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Il Design Umano dell’Icarus Cup 

Viaggio nel torneo grassroots Icarus e nella sua significativa celebrazione comunitaria

Il design umano dell’Icarus Cup rispecchia quello delle sue maglie, e delle persone che le hanno indossate: una galleria di identità, personalità, storie e percorsi di vita che, intrecciandosi, generano bellezza. Anche quest’anno, Athleta Mag era uno degli sponsor di maglia di questo torneo. 

La piattaforma universale del Beautiful Game ha reso possibile — nel contesto grassroots di Philadelphia, casa del virtuoso progetto di design calcistico Icarus (link) — una conversazione plurale e corale: il risultato sul campo, l’estetica di una divisa, il sapore autentico della condivisione senza filtri… Nel gesto semplice del gioco, può elevarsi la complessità della natura umana. E può affermarsi l’intero spettro delle soggettività che la abitano, in tutta la sua intensità e in tutti i suoi colori.

Ne abbiamo parlato con alcune delle squadre che hanno preso parte al torneo: Detroit Women+, Spicy Meatballs FC e Alexi Flawless FC. Le voci di chi ha dato vita a questi progetti raccontano il potere del calcio nella sua dimensione più sociale, accessibile e radicalmente inclusiva — così come l’importanza di una visione come quella di Icarus, che mette l’identità al centro della maglia, e la comunità al centro del gioco.

Che ruolo ha avuto — e ha tuttora — il calcio per voi e la vostra squadra, al di là dell’aspetto puramente pratico del gioco? 

Detroit Women+: “Il calcio per noi è stato molto più di uno sport — che è già straordinario di per sé. Ma per chi fa parte di Women+ Soccer Detroit, è stato soprattutto uno spazio sicuro, accogliente e stimolante per donne, persone non binarie e trans. Un luogo dove sentirsi a casa, trovare amicizie sincere e costruire connessioni vere — qualcosa che dia un senso profondo di appartenenza. Siamo un gruppo ampio, ma la cosa più bella è vedere come nascano spontaneamente micro-comunità all’interno, attorno a interessi condivisi. Alcune persone hanno fondato un club del libro, altre uno di scacchi. C’è chi si allena insieme il martedì e il giovedì. Il calcio è stato il punto di partenza, ma in realtà è diventato un portale per connetterci in tanti altri modi.”

Spicy Meatballs FC: “Per noi, il calcio è soprattutto una comunità. La nostra squadra non è più giovanissima (l’età media è sopra i 30) e, tra impegni lavorativi e familiari, non è facile trovare il tempo per stare insieme. L’Icarus Cup è diventato un appuntamento fisso che mettiamo in calendario in anticipo e a cui teniamo moltissimo. È un’intera giornata da passare in compagnə, a giocare e a chiacchierare con chi gioca con noi e contro di noi — molto più di quello che si riesce a fare nella solita partita di lega domenicale.”

Alexi Flawless FC: “Per noi è soprattutto una questione sociale! Abbiamo conosciuto tantə persone tra le partite di campionato e l’Icarus Cup, e quasi sempre finiamo tuttə a bere qualcosa insieme dopo le partite.”

Perché avete deciso di creare una squadra di calcio, soprattutto in un Paese dove questo sport non è il più seguito? E com’è avvenuto l’incontro con Icarus?

Detroit Women+: “Il calcio a Detroit è molto presente. Ci sono tante opportunità per gli uomini e per il calcio misto, e alcune donne, persone non binarie e trans vi hanno anche partecipato. Ma non erano spazi sicuri o realmente inclusivi. Giocare con persone simili a te cambia completamente l’esperienza. Dopo un lungo lavoro dal basso, nel marzo 2023 è nato Women+, proprio per creare uno spazio calcistico sicuro, positivo e comunitario. Abbiamo iniziato con delle partite pick-up settimanali, finché una di noi non ha scoperto l’Icarus Cup nel luglio 2023. Eravamo entusiasmatə: c’era una divisione dedicata a donne e persone non binarie — una cosa che non avevamo mai visto altrove. Anche se non avevamo mai giocato una partita ufficiale insieme, ci siamo iscritte. Perché ci siamo sentitə riconosciutə, perché quello spazio era stato pensato per noi. E questo significava tutto. Da allora, partecipiamo ogni anno.”

Spicy Meatballs FC: “Anche se il calcio non è lo sport dominante negli Stati Uniti, in molte città c’è una scena calcistica molto viva, soprattutto tra giovani e adolescenti. Dopo quella fase, molte persone smettono, perché i campionati più seri richiedono troppo tempo per allenamenti e trasferte. Negli ultimi anni, però, sono nati tornei più accessibili, ben organizzati ma meno competitivi. Ho creato la squadra perché volevo continuare a giocare, ma con persone che avessero un buon livello e soprattutto un buon atteggiamento. Una delle cose più belle è stata vedere persone che avevano smesso tornare a giocare, e riscoprire l’entusiasmo per il calcio. Ho conosciuto Icarus tramite Robby, il fondatore: giocavamo insieme in una squadra 7v7. Appena ho saputo che stava organizzando un torneo, ho iscritto la squadra all’istante.”

Alexi Flawless FC: “Volevo fare sport anche da adultə, ma cercavo qualcosa che fosse una vera sfida. Da bambinə facevo sport, ma non il calcio. Però lo amavo: giocavo a FIFA, guardavo le partite in TV ogni volta che potevo. Anche mio fratello minore ha contribuito molto al mio legame con questo gioco. Quando ho deciso di buttarmi in uno sport ricreativo, era chiaro che sarebbe stato il calcio. Abbiamo inventato un nome buffo (un gioco di parole ispirato alla mia giocatrice preferita della nazionale USA anni ’90), e poi ci serviva una maglia. Cercando online abbiamo trovato Icarus: realizzano maglie personalizzate per piccole squadre. È stato un match perfetto.”

Con quale spirito affrontate un evento come l’Icarus Cup? Cosa vi ha spinto a partecipare?

Detroit Women+: “Il cuore della nostra attività sono le partite pick-up due volte a settimana. A volte partecipiamo a campionati, ma sono spesso misti. L’Icarus Cup, invece, ci porta in un contesto più strutturato e competitivo, dove entrano in gioco strategia, adattamento, sostegno reciproco. È una sfida, ma ci aiuta anche a costruire relazioni più profonde. Invitiamo tuttə a partecipare ai tornei, anche chi ha poca esperienza. Per noi è bellissimo vedere persone che non si erano mai considerate “atlete” scoprire il proprio valore in campo. Siamo particolarmente riconoscenti a Icarus e Casa per l’impegno concreto verso l’inclusività. Nel 2023 abbiamo partecipato con una squadra. Nel 2024 con due. Nel 2025 avevamo così tante adesioni che siamo riuscitə a portarne tre! Per non sovraccaricare il torneo di Philadelphia, abbiamo proposto a Icarus di aggiungere una divisione donne/non-binary anche nel torneo di Austin. Hanno accettato subito e hanno lavorato con noi e con San Diego Soccer Women per costruirla da zero. Il risultato? Una divisione inclusiva e riuscitissima. Ci sentiamo davvero supportatə da un’organizzazione che non si limita alle belle parole, ma crea spazi reali.”

Spicy Meatballs FC: “Il nostro spirito è semplice: divertirci. Vogliamo giocare bene, certo, ma anche goderci la giornata e l’atmosfera da festival. L’Icarus Cup ha tutto quello che si può desiderare d’estate: calcio, amicə, cibo e birrette. Impossibile dire di no.”

Alexi Flawless FC: “A essere sincerə… si passa per tutte le emozioni. Prima del fischio è tutto risate e spensieratezza. Ma appena si comincia, parte il rollercoaster. Siamo una squadra “veterana”, quindi affrontiamo le partite con leggerezza, ma appena entra in gioco la competizione, viene fuori quell’istinto da ex-atletə. Il nostro gioco migliore però esce quando siamo rilassatə, quando ci divertiamo. Quello che ci ha spintə a partecipare è stato il desiderio di far parte di qualcosa di diverso, di autentico. Icarus celebra davvero il calcio come uno sport per tuttə — una cosa ancora troppo rara, qui negli Stati Uniti.”

Per Icarus Football, il calcio è sinonimo di design tanto quanto di comunità. All’interno delle vostre visioni, quale ruolo giocano gli aspetti estetici e narrativi delle maglie da calcio? 

Women+ Soccer Detroit: “Il calcio è uno sport comunitario, ma è anche un mezzo attraverso cui le persone possono esprimere sé stessə. Ognunə ha le proprie abilità, i propri dribbling preferiti, ma anche uno stile personale. Le maglie firmate Icarus hanno dato nuova energia alla nostra comunità e ci hanno ricordato quanto sia importante esprimerci anche esteticamente sul campo. Ora, nelle partitelle informali, tantə indossano capi che riflettono il proprio stile personale — e sono entusiastə di farlo vedere. Inoltre, l’impatto di Icarus si è esteso alla comunità calcistica più ampia di Detroit: quando siamo tornatə dalla nostra prima Icarus Cup, le persone del nostro gruppo misto erano entusiaste dei nostri kit. Al punto che diverse squadre locali, che non avevano mai partecipato al torneo, hanno iniziato a creare divise personalizzate. Oggi, tre anni dopo, ci sono sei squadre nella lega co-ed di Detroit che indossano kit Icarus disegnati su misura.”

Spicy Meatballs FC: “Per noi l’estetica e la storia di una maglia sono fondamentali. Il giorno della scelta dei kit per il torneo è come la mattina di Natale. Cerchiamo sempre una maglia che rappresenti la personalità e lo stile della squadra, dentro e fuori dal campo. Negli ultimi due anni siamo anche riuscitə ad abbinarla a uno sponsor perfetto: una trattoria italiana nel nostro quartiere. Personalmente sono appassionatə di maglie da calcio fin da piccolə: le prime che ricordo sono quella dell’Italia del 1995 (Nike, con colletto bianco) e quella iconica della Nigeria del 1998.”

Alexi Flawless FC: “Una delle cose che più amo del calcio sono le maglie. Ogni kit ha qualcosa di unico — soprattutto in Europa — e spesso ha anche un valore simbolico. Può rappresentare una tradizione, raccontare una città o lanciare un messaggio sociale. È una cosa che, ad esempio, il baseball non ha. Per noi, la maglia è fortemente legata alla mia storia personale: la prima si ispirava agli anni ’90 della mia infanzia; la seconda richiama la mia adolescenza, tra punk rock, cultura skate e la mia passione per la Sega.”

Molte delle squadre che partecipano all’Icarus Cup vedono il calcio anche come piattaforma per condividere messaggi più profondi. È così anche per voi? Se sì, quali messaggi cercate di trasmettere?

Women+ Soccer Detroit: “Donne, persone non binarie e trans vogliono giocare a calcio. Punto. Siamo stufə di vedere “divisioni femminili” aggiunte all’ultimo momento nei tornei maschili, per poi sentirci dire: “Nessuna si è iscritta, quindi annulliamo.” Non vogliamo essere un’aggiunta. Vogliamo spazi costruiti intenzionalmente per noi. L’Icarus Cup dimostra che se progetti bene l’esperienza, le persone arrivano. Se invece lo fai solo per dire che “l’hai offerto”, ti sgamiamo subito — e non ci interessa. Dacci lo stesso livello di eventi che organizzi per i tornei maschili, e noi ci saremo. Chiunque può leggere il nostro playbook su come progettare tornei e leghe realmente aperti a donne, persone non binarie e trans. Se vuoi essere davvero inclusivə, devi fare il lavoro. Se non lo fai, il tuo tentativo fallirà. Speriamo che sempre più organizzazioni decidano di impegnarsi davvero, come hanno fatto Icarus Cup e Casa.»

Spicy Meatballs FC: “La nostra squadra non ha un messaggio particolarmente “profondo”. Siamo un gruppo di amicə che ama stare insieme e giocare a calcio. Il nostro nome è Spicy Meatballs Football Club e siamo sponsorizzatə da una trattoria italo-americana: forse il nostro messaggio è semplicemente promuovere la cucina delle comunità italoamericane.”

Alexi Flawless FC: “In parte, sì. Lo condividiamo quando raccontiamo la nostra storia, anche se non lo facciamo in modo esplicito. Alcunə di noi — me compresə — hanno iniziato a giocare da adultə. E la curva di apprendimento può essere molto ripida. Fin dall’inizio abbiamo voluto creare un ambiente senza pressioni, dove ognunə potesse semplicemente giocare, sbagliare, migliorare. E così molte persone si sono appassionate: hanno iniziato a seguire squadre, ad andare allo stadio, a scoprire davvero il calcio. Purtroppo tante squadre amatoriali non hanno questa mentalità: vogliono solo le persone più forti, anche ai livelli più bassi. E questo penalizza chi si avvicina al gioco per la prima volta. È uno dei motivi per cui il calcio, qui negli Stati Uniti, spesso non è accessibile: non è davvero amichevole per chi è principiante.”

Per vedere altri kit progettati da Icarus o per acquistare un kit personalizzato, potete visitare il sito icarusfc.com 


Alberto Tomba è lo sci

Grazie a Napapijri, abbiamo avuto l’onore di chiacchierare con un’icona assoluta dello sci, Alberto Tomba 

“Vorrei sfidarlo, perché a calcio non sono così male”, diceva Alberto Tomba, riferendosi a Diego Armando Maradona. E in questa frase rimasta iscritta nella storia, forse, trova la propria piena identità un fenomeno popolare. Di un introverso bolognese fuori contesto prima, di un comunicatore e dominatore globale poi. Di un competitivo senza limiti sempre. 

Alberto Tomba, per molti, è lo sci. A validare questa tesi, radicata soprattutto in molte case italiane, un palmares senza eguali, unito ad una personalità sempre molto più complessa della viva, ammorbante franchezza che spesso lasciava trasparire. 

Abbiamo avuto l’onore di raccogliere alcuni frammenti biografici di questo sciatore in grado di travalicare la propria disciplina, persino il regno stesso dello sport, assurgendo a icona nazionale e internazionale, e rimanendo, contemporaneamente, sempre sé stesso. Nei suoi eccessi più istrionici. Nella sua più analitica necessità di vittoria. Nelle sue radici culturali e sociali. 

Lo abbiamo fatto in occasione del lancio dello speciale short-docu ‘1.14 - An Alberto Tomba Story’, prodotto da Napapijri, con cui Tomba vanta una lunga serie d’incroci simbolici e valoriali, e diretto da Luca Gasperoni. Oltre alle parole di Tomba, diamo spazio anche a questa interessante produzione e alla sua galleria visuale. 

1.14" - An Alberto Tomba Story

“Mi piace tanto”, dicevi dello sci ai tuoi compagni di scuola, che non si spiegavano la tua passione in una zona geografica atipica come le colline bolognesi… Quali sono quelle prime sensazioni, quei primi dettagli che hanno sbloccato il tuo amore per questa disciplina? Sei riuscito a mantenere quel tipo di ‘piacere puro’ lungo tutta la tua carriera, anche nei palcoscenici e nei momenti più complessi? 

Mi ricordo che da piccolo andavo a scuola dai Salesiani. Una mattina presi gli sci, ma fu un disastro, non avevo calcolato le due colline che c’erano di mezzo e arrivai a scuola con 40 minuti di ritardo. Fui accolto con una risata. Tanti mi dicevano perché continui con lo sci, cosa pensi di fare, dove credi di andare con lo sci? stai a scuola! Ma io rispondevo “non preoccupatevi, mi piace tanto”. La mia carriera sugli sci è stata un’avventura bellissima e intensa. Da quella volta in cui arrivai in ritardo a scuola all’ultima gara, il “piacere puro” è sempre stato identico. Nessuno mi ha mai cambiato: forse anche questo è uno degli ingredienti del mio successo.

Date tutte le evoluzioni che hanno segnato il tuo rapporto con lo sci (la tua ascesa vertiginosa, il consolidamento del tuo status, anche extra-sportivo, la ‘condanna alla vittoria’, come tu stesso la definisci, e il ritiro al tuo apice, per citarne alcune…), oggi cosa rappresenta per te questo sport? A che punto si trova la vostra ‘relazione’? 

Essere condannato sempre alla vittoria non è facile, se non vincevo io, non vinceva un altro: perdevo io, sempre io. Poi, però, ho finito in bellezza, con un’ultima vittoria. Mi ricordano gli amici del fan club che, solitamente, dopo una vittoria nessuno si ritira, perché ci si domanda perché smettere dal momento che si è ancora il più forte. Io ho avuto il coraggio di dire basta dopo la vittoria di Crans Montana, a 31 anni. Passi da quella situazione, quasi di nausea, generata dall’avere sempre intorno i mass media, che calmavo con le vittorie… Al desiderio di tornare. Ma quando chiudi, nello sci, è impossibile tornare in gara, anche solo dopo 2/3 stagioni di stop. Oggi sono ancora molto legato alla montagna, mi diverto andando con le pelli: due ore per salire e due minuti per scendere.

Alberto Tomba & Tommaso Cassissa

Tra le evoluzioni legate al tuo percorso sportivo c’è anche quella della tua personalità. Inizi come ragazzo timido. Poi, diventi una figura espansiva e un fenomeno pop, caratterizzato da un’ironia in grado di contagiare una nazione intera, e non solo. Al di là delle tue radici cittadine e del DNA emiliano, cosa ti ha portato a vedere il mondo, e lo sci, attraverso la lente dell’ironia? Che ruolo ha giocato questo tuo lato nella gestione delle pressioni sportive e della fama? 

Da piccolo, dopo la scuola, ho iniziato a fare le prime gare, ma di carattere ero introverso. Poi, nel tempo, con le vittorie e girando il mondo, il mio carattere è cambiato. Certo, rispetto agli sciatori del Nord io ero cittadino e quindi scherzavo e giocavo. Ricordo un articolo di giornale che Loris cita nel docufilm, titolava: ‘Tomba il cittadino che ha cambiato lo sci’. La voglia di scherzare e di giocare non mi ha mai abbandonato e mi è servita nei momenti importanti, quando la tensione andava a mille. Con il mio team si scherzava e ci si concedeva quei giusti momenti di leggerezza, per poi avere la mente libera quando serviva la concentrazione massima. 

L’ironia e la tua ecletticità hanno scandito i tuoi più grandi successi, rendendoli immortali. Prima della proiezione di Milano, però, hai raccontato del tuo profondo studio della disciplina. L’approccio alla pista. Lo studio delle traiettorie. La postura del corpo, pensata per ogni frazione di secondo. La serietà sportiva. Lo sci di Tomba era per tutti una festa, ma ho l’impressione che non sarebbe stata tale senza una componente di ‘sana ossessione’ e di ‘genio sportivo’, come quasi sempre accade per le vere leggende dello sport. È così? Quanto a fondo hai studiato, o meglio, imparato a decifrare il tuo sport? 

Tanto. Nel mio sci c’era un’analisi puntuale delle traiettorie ideali in ogni curva, uno studio della postura del corpo adattata alle esigenze specifiche di ogni tracciato e condizione della pista, c’era una grande dedizione e preparazione. Una massima concentrazione durante le gare. Un’attenzione quasi maniacale al dettaglio e alla perfezione, unita alla passione per lo sci. 

“Sono un operaio in pensione, non sono quasi nessuno…”, dice nel film Loris Righi del tuo Fan Club prima di commuoversi, pensando al vostro rapporto personale. Che valore ha avuto la ‘gente’ nella tua parabola sportiva? Perché, al contrario di molti altri campioni assoluti, hai sempre coltivato il tuo rapporto con il ‘popolo’, con le persone comuni? E come ti fa sentire, oggi, ascoltare le parole di una persona come Righi? 

Amo festeggiare ancora oggi tutte le ricorrenze con chi mi è sempre stato vicino, con i miei tifosi, come Loris. Il mio rapporto con loro è sempre stato molto forte e speciale. Si è creato un legame di affetto da me ricambiato che è andato oltre le vittorie. Loris è il simbolo del Tomba Fan Club a Tombaland, ha creato un luogo quasi di culto che non potrà mai essere replicato.

A 18 anni facevi lunghi viaggi in macchina, da solo, per raggiungere le località delle gare. Oggi non puoi camminare in un luogo pubblico senza essere riconosciuto istantaneamente. Si stava meglio all’epoca o ora? A cosa pensava, quando stava da solo, il 18enne Tomba? E a cosa pensa, ora, per esempio quando sta da solo nella sua natura, l’atleta del secolo? 

Amo stare nella natura, vivo ancora oggi circondato dai boschi, faccio lunghe camminate. Il nostro Appennino è come un’immensa palestra a cielo aperto, c’è una natura bellissima e varia, tante possibilità di sport per tutti. Lo scenario perfetto per rigenerare il corpo e la mente. Sono andato via di casa molto giovane senza i miei genitori, all’età di 15 anni entrai in squadra nazionale, giravo già il mondo e sono ricordi indimenticabili. Dalla Scandinavia alla Francia dalla Svizzera al Giappone, all’America al Canada, per me che venivo dall’Italia, buona forchetta, mi portavo dietro pasta, olio, parmigiano per essere in forma e avere la benzina giusta per gli allenamenti e le gare. All’età di 18 anni, partivo in macchina e facevo tanti chilometri, non avevo autisti, partivo da Bologna in giornate di nebbie o nevicate di quegli anni che oggi non ci sono più. Vivevo in ambienti silenziosi, senza abitanti, a contatto con la natura. Chiamavo casa dalle cabine telefoniche. Quel tipo di vita mi ha insegnato tanto. La natura, che sia in montagna, al mare o a casa mia, perché vivo sulle colline, mi aiuta a recuperare quella dimensione in cui ci siamo solo io e l’ambiente esterno. Fare attività immersi nella natura è un’esperienza unica e speciale. 

Ti sei sempre raccontato in un modo franco, senza filtri. Adesso hai legato una parte del tuo racconto a Napapijri. Come mai hai deciso di legare la tua immagine e la tua storia a questo brand, al di là della comune ricorrenza del 1987? E com’è stato vedere il ritratto che ha fatto di te Luca Gasperoni in ‘1.14 - An Alberto Tomba Story’? 

È un docufilm emozionante che ricostruisce il mio percorso sportivo, e al tempo stesso è anche un ritratto di Alberto. Il titolo, ‘1.14’, si riferisce al vantaggio che avevo nella prima manche del gigante olimpico di Calgary 1988. Un distacco incredibile, irripetibile e irraggiungibile… Visto che poi vinsi con +1.04 sul secondo. È una bellissima esperienza, questa con Napapijri, perché mi racconta anche lontano dal mio habitat, dalla neve. È coinvolgente e mi ha permesso di mostrare aspetti di me rimasti finora nascosti. Con Napapijri ci siamo trovati: c’è grande affinità ed io incarno alla perfezione i valori di libertà, energia e avventura.


Jazmine Lowther, il trail come esperienza olistica

Grazie ad Arc’teryx, abbiamo avuto la possibilità di conoscere un’atleta cresciuta, guidata e ispirata dalla natura

Sosteneva Ralph Waldo Emerson che il “desiderio più nobile dell’uomo è soddisfatto dalla natura, cioè l’amore per la Bellezza”. Il letterato americano faceva riferimento al sublime mondo naturale come ad uno spartito di analogie segrete, in grado di connettere ogni emisfero, ogni cultura, ogni esperienza personale. E la sua visione riecheggia nella filosofia, così come nell’esplicita commistione tra running e natura, di Jazmine Lowther. 

Assurta agli apici della scena trail internazionale e recente aggiunta al team Arc’teryx, quest’atleta canadese non fa tanto riferimento ad una carriera sportiva, ma ad un percorso umano, che nell’amore per la Bellezza, nella sua ricerca, nel suo ascolto, persino nel suo studio accademico, ha trovato la tela perfetta su cui dipingere la propria visione del running. 

Parliamo di una visione olistica, come natura vuole, dove il trail non si limita ad essere un, seppur estasiante, semplice superamento dei propri limiti, divenendo arte esplorativa. Tangibile e intangibile. Personale e universale. E strumento per allargare le prospettive della società sulla meraviglia, in eterno pericolo, che chiamiamo vita outdoor. 

La cittadina di Nelson, nella British Columbia, sembra aver avuto un ruolo formativo nel definire la tua identità. È così? Se sì, puoi condividere con noi alcuni ricordi che ci aiutino a capire perché questo luogo è stato così importante per il tuo sviluppo personale e sportivo?

“Nelson è una cittadina sciistica piccola e discreta, incastonata nell’angolo sud-orientale della British Columbia. È circondata da una natura spettacolare: il lago Kootenay, le montagne, le piste da sci... Ma è anche un paradiso per la mountain bike e, in generale, per chi ama la vita all’aria aperta. Tutto in Nelson parla di outdoor. Quello che la rende davvero unica, però, è la sua energia creativa, un po’ eccentrica. Ha un’anima vibrante, piena di colori e di persone dalle storie più diverse. C’è un senso di apertura autentica, di eclettismo leggero e genuino.

Crescere lì mi ha sicuramente influenzata. Credo che il dono più grande che mi abbia lasciato sia proprio la mentalità aperta: la capacità di apprezzare prospettive e stili di vita anche molto lontani dai miei. Detto questo, non attribuirei a Nelson la nascita del mio lato atletico. Quello lo devo soprattutto ai miei genitori. Sono stati loro a sostenermi fin da piccola, a trasmettermi l’importanza di uno stile di vita sano, attivo. Gli devo moltissimo: sono stati la mia spinta a muovermi, a giocare, a impegnarmi con costanza. Ho iniziato con il cross-country da bambina, ma a Nelson è anche radicata una forte cultura calcistica. Così, dai dieci ai vent’anni, il calcio è diventato il mio principale punto di riferimento. In quel periodo sognavo una carriera da professionista. Arrivai a far parte di diverse squadre contemporaneamente: ero sempre in movimento.

Parallelamente, ero immersa nel mondo della danza—classica, jazz e moderna—e mi allenavo in accademie diverse. Tra calcio e danza, dentro e fuori la scuola, il mio programma di allenamenti era serratissimo. Tutto questo ha avuto un ruolo fondamentale nel formare la persona che sono oggi”

In quel periodo è anche nato il soprannome ‘Gazzella’. Ci racconti da dove deriva? E com’è entrata la corsa nella tua vita? Cosa ti ha colpita, inizialmente, di questa pratica e della sua cultura?

“Non ricordo con precisione quanti anni avessi quando ho iniziato a correre. Forse ero in prima o seconda elementare. In ogni caso, ero molto piccola. Fin da subito, però, è parso chiaro che avessi una predisposizione naturale. Ero minuta, con gambe lunghissime e sottili (ride, ndr). A quel tempo, spiccavano davvero. Penso che il soprannome ‘Gazzella’ derivasse dal mio aspetto, certo, ma anche dal modo in cui mi muovevo. E in fondo, aveva il suo perché.

Quello che mi ha conquistato del cross-country è stato, fin dall’inizio, il contatto con la natura. Correre all’aperto, nei boschi, lungo i sentieri... C’era una sensazione di libertà che mi parlava nel profondo. Era qualcosa che andava oltre il gesto atletico. Ho provato anche l’atletica leggera—le gare di velocità, le distanze brevi. Mi dicevano che avevo del potenziale, e probabilmente era vero. Ma non mi sono mai sentita davvero a mio agio. Nonostante varie squadre fossero interessate, non è mai scattata quella scintilla che invece ho sempre percepito con il cross. Così ho fatto una scelta, e mai l’ho rimessa in discussione.

Delle mie origini nel cross, ricordo ancora benissimo una gara in cui arrivai seconda. Me la porto dietro come una memoria indelebile, forse perché fu l’unica volta in cui non vinsi, in quel periodo. A un certo punto del percorso mi si slacciarono entrambe le scarpe. Mentre le stavo riallacciando, venni superata. Una lezione dura, certo, ma anche utile. Cose del genere insegnano più di tante vittorie. A volte mi chiedo come sia oggi per i bambini. Penso a tutte le opportunità che hanno. Ai miei tempi, la distanza massima per i più piccoli era di cinque chilometri. E questa cosa mi lascia addosso un certo senso di curiosità, che non mi abbandona: cosa sarebbe successo se fossi andata un po’ più in là? Se avessi insistito, spinto un po’ oltre? È una riflessione che, in vari modi e forme, mi accompagna”

Hai detto: “La corsa è sempre stata la mia roccia.” Una frase potente. Puoi aiutarci a capire meglio cosa intendi? Cosa rappresenta per te questa “roccia” e come si è evoluto il tuo rapporto con la corsa nel tempo?

“Per me, correre è sempre stato questo: una roccia solida, qualcosa di stabile e presente, su cui posso contare sempre. È uno spazio sicuro, costante, che mi aspetta ogni volta che ne ho bisogno, ovunque mi trovi. E la cosa più bella è che non chiede quasi niente in cambio: solo un paio di scarpe e una porta da cui uscire.

Il running è il posto in cui mi sento più radicata. Che lo faccia per prendermi cura della mia salute mentale, per riconnettermi con la natura, o semplicemente per fare ordine tra i pensieri e le emozioni, la corsa riesce sempre, in qualche modo, a riportarmi a casa: dentro me stessa. Mi riporta alla mia versione più autentica, più lucida. Sono convinta che non valga solo per me: c’è qualcosa di universale, di profondamente umano, in tutto questo.”

Hai anche detto: “La natura è la mia guida.” Una frase ancora più potente, considerando il tuo background accademico in biologia. Cosa rappresenta per te la natura? E qual è il suo legame con la tua dimensione di trail runner?

“Sono cresciuta in una piccola fattoria, ero quella bambina sempre scalza che correva nell’orto, saltava nei ruscelli, esplorava ogni angolo del terreno... Già allora, avevo un legame profondo con il mondo outdoor. Mi affascinava tutto: le piante, gli animali, gli insetti, gli elementi... Quella curiosità ha plasmato il mio modo di guardare il mondo. Ero già ben consapevole che, da grande, avrei voluto fare la biologa o, comunque, lavorare in ambito ambientale.

E così è andata: ho seguito quella strada e ci ho lavorato per oltre dieci anni. Oggi non sono più attiva in quel campo, almeno a livello professionale, ma il mio legame con la natura è rimasto centrale. Il trail running è diventato il mio modo di nutrire quel rapporto. È il mio modo di stare nella natura, di continuare a cercare e chiedermi cosa ci sia dietro la prossima curva, la prossima cresta. Che io stia esplorando un sentiero nuovo o rifacendo un percorso a me familiare, ma sotto una luce diversa, in una stagione diversa, c’è sempre qualcosa che finisce per sorprendermi. Come in primavera, quando tornano le foglie: ogni volta è una meraviglia.

Correre immersa nei paesaggi naturali mi porta in uno stato di flow—o semplicemente in uno stato di pace. Di presenza. I benefici per la mente sono enormi. È anche un ritorno ai sensi: ascoltare il canto degli uccelli, notare i fiori che sbocciano, respirare il profumo del sottobosco, lasciarmi attraversare dai colori... È una costante esperienza. Sembra di essere immersi in un mosaico vivente. 

Naturalmente, continuo a guardare il mondo anche con l’occhio della biologa. Riconosco subito quando un ecosistema è stato alterato dall’urbanizzazione o da altri impatti umani. E il trail running, per quanto lo ami, non è esente da questi processi. Anche per questo sento il bisogno di agire. Tra un paio di settimane, ad esempio, organizzerò la terza edizione della nostra giornata per la rimozione delle specie invasive, lungo uno dei sentieri più frequentati a Nelson, la mia città natale. Lo facciamo da tre anni ormai: eliminiamo le piante infestanti e proteggiamo i fiori selvatici che crescono lì. È un gesto piccolo, ma ha un peso enorme. La cura, la connessione… Sono tutto”

Hai praticato – e pratichi tuttora – una vasta gamma di sport. Che ruolo ha lo sport nella tua vita quotidiana? E da atleta d’élite ultra trail, quanto ti senti arricchita dal tuo approccio multidisciplinare all’immaginario sportivo?

“Essere un’atleta multidisciplinare non è soltanto un vantaggio: è una filosofia, aiuta ad evolvere la propria  longevità e resilienza. Non si tratta solo di migliorare la performance, ma di acquisire gli strumenti per affrontare con equilibrio gli inevitabili alti e bassi della vita sportiva. Quando il proprio orizzonte atletico si estende oltre una singola disciplina, l’identità non si lega in modo esclusivo — e dunque fragile — a un solo gesto, come la corsa. In caso di infortunio, per esempio, avere altre pratiche su cui contare diventa una rete di sicurezza preziosa. Diversificare l’attività aiuta la mente, accelera il recupero e permette di restare in movimento, anche quando il corpo impone nuovi scenari.

Allenarsi in più discipline si rivela particolarmente efficace durante la stagione agonistica e nei mesi di off-season. Il cross-training — dallo sci al ciclismo — mantiene l’efficienza fisica riducendo lo stress articolare. Ma c’è di più: apre porte inattese, spalanca panorami. Letteralmente. Ti conduce in luoghi che la corsa da sola non potrebbe arrivare, regalando nuove prospettive.

Ti insegna a leggere il terreno, ad ascoltare il meteo, ad orientarti. Coltiva intelligenza motoria, sensibilità ambientale, spirito di adattamento. In una parola, ti regala versatilità. Una qualità che oggi ha un valore inestimabile.

Entrare a far parte del team Arc'teryx ha rafforzato profondamente questa visione. Il gruppo è un crocevia di atleti multisport, spiriti liberi che prosperano nella varietà e nella costante ricerca esplorativa. Molti sono appassionati di sci. Durante il recente team camp, quasi tutti hanno scelto di scalare o di muoversi sulla neve. Essere immersa in quell’energia è stato incredibilmente stimolante. È un invito continuo alla crescita, alla trasformazione, alla scoperta di nuovi territori — dentro e fuori di sé. Ti fa pensare allo sport non come a una linea retta, ma come a una traiettoria fluida, dinamica, sempre in divenire”

Che tipo di altre consapevolezze e nozioni ti ha permesso di maturare la partnership con Arc'teryx? E, guardando alla collezione footwear 2025, c’è un prodotto a cui hai contribuito direttamente a plasmare o che ti ha colpito particolarmente? 

“Con Arc'teryx ho riscoperto la creatività outdoor. È come osservare l’ambiente attraverso lenti inedite: ogni dettaglio prende vita, ogni esperienza diventa più intensa. Da quando sono entrata nel team, all’inizio del 2025, il viaggio è stato sorprendente. Non ho ancora contribuito direttamente allo sviluppo della linea attuale, ma ora che il lavoro è entrato nel vivo, tutto sta cominciando a prendere forma in modo concreto e vibrante.

Ho iniziato a conoscere da vicino l’universo Arc'teryx: designer, sviluppatori, creativi. La recente tappa a Portland è stata particolarmente significativa. Lì ho avuto modo di confrontarmi a fondo con il team creativo, immergendomi nelle vision che guidano ogni progetto. Nelle ultime settimane ho testato numerosi prodotti — scarpe, capi tecnici, prototipi — e l’intero processo di testing si è rivelato bellissimo. Ciò che mi ha colpito principalmente è l’apertura autentica all’ascolto: i designer non cercano solo feedback, li desiderano con genuino interesse. Da atleta, sentirsi ascoltata con tale attenzione è raro, e profondamente gratificante.

Sono entusiasta all’idea di continuare a contribuire in modo attivo. Userò molto la Sylan, una scarpa che giocherà un ruolo centrale per me. Insieme ai modelli Nivalis e Norvan, sarà la scarpa su cui offrirò più feedback e che analizzerò maggiormente. 

Anche sul piano comunicativo — dai social al tono con cui raccontiamo ciò che facciamo — siamo ancora in una fase di costruzione. Ma è proprio questo il bello: si respira un senso di inizio, quasi di fondazione. Questo è l’anno zero di una collaborazione che sento destinata a durare nel tempo. Non solo tra me e il brand, ma anche per Arc'teryx, che sta entrando con determinazione nel mondo del trail e del mountain running. Un passaggio che per me ha un significato profondo.

Fino ad ora, ogni aspetto mi ha colpita: in particolare il supporto olistico, umano prima ancora che tecnico, che il brand offre agli atleti. Al team camp ho percepito un livello di cura, attenzione e rispetto che raramente si incontrano altrove: eravamo con il team, ma anche con psicologi sportivi, fisioterapisti, chef sportivi, specialisti dei social media... È evidente che Arc'teryx si stia muovendo con intenzione e consapevolezza, con una visione che non teme di essere radicale. Ed è proprio questo che mi entusiasma per tutto ciò che verrà”

Nel tuo profilo si parla della Canyons 100k come di un’epifania: una tappa decisiva nella tua carriera da ultrarunner. È stato davvero il momento in cui hai compreso il tuo pieno potenziale? E quali altri momenti chiave ti hanno aiutata a costruire la tua consapevolezza come atleta?

“Penso che la Canyons sia stato un momento decisivo, capace di cambiare tutto. Lì ho davvero percepito di essere su un palcoscenico internazionale. È stato un classico 'dark horse moment', pieno di sorpresa e meraviglia. Un vero punto di svolta nel mio percorso.

Ma non credo sia stato il momento in cui ho compreso appieno il mio potenziale. Quella è una scoperta che dura tutta la vita. Ogni allenamento, ogni gara, ogni sforzo aggiunge qualcosa in più alla consapevolezza di ciò che posso fare. E penso che questo processo non finirà mai: ci saranno sempre nuove lezioni, nuovi strati da svelare”

“Le montagne rendono la motivazione spontanea.” Come van-lifer e come persona profondamente connessa alla natura, potresti raccontarci alcuni luoghi che ti hanno maggiormente ispirata—sia come atleta che come esploratrice guidata dalla curiosità?

“Ho scelto la vita in van proprio per questo: mi permette di esplorare in profondità, d’immergermi in nuovi territori e allenarmi in modo mirato per le gare. Ho sempre avuto bisogno di novità per sentirmi viva, su questo sto lavorando anche con una psicologa dello sport—sto cercando d’imparare a trovare bellezza anche nella familiarità, nei sentieri che conosco da sempre, quelli dietro casa.

Detto ciò, riesco a trovare bellezza quasi ovunque. Ovviamente, però, a patto che ci siano montagne, sentieri, oceani o laghi di mezzo… In questi casi, tutto diventa più magico. I paesaggi accendono qualcosa di profondo in me—e mi ricordano quanto sia importante proteggerli. Negli ultimi anni ho viaggiato molto negli Stati Uniti: California, Tahoe, Salt Lake City, Tetons. Ho trascorso molto tempo nelle Rockies della British Columbia, e lungo le coste canadesi… E poi c’è l’Europa, che adoro. Le Alpi hanno un richiamo particolare. Onestamente, ogni luogo ha qualcosa di speciale.”

Sei anche coach, e il tuo approccio olistico ci ha molto colpiti. Puoi raccontarci in cosa consiste la tua filosofia e cosa la rende unica?

“Il mio approccio al coaching—soprattutto nel lavoro one-to-one—è profondamente radicato nella visione olistica. Per me è fondamentale vedere l’atleta non solo come un runner o un performer, ma come un essere umano nella sua interezza. Significa andare ben oltre la tabella degli allenamenti. È una questione di ascolto profondo: resilienza mentale, benessere emotivo, stress lavorativo, relazioni, famiglia, tutto.

Parliamo di nutrimento, inteso non solamente come pratica materiale. Mi riferisco, per esempio, al nutrire gli habits quotidiani. Quindi, ci concentriamo sul recupero, sulla prevenzione degli infortuni, sul prehab. Il risultato è un rapporto atleta-coach molto più coinvolto, fondato su una comunicazione più sincera, una fiducia più solida, e un percorso più sostenibile e gratificante. Alla fine, si torna sempre a ciò che conta davvero per la persona: i suoi valori, la sua visione, il tipo di vita che vuole costruire. Ed è proprio questo il potere dello sguardo olistico: mette ogni cosa al proprio posto, in equilibrio.”

Dopo aver esplorato la tua vita multidimensionale, puoi condividere con noi alcuni dei tuoi obiettivi, a breve e lungo termine—sia personali che professionali?

“Il mio obiettivo a lungo termine, prima di tutto, è restare in salute, sia nel corpo, che nella mente, e mantenere un ritmo di allenamento costante, sostenibile, che mi permetta di continuare a correre fino a tarda età. Nel breve periodo, invece, mi sto concentrando sul continuare a gareggiare a livello mondiale, testare i miei limiti e rimanere aperta alla scoperta, nutrendo sempre un senso di curiosità verso ciò che posso ancora fare e ciò che ogni nuova sfida può insegnarmi.

Al di là della performance, sento anche un forte richiamo—personale e professionale—a ispirare conversazioni significative sull’importanza della tutela ambientale e su azioni concrete da intraprendere in quella direzione. È un impegno che mi sta profondamente a cuore. Allo stesso modo, oggi sento con forza la responsabilità di portare avanti il discorso sulla prevenzione e la consapevolezza del RED-S (Sindrome da Deficienza Energetica Relativa nello Sport). È un tema delicato, ma essenziale, e rappresenta una causa che mi sta molto a cuore, soprattutto nel mondo dell’endurance e degli sport outdoor.”


Visioni di Skeleton e di vita, con Tabby Williams 

Lo Skeleton della già campionessa del mondo Tabby Stoecker e la lente di Tom Joy: due prospettive artistiche che si fondono sulle piste 

Storia vuole che lo skeleton derivi dal tobogagging, antica disciplina teorizzata, insieme al suo strumento principale, una slitta di trasporto, dai popoli nativi canadesi. Dopo la rivoluzione moderna, partorita tra le sempre-cosmopolite vette di St.Moritz, lo skeleton sta popolando, ormai da lungo tempo, un sottobosco sportivo dove i sacrifici pesano ben più della fama, e i sogni atletici ben più del conto in banca. 

Eppure, nel vortice cinetico e gravitazionale di questa disciplina è racchiuso tutto. L’avanguardismo e l’iper perfezionismo tecnologico. La sezione aurea di vortici gravitazionali e la pesante precisione del millimetro, del millesimo. La meraviglia. Il controllo. Come insegna la storia, è la bellezza della diversità sportiva. Del suo spettro così infinito, così composito. 

La passione colpisce all’improvviso, come ha fatto con l’atleta britannica Tabby Stoecker, che nello skeleton ha intravisto un output atletico al proprio istinto, oltre che vissuto, artistico, trovando un amore neanche lontanamente previsto. È in sport come lo skeleton, in quelle discipline che, incomprensibilmente, riemergono ogni 4 anni in occasione dei Giochi Olimpici Invernali, per poi tornare ad essere materia di una nicchia innamorata, che le icone contano molto. Tabby Stoecker sta assurgendo a tale. 

Abbiamo messo la sua giovane consapevolezza artistica e sportiva con la visione estetica e il background sportivo di Tom Joy. Nelle loro connessioni e sovrapposizioni assaporiamo i ritmo dell’arte. Lo stesso ritmo che continua a muovere, e a rinnovare, la linfa vitale dei cosiddetti sport minori: correnti underground, dove un solo talento può cambiare l’intera narrativa. 

A voi il dialogo tra le visioni fulminee di Tabby Stoecker e le calme composizioni di Tom Joy. 

Tabby Stoecker – Atleta del Team GB Skeleton

“Lo sport, per me, è sempre stato una passione. Ma mai, crescendo, l’ho immaginato come un possibile mestiere. Ero attratta dalla sua dimensione più artistica: amavo la danza, e fin da giovanissima ho intrapreso un percorso nelle arti circensi. A undici anni mi allenavo 25 ore a settimana, oltre alla scuola. Era estenuante, certo, ma io amavo quel mondo, quella comunità. Il mio sogno si chiamava Cirque du Soleil. Poi, a diciassette anni, qualcosa ha iniziato a incrinarsi. Ho cominciato a chiedermi se davvero sarei riuscita a 'sfondare'. In quel momento di incertezza, mi è comparsa una pubblicità su Instagram: cercavano nuovi talenti sportivi nel Regno Unito. Mi sono iscritta, senza sapere nemmeno a cosa andassi incontro. Mi hanno selezionata per lo skeleton. Al contrario di me, mia madre conosceva la disciplina. È stata lei a consigliarmi di provarci. L’ho fatto. 

Mi sono ritrovata a Bath, sede del programma nazionale. Non ero mai stata in una palestra, non possedevo scarpe da corsa, non avevo alcuna esperienza atletica. Sono arrivata con un body e dei leggings—quella era la mia ‘divisa da sport’. Tutti gli altri erano vestiti Nike, pronti, settati. Mi sentivo fuori posto, anche un po’ ridicola... Ma i coach hanno visto in me qualcosa: un corpo senza abitudini da smantellare, una tela vergine. E per loro, questo era oro. Il mio passato nel trapezio mi aveva dato tre cose preziose: consapevolezza corporea, audacia, e una certa tolleranza all’adrenalina. Tre qualità che, incredibilmente, nello skeleton contano moltissimo. Quando, nel 2019, mi hanno portata per la prima volta sul ghiaccio, ho provato qualcosa di immediato, di viscerale: pura adrenalina. Non c’è tempo per pensare, né per vedere. Scivoli giù, e tutto è guidato dall’istinto. O è parte di te, oppure no. I coach hanno creduto che potessi avere quel fattore extra. E che valesse la pena coltivarlo.

Da quel momento, lo skeleton è diventato tutto. Il programma britannico sa come coinvolgerti. Ti dicono: “Uno di voi, qui dentro, salirà su un podio olimpico con l’oro al collo.” E tu ci credi, perché è già successo. È lì che senti accendere un fuoco dentro. Sono stata fortunata. Ho scoperto, quasi per caso, qualcosa che amo davvero. E mi è stata data la possibilità di trasformare questo sport nella mia vita.

Quando ho incontrato Tom Joy, in Austria, ha portato con sé un’energia unica. La mia squadra lo ha accolto con entusiasmo. Era curioso, aperto, pronto a immergersi davvero. Ciò che mi ha colpito è stata la sua autenticità: voleva raccontare la verità, non una versione patinata. Cercava l’intensità, la fatica, l’essenza grezza di quello che facciamo. E voleva capire. Capire davvero lo skeleton: la velocità, la fisica, la mente. Non capita spesso. Ma il suo lavoro lo dimostra: ha catturato l’anima di questo sport.

Quello che molti ignorano è quanto lo skeleton sia tecnico. Si raggiungono i 145 chilometri orari, sotto sei G di forza, e tutto si gioca sulla gestione di pressioni e vibrazioni. Non è solo questione di velocità: è questione di ascolto, di percezione, di micro-movimenti. Non c’è tempo per pensare—il corpo prende il comando. È come danzare o dipingere: serve fluidità, abbandono, precisione. C’è qualcosa di profondamente artistico in questa sintonia assoluta con il proprio corpo. E poi c’è l’ingegneria. Come in Formula 1, ogni atleta ha un team che lavora per perfezionare la slitta. La mia è frutto di 25 anni di esperienza. Quando tutto si allinea—slitta, pista, condizioni climatiche—non corri: voli.”

Certo, vorrei che questo sport fosse più conosciuto. In Gran Bretagna non abbiamo neve, non abbiamo una pista, non esiste un sistema giovanile. Non si comincia da bambini. Si parte dal nulla, e si arriva subito in alto. In Austria o in Germania si comincia a dieci anni, si cresce nei club, le gare sono trasmesse in diretta nazionale. Per noi, quando va bene, c’è uno streaming su YouTube. Nessuna visibilità, pochissimi sponsor. Poi, però, arrivano le Olimpiadi, e qualcosa cambia. La curiosità si riaccende. Ed è bellissimo. Lo so: lo skeleton è di nicchia. Ma lo pratico perché lo amo. Mi rende felice, ogni giorno. Vivo qualcosa che per me ha senso. Ma sì, desidero anche che ci sia più riconoscimento. Per la disciplina, non solo per me. 

Lo sport ha un potere straordinario: può unire, può ispirare. Se la mia storia potrà aiutare anche solo una ragazza, soprattutto una ragazza mista, come me, a credere di più in sé stessa, allora sarà valsa la pena. La rappresentazione è tutto. Immagina di vedere qualcuno simile a te, sul podio olimpico. È un’immagine che può accendere una rivoluzione interiore. Le Olimpiadi sono uno di quei rari momenti in cui possiamo aprire il nostro mondo al mondo intero. E io voglio che quel momento conti. Non solo per me. Ma per chi verrà dopo.”

Tom Joy - Fotografo

“Ho studiato graphic design all’università, ma nel profondo ho sempre saputo che volevo fare il fotografo. Così, una volta laureato, ho deciso di compiere il salto: mi sono dedicato completamente alla fotografia. Le mie radici, però, affondano nello sport. Ho praticato atletica da quando avevo otto anni, fino ai ventuno. E la mia famiglia, in Scozia, è sempre stata profondamente legata a quel mondo. Oggi, tutto quel passato ha trovato nuova vita attraverso il mio lavoro fotografico. Capire come si muove un corpo, come si trasforma nello sforzo e nella precisione, e riuscire a restituirlo in modo autentico e sincero: è questo ciò che amo. È lì che la fotografia diventa passione piena, vera. La parte che preferisco del mio lavoro è stare a contatto con gli specialisti—atleti come Tabby. Passare giorni interi ad assorbire la loro disciplina, osservare da vicino la loro dedizione, raccontarne il percorso con immagini: è un privilegio. È gioia pura.

Ero alla ricerca di atleti invernali con cui lavorare, soprattutto pensando all’orizzonte delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Quando ho ricevuto una lista di nomi, Tabby mi ha colpito immediatamente. Sapevo cos’era lo skeleton, certo, ma non avevo davvero idea di cosa comportasse viverlo dall’interno. Prima di partire ho dedicato una settimana a studiarlo online—non volevo arrivare impreparato. Ma è stato solo incontrando Tabby e la sua squadra che ho compreso davvero la portata di questo sport: la concentrazione assoluta, l’etica del lavoro, la dedizione instancabile. Sono rimasto colpito, quasi travolto.

Quello che cerco sempre è andare oltre la superficie—capire non solo cosa fanno gli atleti, ma come e perché. È da lì che parte il mio processo creativo: dalla fiducia, costruita attraverso una curiosità sincera. E gli atleti lo percepiscono. Quando si accorgono che capisci, che parli la loro lingua, si aprono. Il mio passato nell’atletica, tra i 400 ostacoli e un po’ di giavellotto, mi ha insegnato qualcosa di essenziale: che la precisione nasce dalla ripetizione. Non sono mai stato un atleta d’élite, ma so cosa significa cercare la perfezione, gesto dopo gesto. Ed è proprio questo che ho visto nel lavoro di Tabby e della sua squadra: la tecnica affinata nel tempo, tra pista e palestra, fino a quell’attimo di pura esplosività che è la spinta, e la discesa. Vederlo traslare sul ghiaccio, con le tute aerodinamiche, i caschi, la neve che cadeva attorno… È stato un prodigio visivo, e fisico.

Fotografare sul ghiaccio è stato impegnativo, tecnicamente complesso. Ma altrettanto appagante. Abbiamo avuto modo di testare qualche scatto con atleti austriaci, poi sapevo che Tabby sarebbe stata la quinta a partire. Ho settato tutto, trattenuto il respiro—e sperato di catturare l’attimo giusto. Quando lo slittino sfreccia davanti a te, è un momento da dentro o fuori. Scatti, guardi l’immagine, e se c’è la giusta composizione… È oro.

Ho sempre amato mostrare il lato umano dello sport. Non solo la performance, ma la storia. La preparazione. La fatica. L’identità. Immergermi nel mondo di uno specialista, comprenderne il percorso, è ciò che mi ossessiona. E credo che questo traspaia dalle mie immagini. Quando Tabby mi ha parlato della scarsa visibilità dello skeleton, del poco accesso, mi ha colpito profondamente. Se perfino il ciclismo, uno sport ormai mainstream, sta diventando difficile da seguire in UK, cosa rimane per lo skeleton? A volte YouTube è l’unico spiraglio, e anche quello è fragile. Ma è per questo che sono orgoglioso di ciò che abbiamo realizzato: non è solo il ritratto di un atleta, è un modo per alimentare interesse, per dare voce e forma a una disciplina tanto affascinante quanto dimenticata. Spero che questo progetto possa servire. A Tabby, al suo team, al movimento. Che possa diventare uno strumento per ottenere attenzione, riconoscimento, passione nuova—soprattutto in vista del percorso olimpico che ci attende.”


Un pallone con molto da dire, Decathlon x Lega Pro

Lega pro ha presentato, nel cuore di una patria calcistica come Firenze, il nuovo pallone sviluppato insieme a Decathlon. Ne abbiamo approfittato per entrare nell’immaginario del Beautiful Game e nello stato dell’arte di Decathlon stessa

Il nuovo pallone della Serie C è stato presentato a Firenze, sul Ponte Vecchio, con un evento in grado di elevare un oggetto sferico ad installazione artistica. Sullo sfondo, l’Arno. Al centro, una sinergia tra Lega Pro e Decathlon che attinge e mette radici nella società calcistica italiana, così come nell’immaginario artistico e storico ad essa contingenta. 

"Il pallone è un simbolo," ha detto Matteo Marani, Presidente della Lega Pro, con il suo classico stile narrativo. "E Firenze è la nostra casa, nonché luogo d’origine." E il nuovo pallone Lega Pro – disegnato da Kipsta, brand tecnico di Decathlon – è il primo frutto visibile di una partnership quadriennale tra il campionato-colonna vertebrale del pallone tricolore e un brand sportivo globale multi-specialista: un’opera d’arte tecnologica che è stata introdotta come tale, ma anche come frutto di una consapevole conversazione tra cultura, strategia, identità e democratizzazione della passione più diffusa nel Paese.

L’avveniristica sfera strizza l’occhio, a livello estetico, all’architettura e alle sfumature fiorentine, e sarà usata in tutte le competizioni della Serie C 2025-26. "Ci siamo ispirati alle linee della città… Così come ai colori Lega Pro" ha spiegato Giuseppe Vammacigno, Europe Football Commercial Director di Decathlon. "Volevamo un oggetto che fosse riconoscibile, che rispettasse i più alti standard calcistici e che avesse anche un valore evocativo."

Nel corso della presentazione è emersa più volte la virtuosa idea che sport, territorio, design e cultura possano, nel 2025, essere parte di un discorso coerente. Tesi che, sulle rive dell’Arno, ha assunto una precisa forma, ancora in grado di affascinare ogni bambino e uno spartito sociale rappresentato dalla geografia del campionato di Lega Pro, ma anche dalla presenza capillare di Decathlon. 

Abbiamo parlato di tutto questo, e non solo, con Rossella Ruggeri, Marketing and Communication Director di Decathlon. 

Nuovo pallone ufficiale Lega Pro per la presentazione della Serie C

Decathlon supporta e organizza numerosi eventi sportivi e iniziative locali. Quanto è importante questa attività per voi e in che modo contribuisce a costruire la comunità Decathlon?

“Organizzare eventi sul territorio è nel nostro DNA. Da anni lavoriamo per democratizzare lo sport e promuoverne la pratica. Essere a contatto con le community locali significa creare ingaggio e condividere la gioia dello sport. Il nostro scopo è ‘Move People through the Wonders of Sport’: vogliamo far vivere le emozioni dello sport a livello locale, e crediamo molto in questo.”

La partnership con la Lega Pro va oltre un semplice accordo commerciale. Cosa significa per Decathlon affiancare una Lega così radicata nel territorio, e come sperate che questa collaborazione ispiri i giovani calciatori?

“È un grande orgoglio collaborare con la Lega Pro. Anche in virtù della nostra opera di democratizzazione dello sport, è significativo legarsi ad un campionato prestigioso come la Serie C. Questo ci permette di dimostrare che i nostri prodotti sono di qualità e aiutano i giovani talenti a esprimersi in campo. Il pallone ufficiale segue la volontà di Decathlon di fungere da ponte tra gli appassionati, i pro e quei giovani che sognano di diventare tali. Speriamo di ispirare quante più persone possibile a intraprendere la pratica sportiva, in questo caso a sognare un percorso calcistico.”

Qual è la visione condivisa che ha unito Decathlon e Lega Pro, oltre agli aspetti tecnici? Come volete trasformare questa partnership in un messaggio emotivo e duraturo nel calcio italiano?

“Questa partnership va oltre un accordo commerciale. Abbiamo trovato in Lega Pro un partner che condivide valori come autenticità, genuinità e generosità. Il calcio oggi ha bisogno di spazio per i giovani, di una piattaforma che permetta loro di svilupparsi. Insieme vogliamo evolvere strategie a lungo termine, attivandoci con eventi sul territorio e collaborando con club locali per far crescere i talenti e la pratica sportiva.”

Rossella Ruggeri, Direttore Marketing e Comunicazione di Decathlon

Passando al marketing digitale, come si posiziona Decathlon nell’influencer marketing? Quali sono i criteri per la scelta degli ambassador con cui collaborate?

“L’influencer marketing per noi è uno strumento per promuovere la pratica sportiva, non solo il prodotto. In Italia abbiamo un alto tasso di sedentarietà, quindi vogliamo avvicinare quante più persone possibile allo sport, ad una pratica sana: dal campetto ai campionati, dal neofita al professionista. L'influencer marketing ci aiuta in questo senso. Collaboriamo con personalità che condividono i nostri valori, come Antoine Griezmann, che è un esempio tangibile della nostra vision. La partnership con lui va oltre il marketing: disegniamo prodotti insieme e lui rappresenta i valori, per l'appunto, che vogliamo comunicare. E lo fa attraverso caratteristiche che sentiamo nostre, come l'energia e la passione.”

Parliamo spesso di sostenibilità nella nostra rubrica Game Changers. Decathlon come integra i principi ecologici nei propri prodotti e attività? E come rispondono i consumatori a questo approccio?

“Siamo molto attenti alla sostenibilità, con circa il 48,5% dei prodotti che abbiamo venduto ha beneficiato di un approccio di eco-ideazione (+10 punti rispetto al 2023). Ciò significa scegliere materiali a basso impatto ambientale e gestire l’intero ciclo di vita del prodotto. Inoltre, nei nostri negozi promuoviamo la circolarità: abbiamo laboratori dedicati al riuso e alla riparazione. Non ci limitiamo alla vendita, ma vogliamo offrire soluzioni concrete per un consumo responsabile.”

Se ti chiedessi di descrivere, a livello personale, lo sport con una parola o un concetto? E come si lega questa tua visione alla tua esperienza professionale, al lavoro quotidiano?

“Bella domanda. Per me lo sport è soprattutto energia, un’emozione che mi dà forza e mi aiuta a vivere meglio la vita di tutti i giorni. In azienda promuoviamo molto questo aspetto: ogni mese organizziamo sessioni sportive diverse per i team, perché lo sport è un modo per connettersi, creare relazioni umane e professionali. Decathlon abbraccia tutte le sfumature delle emozioni dello sport. Spesso lo sport è raccontato solo come agonismo, eccellenza, spingersi oltre i propri limiti — ed è un aspetto fondamentale — ma c’è anche la gioia pura di praticarlo, la fatica, il piacere semplice di calciare un pallone senza dover eccellere necessariamente. Il presente è un momento importante: stiamo costruendo, anche attraverso il pallone che abbiamo appena presentato, ponti tra appassionati e professionisti, valorizzando ogni emozione a 360°. È bellissimo che un’azienda lo faccia realmente, ogni giorno.”


Road to Records, Agnes Ngetich

Abbiamo assistito al nuovo record mondiale, e ascoltato le profonde parole, di Agnes Ngetich: la mezzofondista keniota in grado di abbattere, per la prima volta nella storia femminile, il muro dei 30 minuti sui 10km durante l’evento ‘Adizero: Road to Records’

29:27. L’ormai celebre evento annuale ‘Adizero: Road to Records,’ una celebrazione del costante superamento personale di ogni running, ospitata dal campus adidas World of Sport di Herzogenaurach, ha confermato la propria anima, permettendo alla mezzofondista keniota Agnes Ngetich di divenire la prima donna a correre i 10km sotto i 30 minuti.

Abbiamo avuto l’onore di assistere in prima persona a questo momento di estasi ed eccellenza sportiva, e ne abbiamo parlato con la protagonista assoluta. Nelle commosse parole di Agnes Ngetich, segnate in modo particolare dalla memoria della compianta Agnes Tirop (precedente detentrice del record, drammaticamente uccisa nel 2021), ritroviamo i capisaldi filosofici che hanno guidato, in questi speciali giorni, 140 atleti adidas nel superamento dei propri limiti, al fianco della famiglia ‘three stripes’ globale, riunita nel nome della storia, dell’evoluzione contemporanea del brand e delle Adizero Adios Pro Evo 2, la nuova avveniristica running shoe adidas. 

Esploriamo le sensazioni della runner giunta dalla mistica terra di Iten, ed entriamo nel mindset, così come nell’anima di quella che, a tutti gli effetti, è definitivamente assurta a regina moderna del mezzofondo.

Agnes Ngetich at Adizero: Road to Records
Agnes Ngetich new world record at Road to Records event

“Sono così felice. Non mi aspettavo davvero il record del mondo — correre 29 minuti da sola, spingendo solo con le mie forze. È stata dura, ma sono orgogliosa e grata. Sono particolarmente felice per il mio team — per Ikaika Sports, il mio allenatore Julien Di Maria, i miei compagni di squadra e l’HATC Center di Iten. Sono riconoscente a tutti coloro che mi hanno supportata e hanno contribuito a rendere possibile questo sogno.

A cinque chilometri ho visto che ero su un ritmo da record mondiale, e mi sono detta: ‘Prova a spingere — forse ce la fai.’ Riuscirci da sola, però, non è facile. Eppure, mi sono ricordata che l’anno scorso avevo mancato per poco quel risultato, e ho sentito di potercela fare. Ho continuato a spingere. A otto chilometri ho acquisito ulteriore consapevolezza, e non mi sono più fermata. Durante la gara ho pensato ad Agnes Tirop. È stato un momento emozionante — era un’atleta di grande talento. Mi sono ricordata che quello era il suo record, e mi sono detta: ‘Se lo batto, dedico a lei questa impresa.’ Non possiamo dimenticarla. Era una leggenda.

A colazione stamattina ho mangiato solo 12 queen cakes e una tazza di tè nero. Tutto qui. Prima di una gara sei nervosa — hai le farfalle nello stomaco — quindi non riesci a mangiare molto. Ma è bastato. La notte ho dormito bene, anche se verso le tre mi sono svegliata pensando fosse ora di andare a correre. Ho controllato l’orologio, ho visto che era troppo presto, e sono tornata a dormire. Non ho sentito pressione. L’ultima volta avevo mancato il record per due secondi — è stato difficile da accettare. Ma oggi ho semplicemente corso la mia gara. E sono felice.

Quando una gara si fa dura, non lascio spazio ai pensieri negativi. Se sento la fatica, cerco di scacciarla. Percepire il pubblico che tifa mi aiuta a dimenticare la stanchezza. Mi fa continuare a spingere, spingere, spingere. Cerco di restare forte. Nella mia testa ripeto: ‘Agnes, no, non fermarti. Continua. Non pensare alla fatica. Sei forte, ragazza. Vai, vai, vai.’ Ai giovani atleti o a chiunque stia cercando di superare il proprio personale: abbiate pazienza. Restate concentrati. Se avete un obiettivo, la disciplina conta. Ascoltate il vostro allenatore, credete in Dio, allenatevi bene — e tutto andrà .

Ora voglio festeggiare. Voglio godermi questo record per tutta la giornata. Stanotte dormirò con una gamba sollevata… e con la scarpa con cui ho corso! Ho usato la Adizero Adios Pro Evo 1 — mi alleno con questa running shoe da tempo a Iten, ormai ci sono abituata. Non ho ancora provato la Adizero Adios Pro Evo 2, ma mi piacerebbe farlo — magari lo farò proprio qui, in Germania. Il mio obiettivo adesso è qualificarmi per i Mondiali. È il mio traguardo principale, soprattutto dopo aver perso le Olimpiadi l’anno scorso. Se Dio vuole, e con un buon allenamento, ci arriverò.”

Agnes Ngetich celebrating the new world record

Non c’è record senza cultura - Al cuore della filosofia adidas Running

Alberto Uncini Manganelli, Global GM of adidas Running and Credibility Sports, e Sam Truax, Global Product Manager Adizero Racing, ci guidano alla scoperta dell’heritage e dell’evoluzione moderna del brand, e nel valore di ogni singolo record

Il campus adidas World of Sport di Herzogenaurach è un parco divertimenti per qualsiasi devoto della corsa, una wonderland applicata alla fantascienza dei materiali, delle forme e delle visioni sportive. Non poteva che nascere e stabilirsi in questo paradiso dell’atletica adidas, l’appuntamento annuale ‘Adizero: Road to Record’: un palcoscenico per gli atleti di punta marchiati ‘three stipes’, riuniti in Germania sia per sfidare i propri limiti, e i limiti dell’umanità, che per festeggia l’identità dell’intera azienda. 

Se le Adizero Adios Pro Evo 2, ultimo gioiello running in casa adidas, sono state l’oggetto polarizzante di queste giornate tedesche, altrettanto si può dire della maestosità atletica della community d’elite adidas, manifestata in particolar modo nel record mondiale stabilito da Agnes Ngetich sui 10km. Immersi nell’ipnotico archivio storico del brand, nel suo costante progresso tecnologico e tra la sua rete globale di atleti, abbiamo avuto l’opportunità di raccogliere i pensieri e le opinioni di due figure cardine adidas. 

Sono Alberto Uncini Manganelli, Global GM of adidas Running and Credibility Sports, e Sam Truax, Global Product Manager Adizero Racing. Le loro testimonianze dimostrano come la strada per i record, oggi più che mai, non sia solo un percorso individuale, ma uno sforzo coordinato, un ideale collettivo e una missione culturale, ispirata tanto dal prodotto, quanto dalla grandezza del fattore umano. 

Adidas Adizero Adios Pro Evo 2
Alberto Uncini Manganelli, Global GM of Adidas Running
Road to Records event 2025
Adidas Adizero Adios Pro Evo 2
Adidas Adizero Adios Pro Evo 2

Alberto Uncini Manganelli - Global GM of adidas Running and Credibility Sports

“Sono un ex calciatore: il running, per me, è nato come parte della preparazione atletica. Era una routine necessaria, non una passione. Anzi, dirò una cosa provocatoria: da piccoli, quando giochi a calcio, la corsa è quasi una punizione. Se fai qualcosa di sbagliato, ti becchi due giri di campo. È così che ti entra in testa, soprattutto quando lo paragoni ad altri sport più "di azione". Il running è fatica, disciplina, non divertimento. Poi smetti con il calcio, e qualcosa cambia. Nel mio caso, correre è diventato un bisogno di benessere fisico e mentale. Una forma di equilibrio. I primi tre o quattro chilometri sono sempre noiosi, lo ammetto. Ma superato quel blocco iniziale, arriva qualcosa di diverso: inizio a stare bene, mi sento meglio, mi alleggerisco. Corro per questo, per stare bene, per poter godermi un piatto di pasta ogni tanto, per ritrovare la mia centratura.

Il mio ingresso nel mondo del running non è stato solo personale, ma ha anche toccato l’ambito professionale. Ho attraversato diverse industry, ma sono sempre rimasto legato allo sport, ed entrando in questa categoria ho iniziato ad appassionarmi a tutto di essa: ai dettagli, alla performance, agli atleti, alle competizioni, ai comportamenti dei consumatori. L’interesse si è fatto via via più profondo. Col tempo, e con il lavoro, è diventato passione. Nel campus adidas si respira questo, e la cultura. Si respira la storia di un brand che ha segnato le tappe fondamentali di una disciplina e che continua a farlo. All’interno del nostro Team, questo continuo scambio tra un passato iconico e un presente orientato all’innovazione e alla performance è fluido, naturale. Lavoriamo sulla performance, sì, ma in realtà lavoriamo su qualcosa di più grande: benefici tangibili per ogni tipo di runner, dall’atleta professionista a chi corre al parco.

Quando una scarpa è davvero significativa, allora sì, a mio avviso entra a far parte della sfera culturale. Un esempio concreto? La Adizero Adios Pro Evo 1. È un prodotto talmente eccezionale che la gente fa la fila di notte per comprarlo. In questi casi, capisci che hai superato il confine della performance, entrando in quello della cultura. Da lì nasce l’evoluzione: abbiamo creato versioni più accessibili come la SL, senza carbon rods, pensata per il runner comune. E quella stessa scarpa inizia ad apparire in contesti diversi, innescando un movimento stilistico e culturale. Queste transizioni non si pianificano. Speri che accadano, crei le condizioni, ma non puoi forzarle. La cultura non si costruisce a tavolino: nasce quando un prodotto è talmente forte da generare qualcosa di straordinario. Per noi, quella scintilla viene dalla performance. È attraverso la performance che si innescano nuovi codici culturali.

Il supporto agli atleti rientra in questa visione. Abbiamo una struttura continua, distribuita nei mercati ma anche centrale. Organizziamo attività con i manager, programmi di sviluppo nei Paesi chiave, attività grassroots, training camp... Road to Records, per esempio, è uno di questi momenti speciali in cui offriamo agli atleti strumenti e temi concreti su cui riflettere: dal recupero fisico alla gestione dei social, dalla preparazione mentale alla cultura della performance. L’evento è nato in pieno periodo COVID, quando non esistevano competizioni. Abbiamo voluto creare un’opportunità per far gareggiare i nostri atleti. Ed è diventato molto più di questo. In 5 edizioni ha riunito atleti, retailer, media, creator, community. Le prime due edizioni hanno raggiunto oltre 100.000 visualizzazioni in live streaming — numeri che a volte nemmeno le grandi maratone raggiungono. Nella prima edizione sono stati battuti tre world record. Nella public race di quest’anno abbiamo superato i 200.000 iscritti. Anche qui, numeri superiori a molte maratone famose. Questo ti dice una cosa chiara: funziona.

E funziona perché è autentico. Perché mette l’atleta al centro. I record non sono il nostro obiettivo in sé, ma sono il risultato del lavoro fatto per creare condizioni ideali per chi gareggia. Per questo, quando un nostro atleta batte un record, è un’emozione straordinaria. Loro fanno tutto: il nostro ruolo è dare loro strumenti per esprimere al massimo il proprio talento. Ogni record alza l’asticella, ridefinisce standard, spinge i limiti dello sport un po’ più in là. E questo, per noi, è essenziale. Non so se in queste ore vedremo stabilire, qui, un nuovo record, magari nessuno, magari tutti. Ma la direzione resta: creare innovazione che spinga in avanti il movimento sportivo. Questo è il nostro DNA. 

Altri brand partono da altri presupposti, tutti validi. Ma il nostro nasce dall’atleta, dalla performance, dal desiderio di servire al meglio chi fa sport. E quando la performance raggiunge i suoi vertici, diventa cultura. Noi siamo uno sport brand, e la cultura che esprimiamo è quella che nasce dallo sport vissuto al massimo. Tutto parte da lì. Dalle scarpe chiodate create per Jesse Owens, dai miracoli di Berlino, dalla prima finale mondiale vinta con le scarpe adidas, da quei momenti in cui un record o una vittoria non hanno solo segnato una parte della storia, ma l’hanno riscritta”

Sam Truax – Global Product Manager Adizero Racing

“In questo momento, il nostro obiettivo resta chiaro: vogliamo essere i più leggeri e i più veloci. Non solo per gli atleti d’élite, ma per chiunque abbia l’ambizione di continuare a spingersi oltre, allenarsi, inseguire un obiettivo che abbia davvero significato. Che si tratti di un nuovo personal best, di un record o di un traguardo in grado di ridefinire il futuro del progetto Adizero, è in quella direzione che vogliamo muoverci. Continuiamo a lavorare a stretto contatto con i nostri team di innovazione per sviluppare nuovi prodotti e portare avanti lo slancio costruito con la linea Pro Evo, affermandoci sempre più come leader del settore e restando fedeli alla nostra missione: creare calzature performance, prima di tutto per gli atleti.

Nei prossimi mesi ci aspettano grandi gare, grandi appuntamenti — qui in Germania e nel mondo. Vogliamo essere presenti al fianco dei nostri runner, continuando a progettare scarpe pensate per loro, e lasciandoci guidare da una strategia che si fonda su tre pilastri. Il primo è chiaro: partire dal runner. Qual è il beneficio concreto per chi corre? Cosa si aspetta da noi? Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia, altrettanto importante: come possiamo offrire ad un runner qualcosa che ancora non sa di desiderare? Mi riferisco a quelle innovazioni che sorprendono, che anticipano bisogni e necessità. In fondo, il nostro approccio ruota tutto attorno a questo gioco di aspettativa e scoperta. Quindi, il secondo pilastro è inevitabilmente l’innovazione: utilizziamo i progressi tecnologici per fornire vantaggi tangibili ai runner. Infine, l’espressione del beneficio — rendere visibile, anche esteticamente, la funzione della scarpa. Pensiamo alla Pro Evo: attraverso la tomaia si vedono chiaramente gli energy rods. È un modo diretto per comunicare cosa fa realmente quel modello. 

Il rapporto tra il nostro Team R&D e gli atleti entra in gioco in momenti diversi dello sviluppo prodotto. Nelle fasi iniziali andiamo direttamente da loro, nei training camp, e portiamo con noi il nucleo del nostro Team, per raccogliere feedback direttamente sul campo. È uno snodo cruciale del nostro processo, forse il più significativo. A febbraio, ad esempio, siamo stati a Iten, in Kenya, dove abbiamo incontrato oltre 30 atleti adidas per confrontarci sulle scarpe future e su dove stiamo andando con lo sviluppo. Ma anche opportunità come quella di questa settimana sono fondamentali: in questi giorni abbiamo qui nel campus circa 120 tra i migliori atleti del mondo. Abbiamo passato ore in piccoli gruppi, facendo rotazioni prodotto, ascoltando cosa amano, cosa non apprezzano, cosa usano davvero e cosa manca nei loro toolkit. Il feedback può arrivare in tante forme, ma quello diretto, sincero, da parte di chi vive la performance ogni giorno, è un vantaggio inestimabile per il nostro processo creativo.

Sviluppare nuovi prodotti è il nostro mestiere — non è certo un segreto. Ma se devo dire cosa mi entusiasma di più, sono gli aggiornamenti che abbiamo introdotto nella linea Evo e nella nuova Adios Pro 4. In particolare, una nuova evoluzione del sistema di energy rods, ormai diventato centrale nel supporto di chi corre. Questa tecnologia ha cominciato a emergere nei primi anni 2020, con l’introduzione — da parte nostra e dei nostri competitor — di elementi irrigidenti rinforzati in carbonio. Ma ciò che ci distingue è la forma: siamo ancora gli unici a usare un design con cinque dita in carbonio, che ricalcano l’anatomia dei metatarsi del piede. È un approccio completamente diverso, che conferisce alla scarpa una rigidità molto specifica, direttamente funzionale alla performance. Tutte le nostre racing shoes, oggi, includono questa struttura a cinque dita in carbonio — ed è diventata una firma del nostro linguaggio innovativo.”


Oscar Matt, la collisione silenziosa tra sport ed estetica

C'è poesia nel modo in cui un corpo si muove su una tavola, nell'acqua, su un campo. Alcuni inseguono un obiettivo, altri una sensazione. Per Oscar Matt è sempre stata una questione di immagine: la consistenza di un momento fugace, l'eleganza di un movimento, la tranquilla bellezza insita nello sport

Molto prima che la moda rivolgesse lo sguardo al calcio, prima che i brand iniziassero a tradurre l'abbigliamento sportivo nel linguaggio delle passerelle, Oscar stava già catturando il ritmo del suo personale viaggio con una macchina fotografica a tracolla, trasformando i suoi viaggi con gli amici - che fosse snowboard, surf o semplicemente amici su una tavola da skate- in qualcosa di estetico, un riflesso del loro comune senso di libertà. Lavorare come fotografo non è mai stato un obiettivo chiaro; nulla è stato forzato. Nessun set o copione. Solo luce, linee ed energia cinetica.

Lo stesso istinto è ancora presente nel suo lavoro di oggi: più raffinato, ma non meno romantico. Dietro l'obiettivo delle recenti campagne di Pompeii, porta in ogni scatto una sensibilità plasmata non solo dalle strade vibranti e dall'estetica di Barcellona, ma anche dalla vita tranquilla delle piccole città di periferia. La sua fotografia si legge come un diario visivo: intimo, immediato e pieno di storie mai raccontate.

In questa attuale ondata creativa - a metà tra la pressione crescente e la passione radicata - Oscar ci ha parlato di stile, calcio, nostalgia e della silenziosa gravità della sua personale arte.

Non si tratta solo di moda: è la morbida collisione tra sport e anima. È la filosofia condivisa da uno dei brand più silenziosamente visionari che orbitano intorno all'immaginario sportivo contemporaneo: Pompeii.

Il lato artistico dello sport

“Non sono un atleta - almeno non nel senso tradizionale del termine, anche se da bambino ho giocato a calcio per molti anni - ma ho sempre pensato che lo sport offra qualcosa che va ben oltre lo sforzo fisico. Ha un ritmo visivo, una coreografia silenziosa... È un'opera d'arte che spesso viene trascurata. A quindici anni ho preso in mano la prima macchina fotografica solo per documentare ciò che mi circondava. Allora il mio mondo ruotava intorno al surf, allo skate e allo snowboard: è stato naturale iniziare a fotografare i miei amici che si muovevano in quegli sport. Oggi sono più coinvolto in progetti legati al calcio, soprattutto perché la moda ha rivolto la sua attenzione a questo sport. Ma le mie radici creative affondano nella cultura più lenta e libera del surf/skate. È lì che ho imparato a “vedere”.

Ho studiato grafica pubblicitaria e conseguito una laurea in interior design, e poi un master in direzione artistica con particolare attenzione sullo still life. Onestamente, molto prima di tutto questo, ero già in strada, macchina fotografica alla mano, a documentare la vita che conoscevo. Era tutto molto istintivo: gli amici, le tavole, il mare, le strade, catturare quei momenti non programmati: quell'estetica rude che, ancora oggi, definisce il mio modo di vedere e creare.

Il mio percorso nella fotografia è stato molto organico. Ho iniziato a scattare con budget molto limitati, a volte per brand di moda, altre persino gastronomici. Poi sono entrato in uno studio di interior design e ho iniziato a fotografare gli spazi che lo studio progettava. Da lì, mi sono buttato a capofitto sulla fotografia e tutto ha cominciato a crescere. In meno di tre anni, sono entrato a far parte di Pompeii come direttore artistico per guidare il rebranding insieme a Cosme Bergareche, e ho scattato per alcuni dei marchi più importanti di Barcellona in quel momento, come Vicio e Nude Project.

Trascorrere le mie giornate fotografando in settori così diversi mi ha dato un ampio spazio per iniziare a formare il mio linguaggio visivo, che vive all'intersezione tra moda, storia e memoria. Oggi lavoro per Pompeii e collaboro con diverse agenzie creative di Barcellona.

Al giorno d'oggi, oltre a scattare, la maggior parte del mio tempo è dedicata alla regia, soprattutto nei panni di direttore creativo durante shooting moda”.

Creatività visuale

“Da Pompeii ricopro il ruolo di Art Director, o più precisamente di Brand Creative Director. Cosme Bergareche, il direttore creativo, è colui che guida la visione e concettualizza il prodotto, le collezioni, ecc. Il mio ruolo viene dopo, nell'interpretazione dei vari drop. A volte il concept non riguarda direttamente il prodotto e altre volte c'è bisogno di costruirgli un mondo visivo intorno, con o senza una chiara narrazione, ed è qui che intervengo io.

La verità è che la moda, a differenza della pubblicità in altri settori, ha una richiesta estetica molto più elevata. In molti casi, la bellezza e l'estetica hanno la precedenza su tutto il resto, e il concept può rimanere più astratto, più sensoriale. Non tutto ha bisogno di una narrazione completa fin dall'inizio.

In Spagna - e credo anche altrove - la maggior parte dei brand di moda non dispone di budget enormi per i propri reparti creativi. Si cresce dovendo essere creativi a 360°. Non c'è spazio per un team completo. Ricordo che i miei primi servizi erano così, dovevo ricoprire ogni ruolo: fotografo, tecnico delle luci, direttore artistico, post-produzione. È così che ho iniziato. Mi chiedevano - “Oscar, abbiamo bisogno di uno shooting fotografico” - io andavo e dovevo fare praticamente tutto.

Quando sono entrato a far parte di Pompeii, le cose sono cambiate. Anche se siamo ancora una piccola realtà, ora posso collaborare - soprattutto nelle produzioni audiovisive - con direttori della fotografia, stylist, produttori, lighting designer di talento. Siamo in un buon momento, con una bella squadra. Tuttavia, voglio sottolineare che, ad esempio, la nostra recente campagna con Kappa è stata realizzata con un team molto piccolo e un budget molto basso, eppure la risposta è stata enorme. È diventata virale. Questo dimostra che non servono grandi budget, ma solo le idee giuste.

Per me la creatività non è un interruttore che accendo o spengo, ma un modo di muoversi nel mondo. Mi lascio guidare molto dalle immagini. I miei pensieri non iniziano con parole o strategie, ma con una sensazione, una inquadratura, una palette colori. Non inizio sempre con un “concetto”, come fanno le grandi agenzie. Spesso parto da ciò che voglio vedere: l'energia, le silhouette, l'emozione dell'immagine. E questo mi piace. Viviamo in un'epoca in cui le persone si connettono visivamente più velocemente che con il testo. L'immagine deve parlare per prima.

In Pompeii siamo costantemente impegnati a bilanciare due forze: la coerenza e la viralità. L'ideale è trovare una via di mezzo: qualcosa di autentico, ma che possa avere risonanza. Ecco perché ammiro l'autenticità di fotografi come Quentin De Briey o Miguel Triano. Portano questa cruda onestà nei loro lavori di moda. Non si sentono mai forzati. È questo che amo: quando tutto sembra vero, onesto. Quando sembra vita vera, non pubblicità. Quando sembra qualcosa che abbiamo vissuto e che abbiamo semplicemente scattato”.

Calcio, stile e Barcellona

“Anche se ho parlato di skate e surf, per assurdo ho giocato molto a calcio quando ero bambino. Mio padre era il presidente del club della nostra città e ne ho fatto parte fino a 21/ 22 anni li. Dal punto di vista creativo, però, il calcio non mi ha mai ispirato”.

Per quanto riguarda l'attuale ondata in cui moda e calcio si incrociano, i brand stanno coltivando una visione dello sport più estetica, che autentica. Raramente si tratta di veri tifosi sfegatati o dell'energia viscerale della cultura degli stadi. Quello che si vede ora è una reinterpretazione stilizzata. Certo, alcuni calciatori hanno stile -Jules Koundé, per esempio - ma non tutti rientrano in questo schema. Molto di ciò che viene prodotto è guidato più dalla narrazione che dalla realtà.

Non sono nato a Barcellona, sono cresciuto in un piccolo paese e ho trascorso molto tempo in viaggio con gli amici, di solito in luoghi dove potevamo fare snowboard o surf. È ancora così che vivo. Mi divido tra il mio paese, Madrid e Barcellona, finché non riesco a scappare in spiaggia o in montagna. Di nuovo, l'intersezione tra snowboard, surf e stile urbano ha plasmato il mio linguaggio visivo come nessuna università avrebbe mai potuto fare. Se avessi studiato fotografia in una delle migliori scuole, senza aver mai toccato una tavola, sono sicuro che il mio lavoro sarebbe diverso.

Barcellona mi ha decisamente influenzato. Per molto tempo ho lavorato solo lì. Ha un'estetica genuina e bohémien, senza filtri, piena di carattere. Madrid, invece, è più curata, molto più classica. C'è una diversa pressione sociale: a Madrid devi apparire in un certo modo, devi vestirti “correttamente”. Onestamente, non avevo mai sentito questa pressione estetica prima di lavorare a Madrid, nemmeno a Parigi. Sono sempre stato più attratto dall'energia di Barcellona anche per questo motivo: meno perfezione, più personalità. Anche se, ci tengo a specificarlo, Madrid rimane una città perfetta in cui vivere”.

L'estetica di Pompeii

“È incredibile quanto la gente sia profondamente legata al calcio oggi. Dieci anni fa, non era esattamente 'cool' essere degli appassionati. Certo, io e i miei amici ci riunivamo in terrazza per guardare le partite del Barça con qualche birra, ma era un rituale, qualcosa di intimo. Ora? È ovunque. È mainstream. Socialmente accettato. Alla moda.

Pompeii ha sempre avuto un piede in questo mondo. Cosme e Jaime, i fondatori, sono veri appassionati di calcio. Con la nostra crescita, è cresciuta anche la nostra identità. Ora abbiamo una chiara percezione di ciò che si adatta al nostro tone of voice: sappiamo cosa funziona, cosa non funziona e fino a che punto possiamo estendere l'estetica senza perdere il filo.

Questo cambiamento culturale ha aperto molte porte creative. Lavorare con le squadre di calcio oggi permette di avere più spazio per l'espressione, più connessione con ciò che accade nella moda e nella cultura giovanile. Marchi come KidSuper o Acne Studios stanno reimmaginando il calcio in modi elevati: eleganti, un po' eccentrici, pieni di emozioni. Sono in sintonia con questo. Allo stesso modo, con Pompeii siamo intenzionati a non seguire il gregge. La scena è satura di riferimenti riciclati, di nostalgia su nostalgia. La gente vuole qualcosa di diverso: nuove forme, nuove texture, nuove storie.

Questo è stato l’obiettivo alla base della nostra collaborazione con il Racing de Santander. Il risultato è stato bello e sorprendente, inoltre era esattamente quello di cui avevano bisogno i tifosi stessi. La campagna video è stata abbastanza provocatoria e in 48 ore ha avuto oltre un milione di visualizzazioni su tutte le piattaforme. Questo dimostra quanto Il mondo del calcio sia enorme.

Tutto ciò è avvenuto subito dopo una campagna con il Ceuta, un club multiculturale di una delle città autonome spagnole nel Nord Africa. Ceuta è affascinante. La sua energia e la sua gente mi hanno lasciato senza fiato. È un luogo curioso, circondato da confini su tutti i lati. Sembra quasi un sogno e la città ha una forza culturale infinita. Quel progetto ha attirato molta attenzione e il Racing si è messo in contatto con noi poco dopo.

Con il Racing di Santander volevo che le immagini riflettessero l'anima della città. Una parte è stata girata a La Magdalena: uno splendido palazzo che, stranamente, non era mai stato utilizzato per una campagna. Era lì che aspettava di essere scattato. L'altra parte è stata girata al Club Nautico, un luogo che definisce lo stile di vita e il legame della città con il mare. Gli abitanti di Santander hanno un'eleganza discreta. Non hanno bisogno di gridare per essere visti, e questa moderazione, questa tranquilla sicurezza, riflette molto di ciò in cui crediamo in Pompeii. La campagna è diventata un modo per collegare visivamente il club, la comunità e l'abbigliamento”.

La pressione crea diamanti

“La crescita porta pressione, ma il tipo di pressione che ti spinge a migliorare. Tengo molto alla community che abbiamo costruito. Il nostro pubblico si estende ormai a milioni di persone, eppure sento Pompeii come ancora qualcosa di intimo, un neonato. Sono emotivamente legato al progetto, ai fondatori, al percorso. La pressione che sento non viene dall'esterno, ma è interna. È la responsabilità di continuare a creare cose non solo belle, ma anche significative.

Detto questo, mentirei se dicessi che a volte non mi chiedo se sto dedicando troppo di me stesso al lavoro. Ci sono progetti personali che ho dovuto accantonare. Sia chiaro, non sono infelice, anzi, tutt'altro, ma mi manca quel lato più artistico, senza filtri, senza scadenze o briefing. Forse un giorno tornerò a riviverlo. Magari quando avrò 50 anni. O anche prima.

A volte fantastico sul prendermi una vera pausa. Mollare tutto, trasferirmi in Islanda per vivere con un vecchio islandese in una fattoria di cavalli e passare due anni a girare un documentario: lento, tranquillo. Qualcosa per resettare tutto. Qualcosa di egoistico, nel senso migliore del termine.

La realtà è che l'industry creativa non si ferma. Se ti allontani, anche solo per un po', il ritmo può lasciarti indietro. Si perde la connessione con il presente: le tendenze, le conversazioni, il linguaggio del momento. E questo mi spaventa.

Resto profondamente grato. C'è stato un momento della mia vita in cui ho sognato di fuggire dalla frenesia, di avere un'esistenza molto più semplice. In qualche modo, però, sono sempre finito per tornare a costruire ciò che sto facendo ora. Sono esattamente dove volevo essere: mi godo la vita, forse troppo velocemente, ma me la godo. Onestamente, in questo momento, non riesco ad immaginare di abbandonare tutto ciò”.


Il multiverso artistico di una b-girl, Agne

Siamo entrati nel fervido immaginario della 2 volte vincitrice del Red Bull BC One Italia, nonché neo ambassador dell’evento, scoprendo le sue prospettive e il suo rapporto con il breaking

“Tutto ciò mi ricorda il super-realismo di un cartone animato”. Michael Holman, writer, musicista e conduttore del celebre programma radiofonico Graffiti Rock, definiva in questo modo l’arte del breaking. Una dimensione di mezzo, sospesa tra la libertà espressiva di figure e forme immaginarie, e la potenza di emozioni reali, per certi versi totalizzanti, per altri destabilizzanti, per altri ancora illuminanti. 

Il breaking di Agnese Quinti, in arte Agne, pare il riflesso di tutto questo: il frutto di un flusso di coscienza radicato, da sempre, nell’hip hop, e in una disciplina in costante equilibrio tra sport e arte. In questa intersezione, b-girl Agne ha trovato il proprio ritmo esistenziale e la propria linfa vitale. 

La due volte campionessa Red Bull BC One Italia, e ambassador dell’evento che si terrà questo weekend a Firenze, fa più che raccontare, rivela senza filtri e con la semplicità di un'eclettica rara, la sua atipica miscela di conoscenza storica, rispetto culturale e progresso avanguardistico, realizzato pienamente solo attraverso il costante ritorno alle origini.

La sua testimonianza è un’ode al breaking contemporaneo, e alla sua rivoluzione femminile in atto. 

Partiamo dall’epifania. Da quella gita scolastica a Roma e il colpo di fulmine con un gruppo di breaker che stavano performando in strada. Guardando indietro, quali sono stati i dettagli, i messaggi che hanno catturato i tuoi occhi e la tua immaginazione in quel momento? 

“In pratica, ero già invasa dal mondo dell’hip hop. In casa si respirava solo quello. Appena ho visto questo Street show, come si dice in gergo, ho detto, OK, questa è la mia roba: è quello che vivo tutti i giorni concretamente. Io vivevo tramite la musica. Era una dimensione astratta, perché non puoi concretizzare la musica. Ma mi circondava sempre. Lì è nata la mia esigenza di ricerca continua. Quindi, ogni volta che qualcuno mi chiede ‘quando hai iniziato?’, io non so mai cosa rispondere… La verità è che non c’è stato un vero inizio. È qualcosa che ho sempre fatto, che c’è sempre stato. L’hip hop mi accompagna in modo naturale. Nel tempo mi ha guidata nella vita, soprattutto durante il periodo del Covid. In quei mesi è stato una presenza costante, un terapeuta—davvero, l’hip hop è stato il mio psicologo.

Credo che abbia avuto un’enorme influenza su di me, anche perché io sono una persona molto attratta dall’arte in tutte le sue forme, dall’espressività umana in generale. Che si tratti di come ci si veste, di dipingere, creare, colpire… Per me l’arte coincide con un atto di espressione personale. In primis io cerco, attraverso ciò che faccio, di creare qualcosa. E questo nasce grazie all’hip hop, a quello che riesce a darmi anche in modi contraddittori. A volte mi suscita emozioni forti, persino di rifiuto. Ci sono giorni in cui mi dico che dovrei staccare. Certe volte il breaking può diventare soffocante. Ma è proprio in quella complessità che trovo la sua forza”

Hai sempre detto che la tua famiglia ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione di questa tua passione. Puoi raccontarci quanto il background musicale e l’approccio al mondo della tua cerchia familiare ha inciso, e continua ad incidere, nel tuo percorso artistico-sportivo? 

“Parto dall’inizio. I miei genitori—sia mia madre che mio padre—sono sempre stati le pecore nere delle rispettive famiglie, almeno riguardo lo stile di vita. Erano persone totalmente fuori dagli schemi, super all’avanguardia, completamente lontani dai canoni tradizionali delle rispettive famiglie. Ci ritrovavamo sempre in salotto, insieme a mia sorella, e ascoltavamo di tutto: Missy Elliott, Beastie Boys, Giuliano Palma… Erano altri tempi, ma c’era una vibrazione speciale. Mio padre condivideva sempre messaggi pieni di energia...

C’era quel casino meraviglioso—quello bello, pieno di vita, che ti resta dentro. Ho un ricordo vividissimo di me che salto, ruoto, ballo nel mezzo del salotto… ma non ero solo io a muovermi. Era come se tutto attorno a me danzasse. Ogni cosa vibrava, si muoveva insieme a me. Ancora oggi, quando ballo—quando vado a fare battle o mi esibisco—tutti mi dicono che sembro spensierata, come se fossi assorta nel nulla. La verità è che in quei momenti sto cercando una connessione. Sto rincorrendo le sensazioni di un tempo. Guardo nel vuoto, ma dentro vedo tutto che si muove. Può sembrare che sia scollegata, ma in realtà è il contrario: è una connessione profonda, prima con me stessa… E poi con tutto il resto”

Restando su questo tema: la scena grossetana, in particolare quella all’ombra di Palazzo Cosimini, quanto ha influenzato il tuo DNA di breaker? 

“Noi la chiamiamo ‘Standa’. Ancora prima che nascessi, era un luogo frequentato da b-boy e b-girl. Un tempo lì c’era proprio un supermercato, ‘Standa’ per l’appunto, e da lì è rimasto il nome. Sono cresciuta, a livello di breaking, all’interno di scuole di danza. Ho iniziato nel lusso totale, perché prima nemmeno sapevo dell’esistenza di posti come la ‘Standa’. È successo tutto grazie al mio insegnante. Ha voluto instradarmi nella vera storia, nella cultura. Era molto legato agli aspetti culturali dell’hip hop, riteneva importante che capissi le radici di ciò che facevo. Quel posto non aveva nulla. Letteralmente nulla. Solo un angolo, con una colonna nel mezzo. Eppure, per me è subito diventato un parco giochi. Quel nulla si è trasformato in tutto.

Durante il Covid, ho smesso di ballare nelle scuole. Dovevo trovare la mia strada. È stato un rischio enorme, in un momento in cui non si poteva fare niente. L’unico spazio possibile era l’aria aperta. La Standa è diventata il mio punto di riferimento. Ci andavo cinque giorni su sette. Mi allenavo lì. E lì ho cominciato a costruire quello che sarebbe diventato il mio personaggio: il mio ‘io’  interiore. Tutto ruota attorno all’espressione. In quell’angolo diviso da una colonna colonna, ho capito quale fosse il mio modo di esprimermi. Ora, prima di salire sul palco, mi ripeto ogni volta: “Immagina di essere lì”. Perché è da lì che tutto è partito.

Purtroppo, non lo frequento più come prima. Nei periodi estivi ci vado, ma ho anche la fortuna di poter utilizzare una sala—la stessa dove insegno. È bello vedere che, piano piano, le persone intorno a te iniziano a riconoscere il tuo valore e ti aiutano a coltivare una passione. Alla ‘Standa’ non era così, ci davano la colpa di tutto. Se si rompeva qualcosa, era colpa nostra. Se il pavimento era sporco, la colpa era nostra. Quello che molti non sanno è che ogni lunedì mattina, eravamo noi a pulire quello spazio con secchio, acqua e straccio… Quella era casa. E la trattavamo come tale”

La tua storia, in un certo senso, incarna perfettamente lo stato attuale del breaking: una disciplina sospesa tra due mondi. Da un lato, c'è il processo di sportivizzazione, che sta questa disciplina sempre più all’interno di contesti istituzionali. Dall’altro, resta fortissimo il legame con la cultura underground, con la strada. Come vivi questa dimensione ‘di mezzo’? 

“È una bella riflessione. In effetti, sotto questo punto di vista paragono il breaking a discipline come il karate. Ho un amico che lo pratica e ricordo quando mi disse: ‘Andrò alle Olimpiadi, ora il karate è uno sport olimpico!’. Secondo me, sta succedendo qualcosa di simile anche con il breaking. Personalmente, continuo a considerarlo più una disciplina, che uno sport nel senso stretto del termine. Sono contenta, però, che stia cominciando a venire percepito anche come tale, specie dal mondo esterno. Perché? Perché questa apertura crea nuove opportunità: a livello di visibilità, di crescita personale e professionale. E, soprattutto, apre prospettive sul futuro.

Certo, all’inizio può essere frainteso—come succede con ogni novità. È normale che stia venendo incasellato in categorie che, magari, non gli appartengono del tutto... Ma non lo vivo con fastidio. Anzi, se una persona lo definisce ‘sport’ perché non conosce a fondo la cultura su cui poggia, lo capisco. È semplicemente una questione d’ignoranza, nel senso più neutro e innocente del termine.

Ogni nuovo sguardo è anche nuova possibilità di racconto. Anche per questa ragione sono davvero felice che il breaking sia entrato nel circuito olimpico. Questo passaggio ci ha dato un palcoscenico unico, ma anche tante opportunità concrete—soprattutto lavorative, che sono fondamentali per chi vive di questa disciplina. Mi piacerebbe tantissimo intraprendere quel percorso. Voglio puntare a Sydney 2032 (nel 2028 il breaking non sarà presente alle Olimpiadi di LA ndr). Anche se sarò un po’ più grande, sento che potrebbe rappresentare un momento simbolico fortissimo. Non tanto una fine, quanto una specie di ‘chiusura del cerchio’.

Mi piace molto l’immagine del cerchio. Per me non rappresenta qualcosa di chiuso, di finito: è un simbolo che continua a muoversi, che evolve. Quindi, un’Olimpiade sarebbe una chiusura, certo, ma anche l’inizio di qualcosa di eterno. Quando raggiungi certi traguardi, certe vette, entri a far parte della cultura in modo profondo—diventi quasi ‘immortale’. È questo che mi affascina più di tutto di questa disciplina: sapere che, in qualche modo, resterò sempre lì, in quella figura che ho costruito, nel personaggio che ho formato allenandomi giorno dopo giorno, anche in posti come Palazzo Cosimini. Il micro-linguaggio del breaking—i suoi codici, i suoi simboli—vivranno per sempre. E con essi, anche chi li ha interpretati”

“L’Hip hop ha influenzato la mia vita, riesco a vedere arte anche in mezzo alla monotonia”. Che tipo di lente artistica senti ti abbia trasmesso questa cultura musicale? E che arte tendi a vedere nella monotonia del quotidiano? 

“La risposta è che vedo il gioco in tutto, in ogni cosa. Per me, il gioco è una forma d’arte a sé stante. Giocare è interagire, entrare in relazione con ciò che mi circonda... Ho provato a trovare una categoria, un’etichetta, una forma concreta da dare a questa mia inclinazione… Ma non l’ho ancora trovata. So solo che il gioco, lungo la mia maturazione, è tornato ad essere arte. E questo ha cambiato tutto.

Prendiamo i miei amici, per esempio—tantissimi, soprattutto nella mia città—che non hanno la minima idea di cosa io faccia davvero. Non sanno cosa sia il breaking, non conoscono il mondo da cui provengo… E va benissimo così, perché a volte è bello poter staccare da tutto. Quando ci ritroviamo, magari per una settimana bianca, mi lascio andare. Sulla neve ballo, faccio verticali, cose senza senso. Loro restano sconvolti, spiazzati: per me è naturale. È come se la neve mi chiamasse a giocare, invitandomi a ritrovare quella parte infantile che mai, realmente, ho voluto perdere. È così ovunque: vedo un palo e inizio ad arrampicarmi, oppure ci parlo come fosse un personaggio. Ogni piccolo oggetto può diventare un alleato, un complice. Uno scalino, un marciapiede diventano traguardi, tappe di un unico viaggio, che chiamo espressione. Non mi fermo dove si fermerebbe chiunque. Io gioco. E quel gioco mi dà soddisfazione. 

Ovvio, spesso mi chiedono cosa stia facendo. Non so cosa rispondere. È un impulso, un’esigenza. Poi, c’è la musica… Quella è costantemente nella mia testa. Quando cammino per strada, i rumori diventano beat, mi entrano nel corpo. Mi viene voglia di trasformare ogni suono in movimento. Parlo di un qualcosa di più profondo, di più complesso. Sembra una follia. E forse lo è. Questo maledetto breaking e l’altrettanto maledetto hip hop sono diventati una dolce malattia: ma ne sono felice, perché riesco a divertirmi anche nella monotonia. Riesco a trovare dossi, colline, curve in una pianura apparentemente uniforme. Ed è meraviglioso. Veramente”

“Sono in costante ricerca con il mio breaking, prendo molta ispirazione dagli ‘errori’ e dai movimenti innaturali”. Che cosa stuzzica e alimenta la tua ricerca di bgirl? E che cosa vuoi esprimere attraverso la tua interpretazione dello spazio e del movimento? 

“Mi lascio ispirare. Tutto ciò che creo nasce da un momento di flusso, da qualcosa che esce completamente dagli schemi. Un attimo di follia, quello che per molti può sembrare un errore. Io chiamo ‘errore’ o caduta’ proprio quel momento di libertà assoluta. Perché quando ti lasci trasportare dalla forza di ciò che stai facendo, entri in uno stato dove non capisci più nulla, dove agisci d’istinto. Può capitare di cadere. Ma quella caduta, che da fuori viene letta come uno sbaglio, è in realtà il momento più autentico e prezioso. È qualcosa di profondamente tuo.

Qualche anno fa, riguardando i miei video, dicevo: ‘Questa cosa non mi piace, devo sistemarla perché tutti la fanno in un modo, ed è più bello.’ Poi ho iniziato a comprendere: se in quel flusso, in quel freestyle, in quel momento d’improvvisazione, la mia mano si è mossa in quel modo, allora è perché quella è la mia firma. Così, ho iniziato a ricercare la posizione, la ‘follia’ che avveniva una volta su mille. Ho lavorato per farla diventare mia. E ho iniziato a preferire la rappresentazione alla perfezione. Oggi adoro notare questi dettagli: una mano leggermente storta, un piede un po’ più alto... Sono segni distintivi. Non copie. Sono il risultato di un lavoro profondo sul proprio corpo, su ciò che davvero ti appartiene. 

Il nostro corpo dovrebbe rivelarci il modo giusto. Spesso, per insicurezza, tendiamo a copiare, a riproporre forme già viste, già validate... Ma una tua brutta forma, domani potrebbe essere la cosa più bella del breaking. O potrebbe ispirare qualcun altro. È qui che il breaking diventa magico e pericoloso allo stesso tempo: è un’arte che cambia, in continuazione. Quello che oggi funziona, domani può sembrare obsoleto. E viceversa. Ma è da questo processo che scaturisce la sua ricchezza. Bisogna avere il coraggio di tornare con qualcosa di ‘brutto’, d’imperfetto, che magari oggi non piace… Ma domani diventa un trend. Oggi, in fondo, tutto ruota attorno a questo. Quindi, crea il tuo trend. Vivi nel tuo trend. Se sei tu il primo a crederci, a valorizzarlo, a portarlo con convinzione… Allora stai già dando un senso a tutto”

Nel tuo profilo si nota una forte ricerca estetica degli spazi, non solo dei gesti. Allo stesso modo, esce un’apertura verso il mondo fotografico. Come entrano nella tua vita, e nel tuo percorso da b-girl, filoni artistici paralleli, come la fotografia, l’architettura, il fashion?

“La passione per la fotografia nasce da uno shooting improvvisatissimo. Era tutto un gioco, anche in quel caso. Una mia amica fotografa mi ha semplicemente chiesto di divertirmi. Grazie a lei mi sono appassionata. Mi ha insegnato che nella fotografia non conta solo il soggetto, ma la relazione: il flusso che si crea tra te e chi ti scatta. La foto non è mai solo il risultato di un’immagine, è interazione. Nelle sue parole, “la magia nasce solo quando fotografo e soggetto s’incontrano nel mezzo”. Anche se, devo ammettere, il suo vero insegnamento è stato: “Fai quel cazzo che ti pare”. Un insegnamento liberatorio… 

Sono iniziati ad arrivare anche dei lavori: da piccoli shooting per negozi di abbigliamento a progetti più grandi, fino a Red Bull, un legame nato grazie al legame con Mauro Puccini, con cui avevo già collaborato per la rivista Weave. Lavorare con lui è un piacere, perché sta continuando ad alimentare in me questa passione visuale. Tesimonianze come la sua mi hanni insegnato a guardare la città in modo diverso. L’urban, la strada, l’architettura… oggi li vedo come design. Ogni muro, ogni angolo, può diventare parte di una composizione visiva. Questo ha influenzato profondamente anche il mio modo di danzare. Alla fine, tutto è collegato. Corpo, spazio, luce. Tutto può essere una scena. Basta saperla vedere”

Parlaci del tuo scintillante percorso Red Bull, che ti ha visto prima rappresentare l’Italia nel mondo e, poi, diventare ambassador Red Bull BC One. Quali sono le principali diapositive fisse nella tua mente? E com’è cambiata la tua vita?

“Cerco di restare con i piedi per terra, rimanere nel mio. So che tecnicamente sono cresciuta, ma dentro continuo a vivere tutto in modo semplice. Ho sempre guardato il mondo Red Bull da fuori. Quando ho iniziato a ballare, attorno al 2013, nemmeno sapevo che esistesse il Red Bull BC One. Guardavo gli sport invernali su Red Bull TV con mio padre, e una sera per caso ho trovato la World Final in diretta. Da lì, è diventato un appuntamento, anche per le edizioni nazionali: ordinavo la pizza e le guardavo con i miei genitori. Mai ho pensato di partecipare. Non era nei miei piani. 

I capitoli successivi del mio rapporto con Red Bull sono una storia: nel 2023 inizio l’università, e ho un po’ più di tempo. Mio papà scopre che le selezioni italiane del Red Bull BC One sono aperte, e mi dice che vorrebbe portarmi a quelle di Bari. Ero terrorizzata. Non facevo battle da un po’, avevo quasi smesso ed ero concentrata su ben altro, ma l’ostinazione di mio padre mi conduce sul floor Red Bull. Supero le selezioni e vado alla National Final, ripetendomi che, in fondo, avevo già vinto. Nemmeno volevo esserci... Decido di divertirmi, di giocare, di ballare per davvero. E va benissimo. 

Dopo quella vittoria, però, fatico nel sentirmi all’altezza. Difatti, alla seguente World Final di Parigi va malissimo. Cado in un vortice di monotonia. Sento il bisogno di ritrovarmi. Per descrivere quel momento, mi piace fare il paragone con un cane: da cucciolo è bellissimo, poi arriva la fase in cui è tutto sproporzionato, bruttino, poi cresce ancora, e diventa qualcosa di bellissimo. In quel periodo, ero nella fase di mezzo. A febbraio 2024, dal nulla scoppio a piangere con mio padre. Due mesi dopo, succede qualcosa. Durante una battle a Grenoble, lo chiamo e gli dico: ‘Babbo, ho capito’ Lui mi risponde, ‘Cosa hai capito?’ e io: ‘Non so cosa, ma sì, ho capito’. Torno in Italia, e due mesi dopo arriva la rivincita. 

È come se avessi vissuto di nuovo il mio primo anno, ma con una fame diversa. L’anno prima avevo vinto vivendo tutto con leggerezza, quasi senza aspettative. Questa volta, volevo dimostrare qualcosa. A me stessa, non agli altri. Lo faccio per me, come forma di ‘salvaguardia mentale’. Mi sono detta: ‘Voglio vincere, e voglio anche avere il coraggio di dirlo’. E ho vinto di nuovo. Ricordo la prima cosa che mi ha detto mia madre, abbracciandomi in lacrime: ‘Allora sei forte!’. È in momenti del genere che capisci il valore del tuo nucleo, della tua storia. Con me c’erano anche altre persone importanti, come Alessandra - Alessandrina, che grazie al Red Bull BC One è diventata una mia grande amica. È stato magico”

Hai dichiarato che, nella nuova generazione del tuo sport, stai vedendo sempre più ragazze farsi avanti. Quanta importanza ha in ciò che fai la promozione di questo shift culturale? E quali sono, in generale, i tuoi obiettivi nel breve e lungo termine come b-girl? 

“Sono super-proud del girl power. E sono anche super felice di vedere che il livello femminile sta crescendo tantissimo. Mi dà carica vedere i ragazzi che iniziano a nutrire un po’ di timore. Recentemente, ho deciso di gareggiare in una gara open, contro uomini. È stato il mio primo evento open in Italia dopo tantissimi anni, l’ultima volta ne avevo 8. Sono arrivata seconda su 35 partecipanti ed ero l’unica donna. È stata una sensazione forte, perché loro mi hanno affrontata con rispetto, senza sminuirmi. Mi sono sentita davvero sullo stesso piano, è stato potente da vivere.

Parlando di obiettivi, ovviamente uno dei miei sogni è tornare alla World Final Red Bull, questa volta con più esperienza. La scorsa volta non avevo un bagaglio internazionale solido. Ora invece, grazie a Red Bull, parteciperò per la prima volta a The Notorious IBE Live—un evento che ho sempre sognato. E tornerò anche ad Outbreak, accompagnata da Red Bull BC One. In questi eventi vorrei arrivare almeno in Top 8 o in semifinale. Finora sono sempre rientrata tra i Top 16, ma sento che posso spingermi oltre. Poi c’è il sogno più grande: uscire dalla comfort zone italiana e portare il mio “fuori”. Far vedere il mio modo di essere anche all’estero, con autenticità. Sto imparando a farlo, poco a poco. Poi, ovviamente, il sogno olimpico resta il grande traguardo a lungo termine. 

Un altro grande obiettivo è entrare nel mondo degli show e delle esibizioni, magari anche in contesti di moda e sfilate. Ho fatto una performance con Nike insieme ad altre ballerine, fuori dal mio stile, e l’ho trovata un’esperienza incredibile. Mi piace assistere alla sinergia tra chi danza, quell’energia collettiva che nasce, solamente, quando ci si muove insieme. 

Vorrei portare avanti anche questo filone, unendolo a quello accademico, dove mi sto laureando in scienze motorie. Un giorno vorrei aprire una mia scuola. Non una scuola qualunque: una scuola basata sul gioco, sull’espressione autentica. Un luogo dove si insegna con il cuore, senza schemi rigidi. La laurea mi garantirà un focus specifico sulla preparazione atletica applicata al breaking. Ma non voglio fermarmi a questo. Vorrei studiare anche altri stili: danza classica, moderna, latino-americano… Voglio capire il corpo del ballerino in ogni sua forma e aiutare ogni performer a funzionare al meglio. Nel proprio stile. Nella propria verità”

Credits

Agnese Quinti

Red Bull BC One

Red Bull Italia

Photo Credits

Red Bull Content Pool/ Mauro Puccini

Editor

Gianmarco Pacione

 


Tenerife Bluetrail – L’isola sotto i piedi, il cielo negli occhi

La Tenerife Bluetrail è molto più di una gara di montagna: è un pellegrinaggio moderno tra gli estremi di un’isola che sfugge a ogni definizione

Ci sono luoghi che non si attraversano soltanto con il corpo, ma che si lasciano scivolare dentro, centimetro dopo centimetro, come una corrente calda che plasma i sensi. Dalle spiagge assolate della costa sud, fino ai 3.718 metri del vulcano Teide, per poi precipitare tra le ombre fresche dei boschi del nord, la Bluetrail è una sinfonia di contrasti. 

La fotografia di Sofia Blu Cremaschi ci accompagna in questo racconto, con lo sguardo attento di chi sa riconoscere il senso nei dettagli: un'ombra tra i sassi, un’esplosione di ginestre, un volto segnato dalla fatica. Questa gara, come quest’isola, non si lascia mai davvero alle spalle, comunica questo reportage. Porti entrambe con te, nella pelle e nei muscoli, nel cuore e nella memoria. 

La lente si fonde con Nicolo, Andrea, Davide e Bianca, e rivive una settimana di attimi sospesi nel tempo, nel fruscio dei pini, nelle curve ripide dei Barranchi, nel grido lontano dell’oceano.

L’impresa più dura è stata quella di Davide Dicorato, che ha affrontato la regina delle gare: l’Ultra Trail da 110 km. Partito da Los Cristianos, ha attraversato l’isola in diagonale fino a Puerto de la Cruz, scalando il Teide e resistendo per 17 ore, fino a tagliare il traguardo. Un viaggio estremo, intimo, fatto di silenzi e determinazione, come ci racconta lui stesso.

"Ultra Running è molto più di una semplice sfida fisica; per me è un vero e proprio viaggio introspettivo. Ogni passo, ogni respiro mi permette di entrare in contatto profondo con me stesso, esplorando non solo i miei limiti fisici, ma anche quelli mentali ed emotivi. È un’occasione per riflettere, per fare il punto sul mio cammino, e questa ricerca interiore si riflette poi anche nel mio lavoro artistico. L’ultra trail diventa così un’esplorazione delle mie capacità, che non solo mi spinge oltre nella corsa, ma mi arricchisce anche nel personale percorso espressivo. È come un ritorno alle origini, quando il mondo non era ancora invaso da auto e comfort, e la fatica era l’unico mezzo per raggiungere l’obiettivo, ma anche la via per una connessione più profonda con ciò che siamo davvero.”