Behind The Lights - Mark Clinton
L'oceano ha il potere di lasciare un segno nell'anima, la sua vastità resta impressa nel cuore di coloro che crescono cullati dai suoi moti. Per Mark Clinton, fotografo cresciuto tra la bellezza selvaggia delle spiagge settentrionali di Sydney, il mare è stato sia un rifugio, che un maestro
I suoi primi anni di vita sono trascorsi tra la tranquilla introspezione regalata dalla tavola e i paesaggi tanto desolati, quanto suggestivi dell'outback australiano. È in questo universo di contrasti, dove l'indomita bellezza costiera incontra la vasta e irriducibile distesa desertica, che il rapporto di Clinton con la fotografia ha iniziato a prendere forma. La sua macchina fotografica diviene qui un'estensione del desiderio di catturare la fugace perfezione naturale.
Attraverso l'obiettivo, Clinton trova un modo per entrare in contatto con il mondo del surf, usandolo come mezzo per immergersi in quella cultura. La sua fotografia si evolve, poi, oltre il semplice riflesso del suo amore per la natura, diventando un modo per tradurre l'intangibile: la bellezza, lo spazio, l'emozione in poesia visiva.
Ripercorrendo il suo ancora giovane viaggio, Mark parla con una tranquilla riverenza, palesando una profonda comprensione di come gli elementi a lui più cari abbiano inevitabilmente marchiato sia il suo approccio professionale, che il suo spirito.





OCEANI
“Sono cresciuto vicino a Manly, sulle spiagge settentrionali di Sydney, in Australia, a circa cinque minuti di distanza dalle colline, con alle spalle vaste distese di terra selvaggia. Sono alto un metro e novanta, da piccolo ero estremamente scoordinato, e i miei genitori hanno cercato di farmi praticare ogni tipo di sport possibile: basket, calcio, football, tennis... Non mi sono mai piaciuti gli sport di squadra. Mi sono sempre orientato verso sport collaterali, come la MTB e, soprattutto, il surf. Ogni giorno era un'opportunità per sperimentare la purezza naturale e ora, mentre mi muovo e vivo in città diverse per lavoro, mi rendo sempre più conto di quanto mi manchi quella purezza. Ricordo la prima volta che ho lasciato l'Australia: è stato terrificante. Non poter vedere l'oceano e rilassarmi a fine giornata. Per me è sempre stato importante stare nella natura, sentirmi immerso in quel senso di spazio aperto, in una bellezza grezza e astratta, nelle sue forme, nei suoi colori e nelle sue strane geometrie. Questi scenari hanno sprigionato il mio amore per la fotografia.
Parlando delle origini della mia fotografia, mi viene sempre in mente un giorno in particolare: il 23 marzo 2005. C'era un'enorme mareggiata ed eravamo vicini alla spiaggia. Mi feci accompagnare da mia madre dopo la scuola - avevo 11 anni - armato di una piccola macchina fotografica point-and-shoot, in questo spot di 'big waves' vicino Manly, chiamato Deadmans. Ci ho trascorso molto tempo e ho vissuto molti momenti cruciali della mia vita in quel posto. Quella mattina, Kelly Slater, il GOAT, stava surfando e ho immaginato che ci fosse ancora la possibilità che fosse in giro. Quello è stato il giorno in cui ho iniziato a fotografare il surf e ad essere parte della cultura, della comunità che caratterizza da sempre questo sport, senza dover surfare io stesso grandi onde. Ero arrivato a un punto in cui i miei amici approcciavano onde sempre più grandi e ho pensato: “Questo è il mio livello”. Così, ho iniziato a scendere dalla macchina e scattare direttamente con un obiettivo lungo che, col tempo, ho imparato ad amare.
Quando ho affrontato grandi onde, ho affrontato anche molte delle mie paure, e l’ho fatto grazie all'obiettivo della macchina fotografica. Il mio percorso è iniziato con il surf e ho trascorso la maggior parte della mia adolescenza e dei miei primi vent'anni completamente fissato con la sua scena: lo stile di vita, la cultura che lo circonda, l'ambiente e tutti i piccoli surf trip in macchina... Ripensandoci, mi rendo conto che l'Australia ha probabilmente il livello più alto di talenti nel surf e di varietà di onde. Ogni costa offre qualcosa di diverso; c'è molto da scattare.”


MONTAGNE
“A 23 anni ho viaggiato in Nuova Zelanda e sono entrato in contatto con un ‘local’ che mi ha consigliato e mostrato i migliori spot nell'estremo sud del Paese. Ci siamo incontrati in un pub di un centro universitario, pieno di giovani che facevano festa. Durante una serata trascinante, abbiamo finito per incontrare uno dei suoi amici più stretti, che all'epoca era uno sciatore. Gli ho condiviso il fatto che ero sempre stato attratto dai toni scuri e lunari, come quelli del surf invernale, ero affascinato da scenari freddi, dal blu intenso. Quando mi ha suggerito di provare a fotografare lo sci, ho scherzato con lui, dicendogli che mi avrebbe potuto insegnare a sciare, introducendomi in quel mondo. Qualche mese dopo sono tornato in Nuova Zelanda e mi sono trovato a fare i conti con un gruppo di sciatori professionisti. Ho imparato a fatica, ma me ne sono andato con una nuova passione per la neve. E da quel momento è stato vero amore.”



PROSPETTIVE
“Non sono mai stato attratto dai 'grandi' scatti fatti solo per documentare super prestazioni o catturare momenti iconici. Nel surf, per esempio, si vede questo processo in posti come Nazaré, con le su caratteristiche onde giganti, nello sci, invece, vale lo stesso per celebri montagne. A livello personale, sono sempre stato più interessato a momenti circoscritti e singolari, alle onde o a picchi nascosti e sublimi, che mi parlano a modo loro. Nel surf australiano, c'è un termine che indica un particolare tipo di onda chiamata 'Slab', un'onda grande, pesante e spessa che si trova tipicamente sopra una barriera corallina. È quello che cerco: ambienti intimi, ruvidi e incontaminati.
Ho sempre cercato di mantenere un discreto livello di forma fisica, ma non sono mai stato attratto dagli scatti in condizioni estreme. Mi concentro sul mantenermi costantemente in salute e in forma, ma la maggior parte dei miei approcci sono puramente creativi, cerco di comunicare una sensazione o un sentimento nel mio lavoro, qualunque esso sia. Ultimamente, l'opportunità di lavorare con uno sciatore professionista come Lucas Pinheiro Braathen è stata pazzesca. Non ho mai lavorato con un atleta così performante. Vederlo scendere dalle piste e sottoporsi a una serie infinita d'intense sessioni d'allenamento, dalla mattina alla sera, è davvero impressionante.”



SINERGIE
“La Nuova Zelanda ha un'enorme presenza nel freeride e freestyle sciistico, ed è lì che ho costruito le mie basi. Quando mi sono innamorato dello sci, tutto ruotava intorno a queste due discipline. Sapevo che le gare di sci 'tradizionale' erano molto diffuse in Europa, ma non avevo idea del loro livello e dalla loro importanza. Ad Agosto, Lucas mi ha contattato per fare delle foto. Uno dei nostri amici comuni, che condivideva con lui uno sponsor, ci ha messo in contatto. Mi ha incuriosito, quando mi ha detto: “Ci stiamo allenando con Lucas e ci piacerebbe che tu venissi a condividere il tuo approccio fotografico”. Non sapevo nulla delle canoniche gare di sci. Sapevo solo che questi atleti erano di un altro livello.
Così, sono andato, ho conosciuto Lucas e la squadra, e ho iniziato a comprendere quanto serva per essere un atleta di quel calibro. Ho anche iniziato a scoprire cosa significhi lo sci per lui. Prima di lasciare la Nuova Zelanda, mi ha chiesto di seguirlo per tutta la stagione, fino alle Olimpiadi. Ho chiamato alcuni amici che avevano un passato nello sci, perché non avevo idea del circuito di Coppa del Mondo e di quanto fosse intenso. Uno di loro, Jossi Wells, molto rispettato nel mondo del freestyle, mi ha dato una conferma: “Se c'è qualcuno con cui dovresti farlo, è Lucas. Voi due entrerete in sintonia, raggiungendo un livello più profondo di creatività condivisa.”
Mi sono preso qualche settimana per pensarci e poi ho deciso di buttarmi in quest'avventura. Ora, sono passati poco più di due mesi ed è stata una corsa sfrenata. Ho sempre lavorato a progetti in cui l'impegno più duraturo era di circa sei settimane, quindi impegnarsi a fondo per un'intera stagione invernale, assistendo al suo svolgimento tappa dopo tappa, è stato pazzesco. Il tempo è volato. Ho partecipato solo ad alcune gare e sessioni di allenamento, ma vedere la devozione del team, la dedizione e l'energia che mettono nell'aiutare una persona a inseguire i propri sogni - sogni in grado d'ispirare tanti altri - è incredibile.
Ho conosciuto molte persone di alto livello nei rispettivi ambiti, ma Lucas mi ha davvero sorpreso, sotto tanti punti di vista. Sono entusiasta di poterlo definire un amico. La sua capacità di passare dall'assoluta conoscenza della performance, e mi riferisco a dettagli tecnici come le condizioni delle lamine degli sci, alla direzione creativa, come la creazione e lo sviluppo di un progetto, è incredibile. Trova persino il tempo di cercare mobili e oggetti sconosciuti in giro per il mondo. A volte mi chiedo: “Come fai ad avere tempo per tutto questo?” Ha davvero una mentalità ambiziosa, sia sulle piste che fuori. Sono felice di far parte di questo viaggio e sono curioso di vedere dove arriverà, al di là del semplice sci. Sarà davvero interessante vedere cosa succederà.”



SCENARI
“Se penso a ciò che mi ha sempre ispirato, devo mettere al primo posto la musica. Ascolto sempre qualcosa durante lavoro, che si tratti di montaggio, riprese, shooting, ecc. È la musica che guida il mio stato d'animo. Le mie due più grandi ispirazioni in termini di ascolto sono Jon Hopkins, un produttore britannico, e Brian Eno. Le loro qualità artistiche e le loro storie sono incredibili. Quello che ho imparato da loro è semplice: segui il tuo istinto. Odio essere legato all'etichetta di fotografo d'azione o di sci. In fin dei conti, sono solo un fotografo. Scatto ciò che mi piace e non credo che continuerò a fotografare lo sci per sempre. Finché faccio foto e le uso come trampolino di lancio per continuare la mia evoluzione, sono contento.
Se dovessi scomporre la mia filosofia fotografica, posso dire che la mia volontà è sempre stata quella di catturare scatti che mettano in rima l'azione e il paesaggio. Mi piace poter fotografare qualcosa o qualcuno in un modo che non sia immediatamente ovvio, che non sia troppo letterale. Mettere qualcosa davanti al mio obiettivo, regolare la gradazione e spingere l'immagine un po' più in là di quello che era in quell'effettivo momento... Sono cose che mi hanno sempre ispirato.
Per mia fortuna, ho avuto l'opportunità di viaggiare molto, soprattutto nei luoghi che ho sempre voluto visitare e fotografare. Ora si tratta di trovare il soggetto giusto, ascoltare la sua storia e seguire la sua passione, documentandola a modo mio. Adoro immortalare luoghi fantastici, ma ciò che mi attira davvero è una persona appassionata di qualcosa. È questa la cosa che più m'ispira. Purché non si tratti di alberi: sono stanco di fotografare alberi (sorride ndr). Credo di aver coronato molti dei miei sogni attraverso i viaggi, ora mi chiedo: ‘Cosa c'è dopo? Qual è il prossimo, entusiasmante, percorso da seguire?’.”


Credits
Bilal Aouffen, uno speciale anno Olimpico
Il giovane fotografo Canadese spiega perché la fotografia sportiva deve incrociare l’arte, permettendoci di ammirare, per l’ultima volta in questo 2024, la magia delle Olimpiadi parigine
La passione è un dono. E quando lo studio viene applicato a questo dono, si sprigiona la creatività. Bilal Aouffen è l’esempio di questo processo. Ad appena 24 anni, le sue prospettive hanno già imparato ad andare oltre la semplice performance sportiva, ricercando e catturando emozioni. Lo sport è una forma d’arte, rivela questo giovane autodidatta con la sua opera visuale che ha già incrociato la strada con alcuni dei più rilevanti eventi sportivi globali, come le recenti Olimpiadi e Paralimpiadi.
Abbiamo ascoltato la sua testimonianza, provando a scoprire il background e il pensiero di un nuovo volto della fotografia sportiva, e rivivendo, al crepuscolo del 2024, le emozioni e i colori della meravigliosa estate parigina.



Potresti raccontarci le origini del tuo percorso fotografico e della tua connessione con l’immaginario sportivo?
“Sono nato in Canada, ho il passaporto canadese, ma sono cresciuto in Francia. Non ho imparato la fotografia per vie accademiche, non ho avuto una formazione tradizionale. All’inizio ho fatto come tutti, ho usato il cellulare. La gente non mi poteva vedere, era semplice fotografare. Poi, sono passato alla camera e ho seguito le influenze dei grandi fotografi americani, così come dei fotografi contemporanei con cui sono riuscito ad entrare in contatto. Sono un autodidatta, ma le mie conoscenze non arrivano da tutorial su YouTube, sono state ispirate dai fotografi che ho incontrato lungo la strada, come per esempio Cortney White. In Francia mi sono anche innamorato dello sport, li ho provati tutti, e mi sono particolarmente appassionato all’atletica. Non sono un grande atleta, ma nel tempo ho avuto modo di studiare tantissime discipline diverse e di comprendere che il mio approccio fotografico al mondo sportivo doveva essere artistico. Non volevo essere un tipico fotografo da stampa di massa”




Su che elementi si concentra la tua filosofia fotografica?
“Fin dall’inizio ho pensato che dovessi fare qualcosa di diverso, dovevo ricercare nuove prospettive, nuovi dettagli negli scenari sportivi. Volevo creare composizioni che potessero essere solo mie. Prima mi sono allenato con i miei compagni di atletica, in quel periodo ho iniziato a sedermi vicino agli allenatori, o alle famiglie. Ho capito che le loro emozioni erano dirette verso quegli elementi. E che lo stesso accadeva con i top atleti internazionali. Anche durante il gesto atletico provo sempre a concentrarmi sui ritratti e a cercare posizioni inusuali. Non volevo diventare il classico fotografo che si posiziona sul traguardo, volevo essere più vicino possibile alle sensazioni di ogni atleta. Provo a mettermi nei panni di chi fotografo, studio i suoi rituali e le sue esultanze, e mi faccio sempre guidare dal mio amore per lo sport. Pensate che, durante i Mondiali di Budapest, sono arrivato addirittura a fotografare il mio computer. Non avevo ricevuto l’accredito, ma ho voluto comunque provare a scattare da remoto. In generale, prima di ogni evento compro dei libri fotografici che mi possono ispirare, o faccio molta ricerca sul cellulare, e m’immagino quali risultati voglio raggiungere”




La tua lente ha ritratto molti grandi eventi sportivi, quali ti hanno ispirato maggiormente?
“Negli ultimi tre anni ho fotografato la Diamond League, i Campionati Nazionali francesi, gli Europei di cross-country a Torino e molto altro, anche all’esterno dell’atletica. Sicuramente mi ha affascinato ritrarre i box del team F1 Alpine, avevo accesso ovunque, tranne che sulla pista. Questo mi ha dato l’opportunità di concentrarmi sulle connessioni tra ingegneri, meccanici, piloti... Erano spazi intimi, che ho avuto il privilegio di scoprire con la mia lente. L’evento più importante, ad oggi, sono state le Olimpiadi parigine. Dovevo fotografare solo le Paralimpiadi, e durante le Olimpiadi sono stato in spazi pubblici. È stata una sfida che ho accolto. Mi sono preparato, studiando le varie location. Eventi all’aperto come il ciclismo mi ispirano particolarmente, perché posso sempre giocare con l’ambiente. A Parigi ho vissuto un’esperienza unica durante la gara. Il mio capo mi ha mandato una foto dalla salita di Montmartre, l’ho raggiunta e sono entrato in una casa al primo piano. Dalla finestra la vista era cinque stelle. Avevo la folla, i ciclisti e l’architettura parigina. Anche in questo caso ho giocato con le prospettive e il risultato è stato fantastico”




Nonostante la tua giovane età, hai già esplorato una grossa parte dell’estetica sportiva, ora quali sono i tuoi obiettivi?
“Ho 24 anni e ho già avuto la fortuna di fotografare un’Olimpiade in uno scenario unico come Parigi, quindi è difficile pensare ad eventi più importanti di questo. Sicuramente il mio obiettivo, o meglio, il mio sogno è quello di vivere grazie alla fotografia. Amo viaggiare, visitare nuovi Paesi, spazi e culture. Voglio continuare a ritrarre i momenti che nessuno vede e sperimentare. Nel prossimo futuro mi piacerebbe testarmi con uno sport come la vela, magari fotografando il Sail GP”




Arianna Tricomi, il freeski è un viaggio consapevole
In occasione dell’uscita della serie YouTube ‘Van Life’, dialoghiamo con la 3 volte campionessa del Freeride World Tour, scoprendo la sua visione dello sci, del viaggio e della narrazione
Il freeski è una forma d’arte sportiva che rima con il viaggio, il linguaggio, i legami umani e sensoriali, e la consapevolezza. Arianna Tricomi è il manifesto di tutto questo. 3 volte campionessa del Freeride World Tour, sciatrice multidimensionale e poliglotta storyteller, la nativa dell’Alta Badia non ha mai smesso di aggiungere tasselli al mosaico, in continua evoluzione, del suo rapporto con la montagna.
L’ultimo capitolo di questa connessione dalle infinite forme, ma dalla comune sostanza, si situa nella comunicazione: nella serie ‘Arianna’s Van Life Diary’, dove il suo stile di vita itinerante diventa strumento narrativo per comprendere ed abbracciare la bellezza delle vette, così come della loro scoperta condivisa.
Per celebrare questa nuova avventura ibrida, abbiamo avuto la possibilità di parlare con quest’atleta Red Bull, di comprendere la filosofia di un’eccellenza in grado di elevare il proprio tempio, l’universo montuoso, rendendolo maestro.

Spesso sostieni che la montagna è la tua “grande maestra”. Grazie a ‘Arianna’s Van Life Diary’ aggiungi a questa componente della tua vita anche quella del viaggio. Cosa rappresenta, per te, questa combinazione?
È vero, la montagna è la mia maestra. Penso che valga per moltissime persone, perché la montagna riesce ad abbassare l’ego di chiunque, ti ridimensiona e fa lo stesso con i problemi della tua vita. A volte, i problemi della quotidianità paiono così grandi... Poi, di colpo, ti ritrovi di fronte ad una vetta e alla sua monumentalità, e tutto diventa così piccolo... Ricerco costantemente questo tipo di atmosfera nella mia vita: un’atmosfera che si connette, inevitabilmente, al concetto di viaggio.
Per ‘Arianna’s Van Life Dairy’ il viaggio è stato molto ‘locale’, perché siamo principalmente rimasti vicino ai miei punti di riferimento e alle mie case in Italia/Austria. Devo dire però che, specialmente durante gli anni di pandemia, ho maturato un rapporto speciale con il viaggio e con il mio van, che mi ha dato la possibilità di sentirmi libera in momenti in cui la libertà era estremamente, ed ovviamente, messa in discussione. Quelle sensazioni sono rimaste.
Mi piace il fatto di portarmi in giro una ‘casa’, di avere la mia stufa nei giorni di freddo estremo, di affrontare tutti i curiosi, a volte, estremamente impegnativi, imprevisti della vita in furgone. Il van mi ha permesso di conoscere tantissima gente, è un modo fantastico per approcciarsi, diciamo così, alla vita. Poi, a volte è anche bello tornare nella casa ‘canonica’, farsi una doccia con calma, rilassarsi senza aver paura che qualcuno ti bussi per mandarti via da una zona di sosta...


Mi hai menzionato alcuni dettagli della tua ‘van life’. So che sei una ricercatrice di dettagli, d’immagini e sensazioni che circondano la sfera sportiva, nel tuo caso di altissimo livello, e che la completano di altro... Che tipo di significato ha assunto e continua ad assumere questa ricerca, nella tua vita?
È una bella domanda. Secondo me, nella vita è molto importante e bello riuscire a mantenere gli occhi di un bambino e a vedere i dettagli che rendono unico un luogo, una situazione, perfino una gara... Credo che questo tipo di curiosità continui a renderti entusiasta della vita, ed è una consapevolezza che mi hanno trasmesso, forse implicitamente, forse no, i miei genitori. Mia madre, più di chiunque altro, è una persona entusiasta quando si parla di dettagli: a volte, mi fa ancora soffermare sulla forma delle nuvole...
Credo, inoltre, che questa curiosità si sia trasposta nel mio approccio al freeski. In quanto rider, siamo molto liberi di ricercare un determinato stile, d’interpretare una linea. Mi piace osservare le differenze di approccio di ognuno di noi, il fatto che un pendio possa essere analizzato e visualizzato in infiniti modi. Il nostro sport ha una grossa componente soggettiva, e lo amo per questo.
Nella mia preparazione agli eventi seguo sempre un flow personale, capisco di cos’hanno bisogno il mio corpo, il mio spirito e la mia mente. Ovvio, dopo i 30 anni devi per forza tenere a fuoco il tuo lato fitness, perché altrimenti non puoi competere con le nuove generazioni, ma so che quando la mia testa e il mio spirito stanno bene, il mio corpo le segue con naturalezza. Lo scenario opposto, invece, è molto più complesso.
La parola chiave per me rimane sempre ‘equilibrio’: nella vita e nello sport.
Alla luce della precedente risposta, puoi raccontarci come e quanto hai visto mutare, nel tempo, il tuo rapporto con lo sport?
Ne parlavo pochi giorni fa con alcuni miei amici. Rispetto alle origini, il mio rapporto con lo sci è cambiato molto, semplicemente perché mai mi sarei immaginata di poter arrivare così lontano... È stato tutto sorprendente. Andavo all’università, sciavo in tutti i modi possibili, ma non c’è stato un reale momento in cui mi sia detta “ok, ora divento professionista”. Sono grata di aver avuto quest’opportunità. Ovvio, facendo questo salto vedi aggiungersi tanti lati al tuo sport, alla tua passione. Parlo di lati e logiche che non sono, magari, così piacevoli come il puro amore per lo sci. La grande battaglia è stata sempre quella di mantenere la fiamma dell’amore accesa, circondandomi delle giuste persone.
Tornando al concetto di curiosità, poi, la montagna è talmente vasta da offrire infinite possibilità sia dal punto di vista della scoperta del territorio, che in termini di esplorazione sportiva. La montagna continua ad esaltarmi, a tenere in vita il mio processo evolutivo. Sono passata dallo sci alpino, al park, al freeski, ora mi sto avventurando nello sci alpinismo, quindi continua ad essere tutto nuovo per me. Mi sto ritrovando in giro con picche e ramponi, e sento che si sta aprendo un nuovo, o meglio, un ennesimo capitolo del rapporto tra me e la montagna. Evolversi costantemente nello stesso ambiente è un qualcosa di fantastico.
In alcuni video ti sento parlare in ladino, un ceppo linguistico rarissimo, ma anche in molte altre lingue. Come vivi questa tua condizione di poliglotta?
Ammetto che non ho mai capito di numeri e matematica, ma con le lingue è andata molto diversamente. Sono stata fortunata, in ‘Valle’ sono cresciuta ascoltando e parlando tre lingue: italiano, tedesco e ladino. Questo è stato il presupposto perfetto per aprirmi allo studio di altre lingue, che sono riuscita ad imparare con impegno, certo, ma anche con un’ovvia predisposizione. Le lingue mi permettono di vivere ogni esperienza appieno, di entrare in contatto con figure locali e districarmi da eventuali problemi, come mi è successo ultimamente in Messico... Il Tour, poi, mi ha permesso di tenere in allenamento ed evolvere le mie conoscenze linguistiche, e di stringere legami molto più forti con altri freeskier. Questa caratteristica è stato un regalo che, un tempo, davo per scontato, ma che oggi mi rende veramente felice.


Restando in tema, hai mai pensato allo sci come a una forma di linguaggio? E come vivi il ruolo di comunicatrice, o meglio, di storyteller (un ruolo amplificato anche da ‘Arianna’s Van Life Diary’)?
Assolutamente, lo sci e, soprattutto, lo sci fuori pista sono delle forme di linguaggio. Trovo che il freeski mostri il carattere di ogni persona: ci sono approcci più dolci e delicati, altri più radicali, ci sono linee dritte o surfate... È una forma di comunicazione in grado di unire sport e arte.
Per quanto riguarda il mio ruolo da storyteller, ammetto che mi piace comunicare e portare la gente con me, facendole vivere ciò che faccio. Ho scoperto che il mio stile di vita affascina molte persone, per me è in un certo senso normale, perché sono cresciuta così. Mia mamma è avventuriera, anche con lei mi è capitato di dormire in macchina, in giro.
Comunicare sui social, però, sprigiona anche un grande senso di responsabilità. Nel tempo ho capito che devo stare attenta a quello che dico, a quello che mostro... La mia direzione è quella dell’istruzione. Tanti giovani vedono video di ride tanto belle, quanto pericolose, e non sanno cosa ci sia dietro. C’è una parte cruciale di studio, esperienza e sicurezza. Per esempio, ora sto partendo per fare un corso di qualche giorno sulle valanghe. Ne ho già fatti un migliaio, ma sono consapevole che un sogno può trasformarsi, in un attimo, in un incubo. Il buon esempio non può arrivare solo dalla bellezza e dall’adrenalina.
‘Arianna’s Van Life Diary’ segue questa filosofia, in ogni episodio porto sempre con me una guida alpina, non perché ne avessi bisogno al 100%, ma perché è giusto evidenziare le figure che hanno una conoscenza all-around delle montagne, ed è altrettanto importante non dare nulla per scontato, affidandosi a professionisti che possano dare i giusti consigli, e diminuire i pericoli, anche per persone esperte come me.
Come ti fa sentire il fatto d’incidere sulle conoscenze e sull’approccio alle montagne delle nuove generazioni?
Mi scalda il cuore pensare di poter isprirare qualcuno ad uscire all’aria aperta, in natura. Alla fine, è la cosa più facile che possiamo fare: collegarci con gli elementi naturali, sentirci un tutt’uno, perché anche noi siamo natura. Non dovrebbe esserci bisogno di motivare, sia chiaro, penso che ognuno dovrebbe semplicemente seguire il proprio istinto, e il proprio desiderio di stare bene.
A livello sportivo, poi, ogni tanto ammetto di essere scioccata dal talento delle nuove generazioni. Credo che tanti ragazzi e ragazze mi stiano già superando (sorride ndr). Spero che tanti altri atleti riescano a dare un giusto esempio, fatto non solamente di adrenalina ed esaltazione.
Infine, non vedo l’ora di osservare l’evoluzione del Tour nei prossimi anni: da un punto di vista femminile sta accadendo molto, è bello vedere il freeski popolarsi sempre più di ragazze. In Italia questo processo è ancora indietro, con le mie testimonianze, come in quest’intervista, spero di poter invogliare sempre più giovani del mio Paese ad innamorarsi del freeski, e dello sci in generale.

Una fiaba islandese contemporanea
La lente di István Fekete ci guida tra le unicità e i significati del Beautiful Game nella terra del ghiacchio
Terra di miti e leggende, di paesaggi lunari sempre più affollati da occhi curiosi. Il calcio in Islanda viene contaminato da un esotico sublime, così come dal nordico progresso di una società che ha dimostrato, nella sua arcaica lontananza dall’Europa, di essere molto più progressista di numerose potenze tradizionali. In quest’isola popolata di vulcani, altipiani desertici e temperature sottozero, il Beautiful Game altro non è che un riflesso ludico-antropologico, perfino economico-artistico dell’anima locale.
Il cuore pulsante della capitale Reykjavík, i centri di Hveragerði and Selfoss, la remota penisola di Snæfellsnes, situata nella parte occidentale dell’ostico Borgarfjörður, per arrivare fino a Vestmannaeyjar, piccolo comune delle isole Vestmann, sepolto nel 1973 dalla lava e dalle ceneri dell’eruzione dell’antica bocca di fuoco Eldfell e, oggi, patria di uno dei più belli stadi del mondo secondo una recente classifica BBC... La lente di István Fekete ha viaggiato in lungo e in largo tra le tanto irrazionali, quanto logiche meraviglie di un Paese che nel calcio non ha trovato una semplice aggiunta colonialista, ma una nuova forma di esplorazione, ed evoluzione, estetica e sociale.
La galleria di questo progetto in stile groundhopping, vissuto dal fotografo ungherese attraverso l’utilizzo di mezzi pubblici e gelide camminate nella bellezza, evidenzia le varie ramificazioni di una passione contemporanea che, a mo’ di geyser, si è mostrata in superficie durante i grandi eventi internazionali dell’ultimo ventennio. Dai sogni giovanili all’ormai attestato esempio della Nazionale, Fekete ci cala nelle prospettive di questo microcosmo calcistico, e del suo valore lirico, oltre che comunitario. Buon viaggio.












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AC Milan Anniversary Kit: un design che vale 125 anni
Entriamo nell’immaginario calcistico di Alonso Sanchez, Head of Product Line Management Teamsport Apparel Puma, per comprendere l’iconicità contemporanea di uno special kit pensato e sviluppato per celebrare la storia milanista
Milan-Genoa non sarà una semplice partita, sarà l’apoteosi di questi giorni di celebrazione dei 125 anni di storia rossonera. Per questa speciale occasione, il club fondato nel 1899 da Herbert Kilpin e Puma hanno creato la 125th Anniversary Capsule Collection, che comprende la speciale Retro Style Jersey, priva di nomi e sponsor, che scenderà in campo in questa significativa giornata di Serie A (il kit è già stato indossato dalla squadra femminile milanista lo scorso weekend ndr).
Durante l’evento di lancio, abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare le riflessioni su questa collezione, in grado di parlare, contemporaneamente, al passato e al presente, di Alonso Sanchez, Head of Product Line Management Teamsport Apparel PUMA. Il Product Manager messicano ci ha introdotto all'immaginario calcistico del team PUMA, all'idea di design applicato al Beautiful Game di un brand di culto, così come alla vision che sta dietro una collezione pensata per i tifosi e plasmata dalla loro partecipazione attiva, attraverso dei sondaggi che hanno stabilito la forma definitiva di questi nuovi feticci dell’estetica PUMA, e del calcio mondiale.

First, let’s start with your connection to the Beautiful Game. What is your relationship with football imagery?
Sono messicano, nato e cresciuto a Città del Messico. È stato mio padre ad introdurmi al mondo del calcio, è un gran tifoso del Club América e l’ho seguito in questa fede. Nel tempo, però, ho imparato ad amare questo sport nella sua interezza. Amo vederlo in ogni sua forma: mi godo, semplicemente, la sua bellezza. Quindi, essere parte di Puma, nello specifico del suo dipartimento calcistico, è un qualcosa che apprezzo ogni giorno. Anche se alcuni periodi possono risultare particolarmente stressanti, c’è sempre una domanda fissa nella mia mente: t’immagini quante persone pagherebbero per fare questo? Inoltre, sono estremamente felice di condividere il mio impegno con un team, o meglio, una community di esseri umani che stimo molto. Il fatto di poter collaborare con club carichi di storia e fascino, come l’ AC Milan, è poi qualcosa di unico.
Mettendo in relazione le tue origini e il 125 Anniversary Kit del AC Milan, com’è stato per un creativo messicano lavorare alla celebrazione di uno dei club più nobili del Vecchio Continente?
Me lo chiedono in molti, a tutti dico che è un motivo di grande orgoglio. Devo ringraziare Puma per l’opportunità e per avermi messo al fianco dei super professionisti provenienti da ogni dove. Nel nostro Team ci sono 50 nazionalità differenti, e questo si lega anche alla tua domanda, perché la fusione di background diversi conduce ad un’unica parola chiave: cultura. Mettiamo in comunicazione le nostre idee e questa diversità culturale ci permette di non avere vedute ristrette, così come di sviluppare concept che riescano, sempre, ad essere stimolanti. Questo tipo di mentalità, poi, deve essere messa al servizio della storia di ogni club, garantendo la giusta dose di rispetto per identità, tradizioni e simboli. Ecco perché sono molto felice di essere qui, in un evento che riesce ad esprimere appieno il nostro lavoro.


Parlando d’identità, questo speciale kit è contemporaneamente un manifesto di filologia calcistica e un viaggio a ritroso nella purezza, ma anche nell’iconicità, e nella forza estetica, delle jersey storiche. Prima ci hai raccontato della tua passione calcistica, cosa ci puoi dire del tuo legame con le jersey e, in particolare, con questo progetto?
Da bambino guardavo continuamente il calcio europeo. Tutto parlava di classe. Ho particolari ricordi legati alle jersey della Serie A dei primi anni 2000, indossate da giocatori grandiosi. I derby di Milano erano stupendi da vedere anche solo per l’effetto estetico... Ho sempre creduto nell’importanza dello studio della storia di un club, ecco perché sono contento di aver effettuato un tuffo nella storia del AC Milan, e di aver condiviso questo viaggio con i tifosi rossoneri, che hanno partecipato attivamente alla creazione del kit. Non è stato un progetto condotto e deciso solo dal AC Milan, o da Puma. In Puma siamo molto attenti a collegare ad ogni jersey un tipo di narrazione che riesca a connettersi con i fan e, in questo caso, abbiamo fatto un ulteriore passo avanti. La parte creativa e di ricerca che mi ha più affascinato, lungo il processo, è stata senza dubbio l’identificazione degli elementi più iconici e dei dettagli più significativi di 125 anni di storia milanista.
Alla luce del tuo ruolo professionale e della tua sensibilità storica, quali sono state le jersey Puma che ti hanno maggiormente ispirato nella vita?
Devo fare ancora una volta riferimento ai primi anni 2000, ma in questo caso menziono le collaborazioni di Puma con molte Federazioni africane, su tutte il Camerun. Il Camerun è stato un tipo di partner che ci ha permesso di essere coraggiosi, differenti, perfino rivoluzionari, spingendoci ad andare, addirittura, un passo oltre i regolamenti. Ma questo è il DNA Puma ed è la direzione che mi piace abbracciare e seguire. Ancora oggi, in Puma, spingiamo i club che sponsorizziamo ad essere coraggiosi, prendiamo la loro energia, il loro fascino, e proviamo a rielaborarli. Ovviamente siamo consapevoli del fatto che i tifosi vogliano, e meritino, 1st kit che rispettino design classici, intramontabili, ma grazie ai 3rd kit possiamo avere un’incredibile libertà creativa, ed essere impattanti.


Qual è, a tuo avviso, l’elemento o il dettaglio più impattante del 125 Anniversary Kit del AC Milan?
Il crest è sicuramente un elemento riconoscibile. Mi ha sempre affascinato il fatto che i crest si evolvano seguendo la storia di ogni club. Non è stato semplice identificare quali opzioni scegliere per rappresentare sia l’identità del AC Milan, che di Puma. Il sistema di voto a favore dei tifosi, poi, ha permesso ai veri rossoneri di scegliere la loro forma preferita e, se posso essere sincero, hanno optato per quella che era la mia prima scelta.
Vedere partite di Serie A con maglie a maniche lunghe, senza cognomi e sponsor sarà abbastanza surreale. Spesso si parla di jersey iconiche a sproposito, possiamo associare questo kit al vero senso d’iconicità?
Penso proprio di sì. Kit come questo creano storia, e lo stiamo vedendo in giro per il mondo, con i club e le Federazioni che Puma supporta in occasione di specifiche celebrazioni, proprio come il 125º anniversario milanista. Noi lo viviamo come un modo per permettere a club e Federazioni di brillare di luce propria. Inoltre, anche Puma ha una lunga storia nel calcio, quindi per noi si tratta di dare continuità all’evoluzione dell’estetica del brand e, allo stesso tempo, di omaggiare i kit che ci hanno preceduto. Ogni tifoso merita di celebrare un momento speciale, come un anniversario, nel miglior modo possibile.


L’effimero è una danza con il tempo, con le emozioni, con gli sci
Edgar Cheylus racconta il suo ultimo progetto visuale, supportato da Arc’teryx
“Dance with Times” è uno dei capitoli di Éphémère, un lungo e composito viaggio lirico nel rapporto tra lo sciatore e creativo multidimensionale Edgar Cheylus e la dimensione dell’effimero. Una dimensione ibrida, dove tempo, lutto, natura, sport e bellezza si fondono plasmando un unico zenit, quello della ricerca umana. La ricerca di domande che si fanno sempre più chiare nella loro oscurità, così come nella loro complessità. La ricerca di risposte che non vogliono essere assiomi universali, ma suggestioni rivolte all’accettazione di ciò che ci circonda, di un presente che appare per poi scomparire, secondo dopo secondo, lasciando memorie mai pienamente positive, mai pienamente negative.
L’Arc’teryx Winter Film Tour ci ha dato la possibilità di calarci in questa produzione visuale che unisce estetica e profondità filosofica, e ci ha permesso di parlare con Edgar Cheylus, che ci ha introdotto alla propria visione: una ride composta da sensazioni, poesia, meraviglia e intime consapevolezze.


Éphémère. Un titolo Lirico per un’intima esplorazione del tuo percorso personale, e della connessione tra natura, emozioni e sci. Cosa significa questo termine per te in quanto atleta, creativo e, soprattutto, essere umano? Perché hai scelto questo concetto per descrivere il tuo film?
“Ho scelto questa parola innanzitutto come essere umano, perché crescendo mi sono sempre sentito un po' triste, anche se 'triste', forse, non è la parola giusta. Credo di aver provato un senso di orgoglio misto a tristezza, vedendo come i momenti della mia vita fossero così fugaci. Ho vissuto momenti incredibili con i miei amici, momenti indimenticabili con la mia famiglia, come il Natale, o quei piccole, preziose esperienze che puoi trascorrere con le persone più vicine a te. Ma quei momenti erano sempre di breve durata. Il giorno dopo svanivano.
Ho sempre avuto questa immagine nella mia mente: la stanza dove facevamo festa, suonando musica, guardando film, con tante persone intorno... e poi tornare in quella stessa stanza il giorno dopo, trovandola completamente vuota, con qualche palloncino sgonfio. Da allora, la parola éphémère - effimero ha significato molto per me. Ne ho sempre avuto paura, ma allo stesso tempo è divenuto il concetto più bello che potessi sperimentare. Mi piace il paradosso intrinseco a questo termine. Per me si tratta di trovare l'equilibrio tra qualcosa di bello e qualcosa che temo: il passare del tempo, la perdita di qualcosa, di qualcuno.
Ecco perché mi sento così legato a questo concetto. L'ho scelto, in realtà, per racchiudere un progetto più ampio, di cui il film fa parte. Ho iniziato a lavorare a questo progetto due anni fa con i miei amici. Il primo focus riguarda il modo in cui gli esseri umani vivono la loro vita, mentre il secondo è una riflessione sull'esistenza umana. Da questo secondo focus è nato il film. Abbiamo chiamato questo capitolo di Éphémère "Dance with Time". Per me la vita è come una danza fugace. Qualunque cosa si stia facendo - che si tratti di sport, di andare a scuola o, semplicemente, di uscire con gli amici - tutto sembra temporaneo. La terza parte del progetto si concentrerà maggiormente sul modo in cui gli esseri umani agiscono. Vogliamo passare del tempo con i bambini più piccoli e dare loro la possibilità di vivere la natura in modo diverso, portandoli in montagna o sull'oceano, mostrando loro come possono entrare in contatto con il mondo che li circonda”

Lo sci e la produzione visuale. Come s’intrecciano questi due mondi paralleli nella tua vita? Quali analogie e differenze percepisci tra l’atto atletico e il processo fotografico, o di filmmaking?
“Mi è venuto tutto molto naturale. Mio padre ha sempre incoraggiato me e mia sorella a fare sport. Siamo cresciuti vicino ad Annecy, sulle Alpi francesi, e ci ha fatto andare sugli sci fin da piccoli. Non in un club, però, solo seguendolo e divertendoci per tutta l'infanzia. La stessa cosa è successa con il surf e il kitesurf, dato che i nostri nonni vivono a Hossegor, sulla costa occidentale della Francia. Abbiamo mescolato entrambi i mondi: lo sci d'inverno e le onde d'estate.
Allo stesso tempo, non vivevamo propriamente in montagna, ma in campagna. Per questo ho giocato molto a calcio e a tennis. Mi sono ispirato soprattutto ai 'tre grandi' del tennis, in particolare a Nadal e alla sua mentalità. Il tennis mi ha insegnato la filosofia del dare il 100%, e oltre, in qualsiasi cosa faccia. Ho gareggiato molto nello sci tra i 15 e i 18 anni e ho sempre dato il massimo nelle competizioni. Ero sempre in prima linea, mi forzavo costantemente a dare il meglio.
Allo stesso tempo, sentivo che quella non era la mia vera personalità. Per competere ai massimi livelli, per essere Nadal, è necessario un fuoco particolare, quasi una rabbia o un'intensità che io non avevo. Per questo, la competizione era non era così semplice d'affrontare. Ottenevo buoni risultati ed ero felice di ciò che stava accadendo, ovvio, ma nel profondo sapevo che quello non ero veramente io. Sapevo anche di voler dare qualcosa di più alle persone, rispetto al semplice risultato.
Devo ringraziare i miei genitori. Ci hanno sempre incoraggiato a concentrarci anche sulla scuola. Sia io che mia sorella stiamo ancora studiando. Attualmente frequento una scuola di design a Lione. Abbiamo sempre cercato di bilanciare entrambe le cose, sport e attività 'intellettuali'. Nello sport, quando compi 18 anni, cominciano ad arrivare sponsor e opportunità, e si comincia a pensare: “Forse dovrei dedicarmi al 100% a questo percorso”. I miei genitori, però, ci hanno sempre consigliato di avere un piano dopo la carriera sportiva, o di affiancarlo ad essa.
Il passaggio alla produzione visuale è avvenuto per caso, e l'ho seguito. Ho iniziato a sviluppare il mio lato artistico, imparando molto lungo la strada. Ho anche firmato un contratto con Arc'teryx, che si è rivelato un abbinamento perfetto. Hanno visto che ero bravo a gareggiare, ma mi hanno anche aiutato a sviluppare altri aspetti della mia personalità”

Prima della proiezione del film, ci è stato detto che questo racconto lirico è ispirato da un lutto che hai vissuto qualche anno fa. Quali versi della poesia che ci ha guidato lungo film hanno un significato particolare per te? E, dato che queste parole sono state ispirate anche dallo sci, puoi raccontarci come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto con questo sport?
“L'intera poesia è stata scritta pensando alla perdita di un grande amico e a tutto quello che ho passato, negli ultimi quattro anni, per questo motivo. Ho riflettuto su tante domande, ho vissuto momenti bui. La poesia è diventata un modo per riconnettermi con me stesso, per capire cosa sentissi dentro. Mi ponevo quesiti sulla vita, sul motivo per cui sciavo, sul perché avevo fatto determinate scelte, sul perché avevo deciso di fare quella linea, quel giorno, con lui. Tante domande, ma alla fine sono riuscito a trovare anche delle risposte. È stato un momento fondamentale. Ero, e sono ancora, profondamente triste, ma ora posso parlarne liberamente, è un qualcosa che fa parte di me. Mi spinge verso un futuro migliore.
Nel film non volevamo dare solo risposte, tantomeno raccontare la storia in modo pesante e triste. Speravamo che la poesia potesse offrire qualcosa in più. Ha facilitato, alle persone, la possibilità di entrare in contatto con noi: ci è sembrato uno strumento narrativo più leggero, più accessibile. Volevamo condividere la nostra storia in un modo che fosse semplice e aperto alla comprensione altrui.
Per quanto riguarda lo sci, è un tema interessante. Proprio ieri sera ci stavo pensando. Con i social media e tutte le informazioni che riceviamo ogni giorno, è facile perdersi in tutto questo. Quando vedo atleti che gareggiano, mi capita di chiedermi se sia il caso di tornare a farlo. Vedo anche molti altri sciatori, concentrati su lati più artistici ed emotivi. Onestamente, devo ammettere che a tratti mi è capitato di sentirmi sopraffatto: sono così tante le fonti d'ispirazione, così tanti video, così tante le immagini in giro... A volte mi sembrava troppo.
Ora, voglio ridurre tutto alla mia versione più semplice dello sci. Se dovessi riassumere la mia visione dello sci oggi, sarebbe questa: una danza con gli elementi e con le persone. Lo sci è come una danza con le montagne: cerco di capirle al meglio e di trovare l'armonia con ciò che le montagne offrono ogni giorno”.

Sei anche legato al design, e questo legame si evidenzia nella straordinaria bellezza delle tue composizioni visive. Dato il tuo background culturale, il tuo gusto e le tue conoscenze, cosa significa per te il legame con l'estetica di Arc'teryx? E come ci si sente a rappresentare questo brand sia in montagna, che sullo schermo?
“Come ho detto prima, non posso definire il mio legame con Arc'teryx come solo un 'caso', o come figlio di un preciso 'percorso' nella vita. A volte si incrociano persone, o avventure, e tutte le cose seguono un flusso. Forse avevo bisogno di approfondire il mio lato estetico e questa connessione mi ha davvero aiutato a esplorare e sviluppare questo lato. In fondo, ho sempre provato a cercare e trovare la bellezza in ogni momento, in ogni piccolo aspetto della vita.
Ho avuto la fortuna di avvicinarmi alla fotografia da giovane, grazie a mio padre, quindi ho sempre visto le cose attraverso una lente differente. È affascinante per me: a volte, in una scena ordinaria o banale, se cambi la prospettiva, se ti metti in una posizione diversa, è come se non ci fossi più. Le persone non possono vederti, ma tu puoi vivere il momento in un modo completamente nuovo.
Da quando ho perso il mio amico, mi sono concentrato sul riavvicinarmi al mondo che mi circonda. Ogni mattina cerco di trovare la bellezza in ogni momento, anche nelle cose più semplici. È ciò che mi spinge a perseguire questo tipo di approccio estetico: catturare e condividere la bellezza che vedo. Voglio mostrare alle persone qualcosa di bello, il meglio che posso offrire loro. Sto lavorando duramente per farlo, e spero che vengo apprezzato”






