Game Changers – Coral Gardeners
K-Way eleva, attraverso una speciale experience vissuta da alcuni dei suoi Ambassador sportivi, il lavoro virtuoso di preservazione delle barriere coralline attuato da Titouan Bernicot e dal suo progetto Coral Gardeners
Il pianeta non può essere in salute senza le barriere coralline. Un assunto chiaro e incontrovertibile, appurato da dati e ricerche scientifiche che testimoniano la preziosa importanza di questi microcosmi subacquei oggi, più che mai, messi in pericolo dal tragico binomio surriscaldamento globale-inquinamento. Il futuro della Terra non può prescindere dalle barriere coralline, e il futuro delle barriere coralline non può prescindere dall’impegno di realtà virtuose come Coral Gardeners, una forma di resistenza al ‘bleaching’, il fenomeno di morte e conseguente sbiancamento di coralli sempre più falcidiati dalle temperature troppo alte dell’acqua marina.
“Ho trascorso i primi anni della mia vita in un piccolo atollo nel Pacifico del Sud, dove i miei genitori possedevano una farm di perle. Prima di camminare, nuotavo già al fianco degli squali”, confida Titouan Bernicot, che ha fondato Coral Gardeners nel 2017, un sistema di ‘nurseries’ subacquee che assicurano la corretta crescita dei coralli, prima del successivo innestamento nella barriera polinesiana.
“Dopo mi sono trasferito sull’isola di Mo’orea, dove sono cresciuto surfando e facendo free diving. A 16 anni ho notato che qualcosa era differente: la barriera era tutta bianca, aveva perso i suoi colori. Così, ho iniziato a comprendere cosa fosse il ‘bleaching’ e sono stato introdotto al coral gardening. Ricordo ancora il giorno in cui ho scelto il mio corallo preferito e l’ho piantato nella laguna... Quell’esperienza mi ha fatto capire che possiamo ridare vita all’oceano con una semplice azione. Un’azione che ho voluto condividere con il mondo”.





Oggi Coral Gardeners è composto da un team di oltre 70 persone, opera nella Polinesia Francese, a Fiji e nel sudest asiatico, e sta vivendo una consapevole ascesa, alimentata da una costante cassa di risonanza garantita da esperti del settore e figure multidimensionali sensibili al tema. K-Way è uno di questi ‘player’, un partner simbioticamente legato all’elemento acquatico che, recentemente, ha permesso ad alcuni dei suoi più riconosciuti Ambassador sportivi di vivere l’esperienza CG in prima persona.
“Abbiamo trovato un partner naturale in K-Way”, prosegue Titouan Bernicot, “Condividiamo gli stessi valori e lo stesso tipo di amore per l’avventura, per l’acqua, per la protezione... Il Team CG indossa l’abbigliamento idrorepellente, che è perfetto per lavorare nell’imprevedibilità climatica delle isole tropicale. Contemporaneamente, questa partnership a lungo termine ci permette di raggiungere nuovi audience e aiuta a creare un movimento globale concentrato sulla salvaguardia degli oceani”.
“È stato fantastico passare del tempo con il Team e gli Ambassador K-Way qui, a Mo’orea, e mostrare loro il lavoro di Coral Gardeners”, racconta ancora Bernicot, “Abbiamo fatto immersioni con Arnaud Jerald - apneista di fama mondale -, nuotato con Gregorio Paltrinieri - nuotatore pluricampione mondiale e plurimedagliato olimpico - e preso onde con Leonardo Fioravanti - surfista olimpionico, nonché primo italiano a qualificarsi nella World Surf League - e Annie Reickert - poliedrica maestra della tavola e waterwoman per definizione. Hanno avuto la possibilità di scoprire i nostri ‘gardens’, piantando coralli ed esplorando la barriera lagunare. In Coral Gardeners vogliamo sempre coinvolgere persone provenienti da sfere diverse, come quella sportiva. Grazie a K-Way ci stiamo riuscendo, arrivando a fondere differenti mondi, come il fashion, lo sport e la sostenibilità. Questo è ciò che serve per fare la differenza. Ognuno deve giocare un ruolo”.
E prima di comprendere il ruolo giocato, così come le emozioni vissute da alcuni dei partecipanti a questa tanto magica, quanto significativa esperienza collettiva, chiariamo ulteriormente il monito biografico di Bernicot. Un messaggio nato nella sensibilità personale e destinato all’ascolto, oltre che all’azione universale: “L’oceano sarà sempre il mio parco giochi preferito. Oggi è anche diventato il mio ufficio, i pesci sono i miei colleghi. È una sensazione così speciale vedere i coralli crescere e venire abitati dalla fauna marina. Le barriere coralline sono uno degli ecosistemi con maggiore biodiversità e importanza al mondo. Sono spesso definite le foreste pluviali dei mari, perché sono la casa di più di un quarto della vite marine. Sono i pilastri di un oceano in salute. E un oceano in salute produce oltre la metà dell’ossigeno necessario per rendere il nostro pianeta abitabile, oltre a contribuire all’economia globale e a nutrire e sostenere milioni di persone. Per questo, dovremmo lavorare tutti insieme per garantire un futuro migliore alle barriere coralline”.
Un futuro determinato dall’interesse e dal coinvolgimento attivo di figure come gli atleti K-Way Annie Reickert, Leonardo Fioravanti e Arnaud Jerald, che hanno condiviso la loro esperienza come Coral Gardeners.





Che tipo di emozioni hai vissuto al fianco dei Coral Gardeners e quali sono stati i momenti più significativi di quest'esperienza? Durante l'osservazione degli scenari subacquei dell'Isola di Moorea, ci sono state delle immagini o delle visioni che ti hanno maggiormente affascinato e/o colpito?
Annie Reickert: “Visitare Mo’orea con il team K-Way è stata un’esperienza indimenticabile. L’ospitalità dei locali, unita alla dedizione del team Coral Gardeners, ha reso tutto ancora più speciale. È stato veramente significativo connettersi ad un gruppo d’individui dal pensiero affine al mio, che condividono la stessa passione nel creare un cambiamento positivo. Ogni momento speso insieme a loro ha rafforzato la mia fiducia nella potenza delle persone che lavorano per fare una differenza. Ogni volta che sono entrata nelle acque di Mo’orea, mi sono immersa in alcuni degli scenari subacquei più evocativi e mozzafiato che abbia mai visto. Pur essendo cresciuta a contatto con l’oceano, nuotare con balene, squali, pesci e tartarughe (durante un solo giorno!) è stato veramente magico”
Leonardo Fiorvavanti: “Passare una settimana con la squadra di Coral Gardeners è stata veramente un'esperienza incredibile. È un'idea, un progetto bellissimo. Mi ha emozionato stare a contatto con Titouan, un ragazzo giovane, cresciuto sulle isole, nel nulla, ora impegnato a fare una differenza reale in questo mondo, e con l’oceano, nel posto che amo. È stato emozionante. Poi, un conto è scoprire il progetto a distanza, un'altra cosa è passare del tempo negli uffici CG, assistendo ad una presentazione immersiva. I coralli hanno questo bleaching (fenomeno di sbiancamento e distruzione dei coralli stessi nsr), grazie a CG abbiamo capito cosa lo provochi e come si possa risolvere questa situazione. Abbiamo anche capito come ripiantare il corallo, che tipo di corallo si riesce a ripiantare, e abbiamo osservato la piantagione sott’acqua... Da surfista ho imparato tantissimo e realizzato che un progetto virtuoso come questo può incidere positivamente sul mio habitat naturale. Non vedo l'ora di vedere cosa faranno nei prossimi 5, 10, 15 anni: il progetto sta crescendo molto, e questa crescita porterà ad ulteriori evoluzioni. Sott'acqua è stato fantastico osservare i diversi coralli e anche la loro diversa misura. Un corallo che è stato piantato sei mesi fa, i colori diversi, quali coralli sono più forti e resistono meglio nel cambiamento del clima e nel riscaldamento dell'acqua, perché è così che succede il bleaching. Purtroppo, il mare ha dei momenti di cambiamento veloci, dove la temperatura dell'acqua muta di 3-4 gradi, ed è lì che, purtroppo, il corallo viene sottoposto ad un forte momento di stress, che non lo fa sopravvivere. Poi, è stato fantastico nuotare a Moorea, un luogo spettacolare, e farlo al fianco di balene, tartarughe, squali, mante... Ripeto, un’esperienza incredibile”
Arnaud Jerald: “La mia prima impressione sul team Coral Gardeners è stata molto buona. Avevo già avuto modo d’incontrare il pioniere del progetto 5 anni fa. All’epoca CG non era al livello attuale. Il momento più memorabile, per me, è stato piantare il corallo. Dopo 20 minuti di navigazione, siamo arrivati in una laguna traslucida. Sott’acqua, c’erano macchie di corallo che mai avevo visto prima... Titouan Bernicot e il suo team hannpo condiviso tutte le informazioni. Abbiamo visto dei video a terra e parlato di questo progetto per un’ora, con tanto di brividi dovuti alla bella esposizione di Titouan. Ma solo quando ho messo la testa sott’acqua in questa laguna, e ho visto i coralli crescere sulle corde, ho compreso pienamente il progetto. Ho compreso l’urgenza della loro protezione, ma anche la bellezza delle azioni CG. Allo stesso tempo, le profondità acquatiche di Mo’orea mi hanno ricordato il film Jurassic Park. Tutto è imponente, ho vissuto le stesse sensazioni che vivo quando sono ad oltre 120 metri di profondità. Gli elementi ci hanno fatto capire che noi non siamo molto, e che dobbiamo avere a che fare con loro. Mi ero dimenticato che ci si potesse sentire così, sulla Terra”




Hai già avuto modo di scoprire le onde polinesiane durante la tua carriera sportiva, che pensieri ti hanno attraversato vivendo questo ambiente con una prospettiva diversa? Avevi già avuto modo di riflettere sulla condizione dei reef e sulla loro conservazione grazie al tuo sport?
Annie Reickert: “Non ero mai stata in Polinesia prima di quest’esperienza, era la destinazione dei miei sogni, da sempre! La diversità del suo mondo subacqueo è veramente incredibile. Appena la vivi, puoi immediatamente comprendere perché sia così vitale proteggerla”
Leonardo Fiorvavanti: “Sì, ovviamente ho passato tantissimi momenti incredibili in Polinesia e a Tahiti, però è stato bellissimo tornare qua a Tahiti, facendo un'esperienza diversa. Non sono tornato per surfare, ma per esplorare veramente l'isola, vedere il progetto di Coral Gardeners e capire meglio cosa fanno. E, come ho già detto prima, è stata un'esperienza bellissima. Anche io ho imparato tantissimo da quello che fanno e ho capito meglio l'ecosistema dell'oceano, così come l'ecosistema dei coralli, e quanto essi siano importanti. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che l'ecosistema dell'oceano si crea veramente intorno al corallo”
Arnaud Jerald: “Ho sempre amato essere sott’acqua. Tutto è iniziato nel sud della Francia, con mio padre. Andavamo tra le rocce per fare del freediving. Qualche tempo dopo, ho avuto la possibilità di scoprire Tahiti e Mo’orea. Ci sono stato per 3 mesi, nel 2019. L’ultimo giorno, mi sono immerso con il fotografo Tim McKenna. Siamo andati nello spot di Taapuna e non mi sono mai sentito così tanto sano, come in quel caos. Eravamo tra coralli di fuoco e onde alte più di 3 metri, a volte li sperava poco meno di un metro. Prima, quando le persone mi parlavano dell’ambiente, facevo fatica a rispondere. Nel mio sport si va spesso ad oltre 150 metri di profondità. Mi tuffo al largo e non vedo mai il fondale per ragioni di sicurezza. Non posso indossare una maschera, perché imploderebbe a causa della pressione, e tengo gli occhi aperti per seguire il cavo di fronte a me. Nel 2022 sono tornato a Tahiti per un video che avevo in mente dalla prima immersione a Taapuna. Ho concepito il film associandolo a Teahupoo, una delle onde più pericolose al mondo. ‘Waves Story’ può essere trovato sul mio canale YouTube. Questa produzione mi ha permesso di vedere la natura subacquea con una prospettiva diversa, e mi sono detto che sì, era un mondo estremamente fragile. Alcuni luoghi erano bianchi, perché i coralli erano morti per la temperatura eccessiva o per l’inquinamento... Da qual giorno non ho più guardato il mare come prima”




Quanto è importante che figure di rilievo nel panorama sportivo vivano, raccontino e diffondano in prima persona l'impegno di una realtà come Coral Gardeners? Parlando sempre d'impegno ed esposizione, puoi dirci qualcosa anche riguardo il commitment di K-Way nel creare quest'opportunità per te ed altri atleti, e nel sostenere la visione di Titouan Bernicot?
Annie Reickert: “Come atleti ‘oceanici’, credo sia nostra responsabilità guidare la missione di protezione ambientale, così come di preservazione delle nostre barriere coralline. Il lavoro fatto fino a qui da Coral Gardeners e K-Way, volto ad aumentare la consapevolezza riguardo l’urgente battaglia da combattere per i nostri oceani, è assolutamente essenziale. Sono grata di ciò che stanno facendo e dei significativi passi che stanno percorrendo verso un futuro più sostenibile”
Leonardo Fioravanti: “Il progetto Coral Gardeners è vero, ispirazionale, creativo e ambizioso. Un giovane come Titouan sta lasciando un segno partecipando a conferenze globali, parlando con organizzazioni, governi e istituzioni delle nazioni più grandi del mondo. Titouan crede in questo progetto al 100%, motiva a fare il più possibile per il nostro oceano, il nostro habitat naturale. Come Titouan, sono cresciuto tra le onde e ovviamente vivo l'oceano in modo diverso. Mi ha ispirato molto, nel futuro voglio cercare di fare personalmente la differenza e supportare il suo stupendo progetto. Aggiungo anche che sono veramente fiero di far parte della famiglia K-Way. Lo ero già, ma dopo aver fatto un'esperienza così, e aver assistito all’interesse del brand per la salvaguardia dell'oceano, sono ancora più felice di far parte di questa famiglia. Sono felice e fiero di rappresentare un brand che crede nel progetto di Titouan e che spinge veramente a lavorare insieme per aiutare il nostro ambiente”
Arnaud Jerald: “Penso che lo sport abbiamo sempre trasmesso valori unici e universali. Oggi più che mai, l’arrivo dei social permette di coinvolgere audience di riferimento. Possiamo stabilire delle ‘bolle’ comunicative. La mia è, per l’appunto, legata allo sport e, in particolare, al mondo subacqueo. Grazie ad essa posso comunicare cose che esulano dalla semplice performance. La forza di Coral Gardeners non sta tanto nella loro idea di ripiantare i coralli, o nelle innovazioni che sono riusciti a sviluppare fino ad oggi... Sta nel modo in cui condividono la loro visione, e in come riescano a rendere accessibile a tutti un progetto scientifico volto a salvare il pianeta. La storia ci insegna che gli atleti hanno sempre voluto aiutare altre cause, che vanno oltre medaglie e record. Spesso la politica è stato uno dei temi toccati, specie in occasione dei Giochi Olimpici. Titouan ha creato un ponte tra questi due universi, non limitandosi, però, allo sport. È stato anche in grado di raggiungere il cinema, con Jason Momoa, l’attore-protagonista di Aquaman. E qui è dove entra in gioco K-Way, uno dei più iconici e storici brand francesi, da tempo assurto a realtà internazionale. Questa sinergia rientra perfettamente nella logica di collaborazione virtuosa allargata. L’aiuto di K-Way è essenziale per Coral Gardeners, in termini d’immagine, ma soprattutto per la costante crescita del progetto stesso, nel breve e lungo termine. Poi, indossiamo K-Way per proteggerci da pioggia e cattive condizioni climatiche... Quindi si può dire che Coral Gardeners sia, in qualche modo, il K-Way dei coralli”




Dopo aver preso parte a questa spedizione, il tuo impegno nella salvaguardia delle barriere coralline proseguirà?
Annie Reickert: “Il mio impegno nella preservazione delle barriere coralline non è mai stato così intenso. Quest’anno ho avuto il privilegio di visitare alcune delle più vibranti barriere coralline del mondo, e il pensiero di vederle sparire mi spezza il cuore. La necessità di cambiamento è urgente, e sono grata di essere circondata da persone che stanno guidando in prima linea questo processo”
Leonardo Fioravanti: “Il mio impegno di salvaguardi delle barriere coralline proseguirà al 100%! Ho parlato molto con Titouan e siamo diventati amici. Voglio cercare di aiutare il progetto, condividerlo il più possibile e capire cosa posso fare per aiutarli concretamente. Potrei diventare ambassador o semplice ‘amico’ di Coral Gardners, ma ‘obiettivo sarà sicuramente quello di portare ancora più consapevolezza su questo progetto, su questo problema, sul cambiamento climatico, sul riscaldamento delle acque e sull'importanza del corallo. Cercherò di fare la differenza in prima persona”
Arnaud Jerald: “Sono legato ad uno degli sport più estremi, dove la dedizione è la chiave. Questo modo di vivere si declina anche nei progetti che ho a cuore, come Coral Gardeners. Ho già in programma di tornare a Mo’orea il prossimo anno, per alimentare il nostro rapporto e aiutarli come posso. Non vedo l’ora!”




Una settimana speciale del basket europeo
Abbiamo celebrato la European Basketball Week al fianco di Special Olympics, Cisalfa Sport e Olimpia Milano
La European Basketball Week è in corso, e sta coinvolgendo 25000 partecipanti in 35 Paesi europei: esseri umani ispirati da un evento continentale in grado di celebrare l’inclusione, così come la potenza dello sport come linguaggio universale. Abbiamo assistito al taglio del nastro di questa virtuosa settimana, ospitati da una delle casate più nobili del panorama cestistico italiano, l’Olimpia Milano. I monumentali spazi del Mediolanum Forum hanno accolto alcune significative testimonianze degli atleti Special Olympics e hanno assistito ad un torneo ad hoc, organizzato grazie al partner Cisalfa Sport, impegnato in un supporto all-around dell’associazione fondata, nel lontano 1968, da Eunice Kennedy Shriver, e oggi presente in 200 Paesi nel mondo. Noi avevamo raccontato questa sinergia in un recente focus editoriale (link all’articolo).
Forza e bellezza dell’uguaglianza hanno scandito il battesimo di una festa sportiva e popolato il parquet del Forum di gesti e frasi significative, come quelle di Alberto Fiasconaro, Direttore Marketing Cisalfa Group: “Cisalfa Sport nasce da un piccolo negozio attivo dal 1977, oggi è l’azienda leader in Italia nella vendita di abbigliamento, calzature e attrezzature per lo sport e il tempo libero. Per noi lo sport è sempre stato uno strumento per genere benessere, fisico e mentale. Lo sport aiuta a sentirsi meglio, e insegna valori fondamentali, che interessano la vita di ognuno di noi. Rispetto, senso di responsabilità, determinazione, spirito di collaborazione... Questi sono i valori che abbiamo trovato in Special Olympics Italia e che siamo orgogliosi di sostenere anche durante questa European Basketball Week. Lo sport, in questo caso il basket, riesce a mettere insieme le persone attraverso la passione. E aiuta ogni essere umano a migliorare anche nel campo della vita, come avviene quotidianamente in Special Olympics”.
La nostra galleria fotografica ripercorre una giornata simbolica, emblema di una settimana simbolica.





















Vomero 18, visioni individuali per una scarpa ed un running universale
Scopriamo l’ultimo capitolo Vomero attraverso le voce di Marian Dougherty, Senior Director, Global Running Footwear e Ashley Campbell, Running Footwear Product Line Manager Nike
Dal 2006 al 2025. La Vomero scrive il 18esimo capitolo della sua tanto iconica, quanto contemporanea, esistenza, continuando a fungere da epitome per la vocazione universale del running. La stessa vocazione professata da Nike fin dalle sue origini, dalla fervida mente di Phil Knight e dal tartan dell’Università di Oregon. Dopo la galleria di eccellenza atletica vissuta durante la lunga estate parigina, lo Swoosh torna a parlare al plurale, presentando una scarpa votata a tutti, bambini compresi, ed ispirata anche dalla sensibilità femminile.
Abbiamo avuto la fortuna di chiacchierare con Marian Dougherty, Senior Director, Global Running Footwear e Ashley Campbell, Running Footwear Product Line Manager, per comprendere le innovazioni di questo prodotto - re del maximun cushioning - e per esplorare la connessione simbiotica tra comuni background sportivi e carriere professionali dedicate alle presenti e future generazioni sportive. Prima di approdare a Nike, difatti, Marian Dougherty è stata una calciatrice professionista, mentre Ashley Campbell una runner di alto livello liceale e collegiale. Le loro voci e i loro percorsi non si limitano a presentare la Vomero 18, disponibili dal 27 febbraio 2025, ma mettono in rima passione e tecnologia, sogno individuale e progresso collettivo, elevando il valore universale della più democratica arte sportiva e l’effetto della sua musa sulla sempre rivoluzionaria storia Nike.



Alla luce del vostro comune background, quali sono stati i momenti più significativi nel vostro rapporto con lo sport e quanto hanno influenzato, e continuano ad influenzare, il vostro ruolo in Nike?
Marian Dougherty – Senior Director, Global Running Footwear: “Ho giocato a calcio a livello professionistico. Sono stata fortunata nel riuscirci. Onestamente, la mia carriera sportiva ha plasmato ciò che sono oggi. Mi ha dato tutto. Grazie al calcio ho uno spirito competitivo, amo sentirmi parte di un team e lavorare con esso. Il calcio mi ha anche infuso un’attitudine particolare, quella di fare il miglior prodotto possibile per gli atleti. Ricordo quanto significassero per me le scarpe da calcio che indossavo, e che tipo di vantaggi mi dessero... Non so se fosse una questione mentale o meno, ma era un qualcosa di vero e tangibile. Quindi, ho sempre avuto questa passione, questa spinta a fare prodotti che possano rendere migliori gli atleti, unendomi ad un team per riuscirci, e desiderando di stare sempre nel lato ‘vincente’ di questo processo”
Ashley Campbell – Running Footwear Product Line Manager: “Non sono stata un’atleta pro, ma ho fatto cross-country e corsa su pista sia all’high school, che al college, quindi il running è nelle mie radici. Ne sono veramente appassionata. Ho sempre saputo che avrei probabilmente avuto una carriera nella running industry, ma anni fa non avrei mai pensato di poterla evolvere con un brand come Nike. Ricordo ancora quando all’high school ho partecipato ai campionati nazionali di cross-country, organizzati da Nike... È un grande evento, che promuoviamo da tantissimo tempo. In quel momento mi sono innamorata di Nike, perché ho realizzato quanto faccia questo brand per il movimento del running, soprattutto a livello giovanile. Da allora, Nike è diventato parte di me. Anni dopo, successivamente alla mia laurea, ho iniziato ad allenare e a lavorare per un Nike store. Volevo capire nuove cose riguardo il suo operato. Da lì, fortunatamente, il mio percorso nel brand è decollato. E ho vissuto grandi esperienze, come aiutare i Nike Cross Nationals da ex partecipante, o partecipare alle Olimpiadi di Rio... Tanti momenti memorabili. Per me, si tratta soprattutto di restituire qualcosa allo sport che mi ha dato così tanto, questo è ciò che sono e dove sono oggi”


Da ex atlete, come vi fa sentire il fatto di poter incidere sull’immaginario, così come sulla cultura sportiva contemporanea?
Ashley Campbell – Running Footwear Product Line Manager: “È un onore essere parte di tutto questo. Lavoriamo su prodotti che raggiungono tantissimi runner. Quando parliamo di running, proponiamo prodotti per chiunque, praticamente. Quindi è davvero bello pensare a tutte le decisioni che prendiamo lungo la strada, e a quanto avranno un impatto sulle persone. La nostra speranza è sforzarci al massimo per produrre prodotti ed innovazioni incredibili. E questo servirà ad avvicinare sempre più persone al running, rendendolo godibile per chiunque. Ovvio, c’è anche una parte di performance che aiuta atleti pro a raggiungere nuovi traguardi, o a infrangere record... Chiaramente abbiamo anche a che fare con alcuni dei migliori runner al mondo. A maggior ragione, è veramente un onore essere parte di tutto questo. È ciò che mi fa uscire di casa ogni mattina. È un lavoro divertente e fantastico”
Marian Dougherty – Senior Director, Global Running Footwear: “La penso in modo analogo. Ho sempre detto che, dopo la carriera da pro nel calcio, non ero così sicura di trovare un altro amore o un’altra passione così grande. Lavorando qui, però, sono riuscita a farlo. Tutto deriva dal fatto che possiamo ispirare le persone, a livello personale mi riferisco in particolare alle donne, alle atlete. Le ispiriamo a raggiungere i massimi livelli, ma anche solamente ad uscire di casa e correre. Lo stesso vale per i bambini. Ho due figli piccoli, è speciale quando spiego loro il mio ruolo: aiutare la creazione di prodotti che possano ispirare o rendere più felici le persone. Non trascorre giorno senza che mi tiri dei pizzicotti pensando a questo”


Durante l’introduzione della Vomero 18 avete parlato di un particolare coinvolgimento di prospettive e feedback femminili. Potreste parlarci di questa ‘rivoluzione’?
Ashley Campbell – Running Footwear Product Line Manager: “Lavoriamo da tanti anni a contatto con le atlete, sappiamo che, quando ascoltiamo veramente le loro necessità e agiamo di conseguenza, i nostri prodotti migliorano per tutti. Le Vomero 18 non fanno eccezione. Tra i feedback femminili, abbiamo fatto particolarmente attenzione al cushion e al comfort: dettagli ricercati nelle scarpe che donne e ragazze utilizzano quotidianamente per correre. Quindi è stato essenziale affidarci ai loro feedback, così come renderle parte integrante dei nostri insight e test. Volevamo assicurarci di permettere loro la miglior esperienza possibile. Anche il fitting rientra in questi fattori essenziali. Per la Vomero 18 abbiamo costruito un primo prototipo su una size femminile, in modo da raggiungere la migliore forma possibile per le nostre consumatrici. In ogni test, poi, sono state coinvolte donne, provando ad identificare ogni sfumatura che potesse rendere questo nuovo capitolo della Vomero adatto ad ogni runner. Aggiungo anche che il coloro e lo stile giocano un ruolo altrettanto primario, specie per le nostre consumatrici. Volevamo offrire la più ampia gamma cromatica possibile, permettendo loro di scegliere la colorway preferita, e di esprimersi appieno: dai colori essenziali, indossabili da tutti, a quelli più energetici e audaci... Vogliamo che ogni donna possa esprimersi nel modo migliore”


Avete anche fatto riferimento al fatto che la Vomero 18 sarà disponibile anche per bambini. Quanto è importante questo aspetto per Nike?
Marian Dougherty – Senior Director, Global Running Footwear: “Il nostro obiettivo è assicurarci d’ispirare i bambini fin dall’inizio. Vogliamo sfruttare l’opportunità di renderli amanti del brand fin dalle origini del loro rapporto con lo sport. La corsa nei bambini ha forme e ruoli molto differenti rispetto a quelli degli adulti. Va dal semplice spostamento al gioco fuori scuola, dalle sfide con gli amici a quelle nel parco, dal primo miglio all’uscita con i genitori... Vogliamo mettere loro a disposizione il miglior prodotto possibile per questo viaggio e, ancora più semplicemente, ispirarli a muoversi. Penso sia questa la vera chiave. Se devo riassumerla in un messaggio, si tratta d’ispirare i più giovani a muoversi, ad uscire, a divertirsi. Questo è il nostro lavoro, ispirarli”

Credits
ATHLETA MAGAZINE ISSUE 11
L’immaginario sportivo continua ad evolversi, e noi con esso. Il viaggio visuale ed editoriale di Athleta Magazine Issue 11 comincia nella violenza codificata applicata alla rivoluzione sociale: dall’impatto che la Muay Thai Dublin Academy esercita sulle nuove generazioni della capitale irlandese, allontanandole dai suoi lati più oscuri. La lente di Neil Gavin ispira la cover di questo nuovo capitolo stampato con il dettaglio di un giovane fighter e il reportage ‘Changing Narratives’. Dall’isola celtica al cuore dell’Europa, al salotto alpino e aristocratico di Sankt Moritz, che ospita annualmente la ‘White Parade’ del White Turf: un’atipica gara ippica circondata da cime innevate e ricchezza cosmopolita, ritratta da RiseUp Duo. Ad un confine di distanza, entriamo in contatto con la sinergia duale di Asia e Alice D’Amato, figure chiave nei recenti exploit della ginnastica artistica italiana, culminati nella storica edizione olimpica parigina. La galleria fotografica di Carolina Amoretti e lo styling di Tiny Idols, Fashion Editor di Athleta, danzano insieme alle gemelle Azzurre nell’editoriale ‘Power of Two’. Il doppio diventa singolo nel caso del velista transoceanico Ambrogio Beccaria, che in ‘How Far You Can Go’ narra il suo intimo rapporto con mari e oceani: un legame solitario e simbiotico, trasposto in immagini da RiseUp Duo. Da icone contemporanee ad un’icona eterna, il maratoneta Stefano Baldini. A 20 anni esatti di distanza dall’impresa dei Giochi Olimpici di Atene, l’occhio di Marco P. Valli descrive in ‘For Better or Worse’ l’infinito amore per l’atletica di questo oro a cinque cerchi, oggi divenuto allenatore. Di leggenda in leggenda. Migriamo oltreoceano, nella magica terra calcistica argentina, immergendoci, grazie a Pancho Monti e al suo ‘La Mitad Más Uno’, nel popolo Xeneizes, così come nella lucida follia della Bombonera, celebre casa del Boca Juniors. Facciamo poi ritorno in Italia, dove le visioni sperimentali di Alessandro Zuek Simonetti catturano l’essenza di Alessandro Cannata, sprinter paralimpico non vedente e plurirecordman nazionale, raccontato in ‘Blurred’. Il mosaico sportivo di Athleta Magazine, che per questo numero aumenta eccezionalmente la propria sostanza, superando per la prima volta le 200 pagine, prosegue nel valore culturale della pelota mixteca: un’antica pratica tramandata da alcune comunità messicane USA, esplorate liricamente da Fabien Scotti in ‘Nuestra Historia’. Tradizione di tutt’altro genere è quella delle guinguette, le sale da ballo parigine fiorite nell’Ottocento e, ancora oggi, capaci di resistere al tempo. Mathieu Richer Mamousse e l’articolo ‘Te Souviens-Tu?’ ci guidano nel fascino di questi luoghi dimenticati da molti, ma non da tutti. Osserviamo da vicino anche una realtà che supportiamo da tempo, Africathletics. Le foto di Erika Serio e ‘A Future Made of Sounds’ si focalizzano sul progetto di rugby femminile portato avanti in Malawi, dove educazione e sport si alimentano a vicenda grazie all’operato di quest’organizzazione. Erba e terra lasciano poi spazio all’asfalto, con ‘Cowboys Do Cry’ e la filosofia skate di Pepe, fatta di consapevolezze old school, ramificazioni artistiche e quotidiane suggestioni. Le composizioni visive di Riccardo Romani esplorano la realtà multidimensionale di questo skater e, allo stesso tempo, ci conducono sul tartan dello Stadio Olimpico, dove, come parte di un Team Athleta allargato, dipinge ‘La Grande Bellezza’ dei Campionati Europei di Atletica 2024. Il viaggio di Athleta 11 si chiude poi sulle strade della Sierra Leone e tra le pedalate del Lunsar Cycling Tour. ‘Riding Noise’, scattato da Matt Grayson, non è la cronaca di un evento su due ruote, ma di un’esperienza antropologica scandita dallo sforzo fisico. Aumentano le storie e aumenta la ricerca stampata di Athleta Magazine. Una ricerca ispirata, come sempre, dalla musa sportiva. Lasciatevi ispirare a vostra volta, sfogliando le pagine Athleta Magazine Issue 11.
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Game Changers - Samuel Falzone e l'arte di far rivivere le scarpe
In un presente in cui il fast fashion e il ritorno del vintage combattono in una lotta senza esclusione di colpi, nel contrasto tra massificazione e unicità, il lavoro di Samuel Falzone rappresenta una rivincita autentica contro l'usa e getta
Con ogni cucitura e lavorazione, Falzone non si limita a riparare scarpe, ma le reimmagina, infondendo nuova vita a suole usurate e preservando le storie che portano con loro. Come un artigiano d'altri tempi, un artista dalla visione singolare, Falzone trasforma calzature deteriorate in arte da indossare, intrecciando esperienza personale e spirito rivoluzionario in ogni progetto.
Nel mondo di questo designer multidisciplinare, sogni d'infanzia suscitati da campagne di comunicazione e magazine fashion hanno assunto la forma di una passione per la riparazione e la riprogettazione delle calzature. Dalla cura delle prime scarpe da ginnastica, in gioventù, alla realizzazione di ricostruzioni uniche nel loro genere, fino alla collaborazione con diversi brand: il percorso di Falzone è fatto di continuità, creatività e rispetto per gli oggetti che ci accompagnano passo dopo passo nella vita.
Abbiamo esplorato il suo processo creativo e il suo impegno sostenibile, e scoperto le scarpe che lo hanno maggiormente sfidato e ispirato. La sua è l'arte di trasformare il vecchio in qualcosa di straordinariamente nuovo.





Cosa ti ha attirato originariamente verso il mondo delle calzature e come hai sviluppato il tuo mestiere di riparatore e designer di scarpe? Cosa ti ha portato a concentrarti, in particolare, su prodotti Nike?
“Crescendo in America nell'epoca d'oro dei cataloghi e delle sponsorizzazioni degli atleti, mi sono appassionato alle sneakers. Gli skater pro e i giganti del basket hanno influenzato il mio desiderio tornare a scuola, ogni Natale e compleanno, con scarpe nuove.
Le mie scarpe, va detto, non hanno avuto chance contro gli usi e costumi della mia adolescenza. Andavo sullo skate e giocavo a basket con le stesse scarpe, usurandole nella zona del tallone e rompendone le punte. Però, gettarle è sempre stato un qualcosa di molto difficile per me, a causa del mio legame sentimentale. Rattoppavo di continuo le mie scarpe rovinate con un prodotto chiamato 'Shoe Goo' per garantire loro una maggiore durata. Mia madre lavorava molto duramente per potersi permettere di comprarmi le scarpe e io le sono sempre stato grato.
Centinaia di brand hanno continuamente popolato i miei pensieri, attraverso innumerevoli ore di shopping online e di marketing mirato ai giovani. L'unico brand che sembrava offrire un prodotto valido per tutti i miei interessi, dallo skate al basket, era Nike.”





Il tuo progetto prende scarpe ormai inutilizzabili o pre-usate e dà loro una seconda vita. Puoi illustrarci il tuo processo creativo, dalla selezione delle scarpe al design finale? Che cosa consideri come primo stop: la storia della scarpa, le sue funzioni o la tua visione?
“Il processo creativo del mio lavoro inizia con la responsabilità di salvare calzature molto ricercate e non indossabili. Il recupero di scarpe in edizione limitata, rare e, in qualche modo, danneggiate fa parte dell'intero processo. Poi, lavoro su ogni paio, celebrando il design originale e costruendo una mia narrazione. Il design originale dà forma a molte delle scelte che faccio, prendendo in considerazione la scelta dei materiali e gli spunti estetici."
La sostenibilità è un valore che fa parte del tuo lavoro. Come vedi evolversi il ruolo del design sostenibile nell'industria della moda e delle calzature? E cosa speri che possa apportare il tuo lavoro a questo tipo di conversazione?
“La moda è un'industria in continua evoluzione: produce con volumi astronomici, che possono essere estremamente dannosi per l’ambiente. Non c'è modo di proseguire su questi ritmi senza pratiche sostenibili. Spero che il mio lavoro incoraggi le persone a ripensare all'acquisto del nuovo e ispiri il rinnovamento di oggetti un tempo amati. Allo stesso tempo, spero possa ricostruire relazioni comunitarie con calzolai, sarti e laboratori di riparazione locali.”





Puoi parlarci di un paio di scarpe che è stato particolarmente impegnativo riprogettare, ma anche profondamente gratificante? Come ti senti quando finisci una scarpa e vedi la la sua evoluzione finale?
“Ogni scarpa ha le sue peculiarità. Per esempio, alcuni prodotti adesivi possono creare veri e propri problemi, ed è qui che il problem solving può trasformarsi in un momento geniale.Ad esempio menziono le Nike Air Max Plus che ho ricostruito di recente: ho aerografato una macchia imprevista e questa ha finito con l’ arricchire l'intero progetto, creando qualcosa di completamente nuovo.”
Se potessi collaborare con un brand per espandere la tua visione artistica, quale sarebbe e perché?
“Ho una tale passione, che non potrei sceglierne uno solo. La storia e il patrimonio culturale di un brand sono sicuramente i punti in cui mi piace cercare opportunità per nuove collaborazioni.”



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Discovering Levante, l’essenza del trail
La nostra gallery fotografica accompagnata dalle parole dei partecipanti a questa speciale esperienza trail
Monasteri benedettini e inaccessibili insenature. Visioni di Mar Ligure e atavica vegetazione. ‘Discovering Levante’ è stato un viaggio sensoriale, una galleria fotografica tridimensionale, ispirata dalla fusione tra l’atto pratico – ed esplorativo - del trail running, e lo spartito naturale di un tanto impervio, quanto incantevole tratto d’Italia. L’esplorazione di questa Riviera è stata un’esperienza sociale e sportiva, un pellegrinaggio teorizzato dalle fervide menti Runaway e volto alla celebrazione della sinergia tra Artcrafts International e Norda Run.
Le nostre lenti hanno ritratto una faticosa spedizione nella meraviglia, popolata da runner consapevoli non solo dello sforzo, ma dell’essenza del trail, specie se applicata a luoghi capaci, addirittura, d’ammaliare la penna e il pensiero di Eugenio Montale. Abbiamo raccolto alcune delle loro testimonianze, tuffandoci nel simbiotico legame tra natura e running.


Santa Margherita Ligure, Camogli, Portofino... Che sensazioni hai vissuto immergendoti in questo percorso?
Max Della Porta: “Questo percorso sul monte di Portofino è stato uno spettacolo, uno spettacolo della natura. Parliamo, secondo me, di uno dei posti più belli d'Italia dove fare trail. Abbiamo attraversato degli scorci che davano sul mare, dei passaggi tecnici... Una corsa up and down stupenda”
Aurora Motti: “Ho vissuto delle sensazioni vere, vive, mi sono sentita bene a contatto con una natura che ha catturato la mia attenzione. San Fruttuoso e, soprattutto, questa stagione hanno ispirato i miei occhi: parlo della tangibile transizione tra estate e autunno, dei colori pazzeschi che, vissuti in un momento così conviviale e intenso, sono risultati ancora più magici”
Alessio Conti: “Mi hanno attraversato bellissime sensazioni. Non avevo mai fatto questo percorso, e avere continuamente il mare da una parte e i monti dall’altra è una cosa rara, caratteristica della Liguria. È stato unico sbucare a San Fruttuoso... Un momento emozionante. Ero abituato ad arrivarci col traghetto, quindi con un mezzo un po' più comodo! Oggi è stato più faticoso, ma sicuramente molto più significativo”
Beatrice Bianco: “Ho trovato pace nella natura, anche perché non facevo trail da qualche settimana. Sono già stata in Liguria, ma non avevo mai avuto modo di scoprire la sua parte montuosa. Abbiamo attraversato scorci incredibili... La natura, qui, mi ha regalato tanto: penso per esempio al suono del mare, che abbiamo ascoltato quando ci siamo fermati in spiaggia. Dà una pace incredibile, come il rumore dei passi tra i sentieri”
Ingrid Thoresen: “La natura qui è fantastica. Vivo a Milano, ma sono norvegese, quindi non sono abituata ad ammirare questo tipo di scenari in questo periodo dell’anno. È stato un percorso mozzafiato, quasi irreale per quanto tutto fosse calmo... A Novembre, il mio Paese non ha questi grandi contrasti di colori, poi nevica e fa freddo, quindi mi sono sentita fortunata”
Edoardo Rossano: “Correre vedendo costantemente il mare è qualcosa di magico. Ricerco questo tipo di sensazioni quando faccio le mie uscite trail o scelgo gare specifiche: lo scenario naturale è uno di quei dettagli che fanno la differenza. Avere questi traversi boschivi, con le rocce un po’ aguzze e la vista sul Mar Ligure, è stato decisamente evocativo”
Valeria Rocchetti: “Difficilmente avrei pensato di correre a Novembre con questo tempo. Quest’area è il perfetto connubio tra mare e montagna, e mi ha comunicato un senso di libertà difficile da provare altrove. C'era tanto silenzio, eravamo tutti immersi nel momento, nel presente. Vivo lontano dal mare, tra tutti i pro e i contro della città, e unire mare e bosco mi ha trasportato in una dimensione senza paragoni”




In queste zone la natura sa essere tanto aspra, quanto sublime. Nella tua vita che rapporto si è instaurato tra running e natura? Che tipo d'influenza hanno l'uno sull'altra e come hai vissuto questo connubio, qui?
Max Della Porta: “Sono un chirurgo, e il running è la mia valvola di sfogo. Smonti dalla notte, hai dovuto prendere decisioni pesanti, di vita o morte, e sei carico di sensazioni negative... Negli anni, ho capito che avevo bisogno di evadere, trovando posti in natura che, abbinati alla fatica fisica, mi potessero dare positività. Oggi, questo connubio mi permette di essere un chirurgo più sereno, preparato anche da un punto di vista fisico: la chirurgia, d’altronde, non è solo un lavoro mentale”
Aurora Motti: “Sono sempre stata molto legata alla natura. La montagna è il mio elemento, ma anche il mare è parte della mia vita e del mio percorso, sia da un punto di vista umano, che sportivo. Alla luce di questo, posso dire di aver vissuto ‘Discovering Levante’ in modo intenso, ma anche con delle pause che hanno reso la scoperta di questo territorio più piacevole. Sapevamo che non sarebbe stata una gara, ma un momento di condivisione, dove poter godere di ciò che ci circondava...”
Alessio Conti: “Sono abituato a correre su strada, sui Navigli. Il panorama che vedo alle 6 di mattina, con la nebbia, è abbastanza complesso da ammirare... Il trail running per me è un modo per rompere questa routine, la monotonia della quotidianità milanese. Mi dà stimoli diversi. Il colore di Milano è uno: il grigio, in tutte le sue sfumature. Qui, invece, abbiamo avuto da una parte il blu del mare, dall’altra il verde della montagna e degli ulivi che abbiamo attraversato... Ho respirato un’altra aria, ed è stato un altro correre”
Beatrice Bianco: “Ho scoperto il trail running da due anni e, appena posso, mi concedo weekend fuori dalla città. Ho fatto almeno dieci anni di corsa su strada, ma grazie a Runaway e a causa di un infortunio mi sono dedicata a questo universo sportivo. Vado più piano, guardo l’orologio quando voglio, mi godo i paesaggi e faccio viaggi mentali. La natura mi rilassa e si associa alla perfezione al running, la loro unione mi permette costantemente di cercare ed esplorare posti nuovi”
Ingrid Thoresen: “Running e natura, nel mio caso, vanno a braccetto. Sono cresciuta in una piccola città, anzi, in un villaggio delle montagne norvegesi. La natura è stata, fin dall’infanzia, parte di me, e ho sempre sentito il richiamo delle vette. La connessione tra dimensione naturale e running mi regala semplicemente pace mentale. È una sorta di terapia, che mi aiuta a spezzare dai difficili ritmi lavorativi”
Edoardo Rossano: “Nella mia vita, il rapporto tra running e natura è qualcosa d’indissolubile, diciamo che non esiste l'uno senza l'altra. Non sono un tipo d'asfalto e da corsa su strada, prediligo sempre le corse sui sentieri, proprio perché amo la natura e amo immergermi in essa”
Valeria Rocchetti: “La natura è un elemento che ricerco sempre. Può darti tantissimo e, allo stesso tempo, può metterti in situazioni complesse. Si può apprezzare e vivere in modi diversi: nel mio caso, questo rapporto è legato al contatto con ogni luogo, un legame che si amplifica nei posti dove sono cresciuta. La forza del running, dall'altra parte, è data sicuramente dalle persone, dal senso di community che questo sport porta con sé. Il loro mix è perfetto”




‘Discovering Levante' è, in qualche modo, una declinazione del costante processo di scoperta legato al running. Cosa ti ha permesso di scoprire questa disciplina nel corso del tempo? E cosa senti di aver scoperto in questo evento?
Max Della Porta: “Conoscevo bene la zona e devo ringraziare Luca Podetti di Runaway, perché mi ha chiesto di tracciare questo giro, stabilendo insieme che luoghi toccare. Sto scoprendo quanto mi piaccia giocare un ruolo da tracciatore, organizzatore o collaboratore in queste occasioni... Far scoprire un territorio come la Riviera di Levante ad altre persone e portarle qui a correre è un qualcosa che assume significati particolari, e che nessuno può fare da solo”
Aurora Motti: “La corsa mi ha aiutato a scoprire me stessa, i miei limiti e, soprattutto, come questi limiti possano essere superati grazie alla perseveranza. Il running ha evoluto la mia mente. Ogni uscita è una terapia. In questo evento ho scoperto, prima di tutto, che la compagnia è importante quanto la corsa stessa. La compagnia riesce a rendere più uniche le sensazioni che si provano”
Alessio Conti: “Il trail running m’insegna che ogni volta tutto è diverso. Come ho già detto, vengo da una realtà metropolitana in cui mi alzo la mattina, esco a correre e tutto è piatto. Quando faccio queste uscite, vedo che c'è molto di più. Paradossalmente sono originario di Recco, di queste zone, ma non avevo mai fatto questa traccia. È stato un momento di scoperta, di esplorazione di un luogo che avrei dovuto conoscere... Questo ha reso l’esperienza ancora più interessante. Sono sicuro che tornerò su questi sentieri”
Beatrice Bianco: “Correndo ho imparato a non mollare. Per esempio, oggi avevo dei dolori alla pancia e la mia mente mi chiedeva di fermarmi dopo pochi chilometri... Mi ripetevo che ero stanca, che avevo dormito poco, e che non ero obbligata a proseguire, ma il running mi fa tirare fuori sempre qualcosa in più”
Ingrid Thoresen: “Il running mi dà la motivazione di continuare, soprattutto quando partecipo ad eventi come questo. Mi è capitato di avere dei momenti di on-and-off, ma ora la mia speranza è di creare una continuità nel mio rapporto con questo sport. Mi sono recentemente iscritta ad una gara trail sulle Dolomiti, che si terrà nel 2025, quindi ora sto lavorando su quest’obiettivo e sono decisamente eccitata dall’idea di competere”
Edoardo Rossano: “Trail e corsa su lunghe distanze mi hanno fatto riscoprire una disciplina sportiva, così come lo stare alle regole della sofferenza e dello sforzo, e ad abbracciare tutto quello che viene: nelle gare, come nella vita. ‘Discovering Levante’ mi ha portato su sentieri che non avevo mai fatto prima. Ero già stato a San Fruttoso, ma arrivando dall'altro versante, da Camogli... Oggi abbiamo fatto un giro più stiloso”
Valeria Rocchetti: “Attraverso il running si creano connessioni. In giornate come questa, mi rendo conto di essere circondata da persone che hanno la mia stessa sostanza. Non sono solo occasioni sportive, ma sociali. Spesso smette di essere una questione di competizione, numeri, minuti, secondi, e diventa un fatto di community: di rimanere indietro, aspettare e incitare gli altri. Questo è quello che dovrebbe dare qualsiasi sport”




Il claim di Norda Run, brand protagonista di questo evento, è particolarmente evocativo: A RUN CAN LAST FOREVER. Che significati assume, qui o nella vita, questa frase?
Max Della Porta: “Il claim di Norda è assoluta poesia, perché tutti noi runner sappiamo che una corsa ti può accompagnare e può durare per sempre. Basta avere un paio di scarpe. Puoi avere congressi oltreoceano, vacanze familiari o chissà cosa, ma in ogni momento puoi staccare la tua mente e rilassarti. Quando corro la mattina presto, arrivo in ospedale con tutto un altro umore. La stessa cosa vale per quando rientro a casa e sono teso per la giornata lavorativa... Se vado a correre, anche solo per mezz'ora, ho un approccio completamente diverso alle dinamiche familiari. La corsa è una compagna per sempre, è quasi una moglie”
Aurora Motti: “Per me era il primo evento di trail running sia con Runaway, che con Norda Run, ed è un qualcosa che rimarrà con me per sempre. Poi, siamo stati in un posto pazzesco, sarà un ricordo indelebile...”
Alessio Conti: “Questa, per me, era una prima volta, e non avevo mai affrontato un percorso a soli 10 minuti da casa mia. Ho scoperto qualcosa che, altrimenti, non avrei mai avuto modo di provare sulla mia pelle. Quindi, ricorderò sempre questa prima esperienza con Norda Run e il team Runaway”
Beatrice Bianco: “È una frase vera, perché gare ed esperienze come ‘Discovering Levante’ diventano parte di te. C’è sempre qualcosa di speciale, qualcosa da interiorizzare: il running regala sensazioni che arricchiscono il cuore. In fondo, puoi ricordati anche una corsa normale, fatta in città, anche se questo capita più raramente...”
Ingrid Thoresen: “Identifico questa frase con lo stato di flow che vivo grazie al running, quel momento in cui le tue gambe si muovono per te, senza ricevere ordini dalla mente. In istanti simili, ti senti fluttuare... Ed è la migliore sensazione del mondo”
Edoardo Rossano: “Vivo la corsa in questo modo, ricercando la costanza sulle lunghe distanze e un tipo di sforzo che si protrae nel tempo... È un continuo mix di lavoro e dedizione atto a costruire la tua migliore forma fisica, e il tuo migliore stato mentale”
Valeria Rocchetti: “Per me la corsa è libertà, è entrare in una dimensione dove posso permettermi di non pensare. La corsa può essere solitaria o collettiva, nella natura o in città, competitiva o meno, ma in ogni caso è un tassello di un mosaico molto più grande e articolato: un mosaico che mi fa sentire libera per mezza giornata, per un’ora, anche solo per 35 minuti. È un qualcosa d’impagabile”




DISCOVERING LEVANTE, UN VIAGGIO LIGURE
Un’esperienza ligure per celebrare la sinergia tra Artcrafts e Norda Run, nel segno di Runaway ed Athleta
Esplorare la Riviera di Levante vuol dire esplorare un’oasi del trail, immergersi in luoghi ibridi, in scenari che fondono mare e montagna, asprezza e sublime. Vuol dire battere sentieri dall’anima millenaria, solitarie vene di terra che confluiscono in borghi capaci di attirare turisti da tutto il mondo. In quest’affascinante lingua ligure, Artcrafts ha deciso di celebrare la propria sinergia con Norda Run, creando insieme alla community, così come alla sempre-eclettica macchina organizzativa di Runaway, e alla nostra lente artistica, l’esperienza collettiva ‘Discovering Levante’.
La nostra galleria fotografica e le testimonianze di Simone Ponziani, CEO di Artcrafts International e Luca Podetti, founder di Runaway, ci raccontano il senso e la bellezza di questo viaggio collettivo, ispirato dalla musa del trail running.







SIMONE PONZIANI - Artcrafts International
Cosa significa per voi il fatto di celebrare un’acquisizione importante, come quella di Norda Run, con un evento di questo genere?
“Come Artcrafts abbiamo avuto la fortuna di trovarci al centro delle evoluzioni del mondo running e outdoor progressivo, negli ultimi anni, potendone leggere le dinamiche sia su un piano tecnologico che dell’impatto sul lifestyle. Per questo collaborare con un brand come Norda ci riempie di stimoli e motivazioni. Questo evento ha il significato di cercare un modo nuovo di interpretare il concetto delle community run (o social run) che è stato il fenomeno delle ultime stagioni, nel senso di una maggiore autenticità. Abbiamo visto spesso l’aspetto mediatico predominare su quello della socialità e dell’esperienza reale: modelli iper-tecnici testati in condizioni inadeguate, magari da influencer inadatti al ruolo o eventi dal sapore autoreferenziale ai quali partecipa un ristretto giro di habitué. Qui volevamo proporre un approccio più “core”, ovvero provare le scarpe più tecnologicamente avanzate del momento su percorsi in grado costituire un test significativo. Al tempo stesso riconnettersi con un ambiente naturale e paesaggistico unico, partendo in treno una domenica con la colazione al sacco, scelta che ha un senso non casuale nel progetto Norda Run in Italia. Meno “scena” e più esperienza vera. Il post-corsa con bagno in mare collettivo e focaccia in spiaggia, in questo senso, è stato un momento significativo dell’approccio autentico all’esperienza”


Che tipo di messaggio vuole lanciare il fatto di esservi legati, in quest’occasione, ad una community come quella di Runaway e ad un media come Athleta Mag?
“Runaway è il negozio che per primo ha puntato sulle espressioni più evolutive del running, proponendo brand spesso in netto anticipo sul mainstream. Inoltre, interpreta in modo esemplare il ruolo di animatore della community locale, fondamentale per gli specialty-store indipendenti. Non è un caso che sentiamo citare il suo nome nelle conversazioni con i nostri referenti dei brand internazionali. Athleta Mag è il media che esplora in modo unico e autorevole non solo l’aspetto tecnico dello sport ma i legami tra questo e le culture di riferimento, aggiungendo chiavi di lettura concettuali ed estetiche sempre nuove per raccontare il ruolo dello sport nel costume e negli stili di vita contemporanei. Non potevamo che partire da questo binomio per introdurre un brand portatore di un messaggio autentico come Norda, che è stato in grado di creare attorno a sé in un tempo brevissimo un seguito di utilizzatori che si riconosce nei suoi stessi valori”
Ci vuoi già svelare quali potranno essere i prossimi passi nello sviluppo di questo brand sul territorio italiano a livello di eventi/community ecc?
“Al momento ci sono molti progetti ancora in fase di definizione. Il brand ha un’identità estremamente definita che è quella di rappresentare il meglio che si possa ottenere in una calzatura da trail-running utilizzando i migliori materiali, la progettualità più sofisticata ed il testing più approfondito. Questa chiarezza nella visione è il filtro attraverso il quale definiamo le scelte operative e che, in campo marketing, viene utilizzato più che la pianificazione ossessiva. Un punto fermo, tuttavia, è senz’altro la primavera del 2025, con il lancio del modello 005 mostrato in anteprima a Chamonix lo scorso agosto. Per l’occasione, il fondatore, Nick Martire ci raggiungerà in Italia per partecipare ad una serie di iniziative di comunicazione.”





LUCA PODETTI - RUNAWAY
‘Discovering Levante’, da cosa nasce questo concept e quali sono, a tuo avviso, le unicità di questo evento?
“L’idea è nata perché Artcrafts voleva espandere l’immagine di Norda Run in Italia, visto che dalla FW ’24 ne è distributore. Quindi, abbiamo pensato di organizzare assieme a loro un evento. La nostra idea è sempre quella di non fare un semplice test prodotto, ma di offrire un'esperienza ai nostri clienti. In questo caso, abbiamo cercato di coinvolgere alcuni di essi, per fidelizzarli ulteriormente, e anche dei ragazzi che fanno parte della nostra crew: alcuni sono frequentatori abituali di Runaway, altri si sono uniti a noi per la prima volta. L'idea della Liguria è nata da Carlo Pioltelli (socio di Luca Podetti in Runaway), perché è una zona che a Novembre si prestava bene sotto vari punti di vista: temperature, clima, collegamenti con Milano via treno... L'esperienza è stata veramente bella, abbiamo unito mare, montagna e natura locale: questi sono gli aspetti fondamentali della corsa, in particolare del trail running, e coincidono anche con il mood di Runaway. Ci piace promuovere la corsa in scenari naturali e offrire questo tipo di esperienza, all'aria aperta, in posti belli e lontani dalla città, luoghi ideale per gli amici di Runaway”





Che tipo di esperienza volevi far vivere ai partecipanti? Visto il tuo costante impegno nell’organizzazione di eventi, com’è essere impegnati nella creazione di concept applicati al running?
“Vorrei sempre offrire un'esperienza diversa dalle altre, ai ragazzi che invito, un qualcosa d’intenso, ma soprattutto reale. Non voglio finzione, o che le persone vengano solo per prendere dei gadget e farsi selfie. Il mio desiderio è che si portino a casa un ricordo, quindi non una foto ricordo, ma un ricordo che possono conservare nella mente. E che tutti possano conoscere nuove persone, facendo sport insieme. Organizzare questo tipo di eventi per me è molto stressante, lo dico onestamente. Soprattutto il giorno dell’evento ho sempre paura che qualcuno si faccia male e spero che tutto vada bene: poi, vedere le facce soddisfatte e ricevere tanti messaggi di ringraziamento nei giorni seguenti è la cosa che più mi piace e mi appaga: è il motivo per cui faccio questo lavoro, il motivo per cui ho aperto Runaway insieme a Carlo e Filippo. Runaway non vuole solo vendere scarpe: ovvio, è il nostro core business, ma tutto quello che sta dietro ad esso fa sì che Runaway si evolva costantemente, contraddistinguendosi dalle altre realtà italiane”
Runaway, Athleta, Artcrafts e Norda Run, cosa significa per te aver creato questo tipo di sinergia specifica? E, in generale, quanto valore ha per Runaway unire realtà/entità diverse in ogni evento?
“Creare una collaborazione con Norda Run, Artcrafts e, aggiungerei, Mauten, che ci ha aiutato con le barrette gel-gadget, è stata una cosa abbastanza naturale. Quando Norda Run è entrata nel mercato europeo, siamo stati il primo negozio tecnico ad avere questo brand, quindi conosciamo benissimo Nick e Willa Martire, i due fondatori. Abbiamo fatto degli eventi assieme direttamente con loro e ci ripeteremo nel 2025, con la presentazione di una nuova scarpa ad aprile. È un brand che funziona molto bene per Runaway: per come siamo fatti, per quello che proponiamo, e perché parliamo sempre di ottimi prodotti. Poi, fare questi eventi insieme ad Athleta per noi è ovviamente un motivo di orgoglio, perché Athleta è una realtà consolidata, riconosciuta a livello internazionale, non solo italiano. Vedo il vostro media come un punto di riferimento per quanto riguarda lo sport e sua comunicazione”



Fiori cresciuti sul campo da calcio - Diana Al Shammari Custom Jerseys
Conosciuta anche con il soprannome “The Football Gal”, Diana Al Shammari si sta ritagliando un percorso unico. Attraverso la delicata arte del ricamo, riesce a trasformare maglie da calcio in espressioni indossabili di identità, storia ed emozione.
Il viaggio di Diana attraversa i continenti, dalla crescita a Baghdad al periodo formativo negli Stati Uniti, fino alla vita a Londra. La storia della sua vita, come i bellissimi fili che intreccia, è intessuta di resilienza, adattabilità e passione per il calcio, il suo “santuario”, una forza unificante in un'infanzia segnata da continui movimenti e sconvolgimenti. Un linguaggio che le ha sempre parlato al di là delle frontiere e che ha scelto di amplificare attraverso la sua arte.
Il suo patrimonio culturale e i suoi ricordi personali si ritrovano in ogni completo che ricama. Il suo lavoro non solo onora i simboli e le storie dei Paesi e dei club su cui si concentra, ma riflette anche la sua convinzione che, all'interno dell'unità delle fanbase calcistiche, ci sia spazio per l'espressione personale.
Attraverso ogni ricamo, Diana porta una nuova dimensione nel calcio, a testimonianza di come il gioco possa essere allo stesso tempo universalmente amato e profondamente personale. Il suo lavoro è un invito a esplorare il Beautiful Game non solo come sport, ma come forma d'arte, come tela per la memoria e come celebrazione dell'appartenenza.





Da dove nasce il tuo legame personale con il calcio? E cosa ti ha ispirata a reinventare le maglie da calcio attraverso l'arte del ricamo?
Sono nata a Baghdad, in Iraq, ma nel 2005 io e la mia famiglia ci siamo trasferiti in Egitto a causa della guerra. Poi siamo volati in America nel 2010 e ho vissuto lì per 9 anni prima di trasferirmi a Londra, dove vivo dal 2019. La mia infanzia ha avuto alcuni momenti positivi e altri molto caotici, perché vivevo vicino alla guerra e non mi sentivo al sicuro. Fin da piccola, il calcio è stato per me una grande evasione e distrazione. Il mio primo ricordo calcistico è probabilmente quello di aver rubato le magliette da calcio di mio fratello e di averle indossate in giro per casa, oppure di averlo costretto (più che altro piangendo con mia madre) a portarmi con lui a giocare a calcio con i suoi amici. Quando per noi bambini è diventato troppo pericoloso giocare all'aperto, guardavamo i cartoni animati a casa. Capitan Tsubasa di Holly & Benji era il mio preferito e, in un certo senso, è stato la mia porta d'accesso al mondo del calcio.
Poiché durante l'infanzia e l'adolescenza mi sono trasferita in diversi Paesi, ho avuto molt difficoltà a definire il concetto di identità. Ciò che più mi ha attirato delle maglie da calcio è stato il senso di identità che esse portano con sé, e vedere un gruppo di tifosi che indossa un unico kit lo rafforza. Il motivo per cui ho deciso di personalizzarle e abbellirle è stato quello di dimostrare che, all'interno dei gruppi, le persone hanno contemporaneamente la loro identità e la loro individualità. Nel calcio c'è spazio per tutti i tipi di sottogruppi e le varie diversità possono coesistere.





Ci sono elementi culturali o simboli personali che integri nelle tue maglie da calcio ricamate?
Sicuramente, ma il mio processo creativo varia per ogni progetto. Comporta sempre una grande ricerca sulla maglia specifica e sul Paese da cui proviene. Sia che si tratti di ricercare i fiori tradizionali e comuni di quella regione, sia che si tratti dei colori originali che il club indossava al momento della sua fondazione. Credo sia molto importante rendere omaggio agli elementi culturali e prestare attenzione ai piccoli dettagli. Credo che questo dimostri molto rispetto e apprezzamento.
Come scegli le squadre, i giocatori o le culture calcistiche su cui concentrarsi nei tuoi progetti?
In qualsiasi scenario, sia che lavori con un brand/club o per i miei progetti personali, cerco di scegliere maglie/colori interessanti che mi mettano alla prova e mi spingano a uscire dalla mia zona di comfort e a sperimentare disegni e palette inaspettate. Non esiste una formula specifica per scegliere i team con cui lavorare.






Le tue recenti collaborazioni con Adidas e Puma stanno ricevendo molti feedback positivi. Può dirci di più su come sono nate queste collaborazioni? E qual è stata la parte più eccitante o sorprendente del lavorare con brand sportivi così importanti?
La collaborazione con questi brand è stata un'opportunità incredibile per sperimentare tecniche e processi creativi diversi e per stabilire relazioni professionali. La mia collaborazione con Puma nel 2020 aveva l'obiettivo di rendere omaggio alla cultura italiana. Mi avevano chiesto di creare versioni uniche ispirate al Rinascimento per il kit della nazionale italiana 2020/21 per la maglia casa, trasferta e la terza. Il mio obiettivo principale del progetto era quello di concentrarmi sugli elementi del Rinascimento italiano in termini di enfasi sulla simmetria, sulle forme naturali e sulla creazione di movimenti oculari attraverso i disegni floreali. Mi piace il concetto di arte da indossare, che si basa su elementi diversi e li incorpora nelle maglie da calcio. La mia recente collaborazione con Adidas si è svolta durante l'estate scorsa ed è stata incentrata su due eventi: gli Europei 2024 e l'apertura del nuovo flagship store Adidas a Parigi, in collaborazione con Jules Kounde.
Per la collaborazione con Adidas London in occasione degli Europei, mi è stato chiesto di ricamare 5 maglie home e away delle nazioni che hanno partecipato al torneo e di disegnare vari accessori della collezione, che sono stati esposti nel flagship store di Londra durante il torneo. Ho creato ricami sulla jersey away della Germania, home dell'Italia, sulla maglia away della Spagna e del Belgio, sulla maglia home della Scozia; ho anche disegnato portachiavi, spille e toppe ispirate a queste 5 nazioni.
Mentre la mia ultima collaborazione con Jules Kounde è nata dal suo amore per il mio lavoro e dal desiderio di lavorare insieme su qualcosa di significativo e interessante. Volevamo creare una maglia per l'estate che combinasse il suo background (Francia) e il sua attuale nuova casa (Spagna). Pertanto, ho disegnato un giglio bianco (fiore simbolo della Francia) sul lato sinistro e un garofano rosso (fiore simbolo della Spagna) sul lato destro. Volevo che la maglia riproducesse la sensazione di sdraiarsi sull'erba in mezzo a fiori colorati in un giorno d'estate, quindi ho aggiunto una selezione di fiori di vari colori e dimensioni. La maglia è stata stampata con il numero “23” indossato al Barcellona da Kounde sul davanti e sul retro, mentre sulla manica c'è una toppa con il numero “98”, il suo anno di nascita e anno indimenticabile per il calcio francese. Dopo una chiacchierata con lui, abbiamo deciso di aggiungere la frase “be you, do you” sul retro della maglia, appena sotto il colletto. Questa frase significa molto sia per lui che per me, ed è un ottimo promemoria nel credere in se stessi e fidarsi della propria visione. Ho ricamato personalmente 100 maglie che sono stati venduti in esclusiva presso il flagship store Adidas di Parigi, sugli Champs-Élysées, il 22 giugno.




Come vedi il futuro dello sportswear unito all’arte?
L'abbigliamento sportivo e l'arte si incontrano in vari modi, influenzandosi e ispirandosi a vicenda. Si sviluppano in una fusione entusiasmante, in cui l'espressione personale, la tecnologia e la sostenibilità la fanno da padrone. Anche le narrazioni culturali sono sotto i riflettori. Vediamo kit e giacche che riflettono il patrimonio storico e i motivi artistici dei club, tramite le quali i tifosi possono entrare in contatto e possono indossare con orgoglio. È un modo per dare all'abbigliamento sportivo un significato più profondo, unendo l'identità personale alla performance tecnica. Anche i progressi tecnologici rendono questo connubio più eccitante e innovativo. Immaginate di scansionare la vostra maglia per scoprire un'animazione o una storia dietro al design. Questo aggiunge un livello digitale e interattivo a qualcosa di semplice come una giacca o una maglietta. Anche la sostenibilità sta ridisegnando l'abbigliamento sportivo. Vediamo marchi che utilizzano materiali riciclati o biodegradabili per ridurre al minimo l'impatto ambientale, e questo si allinea con un movimento più ampio verso una moda responsabile, che assicura che arte ed etica vadano di pari passo. Inoltre, le collaborazioni con gli artisti creano pezzi da collezione e in edizione limitata che assomigliano di più ad un pezzo d’arte che a prodotti di massa.
Nel complesso, questo dialogo tra kit sportivi e arte sta facendo dell'abbigliamento un mezzo per raccontare storie, esprimere se stessi e creare connessioni, consentendo ad atleti e fan di celebrare la cultura e l'identità in modi completamente nuovi e innovativi.


Ogni Isola ha un Nome, nell’arcipelago dello Snowboard
Achille Mauri racconta il suo ultimo progetto visuale, prodotto al fianco di Severin van der Meer e supportato da Arc’teryx
Ogni isola ha un nome nel vasto arcipelago dello snowboard, sta a noi e alle nostre sensazioni decidere quale. “Every Island Has a Name” è la produzione visuale diretta da Achille Mauri e guidata da Severin van der Meer, un itinerario museale e sensoriale in grado di associare l’estetica Arc’Teryx al tanto multidimensionale, quanto universale spartito seguito dalla tavola, da chi la vive, da chi la osserva, anche solo per la prima volta. Continente dopo continente. Trick dopo trick. Giustapposizione dopo giustapposizione. L’Arc’teryx Winter Film Tour ha dato l’opportunità d’immergersi in un flow of consciousness sportivo, in un connubio d’arte contemporanea e meraviglia atletica che eleva lo snowboard a musa dalle infinite ramificazioni. Le parole di Achille Mauri, e la sua biografia personale, aiutano a decifrare “Every Island Has a Name” e permettono di esplorare un nuovo, contemporaneo capitolo della narrazione visuale dello snowboard.
Quali sono le origini e i significati di “Every Island has a Name”? Come hai declinato la tua visione artistica nell’universo snowboard?
“Non voglio fare premesse enormi, ma devo cominciare dicendo che non è facile fare il regista in video di snowboard. È una dimensione in cui le dinamiche sono estremamente assodate, soprattutto a livello di persone coinvolte e di legami umani, oltre che artistici. La chimica che s’instaura nel tempo tra un filmmaker e uno snowboarder è un qualcosa d’inossidabile, e di complesso da penetrare a livello di regia, di narrativa. Per questo ho scelto di fare un passo indietro, diciamo così, preferendo concentrarmi nell’osservazione della bellezza di questo sport. Una bellezza insita nella pratica stessa, che mi affascina da sempre. Ai miei occhi, lo snowboard è una forma d’arte e gli snowboarder sono degli artisti, dei land artist. Quindi, ho deciso di abbinare specifici ambienti a opere d’arte, creando dei segmenti popolati, a livello visivo, da similitudini. Il titolo ricalca, in qualche modo, quest’idea di passaggio tra vari scenari, ed eleva le unicità di ognuno di essi. Lo snowboard è una sorta d’arcipelago felice, dove puoi cambiare isola di volta in volta, trovando dettagli, forme, cose nuove a cui è difficile dare un nome. “Every Island Has a Name” parte da questo concetto, e dal fatto che, girando queste mete snow durante le ‘missioni’ dei rider, l’impressione è sempre quella di essere accompagnati dalla canzone ‘People are Strange’ dei Doors: una citazione banale, ma assolutamente vera. Il film e il titolo ricalcano quest’idea d’interpretazione personale di ogni luogo, l’idea è quella che il rider, come lo spettatore, possano visitare diverse stanze museali e visuali, immergendosi in tre ambienti tematici che ho anche ricreato in un recente evento presso Spazio Maiocchi”.


Qual è il tuo rapporto con questa forma d’arte sportiva? E come ha influito l’evoluzione del tuo percorso da snowboarder su “Every Island Has a Name”?
“Ho iniziato ad andare in snowboard presto, è decisamente stato uno sport che mi ha cambiato la vita. È uno sport a contatto con la strada, l’underground, la musica e l’arte... Per me all’inizio voleva dire fare qualcosa di ribelle in posti assurdi. Sono nato e cresciuto nella provincia, mio padre non mi permetteva di andare a skateare a Milano, ma mi concedeva lo snowboard in montagna… Non era a conoscenza del fatto che potessi correre uguali rischi, o fare trick altrettanto pericolosi, aveva in mente la forma tradizionale di sci. Lo snow mi ha educato al rispetto della montagna e, allo stesso tempo, ad abbracciare il suo spirito alternativo. La ‘delicatezza’ di “Every Island Has a Name” deriva da questo vissuto e da un successivo iato, che mi ha tenuto lontano dalla tavola per qualche anno, per poi evolversi in un nuovo, potentissimo amore. Ho fatto parte di una generazione cresciuta con video YouTube fatti di musica a palla e immagini adrenaliniche, shortfilm potenti e mainstream. Quando ho ricucito il mio rapport con lo snow, ho cercato da subito di vederlo in un altro modo, provando a trasmettere la sua bellezza, la sua purezza. La mia missione fondamentale è quella di scrivere una sorta di anno zero sulla narrazione visuale di questa disciplina, basata su nuove influenze e contaminazioni, arrivando, perché no, ad aprire le porte delle gallerie d’arte alla tavola. Ritengo che questo sport meriti una giusta cifra d’eleganza, un’energia diversa da quella usuale, che possa garantirgli di essere approcciato da un pubblico più ampio”.


Parlando di isole, quali nomi menzioneresti per definire la tua connessione con lo snowboard?
“Una prima isola è, sicuramente, la vista di una valanga. Un evento che mi ha spaventato e fatto comprendere quanto fosse veramente potente un qualcosa che davo per scontato. La seconda è la condivisione dello snow con la persona che amo. Grazie all’amore mi sono reinnamorato di questa forma d’arte sportiva, ho visto me attraverso gli occhi della mia compagna, e ho compreso che c’era qualcosa di giusto nella mia connessione con lo snowboard. L’amore mi ha aiutato a reintepretarla: più che un’isola è diventato un atollo, un vero e proprio nuovo capitolo della mia esistenza. La terza isola è ispirata da mio padre, che ha permesso l’origine della mia passione”.
“Every Island Has a Name” nasce grazie ad Arc’Teryx e Severin van der Meer, com’è stato collaborare con loro e con gli altri rider coinvolti in questa produzione?
“Arc’teryx è un brand dal DNA bello, significativo, che ti rende consapevole di poter cadere in piedi su qualsiasi progetto. Si porta dietro figure di spessore, sia a livello di atleti, che di ambassador in generale. È uno di quei brand con cui vuoi lavorare, perché sai che lavorerai con professionisti di cui hai massima stima, e con cui creerai una perfetta sinergia. Come Severin van der Meer, che mi ha direttamente coinvolto in questo progetto. La connessione con l’arte è stata bellissima, perché ha permesso alla produzione di rimanere comunque real, anche grazie alla partecipazione attiva di tutti i rider presenti lungo le tre tappe. Vederli in azione è stato fantastico. Severin, in particolare, è una volpe, è difficilissimo da seguire a livello di filming, e questo è succo per i miei occhi. È zucchero. Punti la camera e hai una persona che ti riempie la fotografia con un’azione perfetta, è un qualcosa d’impagabile. Lo stesso vale per gli altri rider e per i loro rispettivi stili. Ho molta stima delle persone con cui ho condiviso questo progetto”


Aaron Schwartz, di snowboard e forme creative
La lunga ride creativa del fotografo, designer e direttore creativo di Korua Shapes, e la sua intima connessione con lo snowboard
“Simply for the sake of beauty”. Nel manifesto di Korua Shapes è insita l’essenza di un brand che nello snowboard non vede un atto pratico volto alla sola performance, ma una musa artistica dalle mille sfumature. Un brand nato in Svizzera ed alimentato dal Giappone, che nelle linee e nell’estetica di ogni tavola esprime la propria ricerca filosofica, condividendola con professionisti e cultori di tutto il mondo. Nel caso del fotografo, designer e direttore creativo Aaron Schwartz, ‘for the sake of beauty’ diventa uno state of mind, plasmato ben prima del suo approdo nella sublime macchina creativa Korua. È una radice che ha attecchito tra le montagne svizzere e canadesi. È un flusso d’ispirazioni, amicizie e snowboard cominciato nella solitaria meraviglia alpina, proseguito nelle caotiche sottoculture di Vancouver, per poi fare ritorno nel Paese dove tutto è neutrale, tranne il legame con la neve fresca.
Il suo percorso pare quello di una lunga, affascinante ride divisa tra spot tanto significativi, quanto formativi. Nella testimonianza di questo poliedrico creativo, design, fotografia e snowboard risultano essere pilastri portanti che, nell’arco di una carriera plasmata tra Nuovo e Vecchio Continente, hanno condotto le prospettive di Schwartz ad incidere sulla cultura e sull’estetica snow contemporanea, alimentando il distintivo status, e l’ancora più distintivo immaginario, di Korua Shapes. Abbiamo chiacchierato con lui, ricostruendo le tappe di questa ride ispirata dalla tavola.






CITTÀ DI MONTAGNA, CULTURE DI MONTAGNA
“Ero abbastanza giovane quando mi sono trasferito in Svizzera dal Canada. Mi ricordo come un bambino a Vancouver, mentre ho vissuto la seguente decade in un piccolo villaggio non molto distante da dove vivo tuttora. Crescere qui è stato differente, c’erano decisamente meno persone, era molto diverso dalla grandezza e dalla multiculturalità di Vancouver. Questi due luoghi hanno, però, un’essenza analoga. Montagne e boschi sono ovunque. Mia madre è una sciatrice e ci ha subito insegnato a sciare. Lo sci prima, lo snowboard poi, sono state le principali attività familiari: sia in Canada, che in Svizzera hanno giocato una parte importante nella nostra quotidianità. A 16 anni sono ritornato a Vancouver, frequentando prima l’high school, poi un’art school. Mi sono ritrovato a vivere un’esperienza metropolitana, immergendomi nella scena skate e punk rock... La Svizzera e il Canada sono diventate parti complementari dentro di me. A Vancouver, poi, ho stretto una connessione maggiore con la snowboarding culture, lavorando in un negozio locale, North Shore Ski & Board, e raggiungendo le vicine piste di Whistler ogni volta che potevo, la sera, nei giorni festivi, o dopo scuola. A volte anche saltando scuola...”



UN ROMANZO DI FORMAZIONE GRAFICA
“Da bambino ho sempre amato colorare cose. E sono stato un grande appassionato di videogiochi e cartoni. Disegnavo personaggi con i miei compagni di classe, m’ispiravo a Mortal Kombat, per esempio. Ovviamente erano grafiche un po’ macabre e violente, ma ero affascinato da quell’immaginario. Questa fascinazione è rimasta anche durante l’adolescenza, quando ho iniziato a creare grafiche skate e snow nel mio sketchbook e a studiare le cover di album musicali, appassionandomi sempre più al punk e al metal. Ho anche avuto una professoressa d’arte, Mrs. Gavel, che mi ha aiutato: mi ha segnalato un brand locale, Endeavor Snowboards, facendomi notare come quel tipo di aziende avessero bisogno di graphic designer e artisti in grado di combinare la creatività con la conoscenza dello sport”




DI CONSAPEVOLEZZE ED INFLUENZE VISUALI
“Durante l’adolescenza ho anche preso in mano le prime camere digitali, ricordo una Nikon importata dal padre di un mio amico. Nella mia cerchia di amici, tanti nutrivano un interesse per la fotografia. Abbiamo iniziato a documentare tutto, portando le nostre macchine ad ogni concerto punk, allo skatepark, o dovunque girassimo, catturando ciò che ci circondava. Amavo lo skate e lo snow, ma non ero talentuoso come altri, quindi ho preferito concentrarmi sul ritrarre le skill dei miei amici. Erano i miei amici, ed erano gli sport, le passioni che amavo di più: ritrarre tutto ciò era naturale. A livello fotografico ho imparato molto da chi mi stava intorno. Mentre studiavo fine art e graphic design, alcuni miei amici hanno proseguito il percorso accademico nell’ambito fotografico, condividendo le loro nozioni. La fotografia è diventata, così, un altro lato di me. Era un hobby ma, guardandomi indietro, credo sia stato un fattore essenziale per diventare parte di Korua Shapes e per capire, ad un certo punto, cos’avrei voluto fare nello snow.
Le maggiori influenze sono il mio amico Eric Thompson, con cui ho condiviso gli anni di high school, ed Elle Violet, che recentemente ha diretto Neon Noir, un film Korua che è stato proiettato all’ONA Short Film Festival. Il primo mi ha introdotto ad uno stile osservativo, alla luce naturale, e ad un approccio street che non prevedesse artificiosità. Elle, invece, mi ha incoraggiato a prendere la fotografia sul serio. L’ho conosciuta lavorando insieme nel North Shore Ski & Board, mentre lei studiava all’UBC e stava per diventare una sciatrice pro. Mi ha incoraggiato a portare sempre la macchina fotografica in montagna, durante ogni nostra avventura a Whistler. È curioso che, tempo dopo, ci siamo ritrovati a collaborare per un progetto Korua... Un’altra influenza, più contemporanea, è quella dello snowboarder, fotografo e ambassador Korua Thomas Stöckli, appartiene a una generazione precedente alla mia ed ha uno stile pulito, che ho sempre ammirato, che l’ha accompagnato dai suoi anni formativi fino ai suoi lavori più artistici e commerciali. Le sue visioni sono senza tempo”




KORUA SHAPES E L’EPIFANIA CREATIVA
“Dopo gli anni canadesi, sono tornato in Svizzera, vivendo per un po’ a Zurigo, con l’obiettivo di trovare la mia strada nell’ambito creativo dello snowboard. Ero nei miei mid-twenties. Anche in Svizzera ho lavorato per un negozio specializzato, ma tutto era differente. Lo stipendio era più alto, mi permetteva di concentrarmi sulle mie aspirazioni, senza costanti preoccupazioni finanziarie. Una volta giunto a Laax nel 2012, mi sono lentamente integrato nella comunità locale, crocevia della scena snowboard europea, e ho avuto la fortuna d’incontrare le persone giuste al momento giusto, come Nicholas Wolken, co-founder di Korua Shapes. È successo esattamente 10 anni fa e, a dire il vero, è apparso come un momento ‘ta-da!’.
Nonostante le prospettive poco rosee del settore, Korua ha deciso di correre il rischio di sperimentare e spingersi oltre i confini creativi - un rischio che si è rivelato proficuo! I social media stanno diventando sempre più una forza trainante nel marketing e nel raggiungere un pubblico globale in modo rapido ed efficace, un aspetto che abbiamo sfruttato e di cui abbiamo approfittato. Contrariamente all'eccessiva saturazione e all'afflusso di contenuti, abbiamo utilizzato queste piattaforme per curare con maggiore attenzione l’immagine del brand attraverso fotografie e cortometraggi in modo più riservato e ridotto.”




LO SNOWBOARD È UN’ARTE ESSENZIALE
“Credo che la volontà di Korua Shapes sia sempre stata quella di riportare lo snow alla sua essenza. Questo vale sia per la sfera business, che per la parte creativa, visuale ed estetica. Fin dalle origini, Korua ha ritratto e comunicato lo snow come un qualcosa per tutti, non come un qualcosa d’insostenibile o d’impossibile da raggiungere. Sia chiaro, trick, spin, airtime e discese folli dalle vette alpine sono sempre elettrizzanti, ma Korua rappresenta e incarna la semplice bellezza e la gioia di girare usare lo snowboard. L'attenzione si concentra maggiormente sulla forma delle nostre tavole piuttosto che sulla loro grafica, con l'innovazione e il design in prima linea nello sviluppo dei nostri prodotti, escludendo qualsiasi distrazione per i nostri clienti. Questo ci allontana da un ciclo di vendita tradizionale, ci permette di avere prodotti di scorta, di consumare meno, di non fare vendite in saldo per sbarazzarci delle scorte, di avere una maggiore longevità dei prodotti.
Questo approccio minimalista è entrato a far parte anche della nostra produzione video. Quando giriamo un film, per esempio, vogliamo che le scene risuonino nello spettatore, che gli facciano venir voglia di uscire e replicare l’esperienza che sta osservando. Vogliamo che s’immagini in quella stessa situazione. Anche la produzione fotografica segue questa filosofia. Cerco di fare del mio meglio per catturare il movimento, di ritrarre una forma di snowboard autentica, perlopiù riprendendo in movimento o dall'alto, senza scene preconfezionate. Questo mi permette anche di fare molto più snowboard in prima persona”




IL TEMPO NON SPEGNE LA SCINTILLA, LA ALIMENTA
“A volte ho un conflitto interno, perché vorrei semplicemente divertirmi, ma devo portare con me l’attrezzatura e ritrarre chi mi circonda. Non abbiamo, però, la sensazione di fare veri e propri shooting, mentre partecipo a queste produzioni mi sembra semplicemente di uscire e fare snow con una camera. Tra i vari spot ci sono sempre momenti per divertirsi, e sono grato di avere questo tipo di opportunità.
Penso che una prima, vera pietra miliare sarà il libro sui 10 anni di storia di Korua Shapes. Sono stato affiliato al brand in vari modi durante l’ultima decade. Quando sfoglierò queste pagine tutto sarà più reale e concreto, e sentirò di aver contribuito alla cultura snow. Provo a fare lo stesso anche dove tutto è meno tangibile, ovvero sui social. Ogni ramificazione fa parte di un percorso unico, quello che sto vivendo al fianco di Korua: un percorso che mi permette ancora di godere del mio sport preferito, e di essere felice. Sono fortunato anche per le persone che mi circondano, come Jerry Niedermeier, co-founder e manager Korua. Costruisce tavole da 30 anni e il suo approccio è quello di un ingegnere-creativo, il migliore che abbia mai incontrato. È anche grazie a lui e alle altre figure Korua se non ho perso la scintilla e l’amore per lo snowboard. Quella scintilla è ancora prevalente nella mia mente e nel mio cuore, e spero possa continuare ad esserlo anche in futuro”





L’EVOLUZIONE COME VIAGGIO COSMOPOLITA
“Una grande parte di ciò che faccio coinvolge il viaggiare, e l’incontrare persone e culture. Devo sicuramente menzionare il fatto che tanti degli snowboarder con cui ho la fortuna di collaborare hanno una spiccata vena artistica che, unita alla visione di filmmaker ed altri creativi, rende il processo di creazione di contenuti uno sforzo di gruppo, così come un processo collaborativo. All’inizio eravamo un gruppo ristretto di amici in Svizzera, poi abbiamo iniziato ad avere ambassador in Giappone, in Nord America e in altre parti del mondo. Questo ci ha portato a muoverci maggiormente. Lasciare le Alpi e la Svizzera è sempre strano, ma è una delle parti che preferisco nel mio lavoro: mi permette di ricevere nuovi input, di creare legami nuovi e di evolvere il network, così come la presenza, di Korua Shapes nel mondo”



ATTORNO ALLA TAVOLA TUTTO RESTA UGUALE, CAMBIANDO
“È abbastanza divertente pensare al mio presente professionale, perché ovviamente quello che faccio ora è ciò a cui ho sempre aspirato quando ero un ragazzo. Ho lavorato duro e ci è voluto del tempo per arrivare qui. Mi sento fortunato per il livello di successo che sta ottenendo Korua Shapes, pur rimanendo un brand di nicchia. È fantastico essere parte di questa realtà, le attribuisco molto merito, mi ha permesso di concretizzare un sogno creativo, e di farlo attraverso lo snowboard. Faccio quello che ho sempre sognato di fare, so che è tutt’altro che scontato.
A volte lo ricordo a me stesso, soprattutto quando affronto dei blocchi creativi, o dei giorni no, dove tutto è più difficile. Ho attraversato fasi di dubbio creativo negli anni, ma i miei sentimenti verso lo snowboard sono ancora intatti, sono sempre lì. Ogni volta che faccio snow provo lo stesso rush di emozioni e dopamina che vivevo da piccolo... Sono infatuato di quest’arte sportiva. E sono fortunato, lo ripeto, perché posso passare i miei inverni sulla tavola”













