscito o no: ero concentrato solo sul fluire nella via.”

Jorge Diaz-Rullo climbing Cafè Colombia

Hai definito Café Colombia la chiusura del capitolo più importante della tua carriera fino a oggi. Dopo un capitolo del genere, la prima sensazione è sollievo, vuoto, lutto, orgoglio — o qualcosa di più difficile da nominare?

“Onestamente, non so davvero come spiegarlo. Ho vissuto, e vivo ancora, giorni molto strani in cui la motivazione va e viene, anche se in realtà sono molto motivato. Ho passato cinque anni con lo stesso obiettivo, uno di quelli che ti tengono sveglio la notte e attorno al quale ruota tutta la tua vita. Quando è finito, mi ha lasciato una sensazione di vuoto. Ma non ho dubbi che, prima o poi, questa sensazione cambierà. Per fortuna amo l’arrampicata, e in un modo o nell’altro continuerò ad arrampicare e a godermela.”

Hai passato anni a cercare di risolvere una sequenza al limite di ciò che il mondo dell’arrampicata riteneva possibile. Alla fine, che cosa contava di più: dimostrare che la via poteva essere salita, o scoprire chi dovevi diventare per salirla?

“Chiudere la via era importante, perché alla fine vedi tutto lo sforzo e il sacrificio riflessi in un obiettivo. Ma per me si trattava soprattutto di diventare la persona che sono oggi: un climber migliore, più maturo, con un livello di apprendimento che sono sicuro mi aiuterà nei progetti futuri.”


A collective voltage — On Squad Mission Rome

Quando la corsa si addentra per le vie acciottolate della città eterna, non è mai solo movimento: diventa una traccia temporanea che si imprime sui sanpietrini, un ritmo che si propaga fra corpi diversi. La On Squad Mission è tornata a rendere visibile questa energia, trasformando ancora una volta il gesto individuale in esperienza collettiva

Tra le strade del Pigneto, nei dintorni del Runcore running store, Roma è diventata un circuito all’aria aperta, un organismo in tensione dove condivisione e sana competizione si sono ancora una volta intrecciate. Come già accaduto a Milano, questa speciale gara è andata oltre la dimensione più intima del running per assumere una forma più ampia, corale. Non perdendo la sua dimensione personale, ma estendendola.

La struttura secolare della staffetta è stata nuovamente riscritta attraverso il linguaggio contemporaneo delle running communities romane, la condivisione di ritmo e passaggi di energia. Raffigurata in un testimone luminoso che non è solo oggetto, ma diventa vettore energetico continuamente pronto a cambiare direzione: un flusso che si rinnova giro dopo giro.

Roma, con la sua materia stratificata e la sua storia senza tempo, è risultata essere l’ambientazione perfetta per questa reinterpretazione contemporanea della corsa a squadre. che ha messo, ancora una volta, al centro l’idea di rendere visibile ciò che solitamente resta invisibile: Lo sforzo condiviso. L’energia che si accumula tra i corpi, che ha visto la Suicide Runcore Running Squad aggiudicarsi l’ultimo passaporto disponibile per la On Squad Race di Barcellona.

In veste di official media partner dell’evento romano, Athleta Magazine ha seguito questa sfida da vicino, attraverso una narrazione visuale e le voci di alcuni runner coinvolti, che ci hanno raccontato come la corsa possa ridefinire temporaneamente gli spazi cittadini rendendoli terreno conduttore per una nuova forma di aggregazione.

On Squad Mission in Rome
On Squad Mission in Rome

Il format della On Squad Mission trasforma l’energia in qualcosa di visibile, attraverso il passaggio di un testimone luminoso e il riempirsi del totem. Tu, da runner, quando senti davvero che la tua energia smette di essere solo tua e diventa collettiva?

Francesco Mittoni, Suicide Runcore Squad: “In realtà direi sempre. Ogni volta che gareggio c’è sicuramente la competizione, ma c’è anche il pubblico, c’è l’allenatore, c’è il gruppo con cui ti alleni. Non sei mai davvero solo. Senti energia arrivare da tutte le direzioni. C’è sempre una componente individuale molto forte, ma oggi, essendo una staffetta, la dimensione collettiva era ancora più evidente. Ti senti davvero parte di qualcosa di condiviso.”

Camilla Piergentili, Amor Run Club: “Per me questo passaggio è stato molto forte. Ho sentito che gli altri credevano in me più di quanto ci credessi io stessa, e questo ha fatto la differenza. L’energia è stata totale, condivisa in ogni momento. È un’esperienza che rifarei mille volte, anche se è stata davvero faticosissima.”

Valerio Ciaramella, On Ambassador: “È stata sicuramente una bellissima esperienza. Nel mio caso, ho partecipato insieme a mia sorella, e questo ha reso tutto ancora più speciale. L’energia condivisa si è percepita per tutta la gara, anche grazie al tifo e alla presenza delle persone. È qualcosa che va oltre la corsa in sé: diventa un momento da condividere con amici e famiglia.”

Asia Bernardini, Suicide Runcore Squad: “Essendo una staffetta, c’è naturalmente un forte lavoro di squadra. La gara smette di essere individuale e diventa qualcosa di condiviso. Ti ritrovi a fare il tifo per i tuoi compagni, a guardare chi sta arrivando per passarti il testimone, e in quel momento senti davvero questo passaggio di energia. Mi è piaciuto molto anche il fatto che i testimoni fossero luminosi, con un design particolare. È stato diverso dal solito, più coinvolgente. Correre con un oggetto così, rispetto a quello a cui siamo abituati, ha reso l’esperienza ancora più interessante.”

On Squad Mission in Rome
On Squad Mission in Rome

Correre in staffetta significa fidarsi del ritmo degli altri oltre che del proprio. Quanto conta, in una gara come questa, il rapporto con il team rispetto alla pura prestazione personale?

Francesco Mittoni, Suicide Runcore Squad: “Conta tantissimo, perché non dipende solo da te, ma da tutti. Più il team è affiatato, più c’è fiducia reciproca, e questo rende la squadra più forte.”

Camilla Piergentili, Amor Run Club: “È fondamentale. In una gara del genere devi avere piena fiducia nelle persone con cui corri, indipendentemente da quanto le conosci. Durante la staffetta questo è emerso chiaramente: a un certo punto finisci quasi per fidarti più degli altri che di te stessa. E quando ricevi quell’energia indietro, trovi anche il tuo ritmo. Si crea uno spirito condiviso che è essenziale. Se non credi negli altri, nella squadra, è difficile arrivare a un risultato. Quello che mi ha colpito di più è stato il legame che si crea. È qualcosa di molto intenso, quasi difficile da spiegare. Durante la gara ho sentito una connessione fortissima con i miei compagni.”

Valerio Ciaramella, On Ambassador: “In una staffetta è fondamentale. È uno dei pochi momenti nell’atletica in cui il risultato non è solo individuale. Conoscere i propri compagni, avere fiducia e stima reciproca è essenziale. È questo che permette alla squadra di funzionare davvero.”

Asia Bernardini, Suicide Runcore Squad: “Conta tanti fidarti degli altri. Nel nostro caso, per esempio, io conoscevo solo l’altra ragazza della squadra, mentre gli altri due compagni li ho conosciuti qui. Però mi sono fidata, e direi che ho fatto bene a farlo.”

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Asia Bernardini, Runcore Suicide Squad

Il running oggi è sempre più un linguaggio comunitario: appartenenza, crew, rituale urbano. Pensi che eventi come questo rendano visibili delle verità più profonde della corsa contemporanea?

Francesco Mittoni, Suicide Runcore Squad: “Sì, assolutamente. Mi piace molto questa nuova wave che si sta creando. Sempre più persone si stanno avvicinando alla corsa, ed è qualcosa di molto positivo. Oggi, secondo me, è stato bello anche perché sono state coinvolte persone provenienti da mondi diversi: non solo il running su strada o di gruppo, che vediamo spesso, ma anche atleti che arrivano dalla pista. Mettere insieme questi due mondi è importante, perché in realtà sono molto simili e dovrebbero convivere. Spero che sempre più persone si avvicinino non solo alla strada ma anche alla pista, perché è un mondo bellissimo. Sono molto felice di questo.”

Camilla Piergentili, Amor Run Club: “Per me il running, questi eventi e il run club a cui appartengo hanno cambiato completamente la mia vita negli ultimi mesi. Mi hanno dato un senso di comunità enorme. Oggi li considero come una seconda famiglia. Credo che sia un fenomeno molto legato alla nostra generazione, che è alla ricerca di connessioni vere. La corsa ti permette di accedere a relazioni profonde, non superficiali. Sostenersi a vicenda per raggiungere un obiettivo comune è qualcosa di bellissimo. Avere persone che credono in te è fondamentale, ed è qualcosa che spesso manca nella vita quotidiana. Nel running, invece, lo trovi e non è affatto scontato.”

Valerio Ciaramella, On Ambassador: “Assolutamente. Eventi come questo danno una grande spinta a chi corre, ma anche a chi magari non ha mai corso e potrebbe iniziare. Sono occasioni che possono accendere una scintilla. Fanno venire voglia di mettersi in gioco, di far parte di qualcosa.”

Asia Bernardini, Suicide Runcore Squad: “Secondo me sì. Anche perché è una gara che si svolge in strada, non in pista. Ci sono persone che passano, che si fermano, che si incuriosiscono. Questo rende tutto più visibile. Magari qualcuno si avvicina proprio così al running, vedendo la gara, sentendo l’energia. E si crea anche più tifo, anche da parte di chi non conosce davvero questo mondo.”

On Squad Mission in Rome
Valerio Ciaramella, On Ambassador
On Squad Mission in Rome

La On Squad Mission porta la corsa nel cuore di Roma, in pieno giorno, trasformando le strade in uno spazio di energia condivisa. Che tipo di sensazione ti lascia addosso rispetto a un percorso più tradizionale?

Francesco Mittoni, Suicide Runcore Squad: “È stata più faticosa di quanto pensassi, sicuramente. Però anche molto bella. È sempre una nuova esperienza, qualcosa di diverso. Mi sono divertito molto, mi è piaciuto tutto: l’organizzazione, l’idea, anche il fatto di correre tutti con le stesse scarpe On. È stata davvero una bella esperienza.”

Camilla Piergentili, Amor Run Club: “È stato molto interessante vedere persone provenienti da diversi run club unirsi in questa esperienza. Quando corri sempre con il tuo gruppo, non hai spesso occasione di confrontarti con altre realtà, e finisci per pensare di essere in pochi. Invece qui ti rendi conto di quante persone partecipano, di quanta energia c’è. Vedere anche atleti più competitivi, più esperti, ti stimola tantissimo. Mi è piaciuto molto anche il fatto che On sia riuscito a mettere insieme comunità diverse all’interno della stessa città. È una sfida, ma allo stesso tempo rimane un ambiente molto positivo, amichevole. Per me questo è il vero sport: sana competizione, ma soprattutto condivisione.”

Valerio Ciaramella, On Ambassador: “Ha rotto completamente la monotonia degli allenamenti. Correre così, in un contesto diverso dal solito, cambia tutto. Farlo di sabato mattina, in un parco di Roma, insieme a tante persone appassionate di corsa, crea davvero una bellissima atmosfera. Ti lascia addosso delle sensazioni molto positive.”

Asia Bernardini, Suicide Runcore Squad: “È una gara diversa da quelle che faccio di solito, e proprio per questo mi ha stimolata di più. Il percorso, con i suoi sali e scendi, non è qualcosa che si trova spesso in questo tipo di gare. È un format che non avevo mai provato, e devo dire che mi sono divertita molto.”

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Camilla Piergentili, Amor Run Club

Il dinamismo tennistico nell’arte di Claudia Locurcio

L’immaginario di Claudia Locurcio ha trovato nel disegno la forma di esprimersi. E il disegno, a sua volta, ha trovato nel tennis uno spazio naturale in cui muoversi

Nel percorso di Claudia, moda, illustrazione e tennis si rincorrono, si cercano e alla fine si incontrano, non per caso: tra gli studi di Fashion design a Milano, i ricami di Gucci, le stampe di Casablanca, gli sketchbook realizzati sugli spalti di un campo da Tennis. 

Prima che diventasse un veloce tratto di colore, il tennis per Claudia è stato sport praticato e immaginario esplorato. Un mondo fatto di outfit e terra rossa, di corpi in tensione e gesti che diventano coreografie, di eleganza solo apparente dietro cui si nascondono fatica, disciplina, ostinazione.

Grazie ai lavori di questa giovane illustratrice pugliese il tennis viene interpretato come forma, memoria e tensione. Non solo come sport da guardare, ma come linguaggio da attraversare con dei pastelli, cercando ogni volta di tenere insieme due verità solo in apparenza opposte: l’eleganza e lo sforzo dello sport della racchetta.

Prima ancora del tennis e dell’arte illustrativa quali sono gli immaginari che ti hanno formato? 

“Disegno praticamente da quando sono nata. Quando ero più piccola — e in realtà fino a pochi anni fa — il mio sogno era lavorare nella moda, diventare fashion designer. È stata un’idea che mi sono portata dietro per tantissimi anni, quindi sicuramente la moda, intesa proprio in senso ampio, è stata la mia forza trainante, la base di tutto quello che ho fatto in quegli anni di formazione.

Ho studiato fashion design a Milano e, da lì, ho iniziato a lavorare. In realtà non ho mai fatto davvero la fashion designer nel senso più classico del termine. Fin da subito, quasi senza averlo scelto io, sono stata spinta verso cose più illustrative, perché evidentemente era quello che emergeva con più forza da ciò che facevo. Il mio primo lavoro, per esempio, è stato per Gucci, dove per tre anni ho lavorato come designer di ricami. Quella è stata un’esperienza molto bella, che mi ha indirizzata ancora di più verso l’arte illustrativa. A livello di immaginario e ispirazioni, ha contato moltissimo il fatto di aver lavorato da Gucci negli anni di Alessandro Michele. Tutto ciò che aveva un feeling rétro, tutto ciò che è vintage, tutto ciò che sa di passato, è diventato una fonte enorme di ispirazione per me. E credo che ancora oggi, nelle illustrazioni che faccio, io cerchi sempre di lasciare un piccolo feeling retrò.

Un’altra esperienza decisiva è stata lavorare per Casablanca, anche lì per tre anni, disegnando stampe e illustrazioni. Non è un brand enorme, ma è molto riconoscibile, e una parte importante della sua identità iconografica è legata al tennis. Casablanca ha sempre esplorato questo sport in modo soprattutto estetico, cercando di ricreare un immaginario fatto di tennis club, di après-sport, di eleganza rilassata. Secondo me sono stati tra i primi a farlo in quel modo, e poi piano piano il tennis è cresciuto tantissimo in popolarità anche a livello visivo, e molti altri brand hanno cominciato a seguire quel filone. Anche questo, inevitabilmente, mi ha formata molto.

Poi, stando in Italia, lavorando da remoto, e sentendo sempre di più il bisogno di fare qualcosa di mio, qualcosa per me stessa, ho iniziato a chiedermi in che modo potessi entrare più attivamente nel mondo del tennis. Non sapevo ancora bene come, ma sentivo che dovevo trovare una strada. Così ho iniziato a condividere i miei disegni, a seguire creator, a cercare connessioni anche fuori dall’Italia, a mettere radici in quel mondo, poco alla volta. Due anni fa sono andata agli Internazionali di Roma e mi ero portata dietro il mio sketchbook. Ho provato a fare qualche disegno lì, mentre guardavo la partita. Non l’avevo mai fatto prima. Non sapevo bene come muovermi. Era tra l’altro praticamente l’ultimo anno di Nadal, e lui si stava allenando sul Centrale. Ho fatto uno schizzo di lui mentre si allenava e lì ho avuto una sensazione molto chiara: volevo che l’arte illustrativa fosse una parte centrale della mia vita. Non dico del mio ‘lavoro’ nel senso più rigido del termine, ma ho capito che volevo continuare a fare esattamente quella cosa.

Mi aveva ispirata molto un pittore che spesso si vede a Roland Garros, e anche un illustratore inglese che anni fa realizzava grafiche e illustrazioni per Wimbledon. Ho pensato che volevo riportare un po’ quella dimensione nel tennis. Così, piano piano, ho iniziato a fare e condividere le mie illustrazioni e i miei sketch. E in modo molto graduale ho cominciato a farmi notare, credo, prima da altre persone dentro la tennis community — creator, appassionati da varie parti del mondo — e infine anche dai brand. Adesso sento di aver preso la direzione giusta.”

Quando e come il tennis è entrato a far parte della tua vita? e come è rimasto?

“Il tennis, nel mio percorso personale, entra inizialmente come una piccola parentesi, ma una parentesi importante. Ci avevo giocato da piccola, alle medie e poi alle superiori, ma non sono mai stata una persona agonistica. Lo facevo per divertirmi. Non sono mai stata particolarmente competitiva, però il tennis mi piaceva molto già allora, soprattutto per il suo immaginario, per tutto quello che rappresentava. Era il 2008, c’erano Nadal, Federer. Era un mondo che esteticamente mi attirava moltissimo. Però sotto, in profondità, non avevo quella miccia atletica o sportiva vera e propria. Eppure è sempre rimasto l’unico sport che mi abbia davvero praticato.

Più recentemente — tre o quattro anni fa — mi sono trovata in un momento di vuoto, o forse di noia, non saprei definirlo meglio. Ho acceso la tv e ho iniziato a guardare gli US Open, la prima giornata, quasi per caso. E da lì non ho più smesso. È successo all’improvviso. Il tennis era sempre stato presente nella mia vita, ma in modo tangenziale. In quel momento, invece, evidentemente mi serviva qualcosa: per distrarmi, per riempire un tempo, per ritrovare un centro. E ho capito che in realtà il tennis era una parte fondamentale della mia vita.

In più, da un po’ di tempo volevo anche tornare a giocarci personalmente. Erano almeno un paio d’anni che avevo questo pensiero fisso: volevo riconnettermi al tennis anche a livello pratico. Però ero pigra, mi sentivo un po’ fuori forma, non sapevo neanche più che livello avessi, dove andare, come ricominciare. Ma quel pallino era rimasto lì. Poi è successo davvero. In concomitanza con questo riavvicinamento da spettatrice, ho ricominciato a prendere lezioni, a giocare. E adesso sì, il tennis fa totalmente parte della mia vita.”

Quando osservi il tennis da illustratrice, qual è la prima cosa che cerchi e che ti colpisce, e che infine diventa soggetto dei tuoi lavori?

“Quando guardo il tennis con un occhio da illustratrice, quello che mi colpisce cambia continuamente. All’inizio, quando ho iniziato a condividere i miei disegni, erano soprattutto giocatori in azione — e dico “banalmente” perché, in un certo senso, disegnare un giocatore in azione è un po’ come fare una fotografia.

Però da quella prima volta in cui ho iniziato a fare disegni a bordo campo, è cambiato il modo in cui percepisco il gesto. Quando disegni dal vivo sei costretta a fare le cose molto velocemente, a catturare il movimento con un tratto rapido. E questo modo di disegnare, così immediato, ha poi influenzato anche il mio modo di disegnare tutti i giorni. Il tratto dinamico, l’azione, il movimento, sono entrati dentro il mio linguaggio visivo.

A volte ho voglia di illustrare il campo, il pubblico, l’ambiente. Altre volte mi interessa soffermarmi su un dettaglio: un braccio che colpisce la palla durante un dritto, una posizione del corpo che magari, dal vivo o in tv, percepisci appena perché tutto è così veloce. Mi affascina quando il gesto diventa quasi coreografico. E’ un cambiamento continuo. Adesso mi piace allargare la visuale, costruire immagini anche con forme, colori, puntini, schizzi, per rappresentare il pubblico o l’energia dell’azione in modo più astratto.”

 

Cosa ti permette di dire il disegno sullo sport che altre arti come la fotografia, forse, non riescono a dire?

“L’arte legata allo sport, rispetto alla fotografia o ad altre forme visive, ha questa capacità particolare di deformare, sintetizzare, accentuare. Attraverso il disegno puoi trasmettere sensazioni diverse. Arte e tennis, in fondo, non sono nemmeno un’associazione nuova. Basta pensare ai poster storici dei tornei: sono sempre stati legati al mondo dell’arte, oppure realizzati con il contributo di artisti chiamati a costruire l’iconografia di un torneo o di un giocatore. Quindi credo che nel tennis ci sia qualcosa di naturalmente affine al linguaggio artistico.

Forse è anche una questione di disciplina. Non la voglio paragonare troppo direttamente alla disciplina richiesta dal tennis, ma nel mio tratto penso sempre a qualcosa che deve essere dinamico, veloce, però anche intenzionale. E questo, in un certo senso, me lo ha trasmesso il tennis: il movimento, la velocità, la forza, ma sempre dentro un gesto controllato. Perché altrimenti, per restare nel tennis, la palla finisce fuori dal campo.

C’è poi la questione dell’eleganza, che è centrale ma anche un po’ buffa, in un certo senso. Sì, il tennis è elegante, perché i corpi degli atleti producono forme e coreografie vere e proprie. Se pensiamo, per esempio, al rovescio a una mano di Federer, un fermo immagine può ricordare il movimento di una ballerina. In questo senso, davvero pochi altri sport sono così. Però, allo stesso tempo, mi viene sempre da dire che l’idea del tennis come sport elegante è ormai quasi un falso mito. O meglio: è un mito costruito sull’immaginario. Perché il tennis, in realtà, è anche uno sport estenuante. L’idea dell’eleganza viene da molto lontano, da una tradizione di cento anni fa: la compostezza, l’outfit perfetto, il Tennis club. Ma oggi quella è soprattutto una cornice simbolica. Ed è bellissima, certo, piace anche a me, però so che il vero tennis non è soltanto quello. A me interessa proprio il contrasto tra queste due cose: l’eleganza e lo sforzo.”

Com’è illustrare una partita dal vivo? Che tipo di emozioni ti da e ti interessa trasmettere?

“Quando ho iniziato a disegnare il tennis dal vivo, la sensazione è stata bellissima. In teoria, quel disegno potrei farlo tranquillamente a casa mia, alla mia scrivania — forse anche meglio, senza il sole in faccia, senza il caldo, senza tutte le difficoltà del momento. Però non sarebbe la stessa cosa. Disegnare lì mi aiuta a guardare e a disegnare in un modo che altrove non riuscirei a raggiungere. A livello emotivo, mi lega molto di più a quel momento. Io ho quel disegno fatto in quel posto durante un match, in quel preciso istante. Mi permette di restituire prospettive che magari una fotografia o un inquadratura televisiva classica non avrebbe. Le fotografie nel tennis sono quasi sempre a bordo campo, frontali o laterali. Io magari sono seduta in un angolo diverso e vedo la stessa posa da dietro, o da un punto più obliquo.

Anche questo mi interessa molto: il fatto che siamo abituati a vedere sempre le stesse inquadrature, mentre attraverso l’arte puoi trovare prospettive nuove.”

Cosa cerchi di raccontare quando disegni Tennis?

“Quando mi chiedono che cosa cerco di raccontare con il mio lavoro, mi rendo conto che spesso sono cose che faccio senza interrogarmi troppo, senza fermarmi a teorizzarle. Però credo che, tornando a quello che dicevamo prima, il tennis non sia solo estetica, nonostante molte persone continuino a pensarlo. A me piace mettere al centro gli atleti, i giocatori, naturalmente a modo mio, in forme che cambiano ogni volta. A volte li rappresento in un modo, a volte in un altro. Ma il fulcro resta sempre lì. Perché in fondo è questo che mi piace guardare: sì, mi piace la partita, la competitività, il gioco, ma mi interessa soprattutto l’ammirazione che provo — e che proviamo noi appassionati — per questi atleti. Mi colpisce il modo in cui si muovono, il modo in cui riescono a fare cose che io stessa, pur giocando a tennis, considero sovrumane. Mi affascinano la disciplina, la dedizione, tutte quelle qualità che stanno dietro il gesto.”

 

C’è un torneo che sogni di raccontare attraverso il tuo disegno perché senti che sia affine alla tua arte?

“Se penso a un torneo che mi piacerebbe raccontare dal vivo, la prima risposta che mi viene spontanea è sicuramente lo US Open. Anche perché, come dicevo prima, è stato proprio il torneo che mi ha riacceso qualcosa dentro, che mi ha fatto tornare in modo fortissimo verso il tennis. E poi, al di là del fatto che gli altri Slam siano ovviamente incredibili — e anzi, se parliamo di Roland Garros o di Wimbledon, stiamo parlando di mondi che non hanno davvero paragoni — nello US Open percepisco un’energia molto particolare, unica. Da quello che si vede, da quello che viene raccontato, sembra esserci qualcosa di davvero diverso: lo stadio enorme, il pubblico che fa continuamente rumore, quella specie di caos controllato, quell’intensità urbana.

Mi da l’idea di un torneo in cui la mia arte potrebbe inserirsi in modo naturale. Il mio modo di disegnare è molto veloce, molto dinamico, con colori anche pop, molto accesi, e sento che lo US Open potrebbe essere davvero un contesto molto affine a quello che faccio.”