Mind Your Roman Journey
I partecipanti alla 10ª Mind the Gap raccontano la speciale esperienza romana
“Roma non è una città come le altre. È un grande museo, un salotto da attraversare in punta di piedi”, sosteneva un mostro sacro della metropoli caput mundi come Alberto Sordi. Eppure, lo spirito sovversivo della Mind the Gap è riuscito a ribaltare le percezioni e i costumi, apparentemente immutabili, della Città Eterna.
Piedi che frullano su sampietrini. Traiettorie che tagliano vicoli dal vissuto millenario. Occhi che viaggiano tra checkpoint spirituali e viste sublimi. La X edizione dell’evento in grado di mettere in rima running urbano, gioco di società e alleycat race ha invaso le vibrazioni notturne romane, trasformando il centro storico capitolino in un tracciato disseminato di enigmi e fatica.
Al termine di quasi 10 chilometri di corsa frenetica e scelte strategiche, Didier Barontini e Hanna Bergström hanno tagliato il traguardo per primi, risolvendo a marce altissime l’escape room a cielo aperto di questa speciale versione MTG, delimitata dai cardi e decumani più celebri al mondo.
Abbiamo raccolto le loro parole e quelle di altri partecipanti, divisi tra runner locali, connessi alla galassia sociale Souplesse – organizzatrice dell’evento -, e rappresentanti della vasta community Runaway, giunti all’ombra di San Pietro da Milano, dove il concetto Mind the Gap è nato e maturato, per poi evolversi negli ultimi capitoli itineranti.



Didier Barontini – 1º classificato
“Mi ritengo romano, anche se i miei amici mi dicono che sono di Ostia, e vivere un evento del genere qui è stato fighissimo. Sono un fotografo, quindi giro spesso la città cercando i suoi angoli nascosti, ma non ci ho mai corso così, tantomeno di notte. Un’immagine che mi rimane è sicuramente la partenza, con tutti davanti a San Pietro. Poi, penso ad uno degli ultimi momenti della gara, quando ho guardato negli occhi i miei avversari e, senza avvisarli, ho girato a sinistra. Dovevano ancora recuperare le indicazioni finali, sono riuscito ad anticiparli. Mind the Gap è anche questo, tattica, non solo velocità. Ero venuto semplicemente per partecipare, a dire il vero mi volevo proporre come fotografo per l’evento, quindi diciamo che sono stato fortunato. Conoscevo pochissima gente e, nonostante questo, ho stretto amicizia con tutti. Non c’erano nemici durante la gara, è stato un evento divertente per l’intera community. Sono sicuro che sempre più persone ci vorranno partecipare”


Hanna Bergström – 1ª classificata
“Vivo a Roma, ma sono svedese, di Stoccolma. Ho conosciuto Souplesse recentemente e quando mi hanno chiesto di unirmi alla MTG ho subito accettato. Non sapevo di questo evento, né del suo particolare format. Sono partita pensando solo a correre il più velocemente possibile, durante la gara ho capito quanto la componente tattica fosse altrettanto essenziale. Ho imparato che devi stare attento e capire bene di chi puoi fidarti. A metà gara, per esempio, ho incrociato una mia amica romana e mi sono unita a lei. Arrivo dal mezzofondo, dove tutto è perfetto e controllato. Nella MTG, invece, non corri su piste ordinate. Penso che questo le conferisca un carattere unico. Allo stesso tempo, dimostra come chiunque possa inventarsi il proprio city trail. Correre per Roma ha cambiato le mie prospettive della città, mostrandomi quanto tutto, qui, sia in realtà piccolo e connesso. E di come si possa andare più veloci delle macchine usando le proprie gambe. Durante la gara ero ‘in the zone’, ma mi sono resa conto di quanto fosse strano e, contemporaneamente, divertente correre in mezzo a romani e turisti. Ora voglio provare le edizioni future e vivere la stessa esperienza in altre città”


Lorenzo Boero
“Sono arrivato da Milano, ma alla partenza mi ritenevo più fortunato di molti altri, perché nelle ultime settimane ho fatto un sacco di trasferte lavorative qui, e ho corso molto, girando anche queste zone di Roma. Certo, di notte è stato più complicato riconoscere quelli che pensavo essere i miei punti di riferimento, quindi mi sono anche affidato al caso e a una guida romana. Mi piacciono gare differenti da quelle standard, perché mettono in gioco tante variabili ed una dimensione di comunità, di amicizia. Lo scopo diventa ben altro rispetto alla semplice performance. Fare qualcosa insieme, cercare qualcosa insieme, così come supportarsi o, perché no, ingannarsi reciprocamente, crea dei momenti unici, distanti dall’agonismo fine a sé stesso. E Roma è un set unico per vivere qualcosa del genere. L’arrivo a Castel Sant’Angelo, passando dal ponte e avvicinandosi metro dopo metro, è stato incredibile... Mi pento solo di aver provato sulle mie gambe la salita di Villa Medici: il mio compagno romano mi aveva avvertito di una brutta pendenza, e si è rivelata tale. Fare il lungotevere, però, ti fa dimenticare presto di qualsiasi fatica”


Federica Beltrami
“Sono un’habitué, per me è la 9ª Mind the Gap su 10. Ogni volta è sempre tutto diverso. Ovvio, diventi sempre più scaltro, capisci come affrontare ogni imprevisto e crei abitudini che ti avvantaggiano sui ‘rookie’. Per me queste consapevolezze sono fondamentali, perché non sono fortissima, e l’esperienza aumenta le mie probabilità di vittoria. MTG non è solo velocità, è un insieme di tante altre cose... Se a Venezia abbiamo vissuto un’alba solitaria, qui abbiamo avuto a che fare con la Roma serale, che ti porta anche a dribblare aperitivi e turisti. Dopo qualche sguardo dubbioso, tutti finivano per tifare per noi. È stato surreale. Ero focalizzata sui checkpoint ma, ovviamente, la testa continuava a dirmi “guarda questo monumento, guarda quella piazza...”. Ho rischiato di perdere la concentrazione molte volte. Il tema ‘sacro’ del ‘Cercà Maria pe’ Roma’ è stato interessante, amo la personalizzazione tematica di ogni edizione MTG: ricordo ancora quella dedicata ai sexy shop milanesi... Spero di continuare la striscia, tornando la prossima edizione, ma non è mai detto che l’invito arrivi. Anche ad una fedelissima”


Lorenzo Santucci
“Avevo sentito i racconti dell’edizione Mind the Gap veneziana, mi avevano intrigato. Poi è arrivata qui. Correre per Roma è una delle cose più belle del mondo, specialmente di notte. E lo dico da romano che odia Roma. Il tema era molto bello, curiosamente ho parlato di qualcosa di analogo con il padre della mia ragazza poco tempo fa, pensando ad una run scandita dalle Basiliche di Roma. Quando ho capito che avrei dovuto usare le coordinate geografiche per raggiungere i checkpoint, ho pensato che mi sarei perso... Non sono bravo con le mappe, ma ce l’ho fatta. Questa Mind the Gap mi ha fatto pensare alla potenza del running: c’è un ovvio hype dietro questa dimensione sportiva, ma le persone che ho visto e conosciuto durante l’evento sono spinte da uno spirito vero, bello. Credo sia una cosa rara. Il momento più significativo è stato alla fine, dopo l’arrivo ci siamo detti “chi manca?”, e abbiamo aspettato tutti insieme gli ultimi, in un clima meraviglioso. Ora vorrei rivivere tutto questo a Milano”


Greta Cerea
“Sono arrivata da Milano, ma non avevo mai partecipato alla Mind the Gap. La mia prima volta è stata a Roma, ed è stato tutto molto bello, anche perché mi sono lasciata guidare da un amico romano: abbiamo fatto squadra. La partenza è stata stupenda, eravamo tutti a pochi metri da San Pietro... Io stavo decifrando le coordinate e ho visto tutti correre dalla parte opposta, mi sono detta “inizia a correre”. Correre tra i monumenti e gli scenari di Roma è un qualcosa di unico, ma devo anche ammettere che, tra i checkpoint, si è accesa la parte competitiva di me e ho spinto parecchio. Mi rode non essere riuscita a vincere, ma è stato emozionante vedere a quante persone piaccia davvero correre. Se sei qui, in fondo, è una questione di passione. Ora voglio l’invito per le prossime MTG: ho capito come gestirmi in una gara così particolare, e vorrei provare a vincere”


Mind the Gap e la Grande Bellezza
La decima edizione dello speciale evento marchiato Runaway ha abbracciato la Città Eterna e le sue tradizioni
Mind the Gap scrive X, celebrando lo storico, decimo anniversario nella città-patria della storia, della cultura e della bellezza italiana: la sempre abbacinante Roma. Nella placida notte capitolina, i partecipanti a questa caccia al tesoro applicata al running contemporaneo hanno ricercato Maria, uno dei simboli religiosi più celebrati e, allo stesso tempo, nascosti dalla texture urbana della Città Eterna. Dal fascino monumentale di Piazza San Pietro ai magici riflessi del Tevere, dal sacro al profano. La decima MTG è stata, come da tradizione, un’esperienza diversa, eppure uguale. Un nuovo capitolo che, pur rimanendo fedele al format teorizzato da Runaway e ai suoi pilastri fondativi, composti di frenetica competizione, consapevole strategia e profonda socialità, è riuscito ad evolvere ulteriormente la sua forma.
Ripercorriamo questa speciale serata supportata da Saucony, che ha permesso ai runner di testare in esclusiva le nuove Endorphin Pro 4 e Endorphin Speed 4, attraverso le voci di Dario Morelli, padrone di casa insieme alla crew multidimensionale di Souplesse, e Luca Podetti, creatore del format e rappresentante del nutrito gruppo milanese giunto a Roma per l’occasione. Le loro testimonianze sono accompagnate dalla nostra galleria visuale.








Dario Morelli - Souplesse
“Come Souplesse, avevamo avuto l’occasione di partecipare ad una Mind the Gap milanese, vivendo un’esperienza fantastica. Ci siamo goduti tutto: il viaggio, il pre-gara, la gara stessa, perfino le condizioni climatiche avverse... Da quel momento, abbiamo maturato la volontà di riproporre il format qui, nella nostra Roma. Quando è giunta l’opportunità, tutto era già molto chiaro nelle nostre menti. Il nostro scopo era mostrare e far vivere le parti più nascoste della città, regalando contemporaneamente la possibilità di toccare la grande bellezza del suo centro storico. Il tutto, mantenendo un’ovvia cifra agonistica di sottofondo.
Siamo partiti da un’espressione che ritenevamo perfetta: “Cercà Maria pe’ Roma”, ovvero cercare un ago in un pagliaio. A Roma, difatti, sono nascoste effigi, dipinti, altari votivi della Madonna in ogni dove. Tutto deriva dal passetto del Biscione, uno dei primi teatri dell’antica Roma, dov’è nascosta una di queste immagini, che è entrata a far parte dell’immaginario popolare. I checkpoint di quest’edizione, dunque, hanno seguito un fil-rouge identitario e, non a caso, l’arrivo è stato posto a breve distanza da Regina Coeli.
Abbiamo provato a ricreare l’usuale format MTG in toto, consapevoli di un altro lato fondamentale di quest’evento: la socialità. Nel nostro vissuto, MTG è stato un modo per conoscere nuove persone ed allargare la famiglia Souplesse, così come le sue amicizie. Volevamo accadesse lo stesso a Roma per i tanti partecipanti arrivati da fuori. Abbiamo sentito una bella energia, un’energia calda, alimentata anche dai tanti membri della nostra community che, pur non correndo, si rendono disponibili per ogni evento. Abbiamo vissuto l’intera organizzazione con un grosso senso di responsabilità, ed è stata una soddisfazione osservare così tante persone mentre inseguivano la nostra ‘visione’.
Speriamo che tutti abbiano sentito la nostra passione, oltre al nostro impegno, e che ne siano stati felici. Concludo parlando dei premi: come da tradizione MTG abbiamo, ovviamente, usato i sampietrini. Non potevamo che onorare i vincitori con i classici sampietrini ‘vietnamiti’, usati anche nelle edizioni milanesi, e con quelli romani, lunghi 18 centimetri e ben più corposi. I primi classificati hanno ricevuto quest’ultimi e, in aggiunta, un modellino di un imperatore con il pollice verso, i secondi un centurione, i terzi un soldato semplice: dei trofei kitsch ma catch, in linea con l’anima dell’evento e con la sua storia”





Luca Podetti – Mind the Gap founder/owner di Runaway Milano
“È stata un’edizione epica, ancora una volta. La genesi di Mind the Gap è ispirata ad una frase del folklore milanese, “Fa Balà L'Oeucc”, che vuol dire “Presta attenzione”; i ragazzi di Souplesse l’hanno declinata alla romana, pescando dai modi di dire popolari della capitale. In fondo, il format a checkpoint della Mind the Gap è un po’ questo, cercare un ago in un pagliaio...
Per me è stata un’edizione particolare per varie ragioni: da un lato, ammetto di non aver mai visitato veramente Roma prima di oggi e, dall’altro, celebrare il decimo anniversario di questo evento nella Città Eterna rende tutto, inevitabilmente, più significativo. Mi sono esaltato parecchio, come sempre, perché la cifra ‘illegale’ della MTG è eccitante per definizione, e perché Roma ha permesso ai partecipanti di affrontare una morfologia cittadina fatta di molte salite e pendenze, molto differente rispetto a quella canonica di Milano.
Mi emoziona anche il fatto che molti runner milanesi abbiano partecipato a questa MTG, unendosi al network locale di Souplesse. Questa è la componente più importante: il senso di condivisione. Mind the Gap non fa riferimento al negozio Runaway, ma alla nostra community. Le logiche commerciali sono di gran lunga in secondo piano. Siamo appagati dal fatto d’incidere sulla running culture italiana contemporanea, e siamo felici di vedere crew e atleti differenti, provenienti da zone geografiche altrettanto diverse, che si uniscono nel nome della MTG. È ciò che ci dà più soddisfazione.
Dopo aver vissuto le edizioni di Venezia e Roma, come prossimo passo torneremo a Milano, ma con l’idea e la volontà di continuare ad evolvere i nostri orizzonti. Abbiamo già pensato ad altre città storiche italiane che si presterebbero alla perfezione per questo format, come Firenze, per esempio, e stiamo valutando l’opportunità di portare MTG oltreconfine. Siamo già stati contattati da diverse realtà straniere, perfino americane. Non abbiamo ancora un’idea precisa, ma sicuramente in futuro continueremo e amplieremo il viaggio itinerante Mind the Gap”






























Cisalfa Sport e Special Olympics, l’inclusione sportiva ispira la società del futuro
Grazie a Cisalfa Sport siamo entrati nell’universo Special Olympics Italia, scoprendo l’inesauribile missione virtuosa di quest’associazione, e il valore illimitato dell’elemento sportivo
Non esistono confini tra il campo dello sport e quello della vita. Esistono principi, consapevolezze maturate sulla pista, così come sul parquet o in altri scenari sportivi, e riproposte nell’esistenza quotidiana. Sono insegnamenti universali, emozioni che si traducono in coraggio, in obiettivi apparentemente irrealizzabili, in forme d’indipendenza che solo il virtuoso meccanismo dell’inclusione attiva riesce ad innescare.
In questo intreccio di sforzo collettivo e sviluppo individuale risiede la missione di Special Olympics, e la visione Cisalfa Sport: un ‘match in heaven’, come lo definirebbero oltreoceano, nato un anno fa dalla volontà comune di sensibilizzare il più ampio pubblico possibile al valore sociale, oltre che atletico, dello sport unificato. Un impegno declinato in forme differenti, dalla fornitura di abbigliamento e divise al supporto di eventi su scala nazionale ed internazionale, ma plasmato e sospinto da un’immutabile matrice.
La matrice della “comunanza valoriale e della promozione di una cultura sportiva sempre più aperta e inclusiva”, afferma Alberto Fiasconaro, Direttore Marketing Cisalfa Group, “Lo sport crea benessere, questo è il nostro credo aziendale. Quindi, siamo decisamente orgogliosi di promuovere nel nostro quotidiano l’attività fisica a tutti i livelli, e in tutti gli ambiti della vita”. “Per questo abbiamo intrapreso un percorso di diffusione della cultura dello sport”, continua Fiasconaro, “Un percorso che va oltre la vendita o la commercializzazione di prodotti per praticarlo, ma che significa diffondere i principi e le responsabilità che ne scaturiscono. Per sé stessi e per gli altri. Da ciò deriva la decisione di connetterci a Special Olympics”.
Un’azienda leader per un’associazione leader, dunque, che da oltre mezzo secolo riesce nella duplice impresa di modificare paradigmi sportivi e sociali, arrivando spesso, addirittura, a cambiare intere vite.








“Il movimento è stato fondato nel 1968”, racconta Alessandra Palazzotti, Direttore Nazionale Special Olympics, “Special Olympics è nato dall’esigenza della famiglia Kennedy e dalla visione specifica di Eunice Kennedy Shriver. Sua sorella Rosemary aveva una disabilità intellettiva. Dopo aver preso atto dell’effetto positivo che il gioco e lo sport avevano su di lei, Eunice ha deciso di creare nuove opportunità per persone con disabilità fisico-intellettive. All’epoca, molte tra loro venivano rinchiuse in istituti-lager, dove erano costrette a vivere in condizioni terribili. In quel tipo di contesto storico, Eunice Kennedy Shriver ha raccolto un comitato scientifico e ha lanciato un progetto che in oltre mezzo secolo è riuscito ad attecchire in 200 Paesi. In Italia è presente dal lontano 1983...”.
E la presenza di Special Olympics tocca concretamente la società su vari livelli, costituendo un mosaico ideale fatto di atleti, allenatori e volontari, dove tutto differisce dall’assistenzialismo, concentrandosi sulla giusta, vera competizione e, allo stesso tempo, sul naturale apprendimento individuale e collettivo. Un mosaico supportato dalla sensibilità di partner come Cisalfa Sport, che nel vasto spettro Special Olympics, e del suo tessuto umano privato di limiti e barriere, vede l’Italia del futuro.
Per comprendere il futuro partiamo dal presente, dalla voce di chi sta investendo le proprie energie, il proprio pensiero e i propri ideali in una prospettiva che ha già rivoluzionato il mondo, ma non può e non vuole fermarsi ai già eccezionali step raggiunti. Sono le parole di Alberto Fiasconaro, Direttore Marketing Cisalfa Group, Alessandra Palazzotti, Direttore Nazionale Special Olympics, Alessandra Sanna, Coordinatore Nazionale Atletica e Coach Special Olympics, e Marco Petrozzi, Coordinatore Nazionale Pallacanestro e Coach Special Olympics. Le loro testimonianze e la nostra speciale galleria fotografica dedicata ad alcuni atleti Special Olympics (divisi tra atletica e basket) ci permettono di comprendere il valore dell’esperienza Special Olympics, ma anche i paradigmi e i capisaldi universali di quest’associazione.








IL SUPPORTO. La filosofia Special Olympics non potrebbe incidere sul territorio, specie su quello italiano, senza il sostegno di realtà affini a livello valoriale. La sinergia con Cisalfa Sport è la dimostrazione di una partnership che da un lato permette l’organizzazione di eventi di portata nazionale ed internazionale, crocevia essenziali per l’intero operato dell’associazione, e dall’altro certifica il suo ruolo nella società, condividendone ideali e propositi.
“Il concetto alla base del rapporto tra Special Olympics e Cisalfa Sport è quello di fare realmente squadra insieme. Cisalfa ci dà la possibilità di fare cose che mai avremmo pensato di poter fare, ci supporta economicamente, certo, ma è altrettanto importante il loro sostegno umano. Parlo di spirito di squadra perché non potrei definire in altro modo ciò che si è venuto a creare tra noi. Non siamo mai stati interessati a sponsorizzazioni prive di significato, vogliamo fare un percorso insieme alle realtà che ci sostengono, vogliamo raggiungere obiettivi comuni, perché crediamo che sinergie di questo tipo possano aiutare a cambiare la società” – Alessandra Palazzotti, Direttore Nazionale Special Olympics
“Cisalfa è una realtà sportiva presente su tutto il territorio, il fatto che si rivolga agli atleti Special Olympics, soprattutto che li tratti in quanto tali, è fondamentale. È un supporto notevole, che si traduce in partecipazioni congiunte agli eventi, come accaduto, per esempio, in occasione della Maratona di Milano, dove i nostri atleti hanno gareggiato per e insieme al team Cisalfa nella staffetta. Questi momenti fanno sentire i nostri atleti importanti. Lo stesso vale per il supporto tecnico, è una dinamica gratificante per noi e per gli atleti stessi” – Alessandra Sanna, Coordinatore Nazionale Atletica e Coach Special Olympics
“Cisalfa Sport ci ha dimostrato in questi anni di aver bene a mente il peso che può avere lo sport come strumento d’inclusione sociale. Spesso le grandi realtà imprenditoriali si prendono cura del bilancio economico-aziendale, ma trovo sia altrettanto importante il bilancio sociale. L’interesse di Cisalfa nei confronti dello sport declinato nella disabilità consente al movimento Special Olympics Italia di crescere, e la crescita del movimento è sinonimo di crescita culturale sul territorio nazionale” – Marco Petrozzi, Coordinatore Nazionale Pallacanestro e Coach Special Olympics
“Siamo partiti dai valori Cisalfa Sport, dai principi che sentiamo nostri, e che vogliamo rappresentare. Abbiamo un credo aziendale: il benessere nasce dallo sport. Nel nostro quotidiano ci impegniamo nel promuovere l’attività fisica e sportiva a tutti i livelli, cercando allo stesso tempo di creare opportunità per tutti. Essendo leader nella vendita di articoli sportivi nel mercato italiano, siamo anche ben consapevoli del fatto che possiamo avere un ruolo e un impatto positivo, ovvero valoriale, sul panorama sportivo e non del Paese. Il legame con Special Olympics nasce da queste consapevolezze, e dal desiderio di elevare lo sport come catalizzatore di cambiamento e inclusione. Perché, come insegna Special Olympics, si gioca tutti insieme nel campo dello sport come nel campo della vita, e noi siamo orgogliosi di veicolare questo concetto” – Alberto Fiasconaro, Direttore Marketing Cisalfa Group








IL SIGNIFICATO. Lo sport unificato Special Olympics va oltre il canonico, drammaticamente stereotipato, senso dell’attività fisica, divenendo sinonimo di opportunità. Opportunità di trasferire esperienze di pista o di campo nel vasto scenario della vita, di farne tesoro, crescendo come esseri umani, prima che come atleti, mostrando a sé stessi e, contemporaneamente, alla società, che è possibile ed auspicabile una cultura votata all’inclusione. Ed è altrettanto possibile ispirare un cambiamento globale di prospettive.
“Essere un coach Special Olympics per me equivale a rimettersi in gioco sempre. Ogni allenamento, ogni evento è una scoperta, devi continuamente reinventarti e trovare soluzioni per permettere agli atleti di competere serenamente. Loro sono i primi a rimettersi in gioco, li ammiro molto per questo. Entrare in contatto con gli atleti Special Olympics mi ha permesso di riscoprire lo sport: vedere la gioia nella pratica mi ha ridato la luce. Gli atleti affidano il loro genuino agonismo a me, e questa dinamica mi fa provare emozioni indescrivibili. Quando sto con loro sento tanta responsabilità, ma vengo sempre arricchita. Sono atleti fatti e finiti, che tratto come tali, alcuni arrivano addirittura a correre la mezza maratona in 1h21m, ma sono sempre pronti a girarsi e ad aspettare l’altro, e a cercare di migliorarsi. Non si arrendono, non si stancano mai. È fantastico” - Alessandra Sanna, Coordinatore Nazionale Atletica e Coach Special Olympics
“Come coach mi sento un punto di riferimento, non tanto da un punto di vista sportivo e tecnico, quanto, soprattutto, da un punto di vista umano. Definisco il mio ruolo con una parola, accogliere. È quello che fanno tutti i giorni gli atleti, con me, in palestra. Riescono ad accogliermi senza giudicarmi o valutarmi. Senza filtri o sovrastrutture. Nel mio piccolo, provo a fare lo stesso con loro, a far emergere il loro punti di forza e le loro qualità. Mi sono letteralmente innamorato di questo mondo fin dal primo momento, ha un’attrattiva unica, tutti se la giocano con tutti e osservo quotidianamente i miei atleti crescere come sportivi, certo, ma anche come esseri umani, come persone. Autonomia, autosufficienza, autoconsapevolezza... Questi sono strumenti che alleniamo tre volte alla settimana in palestra, e la domenica in partita. Il contributo mio e degli altri allenatori è infinitesimale, ed è incredibile poter essere testimoni di questo percorso di crescita” – Marco Petrozzi, Coordinatore Nazionale Pallacanestro e Coach Special Olympics
“È un onore essere al fianco di Special Olympics, dei suoi atleti e delle loro famiglie. Il significato della nostra sinergia sta anche nella possibilità d’imparare determinate dinamiche che fanno parte della loro quotidianità. Vivere al loro fianco le difficoltà, le sfide che affrontano, ci permette, costantemente, di comprendere il valore tangibile che lo sport ha su intere vite. Lo sport insegna a cadere, a fallire, e a rialzarsi. A cambiare in senso positivo. Crescere sportivamente coincide con il crescere personalmente, e questo per Cisalfa Sport è un caposaldo essenziale” - Alberto Fiasconaro, Direttore Marketing Cisalfa Group






L’ESPERIENZA. Lo sport come maestro di vita, in questa definizione si trova il DNA Special Olympics: un codice genetico, atletico e sociale trasmesso attraverso l’esempio. Un messaggio decifrabile da chiunque, in grado di stravolgere la percezione della realtà, aprendola ad un futuro migliore, dove non sono i limiti, ma le potenzialità e le abilità di ognuno a contare. Consapevolezze maturate azione dopo azione. Contatto dopo contatto. Parola dopo parola. Come un significativo testamento in costante aggiornamento.
“Mio padre è stato uno dei pionieri del programma Special Olympics in Italia, e me l’ha fatto conoscere come volontaria. Nel momento in cui tocchi con mano questa realtà, non riesci più ad allontanarti. Nel mio caso, ho vissuto un’esperienza meravigliosa durante una gara di nuoto, che mi ha segnato indelebilmente. Un atleta è arrivato a bordo vasca, era teso per il pubblico e per la distanza dal suo allenatore, e non voleva entrare in acqua. Io ero, per l’appunto, volontaria, e avrei dovuto accompagnarlo ai blocchi di partenza. Mi sono avvicinata, gli ho detto che l’avrei seguito da bordo vasca per tutta la gara, e lui ha accettato. Ogni bracciata ha controllato che fossi lì, ed è riuscito a vincere. Abbiamo festeggiato insieme e, quando è salito sul podio, ha voluto che lo premiassi io... Questo esempio rappresenta esattamente quello che è il cuore, l’anima di Special Olympics” - Alessandra Palazzotti, Direttore Nazionale Special Olympics
“La crescita umana degli atleti Special Olympics avviene soprattutto in occasione degli eventi nazionali e internazionali, quando viaggiano solo con i propri compagni e allenatori. Ogni volta tornano a casa cresciuti, più autonomi. Vi faccio un esempio, ho portato un’atleta a Dubai, per una competizione internazionale. È una ragazza autistica e prima della partenza era particolarmente in ansia, era molto tesa, perché sarebbe dovuta stare lontana dalla sua famiglia per alcuni giorni. All’arrivo non riuscivamo a contattare sua madre, perché la rete non funzionava. Dopo qualche ora, la situazione si è sbloccata, così l’ho raggiunta in una sala comune, dove stava parlando con altri atleti, dicendole che finalmente avrebbe potuto chiamare a casa. Mi ha risposto che in quel momento non poteva farlo, perché era impegnata. Così ho scritto un messaggio, riportando quanto mi era stato detto. Dopo pochi secondi, la madre mi ha risposto, dicendomi che aspettava un messaggio simile da 19 anni. È stato bellissimo” - Alessandra Sanna, Coordinatore Nazionale Atletica e Coach Special Olympics
“Nel 2000 ho visto per la prima volta il basket Special Olympics, e sono stato abbagliato da quell’esperienza. Amo la pallacanestro, sono stato un giocatore mediocre e per molti anni sono stato allenatore federale. Con Special Olympics ho trovato un mondo diverso, dove tutti vengono accolti indipendentemente dalle loro capacità. Uno dei problemi più grandi della pallacanestro in Italia è il tasso altissimo di abbandono precoce dell’attività. In Special Olympics, nessuno viene escluso o viene messo nelle condizioni di farlo, tutti hanno l’opportunità di giocare con atleti e squadre dello stesso livello. Per diventare una squadra vincente, qui, non basta avere giocatori che ‘risolvono le partite’, bisogna curare e alimentare le dinamiche interne al gruppo, i suoi equilibri. Per riuscirci, devo gestire le mie emozioni, oltre a quelle degli altri. Questo non vuol dire che non mi commuova durante gli eventi o in determinate occasioni...” - Marco Petrozzi, Coordinatore Nazionale Pallacanestro e Coach Special Olympics
“Ho avuto modo di giocare a calcio insieme agli atleti Special Olympics. Mi sono divertito, ho provato sulla mia pelle i valori veicolati dall’associazione, così come i suoi fini sociali, e ho anche provato sulle mie gambe, sui miei stinchi, il fatto che si giochi veramente a calcio. Non c’è nessuna differenza, c’è fatica, dolore, sudore. È stato un momento divertente, di vero sport, che ho replicato ultimamente, in occasione di una run-walk organizzata in sinergia con Special Olympics al Festival dello Sport di Trento” – Alberto Fiasconaro, Direttore Marketing Cisalfa Group








LA VITTORIA. Che io possa vincere, ma se non riuscissi, che io possa tentare con tutte le mie forze. Nel giuramento degli atleti Special Olympics è insita l’essenza della visione stessa dell’associazione, secondo cui la vittoria non sta nel superficiale dato sportivo, quanto nell’inquantificabile effetto che ogni allenamento ed ogni evento hanno sulla dimensione personale di ogni atleta, e non solo. Il massimo sforzo sul campo, spiega la visione di Special Olympics, conduce ad una vittoria nella vita, una vittoria per l’intera società.
“Nelle nostre gare premiamo tutti. Il concetto che trasmettiamo è quello che arrivare ad una gara equivale, di fatto, ad aver già raggiunto una medaglia preziosa, ad aver superato una lunga serie di barriere solo attraverso l’impegno. E l’impegno deve essere premiato. Nell’universo Special Olympics, poi, l’idea di competizione assume molte forme. Mi è capitato, per esempio, di assistere ad una gara di atletica in cui un atleta è caduto, ed è stato rialzato da un suo avversario che poteva arrivare primo. Sono arrivati ultimo e penultimo, ma sono stati celebrati da tutti. Se spostiamo questo ragionamento sul piano scolastico, è chiaro come questo approccio allo sport possa aiutare le nuove generazioni. Noi educhiamo all’impegno, non alla competizione sfrenata e all’ossessiva ricerca del risultato” – Alessandra Palazzotti, Direttore Nazionale Special Olympics
“Il messaggio che vogliamo trasmettere è che sicuramente è bello vincere, perché è impossibile dire il contrario, ma la vittoria sta in molto più di un primo posto. La vittoria sta nell’ottenere il miglior risultato, nella preparazione, nella possibilità di avere sempre una nuova possibilità, anche se si sbaglia una gara... Ogni allenamento, ogni evento sono possibilità per migliorarsi, per superare le paure e imparare: questa è la vera vittoria. Superare gli ostacoli nell’atto sportivo serve poi a superare quelli della vita quotidiana. Maturare la consapevolezza che l’impegno, di per sé, è un grandissimo successo, porta ad evolvere gli atleti Special Olympics nell’approccio alla vita intera.” – Alessandra Sanna, Coordinatore Nazionale Atletica e Coach Special Olympics
“La vittoria, in Special Olympics, è ben più di migliorare la propria posizione in classifica. Se aiutiamo un atleta ad aumentare la propria autonomia, a migliorare il senso di autoefficienza, a prendere coscienza del fatto che i miglioramenti in palestra possono essere trasposti anche nell’approccio alla vita quotidiana, allora abbiamo vinto. È una vittoria in senso lato. Il successo sta tanto nel miglioramento del terzo tempo, o della meccanica di tiro, quanto nella gestione di dinamiche sociali e individuali che prima non l’atleta non sarebbe stato in grado di gestire” - Marco Petrozzi, Coordinatore Nazionale Pallacanestro e Coach Special Olympics



Credits
Un silenzio dai mille significati, Esplora e la Mongolia
Grazie a Briko, scopriamo l’ultima esperienza di Esplora in uno dei più suggestivi Paesi asiatici
"Тэнгэр эхийн тэврэлт мэт, түүний доорх бүх зүйлийг бүрхэв". "Il cielo, come l'abbraccio di una madre, copre tutto ciò che sta sotto di esso". Un antico proverbio mongolo introduce il più recente capitolo dell’odissea contemporanea Esplora. L’ennesima epopea volontaria e organizzata, vissuta attraverso l’arte fisica e sociale, oltre che primordiale, del bikepacking, e ispirata dall’incessante desiderio di aggiungere nuove visioni e consapevolezze ad un progetto che parte dalla creatività outdoor italiana, per ramificarsi nelle infinite bellezze del globo.
Giunto al quinto anno della sua maturazione, Esplora ha celebrato questo significativo traguardo elevando un concetto insito nella propria identità, il nomadismo. Per farlo, ha portato un team ristretto di 3 persone (Marco Ricci e Davide Ciarletta, co-founder di Esplora, e Giuseppe Papa, esperto compagno di viaggio già coinvolto lungo le rotte nepalesi) nello Stato-maestro di questo regime di vita, la Mongolia, il selvaggio paradiso asiatico dove il 30% della popolazione non ha dimora fissa per scelta e vive errando, sospeso tra ataviche forme d’allevamento, orizzonti di steppe e un infinito, impareggiabile firmamento.
Un viaggio che non sarebbe stato possibile senza il supporto di Briko, partner ormai di lunga data della moderna filosofia odeporica Esplora. Un viaggio che ripercorriamo attraverso la testimonianza di Davide Ciarletta e la gallery visuale catturata dalle, come sempre, evocative lenti Esplora.




DI STEPPE, CONTAMINAZIONI E TRADIZIONI
“Siamo partiti dalla capitale, Ulaanbaatar. Lì, abbiamo avuto modo di analizzare tutte le influenze storiche di questo Paese: il retaggio stilistico e architettonico sovietico, il legame commerciale contemporaneo con Russia e Cina... Davanti ai nostri occhi si alternavano giganteschi palazzi cubitali, fabbriche a carbone, monasteri buddisti, scenari caotici, popolati di mercati e bazar. Poi, abbiamo attraversato diagonalmente la Mongolia, dirigendoci verso il Lago Khuvsgul, al confine con la Russia. Abbiamo pedalato per 20 giorni, coprendo circa 1200 chilometri tra difficoltà meteorologiche (vento e neve su tutte) e strade sterrate. È stata un’esperienza di bikepacking, non di Ultracycling, quindi molte energie sono state inevitabilmente spese per trovare un luogo in cui dormire, o reperire acqua e cibo...
Andare oltre gli 80 chilometri al giorno era praticamente impossibile, anche per via del paesaggio collinare, fatto di continui dislivelli. Una volta giunti nella zona meridionale del lago, abbiamo provato a costeggiarlo lungo l’unica strada che lo cinge su un lato. Dopo qualche chilometro, però, siamo stati respinti da dune di sabbia che si perdevano a vista d’occhio. Era una situazione surreale: davanti a noi, all’orizzonte, vedevamo ergersi i profili delle montagne, ai nostri lati comparivano invece il lago e le classiche steppe. Solo moto e camion riuscivano a superare quelle dune, quindi abbiamo deciso di concludere il nostro viaggio con quest’immagine unica...”




UN SILENZIO RUMOROSO, UNA TERRA DI CONTRASTI
“È stata un’esperienza che mi piace definire attraverso un concetto prezioso, il silenzio. La Mongolia è una terra di silenzi forti, e di contrasti, dove il senso di desolazione combacia con quello di magnificenza. Sei solo, ma ti senti parte di tutto. Il silenzio diventa un altro linguaggio: il suono del vento, l’acqua che scorre, le mucche che pascolano, gli alberi che si agitano, perfino il respiro, che aumenta il proprio ritmo in concomitanza con l’aumentare della fatica... È la vita che si manifesta in tutta la sua purezza, nella sua forma più semplice. Avevamo la sensazione che le nostre orecchie fossero state liberate dai codici e dagli stimoli usuali, tornando a captare le sottili vibrazioni dell’universo.
Abbiamo vissuto emozioni uniche, prodotte da centinaia e centinaia di chilometri di paesaggi senza fine. Abbiamo visto condor volare sopra carcasse di animali, incrociato un puledro che veniva aiutato, dalla propria madre, a fuggire dalla presenza delle nostre biciclette... Sono scene di luoghi primordiali, abitati da nutrite mandrie di cavalli selvaggi, moltissime capre, 35 milioni circa, e nomadi, esseri umani che vivono, letteralmente, nella natura. Se il Nepal ci aveva mostrato il suo lato selvaggio, la Mongolia si è spinta ancora più in là”




IL NOMADISMO È UN CODICE LINGUISTICO
“Abbiamo incrociato la vita reale di questi uomini con gli stivali, che vivono da soli con i propri cavalli, pascolando capre o mucche. Sono nomadi nel vero senso della parola. Siamo stati ospitati nella yurta, o gher, come viene chiamata: un alloggio mobile tipico di questo Paese e dei suoi nomadi. La sua struttura ha un buco, nella parte superiore, che permette di guardare il cielo. In Mongolia sembra di essere costantemente sotto una brillante cupola che muta colore, spaziando tra sfumature di blu e verde. I nomadi sono molto ospitali, ma sono anche abituati all’isolamento, e la barriera linguistica rende le comunicazioni ancora più difficili. Hanno compreso che anche noi, a modo nostro, eravamo dei nomadi. Io mi sento tale, in relazione a tutte le esperienze che sto vivendo con Esplora. La scena più significativa è avvenuta con una famiglia nomade. Dopo essere stati aiutati da loro, abbiamo condiviso del tempo disegnando insieme, sembrava ci stessimo relazionando mediante delle pitture rupestri, differenti per forme e significati. Quei disegni erano una forma di linguaggio, ed erano figli dei nostri differenti percorsi di vita. Siamo stati toccati da quei momenti”




UN SUPPORTO MULTIDIMENSIONALE, BRIKO
“Va sicuramente riconosciuto il fatto che il progetto-Mongolia non sarebbe stato realizzabile senza il supporto di Briko. La nostra connessione si è ormai sviluppata nel tempo, e ci sta permettendo sempre più di sperimentare, aprendoci anche ad altri tipi di viaggi ed esperienze. Da un punto di vista tecnico, in Mongolia abbiamo avuto a disposizione la collezione Gravel, nella linea BLOWN. Siamo stati aiutati, in particolare, dal casco AeroPlus, solido e aderente, di facile gestione. Lo stesso vale per la blount jersey e per l’occhiale STARLIGHT 2.0, sia nella versione con lente polarizzata che photocromatica, fondamentali nei momenti di transizione luce-ombra, specie nei picchi di alba e tramonto. Avere due lenti complementariè fondamentale durante il bikepacking. In generale, i prodotti che abbiamo utilizzato sono stati estremamente funzionali anche perché occupavano poco spazio, permettendoci di viaggiare leggeri. Una caratteristica non di poco conto per questa tipologia di viaggio.”
"Ora stiamo pensando a come evolvere ulteriormente questa bella sinergia, a breve selezioneremo nuovi obiettivi comuni, per poi svilupparli e pianificarli insieme”




Non è un mondo per soli uomini - F.C. Como Women
Abbiamo avuto il piacere di parlare con Ines Rovira, Creative Director del Como Women FC.
Il suo percorso parte da Barcellona, attraversa il mondo della moda e approda, quasi per caso, nel calcio femminile, portandosi dietro un sogno di cambiamento e innovazione. Ines ci ha raccontato di come il cuore l'abbia guidata verso Como, spinta dal desiderio di trasformare non solo l'immagine di un club, ma l'intero panorama calcistico femminile. Con una sensibilità innata per la creatività e un mindset basato sulla profonda dedizione, Ines ci ha svelato come intenda creare una nuova identità per il Beautiful Game: un'identità fatta di moda, attenzione per il design, empowerment femminile a 360º e storytelling in grado di costruire un legame emotivo tra squadra e tifosi.
La sua visione è una poesia che unisce lo sport e la bellezza, l'azione e l'ispirazione.



Può parlarci un po' del tuo percorso personale e di come sei arrivata ad essere Creative Director del Como Women? Cosa ti ha spinto a ricoprire questo ruolo?
“Il mio percorso è iniziato al di fuori del settore del calcio. Sono originaria di Barcellona e, fin da piccola, ho sempre saputo di voler lavorare nel mondo creativo e della moda. Ho studiato fashion design e grazie a questo sono riuscita a collaborare in vari progetti di moda e cultura. A 19 anni, ho ricevuto un'opportunità incredibile: Nike mi ha contattata per collaborare come art director. È stata una scommessa audace da parte loro, che mi ha fatto trascorrere tre anni straordinari lavorando su progetti stimolanti.”
“A 21 anni ho deciso di trasferirmi a Milano, lasciando tutto alle spalle: gli studi, un lavoro appagante, le persone a me care e tutte le mie certezze. Sentivo che era il momento giusto per ‘tentare la fortuna’ in una città che potesse offrirmi maggiori stimoli e opportunità di crescita. Sono arrivata a Milano senza parlare italiano, senza conoscere nessuno e senza un lavoro, ma con un grande sogno. Dopo sei anni, ho avuto la possibilità di collaborare con brand del lusso e progetti internazionali come per Moschino, Etro, Tommy Hilfiger, Ferragamo e altri, come freelance art director e creative content strategist.”
“Un giorno di un paio di mesi fa ho scoperto Mercury/13, la loro missione e la loro prima acquisizione, l’F.C. Como Women, e ho sentito un impulso irresistibile a contattarli. Così, ho preso l'iniziativa di offrire il mio supporto. Da quel momento è nata una conversazione con Victoire Cogevina, CEO di Mercury/13, che mi ha successivamente offerto l'opportunità di diventare la Creative Director del club. È stato un colpo di fulmine: non cercavo attivamente questa posizione, ma ci siamo trovati subito in forte sintonia. Ho percepito dentro di me un crescente interesse verso il calcio femminile e ho compreso che potevo apportare un contributo significativo, integrando strategie di marketing, comunicazione e l'estetica della moda in questo ambito. Scoprire che questo ruolo rappresenta la prima direzione creativa in una squadra di calcio femminile a livello mondiale, come sottolineato da Daniel Yaw su BOF, ha reso tutto ancora più speciale.”

Il panorama del calcio femminile in Italia è cresciuto ultimamente, ma ci sono ancora molte sfide da fronteggiare. Come valuti la sua evoluzione e il suo stato dell'arte?
"I numeri relativi alla partita tra Roma e Juventus della scorsa domenica hanno dimostrato un’evoluzione estremamente positiva: 432.000 spettatori su Rai2 e 830.000 visualizzazioni totali sui social in sole 24 ore. Questi dati dimostrano che l'interesse c'è ed è in crescita. Credo fermamente che il calcio femminile debba costruirsi un percorso autonomo, senza dover rispecchiare quello maschile. C'è un enorme potenziale di pubblico femminile che potrebbe avvicinarsi al calcio, se venisse proposto ad esso un approccio nuovo e coinvolgente.”
“Il F.C. Como Women è una delle sole due squadre indipendenti, ovvero solo femminili, in Italia, il che significa che il club crede al 100% nel calcio femminile. Tutte le energie e le risorse sono dedicate al miglioramento delle atlete, anche se ciò comporta non avere le stesse strutture e risorse dei club maschili.”
“Per me, il calcio femminile è un riflesso della società. In un Paese come l'Italia, c'è molto lavoro da fare, ma sento che il mio impegno con il Como e nel calcio femminile rappresenta un modo per contribuire a un cambiamento sociale. Dare il giusto riconoscimento a questo sport significa dare il giusto valore al ruolo che le donne meritano anche all’interno della società.”
“La nostra squadra è sempre stata solo femminile dalla fondazione. Non siamo legate alla squadra maschile di Como, ovviamente non abbiamo lo stesso livello di strutture, e non giochiamo a Como. Per essere una realtà nata da poco, abbiamo fatto tanto, ma mancano ancora molte cose. Questo è solo un inizio. Stiamo costruendo una palestra, perché le giocatrici non ne avevano una a disposizione. Nello stadio in cui giochiamo non c'era neanche l’acqua calda, fino all'anno scorso… Stiamo investendo su diverse cose che per noi significano in primis dignità. Sono inoltre molto entusiasta del fatto che nel nostro club abbiamo anche le squadre giovanili, stiamo creando un ambiente sicuro in cui le ragazze possono giocare con coetanee e sognare di diventare calciatrici professioniste, seguendo modelli di riferimento come le calciatrici di Serie A: fattore che le nostre giocatrici della prima squadra non avevano, quando erano giovani. Sono fiduciosa per un futuro migliore.”



La strategia di marketing e comunicazione del Como Women è stata riconosciuta come una delle più innovative e di successo. Puoi illustrarci il processo creativo che la caratterizza? Quali sono i valori e la visione che hai voluto portane nel club?
“Ho la sensazione che siamo solo all'inizio di un percorso entusiasmante; in effetti, non abbiamo ancora veramente iniziato. Per me, il processo creativo consiste nel vedere questo club non solo come una squadra di calcio, ma come un'aspirazione che va oltre il calcio stesso. Vogliamo costruire un brand che ci avvicini ai nostri fan in modo diverso, senza limitarci a un focus esclusivamente sportivo.”
“Immagino il Como Women come una combinazione tra un brand di moda di lusso, una piattaforma attivista e un hub di intrattenimento. Lo vedo come un ambiente in cui coesistono diverse realtà, unite nel diffondere un messaggio significativo. Questo approccio ci aiuta a costruire una nuova fan base, destinata sicuramente a crescere attraverso media e strategie innovative.”
"Il lancio del nuovo branding avvenuto a metà luglio è stato fondamentale per segnare un prima e un dopo, e per comunicare chiaramente il nostro manifesto: ‘We belong here’. Abbiamo creato un’immagine che non è quella scontata di una squadra di calcio, ma che punta a un pubblico attento all'estetica e al design, così come a tematiche connesse all'empowerment femminile.”
“Ciò che mi entusiasma di più è che c'è ancora così tanto da esplorare nel mondo del calcio femminile, il che rende facile innovare senza essere influenzati dalle pratiche consolidate, come accade nella moda, dove sembra che sia "già tutto inventato" o overcrowded.”


Lo storytelling è fondamentale nella comunicazione di oggi. Quali sono alcuni degli elementi chiave o delle tecniche su cui vi siete concentrati per entrare in contatto con i tifosi, i media e le comunità calcistiche? Ci sono particolari tendenze creative o di marketing che state esplorando?
“Credo fermamente che lo storytelling sia al centro di tutto ciò che facciamo. Non si tratta solo di calcio, è un modo per trasmettere emozioni, valori e il senso di comunità che circonda il nostro club. Stiamo esplorando modalità digitali innovative per coinvolgere la comunità, creando esperienze che guardano al futuro. In particolare, vedo piattaforme come Twitch, utilizzate da realtà come Kings of Leagues, come il futuro dell'approccio alla TV e al consumo sportivo. Non si è più solo spettatori, ma si ha la possibilità di partecipare attivamente attraverso chat e interazioni. Questa forma di coinvolgimento crea un'esperienza più dinamica e trasforma il pubblico in una community attiva che interagisce direttamente con noi, anche a livello internazionale.”
“Siamo consapevoli che le donne seguono un club non solo per le prestazioni, ma anche per i valori e le convinzioni comuni che rappresenta. È davvero potente avere fan che, anche se non possono venire a vedere le partite, ci sostengono per la nostra missione. È quindi essenziale connettersi con loro attraverso storie autentiche e i valori che incarnano.”
“Al Como Women puntiamo sul raggiungere un pubblico giovane e aperto di mentalità, che abbracci rapidamente il nostro progetto sulla base sia di una passione per lo sport, che di un allineamento valoriale. Allo stesso tempo, vogliamo coinvolgere anche donne più mature che, forse, sono cresciute pensando che il calcio non potesse essere per loro. È fondamentale far capire che il calcio non è solo per gli uomini, che c’è un modo diverso di giocare e vivere il calcio, e che c'è spazio per tutte noi in questo mondo.”
“Il nostro obiettivo è costruire un'identità che vada oltre il football, facendo di F.C. Como Women un simbolo di empowerment e cambiamento positivo. Attraverso il nostro approccio narrativo, speriamo di ispirare non solo i nostri fan, ma anche la prossima generazione di atlete e sostenitrici.”



In prospettiva, quali sono i tuoi obiettivi a lungo termine per Como Women dal punto di vista del branding e della comunicazione? Cosa intendi realizzare nei prossimi anni?
“Guardando al futuro, uno dei miei obiettivi principali è far crescere la community di F.C. Como Women, sia a livello nazionale che internazionale. Aspiro a vedere il calcio femminile diventare un argomento di conversazione alla pari del calcio maschile nelle discussioni globali. Immagino, un giorno, di vedere il nostro stadio riempirsi come quello di una squadra maschile, magari con una nuova arena progettata con un'attenzione particolare per le donne: sedili più comodi, una varietà di opzioni per il comfort e un'esperienza che sia accogliente e sicura per tutti, indipendentemente dal genere.”
“In definitiva, il mio entusiasmo per i prossimi anni è alimentato dalla possibilità di trasformare il calcio femminile in un movimento ancora più forte, portando il nostro club e la nostra missione nel cuore delle persone.”
“Vorrei sviluppare un merchandising straordinario, così da portare il nostro branding anche per le strade, facendo sì che F.C. Como Women diventi un simbolo riconosciuto ovunque. A mio avviso, il fashion influenza molto questo processo. È anche la ragione per cui ho contattato Mercury/13 e dimostrato il mio interesse. Ho percepito che il legame con il mondo della moda aveva molto senso in questo club. Como è un posto meraviglioso, che io amo; è molto elegante, ha molta classe, ha interesse per il lusso, ha un posizionamente ben definito, si trova vicino a Milano, una città storica per la moda mondiale. Un calcio con più stile e gusto, un po' più raffinato e femminile, è un calcio che può piacere sia agli uomini che alle donne. Storicamente è lo sport che unisce il mondo, ma a livello di branding e comunicazione mi annoia, è molto caotico, molto bright, grafiche giganti, tante emozioni, che piacciono di solito ad un pubblico maschile. Gestire l’Art Direction, la Brand Identity, e le Content Strategies del club in modo analogo a quelle che ho gestito in passato per brand di lusso è il goal che voglio segnare per il Como.”
Credits
GAME CHANGERS – ANNE-SOPHIE MOURAUD
Dal freediving alla salvaguardia degli squali e dell’intero ecosistema oceanico, scopriamo la vita di quest’atleta-attivista e il virtuoso progetto COEXISTENCE
“Gli squali sono animali meravigliosi, se siete abbastanza fortunati da vederne tanti, significa che siete in un oceano in salute. Dovreste avere paura nel caso contrario, davanti all’assenza di squali”. Le parole della leggendaria oceanografa Sylvia Earle riecheggiano nelle gesta e negli ideali contemporanei di Anne-Sophie Mouraud. Atleta e attivista, la vita di questa giovane freediver francese è dedicata alle profondità marine, alla loro preziosa importanza e alla salvaguardia dei re degli oceani, gli squali. Da poco rientrata dal Freediving World Championship organizzato in Corsica, Anne-Sophie condivide il ruolo cruciale che questo sport e l’elemento oceanico stanno giocando nella sua vita e introduce il progetto Coexistence Crew. Coexistence vuole fermare il commercio europeo di pinne di squalo, che sta distruggendo l’intera specie e mettendo a repentaglio la salute degli oceani. Allo stesso tempo, vuole invitare tutti noi a riconsiderare la nostra relazione con il mondo che ci circonda. Lo squalo, insegna la sorridente sensibilità di quest’attivista, non è sinonimo di paura, ma di pace. Basta vedere questo animale con la giusta, consapevole prospettiva. Scopriamola attraverso la sua testimonianza.



Prima di parlare del progetto COEXISTENCE, puoi raccontarci del tuo rapporto con l’oceano e del tuo percorso nel freediving?
“Sono cresciuta con la paura delle profondità. Fino a una decina d’anni fa non riuscivo ad entrare in acqua nei punti in cui non potevo vedere i miei piedi. Poi, nel 2016 mio padre ha avuto il cancro ed è morto dopo pochi mesi. Questo evento mi ha segnato, e nel 2019 ho deciso di prendermi un anno sabbatico e viaggiare. Durante quel periodo ho scoperto lo scuba diving (immersioni in subacquea) e, in seguito, il freediving (apnea). Questo sport mi ha insegnato a lavorare su me stessa e ad affrontare il trauma. Lo dico con il cuore, il freediving può aiutare a gestire l’ansia e lo stress in modo consapevole. Insegna a comprendere l’importanza della respirazione e del presente. La respirazione è connessa ad ogni nostra emozione e sensazione. Ti permette di prendere veramente il controllo del tuo corpo. All’inizio non immaginavo di arrivare a fare delle competizioni, ma ho sempre amato sfidarmi. Ho un mindset competitivo che mi ha portato a gareggiare in eventi internazionali, come il recente Mondiale in Corsica. Al contrario degli altri sport che ho praticato, nel freediving non mi paragono mai agli altri, paragono me a me stessa... Siamo solo io e il cordino. Sento il bisogno di andare più in profondità, in acqua, così come nella mia mente. Rallento la respirazione. Rallento il mio corpo, mi connetto ad esso e ne prendo il controllo. Poi mi focalizzo su piccoli movimenti e sulla tecnica, metro dopo metro. Sono presente. E lo stesso processo può essere applicato alla gestione delle nostre emozioni di tutti i giorni”




Perché hai deciso di combattere per la conservazione degli squali e di lanciare COEXISTENCE?
“Il mio legame con gli squali è nato in contemporanea con la scoperta della bellezza del mondo subacqueo. Ricordo la prima volta che ho fatto snorkeling tra questi ‘mostri mangia-uomini’, tutto era in realtà veramente calmo. C’era pace. Da quel momento ho visto molti squali e quando sono ritornata alla mia vita quotidiana, ho deciso di diventare volontaria nella conservazione marina. All’epoca lavoravo come consulente marketing, e la mia professione non c’entrava con questo universo, ma volevo proteggere qualcosa che mi aveva aiutato molto in un periodo difficile. Ho trovato un nuovo proposito. Poi, i social network mi hanno fatto scoprire che l’Europa è il maggior esportatore del mondo di pinne di squalo per il mercato asiatico. Non potevo credere che fosse legale questo tipo di mercato. Così ho voluto battermi per la conservazione degli squali. Sono forse la specie più odiata, o la meno compresa, ma sono più antichi degli alberi. Gli squali esistono da 400 milioni di anni e sono essenziali per l’equilibrio dell’ecosistema oceanico. Ne abbiamo bisogno per un oceano in salute e per combattere il cambiamento climatico. Purtroppo, stanno scomparendo in modo allarmante, in meno di mezzo secolo abbiamo perso tra il 70 e il 90% della popolazione di squali. Molte persone hanno compreso la drammaticità della situazione e insieme all’aiuto di centinaia di ONG siamo riusciti a raggiungere un milione di firme da portare alla Commissione Europea per vietare il commercio di pinne di squalo nei suoi territori. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Canada, per esempio, è stato già vietato questo tipo di commercio. L’Europa è ancora molto indietro. Il movimento ha coinvolto attivisti, atleti, attori, fotografi, diventando globale, e mi ha portato a lavorare a Bruxelles tutto l’anno scorso, dove ho provato ad essere la voce degli squali nel Parlamento Europeo. Anche per questo motivo, ho deciso di fondare il progetto COEXISTENCE”



Politica e sport sono due termini antitetici, che nella tua battaglia devono connettersi per forza... Come vivi questo dualismo?
“Avere a che fare con la politica, a volte, ti fa sentire senza speranze. Ma ho lanciato COEXISTENCE proprio per portare speranza e ottimismo. Voglio mostrare che insieme possiamo scrivere una nuova storia per gli squali e la nostra natura umana. Non si tratta solo degli squali. Si stratta di cambiare la nostra percezione degli squali e di come ci vediamo dentro la natura. Gli squali sono predatori, certo, quando noti al loro fianco devi essere molto attento al tuo atteggiamento, ma puoi anche vedere la loro curiosità, la loro paura. COEXISTENCE parte dell’idea che il rispetto e la comprensione reciproca possono cambiare il nostro rapporto con la natura, e il nostro futuro. Lo sport e gli atleti stanno giocando un ruolo fondamentale in questo processo. Il freediving è essenziale, perché è la disciplina che connette l’essere umano all’oceano, e mi ha dato la possibilità di avere una voce. Quando faccio delle competizioni nazionali o internazionali, ho l’occasione di condividere questi ideali con altri atleti, creando consapevolezza, connessioni e partnership”



Ora quali sono gli obiettivi sia da un punto di vista personale, che riguardo COEXISTENCE?
“Abbiamo lanciato il documentario ‘COEXISTENCE’, che stiamo portando in vari festival internazionali, come l’ONA Short Film Festival. Questo strumento ci permette di avere visibilità in giro per il mondo. Stiamo anche continuando a lavorare con la Commissione Europea, seguiamo i loro passi, peroriamo i nostri ideali e controlliamo eventuali, pericolose, forme di lobbismo. Nel frattempo, continuerò le mie competizioni di freediving, sto scrivendo un libro e voglio avvicinare le persone sia al freediving, che alla respirazione. Recentemente ho scoperto il fenomeno del burnout da attivismo. Mi piacerebbe condividere le mie conoscenze sul lavoro di respirazione con altri attivisti che ne hanno bisogno, aiutando chi sta cercando di prendersi cura del pianeta, a costo della propria salute. Ma il progetto COEXISTENCE sarà sempre la linea guida per tutto il resto”


uno sguardo innocente sul Beautiful Game
I ritratti passionali e nostalgici di Apostolis Dimitropoulos
Apostolis è un giovane artista greco il cui lavoro trascende i confini della semplice ritrattistica, catturando lo spirito del calcio con una semplicità che parla al bambino che è in tutti noi. I suoi dipinti sono impregnati di un senso di innocenza, nostalgia e pura emozione: un omaggio ad alcuni momenti di sport che ci fanno fermare e ricordare la gioia, l'eccitazione e l'ingenuità della nostra giovinezza.
Per Apostolis, il calcio è più di un semplice soggetto: è un linguaggio di emozioni, uno stile di vita che ha plasmato la sua visione artistica e il suo percorso personale. I suoi dipinti non si limitano a ritrarre gli atleti, ma ne celebrano l'umanità e la purezza. Una celebrazione del linguaggio d'amore universale del calcio, che ci invita a ricordare la meraviglia giocosa delle nostre prime esperienze con il Beautiful Game.
“Performance is my lifestyle”, afferma Apostolis, e questo mantra scorre nel suo lavoro come un battito cardiaco, guidando ogni tratto e ogni dettaglio.




Innanzitutto, che cosa significa il calcio per te come essere umano? Come ha plasmato la tua vita e la tua visione artistica?
Il calcio per me è Emozione. Amo lo sport in generale, ma il calcio è un'altra cosa. La mentalità, l'intensità, il campo in erba... Persino lo stile dei giocatori e delle maglie da calcio hanno sempre avuto un forte impatto su di me.
Come hai scoperto la sua passione per il disegno e cosa ti ha portato a concentrarti sul calcio come soggetto principale?
Ho iniziato a disegnare 5 anni fa, ma sono sempre stato coinvolto in attività artistiche, come ad esempio nella produzione di ceramica. Ho anche studiato panetteria e pasticceria, quindi nel mio lavoro ho sempre fatto qualcosa utilizzando le mani. Infine, ho iniziato a fare disegni a matita e in quel momento ho capito cosa volevo fare davvero. Per quanto riguarda il calcio, ho iniziato disegnando alcuni giocatori in alcuni momenti speciali della loro carriera e nelle loro celebrazioni, finché alcuni mi hanno contattato spontaneamente per ringraziarmi. Da quel momento ho capito che ero sulla strada giusta.





La Grecia ha una ricca storia culturale sia da un punto di vista artistico, che calcistico. In che modo il tuo patrimonio culturale ha influenzato il tuo stile artistico e il tuo approccio nel catturare l'essenza del calcio?
La Grecia ha uno dei patrimoni culturali più profondi del mondo, ha davvero molti stimoli da offrire. Passando al calcio, abbiamo avuto la fortuna di vivere momenti storici, come la vittoria agli Europei del 2004, che è rimasta impressa nell'anima di tutti noi. Mi vengono i brividi solo a ricordarla. In generale, come greci, siamo un popolo intenso, e ho voluto includere e trasmettere questa spontanea intensità anche nelle mie opere.
Il calcio è un linguaggio universale che supera tutti i confini. Come scegli i momenti specifici, i giocatori o le partite che ritrai nei tuoi lavori?
Il calcio ha una grande influenza in diversi ambiti. Personalmente scelgo i suoi momenti più speciali, le facce sciocche, i festeggiamenti folli... Non mi piacciono le cose noiose. Mi piace lo stile di vita di alcuni giocatori, come si vestono, quello che fanno fuori dal campo... Cerco cose del genere. Cerco di promuovere anche le donne ed il calcio femminile, perché hanno un talento infinito e lo vivono in un modo tutto loro.





Guardando tra le tue opere, c'è un pezzo che assume un significato particolare lungo la tua produzione? Puoi raccontarci la sua storia?
È difficile, perché ogni singolo lavoro ha un posto speciale nel mio cuore. Non dimenticherò mai la prima volta che mi è stato chiesto un ritratto da un giocatore. Nicolaij Thomsen, un gran giocatore del Copenaghen, che ha anche calcato palcoscenici a livello europeo. Ancora oggi lo ringrazio per la fiducia, è una persona straordinaria. Altri ricordi vengono da alcune vendite, come un'illustrazione che ho realizzato per i ragazzi di SoccerBible o un ritratto che ho fatto di recente, dipingendo un'esultanza di Valbuena. Valbuena stesso ha poi postato spontaneamente sul suo account Instagram l'opera. Sono momenti che mi emozionano e mi danno la forza di andare avanti, così come di crescere con cortesia, sia come persona, che come artista. Grazie all'arte ho conosciuto tante persone fantastiche e le ringrazio tutte.


Il calcio è spesso visto solo come uno sport, ma le tue opere lo elevano a forma d'arte. Cosa speri che gli spettatori traggano dai tuoi dipinti, oltre all'ovvio amore per il gioco?
La mia arte emana innocenza, ingenuità, se vogliamo, e infantilismo. Esprime nostalgia per il passato. Quando qualcuno guarda le mie opere, voglio che queste evochino in lui ricordi, momenti, sensazioni. Ogni volta che finisco un'opera, e lo dico perché sono una persona compulsiva, la guardo un milione di volte, finché non sento che quello che ho fatto è unico e inedito. Non perché sono arrogante, ma perché amo davvero quello che faccio. Che lo venda o meno, voglio che il pezzo sia unico e che chi lo osserva si senta allo stesso modo, almeno in parte. Ho ricevuto tanto amore da persone di tutto il mondo e desidero con tutto il cuore restituire un po' di amore attraverso la mia arte.



Una nuova, Rinascimentale, NBA
Nelle dipinte visioni di Austin Showtime, le leggende del basket diventano antichi eroi.
Mentre l'NBA inaugura la stagione 2024-2025, entriamo nelle fantasie di questo graphic designer unico nel suo genere, il cui lavoro cattura la grazia e la potenza del gioco come mai prima d'ora. Ispirato ai supereroi, alla street culture e alla vibrante arte del movimento, le opere d’arte di Austin Showtime dagli schizzi con il pennarello agli intricati capolavori digitali sono una lettera d'amore ai più grandi momenti del basket e agli atleti che li definiscono.
La “Renaissance Series”, capace di fondere la grandiosità dell'arte classica con la pulsazione elettrica del campo, evoca un'aria di atemporalità - elevando giocatori come Carmelo Anthony, LeBron James e il compianto Kobe Bryant a figure mitiche, immortalate come se fossero soggetti di Da Vinci o Michelangelo. Attraverso questi tributi, Austin racconta storie che vanno ben oltre i punteggi e le statistiche, catturando l'anima del gioco, dove il campo diventa una tela per momenti di gloria e di dolore.
È chiaro che il basket, nelle sue mani, non è solo un gioco, ma un racconto epico di perseveranza, bellezza e spirito umano.






Può raccontarci un po' del tuo percorso come graphic designer? Cosa ti ha avvicinato al mondo dell'arte?
I supereroi sono stati la mia prima grande ispirazione da bambino. Ricordo di aver visto Spider-Man e di aver visto il Peter Parker di Tobey Maguire disegnare la sua tuta con delle matite su un quaderno. Quella scena ha fatto scattare in me una scintilla: ho subito preso le matite e ho iniziato a disegnare supereroi ogni giorno. Anche lo skateboard ha avuto una grande influenza su di me. Leggevo costantemente le riviste CCS e Transworld Skateboarding, che hanno davvero plasmato il mio interesse per l'arte e il design fin dagli inizi. Mi è sembrato tutto molto naturale, da piccolo venivo scelto per la mostra d'arte della scuola praticamente ogni anno.
Hai lavorato su una varietà di temi e stili nei tuoi disegni, dallo sport, alla musica, alla cultura pop. Come mai lo sport, e in particolare la pallacanestro, è diventata una fonte di ispirazione così importante per te?
Il mio amore per la pallacanestro è nato quando alle elementari ho comprato i poster di Carmelo Anthony e LeBron James alla Fiera del Libro della scuola. Non ero esattamente un fuoriclasse in campo, ma la mia ossessione per il gioco era profonda. Anche se all'epoca il football era la mia passione più grande, mi ritrovavo incollato a SportsCenter e ai documentari di 30 for 30, affascinato dalle interviste e dalle storie di giocatori e allenatori. Al liceo, mi destreggiavo tra quattro sport: football, calcio, salto con l'asta durante la stagione di atletica estiva, mentre in inverno giocavo a basket con i miei amici. Non per dire, ma un anno abbiamo portato a casa il campionato!






In particolare, alcune delle tue opere fondono brillantemente l'arte classica e la storia del basket. Come è nato questo concetto? Cosa ti ha ispirato a fondere tradizioni artistiche così distanti?
La morte di Kobe Bryant è stata il catalizzatore della “Renaissance Series”. Ho sempre visto Kobe come una mente brillante, che andava ben oltre il campo da basket. Parlava più lingue ed era profondamente coinvolto in tutti i suoi progetti e attività. Questo mi ha ispirato a creare il primo pezzo, “Renaissance Man”, nel 2020. Da lì, l'idea si è evoluta: fondere momenti sportivi iconici con dipinti classici e senza tempo, rendendo omaggio sia all'arte che alla grandezza atletica.
Le tue opere spesso ritraggono i giocatori in una luce quasi mitologica, come gli antichi eroi dell'arte classica. C'è un'epoca specifica della pallacanestro o alcuni giocatori che personalmente ritieni incarnino di più questa qualità mitica?
Mi sono sempre concentrato sulle leggende del gioco e su quei momenti veramente iconici della storia dello sport. Ricevo molti commenti che mi chiedono di presentare determinati giocatori o squadre, ma credo che alcuni momenti e giocatori meritino di essere dipinti più di altri. Il mio obiettivo è quello di concentrarmi su quei momenti fondamentali che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dello sport.






Molti tuoi quadri raccontano una storia più profonda che va oltre il gioco stesso. Che si tratti di un tributo a un giocatore iconico o di un momento specifico della storia del basket, quanto è importante lo storytelling nei tuoi progetti?
Cerco di approfondire ogni pezzo, anche se lavoro velocemente per via del “Postare quotidianamente”. Ad esempio, quando di recente Derrick Rose si è ritirato, ho pensato subito che meritasse di un tributo. Miro sempre a qualcosa di speciale, sperando che la persona interessata lo veda un giorno. Per Rose ho usato una foto che lo ritraeva seduto in un campo di fiori: mi sembrava il modo perfetto per dargli letteralmente “his flowers”.
Infine, per la prossima stagione NBA, c'è qualche storia, rivalità o giocatore in particolare che non ved l’ora di poter ritrarre attraverso i tuoi lavori?
Anche se mi concentro soprattutto sulle leggende del gioco, voglio comunque cercare di mostrare momenti iconici attuali. Se c’è una schiacciata o una giocata indimenticabile, voglio assicurarmi che venga ricordata attraverso la mia arte. Sto anche cercando di espandermi in altri sport: football, hockey e MMA sono sicuramente sulla mia lista.




La grandezza contemporanea di Carlos Alcaraz
Ci tuffiamo nel mondo di Carlos Alcaraz insieme a Charlie Coleman e alla visione del suo partner di lunga data, Babolat
La grandezza contemporanea è cosa rara. Nell’universo tennistico è sinonimo dell’incredibile talento atletico ed umano di Carlos Alcaraz. Insieme alla sensibile lente di Charlie Coleman abbiamo ritratto l’intimo pensiero, così come la fresca energia del più giovane tennista della storia a raggiungere la vetta del ranking ATP.
Abbiamo studiato l’attuale numero 2 del mondo durante Wimbledon, grazie a Babolat. Alcaraz è legato allo storico brand francese, fondato al Lione nel lontano 1875, da quando aveva 10 anni. Recentemente ha rinnovato questa significativa partnership fino al 2030. Le visioni di Charlie Coleman ci permettono sia di ammirare il più moderno dei campioni Babolat (René Lacoste, Suzanne Lenglen e Björn Borg sono solo alcuni dei suoi illustri predecessori), che di ascoltare la testimonianza di Marion Cornu, Global Tennis Business Leader dell’azienda che, quasi 150 anni fa, inventò le corde per racchette, continuando poi ad innovare il suo impatto sul tennis fino ad oggi.

Heritage e legacy. Passato, presente e futuro. Il destino di Carlos Alcaraz sta nella sua racchetta, nella sua grandezza contemporanea, e si riflette nella filosofia Babolat. Scopriamo come.
In passato Babolat si è legata alle imprese di leggende tennistiche come René Lacoste, Suzanne Lenglen e Björn Borg. Oggi, Carlos Alcaraz sta provando a seguire i passi di questi giganti. Cosa significa avere un heritage così ricco per il vostro brand? E che parametri usate per scegliere coloro che possono trasporre la legacy vincente di Babolat nel presente (e nel futuro)?
“Il ricco heritage di Babolat, che copre uno spazio temporale di 150 anni, è profondamente connesso al successo di leggende tennistiche come René Lacoste, Suzanne Lenglen e Björn Borg. Questa legacy, fatta di partnership con celebri campioni, non evidenzia solo il legame del brand con il concetto di eccellenza, ma riflette anche la sua abilità nel fornire consistentemente prodotti di alta qualità che possano aiutare giocatori e giocatrici a raggiungere l’apice della loro performance. Oggi, Carlos Alcaraz prosegue questa tradizione, rappresentando l’energia, la passione e la gioia dello sport. Come nostro “Smile” ambassador, incarna alla perfezione la filosofia Babolat di abbracciare ogni sfida e ispirare le future generazioni”

“Nel processo di selezione di coloro che devono portare avanti la legacy di Babolat, concentriamo la nostra attenzione su molto più del talento. La vicinanza è essenziale: lavoriamo a stretto contatto con giovani giocatori, club e allenatori di tutto il mondo, alimentando una profonda connessione con il tennis di ogni livello. Con un network di 20mila club e negozi sparsi ad ogni latitudine, il nostro processo di scouting va alla ricerca di giocatori che non eccellano solo sul campo, ma che incarnino lo spirito di gioia, sfida e innovazione che definisce Babolat. Per noi, quando i campioni Babolat vincono, l’intero team Babolat vince insieme a loro. Questo successo condiviso è ciò che ispira la nostra passione e il nostro impegno verso il futuro del tennis”
L’opinione e i consigli di Alcaraz quanto impattano sullo sviluppo dei vostri prodotti? E come combinate le sensazioni di un atleta di altissimo livello con i dati e le informazioni scientifiche processate nei vostri laboratori?
“L’opinione, i feedback e i consigli di Carlos Alcaraz giocano un ruolo cruciale nello sviluppo dei nostri prodotti, lo stesso vale per tutti gli altri atleti con cui collaboriamo. La sua esperienza di campo regala insight preziosissimi, che combiniamo con l’expertise del nostro intero team d’ingegneri, R&D specialist e product designer. Dalla performanca delle nostre racchette alla loro estetica, ogni dettaglio è considerato con estrema attenzione”


“Non ci limitiamo a lavorare sugli input di atleti d’alto livello, integriamo le loro informazioni con i dati rigorosi che escono dai nostri laboratori e dai test che eseguiamo in condizioni reali. Questo equilibrio tra le sensazioni di atleti come Carlos e la precisione scientifica ci assicura di poter creare prodotti su misura per le tutte le necessità, adattabili a differenti superfici, e in grado di performare in ogni condizione metereologica. È un ecosistema di collaborazioni, innovazioni e feedback, che ci permette di continuare ad evolvere e ci mantiene all’avanguardi della tecnologia tennistica”
Cosa significa ‘grandezza’ per Babolat?
“L’amore per la sfida, per il rispetto, per la devozione. Sognare, lavorare duro, cadere, avere successo e divertirsi: tutte le emozioni sportive sono nel nostro DNA. Questa è la nostra idea di grandezza”
SULLE NOTE DELL’AIDA, IL PARMA VESTE GIUSEPPE VERDI
Grazie a PUMA abbiamo scoperto il valore del nuovo Third Kit del Parma Calcio, capace di unire calcio, arte e identità territoriale insieme al Teatro Regio e alle sue eccellenze
Nel 1913 il Parma Calcio viene plasmato grazie ad un nucleo di calciatori locali del Verdi Foot Ball Club, squadra nata per celebrare il centesimo anniversario dei natali del parmigiano Giuseppe Verdi. A brevissima distanza, l’avvocato Ennio Tardini dà forma allo stadio ancora oggi a lui intitolato e lancia su scala nazionale il fenomeno ‘Crociato’, che dopo una lunga, a tratti estenuante, a tratti magica, sinfonia sportiva, negli ultimi anni sta finalmente vivendo un momento di ritrovata serenità, e stabilità. E nella stabilità, è noto, fiorisce il rapporto con l’arte. Un rapporto insito nel codice genetico del Parma Calcio, nel suo legame originario con Giuseppe Verdi, nelle note della sua Aida, che riecheggiano ad ogni ingresso in campo della squadra. Un rapporto omaggiato nel nuovo Third Kit PUMA e nel suo design, presentato, non a caso, nella suggestiva cornice della Sala del Ridotto del Teatro Regio.
Giallo, come il colore che veste la passione, così come la quotidianità parmense. Musicale, come la spiccata vocazione di una città che, proprio in questi giorni, sta ospitando appassionati di ogni dove per il Festival dedicato al compositore più eseguito al mondo e che, d’ora in avanti, potrà mostrare le sue note su tutti i campi di Serie A. Consapevole della storia, come sottolinea il logo che celebra il Centenario del Tardini, festeggiato proprio in questa stagione. { LA PRIMA } di questo Kit, confluita poi nel suo esordio durante Parma-Cagliari, ha rappresentato un viaggio culturale, oltre che sportivo, evidenziando il variegato respiro sociale di una città fondata sulla creatività, dove i confini tra il teatro d’opera e il Beautiful Game paiono svanire.
Esploriamo questi concetti ascoltando le parole del patron del Parma Calcio Kyle Krause e dei vertici del Teatro Regio Luciano Messi e Dario Montrone, presenti sul palco della Sala del Ridotto insieme al calciatore Matteo Cancellieri e alle calciatrici Giada Pontini ed Elena Michele. Il Third Kit sarà difatti indossato anche dal Parma femminile e dal settore giovanile ‘crociato’.




IL RISPETTO DELL’EREDITÀ SPORTIVA E CULTURALE DI UN PROPRIETARIO AMERICANO, KYLE KRAUSE
“Ritengo che questa sia una connessione fantastica. Il Parma Calcio, il Teatro Regio e le sue eccellenze vantano storie gloriose che guardano al futuro, ora possiamo pensarlo a stretto contatto. Vogliamo intraprendere un rapporto a lungo termine, che continuerà a permetterci di essere parte della città, della comunità, di vivere la sfera sociale parmense nella sua interezza. Sarebbe stato molto semplice arrivare qui e dare il peggior esempio che un proprietario americano potesse dare, spinto dalla presunzione di avere tutte le risposte. Io so di non averle, ma sono consapevole di quanto sia importante rispettare Parma e la sua storia”


UN NUOVO MONDO TEATRALE, LUCIANO MESSI – SOVRINTENDENTE TEATRO REGIO DI PARMA
“Questo è un bellissimo incontro tra due simboli identitari di un territorio, di una comunità dall’enorme tradizione. Ed è un incontro non scontato, ci tengo a specificarlo. Credo fermamente che il teatro non debba vivere in un altro mondo, deve vivere in mezzo alla società, nel suo quotidiano. Deve essere presente. Per questo deve anche essere aperto alla società stessa, alle sue energie migliori: tra queste spicca lo sport e, nel caso di Parma, il Parma Calcio. In questo teatro, poi, sono passati così tante figure legate al Parma... Penso, per esempio, al grande Nevio Scala, che era una presenza abitudinaria. Tornando al presente, sono anche sicuro del fatto che non debbano essere sottovalutate le nuove generazioni, il loro potenziale interesse verso un luogo come il Teatro Regio. Per lo shooting di queste maglie abbiamo ospitato Bonny e Bernabé, hanno fatto domande tutto il tempo. Infine, il Parma Calcio ha una chiara responsabilità sociale e noi siamo allineati a questa visione, siamo l’unico teatro d’Europa ad avere un manifesto etico”


IL CALCIO COME OPERA D’ARTE, DARIO MONTRONE – RESPONSABILE MARKETING TEATRO REGIO
“La collaborazione con il Parma Calcio nasce anche perché per noi il calcio è necessariamente una forma d’arte. La performance di un calciatore è analoga a quella di un cantante, presuppone lo sforzo fisico e, al contempo, la precisione. Il trasferimento di moltissimi termini teatrali nell’ambito calcistico, lungo la storia, non è un caso. Basti pensare, per esempio, ad uno dei più comuni: il direttore d’orchestra che, nel calcio, è diventato sinonimo di allenatore... Se analizziamo questo parallelismo possiamo anche concentrarci sul concetto di ‘andare a tempo’. Un direttore d’orchestra deve dirigere contemporaneamente il suono di 80 elementi, l’allenatore deve fare lo stesso con i movimenti della propria squadra. Il singolo musicista, poi, deve andare a tempo per non rovinare l’esecuzione generale. Lo stesso accade con un difensore che deve fare una diagonale, o un attaccante che deve evitare il fuorigioco...”











