Restore the Feeling I Vicente Muñoz & Pro Shop NYC
'The basic elements of tennis are those of everyday existence, because every match is a life in miniature.' This is what Andre Agassi wrote in the pages of his book, Open.
In tennis, every point represents a problem to be solved. An unexpected trajectory, an opponent capable of putting you in difficulty, a match that takes a different turn than imagined. Playing tennis, then, involves reading what unfolds and within a blink, providing a response. Knowing that there is not a single correct solution. It is perhaps for this reason that Vicente Muñoz, just like Agassi, considers tennis one of the most fitting analogies of life itself
Una condizione permanente di negoziazione. Sei sotto due set a zero, come ne esci? Alla fine ciò che affascina dei grandi giocatori è proprio la capacità di comprendere una situazione apparentemente compromessa e immaginare, ancora una volta, una via d’uscita vittoriosa. La stessa attitudine sembra attraversare Pro Shop NYC, il progetto che Vicente ha costruito con cura a New York interrogandosi su cosa mancasse alla scena tennistica contemporanea. Un concept store, certamente. In aggiunta, uno spazio che fungesse da studio creativo, piattaforma culturale e luogo di incontro. E ancora, un osservatorio sul tennis e laboratorio attraverso cui scovarne codici e oggetti meno conosciuti.
Vicente, prima giocatore, poi studente, infine archivista, cerca continuamente di ampliare il perimetro culturale del campo: di capire quali barriere, commerciali o semplicemente percettive, continuino a definirne l’accesso e l’immaginario, e quali strumenti possano contribuire a renderlo più attraente e permeabile. Tutto questo, ritornando al principio espresso dalla sua stessa analogia: davanti a ogni limite esiste la possibilità d'immaginare una nuova soluzione.




Sei stato un tennista prima di diventare fotografo, artista e creative director. In che modo il tennis è entrato per la prima volta nella tua vita? Quali sono i ricordi più lontani legati a questo sport, soprattutto in relazione all’Ecuador, il tuo Paese d'origine, alla tua famiglia e ai giocatori che consideravi dei riferimenti?
“Mio padre ha giocato a tennis per molti anni, quindi, inconsciamente, questo sport era presente intorno a me ancora prima che io riuscissi davvero a comprenderlo. Esistono fotografie in cui lui tiene in una mano la racchetta e, contemporaneamente, tiene me nell’altra. Amava giocare e competere con i suoi amici. Quando avevo circa nove anni, organizzò delle lezioni per me e per i miei fratelli, ma a quell’età non me ne innamorai realmente. Non esisteva ancora una connessione profonda con questo sport. Qualcuno ti metteva una racchetta in mano, colpivi qualche pallina e poi tornavi a qualsiasi altra cosa ti interessasse in quel momento: stare con gli amici, andare in skate, cose di questo tipo.
Fu soltanto quando avevo quattordici o quindici anni che qualcosa cambiò davvero. Nicolás Lapentti era già nella Top 100, ma poi arrivò quella sua ascesa del tutto inaspettata agli Australian Open del 1999. Un momento che trasformò il tennis per la mia generazione in Ecuador. Improvvisamente tutti volevano giocare. Anche i miei amici iniziarono a interessarsene, cominciammo a giocare insieme con maggiore serietà e arrivarono anche allenamenti più strutturati.Ogni generazione possiede i propri riferimenti visivi e culturali. Chi era cresciuto prima di me magari aveva osservato McEnroe o gli ultimi anni di Agassi. Per me c’erano Safin, Moyá, Rios, Hewitt, Roddick. Una generazione straordinaria di giocatori. E la loro influenza non era soltanto tennistica, era anche stilistica. Cercavamo di imitare il modo in cui si vestivano, tutti quei dettagli che appartenevano a quel preciso momento storico del tennis. Molta dell’estetica che ricerco ancora oggi risponde proprio a quell’epoca.
Avevo anche un fratello più piccolo che giocava, e questo era utile perché stavamo entrambi imparando e potevamo competere l’uno contro l’altro. Probabilmente io ero fisicamente più forte, ma mentalmente lui era migliore. Sapeva competere molto bene. È una delle peculiarità del tennis. Durante l’allenamento puoi sentirti straordinariamente bene, ma quando entri in partita il corpo e la testa cambiano. Ti irrigidisci. Improvvisamente tutto diventa più difficile. Io ho vissuto questa sensazione in maniera molto intensa. Il mio percorso, comunque, continuò ad avanzare. Presi la competizione molto seriamente, poi arrivò l’università. Andai a Penn State, battei tutti ai tryout ed entrai in squadra. Per me fu qualcosa di enorme. La validazione di tutto il lavoro che avevo fatto fino a quel momento. Improvvisamente potevo dire: gioco a tennis in Division I. Tutto era a un livello d’élite. Ero sostanzialmente una riserva, ma rimasi comunque parte della squadra per due anni.”




Quando il tennis ha smesso di essere semplicemente un gioco ed è diventato qualcosa di più profondo nella tua vita, ovvero un territorio artistico e creativo attraverso cui esplorare altri temi e altre culture?
“Aver giocato ad un certo livello nel tennis finisce per diventare una sorta di credenziale. Mi aveva permesso di giocare in club importantissimi, di conoscere ottimi giocatori e, progressivamente, di costruire un network attraverso il tennis poco prima di sviluppare una carriera nella fotografia e iniziavo a comparire come contributor per diversi media e magazine legati a questo sport. Viaggiavo, visitavo club, giocavo con amici in giro per il mondo, documentavo quegli spazi e quei tornei. Alla fine, senza averlo realmente pianificato, tutti questi frammenti si sono accumulati fino a diventare un corpus di lavoro consistente. La fotografia è diventata la mia competenza, ma soprattutto è diventata il modo attraverso cui comprendevo il mondo. Una forma potenziata di osservazione della realtà. Vivi qualcosa una volta, ma poi puoi tornare alla fotografia e studiarla di nuovo. Esiste sempre un ulteriore livello, un nuovo atto di osservazione. Con il tennis, questo rapporto risale ancora più indietro.
Ricordo di aver portato con me delle macchine fotografiche ai miei tornei già nel 2003. Avrò avuto diciotto anni, la mia famiglia stava viaggiando in Europa e, per la prima volta, mi fu permesso di andare da qualche parte da solo. Presi un treno per Marsiglia per vedere Richard Gasquet perché, all’epoca, era uno straordinario giovane giocatore che stava emergendo contemporaneamente a Nadal. Fotografai il torneo con una vecchia macchina analogica e conservo ancora alcune di quelle immagini. Successivamente iniziai a frequentare corsi di fotografia e, al Roland Garros del 2008, acquistai la mia prima vera reflex con un teleobiettivo. Non ero accreditato. Mi sono limitati semplicemente a osservare l’abbigliamento, la tecnica, il movimento. Cercavo di congelare l’azione e, in qualche modo, di rallentare il gioco, per studiarlo.Sono sempre stato uno studente del tennis. L’archivio, in sostanza, non ha mai smesso di crescere da allora. Parliamo ormai di oltre vent’anni trascorsi a fotografare questo universo.
Quando ho iniziato a perseguire la fotografia professionalmente, gran parte del mio lavoro era incentrato sull’architettura. A un certo punto, il campo da tennis è diventato quasi una frontiera tra questi due interessi. Un club storico poteva contenere architetture ottocentesche; un altro campo poteva interessarmi per le sue linee o per le sue proporzioni. Il campo da tennis è uno spazio estremamente familiare, ma quando ne rimuovi il contesto immediato può diventare anche completamente astratto. Gradualmente, questi differenti interessi per l’architettura e per lo sport hanno iniziato a collassare l’uno nell’altro.
Dico spesso che il tennis è un’analogia della vita. Ciò che ammiro nei più grandi giocatori è la loro capacità di trovare soluzioni. Sei sotto di due set. Che cosa fai adesso? Come risolvi il problema? È questa mentalità ad affascinarmi. La vita stessa diventa una successione continua di problemi da risolvere. C’è sempre un’altra difficoltà davanti a te. In quelle situazioni mi capita spesso di trovare dei parallelismi. La vita, come il tennis, può essere difficile. Le persone sottovalutano quanto sia complesso raggiungere persino un buon livello amatoriale. Una parte dell’ambizione di Pro Shop consiste proprio nel riflettere su questi problemi e, magari, contribuire a mitigarli: per i brand attraverso la consulenza, per altre persone che operano nel settore o, semplicemente, per noi stessi. Si tratta di modificare il modo in cui immaginiamo che cosa sia il gioco e che cosa potrebbe diventare.”




Quanto New York, in termini artistici, culturali, sportivi e sociali ha plasmato la tua prospettiva, sia a livello creativo, che nel tuo rapporto con il tennis?
“L’energia di New York è molto particolare perché è un luogo capace di logorarti completamente e persino distruggerti, ma anche di ricompensarti in modi che sarebbe difficile sperimentare altrove. A volte penso alla città come all’essere travolti da un’onda. Vieni sbalzato da una parte all’altra, poi in qualche modo riesci a tornare in superficie, prendi un enorme respiro e scopri che lì ti sta aspettando qualcosa. Una sorpresa. Una ricompensa. Questo è New York. Puoi trascorrere la mattina furioso perché un cappuccino costa otto dollari e poi, quello stesso giorno, incontrare qualcuno che improvvisamente può rendere possibile qualcosa che cercavi di realizzare da anni. La città può accelerare il tuo percorso in modi completamente imprevedibili. Paghi un prezzo enorme per esistere qui. Ma, alla fine, credo che esista anche una ricompensa, se riesci a rimanere coerente con ciò che fai.
Per me, trovare quella continuità è stato difficile. Ho impiegato molto tempo prima di arrivare a un punto in cui mi sentissi realmente orgoglioso, concentrato e sufficientemente sicuro da poter creare qualsiasi cosa desiderassi all’interno di questo mondo. Ho avuto bisogno di aiuto per arrivarci. Ero giunto a un momento in cui avevo bisogno di capire che cosa avrei realmente fatto di tutte le diverse competenze accumulate negli anni. Non mi sono mai considerato una persona da ufficio. Per questo trovo interessante che oggi attorno a Pro Shop esista una certa forma di struttura: l’attenzione, il lavoro di consulenza, le partnership.
Pro Shop stesso è una realtà giovane. Voglio costruire una storia più solida. Ci sono ancora moltissime cose che desidero esplorare e direzioni che potrebbe prendere. Il tennis, in fondo, rimane un’industria sorprendentemente frammentata. Culturalmente esiste ancora un vuoto. Ci sono pochissimi spazi che curano realmente lo sport e lo collegano alla cultura in maniera ragionata. E trovo questa cosa sorprendente, perché non credo esistano molti sport con una storia culturale e visivamente ricca quanto quella del tennis. Questo significa che esiste ancora un’enorme quantità di possibilità. Ed è precisamente lì che vedo nuove opportunità.”
Pro Shop occupa un territorio piuttosto insolito, a metà strada tra negozio, galleria, archivio e studio creativo. Se dovessi definire l’idea originaria alla base del progetto, come lo faresti? Percepivi che il tennis avesse bisogno di uno spazio differente? E com'è iniziato il processo di raccolta degli oggetti?
“L’istinto del collezionismo esisteva già prima che nascesse Pro Shop. In realtà tutto è cominciato da un sentimento di pura nostalgia. Volevo collezionare tutte le racchette che avevo utilizzato nel corso della mia vita. Probabilmente quello è stato il primo vero punto d’origine dell’intero progetto. Per anni le ho semplicemente conservate in un armadio. Erano sempre lì, quasi come un promemoria silenzioso di diversi momenti della mia vita. Ma in quella fase non esisteva ancora un vero progetto. Parallelamente, continuavo ad avere la sensazione che non esistesse un luogo in cui poter realmente esplorare prodotti interessanti legati al tennis. Vedevo tutti questi brand iniziare a creare abbigliamento, accessori e oggetti interessanti intorno al gioco, ma non esisteva uno spazio fisico dove poterli toccare per davvero. E per me l’esperienza fisica conta tanto. Come consumatore voglio comprenderne il tessuto, provarlo, vedere come veste.
La prima versione di Pro Shop, in realtà, era molto più pura e temporanea rispetto a ciò che sta diventando oggi. Avevo curato una selezione di brand e persone che, secondo me, stavano facendo cose realmente interessanti all’interno del tennis, inclusi nomi come Spence, Reigning Champ e Outside Lines. Da allora, in meno di due anni, l’ecosistema si è ampliato enormemente. Ma l’idea originaria è sempre stata più ampia rispetto alla semplice vendita di prodotti. Volevo creare un luogo in cui la comunità del tennis potesse realmente riunirsi. I negozi di tennis tradizionali erano soprattutto posti in cui andavi a incordare la racchetta, comprare un paio di scarpe o prendere una T-shirt di uno dei grandi brand. Non esisteva un vero spazio culturale attorno al gioco.
Ho quindi iniziato a organizzare feste, proiezioni di partite e occasioni per riunire le persone. L’idea era che Pro Shop potesse contenere simultaneamente più dimensioni. C’è l’elemento comunitario. C’è la moda. C’è la parte tecnica dello sport. Ci sono magazine, pubblicazioni, oggetti. Lo spazio sta diventando quasi una biblioteca o una galleria. Ho accumulato materiale estremamente specifico e di nicchia, e le persone possono prendere appuntamento per venire a consultarlo. Voglio che l’archivio sia accessibile. Oggi, la dimensione più pubblica di Pro Shop può svilupparsi attraverso partnership e collaborazioni. Finalmente, ho la sensazione che tutti questi elementi differenti stiano iniziando a convergere in una forma che permette alle persone di comprendere realmente l’intero spettro di ciò che sono in grado di fare. E questo mi rende molto felice.”




Parlando di heritage, Pro Shop NYC è circondato da memorabilia tennistica: racchette, tubi di palline, riviste e oggetti provenienti da epoche differenti. Che cosa conferisce a questi oggetti sportivi, apparentemente ordinari, un valore più profondo? E in quale momento un vecchio oggetto smette di essere soltanto tale e diventa un artefatto culturale, parte di un archivio?
“Per me, una parte importante riguarda certamente la dimensione collezionistica, ma esiste anche la pura celebrazione del design. Ogni oggetto racconta la storia di un determinato periodo tecnologico. Le racchette sono passate dal legno all’alluminio, poi alla grafite e, successivamente, ad evoluzioni contemporanee sempre più potenti. Ogni fase rappresenta un momento differente nella storia dello sport. Collezionare, studiare, esporre e preservare questi oggetti diventa quindi un modo per tracciare una storia molto più ampia. E quella storia non riguarda soltanto il tennis. Gli oggetti rivelano anche la cultura. Prendi qualcosa di apparentemente semplice come un tubo da due palline. In Giappone esistevano perché tradizionalmente i giocatori utilizzavano due palline. Si giocava con due e se ne perdevi una, magari aprivi un altro tubo. Quella minuscola decisione progettuale però racconta immediatamente qualcosa di più ampio rispetto al rapporto con gli oggetti, il consumo, lo spreco e la cura della cultura asiatica. La maggior parte delle persone non lo saprebbe mai. Ma io amo raccontare queste storie. Il graphic design del tennis vintage mi affascina. Posso acquistare un tubo di palline da venti dollari semplicemente perché apprezzo la verniciatura, la tipografia o il modo in cui è stato prodotto. Poi inizi a osservare dove quegli oggetti venivano realizzati e si apre un’altra storia. Molti venivano un tempo prodotti negli Stati Uniti; successivamente, durante gli anni Novanta, la produzione ha iniziato a spostarsi sempre di più verso il Sud-est asiatico. Improvvisamente, questo apparentemente insignificante oggetto da tennis comincia a raccontarti qualcosa sulla globalizzazione e sulla storia della manifattura. In questo senso, credo di considerarmi, più di ogni altra cosa, una sorta di archivista.”
Il tennis sta attraversando un momento culturale straordinario. Moda, lusso e lifestyle sono sempre più attratti dalle sue silhouette, dal suo immaginario e dai suoi codici. Esiste però una differenza fondamentale tra entrare realmente in relazione con una cultura e limitarsi a estrarne l’estetica. Avendo vissuto all’interno del gioco per gran parte della tua vita, come processi questa distinzione?
“Credo che questa distinzione sia estremamente importante. In qualche modo, considero proprio questo come parte del mio ruolo: essere un fact-checker o un garante dell’autenticità. Oggi esistono moltissime campagne in cui un brand inserisce semplicemente una racchetta di legno nell’immagine e pensa che questo sia sufficiente a significare ‘tennis’. Non lo è. Se vuoi entrare realmente nella cultura, i dettagli devono avere un senso. Devi utilizzare un’attrezzatura coerente con la storia che stai cercando di raccontare. Se attraverso una collezione stai facendo riferimento a una determinata epoca, allora le racchette, gli abiti, i gesti e il linguaggio visivo dovrebbero far riferimento a quel periodo. Alcuni brand prestano grande attenzione a questi aspetti. Altri no. E forse il pubblico generalista non se ne accorgerà mai. Ma chi vive realmente di tennis lo nota immediatamente. Riconosce la superficialità. Per me, se un grande gruppo della moda vuole entrare seriamente nel tennis e compiere un investimento significativo, allora dietro deve esserci ricerca. E la ricerca richiede tempo.”



Il tennis professionistico è storicamente legato al concetto di esclusività, mentre gran parte della cultura tennistica di cui fai parte a New York si sviluppa sui campi pubblici, attorno a eventi comunitari e attraverso persone provenienti da contesti completamente differenti. Cosa rivela questa nuova dimensione della disciplina?
“Credo che il fenomeno del campo pubblico sia incredibilmente in crescita. Dopo il Covid, la partecipazione è aumentata enormemente. E per me sono proprio i campi pubblici il luogo da cui sta emergendo gran parte dello stile autentico del tennis contemporaneo. Persone provenienti da universi culturali completamente diversi portano con sé i propri riferimenti. Cominciano a costruire una propria identità visiva attraverso il gioco, spesso mescolando prodotti contemporanei con elementi di tennis vintage. In questo senso, il campo pubblico sta diventando oggi una passerella. Ogni Paese sviluppa una propria visione. Personalmente continuo a credere molto di più nella connessione organica, faccia a faccia. E’ una delle cose più belle dei pop-up di Pro Shop. Io che incordando una racchetta, incontravo degli amici e li presentavo tra loro, incoraggiandoli a organizzare una partita perché sapevo che avevano più o meno lo stesso livello. Improvvisamente il tennis diventa un punto d’incontro culturale. E questo possiede una forza enorme. Il campo pubblico è diventato uno straordinario luogo di unione.”
Guardando al futuro, quali ulteriori ruoli culturali pensi che il tennis possa ancora assumere? E dove si colloca Pro Shop all’interno di queste possibili evoluzioni?
“Credo che il tennis debba essere inserito all’interno di un numero maggiore di esperienze che non risultino proibitivamente lussuose o esclusive. Mi interessa creare, insieme a dei partner, esperienze realmente inclusive e, magari, anche interdisciplinari. Trovo estremamente stimolante osservare le persone muoversi tra sport e comunità differenti. Come può una disciplina entrare in contatto con un’altra? Che cosa succede quando una community di runner entra nel tennis? Per me esiste un potenziale enorme in questo spazio. Pro Shop potrebbe certamente contribuire a orchestrare qualcosa del genere. Più in generale, credo che il nostro ruolo sia continuare a educare le persone rispetto alla cultura del tennis. Questa è la nostra stella polare.
Mi interessa molto anche la possibile reinvenzione del concetto di club. Come si può mettere in relazione l’idea tradizionale di tennis club con la cultura grassroots? E, ancora più radicalmente: che cos’è davvero un club? Con il gruppo giusto di persone puoi ripensare completamente ciò che un tennis club rappresenta. Anziché essere qualcosa di chiuso e proibitivamente costoso, può diventare fluido, accessibile e aperto ad altre comunità. Per me esiste qualcosa di molto potente in questo spazio. È uno dei futuri del tennis che vorrei Pro Shop contribuisse a costruire.”


Tennis Minimalism in the Art of FIFA2000
Togliere fino a quando rimane soltanto l’essenziale. Potrebbe essere tanto una definizione del movimento artistico minimalista quanto la descrizione di un campo da tennis. È proprio da questa intuizione che il lavoro di FIFA2000, artista sudamericano la cui ricerca si muove tra pittura, cultura urbana e immaginario popolare, si sviluppa. Nella sua pratica artistica il campo da tennis smette di essere soltanto un luogo sportivo per trasformarsi in spazio mentale ed architettura sociale dalle infinite possibilità.
Come se una composizione di Mondrian fosse stata sottratta alla verticalità della tela e stesa sotto i piedi degli atleti: il campo da tennis organizza lo spazio attraverso linee, intervalli e proporzioni. La pura eleganza formale di questi rettangoli di gioco, privati del movimento di corpi, emancipa il tennis dal proprio significato sportivo, elevandolo a composizione perfetta: linee rette, campiture cromatiche, simmetrie e proporzioni che sembrano dialogare con la storia stessa del minimalismo. Per questo artista originario di Santiago del Cile e attratto dall’idea di ridurre l’immagine alla sua forma essenziale, un rettangolo tennistico si presenta come un dispositivo visivo pressoché inesauribile. Un luogo all’interno di cui studiare angolazioni, ombre, traiettorie, variazioni cromatiche e tensioni spaziali.
A questa attrazione visuale si sovrappone anche una dimensione biografica-tennistica di FIFA2000. Memoria sudamericana, identità nazionale e sedimentazione culturale appartengono ad un deposito emotivo che permette al campo da tennis, una volta entrato nell'universo artistico, di trasformarsi in uno spazio apparentemente neutro che, proprio nella sua essenzialità, finisce per caricarsi di significati sociali sempre diversi, sempre nuovi.



Sei un artista autodidatta. Prima ancora che attorno al tuo lavoro si definisse un linguaggio riconoscibile, che cosa ti ha spinto a sentire il bisogno di disegnare e creare immagini?
“Il mio primo vero avvicinamento al disegno risale a quando avevo dodici anni, nel momento in cui scoprii l’animazione giapponese. Manga e anime mi sconvolsero completamente: per me rappresentavano un universo del tutto nuovo. Passai dai classici cartoni animati di Nickelodeon a un’autentica ossessione per Dragon Ball Z. Il desiderio di replicare ciò che vedevo mi portò a convincere mia madre a iscrivermi a un laboratorio di disegno, che frequentai tra i dodici e i tredici anni. Fu lì che ho appreso le prime tecniche e vissuto le mie esperienze formative con l’arte, disegnando tavole ispirate a manga come Evangelion, Alita: Battle Angel e Samurai X.”
‘FIFA2000’: dove nasce e cosa rappresenta per te questo nome?
“FIFA 2000 nasce dalla ricerca di un tag per i graffiti. Volevo un nome breve, leggibile in qualsiasi parte del mondo e già sedimentato nell’immaginario collettivo. È così che sono arrivato a FIFA, un brand dotato di un’enorme forza globale, e ho deciso di appropriarmi di quel concetto visivo, adottando allo stesso tempo la tipografia di un altro brand iconico come FILA. Il ‘2000’, invece, riflette la profonda influenza che su di me esercita l’estetica del passaggio di millennio, con tutto il peso psicosociale, futuristico e nostalgico che quell’epoca porta con sé.”
Sei nato e hai sviluppato il tuo linguaggio visivo a Santiago. In che modo la città ti ha insegnato a osservare le geometrie, lo spazio pubblico e le differenze sociali?
“Santiago è una capitale in costante movimento, una città che si reinventa ogni giorno, tanto fisicamente quanto culturalmente. Sono sempre stato attratto dalla strada; i graffiti mi affascinano da quando ero molto giovane. Vengo da Puente Alto, una periferia dove la cultura urbana e il ritmo della strada hanno una presenza fortissima. Ciò che più mi ispira della città sono i loghi, i marchi e la pubblicità. C’è stato un periodo della mia vita in cui li detestavo, ma a un certo punto ho deciso di ribaltare quello sguardo e di utilizzarli a mio vantaggio, trasformandoli in strumenti capaci di catturare l’attenzione dello spettatore. I loghi esercitano un impatto visivo enorme sul cervello umano. Sebbene a Santiago le differenze sociali siano estremamente marcate, i loghi possiedono una natura democratica: sono presenti tanto nei quartieri più ricchi quanto nelle aree più povere. Mi ha sempre interessato sottolineare proprio questa universalità.”



Do you think South America has its own visual language of tennis, one that hasn’t yet been fully represented? How much of Chile is reflected in your work even when the theme seems universal?
“Sinceramente, non credo che il Sud America possieda un vero e proprio linguaggio visivo specifico del tennis, soprattutto perché si tratta storicamente di uno sport egemonico e globalizzato, e l’America Latina tende a replicarne l’estetica tradizionale. L’identità locale emerge, però, nel momento in cui quel modello viene infranto. Un esempio fondamentale, per me, è stato Marcelo “Chino” Ríos, un tennista che andava contro tutte le convenzioni consolidate, manifestando una profonda irriverenza tanto dentro quanto fuori dal campo. La sua personalità negli anni Novanta, quando raggiunse il numero uno del mondo, ebbe un impatto enorme su di me durante l’adolescenza. Quell’attitudine si riflette ancora oggi nel mio lavoro: mi piace creare immagini visivamente attraenti che, allo stesso tempo, mettano lo spettatore a disagio o lo costringano a interrogarsi. In qualche modo, tutto questo si riconduce a Chino Ríos come icona pop di quell’epoca.”
Il tennis occupa da molti anni un posto centrale nel tuo universo visivo. Ricordi quando hai iniziato a percepirlo non solo come sport, ma come esperienza artistica?
“Lo ricordo perfettamente, perché coincide con la nascita di mia figlia. In quel periodo stavo ancora cercando di comprendere quale potesse essere la mia strada nell’arte: facevo graffiti, tatuavo per riuscire a mantenermi e sperimentavo sulla tela, cercando un’identità visiva che potesse definirmi già al primo sguardo. Nel mezzo di quella ricerca dipinsi il mio primo campo da tennis, con una caratteristica particolare: i giocatori rappresentati erano paralimpici. Per necessità economiche cominciai poi a produrre più lavori legati a quel tema, sia su T-shirt sia su tela, e mi resi conto che la risposta del pubblico era incredibile. Le persone acquistavano i dipinti per arredare le proprie case; scoprivano che la geometria del campo da tennis appariva estremamente elegante in un soggiorno, accanto a una pianta o a una bella tenda. Quando ho compreso il potenziale tanto commerciale quanto estetico di quell’elemento, non ho più smesso. Ancora oggi continuo a ricevere commissioni per composizioni di questo tipo.”
Il tennis come è entrato nel tuo lavoro? Lo ha fatto attraverso un rapporto diretto con il gioco, la memoria, la televisione, l’architettura oppure, semplicemente, attraverso una fascinazione visiva?
“Credo che ci siano tre fattori fondamentali. Il primo è la fascinazione visiva esercitata dal campo stesso; il suo disegno mi appare profondamente artistico perché dialoga direttamente con l’arte minimalista, qualcosa che i campi caratterizzati da linee curve, come quelli da calcio o da basket, non riescono a trasmettere allo stesso modo. Il secondo fattore appartiene alla memoria e all’identità nazionale: sono stato profondamente colpito dall’impresa di Nicolás Massú e Fernando González ai Giochi Olimpici di Atene del 2004. Il terzo fattore, probabilmente il più importante, è l’architettura del campo, che per me coincide con una forma di pura eleganza formale.”


Il mondo dell’arte ha spesso relegato lo sport a un ruolo culturale secondario, mentre la cultura popolare ne ha immediatamente compreso l’enorme potenza iconografica. Come interpreti il rapporto tra questi due universi?
“Ho la sensazione che, nella mia generazione artistica, esista una forte tendenza a riappropriarsi dell’estetica sportiva, soprattutto di quella calcistica. Se il sistema dell’arte ha storicamente relegato lo sport ai margini, credo sia perché le discipline sportive appartengono, per loro stessa natura, alla cultura popolare. Tradizionalmente, il circuito elitario dell’arte ha ricercato esclusività e accesso ridotto, prendendo le distanze dalle masse. Lo sport rompe questo tipo di elitismo proprio perché appartiene alle persone. Mettere in relazione questi due mondi significa, in qualche modo, democratizzare l’immagine.”
Ad Athleta Mag piace pensare al tennis come una vera e propria forma d’arte. Cosa rappresenta il tennis per te? E cosa cerchi di esprimere attraverso questo tipo di musa nel tuo lavoro?
“Nel mio lavoro, il tennis funziona come uno schermo attraverso cui proiettare sottigliezza ed eleganza, due qualità che risuonano profondamente con il mio gusto per un’estetica pulita e minimalista. A differenza del golf, ho la sensazione che il tennis costituisca ancora una nicchia visivamente poco esplorata nell’arte contemporanea. Ma, al di là della dimensione estetica, lo considero anche uno stile di vita. Il fatto che sia uno sport individuale mi rappresenta perfettamente; non ho mai amato gli sport di squadra. Il tennis è una battaglia di precisione fisica e mentale, richiede un sacrificio enorme ed è costantemente attraversato dalla frustrazione, qualcosa che il recente documentario su Rafa Nadal riesce a rappresentare molto bene. Io utilizzo il tennis proprio per parlare di questo: del continuo superamento di se stessi, della resilienza e della solitudine del creatore di fronte alla propria tela.”
Your work often explores geometric fantasies. What is it about tennis and geometry that sparks your creative process? And what did you see on a tennis court that you didn’t find anywhere else?
“Quando stavo cercando il mio stile, desideravo che fosse il più minimalista possibile. Idealmente, avrei voluto ridurre l’intera composizione a un solo colore, una linea e un cerchio. Nel corso di questa ricerca, mi resi conto che il campo da tennis rappresentava lo scenario perfetto. Il mio processo creativo comincia proprio da lì: trovare i colori giusti, l’angolazione corretta, la traiettoria della palla e il rapporto tra le ombre. Inoltre, mi accorsi che il tennis nell’arte rappresentava un territorio ancora largamente inesplorato. C’erano artisti che, in qualche momento del proprio percorso, avevano dipinto un campo da tennis, ma nessuno che si fosse realmente specializzato su questo soggetto. Volevo cogliere l'opportunità. Ovviamente non penso assolutamente di poter rivendicare qualcosa di mio artisticamente parlando, ma ho dedicato una parte significativa del mio tempo a questo universo e ho realizzato un numero enorme di opere incentrate sui campi da tennis.”


A volte i tuoi campi da tennis non sembrano luoghi in cui viene disputato un match, ma spazi mentali. Ti interessa maggiormente il campo da tennis come luogo reale oppure come paesaggio immaginario?
“Mi interessano entrambe le dimensioni, ma a un certo punto ero talmente immerso in questo universo che ho cominciato a percepire il campo soprattutto come un paesaggio immaginario. Sono diventato quasi ossessionato dalla ricerca di angolazioni ambigue, ricavate da azioni del tutto casuali, attraverso cui creare dipinti differenti. Sono arrivato ad astrarre lo spazio fino a un punto tale che il campo ha smesso di essere un luogo fisico ed è diventato una condizione mentale, nella quale linee e forme potevano fluttuare al di fuori della realtà stessa del gioco.”
Il tennis è uno dei pochi sport la cui identità visiva può trasformarsi quasi completamente a seconda della superficie: la terra rossa, l’erba verde, i campi in cemento blu o verdi. Vivi ogni superficie cromatica come un universo emotivo differente?
“1000%. Each surface conveys something entirely different and varies greatly visually; the shadow cast by clay is not the same as that of grass, or that of cement versus asphalt. Rather than limiting myself to technical realities, I let myself be guided by chromatic freedom and the emotion of color. If a sky blue seems beautiful to me and conveys the right energy, I don’t hesitate to combine it with a Barbie pink to create my own world on the canvas.”
Il tennis sta attraversando una nuova fase di interesse culturale che coinvolge moda, fotografia, design e arte. Perché, secondo te, sta accadendo proprio in questo sport?
“Credo sia direttamente collegato all’eleganza della sua estetica. Le componenti visive del tennis, quindi l’abbigliamento, i brand, persino l’atteggiamento del pubblico, possiedono un’identità estremamente definita. Sebbene sia uno sport relativamente elitario, è proprio questa dimensione in qualche modo riservata a giocare a suo favore. Il fatto che non sia uno sport globalmente popolare nello stesso modo di altri gli permette di conservare un’aura esclusiva e sofisticata, particolarmente attraente per l’arte e il design contemporanei.”


You’ve explored the format and scale of graffiti. What did graffiti bring you as an artist, and what changes when you work on a wall instead of a canvas?
“Il formato dei graffiti appartiene a un universo completamente differente rispetto alla tela o alla pittura destinata alla galleria. La strada offre una libertà unica, qualcosa che lo studio semplicemente non è in grado di restituire. Ho la sensazione che alcune delle mie opere migliori siano state dipinte in spazi pubblici, dove il gesto pittorico diventa più libero e riesce ad accogliere la ruvidità della materia urbana. Inoltre, lavorare su quella scala introduce una dose purissima di adrenalina, una forza propulsiva che considero vitale tanto per l’esperienza umana quanto per il processo creativo.”
Dopo così tanti anni trascorsi sui campi tennis, cos’altro credi sia ancora possibile scoprire all’interno di quel rettangolo?
“Ho la sensazione di aver appena sfiorato la metà del potenziale visivo che il tennis può offrire. La cosa positiva è che, pensando al percorso della mia carriera, probabilmente ho ancora circa quattro decenni di vita davanti a me per continuare a creare. Questo mi lascia esattamente il tempo necessario per provare a scoprire, attraverso l’arte, la percentuale restante. Gli elementi da esplorare sono praticamente infiniti: il gioco delle ombre, la geometria delle linee, il comportamento del pubblico, la rete, le scarpe, i raccattapalle, le racchette spaccate, i brand sponsor, i tic e le gestualità dei giocatori. All’interno di quel rettangolo ci sono ancora cento cose diverse che aspettano soltanto di essere scoperte.”

A vivid tennis dream - Patricia Geagea
Nella pratica artistica di Patricia Geagea, il tennis si eleva dalla logica atletica per divenire tela emotiva su cui colori e forme esagerate esaltano sensazioni, oltre che memorie, sospese.
Sotto lo pseudonimo artistico di ‘Entre Deux’, Patricia immagina un suo mondo e ne esplora la musa sportiva. Nata a Beirut, formatasi professionalmente attraverso Paesi, culture e discipline diverse, oggi di base in Canada, questa grafica e artista contemporanea crea dei territori cromatici in cui i protagonisti, i luoghi e il tempo sembrano fluttuare nell’inverosimile. Tra realtà e immaginazione, fotografia e illustrazione, memoria e finzione, ogni immagine appare, così, sospesa in una zona incerta: sconosciuta, eppure familiare. Diviene una visione cinematografica, possibile e impossibile.
Il tennis entra in questo universo nello stesso modo, con una riconoscibilità immediata e, insieme, apparentemente astratta, in cui i colori diventano matrice narrativa e archivio sensoriale saturato, composto da ricordi di un'infanzia passata sulle sponde mediterranee del Libano. La terra rossa, gli abiti bianchi, il verde rigoglioso che circonda i campi da gioco, il blu compatto del cielo... Tutto funziona come un sistema di scale cromatiche, attraverso cui lo sport viene sottratto alla realtà e restituito ad una regno altro. Ogni campo, un ricordo; ogni figura, una presenza; ogni gesto, una pennellata sensoriale, impressa in uno spazio surreale.






Il tuo pseudonimo artistico, Entre Deux, evoca immediatamente uno spazio posto tra due stati, due lingue, due possibili identità. Che cosa significa oggi, per te, questo spazio intermedio?
“Entre Deux riflette il luogo in cui mi esprimo naturalmente. Sono nata a Beirut, ho costruito la mia vita a Montréal e ho attraversato la mia carriera lavorando tra paesi, culture e discipline creative diverse. Mi sono sempre sentita più a casa in quello spazio sospeso tra mondi, là dove le identità non sono fisse e influenze differenti possono coesistere. Questa idea è entrata in modo naturale nella mia pratica artistica. Sono attratta da immagini che esistono tra realtà e immaginazione, fotografia e illustrazione, memoria e finzione. Non sono tanto interessata a documentare il mondo, quanto a ricrearne le sensazioni. Quello spazio ‘intermedio’: il luogo in cui l’ambiguità lascia spazio all’emozione e in cui chi osserva può scalfire nell’immagine le proprie memorie, le proprie interpretazioni. Per me, Entre Deux non significa scegliere tra due identità. Significa abbracciare lo spazio in cui esse si incontrano. È lì che mi sento più creativa, ed è lì che tutto il mio lavoro si origina.”
Prima che l’intelligenza artificiale entrasse nel tuo processo creativo, che tipo di immagini cercavi come art director e designer? Gli strumenti generativi hanno modificato la tua visione, oppure hanno semplicemente dato forma a qualcosa che esisteva già?
“Molto prima di lavorare con l’intelligenza artificiale, ero già alla ricerca di immagini che avessero una qualità cinematografica, emotivamente carica e leggermente impossibile. Come art director, ho trascorso anni costruendo narrazioni visive, cercando sempre di creare un’atmosfera diversa, nuova. Quando presentavo campagne ai clienti, utilizzavo spesso Photoshop per costruire composizioni capaci di comunicare una visione che ancora non esisteva. Quelle immagini non erano pensate come risultato finale, ma aiutavano gli altri a vedere il mondo che stavo cercando di creare. Gli strumenti generativi non hanno modificato in modo sostanziale ciò che desideravo esprimere. Hanno ampliato il vocabolario visivo a mia disposizione. Mi permettono di costruire scene che sarebbero state difficili, se non impossibili, da realizzare attraverso una produzione tradizionale, mentre il mio ruolo rimane invariato: dirigere, editare, rifinire, curare e prendere decisioni estetiche. La visione è sempre venuta prima. La tecnologia le ha semplicemente offerto un altro medium.”
Lo sport e, in particolare, il tennis ricorrono spesso come soggetti nel tuo lavoro. Come mai?
“Sono sempre stata attratta dallo sport, ma non necessariamente in quanto atleta. Ho provato a giocare a tennis quando ero a scuola e ho capito piuttosto rapidamente che non era la disciplina in cui riuscivo a esprimermi meglio. Ciò che è rimasto in me, però, non è stato tanto il gioco in sé, quanto tutto ciò che lo circondava. Il tennis mi ha sempre interessata come universo visivo: l’eleganza degli abiti, la geometria grafica dei campi, le palette cromatiche. Possiede una capacità unica di tenere insieme atletismo e raffinatezza, movimento e immobilità. Molto prima che diventasse un soggetto ricorrente nel mio lavoro, stavo già raccogliendo dentro di me quelle impressioni visive. Oggi il tennis rappresenta per me un linguaggio visivo estremamente ricco, attraverso cui posso esplorare composizione, atmosfera ed emozione.”




Hai oltre dodici anni di esperienza nell’art direction e nel design. In che misura questo background ti aiuta a creare qualcosa che risulti artisticamente impattante?
“Gli anni trascorsi nell’art direction e nel graphic design mi hanno insegnato a pensare oltre la sola dimensione estetica. Ogni immagine nasce da un’intenzione. Dietro ogni decisione visiva esiste un’idea da comunicare, un’emozione da evocare o una storia da raccontare. Questo modo di pensare mi ha accompagnata lungo tutta la mia carriera ed è diventato, in modo naturale, il fondamento della mia pratica artistica. Che io lavori con strumenti generativi, realizzi uno shooting vero e proprio o collabori con illustratori, il mio processo rimane sostanzialmente lo stesso. Penso alla composizione, al colore, al ritmo, alla luce e al percorso che lo sguardo dello spettatore dovrebbe compiere dentro l’immagine. Mi domando sempre: che cosa dovrebbe far provare questa immagine? Quale atmosfera sto cercando di creare? Lavorare nel design mi ha insegnato anche la disciplina e il pensiero sistematico. Spesso pubblico una serie di immagini insieme, non un'immagine isolata; quando esploro un’immagine, di solito sto già pensando a una sequenza più ampia, o ad un intero territorio visivo costruito intorno a essa. Nel lavoro commerciale, ogni decisione creativa deve rispondere a una funzione precisa. Oggi, quello stesso grado di intenzionalità mi permette di sperimentare con maggiore libertà, proprio perché possiedo una struttura visiva solida su cui potermi poggiare. L'esperienza professionale non ha limitato la mia voce artistica; al contrario, mi ha fornito gli strumenti per esprimerla con maggiore chiarezza e sicurezza.”
Che cosa ti ha attratta, in un primo momento, del tennis a livello estetico, prima ancora che come gioco?
“Le uniformi, le palette cromatiche, l’architettura dei campi, il rigore grafico delle linee, l’eleganza del movimento. Il tennis mi è sempre apparso come uno degli sport visivamente più soddisfacenti. C’è, inoltre, qualcosa nel tennis che percepisco come profondamente mediterraneo. Sono cresciuta immersa in quella cultura, in un mondo in cui la vita si svolge all’aperto e i colori sembrano saturati dalla luce del sole. Che si tratti di un campo in terra battuta nel sud dell’Europa, del bianco degli abiti, del contrasto tra la terracotta, l’azzurro intenso del cielo e il verde lussureggiante della vegetazione, oppure del ritmo lento che intercorre tra un punto e l’altro, il tennis evoca in me quella medesima sensazione di calore, eleganza e sospensione dal tempo. Possiede una bellezza che definirei architettonica. Il campo da tennis è una delle composizioni visive più semplici che si possano immaginare. La simmetria, la geometria, lo spazio negativo e la forza dei colori rendono ogni inquadratura immediatamente riconoscibile. Per una persona come me, da sempre affascinata dalla fotografia e dalla composizione, è stato naturale lasciarsi attrarre da questo tipo d'estetica.”




Uno degli elementi centrali nel tuo lavoro è il colore. Appare vibrante, mai casuale. In che modo ti avvicini al colore quando costruisci un’immagine?
“Il colore è spesso il punto da cui un’immagine prende origine. Prima ancora di pensare alla composizione o ai dettagli, penso alla temperatura emotiva: ogni palette crea uno spazio psicologico diverso e definisce l’atmosfera prima di qualsiasi altro elemento. Sono sempre stata attratta dai colori intensi, saturi. Sono cresciuta sulle sponde del Mediterraneo, dove ogni cosa sembra amplificata dalla luce: cieli di un blu profondo, acqua turchese, edifici, vegetazione rigogliosa, ombrelloni a righe e persino le nostre tavole di mezze libanesi, dove ogni piatto aggiunge alla composizione un’ulteriore vibrazione cromatica. Quelle memorie visive sono rimaste con me e continuano a plasmare i mondi che creo. Non mi interessa riprodurre la realtà, ma intensificarla. Il colore saturo possiede la capacità di trasformare una scena in qualcosa che appare più vicino alla memoria. Mi permette di amplificare l’esperienza emotiva e di creare immagini che risultano familiari, nostalgiche e leggermente oniriche.
Ironically, that relationship with colour exists almost entirely in my work. In everyday life, I wear almost exclusively black or muted tones. I’m naturally quite reserved, and I think my images become the place where all that colour, energy, and emotion can exist. It’s almost a balance. The more restrained I am personally, the more expressive my visual world becomes.”
Il tennis cambia radicalmente a seconda delle sue superfici: la terra rossa, l’erba verde, i campi blu di cemento, le ombre degli spazi indoor. Queste superfici ti suggeriscono stati emotivi differenti?
“Every surface carries its own story. Changing the surface, and so changing textures, completely changes the emotional language of an image. A clay court against a bright blue sky creates a very different feeling than a cool blue hard court under artificial lights. One feels warm and nostalgic, the other feels clean, graphic, almost futuristic. I’m always looking at how those environments influence memory and emotion.”
Le tue immagini creano spesso, intorno al soggetto, un’atmosfera quasi onirica. L’atmosfera, per te, è una forma stessa di narrazione?
“Assolutamente sì. Penso spesso che l’atmosfera racconti la storia prima ancora che qualsiasi narrazione diventi esplicita. Più di ogni altra cosa, mi interessano la nostalgia e quella sensazione di familiarità. Quando ho iniziato il progetto di ‘Entre Deux’, una delle prime frasi che avevo scritto nella mia biografia era: ‘persone che non esistono, ma che sembrano familiari’. Quella frase continua ancora oggi a definire la mia pratica. Sono cresciuta a Beirut, dove la vita possiede una dimensione profondamente comunitaria. Raramente si è soli. Il vicino passa sempre a salutare, i cugini si riuniscono senza bisogno di organizzare, c’è sempre qualcuno che ti invita per un caffè o per pranzo. Ogni famiglia, ogni edificio, ogni strada sembrano avere il proprio cast di personaggi ricorrenti. Anche quando non li conosci personalmente, in qualche modo ti appaiono familiari. È questo che cerco di ricreare nel mio lavoro. Molte delle persone che rappresento non sono mai esistite, eppure evocano qualcuno che potresti aver incontrato, qualcuno che ricordi senza riuscire davvero a collocarlo nella tua vita. Mi interessa creare scene che risultino emotivamente vere, pur rimanendo impossibili da riconoscere con precisione. Esistono da qualche parte tra memoria, sogno e finzione. Ed è proprio quest'ambiguità a invitare chi osserva a portare dentro l’immagine la propria esperienza, completando la storia a partire da sé.”




Sogno, memoria, architettura... Qual è la funzione più importante assunta dal tennis nelle tue opere?
"Probabilmente è una combinazione di tutte e tre le cose. Il tennis offre una struttura visiva, ma ciò che mi interessa davvero è tutto ciò che circonda il gioco: il rituale, l’anticipazione, l’eleganza, la ripetizione, il movimento. Diventa un palcoscenico su cui l’emozione può dispiegarsi. Spesso, per me, lo sport in sé quasi scompare, lasciando dietro di sé un’atmosfera estremamente grafica.”
Il tennis sta attraversando un momento culturale estremamente rilevante, tra moda, fotografia, cinema, design e social media. A tuo avviso, perché questo sport sta vivendo un'era così significativa?
“Il tennis ha sempre posseduto un’identità visuale unica. Pochi sport sono riconoscibili con altrettanta immediatezza attraverso il colore, la geometria e il movimento. Oggi credo che le persone siano attratte anche dal suo senso di atemporalità. In una cultura satura di rumore visivo costante, il tennis conserva ancora una forma di eleganza. Offre un’estetica che appare insieme nostalgica e contemporanea, e proprio per questo risulta straordinariamente adattabile a discipline creative diverse.”
Quale responsabilità sente un'artista quando crea immagini di sport in un’epoca in cui realtà e finzione diventano sempre più irriconoscibili?
“Credo che la responsabilità non consista necessariamente nel riprodurre fedelmente la realtà, ma nel rimanere onesti rispetto alla propria intenzione. Il mio lavoro esplora mondi immaginati, ispirati alla realtà. Ciò che conta è che il processo artistico rimanga trasparente e che chi osserva comprenda di entrare in un universo visivo costruito, non in uno spazio frutto della documentazione. La finzione ha sempre fatto parte dell’arte; le nuove tecnologie ampliano semplicemente i modi attraverso cui possiamo manifestarla.”
Cosa desideri che susciti il tuo lavoro nelle persone?
“Spero che il mio lavoro riesca a generare un breve momento di sospensione. Se qualcuno guarda un’immagine e prova curiosità, nostalgia o una quieta forma di gioia prima ancora di domandarsi come sia stata realizzata, allora sento che quell’immagine ha raggiunto il proprio scopo. Più di ogni altra cosa, vorrei che le persone sperimentassero un senso di possibilità, come se avessero incontrato un luogo che non è mai esistito, ma che in qualche modo appare familiare.”




Chasing Light | Josh Tu
Un campo da tennis può, almeno a prima vista, essere un luogo ostinatamente ripetitivo. Un rettangolo, una rete... Un sistema geometrico di linee sovrastate da servizi o rovesci, vincenti o errori. Gesti che ritornano partita dopo partita, stagione dopo stagione. Una condizione che ha portato Josh Tu ad osservare la racchetta con maggiore profondità, trovando un nuovo genere di spazio creativo sotto rete
È una traiettoria insolita, la sua. Prima del tennis c’erano il football americano, la cultura sportiva collegiale attraverso cui ha sviluppato il proprio sguardo, ma nessuna scuola di fotografia, o educazione accademica alla creazione dell’’immagine. Una formazione avvenuta direttamente sui diversi campi sportivi calcati e nella progressiva scoperta di ciò che la luce può fare a contatto con un corpo, di come un colore possa alterare la temperatura emotiva di una scena, o del perché un dettaglio possa raccontare più del colpo vincente che domina la scena.
‘Inseguire la luce’ è una delle espressioni con cui Josh definisce il proprio lavoro: una frase che esprime il desiderio di sottrarre il tennis alla semplice documentazione del punto, superando il concetto d’immagine sportiva canonica, limitata alla certificazione dell'azione. Nella sua visione, la ricerca non è verso ciò che una partita, o più in generale in uno sport, mostrano immediatamente, ma verso snodi e dettagli solo all'apparenza secondari.
Grazie alla sua filosofia, Josh Tu è da anni parte del circuito tennistico di primissimo livello, al fianco di nomi come Ben Shelton, Coco Gauff e alcuni tra i protagonisti della nuova generazione della racchetta, attraverso cui può osservare la continua trasformazione della disciplina e dei suoi atleti. Facendolo, poi, da una posizione privilegiata, insieme intima e rispettosa, e restituendo immagini che travalicano i confini del mondo tennistico.








Prima che il tennis entrasse nel tuo universo visivo, che cosa ti ha inizialmente avvicinato alla fotografia come strumento attraverso cui comprendere lo sport?
“In realtà, ho iniziato come videomaker durante gli anni del liceo, probabilmente circa sei anni fa. Giocavo nella squadra di calcio della mia scuola e, molto semplicemente, volevo realizzare dei piccoli video interessanti per me e i miei compagni. A quel tempo non mi consideravo un fotografo, né avevo mai guardato le cose con un occhio particolarmente artistico. Mi piaceva realizzare quei video, così ho continuato per qualche tempo a sperimentare, creando brevi contenuti per squadre di discipline diverse, senza interrogarmi troppo seriamente su dove tutto ciò avrebbe potuto condurmi.
Poi, durante l’ultimo anno di liceo, è arrivato il Covid e ogni cosa si è fermata. Non c’era più alcuna attività sportiva. In quel periodo vivevo a Columbus, in Ohio, proprio accanto alla Ohio State University. La squadra di basket non poteva più permettersi di mantenere il proprio videomaker e stava quindi cercando uno studente dell’università che potesse entrare come stagista e realizzare video per loro. Io frequentavo ancora il liceo, ma vivevo lì vicino, così decisi comunque di candidarmi. In qualche modo riuscii a convincerli ad assumermi, nonostante non avessi alcuna esperienza professionale. Alla fine, mi divertii enormemente. Viaggiavo con la squadra e cominciai ad apprezzare profondamente l’atmosfera dello sport, persino quando sugli spalti non c’era nessuno. La sensazione di una squadra che si prepara a entrare in scena e a esprimersi, le luci, l’emozione, la tensione. Credo che sia stato allora che ho iniziato davvero a innamorarmi di quel mondo. Nei quattro anni successivi, trascorsi alla University of North Carolina, ho cominciato a fotografare sempre di più. Ho lavorato anche con la squadra di football e credo che soltanto dopo un paio d’anni abbia iniziato a sviluppare qualcosa che potesse assomigliare a uno stile, cominciando al tempo stesso a osservare ciò che avevo davanti in una maniera più propriamente artistica.
La cosa curiosa è che, crescendo, non sono mai stato particolarmente vicino alle arti visive. Ho sempre amato il cinema, la televisione e, più in generale, quel genere di narrazione per immagini; da bambino mi piaceva anche disegnare, ma per gran parte della mia infanzia non ho avvertito una particolare attrazione verso l’arte. Poi, dopo un paio d’anni di università, qualcosa ha cominciato a mettersi a fuoco. Ho iniziato a osservare il modo in cui la luce trasformava le cose, il funzionamento del colore, il ruolo della composizione e la maniera in cui tutti questi elementi potessero modificare radicalmente la percezione e l’atmosfera di un’immagine. Tutto completamente da autodidatta. Non ho mai seguito un corso di formazione specifico. Per me, tutto è nato dalla sperimentazione e da una quantità considerevole di errori: un processo attraverso cui, poco a poco, ho iniziato a comprendere ciò che appariva giusto al mio sguardo.”
Prima che lo sport diventasse un soggetto della tua fotografia, ne eri già appassionato? Quali erano le discipline che amavi di più da ragazzo?
“Lo sport è arrivato decisamente prima della fotografia. Ci sono fotografie di me, insieme a mio padre, con indosso le maglie della squadra di football di Ohio State. Era l’università in cui lui si era laureato e si trovava ad appena venti minuti dal luogo in cui sono cresciuto. Ohio State era una squadra vincente, perciò innamorarsi di quell'ambiente è stato quasi naturale. Amavo soprattutto l’atmosfera che lo circondava, in particolare quella del football universitario americano. Quello, per me, era il grande spettacolo. A Ohio State ci sono più di centomila persone che vanno a vederli allo stadio: tutti gridano, fuochi d’artificio, l’energia attraversa ogni cosa. Ero affascinato dalla dimensione rituale e spettacolare di tutto questo. Ma ero affascinato anche dal modo in cui lo sport fosse capace di creare una comunità. Tecnicamente, può non riguardarti in maniera diretta, e tu stesso puoi non far parte della squadra; eppure, nel momento in cui diventi un tifoso, all’improvviso senti di appartenere a qualcosa di molto più grande. Ti ritrovi connesso a centinaia di migliaia, persino milioni di persone che provano ciò che provi tu, che festeggiano insieme a te, che ne parlano con te, che vivono quello sport al tuo fianco. È sempre stato proprio questo sentimento di appartenenza collettiva ad affascinarmi.”





Alla University of North Carolina lavoravi già all’interno dell'immaginario sportivo, soprattutto attraverso atletica e football universitari. Cosa ti ha insegnato lo sport collegiale americano riguardo l'emozione, il rituale, l'identità e la narrazione visuale?
“Credo che lo sport universitario rappresenti un ambiente straordinario per un fotografo sportivo che muove i primi passi negli Stati Uniti, perché ti espone praticamente a ogni cosa. Queste università hanno trenta programmi sportivi differenti e, quando le loro squadre competono, finiscono per diventare parte integrante dell’identità stessa dell’università. Gli studenti se ne interessano, partecipano, riempiono gli spalti; e gli atleti gareggiano non soltanto per sé stessi, ma anche per ciò che rappresentano. È un contesto eccezionale in cui imparare. Sono stato molto fortunato anche a trovarmi alla UNC. Dal punto di vista visivo, i colori erano straordinari. Quella particolare tonalità di Carolina blue è qualcosa che non si incontra facilmente altrove. Anche gli scenari naturali che circondavano molti degli stadi, con gli alberi e la vegetazione, contribuivano a rendere quel luogo particolarmente affascinante da fotografare.
Sono stati necessari un paio d’anni a North Carolina prima che iniziassi davvero a riconoscere momenti capaci di contenere una storia: il dettaglio di ciò che un giocatore aveva scritto sul nastro attorno al polso, un messaggio personale che portava con sé, qualcosa annotato su una scarpa o una piccola traccia visiva della sua storia personale. Ho cominciato a interessarmi a chi fossero i leader della squadra, a come la loro energia e la loro capacità di guidare gli altri si propagassero all’interno del gruppo, e a come questi dettagli apparentemente minimi potessero distinguere un’immagine forte da una comune fotografia sportiva. Ho sempre pensato che fotografare lo sport non possa ridursi allo stare seduti nello stesso punto e premere un pulsante quando accade qualcosa. Almeno nel lavoro che ho sviluppato più recentemente, ho cercato di fare in modo che le immagini contenessero altro: una forma di emozione, un significato, una qualche traccia di ricerca artistica. I quattro anni trascorsi alla UNC mi hanno dato la possibilità di accumulare le ripetizioni di cui avevo bisogno. Fotografare ogni settimana, continuamente, mi costringeva a cambiare ogni volta il mio punto d’attenzione e a continuare a cercare. È stata proprio quella reiterazione del gesto, credo, a spingermi verso la scoperta di ciò che stavo realmente cercando.”
Ricordi la prima fotografia di tennis che ti ha trasmesso qualcosa di diverso rispetto alla semplice documentazione di un punto? Un’immagine in cui hai avuto la sensazione di aver colto qualcosa di più vicino all’anima del gioco?
“Prima di iniziare a fotografarlo, non sapevo assolutamente nulla di tennis. La prima partita a cui abbia mai assistito è stata Ben Shelton contro Taylor Fritz sul campo centrale di Indian Wells, nel 2023. Era il mio primo incontro di tennis dal vivo e non avevo la minima idea di come funzionasse questo sport: non sapevo cosa fosse un servizio, quanti set si giocassero, né come funzionasse il sistema di punteggio. Ero seduto al mio posto e non avevo un accredito media. Una signora accanto a me iniziò a parlare con me e si rese conto molto rapidamente che non capivo nulla di tennis. Così cominciò a spiegarmi il gioco: il funzionamento del punteggio, ciò che stava accadendo in campo, tutto quanto. Fin da quella primissima esperienza, devo dire che il tennis mi divertì moltissimo. Rispetto a quasi ogni altro sport, possiede una qualità singolarmente ripetitiva. Il campo è relativamente piccolo e, per gran parte del tempo, i giocatori compiono gli stessi gesti ancora e ancora: un servizio, un diritto, un rovescio, forse uno slice. Non accade spesso qualcosa di interamente nuovo. Per me era molto diverso da ciò che avevo conosciuto nel football o nel basket, dove molti giocatori si muovono su un campo più ampio e l’azione contiene una varietà infinitamente maggiore.All’inizio, il tennis mi sembrava quasi costrittivo. Più lo fotografavo, tuttavia, più cominciavo a capire che era proprio quella ripetizione a obbligarti a diventare creativo.
Un giocatore può colpire cento volte un diritto dallo stesso angolo nel corso di una partita. Così, invece di restare semplicemente seduto e realizzare ogni volta un’immagine convenzionale, ho iniziato a chiedermi come avrei potuto renderla migliore. C’è un’inquadratura che posso raggiungere? Esiste un lato del campo in cui la luce cade in maniera diversa? Dovrei rallentare il tempo di esposizione? Concentrarmi sulla mano, su un’altra parte del corpo, sulle scarpe, sull’ombra proiettata sul terreno? Il tennis costringe ti costringe a rallentare, a cercare altrove, a osservare i dettagli e ad apprezzare le qualità visive più silenziose del gioco.”



Hai spesso descritto il tuo lavoro attraverso l’idea di ‘inseguire la luce’. Nel tennis, la luce non è mai neutrale: cambia da Melbourne a Parigi, da Londra a New York, dai campi di allenamento alle notti negli stadi. Cosa significa, per te, inseguire la luce quando fotografi il tennis?
“Per me, la luce è tutto quando si tratta di costruire un’immagine. Da un punto di vista tecnico, ogni cosa che vediamo è luce, o assenza di essa. Ma sul piano artistico, quando ci si trova di fronte a una luce interessante, si apre improvvisamente la possibilità di fare qualcosa di più con un’immagine. Si creano zone dure, oscurità, contrasti. Amo osservare il dialogo tra la luce e la sua assenza, e tutto ciò che può nascere da quella relazione: l’ombra di un giocatore, per esempio, oppure il momento in cui il suo corpo attraversa una porzione di campo illuminata mentre tutto il resto rimane immerso nell’ombra. Situazioni simili possono generare possibilità creative straordinarie. Mi affascina anche il fatto che ogni stadio sia costruito in maniera diversa. A volte, nel cuore della giornata, un campo centrale gremito può essere attraversato da una linea di luce durissima che divide nettamente lo spazio, lasciandone una parte completamente esposta al sole e l’altra sprofondata nell’ombra. In alcuni stadi, come al Roland Garros o agli Australian Open, la luce filtra attraverso le strutture superiori e crea piccole aperture luminose che finiscono per proiettarsi sul campo.
Ricordo che, un paio d’anni fa, stavo fotografando a Madrid e la luce cadeva soltanto sulla panchina dei giocatori. C’era Ben, seduto da solo con un asciugamano sulla testa, e l’intera scena aveva assunto una dimensione incredibilmente drammatica. Amo molto quell’immagine. Vorrei riuscire a realizzare più fotografie di questo tipo, ma non è sempre semplice, perché non dispongo necessariamente di un accesso completo alle varie zone del campo e, di conseguenza, non posso raggiungere ogni volta i punti da cui certe angolazioni diventano possibili. Di solito mi trovo nel box del giocatore oppure in qualche settore delle tribune. Ma quando si presentano quelle occasioni, quando hai la possibilità di sperimentare con la luce in quel modo, sono quasi sempre le immagini che preferisco.”
Cosa osservi come prima cosa quando arrivi in un campo da tennis: il pubblico, l’architettura, il giocatore o l’atmosfera? E ci sono dettagli visivi di questo sport che, secondo te, sono ancora poco fotografati?
“Amo la varietà dei luoghi in cui si gioca a tennis. Quando arrivo in un posto nuovo, la prima domanda che mi pongo è sempre: che cosa c’è di diverso qui? Che cosa rende unico questo luogo? Il giocatore indossa un nuovo completo? Quali sono i colori? Entrano in relazione con quelli del campo?. Mi ci è voluto del tempo prima di fotografare il tennis sulla terra battuta e, quando finalmente è successo, me ne sono innamorato. Amo quella consistenza, il modo in cui la superficie cambia nel corso di una partita. Puoi fotografare un giocatore mentre batte la racchetta contro le scarpe e la terra si solleva, oppure mentre scivola sul campo circondato dalla polvere rossa. È qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa che normalmente non puoi ottenere quando, per gran parte dell’anno, fotografi sui campi in cemento. Anche lo sfondo di ogni stadio è diverso. Il sole può cadere in un modo particolare, creando un’ombra che attraversa il campo. A seconda dell’angolazione da cui fotografo, il giocatore può trovarsi in controluce, essere illuminato frontalmente oppure di lato. Penso continuamente a come la luce cambierà nel corso della partita. Qualcosa può sembrare interessante in un preciso momento, ma un’ora più tardi il sole si sarà spostato, l’ombra avrà cambiato posizione e il giocatore potrebbe trasformarsi quasi in una silhouette.
Sono una persona che si annoia molto facilmente e, proprio per questo, cerco sempre qualcosa che posso fare in un determinato luogo e che non ho mai fatto prima; possibilmente, qualcosa che non abbia mai fatto nessun altro. In fondo, è questo il punto per me. Non sono un fotoreporter nel senso più rigoroso del termine. Cerco, per quanto possibile, di lavorare in maniera artistica. Di spingermi ogni volta un po’ più in là, oltre i confini consueti.”



Hai lavorato a stretto contatto con giocatori come Ben Shelton e Coco Gauff. Cosa cambia quando non stai più semplicemente fotografando un atleta in campo, ma entri nel suo ritmo personale, nei suoi viaggi e nel suo spazio privato?
“Ogni atleta è diverso nel modo in cui desidera relazionarsi con le persone che lo circondano, fotografo compreso. La cosa principale da ricordare è che, prima di tutto, si tratta di persone normali. In fin dei conti, se le tratti bene e ti comporti con loro come faresti con chiunque altro, è proprio questo che la maggior parte di loro cerca. Ma sviluppare e costruire un rapporto di fiducia, e arrivare eventualmente a un’amicizia, non è semplice. Gli atleti vengono fotografati continuamente. Sono quasi sempre circondati dai media e, molto spesso, quella presenza non è necessariamente qualcosa a cui abbiano acconsentito o che desiderino avere intorno. Per questo, conquistare la fiducia di un atleta, poter stare accanto a lui con la propria macchina fotografica, è qualcosa di davvero particolare. Significa farlo sentire a proprio agio, assicurarsi che sappia che qualunque cosa tu stia creando è pensata per lui e insieme a lui. Significa rappresentarlo in un modo che percepisca come autentico e, soprattutto, farlo sentire bene. Tutto questo implica una grande quantità di fiducia; solo in un secondo momento, eventualmente, può nascere anche un rapporto di amicizia.
Una parte importante di questo processo consiste nel sapere quando diventare una presenza quasi invisibile. Le immagini migliori spesso nascono proprio quando l’atleta non si accorge nemmeno che sei lì, quando non stai interferendo con il suo momento. Credo che molte persone debbano ricordarlo quando lavorano con gli atleti. Sei lì per fare un lavoro. Non sei lì semplicemente per passare del tempo insieme. Devi quindi capire che cosa fotografare, quando farlo e come catturare determinati momenti senza trasformare la tua presenza in un’intrusione.”
Attraverso il tuo lavoro con Ben Shelton stai documentando una nuova figura del tennis contemporaneo. Da un punto di vista fotografico, come valuti Ben all'interno del panorama tennistico contemporaneo?
“Ben è un giocatore straordinariamente stimolante da fotografare in campo. Se entrassi oggi nel mondo del tennis senza conoscere nessuno e qualcuno mi chiedesse quale giocatore vorrei fotografare più di ogni altro, probabilmente sceglierei lui. Gioca con una quantità enorme di passione e di energia. Ha un tennis potente, costruito su gesti ampi, e le sue reazioni sono altrettanto intense. Semplicemente, è un soggetto eccezionale per la fotografia.
Credo che il tennis, soprattutto qualche decennio fa, fosse uno sport molto più trattenuto. Ai giocatori non era davvero concesso celebrare, mostrarsi emotivi, fare rumore o esprimere quel genere di energia. Nello sport americano, invece, e penso soprattutto al football e al basket da cui provengo, le persone urlano continuamente. I giocatori sono rumorosi, fisici, si affrontano faccia a faccia, si provocano verbalmente. Amo quel tipo di energia. È perfetta per creare fotografie straordinarie e raccontare storie altrettanto potenti. Nel tennis, Ben rappresenta uno dei rari casi in cui esistono davvero quella passione e quell’intensità. Per me, questo rende fotografarlo molto più divertente rispetto a molti altri giocatori che rimangono estremamente controllati. Naturalmente, se è così che un atleta desidera essere, va benissimo. Questi giocatori competono a un livello altissimo e devono mantenere la concentrazione. Ma, dal mio punto di vista di fotografo, tutto diventa più coinvolgente e le immagini acquistano maggiore forza quando hai davanti un giocatore disposto a essere pienamente sé stesso in campo e a mettere in gioco tutto se stesso.”



Hai la sensazione che oggi il mondo del tennis chieda ai fotografi di guardare oltre la sola azione?
“Negli ultimi anni il tennis ha evidentemente conosciuto una nuova e significativa crescita di popolarità. Ricordo che, quando ho iniziato a lavorare nel tour, ero uno dei pochissimi fotografi a muovermi specificamente al seguito di un paio di giocatori. Era ancora qualcosa di nuovo. I tornei non sapevano sempre esattamente che cosa stesse accadendo, né come rapportarsi a quel tipo di presenza. La maggior parte dei giocatori non era ancora abituata ad avere fotografi o videomaker al proprio fianco, come invece gli atleti di altri sport facevano già da dieci anni o più. Ma tutto questo si è diffuso con estrema rapidità. Oggi molti dei migliori giocatori hanno fotografi o filmmaker personali che viaggiano con loro, oppure sono le loro agenzie a coinvolgere dei professionisti per creare contenuti destinati a più atleti. Attualmente esiste una domanda enorme di contenuti, e credo sia un fatto positivo. Aiuta a far crescere lo sport, i giocatori, i loro brand e le loro community. Ma proprio questa richiesta impone anche una grande consapevolezza rispetto a ciò che si realizza: alla qualità del lavoro, alle intenzioni che lo guidano e a ciò che si decide di condividere.
Ogni giocatore ha sensibilità differenti. Alcuni creano e pubblicano autonomamente i propri contenuti, realizzano piccoli TikTok e cose di questo genere. Altri sono molto meno interessati a quella dimensione. Dal mio punto di vista, il mio lavoro consiste nel creare per loro le immagini migliori possibili: contenuti di alta qualità che, idealmente, riescano a trovare una risonanza anche sui social media.
È un equilibrio interessante. Da una parte, vuoi mantenere una certa estetica nella fotografia. Pensi alla composizione, alla luce, all’atmosfera e a tutti questi dettagli visivi. Dall’altra, una parte del lavoro consiste anche nel comprendere quali contenuti generino maggiore coinvolgimento sulle piattaforme social. Così, improvvisamente, dopo esserti concentrato su tutti questi elementi fotografici più raffinati, devi voltarti e realizzare qualcosa con un iPhone, oppure girare un video direttamente con il telefono.”
Il tennis sta vivendo un momento culturale di straordinaria intensità: moda, cinema, social media, celebrità e performance sembrano convergere tutte attorno a questo sport. Dal tuo punto di vista, perché credi che il tennis sia tornato a essere così influente?
“Non sono un grande esperto di storia del tennis, quindi potrei anche sbagliarmi completamente, ma credo che in questo momento stiano emergendo molti nuovi giovani giocatori. Appartengono alla generazione dei social media e, proprio per questo, esiste un accesso molto maggiore sia alle loro personalità sia allo sport stesso.
Credo che dipenda dalla combinazione di queste nuove figure, tanto nel tennis maschile quanto in quello femminile. Sembra che ogni settimana ci sia un nuovo giocatore capace di imporsi e attirare attenzione. Sono giovani che attribuiscono importanza ai social media e, di conseguenza, i loro nomi riescono a raggiungere pubblici sempre più ampi. Anche i brand si stanno accorgendo di tutto questo. Il tennis è uno sport esteticamente straordinario e, al tempo stesso, custodisce una quantità enorme di tradizioni. Proprio all’interno di quella tradizione esiste moltissimo spazio per introdurre la moda, oppure per immaginare nuove forme di marketing e differenti opportunità di sponsorizzazione. Detto questo, credo che ogni cosa nella vita si muova per onde; anche la cultura attraversa cicli e tendenze. In questo momento, il tennis si trova chiaramente in una fase ascendente. Forse, a un certo punto, tornerà a perdere centralità, per poi crescere nuovamente. Ma oggi esistono possibilità enormi attorno al modo in cui i giocatori si vestono, a ciò che fanno fuori dal campo e alle passioni che coltivano oltre il gioco.”




La cultura visiva del tennis sta cambiando rapidamente. In che modi e forme pensi debba evolvere la prossima generazione di storyteller visuali tennistici?
“È una bella domanda, e non sono del tutto sicuro di avere una risposta. Negli ultimi tempi, con la crescente popolarità del tennis, c’è stata evidentemente una forte spinta a guardare questo sport attraverso una lente più artistica. Oggi ci sono moltissimi fotografi che portano nel tennis un proprio punto di vista riconoscibile, e credo che questo stia arricchendo enormemente la fotografia legata al gioco. Esistono figure importanti che stanno lavorando in questa direzione, cercando di spostare sempre più avanti i confini del modo in cui il tennis può essere visto. Per molto tempo, forse negli ultimi cinquant’anni, non ci sono state così tante persone interessate a forzare i limiti della creatività all’interno del tennis. Oggi, invece, questa ricerca è molto più presente. Con l’arrivo delle fotocamere digitali capaci di scattare cinquanta immagini al secondo, le possibilità si sono semplicemente moltiplicate. Ci sono più sguardi rivolti verso questo sport. Ci sono nuove figure creative, molto diverse tra loro, tanto tra chi gioca quanto tra chi il tennis lo fotografa. Non sono del tutto certo di quale sarà il prossimo sviluppo della fotografia tennistica. Non so quanti altri punti di vista si possano ancora trovare su un campo da tennis e, naturalmente, lo sport in sé non è destinato a cambiare radicalmente. Ma sono molto curioso di vedere dove ci porterà tutto questo.”
C’è un torneo, un giocatore o un ambiente legato al tennis che sogni ancora di fotografare in maniera più profonda?
“Mi sento estremamente fortunato, perché ho appena concluso il mio quarto Wimbledon. È uno dei tornei in cui preferisco tornare ogni anno e credo che pochissime persone, avendo avuto la possibilità di andarci, direbbero qualcosa di diverso. Amo il verde, è il mio colore preferito, quindi poter fotografare quei campi e i leggendari completi bianchi è qualcosa di straordinario. Mi affascina vedere ciò che i brand riescono a creare, perché naturalmente l’abbigliamento deve rimanere prevalentemente bianco, ma proprio all’interno di quella restrizione emergono texture, dettagli e piccole sfumature che diventano estremamente interessanti. Wimbledon è semplicemente uno scenario magnifico per il tennis. Ci sono i tifosi, le persone in coda, l’intera atmosfera che avvolge quel luogo. Si percepisce una grande energia.
L’anno scorso ho avuto anche la possibilità di seguire le ATP Finals insieme a Ben, ed è stata un’esperienza incredibile. Ogni volta che riesco a tornare in questi luoghi, sento di avere davanti una grande opportunità e, al tempo stesso, un’esperienza preziosa. Sono immensamente grato di poter continuare a fare tutto questo. Ho avuto la possibilità di fotografare tutti e quattro i tornei del Grande Slam, ed è qualcosa di straordinario. Mi piacerebbe moltissimo fotografare le Olimpiadi. Probabilmente è il sogno di qualunque fotografo, ma per me lo sarebbe in modo particolare, soprattutto qui, a Los Angeles. È il grande appuntamento che ancora mi manca.”



US Open State of Mind
Ritratto dello Slam americano e della sua identità senza paragoni
New York non fa solo da sfondo: è la forza di gravità che attira tutto, persino la traiettoria di una pallina che schizza nel cielo serale sopra Flushing Meadows. Nelle immagini di Martina Rosati, gli US Open appaiono allo stesso tempo come un festival pop e una preghiera urbana: neon e ombre, cemento e sudore, applausi che risuonano come metallo.
Le tribune pullulano di lingue straniere e desideri: Wall Street al tramonto si riversa nel Queens, Broadway cambia palcoscenico e chiama il servizio. Qui, il tennis parla con accenti scolpiti, accelera i battiti del cuore e costringe lo sguardo a fermarsi, ad ascoltare.
Il guizzante cemento dell’Arthur Ashe rispecchia appieno il carattere della città che lo circonda: ego audace, errori su cui puntare il dito, bellezza senza paura. Lo stadio è un anfiteatro di correnti e luci, un ponte che collega la periferia e il sogno. Il gesso che salta, il pugno chiuso, la treccia che vibra ad ogni cambio campo. Un tennis tipicamente americano: spettacolo, rivalità, ambizione.
I campi blu scuro raffreddano il ritmo della città. Il rumore diventa una ninna nanna. C'è una Festa del Ringraziamento alternativa in queste notti di fine estate. Famiglie, amici, esploratori con le MetroCard in tasca: tutti in processione verso un rituale condiviso.
Ogni scambio è un frammento di storia, ogni tie-break una metropolitana da non perdere. E quando la notte allunga il suo respiro, New York torna ad essere il centro di gravità e gli US Open ne diventano il rumoroso ambasciatore. Perché qui, ogni punto racconta New York ad un pubblico incredulo.
La lente di Martina Rosati ci conduce nel cuore di questo stratificato evento, mostrandoci le vibrazioni dell’edizione in corso.






















US Open, il centro dell’universo tennistico
Tutto gravita attorno a New York e alle sue vibrazioni, anche l’estetica tennistica, come dimostrano gli scatti di Chris Caporaso
“Ero solito festeggiare i miei compleanni andando agli US Open e sedendomi in piccionaia...”. La testimonianza di Andy Roddick è più di una semplice fotografia adolescenziale. I ricordi dell’ex numero 1 al mondo descrivono uno Slam che mai ha smesso di elevare il fascino e il significato della sua patria, New York City, il ‘Centro dell’Universo’. Gli US Open sono una festa popolare americana, un Giorno del Ringraziamento dipinto di volée e ace. Sono le architetture di Manhattan, i ritmi di Wall Street e il traffico di Broadway, un luminoso party di SoHo che attira occhi di tutto il mondo. Se, come diceva Yannick Noah, tra le strade della Grande Mela lo straniero si sente straniero fino in fondo, è anche vero che, sugli spalti di Flashing Meadows, il newyorchese si sente newyorchese fino in fondo, e che qualsiasi appassionato di tennis respira l’essenza di una metropoli unica. Anche dalla piccionaia.







L'obiettivo di Chris Caporaso ci porta in questo mondo tennistico, ritraendone lo scenario e la morfologia. La galleria e le parole del fotografo australiano confermano il fascino unico di questo evento e la fascinazione universale per il paradiso del tennis di New York.
“L'esperienza degli US Open è difficile da spiegare in poche parole. La nostalgia dell'evento per me che ho trascorso una vita a guardare questi campi verdi e blu da 17.000 km di distanza e poi qui a flushing meadows. Tutto è diverso, la folla è diversa, l'energia è di un altro livello. Non è stato colto in questo set quanto il tennis si sia impadronito della migliore città del mondo. È difficile camminare per queste strade e non vedere qualcosa di legato al tennis, dai bambini con le racchette nello zaino ai murales dei giocatori ad altri contenuti legati al torneo.”
Abbiamo parlato con Chris nella nostra rubrica speciale Behind the Lights. Potete leggere l'articolo qui. E abbiamo anche osservato le sue prospettive degli Australian Open: guardatele qui.







A Tennis Canvas | Maia Flore
Il percorso di un'artista, come nel tennis, è una questione di tempistica. Se sei in ritardo o in anticipo tutti i tuoi sogni si infrangeranno sotto rete. Quando, invece, arrivi in tempo sulla palla, questa approda facilmente nell’altra metà campo, trovando l’esatta traiettoria di espressione personale. Nel lavoro di Maia Flore, fotografa e artista francese, quel punto d’incontro vincente tra creatività e tennis ha aperto un nuovo filone artistico da poter esplorare
Per gli stessi principi secondo i quali ad un artista non piace essere definita in categorie rigide, Maia Flore si è innamorata del tennis: per la sua capacità di essere spazio indefinito, e indefinibile. Uno sport in cui il filone narrativo può cambiare, colpo dopo colpo, trattenendo dentro lo scambio, il game o il set una tensione continua, quasi romanzesca.
La sua fotografia nasce da una relazione profonda con l’immagine e le sue possibili derive artistiche, ma anche dalla consapevolezza che proprio dentro quel potere evolutivo si nasconda la possibilità di raccontare ed elevare ciò che si pone davanti al suo obiettivo. Parte da qui, da questa tensione tra realtà e reinvenzione, la sua ricerca sul corpo, visto come matrice originaria attraverso cui raccontare ogni singolare storia, sportiva e non. Segni sulla pelle, posture, cicatrici, fino al modo in cui un tennista occupa la sua metà campo.
Influenzata dal movimento e dalla danza contemporanea, ha progressivamente riconosciuto nel tennis un territorio affine, una coreografia in cui ogni gesto tecnico si carica di eleganza, elevando lo sport della racchetta a disciplina fluida, e floreale, in cui la tensione lascia spazio alla pura espressione artistica.





Parlando del tuo percorso, quando e come hai capito che la fotografia sarebbe diventata il tuo modo di esprimerti e, allo stesso tempo, la tua professione?
“Ho iniziato a studiare fotografia a Parigi e mi sono diplomata nel 2010. In realtà, crescendo, ho odiato la fotografia. Forse era un punto di vista piuttosto infantile, ma quando ero bambina ho vissuto in Africa, tra il popolo di Gibuti, persone che sono diventate mie amiche. In quegli anni ho visto molti uomini occidentali, bianchi e ormai anziani, arrivare e fotografarli senza dare loro una vera attenzione, senza riuscire realmente a percepire ciò che in quel luogo, e in quelle persone, era bello, complesso o significativo. Erano anche gli anni Novanta, un periodo in cui la fotografia era spesso sottoposta a una forte manipolazione. Dunque, più che odiare la fotografia, probabilmente, a un livello più profondo, avevo preso coscienza di ciò che le immagini possono raccontare, ma anche della loro potenza, e di quanto fossi profondamente sensibile a quel potere.
L’aspetto positivo di quella consapevolezza è che, con il tempo, sono riuscita a trasformarla nella possibilità di raccontare storie attraverso la fotografia. A differenza del disegno, del collage o della pittura, la fotografia mi permette di dire che qualcosa è realmente accaduto. Ho preso questo aspetto del medium e ho iniziato a pensare che, forse, la fotografia fosse il modo attraverso cui potevo davvero provare a elevare ciò che avevo vissuto.”
Quando il tennis è entrato nella tua vita? Era già una passione, o uno sport che praticavi, prima di diventare il soggetto di alcuni tuoi progetti fotografici?
“Nella mia immaginazione, da bambina, ero una piccola Mary Pierce. Mi pettinavo i capelli come lei, indossavo abiti simili ai suoi. Mio fratello e io eravamo ossessionati dal tennis, con apice nel mese di giugno, perché all’epoca potevamo seguire soltanto il Roland Garros in televisione. Ho giocato quando ero giovane, ma soltanto per una stagione, perché poi ci siamo trasferiti in Africa e lì non c’era più la possibilità di praticare tennis. Eppure, l’ossessione è rimasta. Ricordo la sensazione di qualcosa che mi risultava completamente naturale: mentre giocavo, mi sembrava quasi di volare.
Poi, quando mi sono trasferita a Los Angeles, c’erano moltissimi campi gratuiti, quasi a ogni isolato. Ho ricominciato a giocare, inizialmente da sola, contro il muro, e poi, poco a poco, ho iniziato a trovare altre persone con cui condividere il campo. Sono tornata a giocare realmente a tennis all’inizio dei miei trent’anni. Quando, due anni fa, sono tornata in Francia, ho cominciato a giocare sempre di più, semplicemente per me stessa. È stato incredibilmente divertente, perché da bambina non avevo mai avuto davvero la possibilità di farlo. Sento anche che, attraverso tutto ciò che ho appreso sulla preparazione, sulla mentalità e persino sulla competizione amatoriale, ho iniziato ad assaporare qualcosa di diverso: La fuori metti alla prova te stessa. È stato molto bello intraprendere questo percorso, anche se è accaduto trent’anni più tardi.”




Il tuo lavoro ha spesso posto il corpo al centro dell’immagine. Quando hai compreso per la prima volta che il corpo poteva diventare un linguaggio all’interno della tua fotografia?
“Nella mia fotografia c’è sempre stata una forte attenzione per i corpi, incluso il mio stesso corpo, perché sono sempre stata profondamente appassionata al movimento. Ciò che mi affascina sono le nostre storie: la storia di ciascuno, naturalmente, ma anche la storia dei nostri corpi, che trovo estremamente interessante. Amo, per esempio, quando incontri qualcuno e inizi a notare dei segni sulla pelle, piccoli dettagli, il modo in cui ti guarda. Ci sono così tante cose che si possono raccontare di una persona attraverso il corpo. Con la fotografia, è quasi come avere una penna e raccontare con la luce la storia di quei corpi.
Sono stata profondamente influenzata dal movimento, in particolare dalla danza contemporanea. Con il tennis, però, riesco a stabilire una relazione più diretta, perché lo pratico e posso esserne fisicamente parte in modo più immediato. Il tennis è molto vicino alla danza per me. È uno sport estremamente complesso, sotto moltissimi aspetti, e offre numerosi possibili punti d’accesso attraverso cui parlarne: la dimensione fisica, quella emotiva, quella psicologica. Per me, si è sempre trattato del modo in cui ogni corpo racconta una storia.”
Prima di entrare nel mondo del tennis, le tue immagini sembravano già abitare uno spazio sospeso tra coreografia e costruzione di uno stato quasi onirico. In che modo il tennis, con i suoi gesti così precisi e i suoi rituali, è entrato in questo universo visivo preesistente?
“Credo che, quando si osserva lo sport, ci si trovi sempre in una sorta di stato ‘di mezzo’, perché non si sa mai davvero che cosa accadrà. Esiste una tensione fortissima, e al tempo stesso un’attenzione altrettanto intensa, rivolta proprio a quello spazio di attesa, a quel momento sospeso tra ciò che è già avvenuto e ciò che sta per accadere. Per me, è questa la parte straordinaria. Viviamo in un mondo in cui siamo costantemente invitati a entrare dentro categorie rigide, a definirci secondo forme molto precise e immobili. Ma quando si osserva questo flusso incerto di eventi trasformarsi continuamente, ci si ricorda che, in fondo, la vita è proprio questo: qualcosa che si muove senza sosta, che muta incessantemente. Quando ho ricominciato a giocare a tennis a Los Angeles, ho vissuto momenti in cui, più giocavo, più iniziavo a riconoscere delle coincidenze tra la mia vita e ciò che accadeva sul campo. Il tennis mi restituiva moltissimo del mio stato mentale, o del mio modo di essere in quel preciso momento. Allo stesso tempo, ero anche molto timida all’idea di uscire allo scoperto e costruire qualcosa di artistico attorno al tennis.
Avevo lavorato per molti anni con L’Équipe Magazine e ricordo una conversazione con il direttore. Mi disse quanto la fotografia sportiva fosse precisa, e quanto fosse necessario conoscere il vocabolario dello sport per poter essere una buona fotografa sportiva. Sentivo che mi mancava qualcosa, come se non avessi lo sguardo, o la lente giusta, per realizzare quel tipo di lavoro. Poi, però, ho pensato: forse possiedo semplicemente un modo diverso. Credo che la prima volta in cui l’ho compreso davvero sia stata a Indian Wells. Ero stata molte volte a quel torneo, sempre per piacere, ma quell’anno era l’anno in cui stavo per lasciare Los Angeles. Non sapevo quando avrei potuto tornarci, e desideravo davvero fare qualcosa di diverso. Ricordo di essere uscita dai campi e di aver fatto qualcosa di completamente casuale: ho comprato una serie di oggetti, dei fiori, della pittura. Poi sono tornata e ho iniziato a giocare con quei fiori, collocandoli davanti all’obiettivo, creando una sorta di sfocatura, una forma quasi sferica. Ho cominciato a lasciarmi andare, a trovare il mio personale modo di guardare il tennis. Ho fotografato per l’intera giornata e poi ho pubblicato le immagini su Instagram. Molti tennisti francesi mi hanno scritto, facendomi i complimenti e chiedendomi se potessero usare le mie fotografie. È stato molto bello ricevere il riconoscimento di persone che quello sport lo praticano ai massimi livelli. È stato liberatorio rendermi conto che potevo tradurre la mia passione per l’arte dentro il mondo del tennis. Tutto è cominciato realmente da quel momento. Da allora, è diventata una ricerca costante.”




Il tennis è uno sport di geometrie: linee, rettangoli, reti, traiettorie, ripetizioni. Come artista, che cosa vedi e che cosa cerchi quando entri in un campo da tennis?
“Per me, trovarmi su un campo da tennis è una sensazione profondamente rasserenante. Amo le cose pulite, ordinate, belle. Anche quando sto guidando e attraverso un luogo qualunque, se all’improvviso intravedo un campo da tennis, lo trovo sempre estremamente calmante, semplicemente perché lì tutto appare perfetto.
Se so che sto per creare qualcosa legato al tennis, considero sempre il campo come una tela bianca. Mi emoziona incontrare i giocatori nel punto esatto in cui si trovano, accoglierli per ciò che sono in quel determinato giorno, cosa che per alcuni di loro può essere piuttosto difficile. Amo la combinazione tra la perfezione dell’ambiente tennistico e le piccole incrinature emotive che lo attraversano. Credo sia proprio questo ciò che cerco di individuare, all’interno dei colori e delle linee. Sento che l’emozione emerge attraverso il gioco, ed è bello semplicemente seguirne il flusso, lasciarsi attraversare dall’esperienza. È un mix tra la bellezza e la perfezione dello spazio, insieme alla vulnerabilità dei giocatori. È questo a renderlo così vivo. Da quella tensione scaturisce una grandissima energia.”
Nel tennis, ogni gesto è insieme funzionale ed espressivo. Ti avvicini a questi movimenti come ad azioni atletiche o come a forme di coreografia?
“Quando penso a questo, la prima cosa che mi viene in mente è che sono diventata ossessionata dalle mani, soprattutto nel momento in cui i giocatori lanciano la palla per servire. Ognuno ha il proprio modo di farlo, eppure ogni giocatore conserva esattamente quel medesimo gesto nel corso degli anni, e lungo l’intera durata di una partita. È qualcosa di straordinario. Penso alle mani perché, soprattutto nella danza, si cerca di incarnare il movimento fino alla punta delle dita. Non si muove semplicemente una spalla: ogni parte del corpo è connessa alle altre. Credo che sia proprio qui che si possa cogliere anche l’eleganza del tennis: nel movimento dei piedi, nelle mani, in questa precisione straordinaria. Si avvicina molto alla precisione della danza. E, come nella danza, anche nel tennis, più si è capaci di lasciare andare la tensione, più ci si rilassa, migliore diventa il risultato. Penso che questo valga per ogni sport, ma che sia particolarmente visibile nella danza. L’emozione e l’espressione del corpo nascono da questa enorme capacità di riposare, in un certo senso, di respirare, di rilassarsi. Ed è qualcosa di straordinario, se lo si confronta con il fatto che i tennisti compiono tutto questo esibendosi davanti a tantissime persone.”
Hai fotografato tornei come Wimbledon, lo US Open e Indian Wells, luoghi con identità molto diverse. In che modo ogni torneo modifica il tuo sguardo?
“Tutti i tornei sono diversi, perché la cultura cambia. È proprio come dicono spesso i giocatori: le palle sono diverse, i campi sono diversi, anche il pubblico è diverso. Lo US Open, per esempio, è molto rumoroso. Per una persona francese, entrare in un campo dove il pubblico è tanto partecipe e vocale è piuttosto sorprendente, perché in Francia, di solito, si rimane semplicemente in silenzio e si rispetta il gioco. Credo che ogni luogo sia interessante proprio perché modifica il modo in cui si guardano le cose.
Wimbledon è così pulito, così britannico e controllato. Quando arrivi a Wimbledon, il primo giorno inizia con una spiegazione di venti minuti dedicata a tutte le regole, a tutto ciò che non ti è consentito fare. In questo senso, l’ho percepito come un ambiente in qualche modo limitante. Allo stesso tempo, però, senti quanta tradizione vi sia dietro: l’eredità, l’intera narrazione, tutto lo storytelling che circonda il torneo.
Indian Wells, al contrario, appare molto più libero. Si trova nel deserto; sembra un vastissimo terreno di gioco aperto a tutti. Per me è stato più semplice, anche dal punto di vista della possibilità di arrivare con angolazioni diverse, o di stare tra il pubblico. Dipingevo le mie lenti per cercare soluzioni più creative e nessuno sembrava preoccuparsene. Nessuno mi chiedeva che cosa stessi facendo, o se stessi mettendo in discussione determinati codici. È estremamente interessante osservare queste differenze culturali.
Un altro torneo che amo è Barcellona. Mi piace andarci perché è un evento dal forte orientamento famigliare. In Spagna il tennis sembra avere un significato diverso rispetto ad altri luoghi. Al torneo ATP di Barcellona, le persone arrivano con l’intera famiglia. Sugli spalti vedi cugini, fratelli, bambini. È meraviglioso, perché ti porta a guardare il gioco in un modo diverso. È davvero una fortuna poter viaggiare attraverso culture differenti ed esplorare tutte queste peculiarità.”



In Tennista ci interessa esplorare il tennis non soltanto come sport, ma come territorio artistico e culturale. Dal tuo punto di vista, che cosa ti permette di esplorare il tennis?
“Prima di tutto, il tennis mi permette di esplorare moltissimo all’interno della mia stessa vita. Può diventare qualcosa di molto intenso, di molto profondo, anche attraverso i dettagli più piccoli. Quando gioco, rifletto spesso su questi aspetti. Se non sono pienamente consapevole del campo, tendo a tradurre quella sensazione nella vita.
Dal punto di vista fotografico, forse mi ha anche portata a comprendere che, in certi momenti, quando non mi sentivo abbatanza ispirata, il tennis mi ha permesso di ritrovare una forma di creatività proprio attraverso un nuovo ambiente, anche quando, all’inizio, sembrava difficile entrarvi per davvero. Mi ha fatto capire che ciascuno di noi possiede una propria storia da raccontare attraverso ciò che vede.
Inoltre, dopo molti anni trascorsi a costruire il mio lavoro utilizzando il mio stesso corpo, era la prima volta che fotografavo altre persone. Questo mi ha consentito di esplorare la perfezione del movimento. Amo la profondità con cui i giocatori riescono ad attingere a sé stessi e, allo stesso tempo, la possibilità di continuare a lavorare con i miei colori, con il mio set-up, con le angolazioni che amo esplorare.
Questo percorso legato al tennis è per me molto interessante perché, a volte, come artisti, abbiamo bisogno di nuove sfide per ritrovare qualcosa di fresco, di inatteso. È stato molto bello creare un dialogo, una conversazione, con persone che prima non erano state raggiunte dal mio lavoro personale. Cercavo davvero una forma di relazione più ampia, perché nel mondo da cui provengo, quello dell'arte, lavorare su progetti di lunga durata può diventare piuttosto isolante. Con il tennis, invece, sento di poter semplicemente arrivare su un campo, assistere a un torneo e sentirmi bene.”
In futuro, in che modo ti piacerebbe esplorare il tennis attraverso la tua fotografia?
“Il mio sogno sarebbe seguire un giocatore più da vicino. So che sono già state realizzate molte immagini bellissime in questa direzione, immagini che appartengono in modo molto evidente al linguaggio della fotografia sportiva. Mi piacerebbe essere lì, accanto a un giocatore, e fotografarne il percorso in una maniera capace di andare un po’ più in profondità, di restituire ciò che quel percorso può raccontare dall’interno. Vorrei costruire questo tipo di racconto: rivelare ciò che accade a un livello più profondo. Credo che la maggior parte delle persone, quando guarda sport, segua soltanto una partita e giudichi. Ma stiamo parlando della vita di qualcuno, di uomini e donne che hanno dedicato il loro tempo al gioco. È quasi folle, se ci si pensa, la quantità di tempo che una persona può consacrare a una sola cosa. Mi piacerebbe arrivare un po’ più vicino a ciò che alimenta in loro quel desiderio, quel bisogno di farlo continuamente.
Posso mettere in relazione questa forma di ossessione con la mia passione per la fotografia. È sempre interessante vedere dove mi conduce, e quali stati d’animo, esperienze e relazioni porta nella mia vita. Per tutte queste ragioni, la fotografia è un medium straordinario. Ho iniziato questa conversazione dicendo che odiavo la fotografia, ma allo stesso tempo non sono mai riuscita ad abbandonare la mia macchina fotografica, perché è stata anche il mio modo di entrare in connessione con il mondo, oltre che di viaggiare con la mia racchetta e giocare a tennis ovunque vada con persone nuove.”




Un Atto di Coraggio | Matteo Berrettini
Al fianco di BOSS, celebriamo i 30 anni di Matteo Berrettini scoprendo l’evoluzione del suo pensiero e ritraendolo nel luogo dove la sua vita, tennistica e non, ha avuto origine: il Circolo Magistrati Corte dei Conti, nella Città Eterna che mai ha smesso di accompagnarlo. Lo facciamo dopo la sua meravigliosa cavalcata, dal sapore di piena rinascita, sulla terra francese del Roland Garros.
I 30 anni sono un momento di riflessione. Un intangibile rito di transizione. Nelle sfere culturali più disparate, compresa quella sportiva, coincidono con il sapore della maturità, della comprensione personale che, se alimentata a dovere, inizia a restituire un quadro sempre più completo della persona. Dell’atleta. Dell’identità tutta.
Per Matteo Berrettini, celebrare i 30 anni tra le architetture, anche sociali, del Circolo Magistrati Corte dei Conti, il luogo dove la sua parabola umana-tennistica ha avuto inizio, equivale a sprigionare scambi ad alta intensità tra le numerose, notevoli dimensioni che compongono un tennista mai limitatosi ad essere unicamente tale: parallelismi che denotano un processo tutt’altro che obbligato, quello dell’evoluzione individuale, della ricerca della saggezza.
Radici e presente, vita e carriera, espressione e pensiero. Attraverso un viaggio a ritroso nel tempo, eppure proiettato verso il futuro, comprendiamo che sì, è vero che ad un gran maestro della racchetta contemporanea, nonché firma essenziale del Rinascimento tennistico italiano, non è dato estromettere la pallina da ogni pensiero, come richiede, o meglio, impone una disciplina senza pause o rifugi; ma è altrettanto vero che, circondata dall’eternità romana e dalla sua leggerezza, la nobile intensità di ‘The Hammer’ può tingersi di sfumature ben più profonde, e ampie, rispetto ad ace o dritti vincenti.
“Credo che fermarsi ogni tanto e dire “ho bisogno di essere me stesso, di essere più me stesso, rispetto a quello che vogliono che io sia, rappresenti un atto di coraggio”, confida Berrettini immerso nei luoghi della sua infanzia. Forse, sta proprio qui l’immagine della sua di un traguardo personale, raggiunto come uomo e tennista, che appare come sintesi di entrambe le condizioni.
It is a milestone we explored and portrayed alongside BOSS, presented in the aftermath of the magnetic and invigorating weeks of Roland Garros, where Berrettini’s idea of courage found its purest expression on the Parisian clay.




In molte interviste hai detto di sentirti nato in un circolo di tennis e che il tennis è come se fosse, a tutti gli effetti, nel tuo sangue. Questa produzione è ambientata proprio nel Circolo Magistrati Corte dei Conti, dove tutto ha avuto inizio. Che emozioni o immagini emergono pensando al luogo dove la tua famiglia prima, e il tuo sogno poi, hanno messo radici?
“Ammetto di non visitare il Circolo da un po’ di tempo, ma è un luogo a cui sono legatissimo: ho ricordi bellissimi… Sono letteralmente cresciuto in questo contesto, facendo di tutto: tennis, certo, ma anche basket, nuoto e calcetto. Era l’unico, costante punto di ritrovo per me, mio fratello e i nostri amici. Un ambiente sicuro, dove i genitori ci lasciavano per intere giornate. Farci ritorno oggi è molto bello: ci sono veramente tante persone che mi vogliono bene. Visitarlo è un grande piacere, ma anche un qualcosa di intenso da gestire. Quando sono a Roma, cerco comunque di ritagliarmi del tempo per stare con la mia famiglia e respirare l’atmosfera di un tempo. A livello di ricordi, il primo pensiero che mi viene in mente, in realtà, è una cosa buffa: il giorno in cui dissi a mia madre che non avevo più voglia di giocare a tennis e optai per il judo. C’era questo campo polivalente con l’erba sintetica, dove noi piccoli giocavamo a tennis con delle palle enormi di spugna. Ricordo perfettamente una giornata ventosa e lo sguardo di mia madre, mentre le dicevo che non volevo più giocare. Poi, nello stesso posto, ho ricominciato grazie ad una richiesta di mio fratello: “Torna, che è divertente”. Quel campo, che in realtà non era un vero campo da tennis, fungeva da centro di tutto. Premiazioni, riunioni, momenti collettivi... Al suo fianco, c’era questa casetta di legno, che chiamavamo, per l’appunto, ‘casetta’, ed era lo snodo principale del circolo. A poca distanza, c’era una fontanella. Anche quella rimane, nella mia testa e nelle mie emozioni, il cuore del circolo”
Scherzi spesso sulle tue origini romane, definendoti, nonostante tutto, un ‘caciarone’. Dopo aver trascorso più della metà della tua vita in giro per il mondo, ed essere stato contaminato da esperienze di tutti i tipi, che cifra di ‘romanità’ continua a resistere dentro di te, nel tuo modo di pensare, di vivere, persino di giocare?
“La romanità non si può estirpare, ti accompagna per tutta la vita. È un dato culturale che ti rimane addosso. È buffo, perché spesso all’estero mi dicono che non sembro così romano... Appena rientro a Roma, però, mi viene spontaneo parlare in un certo modo, abbreviare le parole, ritrovare la dimensione, linguistica e non solo, delle mie origini. Credo sia un processo comune per tutti i romani: il tornare, quando possibile, a quella ‘romanità’ fatta di leggerezza, di ironia, di ‘cazzeggio’. Non per niente sono molto appassionato del cinema romano: ho anche la fortuna di avere un bel rapporto d’amicizia con il grande Carlo Verdone… In generale, penso che le caratteristiche della ‘romanità’ mi aiutino nella vita di tutti i giorni. La mia è una vita intensa, scandita da routine. Quel senso d’essere romano e quella capacità di evadere, ogni tanto, da eccessi di serietà, riescono a renderla meno pesante: più vivibile.”
La tua famiglia ha sempre menzionato la tua attenzione ai dettagli fin dall’infanzia, come dimostra, banalmente, la passione per le costruzioni e i Lego. Come hai applicato e continui ad applicare questa lente ‘minuziosa’ e ‘analitica’ nei confronti di te stesso, sia come atleta, che come essere umano? E come hai imparato a gestirla, quando e dove si palesa in modo eccessivo?
“È vero, fin da bambino mi piace stare da solo, avere i miei spazi. I Lego erano il momento perfetto: mi chiudevo nella mia tana e costruivo. È una passione che prosegue ancora oggi. Ho tante costruzioni sparse per casa. Durante l’infanzia, mi attirava l’idea di fare tutto da solo, di avere il pieno controllo su quello che stavo facendo. Credo che la scelta del tennis dipenda proprio da questo: quando ho definitivamente optato per la racchetta, l’ho fatto perché mi affascinava l’idea di poter essere il padrone del mio destino. Se vinco o se perdo, dipende da me. Sia chiaro, ho amato e continuo ad amare gli sport di squadra, semplicemente non mi è mai piaciuta l’idea di condividere con altri un determinato tipo di responsabilità. Crescendo, mi sono reso conto di come la mia tendenza ‘analitica’ non fosse sempre ideale per il tennis. Parliamo di uno sport che richiede anche una dose rilevante d’istinto, specie nel contesto partita. Pensare troppo, incastrandosi nei pensieri stessi, può essere un limite. Però, sono anche dell’idea che, se riesci ad usarla bene, la mente possa giocare un ruolo essenziale: può diventare un’arma tattica, una risorsa nei momenti di difficoltà… Uno strumento in grado di farti trovare le soluzioni di cui necessiti. Quindi, affronto questa mia inclinazione naturale come una scoperta costante, a volte quasi combattendo con me stesso, ma rimanendo proiettato verso la ricerca del pieno equilibrio.”




Proseguendo sul tema dei dettagli, è risaputo che fin da piccolo scrivi di e per te stesso. Cosa ispira la penna e il pensiero di Matteo Berrettini? E come dialogano il ‘The Hammer’ con la racchetta in mano, davanti a migliaia di persone, e il Matteo che, da solo, segue il proprio flusso di coscienza appuntando prospettive personali?
“Scrivere è una pratica che mi accompagna da tanto tempo. Adesso scrivo meno di qualche anno fa, ma resta una valvola di sfogo, soprattutto nei momenti più complicati. Ho sempre pensato, e credo di averlo anche letto, che le persone tendano a produrre qualcosa di profondo in momenti di difficoltà. Quando qualcosa non funziona, quando c’è un amore finito, o una situazione che ti mette in crisi, trovi la migliore forma d’ispirazione. Quando sei felice, invece, è complesso scavare a fondo. Questo ragionamento è applicabile prevalentemente sugli artisti, e io non mi sento di certo tale, ma mi è capitato spesso di scrivere proprio per questo motivo: per affrontare e processare momenti particolarmente duri. Oggi lo faccio soprattutto in aereo: non c’è Wi-Fi, non ci sono distrazioni, e posso stare da solo con i miei pensieri. Rileggendo scritti vecchi, poi, faccio paragoni: capisco da dove sono partito e dove sono arrivato. Scrivere mi serve, davvero. Ormai, ho capito che quando sento l’urgenza di farlo, scrivo tanto e senza sforzo. Quando invece provo a forzarmi, non funziona. Penso che questo dimostri quanto scrivere sia un’esigenza reale, per me: una necessità che emerge quando ne ho veramente bisogno.”
Hai menzionato il fatto di non considerarti un artista. Eppure, ti capita mai di pensare al tennis, o di viverlo, come una forma d’arte?
“Mi piacerebbe essere considerato un artista, o anche solo pensarmi tale, ma sinceramente non la vedo così. Però, trovo un parallelismo con l’arte in una caratteristica evidente del tennis: ogni tennista ha uno stile proprio. Tutti partono da basi e riferimenti simili, eppure il singolo giocatore plasma una sua tecnica specifica, un suo modo di colpire la pallina, di servire, di stare in campo, di comportarsi e reagire... Al di là del ranking o dei risultati, questi elementi creano un legame forte con chi guarda. In questo senso, credo che il tennis sia affine ad una forma d’arte. L’arte è un qualcosa che intrattiene, soprattutto che fa provare emozioni. Il tennis e lo sport possono scatenare esattamente gli stessi effetti. Quando assisto a certi eventi, come le Olimpiadi o le grandi imprese sportive, sento qualcosa di forte. Credo che sia proprio quella sensazione ad accomunare la dimensione artistica e quella sportiva.”
“Bisogna avere il coraggio di fare delle scelte che ci facciano stare più al ritmo con noi stessi”. Partendo da questa consapevolezza, che hai condiviso pochi mesi fa, puoi raccontare cosa significa, oggi, per Matteo Berrettini, cercare di stare al ritmo con sé stesso? E che tipo di ritmo riconosci come il tuo ritmo ideale?
“Non voglio sembrare un filosofo, ma penso stia succedendo un po’ ovunque e negli ambiti più disparati: viviamo in un mondo che va più veloce di noi. Un mio grande amico e mental coach, Stefano Massari, nel vedermi viaggiare da un torneo all’altro mi diceva che, a volte, la mia anima impiegava più tempo del corpo ad arrivare in un determinato posto. Credo continui, in un certo senso, ad essere vero. Stando alla mia esperienza, c’è sempre qualcosa in più da vincere, da dimostrare… C’è sempre qualcosa in più per non essere felice. Dopo una vittoria, devi subito pensare alla partita o al torneo successivo. Non esiste un momento in cui puoi fermarti per davvero e gustarti ciò che hai conquistato. Penso alla finale di Wimbledon: subito dopo quel grande momento, avrei dovuto giocare le Olimpiadi e non l’ho potuto fare per infortunio. La mia carriera è una rincorsa che continua, sempre. E non riguarda solo me, la vedo come una dinamica più ampia, riflessa nella nostra società: nella vita dei miei amici, delle persone che mi stanno intorno. Per questo, credo che fermarsi ogni tanto e dire “aspetta, ho bisogno di essere me stesso, di essere più me stesso, rispetto a quello che vogliono che io sia” rappresenti un atto di coraggio. Viviamo in un mondo in cui tutti vogliono essere al massimo, c’è una ricerca ossessiva del ‘perfetto’. Se fai qualcosa e non lo mostri, è come se non esistesse, o se non l’avessi fatto. Invece, scegliere di fermarti, di ascoltarti, di prendere del tempo solo per te, penso sia la scelta più giusta che una persona possa fare, e l’unico modo per essere al ritmo con sé stessi.”




In questo sistema di consapevolezze, autoanalisi e progresso emotivo, come s’inserisce il dato dell’agonismo: un dato che hai sempre sottolineato come pilastro fondativo del tuo essere atleta e persona? Che tipo di vena agonistica accompagna Matteo Berrettini oggi?
“L’agonismo, per me, è una cifra innata. Ricordo quando giocavo alla PlayStation con mio fratello: urlavamo come dei pazzi e mio padre intimava di calmarci. Per noi ogni sfida era davvero una finalissima. L’agonismo è una spinta che ho sempre avuto dentro. La sento in qualsiasi cosa faccia, in qualsiasi sport pratichi. Voglio sempre mettermi alla prova. Nel tennis è una qualità fondamentale, non sarei mai arrivato dove sono arrivato senza questa componente, ma nella vita può creare delle complicazioni. A volte, devi semplicemente accettare il fatto che le cose non vadano come vuoi. In passato, ammetto di aver faticato a farlo. Faticavo ad accettare determinate situazioni, su tutte quelle legate agli infortuni. Poi, mi sono reso conto che tutto aveva una ragione: se mi facevo male, era perché la mia mente aveva continuato a spingere, senza ascoltare il corpo. Prima o poi, inevitabilmente, arrivi a un punto di rottura. Imparare da queste esperienze non è facile, soprattutto per una mente radicata nella competitività, nell’agonismo... Anche in questo caso è necessario trovare un equilibrio. Forse, nel mio rapporto con il tennis, è questa la sfida più difficile.”
Nel tempo hai mostrato una chiara immagine di te: naturale, elegante, stratificata, colta, soprattutto vera. Il rapporto con BOSS come si è inserito in questa definizione di te stesso al pubblico? E la connessione con un brand del genere cosa ha aggiunto/sta aggiungendo, in termini di possibilità espressive, ma anche di evoluzione personale, a Matteo Berrettini?
“Il rapporto con BOSS è un capitolo estremamente interessante della mia vita, perché è arrivato in un momento in cui ho iniziato a interessarmi per davvero a come mi sento nei miei vestiti. Prima seguivo mode e trend, o mi limitavo ad un jeans e t-shirt. Poi, ho realizzato che, effettivamente, l’esprimermi attraverso quello che indosso era un qualcosa che m’interessava. Poco dopo, sono entrato in contatto con Hugo Boss. Con loro è nato un dialogo stimolante: fin da subito, abbiamo condiviso idee su come sarei sceso in campo, sulle collezioni pensate per i diversi tornei, sui loro materiali, design e colori, su cosa fosse adatto per una specifica superficie... Mi sono anche ritrovato in contesti particolari, come le sfilate e i red carpet, che non tutti hanno la fortuna di vivere. Questo legame mi rende orgoglioso, perché la scelta è stata reciproca. BOSS ha deciso di diventare mio partner non solo per i risultati, ma per il mio modo di essere: per quello che rappresento come essere umano, non solo come giocatore. Credo sia molto significativo e bello quando un brand ti sceglie per come sei nella tua interezza.”
Collegandomi alla domanda precedente, che valore assume oggi il claim che accompagna il tuo rapporto con Boss, ‘BeYourOwnBOSS’? In che modo senti di rappresentare questo messaggio e come si traspone nel tuo approccio attuale alla vita?
“Significa proprio quello che ci siamo detti fino ad ora: essere sé stessi. A mio avviso, l’avere ben chiaro chi sei rappresenta l’essenza della frase stessa. Non vuol dire pensare solo a te. Puoi credere di essere il capo di te stesso, di avere un carisma che ti possa portare a fare qualcosa di buono nel mondo, nel mio caso il tennis… Ma mi piace pensare che ‘BeYourOwnBOSS’, in realtà, coincida con quello che sto costruendo, non solo in campo, anche grazie a chi sta al mio fianco: alla mia squadra, alle persone che lavorano con me quotidianamente. In generale, questo claim non riguarda solamente il colpire una pallina, tu contro l’avversario: è qualcosa di molto più grande. Per esempio, una delle cose più belle che mi sia capitata, è quando un bambino mi ha detto che portava il cappellino all’indietro perché l’aveva visto fare a me. Cose di questo tipo vanno oltre la partita vinta o persa. Chiaro, alla fine sei tu che scendi in campo, sei tu che devi creare le condizioni per fare le scelte giuste. Sei tu che devi avere il coraggio di sacrificare qualcosa per il tuo benessere, per la tua carriera. E non è mai scontato. Ma interpreto quel messaggio in modo più ampio, per questo lo sento davvero mio.”


Le tue passioni sono multidimensionali. Spesso si parla del tuo legame con il basket, con i manga, con la comicità… Cosa ti ha spinto a non vivere la condizione alienante del ‘Berrettini solo tennista’, nel tuo percorso?
“In realtà, io non sono nato ‘tennista’. Sono diventato tennista dopo. Fino ai vent’anni, ovvero decisamente tardi, non pensavo di poter arrivare a certi livelli. Mi immaginavo all’università, magari in un college americano, dove avrei giocato qualche anno per poi vedere cosa sarebbe successo. La svolta è arrivata durante un lungo infortunio al ginocchio, durato sette mesi proprio a cavallo dei vent’anni. In quel periodo, il mio mental coach mi fece notare che il tennis era una parte importante, ma anche che, contemporaneamente, avevo la fortuna di nutrire una quantità d’interessi fuori dalla norma. A suo dire, dovevo continuare a coltivarli. Non voleva mi limitassi al campo, così mi ha spalancato lui stesso nuovi mondi: per esempio, le filmografie di Sergio Leone e Tarantino, o una lunga serie di altri riferimenti che, magari, a vent’anni sarebbe stato difficile trovare o scoprire da solo. Ovvio, non tutto mi piaceva, ma avevo la sensazione che ogni novità equivalesse ad una nuova prospettiva. In quel periodo di pausa forzata dallo sport, e nel periodo che l’ha seguito, cioè l’inizio della mia vera ascesa tennistica, ho compreso che gioco meglio a tennis proprio quando riesco a nutrire altre parti di me. Ho dovuto e devo continuare a stare attento, perché la bolla in cui vivo tende a riportarmi sempre lì: alla pallina, agli allenamenti, ai tornei… Ma fuori so che c’è molto, molto di più, e che l’avere passioni parallele mi aiuta sia come persona, che come atleta.”
Arrivato ai 30 anni, cosa rappresenta per Matteo Berrettini il concetto di saggezza: un concetto che ritorna molto nelle tue dichiarazioni del presente e nei tuoi obiettivi, tennistici e personali, del futuro?
“Quando riesco a staccarmi dal ruolo di tennista e ad essere semplicemente Matteo, mi accorgo di vedere le cose con maggiore lucidità. Il rischio è quello di essere condizionato da una professione che richiede di essere presente, profondamente presente, 365 giorni all’anno. Quando un amico, mio fratello o i miei genitori mi chiedono un consiglio, riesco a mettere ordine, a essere utile. La saggezza, per me, sta nel riuscire a fare la stessa cosa con sé stessi. Ed è questa la parte più difficile: per certi versi, la più interessante della mente umana. A bocce ferme, sai benissimo cos’è giusto per te. Però, la vita, specie quella del tennista, ti pone molto raramente in una condizione di calma reale. Le emozioni sono sempre in movimento ed è complesso estrapolarsi dal proprio flusso emotivo. La vera sfida, come dicevamo prima, è riuscire a fermarsi e dire “questa situazione la conosco, questa paura l’ho già vissuta”, senza farsi travolgere dalle circostanze. Chiaro, dirlo è semplice, farlo meno. Negli ultimi anni ho lavorato molto su me stesso e credo di essere migliorato. Detto questo, non so se sono diventato saggio: credo sia difficile arrivare a sentirsi tale anche a 60 o 70 anni, figuriamoci a 30...”
Un lascito che evidenzi sempre con affetto è quello di Roger Federer, che prima dell’addio disse a te e a pochi altri eletti: “Non avete idea della fortuna che avete a poter continuare”. Giunto alla piena maturità della tua carriera, e con ancora tanto tennis di fronte a te, con che mindset vuoi vivere questa ‘fortuna’?
“Quel momento con Roger è stato fortissimo, particolarmente impattante. Eravamo tutti emozionati: io avevo le lacrime agli occhi, lui mi piangeva sulla spalla, mi giravo e vedevo Rafa o Novak nelle stesse condizioni… La cosa che mi ha colpito di più è che, in un momento così ‘suo’ come il ritiro, ha comunque voluto pensare a noi: ha voluto condividere. Sostanzialmente, ci ha detto: “Godetevi tutto questo, perché passa”. Ha anche aggiunto che, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe giocato altri 20 anni nel Tour, sottolineando come nessuno, in fondo, sia più grande dello sport stesso. Leggende come lui e Rafa mancano a tutti in campo, ma effettivamente il tennis va avanti. Da quel momento, ho cercato di fare mia la lezione: godermi maggiormente quello che faccio. Vale la pena giocare a tennis se stai bene. Se qualcosa non va, meglio fermarsi, prendersi una pausa e rigenerarsi. Perché se non stai bene, non te lo stai godendo davvero. Nel mio piccolo, sto cercando d’inseguire quest’obiettivo.”


Un Sogno Condiviso | Sanremo Tennis Team
Sulla Riviera Ligure, terra promessa nella definizione del tennis che già è, si plasmano anche la racchette che saranno, inseguendo un sogno comune teorizzato dal connubio dei maestri Matteo Civarolo e Gianluca Mager, ed espresso dalla virtuosa filosofia del Sanremo Tennis Team, che ritraiamo al fianco di Altavia Court
‘Chasing Dreams Together’ cita il claim, meglio ancora, l’inno alla base dei quotidiani scambi di saperi, emozioni, pensieri, dritti e rovesci affacciato sulla celeberrima Riviera dei Fiori ligure. Siamo nella dolce Sanremo, e una serie di fendenti dai ritmi affini, seppur tutti differenti tra loro, attraversano tanto le reti tese di campi a picco sul mare, quanto le correnti placide che da esso giungono.
Variano gli interpreti da mattina a sera, restituendo tutti, però, il suono unico del futuro che avanza: di stili ed identità che si stanno, via via, definendo. Dentro e fuori il campo. Con essi, i sogni che li accompagnano: quelli di chi può, e deve, visualizzare un futuro fatto di scalate ai ranking ATP, e quelli di coloro che hanno già avuto modo di vivere il tennis pro, nell’intero suo spettro, e che oggi, alla luce dell’esperienza maturata, hanno deciso d’aiutare una nuova generazione a forgiarsi.
La bellezza di un set unico in cui progredire sportivamente. La profondità di un sistema di coaching fondato sì, sulla disciplina, ma scandito dall’essenziale matrice del divertimento, e da un’educazione che parte dall’esperienza concreta. Palesano ciò le testimonianze di Matteo Civarolo e Gianluca Mager, co-autori del Sanremo Tennis Team, un polo d’eccellenza tennistica azzurra e internazionale. Ed una realtà che abbiamo esplorato insieme ad Altavia Court.





Come e quanto il tennis è entrato a far parte della vostra vita? Cosa vi ha fatto irrimediabilmente innamorare di questa disciplina?
Matteo Civarolo: “Ho iniziato a giocare a tennis a quattro anni e mezzo, grazie a mio papà. Ricordo una prova gratuita al circolo di Asti, dove sono nato: è stato quasi amore a prima vista. Ci prendevo abbastanza, diciamo così, e dopo quella prova ho iniziato subito il corso. In seguito, è stato un crescendo: prima a livello regionale, poi nazionale e internazionale. Mi sono tolto belle soddisfazioni soprattutto da under, giocando anche gli Slam Under 18. Poi ho avuto una carriera da professionista breve, circa due anni, perché ho scelto di iniziare l’università. Sono arrivato intorno alla posizione 850 ATP, poi mi sono dedicato allo studio universitario e successivamente ho iniziato ad allenare. Il passaggio da giocatore ad allenatore è stato molto naturale. È una cosa che mi è piaciuta subito.”
Gianluca Mager: “Ho iniziato a giocare a tennis intorno ai cinque-sei anni. Mio padre è sempre stato un grande appassionato di sport: vivevamo a poche centinaia di metri dal circolo, lui lo frequentava. Fu lui a mettermi nelle mani dei miei primi maestri. Notarono subito che colpivo bene la palla, e lo dissero a mio padre. Da lì è iniziato tutto. I risultati sono arrivati presto: a dodici anni ero molto forte, giocavo competizioni importanti come la Nations Challenge. Poi, ho avuto un periodo complicato durante l’adolescenza. Ero un po’ ribelle, davo priorità ad altre cose: gli amici, il bar, le prime discoteche. Però il tennis è rimasto lì, soprattutto grazie a mio padre, che mi ha sempre spinto a fare tornei, a iscrivermi agli Open, a restare dentro quel mondo. A un certo punto è arrivata l’occasione della Serie A1 a Genova. Cercavano un giovane che li aiutasse a vincere. Da lì, ho capito che dovevo smettere con le distrazioni e dare davvero priorità al tennis. Ho cambiato mentalità: autobus, treni, allenamenti, otto ore al giorno dedicate alla crescita tennistica... Ho fatto dei sacrifici importanti, ma mi sono sentito maturare: avevo un obiettivo. Nel 2013, dopo pochi mesi da questo switch, ho conquistato i miei primi punti ATP. È stato il vero inizio.”
Il tennis cos’ha rappresentato e cosa continua a rappresentare nei vostri percorsi?
Matteo Civarolo: “Per me il tennis è sempre stato passione. Ai livelli in cui giocavo richiedeva sacrifici, certo, ma non li ho mai vissuti davvero come tali, proprio perché a legarmi a questo sport era, prima di tutto, l’amore. Per questo facevo tutto in maniera naturale e spontanea. Mi è sempre piaciuto allenarmi, viaggiare, fare tornei, girare il mondo… E continua a piacermi oggi, anche se in una veste diversa: quella di allenatore.”
Gianluca Mager: “Il tennis è stato tutto: dai tornei nazionali ai Challenger, fino agli ATP e agli Slam. Il momento più alto è stato la finale a Rio de Janeiro, quando sono entrato nei primi 100 e sono stato convocato in Davis. La vita del tennista è bellissima, perché viaggi e vivi emozioni forti, ma fino a un certo livello è anche una battaglia quotidiana: condizioni difficili, pressione, risultati da inseguire... Quando finalmente ho raggiunto quel sogno, è scoppiato il Covid. Sono passato dalla finale ATP, al giocare in Davis in uno stadio vuoto, o a tornei cancellati, che mi hanno tenuto chiuso per mesi in casa. Il vero problema è che un atleta, specie un tennista, impiega anni per arrivare ad avere la giusta fiducia, a ‘cavalcare la giusta onda’. Io lo stavo facendo, in campo ero veramente in fiducia e potevo accedere a tutti i tornei, ma quella pausa mi ha fatto metabolizzare tutto, logorandomi. Per due anni ho vissuto tra tamponi, restrizioni, viaggi complicati… A volte ero più teso per un test Covid che per una partita: le partite stesse non mi regalavano il mix di tensione e divertimento di prima. Poi è nata mia figlia, e viaggiare e allenarmi sono diventati sempre più pesanti. In generale, non mi è mai piaciuto farlo: lo facevo solo per il tennis, perché era, semplicemente, la cosa più importante. Ho avuto molti alti e bassi, ho smesso e ripreso. A un certo punto mia moglie mi ha detto che dovevo fermarmi, perché non riuscivo più a vivere così. Quando dovevo partire per un torneo stavo male, mi chiudevo in me stesso. In quel periodo ho iniziato a pensare davvero a cosa fare dopo. L’idea è stata fin dall’inizio, quella di seguire ragazzi giovani. Mi ha sempre affascinato, dovevo solo prendere piena consapevolezza di ciò.”
Perché avete maturato la scelta di diventare allenatore? Con che filosofia vivete questo ruolo?
Matteo Civarolo: “Quando ho finito l’università, non sapevo se continuare a giocare o iniziare subito a lavorare. Ho avuto la fortuna che mio padre gestisse il Tennis Sanremo, dove lavoro ancora oggi e dove abbiamo il nostro centro di allenamento. Ho iniziato dalle basi, con il mini tennis. È stato importante, perché poi sono passato agli agonisti, quindi a seguire Gianluca stesso, con cui abbiamo fatto un ottimo percorso, e successivamente Matteo Arnaldi: un legame che prosegue ancora oggi. Ho allenato Gianluca dal 2017 e siamo andati avanti insieme fino alla fine della sua ottima carriera da giocatore: il nostro rapporto attecchisce nel passato, la filosofia comune che accompagna il nostro lavoro si è costruita, ed evoluta, organicamente. A prescindere dal tennis, dal diventare campioni o meno, per noi l'importante è che imparino qualcosa grazie al contatto con noi. Che crescano in modo corretto e completo.”
Gianluca Mager: “È stato un passaggio naturale, anche se non immediato. Dopo essermi fermato ero combattuto: un giorno pensavo di riprendere, il giorno dopo di smettere. Però, sentivo che, ormai, quel ‘fuoco’ era venuto a mancare. Non avevo più quella voglia di spaccare tutto. Durante un match di qualificazione ho realizzato definitivamente che la mia carriera dovesse finire. Non stavo male, semplicemente avevo capito che forzarmi sarebbe stato farmi del male. A quel punto, è arrivato un ragazzo giovane a Sanremo: prima ha palleggiato qualche volta con me, poi si è trasferito con la famiglia e ha iniziato a lavorare sotto le mie indicazioni. Ho capito che mi piaceva davvero lavorare con i ragazzi giovani. Non l’ho studiata a tavolino. Mi viene naturale. Avendo avuto un’adolescenza un po’ particolare, riesco a immedesimarmi nei ragazzi che ho davanti. Per me non conta solo che diventino campioni: conta che imparino qualcosa, anche come modo di vivere e come educazione.”



A questo proposito, cosa cercate di trasmettere alle giovani promesse che avete modo di plasmare?
Matteo Civarolo: “La prima cosa è la disciplina. In questo sport, se si vuole migliorare, non si può prescindere da quella: dal mattino alla sera bisogna curare ogni aspetto della vita tennistica, dentro e fuori dal campo. Poi c’è l’impegno. E c’è una cosa che oggi, purtroppo, viene spesso sottovalutata: il divertimento. Tutto nasce da lì. Se un ragazzo non si diverte in campo, non può pensare di rendere e migliorare davvero. Serve equilibrio: disciplina e divertimento devono andare insieme. Il tennis, anche ad alto livello, resta un gioco. Oggi spesso non è colpa dei ragazzi: a volte sono i genitori a mettere troppa pressione troppo presto, e il rischio è che il ragazzo finisca per non voler più giocare.”
Gianluca Mager: “Per me e Matteo parte tutto da un presupposto: ci deve essere dialogo. Devi creare un rapporto in cui il ragazzo possa parlarti e tu possa parlare con lui, ma senza superare quella linea di rispetto e di ruolo. Non deve essere una caserma militare. Bisogna conoscere il ragazzo, capire come sta, ascoltarlo. Se un giorno è stanco o giù, va capito. Dall’altra parte, però, deve esserci sempre il massimo impegno possibile: se un giorno puoi dare l’80%, dai l’80%. I genitori ti affidano i loro figli: è una responsabilità. Allo stesso tempo, finiamo inevitabilmente per affezionarci, per preoccuparci per loro… Io sono padre, e in parte vedo crescere i ragazzi e le ragazze che alleno. Mi ricordo bene com’ero da alla loro età, e questo mi aiuta a capire cosa possa servire dall’altra parte. L’obiettivo è che stiano bene, e che apprendano cosa significhi impegnarsi al massimo.”
Il tennis è fatto di tecnica e talento perfezionato, ma soprattutto di equilibrio mentale ed emotivo. Come avete vissuto questo lato nei tuoi anni da tennista? E come cercate di farlo vivere ai tennisti che segui?
Matteo Civarolo: “È una domanda centrale, perché l’equilibrio mentale è una parte essenziale del tennista. Anzi, è proprio la sua essenza. È un equilibrio molto difficile da trovare in primis, da gestire poi. Oggi lo è ancora di più, anche per via dei social. Penso a Matteo Arnaldi: in alcuni mesi ha giocato poco ed è stato spesso criticato. Lui magari riesce a gestire queste cose, a non farsi toccare dal giudizio altrui, ma non tutti ce la fanno. Il rischio è entrare in un loop mentale negativo che non riguarda solo il tennis, ma anche la vita. C’è chi ha più personalità e riesce a reggere, chi invece fa più fatica. Questo è un tema che mai, come oggi, è stato così rilevante e importante. Per questo poniamo molta attenzione su questo aspetto, costruendo un percorso specifico, a livello mentale, per ogni atleta che seguiamo. Poi c’è un limite: come allenatori possiamo fare tanto, ma non tutto è nelle nostre mani.”
Gianluca Mager: “Molti dei ragazzi che seguiamo lavorano anche sul piano mentale, con una persona dedicata. È un lavoro a 360 gradi, di squadra. Ci confrontiamo tanto, quotidianamente, tra noi allenatori. Quando abbiamo iniziato questo percorso, con Matteo abbiamo messo l’aspetto mentale ed emotivo come primo punto della lista: i ragazzi che seguiamo non dovevano, e non devono, essere numeri. Non volevamo un sistema in cui uno arriva, porta un risultato e basta. L’idea condivisa è lavorare con un numero ristretto di atleti e seguirli per davvero. Vogliamo che qui si sentano parte di qualcosa, quasi di una famiglia… Che nei coach vedano chiari punti di riferimento. A prescindere dal livello, vige un rispetto massimo e comune: ogni tennista deve sapere che può parlare, che verrà ascoltato: che può affrontare i problemi insieme a tutti.”
Come si crea il sacro graal della fiducia in un tennista?
Matteo Civarolo: “Ho visto giocatori fortissimi, tecnicamente bravissimi, ottenere risultati inferiori al loro potenziale perché avevano poca fiducia nei propri mezzi o non avevano quella voglia di arrivare a tutti i costi. Il talento conta. La tecnica anche. Quando arrivi a certi livelli, però, il tennis giocato è solo una parte. È ovvio che devi saper giocare bene, altrimenti non arrivi in alto. Tuttavia, spesso ci sono giocatori tecnicamente molto forti che ottengono risultati mediocri, e altri da cui magari non ti aspettavi certi livelli che invece arrivano in alto, anche in top 100. Questo fa capire quanto contino la fiducia, la testa… La determinazione. Per alcuni, anche queste sono doti naturali. Per altri, il lavoro di costruzione della fiducia segue quanto abbiamo illustrato nella domanda precedente: è un processo a tutto tondo.”
Gianluca Mager: “La chiave di ogni atleta, ma anche di ogni squadra, è la fiducia. Quando sei in fiducia, raggiungi obiettivi anche impensabili… A me è accaduta esattamente questa cosa. Quando le cose vanno bene, viaggiano velocissime. Nemmeno te ne rendi conto… L’obiettivo di un allenatore sta nel mettere l’atleta nelle condizioni di raggiungere questa condizione e, contemporaneamente, di far capire come vada ricercata, e mantenuta, anche nei periodi più complessi, meno luminosi… La filosofia che seguiamo io e Matteo ragiona proprio su queste consapevolezze, il nostro vissuto aiuta molto nell’imprimere il giusto concetto di fiducia nei giovani atleti che seguiamo.”



Il motto del Sanremo Tennis Team: ‘Chasing Dreams Together’. Cosa significa per voi inseguire sogni al fianco di giovani, specie in questo periodo dorato per il tennis italiano?
Matteo Civarolo: “Noi ci concentriamo prevalentemente su ragazzi tra i 12 e i 18 anni. È un’età in cui puoi dare un imprinting, non solo tecnico, ma anche nel modo di stare in campo. In questo momento storico, siamo fortunati: il tennis italiano sta vivendo un periodo straordinario, credo che nei prossimi anni ci sarà un ulteriore grande boom. Per noi è un punto di partenza molto positivo. Dal nostro canto, ci impegniamo costantemente nel gestire un centro in cui i ragazzi si sentano educati tanto alla disciplina, quanto al divertimento: un luogo dove puoi arrivare al mattino, restare in campo fino al pomeriggio ed essere contento di averlo fatto. Senza questo tipo di voglia, di desiderio, è dura allenarsi tutti i giorni, viaggiare, fare tornei e avere poco tempo libero… Soprattutto da giovani. Il sogno, per me, sta in questo processo condiviso, che lega nuove generazioni a questo sport, nei modi e nelle forme che riteniamo più corretti.”
Gianluca Mager: “Quando lavori con i giovani ritrovi emozioni simili a quelle che vivi da giocatore. Senti qualcosa dentro: solo chi l’ha vissuto, a qualsiasi livello sportivo, può capire di cosa parlo. Poco fa, ho accompagnato ad un torneo in Austria tre ragazzi e, anche se i risultati non sono stati eccezionali, mi sono sentito così orgoglioso di loro: per come si sono comportati, per l’atteggiamento che hanno tenuto durante le partite, per come hanno lottato... Quando ti ascoltano, provano a fare quello che dici e ci lavorano finché non ci riescono, sono grandi soddisfazioni.”
We often reflect on the relationship between art and sport, and tennis is undoubtedly a discipline with a deeply artistic dimension. As a player, did you ever feel like an artist? And now, as a coach, when you’re refining movements, gestures and technique, do you ever feel that you’re shaping artists in their own right?
Matteo Civarolo: “Da giocatore no, devo essere sincero. Quando giochi e ti alleni pensi a migliorare, sai su cosa devi lavorare e qual è la tua idea di gioco, ma non ragioni in quei termini. Da allenatore, invece, sì. È bellissimo prendere un ragazzo da un punto di partenza e vedere, mese dopo mese, come si evolve. A noi piace fare video, per poi confrontarli nel tempo e vedere i miglioramenti. Quando notiamo differenze positive nei gesti e nella loro efficacia, siamo sempre molto contenti.”
Gianluca Mager: “Non ci avevo mai pensato, sinceramente. Però è un modo interessante di vedere la cosa. Quando correggi un dritto, un rovescio, un movimento qualsiasi, in effetti stai lavorando anche su forme e dettagli. È una metafora calzante.”


I vostri allenamenti si svolgono affacciati sulla Riviera Ligure e, a volte, proponete allenamenti direttamente sulla sabbia di Sanremo. Com’è vivere il tennis a stretto contatto con un luogo unico, come questa porzione d’Italia?
Matteo Civarolo: “Come dicevo, sono originario di Asti, mi sono trasferito a Sanremo in un secondo momento. Mio padre ha preso in gestione il circolo nel 2010, quindi ormai sono sedici anni che siamo radicati qui. Questa zona, tra Sanremo, Bordighera, Nizza e la Costa Azzurra, è speciale per il tennis. Ci sono accademie di fama mondiale come quelle di Piatti, Mouratoglou e Tsonga. Questo fa capire quanto il clima e il contesto favoriscano gli allenamenti. Noi ci alleniamo quasi sempre outdoor. D’inverno copriamo un campo, ma in generale il clima permette di giocare all’aperto praticamente tutto l’anno.”
Gianluca Mager: “Dal punto di vista tennistico, Sanremo è invidiata in tutta Italia. Siamo a mezz’ora da Monaco, in una zona dove il tennis è molto presente e dove negli ultimi anni sono nate tante realtà importanti. Dal punto di vista climatico è il massimo, e anche logisticamente la città è in una zona ottima. Senza dubbio è un posto ideale per allenarsi.”
L’accademia porta entrambi i vostri nomi: che tipo di rapporto vi lega, oggi, dopo aver vissuto entrambi una carriera tennistica ed aver sviluppato, insieme, questo virtuoso progetto?
Matteo Civarolo: “Io e Gianluca siamo amicissimi. Sono persino stato il suo testimone di nozze. Il fatto di aver viaggiato così tanto insieme, quando lo allenavo, ha rafforzato ancora di più il nostro rapporto. Per me è bellissimo aver costruito questo progetto con lui. Avere accanto una persona con cui lavori ogni giorno, con cui puoi confrontarti su tutto, ti dà una spinta in più. Noi stessi cresciamo fianco a fianco. Gianluca ha giocato ad altissimo livello e ha tantissima esperienza. Come ho già menzionato, oggi seguo Matteo Arnaldi in giro per il mondo, quindi passo molto tempo fuori Sanremo. Gianluca, invece, è molto più presente e si occupa del centro a 360 gradi. Ogni volta che finisco un impegno con Arnaldi, rientro immediatamente per tornare operativo insieme a lui.”
Gianluca Mager: “Il nostro è un rapporto molto profondo, anche se siamo persone riservate. Ci conosciamo da quando eravamo, praticamente, bambini. Matteo è arrivato qui a Sanremo, nel circolo dove sono nato e cresciuto: mi ha allenato, seguito e accompagnato lungo tutto il mio percorso. Ha sempre creduto molto in me come tennista. Quando ha capito che la benzina era finita, credo gli sia dispiaciuto, ma da quel momento è nato un progetto significativo, che portiamo avanti con passione. Oggi lavoriamo insieme su qualcosa che sentiamo veramente nostro.”
Che emozioni vi attraversano nel vedere evolvere gli atleti che seguite, sia da un punto di vista tennistico, che umano?
Matteo Civarolo: “È bellissimo. La cosa più bella è vedere un ragazzo che, al di là del fatto che vinca o perda, quando torna al circolo è contento di quello che sta facendo e del percorso che sta costruendo. Con ragazzi così giovani è presto per parlare di carriera, ma il percorso conta tantissimo. Se li vedi felici di allenarsi e crescere, è una grande soddisfazione, ed una grande emozione. Senza questo non ci può essere miglioramento, né tennistico né umano. A noi interessano entrambe le cose: farli crescere come giocatori e come persone.”
Gianluca Mager: “La cosa più bella è vedere questi giovani crescere, maturare. Arrivano poco più che bambini e li vediamo evolvere nel corso degli anni. Se riesci a trasmettere loro qualcosa che resta: un ricordo, un insegnamento, qualcosa di bello… Qualcosa che resti con loro per tutta la vita… Ecco, per me non esiste cosa, ed emozione, più importante di questa.”


Being In The Moment | Taylor Fritz
Non poteva esserci scenario migliore del BOSS Open di Stoccarda per esplorare lo stato dell’arte della connessione tra Taylor Fritz e la racchetta: un ritratto editoriale, ed estetico, del global ambassador del brand tedesco e raffinato simbolo del movimento tennistico americano
Vivide ed alternate gradazioni di verde circondano Taylor Fritz. Sono gli ordinati manti erbosi di Stoccarda: della culla del BOSS Open, un tempio zen tennistico incastonato in questo polo storico, ed avanguardistico, della Germania sud-occidentale. Eleganti gli spazi tributati al tennis dalla ‘Metropoli Sveva’. Elegante l’icona del tennis americano che si staglia di fronte alla nostra lente.
Già vincitore del torneo la passata edizione, nonché attuale numero 10 al mondo, i suoi 196 centimetri si palesano posati, raffinati ed incisivi. Come il suo pensiero. Come il suo tennis, forgiato dalla ricca tradizione familiare e dal sistema a stelle e strisce, ma colorato da tinte profondamente personali, derivanti tanto da una costante necessità d’autoperfezionamento, quanto da uno studio appassionato della materia.
Diventare la versione migliore di sé, nel caso del californiano classe ‘97, è una formula che torna a riempirsi di vero senso, e sostanza, dopo essere stata ormai svuotata dalla retorica moderna. A dimostrarlo, un approccio da eterno studente del gioco, pur nella condizione, già ampiamente sostanziata da risultati e successi raggiunti, di maestro affermato della racchetta.
Un processo, quello della concretizzazione del proprio potenziale, che per Taylor Fritz pare essere tuttora in corso, sospinto da un approccio cerebrale e strategico, al contempo incrollabilmente ambizioso, alla vita e al campo: un equilibrio raro, ispirato dall’immaginario anime, alleviato dal gaming e imperniato nell’amore totalizzante per il tennis.
“Il tennis è tutta la mia vita”, dichiara Fritz. “Amo competere. Amo entrare in campo per una grande partita davanti a tanto pubblico, in un campo importante, e semplicemente godermi quel momento”, aggiunge, mentre manifesta una naturale concordanza di visioni e gusto con BOSS, il brand che delle reti erbose di Stoccarda fa la propria seconda casa, a pochi chilometri dall'azienda madre.
Frasi in cui tutto trova forma e compimento: passato, presente… E un futuro diretto verso l’ultimo tassello mancante di una brillante carriera ancora in evoluzione, la vittoria di uno Slam. Un futuro realizzabile, stando alla sua testimonianza, abitando consapevolmente ogni singolo momento.





Hai detto: “Being a bit delusional, in a positive way, is a good thing. When I was 14 I wasn’t that good but I was very delusional in saying I was going to, without a doubt, make it. I truly believed it and there’s no way I’d be here now without it.” Come si riconosce la differenza tra la fiducia positiva, persino irrealistica, e l’eccesso di confidence che, come lo sport ha spesso insegnato, può portare, invece, al fallimento?
“Penso che trovare il giusto equilibrio sia molto semplice. Personalmente, mai ho avuto la sensazione di essere troppo sicuro di me. Quando nutri una fiducia molto forte nelle tue capacità e credi davvero di poter raggiungere qualcosa, questo ti spinge a lavorare ancora più duramente per riuscirci. Non credo che questo ti renda necessariamente arrogante o troppo sicuro. Ti dà semplicemente la fiducia necessaria per inseguire qualcosa che, forse, altre persone non crederebbero di poter realizzare”
Dici di amare il lato mentale e strategico del gioco: i pattern dei tuoi avversari, come strutturare ogni punto... Come alleni questa componente essenziale del tuo tennis? E che sensazioni ti attraversano quando senti di avere un dominio mentale e strategico su un avversario?
“Non so se esista un modo specifico per allenarla. Credo che derivi semplicemente dall’aver giocato a tennis per tutta la vita, dall’aver disputato partite e tornei per così tanti anni… E dall’aver osservato come le persone reagiscono nelle situazioni di pressione. Guardare le partite e seguire il tennis può insegnarti qualcosa, ma nulla può sostituire l’esperienza diretta della competizione. Quando sei in campo, cerchi continuamente di cogliere segnali, leggere le situazioni e riconoscere determinati schemi. Avere una mente lucida e calma mi permette di elaborare tutto questo nel modo migliore. Quando sento di avere un vantaggio tattico, mi sento molto sicuro e molto tranquillo, perché ho una visione ben definita circa ciò che farà il mio avversario e so esattamente come voglio giocare. C’è molta meno indecisione, perché ho un quadro chiaro di ciò che sta per accadere”




Qui a Stoccarda siamo in un tempio tennistico moderno dal fascino enorme, legato al brand di cui sei global brand ambassador. Che ruolo giocano gli ambienti e l’estetica che circondano il tennis nella tua interpretazione dello sport stesso?
“Sicuramente, quando si gioca in una location di grande livello, contribuisce all’esperienza stessa dell’evento. Questo è il BOSS Open, quindi per me si tratta ovviamente di un torneo speciale. L’atmosfera del luogo e l’estetica complessiva dell’evento possono rendere l’esperienza molto più piacevole. Rendono il torneo più entusiasmante e più divertente da vivere”
Per Athleta Mag ogni disciplina sportiva è una forma d’arte a sé stante. Ti capita mai di pensare al tennis come ad una forma d’arte o a te stesso come ad un artista che compone attraverso la racchetta?
“Credo che nel tennis ci siano alcuni colpi che possono essere equiparati, per davvero, a gesti artistici. A volte colpisci la palla in modo perfetto, oppure chiudi un vincente particolarmente estetico... In quei momenti, il tennis può assolutamente assumere una dimensione artistica. Mi sento un artista soltanto in determinate occasioni: magari dopo uno splendido drop shot, uno slice particolarmente riuscito o un gesto tecnico eseguito alla perfezione. Queste occasioni mi regalano quel tipo di sensazione ”




Parlando del tuo rapporto con BOSS, quanto senti di essere evoluto nel modo in cui ti presenti al mondo, a livello d’immagine ed espressione personale, grazie al contatto con questo brand? E cosa significa, per Taylor Fritz, il messaggio ‘Be Your Own BOSS’?
“Penso che, sicuramente, il mio stile personale sia migliorato molto, soprattutto fuori dal campo. Il brand è straordinario e abbiamo realizzato tante cose importanti insieme. Per me ‘Be Your Own BOSS’ significa fare le cose a modo tuo, restare fedele a te stesso e dare sempre il massimo. Significa cercare di diventare la migliore versione possibile di sé”
Crediamo che ogni percorso sportivo sia anche frutto delle contaminazioni extra sportive di un atleta. Quanto incidono le tue passioni per anime a gaming nel tuo tennis? Servono solo come valvola di sfogo e relax, oppure riescono anche ad ispirare ed influenzare il tuo modo di vivere il campo?
“Direi che oggi gli anime non mi influenzano particolarmente. Molti degli insegnamenti che ho tratto dalle serie che guardavo da ragazzo sono rimasti con me, come credere in sé stessi, lavorare duramente, mantenere una certa determinazione... Per quanto riguarda il gaming, invece, rappresenta soprattutto un modo per rilassarmi e staccare”




Sei una persona molto calma e introspettiva, come spesso hai condiviso, in grado di conversare costantemente con sé stessa. Come comunica questo tuo lato caratteriale con un altro dato, meno razionale, che evidenzi sempre: quello dell’estrema competitività?
“Penso che l’essere introspettivo mi aiuti molto, perché mi permette di restare calmo e concentrato nei momenti di maggiore competizione. Allo stesso tempo, mi piace lasciare emergere anche l’altro lato di me, quello più legato alla competitività stessa, per l’appunto, quando sto giocando. Credo che questo mix sia proprio una delle ragioni per cui amo così tanto giocare”
Recentemente hai detto di aver raggiunto tanti degli obiettivi che ti eri posto, come conferma una carriera solidissima, che ti vede da molto tempo nella top 10 ATP, come simbolo del tennis americano e massimo interprete globale. Il tennis non è stato il tuo primo amore, ma oggi, alla luce di tutto questo, cos’è diventato? E cosa vorresti scoprire e vivere, ancora, grazie a questo sport?
“Il tennis è tutta la mia vita. È tutto. Amo competere. Amo entrare in campo per una grande partita davanti a tanto pubblico, in un campo importante, e semplicemente godermi quel momento. È questo ciò che ho imparato ad amare e ad apprezzare più di ogni altra cosa di questo sport. Quanto a ciò che voglio ancora raggiungere, la risposta è piuttosto ovvia: voglio vincere uno Slam. È l’obiettivo che sto ancora inseguendo”













