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Grazie ad adidas, abbiamo respirato e processato un magico oro Mondiale nel salto in lungo, marchiato 8.39. Lo abbiamo fatto insieme al diretto interessato, e protagonista assoluto, Mattia Furlani 

Incoscienza. Brillantezza. Preparazione. Magia. Mattia Furlani visualizza, si scrolla di dosso negatività e fantasmi prossimi, mette in moto la propria galleria del vento, stacca. Vola. Il National Stadium di Tokyo assiste inerme alla meraviglia del salto in lungo, in tutta la sua abbagliante purezza cinetica. Poi, l’atterraggio e la realizzazione. 8.39, l’oro Mondiale. 

Se la capitale giapponese è un’eterna lente sul futuro, il 20enne figlio e fratello d’arte, in una sublime notte di settembre, ne è divenuto un’espansione culturale o, ancora meglio, una perfetta raffigurazione sportiva. Nel senso del suo volo c’è tutto quello che l’atletica chiede, spesso senza ottenerlo: doti naturali e potenziale illimitato, heritage familiare e passione reale, soprattutto etica… Tutto è necessario per divenire il più giovane oro Mondiale della storia della disciplina, nonché il primo uomo Azzurro a riuscire in quella che, per lungo tempo, è parso un traguardo inavvicinabile. E tutto è necessario, allo stesso tempo, per restare ancorato a terra: fedele alla propria essenza, anche quando si è volato più a lungo di qualsiasi altro essere umano del globo. 

Abbiamo analizzato il momento apicale di una carriera ancora ai suoi primordi, con questo talento adidas: un’icona italiana che pare essere tanto in costruzione, quanto già costruita, al di là di un podio che rimarrà. Al di là di un salto che dividerà, per sempre, il flusso degli annali sportivi di un intero Paese, e non solo. 

Mattia Furlani's jump wins gold at the Tokyo World Championships
Mattia Furlani finals long jump at the World Championships in Tokyo

Ripensando ai tuoi primi approcci all’atletica, così come alla cultura di questo sport, che attecchisce così profondamente all’interno della tua famiglia, che ricordi passati ed emozioni confluiscono in questo 8.39, oltre all’estasi del risultato stesso? 

“Uno dei primissimi ricordi che mi vengono in mente di questo sport, e che mi ha segnato tantissimo, l’ha recentemente riportato a galla mia mamma… Trovo sia bellissimo: fa riferimento a quando Erika, mia sorella, partecipò al Silver Gala. Mi torna in mente questo stadio completamente vuoto. Eravamo solo io, a 8 anni, e mia madre. Avevo i popcorn in mano e guardavo Erika gareggiare, dicendomi: “Chissà se un giorno riuscirò anch'io a gareggiare in uno stadio del genere…”. È una delle esperienze che mi è più rimasta impressa, perché mi brillavano gli occhi nell’assistere all'atletica in un grande contesto di quel tipo. Adesso, vivere quei contesti è del tutto differente rispetto a quello che m’immaginavo all’epoca. Forse è ancora più bello. Detto questo, quel tipo di esperienze mi hanno arricchito molto, ed è stato anche grazie ad Erika, alla possibilità di vederla crescere sportivamente, se mi sono appassionato, sempre più, all’atletica.”

Campione del Mondo ad appena 20 anni: un tassello della tua carriera e una definizione che nessuno potrà più toglierti, ma anche una pietra miliare rarissima per l’intero panorama sportivo italiano. Quanto conta, per te, aver aggiunto un pezzo di storia all’atletica italiana, ed essere stato il più giovane a riuscirci nella storia mondiale?

“Vuol dire tanto, perché rimango comunque un grande appassionato, e sentire il mio nome affiancato a tanti altri grandi della disciplina fa un certo effetto… Per me è bellissimo, perché ci ho lavorato, ci siamo riusciti... Ora, bisogna solo cercare di migliorare sempre più, e affidarsi al tempo.”

Mattia Furlani for adidas

Dopo aver realizzato di essere oro, hai detto “è successo qualcosa di magico”. Ecco, com’è stato vivere, respirare, sentirti circondato da questa magia, nel National Stadium di Tokyo? E durante il corso della gara hai percepito, da un punto di vista fisico o mentale, di vivere un’esperienza destinata ad essere ‘magica’?

“Sì e no. Diciamo che va bene il lavoro, va bene tutto l’allenamento, ma a mio avviso in competizioni come un Mondiale deve crearsi un mix di cose e circostanze: e ci deve essere anche un po' di magia… Perché, comunque, in quella gara è veramente accaduto qualcosa di magico. I primi salti ho fatto sempre fatica, poi è arrivato un salto che ho chiuso in maniera perfetta. Si è creata proprio quella magia del momento... Senza la magia, secondo me, non sarebbe accaduta una cosa del genere. Quindi, anche quel fattore deve far parte ‘del gioco’ e ha reso il tutto ancora più bello.”

“Faccio ciò che amo fare”. Una frase-testamento del tuo amore per il salto in lungo. Cosa significa per te il gesto stesso del salto e del volo, che in occasioni speciali, come questa, meraviglia milioni di spettatori in tutto il mondo? 

“È una sensazione fantastica. La parte del volo è la mia preferita. Molti chiedono a cosa pensi durante i salti, durante il volo… In realtà, la risposta è semplice: a niente. Dopo che lavori tanto su degli automatismi, dopo che salti, salti e risalti in allenamento, alla fine arriva l'appuntamento più importante, e tutto è automatico: devi solo riprodurre quello che già sai. Quindi, alla fine, la sensazione è fantastica da un lato, dall’altro è un qualcosa di totalmente automatico.”

Grazie ai tuoi successi antecedenti al Mondiale, eri già assurto ad icona nazionale. Dopo questa impresa celebrata da tutta la nazione, che tipo di icona vuoi essere per l’Italia? E cosa rappresenta per te avere al tuo fianco in questo percorso di maturazione sportiva e umana un brand così culturale e avanguardistico come adidas? 

“Sicuramente voglio essere una bandiera sportiva: una bandiera che vuole portare il nome dell'Italia in alto, ma soprattutto anche ‘un grido’ alla determinazione, al fatto che bisogna credere ai propri sogni, non solo nello sport, ma anche nella vita. Quest’ultimo tema è ancora più significativo. Il mio vuole essere ‘un grido’ universale, che possa aiutare anche tutti coloro che, magari, non possono fare questo sport, o che non possono fare discipline che sognano, vedendo atleti come me. Nel mio percorso adidas vuol dire tantissimo, perché mi sta permettendo di lavorare su progetti fantastici, anche esterni all’atto sportivo stesso, come quello sulla salvaguardia ambientale, ma non solo… Parliamo di un brand di cui vado estremamente fiero. Mi permette di andare a testa alta.”