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Behind the Lights – Louis Bever

Il fotografo inglese che, nei suoi ritratti, unisce meraviglia calcistica e identità umana

“La scelta delle maglie da calcio nei miei ritratti non è casuale. Dipende dalle persone che posano davanti al mio obiettivo. Dipende dal colore dei loro capelli, dei loro occhi, della loro pelle. Dipende dalla loro personalità. Voglio che le maglie riflettano l'identità delle persone e che si abbinino cromaticamente a esse. Amo i ritratti, amo il colore e amo il calcio. E mi piace combinare queste cose, è abbastanza logico. Amo anche la pittura classica, ed è per questo che faccio riferimento alle opere di Jan Vermeer, Eugène Delacroix, Caspar Friedrich e tanti altri... Traggo spunto dalla loro forza drammatica e romantica, e dai loro colori, così vibranti ed eleganti. Spero che le mie fotografie evochino questi dipinti.”

Il romanticismo che asseconda il calcio. Colori che coniugano sponsor e personalità, loghi e identità. La galleria ritrattistica di Louis Bever è un unicum, è un flusso di raffinatezza calcistica e delicatezza umana, di emotività individuale sublimata e potenziata da kit iconici. Dall’Inter al Saint Etienne, dal PSG all’amato e tifato Arsenal, per questo fotografo londinese i talismani in tessuto prodotti per il ‘Beautiful Game’ non sono semplici e pratiche divise, sono parte fondamentale di un processo artistico e narrativo: un processo plasmato da una vecchia Pentax, dalle parate di una leggenda dei ‘Gunners’, Jens Lehmann, e da una maturazione itinerante.

“Ho incontrato la fotografia grazie a mio nonno, che da bambino mi diede una Pentax K1000. Nonostante i primi rullini fossero un disastro, mi sono innamorato istantaneamente di questa forma d’arte. Mi sono detto: perché devo spiegare qualcosa a voce o scriverlo, quando posso fotografarlo? Da quel momento la fotografia è diventata un’ossessione positiva che mi ha accompagnato per tutta la vita, anche durante il mio percorso universitario in legge. Potevo diventare un avvocato, ma non sarei stato felice. Così, dopo un master alla Manchester School of Art e una serie di lavori saltuari, in piena pandemia ho deciso di scommettere sulla mia passione e di diventare un fotografo freelance full-time. Anche il calcio mi ha sempre accompagnato. Mio padre lavorava nell’esercito inglese e la mia famiglia si è spostata in tutta Europa. Abbiamo vissuto a lungo anche in Francia e Italia… E se sei inglese e sei costretto a stare in un altro Paese, diventi inevitabilmente più orgoglioso delle tue radici, del tuo calcio. Ho scelto di essere tifoso dell’Arsenal, come mia madre, e sono cresciuto ammirando i voli del mio giocatore preferito, il portiere tedesco Jens Lehmann. Quando penso al suo Arsenal divento nostalgico…”

Nostalgia. È impossibile evitare di associare questo termine a chiunque sia nato negli anni ’90 e abbia gustato la Premier League a cavallo del nuovo millennio, il suo gioco in equilibrio tra antica virilità e progresso cosmopolita, la sua estetica divisa tra design classico, modelli oversize e intuizioni grafiche. E la nostalgia ha portato Louis ad essere un collezionista, ma soprattutto a costruire rapporti simbiotici tra simulacri calcistici e giovani contemporanei, ricercando costantemente la combinazione, o meglio, il ‘match’ perfetto tra maglia e protagonista dello scatto.

“Quando devo scegliere una maglia e associarla a una persona, valuto un ampio ventaglio di fattori. In primis quelli morfologici e cromatici: per esempio se hai gli occhi azzurri è più probabile che ti faccia indossare una divisa dell’Islanda… Ma la scelta generalmente è dovuta anche a tante altre componenti intangibili, come il carattere o il legame di un individuo con una particolare squadra. Gli sponsor stampati sulle maglie sono un’altra cosa che mi ha sempre affascinato e che ispira le mie scelte. Non a caso, se devo pensare alle maglie che più hanno stuzzicato la mia immaginazione, mi vengono subito in mente i kit del Wolverhampton e del Fulham dei primi anni 2000. Lo sponsor dei ‘Wolves’ era Doritos, quello dei ‘Cottagers’ era Pizza Hut: sponsor divertenti e insoliti, che sprigionavano la mia ironia. Allo stesso tempo alcuni kit vengono elevati dallo sponsor. Un esempio eclatante? La maglia SEGA indossata dall’Arsenal nella stagione 1999-2000. Detto questo, penso semplicemente che sia bello utilizzare questi oggetti e creare un rapporto intimo tra ogni maglia e chi la indossa. Recentemente ho avuto la possibilità di collaborare con la community Take More Photo e ho girato tutta Londra per ritrarre tifosi di ogni tipo. L’obiettivo era quello di celebrare i Mondiali di Qatar… È stato fantastico, alla fine si tratta di incontrare persone, di parlare con loro, di capirle e provare a vestirle nel modo più corretto e rappresentativo”

Il rapporto tra calcio e moda. Negli ultimi tempi questo trend sta crescendo in maniera esponenziale, sospinto da un vortice di collaborazioni, capsule collection e influenze reciproche. Streetwear e high fashion, brand e maison, tutti gli attori protagonisti di questo universo paiono attirati dalla potenza circolare e trasversale del pallone. Le visioni di Louis si inseriscono in questo sovrappopolato dualismo, bypassando hype e coolness. Lo fanno e lo continueranno a fare senza polemizzare con complesse logiche di mercato, spinte dalla primaria necessità di diffondere bellezza.

“Se osserviamo i brand che si stanno legando al calcio, pur non avendo nulla in comune con questo sport, notiamo che molti tra loro sono inglesi. C’è poco da fare o da dire. Noi abbiamo inventato il calcio, è nel nostro DNA, e tanti creativi del mio Paese non possono che prendere spunto dal prato verde e da chi lo popola. Non credo sia una questione di trend o mercato, brand come Aries o Palace avranno sicuramente al loro interno professionisti che amano il calcio e le collaborazioni sono la naturale conseguenza di questo amore totalizzante. In fondo vale lo stesso discorso per le mie opere. Il calcio non è diventato cool: lo è sempre stato, perché piace alla gente. Io continuerò con questa serie ritrattistica e unirò nuove maglie con nuovi protagonisti. Concluderò il progetto solo quando smetterò di divertirmi. È un qualcosa di personale, che esula dai miei lavori commerciali, e mi fa sentire bene. Al momento non ha un significato o un’evoluzione precisa, non so dove mi porterà, ma sono sicuro che un giorno lo capirò”

Photo Credits: Lou Bever
Text by: Gianmarco Pacione


Giorgio Armani Superyacht Regatta - Un’Esperienza Velica

Grazie ad Armani, abbiamo vissuto alcuni giorni tra le onde della Sardegna, e abbiamo riflettuto sul rapporto tra eleganza senza tempo e immaginario sportivo

La vela è una pratica ibrida. Tra le onde, i pensieri fluiscono pacati e vorticosi, quanto le correnti che muovono lo scafo. Da un lato, la storia di una disciplina nata per la scoperta, per il superamento dei limiti, e per il commercio cosmopolita. Dall’altro, il recente passato e il presente di uno sport diventato tradizione culturale prima, avanguardia tecnologica e sfida globale poi. Come minimi comuni denominatori, la bellezza dell’esperienza, del senso del presente, della purezza naturale… E dell’eleganza. 

Salpare su una barca a vela marchiata Giorgio Armani equivale a calarsi nella quintessenza di una forma d’arte che, almeno nel nostro caso, continua a riflettere il paradigma sportivo. Equivale a vivere un viaggio senza tempo, dove l’aura di un’eccellenza fashion globale, ma profondamente radicata nella più alta e rivoluzionaria identità creativa italiana, sprigiona tutta la sua potenza evocativa. E la sua classe contemporanea. È un racconto: le liriche note di una canzone d'inizio estate, soffiate dal profilo di Porto Cervo. Le linee del Sørvind, mentre si fondono con la superficie acquatica, divenendo una perfetta passerella per la collezione Giorgio Armani Mare. Chiarezza e fermezza. Grazia e charme costiero.  

Armani e la vela. Alcuni definirebbero questo rapporto un ‘match made in heaven’, noi preferiamo parlare di perfetta simbiosi programmatica ed estetica. Una simbiosi capace di avvolgere ed ipnotizzare. Come un’affascinante regata. Come un ispirato design. Come le immagini scattate durante quest’esperienza velica, che ha permesso all’iconico brand italiano di evidenziare il legame con l’ente One Ocean Foundation. In particolare, con il suo progetto Blue Forest, che Armani sta supportando, al largo della Costa Smeralda, nel processo di riforestazione marina di 50 metri quadri di Posidonia e nella correlata battaglia per la salvaguardia della biodiversità delle profondità sarde. D’altronde, non esiste vela senza piena comunione con la natura, e senza il suo consapevole rispetto.

Giorgio Armani Super Yacht
Dettaglio del Super Yacht Giorgio Armani
Giorgio Armani Mare Pop up Store a Porto Cervo Yacht Club
Dettaglio del Giorgio Armani Mare Pop up Store a Porto Cervo Yacht Club
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht

Photo by
YCCS / Studio Borlenghi


NO BALL GAMES - IN COVERSATION WITH ENRICO RASSU

Enrico Rassu ci porta dentro la sua visione di arte partecipata, uno spazio ludico dove i divieti dell'establishment artistico contemporaneo svaniscono, tramutandosi in gioco condiviso

Cosa nasce da un divieto, se non un senso di necessità? Cosa scaturisce da un’imposizione forzata, se non un flusso di creatività condivisa: uno slancio collettivo alla ricerca dell’evasione, del desiderato ritorno alla libera autodefinizione?

‘No Ball Games’, il multiverso di arte partecipata concepito da Enrico Rassu, è lo step successivo a queste domande o, ancora meglio, una risposta concreta ad esse. 

Tutto nasce da un’immagine nelle turbolenti notti della Grande Londra, un cartello ‘No Ball Games’, il più crudo dei divieti, circondato dalla giovane anarchia. Da un gruppo di  ragazzini che la lente di Enrico Rassu raggiunge, conosce e interiorizza. Da quell’incontro, la nascita di una pubblicazione. Poi, la presa di coscienza di un messaggio che poteva, in qualche modo, scardinare le logiche tossiche, irrimediabilmente stantie, del cosmo artistico contemporaneo. 

La libertà d’espressione, suggerisce il purpose di Rassu, è un patrimonio prezioso, che necessita di essere tutelato in tutta la sua purezza. Una partita di calcio tra le strette stradine della periferia londinese. Un evento con centinaia di persone nel cuore di Milano. Il pallone da una parte. Graffiti, opere e suoni ritmati dall’altra. Il senso di condivisione nel mezzo. Comprendiamo meglio questo progetto, riuscito recentemente ad ispirare anche una sinergia con adidas Original, attraverso la voce dello stesso Rassu. 

‘No Ball Games’ ha un chiarissimo rimando all’immaginario sportivo. Puoi raccontarci la filosofia di questo progetto e l’influenza ludica alla base di essa? 

“Penso che un po’ tutto parta dal gioco. Il gioco è libertà, è espressione. È qualcosa che, quando sei davvero bravo, può darti un lavoro. Ed è proprio in quella transizione che tutto cambia. Quando il gioco si trasforma in lavoro, muta anche l’energia intorno a te. Cambia come le persone ti vedono, come interagiscono con ciò che fai. Cambia l’approccio, cambia il senso. Io stesso ci sono passato. Ero un ragazzo con un sogno, che stava raggiungendo cose importanti: lavoravo con artisti americani, con brand, con rapper... Ma sentivo che, allo stesso tempo, quella corda si stava facendo sempre più stretta. Dovevo continuamente scendere a compromessi. D’altronde, quando il gioco entra nel mondo del lavoro, del denaro, della competizione... Quello spirito originario, disincantato, si perde.

Quando ho iniziato a processare questa dinamica, mi sono quasi sentito traumatizzato. In Sardegna, dove sono cresciuto, ero abituato a lavorare con amici, a divertirmi. Poi, all’improvviso, mi sono ritrovato in ambienti dove dovevo stare attento a tutto: a chi mi circondava, alle persone di cui potevo realmente fidarmi, a quello che dicevano di me. Mi sono chiesto cosa stesse succedendo... Fino a poco tempo prima, giravo video a Sassari con i miei amici. D’un tratto, mi ritrovavo a Londra in mezzo a discografici e grandi brand... Eppure, la gente sembrava non essere felice. Per quanto abbia provato a trasporre anche in quei contesti il mio spirito originario, a un certo punto non ce l’ho più fatta. Ho capito che non potevo sprecare la mia vita seguendo logiche che, nella maggior parte dei casi, non dipendevano da me. 

Così, ho creato la mia ‘stanza artistica e ludica, assieme a persone che credono negli stessi valori, come Greta Scarselli e Lvnar che sin dall’inizio hanno partecipato nella creazione degli happening, e che hanno portato un valore importante. E con collaborazioni con collettivi di tante arti. Come dei writer “Yes”, collettivi di solo ragazze come “Walk the Talk”, e di musica e freestyle come il “Muretto” e il “Cerchio”, gruppo di ragazzi delle superiori e non appassionati di arte e musica, per citarne alcuni. ‘No Ball Games’ è uno spazio dove, finalmente, abbiamo potuto far ritorno a quella dimensione originale: niente biglietti, niente liste, niente nomi, niente CV o portfolio... Nessuna sovrastruttura. Solo persone, energia e voglia di fare. Questa è stata la principale sfida di un progetto a vocazione sociale come ‘No Ball Games’. Ho voluto riportare alla luce questo tipo di approccio all’arte, e di condividerlo in strada. In poco tempo, ‘No Ball Games’ è diventato il mio sport preferito. È un allenamento continuo, soprattutto da un punto di vista relazionale: impari a porti con gli altri, a giocare ogni volta con persone nuove. In fondo, lo sport è anche correre, organizzare, fare sacrifici ogni giorno, e nella stragrande maggioranza dei casi senza guadagnarci nulla, solo per passione…” 

Quali sono i ‘divieti’ imposti oggi dall’industria dell’arte? E come ha deciso d’infrangerli ‘No Ball Games’?

“Per quanto sia un professionista impegnato nella fotografia, nella direzione creativa, e in rami creativi attigui, volevo riportare lo spirito di una volta, quello di cui parlavo in precedenza, in contesti che non seguissero le dinamiche professionali tipiche di questo tempo. Volevo ricreare uno spazio di passione pura, privo di negatività. Organizzo e continuerò ad organizzare gli appuntamenti ‘No Ball Games’ per vedere centinaia di persone diverse nella stessa stanza, libere di esprimersi. Come se fosse una social run: un appuntamento che ti fa stare bene, che crea endorfine. Gli artisti non guadagnano soldi o status, ma relazioni e benessere. Proprio come se fossero membri di una running crew. 

Il problema oggi è che siamo bombardati dalle immagini del lavoro altrui. Non c’è più il tempo o lo spazio per essere veramente liberi. Prima, per vedere un’opera dovevi andare a una mostra o comprare un libro. Ora, vedi tutto subito, ogni giorno, ogni minuto. Questo crea ansia e paragoni in ogni artista. Ti chiedi: “Sono abbastanza bravo? Sto facendo qualcosa di valido?”. E ti senti meno libero. Perché la libertà, a volte, è anche non sapere cosa stanno facendo gli altri. Oggi, invece, tutto è sovraesposto, tutto è giudicato. ‘No Ball Games’ vuole cambiare questo paradigma. Vuole porsi come spazio dove potersi esprimere senza paura, senza giudizio. È una risposta personale, collettiva, artistica a un mondo che spesso non lascia spazio alla leggerezza, alla verità e, per l’appunto, alla libertà. 

Inoltre, nell’arte contemporanea non esiste più una vera via di mezzo. O sei parte di un'accademia, ovvero di un circuito iper istituzionale, oppure sei un ‘wannabe’, etichettato come sognatore. Le gallerie da un lato, gli studenti o creativi idealisti dall’altro. Manca un luogo che stia nel mezzo: un tipo di spazio dove puoi semplicemente fare, senza dover per forza appartenere. ‘No Ball Games’ è in questa intersezione di dimensioni artistiche. È un work in progress continuo, dove non esiste business plan”

Il percorso indipendente di ‘No Ball Games’ si è recentemente intrecciato con un brand monumentale come adidas, per una speciale campagna confluita in un evento popolatissimo, organizzato a Milano. Come hai gestito questa sinergia, alla luce dell’anima del progetto? E com’è stato ricevere quest’ulteriore ‘validazione’ della tua visione?

“L’idea, fin da subito, è stata quella di mantenere sempre intatta l’essenza di ‘No Ball Games’. adidas, per esempio, non è arrivata con l’intento di stravolgere il progetto: ha rispettato i suoi crismi, la sua anima, decidendo di supportare e promuovere le nostre iniziative. La filosofia alla base del progetto, poi, era estremamente allineata con una collezione dalla chiara identità, come quella adidas Original: ispirata, per l’appunto, da chi è capace di cambiare le regole con la propria visione. La mia idea è che ‘supporto’ e ‘promozione’ siano concetti molto diversi da ‘sfruttamento’ o ‘snaturamento’. Quindi, nonostante fossi estremamente cauto, la scelta è risultata molto naturale. In passato, tante collaborazioni partivano con belle intenzioni, ma finivano per usare ogni mia energia, senza valorizzarmi come persona. Questa volta non è successo, è stato tutto fantastico. La mia prima richiesta è stata chiara: se l’evento di Milano diventa a numero chiuso, non lo faccio. L’evento doveva essere aperto, senza lista, senza nomi, senza gerarchie. Ed è andata alla grande. 

Si sono presentate 800 persone, in una normale sera milanese colorata da freestyle in strada, graffiti, rap, quadri e opere di ogni tipo. È stata una serata importante, significativa: totalmente libero da vincoli. Per me ha rappresentato un segnale enorme. Se le cose partono da terra, possono arrivare ovunque. Per davvero. Questo è stato il messaggio che mi ha regalato l’evento. Ho capito che ‘No Ball Games’ ha radici profonde, autentiche, e che la sua crescita non ha limiti. Quello che mi interessa davvero è la dimensione umana alla sua base. Non c’è spazio per la competizione. Non c’è spazio per interessi economici o secondi fini. Nessun artista firma contratti, nessuno è obbligato a vendere la propria arte. Questo mi rende tranquillo. Ho scelto consapevolmente di non trasformarlo in un modello economico, ‘No Ball Games’ deve rimanere puro”

Qual è l’attuale stato dell’arte del multiverso ‘No Ball Games’, e che altre forme assumerà in futuro?

“Negli anni ho imparato a rispettare profondamente quello che fanno gli altri. Mi piace dare possibilità, connettere persone, creare ponti. Se non fossi circondato da collaboratori fondamentali, non riuscirei a farlo. Quindi, oggi ‘No Ball Games’ è un collettivo aperto, orizzontale, dove non esistono gerarchie o ego.

È il motivo per cui l’atmosfera è speciale: perché non ci sono ‘interessi da adulti’. Niente percentuali, niente quote, niente competizione. È faticoso, è un impegno umano enorme: non è sempre e solo un gioco, anche se vorrei lo fosse... Ma è un’esperienza pazzesca. Il capitale umano che sta emergendo grazie a questo progetto è qualcosa che non smette di sorprendermi. Trovo di tutto: dai ragazzini delle superiori che portano i loro primi graffiti su tela, a vecchie glorie del writing che espongono insieme a loro, fino ad arrivare a trapper e rapper, a progetti artistici dedicati all’inclusività. Tutto nello stesso spazio. Tutti insieme. L’impatto emotivo è fortissimo. 

‘No Ball Games’ ha assunto tante forme, fin dal suo principio. È nato come libro, poi è diventato evento, spazio fisico, performance. Ce ne sono ancora molte da esplorare. Una che mi piacerebbe proporre, anche nel breve termine, è quella di pranzo popolare, nel senso antico del termine. Un grande tavolone, 100 sedie, ognuno porta qualcosa da mangiare o si ordina una pizza. Nessun biglietto, nessuna lista. Solo condivisione. Si sta insieme. Si ride. Si fa casino. Sono convinto che anche questa, in fondo, sia arte”


Ho smesso di scappare - Yeman Crippa

La corsa ti educa, la maratona ti struttura: viaggio nella transizione umana e sportiva del maratoneta italiano e atleta On Yeman Crippa

Ogni runner trova nel ritmo dei propri passi un metronomo in grado di scandire le riflessioni più disparate. C’è chi durante un allungo partorisce idee creative, dimenticando sforzi e chilometri. Chi in un allenamento lungo si perde nella propria respirazione, riuscendo a riconnettersi con la propria essenza interiore. Chi spinge senza sovrastrutture mentali o morali: aumentando le proprie falcate solo per migliorarsi e, conseguentemente, migliorare il rapporto con sé stesso. Nel caso del maratoneta Azzurro e atleta On Yeman Crippa, il personale metronomo scandisce questi flussi di coscienza, aggiungendone però anche molti altri.  

Perché anche per un 3 volte oro europeo, cresciuto dal mezzofondo e reso maturo dalla distanza regina per eccellenza, la corsa ha rappresentato e continua a rappresentare ben più di un semplice mezzo per il successo sportivo. È un’esperienza umana, estremamente personale. Un ciclico viaggio interiore ed esteriore, ripetuto giorno dopo giorno, fatto di domande che trovano quasi sempre risposta tanto nella fatica, quanto nella comprensione di sé stesso. 

Seguiamo il ‘Braccio Destro di Dio’, questo il significato del suo nome, ispirato dalla lingua aramaica, durante uno dei tipici flussi di pensieri che lo accompagnano sui 42 chilometri o, ancora meglio, nelle infinite ore di allenamento. Le sue parole scorrono come una penna su un diario: mantengono sullo sfondo le origini etiopi e una vita plasmata dalla tranquillità trentina, evidenziando il processo di definizione di un uomo educato dall’atletica. E di un atleta che non può più prescindere dall’uomo. 

Yeman Crippa indossa On

“Correre è il mio lavoro, ma anche la mia passione. Non è sempre stato così. All’inizio l’ho vista come un’opportunità per avere uno stipendio, una strada alternativa al calcio, di cui ero profondamente innamorato. All’inizio i tanti sacrifici mi sono pesati, non poco... Poi, piano piano, quei sacrifici si sono trasformati in parte integrante del mio benessere. Il running ha smesso di essere un lavoro, ora è un modo per stare bene con me stesso. La vera svolta è arrivata quando ho iniziato a correre di più: a prepararmi per la maratona, aumentando sempre più i chilometri. Gli allenamenti diventano lunghi, lunghissimi: ti ritrovi solo per svariate ore di fila... E in quella fatica, sgorgano i pensieri. Riflettendo, ho capito che l’atletica non è solo corsa e fatica, ma è anche passione, è quel benessere di cui parlavo prima. Oggi è parte di me e credo sarà impossibile sradicarla da ciò che sono, da ciò che sento di essere.

Correre lunghe distanze, ovviamente, mi ha aiutato a crescere anche come persona. Sono diventato più riflessivo, più paziente. D’altronde, la maratona è la distanza regina: una distanza dove serve la testa. Quando sei in gara, o anche solo durante un lungo allenamento, capita di voler mollare, ma devi rimanere lì: presente, determinato. E questo lato della maratona, inevitabilmente, incide su di te in quanto persona. Ti fa maturare. Ti fa mettere la testa a posto. In questo momento della vita e della carriera ho degli obiettivi chiari. Ho anche la consapevolezza di aver raggiunto alcuni traguardi, ma so che il meglio deve ancora venire. Gli ultimi anni mi hanno insegnato, soprattutto, a restare con i piedi per terra. Ho imparato che nello sport, anche se hai vinto tanto, il giorno dopo puoi arrivare dietro a qualcuno più in forma. 

L’esempio più grande arriva dal lavoro quotidiano dei campioni assoluti. Mi riferisco agli atleti che dominano discipline sportive per anni, con costanza. Osservandoli con attenzione, capisci come anche nella fase finale della carriera continuino a compiere sacrifici, sempre, nonostante abbiano già ottenuto tanto, se non tutto. Mi ispiro a loro, pensando che, anche se non ho ancora vinto medaglie olimpiche o mondiali, o corso una maratona sotto le 2h03', nulla mi impedisce di volerci riuscire. Dipende da me. Allo stesso tempo, so anche che, quando riuscirò a centrare questi risultati, non cambierò il mio modo di essere. Resterò umile, perché ho ben chiaro quanti chilometri ho fatto nella mia vita, quante volte sono stato lontano dalla mia famiglia per migliorarmi... Quando metto insieme tutte queste riflessioni, non mi viene di certo voglia di vantarmi. Sono solo felice di avercela fatta, di potercela fare.

Sento di essere migliorato anche nella gestione delle difficoltà. Pochi anni fa, appena qualcosa non andava secondo i miei piani, mi fermavo. Mi creavo dei film nella testa: volevo un determinato tempo, una determinata posizione. Non appena realizzavo che non avrei raggiunto quello che mi ero immaginato, finivo per bloccarmi. Ecco, in realtà in quei momenti stavo solo scappando dalla fatica, dalle difficoltà. All’epoca non lo sapevo. Ora sì, so che ogni volta che ti fermi, alleni la tua mente a mollare. Per questo sto cercando di affrontare ogni situazione: ho smesso di fuggire davanti ai problemi. Anche nelle giornate no, anche quando le cose non vanno come spero… Provo a restare lì. Provo a lottare. Forse è l’insegnamento più prezioso della maratona: non si scappa. Se devo pensare ad altre, recenti, evoluzioni positive ispirate dalla corsa, non posso che menzionare anche la gestione del focus. Ormai ho fatto tante esperienze, parlato con tanti atleti e corso in ogni lato del mondo. Ho imparato come preparare una gara, come affrontare il giorno prima, a cosa pensare e a cosa no. È un processo continuo di assimilazione e maturazione. La maratona educa, ogni volta. Sui 42 chilometri, affronti un percorso fisico, mentale e personale. 

Lo sport mi ha reso un simbolo per tanti, ne sono consapevole, specie nella mia nazione e nella mia città. A Trento mi fermano per strada, mi fanno domande, mi chiedono foto. Accade un po’ ovunque in Italia. È bello, perché sento che rappresento qualcosa per le persone, e che riesco a trasmettere loro dei messaggi in modo involontario, solo attraverso la mia dedizione e il mio proposito. Sui social mi scrivono veramente in tanti: giovani che si ispirano a me, che vedono in me un esempio. Spesso mi chiedo come facciano a capire che tipo di persona sono… Evidentemente, vedono che sto mettendo tutto me stesso in quello che faccio, che ci sto credendo davvero, e spero valga più di mille parole. Questo affetto mi motiva. A volte, è quasi un processo al contrario: sono le persone che mi danno la spinta per continuare. Ci sono momenti in cui penso che vorrei prendermi un anno sabbatico, staccare e fare tutt’altro, ma subito mi ricordo che, se sono quello che sono, è solo grazie all’atletica. Ogni tanto mi faccio affascinare da altri mondi: la moda, per esempio. Mi chiedo come sarebbe impegnarmi in qualche altra dimensione sportiva o creativa. Ma la mia vita è questa. Ho iniziato a correre a 16 anni, da allora non ho mai smesso, e il running non ha fatto altro che aiutarmi a crescere, a migliorare, a definire lo Yeman persona. 

Yeman, la persona, e Yeman, l’atleta, sono un po’ diversi, ma profondamente connessi. L’atleta è più pacato, più metodico. L’uomo è un ragazzo come tanti altri, con i suoi difetti e, perché no, momenti di leggerezza. Quando posso, esco con gli amici, mi diverto, cerco di godermi un po’ di normalità… Ma la corsa resta sempre centrale. Gli stimoli non diminuiscono, anzi, aumentano, perché voglio vivere emozioni nuove, situazioni mai provate. C’è ancora tanto da costruire e, anche se ho la tendenza a caricarmi di pressioni, sto imparando a gestire il rapporto con me stesso proprio per questo motivo. Devo pensare solo a quello che mi fa bene, non farmi travolgere dalle mie aspettative, da quelle che immagino possa nutrire la mia famiglia... Durante la Half-Marathon di Barcellona, per esempio, ho avuto un momento di difficoltà perché mi sentivo in colpa: avevo detto a mio padre che avrei fatto un tempo, che si stava rivelando sbagliato. La verità è che non puoi controllare tutto. Puoi solo dare il massimo, essere presente, affrontare ogni difficoltà, e non mollare mai. Solo con questi presupposti puoi diventare un runner e una persona migliore”

Credits

On

Yeman Crippa

Photographed by RiseUp Duo

Video by Charlie Coleman

Written by Gianmarco Pacione

 


La forma del calcio secondo Jon-Paul Wheatley

C'è tanta poesia all'interno di un pallone da calcio. Una sfera perfetta, realizzata con pannelli imperfetti, progettata per essere calciata, sfregata, celebrata e condivisa

Per Jon-Paul Wheatley, un product designer con un legame incrollabile con il calcio, questa poesia è diventata profondamente personale durante il silenzioso lockdown a St.Louis. Quello che era iniziato come un esperimento solitario - tagliare e cucire dodici pentagoni irregolari - si è presto trasformato in 12 Pentagons, un sentito omaggio allo sport che lo ha formato.

Dalle partite d'infanzia sui campi battuti dal vento dell'Inghilterra meridionale alla collaborazione con icone globali come Adidas e Burberry, il viaggio di Jon-Paul è fatto di curiosità, nostalgia e un insaziabile desiderio di creare.

Ci siamo seduti con lui per esplorare la magia che si trova in ogni sutura, la gioia della lavorazione a mano e come anche gli inizi più umili - un primo tentativo imbottito di gommapiuma - possano evolvere in qualcosa di straordinario.

Crescendo in Inghilterra, in che modo la cultura locale ha influenzato la tua passione per il calcio durante l'infanzia?

Se volevi farti degli amici a scuola, dovevi giocare a calcio. È sempre stato parte della mia vita sin da bambino. Giocavo come portiere. Sognavo di diventare un calciatore professionista, finché non ho capito che bisognava essere davvero bravi…quel sogno non è durato a lungo.

A che punto ha capito che il design era la tua vocazione e come il tuo background ti ha portato all'arte di creare palloni?

Mi è sempre piaciuto costruire cose. Da bambino ero ossessionato da Internet e mi divertivo a creare progetti, app, giochi, qualsiasi cosa mi interessasse. Questa curiosità mi ha portato al design, ma è stato solo durante la pandemia che ho pensato: e se facessi un pallone da calcio?

Il processo di creazione di un pallone è il perfetto equilibrio tra sforzo e soddisfazione. Richiede lavoro. Di solito si tratta di più giorni di cuciture... ma alla fine c'è sempre un risultato molto gratificante per me, in cui si dà vita ad un nuovo oggetto sferico. E poi puoi anche giocarci!

Aver vissuto a St. Louis ha influenzato i suoi progetti? Ci sono elementi locali che sono entrati nel suo lavoro?

St. Louis è una vera e propria città di calcio. C'è una forte comunità intorno a questo sport. Il mio lavoro ha iniziato a prendere piede proprio quando la città ha avuto la sua squadra di MLS, il St. Louis City SC. Ho realizzato un pallone per la squadra che era una vera e propria  campagna di promozione per il St. Louis, e un altro con Apple per Roman Bürki dopo che aveva vinto il titolo di portiere dell'anno della MLS.

Il tuo percorso dall’aver quasi lanciato una startup tecnologica fino a diventare un famoso designer di palloni è affascinante. La pandemia ha avuto un ruolo in questo cambiamento di carriera e cosa ti ha spinto a iniziare a creare palloni da calcio?

Volevo creare qualcosa di fisico che mi distraesse da tutto quello che stava succedendo fuori con il Covid. Un nuovo hobby in cui immergermi e perdermi. Ho iniziato creando un nuovo portafoglio, un astuccio per le matite, una fodera per un quaderno e poi, senza pensarci troppo, ho provato a fare un pallone.

Può parlarci del primo pallone da calcio che ha realizzato? Cosa ha ispirato l'idea, quali sfide ha dovuto affrontare e come questa esperienza ha influenzato il suo approccio ai progetti successivi?

La prima “palla”, se così possiamo chiamarla, era terribile. Era grande più o meno come una pallina da ping pong e realizzata con 12 pentagoni tagliati in modo disordinato. Le cuciture erano irregolari e in generale scadenti. Ho inserito all'interno un po' di memory foam e un magnete. È stato un disastro... ma mi sono divertito a realizzarlo e quando ho finito ho pensato che se ne avessi fatto un altro sarebbe stato migliore. Sono ancora in quello stato d'animo, ma ora ci sono 100 palloni intorno a me.

Mi piace tenere la prima palla vicino a me. È un buon promemoria per ricordare che se si supera quella fase iniziale di imbarazzo nell'imparare qualcosa, alla fine si può realizzare qualcosa di bello.

Hai realizzato palloni con materiali come le Nike Air Force 1 e vecchi scarpini di Steven Gerrard. Come scegli i materiali per un nuovo progetto e qual è il materiale più anticonvenzionale con cui hai lavorato?

A volte si tratta di nostalgia, come nel caso di quella realizzata con le Predator di Adidas. Altre volte si tratta solo di vedere se un materiale può funzionare. Usare un tubo dei pompieri è stato un po' fuori dagli schemi. Una volta ho fatto una palla con banconote vere... probabilmente quella è la più assurda!

Come si è evoluta la tua filosofia di design rispetto alle prime creazioni? Ci sono temi o storie specifiche che cerchi di trasmettere attraverso i tuoi progetti?

La storia viene prima di tutto, poi cerco di far passare ogni decisione attraverso il filtro del “come può questo dettaglio essere collegato alla storia?”. Ci sono alcune cose con cui mi piace giocare per ogni nuova palla: Le forme dei pannelli spesso portano a qualcosa di interessante, il materiale utilizzato è divertente da esplorare e spesso cucisco qualcosa all'interno.

Cosa ha ispirato il lancio della tua azienda, 12 Pentagons, e come si differenzia dai tuoi progetti precedenti?

La gente continuava a chiedere come poter comprare un pallone, così abbiamo creato 12 Pentagons per farli arrivare alle persone, pur mantenendo il processo sperimentale. È una sorta di laboratorio pubblico di ricerca e sviluppo, in cui i progetti che hanno maggiore risonanza vengono realizzati in lotti limitati. Il nostro primo lancio di 1000 unità è andato esaurito in poche ore. È stato pazzesco!

Hai collaborato con brand come Adidas, FIFA e Burberry. In che modo queste collaborazioni influenzano il tuo processo creativo e ci sono sogni nel cassetto che vorresti realizzare?

Ogni collaborazione è diversa e di solito ha obiettivi e vincoli progettuali propri. A volte questi vincoli possono essere frustranti da affrontare, ma di solito finiscono per portare a qualcosa di interessante.

Mi piace collaborare con altri artisti, designer e giocatori di calcio. Ognuno di loro ha un'intuizione unica e mi piace imparare da persone che hanno un'intuizione da ambiti che io non conosco.

I tuoi video “dietro le quinte” hanno ottenuto milioni di visualizzazioni sui social media. In che modo i social media hanno influenzato il tuo lavoro e quanto è importante il legame con la comunità calcistica mondiale?

Quando ho iniziato, i video su ogni pallone sono stati un'idea successiva. Mi piaceva creare palloni, ma fare video sulla creazione di palloni era una necessità frustrante. Col tempo ho iniziato a godermi di più il processo di realizzazione dei video e ora cerco di considerare il video come una parte fondamentale del processo. È una parte importante del racconto e il motivo per cui la maggior parte delle persone è entrata in contatto con i miei progetti.

Mi piace anche il feedback che riceviamo dalle persone che guardano i video. Abbiamo una comunità straordinaria di persone che ci rispondono e motivano su diversi concetti e idee. Mi aiuta a creare palloni migliori.

Puoi condividere qualche prossimo progetto o materiale con cui stai provando a lavorare? Dove vedi il futuro dei palloni da calcio artigianali nel contesto più ampio del design sportivo e quali sono i prossimi progetti?

Con 12 Pentagons abbiamo intenzione di continuare a rilasciare slot limitati di palloni da calcio in pelle cuciti a mano, insieme ad alcune opzioni sempre disponibili realizzate con materiali più performanti. Riconosco che i palloni in pelle tendono a essere più che altro un oggetto da collezione e la gente può esitare a giocarci, quindi vogliamo esplorare materiali moderni pronti per il campo che siano anche più accessibili dal punto di vista del prezzo. È in preparazione un pallone basato su migliaia di disegni inviati a mano che ci entusiasma molto.


Una lettera d'amore per Acorda Capoeira

In alto, al di sopra del ritmo pulsante di Rio de Janeiro - dove i muri di cemento si appoggiano alle colline come schiene stanche e la samba si diffonde nell'aria come una speranza - si forma un cerchio. Non solo di corpi, ma di storie, di resistenza, di vita stessa

Questa è Rocinha, la favela più grande dell'America Latina. E nel suo cuore batte Acorda Capoeira, un santuario nato dalla lotta, plasmato dalla musica, dal movimento e dalla resilienza. Sotto l'occhio vigile del Morro, dove riecheggiano ancora sogni dimenticati, Mestre Manel ha costruito un luogo dove i bambini imparano a mettere le ali e a volare via.

Qui la Capoeira, in parte danza, in parte lotta, in parte preghiera, è più di una pratica. È una salvezza. È un linguaggio. È il ritmo della sopravvivenza. Iniziata come una fuga giocosa è diventata la missione della vita di Manel: dare alla sua comunità dignità, direzione e il potere di scegliere un futuro diverso. A piedi nudi e con il cuore aperto, ha trasmesso più di un semplice movimento: ha insegnato a intere generazioni principi e regole di vita.

Al suo fianco c'è Nadia Krawiecka, una fotografa di moda internazionale il cui obiettivo un tempo inseguiva la bellezza, ma ora cattura qualcosa di molto più profondo. Quella che era iniziata come una ricerca personale si è trasformata in un abbandono totale allo spirito della Acorda Capoeira e ai bambini che la animano. Le sue fotografie sono più che ritratti: sono poesie visive di resilienza, gioia e umanità condivisa. Lettere d'amore ai lividi, alle scoperte e alla bellezza che si trova nel movimento.

Insieme, il loro lavoro è un duetto di devozione: lui, il custode della Roda; lei, la testimone. In un luogo dove una lotta diventa una danza e un pasto un miracolo, Acorda Capoeira è la prova vivente che anche negli angoli più bui la luce può sorgere e prosperare.

Mestre Manel - Fondatore di Acorda Capoeira

"La Capoeira è entrata nella mia vita per la prima volta come una sorta di gioco. All'epoca non l'ho presa molto sul serio. Solo anni dopo ho capito quanto sarebbe diventata importante. Non avevo avuto la possibilità di studiare, non potevo accedere a certi lavori... ma la Capoeira mi ha aperto una porta. Mi ha dato la possibilità di fare qualcosa di meglio nella vita. È stato allora che ho iniziato ad allenarmi seriamente e a dedicarmi ad essa. Oggi è diventata la mia professione.

La Capoeira è una questione di connessione. Risveglia ogni senso umano. Si suona, si canta, si balla, si entra in un cerchio e in quel cerchio si riflette su chi si è e su come ci si relaziona con chi ci sta accanto. Man mano che si cresce all'interno della pratica, si inizia a capire che essa ci fornisce gli strumenti per sopravvivere. Si inizia a volere di più per se stessi, a migliorare, in modo da poter rimanere in quel cerchio di persone che si sollevano a vicenda.

Nella mia comunità sono amico di tutti. Vivo in questa favela da 42 anni e la Capoeira mi ha dato rispetto, mi ha fatto sentire accolto dalla mia gente. È questo che mi fa andare avanti ogni giorno. A volte non riesco a guadagnarmi da vivere qui. Ho ammirazione, sì, ma finanziariamente la comunità non ha molto da dare. Così vado fuori. Insegno in scuole private, mi metto in contatto con persone al di fuori della favela per portarle qui e, attraverso la Capoeira, offrire qualcosa alla mia comunità.

La missione è trasmettere le buone abitudini. Piantare semi di speranza in questi ragazzi. Parlare di vita, di educazione, di come trattare le persone, di come vivere con dignità. Questo è l'obiettivo. Se si è circondati da brave persone, si diventa virtuosi. Si può trovare lavoro. Diventare un uomo buono. In Brasile, viviamo in una società in cui ai poveri vengono spesso negate le opportunità. Non sempre ci sono le condizioni per avere successo. Ma la Capoeira può fare la differenza, può essere un'opportunità. Un modo per i giovani di entrare in contatto, di socializzare, di trovare la loro strada.

La difficoltà più grande per i giovani delle favelas è l’illegalità. Se non trovano qualcosa di cui innamorarsi, qualcosa a cui aggrapparsi, rischiano di cadere in una trappola da cui potrebbero non uscire mai. Non è solo un problema di favela, ma di tutta la società. Ecco perché dobbiamo far crescere persone buone, ovunque. Perché se si è radicati nella comunità, nell'integrità, si può vivere ovunque, a Ipanema, Leblon, Copacabana, Barra, senza problemi. Ma se si causano danni, si avranno gli stessi problemi in qualsiasi Paese. Tutto inizia con l'essere un buon cittadino, ovunque ci si trovi.

Ogni giorno ringrazio per questo spazio che abbiamo costruito, il nostro spazio. Acorda Capoeira aiuta già tanti. Qui le persone possono venire per un caffè, per un pranzo, per restare tutto il giorno. Il sogno è crescere, creare uno spazio più grande, con uno psicologo, corsi di lingua in inglese, francese, tedesco... Una sorta di mini-college dove i giovani possano studiare, mangiare, bere, imparare e prepararsi ad affrontare il mondo. Questo è ciò che immagino per Acorda Capoeira: un luogo che li sostenga in ogni modo possibile. Perché il mondo è difficile, e  da qui è ancora più difficile.

Ma io credo nei giovani. Hanno un potenziale incredibile. Se iniziano a prendersi cura di loro stessi, non c'è nulla che non possano fare. Sono pieni di energia, pieni di talento. La parte più bella del mio lavoro è cercare di offrire a questi ragazzi una vita migliore. Ecco perché sono così orgoglioso di questo progetto. Oggi vedo ragazzi che provengono da questa comunità vivere negli Stati Uniti, in Norvegia, in Italia, in Portogallo, in Cile... parlando quattro lingue, svolgendo ogni tipo di professione. E la Capoeira è ancora con loro. Questa, per me, è la gioia più grande. La speranza più grande."

Nadia Krawiecka - Fotografa 

"Ho scoperto Acorda Capoeira lo scorso novembre mentre cercavo un progetto sociale da sostenere. Sono stata in Brasile molte volte e volevo che questo viaggio significasse qualcosa di più. Stavo cercando di trovare un senso di equilibrio. Ho trascorso la maggior parte della mia carriera nell'industria della moda, ma avevo iniziato a sentire un conflitto morale ed etico dentro di me. Avevo risparmiato un po' di soldi e volevo trovare un modo per aiutare i bambini della favela. Poi, per puro caso, uno sconosciuto incontrato a Rocinha mi ha fatto conoscere Acorda Capoeira.

La prima volta che li ho visti non è stato durante un allenamento, ma durante uno spettacolo. L'energia che ho percepito è stata travolgente. Così pura, così potente. Mi ha lasciato senza fiato. Ho capito subito che volevo restare, conoscerli, farne parte. Quello stesso giorno ho deciso di trasferirmi a Rocinha per il resto del mio soggiorno a Rio, per non perdermi nemmeno un momento.

L'Acorda Capoeira è incredibilmente stratificata. Non è solo una palestra di arte marziale o una cultura: è una scuola di vita. Mestre Manel e Fabiana stanno costruendo qualcosa di veramente unico. Offrono ai bambini opportunità reali, insegnano loro le lingue, li guidano verso percorsi migliori. E la Capoeira in sé? È una fusione così bella: lotta, musica e danza. Tutti possono ritrovarsi in essa.

Ho vissuto tanti momenti indimenticabili, soprattutto con i bambini. Non ho mai sentito così tanto amore come quello che mi hanno dimostrato. Mi hanno regalato i loro giocattoli, i loro braccialetti, i loro disegni. Alcuni mi hanno persino chiamato “mamma”. Quel livello di amore... è difficile da descrivere. Cerco ogni giorno di restituirlo, di sostenerli emotivamente, di offrire loro una prospettiva diversa della vita. Questo viaggio con loro è l'esperienza più speciale e significativa della mia vita. Spero sinceramente che non finisca mai.

Ho trascorso ogni singolo giorno con loro. Anche quando sono tornata a Parigi, sono rimasta in contatto con loro ogni giorno. Naturalmente vorrei poter cambiare il mondo e salvarli tutti, ma so che non è così che funziona. La realtà è complicata: il sistema, le famiglie, la sopravvivenza quotidiana. Ecco perché persone come Mestre e Fabiana sono così straordinarie: lottano per ogni singolo bambino, ogni singolo giorno.

E quando si tratta di Capoeira, amo fotografarli. La loro dedizione è incredibile. La Capoeira è stata creata come forma di resistenza contro l'oppressione delle persone schiavizzate. Sento che ha ancora oggi quel peso emotivo. È un simbolo della lotta per la libertà e per il futuro. Non è solo uno sport, è uno stile di vita. Anche dopo lunghe sessioni di allenamento, si riuniscono di nuovo per la Roda. La loro energia sembra non esaurirsi mai. Danno così tanto di sé stessi, allenandosi quattro, a volte cinque volte alla settimana. Sono una grande ispirazione.

Dico sempre ai miei amici in Europa: prendetevi un momento per apprezzare quanto siete fortunati. La vostra famiglia, la vostra stabilità, le vostre opportunità: la maggior parte di questi bambini non ha nulla di tutto ciò. Alcuni non hanno nemmeno dei genitori che si prendano cura di loro. Quello che hanno, però, è la Capoeira. E questo è tutto.

Ecco perché voglio coinvolgere più persone. Sto cercando sponsor, partner, brand che possano sostenere il progetto. Che si tratti di cibo, vestiti, passaporti, tutto è utile. Questi bambini meritano una possibilità. E noi possiamo contribuire nel dargliela."


RUNMAKERS - DAN KING

Il fotografo e storyteller visuale britannico è il nuovo protagonista della speciale rubrica di Athleta Mag e Runaway, ispirata dalla running culture contemporanea

In ogni passo di un runner risiede una scelta individuale, ma anche una dimensione collettiva, forgiata dalla creatività, dall'expertise, dal progresso, dall'estetica applicata al più antico, ma al contempo sempre in evoluzione, sport del mondo. Athleta Magazine e Runaway mettono in luce le figure che incarnano la peculiare multidimensionalità del running: i ‘RunMakers’, coloro che hanno trovato in questa disciplina molto più di un semplice passatempo, ma una piattaforma per affermare ed evolvere le proprie visioni, anche sotto il profilo professionale. Sono protagonisti di un settore che, per ogni ‘RunMaker’, è sinonimo di passione, competenza e visione.

Esploriamo il perché insieme al nostro nuovo ospite, il fotografo e storyteller visuale britannico Dan King. L’approccio della sua lente è votato alla narrazione umana, prima che atletica: all’indagine emotiva e sensoriale alla base di ogni runner, e di ogni sportivo, dove l’intreccio tra performance e coscienza si traduce in estasi estetica, e vero significato. Ascoltiamo le sue riflessioni ed entriamo in una galleria votata alla musa del running.  

Puoi parlarci del tuo immaginario, così come della tua ‘educazione’ sportiva? 

"In realtà, da ragazzo non ho mai avuto un vero background sportivo. A scuola e all’università ero molto più interessato all’informatica e alla tecnologia: lo sport, semplicemente, non faceva parte del mio mondo. Fa quasi ridere a pensarci oggi, visto che corro moltissimo, e a volte mi ritrovo a pensare: “Se solo fossi stato bravo a correre allora quanto lo sono adesso…” Forse sarei stato un po’ più popolare, chissà.

Il primo sport in cui mi sono davvero immerso è stato il ciclismo. All’epoca lavoravo in un’azienda informatica, ero chiuso tutto il giorno in un ufficio. C’era un collega seduto dietro di me—italiano, appassionatissimo di ciclismo. Ogni giorno lo vedevo salire in ascensore con la sua vecchia bici da corsa italiana, completamente vestito in Lycra. A dire il vero, all’inizio mi sembrava un tipo un po’ strano. Ma la curiosità ha preso il sopravvento, e ho iniziato a fargli qualche domanda. Poi è arrivato luglio, e un giorno l’ho visto guardare qualcosa al computer. Gli ho chiesto cosa fosse, e mi ha risposto: “Il Tour de France.” In quel periodo mi annoiavo terribilmente al lavoro e mi sono fatto mandare il link—ai tempi si poteva seguire su un sito, Steep Hill TV, oggi raggiungibile via VPN—e da lì è scattata la scintilla. Era l’anno del grande ritorno di Lance Armstrong. Da quel momento, sono finito dentro alla cycling culture”

Quando hai deciso di unire la fotografia al mondo dello sport? E che ruolo ha avuto il running lungo il tuo percorso artistico?

"Il mio rapporto con la fotografia è iniziato grazie a mio nonno. Andavamo a casa sua e ci mostrava le foto dei suoi viaggi. Di solito viaggiava da solo, tornava e condivideva ogni singolo scatto. Ricordo che da ragazzino pensavo: “Ma quanto può essere noioso guardare le foto delle vacanze di qualcun altro?”. Insomma, la fotografia non mi interessava... Non avevo alcuna formazione, nessun background tecnico—niente. Ho iniziato a scattare semplicemente per istinto, ciò che mi piaceva. In questo Instagram ha giocato un ruolo fondamentale: inizi a vedere immagini che ti ispirano, e come fanno tutti, provi a replicarle. È partito tutto così.

Ho iniziato a scattare con più costanza in parallelo al mio lavoro e, dopo qualche tempo, sono stato contattato da un brand cycling, che mi ha chiesto di seguire il team Canyon DHB. È stato un punto di svolta. Mi sono unito a loro per il Tour of Britain. Non avevo esperienza professionale, ero solo un super appassionato e praticante. All’improvviso mi sono ritrovato in viaggio con la squadra, scattavo ogni giorno. È stato un colpo di fulmine. Ad essere sincero, avevo avuto un contatto con il running precedente al capitolo ciclistico. Un amico mi aveva proposto di allenarci insieme per una maratona. Abbiamo iniziato, ma dopo un paio di settimane si è tirato indietro. Ho deciso di proseguire da solo, e sono finito per appassionarmi. Quindi, tecnicamente, la corsa è venuta prima del ciclismo nella mia vita. Una volta innamorato della bici, però, il running è passato per qualche tempo in secondo piano. Forse perché la bici, in un certo senso, è più indulgente: se sei stanco, continui comunque a muoverti. Quando corri, se finisci le energie, ti fermi. Punto.Lavorando sempre più nel ciclismo, mi sono ritrovato spesso in viaggio per lavoro, e portare con me la bici non era sempre possibile. Così, ho ricominciato a correre. Era il modo più semplice per restare attivo: uscivo al mattino, partivo dal mio hotel e correvo. Senza quasi accorgermene, la corsa è tornata a far parte della mia routine. La vera svolta è arrivata quando ho iniziato a collaborare con Trek, sostituendo Jojo Harper durante la sua maternità. Avevamo uno stile simile, e quando Trek ha deciso di cambiare direzione, mi sono ritrovato a dover capire quale potesse essere il mio prossimo passo. Mi sono detto: “Perché non provare con la running photography?”. Così ho iniziato a contattare alcuni runner su Instagram per propormi come fotografo. Ed è andata: il progetto ha preso vita.

Sono stato fortunato: le occasioni giuste sono arrivate in fretta. Dopo poco tempo nel ciclismo, mi sono ritrovato nel World Tour. Poi, virando sul running, ho iniziato a collaborare con adidas e Maurten, seguendo alcune delle più importanti maratone su strada. Il mio primo incarico davvero importante nel running è arrivato sempre grazie a Jojo. Rapidamente, sono finito a seguire varie maratone per Maurten. Il momento decisivo è stato quando Maurten mi ha chiesto di andare alla Western States per fotografare Tom Evans. Lo conoscevo già, quindi l’ho contattato. All’epoca, era sponsorizzato da Terrex, e mi ha messo in contatto con il team del brand. Ho spiegato che sarei stato lì per Maurten, ma che ero disponibile a dare una mano anche a loro, in cambio dell’accesso. Sono stati super disponibili: si sono occupati di tutta la logistica—che in una gara come la Western States è fondamentale. Qualche mese dopo mi hanno invitato anche all’UTMB. Ed è stato lì che ho fatto davvero ingresso nel mondo del trail running.

A dire la verità, il trail è diventato il mio ambiente preferito. L’atmosfera, l’energia, le persone—è tutto diverso. C’è ancora un’anima genuina, da movimento di base. Se dici a un ciclista pro che vuoi fare un giro dopo il lavoro, ti ride in faccia. Ma se lo dici a un trail runner, ti risponde: “Aspettami, vengo anch’io!”. Quel senso di comunità è reale. Oggi posso dire che molti dei trail runner adidas sono veri amici. Ci sentiamo regolarmente. È divertente: se devo ordinare qualcosa dagli Stati Uniti, chiedo a loro di portarmelo al training camp! C’è un legame autentico, umano. Il trail running è diventato sempre più centrale nel mio lavoro. E lo adoro."

Esiste un legame tra la running philosophy e la tua visione artistico-fotografica? Penso, per esempio, ai concetti di resistenza, concentrazione, a una certa idea di “bellezza in movimento”.

Il fatto che corro mi dà una specie di istinto: so quando si soffre di più, cosa si prova in certi passaggi — e cerco quelle sensazioni negli altri. Molte delle mie foto nascono proprio da questo intreccio di ricerche. Quando qualcuno taglia il traguardo distrutto mi interessa. Lo stesso vale per i passaggi ai punti di ristoro: sono attimi che palesano molto.A dire la verità, passo più tempo a parlare con gli atleti e con chi li segue che a scattare. È una parte fondamentale del lavoro documentaristico. Se smettono di vederti come “quello con la macchina fotografica”, allora puoi accedere ai momenti più intimi. Gli atleti si fidano di me, sanno che non scatterò mai qualcosa che li metta in cattiva luce. E quella fiducia è tutto. Ogni volta che affronto un nuovo lavoro, cerco sempre di prendermi del tempo — soprattutto all’inizio della giornata — per parlare con le persone. Ho la macchina al collo, ovvio, ma cerco prima di tutto il contatto umano: non mi nascondo dietro l’obiettivo. A meno che uno non sia un attore o un modello, stare davanti a una macchina fotografica mette a disagio. Lo so bene. Per questo cerco di essere il meno invadente possibile, seguendo e catturando ciò che mi colpisce davvero, senza forzare nulla”

Because I run, I instinctively know—“When would I be suffering the most? What would I be feeling right now?—and I look for that in others. A lot of my photos come from those thoughts. Like, someone’s just crossed the finish line and they’re completely wrecked—that’s interesting to me. So I go straight there. Same thing at aid stations. But honestly, I often spend more time just talking to the athletes and their crew than actually taking pictures. That’s a huge part of documentary work. If they don’t see you as ‘the camera,’ you can be present for incredibly intimate moments—when it’s just them and their support crew. And they trust that I’m not going to take a photo that makes them look bad, so they let me in. That trust is everything. Whenever I’m shooting something new, I always take the time—especially at the start of the day—to just talk. The camera might be around my neck, but I’m engaging with them, not hiding behind the lens. Unless you’re a model or an actor, being in front of a camera is uncomfortable. I get that. So I try to be as unobtrusive as possible, choosing moments that genuinely interest me without overstepping.”

Come hai sottolineato, il tuo lavoro sembra essere prima di tutto una galleria dedicata agli esseri umani. Cosa ti spinge a cercare queste sfumature che superano la sola sfera atletica?  

"Per me, tutto parte dalla persona. Una foto nasce da lì. Amo i paesaggi, sia chiaro—quando sono in cima a una montagna durante l’UTMB, mi fermo anch’io a guardare, a godermi il momento. Ma il mio primo pensiero non è: “Devo scattare”. È piuttosto: “Dove sono le persone?”. È lì che risiedono le storie. Nelle mie foto ci sono più esseri umani che atleti, ed è una scelta precisa. Cerco di cogliere un momento, qualcosa che ho già visto fare a quell’atleta, ma che racconti chi è come persona, non solo come sportivo. Alla linea d’arrivo dell’UTMB, ad esempio, ho fotografato Rob Muecke del team adidas Terrex mentre appoggiava la fronte a quella di uno dei suoi corridori. L’ho visto fare quel gesto molte volte, ed è sempre pieno di autenticità e passione. Sapevo che l’avrebbe fatto anche quella volta.

So anche che Toni McCann tende ad appoggiarsi a qualcosa dopo aver tagliato il traguardo. Eric LaPuma, di solito, crolla a terra, e Joanne, la sua compagna, è sempre lì con lui. Ho assistito a queste scene così tante volte... Quindi, molte delle immagini che scatto non sono casuali, sono frutto di un’attesa consapevole. Della conoscenza delle persone. Poi, forse dipende anche dal fatto che sono daltonico, ma quello che mi attira davvero in una foto è la luce. Oltre, appunto, al momento. Mi servono entrambi. Voglio che l’immagine mi dica qualcosa che non conoscevo in precedenza. Voglio scoprire qualcosa di nuovo in quella precisa persona."

Traguardi umani, passione, dedizione. Questi tre temi sono al centro della tua ricerca fotografica, e sembrano trovare nella corsa una tela naturale. Cosa significa per te raccontare questo tipo di storie? E come stai sviluppando il tuo approccio narrativo? 

"A dire la verità, sono un po’ stanco dei contenuti brevi. Mi dispiace vedere come piattaforme come Instagram — soprattutto attraverso i reel — abbiano cambiato il modo in cui raccontiamo le storie: tutto è veloce, superficiale. Per questo credo che oggi il racconto 'lento', quello long-form, sia più importante che mai. Permette alle persone di raccontarsi davvero, con i propri tempi. La verità è che tutti, prima o poi, ci siamo trovati in situazioni in cui qualcuno ci ha fatto una domanda mentre eravamo distratti, o in un altro stato mentale, e abbiamo risposto in modo frettoloso o poco attento. Ma quel momento non ci rappresenta. Ecco il problema dei contenuti brevi: mancano di contesto, profondità, umanità.Quello che cerco di fare, con il mio modo di raccontare, è offrire spazio. Spazio affinché le persone possano mostrarsi per ciò che sono, senza fretta. Con gli atleti, poi, spesso ho a disposizione solo pochi attimi. Ricordo, ad esempio, quando ho seguito Kipchoge dietro le quinte: lui era lì, concentrato, immerso nel suo mondo — quasi non si è accorto della mia presenza. In quei momenti, l’interazione è minima. Poi, però, lo incontri di nuovo l’anno dopo, e quello dopo ancora. E col tempo, pezzo dopo pezzo, nasce qualcosa. Come una galleria che si costruisce lentamente. 

Ora sto lavorando a un paio di progetti filmici che vanno più in profondità. L’idea è di vivere con i runner per qualche settimana, più volte l’anno. Senza pressioni — semplicemente stando al loro fianco, con la macchina in mano: dedicare loro del tempo, costruire fiducia, magari anche diventare amici. La storia in questi casi viene fuori da sola, con naturalezza. È un processo più lento, certo, ma anche più sincero. Più umano. Se mi guardo indietro, a quando ho lasciato il mondo dell’informatica e della tecnologia, l'ho fatto proprio per questo: volevo lavorare con le persone. Volevo passare una giornata a fare qualcosa che avesse senso, anche senza portare a grandi occasioni di business. E questo vale ancora oggi. Che si tratti di una pubblicazione importante o di una campagna per un brand, poco importa: se ho trascorso del tempo vero con qualcuno, se ho ascoltato la sua storia e condiviso qualcosa di autentico, allora è stata una buona giornata.

A volte capita che una persona non sia ancora pronta. La sua storia magari è forte, ma non riesce ancora a raccontarla davanti a una camera. Va bene così — significa solo che serve più tempo. Forse l’emozione non è ancora accessibile, o la persona è troppo riservata. In quei casi so che il lavoro sarà quello di aspettare, costruire fiducia, andare più a fondo. È proprio questo il lavoro documentaristico. Ed è anche il motivo per cui credo che molti brand si rivolgano a me: vogliono raccontare storie vere. Per farlo, devo andare oltre la superficie."

Con l’ascesa dei social media, come pensi stia cambiando la fotografia sportiva, in particolare quella legata al running? I fotografi possono contribuire a costruire un racconto visivo più inclusivo, che rifletta davvero la diversità del mondo running?

"Direi che i creativi che lavorano in questo ambito lo stanno proprio ridefinendo, questo linguaggio. Il trail running — e la corsa in generale — per tanto tempo è rimasto lo stesso. Se oggi ci sembra qualcosa di nuovo, stimolante, addirittura cool, è per il modo in cui viene rappresentato. La produzione visuale contemporanea ha cambiato completamente la percezione di questo sport. Un tempo, la fotografia di gara era il classico fotografo con il gilet catarifrangente, fermo in un punto prestabilito o all’arrivo, con un teleobiettivo. Poi quelle stesse immagini finivano sulle riviste di settore: un bel paesaggio, un corridore minuscolo, uno schema sempre uguale... Quelle foto esistono ancora, certo. Ma oggi c’è una nuova generazione di fotografi e creativi che racconta la corsa dall’interno. Che sale sulle montagne con gli atleti, si infila nei fiumi, sperimenta con luce, flash, pellicole — qualsiasi mezzo — pur di catturare non solo l’aspetto esteriore, ma le sensazioni profonde, insite in questo sport. Ed è questo che rende il momento attuale così interessante. Certo, ci sono sempre due visioni contrapposte: i tradizionalisti che vogliono proteggere ‘il modo giusto’ di fare le cose e la nuova generazione che dice: “No grazie. Ho una macchina fotografica, magari un flash, e voglio raccontare a modo mio.” E lo sta facendo. Sta cambiando il modo in cui vediamo la corsa.

In un certo senso, la corsa si è fusa con la moda, con il lifestyle, perfino con l’identità. Non è più solo qualcosa che si fa, è qualcosa che si mostra, che si indossa. Anche perché oggi gli atleti stessi sono creatori di contenuti: producono immagini proprie, spesso anche di grande qualità. Questo sta cambiando le dinamiche. Prendete i The Boulder Boys, ad esempio: il loro podcast, i contenuti che creano… sono freschi, personali, e mettono in discussione il modello tradizionale. Anche per questo, le grandi aziende sono costrette a rivedere il modo in cui raccontano gli atleti. Per anni si sono affidate a contenuti superficiali — reel veloci, spot patinati — ma oggi il pubblico chiede di più. Vuole storie. Vuole autenticità. Vuole accesso. Ecco perché credo molto nel ruolo dei creator, delle persone che vivono davvero il mondo che raccontano. Se investi in un atleta perché vinca una gara, perché non investire anche in chi sa raccontare quella storia nel modo migliore? Il problema è che molti brand, oggi, stanno tagliando: vogliono solo il contenuto rapido per i social, il reel da 30 secondi il giorno della gara. Chiaro, si può fare. Ma se quel reel lo realizza qualcuno che conosce gli atleti, sarà dieci volte più potente. Perché saprà cogliere i momenti giusti, rispettare i confini, e scegliere cosa valga davvero la pena raccontare."

Quali sono i tuoi obiettivi narrativi per il futuro?

“Uno dei progetti che sogno davvero di realizzare è un documentario di quattro anni: la strada verso Los Angeles. Vorrei seguire un gruppo di atleti di discipline diverse mentre si preparano per le prossime Olimpiadi. Ma, ancora più importante, non voglio che la storia finisca con i Giochi. È questo l’equivoco più grande: pensare che la linea del traguardo sia la fine del racconto. Non è così. Quello che mi interessa è ciò che viene dopo. Essere lì nei giorni e nelle settimane successive, quando le medaglie sono state assegnate, le telecamere spente, e si torna a casa. È lì che comincia davvero la storia: come gli atleti elaborano il risultato, come vengono cambiati da esso — oppure no. Come si ricostruiscono, come reinventano il proprio cammino.

Sto pensando a un progetto narrativo lungo — forse un film, forse anche un libro. Mi piacerebbe sedermi con un atleta, guardare il suo calendario e dirgli: “Qualsiasi cosa succeda — infortuni, exploit, battute d’arresto — chiamami. Io ci sarò.” E quando sarà il momento, troveremo il modo giusto per raccontarlo. Dall’inizio di quest’anno ho iniziato a gettare le basi: ho contattato alcuni atleti, sto cercando di costruire un rapporto di fiducia profondo, che mi possa permette di documentare un intero arco di vita, non solo i momenti clou. È questo il tipo di storie che voglio raccontare: lo shock emotivo, il silenzio del dopo, la fatica invisibile. Lì risiede la vera potenza. Di recente ho intervistato un’atleta dell’UTMB convinta che la sua carriera fosse finita a causa di un infortunio. Invece è tornata. E ha concluso la gara. È quel tipo di storia che ti fa venir voglia di correre. Di credere in qualcosa. Magari, alla fine del film puoi veder apparire un logo adidas, ma in questi casi non è solo una questione di brand. È una questione di senso. Di risonanza interiore.

Mi affascinano profondamente le storie degli atleti che stanno appena sotto il livello dei top: quelli che chiudono nei primi dieci, che popolano il cuore del gruppo. Le star assolute sono straordinarie, certo, ma spesso sembrano abitare un’altra dimensione mentale. A volte non riescono nemmeno a spiegare cosa non abbia funzionato — per loro è stato solo il vento, o un dettaglio tecnico. Ma il livello subito sotto al loro? Lì si giocano le vere scommesse. Finire tra i primi cinque o dieci può significare ottenere un contratto, poter continuare. O, al contrario, dover smettere. Quegli atleti lottano ogni giorno. Non possono permettersi il distacco. Devono resistere, adattarsi, incassare, rialzarsi. Sono queste le storie che voglio inseguire. Perché è lì che trovo l’anima di uno sport."


Una gara tutta sua - la fotografia di Anouk Flesch 

In un mondo spesso ossessionato dai risultati, dalle classifiche e dalle folle, esiste un ritmo più personale e silenzioso, quello che batte nel petto prima dell'inizio di una gara o nella quiete dopo che l'ultima ruota ha tagliato il traguardo

È in questo spazio, tra adrenalina e vulnerabilità, che Anouk Flesch ha trovato la sua strada. Il suo lavoro non si limita a immortalare momenti di sport, ma li racconta con delicatezza, li ascolta e ne rivela l'anima. Dal tranquillo Lussemburgo alla ruggente energia del Tour de France, il suo obiettivo si concentra sul lato umano dello sport. Si sofferma sugli occhi stanchi, sulla pelle graffiata, sulle lacrime tra gli applausi e il silenzio condiviso degli atleti. In ogni fotogramma, trasforma il movimento in emozione, lo sforzo in intimità, grazie ad un percorso maturato dal profondo desiderio di dare voce a storie che il mondo troppo spesso trascura, in particolare quelle delle atlete donne e paralimpici. 

Quella che segue non è solo la sua storia, è una corsa senza traguardo, con la macchina fotografica sempre all'inseguimento.

L'inizio della gara  

“Sono cresciuta in Lussemburgo, dove ho studiato arte a scuola e ho scoperto per la prima volta la fotografia. All'epoca non la vedevo come una possibile carriera, ma solo come qualcosa che mi piaceva fare. Con la mia famiglia ne abbiamo parlato e ho iniziato a esplorare la fotografia più seriamente. Quello che era iniziato come un hobby creativo a casa è diventato una passione e durante gli studi ho capito che potevo trasformarlo in qualcosa di più.

In realtà la fotografia ha sempre fatto parte della mia vita. Ricordo di scattare da quando avevo circa sei/sette anni - anche i miei erano appassionati di fotografia, anche se non a livello professionale. 

Quando ho iniziato a studiare, nel 2017, non ero ancora focalizzata sullo sport, ma piuttosto sul documentare la vita quotidiana. Durante gli studi ho iniziato a vedere la fotografia come un vero e proprio percorso professionale. È stato in quegli anni che sono stata particolarmente attratta dal lavoro documentaristico e sportivo.

La mia famiglia è sempre stata molto coinvolta nello sport, soprattutto nel ciclismo e nella corsa. Da bambina, ho persino gareggiato io stessa. Questo legame con lo sport mi ha spinto naturalmente verso la fotografia sportiva quando ho iniziato a lavorare per un giornale in Lussemburgo. Uno dei vecchi giornalisti aveva un forte interesse per lo sport e questo mi ha aperto le porte. Da lì ho iniziato a fotografare prima le competizioni locali e poi quelle internazionali, ed è così che è iniziato il mio viaggio nella fotografia sportiva professionale.”

Giro di boa

“Le cose hanno cominciato a decollare quando ho fatto domanda per un ruolo al Tour de l'Avenir, la versione under 23 del Tour de France. Era un'opportunità non retribuita, della durata di 10 giorni, ma volevo farla. Sono stata selezionata, anche se molti altri hanno fatto domanda, e penso di essermi distinta anche perché ero una delle poche veramente interessate al lavoro senza compenso. È stata la prima volta che ho scattato una gara importante.

Pochi giorni dopo, una squadra norvegese che stava andando bene mi ha chiesto di inviare loro foto giornalmente. Hanno iniziato a pagarmi, ed è stato un grande momento di svolta per me. Ho iniziato a vendere foto a vari giornali e il fatto che il mio stile fosse un po' diverso dalla fotografia ciclistica tradizionale mi ha sicuramente aiutato. L'anno successivo, la stessa squadra lanciò una squadra femminile e io offrii nuovamente i miei servizi. Hanno accettato e ho finito per fotografare sia la squadra maschile che quella femminile.

Da lì, ho conosciuto altre squadre come il team Tudor e EF grazie alla grande community ciclistica. La mia attenzione per la narrazione emotiva e le angolazioni non tradizionali hanno iniziato a distinguermi.”

Pit-stop emotivi 

“Quando ho iniziato a fotografare sport per un giornale lussemburghese, mi hanno chiesto quali sport volessi fotografare e io ho risposto tutti. Ho scattato pallavolo, calcio, tennis... ma è stata dura. Spesso le folle erano minuscole. Ricordo di aver fotografato una partita di tennis con forse sei spettatori. Eppure, alcune delle mie foto preferite provenivano da quel momento. Si è davvero messi alla creativamente parlando, a far sembrare l'evento più bello di quanto non sia.

In Lussemburgo, devi cercare di raccontare una storia, anche se la storia non è spettacolare. Devi creare un impatto visivo, anche se l'ambiente non te lo concede. Questo mi ha reso piena di risorse. E una volta che si impara a raccontare buone storie in queste condizioni, fotografare grandi eventi altrove sembra un lusso.

Nella fotografia sportiva tradizionale, molti fotografi tendono a scattare dalle stesse angolazioni, nel ciclismo dagli stessi punti, riprendendo gli stessi momenti. Ho capito subito che per distinguermi dovevo fare le cose in modo diverso. Ho iniziato a cercare angolazioni e luoghi insoliti, anche se non erano necessariamente migliori, erano miei. Il mio background in arte e fotografia mi ha sicuramente aiutato a comporre gli scatti in modo più creativo, e sono sempre stata più interessata alle emozioni di una gara che ai suoi vincitori.

Il Tour de France Femmes, per esempio, non è solo un grande evento sportivo: è uno spazio sociale pieno di fan di ogni età ed estrazione sociale. Questa diversità è qualcosa che cerco di catturare. A volte mi capita di partire con un progetto personale in mente, ad esempio mi sono concentrata sulle signore francesi più anziane che guardano la corsa, solo per aggiungere una nuova prospettiva. Amo l'imprevedibilità delle corse ciclistiche. Si aspetta per ore e poi si hanno pochi secondi per reagire. La pianificazione è fondamentale: conoscere il percorso, il paesaggio e il ritmo della gara.

L'emozione è al centro del mio lavoro. Prendiamo la Parigi-Roubaix, una delle corse più dure del mondo: non si tratta solo di chi vince, ma della sofferenza, della grinta, della liberazione al traguardo. Per i clienti faccio degli scatti più tradizionali, ma sono sempre alla ricerca di quei dettagli piccoli e intimi: la pelle graffiata, le mani consumate, i momenti silenziosi di recupero.

Alla fine, il lavoro migliore si basa sempre sull'emozione, prima della gara, dopo il traguardo o nei momenti tra una tappa e l'altra. È questo che voglio condividere: l'umanità dietro la gara.”

La tappa dei sogni: le Olimpiadi di Parigi

“Ho avuto l'onore di documentare molti atleti e la loro incredibile resilienza. Essere stata inserita nell'elenco delle 30 Under 30 Women Photographers di ARTPIL è stata una grande spinta per me. All'epoca non avevo un grande seguito sui social media, ma qualcuno ha proposto il mio lavoro e questo mi ha dato fiducia e mi ha aperto delle porte, anche in Lussemburgo, con più persone che mi hanno chiesto di collaborare.

Uno dei momenti più importanti della mia carriera è stata la partecipazione alle Olimpiadi di Parigi. Fotografare i Giochi è sempre stato un sogno, ma poiché il Lussemburgo aveva solo un paio di posti da fotografo ufficiale, inizialmente non ho ottenuto il pass. Alla fine sono stata selezionata da un progetto chiamato Analog Sport, un'associazione con sede a Parigi che forma giovani fotografi alla fotografia sportiva analogica. Avevano dei pass giornalieri e hanno invitato due fotografi professionisti a unirsi alla loro squadra: io ero uno di loro.

Non ci è stato permesso di entrare nelle zone dei fotografi ufficiali, ma abbiamo potuto portare le nostre macchine fotografiche e concentrarci sullo storytelling: l'atmosfera, le persone dietro le quinte, la preparazione. Il progetto è stato sponsorizzato dalla FNAC in Francia e ha portato alla pubblicazione di un libro. Ho scattato scherma, pallavolo e allenamenti di diversi sport, immortalando non solo gli atleti ma anche lo staff, i tifosi e l'ambiente circostante.

Ho lavorato sia in formato analogico che digitale, il che ha richiesto molta flessibilità. Girare questo progetto su pellicola ha cambiato il modo in cui mi sono avvicinata al lavoro. L'analogico ti costringe a essere intenzionale con ogni fotogramma. Ricordo di aver portato una pellicola a una tappa del Tour de France: quando i partecipanti passavano, avevo un solo tentativo di scattarli. Questo ha affinato il mio occhio e mi ha reso più consapevole del momento”.

Un mondo di corse al femminile

“Lo sport femminile è diventato un tema importante nel mio lavoro. Ho seguito il Tour de France Femmes e ora La Vuelta Femenina. Mi interessa molto, non solo come fotografa ma anche come donna.

La prima volta che sono andata alla Parigi-Roubaix, ero una delle poche fotografe donne tra la maggior parte degli uomini. Mi sono sentita un pò intimidita. E anche adesso, i migliori fotografi spesso si presentano solo per le gare maschili. Quando le gare maschili e femminili si svolgono nello stesso giorno, di solito l'evento maschile finisce per primo e la maggior parte dei fotografi rimane in sala stampa quando le donne tagliano il traguardo. Basterebbero cinque minuti, ma molti non ci vanno. Questo atteggiamento deve cambiare.

Tuttavia, le cose stanno migliorando. L'era digitale sta aiutando, e le gare più importanti ora hanno versioni femminili. Ho anche lavorato a progetti artistici al femminile. Dopo gli studi, ho realizzato una serie fotografica di un anno sulle donne artiste in Lussemburgo, anche perché mi sono resa conto di non conoscerne molte. Durante il COVID, con i musei chiusi, io e un'amica giornalista abbiamo deciso di far luce su queste donne. Ne sono nate due mostre e una serie stampata.

Poi sono passata alla fotografia di ciclismo e ho scoperto che il ciclismo femminile mi dava delle sensazioni uniche. Mi sentivo più a mio agio e mi relazionavo più facilmente con le atlete. EF Education mi ha contattato per coprire l'intero calendario femminile l'anno scorso e quest'anno, è stato fantastico.

Ciò che sta cambiando ora è anche la narrazione. Per molto tempo, la copertura sportiva è stata costruita intorno all'interesse maschile. Ora, finalmente, sentiamo storie diverse. Le atlete si sentono più libere di parlare. Proprio di recente, una vincitrice del Tour de France Femmes ha parlato apertamente di come le sue mestruazioni abbiano influito sulle sue prestazioni. Questo non sarebbe successo fino a pochi anni fa. Sono queste le storie che contano: rendono lo sport e gli sportivi più umani.

Essere una donna in questo campo dominato dagli uomini è stata sicuramente una sfida. Al Tour, la maggior parte dei fotografi erano uomini e all'inizio avevano idee molto rigide su come fotografare. Ricordo di aver chiesto se potevo andare in un certo punto e loro mi hanno risposto: “Sì, ma perché dovresti andarci?”, come se ci fosse un'unica angolazione corretta. Ma non mi interessava fare come tutti gli altri. All'inizio c’è stata un po' di tensione, ma col tempo hanno capito che stavo facendo qualcosa di diverso. Ora, soprattutto nel mondo del ciclismo, andiamo tutti d'accordo. È una piccola grande  comunità.

I fotografi uomini spesso si concentrano di più sull'aspetto tecnico, come la differenza tra i modelli di bici, le specifiche. Io vedo la bicicletta come un oggetto bellissimo. La mia prospettiva è più emotiva. Voglio catturare questa sensazione”.

Non c'è un traguardo 

“La fotografia può sicuramente elevare storie trascurate. Durante il mio master, mi sono concentrata su un velocista paralimpico non vedente. L'ho seguito per un po' prima che il COVID interrompesse le cose. Era davvero impressionante: correva a tutta velocità gestendo le sfide della sua disabilità.

Se potessi specializzarmi solo nella fotografia paralimpica, sarei felicissima. Questi atleti fanno il doppio del lavoro per la metà del riconoscimento. Anche alle Paralimpiadi, la copertura mediatica è ancora carente. Ma quando ho condiviso il mio progetto, anche se non è stato pubblicato su larga scala, la gente se ne è innamorata. Ha vinto una medaglia d'argento a Parigi e la gente lo ha riconosciuto. Questo dimostra cosa può fare la fotografia.

Guardando al futuro, sono particolarmente attratta da due aree: più fotografia documentaria sulle storie paralimpiche e un po' di trail running. Ho fotografato alcuni eventi e sono affascinata dalle ultra-distanze: come le persone si spingono al limite della resistenza, sia fisicamente che mentalmente.

Per quanto riguarda le Paralimpiadi, mi piacerebbe andare oltre le gare, per catturare la preparazione e i percorsi personali degli atleti.

Sono anche interessata a realizzare altre serie sulla cultura del ciclismo, esplorando come la società interagisce con lo sport da angolazioni inaspettate, cercando di creare qualcosa che trasmetta emozione, non solo azione.”


‘Things We Never Told You’, the splitboarding way

Levi Luggen e Gregor Betschon vanno alla ricerca della neve, e delle sue emozioni

E se la neve non dovesse cadere, quest’anno? Gli splitboarder Levi Luggen e Gregor Betschon cercano la risposta a questa domanda, portandoci allo stesso tempo in un viaggio intimo, o meglio, in una ciclica ricerca del momento perfetto sulla tavola, e della sua condivisione. È l’arte dello splitboarding, della salita, della discesa, della ricerca di set che in alcuni casi possono essere sublimi palcoscenici innevati, in altri percorsi da immaginare, e da esplorare. 

Scopriamo l’essenza del film ‘Things We Never Told You’ attraverso le parole di Levi Luggen e Gregor Betschon, e gli scatti di Phil Bucher. 

Things we never told you

‘Things We Never Told You’. Ci raccontate da dove nasce questo film e cosa significa, partendo dal titolo, che è stato ispirato dalla speciale traccia composta da Andreas Achermann? here)?

Levi Luggen: “La colonna sonora — Things We Never Told You — non l’avevamo mai sentita prima. Era qualcosa nato dalla sua immaginazione. Ma appena l’abbiamo ascoltata, ci è sembrata subito perfetta. Di solito, nei film di snowboard avventura, vedi solo il lato bello: cieli azzurri, powder da sogno, tutto epico. Invece in questo viaggio ci siamo beccati anche pioggia, neve brutta, condizioni difficili. E volevamo mostrare anche quel lato dello splitoboard. Per questo la traccia ha funzionato: trasmetteva esattamente quell’umore.”

Gregor Betschon: “L’unico dubbio che ci siamo fatti qualche volta era sul fatto che il film fosse in tedesco, la nostra lingua, ma il titolo in inglese. Forse ha creato un po’ di confusione all’inizio. Ma alla fine ci siamo detti: è proprio questo contrasto che incuriosisce. Fa venire voglia di scoprire cosa c’è dietro. E in fondo racchiude perfettamente il senso del film.”

Splitboard. Cos'è per voi questa disciplina e com'è stato viverla e raccontarla nel progetto?

Gregor Betschon: “È il quinto anno che lavoro con Levi, e il primo film che abbiamo fatto insieme era proprio sullo splitboard. Lì è iniziata la nostra collaborazione. Da subito era chiaro: se volevamo fare film così, dovevamo essere leggeri e veloci in montagna. Le troupe grosse rallentano tutto. E anche visivamente volevamo che il film fosse onesto, che raccontasse davvero quello che sentivamo. Per questo ci sono tanti follow shot — ma puoi farli solo se il tuo partner di riprese sa davvero andare in tavola. Quella dinamica ha definito il nostro modo di lavorare. Per me, lo splitboard è libertà: esplorare posti dove con gli impianti non arrivi. In Svizzera sciare è carissimo, e con la motoslitta non puoi girare. Ma con lo splitboard sì. È un modo per uscire dai limiti. Sei libero. Sei fuori. Punto.”

Levi Luggen: “Per me è la forma più pura di snowboard: ogni metro che scendi, te lo sei guadagnato salendo. È uno sport lento, sì, ma proprio quella lentezza ti connette alla montagna in un altro modo. A volte guardi la tua meta per ore — una cima, una linea — e sai che ci devi arrivare con le tue gambe. E quando finalmente sei lì in alto, è una sensazione pazzesca. Ce l’hai fatta, con la tua forza. E la discesa è il regalo. Per me lo splitboarding è spazio: per pensare, riflettere, vivere il momento. Non è solo performance. È esperienza.”

E se la neve non arriva più? Il cambiamento climatico si sente anche in montagna. Qual è la vostra visione?

Gregor Betschon: “Il primo film l’abbiamo girato in un inverno da record, nevicava tantissimo. Era un sogno. Così ci siamo detti: ‘Ok, ci è andata bene, ora rifacciamolo, ma meglio.’ Abbiamo fatto più scouting, cercato location con panorami più belli, linee più interessanti... ma abbiamo completamente dimenticato una cosa: serviva la neve. E quell’anno non nevicava. All’inizio ci scherzavamo: ‘Magari la prossima settimana, magari con un meteo differente, che arriva da ovest…’ Ma sono passati mesi così. Solo a marzo o aprile abbiamo avuto abbastanza neve per iniziare a filmare la storia che volevamo. È stata dura. Siccome era partito come progetto legato al turismo, abbiamo pensato: ‘Vabbè, stagione sfortunata. La prossima sarà meglio.’ Ma no. È andata peggio. Più di una volta mi sono chiesto: e se quella di due anni fa fosse stata l’ultima vera stagione? È questa la nuova normalità? Quest’anno era partito bene… poi di nuovo secco. Con Things We Never Told You non volevo puntare il dito o fare un manifesto. Volevamo solo far vedere com’è stato davvero: come ci ha colpiti, come abbiamo provato ad adattarci pur di continuare a fare quello che amiamo. Il tema è importante, ma è anche enorme. E fa paura. Noi abbiamo raccontato solo la nostra piccola esperienza.”

Levi Luggen: “Nel film non lo affrontiamo direttamente, ma ovviamente ci pensiamo. Non solo quando siamo in montagna. Anche nella vita di tutti i giorni. A Brig abbiamo ancora ghiacciai, quindi per ora l’acqua non manca. Ma magari durerà altri 50 anni. Poi, se d’inverno non nevica più, non è solo lo snowboard ad essere in pericolo. È la vita.”

Com’è stato unire uno storytelling più profondo alle immagini adrenaliniche dello splitboarding?

Levi Luggen: “Come diceva Gregor, il primo anno avevamo condizioni pazzesche, quindi siamo partiti a tutta senza pensare troppo a come montare poi il film. L’unico obiettivo era trovare le linee migliori. Con questo progetto invece abbiamo iniziato a pensare allo storytelling già durante le riprese. A volte abbiamo scelto una linea meno bella ma con uno sfondo più forte. O ci siamo presi del tempo per filmare anche momenti ‘normali’: la salita, la notte in rifugio, le chiacchiere. Questo ci ha permesso di raccontare di più. È stata un’evoluzione: quello che abbiamo imparato dal primo film, l’abbiamo portato qui — e ha fatto la differenza.”

Com’è stato vivere questa evoluzione creativa? 

Gregor Betschon: “Abbiamo imparato tantissimo. A un certo punto ci siamo detti: ‘Magari dopo due anni, questo film non lo faremo mai.’ Per tanto tempo non riuscivamo a trovare una storia che funzionasse. All’inizio avevamo uno storyboard, ma la realtà non ha rispettato il copione. Così siamo entrati in un processo lunghissimo di ri-montaggio. Mi ricordo un giorno in cui ho messo le cuffie e ho riascoltato tutti gli audio delle riprese, camminando. E lì ho iniziato a sentire cose nuove: battute, emozioni, dettagli che potevamo usare per dare personalità al film. Abbiamo iniziato a rimettere tutto insieme non con un classico arco narrativo, ma in modo più naturale. Il film cresce piano, arriva a un climax e finisce. Non ha mille colpi di scena. E all’inizio pensavo: ‘Magari sembra troppo semplice, quasi banale.’ Ma con quei momenti personali — le battute, i dubbi — è diventato qualcosa in cui la gente si riconosce. Magari qualcuno inizia a guardarlo e si chiede: ‘Nevicherà mai?’ Forse skippa. Ma se resta fino alla fine… lo sente. Capisce. E lì ho capito che non era solo un altro snowboard movie. Era qualcosa di diverso. Ed era pronto per uscire.”

Un’immagine o un momento che vi ha colpito? 

Gregor Betschon: “Uno su tutti: a metà film si vede il Lago di Ginevra con il monte Grammont sullo sfondo. Stavamo filmando lì da quattro giorni. L’ultimo giorno, scendendo, ci accorgiamo che abbiamo dimenticato il drone. Dentro c’erano le riprese di quei quattro giorni. Quindi: di nuovo in salita. 300 metri di dislivello, zero energie. Ero a pezzi. Troviamo il drone, ma ci perdiamo nel bosco, non troviamo più il sentiero… panico. A un certo punto, lo vediamo. Il sentiero. Mi ricordo ancora quel momento. Un sollievo totale. Non eravamo in pericolo vero, ma io ero finito. Mentalmente svuotato. Quella è stata una svolta. Un sospiro di sollievo.”

Levi Luggen: “Un tour che mi è rimasto dentro è stato a marzo. Siamo andati su una montagna con rocce rosse e abbiamo fatto un po’ di scrambling, niente di tecnico, ma super divertente. C’era tutto: splitboard, un po’ di arrampicata, bei momenti... Abbiamo anche dormito nella neve per mezz’ora. Una giornata strana, intensa, bellissima. E le immagini girate col camcorder sono tra le mie preferite.”

Il film è descritto come “un’avventura che racconta la dedizione e l’entusiasmo per la sensazione di leggerezza.” Cosa rappresenta per voi quella leggerezza?

Levi Luggen: “Glissare nella powder fresca e profonda: è la sensazione più vicina al volo. Ti senti leggero, non solo nel corpo ma nella testa. Sei lì, completamente presente. Ed è il massimo che lo snowboard ti può dare.”

Gregor Betschon: “Per me quel momento arriva nell’ultima scena del film, quando Phil segue Levi nella discesa. Lo vedi: è emozionato. È quella sensazione di volare, pur restando a contatto con il terreno. È strano, raro, succede solo con le giuste condizioni. Ma quando succede… sei solo corpo e movimento. Esplodi dentro. E io amo profondamente quella combinazione: libertà, flow ed emozione pura.”

State già lavorando a un nuovo progetto? 

Entrambi: “In realtà, prima di questo incontro eravamo al telefono a parlarne. Durante il montaggio dell’ultimo film, però, — un anno e mezzo per la precisione — ci sono stati momenti in cui ci siamo detti: ‘Basta, questo sarà l’ultimo.’ È stato estenuante. Rivedere le stesse clip mille volte, lavorarci nei ritagli di tempo, senza budget, senza contratti… Solo passione. Ma l’abbiamo finito. E quando l’abbiamo proiettato quattro volte in Svizzera, qualcosa è cambiato. I feedback ci hanno ricordato tutto il bello che abbiamo vissuto in montagna. Ci hanno ridato voglia. Voglia di creare qualcosa di diverso, qualcosa che non si vede spesso online o ai festival. Ora è questo che ci spinge: tornare in quella mentalità creativa, immaginare nuove storie e pensare: ‘Questa merita di essere raccontata.’ E sì, vogliamo sempre più concentrarci sul racconto, non solo sull’azione.”


Illustrare culture, l’arte di Nathan Walker

Viaggio nel mondo artistico dell’eclettico creativo di base ad Austin, Texas, e tra le sue muse sportive

“Il disegno grafico è il paradiso di individualità, eccentricità, eresia, anormalità, passatempi e umorismo.” così George Santayana, affascinante e celebre penna iberica, parlava dell’arte della rappresentazione. E prestando attenzione all’operato artistico di Nathan Walker, non possiamo esimerci dall’ affermare che nel suo archivio siano presenti tutte le sfaccettature psichiche elencate dal filosofo madrileño. In fondo, le illustrazioni digitali sono lo specchio di un mondo che cambia e di un’arte che percorre il medesimo cammino, con l’arduo compito di ritrarre tutte le sliding doors della costante evoluzione antropologica.

Nel punto d’incontro tra la concezione surrealista dell’arte e una più moderna deriva, ispirata dalla brand mission, Nathan Walker dà forme alle sue idee e alle sue passioni, scegliendo come muse i soggetti del suo quotidiano e del suo inventario sportivo. “Un giorno ho capito che se avessi illustrato soltanto le cose che amavo e lo avessi fatto nel modo in cui mi piaceva, sarei stato felice”. È questa la ricchezza del concetto che si cela dietro alle sue creazioni. 

Le parole di Nathan ci permettono di varcare le porte della sua dimora artistica per entrare in simbiosi con il suo linguaggio figurativo e per comprendere il ruolo che ha rivestito l'immaginario sportivo nel suo atipico percorso artistico. 

Quando è iniziata a crescere in te la passione per l’arte grafica? E quando hai capito che questa passione e questo tuo talento potevano trasformarsi in un lavoro?

“Dopo la laurea, ho iniziato a lavorare in un’agenzia pubblicitaria a Dallas. Successivamente mi sono trasferito ad Austin, in Texas, continuando a operare nel settore delle agenzie. Ad Austin ho avuto l’opportunità di collaborare con diversi clienti, tra cui Chase Bank, 7/11, Conoco, Sprite e molti altri. Mi sono occupato di vari ambiti: branding, design UX/UI, illustrazione, animazione e persino game design. Queste competenze mi hanno permesso di avviare un’attività freelance parallela. Grazie a una rete professionale piuttosto ampia, ho iniziato a ricevere sempre più richieste per progetti di branding e lavori di illustrazione. 

Ho lasciato il mondo delle agenzie pubblicitarie nel 2016 per concentrarmi nel ruolo di brand designer e negli ultimi due anni mi sono focalizzato sempre di più sulle illustrazioni digitali. Ho ricevuto fin da subito tanti progetti su cui lavorare. All’inizio mi basavo molto sulle richieste dei clienti, non avevo ancora elaborato un mio stile personale, perciò mi chiedevano di realizzare un disegno in un determinato modo e io provavo a farlo. Alla lunga, però, sentivo di non avere realmente voce nei progetti di cui io stesso mi occupavo, così ho iniziato a dedicarmi alle illustrazioni sportive, ho pensato ‘se devo iniziare a illustrare, voglio illustrare le cose che amo’... E sono sempre stato un appassionato di sport.

Per molto tempo ho avuto questo blocco nella testa, pensavo sempre ‘cosa potrei illustrare? E in che modo potrei farlo? Devo creare qualcosa di speciale, di differente, per attirare l’attenzione di chi guarda…’. Poi, ho semplicemente capito che, se avessi illustrato le cose che amavo, sarei stato felice. Il mio processo stilistico ruota attorno a questo. Ad esempio, io adoro il basket, sono andato alla Kansas University, sono un fan sfegatato dei ‘Jayhawks’ e seguo tutti i giocatori dei Kansas in NBA. Ma oltre al Basket sono un appassionato della competizione, nella sua accezione più generica, quindi adoro il football americano, il calcio e qualsiasi altro sport che coinvolge lo spettatore. Mi piaceva guardarlo e ho capito che avrei potuto renderlo ‘mio’ con queste illustrazioni.”

Grafiche sul football americano, sul baseball e sul mondo del calcio. Ma gran parte dei tuoi lavori è riservata al basket. Ti va di raccontarci il tuo legame con questo sport? 

“In realtà, non ero un grande giocatore di basket, il mio sport era il baseball, ma il basket ha da sempre attirato la mia attenzione. Sono sempre stato affascinato dalla cultura che c’è dietro questo sport, una cultura che si allinea di più con la mia visual identity. Quando penso al basket penso alla strada, alla street culture, ai campetti nei paesaggi urbani, ad una recinzione metallica nel centro di New York, o Chicago: attorno, edifici ovunque. Amo l’universo musicale e la cultura fashion che circondano la pallacanestro, è da questo mix di influenze che ricevo gli input per creare qualcosa di unico. Del basket amo anche il fatto che ci siano pose uniche: sento di poter creare qualcosa di suggestivo dal frame di un giocatore che fa un crossover, o da un giocatore che fa un reverse lay-up... È uno sport che possiede svariati angoli dinamici, credo di essere stato attratto proprio da questo.”

Le prime impressioni, guardando le tue opere, sono proprio legate alla streetball culture e ai design a essa associati. Le composizioni che troviamo all’interno dei tuoi lavori sembrano richiamare quelle caratteristiche e quei soprannomi visivi che spesso vengono associati agli atleti, soprannomi che di sicuro appartengono ad un immaginario di strada. Questa è una parte del tuo lavoro? Cercare di riprodurre le caratteristiche distintive di ogni atleta? 

“Sì, e credo sia una parte molto complessa del processo creativo: riuscire a catturare e ad isolare un tratto distintivo per ogni atleta. Alcuni illustratori si concentrano solamente sul viso, pensano che quello debba essere ritratto accuratamente, ma io credo che si debba cercare una caratteristica distintiva per attirare l’attenzione. Un ritratto di Wembanyama, ad esempio, deve avere le caratteristiche di Wemby, deve avere le sue gambe lunghe, così come Lebron deve avere la sua barba. Nel mio lavoro cerco di catturare un paio di elementi chiave per atleta, caratteristiche che tutti possono riconoscere e condividere… E le elevo”

Ti va di raccontarci le emozioni provate nel realizzare le grafiche per i Dallas Mavericks? Come è nata questa collab?

“È stato davvero fantastico. Uno dei content creator dei Dallas Maverick si è imbattuto nei miei lavori e ha deciso di contattarmi. Era una progetto indirizzato ai social del club, con dei post in cui illustravo il programma di gare in trasferta. Le illustrazioni erano anche legate allo specifico contesto temporale: nel periodo di dicembre, ad esempio, ho realizzato illustrazioni che richiamavano al natale e alle festività. Altre volte, invece, ho realizzato illustrazioni inerenti al luogo in cui i Mavs erano in trasferta. Mi davano un tema e io inviavo un paio di schizzi di prova, loro poi sceglievano quale percorso seguire.  

Riuscire a condividere la propria arte attraverso una piattaforma così grande e rilevante, come quella della franchigia NBA locale, è a dir poco fantastico: parliamo di un vero e proprio brand internazionale. È stata anche una grande opportunità per farsi conoscere nel settore.”

Una curiosità riguardo Austin. Credo che ci sia una speciale connessione in Texas tra la dimensione sportiva e tutto l’immaginario artistico, è un ambiente unico, incomparabile con New York o Los Angeles, con una cultura e delle tradizioni differenti, ma soprattutto con un modo diverso di narrare lo sport. Quanto questo ambiente è riuscito a plasmare la tua arte?

“L’influenza della città sulla mia arte è più forte che mai. All’inizio, quando mi chiedevano design inerenti ad Austin, i progetti si riducevano alle solite immagini e io le trovavo anche un po’ ripetitive, nonostante piacessero alle persone. Con il tempo, invece, ho cominciato ad apprezzare davvero la cultura che circonda questa città. Amo la cultura e amo portare dentro di essa l’emisfero sportivo, quello musicale e soprattutto quello artistico. 

Ora sto lavorando ad un progetto con l’Austin FC, squadra di Major League Soccer, per realizzare dei poster. Il progetto comprende quattro illustrazioni per quattro partite casalinghe e sarà realizzato grazie all’apporto di altri artisti. Si sta cercando di amalgamare tutto l’universo creativo con quello sportivo. La comunità qui è molto forte e lo avverti ancora di più, perché non parliamo di una grande città: è di sicuro in crescita, ma ha ancora addosso quell’alone di città universitaria, un po’ old school…”

Parliamo di un altro progetto e torniamo al mondo del calcio. È forte il tuo legame con Brooklyn City FC per cui hai realizzato la divisa e tanto altro merch. Parlaci di questo progetto

“È una storia particolare. La mia connessione con Brooklyn City FC in realtà è nata attraverso un progetto parallelo, ossia quello con City League Coffee Roasters. In precedenza, avevo realizzato il design di una maglietta per questi ragazzi, una specie di uccello che gioca ad Nba Jam (l’arcade game). Il proprietario dei Brooklyn City FC era un frequentatore abituale di quella caffetteria, ha visto la collab e ha deciso di contattarmi. Ecco, è nato tutto un po’ per caso. 

Il progetto con i Brooklyn FC è stato lungo e complesso, ci sono stati vari aggiustamenti in corso d’opera. C’erano restrizioni: ii numeri sul retro delle magliette dovevano avere determinate dimensioni, occupare un determinato spazio… È stato molto impegnativo, ma allo stesso tempo divertente. Non sono di New York, ma amo la città e amo le ispirazioni e gli influssi che sa regalare, quindi per me poter lavorare con questo club è stata un’esperienza fantastica. In quel periodo ho portato avanti anche un progetto parallelo, ossia la creazione della maglia celebrativa per il 25esimo anniversario di Evil Geniuses, team di EA Sport.”

Collegandoci al tema del merch sportivo, qual è la tua opinione sul rapporto tra design e maglie NBA e, più in generale, tra design e kit sportivi? 

“Mi piace quando una squadra si rivolge ad un artista per progettare un design, ovviamente occorre un rispetto delle tradizioni ma personalmente, quello che più mi attrae quando si crea qualcosa di nuovo è proprio l’esplorazione, la ricerca di un tema all’interno dell’immaginario cittadino, anche un semplice gusto retrò dei colori. 

Credo che in questo momento i design delle maglie NBA non siano fantastici. Anzi, a mio avviso sono carenti dal punto di vista estetico. Non dico che i kit debbano essere eccessivamente vistosi, ma alcuni sono proprio basilari. Quando ho realizzato la maglietta per il Brooklyn City FC, non mi sono posto troppe regole, le ho fatte come volevo, come le immaginavo nella mia testa… E alla fine è venuto fuori un buon lavoro. Mi piace pensare che il design di una maglietta sia paragonabile ad un’opera d’arte, un prodotto unico nel suo genere.”

Grazie alle collab con Under Armour, New Balance, Timberland e Nesquik, sei diventato un brand designer di primissima fascia. Com’è stato il primo impatto con realtà così grandi? Quale progetto e quale partner ti ha permesso di esprimere al meglio la tua visione?

“Tutti questi progetti sono stati dei singoli percorsi incredibili, mi hanno dato una grossa mano per emergere. Probabilmente, però, il progetto che mi ha consentito di arrivare dove sono ora, è stata la collaborazione con Timberland. Il progetto era una campagna di sette stivali, ognuno con un colore differente. Hanno contattato sette artisti per la loro realizzazione. Conoscevo alcuni di loro: erano artisti che stimavo e stimo tuttora, non potevo credere di far parte davvero di quel gruppo di lavoro. Inoltre, in fase di creazione ho avuto il massimo della libertà espressiva, ho fatto esattamente quello che volevo fare: ho creato i personaggi e questa sorta di ambiente urbano, poi la campagna è stata lanciata anche negli store fisici e le opere sono diventate installazioni reali. 

Addirittura, un mio cliente in Europa ha visto il progetto in uno dei negozi Timberland del Vecchio Continente. Questa sinergia ha consolidato il mio nome ed il mio stile, ed è stato di sicuro uno dei progetti più divertenti: si trattava soltanto di essere se stessi da un punto di vista artistico. Per gli altri progetti, invece, c’erano molte più linee guida da seguire. Un esempio è la collaborazione con Under Armour: anche in quel caso si trattava di rappresentare e illustrare atleti. 

Nonostante le ‘imposizioni’ è stata comunque un'emozione grandissima lavorare su quel progetto, perché è stato fatto in collaborazione con l’NBA All Star Weekend: sono stati allestiti vari stand in cui gli atleti firmavano le copie delle mie illustrazioni e le consegnavano ai fan.”

La tua connessione con l’immaginario cestistico ci permette anche di affrontare un discorso che fino ad ora non abbiamo toccato, quello della sneakers culture. Dal tuo ventaglio di opere infatti, si evince un’attrazione particolare per questo mondo. Ce ne puoi parlare?

“Da giovane non ero propriamente un tipo da sneakers. Ancora oggi non sono un tipo eccessivamente alla moda: mi piace vederla su altre persone e le scarpe sono parte integrante di questo processo. Crescendo, ho maturato un interesse anche nel disegnarle e nel renderle protagoniste delle mie opere.

Ricordo di aver visto la prima Jordan ai piedi di un mio compagno a scuola, in quarta o quinta elementare: quell’immagine è rimasta fissa nella mia mente. Le sneakers sono una parte di me che aveva bisogno di essere dissotterrata, trent’anni dopo quel momento... Ora apprezzo la cultura che c’è dietro questo universo, e penso che una grossa parte di essa sia figlia del legame con l’immaginario cestistico.

Nelle mie opere, l’obiettivo è quello di catturare l'arte della scarpa stessa, per poi adattarla e fonderla al giocatore o alla divisa che indossa, cercando un armocromia tra i vari soggetti. Per me è come aggiungere un dettaglio-extra al disegno: infatti, cerco sempre di mantenere l’opera con una struttura semplice, per poi inserire dettagli stilistici pertinenti.”

Qual è il tuo prossimo soggetto artistico? Hai già qualcosa in agenda?

“Ogni nuovo progetto è come un nuovo percorso artistico. E ogni nuovo percorso porta ad un traguardo. Ora ho appena concluso una collab con un brand di orologi. Non avrei mai pensato di lavorare ad un progetto simile…

Non ho programmi per il momento, ma ogni volta che arriva qualche suggestione, la accolgo con grande trepidazione: sono avventure nelle quali poter esprimere al meglio il mio linguaggio visivo. Sicuramente, un obiettivo che mi sono posto è quello di iniziare a dipingere e, magari, realizzare dei murales. Vedo questa opportunità, e questo tipo di arte, come un potenziale prolungamento della mia produzione artistica. È solo questione di tempo e di organizzazione. Ho anche una famiglia, quindi devo essere in grado di bilanciarmi tra progetti personali, famiglia e lavori per clienti.”