A Stage of Excellence, Giorgio Armani & Juventus Football Club
Abbiamo ritratto il formal wardrobe Giorgio Armani x Juventus Football Club 25/26, celebrando un connubio di classe, eleganza ed innovazione senza tempo
“L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”. Le parole di un mito eterno, Giorgio Armani, riecheggiano in un’ode condivisa da due eccellenze italiane capaci, sin dalle origini, di popolare tempi e spazi propri, e di farsi ricordare ad ogni latitudine del globo: il nobile brand ispirato dal ‘Re’ del design e Juventus, sinonimo di nobiltà e progresso calcistico.
Nella nostra produzione, scattata dalla raffinata lente di Alessandro ‘Zuek’ Simonetti, le architetture avanguardiste dell'Allianz Stadium abbracciano le linee fluide e le trame dettagliate del formal wardrobe Giorgio Armani x Juventus 25/26: un connubio estetico tra istituzioni fondate tanto su un’identitaria sofisticatezza, quanto su un’innata iconicità, evoluta capo dopo capo, stagione dopo stagione.
All’interno di questa collezione, convergono entità culturali in grado di scandire e definire, da sempre, le rispettive dimensioni d’interesse, arricchendole di contaminazioni. Come nel caso di questo nuovo evocativo capitolo stilistico, atto a riaffermare il legame intrinseco tra Armani e l’immaginario sportivo, così come la vocazione fashion di un club che non si è mai limitato al campo.
Benvenuti in un palcoscenico d’eccellenza. Welcome to A Stage of Excellence.












Questa produzione è stata realizzata da Athleta Mag in accordo con Giorgio Armani, nell’ambito dei diritti di attivazione previsti dall’accordo di sponsorizzazione tra Giorgio Armani e Juventus.
Credits
Players: Manuel Locatelli, Khéphren Thuram, Kenan Yildiz, Edon Zhegrova
Photography: Alessandro Simonetti
Styling: Tiny Idols
Prod by Athleta Magazine
Visioni Azzurre di Short Track
Quando il corpo si trasforma in aerodinamica e velocità, il ghiaccio rivela la tua essenza. Grazie alla Federazione Italiana Sport Ghiaccio abbiamo avuto l’opportunità di ritrarre la bellezza cinetica dello short track, e le profonde prospettive dei suoi interpreti Azzurri, in una speciale produzione sinergica con AQuest
Sul ghiaccio la velocità si tramuta in uno spartito sensoriale dai mille significati, dalle altrettante incognite: in una disciplina, lo short track, capace di far dialogare caos e calma, simbiosi collettiva e arbitrio personale, delicata intimità e piena espressione fisica.
Pensate ad un rito ancestrale, scandito dalla ricerca dell’adrenalina. Ad un videogioco futurista, dove corpi e scelte si scontrano e fondono senza soluzione di continuità. Ad un gioco da tavola affrontato su lame fini, finissime: degne metafore del confine tra sorpasso e caduta. Tra gloria e fallimento.
La pista corta non è un palcoscenico comune. Pur rimanendo ancora troppo sconosciuta al grande pubblico, questa forma d’arte sportiva assimilabile ai più alti eventi motoristici, ma messa in atto dalla semplice architettura umana, incanta tanto chi la pratica, quanto chi la osserva. Lo fa ipnotizzando. Lo fa eccitando.
Perché nel groviglio di traiettorie e decisioni machiavelliche, prese in un battito di ciglia, confluisce la ragione d’essere di uno sport radicato nella strapotenza fisica e nella tecnica , ma che vive di lucida ragione: di pensieri e decisioni, azioni e reazioni, destino.
‘A Primal Emotion’ è la speciale produzione che abbiamo dedicato, insieme ad AQuest, al magico vortice umano dello short track Azzurro. Lo short-film viene accompagnato da una nostra speciale gallery fotografica, ispirata dai protagonisti italiani di questa disciplina.
Sono Pietro Sighel, Alessandro Loreggia, Elisa Confortola, Luca Spechenhauser, Arianna Sighel e Thomas Nadalini. Le loro stesse testimonianze ci guidano alla scoperta dello short track.



Pietro Sighel
“Sono cresciuto sul ghiaccio. Mio papà pattinava, è stato campione del mondo, il primo italiano sulla pista lunga. Anche mio nonno lo faceva, seppur in altri tempi. È sempre stata una tradizione di famiglia, proseguirla è stato quasi naturale. Mi sono innamorato dello short track, l’anello più corto. Ho seguito l’istinto, e non me ne sono mai pentito. Penso che sia stata proprio la combinazione di velocità e adrenalina a conquistarmi. Una miscela di controllo e rischio che mi ha preso fin da subito. È uno sport complesso. Non basta avere forza o esplosività: serve istinto, senso tattico, furbizia. Bisogna essere veloci nel prendere decisioni, perché in mezzo giro può cambiare tutto dieci volte. Devi essere elastico mentalmente, pronto ad adattarti. Puoi allenare certe cose, certo, ma sempre fino a un punto. C’è chi nasce più esplosivo, chi più fondista, e ogni tattica va adattata al corpo che hai. La testa, invece, è ciò che fa la vera differenza.
Devi saper restare lucido, leggere la gara, cambiare piano in un attimo. La caduta è una componente che impari a conoscere da bambino, e che fa parte del gioco. Cadere, rialzarsi, ripartire. Lo accetti, anche se quando succede in momenti importanti, fa male. Ma è lo short track. L’imprevedibilità fa parte del suo fascino. Per certi aspetti, è simile alla MotoGP. Noi non abbiamo un motore, o meglio, sono le nostre gambe: ma le dinamiche in curva, l’inclinazione, il rischio, l’accelerazione in uscita, il corpo che segue la traiettoria… Nelle nostre gare si alternano momenti di attacco, di difesa, sorpassi e contatti. Serve fiducia: devi buttarti anche quando non sai se uscirai da quella curva. È lì che si misura la differenza tra chi arriva al top e chi no. Tanti atleti non riescono a fare quell’ultimo passo perché la paura li blocca. Invece bisogna imparare a cancellarla. Lo short track è uno specchio della mia personalità: impulsivo, reattivo, istintivo. Come reagisco in pista è come reagisco nella vita. E credo che sia anche per questo che amo questa disciplina.”




Alessandro Loreggia
“Quando ho iniziato a pattinare, come tanti bambini, lo facevo per divertirmi. Anche mio padre pattinava. Poi, ho indossato per la prima volta i pattini da short track, ed è cambiato tutto. Mi sono sentito subito a mio agio. Da lì, non ho più smesso. Lo short track mi ha attirato perché non era banale. È una disciplina innaturale: devi piegarti in posizioni scomode, essere aerodinamico, imparare a spingere lateralmente invece che all’indietro, come invece faresti correndo. Queste unicità mi hanno affascinato. Una cosa che in pochi sanno è che, quando appoggiamo la mano sul ghiaccio in curva, in realtà non serve davvero a tenerci in equilibrio. È un gesto istintivo, un riflesso. Non ci appoggi neanche il peso. Ma fa parte dell'essenza di questo sport, anche dal punto di vista psicologico.
Con il tempo, lo short track mi ha educato anche fuori dal ghiaccio. Gestire le variabili, accettare l’imprevedibilità... In questo sport puoi preparare tutto, essere in forma, sapere di poter vincere… E ritrovarti a terra poco dopo. Magari senza motivo. La chiave per me sta nel sapere che non puoi controllare tutto. Crescendo, ho anche realizzato che non funziona entrare in pista con l’approccio da guerriero. Per me è il contrario. Se mi carico troppo, vado peggio. Ho bisogno di serenità per rendere. La velocità rima con il concetto di lentezza. Quando faccio un giro a tutta, il tempo sembra rallentare. È una sensazione che arriva con l’esperienza. All’inizio sei in balia della velocità. Poi diventa tutto più nitido. Riesci a vedere la curva arrivare, a impostarla come vuoi. Questa, per me, è la vera velocità: non ‘sentirsi volare’, ma sentire di avere il pieno controllo. È un delicato gioco di equilibri: devi essere potente, ma anche preciso. S’intrecciano strategia, lettura della gara, intelligenza. Devi capire quando superare, come impostare la curva, studiare gli avversari, valutare rischi e benefici. A livello personale, preferisco cadere tentando, che uscire dalla pista con il rimpianto di non averci provato.”



Elisa Confortola
“Mi sono appassionata un po’ per caso, in realtà. Vivo a Bormio, dove gli sport invernali sono ovunque. All’inizio, il pattinaggio non mi piaceva. Cadevo sempre. A casa mi prendevano pure in giro. Però ho continuato. L’ho fatto perché c’erano tante mie amiche. Ho iniziato per loro. E forse anche per me. Perché poi, non so bene come, ma mi sono innamorata dello short track. È scattato qualcosa. Perché lo short track non è solo pattinare: c’è velocità, contatto, strategia, tattica, tecnica. È uno sport che ti chiede tante cose diverse, ma tutte insieme. Questa miscela mi ha rapita. L’anno scorso ho cominciato a ottenere risultati importanti. E ho capito che, forse, potevo giocarmela sul serio. Me lo dice anche mia madre: ho aggiunto quella cattiveria buona, sana: quella forza mentale per dire “ora spingo, ora cambio marcia”. L’ho scoperta solo recentemente. L’agitazione mi aiuta. Paradossalmente, più sono agitata, più divento lucida. Mi serve per entrare nel momento. Inizio a pensare più chiaramente: “Guarda chi ti sta sorpassando. Fai quella traiettoria. Lanciati adesso.” Per assurdo, più la gara è difficile, più mi si accendono cento lucine in testa. Sono lì, presente, attenta a ogni movimento.
Certo, ci sono cose che non puoi controllare: il ghiaccio che si spacca, perdi un appoggio, ti sorpassano… Sono tutte cose che succedono e succederanno. Però non ci pensi. Non le consideri, perché sono completamente fuori dal tuo controllo. E un po’ fa paura. Però, è anche il bello del nostro sport. Non c’è niente di scontato. È proprio questa incertezza che a volte mi rassicura. Perché so che non serve essere perfetta, serve essere pronta. La velocità, quella vera, la sento in gara. Mi scatta qualcosa dentro. Mi vengono mille pensieri chiari: “Chiudi qui. Guarda là. Rimani compatta. Fai la traiettoria pulita.” Tutto si accende. È un momento di euforia tecnica, in cui senti davvero il senso di questo sport. Ti giochi tutto in un attimo. La tecnica, poi, per me è una forma d’arte. C’è uno stile ‘standard’, ma ognuno pattina a modo suo. C’è chi è super armonioso e chi è più scomposto. Due persone possono essere forti uguali, ma diversissime nel modo in cui si muovono. È una questione di sensibilità, di come usi gli appoggi, la lama, il tuo corpo nello spazio…”


Luca Spechenhauser
“Ho iniziato a pattinare relativamente tardi. All'inizio facevo sci di fondo, poi nel 2010 ci sono stati i Mondiali a squadre, proprio nella mia Bormio. Mio papà allena i bambini nella società locale e mi ha portato a vedere le gare. Qualcosa è scattato. Sono molto competitivo, e vedere quei sorpassi, quelle spallate, quel contatto fisico dentro un gesto così tecnico e veloce mi ha acceso qualcosa dentro. Lo short track ti insegna che devi esserci, con la testa lucida, ma anche rilassata. Devi pensare e agire in un secondo. È un gioco di riflessi, strategia, istinto e controllo. Oggi il livello è talmente alto che chiunque può giocarsela. Vince chi interpreta meglio la gara. Chi riesce a leggere la situazione, ad adattarsi, a restare lucido quando tutto intorno cambia. È un mix continuo di tecnica, istinto, rischio e fiducia. Già, fiducia, perché oltre a traiettorie ed avversari, anche il ghiaccio non è sempre perfetto. Può essere molle, duro, strano. Ma devi fidarti lo stesso. Anche quando senti che la lama non appoggia bene, devi fidarti di quello che hai sotto i piedi, adattare le pressioni, leggere la superficie. Sembra quasi una sensazione ‘di pelle’, di tatto. Preparo sempre un piano gara, ma la verità è che devi essere pronto a stravolgere tutto in un secondo.
Quando la gara si fa veramente dura, io mi ancoro alla respirazione. Il respiro è ciò che mi riporta nel momento. Alcune situazioni possono farti perdere la testa, ma restare presente è l’unico modo per trovare una via d’uscita. Ci vuole tempo per iniziare a vincere, anche se sei uno Junior fortissimo. Servono esperienza, lettura, tanti errori da cui imparare. Lo short track mi ha formato come persona: nella vita, come in pista, gli imprevisti arrivano. Le cose belle, quelle brutte, spesso sono fuori dal tuo controllo. E devi imparare a reagire. Devi restare sul pezzo, sempre. E poi, c’è una cosa che non so spiegare bene, ma quando pattino mi sento libero. Senza pensieri. Anche solo il gesto della curva, quando senti l’appoggio giusto, il ghiaccio che risponde… Per me è una figata. Lo short track è anche arte. Soprattutto oggi, è diventato una questione di tracce, di traiettorie. In curva devi essere creativo, disegnare, anticipare. Non esistono due curve uguali. Per questo paragono questo sport a Mario Kart. Un gioco complicato, bellissimo, imprevedibile.”


Arianna Sighel
“È stata la velocità a farmi innamorare dello short track. Soprattutto la velocità in curva: quella sensazione di controllo e rischio… La riescono a capire anche quelli che non hanno mai messo piede su una pista. È la cosa più semplice da spiegare, ma anche la più vera. Mio papà ha avuto un ruolo fondamentale. È sempre stato presente, sul ghiaccio e fuori. È stato il mio allenatore fino a quando non sono entrata in Nazionale. Con lui l’allenamento non era mai monotono: si andava in bici, in montagna, ad arrampicare. Quella varietà mi ha formato. Lo short track è uno spartito di azioni e reazioni. Ci sono mille dinamiche, mille piccole decisioni da prendere in un attimo. È una danza tecnica, fatta di centimetri e tempismo, che in gara diventa arte pura. Il vero lato artistico dello short track sta proprio nei ‘late in’, i sorpassi all’ultimo istante. Ti butti dentro, a un soffio dal limite: la lama sfiora il ghiaccio, il corpo è tutto inclinato, la forza centrifuga ti tira dalla parte opposta… Eppure resti in equilibrio, e senti di aver disegnato qualcosa di perfetto. La precisione assoluta dentro al caos.
Anche la staffetta, in un certo senso, è una forma di arte. Il modo in cui la forza e la velocità passano da un compagno all’altro è incredibile. Quando il cambio è fatto bene, l’accelerazione è fluida, durante la spinta il movimento è unico e sinergico. Non è solo potenza, è trasmissione di energia. E quando riesci a trasferire la tua velocità, allora capisci cosa vuol dire ‘sintonia’. È quasi impossibile trovare due persone che pattinino allo stesso modo. La lama è il nostro pennello. Di solito viene ritocca la sua curvatura in base a come risponde il ghiaccio. Anche se, a volte, il ghiaccio stesso varia dalla mattina alla sera... La verità è che bisogna adattarsi. Vale per tutti. Le gare migliori sono quelle che finisco senza rendermene conto: quando mi accorgo di essere stata spettatrice della mia stessa gara. È una sensazione strana, ma bellissima. Significa che ero completamente presente, concentrata, guidata dall’istinto. Rappresentare la mia famiglia in questo sport è un orgoglio, mai un peso. Mio padre e mio fratello sono parte della mia storia, qualcosa che porto con me con fierezza.”


Thomas Nadalini
"Tutto è iniziato per caso. Vivendo in Trentino, dove i laghi si ghiacciano, era normale mettersi i pattini e andare a pattinare sull’acqua ghiacciata. Era un modo per stare insieme, tra bambini, tra paesi vicini. Sono di Pergine Valsugana e con la famiglia frequentavo lo Stadio del Ghiaccio: ricordo ancora quando io e mio fratello ci muovevamo gattonando in pista... Poi abbiamo imparato a pattinare e non abbiamo più smesso. Abbiamo giocato entrambi ad hockey e, ad un certo punto, è arrivato lo short track. Mio fratello l’ha scoperto a scuola. Quando l’ho visto gareggiare per la prima volta, mi si è accesa una lampadina: mi sono detto “da grande voglio fare questo”. Era tutto troppo bello. La velocità, il fatto che fosse uno sport individuale, ma anche di squadra, nella staffetta… Da allora, sento il richiamo costante dell’adrenalina di questa disciplina. La sensazione di essere in pieno gas, di sapere che hai poco più di un secondo per decidere cosa fare: sorpassare? aspettare? rischiare? È una scarica di energia pura, in cui devi restare lucido. Perché la lucidità, alla fine, è ciò che fa la differenza.
In pista è come avere una macchina potentissima, ma senza freni. Se non sai controllarla, è inutile. Ed è proprio questo che mi affascina: l’equilibrio sottile tra potenza e controllo, tra decisione e rischio. Entrare in pista e non sapere cosa succederà per me è una forma di libertà. In un mondo dove tutto dev’essere programmato, preciso, controllato… Questa incertezza è quasi liberatoria. Quando penso al mio sport mi viene in mente Interstellar: lo short track, come lo spazio, è un insieme di azioni e reazioni, dove le scelte individuali, gli eventi e le condizioni ambientali interagiscono costantemente tra loro in una sorta di loop. Ogni decisione che prendiamo e ogni cosa che accade attorno a noi modifica il flusso degli avvenimenti. Le scelte devono essere tempestive e spesso adattative, perché lo spazio è in continua evoluzione, e piccole variazioni possono generare grandi effetti a catena, cambiando la direzione di interi sistemi. Ogni decisione ha una conseguenza. E poi, c’è anche qualcosa di artistico in tutto ciò. Siamo sempre a contatto con il ghiaccio. Lo tocchiamo, lo sentiamo. Lasciamo delle impronte: la lama disegna, ogni giro dice ‘sono passato di qui’.”

Credits
Special thanks to Federazione Italiana Sport Ghiaccio
Video AQuest
Photo RiseUp Duo
Testo Gianmarco Pacione
Behind the Lights — Sofieke Van Bilsen
Ci sono viaggi che si fanno con una valigia — e altri con un obiettivo. Per la fotografa olandese Sofieke Van Bilsen, questi ultimi sono diventati la sua via d’accesso al mondo: sport dopo sport, città dopo città, volto dopo volto. Ciò che era nato come voglia di documentare, con il tempo si è trasformato in qualcosa di più duraturo. Un ricordo diventato immagine. Un’immagine, un’emozione
Il suo viaggio è iniziato nei Paesi Bassi, ma ha preso davvero forma sotto il bagliore al neon di Shanghai. Quello che era nato come un modo per incorniciare la vita quotidiana si è evoluto gradualmente in una bussola — guidandola per strade sconosciute e grandi stadi, attraverso lingue e culture, e dentro i momenti quieti che seguono il boato della folla. Attimi in cui il traguardo è stato tagliato, la tensione si scioglie, e resta qualcosa di umano.
In quegli spazi di mezzo, il suo obiettivo ha imparato a cercare — l’impercettibile rilassarsi delle spalle dopo lo sparo di partenza, gli occhi che scorrono il tabellone e ci trovano tutt’altro. Col tempo ha scoperto che la fotografia non era solo un modo di vedere, ma un modo di essere presenti.
Mentre il suo percorso internazionale si dispiegava, Sofieke ha scoperto un linguaggio universale: fatto di movimento, immagine, emozione. E con esso ha adottato una serie di etiche silenziose e non dette — scegliere la cura invece della spettacolarizzazione, la dignità al posto del sensazionalismo. Imparare dove posizionarsi per esaltare un'atleta. Testimoniare, senza invadere. Onorare l’istante, anche quando è fuggevole.
Quello che segue è la storia di una fotografa ambiziosa il cui lavoro non riguarda solo l’inseguire nuovi sogni, ma il ripensare la fotografia stessa — non come carriera, ma come impegno. Un impegno alla curiosità, alla connessione. Incontrare prima le persone. Ascoltare con gli occhi. E fidarsi che una singola immagine possa raccontare da sola una storia.







Esplorare il mondo con la fotografia
“Quando avevo dodici anni, la mia famiglia si è trasferita dai Paesi Bassi a Shanghai per il lavoro di mio padre. È stato in quel periodo che ho iniziato a prendere in mano una macchina fotografica per la prima volta, spinta da un amico di famiglia appassionato di fotografia le cui immagini hanno acceso una scintilla in me. Quello che mi ha fatto innamorare subito è stato il potere di fermare un momento.
Intorno al 2010 ho cominciato a girare per Shanghai con la macchina dei miei genitori, imparando le strade attraverso l’obiettivo — connettendomi con le persone, praticando il mandarino e condividendo immagini su Facebook. Molto presto ho capito che potevo mostrare agli amici a casa com’era davvero la vita in Cina — oltre i titoli e la politica. Sono andata “locale”. Da quel momento, la macchina fotografica veniva con me ovunque, soprattutto nei viaggi di famiglia in Asia. Ritratti, scene di strada, piccoli gesti — qualsiasi cosa avesse vita.
Nel 2014 ho dovuto scegliere una strada. Ho sempre amato lo sport, così sono tornata nei Paesi Bassi per studiare management dello sport. Siamo una famiglia molto attiva. Crescendo nei Paesi Bassi ho giocato a hockey su prato; a Shanghai, in una scuola britannica, ho provato di tutto — calcio, pallavolo, netball, persino basket. Il movimento era costante. Dopo le lezioni fotografavo un po’ di sport scolastico, senza immaginare che potesse diventare un lavoro.
All’università, la macchina ha preso un po’ di polvere mentre vivevo il ritmo da studentessa. Ma in viaggio la tiravo sempre giù dallo scaffale. Dopo la laurea sono approdata a Monaco in un’agenzia di sponsorizzazioni sportive. Ho iniziato con i social e il lavoro di concept. Per i clienti dell’agenzia e agli eventi, ho cominciato a fotografare sempre di più. Nell’ottobre 2020, ho capito che volevo farlo a tempo pieno e sono diventata freelance.
Era ancora periodo Covid. All’inizio scattavo di tutto. Nel 2021 sono stata ispirata da quello che faceva Team Germany su Instagram — lo sport raccontato diversamente. Prima vedevo la fotografia sportiva solo come stampa o commerciale, niente in mezzo. Non ci avevo mai davvero pensato. Nel 2022 ho fatto domanda, quasi per impulso, per l’accredito agli European Championships di Monaco. Non avevo nemmeno un tesserino stampa, ho semplicemente digitato ‘0000’ e sperato. In qualche modo sono stata approvata per tutti gli sport e tutti i dieci giorni. Non avevo un ingaggio; mi ci sono buttata lo stesso. È lì che è davvero iniziata la mia carriera nella fotografia sportiva.”





Linguaggi universali
“Ognuno vede il mondo con un occhio diverso. Sono convinta che il tuo occhio sia plasmato dal tuo passato — da ciò che hai vissuto. Dal modo in cui guardi il mondo, la bellezza degli esseri umani, la bellezza dell’azione, le emozioni. La mia crescita internazionale — avere amici dal Brasile, Australia, Cina; studiare in scuole internazionali; scoprire culture che si stratificano su culture — mi ha dato quello che chiamo uno sguardo da “cittadina del mondo”.
Lo sport è globale anche lui. Ovunque vai, lo trovi — un linguaggio universale. Ai Mondiali di Tokyo, tante persone non condividevano una lingua parlata, ma capivamo le stesse regole, lo stesso battito.
Anche la fotografia è un linguaggio universale. Per strada a Shanghai, inquadravo; qualcuno sorrideva; connessione — senza parole. Mostra a una persona il suo ritratto e stai comunicando qualcosa su bellezza, dignità, attenzione. Quell’energia muove ancora ogni immagine che faccio.
Oltre al visivo, il mio background mi ha insegnato come avvicinare le persone — le sensibilità, i sì e i no, come trovare in fretta un terreno comune. Provo a fare lo stesso con gli atleti oggi. Quando viaggio per Global Sports Communication in Cina con Eliud Kipchoge o per la Diamond League, per esempio, il mio mandarino aiuta a costruire ponti. Se puoi essere più di “solo” una fotografa — traduttrice, cerniera culturale, presenza stabile — dai al lavoro una chance migliore. Sei meno scossa dalla differenza, più rapida a trovare il fuoco.
Alla fine, il linguaggio universale più puro è l’emozione. È quello che mi attira nello sport — la felicità e il cuore spezzato. L’unico vincitore e le molte sconfitte, ma ancora di più i sentimenti di mezzo. È lì che vive la mia macchina.”





Narrazione visiva
“Cerco sempre di raccontare una storia. Per la maggior parte, questo significa più di una fotografia. Ho bisogno di una serie per mostrare le sfaccettature di una persona o di una squadra — emozione e atletismo, dettaglio e respiro.
Oggi anche i brand si muovono sempre più in questa direzione. Le storie arrivano alle persone. A noi fotografi viene dato spazio per lavorare tra l’editoriale e il commerciale, per andare più a fondo. È lì che nasce la connessione — tra un pubblico e un atleta, un tifoso e una squadra.
Sono attratta dall’emozione. In una finale dei 100 metri, non sono in linea con i fotografi della stampa. Sono venti o trenta metri più avanti, ad aspettare il dopo — quando i corpi si sciolgono, gli occhi cercano il tabellone, affiorano gioia o dolore. Noah Lyles si strappa la maglia; altri espirano in silenzio. È quella, la storia. Le emozioni dopo il traguardo non sono mai le stesse. Un atleta può essere orgoglioso anche senza una medaglia. Io mi concentro sull’umano, non solo sul risultato — che sia l’ultima gara di Shelly-Ann Fraser-Pryce a Tokyo, la Diamond League di Shanghai, un press tour in Cina, le Olimpiadi con Team Germany, o mesi immersa con la nazionale di calcio tedesca.”
Costruire connessioni
“La connessione autentica con gli atleti è tutto. Cerco di restare umile e rispettosa — è anche una parte importante della cultura olandese. Con gli atleti, non importa quanto veloce qualcuno corra, quanto abbia vinto o quali incredibili cose abbia raggiunto dentro e fuori pista, strada, campo — li incontro prima di tutto come persone. Nei Paesi Bassi diciamo: ‘Anche loro vanno in bagno.’ Ti tiene con i piedi per terra.
Alcuni atleti sono aperti, altri sono riservati. Alcuni preferiscono parlare di tutto tranne che di sport; altri vogliono scendere nel dettaglio, mentre c’è chi ama parlare dei propri hobby. Col tempo impari quando parlare e quando no. Potresti sentire conversazioni che non dovresti ripetere; potresti trovarti in stanze dove si prendono decisioni. Ricordati sempre che sei prima di tutto una fotografa, sei lì per catturare momenti e non per parlare delle cose. Rispetta la loro privacy e come vogliono essere rappresentati. È così che costruisci fiducia a lungo termine, non solo un colpo momentaneo.”




Il lavoro di squadra fa avverare i sogni
“Con la nazionale tedesca ho lavorato all’interno di un ecosistema itinerante. Operavo con una squadra di più di venti atleti e uno staff di sessanta persone — preparatori, allenatori, medici, chef, team media. In quei casi devi essere un po’ più giocatrice di squadra e fare il tuo lavoro perché ogni individuo che lavora lì ha il suo. È qualcosa che devi comprendere e rispettare.
Essere una donna, e lavorare con molte atlete, mi ha aiutato a leggere cosa desideravano in termini di rappresentazione — e a cogliere momenti che magari non avrebbero voluto pubblici. I social rendono la cosa più complessa: gli atleti hanno un’immagine definita di sé. Ne ho parlato a lungo con altre atlete e, sebbene creda che le donne dovrebbero mostrarsi nella loro interezza, in modo reale, non penso che lo sport femminile sia ancora abbastanza avanzato a livello globale da poter ritrarre le donne con tutte le loro imperfezioni. Credo che oggi dobbiamo fidarci dell’atleta, della giocatrice, e provare a ritrarla come persona forte, atleta forte, evitando in ogni modo di sminuirla o umiliarla.
Scelgo la sensibilità. Se uno scatto brillante rischia di umiliare un’atleta — o contraddice il modo in cui vuole essere vista — non lo pubblico. Il rispetto viene prima; il futuro dello sport femminile lo merita.
Da fotografa olandese, lavorare con la Germania è stato divertente, e mai imbarazzante — né per me né per loro. Ho davvero apprezzato il processo e la fiducia era profonda: spogliatoi, feste, i minuti di quiete. Impari dove stare perché le giocatrici si sentano sicure davanti all’obiettivo. Quel tipo di legame non nasce da un giorno all’altro. C’è ancora oggi. Le sostengo — anche quando giocano contro i Paesi Bassi. Buffo, ma vero.”




Catturare i grandi eventi
“Le Olimpiadi erano il mio obiettivo più ambizioso, come per molte fotografe sportive. Sono il più bell’evento sportivo del mondo. L’eredità e la storia gli danno una bellezza unica, e poi Parigi come palcoscenico le ha rese ancora più speciali. L’aspetto curioso delle Olimpiadi di Parigi è che ciò che ha ispirato il mio lavoro è stato il modo in cui Team Germany ha rappresentato lo sport a Tokyo, la squadra con cui ho lavorato poi, qualche anno dopo. Un momento di chiusura del cerchio.
Ho comprato il primo libro sulle Olimpiadi come fonte d’ispirazione, e ho ancora i brividi ogni volta che penso di esserci dentro con le mie fotografie nella versione Parigi 2024 ora.
Alle Olimpiadi, e ai Mondiali di Tokyo, lavori entro determinati vincoli: fatica, logistica, e una città di fotografi attorno a te. La fotografia giornalistica ha un proprio linguaggio classico. Io cerco di mostrare qualcos’altro — angoli e dettagli che risuonino diversamente. L’accesso aiuta, ma anche la scelta di posizionarsi in un punto inatteso, di editare con altre intenzioni.
Ogni evento richiede un approccio suo. A Tokyo, per esempio, il mio brief era semplice: seguire gli ultimi Mondiali di Shelly-Ann. Significava studiare i suoi ritmi e abitudini, anticiparne le scelte. E comunque, lo sport è sport — imprevedibile. Mi aspettavo un giro d’onore più lungo; invece, dopo il traguardo si è fermata, ha salutato ed è andata via. Non lo puoi prevedere prima, e non dovresti provarci. Nel lavoro commerciale puoi costruire un’immagine; nel reportage onori ciò che accade. Nella fotografia sportiva, non crei — catturi. E credo sia questo che rende unici questi eventi.”







L’ispirazione richiede tempo
“Ho faticato a trovare ispirazione dopo le Olimpiadi. Con ogni lavoro, ogni fotografia, ogni post che pubblicavo, cercavo di avvicinarmi a quell’obiettivo. Di recente sono riuscita a prendermi del tempo per riflettere su questo. Dopo le Olimpiadi mi sono chiesta: ‘E adesso?’ Credo che creare un nuovo obiettivo richieda tempo. Non dovresti affrettarlo, né accelerare il processo di crearlo e definirlo, che può essere difficile. L’anno prossimo lavorerò alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Ci sarò con la squadra olimpica tedesca. Non vedo l’ora, per riscoprire quell’ispirazione.
Sto ricordando a me stessa di non saltare da un traguardo all’altro. Invece, concentrarmi sulle persone. Cercare collaboratori che mi ispirino. Sono ambiziosa, sì, ma sto imparando a guardarmi indietro con umiltà e a godermi ogni fotogramma per quello che è.
Magari tra cinque anni non sarò “fotografa” per titolo di lavoro. Scatto finché lo amo — forse mi sposterò su progetti con più direzione creativa. Chissà. Resterò aperta, continuerò a imparare e a raccontare storie che suonino vere.”
La storia d’amore calcistica di Taco Perdido
Un romanzo le cui prime pagine sono state scritte su un campo in terra a Renca, dove un bambino di sei anni ha seguito il padre a El Copihue Rojo e imparato che un pallone poteva essere insieme gioco e ispirazione
Camilo Ortiz Figueroa è cresciuto tra il rombo delle pichangas nel weekend e il sussurro della macchina da cucire che sua madre gli mise tra le mani; tra i telai ed i gol su VHS, immerso nella balada noventera che usciva dalla cucina mentre Pelé scriveva pagine di storia nella tv in salotto.
Oggi, immerso nel fermento creativo di Barcellona, le sue xilografie aprono la memoria come un tacchetto apre il campo: gli ultimi gol dei Mondiali, rigori che tremano, la passione organizzata della barra brava, i ricordi di Baggio. Dipinge e stampa con una tavolozza che litiga con l’erba—tra rosa e rossi che pulsano come canzoni impossibili da disimparare—il filo e stelle cucite là dove il petto nasconde segreti.
Tra Universidad de Chile e Santiago Wanderers, tra Valparaíso e il Mediterraneo, Camilo continua a scegliere un’inquadratura fragile: il tocco prima della caduta, il respiro dopo la rete.
Questa conversazione segue quel romanzo, indagando codici d’infanzia che sono diventati mestiere adulto e come il pallone ha preso la forma di un cuore.






Qual è il tuo primo ricordo legato al calcio? Sei stato un giocatore? E quando è arrivata l’arte nella tua vita?
“Il calcio fa parte della mia vita da quando ho memoria. I primi ricordi sono di quando accompagnavo mio padre, gli zii e i cugini a giocare per una squadra di quartiere chiamata “El Copihue Rojo”, che si trovava nella zona nord di Santiago del Cile, ‘Renca’ ai piedi dell’omonima montagna.
Campi di terra con un po’ d’erba ai lati, che accoglievano bambini e persone venute a vedere le loro squadre. Avevo circa 6 anni e ho ricordi vividissimi di quei tempi, alimentati anche dalle fotografie di famiglia.
Ho giocato molto a calcio, soprattutto calcetto, e avevo sempre un pallone tra i piedi. Era un luogo che mi dava sicurezza, protezione e in cui creavo rapporti sociali.
Probabilmente l’arte è entrata nella mia vita quando mia madre mi insegnò a ricamare da piccolo. Più o meno nello stesso periodo mi regalò dei telai circolari con immagini tracciate che potevo replicare con filo e ago.”
Il tuo primo lavoro sul calcio, nel 2013, è stato un regalo per tuo padre e ha portato a “Finales”, 23 pezzi. Ce ne parli?
“Ho realizzato una xilografia di Pelé perché era l’idolo indiscusso di mio padre. Finito il lavoro, mi sono piaciute le texture e il movimento che ero riuscito a ottenere con la tecnica. Da lì ho selezionato immagini delle finali dei Mondiali e ho iniziato a ordinarle per data, colore e squadra. Poco a poco ho definito la serie, il cui filo conduttore erano i registri fotografici degli ultimi gol di ogni Mondiale. È stato chiaramente il punto di partenza per esplorare il mondo del calcio e il suo intreccio con l’arte.”
Che cos’è l’immaginario della barra brava? Qual è il tuo confine tra omaggio e spettacolo quando lo rappresenti?
“Le hinchadas mi colpiscono molto per l’organizzazione e la profondità con cui sono radicate nella cultura popolare, con codici e colori che le uniscono come parte di un tutto: “il collettivo”. È incredibile vedere come una tifoseria riesca a organizzarsi in una sola settimana per ritagliare striscioni, portare certi oggetti o montare grandi coreografie per uno spettacolo artistico che avviene sulle tribune e non in campo. C’è un distacco dal capitale e dall’ego che funziona benissimo. Prova a chiedere a tre artisti di organizzarsi per mettere insieme un’opera d’arte. Non credo riuscirebbero neppure a fissare una riunione su Zoom.
Quando si parla di rendere omaggio a una figura, forse è più un omaggio a noi stessi. Per nutrirci di opere che spesso nemmeno somigliano ai calciatori che dipingo o dipingiamo, eppure esiste un codice che le persone riconoscono e diventa qualcosa di emozionante per chi guarda.”




In un’intervista hai detto che il tuo lavoro è “Pop, pieno di codici infantili”, che intrecciano fútbol, cultura popolare e nostalgia. Puoi dirci di più? Quali immagini dell’infanzia guidano ancora le tue composizioni?
“Credo che la selezione di fotografie, videoclip e immagini popolari sia molto tipica degli anni ’90, e questo la collega immediatamente alla mia infanzia. Il Mondiale del 1998 mi ha segnato tantissimo e trovo la sua estetica incredibile. Le maglie oggi più di moda sono in gran parte anni ’90 e 2000, il che secondo me dimostra anche il legame tra arte, moda e calcio.”
Sei un tifoso dell’Universidad de Chile e dei Santiago Wanderers. Come entrano queste appartenenze—e le loro culture visive—nel tuo lavoro? Quanto contano per te?
“Da tifoso della ‘U’ seguo le partite e, come ogni tifoso, mi interessa il rendimento del club e le sue notizie. C’è sempre stato un legame attraverso la famiglia di mia madre. La maggior parte dei miei amici del quartiere tifava U. Mentre i Wanderers sono una squadra con cui ho un legame molto emotivo per via del mio padrino e della mia madrina. Il mio padrino è venuto a mancare, ma lui e sua moglie Nancy mi regalavano sempre una divisa dei SW per il mio compleanno, ogni estate; così le mie estati erano passate con i Wanderers, e lì le cose si sono rafforzate emotivamente. Secondo me, quando succedono queste cose, l’amore trascende le squadre.
Dall’altra parte, la città di Valparaíso è un luogo particolare, dove l’intensità ti fa amare quel club.”
Hai realizzato serie su rigori, ultimi gol dei Mondiali, barras ed “Episodios memorables”. Qual è la regola per scegliere l’esatto fotogramma: il tocco, la caduta o lo sguardo dopo?
“Ultimamente cerco immagini o seleziono frame mettendoli in relazione con dipinti impressionisti o riferimenti che mi colpiscono, dalle copertine musicali alle scene d’amore. Gioco con le palette e spesso invento scenari per i momenti.
Credo che la decisione su un’immagine sia in costante evoluzione, una ricerca senza fine di novità. Non ho una regola rigida che mi guidi. La spina dorsale del mio lavoro ha già peso e solidità, e i rami che ne escono possono essere modificati continuamente. Non mi piace essere uno di quegli artisti che sposano una formula e la seguono giorno e notte. Sono qua per esplorare il mondo e, se ho un paio di strumenti, li uso per sperimentare e trascendere.”




La tua arte spesso si concentra su istanti specifici di gloria, gioia, dolore e fragilità dei miti calcistici. Cosa ti attira di quei momenti?
“Fondamentalmente l’aspetto umano: mostrare stelle o persone inarrivabili per la società che però sono vulnerabili nella loro professione, e quel medesimo trasferimento emotivo che si genera nei tifosi. L’iconico momento in cui Baggio sbaglia il rigore è bellissimo sul piano emotivo; non riesco a immaginare quanti italiani abbiano sofferto quel giorno e quella settimana.
Il dramma in generale mi attrae; amo la complicità nel creare quelle immagini e mi dà una scarica di adrenalina che mi riempie di passione quando lavoro.”
Santiago primi 2000. Come traduci quel paesaggio sonoro ed emotivo sudamericano—la balada noventera—in ritmo visivo?
“Penso che il quartiere sia un luogo in cui impari a vivere liberamente e con codici comuni tra amici che ti uniscono. Per esempio, potevo ascoltare HxC Punk in piazza con gli amici, poi tornare a casa a cucinare con mia madre e ascoltare Cecilia o Juan Gabriel. Cosa c’è di più arricchente che nutrirsi di un’infinità di suoni? Ora capisco che, a quell’età, sei un bambino che vive senza preoccupazioni e con meno domande.
Associo El Persa e il mercato a mio padre, perché lo accompagnavo a cercare e comprare cose per la casa. “Cachurear” è il termine usato per questo rituale. In tutti questi contesti, il calcio è sempre stato presente. Sono cresciuto davanti a un campo, e questo si adatta bene alla vita di un bambino: crea comunità.”
Mexico ’98 e le maglie africane spiccano in alcuni tuoi lavori. Perché? E come sarebbe una vera maglia “cilena” attraverso la tua lente di stampatore?
“Messico e Nigeria devono avere, sotto il profilo estetico, le migliori maglie della storia del calcio. Curiosamente entrambe sono verdi e non risaltano chiaramente in campo. Eppure sono spettacolari. Forse bisognerebbe fare uno studio su colore ed estetica in campo, giocando con complementari che spicchino in modo netto sul riflesso dell’erba. Nei miei lavori aggiungo molti rosa e rossi, perché vibrano immediatamente con il verde. È un esercizio semplice dal punto di vista tecnico e efficace.”




Definisci la stampa il tuo “luogo sicuro e bellissimo”. Quali decisioni sono possibili in xilografia che la pittura non ti concede?
“L’incisione comporta molte fasi in cui bisogna fare attenzione, perché se sbagli non si torna indietro. È bellissima in questo senso, ma al tempo stesso vulnerabile. Xilografia e pittura sono linguaggi diversi, ma li sto combinando affinché convivano in modo arricchente nella creazione di un’opera.
La stampa in legno diventa forse puramente espressiva e meno pretenziosa sul piano estetico. Inoltre, dopo tanti anni di incisione, avevo una certa sicurezza nel creare. La pittura ora mi impegna di più tecnicamente, perché la sto riscoprendo e studio costantemente il suo uso, dal colore all’applicazione.”
Di recente hai incorporato pittura, ricamo e persino erba sintetica. Che cosa succede al “senso del calcio” quando il legno incontra il tessuto o il prato artificiale?
“Tecnicamente l’erba sintetica e lo spray funzionano bene insieme, e qui il mio intento è creare opere che si relazionino emotivamente con il calcio. Sebbene esista una palette e dei codici che rimandano al calcio, mi concentro di più su cuori, stelle o testi di canzoni che mi collegano a qualcosa di più personale. Sono i pezzi che mi rendono più vulnerabile davanti agli altri. E si vede, perché ricevo commenti da persone vicine che mi conoscono bene e mi dicono: ‘Questo è proprio Camilo, così intenso e drammatico’.”


Stai costruendo reti con artisti che lavorano sul calcio e lanci progetti personali. Di cosa ha bisogno, per te, un ecosistema sano tra calcio e arte?
“Un collettivo con cui sono entrato in contatto è The Revancha Project, gestito da un gruppo di giovani di Valparaíso. Mi hanno intervistato e abbiamo organizzato un evento di lancio in un luogo con diversi artisti che lavorano sull’estetica del calcio.
Trovo incredibile vedere l’esplosione di artisti che lavorano su questo tema, perché ognuno lo vede da prospettive diverse ed è molto arricchente osservare i mille modi di pensare a un tema e collegarlo professionalmente al calcio.
L’ecosistema si sta sviluppando in modo naturale e, come in altri ambiti, penso che i codici di rispetto, collaborazione e riferimento siano normali. Nessuno è qui per reinventare la ruota, tantomeno per appropriarsi di qualcosa che appartiene a tutti. Una democrazia artistica di qualità intorno allo sport del calcio.”
Tra dieci anni, cosa speri provi qualcuno quando si troverà davanti a una tua opera?
“Credo che, professionalmente parlando, artisti e media cerchino sempre di essere un punto di riferimento, ed è ciò a cui miro per il futuro; ma la cosa più importante è guardare avanti per imparare e godere delle opere che sono state o saranno create.
Ci sono pezzi d’arte di colleghi che mi suscitano profonda ammirazione e piacere, e questo è sicuramente ciò che cerco come persona: provare ammirazione per gli altri e godere sempre della vita.”


AL CENTRO DEL MONDO ADIDAS RUNNERS
Nell’antica capitale del mondo, e Città Eterna, abbiamo assistito al ritrovo del virtuoso network internazionale degli adidas Runners, richiamati dalla Wizz Air Rome Half Marathon. Attraverso le testimonianze di alcuni capitani delle community sparse in tutto il globo, abbiamo ricostruito i pilastri alla base di questo ecosistema umano ispirato dal running, e messo in rima le sue prospettive future
Tutte le strade portano a Roma, sostiene un detto tanto classico, quanto contemporaneo. Già, perché nel weekend appena trascorso, i capitani delle community adidas Runners di tutto il mondo hanno percorso quelle stesse strade, giungendo nel cuore pulsante d’Italia per condividere una visione che attecchisce nell’identità attuale delle ‘tre strisce’, ma che, allo stesso tempo, trascende in qualcosa di molto più significativo: il running inteso come forma d’appartenenza e di condivisione sociale, come strumento di maturazione e crescita personale, e come linguaggio comune.
A margine di una speciale talk che abbiamo condotto, ospiti dei Runners Of Rome e del loro decimo anniversario, siamo riusciti a chiacchierare con alcune delle essenziali figure AR, entrando nelle loro biografie personali e scavando nella filosofia di un progetto rivoluzionario, in grado di mettere in contatto amanti e novizi della disciplina tanto all’interno di singole città, quanto su scala globale. Ne è scaturito un mosaico di testimonianze che parlano di corsa, certo, ma che pongono sempre in primo piano il valore più alto e necessario di questa disciplina, specie al giorno d’oggi: la sua abilità unica di creare ponti tra culture ed esseri umani, e d’infondere sicurezza a chiunque l’approcci nella AR way.
Protagonisti di questa chiacchierata sono Lynn Maleen - capitano AR Berlino, David Martínez - capitano AR Parigi, Ana Mitrović - capitano AR Zagabria e Artemis Koutsouri - capitano AR Atene.




La corsa com’è diventata parte della tua vita? Quali sono state le ragioni che ti hanno fatto innamorare e legare a questo sport?
Lynn Maleen - Captain AR Berlino: “La corsa è entrata nella mia vita molto presto: i miei genitori erano entrambi runner e triatleti, partecipavano regolarmente a maratone. Per loro non era solo uno sport, era uno stile di vita. Quindi, il running è diventato parte anche di me in modo naturale. Ricordo ancora il giorno in cui mi chiesero di fare una pausa dallo studio e uscire a correre con loro. È iniziato tutto così: come un’attività di famiglia. Anche in vacanza, correvamo insieme. Col tempo, però, la corsa si è evoluta in una pratica più intima, qualcosa che facevo da sola per riconnettermi con me stessa. Il mio rapporto con il running è cambiato nuovamente quando un’amica mi ha fatto conoscere gli adidas Runners. Da lì ho visto la corsa con occhi nuovi. Non era più solo questione di ritmo, distanza o routine… Ma un percorso condiviso. Correre in gruppo mi ha permesso di esplorare lati di me che non conoscevo, e mi ha fatto capire quanto possa essere profondo questo sport.”
David Martínez - Captain AR Parigi: “Ho iniziato a correre quando mi sono trasferito dalla Colombia in Francia, circa 12 anni fa. All’inizio, camminare era il mio modo per esplorare Parigi: amo sentirmi connesso ai luoghi in cui vivo. Poi ho capito che potevo correre un po’... Poi un po’ di più... Piano piano, ho abbracciato un modo nuovo per scoprire il mondo intorno a me. La corsa mi ha regalato la sensazione di costante progresso: il sentirsi migliorare. E quella sensazione è potentissima. Quando nel 2015 ho scoperto che si poteva anche correre in gruppo, è scattato dell’altro. Il running ha smesso di essere un’abitudine o uno sport, diventando una parte fondamentale della mia vita.”
Ana Mitrović - Captain AR Zagabria: “Sono nata e cresciuta in un piccolo paese della regione della Slavonia, in Croazia: quando ero una teenager, nessuno correva. Io sentivo il bisogno di muovermi, di restare attiva, così ho iniziato con sedute brevi: venti minuti, niente di serio. Prima giocavo a pallavolo, ma non mi ci ritrovavo: gli allenamenti mi sembravano poco produttivi. Correre era semplice, mi faceva stare bene. Quando mi sono trasferita a Zagabria per l’università, ho iniziato a correre con più regolarità. In città c’è un lago con un bellissimo loop di 7 km: perfetto per le corse più lunghe. In quel momento, la corsa è diventata parte della mia routine. Nel 2017, il mio ragazzo ha iniziato a lavorare come coach per gli adidas Runners Zagreb. Mi ha spinta a unirmi al gruppo, e l’ho fatto: gradualmente ho aumentato le distanze e il mio coinvolgimento. In origine correvo solo per me. Non volevo far parte di una squadra, né parlare con altri runner. Le uscite erano il mio momento. Poi, qualcosa è cambiato.”
Artemis Koutsouri - Captain AR Atene: “La mia non è la classica storia running: odiavo correre. Come pallavolista, sono sempre e solo stata abituata agli scatti brevi in allenamento. Quando ho iniziato a studiare scienze motorie, non avevo la minima resistenza. Ricordo che al primo anno ci fecero correre gli 800 metri per un test. Rimasi stordita tutto il giorno. Pensai: “La corsa non fa per me”. Durante la pandemia ci ho riprovato, ma non riuscivo a superare i 5 km senza sentirmi distrutta per giorni. Di nuovo, ho mollato. Poi sono entrata negli adidas Runners, nei panni di strength coach, non come runner. Insegnavo lezioni indoor, arrivavo e me ne andavo senza correre. A tutti i coach, però, veniva chiesto di partecipare alle gare, così mi sono iscritta a una 5K. Poi a una 10K. Quando l’ho conclusa, ho pensato: se sono riuscita a farla senza allenamento... Cosa potrebbe succedere se mi allenassi davvero? Quando ci siamo trasferiti in spazi outdoor con gli allenamenti, ho iniziato a correre con il team prima delle lezioni. A poco a poco ho iniziato ad amare la corsa. Ho fatto supplenze come running coach, fino a quando lo sono diventata ufficialmente. Ora corro 5–6 volte a settimana. Ho concluso la mia prima mezza maratona, e la mia prima maratona è vicina. Per me è la prova che si può partire da zero e con costanza, curiosità e amore per il processo... I risultati arrivano. Bisogna solo continuare a presentarsi (‘show up’).”




La componente collettiva, quando è entrata a far parte del tuo universo running? E che tipo di effetto ha avuto la condivisione con altre persone di questo sport su di te, sia come atleta che come essere umano?
Lynn Maleen - Captain AR Berlino: “Correre in gruppo — correre in branco — mi ha insegnato che questo sport è profondamente emotivo. L’ho persino tatuato: sono una ‘emotional runner’. La corsa porta gioia, divertimento, e la soddisfazione di dimostrare a te stessa che puoi fare cose difficili. Sei tu a stabilire i tuoi limiti, e sei sempre tu a superarli. Ma la corsa è anche cruda, intensa, a volte ti mette a nudo. Ci sono momenti in cui ti costringe a guardarti allo specchio. E non sempre hai voglia di farlo. Ma quando arrivi a quel punto in cui senti di non farcela più, e vai avanti lo stesso… Quando guardi quello specchio e corri comunque… Scopri qualcosa di più profondo. Incontri quella parte di te stanca, vulnerabile, magari anche a disagio. Ma riesci ad andare oltre. La vera bellezza sta in ciò che arriva dopo. Credo che la corsa sia un enorme strumento di crescita personale. E lo è ancora di più quando la condividi: quando ti senti sostenuta, vista, e incoraggiata da chi ti circonda. In quel momento, la tua sfida personale si trasforma. Viene irradiata da una potenza nuova, diversa, più grande.”
David Martínez - Captain AR Parigi: “Entrare a far parte di una community mi ha spinto a migliorare: non solo come atleta, ma come persona. Non sono il più veloce. Amo le lunghe distanze, le maratone, le ultramaratone... Più della performance, però, a muovermi è il senso della corsa stessa. Come capitano, vedo quanto impatto possiamo avere sugli altri attraverso lo sport. Io sono una persona normale: di lavoro faccio l’insegnante. E forse è proprio questo che rende tutto ancora più significativo: se posso farlo io, può farlo chiunque. Condividere questo percorso con gli altri rende tutto umano, concreto. Ho imparato tanto: sulla resilienza, sul lavorare insieme per raggiunere un obiettivo comune. C’è qualcosa di molto bello nel ponte tra il mio lavoro e il mio ruolo negli adidas Runners: in entrambi i casi, le persone si affidano a me. Cercano guida, energia, leadership. A scuola i miei studenti si aspettano che sia un’autorità nella mia materia, la geopolitica. Nella corsa, le aspettative sono diverse, ma altrettanto reali. Le persone vogliono sapere: “Questo piano di allenamento funziona? Meglio queste scarpe o quelle? Questo gel è utile?” Penso che la credibilità, come leader, venga dall’esperienza. Non puoi solo parlare: devi ‘run the talk’. È così che si costruisce la fiducia.”
Ana Mitrović - Captain AR Zagabria: “Prima di unirmi agli adidas Runners ero abbastanza introversa. Non parlavo in gruppo, non prendevo l’iniziativa. Far parte di questa community mi ha aiutata ad aprirmi. Ora, quando mi trovo in un gruppo nuovo, non ho problemi a entrare in contatto con le persone. Ed è un’evoluzione enorme. È anche una delle prime cose che dico ai nuovi membri, soprattutto a chi viaggia spesso per lavoro. Se sei in una città che non conosci, basta aprire l’app adidas Running, trovare una session e partecipare. È gratis, ed entri subito a far parte di una nuova community. Puoi correre ovunque, in qualsiasi momento, e sentirti a casa. Correre da sola mi piace ancora, certo. Ma in gruppo è tutta un’altra cosa. I chilometri passano più in fretta. Le conversazioni ti fanno dimenticare il ritmo o la distanza. Onestamente, non avrei mai completato metà dei miei allenamenti, né avrei raggiunto questo livello, se mi fossi allenata da sola. Le persone attorno a me hanno avuto un ruolo enorme nella mia crescita.”
Artemis Koutsouri - Captain AR Atene: “La corsa, per me, era qualcosa di individuale. Qualcosa da fare per conto mio. Condividerla non era un’opzione. Poi, sono entrata negli adidas Runners, e tutto è cambiato. Ho capito che la corsa può essere davvero uno sport di squadra. È stata una scoperta enorme. Con la community, ho trovato un modo nuovo di vivere la corsa: condividere i progressi, le insicurezze, le risate, persino i momenti no. E quando corri in compagnia... È semplicemente meglio. Molto meglio. Ti rendi conto di quanto siamo simili. Se io ho paura di qualcosa, è probabile che qualcun altro provi lo stesso. Ci diamo forza a vicenda. E ci divertiamo. Io sono una di quelle rumorose: corro con le casse, metto la musica… Certo, a volte tutti abbiamo bisogno di correre da soli, anche durante le uscite lunghe. Ma quando sperimenti davvero la corsa di gruppo, trovi una magia che è difficile da replicare.”



In questo processo di maturazione del tuo rapporto con la corsa, che ruolo ha giocato adidas? E cosa vuol dire per te avere un ruolo all’interno della community adidas Runners?
Lynn Maleen - Captain AR Berlino: “Entrare nella community adidas Runners ha trasformato completamente il mio modo di vivere la corsa. Connettersi con le persone ha dato un significato profondo a tutto: è qualcosa di davvero unico. Allenarsi insieme per una gara, anche se poi non si corre fianco a fianco il giorno dell’evento, crea un legame fortissimo. Ci prepariamo per lo stesso momento, affrontiamo le stesse difficoltà, e festeggiamo insieme ogni traguardo. Ogni linea del traguardo racchiude una storia condivisa. Essere capitana è un’esperienza particolare. Le persone credono a quello che dico. E questo comporta una certa influenza, oltre ad una grande responsabilità. La cosa che amo di più è usare quell’influenza per dire alle persone: io credo in te. E solo per quella frase iniziano a credere in loro stesse. È questo, per me, il lato più bello dell’essere capitana: vedere le persone scoprire ciò di cui sono davvero capaci.”
David Martínez – Captain AR Parigi: “Mi sento incredibilmente fortunato a far parte degli adidas Runners, perché mi riconosco profondamente nei valori che il brand porta avanti. Potrà sembrare un cliché quando si dice “mi sento rappresentato”, ma per me è la verità. Oggi ho 35 anni. Sono cresciuto in un’epoca e in un luogo in cui non vedevo persone come me rappresentate nello sport o nelle campagne pubblicitarie. Con adidas, invece, è stato diverso fin dal primo giorno. Hanno riconosciuto e celebrato chi sono: non solo attraverso la mia esperienza personale, ma anche tramite gli atleti professionisti che decidono di sostenere. E quel senso di appartenenza conta davvero molto. Mi sento visto come essere umano. Non batto record, non sono famoso, ma loro mi conoscono. Capiscono cosa porto con me. E questo approccio umano, sia allo sport che al racconto, ha un impatto fortissimo. Alla fine dei conti, sentirsi riconosciuti non solo per la performance, ma per ciò che si è, rappresenta un qualcosa di fondamentale. E adidas riesce a farlo.”
Ana Mitrović - Captain AR Zagabria: “È stato un percorso lungo e molto significativo. Oggi sono una capitana, ma ho iniziato semplicemente come runner del gruppo. All’inizio ero titubante: il mio ragazzo mi aveva invitata a partecipare e ricordo di aver pensato “no, non fa per me, la corsa è il mio momento.” Ma alla fine ho deciso di provare. Frane, che era il nostro capitano a quei tempi, ha notato i miei progressi e mi ha proposto di diventare crew runner, dopo che avevo iniziato ad allenarmi con i gruppi più veloci. Da lì sono diventata coach. E poi, piano piano, sono arrivata ad essere capitana. Non ci sono arrivata per caso: sono cresciuta nel ruolo. Ho vissuto ogni fase del percorso adidas Runners, e ne sono profondamente grata. Mi ha dato una comprensione profonda sia della community sia dello sport stesso, e ancora oggi continuo a godermi ogni parte del viaggio.”
Artemis Koutsouri - Captain AR Atene: “Sembra un sogno. Tutto è cominciato con un semplice messaggio su Instagram: mi chiedevano se fossi interessata a entrare nel team. Ho fatto il colloquio, e il giorno dopo ne ero parte. Quel momento mi ha cambiato la vita. Grazie ad adidas ho visitato posti che non avrei mai pensato di vedere. Ho conosciuto persone in ogni parte del mondo. E quello che abbiamo costruito non è solo un team: è una famiglia. Adidas Runners mi ha ispirata a rivedere tutta la mia vita. Ho lasciato andare tutto ciò che non mi dava più gioia. Perché in questa community ho trovato me stessa. Ho trovato uno scopo. E provo una gratitudine immensa per tutto questo. A volte penso: forse questo ruolo stava semplicemente aspettando me, da sempre.”



Guardando alle tendenze attuali, pensi che nei prossimi dieci anni dominerà l’idea di corsa “veloce” o quella più legata al tema “sociale”? E in che modo le nuove generazioni si stanno approcciando alla corsa rispetto a quelle di 10–15 anni fa?
Lynn Maleen - Captain AR Berlino: “Non credo che si debba scegliere tra corsa veloce e corsa sociale. Per me, non sono in contrasto, anzi: vanno di pari passo. Non puoi correre veloce senza, ad un certo punto, correre in gruppo; e una corsa sociale può tranquillamente essere veloce. Entrambe hanno valore. Entrambe meritano spazio. Ed è bellissimo che possano coesistere. Quello che mi auguro, man mano che la corsa continua ad evolversi, è che si impari ad apprezzarla nella sua forma più pura: qualunque cosa questo termine significhi per ognuno di noi. Negli ultimi tempi sembra che tutto debba essere più grande, più estremo, più spettacolare. Se corri, la gente si aspetta che tu faccia gare. “Non hai ancora fatto una mezza maratona? Guarda Instagram, la stanno facendo tutti!” Onestamente? Questo tipo di ragionamento è una sciocchezza. Non serve partecipare ad una gara per potersi definire runner. Se corri, anche solo una volta ogni sei mesi, sei un runner. Non importa la velocità, la distanza o la frequenza. Mi piacerebbe tornare all’essenza della corsa: mettere un piede davanti all’altro. Connettersi con sé stessi, o con gli altri. Basta questo. Quindi sì, la corsa veloce può essere sociale. E la corsa sociale può includere runner veloci. Non mi interessa a che ritmo vai: ciò che conta è che sei là fuori. Dobbiamo celebrare tutte le forme di corsa, e tutti i runner.”
David Martínez - Captain AR Parigi: “Ho la sensazione che l’apice dell’era della ‘velocità’ sia già alle nostre spalle. Per connettersi davvero con le nuove generazioni, in particolare la Gen Z, dobbiamo partire dal concetto di senso d’appartenenza. Loro sanno già che possono essere veloci, non è quello a motivarli. Quello che cercano è qualcosa di più profondo: come posso mettermi alla prova? Come posso esprimere chi sono attraverso lo sport? Da insegnante, assisto a quest’evoluzione ogni giorno. I miei studenti sono curiosi, entusiasti di entrare nel mondo del running. Mi chiedono: “Possiamo venire a correre con il tuo gruppo?” E io rispondo sempre sì. La vera domanda è: questa esperienza li farà restare a lungo? Le nuove generazioni hanno completamente ridefinito il concetto di ‘coolness’. Non è più legato alle feste o alla ribellione: oggi è ‘cool’ spingersi oltre i propri limiti. Fare un triathlon. Iscriversi alla prima maratona a 20 anni. Fare qualcosa di significativo con il corpo e con la mente. Quello che mi entusiasma è vedere come questi giovani runner abbraccino la dimensione comunitaria. Per la mia generazione, non era affatto scontato. Ora è centrale. Per loro la corsa è accessibile. E non partecipano solo per competere, ma per connettersi. Sono loro i futuri capitani, i futuri coach, i futuri leader delle nostre community. C’è chi dice che il mondo della corsa stia rallentando, che l’interesse stia calando… Ma io non la vedo così. Penso che siamo entrati in una nuova fase. Ci stiamo evolvendo, per l’appunto. Dobbiamo solo continuare a innovare e farci una domanda chiave: quali tendenze resisteranno nel tempo? Progetti come adidas Runners, dove puoi arrivare in una qualsiasi città e trovare immediatamente la tua gente, sono esattamente il tipo di modello globale, e a prova di futuro, di cui abbiamo bisogno. È lì che credo risieda il vero potenziale.”
Ana Mitrović - Captain AR Zagabria: “È una domanda importante. A dire la verità, oggi rappresenta anche una sfida, soprattutto con la Gen Z. A Zagabria stanno nascendo nuovi gruppi di corsa: alcuni fanno una corsetta di 3 km e poi vanno a bere qualcosa o a prendere un caffè. È divertente, e attrae molti giovani, ma tanti di loro nemmano sanno dell’esistenza di una community più ampia e globale legata al running. Stiamo cercando di raggiungerli, ma ci vuole tempo. Anche dopo nove anni di adidas Runners a Zagabria, c’è ancora chi ci chiede: “Davvero è gratis? Organizzate gare? Regalate i pettorali?” Sì, lo facciamo. E continuiamo a creare nuove sfide. È un ciclo continuo: arrivano nuove persone, e ogni volta dobbiamo raccontare da capo cos’è questa community. Zagabria è una città universitaria: in Croazia tutto è molto centralizzato, quindi gli studenti da ogni parte del Paese si trasferiscono qui per studiare. Il potenziale è enorme, dobbiamo solo trovare i modi giusti per concretizzarlo. Personalmente, adoro la corsa veloce, ma credo fermamente che senza la dimensione sociale non potremmo sopravvivere come community. È per questo che il motto degli adidas Runners — “Every pace has a place” — è così importante. I runner veloci vanno e vengono, ma il nucleo della nostra crew è l’inclusività. Anche io, che partecipo a molte gare, ho bisogno dei giorni lenti: delle corse facili, dei recuperi, delle sedute a zero pressione. Per questo, durante i nostri allenamenti, ci sono sempre gruppi dai ritmi diversi.”
Artemis Koutsouri - Captain AR Atene: “È una domanda bellissima, perché il panorama sta cambiando così in fretta... Le tendenze mutano, e bisogna sapersi adattare. Oggi, secondo me, stiamo andando verso un nuovo equilibrio. Certo, nel profondo tutti vogliono ancora dare il massimo in gara. Quella spinta non sparirà mai del tutto. Ma oggi c’è anche il desiderio di godersi la corsa. La Gen Z, in particolare, dà molto valore all’aspetto sociale: amano la community, i momenti post-run, l’atmosfera rilassata. Eppure, molti di loro continuano a presentarsi anche agli allenamenti più intensi. Quindi, anche se non lo dicono apertamente, c’è in loro la voglia di migliorarsi, di andare più forte. Io credo che il futuro sarà un mix perfetto: celebreremo sia la performance che il piacere puro della corsa, ma senza pressioni. Ed è una cosa sana. Non bisogna per forza spingersi sempre all’estremo. Noi supportiamo i nostri membri in tutto: che vogliano gareggiare, recuperare o semplicemente farsi una corsa in compagnia. Poi, trovo divertente che, a volte, siano i runner più ‘maturi’ a palesarsi come più competitivi: costanti, disciplinati, focalizzati… E questo mix generazionale è bellissimo. Tiene la community viva e in movimento.”



Qual'è, a tuo avviso, la più grande opportunità ancora inesplorata per le community running a livello globale?
Lynn Maleen - Captain AR Berlino: “A volte, quando fai parte di una community running e ci sei immerso completamente, è facile dimenticare come appaia dall’esterno. Noi pensiamo di essere aperti e accoglienti. Diciamo: “Qui c’è posto per tutti.” E lo crediamo davvero. Ma dal di fuori, non è sempre questa la percezione. Per chi è completamente nuovo alla corsa, o all’idea di unirsi a una community, può sembrare qualcosa di intimidatorio. Magari pensa: “Queste persone si conoscono già. Sanno già cosa fare. Io non c’entro niente.” Quindi, anche se le nostre intenzioni sono buone e vogliamo davvero essere inclusivi, dobbiamo assicurarci di incarnare e far trasparire i messaggi in cui crediamo. Dire di essere aperti non significa automaticamente risultare accessibili. Credo che la più grande opportunità inesplorata per le community sia proprio questa: aprirsi ancora di più. Non solo a parole, ma attraverso azioni concrete e visibili. Creare davvero spazio per chi ancora non sente di ‘appartenere’ a una dimensione sociale.”
David Martínez - Captain AR Parigi: “È una domanda difficile, perché anche come community matura ed esperta, ci chiediamo costantemente cosa ci stia sfuggendo, dove potremmo ancora crescere… Penso che abbiamo attraversato un ciclo nel running: siamo andati a tutta sulla performance. Adesso, dobbiamo guardare a ciò che ci siamo lasciati indietro. È il momento di tornare alle basi. Al cuore di ciò che ha spinto le persone ad avvicinarsi alla corsa, fin dall’inizio. L’energia dal basso. Il desiderio di sentirsi parte di qualcosa. La gioia semplice di attraversare una città insieme. Sì, abbiamo fatto progressi enormi in termini di rappresentazione, e dobbiamo esserne fieri. Ma in quel percorso verso l’inclusività e l’eccellenza, potremmo aver trascurato una voce più silenziosa che dice: voglio solo sentirmi parte di qualcosa. È da lì che siamo partiti. E credo che la prossima grande opportunità sia proprio questa: tornare a quel punto di partenza, ma con strategie nuove e creatività fresca, continuando ad evolverci in un ecosistema che cambia rapidamente. Andare veloce è stimolante. Superare i limiti è potente. Ma costruire spazi accoglienti e sostenibili ci farà accedere al prossimo step.”
Ana Mitrović - Captain AR Zagabria: “Una delle opportunità più grandi, secondo me, sta nell’idea di collaborazione. Per tanto tempo, molte community hanno avuto una mentalità piuttosto chiusa. Oggi questo approccio non funziona. Se vogliamo crescere, dobbiamo collaborare: con altre community, altri movimenti, perfino con altri sport o culture. È qualcosa su cui ci stiamo concentrando molto. Abbiamo capito che la collaborazione non indebolisce l’identità di una community: al contrario, la rafforza. Ti permette di raggiungere nuove persone e mostrare loro chi sei, cosa fai, perché lo fai. Soprattutto, favorisce l’inclusività. Solo perché qualcuno fa parte di un’altra community, non significa che non possa far parte anche della tua. La corsa dovrebbe unirci, non dividerci.”
Artemis Koutsouri - Captain AR Atene: “Penso che ci siano tantissime opportunità ancora da esplorare: dobbiamo solo avere il coraggio di riconoscerle e inseguirle. Soprattutto se guardiamo alle nuove generazioni, c’è un cambiamento evidente nel modo in cui vivono la corsa. In Grecia, per esempio, stiamo assistendo a un enorme aumento dell’interesse, che porta con sé aspettative diverse: più libertà, più espressione personale. La prossima ondata di crescita arriverà da quegli spazi vuoti che ancora non abbiamo colmato. Che si tratti di ripensare il modo in cui accogliamo nuovi runner, o di trovare un equilibrio tra l’aspetto sociale e quello della performance, il potenziale è lì, a nostra disposizione. Dobbiamo solo avere il coraggio di andarlo a cercare.”



Che emozioni ti attraversano affrontando un evento come la Rome Half Marathon, dove il percorso parla di storia, cultura e bellezza?
Lynn Maleen - Captain AR Berlino: “Mi sento profondamente onorata di essere qui.Sto recuperando da un infortunio importante, quindi questa sarà la mia corsa più lunga da parecchio tempo, e sono davvero emozionata. Questa gara non riguarda il cronometro, non sto cercando il mio miglior tempo. È una questione di presenza. Di assorbire la città, la sua architettura, la sua energia, la sua storia. Voglio vivere tutto, fino in fondo. So di vivere la più bella 'sightseeing run' della mia vita.”
David Martínez - Captain AR Parigi: “Sono sinceramente emozionato. È la prima volta che torno a Roma dopo dieci anni. La mia ultima visita è stata nel 2015, ma all’epoca non ero ancora un runner impegnato. Allora avevo esplorato la città a piedi. Adesso posso riscoprirla correndo: per me, è il modo più intimo per connettersi con un luogo. Quando corri, ti muovi più veloce di un pedone, ma abbastanza lentamente da assorbire l’energia della città: la sua anima, la sua atmosfera, il suo ritmo. Roma ne è piena. Racchiude secoli di storia. Mi sento fortunato a farne parte, anche solo per qualche ora. Tagliare il traguardo al Colosseo non è una cosa che si vive tutti i giorni. Molti associano le maratone alla Grecia, per via della leggenda di Maratona. Ma non dimentichiamoci: Roma è stata la culla della civiltà occidentale. A un certo punto, era il centro del mondo. Correre nelle sue vie ti fa provare, contemporaneamente, un senso d’umiltà e di potenza.”
Ana Mitrović - Captain AR Zagabria: “Roma, per me, è un’esperienza incredibilmente emozionante. L’ho visitata per la prima volta lo scorso anno con mio marito, per il nostro anniversario di matrimonio. Essere di nuovo qui risveglia dei ricordi bellissimi. E questa volta è ancora più speciale. Ho partorito dieci mesi fa, questa sarà la mia prima mezza maratona da allora. È anche la prima volta che viaggio senza il mio bambino: questo aggiunge un ulteriore layer emotivo all’esperienza. Mio marito non è potuto venire perché ha un’altra gara, quindi sono qui da sola, ma mi sento comunque profondamente connessa al momento. La città, con ila sua forza simbolica, rende tutto ancora più significativo. Correre qui, con gli adidas Runners, è qualcosa che custodirò per sempre. C’è un mix di emozione, gratitudine e gioia.”
Artemis Koutsouri - Captain AR Atene: “Onestamente è una vera benedizione. Correre in una città come Roma, con i suoi layer di storia, architettura ed energia, ha un che di sacro. Ci sono già stata due volte, ma questo weekend è diverso. Questa mattina abbiamo fatto una corsetta di 7 km: con le strade ancora silenziose è stato come vedere la città con occhi completamente nuovi. Magico. Quindi, anche solo immaginare di correre 21 chilometri in quello stesso scenario, circondata da altri runner, con le persone che fanno il tifo… Mi farà ritrovare in uno stato di meraviglia per tutta la corsa. Mi sento fortunata ed emozionata."
adidas Runners è una comunità globale basata sui valori che riunisce gli appassionati di corsa. Con 75 comunità ad oggi, adidas Runners è una delle più grandi comunità globali di corridori al mondo che crea un dialogo e un'interazione autentici con persone di ogni provenienza, etnia e genere, basandosi sui valori di adidas Runners e fornendo al contempo un contributo significativo alla vita delle persone e alla cultura della corsa. Per saperne di più: https://www.adidas.com/us/adidasrunners/

Credits
Photos by Raffaele Conti – Didier Barontini / Vamos Sports Production
Stadi. Architettura e mito
La mostra al MAXXI di Roma riflette e mette al centro questa tipologia architettonica spesso data per scontata: universalmente riconoscibile, apparentemente standardizzata — eppure, sorprendentemente camaleontica
Gli stadi sono macchine di emozioni e, insieme, infrastrutture precise. Hanno generato cori, riti, traumi collettivi. Hanno segnato quartieri, creato cittadelle, trasformato il modo di vivere la città. Prima che essere degli impianti sportivi però, gli stadi sono un'idea: dei luoghi che organizzano i corpi, orchestrano le emozioni, rispecchiano una città. La mostra, attualmente visitabile al MAXXI, “Stadi. Architettura e mito” mette in fila secoli di forme e usi, dalla Grecia alla contemporaneità, e prova a leggere lo stadio sia come architettura che come fenomeno culturale.
Con i curatori Manuel Orazi, Fabio Salomoni e Moira Valeri attraversiamo memoria personale, storia italiana degli impianti, presente e futuro di luoghi che non sono solo contenitori di sport, ma architetture civiche specchio di una società in continua evoluzione.







Manuel Orazi: “Ricordo da bambino le prime volte che sono andato con mio padre allo stadio della mia città, a vedere la Maceratese. Mi torna in mente un derby molto sentito con Civitanova: esperienza comunissima, direi, come lo sono molte prime volte negli stadi di provincia. Ma non sono mai stato un grande frequentatore, seguivo il calcio più a distanza. Detto questo, gli stadi non sono mai stati solo infrastrutture: animano quartieri, li caratterizzano, si accompagnano ad altre strutture e, in certi casi, diventano vere e proprie cittadelle dello sport. Ogni città ha la sua storia, ma alcuni passaggi si possono riconoscere con chiarezza.
La mostra è voluta essere in primis una proposta al museo che risponde a un problema enorme e attuale: in tutta Italia — non solo per questioni UEFA o FIFA — abbiamo impianti vecchi, spesso fatiscenti. Tra PNRR, adeguamenti e nuove strategie, molte città stanno mettendo mano agli stadi: non soltanto le squadre di Serie A che puntano alla proprietà per aumentare gli introiti, ma anche realtà medie e piccole di provincia. Ci è sembrato il momento giusto per mettere a fuoco questa tipologia architettonica spesso trascurata: universalmente nota, apparentemente standard, ma con una storia ricca di evoluzioni, varianti, adattamenti.
L’architettura, qui, è una chiave per parlare di città e società. I grandi campioni sono miti, certo, ma il mito si deposita anche nelle forme e negli usi: un portico, una curva, un’ombra sotto cui la gente si raduna. Lo stadio porta con sé memorie e simboli che superano la funzione. È un teatro civico: luogo di esaltazioni e delusioni, di appartenenze e conflitti, di momenti fondativi per una comunità. C’è un’analogia evidente; penso al teatro d’opera italiano dell’Ottocento: era popolare, non per sole classi agiate. C’era il loggione, c’era la gente comune. Le opere di Verdi, Rossini, Donizetti portavano in scena commedia e tragedia, pianto e risata, orgoglio e malinconia. La musica sapeva smuovere emozioni profonde. Negli stadi avviene qualcosa di simile: è un teatro della società di massa, legato a manifestazioni sportive ma alimentato dalle stesse emozioni — gioia, tristezza, disperazione, e talvolta violenza o protesta. Oggi compaiono bandiere per cause diverse: dalla Palestina alle campagne contro la violenza sulle donne, fino a temi politici nazionali.
L’architettura racconta tutto questo — perché condiziona, e insieme racconta, il modo in cui viviamo lo sport e la città. Un progetto culturale onesto — una mostra, un libro, un reportage — restituisce questa complessità: fa emergere storie, stratificazioni, contraddizioni, bellezza e problemi. E permette di capire che uno stadio non è mai solo un edificio.”







Moira Valeri: Sono un’architetta e ricercatrice, ho insegnato per anni in un’università a Istanbul e proprio lì è nata l’idea di questa ricerca: parlando con Fabio, che suggeriva il tema degli stadi per un corso di master che tenevo alla Yeditepe University, ho iniziato a lavorarci per un paio di semestri. Tornata in Italia, abbiamo intercettato l’interesse di Manuel. Nel frattempo il lavoro si era già allargato, con un focus internazionale oltre che sugli stadi italiani. Così ci siamo ritrovati a firmare la curatela per il MAXXI.
Essendo la prima mostra italiana specificamente sugli stadi, abbiamo optato per un percorso capace di raccontarne trasformazioni nel tempo e nello spazio, a latitudini diverse. In Europa si contano rarissime precedenti mostre dedicate solo agli stadi, diversamente da quelle su calcio e sport.
La mostra restituisce la trasformazione degli stadi dagli antesignani greco-romani fino ai giorni nostri, passando per la svolta ottocentesca, quando nasce lo sport moderno dopo un 'vuoto' di quasi quindici secoli in cui fondamentalmente non si sono costruiti stadi. È stato decisivo anche il ruolo di alcune invenzioni dell'epoca come l'uso dell’illuminazione artificiale; l’arrivo della radio nel 1927 nel mondo degli stadi e dieci anni dopo della televisione. La stagione degli incidenti, il tema della sicurezza emerso soprattutto negli anni Ottanta e il conseguente Rapporto Taylor del 1990 segnano l'inizio di una fase di massicci adeguamenti e investimenti negli stadi che evolvono fino a diventare strumento di city branding: le città competono anche attraverso i loro impianti e sempre più spesso si coinvolgono architetti riconoscendo all'architettura la capacità e la forza di trainare la crescita e l'innovazione. Arrivando alla contemporaneità con impianti che sono vere e proprie macchine trasformabili: settori che scorrono, campi che si sollevano, coperture retrattili, plateau che si configurano per ospitare non solo il calcio ma anche concerti ed eventi. Un luogo che diventa un palcoscenico culturale.”







Fabio Salomoni: “Anche io vivo e lavoro da molti anni in Turchia, sono un sociologo ed insegno all'Universita' Koç di Istanbul, mi interesso di memorie collettive e delle loro relazioni con lo spazio. Ho passato però una parte consistente della mia giovinezza sulle gradinate degli stadi e, a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, ho fatto parte del primo gruppo di ricerca sulle culture calcistiche in Italia.
Per un lungo periodo mi sono allontanato dagli stadi per poi tornarci anni dopo quasi per caso: qualche anno fa un collega mi ha portato in uno stadio abbandonato a Brno, nella Repubblica Ceca. È stato un colpo di fulmine: migliaia di volontari avevano lavorato per riaprirlo solamente per permettere a una stella locale di giocarci la partita d’addio, davanti a trentamila persone, per poi richiuderlo. Da lì ho capito che era il momento di togliere dall’invisibilità un oggetto ritenuto scontato e puntarci un faro.
Nello specifico mi sono occupato delle “isole antropologiche” all’interno della mostra. Cinque spazi tematici che guardano alle relazioni tra stadio e persone, tra stadio e città, alle emozioni che si giocano dentro, alle trasformazioni degli ultimi decenni. Grazie a fotografie e materiali d’archivio siamo riusciti a mettere in evidenza un’intera gamma emotiva: gioia, paura, entusiasmo, delusione, speranza. Ricordando che anche l’espressione di queste emozioni non è “naturale”: è culturalmente determinata e cambia nel tempo, osservando come lo stadio entri di diritto in questa cultura, come nella musica, cinema, letteratura e poesia.
Abbiamo evidenziato anche l’ambivalenza politica dello stadio, che è stato sia palcoscenico di regimi, ma anche luogo in cui i cittadini lanciano messaggi politici — a volte l’unico spazio visibile in contesti autoritari; in democrazia, uno dei palchi dove le istanze radicali emergono. Oggi si tende a rimuovere questa ambivalenza: il calcio come puro gioco, lo stadio come puro contenitore. Non è così. Le emozioni “negative”, il conflitto simbolico, l’appropriazione politica fanno parte dell’essenza dello stadio. Certo, l’enfasi sulla sicurezza tende a soffocare questi elementi, ma non li può eliminare.
L’intento era mostrare che lo stadio non è solo un’opera ingegneristica: è un luogo di memoria per cui le persone lottano, per salvarlo dall’abbattimento o per ricostruirlo, e al quale sono affezionate per svariati motivi. Cambiano i tempi, cambiano i corpi, cambiano i controlli, cambiano gli oggetti ma l’arena resta una macchina di significati che eccede l’architettura.”





Combinazioni e Composizioni - Oleksandr Usyk
Grazie a Stone Island, abbiamo provato a decifrare lo spartito sportivo e umano di un pugile unico nel suo genere e per i nostri tempi, Oleksandr Usyk
1’45’’ dalla fine del quinto round. L’iconico Wembley, intriso di tradizione pugilistica ed eccitata attesa del destino, osserva incantato delle rapide combinazioni di jab. Al centro del quadrato, Oleksandr Usyk prosegue nella sua danza felina. La sua postura, la sua marcia fluida e protetta, il costante processo analitico dei suoi sensi palesano tutte le caratteristiche che, stando a qualsiasi purista della disciplina, rappresentano la quintessenza della boxe.
Poi, in una manciata di secondi, lampi brutali e maestosi. Una pioggia di combinazioni. Un flusso di intuizioni. Un assolo definitivo. Il corpo di Daniel Dubois si accascia, sollevandosi solo per ripiombare al tappeto. È l’ennesimo KO. L’ennesimo duello dominato. L’ennesima conferma di un fenomeno generazionale, giunto dall’Ucraina per ridefinire i paradigmi del ring, assorbendo ogni medaglia o cintura a disposizione. E contaminandole di molto altro, come d’altronde richiede la storia stessa della boxe.
Oro olimpico. Campione indiscusso dei pesi massimi leggeri. Campione indiscusso dei pesi massimi. In questa caccia onnivora al gotha all-time dei guantoni, il ‘guerriero’, come Usyk suole fieramente definirsi, ha continuato ad essere, soprattutto, uomo: un essere umano pensante, poliedrico, incisivo… Oltre ad una naturale icona multidimensionale, in grado di marcare il corso degli annali pugilistici, certo, ma anche della geopolitica attuale — come simbolo di denuncia e resistenza nel drammatico momento del suo Paese — e dell’intreccio sempre più insistente tra immaginario sportivo e design.
Un ambito, quest’ultimo, esplorato al fianco di Stone Island: all’intersezione di sottoculture e funzionalità, simbolismo e significato. La campagna ‘Community as a Form of Research’ è stata, infatti, solo l’ultimo capitolo di una sinergia che vede, da tempo, Usyk sposare la filosofia estetica ed espressionista della Rosa dei Venti, giunta a contaminare i suoi ring-walk. Proprio come nel pre-Dubois, quando ‘The Cat’ si è fatto strada verso le quattro corde con un parka lungo Stone Island, recitante i nomi dei suoi familiari: segrete composizioni alfabetiche che hanno introdotto un altro tipo di composizione, chiusa dall’acuto di ‘Ivan’, il suo gancio.
Se è vero che il pugilato è assimilabile al jazz, come sosteneva George Foreman, è altrettanto vero che lo spartito di Usyk pare aver dato il là ad un vecchio, nuovo genere: ad una corrente che attecchisce visceralmente nei valori primari della ‘Sweet Science’, trasponendoli però in una dimensione altra. Dove la sovranità conquistata in una disciplina non può, e non deve, bastare a definire l’essenza di una mente rara. E dove la boxe può dirsi ancora oggi, senza remore, arte nobile.


In varie interviste hai usato il termine ‘guerriero’ per ritrarre la tua identità di pugile. Come si costruisce un ‘guerriero’ del ring del tuo calibro? Quali sono le caratteristiche che, durante la tua carriera, hai capito avresti dovuto perfezionare e quali, invece, quelle già insite nell’Usyk essere umano, che ti stanno permettendo di definire un’intera era pugilistica, cintura dopo cintura?
“Siamo tutti forgiati dalla vita, dalla famiglia, dalle vittorie e dalle sconfitte. Io credo che Dio abbia un piano per ognuno di noi: ci pone davanti un cammino e tutto ciò che serve per percorrerlo. Il nostro compito è scoprirlo dentro di noi e seguirlo. E fare il nostro lavoro nel miglior modo possibile. Io sono testardo. Anche quando nessuno crede in me, continuo a muovermi verso il mio obiettivo. E chi non crede in me, alla fine, mi dà ancora più motivazione. La qualità più importante per un pugile è la disciplina. Ma non nasci disciplina: ho imparato ad esserlo grazie ai miei genitori, ai miei allenatori, al mio team.”
“It's kind of an art, sports art.” Questa tua definizione incarna l’approccio alla boxe di Athleta Mag, che tratta la ‘Nobile Arte’ come tale: come forma artistica. Cosa rappresenta, nella mente e nella visione di un campione assoluto della disciplina, questa componente lirica? E che tipo di artista del ring senti di essere?
“Vorrei che le persone guardassero al pugilato in modo diverso. Uno dei miei obiettivi risiede proprio nel cambiare l’attitudine generale verso questo sport. Il pugilato è uno sport intelligente. È molto più di uno scontro tra due persone. È un gioco d’arguzia, dove serve pensare, comprendere, percepire… Non solo muovere pugni a caso. Se devo fare un paragone, il pugilato è come la musica. Ci sono pochi colpi, che valgono come note… Il resto sono combinazioni.”



Il nostro claim è ‘Lo Sport è Arte e Cultura’. Ragionando sul termine cultura, non possiamo che associarlo al tuo modo d’intendere questa disciplina, e non solo. Cosa significa per un atleta dal profondo pensiero e dall’altrettanto profonda curiosità culturale come te, essere un simbolo di questo sport? E che sensazioni ti attraversano pensando di aver raggiunto vette destinate alla leggenda, così come di aver conquistato alcune delle medaglie, delle cinture e dei luoghi più sacri della disciplina (dai ring olimpici a Wembley)?
“Godo delle mie vittorie, ma non mi soffermo su di esse. La cosa più importante è rimanere me stesso. Se sono campione del mondo: gloria a Dio. Se non lo sono: gloria a Dio, lo stesso. Ciò che conta davvero è restare umano. Sono solo un semplice ragazzo ucraino. Per me è più importante essere un ambasciatore del mio Paese.”
Il tuo approccio multidimensionale alla disciplina, e alla vita, ti ha permesso di entrare in contatto con un brand tanto iconico, quanto contemporaneo, come Stone Island. Puoi raccontarci l’essenza del tuo legame con la Rosa dei Venti Stone? Perché hai deciso di fondere la tua immagine, dentro e fuori il ring, con questo brand?
“Mi piace esprimermi attraverso i vestiti, soprattutto durante la fight week e quando salgo sul ring. Ogni cosa, per me, ha un proprio simbolismo, e un proprio valore simbolico. Vale per Stone Island, ma anche per i capi che disegno insieme al mio team, per la linea Ready To Fight. Sono molto grato a Stone Island per avermi aiutato a creare outfit da ring. Per me non è solo una questione di stile: è un modo per raccontare una storia.”



Hai più volte ribadito come, per raggiungere il successo, un atleta debba limitarsi, riducendosi quasi ad una vita monastica. Questo periodo storico, però, è stato drammaticamente scandito da una serie di eventi che hanno coinvolto la tua terra d’origine, l’Ucraina, e che ti hanno visto esporre su temi che vanno ben oltre cinture e ranking. Come si gestisce un momento del genere all’interno di una carriera così provante, a livello di energie mentali ed emotive? E alla luce dei miti della boxe e dell’attivismo che ti hanno preceduto, come vivi questa condizione di atleta-simbolo in ambito sociopolitico?
“Oh, no, io non vivo da monaco. Anzi, credo sia giusto godere di ogni giorno che Dio ci regala. Certo, un po’ di umiltà non fa mai male. Soprattutto in questo momento storico, con una guerra in atto. All’inizio volevo rinunciare ai titoli e smettere. Ma i soldati mi hanno detto: “Devi combattere per l’Ucraina.” E ogni volta che salgo sul ring, penso a questo. Vorrei non dover essere un simbolo del mio Paese. Vorrei che non ce ne fosse bisogno: che non ci fosse la guerra. Ma oggi non posso restare in silenzio. Dio mi ha fatto nascere in Ucraina per glorificarla, per portare la sua bandiera con me. E questo è ciò che farò.”
“L’avversario più duro sono io”, hai più volte sottolineato. Dopo aver raggiunto tutto quello che hai raggiunto, cosa rimane ad attizzare il tuo fuoco competitivo? Quali sono le ragioni d’essere, oggi, di un pluricampione del mondo che ha già ampiamente dimostrato di dominare un intero panorama sportivo? Ancora meglio, dopo esserti inerpicato nell’olimpo della Nobile Arte, cosa vedi davanti a te in termine di motivazioni, obiettivi, passione?
“Mi motivano le persone: la mia famiglia, il mio team, i tifosi, i miei connazionali. Il loro supporto è la forza che mi fa andare avanti, ed evitare di adagiarmi. A questo si aggiunge, ovviamente, l’amore profondo che provo per il pugilato. L’amore è la motivazione più forte di tutte. Se non basta… Vuol dire che serve ancora più amore. Resterò nel pugilato anche dopo il ritiro. In quale ruolo, lo scopriremo col tempo.”



Tennista to serve
Athleta amplia la propria ricerca nell’immaginario sportivo, dedicando un filone specifico ad uno sport insito nella nostra essenza, il tennis
Diceva David Foster Wallace che “la bellezza del tennis affonda in radici infinite e profondamente interiori: è uno sport in cui si compete prima di tutto con i propri limiti, nel tentativo di trascendere sé stessi — nell’immaginazione e nell’esecuzione.”
Questo costante processo di trascendenza oggi è sinonimo di contaminazione multidimensionale: di un immaginario sportivo che mai, come ora, è stato intrecciato ai regni paralleli dell’arte, del design, del fashion… Della cultura a tutto tondo.
@tennistamag (link alla pagina IG qui) vuole essere il palcoscenico di questo incrocio di traiettorie e prospettive. E vuole essere un omaggio alla musa tennistica di Athleta Mag, dove la passione per la racchetta ha sempre funto da pilastro fondativo.
Diamo il benvenuto a questo nuovo capitolo della nostra esplorazione dell’immaginario sportivo, che dopo un primo periodo di warm-up vedrà scendere la nostra lente editoriale sottorete, sospinta dall’eterno insegnamento di Billie Jean-King: “Face your fears; live your passions; be dedicated to your truth.”
Tennista to serve.

Emotional Courtlines - Kiefsix Basketball Design
Dentro il Block 6 a Caloocan, dove i bambini si arrampicavano sui muri pur di vedere una partita, Kiefsix ha capito che il basket non è solo uno sport: è un modo di vivere che permea ogni aspetto dell’esistenza e della sua arte
Innamorato della cultura, delle persone e delle storie che circondano la palla a spicchi, e ispirato tanto al design innovativo del basket americano quanto dai campetti esotici di Manila, Kiefsix è cresciuto tra l'eccitazione degli highlight e il caos dei marciapiedi.
Anni dopo, quei medesimi impulsi continuano a guidare il suo lavoro: il colore come energia, linee che si inclinano come un crossover, composizioni che manifestano la rapidità e la tensione dello streetball di Manila.
In parte appassionato, in parte artista, Kiefsix mette in rima contropiedi e contrasti di colore: la sua arte ha l’obiettivo ultimo di celebrare la sua community e i suoi campetti: primi amori divenuti, nel tempo, sue tele. Dipinge il gioco come lo percepisce: affollato, onesto, eterno, elevando con intenzionalità questo clash di caratteristiche, e trasformando fotogrammi statici in movimento percepibile.
Questa è la storia di un designer plasmato dall’asfalto e dalle possibilità infinite del design, in cerca di un’eredità che parte dal barangay basketball con il sogno di arrivare ai parquet olimpici.







Come presenteresti Kiefsix a qualcuno che non ha mai visto il tuo lavoro: artista del basket o cestista che disegna?
“Credo di essere entrambe le cose. Un artista del basket perché sono un hoophead da sempre. Sono cresciuto con il basket—dalla strada alle squadre scolastiche, alle leghe ricreative, fino ai pro. Il basket è sempre stato parte di come vivo e vedo il mondo, ed è questo che emerge nel mio lavoro. La mia arte non parla solo del gioco in sé, ma della cultura, delle storie e delle persone che gli ruotano attorno. Che stia collaborando con brand o creando progetti personali, cerco di catturare come il basket si sente e cosa significa per comunità come la mia.”
Qual è stata la prima immagine di basket che ti ha fatto pensare: “Questa è la mia lingua”?
“Avevo tra i 7 e i 10 anni, tra il 2003 e il 2006, quando ho iniziato a entrare davvero nel basket. Mio padre mi raccontava storie su Michael Jordan e Kobe Bryant. Ma la prima immagine che mi ha fatto sentire che il basket fosse la mia lingua non è stata un highlight o una foto: è stato il logo dei Detroit Pistons del 2004. Ne ero ossessionato. I colori, la tipografia, l’aggressività del design—suonava potente. L’ho ridisegnato più e più volte finché non sono riuscito a farlo a memoria. È stata la prima volta in cui ho capito che non mi limitavo a guardare il basket: lo esprimevo. Quel logo mi ha fatto pensare: ‘Questo sono io. Amerò questa cosa per sempre’.”
Radici a Manila e crescita: cosa senti per strada che finisce nei tuoi pezzi, quali sono i tuoi ricordi della scena cittadina crescendo, e in che modo la scena e la pickup culture di Manila modellano i tuoi soggetti?
“Sono cresciuto nelle strade di Caloocan City, Metro Manila. Il campo che mi ha cresciuto è il Block 6 Court, lo chiamiamo “Batibot”. Ogni sobborgo di Metro Manila aveva le sue vibrazioni cestitiche, ma Caloocan mi è sempre sembrata diversa. Non era solo trash talk o ego. Era competitività pura, rispetto e grinta.
Il campo era pieno fino ai bordi, soprattutto quando arrivava un giocatore forte da un altro barangay. La gente scommetteva, gridava i nomi e si arrampicava sui muri solo per guardare. Io giocavo scalzo sul cemento irregolare. Ho una collezione di cicatrici su ginocchia e gomiti invidiabile, ma tornavo comunque al campetto il giorno dopo.
Quelle scene erano più di semplici partite. Erano scorci di speranza. Il campo era una tela e il basket era un ponte verso qualcosa di più grande. Ho sempre sognato di diventare professionista, ma quella strada non si è aperta. Così ho trovato un altro modo per inseguire lo stesso sogno. Se non potevo giocare in NBA, ci avrei lavorato.
La mia arte è stata modellata da quell'ambiente. Non ho mai giocato un basket davvero organizzato. Mi sono affidato all’istinto e alla fiducia guadagnata nelle battaglie di strada. È così che affronto anche la vita: in maniera onesta e implacabile. Chiamo il mio lavoro “motion of emotions” perchè è il basket come l’ho visto crescendo: colorato, caotico e a mano libera, proprio come lo streetball di Manila.”





Quali parti del gioco—tagli, spaziature, timing—diventano linea, forma, composizione?
“Come illustratore mi affido al movimento. Lo streetball di Manila mi ha insegnato che il gioco non è mai fermo—è rumoroso, disordinato, in costante cambiamento. Le mie linee non sono mai perfette perché il gioco non è perfetto. I miei colori cozzano perché lo streetball è caos e ritmo allo stesso tempo. Dipingo il basket per come si sente, non per come appare.
Come giocatore sono una guardia, veloce—il mio gioco si basa su velocità, istinto ed esplosioni di energia. Ma la mia arte è l’opposto. I miei disegni sono lenti, pazienti, dettagliati. Un contropiede dura pochi secondi, un’illustrazione può portarmi giorni. Mi piace quel contrasto. In campo reagisco. Sulla tela rifletto. Uno è movimento, l’altra è memoria.”
Caos, controllo, istinto, teoria o riferimenti pop? Quali sono le tue influenze artistiche?
“I colori che uso nascono da un mix di istinto e identità. Gran parte della mia palette affonda nelle tinte primarie e secondarie che ho visto crescendo nelle Filippine—i murales delle scuole pubbliche, le vernici dei jeepney, le insegne dei sari-sari store, i murales dei campi barangay. Sono sempre stato attratto dalla pop art contemporanea, quindi mi piace unire scenari del tipo “e se?”. E se il retrò incontrasse il moderno? E se i poster di strada incontrassero la fotografia cestistica?
A livello artistico, mi ispirano creatori che trattano il colore come energia—il caos di Basquiat, la giocosità di KAWS, il ritmo di Nina Chanel Abney e il pop surrealism di Takashi Murakami. Molti dei miei pezzi partono da immagini reali di basket, che poi immagino come arte. Fotogrammi statici che sembrano ancora in movimento. Per me, il colore non è decorazione—è moto ed emozione.
Sono sempre stato attratto dal minimalismo, ma vengo da un background di massimalismo—le mie prime influenze erano stratificate, affollate, piene di elementi. Artisti come KAWS e Murakami mi hanno insegnato a lasciare che il caos esista con intenzione. Così, nel mio lavoro, permetto alle cose di scontrarsi, ma guido dove atterrano. Carico le illustrazioni di movimento, ma tratto ogni dettaglio come un minimalista—niente è casuale. La narrazione guida, il design segue. È così che faccio “esplodere” un’immagine senza perdere struttura.”
‘Rituale pre-partita’ prima di un pezzo importante—cosa ti inspira e concentra?
“Adoro questa domanda—è sottovalutata. Prima di un pezzo importante, lo tratto come se mi stessi preparando per una partita. Guardo gli highlight di Devin Booker, Jordan Poole e Shai Gilgeous-Alexander—modello il mio stile di gioco sul loro, vedere i loro movimenti mi mette in ritmo.
Ma sinceramente, niente mi manda più in lock-in dello stare con i miei ragazzi: BLANKSIX TRIFECTA. Bong e Alen sono stati con me in ogni alto e basso—dai sogni di basket a quelli d’arte. Anche se non siamo fisicamente insieme, parlare con loro o ricordare le nostre battaglie in campo mi mette nella giusta mentalità.
Poi mi faccio qualche partita a NBA2K per svegliare il cervello, magari guardo un po’ di anime per ispirarmi. Sono un tipo semplice—mi servono solo l’energia giusta e le persone giuste in mente.”





Cosa cambia quando progetti per un visual rispetto a un muro o a un parquet? E come sposi estetica e leggibilità di gioco?
“Non ho ancora dipinto su parquet, ma è sicuramente nella mia lista dei desideri. Ho lavorato su muri e pavimentazioni, e l’approccio è completamente diverso dal punto di vista tecnico.
Quando progetto per un campo, penso in primis da giocatore, non solo da artista. La superficie diventa parte del gameplay, quindi la parte visuale non può interferire con la chiarezza. Le linee regolamentari—arco del tiro libero, linea da tre, segni del pitturato—non si toccano. I giocatori dipendono da quei segni per spaziature e ritmo, quindi le tratto come parte del design invece di coprirle. Per questo i miei volumi si ingrandiscono, i dettagli si semplificano e mi concentro su direzione e flusso più che sulla decorazione.
Sui muri, cerco più libertà e creatività sperando che le persone si fermino ad assorbirli. Ma su un campo tutto si muove veloce—quindi l’arte deve sostenere il movimento, non combatterlo. Tele diverse, regole diverse—ma la missione resta la stessa. Costruire qualcosa che la gente possa sentire mentre ci passa attraverso.”
Raccontaci un momento speciale di una collaborazione con un brand. E cosa chiedi a un brand perché la partnership sia davvero a doppio senso?
“Credo che tutti possano concordare che la mia collaborazione più grande finora sia stata con Nike. Ciò che ho apprezzato di più è stata la libertà che mi hanno dato—mi hanno lasciato raccontare la mia storia, includere le mie radici e applicare il mio stile senza cercare di filtrarlo. Il fatto che i design abbiano raggiunto le persone in modi diversi mi ha fatto sentire che il progetto ha colto nel segno.
Perché una partnership sia reale, mi serve più di un brief—mi serve fiducia. Lasciami parlare la mia lingua invece di costringermi nella tua. Non assumermi solo per l’estetica: assumimi per la mia voce. Voglio costruire qualcosa insieme, non solo decorare una campagna. Se c’è libertà creativa, comunicazione aperta e rispetto reciproco—allora non è solo una collab, è un’eredità.
Non ho mai creato pensando all’algoritmo. Pubblico prima di tutto per me—per sentirmi bene con il lavoro, non per inseguire i numeri. La fama non è mai stata l’obiettivo. La passione sì.
Ma so anche che alcuni pezzi connettono più di altri. Quando voglio che qualcosa spacchi, sperimento—magari con il colore, l’impaginazione o il soggetto. Ma anche allora ho una regola: solo il lavoro che mi sembra vero finisce nel feed. Se non è onesto, non lo posto.
Restare freschi non significa inseguire i trend—significa sfidare costantemente se stessi.”
Qual è il prossimo 'campo' creativo su cui vuoi giocare, in termini di design?
“Il mio sogno è progettare un campo da basket per le Olimpiadi. Per me è l’apice del design sportivo—allo stesso modo in cui gli atleti si allenano tutta la vita per quel palcoscenico, sento che anche designer e artisti lo fanno. Creare qualcosa che rappresenti non solo una squadra, ma una nazione e un momento nella storia è il tipo di eredità che voglio lasciare.
Mi piacerebbe anche disegnare un campo per l’NBA—magari il parquet del Play-In Tournament o una City Edition. Immaginare di raccontare la storia di una città attraverso colori e forme, e vedere i giocatori muoversi dentro la tua opera in tempo reale. Ultimo ma non meno importante, mi piacerebbe lavorare con FIBA un giorno—specialmente per qualcosa dedicato alle Filippine. Progettare per il mio Paese sarebbe il progetto più significativo che potrei mai affrontare.”




Diamanti dalla Repubblica Dominicana
Il baseball nei Caraibi arriva come un'alba: prima in silenzio, poi palesandosi tutto d’un tratto. Si solleva come un sole, dal fruscio delle palme e dallo sferragliare dei motoconchos, dalle campane delle chiese e dalle risate dei cortili delle scuole, dai ragazzi che annodano lacci di scarpe logori... Come una liturgia
Respira attraverso maglie consumate dal sole, palmi sfiorati dal gesso, il tonfo soffice di una palla in un guanto ammorbidito da lunghe estati.
Lo scorso giugno, il direttore creativo e fotografo Jesse Raker si è recato nell’isola delle Grandi Antille per ascoltare—per lasciare che la sua lente accogliesse ciò che l’isola già sapeva: qui il baseball non è un passatempo; è una geometria dell’appartenenza.
Lo ha trovato a Guayacanes, dove il campo è cinto da mura di un azzurro sbiadito, e i gradoni di cemento sembrano ricordarsi ogni inning, mentre le botteghe si sporgono verso il diamante come vicini alla finestra. L’ha ritrovato a Fantino, città natale dell’ex giocatore MLB Pedro Liriano, dove la strada si stringe e il verde prende il sopravvento. Il diamante appare come un miracolo, una radura luminosa in cui terra e persone cospirano per rendere visibile la possibilità. Ha scoperto un altro ritmo, del tutto diverso, a Santo Domingo. Tra un traffico che si annoda e si dissolve, la Franklin Rodríguez Academy è un’oasi: un quadrilatero di calma in una capitale che rifiuta di stare ferma. Si sentono clacson, campanelle, il richiamo sporadico di un venditore; ma dentro la recinzione, l’attenzione prende la forma di uno strike. L’ha abbracciato a San Antonio de Guerra, alla Quality Baseball Academy, un’industria di sogni: diamanti multipli, reti metalliche che brillano, la giornata che avanza finché le luci prendono il sopravvento. E se n’è innamorato a San Pedro de Macorís, città dove ognuno può nominare un cugino, un vicino, una leggenda che ha trasformato un pomeriggio d’infanzia in un passaporto timbrato dalle luci dello stadio.
In questi luoghi, il baseball è meno una fuga e più un ritorno—alla famiglia, alla dignità, alle origini. Ciò che porta è una testimonianza: fatta di madri intente a preparare riso e fagioli; di padri che discutono sottovoce di tecnica mentre il bucato sventola a mo' di bandiera; di allenatori consapevoli che la pazienza può essere una forma di genialità; di ragazzi che corrono a polmoni pieni; e dell’isola stessa, che ha imparato a trasformare la scarsità in una forma di abbondanza. Una mazza condivisa, un guanto preso in prestito, un sogno comune coincidente con un inno che tutti sanno a memoria.
In queste immagini, il baseball si pratica come un modo di vedere, un modo per dirsi: questo è il tuo posto, sotto questa luce, con questa squadra, con questo rumore nelle orecchie e questa polvere sulle ginocchia.
La palla disegna un arco, una piccola luna bianca; il tempo si ferma tra il caricamento e il rilascio; e il mondo si apre come una porta di cui hai sempre saputo l’esistenza. ‘Entra’, ti sussurra l’isola. ‘Il gioco ti verrà incontro a metà strada’.



















