Cavalieri e armature, il football in Francia

A Vannes, piccola cittadina Bretone, il football americano è una battaglia medievale

Cavalieri in armatura, caschi che si scontrano, slang inglese… Il football americano è più di uno sport di contatto, lo sappiamo, è un battaglia contro noi stessi e contro gli avversari, è uno scontro incessante, che richiede spirito di squadra, forza mentale e preparazione fisica.

Nello spogliatoio ci prepariamo, ci vestiamo, come prima di una battaglia medievale: caviglie, polsi, teste. La musica ci carica, ci lancia a gran voce verso il prato verde. Dipingiamo le nostre guance di nero, in fondo è una guerra e non ci tireremo indietro.

I Mariners di Vannes sono pronti per iniziare la stagione in questo sabato sera invernale. Dovranno vincere otto partite per raggiungere i playoffs nazionali.

L’obiettivo in questo momento, però, è solo uno: scendere in campo, trovarsi faccia a faccia con il nemico, osservare la palla pigiata a terra, pronta ad essere lanciata nei cieli francesi.

In questo reportage vi presentiamo il viaggio di Maxime Le Pihif all’interno del football americano nella cittadina francese di Vannes.

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Maxime Le Pihif

IG  @maxjs7
WEB maximelepihif.com


Un cuore da corsa

Jamie Snowden, fondatore ed allenatore del Jamie Snowden Racing, rivela lo sforzo necessario per preparare un cavallo a gareggiare. “Dall’alba fino al tramonto, e oltre. Trecentosessantacinque giorno all’anno. Diventa il tuo stile di vita”.

Tutto per questo momento. Tutti quei mesi ad alzarsi presto la mattina, con la nebbia ancora bassa sui campi, a guardare dalla Jeep il respiro dei cavalli raggiungere la prima luce. Tutto per questo momento. Non appena il giudice di gara abbassa la bandiera, migliaia di cuori salgono in migliaia di gole. Per le prossime due o tre miglia gli zoccoli martelleranno la terra, trascinando con sé le speranze di fantini, allenatori, proprietari e tifosi. In vernacolo, il suono che si sente è descritto come un ‘tuonare’ di zoccoli. Ma il tuono non scuote la terra come lo fa il passaggio dei cavalli da corsa. Il tuono non vede decine di migliaia di persone radunarsi negli ippodromi con i loro abiti migliori. Nessuno scommette su un tuono. No, questo suono è un tuono proveniente dall’interno, un cuore che pulsa più veloce di quanto non abbia mai fatto prima, un ritmo cardiaco impennato dallo spettacolo di un cavallo, il tuo, che corre contro i suoi rivali.

Ma gli spettatori che affollano il Cheltenham Festival, a dirla tutta, vedono solo metà della storia. Jamie Snowden, fondatore ed allenatore del Jamie Snowden Racing, rivela lo sforzo necessario per preparare un cavallo a gareggiare. “Dall’alba fino al tramonto, e oltre, trecentosessantacinque giorni all’anno. Diventa il tuo stile di vita”. Lo descrive così. Va a cavallo sin dalla giovane età, Jamie. Si prese un anno sabbatico dopo la scuola, che trascorse a gareggiare in tutto il mondo, e poi si iscrisse alla Royal Military Academy, a Sandhurst. L’idea fissa nella sua testa, però, era addestrarli, i cavalli. “La pienezza che provo nell’allenare un vincitore è ben più grande dell’ebbrezza che provo nel cavalcare un vincitore”, dice. Per quel fremito si è messo in proprio nel 2008, dopo aver lavorato con Nicky Henderson e Paul Nicholls, entrambi grandi nomi nel settore dell’allevamento di cavalli. Aveva un destriero e un dipendente. Oggi allena quaranta cavalli e conta quattordici membri nello staff.

“Facciamo parte del mondo dello spettacolo”, dice. “Quindi dobbiamo assicurarci che i proprietari si divertano”. I proprietari dei cavalli da corsa sono coinvolti in ogni fase del processo, osservano i progressi del cavallo, decidono le tattiche, chiacchierano con il fantino e poi guardano dagli spalti il giorno della gara. A fine gara Jamie si rilassa con un drink in compagnia dei proprietari. “Se si vince, si beve champagne”, sorride. Con un montepremi di quasi 4,6 milioni di sterline in palio nei quattro giorni del festival, non è difficile capire perché. Ma Jamie non perde mai di vista il benessere dei suoi cavalli. “Ogni cavallo è unico”, dice. “Io ho il mio regime di allenamento, ma deve comunque essere adattato ai cavalli. Siamo noi a decidere quando una bestia ha bisogno di routine e quando ha bisogno di varietà.”

Non appena le folle ben vestite si riversano nell’Ippodromo di Cheltenham stringendo il Racing Post o la lista dei concorrenti del festival, l’atmosfera vibra, mentre la gente si gode la musica dal vivo, o si ferma per la prima pinta del giorno. Molti si dirigono verso il frastuono dell’area scommesse, dove i bookmakers sorridono e gli scommettitori consultano appunti faticosamente raccolti sui risultati delle gare, in un alfabeto fatto di odds, each ways e favourites. Sia lo scommettitore che il bookmaker sperano di sorridere ancora durante la giornata, ma se uno finisce la giornata felice, l’altro generalmente no. In totale, ogni anno vengono puntati oltre 150 milioni di sterline al Cheltenham Festival: di persona, online e nei negozi di scommesse in tutto il paese. Alcuni puntano solo dopo un’approfondita analisi accademica delle pagine del quotidiano dedicate alla corsa, in cui si esamina la forma e il peso del cavallo, il terreno su cui andrà a correre o le sue prestazioni passate su questa distanza. Altri, all’opposto, si affidano a fattori molto più semplici: “Mi piace il nome del cavallo.” Entrambe le strategie possono portare al successo.

Il tuono inizia con il Cheltenham Roar, una straordinaria esplosione di suoni coordinata da migliaia di coppie di polmoni, che saluta l’inizio della prima gara del festival. Poi il martellare, il tamburellare, le palpitazioni tutte assieme a formare un unico battito, gli spettatori, premuti insieme sulle tribune, che allungano il collo per vedere,e i cavalli che galoppano lungo il percorso, lottando per la prima posizione. Una grande partenza non significa affatto un grande finale; un solo errore può costare caro a cavallo e fantino. A fine giornata le ricevute delle scommesse ricoprono il suolo: la prova dell’imprevedibilità, delle montagne russe di emozioni, dell’eccitazione di essere trascinato in una folla festante, della vincita (o la perdita) del dolce, dolcissimo denaro. Che si vinca o si perda, comunque, torneranno sia i tifosi che gli allenatori. Alcuni scommettitori vengono a Cheltenham da decenni. Alcune stalle sono alla loro terza generazione di allevatori. È diventato il loro modo di vivere, degli uni e degli altri. Stanno cercando quel rombo imminente che predice loro l’eccitazione, la potenziale gloria, il diritto al vanto e il premio in denaro. Sono cacciatori di tempeste, tutti loro, tutti lì ad inseguire il prossimo fragore di tuono nei loro cuori.

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PH James Cannon
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TEXT Oliver Cable
IG @olivercable


Il mio mondo è Venezia

“Il mio mondo è questo. Fatto dell’acciaio delle bocce e della terra su cui rotolano. Fatto del sale sui muri a cui mi reggo. Fatto di secche e acque grandi. Il mio mondo ha regole e rituali.” La Venezia sospesa nelle fotografie di Francesca Occhi è un mondo ancora romantico. Un mondo piccolo ma immenso.

Io da qui sento il loro profumo. Aspetto aprile, forse maggio. Sono corte, larghe e schiacciate con un colore verde che può virare al grigio. Per prenderle usiamo le trezze, le reti, poggiandole sui fondali bassi della laguna. E poi ci aiutiamo con le serraglie.

Boccino lanciato… adesso vediamo!

Le serraglie sono dei lunghi sbarramenti di pali e reti, li mettiamo in acqua all’inizio della stagione e aspettiamo pazienti il primo tepore di primavera. Puliti, ordinati. Collegati a essi ci sono i cogolli, trappole che somigliano a dei piccoli imbuti in cui ci finiscono per forza. Ci devono finire. Tutto quello che catturiamo viene buttato dentro sacchi di iuta per mantenere la giusta umidità e per trasportarle nei casoni, dove facciamo la selezione.

Primo scarto! Prima boccia delle quattro. Mi sento fortunato… mi sento fortissimo! Vai con l’accosto…

Dentro il casone vediamo quali sono quelle che stanno cambiando il carapace, le più molli. Le altre le ributtiamo in mare. Quelle selezionate vanno messe dentro casse di legno e semi sommerse nell’acqua salsa in modo da permettere la muta della stagione.

Il biberòn!!! Al primo colpo! Urca… boccia a un soffio dal boccino. Adesso sparatevi un mezzo fermo se volete portarmi via il punto!

Ora, questa è la storia delle moèche, alcuni dicono mollecche, perché sono molli, con la crosta in mutamento. Appunto. Le moèche sono granchi delle nostre parti. Sono granchi di barena, granchi maschi. Sono bestie da scartosso, roba da mangiare per le calli o sulle tavole in fondamenta. È roba nostra, roba di Burano e di Pellestrina, roba della Giudecca. Roba da condividere con chi si avvicina al Leone con la giusta deferenza. Chi vuole sentire il sapore di Venezia le mangia.

Ecco… lo sapevo… arriva il bocciatore di turno e finisce che vola tutto per aria. Io lo odio quello lì. Due passi leggeri, il solito tiro al volo e… SBAM!… la mia boccia finisce quasi fuori dal legno. Tutto da rifare.

Come cucinarle? Qualcuno dice bollite. Ma sarebbe come andare fino a Roma e non vedere il Papa. Io faccio così: preparo una bacinella e gli rompo dentro una ventina di uova. Le sbatto come se dovessi fare un’enorme frittata. Poi ci ammollo le moèche vive e le lascio lì. Loro si dibattono inizialmente ma poi cominciano a mangiare tutto l’uovo in cui sono immerse. E piano piano, lo finiscono. Mentre si gustano l’ultima cena, preparo la farina sul tavolo.

Io sono più un puntatore, le mie bocce danzano leggere sulla pista. Arrivano sempre a un soffio. Per quello preferisco giocare in coppia. Io costruisco e qualcun altro distrugge. Alla fine del turno la nostra coppia vince sempre. Da solo non mi ci trovo. Lo sanno tutti alla bocciofila di San Sebastiano.

Quando l’olio è veramente bollente, prendo le moèche e le butto dentro. Vive. Sembra orribile e forse lo è. Eppure quando prendono “un color rosso dorato ch’è una bellezza, e un sapore dolcigno, che s’associa squisitamente ad un gusto piccante d’aliga e di mare” io divento matto e penso sempre alle parole del pittore Elio Zorzi.

Quando suona mezzogiorno finisco l’ombra di bianco e torno alle mie mura umide in calle del Vento. Faccio il ponte del Cristo, attraverso campo de l’Anzolo Rafael e arrivo sul bordo del Canal della Giudecca.

Qui sulla laguna, da dove sento il loro profumo. Il mio mondo è questo. Fatto dell’acciaio delle bocce e della terra su cui rotolano. Fatto del sale sui muri a cui mi reggo. Fatto di secche e acque grandi. Il mio mondo ha regole e rituali. Il mio mondo è piccolo ma immenso. Il mio mondo è Venezia.

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Francesca Occhi
@francesca_occhi​

Francesco Costantino Ciampa