Game Changers - Uppervoid
Mentre gli sport outdoor contemporanei continuano a evolversi, evolve anche il modo in cui si rapportano alla natura. La performance conta ancora, ma non è più l’unica lente attraverso cui comprendere il movimento. È precisamente all’interno di questo cambiamento che Uppervoid è emerso
L’esperienza outdoor è diventata più stratificata, più psicologica, più concentrata sulla relazione tra corpo, ambiente e identità. Non si tratta più soltanto di farsi strada attraverso gli elementi, ma anche di come scegliamo di abitarli. Di cosa significhi entrare in un paesaggio non in opposizione a esso, ma in dialogo con esso.
Fondato nel 2021, il brand Uppervoid fa parte di una nuova generazione di realtà outdoor che ripensano non solo al modo in cui vengono progettati i prodotti tecnici, ma anche ciò che essi simboleggiano. La loro visione parte dalla performance, ma si rifiuta di fermarsi lì. I capi sono concepiti per funzionare in ambienti reali, con il rigore e la responsabilità che l’outdoor richiede, eppure portano con sé anche un’altra ambizione: proporre un diverso design dell’esplorazione — più in sintonia con il comfort, la contemplazione e l’esperienza interiore.
In questa conversazione con il fondatore Vis Bi, ciò che emerge è più della storia di un brand. È una riflessione su come la cultura outdoor stessa stia cambiando — diventando più plurale, più consapevole di sé e, forse, più umana.




Tornando all’inizio, come ha preso forma l’idea di creare Uppervoid? Qual era la visione iniziale dietro il brand?
“Abbiamo iniziato nel 2021, e la visione era in realtà piuttosto semplice, costruita intorno a due idee principali. In quel periodo — prima che l’intera ondata gorp core prendesse davvero piede — sentivo che l’abbigliamento outdoor funzionale fosse, in un certo senso, carente dal punto di vista estetico. Era o eccessivamente estroso, oppure ridotto al minimo. C’era pochissima dimensione culturale. Nel running e nello sportswear, brand come Satisfy, Soar o District Vision avevano già iniziato a ridisegnare il panorama estetico, portando una sensibilità più contemporanea alla performance. Ma nell’outdoor, quel cambiamento non era ancora realmente avvenuto. Parte della ragione è che i prodotti outdoor sono più complessi da progettare e produrre. Nel running, gran parte dell’innovazione risiede nel tessuto. Nell’outdoor, la manifattura gioca un ruolo molto più importante.
Allo stesso tempo, stavamo osservando l’emergere di un nuovo tipo di utente. Persone psicologicamente attratte dagli ambienti naturali estremi, ma non necessariamente interessate ad affrontarli attraverso la fatica fisica. L’ho vissuto personalmente in Nepal. In origine avevo programmato di fare il trekking del circuito dell’Annapurna, ma dopo il primo giorno mi sono reso conto che quel tipo di esperienza non mi piaceva. Così ho preso un elicottero fino al campo base. Un modo diverso di entrare in relazione con la natura.
L’idea alla base di Uppervoid era creare prodotti tecnicamente capaci quanto quelli dei brand outdoor storici, ma con una narrazione diversa. Meno incentrata sul conquistare la natura, più su una relazione psicologica e spirituale con essa. Questo riflette anche un cambiamento culturale più ampio. Ci siamo allontanati dalla mentalità del ‘just do it’, in cui la scomodità era parte del raggiungimento di un obiettivo. Oggi le persone sono più consapevoli del benessere mentale. Non vogliono necessariamente soffrire per raggiungere una destinazione. Ci sono altri modi — più equilibrati, più ponderati, persino più estetici — per entrare in rapporto con l’outdoor. È lì che è nato il brand.”
A livello personale, qual è stato il tuo rapporto con l’outdoor? In che modo la tua esperienza personale ha plasmato il modo in cui approcci il brand?
“Sono cresciuto a Vancouver, che è naturalmente una città orientata all’outdoor. L’accesso alla natura li era immediato e facile. Potevi fare snowboard al mattino, scendere a valle facendo trekking e ritrovarti in spiaggia nel pomeriggio — tutto a breve distanza. Quindi sono stato introdotto all’outdoor fin da giovanissimo, ma in un modo che non sembrava estremo né inaccessibile. È sempre stato qualcosa di integrato nella vita quotidiana. Allo stesso tempo, nel corso degli anni ho capito di non essere una persona propensa all’endurance. Sono più attratto da esperienze brevi e intense — momenti di adrenalina più che sforzi di lunga durata. Mi piacciono lo snowboard, l’arrampicata, il paracadutismo e attraversare il deserto in moto, ma non gravito verso i lunghi trekking. Questa prospettiva si riflette nel brand. Il modo in cui presentiamo l’outdoor è allineato a come io personalmente lo vivo: non come una prova di resistenza, ma come una serie di momenti significativi, spesso intensi, dentro la natura.”


Oggi lo sport non riguarda solo la performance: riguarda anche la comunità e la consapevolezza ambientale. Come si inserisce la sostenibilità nella tua visione?
“Il nostro approccio alla sostenibilità è leggermente diverso dalla narrazione convenzionale. Naturalmente usiamo tessuti riciclati dove possibile. Ma per noi il vero focus è la longevità. Creare prodotti che durino il più a lungo possibile.
Venendo da una famiglia con un background nella produzione di abbigliamento, ho visto quanto molte dichiarazioni di sostenibilità nel settore non siano del tutto accurate. Usare tessuti riciclati non riduce sempre in modo significativo l’impatto ambientale, soprattutto se si considerano processi come la tintura, che è una delle fasi più dannose della produzione. Anche il riciclo in sé è più complesso di quanto le persone pensino. La maggior parte dei capi oggi è realizzata con materiali misti, molto difficili da riciclare correttamente. Il vero riciclo richiede tessuti monofibra, e anche in quel caso ci sono limitazioni. Quindi la nostra logica è semplice: puntiamo a creare il miglior prodotto possibile, usando materiali di alta qualità, così che una volta acquistato non ci sia bisogno di sostituirlo.
Allo stesso tempo, continuiamo a ricercare nuovi materiali. Per esempio, abbiamo sviluppato un tessuto a base di rame e abbiamo persino brevettato un modo per produrlo. Ma al momento il costo è troppo alto per renderlo praticabile. La sostenibilità funziona solo quando è scalabile. Non si tratta di poche persone che usano materiali migliori: si tratta di rendere quelle soluzioni accessibili a tutti. Fino ad allora, continueremo a sviluppare.”
Uno degli aspetti più distintivi di Uppervoid è il suo design. C’è una chiara influenza dell’estetica orientale. In che modo questa prospettiva plasma il vostro approccio?
“Vedo il nostro lavoro come una fusione tra l’estetica outdoor tradizionale e una prospettiva orientale. Storicamente, la maggior parte dei brand outdoor è stata occidentale, radicata in geografie e ambienti specifici. Ma il mondo outdoor è molto più ampio. L’Asia, per esempio, ha paesaggi, climi ed ecosistemi molto diversi. Queste differenze influenzano il design in modi sottili ma importanti. Un esempio semplice: non usiamo mai il giallo nelle nostre collezioni primavera-estate, perché in molte parti dell’Asia quel colore attira gli insetti. Non è qualcosa che necessariamente considereresti in un altro contesto.
Anche il clima gioca un ruolo fondamentale. In molte regioni asiatiche, la variazione di temperatura durante la giornata è minima. In estate si può restare costantemente intorno ai 30 gradi, anche di notte. Questo cambia il modo in cui progetti ventilazione, stratificazione e materiali. Stiamo attualmente sviluppando un hard shell pensato specificamente per le stagioni delle piogge estive — qualcosa che tradizionalmente non esisterebbe nel design outdoor occidentale, dove la pioggia è più associata a condizioni fredde.
Le calzature sono un altro esempio. In molti mercati asiatici, i consumatori preferiscono scarponi da trekking più pesanti e alti alla caviglia. In altri paesi, come l’Italia, c’è una preferenza più forte per calzature più leggere e basse.
Tutti questi fattori — ambientali, culturali, pratici — si uniscono e plasmano il prodotto finale. Ed è questo che fa percepire il brand come diverso. Non intenzionalmente, ma come risultato naturale nell'approcciare l’outdoor da un’altra prospettiva.”




Oggi i confini tra sport, cultura ed estetica sono sempre più fluidi. Come esploriamo spesso in Athleta Magazine, anche la moda può essere vista come una forma d’arte. Pensi che la crescente intersezione tra sportswear e moda stia avvicinando più persone all’outdoor?
“Siamo molto attenti a questo equilibrio. Internamente, non usiamo mai la parola ‘moda’. Preferiamo parlare di ‘estetica’. La moda, per sua natura, è legata alle tendenze. E negli ultimi anni sono emersi molti brand che sono essenzialmente di moda ispirata all’outdoor. Non è necessariamente una cosa negativa, ma per noi non è la stessa cosa.
Il rischio più grande che vogliamo evitare è che qualcuno indossi il nostro prodotto in un ambiente outdoor reale aspettandosi che funzioni, e invece non lo faccia. Nella moda non ci sono vere conseguenze fisiche. Nell’outdoor sì. I nostri prodotti portano con sé una responsabilità: devono mantenere le persone al sicuro e a proprio agio. Quindi traiamo ispirazione dalla moda, ma solo nelle aree che non influiscono sulla performance. Colori, stampe — quelli sono aperti all’interpretazione. Ma quando si tratta di elementi tecnici — posizionamento delle tasche, zip, costruzione — non seguiamo le tendenze. Seguiamo la funzione.
Ogni prodotto parte da una domanda molto chiara: dove verrà usato, e per quale attività? Poi scomponiamo ulteriormente la questione. Per il trekking, potrebbe basarsi sul numero di giorni. Per l’alpinismo, sull’altitudine. Per il trail running, sulla distanza. All’interno di ogni categoria, definiamo diversi livelli, e per ognuno lavoriamo a stretto contatto con gli atleti per capire cosa sia davvero necessario. È così che costruiamo i prodotti: attraverso casi d’uso reali. Una volta stabilita quella base, allora può entrare il design. Non il contrario.”
Hai menzionato il lavoro a stretto contatto con gli atleti per testare e perfezionare i vostri prodotti. State pensando di supportarne alcuni con una partnership più strutturata?
“Stiamo cercando attivamente di supportare gli atleti, ma non è sempre facile. Molti degli atleti con cui dialoghiamo naturalmente sono già sponsorizzati da brand più grandi. Quindi abbiamo spostato il nostro focus verso atleti più grassroots. Guardiamo classifiche come quelle del UTMB ed esploriamo regioni meno rappresentate — Paesi come la Georgia o l’Armenia. A volte troviamo profili interessanti lì. È un processo continuo. Siamo costantemente alla ricerca, costruiamo relazioni e cerchiamo di creare qualcosa di significativo nel tempo.”




Guardando avanti, quali sono i prossimi passi per Uppervoid? Come vedi evolvere il brand?
“La prossima fase riguarda il perfezionamento. Negli ultimi anni ci siamo concentrati molto sull’espandere la nostra gamma di prodotti. Ora si tratta di migliorare ciò che abbiamo già costruito. Prendere quegli insegnamenti e sviluppare seconde e terze iterazioni — versioni 2.0, 3.0 — rendendo ogni prodotto più preciso, più funzionale, più risolto.
Allo stesso tempo, vogliamo continuare a costruire relazioni con gli atleti, e rafforzare quel legame tra prodotto e uso nel mondo reale. Ci stiamo anche espandendo in nuovi mercati e canali di vendita. Ma nell’industria dell’outdoor sportswear, la crescita è naturalmente più lenta che nella moda. Richiede tempo. Richiede coerenza. Non puoi prendere scorciatoie sulla credibilità. Quindi per noi si tratta di restare concentrati. Continuare a credere in ciò che stiamo costruendo, e andare avanti passo dopo passo.”


Game Changers - icebreaker
In occasione del suo arrivo sul suolo italiano, abbiamo scoperto la filosofia ‘Move to Natural’ e l’utilizzo rivoluzionario della lana merino di un brand altrettanto rivoluzionario, votato alla piena e consapevole sostenibilità: icebreaker. Lo abbiamo fatto grazie alle testimonianze dirette del Global President Jan van Mossevelde e del GM EMEA Giorgio D’Aprile
‘Move to Natural’. In un mondo di claim utilizzati come scatole vuote, o come manifesti illusori non sostanziati, poi, da reali azioni, la filosofia icebreaker si erge come concreto bastione a guardia di un concetto che mai, come oggi, è stato così rilevante: la sostenibilità.
La storia di questo brand, frutto dell’incantevole natura neozelandese e dell’epifania personale del suo fondatore, Jeremy Moon, attecchisce da 30 anni in una matrice virtuosa: il desiderio di utilizzare la lana merino per debellare materiali sintetici, e per permettere al design sportswear e lifestyle di essere, strano a dirsi, pienamente sostenibile. Un approccio etico e visionario, che si genera nel rapporto tra grower e pecore neozelandesi, per poi diramarsi lungo l’intera filiera produttiva, fino a giungere in tutto il mondo. Milano compresa.
Proprio nella capitale della moda italiana abbiamo avuto modo di esplorare i pilastri alla base di questo brand progressista, la sua affinità con l’immaginario sportivo e le sue direzioni future, tese verso un perfetto equilibrio tra funzionalità e salvaguardia dell’ambiente.
A guidarci in questo primo approccio sono le voci del Global President Jan van Mossevelde e del GM Emea Giorgio D’Aprile.





Jan van Mossevelde – Global President
Dalla visione originaria di Jeremy Moon fino a oggi, quali sono i fattori chiave che hanno permesso a icebreaker e alla sua filosofia ‘Move to Natural’ di evolversi restando fedeli ai propri principi fondanti? E quale valore ha, per te, essere stati pionieri di un tema che oggi non è mai stato così attuale?
“C’è un’espressione che amo molto: il frutto nasce dalle radici. Se vuoi mele eccellenti, devi avere radici forti. Ecco, ciò che rende icebreaker unico è proprio questo: la purezza e la lungimiranza della visione originaria di Jeremy Moon, risalente al 1995. Tutto nacque da una corsa. Jeremy indossava una maglietta ricevuta da un allevatore di lana Merino: ancora oggi li chiamiamo ‘grower’, non ‘farmer’. Tornato dalla corsa, si pose una semplice domanda: “Cos’è successo? È stata la miglior corsa della mia vita. Questa maglietta è completamente diversa da qualsiasi capo sintetico che abbia mai indossato…” Il grower gli spiegò che era realizzata in pura lana Merino. E Jeremy pensò: “Perché sto indossando materiali sintetici in mezzo alla natura? La plastica non appartiene a questo ambiente.” Da quel momento nacque una convinzione profonda: i materiali naturali non solo offrono una sensazione migliore, ma performano anche meglio. Era il 1995, quasi trent’anni fa, eppure quella convinzione è oggi più attuale che mai. All’epoca nessuno parlava davvero di microplastiche, dell’impatto dei materiali derivati dal petrolio o del riscaldamento globale. Oggi questi temi sono al centro del dibattito. In un certo senso, non abbiamo dovuto cambiare il nostro messaggio: è il mondo che ci ha raggiunti.
Quello che abbiamo fatto è innovare attorno a quell’idea originaria. Siamo partiti da una semplice T-shirt e, attraverso design e tecnologia, abbiamo costruito un sistema completo di performance naturale. È stato questo il nostro più grande viaggio negli ultimi trent’anni. Il brand è nato in Nuova Zelanda, ma oggi icebreaker è davvero globale: da qui, a Milano, alle nostre radici neozelandesi, fino al recente sales meeting negli Stati Uniti per la collezione Autunno/Inverno ’26, e persino all’apertura, appena la settimana scorsa, di uno store a Bangkok, in Thailandia… Dopo solo un mese, il negozio ha già superato ogni aspettativa. È la dimostrazione che l’appeal della lana Merino è universale: indipendentemente dal clima o dal Paese. Si tratta di purezza, performance e connessione tra uomo e natura. È una storia che travalica i confini.”
Al cuore di icebreaker sembra esserci una favola moderna. Col tempo, quella favola si è arricchita di scienza e innovazione, ed è persino diventata oggetto di studi accademici. Quanto conta la tecnologia nel vostro processo di design sostenibile? E come convivono, nel vostro lavoro, la dimensione scientifica e quella ideologica?
“L’innovazione scorre nel nostro sangue. La lana è un materiale antichissimo, risale a circa il 4000 a.C. I materiali sintetici? Sono del 1954. Quindi, la lana non è di certo nuova. È ciò che facciamo con essa a contare davvero. L’innovazione ci permette di rendere la lana più attuale e funzionale che mai. Pensiamo a Sir Edmund Hillary: quando raggiunse la vetta dell’Everest, indossava lana. La lana è sempre appartenuta all’outdoor: dalle vette più alte ai deserti del Medio Oriente. Oggi, però, l’innovazione ci consente di realizzare capi come una T-shirt in Merino da 75 grammi: leggerissima come una piuma, un traguardo mai raggiunto prima. È la celebrazione della superiorità naturale della lana Merino, ma anche un modo per connettere i consumatori alla fibra in modi completamente nuovi. E permettimi un’aggiunta un po’ provocatoria: noi non abbiamo una strategia di sostenibilità. Perché? Perché la sostenibilità è già nel nostro DNA. Ogni capo che creiamo è, per definizione, sostenibile. L’innovazione è il ponte che unisce questa visione con la ricchezza e le performance della lana Merino, proiettandola nel futuro.
I nostri compromessi non sono dettati dalla tecnologia o dall’innovazione: il nostro unico ‘limite’ risiede nello scopo che ci siamo dati. Ci sono categorie in cui vorremmo entrare, ma i materiali naturali adeguati semplicemente non esistono ancora. E allora siamo noi a crearli. Ogni nostro capo nasce da una pecora: il filato viene lavorato dai nostri partner, tessuto in materiale e poi trasformato in T-shirt. In alcuni casi, sviluppiamo materiali completamente nuovi, ovviamente al 100% naturali. Grazie ai nostri legami nell’industria, e al supporto del nostro gruppo, VF, riusciamo a spingerci oltre confini dove la scienza non è ancora arrivata. Non scendiamo mai a compromessi con la nostra visione: ci sono voluti trent’anni per costruire l’equity, la consapevolezza e la filosofia che definiscono icebreaker, e basterebbe un solo giorno per perderle se tradissimo i nostri principi. Non si tratta, quindi, di compromessi, ma di regole del gioco che noi stessi abbiamo scelto.”
In Athleta crediamo che lo sport sia sinonimo di cultura. Come si colloca la filosofia di icebreaker all’interno dell’immaginario e della cultura sportiva contemporanea? E in che modo una visione rivoluzionaria, fondata sulla sostenibilità, interagisce con l’idea di performance: così centrale nello sport attuale?
“Mi piace dire che, nell’industria outdoor, il mondo non manca di belle persone che indossano bei vestiti in luoghi spettacolari. È lo standard del marketing della nostra categoria e, onestamente, alla lunga tutto inizia a sembrare uguale. Noi crediamo che icebreaker debba avere una voce unica per distinguersi, perché il nostro messaggio è distintivo e coraggioso. Ecco perché anche il nostro marketing deve riflettere quella ambizione. Certo, come brand giovane con budget contenuti, il nostro è un percorso ancora in evoluzione: soprattutto nel cercare di intrecciare sport, cultura, arte e musica. Ma la nostra forza, e insieme la nostra sfida, è che la storia stessa definisce e racconta metà del prodotto. Quando parlo dei grower in Nuova Zelanda, della purezza della lana, della nostra missione e del nostro ruolo di antidoto al sintetico, gran parte del lavoro di comunicazione risulta, praticamente, già fatto. Ecco perché eventi come questo, a Milano, sono così importanti: introducono icebreaker a nuovi pubblici. Non vogliamo raggiungere solo hiker o alpinisti, ma anche chi desidera indossare la lana Merino ogni giorno.
La nostra filosofia di design ruota attorno al comfort quotidiano: molti dei nostri consumatori trascorrono il weekend all’aperto, ma dal lunedì al venerdì lavorano. Ciò che rende la lana Merino speciale è la sua versatilità. Una volta provata, è difficile tornare al sintetico. Il nostro obiettivo è estendere l’esperienza di performance del weekend — scalare, camminare, esplorare — alla vita di tutti i giorni. Anche un volo intercontinentale di 13 ore richiede capi che ‘performino’: che traspirino, mantenendo freschi e confortevoli. Personalmente, indosso solo Merino quando volo: non potrei immaginare altro. La performance è centrale per icebreaker, ed è resa possibile dalle proprietà uniche di questa lana. Attraverso un design consapevole, rendiamo questi benefici accessibili in ogni occasione: dall’avventura outdoor alla vita quotidiana. Puoi scalare l’Everest con i nostri capi, o indossarli sopra un paio di jeans per una cena con gli amici. Il nostro obiettivo è integrare la performance nella quotidianità, in modo naturale: sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro. È lì che icebreaker si connette con la cultura, lo sport e la vita di ogni giorno.”
Di recente avete valorizzato un evento particolare come The Speed Project, che anche noi abbiamo avuto modo di esplorare a livello editoriale. Che ruolo giocano, e continueranno a giocare, connessioni di questo tipo — e, più in generale, lo storytelling sportivo — nel futuro del brand?
“Parto collegandomi alla domanda precedente. Il mondo del running è saturo: ci sono tantissimi brand straordinari, anche all’interno del portafoglio VF, che fanno un lavoro eccezionale sponsorizzando atleti. Ma noi siamo icebreaker, e vogliamo fare le cose in modo diverso. The Speed Project ci ha subito conquistati perché la definiamo una ‘unconventional run’: una gara fuori dagli schemi. I partecipanti sono runner appassionati, non atleti d’élite, e questo avvicina la storia ai corridori di tutti i giorni. È un’occasione per incidere davvero sulla loro esperienza. The Speed Project era perfettamente in linea con la nostra identità: distinguersi, essere diversi, promuovere performance 100% naturali in un mare di sintetico. È un approccio distintivo, audace e coerente con la nostra filosofia. E ci sarà molto altro da costruire con loro, perché sono una piattaforma straordinaria per raccontare storie. La qualità del loro storytelling e della loro fotografia è profondamente ‘nostra’, diversa da qualsiasi campagna running convenzionale.
Per quanto riguarda gli altri sport, la mia visione sui prossimi 10-15 anni è ampia: la lana Merino può vivere in quasi ogni categoria. Non è una questione di limiti, ma di scelte. Per esempio, vendiamo molti base layer anche ai subacquei: li indossano sotto le mute, perché il Merino agisce come una mini-muta sulla pelle e resta caldo anche quando è bagnato… È difficile immaginarsi di immergersi nell’Oceano Artico con un capo in lana Merino, eppure si può fare, ed è anche funzionale. Oggi creiamo design per gli sport su neve, per l’hiking, per il running e per l’attività quotidiana. Questi sono i nostri quattro pilastri attuali, ma il potenziale della lana Merino è pressoché infinito.”



Giorgio D’Aprile – General Manager EMEA
Dalla Nuova Zelanda all'Europa e all'Italia. Quali sono le principali sfide da affrontare quando ci si affaccia su nuovi mercati, e nuove nazioni, soprattutto per un brand con questo DNA? E cosa rappresenta questo primo passo sul suolo italiano per il icebreaker?
“Vengo da un brand come Timberland, dove ho lavorato per nove anni e mezzo, che è esattamente l’opposto di icebreaker se guardiamo al mercato italiano. Timberland nasceva 50 anni fa e aveva un certo tipo di posizionamento consolidato. Quando hai un marchio già stabilito e vuoi riposizionarlo, serve tempo perché il brand ha già un percepito consolidato. Con un brand nuovo sul mercato, invece, la sfida principale è creare awareness, ma il vantaggio è che puoi posizionarlo sin da subito così come lo desideri. Non c’è un background pregresso da modificare: entri in un Paese come l’Italia e puoi posizionare icebreaker assecondando esattamente il suo DNA.
L’Italia ci offre due aree principali di sviluppo. La prima è il mondo outdoor performance, che oggi rappresenta il core business di icebreaker: running, snow e hiking, da cui tutto il brand ha avuto origine. La seconda area, che svilupperemo a partire dal prossimo anno, è il mondo outdoor lifestyle. Già a partire dalla collezione autunno/inverno 2026, presenteremo la linea ‘Escape’, pensata per posizionarci anche in canali distributivi diversi, come department store e rivenditori indipendenti nel mondo fashion e casual lifestyle. Queste sono le due anime del brand: oggi siamo principalmente concentrati sull’outdoor e sugli sporting goods, ma dal prossimo anno amplieremo la nostra presenza anche nel mondo dell’outdoor lifestyle.”
Tu stesso sei un grande appassionato e praticante di sport. Nella cultura sportiva contemporanea che ruolo gioca un brand come icebreaker e a che punto è giunto, a tuo avviso, il rapporto tra sport e sostenibilità?
“Oggi tutti i marchi nel mondo running e trail running (mondi che frequento più assiduamente) usano fibre sintetiche. Tutti. E qui vediamo la nostra opportunità. Ci sono due motivi principali per cui sostengo ciò. Primo, nel mondo del trail running il consumatore è ovviamente molto connesso alla natura, all’outdoor e alla sostenibilità, ma ad oggi non trova prodotti che rispecchino pienamente questa esigenza. In qualsiasi negozio connesso al trail running, sono presenti quasi esclusivamente fibre sintetiche. Secondo, c’è una certa ignoranza nel mondo della performance: molti non associano le fibre naturali all’idea di alta performance sportiva. Finché si provano, è impossibile rendersene conto. Un esempio concreto: tutta la parte di traspirabilità e termoregolazione.
La nostra fibra Featherlight, per esempio, può essere usata anche in climi molto caldi, come tra le dune del deserto, dove abbiamo recentemente realizzato uno shooting. Nonostante contenga lana merino, garantisce una traspirabilità superiore, controllo dell’umidità e un sistema di asciugatura rapido: caratteristiche che molti prodotti sintetici non offrono. C’è una sfida educativa davanti a noi: far capire al consumatore che le fibre naturali non significano solo sostenibilità, ma anche performance superiori. L’equazione “performance e sostenibilità non possono andare insieme” non regge nella vision icebreaker. Un altro elemento rilevante è il controllo degli odori: questo tipo di problema risulta estremamente limitato rispetto ai prodotti sintetici. Certo, non coincide direttamente con il concetto di performance atletica, ma resta comunque un vantaggio concreto per chi fa attività sportiva. Ripeto, ad oggi l’offerta sul mercato consta, quasi al 100%, di fibre sintetiche. Per noi questa è una grande opportunità. Siamo solo all’inizio, ma c’è già grande interesse nell’esplorare la conversazione sulle fibre naturali nel mondo running e trail running.”
Torno sul tuo rapporto con lo sport anche per chiederti cosa rappresenta per te oggi lavorare per un brand che va a incidere sulla cultura sportiva, rivoluzionandola nel verso giusto. In questo contesto, come consideri la componente individuale all’interno di questa rivoluzione?
“Io stesso mi sento ambassador del mio brand. Per esempio, l’8 novembre correrò la Valtellina Wine Trail: indosserò i nostri capi. Quello che cerchiamo davvero di fare è diffondere la cultura del brand. E quando parliamo di running e trail running, tutto ruota intorno alle community, molto più che in altri sport. Quindi partiamo dalle singole persone, dai piccoli ambassador, per far crescere e diffondere questa cultura. Non è un caso che non lavoriamo con grandi nomi del settore: partiamo davvero dalla base, dalle singole persone e dalle community. Non c’è un top performer che funge da ambassador ufficiale; il nostro approccio è ‘grassroots’, dalla base verso l’alto: un perfetto canale d’accesso per fondere sport, cultura e valori del brand.”
Nel 2025, quanto è complesso condividere i vostri ideali e sottolineare l'importanza sia della lana merino, che del vostro impegno etico nei riguardi di animali e pianeta, in un mondo in cui è sempre più rischioso cadere nel tranello del greenwashing, e dove tantissimi brand camuffano la realtà, parlando di sostenibilità senza un reale impegno a riguardo? E come si risulta pienamente credibili, in questo processo?
“Per noi la sostenibilità non è un valore aggiuntivo. La provocazione è dire che la sostenibilità è parte integrante della nostra cultura. Alcuni dicono “siamo sostenibili”, per noi, in realtà, la sostenibilità è molto di più: è parte della vita quotidiana, dei processi giornalieri. Collaboriamo con grower in Nuova Zelanda in un rapporto che va oltre la semplice fornitura: sono partnership a lungo termine, con contratti di almeno dieci anni, perché vogliamo costruire fiducia e continuità con chi ci fornisce la lana. Oggi lavoriamo con oltre 70 grower, tutti parte di un’associazione che garantisce il pieno rispetto delle pecore e di standard etici precisi. Inoltre, tutta la lana che utilizziamo è tracciabile: ogni passaggio della filiera è controllato. Questa cultura non è arrivata strada facendo, ma fa parte del DNA del brand fin dal primo giorno, grazie alla visione di Jeremy Moon. Quindi, parlare di sostenibilità per noi è naturale, è un qualcosa di quasi superfluo da dichiarare, perché fa parte del nostro nucleo identitario più profondo.”


Game Changers - Hervé Barmasse
Grazie a Vibram abbiamo esplorato alcune sfaccettature e prospettive di un alpinista già leggendario, e di un divulgatore consapevole
Voci autorevoli, quella di Messner su tutte, hanno sempre sostenuto come l’essere umano sia impegnato in un dialogo profondo con la montagna. Una forma di comunicazione, non di contrasto, che Hervé Barmasse ha imparato a conoscere, padroneggiare ed affinare, trasformandola prima in esperienza interiore, poi in impegno divulgativo.
In occasione del primo appuntamento del format Vibram ‘Voci dalla Montagna’, ciclo di talk organizzato da un brand affine per natura all’anima culturale e all’approccio filosofico-sportivo di Barmasse, abbiamo chiesto a questo figlio del Cervino di riflettere su alcuni capisaldi del suo rapporto con l’alpinismo.
Ne è uscita la chiacchierata con un vero Game Changer, in senso allargato: un atleta eccezionale che sa di essere, prima di tutto, uomo ispirato alla montagna e ai suoi eterni insegnamenti. Proviamo ad aprire nuove, virtuose vie al suo fianco.

Sei arrivato all’alpinismo dopo un incidente in sci, dove stavi sviluppando quella che, a tutti gli effetti, sembrava una carriera destinata ai palcoscenici più brillanti. Com’è stato vivere questo tipo di transizione in giovane età? E cos’hai trovato nel tuo primo, reale profondo contatto con l’alpinismo?
“Quando ho avuto quel grave incidente ero tra i migliori al mondo della mia categoria, in due discipline: la discesa e il gigante. È parso subito chiaro, però, che non sarei più tornato l’atleta di prima. In quei momenti perdi un po’ il senso dell’orientamento. Poco prima ti immaginavi un certo tipo di futuro: arrivare un giorno, magari, a vincere in Coppa del Mondo, a fare le Olimpiadi... Quando sei un ragazzo di 16 anni, ovviamente sogni manifestazioni del genere. Dunque, è stato per forza di cosa un periodo particolare. Ho provato a tornare a gareggiare, mi sono impegnato per due anni. Non dico che quei sacrifici non mi abbiano portato a nulla, perché comunque qualcosa mi hanno dato e lasciato... Ma non sono riuscito, semplicemente, a tornare quello che ero prima.
Nel momento in cui comprendi di non poter più competere al livello a cui eri abituato, la vera sfida diventa un’altra: realizzarti di nuovo nella vita. L’ho sempre detto: chi ha fatto davvero il passo più grande, all’epoca, è stato mio padre. È stato lui a portarmi sulla sua montagna. Parliamo di una tradizione di famiglia, già nonno e bisnonno erano guide alpine, alpinisti, esploratori... Però, è stato mio padre a dirmi: “Ti porto nel mondo della tradizione”: il mondo della montagna che si sa, non quella che si sceglie. È stata una transizione incredibile, ho scoperto cos’altro avrebbe potuto far parte della mia vita. Soprattutto, ho scoperto qualcosa che avrebbe potuto regalarmi felicità.
L’alpinismo è un mondo, uno sport molto diverso dallo sci o dallo snow. Non competi con altri: competi con te stesso. Questa è stata la presa di coscienza più bella e significativa. Tutti gli sport outdoor hanno un innato senso di competitività, ma l’alpinismo insegna ad ognuno a misurarsi unicamente con sé stesso”

Come hai già menzionato, discendi da una famiglia in cui l’alpinismo rappresenta, da tempo (quasi) immemore, un filone culturale. Un bene tanto materiale, quanto immateriale, tramandato di generazione in generazione. Alla luce del tuo approccio narrativo alla montagna, quanto affondano le tue radici nella sua cultura, nel senso più alto del termine? E anche nella sua letteratura: tra i suoi narratori universali, così come tra le sue leggende locali?
“Parto dal presupposto che, a mio avviso, è importante avere una visione generale di che cos’è il mondo, non solo di cosa sia una determinata disciplina... E la costruzione di questo tipo di visione non passa solo attraverso l’azione, ma anche attraverso la conoscenza, sia letteraria, che popolare. Mi riferisco anche alle tradizioni, che trovano da sempre terreno fertile nelle montagne. Resistono ancora molte linee guida, molte regole che sono state tramandate oralmente e che nessuno ha mai scritto. Il motivo? La gente di montagna, tendenzialmente, è arrivata dopo all’istruzione, per varie ragioni. Ma quegli insegnamenti, pur tramandati solo a voce, restano estremamente significativi.
Nel mio caso, è andata diversamente. Nella mia famiglia ho ereditato una tradizione culturale, proprio nel senso più alto del termine: il mio bisnonno insegnava a Torino, mio nonno era professore, e mio padre ha seguito la loro strada, seppure per poco tempo. In una famiglia dove la cultura c’è sempre stata, è stato chiaro fin da subito che la montagna non fosse solo azione, ma anche riflessione, pensiero, visione. Che non fosse un posto di chiusura, ma di apertura. Se pensiamo alla montagna del Cinquecento o del Seicento, nella letteratura veniva vista come un mondo da evitare: un luogo ‘spazzatura’. Poi, le cose sono cambiate: oggi la montagna che conosciamo è quella del gioco, del divertimento, dello sport, della salute. Questo è il frutto di un processo culturale, non solo sportivo. Chiarire questa distinzione è fondamentale. Tanti atleti, anche dopo la fine di una carriera sportiva — chiamiamola così — se sono davvero amanti della montagna, dello sport e della natura, continueranno a vivere questa dimensione. Ma questo tipo di decisione viene radicata in ognuno di noi da una chiara visione, da un pensiero stratificato, non solo dall’azione.
La montagna, per me, è un qualcosa che ti fa stare bene. A questo riguardo, si può anche far riferimento al concetto di ‘montagnaterapia’, che piaceva molto già nel Settecento. Non è un caso che si parlasse di montagna come esperienza terapeutica perfino a quei tempi…”

“E se qualcuno ti chiede perché vai in montagna, tu, mostragli una tua foto. Non una dove sei in posa sulla vetta; e nemmeno una delle tue gesta tecniche, della tua abilità di scalatore perché quello sei tu, il tuo ego, non la montagna. La montagna è tutto attorno a te, attorno a noi. È pura bellezza. Tu, questa sera, mostragli la bellezza.” Cosa significa e rappresenta la bellezza, nella tua vita? L’Hervé Barmasse essere umano e atleta ritrovano la bellezza negli stessi soggetti, negli stessi istanti?
“Intanto si tratta di dare un significato alla parola bellezza, che spesso viene legata ad un aspetto puramente visivo. Ed è vero: la montagna regala tanta bellezza visiva. Quei panorami, quegli spettacoli naturali che affascinano, il sublime… La natura di per sé è fonte di pura bellezza. Poi, c'è anche un altro tipo di bellezza che, senza volerci spingere nel religioso, è la bellezza dell’ascensione. Un concetto che, spesso, diventa metafora della vita: il percorso che costruisce la bellezza interiore... La montagna si presta bene a questa immagine, perché i suoi percorsi tendono verso l’alto. Salire in montagna diventa una forma di elevazione interiore, una ricerca di sé. E cos’è, in fondo, l’elevazione interiore? È semplicemente la ricerca della felicità. Questo è il tipo di percorso che la montagna ti può donare.
La montagna viene vista, da sempre, anche in termini di fatica e pericolo. Ma non è solo quello, altrimenti nessuno la affronterebbe. C’è una bellezza che ti lascia qualcosa: a livello esteriore, ma anche interiore… Ti fa stare bene. È la bellezza dell’animo. Qualcosa di veramente importante. Ognuno dovrebbe cercare quel tipo di equilibrio: quell’equilibrio interiore, quella felicità, quel posto in cui ti senti in armonia con te stesso, con ciò che ti circonda. Ecco, suona strano, ma in montagna mi sento in equilibrio. Per mantenere questo equilibrio so anche che, prima di essere alpinista, devo essere uomo. Questo lo sottolineo sempre, specie al giorno d’oggi.
Se guardiamo al mondo dello sport contemporaneo, in generale, vediamo un qualcosa di molto distante dai bisogni reali della nostra società, dai problemi concreti delle persone. Una tempo non era così. Ci sono stati sportivi che hanno portato avanti vere e proprie rivoluzioni. Ora, tutto ciò sembra svanito. C’è una povertà di pensiero dilagante tra gli atleti. Molti si limitano ad essere tali, e basta. Forse perché, ormai, lo sport è diventato un sistema così strutturato, così legato a questioni di sponsor… Da non lasciare più spazio a certe libertà. Qualcuno, certo, le ha ancora, ma è inevitabile che gli atleti contemporanei siano più condizionati. Una volta era diverso. Gli atleti prendevano posizione. Ripeto: vuol dire essere uomini. Puoi essere un fuoriclasse... Ma prima di tutto, per me, viene l’uomo”
Parlando di sistema strutturato e di sponsor, in questo evento elevi l’associazione della tua figura alla storia e tradizione Vibram, un’azienda che ha attecchito non solo commercialmente, ma anche, per l’appunto, culturalmente nel panorama italiano della montagna, e non solo. Quanto conta, nel tuo percorso, il legame con un’azienda-patrimonio culturale come questa?
“Il rapporto con Vibram nasce in un modo particolare. All’inizio non conoscevo benissimo l’azienda, conoscevo molto meglio il suo impatto storico sulla scena outdoor o la rilevanza di una figura pionieristica come Vitale Bramani. Se pensiamo all’alpinismo, Vibram ha giocato un ruolo fondamentale in questa disciplina, specie in riferimento alla suola carrarmato, che è stata una vera e propria rivoluzione. Nella storia dell’alpinismo, è qualcosa che studi come la prima salita del Monte Bianco, del Cervino, dell’Everest... C’è un prima e un dopo. Ha davvero cambiato il modo di andare in montagna: non ci sono tante aziende che possono dire di essere riuscite in un qualcosa di così enorme.
Per me Vibram è stata, innanzitutto, questo: un brand in grado d’incidere sulla storia. Poi, ci siamo conosciuti maggiormente, ed è nato un rapporto costruito su valori affini: guardare avanti, plasmare e nutrire una visione, pensare che l’innovazione non serva solo a semplificare le cose, ma anche a migliorare la qualità della vita delle persone. Mi riferisco al benessere, alla salute, alla collettività, alla felicità, tornando ad un argomento trattato precedentemente...
Soprattutto, apprezzo il fatto che Vibram abbia sempre lo sguardo teso verso il prossimo passo. E spesso non sono step ‘normali’, ma step che ti fanno dire: “Andiamo a fare qualcosa che non esiste ancora”. Questo, secondo me, tiene viva un’azienda virtuosa. Vibram è stata costruita sull’innovazione, e ancora oggi guarda il mondo da questa prospettiva. Il suo patrimonio è tanto riconoscibile, quanto riconosciuto. Quante volte entri in un negozio, prendi una scarpa, la giri, e cerchi l’ottagono giallo? Vuol dire molto…”

“La montagna che troviamo non è mai quella che lasciamo. Oggi più di ieri non conta dove arrivi ma come ci arrivi.” Comunichi molto alla coscienza ambientale di chi ti segue e la sostenibilità è un pilastro fondativo del tuo approccio all’alpinismo. Quali sono, a tuo avviso, le chiavi di volta per modificare il percorso intrapreso dalla civiltà moderna: percorso che è persino arrivato ad intaccare i templi più immacolati della natura, ovvero le grandi vette? La recente esperienza sul Gran Sasso ti ha rivelato nuovi insegnamenti, linee guida, perfino avvertimenti, a questo riguardo?
“Introduco la risposta dicendo che, quando si fa riferimento alla montagna, spesso si tende a definire il tema della sostenibilità con concetti sbagliati. Si sente dire che dobbiamo salvare la montagna, che dobbiamo salvare il pianeta. In realtà, è un approccio errato. Non si tratta, infatti, di salvare la montagna in sé — è l’uomo che deve fare attenzione a preservarne lo stato. Il perché è sotto gli occhi di tutti, basti pensare al fatto che dalla montagna giunge l’acqua: l’80% delle acque dolci del nostro pianeta proviene da territori montuosi. Questo dato, da solo, dovrebbe farci riflettere. Senza acqua, non c’è futuro.
Ci sono tantissimi modi per essere sostenibili, ma ormai anche solo il significato del termine ‘sostenibilità’ rischia di diventare vuoto: un qualcosa di estremamente inflazionato. Tutti parlano della fusione dei ghiacciai — se ne discute da circa mezzo secolo — ma quella è una conseguenza. La vera domanda da porsi è quale sia la causa. Parliamo, per esempio, di impronta carbonica. Cosa facciamo, concretamente, per aggiustare questo parametro? Nel mio piccolo, come alpinista, ho ridotto le spedizioni internazionali: da quattro all’anno sono passato a due, a volte una, a volte nessuna... Questo è un passo verso un alpinismo più sostenibile. Non vuol dire smettere di fare quello che si ama, ma trovare un modo diverso per viverlo. Anche da un punto di vista sportivo.
Lo sviluppo sostenibile, in fondo, sta nel creare una nuova dimensione. Una dimensione che non è solo fisica, fatta di gambe, fiato, forza, ma anche mentale, di pensiero. Perché la sostenibilità, alla fine, è un equilibrio. Significa trovare un punto di bilanciamento tra l’impatto permanente che l’uomo ha sul pianeta e il modo in cui sceglie di vivere in esso. Non si tratta di tornare all’uomo primitivo. Si tratta di trovare un equilibrio nuovo, anche in questo caso. Gli atleti, gli alpinisti, possono giocare una propria parte in questo processo. Per esempio, possono scegliere un’avventura sulle Alpi, o sugli Appennini, al posto di un’esperienza sull’Himalaya. Sotto questo punto di vista, apprezzo molto l’approccio di Kílian Jornet, che ha deciso di ridurre drasticamente le sue partecipazioni fisiche a gare trail o ultra, ad eventi, persino a conferenze… La tecnologia stessa, a questo proposito, ci può assistere. Alla fine, tutto si riduce al fare scelte concrete. E, mi dispiace dirlo perché riguarda la mia categoria, spesso noi alpinisti e sportivi fatichiamo a fare questo tipo di passo. Ci piace andare in giro. Lo capisco, anch’io sono cresciuto molto con e grazie a questo tipo di dinamica professionale. Ma siamo fortunati. Ed è proprio per questo che dobbiamo fare di più.
L’idea del Gran Sasso s’inserisce in questi ragionamenti. Ho visto un’immagine dell’ESA da satellite, e ho pensato che fosse un luogo figo. Non conoscevo tutte le cime, a dire il vero conoscevo pochissimo, ma sono bastati pensiero e fascinazione. Sono sceso in Abruzzo e mi hanno indirizzato verso le 17 cime da affrontare… È stato così semplice, eppure mi ha regalato qualcosa di enorme: non solo l’esperienza con la montagna, ma anche con le persone. Le persone che ho incontrato e continuo a incontrare sono una parte sostanziale del valore totale del mio percorso. Preparare tutto nei minimi dettagli toglie qualcosa a questo tipo di esperienze. A volte, togliere tecnologia e aggiungere un po’ di contatto umano, di gusto per l’avventura, è sinonimo di vero coraggio. Perché un’avventura, per essere tale, almeno una volta ti deve far tremare le gambe. In montagna, ti avvicini costantemente ad un limite, e quando sei lì, a poca distanza, ti dici: Ok, tutto bene, ma… Adesso devo capire davvero chi sono”

La tua carriera alpinistica, così come il tuo percorso umano, sono costellati di prime ascensioni e nuove vie. Quali emozioni e pensieri ti attraversano quando maturi la consapevolezza di aver aggiunto un tassello mancante all’esplorato umano? Si insinua anche una componente sportiva, in questa tua ricerca verticale? Oppure si tratta unicamente di una necessità vitale, destinata a rimanere sempre tale?
“Alla base, c’è sicuramente la ricerca di nuove esperienze. Sono le esperienze a farti crescere. Non solo come alpinista, ma come persona. Il Gran Sasso, per me, è un esempio perfetto. Se me ne avessi parlato cinque anni fa, probabilmente avrei risposto con indifferenza, o magari avrei detto: “Sì, ma cosa c’è da fare lì?”. Poi ti ritrovi a dire: “Ah però, che figata”. Provare a fare qualcosa di diverso, che non deve per forza essere la cosa più di tendenza, o la più cool, o quella che ti garantisce successo... Vivere qualcosa di nuovo per te stesso, per crescere interiormente… Alla fine è questo ciò che cerchiamo tutti: qualcosa che ci faccia stare bene.
Torniamo sempre allo stesso paradigma, alla stessa domanda: cosa ti fa star bene davvero? Oggi dovremmo imparare a uscire un po’ dagli schemi, dalle logiche di successo, dai numeri, dall’approvazione social. Dovremmo provare a fare qualcosa solo perché ci fa stare bene. Anche se è difficile, perché lo è e lo sarà sempre: non è facile ignorare tutto quel rumore… Però quello è il punto, quello è il grande effetto. La traversata del Gran Sasso è stata esattamente questo: una delle esperienze in cui mi sono sentito più felice. Mi riferisco ad una felicità autentica, rara come in poche altre occasioni nella vita. Ed è successo lì, su una montagna che magari nessuno avrebbe mai, realmente, considerato. Questo rende l’esperienza ancora più preziosa.”

Game Changers - BWT e l’universo Rosa Alpine
Nel lungo weekend di Monza, siamo stati ospiti del Tempio italiano della Formula 1 grazie a BWT e Alpine, scoprendo l’essenza della connessione d’intenti tra la company impegnata nella rivoluzione virtuosa di un bene primario e la leggendaria scuderia francese
Alpine è un nome che richiama subito alla mente la più epica tradizione del motorsport, eppure la scuderia transalpina propone nella sua contemporaneità molto più di una legacy motoristica. Nell’attuale, rarefatta, Formula 1, il Team rappresentato da Gasly e Bortoletto sta costruendo una nuova identità: audace nel design, rispettosamente radicata nelle proprie origini e alla costante ricerca del progresso, nella performance, ma non solo. Non è un caso, quindi, che uno dei partner chiave della scuderia sia BWT, azienda che sta portando avanti una trasformazione in un ambito completamente diverso dalle quattro ruote: quello dell’acqua, e di una rivoluzione virtuosa, orientata al futuro, di un bene di prima necessità.
L’atipico connubio rappresenta una forma diversa di collaborazione all’interno del Circus. Non solo un brand che incontra un Team, ma una chiara missione che incontra una piattaforma. Da una parte, un nome storico della F1 con una visione chiaramente proiettata verso l’avvenire; dall’altra, un’azienda a vocazione globale impegnata nella sostenibilità, che usa lo sport per accelerare la propria missione: eliminare la plastica monouso e ripensare il nostro rapporto con la più essenziale delle risorse.
A Monza abbiamo avuto l’occasione di entrare nel cuore operativo di Alpine, tra suggestioni visive e un motorhome dal design unico, firmato Philippe Starck. Tra le sue forme e architetture, abbiamo incontrato Lorenzo Tadini, Direttore Commerciale di BWT Italia, che ci ha raccontato come sia nata questa partnership e perché il rosa, oggi, non si limiti ad essere un colore sulla livrea, ma una chiara dichiarazione d’intenti e un’indicazione: su dove dovrebbe la Formula 1 — e il mondo.




Partiamo dall’origine della vostra presenza in F1. Perché un’azienda impegnata nel trattamento dell’acqua entra nell’ambiente più brillante del motorsport?
Lorenzo Tadini (Direttore Commerciale Italia BWT): “Perché dovevamo smettere di parlare solo ai tecnici. BWT nasce nel mondo B2B: impianti, centrali termiche, installatori. Il consumatore finale usava i nostri prodotti, ma non sapeva nemmeno che fossero nostri. Così, Andreas Weissenbacher, il nostro AD, ha avuto un’intuizione tanto semplice, quanto significativa, ben riassunta da una sua frase: “Bisogna portare il brand dalla cantina alla cucina.” Per farlo serviva un mezzo capace di arrivare in fretta al pubblico. La Formula 1 ti mette davanti a oltre un miliardo di persone, in tempi brevi. È cominciato tutto da quella riflessione. Così, abbiamo fatto prima esperienze con il DTM (Campionato Tedesco di Turismo), poi con la Formula E, a seguire siamo passati da Racing Point ad Aston Martin, fino a questa nuova, fantastica partnership con Alpine. Il motorsport è stato ed è per noi uno strumento di comunicazione potente, che consente al brand di essere riconosciuto direttamente dal consumatore: cosa che prima non avveniva”
Cosa ci può dire del colore rosa, divenuto così identificativo per BWT, certo, ma anche per la stessa scuderia Alpine?
Lorenzo Tadini (Direttore Commerciale Italia BWT): “Il rosa è un simbolo. È sinonimo di visibilità, certo, ma rappresenta anche una scelta che ragiona su vari livelli. Per esempio, la nostra esperienza ci dice che la decisione sul tipo di acqua in casa è spesso una scelta femminile. Inoltre, è un colore di rottura, potente, che si fa notare. Non è banale vederlo su una monoposto F1. È servito a farci notare, ma è molto più di una semplice scelta estetica”


Alpine ha recentemente spento 70 candeline: ennesimo traguardo di una storia che coincide, pienamente, con la cultura motoristica francese. Come vivete l’associazione con una scuderia radicata nella storia di questo sport?
Lorenzo Tadini (Direttore Commerciale Italia BWT): “Alpine ha una storia lunga e affascinante, legata alla Francia e a valori solidi. Ne siamo stati consapevoli fin dall’inizio ed è stato uno dei motivi che ci ha spinto a cercare questo tipo di connessione. Entrambi abbiamo un passato importante: noi siamo un gruppo che, al proprio interno, contiene aziende che vantano attività plurisecolari (anche 200 anni di storia…). Il nostro obiettivo comune stava nel trovare un equilibrio tra tradizione e innovazione. Volevamo rendere la scuderia veicolo del nostro messaggio, senza snaturarne la gloriosa identità. E mi sento di dire che ci stiamo riuscendo. Tornando al colore della livrea, poi, tengo a sottolineare l’immediata apertura del Team a questo riguardo. Un’apertura dovuta anche al mix di rivoluzione tecnologica e sostenibilità rappresentata dal rosa BWT”
Parlando di rivoluzione tecnologica, la vostra collaborazione va oltre la semplice sponsorizzazione, e potrebbe incidere anche sui motori del futuro, soprattutto in chiave sostenibile…
Lorenzo Tadini (Direttore Commerciale Italia BWT): “Assolutamente. Collaboriamo con Renault soprattutto sul fronte dell’idrogeno. Forniamo acqua adatta per elettrolizzatori, membrane e tecnologie per veicoli commerciali. È un settore che deve ancora crescere, ma che rappresenta, a nostro avviso, una vera alternativa ai combustibili fossili. Non è solo marketing, è innovazione reale, che ha bisogno di essere sostenuta e finanziata. Questa collaborazione è un esempio concreto di come il nostro impegno vada oltre la semplice visibilità sportiva, per entrare in progetti tecnologici con grandi margini di crescita e impatto ambientale”


Il vostro impegno coincide anche con l’idea di un mondo ideale, raggiungibile attraverso l’abbandono della plastica, perlomeno per quanto riguarda l’acqua potabile. Una battaglia cara, in particolar modo, alle nuove generazioni. Anche per questo motivo avete scelto la F1, e l’immaginario sportivo in generale, come piattaforma comunicativa?
Lorenzo Tadini (Direttore Commerciale Italia BWT): “Ci confrontiamo molto con studenti, università e atleti. La sostenibilità non è più un tema astratto, ma una richiesta concreta. Progetti in università come Bocconi, Humanitas e Politecnico nascono proprio dalle domande e dall’energia dei giovani. Anche nel calcio, con il Parma (club di Serie A sponsorizzato da BWT ndr), lavoriamo per eliminare la plastica dagli spogliatoi e dalle aree comuni. Mi piace segnalare come gli atleti provino e capiscano subito la sostanziale differenza derivante da scelte così immediate. Non è solo una questione di immagine, ma di cambiamento vero. E non si tratta solo di sponsorizzazioni o marketing… Per BWT la sfida più grande sta nel trasformare un’abitudine quotidiana in una sua versione migliore. Dalle case ai campi di allenamento, dai paddock ai ristoranti stellati: come quello dello chef Norbert Niederkofler, tre stelle Michelin, che sosteniamo direttamente”


Game Changers - SSFF - From Dust to Dream
Come Media Partner dello Skate and Surf Film Festival, esploriamo le prospettive e gli approcci multidimensionali a queste culture senza tempo, e ai loro immaginari contemporanei, di alcuni protagonisti della kermesse. E tocchiamo anche il tema della sostenibilità, grazie alle riflessioni condivise dalla pellicola ‘From Dust to Dream’, e alle parole dei suoi protagonisti: lo shaper Nico, di Wavegliders, e il filmmaker Pedro Scansetti.
Una tavola fatta di agave. Un laboratorio e una forma d’arte che diventano scena e messaggio. Un racconto che scorre come onde in uno spot significativo. ‘From Dust to Dream’ è una toccata e fuga nel mondo dello shaping sostenibile, una realtà lontana e, allo stesso tempo, vicina, che Nico, shaper di culto, nonché mastermind dietro l’azienda Wavegliders, e il filmmaker Pedro Scansetti hanno voluto raccontare in tutta la sua semplice, lirica importanza.
Creare qualcosa che nasce dalla terra, cavalca le onde, e poi vi fa ritorno, sotto forma di storie e ride. Entriamo in questo speciale capitolo Game Changers attraverso una pellicola che non ha voluto educare il pubblico SSFF, ma toccarlo con una leggerezza impegnata: quella in grado di mettere in moto il cervello, e l’anima. Come è solita fare la tavola.



Partiamo dall’inizio. Quali sono i vostri primi ricordi legati al surf? Cosa vi ha attratto, all’inizio, in questa cultura?
Nico (Wavegliders): “Ho iniziato a surfare nel 1986, quando in Portogallo il surf era ancora agli albori. Non era per nulla mainstream: niente scuole, nessuna gara internazionale, zero cultura social. All’epoca il surf era più uno stile di vita, quasi un rito quotidiano. Stavamo in spiaggia tutto il giorno, surfavamo e basta. Non c’era un’industria attorno, solo qualche surf shop e le prime tavole realizzate localmente. Direi che faccio parte della seconda o terza generazione di surfisti portoghesi. Era tutto molto grezzo, ribelle. L’idea di una “scuola di surf” ci sembrava assurda: non si insegnava a surfare, era qualcosa che assorbivi, che vivevi.”
Pedro Scansetti: “Per me è iniziato tutto con una foto. C’è una mia immagine da neonato—avevo meno di un mese—in cui tengo in mano una mini-tavola da surf fatta da un amico di mio padre. Sono cresciuto a pochi passi dalla spiaggia, in Brasile, e ho iniziato a surfare verso gli 8 o 9 anni. Da lì in poi, tutto nella mia vita ha ruotato attorno al surf: dove vivevo, cosa studiavo, persino il motivo per cui mi sono trasferito in Portogallo. Volevo costruirmi una vita che mi permettesse di surfare di più, di restare vicino al mare e di creare contenuti legati a questo mondo.”
Oggi vivete entrambi in Portogallo. Come descrivereste la surf culture portoghese? Cosa la rende unica?
Pedro: “La scena surfistica in Portogallo è estremamente ricca. Rispetto al Brasile—che è enorme ma più isolato—il Portogallo è un vero crocevia culturale. Qui incontri continuamente surfisti, artisti, creativi da tutto il mondo. Le onde sono incredibili, di livello mondiale. È uno dei motivi per cui mi sono trasferito a Peniche. C’è più accesso alla storia delle tavole, a nuove idee, a tecniche diverse. È un Paese piccolo, ma molto aperto e connesso.”
Nico: “Concordo pienamente. Il Portogallo è diventato un punto di incontro globale. C’è un festival, il Gliding Barnacles, che si tiene a fine estate, e riunisce shaper francesi, giovani americani, artisti... È come una tappa obbligata nel viaggio verso Biarritz. Tutte queste influenze stanno modellando la scena locale. Oggi il Portogallo fa parte di un dialogo internazionale sulla surf culture.”


Oltre a surfare, siete anche creatori di storie e oggetti: in senso letterale e metaforico. Cosa vi ha fatto arrivare alla costruzione e al racconto di una tavola di agave?
Nico: “La curiosità. Ho sempre amato costruire tavole da surf, soprattutto esplorare il rapporto tra forma e materiali. L’idea di From Dust to Dream è nata grazie a un tipo di nome Adrian, che mi portò un blank di agave dall’Africa. L’agave ha caratteristiche simili al balsa: leggero, flessibile, resistente. Mi ha subito ricordato le vecchie tavole “pig”, e ho pensato: perché non provare a costruirne una con questo materiale? Poi Adrian è sparito per due anni. Quando è tornato, si è presentato con un furgone pieno di blanks. Ho costruito la prima tavola e poi l’ho sfidato ad andare oltre. È lì che io e Pedro ci siamo detti: documentiamo tutto, dall’inizio alla fine.”
Pedro: “Esatto. In realtà non avevamo affatto in programma di girare un film. Stavamo lavorando a un altro progetto per Wavegliders, quando Nico mi dice: “Ho questo blank... e se raccontassimo questa storia?”. È nato tutto in modo molto organico. Non è un progetto pensato per “fare i verdi”—non vogliamo fare la morale a nessuno. L’idea è semplicemente raccontare il punto di vista di Nico: come costruire una tavola con cura, con durabilità, e con un senso.”
Se il film non vuole lanciare un messaggio “green”, allora qual è il suo vero scopo? Cosa sperate che il pubblico porti a casa?
Pedro: “Aprire un dialogo. La sostenibilità non è solo una questione di materiali—è anche una questione di mentalità. Puoi usare materiali “eco” e comunque produrre qualcosa di usa-e-getta. Oppure puoi costruire qualcosa che dura 12 anni e continua a dare gioia. Anche quello è sostenibile. Il film vuole porre una domanda: cosa significa davvero sostenibilità per te? E come possiamo fare scelte migliori—personali, locali, creative?”
Nico: “Esattamente. La missione Wavegliders è sempre stata quella di costruire tavole di altissima qualità. Questa è la nostra dichiarazione d’intenti. È vero, la produzione di tavole è un’industria abbastanza sporca. Non lo neghiamo. Ma cerchiamo di ridurre il nostro impatto usando materiali migliori e costruendo tavole che durano. La tavola in agave? È solo un esperimento in questa direzione. Non vogliamo dire che è il futuro del surf—non stiamo suggerendo che tutti debbano surfare su tavole di Agave. È solo un modo diverso di pensare. Lo stesso vale per una nostra tavola del 2012, che è ancora in acqua oggi—e viene ancora amata. Anche questa è sostenibilità.”



Negli ultimi 20 anni, secondo voi, è mancata una riflessione sulla sostenibilità all’interno della surf culture?
Nico: “Negli ultimi 25 anni il surf è cambiato tantissimo: nuove forme, nuove comunità, nuovi valori. Ci sono stati molti tentativi di rendere le tavole più ecologiche—alcuni riusciti, altri meno. Il punto è che, se una tavola non funziona, probabilmente le persone non la useranno, anche se è sostenibile. È ancora un processo in evoluzione.”
Pedro: “Per molto tempo il surf è stato dominato dalla logica della competizione: tavole più leggere, più economiche, più veloci. Non c’era spazio per riflessioni più profonde. Ma oggi, con tutto quello che sta succedendo a livello climatico, le cose stanno cambiando. Non si tratta di avere la risposta giusta, ma di provare, sperimentare e mettere in discussione lo status quo.”
Pedro, com’è stato ritrarre il processo creativo dello shaping? E Nico, come hai vissuto la condizione di protagonista della pellicola?,
Pedro: “A quel punto conoscevo bene Nico—lavoriamo insieme da più di tre anni. Conosco i dettagli che ama: le moto, la musica, il modo in cui tocca le tavole. Volevo che il film riflettesse la sua identità, non solo il prodotto. È per questo che il ritmo cambia quando lui inizia a shappare—diventa rock’n’roll. Perché quello è Nico. Dal punto di vista musicale, siamo stati fortunati a ricevere un soundtrack originale dal talentuoso Eric Borrelli.”
Nico: “E lavorare con Pedro è facilissimo. Io mi concentro sullo shaping, lui racconta. Mi fido totalmente. I suoi montaggi, le sue colonne sonore—mi sorprendono sempre. Non interferisco mai con la sua visione. Il risultato è sempre qualcosa di cui sono orgoglioso di far parte.”



Cosa vi ha spinto a scegliere questo percorso? Perché diventare shaper o filmmaker specializzato sul surf?
Pedro: “Per me è stato un processo naturale. In Brasile non avevamo tavole classiche, così abbiamo iniziato a farcele da soli. E ho iniziato a filmare per documentare tutto questo. Da lì è nata la passione per il cinema. Mi sono reso conto che raccontare storie era quello che volevo fare. Oggi ho la fortuna di farlo a tempo pieno.”
Nico: “Ho iniziato a fare lo shaper a 15 anni. È stato semplice: volevo surfare per tutta la vita, e fare tavole era il modo per riuscirci. Non ho mai avuto un “lavoro normale”—costruisco tavole da sempre. E non c’è niente di più gratificante che surfare con i tuoi amici su tavole che hai costruito con le tue mani.”
Che emozioni provate condividendo ‘From Dust to Dream’ con pubblici come quello dello Skate and Surf Film Festival di Milano?
Pedro: “Sinceramente? Non mi interessano i premi. Mi interessa che la gente guardi il film. Quello è il vero premio: vedere le persone connettersi con qualcosa che hai creato con cura e passione.”
Nico: “Esatto. È questione di condivisione—creare qualcosa che viene dalla terra, cavalcarlo sulle onde e poi riportarlo alla terra. Questo è il ciclo completo. E se riusciamo a ispirare anche solo una persona a riflettere su cosa sta cavalcando e come lo sta facendo, per noi è abbastanza.”
Game Changers - Eric Liedtke
Il debutto dell’innovativa regenerative sportswear collection lanciata da Under Armour e UNLESS ci ha permesso d’incontrare il fondatore del rivoluzionario regenerative brand, leader nel fashion rigenerativo, e neo Brand President UA. Attraverso la sua testimonianza, abbiamo compreso un virtuoso approccio ai prodotti, al design e alla cultura sportiva.
Generate. Degenerate. Regenerate. L’abbigliamento può confluire in uno stadio troppo a lungo snobbato dall’universo sportswear, oltre che da quello fashion, lo stadio della rigenerazione: di un ritorno all’origine in grado di annullare qualsiasi impatto negativo su un ambiente già martoriato da plastiche e sovrapproduzione.
Generate. Degenerate. Regenerate. In questo processo è definita la filosofia tanto avanguardistica, quanto cruciale, di Eric Liedtke: un visionario che ha deciso di cambiare paradigmi apparentemente inscalfibili, plasmando il brand UNLESS e utilizzando soli materiali plant-based destinati ad una naturale decomposizione. Il fashion che lascia illeso il Pianeta. Vestiti che nel lungo termine non distruggono, ma si fondono con la Terra.
Fare un’azione rigenerativa, spiega Liedtke durante uno speciale evento organizzato al Fuorisalone durante la Milano Design Week, significa lasciare un’impronta positiva alle proprie spalle, permettere un futuro migliore. Al suo fianco annuisce Kevin Plank, fondatore del colosso sportswear Under Armour. Dietro entrambi, una struttura che, da un lato, mostra i frutti della prima collezione sinergica tra UA e UNLESS e, dall’altro, funge da certificazione del nuovo ruolo di Liedtke: Brand President del brand nato sui campi da football dei ‘Terrapins’ di Maryland.
“Voglio congratularmi con Eric per aver raccolto il testimone di questa staffetta. E per aver trasformato questa corsa in uno sport di squadra, dove possiamo incoraggiare gli altri ad unirsi a noi, perché le persone devono sapere quanto tutto questo sia fondamentale…”, sottolinea Plank con il suo distintivo gergo a vocazione sportiva, tratto distintivo di un ex atleta collegiale di alto livello, diventato imprenditore per pura intuizione.
Anche noi diamo spazio a questa fondamentale battaglia, ascoltando direttamente dalla voce di Eric Liedtke i suoi pilastri, lo stato dell’arte del suo viaggio creativo a trazione sostenibile e la sua destinazione. Mentre parliamo, dei vermi abitano alcuni capi UNLESS in avanzato stato di decomposizione. Può suonare strano, ma è una visione di speranza. La speranza riassunta nella scritta ‘Protect Your Earth’, claim che incornicia la collezione Under Armour - UNLESS. La speranza infusa da una chiacchiera con un Game Changer che sta riuscendo a cambiare un’intera industry.



Il claim di Athleta Magazine è ‘Lo Sport è Arte e Cultura’. Quando si parla di cultura sportiva contemporanea, non si può non riflettere sulla sua complessa relazione con la sostenibilità. Nel tuo caso, quale ruolo ha avuto lo sport nell’avvicinamento, lo studio e la comprensione di una tematica rilevante, come quella ambientale? E questo processo come ha influenzato la nascita di UNLESS?
"Ho lavorato per Adidas a lungo: 26 anni, per la precisione. Sono partito da una scrivania posta di fianco allo smercio postale e sono arrivato fino al boardroom, come Presidente del brand. Durante questo percorso, i ragazzi di Parley (un'organizzazione globale per la difesa dell'ambiente, concentrata sulla fragilità degli oceani ndr.) sono entrati nel mio ufficio e mi hanno chiesto: ‘Ti piacerebbe salvare gli oceani?’. Ho risposto: ‘Certo, chi non lo vorrebbe? Ma ho anche un lavoro da fare.’ E loro mi hanno posto una domanda: ‘Sai che impatto ha l'industria sportswear sugli oceani?’
Ho chiesto loro maggiori spiegazioni e iniziato a comprendere l’effettivo impatto che l’industria ha sul processo di degrado del mondo sottomarino. Allo stesso tempo, ho capito quanto mari e oceani siano responsabili di ogni nostro respiro. In particolare, è stato drammatico scoprire quanto le microplastiche stiano distruggendo interi ecosistemi. Non riuscivo a credere a ciò che stavo sentendo. Lo sportswear era l’industria che amavo da oltre vent’anni… In quel momento qualcosa è scattato dentro di me, ho istantaneamente deciso di collaborare con Parley e di progettare soluzioni migliori, da un punto di vista della sostenibilità, per i prodotti.
La prima cosa che abbiamo fatto è stato acquisire delle reti recuperate durante un'operazione di Sea Shepherd. L’equipaggio aveva inseguito delle imbarcazioni da pesca illegali: utilizzavano reti nell'Antartico, dove non erano autorizzati a farlo. Il mio team si è recato ad Amburgo per prendere le reti abbandonate dai pescherecci e le ha utilizzate per creare la prima running shoe realizzata con plastica marina. Resta una storia straordinaria.
Quell'impresa è stata un punto di svolta per il mondo: ha fatto capire che si possono creare prodotti belli e funzionali partendo dai rifiuti di qualcun altro, o anche solo da reti che, altrimenti, arrecherebbero distruzione. Ci siamo riusciti nel 2015.
Quando ho lasciato l’azienda nel 2019, quell'iniziativa sulla plastica marina aveva raggiunto un valore che si aggirava attorno al miliardo di euro. Sapevo, però, che non potevo fermarmi. Dovevo affrontare il problema della plastica allargando ancora di più i miei orizzonti. Non volevo più fare affidamento sulla plastica riciclata e ho iniziato a chiedermi se fosse possibile creare calzature fatte interamente di piante e minerali. Nulla di più. Tutti nell'industry sapevano che quello era un obiettivo fondamentale, ma è stato UNLESS a realizzarlo. Abbiamo cominciato con i prodotti lifestyle e le scarpe, ora siamo addirittura giunti a fare prodotti per lo skate."
All’interno di questo percorso, come si inserisce il nuovo, significativo capitolo con Under Armour?
"Il nucleo di questa partnership con Under Armour è semplice: se stabilisci un obiettivo chiaro, puoi creare qualsiasi cosa tu desideri. Con l’aiuto di Kevin Plank e il supporto dell’intero team Under Armour, possiamo realizzare scarpe da calcio, divise da basket… Qualunque cosa vogliamo. Dobbiamo solo risolvere alcune sfide chiave ma, una volta superati questi ostacoli, saremo in grado di creare qualsiasi prodotto l’universo fashion richieda. E questo include anche il lato performance.
L’obiettivo è chiaro: se vogliamo rivoluzionare l’industria della moda, dobbiamo creare prodotti che non costringano i consumatori a scegliere tra qualità, gusto e valori. Credo fermamente che possiamo offrire sia prodotti eccezionali, che sostenibilità."


Hai già accennato alla tua personale visione dello sport, ma puoi dire qualcosa di più in merito?
"Sin da giovane, lo sport è sempre stato un pilastro fondamentale della mia vita. Sono stato nuotatore e giocatore di football. Erano questi i due miei grandi amori. Se non praticavo uno, praticavo l’altro. Con il tempo, inevitabilmente, sono uscito dal mondo del football americano. Il legame con l’acqua, invece, è rimasto forte, e ho evoluto la mia passione verso varie pratiche acquatiche, come lo scuba diving, lo snorkeling, il kayak… Alla fine, ho trovato la mia vera vocazione nel surf.
Il surf, oggi, è la mia passione. Non sono il miglior surfista, ma sono un entusiasta della disciplina. È uno sport che non impari dall’oggi al domani. Ho cominciato quando vivevo in Portogallo, a 40 anni: sono ancora in fase di apprendimento, ma la gioia che mi infonde aumenta di uscita in uscita.
C'è qualcosa di profondo nel trovarsi in acqua, nel sedersi nell'oceano e percepire il ritmo del mondo che pulsa sotto di te. Senti il forte desiderio di proteggerlo. Mi ero già innamorato dell'idea di sostenibilità, ma ho capito quanto fosse veramente necessario agire solo con l’aumentare della mia passione per il surf.
Ho avuto la fortuna di andare in pensione quando ho lasciato Adidas, 6 anni fa, ma non volevo semplicemente ritirarmi a vita privata. Volevo costruire qualcosa di significativo, qualcosa di cui possa essere orgoglioso, di cui possano esserlo i miei figli, i figli dei miei figli e altrettante generazioni a seguire... Voglio contribuire a ripulire il disastro che abbiamo creato.
Lo sport è sempre stato importante per me, così come l'ambiente che ci circonda. Sono in perfetto equilibrio: sono entrambe delle priorità assolute. La loro unione è diventata la mia missione"
Quando si parla di atleti, quale ruolo pensi possano avere nel diffondere queste cause?
"Credo che alcuni atleti abbiano una predisposizione naturale a interessarsi a questi temi, molti già lo fanno in modo tangibile. Non ho avuto l’opportunità di parlare con tutti gli atleti con cui Under Armour collabora, ma questa settimana ho avuto il privilegio di cenare con Hakimi, il calciatore del PSG. Una persona dalla grande curiosità intellettuale... Non abbiamo avuto modo di discutere di UNLESS, ma non ho dubbi che sarebbe una figura giusta con cui impegnarsi.
Al momento, sto cercando persone che condividano un background analogo—sia esso il mondo skate, surf o snow. Non esiste uno snowboarder o uno sciatore sulla terra che non si preoccupi di proteggere le montagne. Lo stesso vale per i surfisti. Gli skater sono un po' più complessi, dato il carattere atipico del loro sport, ma sembrano essere atleti più coinvolti in queste logiche rispetto ad altri: d’altronde, sono leader culturali.
Penso che dobbiamo partire da qui, da questi sport di ‘confine’: le discipline che sfidano i limiti. In questi spazi, spesso, possiamo trovare coloro che davvero fanno la differenza e dettano punti di svolta per il cambiamento."


‘Protect This Earth’ è uno slogan che si allinea profondamente con il manifesto di UNLESS: ‘We Leave Nothing and No One Behind’. Entrambi racchiudono l’essenza della nostra serie Game Changers, che esplora l’intersezione tra la cultura sportiva contemporanea e la sostenibilità. Riflettendo su queste parole, cosa significa per te essere un Game Changer?
“Al cuore di tutto, c’è la volontà di fare la differenza. Alla fine, quando le mie ceneri verranno sparse sulle acque del Pacifico del Nord-Ovest, voglio che le persone ricordino una sola cosa: che ho fatto la differenza. Ho adottato una nuova filosofia, una filosofia basata sullo scopo. Non voglio vivere una vita di obblighi. La mia vita è costruita su un principio di zero tempo sprecato. Se quello che faccio non serve a me stesso, alla mia famiglia, ai miei amici, alla mia comunità o al mondo, allora non lo faccio. È liberatorio vivere secondo questo principio, perché credo che ciò in cui finisci per investire tempo ed energia ritorni indietro. È l’effetto moltiplicativo: ciò che metti nel mondo, finisce per moltiplicarsi.
Quindi, sono un Game Changer? Sono un creatore? Sto solo facendo la mia parte, cercando d’incidere positivamente, come vorrei veder fare nel mondo. Ognuno di noi è qui per creare il cambiamento che immagina. La bellezza di essere allineati, con un’uguale missione, è che possiamo amplificarci a vicenda. Lo stiamo facendo proprio ora. Amplificare questa storia è importante per le nostre famiglie, per le vostre, per il mondo. Insieme faremo la differenza che tutti desideriamo. Il mondo ha sicuramente bisogno di una scintilla di speranza in questo momento.”
La tua carriera si è sviluppata ai vertici del design globale. Considerata l'importanza simbolica della Milano Design Week, potresti condividere con noi le tue riflessioni sul ruolo che il design deve giocare per ridurre il noto gap tra fashion e sostenibilità?
“Abbiamo appena parlato di sport. La chiave risiede sempre nel trovare le comunità all'avanguardia e innovare insieme a loro: mi riferivo a skater, snowboarder, sciatori e faccio lo stesso con designer e ingegneri. È così che si crea il cambiamento.
Avendo lavorato con alcuni dei più grandi artisti dei nostri tempi—Kanye, Pharrell, Beyoncé, Yohji Yamamoto—ho sempre visto una costante in loro: non hanno paura di correre grandi rischi. Sono disposti a fare scommesse audaci. Kevin Plank ha preso un grande rischio con me e ne sono profondamente onorato. Quando abbini questo tipo di spirito con persone provenienti dalle comunità sportive, creative o scientifiche che ho menzionato—comunità ad alta energia, popolate da persone che non temono di spingersi oltre i limiti—-si crea qualcosa di veramente rivoluzionario.
Credo che l’evoluzione non sia un processo lineare, ma sia caratterizzata da enormi balzi in avanti. Proprio ora, sto cercando quel balzo: un salto che acceleri il cambiamento in modo significativo. Per fare ciò, nella nostra area, bisogna essere dove si trovano i designer. E per questo motivo siamo a Milano, durante una settimana simbolica come questa.
Potremmo non avere lo spazio più grande, né il più esuberante, ma credo che quello che abbiamo portato sia la cosa più significativa. Non siamo qui per dare lezioni; siamo qui per invitare tutti a unirsi a noi per creare, progettare e guidare un vero cambiamento.”


Game Changers - Stitching Stories
L’arte di cucire storie può rimare con fashion, sport e, soprattutto, sostenibilità, come spiega Carmen Luijt, Founder di Stitching Stories
Tutto ciò che c’è di vero dietro il principio di Lavoisier - nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma - trova la più piena e sensibile esecuzione nel processo creativo che si cela dietro ogni opera d’arte ed ogni significativa composizione di Stitching Stories. Da Haarlem, passando per Rotterdam, Amsterdam e i Paesi Bassi in senso allargato: porta d’Europa dal melting pot culturalmente vivissimo. La sesta artistica si allarga con l’intento di varcare i confini naturali e culturali, con la volontà di divulgare il proprio credo nella global fashion industry.
Ascoltando le parole di Carmen Luijt, sensibile creativa fondatrice di questa fashion label, insieme al partner Guillermo Ware, Stitching Stories pare delinearsi come una supernova dello sperimentalismo artistico: uno sperimentalismo che non si traduce in un mero esercizio estetico, ma persegue un fine più grande, un fine narrativo e pratico, votato alla sostenibilità.
Stitching Stories nobilita l’antica arte del taglia e cuci, attraverso una meticolosa e pura opera di upcycling, creando abiti che coincidono con istantanee di una vita già vissuta, pronta per nuove direzioni, ed emozioni. Tessuti e design nel cuore di Rotterdam diventano finestre su un mondo contemporaneamente passato e futuro: percezioni circolari di un processo artistico che resiste, o meglio, combatte e rivoluziona un’età dominata dal fast fashion e dalla caducità a breve termine di capi e tessuti.
Nella vision di Carmen Luijt e Guillermo Ware l’asserzione ‘siamo quello che indossiamo’ calza a pennello, assumendo notevoli sfumature sportive. Abbiamo avuto modo di conoscere Carmen e di essere introdotti a questo progetto avanguardistico.





Inizierei subito dai convenevoli, come e quando nasce Stitching Stories? E qual è l’idea di base che si cela dietro questa innovativa ed ambiziosa fashion label?
“Ho frequentato l'Accademia d'arte a Rotterdam, poi mi sono specializzata in moda e design. Al mio ultimo anno, nel 2020, ho realizzato un progetto su tutte le culture e le sottoculture di Rotterdam. Mi sono focalizzata sui tifosi di calcio, ma anche sugli hubber. Poi è arrivato il Covid e mi sono concentrata su Stitching Stories, ragionando su cosa volessi farlo diventare.
Un punto di svolta c’è stato quando sono stata ospite a Sneakerness insieme al mio ragazzo, indossando alcuni dei miei pezzi. Istantaneamente, ci hanno chiesto se volessimo avere uno stand in eventi analoghi ad Amsterdam. Quindi, ci abbiamo provato, ed è andata davvero bene. Siamo andati sold out in un solo giorno. Insomma, Stitching nasce in modo naturale e cresce grazie alla collaborazione con tanti freelance, che ancora oggi giocano un ruolo fondamentale nel nostro team.
L’idea è quella di unire persone parlando delle loro rispettive culture attraverso il riutilizzo e la rielaborazione di capi preesistenti e, tramite essi, raccontare qualcosa. Si tratta di creare storie insieme. Il concetto di ‘unione’ è un nostro punto focale. Vogliamo creare qualcosa che vada oltre i vestiti, qualcosa che parli di te, di noi, che unisca mondi e significati.
L’archivio artistico e la vicinanza a icone sportive del passato e del presente, inoltre, permette all’identità Stitching Stories di trarre linfa vitale da tutto ciò che concerne il mondo dello sport. Già da parecchio tempo l’immaginario sportivo e la street culture ad esso associata hanno invaso il terreno dello streetwear. Pensiamo che questo legame trovi in Stitching Stories sbocchi innovativi”
Alla luce del vostro evidente legame con la cultura sportiva, cosa significa per Stitching Stories la cultura sportiva?
“Beh, la cosa divertente è che, quando ero bambina, non voleva mai andare in palestra, ero davvero pigra, ma sono sempre stata ispirata dalle diversità culturale. Quindi, provavo a guardare oltre: volevo sempre provare vari tipi di cibo e ascoltare diversa musica. Questo che mi ha ispirato alle origini. Nel tempo, ho imparato che lo sport riesce in qualche modo ad unire tutte queste culture.
Indubbiamente, la fede calcistica si è evoluta in molto di più, finendo per rappresentare un vero e proprio fenomeno sociale, una sottocultura dai paradigmi antropologici e stilistici, che getta le sue radici nel casual clothing. Qui in Olanda abbiamo l’esempio lampante dei supporter del Feyenoord, che intrecciano la loro natura con marchi come C.P. Company e Stone Island (abbiamo recentemente raccontato il rapporto tra il creatore di questi brand, il leggendario Massimo Osti, e la musa sportiva https://athletamag.com/it/lo-sport-secondo-massimo-osti/).
Vivevo a Rotterdam quando il Feyenoord ha vinto il campionato e ho assistito alle feste in città, pensando quanto le vibes fossero incredibili. Lo sport piace così tanto perché unisce un vastissimo spettro di persone. Poi, il mio compagno proviene davvero da una famiglia di sportivi: suo zio è l’ex calciatore Jimmy Floyd Hasselbaink e proprio per lui abbiamo creato una maglietta speciale. È stato emozionante per tutti, quando gliel’abbiamo consegnata. Ho imparato ad amare e vivere la cultura sportiva soprattutto grazie a questi legami in casa”


Parlando della sottocultura terraces e del mondo del tifo, qual è la tua visione sul loro immaginario?
“Durante i miei anni accademici, ho avuto modo di fare numerosi studi e ricerche sulla natura degli hooligans. Ho guardato documentari, condotto interviste con tifosi, ecc… All’inizio, per me un hooligan era soltanto un supporter, ma rapidamente ho imparato a riconoscere la loro attitudine, che definirei differente. Ho anche compreso che, la maggior parte delle volte, un hooligan eredita questo tipo di fede dal suo nucleo familiare”
Inoltriamoci nel processo creativo che dà corpo alle opere Stitching Stories. Inizi con l'idea del prodotto e poi cerchi il materiale, oppure parti dai materiali disponibili e poi scegli la direzione da intraprendere?
“In realtà faccio entrambe le cose. A volte vedo dei materiali che mi ispirano, li acquisto, e in un secondo momento vedo cosa posso farci. Tutti i materiali che uso sono sostenibili o di seconda mano. Mi capita anche di lavorare con designer di mobili, loro hanno sempre materiali di scarto utili per nuove creazioni.
Per fare un esempio pratico, in questo momento sono davvero attratta dal mondo del basket. Ho appena creato un corsetto e una giacca con dei palloni rotti, che non potevano essere più utilizzati. Li abbiamo fatti a pezzi e riassemblati, come un collage. Questo per me significa dare un significato alle cose. Anche il progetto con un altro ex calciatore come Eljero Elia è stato particolarmente significativo. Ci ha dato delle maglie vecchie, le abbiamo combinate, realizzando un progetto dedicato all’esplorazione della sua vita calcistica”
Approfondiamo proprio la speciale collaborazione con l’ex Juventus Eljero Elia. Com’è nata questa idea e quali sono state le fasi del processo creativo?
“Lui si è imbattuto nel nostro profilo tramite un amico comune e ne è rimasto affascinato. Ci ha chiesto di realizzare qualcosa che parlasse di lui. Data l’opportunità, abbiamo optato per creare una campagna attorno alla sua figura, girando anche dei video social, che potessero elevare la storia dietro questa collab e il nostro approccio al design. Abbiamo anche fatto una piccola clip nello stadio Kyocera Stadion di Den Haag, dove ha iniziato la carriera.
Questa sinergia ci ha consentito un’esposizione importante. Ci tengo a sottolineare, in particolar modo, la connessione umana che abbiamo costruito con Elia, che ora partecipa a molti dei nostri eventi. Per noi era una prima volta, non avevamo mai fatto un progetto per una personalità così grande. È stato un bellissimo e importantissimo step. Poi, Eljero è davvero umile e gentile, è entrato nel nostro mondo e ha ragionato con noi”


A proposito di jersey calcistiche. La loro sovrapproduzione cozza con il tema della sostenibilità. Quali sono le tue riflessioni riguardo il collegamento tra prodotto sportivo di alto livello e salvaguardia ambientale?
“Penso che la direzione intrapresa sia errata. Ovvio, anch’io sono affascinata dal mondo delle jersey. Ad esempio, l'anno scorso con gli Europei ho voluto creare una piccola collezione per tutti i Paesi partecipanti. E continuo a fare ricerca su magliette vintage: preferisco avere magliette degli anni '80 o '90 da utilizzare per poter creare qualcosa. Collaboro anche con distributori di jersey, mi danno magliette fallate, che hanno un piccolo buco o problemi del genere e, per questo, risultano invendibili. Allo stesso tempo, mi consegna magliette ormai vecchie per il mercato. Ogni volta che ne tocco una, non posso fare a meno di notare che la qualità dei tessuti, sia in termini di sostenibilità, che di vestibilità, è davvero pessima… Ho condiviso questi pensieri con alcuni calciatori e anche loro concordano. È cambiato tanto rispetto al passato. Le magliette oversize che dominavano la scena negli anni '90 non erano sicuramente comode per giocare, ma erano estremamente accattivanti da un punto di vista estetico, oltre a palesare tessuti differenti da quelli attuali. Le aziende più grandi ora creano davvero tante, troppe magliette”
Concentriamoci sul legame ormai evidente tra il mondo dello sport e quello dello styling. Pensi che sia destinato a durare ed irrobustirsi in futuro?
“Sì, sicuramente. Tanti sportivi hanno alle loro spalle stilisti ed esperti della materia, credo che fino a pochi anni fa non fosse così. Amo che gli sportivi, nel corso della loro carriera, sviluppino anche una visual identity differente, unica. Quando guardo una partita di calcio e lo sport in generale, quello che mi attira è che gli atleti, oggi, tendono a mostrare le proprie unicità, ad evidenziare i propri gusti”
Stitching Stories denota la propria sensibilità anche nella selezione dei partner. Puoi raccontarci gli esempi di A Small Gang Education e Impact Ateliers?
“Quando ho iniziato a creare storie come quelle ispirate alle culture e alle sottoculture popolari, non volevo ‘prendere’ senza ‘restituire’. Tante aziende si ispirano alla street culture, ma ad essa non restituiscono niente. Io ho sempre avuto una precisa idea, una consapevole mentalità.
Small Gang Education è un'istituzione che lavora con i giovani che abbandonano la scuola superiore perché non riescono ad adattarsi al normale sistema scolastico. SGE crea per loro un sistema di supporto a vocazione creativa. Ci aiutano con la produzione di campagne, ma anche con la creazione di video e contenuti multimediali. A volte ci aiutano anche a creare capi. Allo stesso tempo, i ragazzi SGE possono imparare, scoprendo il nostro mondo.
Impact Atelier, invece, è un’associazione che lavora, principalmente, con i rifugiati. È un progetto sociale ed educativo, atto ad introdurli nella nostra società e ad aiutarli nel periodo di adattamento. Anche loro ci aiutano nello sviluppo delle collezioni”


Riciclare e rinnovare: state provando a tramandare questi concetti essenziali nella filosofia Stitching Stories, anche attraverso il workshop. Ce ne parleresti?
“L’idea è nata con il mio ragazzo che, oltre ad aiutarmi con Stitching Stories, è insegnante. Ho notato che molte persone vogliono imparare a creare abiti da sole, attraverso l'upcycling, ed è davvero facile creare qualcosa di bello in poche ore. Hai solo bisogno della disciplina e delle conoscenze adatte.
Credo che molte persone vogliano contribuire per cambiare la direzione non sostenibile del fashion. Hai una giacca nell’armadio e pensi che non la indosserai mai più, perché non ti piacciono le maniche? Bene, puoi semplicemente metterti in proprio, lavorarci e creare qualcosa di diverso… Abbiamo iniziato i workshop per divulgare questo approccio”
Ora che step aspettano Stitching Stories?
“La community Stitching Stories sta crescendo. In futuro, ci impegneremo per aprire uno showroom tra a Milano e/o Parigi. E continueremo con progetti a tema sportivo, come dimostra anche un recente show fatto durante le Finals della Dutch Basketball League. In generale, vogliamo condividere la nostra filosofia con più persone possibili, attraverso progetti che abbiano un vero significato, come tutti quelli che abbiamo affrontato fino ad ora”


Game Changers: Circle
Circolarità e running si uniscono, nella mente e nel brand di Romain Trébuil, per generare dei prodotti rivoluzionari e un futuro migliore
Secondo l’ultratrailer Dean Karnazes il running insegna che perseguire una passione è più importante della passione stessa. Nel caso del co-founder di Circle Romain Trébuil, questo paradigma assume un senso ancora più profondo, perché nel suo ipertecnologico brand parigino la passione si trasforma in missione: una missione universale, in grado di connettere running culture, materiali avveniristici e sensibilizzazione attiva per aiutare le condizioni del nostro Pianeta.
Educare a come migliorare il RunningWear e, in senso allargato, lo SportsWear. Guidare una rivoluzione virtuosa con l’esempio. Se, come teorizza Circle, il ‘Progresso non è Lineare, ma Circolare’, sono la mente di Romain Trébuil e il lavoro del suo Team ad aver completato la prima curva nel, ancora oggi, tristemente utopico rapporto tra prodotti running e condizioni ambientali. La SuperNatural Runner, la performance shoe già esposta al Museo Olimpico e indossata dalla leggendaria ambassador Circle Marie-José Pérec durante Parigi 2024, per esempio, è il manifesto di questo progetto dedicato al ripensamento della sostenibilità e alla totale investitura della circolarità come processo unico e indispensabile per correre consapevolmente.
Grazie alla testimonianza diretta di Romain Trébuil, possiamo comprendere le origini, l’evoluzione e l’avvenire di un’idea nata per e con il running: un manifesto teorico trasformato in azione pratica, e già in grado di cambiare l’approccio alla Sport e Fashion Industry, dimostrando come pensiero, innovazione e sensibilità possano limitare, persino abbattere, l’impatto di ognuno di noi, e delle nostre passioni, sulla Terra.



LA GENESI DI CIRCLE - L’IMMAGINARIO DI ROMAIN TRÉBUIL
“Ho fondato Circle nel 2020. Ero già un imprenditore nella tech industry, ho avuto la possibilità di lanciare una mia company e ho voluto concentrarmi su un passion project. Lo sport è una parte fondamentale della mia cultura. Sono un amante dello sport in generale, soprattutto del running. Corro praticamente ogni giorno e partecipo a maratone. Mi piace competere, superare i miei limiti e condividere momenti con altri esseri umani legati da una comune passione. Da ragazzo ho sciato a lungo, anche partecipando ad eventi internazionali. Durante una di queste competizioni, a Cortina, mi sono fratturato in più punti una gamba, ma adesso non è altro che un ricordo… Nei weekend invernali continuo comunque a sciare. Il running è arrivato durante i miei anni universitari, il colpo di fulmine è stato con il cross-country e ho avuto la fortuna di partecipare ai campionati nazionali francesi. Poi, ho avuto una fase tennistica: m’interessava il lato mentale dello sport, la lotta contro te stesso e con i pensieri del tuo avversario… Durante quegli anni ho messo da parte per un po’ il running, per poi ritrovarlo in una forma differente.”
“Prima di Circle, lavoravo per un’azienda che mi faceva viaggiare molto. Ero praticamente ogni settimana in diverse parti del mondo. Non facevo un lavoro eco-friendly… Portavo ovunque le scarpe da running ed uscivo ad esplorare. Il running ti permette di fuggire dalle preoccupazioni e dagli stress quotidiani, e ti aiuta a scoprire posti nuovi. Per esempio, correvo 15, 20 km in ogni nuova città, per conoscerla meglio. Ora mi piace bilanciare la corsa solitaria alle uscite con crew e community. Prima di fondare il brand, mi sono preso del tempo per controllare quello che indossavo, dov’era fatto, e studiare alcune label. Mi ha scioccato constatare che quasi tutto l’apparel running venisse e venga ancora prodotto dall’altra parte del mondo, utilizzando plastica e petrolio. I capi che indossavo per correre non erano allineati con il mio commitment: prendermi cura dei luoghi dove corro, così come del nostro futuro. Nella running industry c’era e c’è l’opposto di ciò che amo e di ciò che amano tanti altri runner. Così ho deciso di lanciare Circle, concentrandomi su due concetti chiave: la performance e l’economia circolare garantita da prodotti interamente prodotti in Europa, utilizzando materiali organici o riciclati. L’ID del brand sta in questi due capisaldi.”


RUN TOWARDS A BETTER FUTURE, UN CLAIM UNIVERSALE PER AMBASSADOR UNIVERSALI
“Il claim Run Towards a Better Future è tutto. Vuol dire correre per un futuro migliore, essere consapevoli dell’impatto che può avere ognuno di noi. Questo non vuol dire che dobbiamo pensare solo alla sostenibilità: vuol dire che possiamo correre divertendoci e prendendoci cura del Pianeta. La running industry è interamente focalizzata sulla performance. Noi dimostriamo che è possibile pensare alla performance e, contemporaneamente, alla legacy ambientale. Non siamo perfetti, ma vogliamo spingere verso una direzione migliore, proponendo azioni semplici: come evitare capi in plastica e comprare, invece, dei prodotti virtuosi. Il concetto di circolarità, nel nostro caso, diventa una metafora esplicitata dall’immagine di una pista. La nostra filosofia è: brucia la pista, ma non il Pianeta.”
“Attualmente stiamo strutturando il nostro Ambassador Program. Prima di annunciarlo, volevamo creare valori forti, essere chiari sulla nostra missione, costruire un progetto consistente… Abbiamo anticipato gli ambassador ‘canonici’ con una call to action universale, proponendo ai runner di tutto il mondo di sottoscrivere un’application per rappresentare il brand nel quotidiano. Abbiamo ricevuto centinaia di mail in poche settimane, ora sono migliaia, e sono un chiaro indicatore del network internazionale che stiamo costruendo. Da un punto di vista pro, per il momento abbiamo selezionato dei giovani talenti francesi e li aiutiamo su vari livelli. Mettiamo loro a disposizione un ecosistema per migliorare nella performance, ma anche per aumentare le loro consapevolezze ambientali. Abbiamo coinvolto come allenatrice la più grande podista francese di tutti i tempi, Marie-José Pérec. Ha vinto 3 ori olimpici tra Barcellona ‘92 e Atlanta ‘96 sui 400 e 200 metri. Stiamo anche costruendo un impianto e una pista per il nostro Team. È un grande progetto che viaggia su binari paralleli rispetto al cosmo di runner day-by-day che ci rappresentano nelle città di tutto il mondo.”
“Proviamo a sostenere e a sensibilizzare menti positive, è l’ossatura del nostro brand. Chi si lega a Circle deve avere una particolare attenzione alla sostenibilità. Noi cerchiamo di evolvere questa inclinazione personale, di sostanziare l’impatto sociale e ambientale di ogni figura Circle. Questa filosofia dà senso alla nostra idea di running, perché Circle non è solo dei prodotti, è un movimento. È parte di una nuova generazione di brand che devono guidare una necessaria transizione. Per riuscirci, dobbiamo diventare grandi. E dobbiamo pensare anche al comfort, così come al design, per creare anche un altro tipo di emozioni nei runner. Alla fine, se il prodotto non è buono, nessuno ti sceglie.”



NON C’È INNOVAZIONE, O CIRCOLARITÀ, SENZA TECNOLOGIA
“Innoviamo molto e siamo orgogliosi di riuscire a fondere l’innovazione con la sostenibilità. È grandioso vedere partner con Woolmark che credono e investono nel nostro progetto. Ci dà un enorme senso di responsabilità, perché ogni partner crede nei nostri valori. Dobbiamo avere pazienza se vogliamo cambiare il mercato, ma ricordo quotidianamente al mio Team che ogni accordo e ogni partnership sono step verso un impatto e una rivoluzione maggiore. La tecnologia, anche alla luce del mio background, è cruciale per Circle. Per me l’ecologia è strettamente legata all’innovazione. Abbiamo creato una prima scarpa, la SuperNatural Runner, usando dei materiali che non esistevano in precedenza. L’abbiamo lanciata partendo da zero e costruendola insieme a partner innovativi. Abbiamo utilizzato rifiuti agricoli, per rendere la scarpa ultra-resistente e biodegradabile. Abbiamo anche sostituito il petrolio con materiale plant-based. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la tecnologia. L’innovazione è parte di ogni stadio del nostro lavoro.”
“La più significativa pietra miliare è stata la SuperNatural Runner. Come ho già detto, non esisteva nulla di simile prima. Sono orgoglioso di aver creato ciò che non c’era. Ci ha dato l’opportunità di cambiare il mercato. Anche se fallissimo domani, avremmo comunque lasciato un’impronta per sempre, perché tutt’ora siamo l’unico brand di running al mondo che è completamente votato all’ecologia. Lo certifica il fatto che la nostra scarpa è già stata inserita nel Museo Olimpico, prima ancora di entrare in commercio, a rappresentare il futuro dello sport.”



UNA RIVOLUZIONE CIRCOLARE E GLOBALE
“Abbiamo circa 100mila persone che entrano in contatto con la nostra community e i nostri Run Club di Parigi e Annecy attraverso i social. Nella capitale francese raduniamo 150 persone ogni settimana e anche loro fungono da nostri ambassador. Da un certo punto di vista sono numeri alti, ma non bastano. Un paio di mesi fa abbiamo avuto una grande attivazione anche a Londra: è un punto di partenza che verrà replicato in molte altre parti del mondo. È il piano per il nostro 2025, dove passeremo sicuramente dalla Corea del Sud, dall’Italia e dalla Germania. A Londra abbiamo fatto correre a 400 runner quasi 1000 km in 3 giorni… In queste social run condividiamo temi seri riguardanti l’eco-responsabilità e la circolarità, ma proviamo anche a divertirci, a toccare varie corde emotive. Serve tempo per spiegare il nostro punto di vista, e le persone hanno bisogno di emozioni per concederti tempo, e legarsi al brand. Per questo a Londra abbiamo anche fatto un evento speciale, chiamato ‘Pass the Baguette’ con Runlimited, dove abbiamo unito le nostre origini francesi alle crew locali, facendole correre una staffetta con delle baguette. Il concetto di circolarità si riferisce anche alle emozioni e al divertimento.”
“Ora vogliamo ingrandirci. Nel 2020, quando abbiamo lanciato Circle, avevo Parigi 2024 nella mente. Volevamo avere un posto lì. Ci siamo riusciti sia con il nostro shop nel centro della città, che con Marie-José Pérec, la nostra ambassador che ha portato la fiamma olimpica con le nostre scarpe. È stato un sogno. Il prossimo sogno sono i Giochi Olimpici di LA 2028. Stiamo già parlando con alcuni Paesi per imbastire dei progetti insieme e vogliamo portare i nostri atleti in America a competere. Soprattutto, vogliamo fondare una nuova generazione di brand running che portino l’eco-responsabilità al centro di ogni logica.”


Game Changers - Polartec
Le innovazioni Polartec tra passato, presente e futuro: la serie “Beyond Begins Today” parla di eccellenza e consapevolezza ambientale
Nel ricco intreccio della storia di Polartec, i fili dell’innovazione collegano passato, presente e futuro. Dalle umili origini come inventori del pile sintetico fino ai nuovi orizzonti della sostenibilità, Polartec rappresenta la promessa di un equilibrio tra vita e rispetto della Terra.
‘Product’ è il terzo e ultimo capitolo della campagna “Beyond Begins Today”, un viaggio nell’identità, nell’immaginario e nella visione contemporanea di Polartec, con una particolare attenzione alla connessione tra innovazione e salvaguardia del Pianeta. Questo capitolo presenta Paul Cosgrove (Chief Product Officer di Mammut), Sachiye Koide (alpinista e ingegnere di prodotto) ed Eric Yung (Managing Director di Polartec).
Attraverso una conversazione che inizia con un tributo ai design iconici di brand come Mammut e ai pionieri che li hanno indossati, la produzione documentaristica esplora varie sfaccettature della dimensione outdoor, celebrando un tipo di attrezzatura in grado di unire essere umani e paesaggi naturali, ed evidenziando l’eredità in costruzione di Polartec: migliorare la vita delle persone, grazie alla forza e alla consapevolezza delle sue soluzioni tessili.
Con la campagna “Beyond Begins Today”, i cui primi due capitoli sono stati dedicati rispettivamente al Pianeta e alle Persone, il marchio di Milliken & Company e creatore di tessuti innovativi e più sostenibili, mira a rafforzare la consapevolezza e l’unità su temi universali importanti, come la sostenibilità, la diversità e il cambiamento positivo. Considerati singolarmente o come un insieme, tutti i contenuti sono radicati nel principio fondamentale che il futuro è ciò che scegliamo di creare. Cambiando i nostri comportamenti, possiamo cambiare la narrazione. Per il Pianeta. Per le Persone. Per i Prodotti.
Chiudiamo questo focus Game Changers con le importanti parole di Eric Yung, Managing Director di Polartec: “L’innovazione non è solo ciò che facciamo, è ciò che siamo. Ogni tessuto che creiamo porta con sé la nostra promessa di superare i limiti, proteggere il Pianeta e supportare chi ci sceglie. La nostra responsabilità è vedere l’innovazione come un’ispirazione: incoraggiare l’azione, ridefinire le possibilità e superare i limiti imposti artificialmente.”
Di seguito potete osservare i primi due capitoli di questa significativa serie.
Credits
Game Changers – La sostenibilità secondo Vibram
Abbiamo avuto l’occasione di dialogare con Marco Guazzoni, Sustainability Director di Vibram, scoprendo la virtuosa direzione sostenibile dell’azienda fondata da Vitale Bramani
‘The Sustainable Way’ non è una dottrina di facciata, un trend riassunto da un claim spendibile o, peggio ancora, un’etichetta fluttuante nel vuoto della retorica. ‘The Sustainable Way’ è il piano concreto di Vibram per allinearsi con il bisogno, sempre più essenziale, di sostenibilità, un viaggio cominciato nella mente di Vitale Bramani, fondatore del brand nel lontano 1937, e oggi evoluto in un piano strategico multidimensionale.
Informazione e condivisione. Convinzione valoriale e operatività quotidiana. Marco Guazzoni, Sustainability Director di Vibram, illustra la via contemporanea dell’azienda, fondendo biografia personale e DNA aziendale, legame con la natura e affinità sportiva, e tratteggiando lo stato dell’arte di un’azienda che non prescinde dal rispetto dell’individuo, della società e della Terra.
La testimonianza di questo Game Changer ci pone sull’ancora lungo, eppure sempre più chiaro percorso sostenibile di Vibram, dove necessità personale e filosofia aziendale diventano un singolo corpo, votato a un futuro migliore.



UNA STORIA PERSONALE PER UNA DIREZIONE AZIENDALE
“Sono un ingegnere elettrico, ma non ho mai praticato questa professione. Nei primi anni ho lavorato nell’ambito chimico, per una multinazionale americana, dopodiché sono migrato verso una dimensione completamente diversa, diventando direttore generale di un’azienda distributrice di strumenti musicali. Il percorso che mi ha portato a Vibram è abbastanza atipico, l’unico punto in comune che vedo nella transizione tra la musica e il mio attuale lavoro è il tema della passione: in precedenza vedevo costantemente musicisti che avevano una marcia in più garantita dall’amore per ciò che facevano. Io non amavo così visceralmente la musica. Sono sempre stato innamorato dello sport, e ho deciso di trovare un modo per entrare a far parte di un mondo che sapevo avrei amato. Una volta entrato in Vibram, sono stato per 3 anni a capo del dipartimento d’innovazione, gestendo la parte di ricerca e sviluppo. Poi, ho ricevuto da parte dell’azienda la proposta di sviluppare un progetto legato alla sostenibilità. A quei tempi non ero una persona particolarmente ‘sostenibile’, ho deciso di iniziare ad informarmi e a studiare la materia, realizzando immediatamente quanto i progetti a breve termine, in questo ambito, non abbiano un reale senso. Ho compreso l’importanza della strategia, dell’organizzazione su lungo termine, capendo che solo in questo modo un’azienda può incidere concretamente sulla sostenibilità”
Una volta entrato in Vibram, sono stato per 3 anni a capo del dipartimento d’innovazione, gestendo la parte di ricerca e sviluppo. Poi, ho ricevuto da parte dell’azienda la proposta di sviluppare un progetto legato alla sostenibilità. A quei tempi non ero una persona particolarmente ‘sostenibile’, ho deciso di iniziare ad informarmi e a studiare la materia, realizzando immediatamente quanto i progetti a breve termine, in questo ambito, non abbiano un reale senso. Ho compreso l’importanza della strategia, dell’organizzazione su lungo termine, capendo che solo in questo modo un’azienda può incidere concretamente sulla sostenibilità”
“Il punto di partenza è l’informazione. Sapere cosa fare, aiuta. Nei nostri studi e nelle nostre analisi abbiamo isolato dei pilastri. Un esempio di pilastro è l’energia: va diminuito il dispendio energetico, e vanno usate energie rinnovabili. Un altro, è lo spreco: lo scarto di produzione, la materia fine-vita, è una preoccupazione significativa. Ponendo attenzione a temi come questi, si può comprendere l’effettivo benefit economico, di business, che può ottenere un’azienda: meno energia e meno sprechi equivalgono a minori spese. Questo obiettivo non può essere centrato con iniziative spot, dev’essere frutto di una sistematizzazione chiara, e di un altrettanto chiara condivisione d’idee, valori, e miglioramenti dei processi con tutta la famiglia Vibram”
“Il concetto alla base di tutto è che il Pianeta dovrebbe essere il nostro azionista di riferimento. Gli dreno risorse, ma gli restituisco qualcosa. Non si può solo chiedere. Non possiamo più permetterci di farlo. Vibram si sta impegnando nel creare un sistema che permetta alla calzatura di andare verso una certa direzione. Al giorno d’oggi parliamo molto di B Corp, ed è sicuramente importante, ma la grande distinzione nelle vision aziendali sta, a mio avviso, nel posizionamento della sostenibilità all’interno del loro organigramma. Se si situa nel marketing, vuol dire che sussiste il bisogno di raccontare - o giustificare - qualcosa; se è nella parte di amministrazione, finanze e controllo, presumibilmente rientra in logiche di finanziamenti ed investitori. Quando si applica nella produzione, nella ricerca e nell’innovazione acquista più senso e concretezza.
Noi poniamo la sostenibilità a riporto della Direzione Generale, perché è dove si può veramente dettare la strategia: è la prima linea, la sfera che fa cambiare per davvero le cose”



LO SPORT COME MUSA E STRUMENTO PER UN PIANETA MIGLIORE
“Di base mi definisco un ‘Medioman’, mi piace provare tutti gli sport, senza eccellere. Tra quelli acquatici, il mio preferito è il windsurf, ma quando trovo il tempo di farlo, solitamente, non trovo il vento. Avendo provato tante discipline diverse, e avendo segnato un bel po’ il mio corpo, ora sto dedicando la maggior parte del tempo al ciclismo, per evitare eccessivo stress ginocchia e schiena. Mi godo, settimanalmente, una serata di touch rugby e, allo stesso tempo, nel periodo invernale cerco sempre di fare qualche giorno di freeride. Nel tempo l’ho collegato allo sci alpinismo, e adesso vivo la montagna in modo diverso: m’immergo nei suoi panorami, nei momenti della natura... Le mie esperienze più belle sono legate alla salita di vette come il Monte Rosa o Monte Bianco, che ho fatto recentemente.
Invecchiando cerco di centellinare le mie forze e di togliermi degli sfizi mirati: fino a poco fa, pensavo ‘non l’ho ancora fatto, lo farò’, ora è cambiato in ‘se non l’ho ancora fatto, chissà se lo farò’”
“Per Vibram gli atleti giocano il ruolo di esperti del settore (ne abbiamo parlato con Jerome Bernard, Sport Innovation Marketing Global Director Vibram in questo articolo https://athletamag.com/it/jerome-bernard-uomo-outdoor-uomo-vibram/ ndr) permettendo al nostro reparto innovazione di raccogliere costantemente feedback e consigli preziosi, e quello di consapevoli comunicatori. Abbiamo recentemente presentato il film ‘Odyssea Borealis’ insieme all’alpinista e climber Matteo della Bordella (link qui https://www.youtube.com/watch?v=eZ56CSzRYBc), e la sostenibilità è un fil rouge che accompagna questa, come tante altre produzioni, facendolo, però, in senso lato.
Siamo molto attenti a come comunicare questo tema. La paura è stata, fin dall’inizio, quella di rischiare un effetto greenwashing, un boomerang comunicativo. La nostra linea è sempre stata chiara: prima comprendiamo appieno il tema, facciamo cose di sostanza e poi, in ultima sede, comunichiamo in modo coerente. E questo ragionamento vale a 360 gradi”
“Ammetto di essere un po’ egocentrico, quindi lasciare un segno e, allo stesso tempo, vedere che quel segno ha effettivamente portato a qualcosa, mi piace molto. Questo mio lato non ha risvolti social, da influencer, diciamo. Sono più affascinato dall’idea di cambiare le cose in positivo, di rompere un meccanismo trovando, anche solo, il giusto esempio da raccontare: il click che porta al ‘prima non ci pensavi, ora ci pensi’. Parlo di piccoli passi, piccoli contributi che fanno cambiare te stesso e gli altri. Il concetto alla base è quello di trascinare le persone a riprogrammare il modo di ragionare, a comprendere che una donazione sporadica può aiutare a salvare il Pianeta, certo, ma è anche un modo semplice per lavarsi la coscienza. Una volta fatta, puoi anche non seguire il suo esito o la sua effettiva efficacia. Nell’atto concreto sta il vero cambiamento virtuoso.
Per questo, sono molto fiero di aver creato il Green Team Vibram: una squadra di persone che, a livello locale, compiono azioni che aiutano la natura. Il Green Team Vibram è impegnato sia nel sostenere attivamente associazioni specifiche, che nel collaborare con eventi sportivi che sponsorizziamo. Portiamo sempre con noi una squadra di attivisti che si occupa di rimettere a posto tutto al termine delle gare, in modo tale che la natura non si accorga del passaggio dell’uomo. Mi riferisco a paesaggi bellissimi, penso per esempio al Monte Bianco o al Lago d’Orta. Spesso si uniscono a noi gli accompagnatori degli atleti, perfino i loro staff, e chi vive in zona. Nel tempo, abbiamo attivato clienti, fornitori, persone che lavorano nelle aziende intorno a noi, invitandole e coinvolgendole. Recentemente abbiamo anche lanciato la vendita del pettorale Green Team Vibram. Ci gratifica il fatto di far pensare, e di far agire, attraverso un’attività no profit legata alla dimensione sportiva”.




UNA SUOLA DEL FUTURO PER UNA MODA DEL FUTURO
“La moda è la sfida più grande dal punto di vista della sostenibilità. Noi siamo entrati nel fashion per diverse ragioni, come, per esempio, la volontà d’intercettare un pubblico più giovane e di entrare in contatto con altri player del settore. A mio avviso, il concetto da combattere, o meglio, da modificare nella moda è quello della ‘durabilità emozionale’. Oggi le suole Vibram sono estremamente durevoli. Frequentando abitualmente la montagna, si possono consumare dopo molti anni e, a quel punto, diamo la possibilità a chiunque di risuolare le proprie scarpe. La realtà dei fatti è che il problema nasce dal desiderio della scarpa del momento, dell’ultimo modello. Nelle conferenze mi capita spesso di chiedere ‘Quante scarpe avete nella scarpiera? E quante ne buttate via perché non sono più utilizzabili e consumate? Quante invece vengono dismesse perché non vi piacciono più o sono fuori moda?’ Il mondo e le sue sfumature insegnano che dobbiamo continuamente comprare e cambiare. I conseguenti ritmi di produzione sono una follia, soprattutto alla luce del fatto che non combaciano con un’analoga crescita demografica.
Qualche anno fa, nella tecnologia, si parlava addirittura di obsolescenza programmata. Oggi, credo che le leggi abbiano ridotto, almeno parzialmente, questi effetti all’esterno della moda, ponendo delle linee guida per il riutilizzo, il riciclo, e per un giusto apparato di circolarità. È, però, solo un punto di partenza che spero possa arrivare, il prima possibile, a contaminare concretamente anche il fashion. Di base, resto dell’idea che il ‘meccanismo da infrangere’ sia quello del consumatore: va cambiato il modello di business, va ripensata la necessità di ‘possesso’ che, probabilmente, è più affine alle generazioni passate. Quando ho compiuto 18 anni, ho subito voluto una macchina. A mio figlio, invece, non è importato questo ‘rito di passaggio’. C’è un cambio generazionale in atto, evidenziato anche da realtà come Vinted, una rivoluzione fatta di condivisione. E nella condivisione, la qualità e la durabilità diventano chiavi essenziali: sono gli unici fattori che possano evitare il fast fashion usa-e-getta”
“Facendo un paragone ideale per Vibram: ora noi vendiamo suole, magari domani venderemo passi, chilometri, metri di dislivello. Vai in montagna, indossi una suola, la usi e, una volta sceso, la fai utilizzare a qualcun altro. Un’altra opzione ideale è quella della vendita on demand: hai bisogno di qualcosa, io te la produco dopo che l’hai acquistata. Concettualmente non avremmo più i saldi, e non avremmo più spreco. Un altro mantra della nostra proprietà è legato alla forma delle suole, vorremmo arrivare ad un punto in cui produrremo solo le suole uguali per tutti. Ovvio, ogni brand partner desidera il proprio ‘family feeling’, l’inserimento e l’elevazione delle proprie peculiarità. Lo capisco, ma a livello di principi di sostenibilità avere 100 suole che si differenziano per piccoli dettagli non è corretto. Se un esempio virtuoso, come la nostra suola Carrarmato, fosse applicato a quanti più progetti possibili, avrebbe sicuramente un impatto positivo”.


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