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HOW FAR YOU CAN GO – LIMITLESS

LIMITLESS, il quarto capitolo del nostro viaggio oceanico con Ambrogio Beccaria, il suo progetto ALLAGRANDE e K-Way

Insieme a K-Way, abbiamo ritratto l’essenza e ascoltato la storia del velista oceanico Ambrogio Beccaria. ‘Limitless’ è il quarto capitolo del nostro viaggio nel suo universo acquatico, e l’ultima tappa del documentario ‘How Far You Can Go’.

“L’uomo non esiste veramente che nella lotta contro i propri limiti”, annotava un letterato di montagna come Ignazio Silone. Dove le altezze diventano profondità, e le vette mutano in abissi, l’esistenza continua a combaciare con il superamento dei limiti individuali, ma mette in rima anche conoscenza e spirito competitivo. Non esistono confini alle proprie ambizioni, insegna la storia di Ambrogio Beccaria, specie quando subentra il desiderio di prevalere sull’altro. Specie quando il valore, troppo spesso sottovalutato, della sfida si esplicita come strumento per esplorare nuove dimensioni, sia interiori che esteriori.

“Probabilmente non avrei affrontato tutte queste rotte se non fossi stato in competizione. Non avrei avuto la stessa forza. Durante una gara cambia tutto per me, subentrano delle motivazioni uniche... Nelle regate solitarie non sei, realmente, da solo. Ci sono gli altri concorrenti. La competitività mi ha aiutato e continua ad aiutarmi a conoscere veramente l’oceano. Il nostro ‘gioco’ è fatto di rotte, la sfida e le intuizioni altrui mi permettono di scoprire se effettivamente esista una rotta un po’ più a nord, o a sud, ma anche, per esempio, come si affronta una tempesta o come si supera una depressione... Se facessi questi viaggi da solo, al di fuori di un contesto sportivo, avrei solo il mio ritorno, e sarebbe difficile capire sempre qualcosa in più. Io, invece, voglio scoprire tutto”

La condivisione dell’ignoto, inteso non solo come parametro geografico, ma anche come esito di una competizione, educa l’intelletto e la sensibilità di ogni atleta, soprattutto di un navigatore. Lo pone in sintonia con avversari che sono compagni di viaggio, con nemici-amici, esseri umani in grado di motivare e, allo stesso tempo, evolvere la personale sfera cognitiva. E lo stesso vale per il mare. Per un’insegnante eterno, timido nel mostrare la sua vera natura, crudo nel comunicare le proprie verità, essenziale nel plasmare nuove filosofie, nuove visioni, nuove vite. 

“Il mare mi ha aiutato ad accettare i fallimenti come parte di un percorso. Uno dei motivi per cui, effettivamente, sono riuscito a trasformare un sogno in carriera risiede nel non aver mai avuto paura di fallire. Fin dall’inizio sono stato sicuro che, in ogni caso, sarebbe stata un’avventura incredibile, un qualcosa per cui valeva la pena dedicare tutto me stesso. E quando metti tutto quello che hai, quando hai veramente coraggio, tutto sembra allinearsi nel verso giusto. Ti trovi in una situazione in cui senti di non avere freni, un contesto personale da cui, sicuramente, potrai raccogliere qualcosa di buono. Non è detto che siano esiti positivi da un punto di vista sportivo. Non mi riferisco per forza al successo, alla vittoria. Parlo di altro. Sono consapevole che ogni storia ha i propri confini, nel mio caso sono riuscito a superarli abbracciando la possibilità di fallire, e questo processo naturale mi ha permesso, lungo la carriera, di avere una leggerezza diversa nel prendere determinate scelte, anche decisioni che sembravano strane ai più” 

'Limitless' è l'ultimo capitolo di 'How Far You Can Go'. Qui potete vedere gli altri 3 capitoli: 'Home' | 'Solo' | ‘Routes’

Credits

A Project by AthletaLab

Director & Editor Giulia Fassina

Creative Director Rise Up Duo

Cinematographer Paolo Concari & Giulia Fassina

Colorist Jacopo Cosmelli

Soundtracks & Sound Design Tommy Zaph

Motion Design Mike Rodella

Type Design Filippo Giuliari

Additional Footage Lorenzo Sironi

Copywriter Gianmarco Pacione

Translator Scott Alan Stuart


HOW FAR YOU CAN GO – ROUTES

ROUTES, il terzo capitolo del nostro viaggio oceanico con Ambrogio Beccaria, il suo progetto ALLAGRANDE e K-Way

Insieme a K-Way, abbiamo ritratto l’essenza e ascoltato la storia del velista oceanico Ambrogio Beccaria. ‘Routes’ è il terzo capitolo del nostro viaggio nel suo universo acquatico, e la terza tappa del documentario ‘How Far You Can Go’: una regata narrativa che accompagneremo con speciali focus editoriali.

Il mare è una mappa in costante cambiamento, una scacchiera dominata da forze più o meno percettibili, in grado di sprigionare la piena potenza di ALLAGRANDE, o di paralizzarla. Scienza e intuito. Tecnologia e ispirazione. Tra onde alte come colline e immobili praterie affrescate d’azzurro, razionalità e irrazionalità paiono essere sinonimi, dati compenetranti che scandiscono scelte sotto forma di rotte. Esistono radar oggettivi e soggettivi, afferma Ambrogio Beccaria. Sono statistiche inconfutabili e sensazioni personali, fattori antitetici che solo un navigatore in piena simbiosi con l’ambiente marino può efficacemente sommare, soppesandole di situazione in situazione. Sono la definizione della navigazione oceanica: un’incantevole arte scientifica, una crudele scienza artistica, dove ogni decisione equivale ad un mai pienamente prevedibile punto di non ritorno. Nel bene e nel male.

“Se chiedi ad un bambino di fare un disegno, spesso finisce per tratteggiare una barca a vela. Ma questo non significa che sia un mezzo semplice. Anzi, è complicatissimo, è continuamente soggetto a un insieme di forze invisibili. Immaginate di controllare 3-4 ali in acqua e 5-6 ali in aria: tutto deve stare in equilibrio sulle onde, e ci sono infiniti equilibri possibili. La capacità di scelta e l’intuizione sono, secondo me, la base di questo sport. La tecnologia è fondamentale, ha un’utilità incredibile, ma non è la risposta piena e unica al desiderio di andare veloci. I velisti che più m’impressionano, e m’ispirano, sono coloro che non si fanno schiacciare dai numeri: navigatori talentuosi che ascoltano, traducono e processano le sensazioni percepite dai loro corpi e attraverso le loro barche. Per questo dico che, nella mia disciplina, l’intuizione gioca un grandissimo ruolo”

Anticipazione. Non esiste componente più essenziale, in una traversata oceanica, della previsione del futuro. È una forma di profezia contemporanea, assistita dalle più avanzate tecnologie metereologiche. Ambrogio Beccaria non è solo augure, e non è solo scienziato. Il 31enne milanese solca le proprie rotte ascoltando tanto la propria mente, quanto i propri occhi, e i propri impulsi. Alterna conoscenza assoluta e sesto senso, spingendo ALLAGRANDE verso direzioni certe solo secondo parametri personali, accettando la fallacia, così come l’atavico ausilio del cosmo acquatico, e dei suoi segni. Nelle vastità oceaniche ogni elemento fornisce indicazioni, spiega Beccaria, sta all’essere umano farle proprie, sfidandole o affidandosi a loro, seguendo un quotidiano rito di compenetrazione tra percezione umana e intimità naturale.

“Sapere leggere il mare è essenziale, da un punto di vista strategico, per questo sport. Soprattutto quando navigo in solitaria, so che il meteo è più veloce di me, quindi devo anticiparlo di parecchio. Devo essere a conoscenza del vento che troverò un determinato giorno; devo capire se la situazione sarà favorevole o se rischierà di diventare pericolosa, piatta, in ogni caso controproducente. La connessione satellitare aiuta molto, grazie alla scienza i navigatori hanno un numero incredibile di dati a disposizione. Ma anche l’osservazione delle nuvole e lo studio delle onde sono pratiche importantissime. Delle nuvole, per esempio, analizzo l’altezza, la distanza, la direzione... Una nuvola può funzionare come un camino o una cascata, può aspirare o far uscire tantissimo vento. Se è sviluppata in verticale, tendenzialmente, modifica il vento stesso attorno a sé. Poi, non è sempre facile comprendere se una nuvola sia piovosa o meno, o prevedere se transiterà davanti, sopra o dietro alla barca. Per quanto riguarda le onde, invece, possono rivelare la tipologia di vento che arriverà di lì a poco. Un singolo errore di valutazione, legato a questo incrocio di dati oggettivi e soggetti, può determinare la riuscita o meno di una regata”

Seguiteci per scoprire il quarto capitolo di “How Far You Can Go”.

Credits

A Project by AthletaLab

Director & Editor Giulia Fassina

Creative Director Rise Up Duo

Cinematographer Paolo Concari & Giulia Fassina

Colorist Jacopo Cosmelli

Soundtracks & Sound Design Tommy Zaph

Motion Design Mike Rodella

Type Design Filippo Giuliari

Additional Footage Lorenzo Sironi

Copywriter Gianmarco Pacione

Translator Scott Alan Stuart


HOW FAR YOU CAN GO – SOLO

SOLO, il secondo capitolo del nostro viaggio oceanico con Ambrogio Beccaria, il suo progetto ALLAGRANDE e K-Way

Insieme a K-Way, abbiamo ritratto l’essenza e ascoltato la storia del velista oceanico Ambrogio Beccaria. ‘Solo’ è il secondo capitolo del nostro viaggio nel suo universo acquatico, e la seconda tappa del documentario ‘How Far You Can Go’: una regata narrativa che accompagneremo con speciali focus editoriali.

“La vela oceanica in solitario per me non è una fuga dalla società, è un modo per scoprire l’impossibile. E farlo senza l’aiuto degli altri”. Non esistono incongruenze nella vita di un navigatore oceanico, esiste coerenza. La coerenza nel seguire una determinata corrente, nell’accettarne l’auspicato aiuto, o l’imponderabile diffidenza. La coerenza nel seguire un flusso, uno spartito nautico partorito dalla propria mente e dalle proprie percezioni, allontanandosi dal noto per sfidare l’ignoto e, contemporaneamente, scoprirlo.

Dove il caotico ritmo milanese diventa un’impercettibile linea sull’orizzonte, Ambrogio Beccaria sta assecondando la propria coerenza, e il volere dei propri sensi. Visitare rotte battute per secoli, eppure ancora selvagge e indomabili, nella visione di questo talentuoso velista non vuol dire lasciarsi alle spalle la società, i rapporti metropolitani, il comune vivere, quanto piuttosto aggiungere tasselli ad un evoluto mosaico umano. Non egoismo, dunque, ma gusto della rivelazione. Non individualismo, ma ricerca interiore ed esteriore, dalle sfumature artistiche, oltre che sportive.

“La navigazione solitaria è un’arte particolare. Mi piace stare in mezzo alla gente, ma con la barca preferisco trovare un equilibrio personale. Amo mettere le mani ovunque e continuare a scoprire cose. Le regate solitarie sono un’avventura estrema. Parliamo di settimane, non di ore di viaggio. Il bagaglio tecnico e lo studio scientifico si mischiano con le complessità d’intere giornate trascorse da solo, in mare aperto. Già 24 ore dopo la partenza subentra la variabile più difficile da gestire, quella del sonno. L’oceano ha il suo ritmo e non puoi permetterti di dormire quando vuoi. Io, per esempio, sono solito spezzare la mia quotidianità al largo con micro-sonni di 20 minuti. Nelle gare devi riuscire ad essere strategico e presente, nonostante la stanchezza. Le giornate diventano veramente lunghe e la lucidità è ben diversa rispetto a quando sei a terra. È fondamentale riuscire a capirsi, ad ascoltarsi nel profondo. E sapere fin dove puoi arrivare. È difficile, ma il mare mi ha permesso di capire così tanto... Ho sviluppato una sensibilità che, spesso, paragono a quella degli animali marini. Onde e correnti sono ormai degli strumenti da interpretare”

Strumenti visivi e sonori che, per il velista-regista del progetto ALLAGRANDE, fungono da codice, da linguaggio universale. La natura comunica con chi può, vuole e sa ascoltarla; dialoga ininterrottamente, anche a chilometri e chilometri di distanza dall’ultima costa abitata. Ecco perché il percorso del 31enne Beccaria nulla ha a che fare con un confino volontario. Ecco perché la solitudine acquatica, nelle sue parole, diventa rispettosa sinergia con un universo altro, con un distopico sistema di segni, gerarchie e verità.

“Solo quando torni da una navigazione oceanica realizzi di essere ipersensibile a tutti i suoni, i rumori. In mare non ci sono altre persone, non c’è la città, non c’è il traffico, ma la barca e ciò che la circonda parlano in continuazione. Il silenzio completo è un’utopia, non ne ho ricordi. Anzi, l’idea mi terrorizza, perché è un qualcosa che nell’oceano, fondamentalmente, non può esistere. Durante una gara è necessaria la concentrazione totale, ed è fondamentale entrare in sintonia con il mondo esterno. C’è sempre un equilibrio molto precario, serve la giusta intuizione per processare la simbiosi tra mare e barca. Questo tipo di sintonia ha i suoi lati positivi, ma anche quelli negativi: risucchia tantissime energie e rischia di renderti un po’ monomaniaco. Ma la mia passione è così forte... E la crudezza dell’oceano non smette mai d’insegnare. Se a terra capita di raccontare o raccontarsi delle bugie, nel mare non puoi concedertelo, altrimenti non duri granché. Quando trascorri così tanto tempo da solo, non puoi mentire a te stesso: associo la navigazione solitaria ad un termine, la sincerità”

Nella sincerità si costruiscono i legami più fedeli. Sono connessioni pure e viscerali, come quella tra il navigatore definito ‘Extraterrestre’, soprannome ispirato dalla fulminea ascesa nel gotha della vela globale, e l’ipertecnologico battito cardiaco del suo scafo ALLAGRANDE. Quella che per alcuni è solitudine, per altri può essere un rapporto profondo, senza filtri, fondato sullo spirito di sopravvivenza e costruito su un’illogica, ma inevitabilmente romantica forma d’affetto. Tra continenti e arcipelaghi, in fondo, il termine ‘solo’ cessa di essere declinato al singolare.

“Ho un rapporto molto intimo con la barca. Quando parlo delle mie regate uso sempre il plurale, perché là fuori non sono da solo, siamo insieme. Ognuno deve fare la sua parte. Prima di un viaggio, penso tantissimo ai suoi dettagli, alla sua affidabilità, alla sua integrità e, ovviamente, alla sua potenziale performance. L’angoscia più grande sta negli ipotetici problemi tecnici. Lungo una gara di settimane, è impossibile che tutto vada liscio. A bordo di ALLAGRANDE ci sono sempre ferite da curare; di norma spunta un grattacapo al giorno, due cominciano ad essere un numero preoccupante. Registrando mentalmente suoni e rumori, posso costantemente monitorare le condizioni del vento, del mare, della vela e dell’intera imbarcazione. Quando questi cambiano, so che la barca mi sta dicendo qualcosa, e agisco di conseguenza, cercando di assecondare le sue richieste. Se la barca sbatte forte su un’onda, per me è come prendere un pugno nello stomaco. Sento che la sto utilizzando male e mi sento in colpa...”

Seguiteci per scoprire il terzo capitolo di ‘How Far You Can Go’.


Sogni realizzati a mano: Christian Jeffery Projects

In un mondo in cui l'abbigliamento sportivo e l'arte si intersecano, Christian Jeffery è un faro di innovazione e creatività. Questo designer e artista inglese ha intrecciato senza soluzione di continuità il suo amore per il calcio e la sua passione per l'arte custom-made in una carriera che sfida i confini convenzionali. Dalla tenera età  in cui disegnava loghi alle esperienze come designer con giganti come Puma e Adidas, il percorso di Christian è una testimonianza di come si possa seguire la propria passione e spingersi sempre oltre. In questa intervista, ci ha parlato del suo percorso nel mondo dell'arte e del design, delle ispirazioni che alimentano le sue creazioni uniche e delle sfide e gioie di realizzare maglie da calcio personalizzate a mano.

Ci può parlare del tuo percorso nell'arte e nel design?  

“Da quando ero bambino sono sempre stato ossessionato dal disegno e dalla pittura e disegnavo prevalentemente loghi, il che è piuttosto ironico perché ora, a distanza di 20 anni, è molto simile a quello che faccio ora. Ho studiato graphic design al Chelsea Art College e all'ultimo anno sono stato contattato da Puma per fare uno stage in ambito “Calcio” in Germania, per lavorare con loro al mio progetto finale. Non mi ero mai reso conto che esistesse un universo così affascinante finché non sono arrivato lì, un team di persone che lavorava sui kit da calcio e abbigliamento sportivo, è stato illuminante e ho capito subito che quello era ciò che volevo fare nella vita, è stato fantastico. Ho imparato molto, da persone fantastiche”.

“Poco dopo mi sono trasferito in Germania per lavorare a tempo pieno per Puma nel team motorsport e un anno dopo sono passato da Puma ad Adidas, disegnando per Adidas Football per circa cinque anni. Sono entrato nel team come assistente tecnico e mi sono fatto strada fino a diventare un senior designer. Ho lavorato principalmente sui kit di Manchester United, Real Madrid, Orlando Pirates e Valencia. Concentrandomi molto sul naming, sulla numerazione e sulla tipografia... è stato incredibile.”

Cosa ti ha spinto a specializzarti in maglie da calcio fatte e dipinte a mano?

“Dopo un po' di tempo ho deciso di tornare a Londra e quando c'è stato il Lockdown continuavano a venirmi tante idee per realizzare maglie e non sapevo come tirarle fuori. Ho anche iniziato a visitare tanti negozi di tessuti, così ho pensato che forse avrei potuto provare a farle da solo, solo per togliermi queste idee dalla testa, e ho scoperto che adoravo fare queste maglie artisticamente customizzate. È diventata una specie di dipendenza e ho continuato a realizzarle il più possibile nei fine settimana e nel tempo libero. da lì tutto è cresciuto fino a fare quello che faccio ora”.

“Credo che ci siano molte regole e normative nel settore e sfortunatamente le conosco tutte dopo aver lavorato per molti anni con brand molto importanti. Se infrango le regole ora so esattamente quale regola sto infrangendo e credo che questo sia parte del divertimento: avere questa libertà e provare cose nuove, anche a livello di tessuti. Tengo molto a non avere regole rigide sulla vestibilità o sulle prestazioni. Allentando questa pressione, si apre un mondo completamente nuovo da esplorare”.

Da dove trai ispirazione per i tuoi progetti? Ci sono giocatori, squadre o designer specifici che hanno influenzato il tuo lavoro?

“Crescendo sono sempre stato ossessionato dalle maglie da calcio e David Beckham era il giocatore che volevo sempre avere sul retro delle mie maglie, come credo la maggior parte dei bambini di quel periodo”.

“Il mio stilista preferito è sicuramente Alexander McQueen, un grande eroe personale. Da lui ho imparato che i vestiti non devono essere prodotti in serie e possono essere pezzi unici. Penso che questo sia ciò che voglio mettere alla prova nel mio lavoro e mostrare alle persone che non deve essere necessariamente in un unico modo, che mondi diversi possono incontrarsi ed essere molto interessanti. Ora, quello che cerco di fare è portare il maggior numero possibile di punti di riferimento o di ispirazione non calcistici all'interno di quel mondo, è proprio questa combinazione di mondi che si mescolano a entusiasmarmi. Ad esempio mi piace andare a una mostra d'arte tanto quanto mi piace andare in un negozio di abbigliamento sportivo e adoro la combinazione di tutte queste cose”.

“Mentre dipingo guardo spesso “Chef's Table” su Netflix. Per qualche motivo trovo le storie di questi chef stellati molto stimolanti e rilassanti.”

Quali sfide affronti quando devi creare maglie fatte e dipinte a mano? Quali materiali e tecniche preferisci utilizzare nel tuo lavoro?

“Se devo essere onesto, ogni singola maglia è diversa. Ci sono due modi principali in cui inizia un progetto: il primo è quello di andare a cercare tessuti e modelli diversi e interessanti per poi inserirci delle grafiche tradizionali del calcio per creare qualcosa di nuovo. Oppure dipingo qualcosa di completamente nuovo su un tessuto semplice. Quando uso la pittura su nuovi tessuti per la prima volta, il risultato è sempre diverso, il che crea ogni volta una sfida diversa e mi fa imparare qualcosa di nuovo. Non so come reagirà la pittura fino a quando non l'avrò applicata, ma è questo il bello e il motivo per cui mi diverto così tanto. E’ un processo che richiede ore e ore, prove su prove… devi amare ciò che si sta facendo. Un Altro stile di creazione è quando lavoro alle collaborazioni con i club: utilizzo una maglia esistente e dipingo nuove grafiche che la evolvono ulteriormente.”

Può parlarci della tua recente mostra alla OOF Gallery di Londra? Qual è stato il tema centrale della tua esposizione?

“Innanzitutto è stato un sogno poter esporre le mie opere. La mostra in sé era una raccolta di artisti diversi provenienti da tutto il mondo che stanno producendo cose incredibili e sono stato molto onorato di far parte di questo progetto. OOF ha fatto un lavoro incredibile nel mettere insieme tutto ciò. Il mio desiderio fin dall'inizio è stato quello di  poter mostrare le mie creazioni dal vivo, in modo che la gente potesse venire a vedere le piccole pennellate e i dettagli che sono molto difficili da mostrare online. Non c'era un tema specifico per me, si trattava piuttosto di celebrare alcuni dei lavori che ho realizzato negli ultimi anni. Per esempio, la maglia del Barcellona, realizzata con tessuto Unicef riciclato, che ho acquistato ad un mercatino dell'Unicef, o la maglia floreale dell'Inghilterra, che è stato bello condividere di persona”. 

Qual è stata la maglia più memorabile realizzata fino ad oggi e perché?

“Credo che la mia preferita sia sempre quella a cui sto lavorando attualmente, quella che è per metà nella mia testa e per metà dipinta e che ancora non so come verrà fuori. Probabilmente la mia seconda preferita è la maglia dell'Arsenal “Toile de Jouy”, realizzata come tributo alla ricca storia calcistica condivisa tra Arsenal e calciatori francesi. Inoltre, mia moglie è parigina e ho acquistato quel tessuto mentre ero in visita alla sua famiglia, quindi se dovessi sceglierne una probabilmente sarebbe quella, ma sono tutte le mie ‘Bambine’.”

Può condividere qualche progetto o collaborazione futura?

“Penso che sia solo l'inizio di un lungo viaggio di esplorazione. Voglio sicuramente lavorare con i club, mi piacerebbe lavorare con alcuni club italiani in futuro. È davvero interessante quello che sta accadendo all'interno dei club, che si rivolgono sempre di più ad artisti per realizzare kit speciali: è sicuramente qualcosa che voglio esplorare di più. Mi piacerebbe lavorare con gli atleti e realizzare progetti personali con loro, raccontando le loro storie, che si tratti di calcio o di altri sport. Ma più di ogni altra cosa voglio continuare a superare i confini del design, soprattutto dal punto di vista dei tessuti e del design, continuando a mettermi alla prova. Attualmente sto lavorando nello studio di OOF, che è già un sogno. Mi piace molto avere il mio spazio in studio, la libertà e il tempo per immergermi in nuovi progetti”.

La storia di Christian Jeffery è una storia di creatività incessante e di audace sperimentazione, e il suo lavoro esemplifica la bellezza di riuscire a fondere mondi diversi, come l'arte, lo sport e la moda, in qualcosa di unicamente accattivante. La sua passione e dedizione sono evidenti non solo nelle sue creazioni, ma anche nella vibrante narrazione del suo percorso artistico che abbiamo avuto la fortuna di esplorare.


Olympic Details

Ogni Olimpiade ha i propri miti, e i propri dettagli estetici, ne ammiriamo alcuni insieme ad IMAGO e il suo The Game Magazine

I colori e le ispirazioni olimpiche segnano indelebilmente il tartan, le piscine, i campi e tutta la morfologia del più celebre evento sportivo del mondo. Sono il riflesso dell’estro di ogni atleta. Sono unghie dipinte e occhiali futuristici. Sono ispirazioni visuali applicate alla performance e a corpi che sembrano statue. Sono, soprattutto, l’arte e la moda contemporanea che si appropriano del palcoscenico atletico: una connessione destinata ad elevarsi durante Parigi 2024. I Giochi francesi sono alle porte, e abbiamo deciso d’introdurli selezionando 10 dettagli che hanno fatto la storia delle Olimpiadi. Lo abbiamo fatto in partnership con IMAGO e il suo speciale progetto editoriale The Game Magazine. Buona visione.

Abebe Bikila e Zola Budd, i cinque cerchi scalzi

Se la maratona di Roma 1960 rimane uno dei momenti più epici delle Olimpiadi moderne, il merito è del vincitore etiope Abebe Bikila. Bikila meravigliò la Città Eterna correndo scalzo l’intero evento. Fu il primo, simbolico oro olimpico del continente africano nella storia dei Giochi Olimpici. La mezzofondista sudafricana Zola Budd replicò l’esempio di Bikila, affrontando senza scarpe i 3000 metri a LA ’84. In quell’edizione Budd rappresentò la Gran Bretagna, causa il divieto imposto dal CIO al Sudafrica per la piaga dell’apartheid, piazzandosi 7ª.

Zola Budd at the Olympic Games 1984 in Los Angeles (IMAGO / Horstmüller)
Dick Fosbury makes his famous Fosbury flop in Mexico 1968 (IMAGO / Horstmüller)

Dick Fosbury, la rivoluzione aerea bicolore

A Messico ’68, Dick Fosbury rovesciò il mondo, cambiando per sempre il salto in alto. La sua rivoluzione prese il nome di salto dorsale. Fino a quel momento gli altisti non avevano mai superato di schiena l’asticella. Fosbury cancellò lo stile ventrale e la sforbiciata, vincendo la medaglia d’oro con uno stile avveniristico. Per l’occasione, indossò due scarpe di colore diverso. Non fu una scelta di marketing. Fosbury ammise stranamente d’imprimere più energia sul piede di salto grazie alla differente colorazione.  

Edwin Moses at the 1988 Olympic Games in Seoul (IMAGO / PCN Photography)
Cathy Freeman at the Sydney 2000 Olympic Games (IMAGO / Agencia-MexSport)

Edwin Moses, tra ostacoli, collane e occhiali da sole

Il signore dei 13 passi, il più grande ostacolista della storia. Moses fu invincibile sui 110 ostacoli, vinse l’oro sia a Montréal ’76, che a LA ’84, saltando Mosca ’80 per note ragioni politiche. Le sue performance furono semplicemente arte applicata alla scienza, e gli permisero di restare imbattuto per un decennio. L’immagine di questo campione divenne particolarmente iconica grazie alle collane e agli occhiali da sole che l’ostacolista era solito indossare.

Cathy Freeman, correre nel futuro

A Sidney 2000, Cathy Freeman vince una medaglia d’oro olimpica in casa, celebrando le sue radici aborigene. L’impresa della Freeman viene ricordata sia per il valore storico e sociale, che per la tuta spaziale che indossò per dominare i 400 metri. L’atleta australiana fu anche tedofora di quell’edizione olimpica.

Florence Griffith Joyner in Seoul 1988 (IMAGO / Colorsport)

Le unghie di Flo-Jo

Florence Griffith-Joyner è stata una stilista sul tartan. La donna più veloce del mondo ha più volte infranto il muro del suono, e della storia, dell’atletica femminile. Flo-Jo detiene ancora i record mondiali sui 100 e 200 metri. Il suo mito continua ad essere contemporaneo per l’eclettismo estetico che dimostrava sulla pista. I suoi appariscenti e creativi outfit sono celebri tanto quanto le sue unghie: un indimenticabile dettaglio che ha colorato i suoi 3 ori olimpici.  

Lithuania basketball at 1992 Barcelona Olympic Games (IMAGO / WEREK)

The Other Dream Team, il caos controllato lituano

Barcellona 1992 è un’edizione unica delle Olimpiadi, la piattaforma dell’originale Dream Team USA. Michael Jordan, ‘Magic’ Johnson, Larry Bird e compagni non sono stati l’unica meraviglia cestistica catalana. Anche la Nazionale lituana ha stregato il pubblico di Barcellona, vincendo una significativa medaglia di bronzo poco dopo l’indipendenza del Paese, e mostrando degli outfit caleidoscopici creati insieme alla nota band Grateful Dead, che volle sublimare il valore simbolico e politico di quella squadra. Ancora oggi i vibranti kit lituani del 1992 sono tra i più iconici della storia olimpica.

Michael Johnson at the 2000 Sydney Olympic Games (IMAGO / Camera 4)

Michael Johnson, l’uomo dalle scarpe dorate

I ‘Golden Spikes’ di Michael Johnson sono il dettaglio ideale per il più grande 400ista della storia. Nelle Olimpiadi casalinghe di Atlanta ’96, il nativo di Dallas doveva indossare delle scarpe argentate, ma optò per una colorway dorata. Questa scelta funse da buon auspicio, e portò ‘The Duck’ a diventare il primo uomo a vincere la medaglia d’oro sia sui 200, che sui 400 metri in una singola edizione olimpica.  

Ian Thorpe, l’australiano vestito di nero

Durante l’edizione australiana del nuovo millennio, anche un altro eroe casalingo cambiò l’estetica e la scienza del proprio sport. Nelle vasche di Sidney, Ian Thorpe indossa un body suit integrale, e vince 3 medaglie d’oro. La sua seconda pelle, sviluppata attraverso studi scientifici e innovazioni tecnologiche, lancia un trend che sarà seguito da moltissimi altri nuotatori negli anni seguenti. Thorpe vincerà altri 2 ori olimpici ad Atene 2004, sempre vestito di nero.

Ian Thorpe at the 2000 Sydney Olympic Games (IMAGO / AAP)
Ato Boldon at the 2000 Sydney Olympic Games (IMAGO / Ulmer)

Ato Boldon e il tartan dello spazio

L’avvento del nuovo millennio ha anche portato uno degli oggetti più distintivi della storia dell’atletica: gli occhiali indossati dal Ato Boldon sul tartan di Sidney. Lo sprinter di Trinidad & Tobago stupì il mondo, diventando un’icona stilistica che, ancora oggi, viene venerate dagli amanti del connubio tra sport e fashion.

Shelly-Ann Fraser-Pryce at the 2021 Tokyo Olympic Games (IMAGO / Xinhua)

Le ipnotiche acconciature di Shelly-Ann Fraser Pryce

Concludiamo questa selezione di dettagli olimpici con le ipnotiche combinazioni cromatiche dei capelli di Shelly-Ann Fraser Pryce. La sprinter giamaicana, 3 volte campionessa olimpica, continua ad illuminare il tartan tanto con le sue prestazioni eccezionali, quanto con le sue istrioniche acconciature che, nel corso degli ultimi anni, hanno ispirato molte altre atlete.  

Credits

IMAGO / Norbert Schmidt / Horstmüller / PCN Photography / Colorsport / WEREK / Camera 4 / Agencia-MexSport / AAP / Ulmer / Xinhua
Gianmarco Pacione


A TARTAN-AND-ROPES CATWALK

Nel più magico momento sportivo dell’anno, il nostro tributo visuale all’unione senza tempo tra fashion, atletica e boxe

“Vestiti bene per apparire bene. Mostrati bene per sentirti bene. E sentiti bene per correre veloce!”

Le parole di Flo-Jo, al secolo Florence Griffith-Joyner, la più grande velocista di tutti i tempi, echeggiano ancora oggi nelle piste di tutto il mondo. Come i suoi record del mondo sui 100 e 200 metri piani. Sono linee guida estetiche, che hanno ispirato alcuni dei più iconici dettagli della storia dell’atletica. Le scarpe dorate di Michael Johnson, gli occhiali futuristici di Ato Boldon, i caleidoscopici capelli di Shelly-Ann Fraser-Pryce, le unghie striate di Sha’Carri Richardson... Questi sono solo alcuni dei più noti capitoli di un’unica, intensa storia d’amore - quella tra tartan e fashion. Una storia che è destinata a non finire.

“Un uomo che non ha immaginazione, non ha le ali”

Quando Cassius Clay, il ragazzo prima dell’uomo Muhammad Ali, sollevò la sua prima e unica medaglia d’oro, aveva solo potuto immaginare l’impatto che una semplice azione sportiva potesse avere sulle logiche sociopolitiche di un’intera nazione, forse del mondo. Sapeva, però, che il suo mix unico, fatto di sagace anticonformismo e meraviglia atletica, avrebbe portato ad un altro livello la liaison tra la più nobile arte sportiva e lo stile. Da Sugar Ray Robinson, il ballerino del ring, e la sua Cadillac rosa, a Mike Tyson e la pomposa, affascinante esagerazione... I KO hanno sempre attirato l’estro estetico, dentro e fuori le corde, e mai hanno smesso di richiamare l’attenzione del mondo dell’arte. Basta menzionare due nomi per riassumere quest’atipica connessione, Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat. 

Noi abbiamo deciso di omaggiare le affinità senza tempo tra fashion, atletica e boxe, ritraendole con le nostre lenti in prossimità del più emozionante periodo sportivo dell’anno.

Total Look K-WAY | Shoes Botter x Reebok LTD | Sunglasses Oakley
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Total Look On x PAF | Sunglasses Oakley
Total Look On x PAF | Sunglasses Oakley
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Total Look Ottolinger x Puma | Sunglasses Gentle Monster
Total Look Ottolinger x Puma | Shoes Ottolinger x Puma
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Total Look Botter x Reebok LTD | Shoes Botter x Reebok LTD
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Shirt Sebago | Sweater Champion | Jeans Icon Denim | Shoes Clarks
Shirt Sebago | Sweater Champion | Jeans Icon Denim | Shoes Clarks
Shirt Sebago | Tee & Pant Champion | Shoes Sebago
Total look Arte Antwerp
Shoes Botter x Reebok - Ottolinger x Puma - Asics | Bag Ottolinger x Puma
Total look Adidas
Total look Arte Antwerp
Jacket Arte Antwerp | Tee Lacoste | Belt Sebago | Jeans Icon Denim | Sunglasses Gentle Monster | Shoes Clarks

Credits

Photographer Riccardo Romani

Production Elena Botti

Stylist Silvia Ortombina

Wardrobe Coordinator Martina Ghia

Mua Bianca Alexandra Bob

Models Bouchra Farah & Äkyy Tomas

Fashion Agency Monster BADD


HOW FAR YOU CAN GO - HOME

HOME, il primo capitolo del nostro viaggio oceanico con Ambrogio Beccaria, il suo progetto ALLAGRANDE e K-Way

Insieme a K-Way, abbiamo ritratto l’essenza e ascoltato la storia del velista oceanico Ambrogio Beccaria. ‘Home’ è il primo capitolo del nostro viaggio nel suo universo acquatico, e la prima tappa del documentario ‘How Far You Can Go’: una regata narrativa che accompagneremo con speciali focus editoriali.

Casa è dove si trova il cuore. Non ci vuole molto a svestire di retorica una delle frasi più celebri firmate dal pioneristico scrittore, viaggiatore e naturalista Plinio il Vecchio. Basta ascoltare le parole di Ambrogio Beccaria. Basta immergersi in una biografia rovesciata, cominciata tra i confini d’asfalto dei Navigli milanesi e approdata nei criptici, eppure accoglienti orizzonti dell’oceano aperto. Delle sue rotte. Delle sue sfide.

Per questo velista oceanico casa è uno scafo, il gioiello nautico ALLAGRANDE, e l’incessante danza della sua vela. È la sensazione di abitare e, contemporaneamente, esplorare le incognite del vasto blu. È la solitaria, ciclica migrazione acquatica applicata alla competizione sportiva. Una necessità primordiale, ma anche una vocazione moderna, comparsa per puro caso nel pieno caos adolescenziale, e capace di definire il futuro di colui che, oggi, viene annoverato tra i più talentuosi navigatori del mondo.

“La mia passione per la vela è nata casualmente. Vengo da Milano e la mia non è una famiglia velica. I miei genitori mi hanno semplicemente trasmesso la passione per il mare. Ricordo vacanze infinite trascorse solo in spiaggia... Essendo genovese, mia nonna era l’unica ad avere delle vere origini marine. Era solita raccontarmi che, da piccolo, entravo in acqua camminando all’indietro, perché avevo paura dell’orizzonte. Il mio debutto in mare è stato così. La vela è arrivata a 11 anni, grazie ad un corso estivo di mia sorella in Sardegna. L’ho emulata, come molte altre volte, e gli istruttori mi hanno subito trasmesso questa passione profonda. La vela è diventata prima un modo per scappare da Milano, per sentirmi grande in mezzo a persone più mature di me, poi mi ha permesso di viaggiare per l’Italia e di guadagnare i primi soldi. Era una sorta di paese dei balocchi, una reale forma d’indipendenza. A 14-15 anni ti poni moltissime domande, soprattutto in una città come Milano. La vela mi ha dato delle risposte”

Dove onde e nuvole si specchiano a vicenda, arrivando a fondersi tra loro, le risposte ricercate dal velista classe ’91 si sono strutturate e schiarite nel tempo, divenendo personali assunti filosofici. Se è vero che il vento, il nobile padrone dell’immensità acquatica, cancella ogni traccia del passaggio umano, è allo stesso tempo innegabile il suo ruolo rivelatore, la sua capacità d’ispirare sferzanti epifanie e fluide consapevolezze. Epifanie e consapevolezze che, ora, ispirano le imprese di un navigatore in grado di essere contemporaneamente poeta e scienziato.

“Il contatto con l’oceano è sempre in divenire, non nutro un sentimento fisso per questo elemento. Ultimamente stare in mezzo al mare cambia le mie percezioni, le mie sensazioni, rispetto a quando sono a terra. In acqua, le differenze tra essere umano e natura, tutti quei confini, quei limiti amplificati dal mondo contemporaneo, si assottigliano. Sento il lato selvaggio che abita dentro di me. Quando questa componente viene fuori, mi fa stare bene, mi fa prendere un ritmo che è completamente diverso da quello abituale. E mi fa sentire a casa. Essere un navigatore vuol dire fare un lavoro che so non avere un senso preciso per la società, ma sentirmi un marinaio mi ha dato un posto nel mondo. Senza questa passione, mai avrei scoperto che, effettivamente, il mare è il mio posto”

Un posto, una dimora che non ha un indirizzo preciso, ma che fa riferimento ad un ideale, quello racchiuso nel naming ALLAGRANDE. ALLAGRANDE è uno scherzo, una battuta dialettica che lungo gli anni ha assunto i connotati della scommessa, della scoperta, della realtà, perfino dell’affermazione, divenendo il crocevia del processo di comunione tra Beccaria e le correnti marine, così come la pietra angolare di un sogno concretizzato superando ogni aspettativa. 

“Il nome è nato grazie ai carpentieri dei cantieri navali di La Spezia. Era il 2015, avevo poco più di 20 anni e facevo lo skipper di un catamarano da crociera. Stavo studiando per diventare navigatore e ho comprato un Mini 650, la mia prima barca oceanica di 6 metri e mezzo. Era un relitto recuperato in Portogallo, non avevo soldi per permettermi altro. Dopo gli orari lavorativi mi fermavo ore in cantiere per rimetterlo in sesto, e i carpentieri, da buoni liguri, continuavano a prendermi in giro. Mi chiedevano ripetutamente come stesse andando il mio sogno. Rispondevo sempre “Alla grande!”. Quando è arrivato il momento del varo, ho deciso che quello sarebbe stato il nome perfetto”

Seguiteci per scoprire il secondo capitolo di ‘How Far You Can Go’.

Credits

A Project by AthletaLab

Director & Editor Giulia Fassina

Creative Director Rise Up Duo

Cinematographer Paolo Concari & Giulia Fassina

Colorist Jacopo Cosmelli

Soundtracks & Sound Design Tommy Zaph

Motion Design Mike Rodella

Type Design Filippo Giuliari

Additional Footage Lorenzo Sironi

Copywriter Gianmarco Pacione

Translator Scott Alan Stuart


Di filosofia e tecnologia, la celebrazione sportiva ASICS

La collezione ‘Celebration of Sport’ rima con l’essenza ASICS, spiega il Brand Trainer Team Lead Giuliano Zezza

“ASICS è nata in un particolare momento storico, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, in un Paese in difficoltà come il Giappone. La volontà dell’azienda è sempre stata, fin dalle proprie origini, quella di permettere a più persone possibili di praticare l’attività sportiva, e di sentirsi meglio grazie ad essa”. Le parole del Brand Trainer Team Lead ASICS Giuliano Zezza non sono una semplice introduzione alla collezione ‘Celebration of Sport’, sono la definizione di una filosofia aziendale che, nel tempo, ha mutato forme esteriori, grazie ad un incessante ricerca del progresso tecnologico, senza però abbandonare la propria, virtuosa, sostanza interiore.

Dove l’Anima Sana continua a sublimarsi nel Corpore Sano, la celebrazione sportiva è un ideale tangibile, descritto dall’attuale claim paradigmatico ‘Move Your Mind with ASICS’, ‘Libera la Mente con ASICS’, e veicolato attraverso un ventaglio di prodotti plasmati tanto dalla millenaria cultura nipponica, quanto da test scientifici contemporanei. Dal 1949 ad oggi, l’essenza ASICS ha sempre danzato in equilibrio tra la ricerca del benessere trasversale e il progresso tecnologico, scrivendo un infinito haiku ispirato sia dallo studio sensoriale, che da quello materiale. “Siamo un brand storico e abbiamo un retaggio molto importante”, spiega Giuliano Zezza, “La nostra visione è molto orientata sul prodotto, e sulla ricerca necessaria per svilupparlo al meglio. Per questo ci affidiamo al nostro Istituto di Scienze dello Sport della città di Kobe, in Giappone, dove prendono forma e vengono testati tutti i nostri prodotti. L’ISS ci permette di fare la differenza sul mercato, ma il Giappone per ASICS rappresenta anche molto più di questo polo avveniristico: è nel nostro DNA, è la pietra angolare della vision aziendale. Il Kaizen e l’Omotenashi rappresentano, per esempio, due concetti che sono entrati per osmosi nella filosofia del brand. Il primo è sinonimo di continuo miglioramento, il secondo di cura dell’ospite. Noi vogliamo prenderci cura di ogni consumatore, creando calzature adatte per il maggior numero possibile di atleti e appassionati, velocità, terreni e appoggi. Il Kaizen e l’Omotenashi, poi, scandiscono anche i rapporti all’interno dell’azienda, e i legami tra i vari dipendenti...”.

Il bilanciamento tra corpo e mente passa dalle analisi dei laboratori di Kobe, certo, ma anche dalla consapevolezza assoluta della pratica sportiva come mezzo per migliorare intere vite, lascia intendere Giuliano Zezza. In fondo, performance e personal best possono rimare con calma e comfort, come dimostrano, da una parte, la moderna rivoluzione delle Superblast 2 e, dall’altra, le nuove feature delle iconiche Gel-Nimbus 26 e Gel-Kayano 31: modelli-manifesto della speciale collezione ‘Celebration of Sport’, che abbiamo ritratto ai piedi degli ASICS FrontRunner Riccardo De Anna, Cecilia Sabbadini e Thierry Adjetey. “Si tratta della nostra community internazionale, composta da runner di vario livello, molto importante per noi perché possiamo comprendere… dell’universo running contemporaneo. Gli ASICS FrontRunner sono principalmente i nostri ambassador e anche tester. Testando le scarpe tutti i giorni, i loro feedback per noi sono molto importanti perché aiutano a migliorarci. Vogliamo che il consumatore ASICS continui a sentirsi al sicuro e bene con sé stesso. Il comfort, poi, aiuta decisamente a liberare la mente e a perseguire l’obiettivo della salute personale a 360 gradi. Solo prodotti specifici possono dare la giusta comodità ai runner, per questo miglioriamo ciclicamente le nostre scarpe più iconiche. Allo stesso tempo, stiamo decisamente ampliando il numero dei nostri modelli, cercando di fornire la scarpa giusta per ogni esigenza”.

“ASICS vuole dare a tutti la possibilità di fare sport nel modo migliore, dai pro agli amatori”, conclude Zezza, tornando a sottolineare il percorso etico intrapreso dalla propria azienda nel lontano metà-Novecento: lo stesso, immutato percorso trasposto oggi nella collezione ‘Celebration of Sport’. “L’inclusività è e sarà sempre alla base delle nostre scelte”.


La Celebrazione Sportiva con gli ASICS FrontRunner

Positività, condivisione e benessere, la nuova collezione del brand giapponese raccontata dagli ASICS FrontRunner

Sprigionare positività e liberare la mente attraverso il movimento. La nuova collezione ASICS ‘Celebration of Sport’ si fonda su questi concetti, elevando il ruolo essenziale del running, e dell’attività fisica, nel benessere psico-fisico di ogni individuo. Una linea multi-prodotto, composta da dieci calzature, che racchiude l’anima stessa del brand, irradiandola attraverso una distintiva colorazione gialla e una serie di migliorie tecnologiche, sviluppate nei laboratori dell’Istituto di Scienze dello Sport della città di Kobe.

Gli ASICS FrontRunner Thierry Adjetey, Cecilia Sabbadini e Riccardo De Anna fungono da narratori per questo nuovo capitolo estetico e comunicativo del brand. Le loro parole evidenziano, da un lato, le caratteristiche futuristiche delle SUPERBLAST 2 PARIS, le iconiche Gel-Nimbus 26 e le Gel-Kayano 31, dall’altro la filosofia intrinseca a questi prodotti: l’idea di celebrare lo sport attraverso il movimento, qualunque esso sia, e di trasporre nella contemporaneità la frase fondativa Anima Sana in Corpore Sano.

Da ‘SoundMindSoundBody’ a ‘Move Your Mind with ASICS’. Il running, per ASICS, continua ad essere molto più dello sforzo fisico fine a sé stesso. È sinonimo d’ispirazione, liberazione e condivisione, come rivelano le testimonianze di Thierry, Cecilia e Riccardo. 

Cosa significa per te la corsa? E come ti fa sentire il fatto di rappresentare un brand come ASICS, radicato tanto nella storia, quanto nel progresso contemporaneo di questa nobile disciplina?

Thierry Adjetey: “La corsa è molto più di un semplice esercizio fisico; è un'attività che permette a ciascuno di entrare in contatto profondo con sé stesso. Attraverso la corsa, riesco a scoprire nuove sfaccettature della mia personalità e a superare i miei limiti, non solo nello sport, ma anche nella vita di tutti i giorni. È un momento di introspezione e di crescita personale, un'occasione per sfidarmi e migliorarmi costantemente. Un marchio come ASICS amplifica questa esperienza, consentendomi di vivere appieno la mia passione quotidiana. Il brand tramite la community ASICS FrontRunner mi offre l'opportunità di connettermi con persone che sono già appassionate di questo sport e con chi desidera avvicinarsi per la prima volta. Questo marchio crea un ponte tra la mia crescita personale e la possibilità di condividere questa passione con altri, arricchendo ulteriormente la mia esperienza di corsa.”

Cecilia Sabbadini: “Per me la corsa è libertà, leggerezza, un modo per liberare la mia mente dalle sfide della quotidianità. La corsa mi ha insegnato molte volte che posso farcela con le mie forze anche quando lo credo impossibile, che alcuni obiettivi si raggiungono più facilmente circondati e accompagnati dalle persone giuste, ma che devi impegnarti, sbatterci la testa, sudare per raggiungere ogni piccolo traguardo. Vale nella corsa come nella vita. Vedere che ce la posso fare da un lato, mi permette di essere la donna che sono dall’altro. Per me è davvero un onore poter rappresentare un brand come ASICS che si fa portabandiera di come il movimento possa influenzare e cambiare positivamente l’attitudine di ciascuno. Credo che tutto questo mio sentire durante la corsa sia racchiuso perfettamente nella filosofia ‘SoundMindSoundBody’ del brand, secondo la quale ogni volta che muoviamo al massimo il nostro corpo, sudiamo e corriamo, siamo più felici. Ecco, dentro quella sensazione di felicità e leggerezza è racchiuso tutto.”

Riccardo De Anna: “La corsa significa prendermi uno spazio per stare con me stesso e liberare la mente dalle fatiche della giornata. Mi permette di stare bene con il mio corpo trovando nella fatica un grande senso di pace e soddisfazione. La corsa è anche una continua sfida con me stesso, un modo per pormi continui obiettivi potendo così avere una direzione in cui andare. Essere all’interno di ASICS come FrontRunner per me è motivo di grande onore e privilegio. Il nome stesso di questo brand veicola tutto il senso più profondo che lo sport ha per me, un senso che si esplicita in ‘SoundMindSoundBody’. Inoltre, poter divulgare un messaggio così importante anche attraverso le significative campagne che propone mi rende quotidianamente felice e orgoglioso di far parte di questo gruppo.”

Questa campagna è accompagnata da un claim dal forte significato: ‘Move Your Mind with ASICS’, ‘Libera la mente con ASICS’. Cosa significa per te liberare la mente attraverso il running? E che ruolo giocano, a questo riguardo, i prodotti ASICS?

Thierry Adjetey: “‘Move your mind with ASICS’ per me significa andare oltre i soliti schemi che associano la corsa o l'attività fisica esclusivamente alla performance, per vivere appieno i benefici non solo fisici, ma soprattutto mentali che la corsa può offrire. Liberando la mente dai cliché e dalle aspettative, possiamo realmente godere di tutti i vantaggi che la corsa ci regala. ASICS, con i suoi prodotti adatti a ogni tipo di runner, di tutte le età e livelli di esperienza, offre a tutti la possibilità di avvicinarsi a questo sport. In questo modo, la corsa diventa accessibile a chiunque, permette di scoprire e vivere i benefici di uno sport meraviglioso.”

Cecilia Sabbadini: “Liberare la mente significa togliermi di dosso il peso della quotidianità. Nel momento in cui esco a correre, riesco a vivere pienamente il momento, concentrandomi e dedicandomi completamente all’attimo che sto vivendo. È incredibile come al tempo stesso i miei pensieri prendano una forma diversa, risultando più chiari e razionalizzati. Correre mi aiuta a mettere in ordine i pensieri. Sono dell’idea che per muoversi liberamente si debbano avere a disposizione prodotti in grado di assecondare le tue esigenze, in grado di offrirti il massimo comfort, e che ti permettano di esprimere al massimo le tue caratteristiche.”

Riccardo De Anna: “Ci sono giorni così impegnativi e stancanti che mettere un paio di scarpe è la mia unica soluzione per riporre ordine e alleggerire la mente. Ci sono giorni dove sono pensieroso, ho mille domande per la testa e solo in una corsa riesco a trovare le migliori risposte. Come fosse una seduta da uno psicologo. Altri giorni, invece, esco a correre per non pensare proprio. Riesco a dare ordine ai pensieri, a diminuire le preoccupazioni e a trovare risposte. Attraverso l’ottimo comfort e leggerezza dei prodotti ASICS tutto questo risulta più semplice e meno faticoso.”

Nella collezione è forte anche il tema della positività condivisa, così come della serenità collettiva che il running riesce a trasmettere nelle sue varie forme e attori. Quanto è importante, nella tua vita da runner, la condivisione di allenamenti, esperienze e gare con altri esseri umani? E che riflessioni e/o sensazioni ti fa affiorare questo ruolo ‘sociale’ del running?

Thierry Adjetey: “Sui social cerco di condividere la mia visione della corsa e di trasmettere tutto il benessere che mi regala. Racconto le mie esperienze di corsa, i miei allenamenti, le mie sfide e le mie gare, cercando di raggiungere ogni tipo di appassionato, ma anche chi non ha mai provato a correre. La corsa è per tutti, e ogni volta che vedo qualcuno avvicinarsi a questo sport provo una grandissima soddisfazione.”

Cecilia Sabbadini: “La componente sociale del running è importantissima. Credo che condividere con altre persone i benefici del movimento possa ispirarle, motivarle a fare un passo in avanti per loro stesse, per il loro benessere psicofisico. Condividere allenamenti, esperienze e gare spero davvero possa essere uno sprone ulteriore per chi inizia un percorso. E scoprire, soprattutto, quello che c'è dietro a un eventuale obiettivo centrato penso sia un elemento fondamentale da comunicare a coloro che nutrono la tua stessa passione. Io cerco di farlo quotidianamente: questo è un aspetto a cui tengo tantissimo. Anche quando hai successo alla fine di un percorso, non vuol dire che quel percorso sia stato sempre facile. Condividere la tua esperienza motiverà altre persone a continuare a perseverare nel loro percorso per il raggiungimento del loro obiettivo.”

Riccardo De Anna: “Se la vita non è altro che una serie di esperienze e relazioni, la corsa mi ha fornito il meglio in assoluto di entrambi. La condivisione è fondamentale perché permette di dimezzare le fatiche alleggerendo il peso dell’allenamento ponendosi un obiettivo comune, raggiungendolo attraverso l’aiuto reciproco. Una gara, un evento o un allenamento sono come un viaggio, ed è più bello se condiviso. Per me è fondamentale il rapporto umano nel running, perché mi permette di sperimentare esperienze nuove, conoscere punti di vista differenti e viaggiare alla ricerca di nuove realtà. Il running, come tutto lo sport, per me ha un grande valore sociale ed educativo. Da un lato è una potente fonte di inclusione e integrazione sociale, dall’altro un mezzo in grado di formare le persone attraverso valori unici e profondi come l’uguaglianza, la disciplina e il rispetto per le differenti culture. È uno strumento capace di abbattere molti stereotipi, unendo le persone. Un pensiero ancor più personale è quello di credere che lo sport sia un giusto contesto quando circondato da belle persone. E se pensiamo al confronto col prossimo, la condivisione con l’altro e la realizzazione di progetti attraverso una passione comune, non possiamo prevedere di poter realizzare qualcosa di unico se non con le giuste persone. In quest’ottica penso che il running sia il miglior luogo in grado di valorizzare al meglio chiunque lo pratichi.”

Comfort, energia, calma. Le nuove tecnologie ASICS sembrano voler impattare tanto sulla performance e sul dato statistico, quanto sulla percezione sensoriale e sulla sfera emotiva di ogni runner. Che peso hanno questi ultimi fattori ‘intangibili’ nell’esito ‘tangibile’ di quelli precedentemente menzionati?

Thierry Adjetey: “Sono convinto che il benessere emotivo abbia un impatto diretto sui risultati che otteniamo. Che si tratti di un allenamento quotidiano o di una gara importante, avere la mente serena ci permette di esprimere al meglio le nostre potenzialità. Quando la mente è libera da preoccupazioni, il corpo può muoversi con maggiore fluidità ed efficacia. ASICS comprende questa connessione tra mente e corpo, e attraverso i suoi prodotti mette al centro il comfort nella calzatura, assicurando che ogni passo sia carico di energia e supporto. Sento che la qualità e l’innovazione delle scarpe di ASICS mi aiutano nel mio miglioramento in termini di performance, ma contribuiscono anche a farmi restare tranquillo e concentrato sull’attività che sto svolgendo. In questo modo mi godo appieno l’esperienza.”

Cecilia Sabbadini: “A mio parere hanno un grandissimo impatto. Ritengo che le nuove tecnologie abbiano il potere di influenzare positivamente la sfera emotiva di uno sportivo, andando a potenziarne l’autoconsapevolezza, la sicurezza e la fiducia in sé stesso, tutti fattori impattanti implicitamente anche sulla performance e sul risultato statistico.”

Riccardo De Anna: “Ritengo che ad oggi la tecnologia di una scarpa sia in grado di dare maggiore sicurezza e serenità nella performance sportiva di un runner. Diversi studi hanno ormai evidenziato come comfort, ritorno di energia e propulsione siano fattori fondamentali e ricercati nella scelta di una scarpa giusta. La consapevolezza di avere le nuove tecnologie ASICS ai piedi durante un allenamento o gara infonde sicurezza e positività nelle mie potenzialità. Quindi ritengo che fattori intangibili come percezione ed emotività abbiamo un peso importante in quelli più tangibili come la performance.”


Briko Ride Club – Il ciclismo è una passione ibrida

L’esperienza torinese della community ciclistica supportata da Briko in occasione del Tour de France

L’amore per il ciclismo può cambiare forme, ma mai la propria essenza. Il Briko Ride Club è sinonimo di gruppo e socialità. È la più pura forma di divertimento e passione ciclistica, dove non sono essenziali ritmi e tempi, e l’esperienza collettiva viene prima di tutto. L’ultimo viaggio BRC è stata l’apoteosi di questa filosofia. Questa famiglia di rider ha celebrato Torino e il suo atipico rapporto con il Tour de France, prima immergendosi tra le dolci colline e gli echi storici di questa nobile città, poi unendosi alla festa Gialla e ammirando il finale della 3ª tappa (Piacenza-Torino). Questa è la nostra galleria fotografica di una giornata speciale ed ibrida per il Briko Ride Club, interamente dedicata al ciclismo.