Behind the Lights - Matt Moran

Le immagini esaltano il movimento sportivo nella ricerca visuale di questo fotografo e sperimetatore britannico

Il movimento porta ad esplorare noi stessi e ciò che ci circonda, ma porta anche ad esplorare la creatività visuale, come dimostra la filosofia fotografica di Matt Moran. La lente di questo fotografo britannico è un laboratorio sperimentale che spesso incrocia la produzione con l’elemento sportivo. La galleria di Moran è un intreccio di sensazioni e soluzioni cromatiche elevate dalla cinesi, e viceversa: un lungo viaggio in costruzione tra echi di fotografi leggendari e opzioni stilistiche contemporanee, a volte persino anticipatorie.

“Ho sempre sentito intorno a me la fotografia. È qualcosa che mi ha sempre interessato e che ho sviluppato nel tempo, soprattutto a partire dal periodo universitario, quando ho potuto viaggiare, circondarmi di persone che avessero gusti simili ai miei e scoprire tante tecniche di stampa differenti. Le prime figure a cui mi sono ispirato sono stati i fotografi Magnum, così come i classici contemporanei americani, come Alec Soth. Per quanto riguarda lo sport, invece, da ragazzo ho giocato a rugby, quando mi sono spostato a Londra mi sono dato al ciclismo e durante il periodo pandemico ho iniziato a correre molto nelle campagne del Devon, insieme a mio fratello. Negli anni sono stato assistente per diversi fotografi fashion, così durante quelle corse mi è venuta l’idea di collegare una fotografia artistica, più fashion, al running e ad altri sport che amo, come il ciclismo. Da piccolo passavo ore a guardare il Tour de France in televisione...”

L’esplorazione è fatta di dettagli e curiosità, spiega Matt. Dove c’è un grande evento sportivo, ci sono sempre significativi particolari che non vengono notati. Dove c’è un grande atleta, c’è sempre una chiave d’accesso estetica e narrativa che nessuno ha trovato. Le sue immagini raccontano questo, mostrando schegge di una running culture futuristica, di un’atipica dimensione cycling e di un’illimitata celebrazione del movimento.

“Lavorare per altri fotografi mi ha dato fiducia nell’approcciare differenti stili. Mi piace sfocare, usare il flash e particolari elementi, angoli e colori. Amo giocare on gli estremi, con la luce e l’oscurità. Sono concentrato sul mostrare ed elevare i movimenti, voglio amplificare la velocità, lo sforzo, la gioia: il mio obiettivo è esagerare quello che accade nella realtà. Le mie foto sono un’accumulazione di tutto quello che m’ispira, e penso sia in qualche modo liberatorio non essere legati ad un’estetica monolitica. Ogni progetto e ogni evento determinano la mia direzione estetica. Spesso non ho un brief, rispondo semplicemente a ciò che mi trovo di fronte. Credo che tutto sia interessante intorno alla performance: le luci, la pistola di partenza, la tecnologia, i piccoli dettagli che solo in pochi notano. Andare sotto la pelle delle cose è stimolante”

Il Mondiale di ciclismo di Glasgow, i test di Rory Leonard, la London Marathon, Hoka, and wander e Dosnoventa: il flusso creativo di Moran tocca lo sport su differenti livelli, viene nutrito e potenziato da esso, e gli permette di danzare tra l’opera di reportage e quella di invenzione artistica-fashion. Grazie ad un chirurgico lavoro di postproduzione, negli scatti del britannico risulta, così, impercettibile il confine tra lavoro commerciale e progetto personale.

“Sono sempre stato esposto al mondo fashion e trovo positiva l’influenza che sta avendo nell’immaginario sportivo, soprattutto da un punto di vista fotografico. Molti dei miei lavori personali hanno portato a collaborazioni con brand: sento che è arrivato il momento giusto per l’apertura dei brand ad approcci fotografici differenti rispetto a quelli tradizionali. Tutto sembra in qualche modo connesso e io provo ad avere lo stesso approccio per tutti i progetti. Poco tempo fa ho scattato la Great North Run di Newcastle, città dove attualmente vivo con la mia ragazza, e quel progetto personale mi ha portato prima ad un lavoro commissionato sulla Night of the 10k PB, poi ad una fanzine e, infine, ha sbloccato un lavoro in Giappone per and wander... In generale amo vivere i miei lavori come scrapbook, album di ritagli in cui la postproduzione giocano un ruolo chiave. Tanto del mio impegno arriva dopo aver scattato, mi piace molto lavorare sulle gradazioni dei colori, sul trattamento di ogni scatto e sul processo di stampa”

“Mi piacerebbe fotografare le Olimpiadi a Parigi”, conclude Moran parlandoci del suo futuro e del suo presente, diviso tra lunghe corse nel nord dell’Inghilterra, dove copre 50 miglia (80 chilometri) ogni settimana, e shooting in giro per il globo, “E mi piacerebbe seguire un atleta per un progetto a lungo termine, per esempio durante l’avvicinamento ad una grande manifestazione. Mi intriga avvicinare un giovane talento e vederlo esplodere. L’UTMB (Ultra-Trail du Mont-Blanc) e la corsa in Kenya sono altri due temi che mi affascinano. Da un punto di vista sportivo, invece, voglio provare a correre la maratona di Londra sotto le 2 ore e 40... Vedremo!”


Funzionalità, sport e design: nella mente di Hiroshi Nozawa

Il visionario fondatore di Norbit racconta il suo rapporto con l’elemento outdoor e l’immaginario sportivo, sublimato nella capsule a tema hiking sviluppata insieme a KARHU

La nuova frontiera dell’estetica è la funzionalità. Un assunto che può sembrare paradossale, ma che si esplicita e sublima nella ricerca di Hiroshi Nozawa e del suo avveniristico brand, Norbit. Non è un caso che le radici filosofiche di questo designer giapponese, capace di fondere bellezza, cultura e pragmatismo, attecchiscano nell’elemento sportivo. Non è un caso che hiking e pesca, ma anche vari sport d’azione, siano le pietre angolari alla base della sua opera progressista.

‘Field, Journey, Chill-out’, in questo claim dalle sembianze di haiku è instillata l’essenza di Nozawa, del suo rapporto attivo con l’universo outdoor e della sua visione fashion, che riecheggia nella speciale capsule collection ‘Have a Nice Hike’, prodotta in sinergia con KARHU. “Ho sempre pensato di non produrre dei semplici capi fashion”, confida Nozawa, “Quando disegno dei capi, penso ad essi come a degli strumenti che mi possano permettere di fare quante più cose possibili. Le scarpe waterproof, per esempio, nella mia visione hanno la stessa valenza di una canna da pesca. Tutto è funzionale, tutto gravita intorno alla funzionalità”.

Appassionato escursionista e pescatore, ma anche viaggiatore e contemplatore della natura, Nozawa trasforma quotidiane epifanie in design ibridi, che mettono in relazione la necessità di sopravvivenza e comfort dettata dalla natura, con forme e materiali innovativi anche per l’alta moda. “L’outdoor e le sue ramificazioni sono la mia grande passione. Per questo voglio che tutto ciò che disegno sia fruibile tanto da chi vive a contatto con la natura, quanto da chi sta in città”, continua Nozawa, spostando il focus su un altro tema a lui caro, la cultura sportiva, “Sono una persona ‘sport-minded’, amo gli sport d’azione come molti altri miei connazionali. Nella collaborazione con KARHU ho voluto rispettare l’enorme heritage sportivo di questo brand.  ‘Have a Nice Hike’ ruota intorno alla volontà di connettere la tradizione di un iconico marchio sportivo con i più alti materiali tecnici contemporanei”. 

Le parole di Nozawa definiscono un maestro dell’armonia razionale, un sapiente artigiano della materia che, dopo aver collaborato con celebri realtà nipponiche come Columbia Black Label e Snow Peak, oggi sta dedicando le proprie energie all’esaltazione di un paradigma funzionale, come nel caso di ‘Have a Nice Hike’. “La collezione ‘Have a Nice Hike’ si concentra ovviamente sul concetto di hiking. La funzionalità, in questo caso, è legata a molti dettagli, per esempio alle tasche. Non mi piace portare zaini o borse durante le escursioni, così ho deciso di aggiungere molte tasche sui vari capi, ponendo attenzione alla funzionalità dei tessuti utilizzati: uso spesso materiali elastici, sono essenziali per la comodità, ma in questo caso sarebbero stati inutili... Ogni parte del capo ha un proprio scopo preciso e deve essere pensata per raggiungerlo al meglio. Tutto deve avere una ragione”. 

“Questo tipo di processo creativo e stilistico si può attuare con qualsiasi sport o pratica fisica”, prosegue Nozawa, tornando ad immergersi nella propria cultura sportiva, “Penso allo snowboard, al surf, alla BMX... In futuro lancerò delle linee dedicate e ispirate a queste e ad altre discipline. Credo fermamente che i tipici capi sportivi e i tessuti più tecnici possano essere resi ‘fashionable’, per poi essere indossati anche nella vita di tutti i giorni”. Il futuro di questo sperimentatore e inventore di silhouette, però, non si limita alla direzione creativa di una nuova, futuristica dimensione fashion-sportiva, ma trascende nella volontà di lasciare un’eredità concreta e tangibile per le future generazioni. Quell’eredità che Nozawa appunta quotidianamente sul proprio, immancabile, sketch book: l’oasi cartacea dove ogni sua intuizione prende forma, ogni materiale viene già immaginato e ogni funzione viene già stabilita. 

“Il mio obiettivo è porre delle nuove basi per il mondo fashion, costruire i fondamenti del suo futuro”, conclude il designer giapponese, “Sarei felice se, tra un secolo, le persone stimassero ancora il mio lavoro e se le nuove generazioni comprendessero appieno i concetti che sto cercando di veicolare, per poi riproporli a loro volta. Questa è la direzione che ho intrapreso”.


christoph lohse e fila dalle origini personali al presente della running culture

L’ex atleta di livello internazionale, oggi Brand Manager FILA Performance, racconta il proprio evocativo rapporto con il running

Comprendere la direzione di un brand è sempre una complessa opera di decriptazione. Non è il caso di FILA e della sua tanto nuova, quanto antica traiettoria nell’universo running. La passione, d’altronde, è una caratteristica manifesta, che permette di sciogliere qualsiasi dubbio o incertezza, portando ogni argomento sui binari della progettazione consapevole e virtuosa. Come nel caso di Christoph Lohse, ex runner di alto livello e oggi Brand Manager FILA Performance. “Nel primo campionato nazionale tedesco a cui ho partecipato, indossavo scarpe FILA. Era il 1997, quindi la mia connessione con questo brand è assoluta, ritorna alle radici della mia passione per il running...”, racconta immediatamente Lohse, introducendo una vita nata e sviluppata in funzione del running. Pluricampione nazionale, Lohse definisce il running come una parte essenziale della sua esistenza, come una passione familiare abbracciata in tenera età e, successivamente, tradotta sia in tempi stellari, come i primati outdoor di 3:37.60 sui 1500 e 7:53.11 sui 300m, che in una carriera manageriale, interamente votata alla rinascita e al progresso di un marchio iconico come FILA.

“Il running è la ragione di tutto, ha determinato il mio percorso lavorativo e umano, e ancora oggi scandisce la mia quotidianità. Sono sempre stato affascinato dall’evoluzione di questa cultura: negli anni ’70 i miei genitori erano dei runner, e venivano quasi considerati dei fuorilegge, negli anni ’90, invece, il running era pura competizione, ora sempre più persone si definiscono runner... Il running è diventata una forma d’espressione personale”, prosegue Lohse, dimostrando una spiccata sensibilità e ragionando sul nuovo, imprevedibile fino a poco tempo fa, ruolo delle scarpe da corsa, “In passato le scarpe erano quasi un accessorio, ora invece sono un elemento cruciale per tutti: professionisti e amatori. Con FILA perseguiamo la democratizzazione della corsa, sono orgoglioso che determinate tecnologie vengano messe a disposizione di tutti”.

Christoph Lohse, ex runner di alto livello e oggi Brand Manager FILA Performance.

E la democratizzazione della corsa passa inevitabilmente dalle conoscenze e dalle intenzioni dei principali attori coinvolti. Non è un caso, afferma Lohse, che all’interno del team incaricato di dare nuova linfa vitale al reparto running FILA siano presenti molti ex atleti. Non è un caso che una storia monumentale, intrecciata ad atleti leggendari, oggi riparta dai veri epicentri della running culture 2.0, le community cittadine, e da una distintiva ricerca stilistica. “Con FILA siamo all’interno di un viaggio. Stiamo cercando il giusto equilibrio tra funzionalità, stile e DNA del brand. È impossibile prendere le corrette decisioni senza conoscere realmente la running culture contemporanea e avere a mente il nostro heritage, fatto di design e colori iconici. Ho avuto la fortuna di vivere la corsa come atleta professionista, ora devo continuamente aggiornarmi su ciò che ruota intorno a questo universo, ma non è un problema. La passione ti porta ad amare ciò che fai. La domenica mattina, per esempio, mentre bevo il mio caffè non faccio che pensare a FILA e al running...”.

E noi abbiamo raccolto alcuni di questi pensieri, entrando ancora più nello specifico del rapporto tra Lohse e FILA, nelle sue ramificazioni presenti e future, così come nella nuova direzione di un brand destinato ad essere per sempre una parte fondamentale della running culture.

L’incontro tra FILA e il running torna indietro nel tempo, ai primi anni ’90, e coinvolge alcuni atleti iconici come i maratoneti keniani Moses Tanui e Margaret Okayo. Quanto è importante questo tipo di heritage per la visione contemporanea del brand?

La nostra partnership con atleti iconici come Moses Tanui e Margaret Okayo è fondamentale per l’evoluzione della vision FILA. Questo ricco heritage è un costante reminder dell’impegno del brand nell’unire tradizione e innovazione, sospinge la nostra passione nello sviluppo di prodotti all’avanguardia, legati alle trasformazioni in atto nell’universo running, e permettendoci di riflettere la nostra legacy in ogni passo compiuto dagli atleti moderni.

Il legame con il passato tocca anche i vostri prodotti. Le nuove FILA ASTATINE, ad esempio, sono un omaggio a un'importante innovazione del marchio, la piastra in carbonio. Quale ruolo ha avuto il progresso tecnologico nella storia sportiva di FILA e quale ruolo continua ad avere?

Da quando FILA ha mosso i primi passi, nel 1972, come brand performance, rivoluzionando tessuti e prodotti per tennisti e alpinisti, l'innovazione è sempre stata in primo piano. Per FILA l'eredità dei progressi tecnologici, esemplificata da innovazioni come la piastra in carbonio della nostra ASTATINE, è una testimonianza della nostra incessante ricerca dell'eccellenza. Continuiamo a sfruttare la tecnologia per rivoluzionare l'abbigliamento e le attrezzature sportive, spingendo i nostri confini e orizzonti per migliorare la prestazione atletica. Il legame con i nostri progressi pionieristici consolida il posto di FILA nella storia dello sport e apre la strada alle scoperte future.

Nella collezione SS23 presentate una nuova generazione di scarpe da corsa. Quali sono le caratteristiche che le definiscono? E, secondo FILA, quali sono le caratteristiche che definiscono la nuova generazione di corridori globali?

Per la collezione SS23 abbiamo voluto portare le tecnologie leader del settore nella nostra collezione running. Abbiamo quindi deciso di utilizzare materiali all'avanguardia per l'intersuola, come le schiume a base di Peba per Astatine e Argon. Queste innovazioni si combinano con i materiali avanzati utilizzati per la tomaia e le geometrie innovative dedicate all'intersuola. Sentiamo di aver creato una nuova generazione di scarpe da corsa, capace di offrire un ritorno di energia eccezionale e consentire prestazioni senza sforzo.

Il team di progettazione e sviluppo di Sports Performance ha dichiarato di voler offrire la migliore esperienza possibile a tutti gli atleti, dai principianti a quelli che si dedicano seriamente alla corsa. Quali sono i segreti per raggiungere un obiettivo così ambizioso?

L'ingrediente più importante per raggiungere un obiettivo così ambizioso è la perseveranza. Oltre ad avere un team di talento, che lavora insieme senza soluzione di continuità, le intuizioni dei consumatori e degli atleti, l'accesso a tecnologie avanzate, l'impegno personale e la passione per la corsa di ogni membro del team FILA sono la chiave del nostro successo. La combinazione di tutto ciò che abbiamo menzionato si traduce in prodotti che soddisfano le esigenze di ogni corridore.

La scena del running è sempre più popolata e legata alle comunità urbane, cosa significa aver coinvolto, per esempio, una variegata crew romana in un recente evento che si è svolto nella Città Eterna?

La collaborazione con i runner romani simboleggia l'impegno di FILA nell'intrecciare il nostro marchio con il polso delle community locali. Come nuovi arrivati, o meglio, come marchio di ritorno, sappiamo quanto sia estremamente importante per noi essere umili nel riconoscere che i nostri prodotti possano fondamentalmente apparire come nuovi, quindi vogliamo iniziare il nostro viaggio con community appassionate, per ottenere spunti direttamente dalla scena del running urbano, e per creare prodotti o iniziative che risuonino alla base della piramide del running. È una manifestazione tangibile della nostra dedizione e della nostra volontà di celebrare il diverso, vibrante mix di running culture che popolano le città di tutto il mondo.

Quali sono gli obiettivi che volete raggiungere? L'universo running FILA si legherà a nuovi atleti professionisti o continuerà a concentrarsi sulle community e sulla celebrazione collettiva di questo sport?

Il futuro di FILA nell'universo della corsa è incentrato sull'innovazione continua e sulla promozione della passione comune per la corsa. Quando saremo pronti collaboreremo sicuramente con atleti professionisti per elevare gli standard di prestazione, pur mantenendo la nostra enfasi sul coinvolgimento delle community e sulla celebrazione collettiva del running. Il nostro obiettivo è creare un ecosistema armonioso, in cui l'atletismo d'élite e la passione collettiva coesistano, promuovendo una crescita inclusiva e diffondendo il nostro impegno per il lungo, quotidiano viaggio di ogni runner.


Jerome Bernard, uomo outdoor, uomo Vibram

Il mondo outdoor è la casa di Jerome Bernard, Sport Innovation Marketing Global Director Vibram

"Quando parliamo di 'sangue giallo', lo facciamo perché chi entra in Vibram sa che abbraccia una storia lunga 86 anni e una visione familiare chiarissima, plasmata da Vitale Bramani e dalle sue imprese alpinistiche. Tutto nacque da un'esigenza ben precisa: la sicurezza nel mondo outdoor. E ancora oggi ognuno di noi è guidato da un forte senso del dovere. Siamo convinti che la suola sia un elemento fondamentale per la sicurezza: d'altronde è ciò che ci lega e connette al terreno. Quando si parla di montagna e outdoor, nella suola mettiamo letteralmente la nostra vita. Sappiamo di avere un'enorme responsabilità e, per questo motivo, lavoriamo tutti i giorni per aumentare il livello di prestazione dei nostri prodotti"

Joseph Conrad scriveva che nel lavoro risiede la possibilità di trovare sé stessi. Questo assunto combacia perfettamente con l'identità professionale e umana di Jerome Bernard, Sport Innovation Marketing Global Director Vibram. Perché se già è raro entrare in totale simbiosi con la propria azienda, è ancora più raro modificare il proprio DNA in base ad essa, contaminandolo ed ampliandolo con una visione virtuosa che continua, da quasi un secolo, a restare immutata. È la genetica Vibram. È la genetica di Jerome Bernard. Un uomo outdoor, un atleta-manager che di questo universo naturale e sportivo ha voluto fare la propria causa quotidiana, seguendo l'esempio di Vitale Bramani.

"Mi piace tornare continuamente alle origini dell'azienda, perché nel tempo la famiglia Bramani è riuscita a mantenere lo stesso spirito e le stesse prospettive veicolate dal nostro fondatore. Nel mondo outdoor è a volte questione di vita o di morte. E sappiamo che queste parole assumono un senso solo quando si ha una connessione reale con questo mondo. Io faccio arrampicata e trail da moltissimo tempo e tanti altri professionisti Vibram sono atleti o hanno avuto un passato sportivo outdoor. Facciamo un lavoro-passione: parliamo di cose che conosciamo e, allo stesso tempo, siamo consapevoli di avere un potere unico tra le mani, che vogliamo trasformare in qualcosa di utile per la community outdoor. Oggi è più che mai fondamentale sensibilizzare la gente al giusto approccio alla montagna. Il pubblico sta cambiando tanto, non è più specializzato, ed è bellissimo che sempre più persone vogliano connettersi con la natura. Senza attenzione, conoscenze e volontà d'adattamento, però, c'è il rischio d'incorrere in drammatici problemi. Manca molto la cultura del mondo outdoor. La nostra industria deve sensibilizzare a osservare delle regole precise e ad usare dei materiali adatti ai differenti contesti. Questo amore ritrovato per l'outdoor è un'opportunità trasversale, ovviamente, ma deve essere gestita al meglio. Sotto tutti i punti di vista"

Quando Jerome Bernard parla di consapevolezza, fa riferimento a un processo vissuto sulla propria pelle lungo i quasi 30 anni trascorsi tra gli uffici e i laboratori di Albizzate, storica sede del brand dal logo ottagonale. Anni di evoluzioni e rivoluzioni, che hanno permesso ad una realtà familiare di continuare ad espandersi e affermarsi a livello globale. Anni di legami con l'universo sportivo e i suoi protagonisti: sinergie coscienziose, sviluppate non tanto intorno alla sterile performance, quanto studiando i contenuti e i valori di ogni atleta. È una questione d'identità, insiste Jerome Bernard, e l'identità Vibram passa inevitabilmente anche dalla sua incidenza su elementi e dinamiche sportive, un'incidenza di cui lo Sport Innovation Marketing Global Director è uno dei principali fautori.

"Una delle mie prime proposte in Vibram è stata quella di costituire un Tester Team. Era il 1997 ed ero entrato nell'azienda da poco. Ritenevo importantissimo il fatto che venissero coinvolte figure competenti per provare i nostri prodotti 'sul campo'. Nel 2010, invece, abbiamo creato ufficialmente il Team di atleti Vibram, ispirandoci anche qui alle volontà di Vitale Bramani. Al contrario di tanti altri brand che puntavano su atleti galattici e inarrivabili, noi abbiamo deciso di rappresentare la community outdoor in modo diverso: volevamo mostrare una community aperta a tutti e farci guidare dalla filosofia "Ordinary people being extraordinary". I nostri atleti sono sempre stati accessibili, sono la nostra voce e attori rilevanti nel nostro impegno verso l'ambiente. Sono divulgatori capaci, nonostante i loro successi sportivi, di mettersi sullo stesso nostro livello e condividere testimonianze significative. La nostra attenzione, però, non si limita solo a loro. Dal 2008, per esempio, siamo partner dell’UTMB Mont-Blanc, l'evento di trail running più iconico al mondo. È una partnership atipica, che ci e mi vede coinvolto in prima persona anche nella pianificazione stessa di questo meraviglioso appuntamento. Quando abbiamo instaurato questo rapporto, il trail era uno sport di nicchia, ma avevo la sensazione che sarebbe potuto diventare un movimento trainante per l'intera azienda. Volevo che Vibram diventasse leader mondiale nella produzione di suole per il trail e, fortunatamente, ci siamo riusciti"

Parole confermate dai fatti. Parole sottolineate dalle recenti collaborazioni con brand monumentali, come Nike, e nuove, interessantissime aziende verticali, come NNormal, plasmata dalla leggenda vivente del trail Kilian Jornet. Parole che, nella mente di Jerome Bernard, vengono riassunte sempre da unico, pragmatico termine-manifesto: identità. La preziosa identità di un marchio che vuole continuare ad essere sinonimo d'eccellenza, salvaguardando e centellinando il proprio patrimonio valoriale. "L'ambiente fashion è labile e sfuggente", conclude Bernard, "È ovvio che tanti brand abbiano un problema d'identità e che si avvicinino all'outdoor per trovarla. Nell'outdoor c'è un'identità forte. E in Vibram quest'identità è ancora più forte. Per questo la esportiamo con estrema attenzione in tutto il mondo, evitando sempre di farci fagocitare e di sminuire la nostra storia". 

Testi di Gianmarco Pacione

Photo credits: Riccardo Romani


Alla velocità della luce, e della ragione - il calcio di Ansgar Knauff

Il giovane talento dell’Eintracht di Francoforte e atleta Under Armour racconta il suo rapporto con il calcio

Gottinga è una città dai ritmi lenti, dettati da secoli di profonda conoscenza accademica e racchiusi in una delle università più celebri del mondo. Francoforte è invece la sua antitesi, un polo nevralgico finanziario che pare non avere mai pause, mosso costantemente da ritmi vertiginosi. Il calcio di Ansgar Knauff è situato al centro di queste due realtà e identità metropolitane. L’apprendimento e l’applicazione da una parte, la velocità e la costanza dall’altra.

Grazie ad Under Armour abbiamo avuto modo d’incontrare questo 21enne talento folgorante dell’Eintracht di Francoforte, già capace di conquistare una Coppa di Germania e una UEFA Europa League rispettivamente in maglia Borussia Dortmund, dove ha completato il proprio percorso di maturazione giovanile calcistica, e con le Aquile del fiume Meno. “Mi sono innamorato del calcio durante i Mondiali del 2006”, racconta Knauff con una timidezza ragionata, insolita e significativa per un calciatore già così esposto alle attenzioni internazionali, “All’epoca mi feci regalare la maglia di Michael Ballack... C’era una vibrazione totalizzante, che attraversava tutto il Paese. Da quel momento ho iniziato a giocare al parco ogni giorno con familiari e amici, ero sempre fuori, anche quando mia mamma mi richiamava dopo la fine della giornata lavorativa...”.

Le passioni nascono da istantanee, imprevedibili epifanie. L’epifania di Knauff è sicuramente quella del Mondiale tedesco, una brillante porta d’accesso a quella che, in breve tempo, si sarebbe trasformata da passione in focus esistenziale, a cui dedicare ogni energia fisica e mentale. Processo che, però, non sarebbe avvenuto senza il fondamentale aiuto di una madre single. “Ho amato il gioco del calcio dal primo secondo, credo di aver giocato ogni giorno della mia infanzia. Anche quando non avevo allenamento, ricordo che ero sempre al campo d’allenamento della mia prima squadra a Gottinga. Oggi non sono cambiate queste sensazioni: amo essere in campo, partecipare agli allenamenti e stare a calciare fino a tardi... Lavoro duro ogni giorno perché voglio raggiungere il mio massimo potenziale. Non ho altri focus al di fuori di questo. Senza il supporto di mia madre”, continua un emozionato Knauff, “Non avrei avuto la possibilità di trovarmi qui. È la persona più importante della mia vita e della mia carriera, ha fatto letteralmente di tutto per me: mi ha sempre supportato, accompagnandomi ad allenamenti e provini, anche molto distanti da casa, e permettendomi di scegliere gli step che ritenessi più opportuni per il mio sviluppo come calciatore. La cerco sempre con lo sguardo prima di ogni partita... Per me significa tantissimo giocare davanti a lei e alla mia ragazza”.

Lo spirito di Gottinga si è riflesso nei primi anni di Academy e calcio professionistico di Knauff, un itinerario tra i più saggi professori del calcio teutonico, riuniti nei pressi del Signal Iduna Park di Dortmund. La vox populi della Renania Settentrionale descrive ancora oggi l’imberbe Knauff come uno studente modello, benedetto da una velocità di passo e d’esecuzione con pochi pari a livello continentale. Ma l’opinione collettiva parla anche di un professionista atipico per i tempi correnti, capace di mettere in primo piano la performance, sempre e comunque, a discapito di popolarità social e fama passeggera. Filosofia che, come conferma lo stesso Knauff, continua ancora a definire la sua quotidianità. “Sono una persona normale, nel tempo libero sto con la mia famiglia o faccio passeggiate per Francoforte, non m’interessa fare altro. So che devo lavorare duro e dare tutto per raggiungere gli obiettivi che mi sono posto a 15-16 anni, quando ho compreso che il mio sogno poteva diventare realtà. I miei obiettivi rimangono sempre uguali: giocare il più possibile ed avere il massimo del successo sportivo. In generale mi basterebbe migliorare ogni giorno. Quale sarà il punto d’arrivo, poi, non lo so”.

L’attuale punto di partenza è la bollente piazza di Francoforte, caratterizzata dall’incessante sostegno di una delle tifoserie più calde dell’intero Vecchio Continente. “Giocare per tifosi del genere è una delle migliori sensazioni che il calcio possa regalare. In città mi fermano, mi parlano, mi fanno sentire la loro vicinanza... Allo stadio, invece, cambiano il corso delle partite, ne influenzano l’esito, ci spingo sempre oltre ai nostri limiti. Giocare con e per loro è fantastico, soprattutto dopo il lungo, doloroso e silenzioso periodo panedmico. Qualche settimana fa abbiamo giocato in coppa a Helsinki e sono arrivati migliaia di tifosi in Finlandia: assistere a questi esodi motiva tutti ad allenarsi più duramente”.

Il ragionamento posato e la mentalità stakanovista di questo duttile esterno offensivo, alfiere ideale nelle fulminee scacchiere del calcio contemporaneo, sono, come direbbero in quel di Baltimora, le principali ragioni di un ‘match made in heaven’ tra Knauff e Under Armour: brand che nel sacrificio atletico e nell’hard working ha plasmato la propria identità e che, non casualmente, ha deciso d’investire nella precoce maturità del nativo di Gottinga. “Avere un partner come Under Armour al mio fianco è importantissimo”, conferma con la sua lineare razionalità il classe 2002, “Sto coltivando un’ottima relazione con un brand carico di storia e virtuosi esempi sportivi, a partire dalle sue origini. La direzione comune è quella verso il successo”. Un successo alla ragionata velocità della luce. Un successo alla velocità di Ansgar Knauff.

Photo credits:

Under ArmourIMAGO / HMB-Media

Testi di

Gianmarco Pacione


Jack Carlson, Rowing Blazers è sinonimo di sport e cultura

Archeologia e canottaggio. Culture antiche e Arthur Ashe. Viaggio nel visionario mondo del founder di Rowing Blazers

Rowing Blazers è la fusione d'illuminata ironia, ispirato design ed emozioni sportive. Rowing Blazers è un viaggio nei tessuti e nelle grafiche variopinte di un giovane brand di culto, che sta catalizzando le attenzioni dell'intera industria fashion. Rowing Blazers è, prima di tutto, il frutto della variegata cultura del suo brillante ideatore, Jack Carlson.

Per comprendere questo brand bisogna comprendere il suo founder, viaggiando nel tempo e ripercorrendo le esperienze di un 36enne imprenditore-designer capace, nella sua prima vita, di essere contemporaneamente archeologo, atleta e divulgatore. Questa è la ragione per cui Rowing Blazers esula da hype e trend mainstream, creandone di propri. Perché nella sua essenza non confluiscono temi passeggeri o echi insignificanti, ma imprese atletiche, consapevole cosmopolitismo, sensibile ricerca e un'impressionante preparazione accademica. 

Jack Carlson

“L'idea Rowing Blazers nasce da un omonimo progetto editoriale, pubblicato nel 2014: un libro su cui ho lavorato per quattro anni, focalizzato sullo studio dei blazer utilizzati dalle squadre di canottaggio. Il canottaggio è da sempre il mio sport, sono stato timoniere lungo tutto il mio percorso accademico, e oltre...”

Rivela l’ex membro della Nazionale di canottaggio USA, che lungo la propria carriera ha avuto la possibilità di vivere (e vincere) eventi unici, come l'Henley Royal Regatta (il Wimbledon del canottaggio), la Head of the Charles e l'eterna sfida Cambridge-Oxford. Questi eventi hanno naturalmente ispirato la redazione del libro Rowing Blazers, che ha funto da porta d’ingresso nel mondo del fashion per Carlson, oltre che da culminazione di un interesse totalizzante, sbocciato durante l’high school, dove Carlson ha disegnato i primi blazer della sua vita per la squadra scolastica.

“Sono sempre stato interessato ai blazer, alle loro storie, colori, simboli, miti e rituali. Per questo ho deciso di studiare questi capi. Il fashion con la F maiuscola non mi ha mai attirato particolarmente, sono sempre stato più appagato dalla scoperta del significato e della storia dei vestiti. Studiare vestiti vintage è in qualche modo una forma di archeologia. In fondo l'archeologia ruota intorno allo studio della cultura materiale, permette di leggere il passato attraverso gli oggetti...”

Una prospettiva sicuramente influenzata da un percorso accademico concentrato sull’archeologia, l’araldica e il simbolismo. Ma questa è solo una delle sfaccettature della vorticosa filosofia di Carlson, che attinge incessantemente dalla fervida intersezione tra classicismo, immaginario sportivo e pop culture. Il brand Rowing Blazers è difatti la complessa evoluzione di una dimensione estetica, quella che i più definirebbero come preppy, in un futuro che riesce finalmente a spogliarla di tabù sociali e connotazioni di classe, modernizzandola attraverso un senso d’inclusione, storia e cosmopolitismo. E Carlson traduce questo spirito nel classico stile americano, ma anche nel suo amato canottaggio: come conferma il legame con la virtuosa associazione non-profit Row New York, focalizzata sullo sviluppo accademico e sportivo degli studenti appartenenti alle comunità meno privilegiate della Grande Mela.

“Quando ero al liceo gli studenti vestivano Abercrombie & Fitch ogni giorno, io invece ero il ragazzo strano della situazione, perché indossavo cose dei miei genitori o maglie sportive che compravo durante i viaggi. I miei avevano un armadio popolato di vecchie shirt Lacoste, maglioni da cricket e capi vintage di Ralph Lauren. In alternativa indossavo maglie sportive o t-shirt turistiche che avevo collezionato nei viaggi di famiglia in Turchia, Argentina, Irlanda e Giappone. Ogni volta che penso al termine preppy, non posso che ritenerlo 'tricky', soprattutto se posto in relazione alla cultura americana. Ha un bagaglio culturale corposo, spesso associato a privilegi ed esclusività. Molti brand, mentre crescevo, hanno fatto leva su questi temi. Parlando di canottaggio, anche il mio sport ha storicamente avuto problemi di diversità: nei tanti anni di Nazionale, per esempio, non ho avuto compagni neri. Oggi queste dinamiche stanno fortunatamente cambiando, nel fashion e nello sport. Da qualche tempo sto collaborando con l'organizzazione Row New York, che permette a ragazzi e ragazze dal diverso background sociale di avvicinarsi al canottaggio, accompagnandoli anche nel percorso accademico. Il canottaggio deve essere di tutti, deve concedere opportunità a tutti. E lo stesso discorso può essere fatto per l’industria fashion...”

Cresciuto tra il Massachusetts e Londra, Carlson ragiona di moda parlando di sport e cultura, caricando di significati e riflessioni la piacevole leggerezza delle sue creazioni tessili, sempre più contaminate da collaborazioni di pregio. Gucci, Umbro, Fila, TAG Heuer e K-Swiss sono solo alcuni dei giganti che hanno deciso d'intrecciare la propria filosofia e il proprio heritage con la fervente creatività Rowing Blazers. Una creatività talmente impetuosa da esondare in una galassia di brand paralleli, che l'ex timoniere USA sta cercando di coltivare e preservare, a partire dall'iconico Arthur Ashe.

“Sono sempre stato un grande appassionato di tennis, e ho sempre ammirato la figura di Ashe. Arthur Ashe oggi è molto più di un brand: è la legacy di una leggenda sportiva e sociale. A mio avviso Ashe è una delle più grandi figure della storia moderna americana: ha combattuto per i diritti civili USA, è intervenuto più volte all'ONU, ha boicottato il Sudafrica nell'epoca dell'apartheid e ha cambiato l'opinione pubblica riguardo l'AIDS. Ovviamente ha anche raggiunto risultati tennistici incredibili, come Wimbledon, gli US Open, gli Australian Open, la Coppa Davis e molto altro. Parliamo di un vero eroe americano. Ho preso in mano il suo brand quasi per caso: grazie all'intermediazione di Donald Dell, l'uomo che inventò l'endorsement di Michael Jordan e Stan Smith, sono riuscito ad entrare in contatto con la famiglia Ashe, che mi ha concesso l’onore di lavorare al suo fianco. Sento un po' di pressione, certo, ma sono orgoglioso di un progetto del genere, che supera le logiche dello sport e della moda, così come sono orgoglioso delle tante connessioni che si stanno generando per mezzo di Rowing Blazers. Ricordo ancora quando io e David Rosenzweig, il co-fondatore di RB, scrivevamo sui tovaglioli dei fast food le prime, ambiziosissime idee di collaborazione. Rowing Blazers all'epoca doveva ancora nascere, sembrava tutto così assurdo... Tante di quelle collaborazioni, però, si sono già concretizzate. Non avevamo idea di come sarebbe potuto succedere, ma è successo. Evidentemente abbiamo convogliato le giuste energie nell'universo. E ora vogliamo continuare a farlo”

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Rowing Blazers

Testi di Gianmarco Pacione


Francesco Puppi e Cesare Maestri, il running è un'emozione condivisa

Grazie a Nike Trail viaggiamo nelle storie e nei pensieri dei due runner più rappresentativi dell'universo trail italiano

Alcuni atleti riescono a cambiare la percezione del proprio sport, portandolo in una dimensione futura e inesplorata. Francesco Puppi e Cesare Maestri ci stanno riuscendo sul suolo italiano, mostrando da anni gli eterogenei significati del trail, le sue potenziali diramazioni sportive e professionali, e il suo innato legame con l'elemento naturale. Sono runner, divulgatori (più o meno consapevoli), attivisti e, soprattutto, amici. Sono uomini pensanti, capaci di condividere esperienze e ragionamenti atipici, ponendoli sempre in relazione con una passione totalizzante. Sono pioneristici atleti Nike, che abbiamo avuto la fortuna d'incontrare in occasione della presentazione delle innovative Ultrafly Trail, venendo introdotti alla solidità di un legame umano iniziato nel lontano 2013 e destinato a durare nel tempo. Le loro voci hanno dato vita ad un ritratto di coppia che parla di umiltà, maturazioni parallele e un'intensa attenzione verso l'elemento naturale. 

Ricordate le prime esperienze e i punti di riferimento che vi hanno fatto innamorare del running? E come si è evoluta nel tempo la vostra identità sportiva?

Francesco Puppi: "Ho iniziato a correre prestissimo, da bambino, ad appena 6 anni. La corsa mi ha accompagnato lungo tutto il percorso di crescita, dividendosi tra campestri, pista e atletica classica: ambienti che sento ancora molto affini. Ho sempre seguito l'atletica, guardando meeting, Olimpiadi e Mondiali, e leggendo quante più cose possibili. Da ragazzo simpatizzavo per Paul Tergat, con cui ho anche avuto la fortuna di correre durante un evento a Brescia. Mi affascinava la sua atipica storia sportiva e il fatto che fosse un underdog, costantemente oscurato da Gebreselassie. Ho avuto la fortuna d'approcciarmi all'endurance molto presto, cosa che mi ha anche creato dei problemi: la prima mezza maratona, per esempio, l'ho dovuta correre in Svizzera, perché ero troppo giovane per i regolamenti italiani. Nonostante tutto la passione ha sempre continuato ad essere fortissima e, una volta arrivato il periodo universitario, ho iniziato a definire quello che sarebbe diventato il mio percorso professionale nel trail e nella corsa in montagna. Ancora oggi mi ritengo un nerd e un appassionato assoluto del running. Ovvio, sento responsabilità maggiori dovute al professionismo e al fatto di essere pagato per correre... Ma la gioia d'allenarmi è rimasta intatta. Credo che potrei essere un atleta senza gareggiare, ma non senza allenarmi: fa parte del mio stile di vita, è la mia forma di libertà, che s'irradia anche nella dimensione artistico-creativa"

Cesare Maestri: "Al contrario di Francesco ho iniziato a correre tardi, verso i 17 anni. In precedenza facevo sci di fondo nel mio Trentino. Sono stato scoperto durante le corse campestri scolastiche da Marco Borsari, una persona molto importante per la mia carriera, e in un attimo mi sono ritrovato a condividere le sessioni d'allenamento con i Crippa. Mi sono istantaneamente innamorato dell'atmosfera e dell'ambiente running, e ho capito che la corsa in montagna sarebbe stata la mia specialità. D'altronde mi veniva più naturale correre nei boschi e nei sentieri, era una questione di origini e abitudine... Stefano Baldini e Kílian Jornet sono due atleti che sicuramente mi hanno ispirato. Ricordo ancora di aver incontrato il primo nel mio paese: dopo averlo visto vincere ad Atene in TV pensavo fosse un mito inavvicinabile. Il secondo, invece, mi ha dato la possibilità di sognare. All'epoca il trail era una nicchia quasi invisibile, Journet ha aiutato me e tanti altri a conoscere questo sport e le sue peculiarità. Durante i primi anni di attività sentivo il bisogno di fare determinate tipologie d'allenamento per convincermi che potevo andare forte, finendo per infortunarmi. Ora ho imparato ad ascoltarmi e gestirmi, a farmi spaventare di meno da ciò che mi circonda o attende, e la mia corsa si è evoluta in maniera naturale"

Cesare Maestri
Francesco Puppi

Parlando di figure chiave nello sviluppo di un movimento sportivo, è innegabile il vostro apporto nell'apertura del trail ad un pubblico italiano sempre più ampio. Cosa significa per voi essere delle fonti d'ispirazione per i runner nostrani?

Francesco Puppi: "Penso che ogni atleta abbia una propria inclinazione, non è strettamente richiesto che abbia una missione di 'evangelizzazione' sportiva. Come runner possiamo incidere su vari livelli: quello agonistico, dove io e Cesare abbiamo dato un grosso contributo in termine di vittorie e tipologie di gare effettuate, uscendo dalla dimensione locale e nazionale del trail; quello professionale, dove siamo stati tra i primi a rendere questo sport un lavoro in Italia, mostrando, grazie Nike, percorsi alternativi rispetto a quelli canonici dei gruppi sportivi militari; infine quello divulgativo, a cui tengo molto e dove mi sono sempre sentito a mio agio. Raccontare esperienze, studiare le dinamiche del mio sport, gli attori che gli danno forma e comprendere le sue future direzioni è un qualcosa che mi è sempre piaciuto. Sotto questo punto di vista sento di aver portato un contributo attraverso il mio blog e podcast, ma anche costituendo un'associazione che riunisce gli atleti professionisti di quest'ambiente (Pro Trail Runners Association)"

Cesare Maestri: "A livello social e di attività divulgative non sono così costante come Francesco. Non sempre mi sento di condividere quello che penso o provo, cerco piuttosto di raccontare quello che faccio come atleta, spiegando allenamenti e sensazioni, motivando la scelta di una gara e mostrando il mio avvicinamento ad essa. Negli anni siamo riusciti a trasmettere il concetto che un atleta debba stare bene in primis con sé stesso e trovare un proprio equilibrio fisico e mentale. Contemporaneamente abbiamo sfatato tanti falsi miti, per esempio dimostrando che i trail runner possono essere competitivi anche su strada, e viceversa. Pensate all'Italia di una decina d'anni fa: chi correva in pista aveva una mentalità chiusa, e lo stesso valeva per chi era impegnato nel trail. Noi abbiamo dimostrato che questi due universi possono convivere, che si può essere runner completi e polivalenti..."

Quali sono stati gli step più importanti, fino ad oggi, nella vostra carriera e come si sono inseriti nella costruzione del vostro rapporto di amicizia?

Francesco Puppi: "Potrei citare tanti momenti, a partire da quella prima mezza maratona svizzera, corsa a 13 anni. Spesso dall'esterno le persone immaginano che esistano vittorie o piazzamenti in grado di cambiare diametralmente il corso di una carriera... Non è il mio caso. Penso invece di aver vissuto una serie di cambiamenti piccoli e graduali. Per me, come per Cesare, il cammino nel trail è stato diverso rispetto a quelli di tanti atleti contemporanei, che hanno molte più opportunità. Negli anni abbiamo accumulato performance che hanno contribuito a farci diventare quello che siamo oggi, ma non ci sono stati eventi o gare spartiacque. Il Mondiale in Patagonia del 2019 ha sicuramente un particolare valore, io e Cesare abbiamo vinto l'argento in specialità diverse, e quei risultati ci hanno permesso di entrare realmente in contatto con Nike. La nostra amicizia nasce ben prima di questo evento, ma in Patagonia è sicuramente cresciuta, ci siamo ritrovati accomunati da un'esperienza vissuta parallelamente e da un'affine lunghezza d'onda di pensiero. Come altri momenti peculiari potrei citare le Golden Trail World Series 2021 o l'UTMB di quest'anno, dove sono arrivato a podio nella 50km. Tendo, però, a non dare importanza alle singole, eclatanti imprese che ottengono grande risonanza sulla stampa e sul web. Preferisco pensare che io e Cesare abbiamo dimostrato solidità e continuità lungo tutta la nostra carriera"

Cesare Maestri: "Anche nella mia visione tutto tende ad essere progressivo e lineare. Un anno chiave è stato senza dubbio il 2015, quando ho recuperato da un grosso infortunio che mi ha fermato per 7 mesi. L'anno successivo ho conquistato la convocazione in Nazionale e mi sono ritrovato a duellare spalla a spalla con i gemelli Dematteis in varie gare. Prima di quella stagione li pensavo irraggiungibili, è stato un segnale particolarmente significativo, che ha decisamente aumentato la mia consapevolezza. Il Mondiale in Patagonia è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita, ed è stato particolarmente bello condividere quel risultato con Francesco. L'origine del nostro legame risale in realtà al 2013, quando ci sfidammo in volata durante la Scalata della Maddalena, gara di 7km in salita sull'asfalto. Provo sempre grossa soddisfazione nel correre gare atipiche o iconiche come il Campaccio e i Cinque Mulini, anche se non sono propriamente connesse al trail e alla corsa in montagna. Io, poi, sento ancora un forte attaccamento alla maglia Azzurra: rappresentare l'Italia in grandi palcoscenici, insieme a compagni-amici, smuove sempre qualcosa di speciale dentro di me"

Il vostro rapporto umano e le vostre esperienze individuali sono segnate anche da una spiccata sensibilità verso il tema ambientale, ce ne parlereste?

Francesco Puppi: "È un tema importante e complesso, soprattutto in un periodo storico in cui viene sempre più cavalcato per ottenere attenzioni e pubblicità. Come atleti siamo personaggi pubblici e abbiamo un ruolo, dobbiamo fungere da esempi, senza dimenticare che ognuno di noi, poi, ha la propria coscienza e impronta ecologica. L'ambiente mi sta particolarmente a cuore perché, grazie alla mia attività sportiva, vivo costantemente in sinergia con la natura. Inoltre parte dei miei studi universitari si sono concentrati su questo argomento. A differenza di Cesare, che è impegnato professionalmente nell'ambito delle energie rinnovabili, affronto il tema ambientale con il punto di vista di un atleta che pratica uno sport green come il trail e, conseguentemente, è tenuto a chiedersi che tipo di messaggi stiamo trasmettendo in merito, a volte, in quanto comunità. Io e Cesare ci scambiamo quasi ogni giorno dei lunghi audio su WhatsApp e, quando c'è l'occasione di vedersi, condividiamo le nostre opinioni a riguardo. Siamo profondamente legati alla montagna, l'impatto che hanno certe attività sui suoi ecosistemi ci tocca: penso, per esempio, all'innevamento artificiale nell'industria dello sci. In generale è bello osservare come sempre più atleti e organizzazioni stiano prendendo in considerazione questa tematica. Mi sento di dire che sti sta procedendo nella giusta direzione"

Cesare Maestri: "Prima che come atleta, questo tema mi tocca come persona. Me ne sono appassionato alle superiori, ho scritto anche la tesina sulla sostenibilità ambientale, e all'università ho studiato Ingegneria Energetica. Attualmente lavoro part-time come ingegnere nell'ambito della progettazione, e sono concentrato sul fotovoltaico. Spero, almeno in parte, di dare un contributo tangibile, anche se parliamo di una guerra estremamente difficile da combattere... La mia speranza è che a livello globale si agisca per trovare coralmente delle soluzioni efficaci. Il nostro sport, poi, non fa che sublimare il contatto con la natura, le montagne e l'ambiente esterno. Per questo è necessario sensibilizzare in occasione di ogni evento. Al di fuori delle gare imprescindibili, cerco sempre di valutare a fondo ogni manifestazione e di scegliere quelle che condividono al meglio i valori ambientali. Io e Francesco siamo accomunati da questa sensibilità, il legame con Nike ci permette di svilupparla con consistenza e d'incidere positivamente con differenti modalità e attività. Quando condividiamo un progetto con il brand, il nostro primo pensiero va sempre all'ambiente e a creare qualcosa di coerente con la nostra filosofia e con il nostro pensiero"

Abbiamo già toccato il connubio tra voi e Nike Trail. Com'è stato plasmare questo rapporto e quanto ha cambiato le vostre prospettive? Le nuove Nike Ultrafly Trail sono il manifesto di un brand che vuole sempre più parlare di running in natura?

Francesco Puppi: "Nike è stata la prima grossa occasione lavorativa correlata allo sport, qualcosa di veramente grande, che ho avuto la fortuna di portare avanti insieme a Cesare. Quando siamo entrati in contatto con il brand eravamo atleti simili, ora partiamo da presupposti simili, ma a livello di attività ed espressione abbiamo preso strade leggermente diverse. La mission di Nike è chiara, aiutare gli atleti ad esprimere al massimo la loro performance, e le Nike Ultrafly Trail s'inseriscono appieno in questa volontà. Rispetto al reparto road e all'atletica classica, nel trail è veramente difficile produrre una scarpa. Le variabili in gioco sono infinite e un singolo prodotto deve servire al maggior numero di atleti nel più vasto spettro di situazioni... Non credo possa esistere una scarpa trail perfetta, esiste invece la scarpa trail adatta a determinate condizioni per uno specifico atleta. Le Ultrafly Trail sono interessanti, sono un prodotto focalizzato prevalentemente sulla competizione e sviluppato da runner americani d'élite, che hanno dato alla scarpa una chiara impronta US"

Cesare Maestri: "Quando pensi a Nike, pensi al top mondiale, ma per noi è stato quasi un salto nel buio. Prima del Mondiale 2019 abbiamo deciso di provare a costruire questo rapporto, poi siamo stati fermati dalla pandemia. I referenti Nike, però, hanno sempre creduto nel nostro progetto atletico e nel 2022 ci hanno permesso di diventare parte del brand. Siamo fortunati, perché questa sinergia non si limita al prodotto, ma ci dà la possibilità di proporre e condividere idee riguardo l'evoluzione delle scarpe trail: cosa tutt'altro che scontata. Le Nike Ultrafly Trail mi hanno reso molto contento, avevo già provato un prototipo simile l'anno scorso, che mi aveva piacevolmente sorpreso, e ora sto usando questa scarpa in molte gare. Più di questo, mi rende felice il fatto che Nike abbia una visione innovativa legata al trail, che non si limita alle scarpe. C'è tanta sperimentazione in corso e sto assistendo a dei progressi annuali... Mi sento veramente onorato di far parte di questo brand e spero che i progetti comuni continuino ad evolversi nel futuro"

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Nike

Testi di Gianmarco Pacione


Martin Kazanietz, l'arte antica e contemporanea del fútbol

L’artista argentino che celebra la fede calcistica e i suoi credenti

La differenza fra me e i ragazzi di adesso è semplice: quello che impari giocando per soldi nel fango di periferia non te lo insegna alcun settore giovanile

A cosa serve l’arte calcistica in un’epoca che parla sempre più di numeri, statistiche e fama social? Serve a tutti noi, risponderebbe Juan Román Riquelme, ricordando le umili origini del suo magico calcio e introducendo il lavoro del connazionale Martin Kazaniez. Nelle tele e murales di questo artista contemporaneo argentino il calcio torna ad essere un canto della gente, dove le figure più reali e tangibili dell’intero sistema calcistico diventano protagoniste di un imperfetto, eppure incantevole rituale collettivo. La religione del fútbol è tramandata dai suoi credenti, dalle loro birre e irrazionalità. La religione del fútbol è tramandata dai suoi amanti, dalla loro rumorosa passione e silenziose gesta. E nessun luogo come la patria di Diego Armando Maradona, il meno profano degli dei terreni, poteva essere la musa ispiratrice di questo giovane artista.

A pochi giorni dalla conclusione della mostra ‘Llenos de Todo’ presso la Galerie LJ di Parigi, abbiamo raggiunto e intervistato Gordopelota, comprendendo il valore del calcio nella sua filosofia artistica e nella sua vita.

Che ruolo hanno avuto il calcio e l'arte nella tua adolescenza?

“La maggior parte del tempo non facevo altro che giocare a fútbol e basket. Quando non ero nel club del mio quartiere, in un campo a caso o per strada a giocare con gli amici, amavo anche giocare ai videogiochi calcistici. I miei genitori non amavano lo sport in generale, ma mi incoraggiavano a praticarne molto. Quello che piaceva davvero loro era l'arte, non a caso ora sono entrambi artisti. A casa avevamo molte opere, libri, fumetti e film. Ricordo che, ogni volta che potevano, mi portavano nei musei. Quando ero molto giovane disegnavo molti portieri, poi ho smesso di disegnare, perché pensavo di essere negato”

Quando hai capito che potevi fondere questi due universi?

“Ho ricominciato a disegnare seriamente a 25 anni. Ho incontrato un amico che faceva graffiti e ho iniziato a scarabocchiare e a fare graffiti a mia volta. Mi piaceva il fatto che non fosse necessario essere bravi, in fondo bastava farlo. Così ho proseguito con il writing per 2-3 anni. Dopo un po' di tempo, ho cominciato a prendere confidenza con i materiali e ho iniziato a creare e dipingere personaggi, sostituendoli al mio tag. Sono sempre stato un grande fan di Florencio Molina Campos (un pittore popolare locale, capace di creare un universo gauchos ingenuo e caricaturale) e ho subito capito che volevo fare qualcosa di simile, concentrandomi però sul mondo del calcio amatoriale locale: mi sembrava un soggetto inesplorato nell'arte argentina”

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento e idoli in entrambi i campi? C'è un calciatore che riassume l'anima e il DNA di Gordopelota?

“A livello artistico ho infiniti e multiformi punti di riferimento: dai quadri classici, ai video musicali, passando per film e fotografia. Per quanto riguarda il calcio, non mi viene in mente nessun giocatore, perché la maggior parte delle opere a tema fútbol sono state influenzate da gente del barrio, che gioca a livello puramente amatoriale. Ma, dato che tutto il mio lavoro è attraversato dal concetto di ‘argentinità’, potrei dire che lo spirito di Diego è onnipresente in tutto questo. È stato un grande mito, una favola che spiega molto della nostra complessa identità”

Lo star system calcistico non compare nelle tue opere. Ritrai invece il calcio vero, della gente, fatto di birre, barrio, sigarette e corpi poco atletici. Cosa vuoi comunicare attraverso questi soggetti?

“Penso che si sia creato un immaginario eccessivamente commerciale intorno all'industria del calcio e ai suoi interpreti più famosi. Siamo sempre più saturi di questi contenuti. E non abbiamo bisogno di arte che assomigli a pubblicità. Pensavo che fosse possibile comunicare qualcosa con questo tipo d’immagini. Ho studiato graphic design, quindi questo background accademico mi permette di comunicare intenzionalmente con le immagini. Dopo aver sviluppato una buona quantità di opere, però, ho iniziato ad evolvermi: dal tentativo di comunicare qualcosa con un'immagine specifica sono passato ad un approccio più aperto e poetico”

Le ‘camisetas’ giocano un ruolo fondamentale nelle tue opere. Quali sono i fattori che ti fanno scegliere una particolare maglia da inserire nei dipinti o murales?

“Prima di dedicarmi alla grafica ho studiato regia per un anno, e ho imparato il concetto di ‘deittico’: elementi come questi uniscono il mondo tangibile della realtà e quello astratto della fantasia. L'uso di alcuni riferimenti può collocare in un tempo e in uno spazio specifici, anche se la narrazione è completamente fittizia. Mi piace inserire alcuni elementi che giocano questo ruolo, come una maglietta, un luogo o un taglio di capelli, in modo da collegare questo mondo fittizio di pennellate e pittura con il mondo che vivo quotidianamente”

I tuoi quadri sono esposti nei musei di tutto il mondo, ora anche a Parigi. I tuoi murales, invece, popolano vari paesaggi urbani e luoghi mistici, come la Bombonera a Buenos Aires. Preferisci mostrare la tua arte attraverso le tele o i murales?

“Ho esposto in diverse città del mondo, ma in realtà non in molti musei. L'anno prossimo parteciperò a una grande mostra in uno di essi (incrociamo le dita). Sono passato lentamente dai murales al lavoro in studio. Ho trovato un modo migliore per creare il lavoro che volevo fare. Probabilmente quello della Bombonera è stato uno degli ultimi murales che ho realizzato. Non avrei mai pensato in vita mia di dipingere lì. È stato uno dei miei progetti preferiti in assoluto, anche se il risultato non mi convince appieno”

La tua produzione artistica tocca anche altri sport. A quali atleti e discipline ti ispiri al di fuori del calcio? Continuerai a concentrarti sul calcio in futuro o aprirai i tuoi orizzonti verso altri sport come, per esempio, il basket?

“Ho realizzato una grande serie di lavori che riflettevano le foto che accumulavo nel mio telefono. Si trattava di ritagli di immagini che trovavo lì e, dato che cerco ancora di praticare quanti più sport possibile, ce n'erano molte che riguardavano discipline diverse dal calcio. Non sono sicuro di quello che verrà in seguito. Ora sto terminando una serie di dipinti iniziata quando l'Argentina ha vinto la Coppa del Mondo. Si tratta di grandi folle in situazioni che possono essere viste come una celebrazione, ma anche come una protesta popolare”


Esplora, scoprire il Nepal per scoprire noi stessi

Bikepacking, arti visive e sensibilità sociale: il virtuoso viaggio nepalese supportato da Briko

Esplora è un invito. È l'invito di un gruppo di creativi italiani accomunati dalla passione per il mondo outdoor e dalle sue trasversali ramificazioni. Esplora è un consiglio. È il consiglio di un pool di giovani comunicatori a spalancare orizzonti individuali e collettivi, fondendo arti visive ed esperienze introspettive in luoghi mistici, come il Nepal. Si dice che questa piccola porzione d'Asia sia l'epitome della bellezza naturale e della ricchezza culturale, e all'interno dei suoi atavici confini il Team Esplora, aiutato dalla pragmatica saggezza dell'esperto avventuriero Giuseppe Papa, affronterà una traversata lunga 1200km, inasprita da quasi 25000 metri di dislivello. Amplificata e supportata dalla vision Briko e dal suo materiale tecnico, quest'impresa metterà in rima siti iconici, come l'albero della Bodhi, oasi dove il principe Siddharta raggiunse l'illuminazione, e vie mitologiche, come il temuto Thorung La, il passo più elevato del pianeta. Le voci di Marco Ricci e Davide Ciarletta, i due membri Esplora che affronteranno questo viaggio multidimensionale, introducono un itinerario fisico, mentale e documentaristico, che seguiremo al fianco di Briko.

Universo outdoor e arti visive: una combinazione che negli ultimi tempi sta assumendo sempre più forme e significati. All'interno di questa dinamica globale, come e quando Esplora è diventato un progetto concreto?

“Esplora è nato per sincronia. Tutti noi siamo appassionati di bici e praticanti di vecchia data, ci piace vivere esperienze e fare lunghi viaggi. Nel tempo abbiamo compreso cosa voglia dire far fatica e dove possa condurre la fatica stessa. Il nostro primo, vero passo verso il progetto Esplora è stato sull'Alta Via dei Monti Liguri. Ci conoscevamo già, ma durante quel viaggio collettivo abbiamo notato come stessimo creando dei contenuti paralleli e affini, così abbiamo deciso di prendere una direzione comune. Il nostro obiettivo è condividere le esperienze, perché la condivisione è ciò che ci rende umani, ed è consigliare chi ci circonda e osserva ad uscire dalla propria comfort zone: a scoprire cose fuori e dentro sé stesso. In fondo siamo convinti che ogni luogo possa cambiare un essere umano nel profondo”

Il Nepal come s'inserisce in questo vasto ragionamento? Cosa vi ha attirato e stimolato di questo magico Paese?

“Anche qui è stato tutto casuale. O meglio, il caso non esiste, diciamo che si sono uniti dei puntini che erano destinati ad incontrarsi. All'ultima Fiera del Cicloturismo di Bologna abbiamo dialogato con l'esploratore Giuseppe Papa, incuriositi dalle sue foto scattate in Patagonia, Islanda, Kirghizistan e infinite altre parti del mondo. Dopo una decina di minuti, con la sua caratteristica genuinità espressiva, ci ha invitato ad attraversare il Nepal al suo fianco. È stato qualcosa di speciale. Siamo onorati di scoprire questa nazione insieme ad una persona estremamente competente, che ci donerà parte di una ricca esperienza, maturata in 47 anni di vita ed esplorazioni. Ci sentiamo al sicuro e siamo consapevoli che Giuseppe ci aiuterà a trasformare i problemi in avventure. Pensate che attualmente è in India, sta pedalando a 4300 metri con il suo socio Luca, ed entrambi ci raggiungeranno sul confine nepalese. In generale siamo ovviamente attratti dal Nepal, dalla storia e dalla cultura primordiale di questo Paese, e i nostri contenuti cercheranno di narrare e sublimare tutto questo”

Con quali aspettative, certezze e, ovviamente, naturali incertezze state approcciando questa lunga e provante impresa?

“Copriremo 1800km in una quarantina di giorni: non è una sfida impossibile, ma è sicuramente inasprita dagli oltre 1000 metri di dislivello quotidiano. Il nostro bikepacking prevederà, come spesso capita, anche molti momenti di hiking con la bici trascinata a mano, che richiederanno molte delle nostre energie. Contemporaneamente gireremo un documentario, quindi da un lato dovremo portare la pesante attrezzatura con noi e, dall'altro, approcceremo il viaggio con uno spirito non competitivo. I progetti Esplora non ruotano attorno alla performance, la nostra filosofia è puramente creativa ed esperienziale. A livello fisico faremo sicuramente fatica, ma siamo allenati e, grazie al sostegno di Giuseppe, riusciremo ad affrontare le varie incognite che affioreranno strada facendo: dalle temperature, che per il momento non riusciamo a conoscere con precisione, alle azioni più pragmatiche, come i pasti e le notti in tenda”

La connessione con Briko giocherà un ruolo fondamentale su vari fronti, permettendovi d'indossare del materiale funzionale, di veicolare i contenuti ad un ampio pubblico e, conseguentemente, di sensibilizzarlo riguardo la funzione sociale di questo viaggio. Quanto è importante questo legame?

“Siamo decisamente felici, perché riteniamo sia un'attivazione genuina. Ci siamo trovati da subito in sintonia con l'entourage Briko e stiamo ricevendo il massimo supporto sia da un punto di vista espressivo-creativo, che di ricerca del prodotto. Tutto l'apparel bike che indosseremo in Nepal sarà Briko. L'equilibrio fisico giova alla mente, e l'abbigliamento gioca un ruolo fondamentale in viaggi di questo tipo: essere a proprio agio con i giusti materiali è semplicemente essenziale. L'avere un audience maggiore, invece, ci permetterà di condividere i nostri punti di vista, i nostri stati d'animo e il desiderio, nel nostro piccolo, d'incidere concretamente sulle nuove generazioni nepalesi. Abbiamo lanciato la prima campagna di crowdfunding Esplora e parte dei soldi confluiranno nelle opere del VISPE, ente impegnato nel sostenere la sanità e l'istruzione di Paesi in difficoltà, tra cui il Nepal. La cifra raccolta verrà utilizzata per finanziare la ristrutturazione di un asilo e, allo stesso tempo, servirà per promuovere il documentario, con la speranza che possa sensibilizzare quanti più spettatori. Infine, i primi 50 donatori riceveranno uno speciale libro fotografico del viaggio, stampato insieme alla cooperativa sociale legnanese La Mano, che da anni offre opportunità di lavoro a persone affette da varie disabilità”

Il tempo stringe e la partenza è dietro l'angolo. Quali sensazioni vi attraversano in questo momento?

“Nell'ultima settimana la tensione è salita, ma è la tipica sensazione che anticipa un grande viaggio. Siamo stimolati dallo sviluppo della traversata e del nostro concept documentaristico. Siamo anche sicuri che ci vorrà almeno una settimana per prendere il giusto ritmo e raggiungere il corretto equilibrio tra gli spostamenti e la creazione di contenuti... In fondo è una prima volta per noi, sotto tanti punti di vista, e non possiamo che essere eccitati”

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BRIKO

ESPLORA


Giovanna Selva, il running è bidimensionale

Grazie allo Spikes Tour, abbiamo intervistato la talentuosa mezzofondista e brand ambassador HOKA

La corsa di Giovanna Selva è diretta e cristallina, priva di manierismi contemporanei, come il suo pensiero. Nata il 17 settembre 2000 ad Ossola, cresciuta nel piccolo centro di Druogno e tra le valli che legano dolcemente Italia e Svizzera, questa mezzofondista pare l'incontaminato manifesto dei suoi territori.

Incontriamo le parole di Giovanna, già a podio negli Europei di Cross U23 e nei Mondiali Juniores di corsa in montagna, sulla pista di Alzano Lombardo, dove è protagonista dello Spikes Tour organizzato da HOKA: evento itinerante che permette ai giovani atleti di varie città italiane di scoprire e testare le scarpe chiodate Cielo X2 MD e Cielo X2, ultime innovazioni da pista del brand nato sulle Alpi Francesi, non troppo distante dai luoghi dove ha avuto inizio la storia di Giovanna.

"La mia storia con la corsa nasce grazie allo sci di fondo e, purtroppo, a causa del cambiamento climatico... Il fondo mi ha permesso di conoscere l'atletica, perché gli allenamenti variavano in base alla stagione. Poi la neve è scomparsa dalle 'mie' montagne e ho dovuto fare una scelta, optando per il running. All'inizio le sensazioni erano un po' altalenanti, ma i tecnici che ho incontrato mi hanno fatto innamorare di questo sport, introducendomi alla tecnica e alla pista, dove sono entrata per la prima volta a 15 anni. Sono sempre stata ispirata dalle persone che mi stavano vicino, non dai grandi atleti. Parlo di mia madre, ex fondista, mio padre e mia nonna, che ancora oggi, a 83 anni, porta avanti il suo bar senza fermarsi un secondo. Non pensavo potessi avere una vera e propria carriera, ma quando mi sono classificata terza ai Campionati Italiani di corsa in montagna ho realizzato che qualcosa, in fondo, si poteva fare. Quel podio mi ha automaticamente qualificata ai Mondiali. L'ho scoperto a gara conclusa e mi sono quasi scusata con il selezionatore, ricordo di avergli detto che non mi sarei offesa se avesse deciso di non portarmi..."

Nonostante il tartan non sia la sua casa natia, Giovanna sta evolvendo la propria parabola tanto a contatto con la natura, quanto tra le corsie, segnando ciclici personal best e abbattendo muri dopo muri, come dimostra la recente discesa sotto i 33 minuti sui 10km. Un'evoluzione ibrida e vertiginosa, che passa dal raffinamento tecnico, ma anche dallo studio della propria mente e delle proprie sensazioni.

"Nei boschi vicino casa ho iniziato a correre, in quegli ambienti ho sentito e continuo a sentire i miglioramenti del mio corpo. Ci torno spesso da sola. Lì vivo gli allenamenti come una forma d'esplorazione: cerco nuovi sentieri, ammiro animali di tutti i tipi, la mattina presto anche i cerbiatti, e ascolto le mie gambe mentre spingono in salita. Nei boschi si sente sempre qualcosa in più. È come se fossi sempre alla ricerca di qualcosa... In pista è tutto diverso. Se nei boschi mi stimola il senso di libertà, nella pista amo invece la cura della precisione, il rapporto spazio-tempo e il fatto che non ci sia margine d'errore. Ho 23 anni e sono consapevole di essere nel pieno di un processo di maturazione tecnica e mentale. Sono solo all'inizio, immagino sarà molto lungo"

Oltre ai pilastri portanti del proprio presente e futuro podistico, Giovanna sta sviluppando anche una carriera lontana dai tempi e dai traguardi, ma non dalle pressioni, come studentessa di Medicina. È difficile essere un'atleta di spessore internazionale e, contemporaneamente, immergersi sui libri o nelle sale operatorie, ma non è impossibile, ci spiega con una saggezza lineare, rifuggendo immediatamente il concetto di role model.

"Ho sempre voluto iscrivermi a Medicina. Quando l'ho fatto non avevo ancora raggiunto questi livelli sportivi. Adesso è tutto abbastanza complesso. Ho appena concluso due settimane di tirocinio e sono stati giorni di fuoco: mi svegliavo, mi allenavo, stavo in ospedale tutto il giorno, mi allenavo per la seconda volta e andavo a letto. Mi sono fatta il mazzo, ma ogni sera ero euforica. Credo non esista sensazione paragonabile alla massima stanchezza: quella stanchezza che ti fa desiderare di andare a letto e di ricominciare daccapo il giorno seguente. Mai ho pensato di poter ispirare qualcuno con la mia 'doppia vita', ultimamente però stanno succedendo tante piccole cose che mi permettono, giorno dopo giorno, di comprendere quanto le persone tengano a me. Quando dei bambini mi chiedono l'autografo, per esempio, o mi parlando delle loro esperienze, sento un misto di responsabilità e motivazioni"

E queste scene si ripetono anche ad Alzano Lombardo, dove una folta community di atleti locali ha la possibilità di condividere le nuove scarpe chiodate HOKA con questo affabile talento Azzurro. Il mondo bidimensionale di Giovanna, in equilibrio tra boschi e piste, carriera sportiva e accademica, si divide anche tra sforzi individuali e condivisione collettiva.

D'altronde non può esistere il running senza il gruppo, conferma la mezzofondista facendo riferimento al Seve Team, squadra piemontese con cui condivide gran parte del suo lavoro settimanale. Così come non può esistere la performance senza la giusta scarpa, aggiunge appena prima di lanciarsi in un affollato allungo, plaudendo l'opera di sensibilizzazione del brand che rappresenta.

"Il collettivo nel running è fondamentale. La presenza di altre persone mi aiuta in fase d'allenamento, soprattutto quando devo svolgere lavori che non riuscirei mai a fare da sola, ma anche prima e dopo la pista. Non siamo solo atleti, siamo persone. Gli scherzi, gli spuntini e le chiacchierate mi fanno venire voglia di continuare a correre anche quando sono stanca o acciaccata... Il Seve Team è tutto questo per me, e sono felice che HOKA abbia recentemente deciso di supportare questa squadra della mia terra. Non sono sorpresa, perché la sensibilità del brand nei confronti delle community è incredibile. Legarmi ad HOKA è stato un passo enorme, che mi ha fatto sentire importante. Partecipare ad eventi come lo Spikes Tour, invece, mi rende semplicemente felice: sensibilizzare e sviluppare le conoscenze dei giovani atleti è un qualcosa di prezioso. La scarpa è l'unico prodotto essenziale per ogni corridore, e in un mondo di marketing online è cruciale testare e comprendere le caratteristiche delle tue 'compagne' di corsa, a maggior ragione se si tratta di scarpa di chiodate. HOKA è vicina ai runner, e sono felice di poterlo essere anch'io"

Thanks to HOKA

Testi di Gianmarco Pacione

Photo Credits: Riccardo Romani