HOW FAR YOU CAN GO – SOLO

SOLO, il secondo capitolo del nostro viaggio oceanico con Ambrogio Beccaria, il suo progetto ALLAGRANDE e K-Way

Insieme a K-Way, abbiamo ritratto l’essenza e ascoltato la storia del velista oceanico Ambrogio Beccaria. ‘Solo’ è il secondo capitolo del nostro viaggio nel suo universo acquatico, e la seconda tappa del documentario ‘How Far You Can Go’: una regata narrativa che accompagneremo con speciali focus editoriali.

“La vela oceanica in solitario per me non è una fuga dalla società, è un modo per scoprire l’impossibile. E farlo senza l’aiuto degli altri”. Non esistono incongruenze nella vita di un navigatore oceanico, esiste coerenza. La coerenza nel seguire una determinata corrente, nell’accettarne l’auspicato aiuto, o l’imponderabile diffidenza. La coerenza nel seguire un flusso, uno spartito nautico partorito dalla propria mente e dalle proprie percezioni, allontanandosi dal noto per sfidare l’ignoto e, contemporaneamente, scoprirlo.

Dove il caotico ritmo milanese diventa un’impercettibile linea sull’orizzonte, Ambrogio Beccaria sta assecondando la propria coerenza, e il volere dei propri sensi. Visitare rotte battute per secoli, eppure ancora selvagge e indomabili, nella visione di questo talentuoso velista non vuol dire lasciarsi alle spalle la società, i rapporti metropolitani, il comune vivere, quanto piuttosto aggiungere tasselli ad un evoluto mosaico umano. Non egoismo, dunque, ma gusto della rivelazione. Non individualismo, ma ricerca interiore ed esteriore, dalle sfumature artistiche, oltre che sportive.

“La navigazione solitaria è un’arte particolare. Mi piace stare in mezzo alla gente, ma con la barca preferisco trovare un equilibrio personale. Amo mettere le mani ovunque e continuare a scoprire cose. Le regate solitarie sono un’avventura estrema. Parliamo di settimane, non di ore di viaggio. Il bagaglio tecnico e lo studio scientifico si mischiano con le complessità d’intere giornate trascorse da solo, in mare aperto. Già 24 ore dopo la partenza subentra la variabile più difficile da gestire, quella del sonno. L’oceano ha il suo ritmo e non puoi permetterti di dormire quando vuoi. Io, per esempio, sono solito spezzare la mia quotidianità al largo con micro-sonni di 20 minuti. Nelle gare devi riuscire ad essere strategico e presente, nonostante la stanchezza. Le giornate diventano veramente lunghe e la lucidità è ben diversa rispetto a quando sei a terra. È fondamentale riuscire a capirsi, ad ascoltarsi nel profondo. E sapere fin dove puoi arrivare. È difficile, ma il mare mi ha permesso di capire così tanto... Ho sviluppato una sensibilità che, spesso, paragono a quella degli animali marini. Onde e correnti sono ormai degli strumenti da interpretare”

Strumenti visivi e sonori che, per il velista-regista del progetto ALLAGRANDE, fungono da codice, da linguaggio universale. La natura comunica con chi può, vuole e sa ascoltarla; dialoga ininterrottamente, anche a chilometri e chilometri di distanza dall’ultima costa abitata. Ecco perché il percorso del 31enne Beccaria nulla ha a che fare con un confino volontario. Ecco perché la solitudine acquatica, nelle sue parole, diventa rispettosa sinergia con un universo altro, con un distopico sistema di segni, gerarchie e verità.

“Solo quando torni da una navigazione oceanica realizzi di essere ipersensibile a tutti i suoni, i rumori. In mare non ci sono altre persone, non c’è la città, non c’è il traffico, ma la barca e ciò che la circonda parlano in continuazione. Il silenzio completo è un’utopia, non ne ho ricordi. Anzi, l’idea mi terrorizza, perché è un qualcosa che nell’oceano, fondamentalmente, non può esistere. Durante una gara è necessaria la concentrazione totale, ed è fondamentale entrare in sintonia con il mondo esterno. C’è sempre un equilibrio molto precario, serve la giusta intuizione per processare la simbiosi tra mare e barca. Questo tipo di sintonia ha i suoi lati positivi, ma anche quelli negativi: risucchia tantissime energie e rischia di renderti un po’ monomaniaco. Ma la mia passione è così forte... E la crudezza dell’oceano non smette mai d’insegnare. Se a terra capita di raccontare o raccontarsi delle bugie, nel mare non puoi concedertelo, altrimenti non duri granché. Quando trascorri così tanto tempo da solo, non puoi mentire a te stesso: associo la navigazione solitaria ad un termine, la sincerità”

Nella sincerità si costruiscono i legami più fedeli. Sono connessioni pure e viscerali, come quella tra il navigatore definito ‘Extraterrestre’, soprannome ispirato dalla fulminea ascesa nel gotha della vela globale, e l’ipertecnologico battito cardiaco del suo scafo ALLAGRANDE. Quella che per alcuni è solitudine, per altri può essere un rapporto profondo, senza filtri, fondato sullo spirito di sopravvivenza e costruito su un’illogica, ma inevitabilmente romantica forma d’affetto. Tra continenti e arcipelaghi, in fondo, il termine ‘solo’ cessa di essere declinato al singolare.

“Ho un rapporto molto intimo con la barca. Quando parlo delle mie regate uso sempre il plurale, perché là fuori non sono da solo, siamo insieme. Ognuno deve fare la sua parte. Prima di un viaggio, penso tantissimo ai suoi dettagli, alla sua affidabilità, alla sua integrità e, ovviamente, alla sua potenziale performance. L’angoscia più grande sta negli ipotetici problemi tecnici. Lungo una gara di settimane, è impossibile che tutto vada liscio. A bordo di ALLAGRANDE ci sono sempre ferite da curare; di norma spunta un grattacapo al giorno, due cominciano ad essere un numero preoccupante. Registrando mentalmente suoni e rumori, posso costantemente monitorare le condizioni del vento, del mare, della vela e dell’intera imbarcazione. Quando questi cambiano, so che la barca mi sta dicendo qualcosa, e agisco di conseguenza, cercando di assecondare le sue richieste. Se la barca sbatte forte su un’onda, per me è come prendere un pugno nello stomaco. Sento che la sto utilizzando male e mi sento in colpa...”

Seguiteci per scoprire il terzo capitolo di ‘How Far You Can Go’.


HOW FAR YOU CAN GO - HOME

HOME, il primo capitolo del nostro viaggio oceanico con Ambrogio Beccaria, il suo progetto ALLAGRANDE e K-Way

Insieme a K-Way, abbiamo ritratto l’essenza e ascoltato la storia del velista oceanico Ambrogio Beccaria. ‘Home’ è il primo capitolo del nostro viaggio nel suo universo acquatico, e la prima tappa del documentario ‘How Far You Can Go’: una regata narrativa che accompagneremo con speciali focus editoriali.

Casa è dove si trova il cuore. Non ci vuole molto a svestire di retorica una delle frasi più celebri firmate dal pioneristico scrittore, viaggiatore e naturalista Plinio il Vecchio. Basta ascoltare le parole di Ambrogio Beccaria. Basta immergersi in una biografia rovesciata, cominciata tra i confini d’asfalto dei Navigli milanesi e approdata nei criptici, eppure accoglienti orizzonti dell’oceano aperto. Delle sue rotte. Delle sue sfide.

Per questo velista oceanico casa è uno scafo, il gioiello nautico ALLAGRANDE, e l’incessante danza della sua vela. È la sensazione di abitare e, contemporaneamente, esplorare le incognite del vasto blu. È la solitaria, ciclica migrazione acquatica applicata alla competizione sportiva. Una necessità primordiale, ma anche una vocazione moderna, comparsa per puro caso nel pieno caos adolescenziale, e capace di definire il futuro di colui che, oggi, viene annoverato tra i più talentuosi navigatori del mondo.

“La mia passione per la vela è nata casualmente. Vengo da Milano e la mia non è una famiglia velica. I miei genitori mi hanno semplicemente trasmesso la passione per il mare. Ricordo vacanze infinite trascorse solo in spiaggia... Essendo genovese, mia nonna era l’unica ad avere delle vere origini marine. Era solita raccontarmi che, da piccolo, entravo in acqua camminando all’indietro, perché avevo paura dell’orizzonte. Il mio debutto in mare è stato così. La vela è arrivata a 11 anni, grazie ad un corso estivo di mia sorella in Sardegna. L’ho emulata, come molte altre volte, e gli istruttori mi hanno subito trasmesso questa passione profonda. La vela è diventata prima un modo per scappare da Milano, per sentirmi grande in mezzo a persone più mature di me, poi mi ha permesso di viaggiare per l’Italia e di guadagnare i primi soldi. Era una sorta di paese dei balocchi, una reale forma d’indipendenza. A 14-15 anni ti poni moltissime domande, soprattutto in una città come Milano. La vela mi ha dato delle risposte”

Dove onde e nuvole si specchiano a vicenda, arrivando a fondersi tra loro, le risposte ricercate dal velista classe ’91 si sono strutturate e schiarite nel tempo, divenendo personali assunti filosofici. Se è vero che il vento, il nobile padrone dell’immensità acquatica, cancella ogni traccia del passaggio umano, è allo stesso tempo innegabile il suo ruolo rivelatore, la sua capacità d’ispirare sferzanti epifanie e fluide consapevolezze. Epifanie e consapevolezze che, ora, ispirano le imprese di un navigatore in grado di essere contemporaneamente poeta e scienziato.

“Il contatto con l’oceano è sempre in divenire, non nutro un sentimento fisso per questo elemento. Ultimamente stare in mezzo al mare cambia le mie percezioni, le mie sensazioni, rispetto a quando sono a terra. In acqua, le differenze tra essere umano e natura, tutti quei confini, quei limiti amplificati dal mondo contemporaneo, si assottigliano. Sento il lato selvaggio che abita dentro di me. Quando questa componente viene fuori, mi fa stare bene, mi fa prendere un ritmo che è completamente diverso da quello abituale. E mi fa sentire a casa. Essere un navigatore vuol dire fare un lavoro che so non avere un senso preciso per la società, ma sentirmi un marinaio mi ha dato un posto nel mondo. Senza questa passione, mai avrei scoperto che, effettivamente, il mare è il mio posto”

Un posto, una dimora che non ha un indirizzo preciso, ma che fa riferimento ad un ideale, quello racchiuso nel naming ALLAGRANDE. ALLAGRANDE è uno scherzo, una battuta dialettica che lungo gli anni ha assunto i connotati della scommessa, della scoperta, della realtà, perfino dell’affermazione, divenendo il crocevia del processo di comunione tra Beccaria e le correnti marine, così come la pietra angolare di un sogno concretizzato superando ogni aspettativa. 

“Il nome è nato grazie ai carpentieri dei cantieri navali di La Spezia. Era il 2015, avevo poco più di 20 anni e facevo lo skipper di un catamarano da crociera. Stavo studiando per diventare navigatore e ho comprato un Mini 650, la mia prima barca oceanica di 6 metri e mezzo. Era un relitto recuperato in Portogallo, non avevo soldi per permettermi altro. Dopo gli orari lavorativi mi fermavo ore in cantiere per rimetterlo in sesto, e i carpentieri, da buoni liguri, continuavano a prendermi in giro. Mi chiedevano ripetutamente come stesse andando il mio sogno. Rispondevo sempre “Alla grande!”. Quando è arrivato il momento del varo, ho deciso che quello sarebbe stato il nome perfetto”

Seguiteci per scoprire il secondo capitolo di ‘How Far You Can Go’.

Credits

A Project by AthletaLab

Director & Editor Giulia Fassina

Creative Director Rise Up Duo

Cinematographer Paolo Concari & Giulia Fassina

Colorist Jacopo Cosmelli

Soundtracks & Sound Design Tommy Zaph

Motion Design Mike Rodella

Type Design Filippo Giuliari

Additional Footage Lorenzo Sironi

Copywriter Gianmarco Pacione

Translator Scott Alan Stuart


La Celebrazione Sportiva con gli ASICS FrontRunner

Positività, condivisione e benessere, la nuova collezione del brand giapponese raccontata dagli ASICS FrontRunner

Sprigionare positività e liberare la mente attraverso il movimento. La nuova collezione ASICS ‘Celebration of Sport’ si fonda su questi concetti, elevando il ruolo essenziale del running, e dell’attività fisica, nel benessere psico-fisico di ogni individuo. Una linea multi-prodotto, composta da dieci calzature, che racchiude l’anima stessa del brand, irradiandola attraverso una distintiva colorazione gialla e una serie di migliorie tecnologiche, sviluppate nei laboratori dell’Istituto di Scienze dello Sport della città di Kobe.

Gli ASICS FrontRunner Thierry Adjetey, Cecilia Sabbadini e Riccardo De Anna fungono da narratori per questo nuovo capitolo estetico e comunicativo del brand. Le loro parole evidenziano, da un lato, le caratteristiche futuristiche delle SUPERBLAST 2 PARIS, le iconiche Gel-Nimbus 26 e le Gel-Kayano 31, dall’altro la filosofia intrinseca a questi prodotti: l’idea di celebrare lo sport attraverso il movimento, qualunque esso sia, e di trasporre nella contemporaneità la frase fondativa Anima Sana in Corpore Sano.

Da ‘SoundMindSoundBody’ a ‘Move Your Mind with ASICS’. Il running, per ASICS, continua ad essere molto più dello sforzo fisico fine a sé stesso. È sinonimo d’ispirazione, liberazione e condivisione, come rivelano le testimonianze di Thierry, Cecilia e Riccardo. 

Cosa significa per te la corsa? E come ti fa sentire il fatto di rappresentare un brand come ASICS, radicato tanto nella storia, quanto nel progresso contemporaneo di questa nobile disciplina?

Thierry Adjetey: “La corsa è molto più di un semplice esercizio fisico; è un'attività che permette a ciascuno di entrare in contatto profondo con sé stesso. Attraverso la corsa, riesco a scoprire nuove sfaccettature della mia personalità e a superare i miei limiti, non solo nello sport, ma anche nella vita di tutti i giorni. È un momento di introspezione e di crescita personale, un'occasione per sfidarmi e migliorarmi costantemente. Un marchio come ASICS amplifica questa esperienza, consentendomi di vivere appieno la mia passione quotidiana. Il brand tramite la community ASICS FrontRunner mi offre l'opportunità di connettermi con persone che sono già appassionate di questo sport e con chi desidera avvicinarsi per la prima volta. Questo marchio crea un ponte tra la mia crescita personale e la possibilità di condividere questa passione con altri, arricchendo ulteriormente la mia esperienza di corsa.”

Cecilia Sabbadini: “Per me la corsa è libertà, leggerezza, un modo per liberare la mia mente dalle sfide della quotidianità. La corsa mi ha insegnato molte volte che posso farcela con le mie forze anche quando lo credo impossibile, che alcuni obiettivi si raggiungono più facilmente circondati e accompagnati dalle persone giuste, ma che devi impegnarti, sbatterci la testa, sudare per raggiungere ogni piccolo traguardo. Vale nella corsa come nella vita. Vedere che ce la posso fare da un lato, mi permette di essere la donna che sono dall’altro. Per me è davvero un onore poter rappresentare un brand come ASICS che si fa portabandiera di come il movimento possa influenzare e cambiare positivamente l’attitudine di ciascuno. Credo che tutto questo mio sentire durante la corsa sia racchiuso perfettamente nella filosofia ‘SoundMindSoundBody’ del brand, secondo la quale ogni volta che muoviamo al massimo il nostro corpo, sudiamo e corriamo, siamo più felici. Ecco, dentro quella sensazione di felicità e leggerezza è racchiuso tutto.”

Riccardo De Anna: “La corsa significa prendermi uno spazio per stare con me stesso e liberare la mente dalle fatiche della giornata. Mi permette di stare bene con il mio corpo trovando nella fatica un grande senso di pace e soddisfazione. La corsa è anche una continua sfida con me stesso, un modo per pormi continui obiettivi potendo così avere una direzione in cui andare. Essere all’interno di ASICS come FrontRunner per me è motivo di grande onore e privilegio. Il nome stesso di questo brand veicola tutto il senso più profondo che lo sport ha per me, un senso che si esplicita in ‘SoundMindSoundBody’. Inoltre, poter divulgare un messaggio così importante anche attraverso le significative campagne che propone mi rende quotidianamente felice e orgoglioso di far parte di questo gruppo.”

Questa campagna è accompagnata da un claim dal forte significato: ‘Move Your Mind with ASICS’, ‘Libera la mente con ASICS’. Cosa significa per te liberare la mente attraverso il running? E che ruolo giocano, a questo riguardo, i prodotti ASICS?

Thierry Adjetey: “‘Move your mind with ASICS’ per me significa andare oltre i soliti schemi che associano la corsa o l'attività fisica esclusivamente alla performance, per vivere appieno i benefici non solo fisici, ma soprattutto mentali che la corsa può offrire. Liberando la mente dai cliché e dalle aspettative, possiamo realmente godere di tutti i vantaggi che la corsa ci regala. ASICS, con i suoi prodotti adatti a ogni tipo di runner, di tutte le età e livelli di esperienza, offre a tutti la possibilità di avvicinarsi a questo sport. In questo modo, la corsa diventa accessibile a chiunque, permette di scoprire e vivere i benefici di uno sport meraviglioso.”

Cecilia Sabbadini: “Liberare la mente significa togliermi di dosso il peso della quotidianità. Nel momento in cui esco a correre, riesco a vivere pienamente il momento, concentrandomi e dedicandomi completamente all’attimo che sto vivendo. È incredibile come al tempo stesso i miei pensieri prendano una forma diversa, risultando più chiari e razionalizzati. Correre mi aiuta a mettere in ordine i pensieri. Sono dell’idea che per muoversi liberamente si debbano avere a disposizione prodotti in grado di assecondare le tue esigenze, in grado di offrirti il massimo comfort, e che ti permettano di esprimere al massimo le tue caratteristiche.”

Riccardo De Anna: “Ci sono giorni così impegnativi e stancanti che mettere un paio di scarpe è la mia unica soluzione per riporre ordine e alleggerire la mente. Ci sono giorni dove sono pensieroso, ho mille domande per la testa e solo in una corsa riesco a trovare le migliori risposte. Come fosse una seduta da uno psicologo. Altri giorni, invece, esco a correre per non pensare proprio. Riesco a dare ordine ai pensieri, a diminuire le preoccupazioni e a trovare risposte. Attraverso l’ottimo comfort e leggerezza dei prodotti ASICS tutto questo risulta più semplice e meno faticoso.”

Nella collezione è forte anche il tema della positività condivisa, così come della serenità collettiva che il running riesce a trasmettere nelle sue varie forme e attori. Quanto è importante, nella tua vita da runner, la condivisione di allenamenti, esperienze e gare con altri esseri umani? E che riflessioni e/o sensazioni ti fa affiorare questo ruolo ‘sociale’ del running?

Thierry Adjetey: “Sui social cerco di condividere la mia visione della corsa e di trasmettere tutto il benessere che mi regala. Racconto le mie esperienze di corsa, i miei allenamenti, le mie sfide e le mie gare, cercando di raggiungere ogni tipo di appassionato, ma anche chi non ha mai provato a correre. La corsa è per tutti, e ogni volta che vedo qualcuno avvicinarsi a questo sport provo una grandissima soddisfazione.”

Cecilia Sabbadini: “La componente sociale del running è importantissima. Credo che condividere con altre persone i benefici del movimento possa ispirarle, motivarle a fare un passo in avanti per loro stesse, per il loro benessere psicofisico. Condividere allenamenti, esperienze e gare spero davvero possa essere uno sprone ulteriore per chi inizia un percorso. E scoprire, soprattutto, quello che c'è dietro a un eventuale obiettivo centrato penso sia un elemento fondamentale da comunicare a coloro che nutrono la tua stessa passione. Io cerco di farlo quotidianamente: questo è un aspetto a cui tengo tantissimo. Anche quando hai successo alla fine di un percorso, non vuol dire che quel percorso sia stato sempre facile. Condividere la tua esperienza motiverà altre persone a continuare a perseverare nel loro percorso per il raggiungimento del loro obiettivo.”

Riccardo De Anna: “Se la vita non è altro che una serie di esperienze e relazioni, la corsa mi ha fornito il meglio in assoluto di entrambi. La condivisione è fondamentale perché permette di dimezzare le fatiche alleggerendo il peso dell’allenamento ponendosi un obiettivo comune, raggiungendolo attraverso l’aiuto reciproco. Una gara, un evento o un allenamento sono come un viaggio, ed è più bello se condiviso. Per me è fondamentale il rapporto umano nel running, perché mi permette di sperimentare esperienze nuove, conoscere punti di vista differenti e viaggiare alla ricerca di nuove realtà. Il running, come tutto lo sport, per me ha un grande valore sociale ed educativo. Da un lato è una potente fonte di inclusione e integrazione sociale, dall’altro un mezzo in grado di formare le persone attraverso valori unici e profondi come l’uguaglianza, la disciplina e il rispetto per le differenti culture. È uno strumento capace di abbattere molti stereotipi, unendo le persone. Un pensiero ancor più personale è quello di credere che lo sport sia un giusto contesto quando circondato da belle persone. E se pensiamo al confronto col prossimo, la condivisione con l’altro e la realizzazione di progetti attraverso una passione comune, non possiamo prevedere di poter realizzare qualcosa di unico se non con le giuste persone. In quest’ottica penso che il running sia il miglior luogo in grado di valorizzare al meglio chiunque lo pratichi.”

Comfort, energia, calma. Le nuove tecnologie ASICS sembrano voler impattare tanto sulla performance e sul dato statistico, quanto sulla percezione sensoriale e sulla sfera emotiva di ogni runner. Che peso hanno questi ultimi fattori ‘intangibili’ nell’esito ‘tangibile’ di quelli precedentemente menzionati?

Thierry Adjetey: “Sono convinto che il benessere emotivo abbia un impatto diretto sui risultati che otteniamo. Che si tratti di un allenamento quotidiano o di una gara importante, avere la mente serena ci permette di esprimere al meglio le nostre potenzialità. Quando la mente è libera da preoccupazioni, il corpo può muoversi con maggiore fluidità ed efficacia. ASICS comprende questa connessione tra mente e corpo, e attraverso i suoi prodotti mette al centro il comfort nella calzatura, assicurando che ogni passo sia carico di energia e supporto. Sento che la qualità e l’innovazione delle scarpe di ASICS mi aiutano nel mio miglioramento in termini di performance, ma contribuiscono anche a farmi restare tranquillo e concentrato sull’attività che sto svolgendo. In questo modo mi godo appieno l’esperienza.”

Cecilia Sabbadini: “A mio parere hanno un grandissimo impatto. Ritengo che le nuove tecnologie abbiano il potere di influenzare positivamente la sfera emotiva di uno sportivo, andando a potenziarne l’autoconsapevolezza, la sicurezza e la fiducia in sé stesso, tutti fattori impattanti implicitamente anche sulla performance e sul risultato statistico.”

Riccardo De Anna: “Ritengo che ad oggi la tecnologia di una scarpa sia in grado di dare maggiore sicurezza e serenità nella performance sportiva di un runner. Diversi studi hanno ormai evidenziato come comfort, ritorno di energia e propulsione siano fattori fondamentali e ricercati nella scelta di una scarpa giusta. La consapevolezza di avere le nuove tecnologie ASICS ai piedi durante un allenamento o gara infonde sicurezza e positività nelle mie potenzialità. Quindi ritengo che fattori intangibili come percezione ed emotività abbiamo un peso importante in quelli più tangibili come la performance.”


PIÙ CHE MAGLIE DA CALCIO - ICARUS FOOTBALL

Intervista alle menti dietro i design calcistici di Icarus Football

Sin da piccolo, il cuore di Robby Smukler batteva per quaderni da disegno dedicati alle maglie da calcio di club immaginari, squadre situate in città o paesi casuali. 

Giocando a calcio a Philadelphia, Robby notò che le squadre erano costrette a indossare maglie dal design impersonale e noioso dei soliti marchi affermati. Insieme a un gruppo di amici e talentuosi grafici, decise di trasformare la sua passione d'infanzia in una nuova realtà atipica, creando uno dei marchi di maglie da calcio più innovativi e in rapida crescita al mondo: Icarus Football.

Dalla sua fondazione nel 2017, Icarus ha realizzato le sue maglie e divise uniche a oltre 3.000 squadre in tutto il mondo. L'Icarus Cup, un torneo plasmato dalla comunità calcistica dilettantistica di Philly, ha contribuito a questo processo. Athleta Magazine farà parte dell'edizione 2024, che si svolgerà dal 12 al 14 luglio, attraverso una maglia speciale creata dai designer di Icarus.

Abbiamo avuto il piacere di parlare con Robby Smukler e Jaden Stevenson, il designer che ha creato la maglia Athleta, e abbiamo avuto modo di vedere da vicino la magia e la passione che animano questo progetto.

Considerando che siete entrambi americani, da dove nasce il vostro amore per il calcio e il design delle maglie? 

Robby: 

"Mi interessava molto l'intersezione tra sport, storia e cultura. Adoro come le maglie simboleggiassero tutto questo. Come esprimono l'identità attraverso il mezzo che è la divisa sportiva e come il simbolismo e i colori risuonano con i tifosi diventando un fattore di identità. Fin da bambino, disegnavo maglie e loghi per città e paesi di tutto il mondo. Poi ho giocato a calcio al college, quindi è una parte piuttosto importante della mia vita. Penso che il calcio abbia una storia e una relazione più profonde e ricche tra cultura, identità e valori di un paese, di una regione o di una città rispetto a qualsiasi altro sport. Il motivo principale per cui ho creato l'azienda è stato perché guardandomi intorno ho notato che le squadre che giocavano negli Stati Uniti non indossavano nulla che collegasse l'identità della squadra alle loro maglie. Quindi ho dato vita al progetto per dare alle squadre la possibilità di esprimersi attraverso le maglie, offrendo loro l'accesso a un vero designer che possa lavorare direttamente con loro per raccontare la loro storia e creare kit che abbiano davvero senso per loro."

Sappiamo che adoravi Shevchenko. Crescendo a Philly, dove tutti parlavano di basket e football americano mentre tu pensavi alle maglie da calcio, come è stato?

Robby: 

"Sono un grande tifoso delle squadre di Philadelphia. Allen Iverson è il mio atleta preferito in assoluto, c'è anche quel lato in me. Sono stato fortunato ad avere il calcio come mio sport preferito crescendo. Sono più orientato verso il calcio, ma amo tutti gli sport di Philadelphia, soprattutto il basket. Quando avevo sette o otto anni mia madre ha raccolto tutti i miei disegni in un libro che era una sorta di rivista della Coppa del Mondo. Ho fatto i loghi di tutte le squadre. In pratica, immaginavo il logo e la maglia di ogni Paese. Il mio hobby era letteralmente quello di guardare la mappa e scegliere una città o un Paese e poi disegnare un logo e una maglia”

Jaden, anche tu hai avuto un passato nel sistema scolastico statunitense legato al calcio, giusto?

Jaden:

"Ho praticato molti sport fin da piccolo. Avevo un fratello maggiore, Reid, che era ossessionato dal calcio e ho cercato di seguirlo il più che potevo. Che fosse copiando le sue esultanze per i gol o indossando le maglie della sua squadra. Penso che quella sia stata probabilmente la prima volta che mi sono interessato alle maglie. Vengo da una famiglia in cui praticamente tutti giocano a calcio e creano arte. È stato molto facile per me inclinarmi fortemente verso l'arte grazie a mia madre e poi combinarla con il calcio. Quando giocavo al liceo, ho iniziato a prendere l'arte un po' più seriamente e ho trovato il mio stile personale in un certo senso. Poi, mentre giocavo al college, ho scoperto casualmente Icarus Football su Twitter. Ho contattato immediatamente Robby dicendo che amavo il progetto, quello che stava facendo nel campo del design calcistico e che volevo lavorare con lui a qualsiasi costo. Non c'era davvero nulla di simile a Icarus Football all'epoca. Ora, è piuttosto bello vedere quanto sia diventato popolare il mercato del design personalizzato dei kit da calcio. Ma prima, non c'era nessuno che prestasse tanta attenzione al design delle maglie da calcio come faceva Icarus Football.

Potete condividere con noi le maglie che vi hanno più ispirato da bambini?

Robby:

"Sono nato nel '92. Mi sono davvero innamorato delle maglie da calcio alla fine degli anni '90 e all'inizio degli anni 2000. Le persone dicevano che giocavo come Shevchenko, quindi mi sono subito innamorato dell'AC Milan. Inoltre, crescendo nel New Jersey, dove ci sono molte persone italiane, vedevi semplicemente un sacco di maglie della Serie A in giro. Ero davvero attratto da quell'estetica e dal design italiano. È una sorta di gold standard per molti aspetti. Quando avevo 9 o 10 anni, la mia famiglia fece un viaggio in Italia. Andammo a Roma, Firenze e Venezia, e ricordo tutte le bancarelle che vendevano maglie false e io che imploravo i miei genitori di comprarmele. Sono ancora nel mio armadio da qualche parte."

Jaden:

"Sono cresciuto in una cittadina rurale del Wisconsin, di circa 9000 persone, quindi la mia esposizione a diversi paesi e ai loro design non era molto accessibile di persona. Per me, molta ispirazione era incentrata sui giocatori. Mio fratello era ossessionato da Cristiano Ronaldo, quindi avevo una varietà di maglie del Manchester United e del Real Madrid da rubare e indossare. Io avevo un forte interesse per la nazionale degli Stati Uniti e la MLS. Clint Dempsey era il mio giocatore preferito da bambino; ricordo di aver indossato la sua maglia del Mondiale 2014 fino a distruggerla. Anche se gli Stati Uniti non avevano necessariamente le maglie più interessanti, erano comunque le mie preferite da indossare per ciò che i giocatori significavano per me. Al college ho iniziato davvero a interessarmi ad esplorare e ricercare di più su diversi paesi e culture per crescere e sviluppare il mio stile."

Concentrandoci sul vostro ruolo nel progetto Icarus, potete dirci qualcosa sulla connessione tra ogni design e la sua narrazione?

Robby:

"Come dicevo prima, immagina di giocare a calcio con i tuoi amici, e diventa una sorta di cosa in cui stai costruendo un’amicizia attorno a questo gruppo di ragazzi, dove andate in un bar o a cena insieme dopo la partita, creando davvero questa nuova amicizia, e non c'è mai stato davvero un modo per esprimere tutto ciò. Ecco dove entrano in gioco le maglie, il mezzo perfetto per esprimere quella identità condivisa. Quello che facciamo è cercare di fondere tutto insieme per farlo sembrare bello, e collegare ciò che è importante per il club con punti di riferimento che abbiano senso. Farle assomigliare a una maglia da calcio e a qualcosa che stia bene alle persone che la indosseranno anche fuori dal campo. Le divise da calcio possono raccontare la storia di questi gruppi".

Quali sono i progetti di divise che vi hanno ispirato di più e i più strani che avete avuto l'opportunità di creare? 

Robby:

"Il progetto più strano che mi viene in mente è una maglia ispirata a “Shrek”, o cose del genere. Ma non è nostro dovere chiedere perché vogliono farla cosi, è la loro divisa. Penso che il motivo per cui i progetti più strani non siano effettivamente così strani per noi è perché cerchiamo di non prenderli troppo sul serio. Ci importa di più che i gruppi si divertano e si riuniscano, avendo questa interazione sociale davvero positiva. Questa è la cosa più importante per me. Abbiamo un club chiamato Dairy World FC e hanno maglie con stampe di mucche. Per noi, non è strano. Questa è la bellezza dello sport e di quanto possa essere divertente. Quasi aspettiamo di fare questi progetti, perché sono molto più divertenti. I progetti più ispiratori sono quelli per i club che hanno una sorta di componente caritatevole o di preoccupazione sociale. Dove non stiamo solo aiutando a esprimere l'identità della squadra ma anche creando una possibilità accessibile per i bambini che spesso non possono giocare a calcio. A Philadelphia abbiamo progetti che esplorano il rapporto tra l'orgoglio specifico di Philadelphia e il calcio, e questa è una cosa molto bella. In definitiva, l'esperienza migliore quando si lavora con i club è conoscerli davvero. Questo è il motivo principale per cui lo facciamo. Vogliamo sviluppare queste relazioni intime con i club”.

Jaden:

"Per me, il lato più ispirante del nostro lavoro è creare e raccontare la storia di una comunità attraverso le maglie da calcio che creiamo; questa è la parte più gratificante. Vedere le persone non solo indossarle per le partite, ma anche per uscire la sera, andare al lavoro, fare la spesa, è molto appagante. È anche molto ispirante vedere le squadre che esistono nell'“universo Icarus Football” incontrarsi e comprare le maglie gli uni degli altri e diventare amici.”

Parlando della Icarus Cup e della maglia di Athleta, quale è stata l'ispirazione dietro il processo creativo di questa maglia?

Jaden:

"Ogni anno alla Icarus Cup cerchiamo di affrontare temi diversi. Essendo l’anno delle Olimpiadi, abbiamo voluto concentrarci sui diversi paesi del mondo. Ogni design è ispirato dall'architettura, dalle bandiere, dal cibo, dallo stile di vita, dall'abbigliamento, dalla musica o dal "vibe" generale di queste nazioni. Abbiamo scelto città di questi paesi che pensavamo fossero interessanti e belle, e alla fine abbiamo realizzato 80 maglie dopo aver progettato circa 150 maglie preliminari. L'idea era di portare il mondo a Philadelphia attraverso i design di queste maglie. Per la maglia che abbiamo realizzato per Athleta, l'ispirazione è stata ovviamente la città di Verona. Mi sono ispirato direttamente al Chievo Verona per la combinazione di colori. Il motivo geometrico di Icarus è venuto naturalmente traendo ispirazione dalle maglie della Serie A degli anni '80 e '90 che presentano motivi geometrici interessanti che spesso fanno da sfondo alle maglie. Quello che immaginavo era che tutta la squadra indossava due taglie in più, annegando nelle maglie e sollevando il colletto. Cercando di catturare l'essenza e la vibe di quel calcio retrò della Serie A."

Quali sono i vostri obiettivi e sogni futuri? 

Robby:

"Dal lato della Icarus Cup, la gestiamo con un'organizzazione chiamata “CASA Soccer” che è il più grande organizzatore di leghe nel Nordest e gestisce la scena calcistica dilettantistica di Philadelphia. Abbiamo l’obiettivo condiviso di portare questo torneo in altre comunità e fare della Icarus Cup questo grande festival di calcio amatoriale, organizzato da persone che amano giocare. Cercare di rendere questo torneo fantastico è qualcosa di cui siamo davvero appassionati. Dal lato del Brand, penso continuare a lavorare con club che ci apprezzano. Ovviamente, ci piacerebbe lavorare con club più grandi, ma per noi è più importante trovare i partner giusti e continuare ad avere un brand che parli davvero a un segmento della popolazione che vuole divertirsi e non prendersi troppo sul serio ma allo stesso tempo, ama lo sport ed è appassionato. Vogliamo continuare a crescere, e continuare a lavorare con club in tutto il mondo, fare sempre più eventi e portare sempre più club nella famiglia Icarus."

Jaden:

"Abbiamo raggiunto un ottimo punto e siamo orgogliosi delle persone con cui lavoriamo e del posto che occupiamo nel design calcistico. Dal punto di vista del design, so che continueremo a spingerci oltre i confini del design tradizionale delle divise da calcio e a integrare nuovi modi artistici di esprimere i nostri club e le nostre comunità".


Sam William Andrews, l’ibrida storia di un rider-creativo

Dalle ruote alla lente, intervista al rider e content creator di Bristol

Il ciclismo può sviluppare e ispirare strade parallele, come la comunicazione visuale e la produzione di contenuti. Sam William Andrews riesce ad unire questi punti. Nato e cresciuto a Bristol, questo rider-creativo inglese nel tempo ha toccato differenti universi atletici, plasmando sia la propria identità sportiva, che quella artistica.  Dopo anni di skate, BMX e road cycling, oggi Andrews da un lato sta esplorando il gravel, partecipando alle più rinomate competizione del mondo, e dall’altro sta sempre più evolvendo e attestando la propria estetica, fatta di visioni che trasmettono consapevolezza, senso del presente e fascinazione naturale.

Le sue parole mostrano una vita segnata dallo sport e dal suo immaginario, e spalancano le porte verso una nuova generazione di atleti-artisti, esseri umani capaci di mettere in rima lo sforzo fisico con lenti e prospettive soggettive. La testimonianza di questo storyteller contemporaneo è un focus su chi nello sport non vede un regno della performance, ma una musa senza paragoni.

Puoi raccontarci il tuo percorso sportivo e fotografico?

“Da piccolo ho iniziato con la BMX, ero fuori tutti i giorni, tutto il giorno. Dopo alcuni infortuni, sono transitato nello skate. La cultura skate è una fusione di arti e lifestyle, quindi nel periodo skate è stato naturale avere sempre la macchina fotografica con me. Poi sono passato allo scatto fisso, e ho gareggiato in tutta Europa, ho partecipato anche un Red Hook Criterium. Quando ho sentito il bisogno di prendere le cose un po’ più seriamente, mi sono dato al ciclocross e alla bici da corsa. Ho subito capito che la creazione di contenuti in questi sport era ancora molto tradizionale e molto diversa da quella skate o fixie. E lo stesso vale per il gravel, il mio attuale focus principale. Le prospettive estetiche che ho maturato nei vari step del mio percorso sportivo mi hanno aiutato a diventare un creatore di contenuti per questi universi ciclistici. È bello mostrare il ciclismo attraverso la lente e catturare diverse emozioni e scenari... Al college ho studiato fotografia, ma non avrei mai pensato di ritrovarmi a collaborare con brand e a gareggiare con tute in lycra”

Sei contemporaneamente atleta, fotografo e creatore di contenuti, come ti definiresti?

“Non saprei, sicuramente è un equilibrio abbastanza difficile. Fino a poco tempo fa lavoravo full time, quindi era difficile prepararsi al 100% per una gara. Ora sono freelance e riesco ad organizzare meglio i miei allenamenti. Penso che la cosa più importante sia stata e continui ad essere la disciplina, perché devi sacrificare molte cose per avere una corretta struttura... Ho vissuto momenti in cui mi sono chiesto ‘cosa stai facendo?’, ma quando senti di aver costruito qualcosa o raggiunto un risultato, realizzi che ne valeva veramente la pena. Ovviamente c’è pressione in entrambi i casi. Ho la pressione dei clienti da una parte e del risultato delle gare dell’altra. Posso controllare di più la parte fotografica, ma quella sportiva ha troppe incognite: puoi allenarti benissimo, ma se durante la gara le gambe non vanno, non puoi farci niente... Nonostante questo, il ciclismo mi sta aiutando e regalando tanto tempo all’esterno. Mi fa sentire libero. Mi permette di essere costante ispirato da ciò che mi circonda, soprattutto durante gare ultra. L’anno scorso ho partecipato al BADLANDS, 40 ore di gravel non stop. Gare di questo tipo mi danno molto tempo per pensare e osservare. I panorami drammatici e le emozioni sono due capisaldi della mia ricerca fotografica. Per me è sempre importante raccontare ogni soggetto e il suo viaggio”

Come stai vivendo il tuo rapporto con il gravel e con i molti brand con cui collabori, come Alba Optics e MAAP?

“È fondamentale lavorare con brand in cui credi e riponi fiducia. Mi sono sempre detto che non avrei collaborato con brand che non mi piacciono. Quindi ho provato a costruire un network di prodotti che amo usare e che mi permettano di fare ciò che voglio fare al meglio. Sono molto felice dei lunghi rapporti che sono riuscito a costruire. Parlando del gravel, al momento questo mondo sta prendendo una nuova strada: è molto più professionale rispetto a qualche anno fa. Un tempo tutto riguardava l’autosufficienza e l’essere là fuori da soli per lungo tempo. Non so se mi piaccia ancora. Adesso mi sto dedicando sempre più alle lunghe distanze, dove sono veramente da solo e vulnerabile. Nessuno ti cerca. Sei con te stesso per giorni e notti, in tutte le condizioni. Le lunghe distanze ti spingono oltre i limiti. Certo, le competizioni gravel mi continuano ad affascinare, ma non so quanto a lungo riuscirò ancora a competere ad alti livelli... In fondo penso che la mia unica, vera passione sia essere là fuori e godermi l’avventura”

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

“Nel breve termine parteciperò al The Rifet in Islanda, a qualche criterium UK e ad una serie gare UCI. Prenderò parte anche ad eventi su lunghe distanze e ad alcuni criterium. Sul lungo termine, come ho detto prima, vorrei dedicarmi di più alle ultra adventure races. Penso che lì troverei tanto per me stesso. A livello fotografico spingerò per lavorare con più brand e ampliare il mio portfolio anche all’esterno dell’universo ciclistico. Infine, vorrei provare anche a concentrarmi sulla produzione di video e film. Vedremo fin dove riuscirò a portare tutte queste cose”


J. Michael Prince, di polo, autenticità e cultura

Tra cavalieri e calcianti, abbiamo ascoltato la significativa testimonianza del President & Chief Executive Officer USPA Global J. Michael Prince

Cavalieri e calcianti. Polo e Calcio Storico Fiorentino. Raramente l’immaginario sportivo contemporaneo ha assistito ad un ‘match in heaven’ così suggestivo: una connessione in grado di unire pratiche che parlano di storia, tradizione e contemporaneità attraverso il puro atto fisico. Nell’iconico set-campo di Piazza Santa Croce, US POLO Assn. ha ancora una volta elevato l’immagine del proprio sport, e del proprio brand, costituendo un’evocativa sinergia con il gioco più identitario per la città-culla del Rinascimento italiano. L’ha fatto durante una settimana speciale, ispirata e segnata dalle influenze Pitti Uomo.

In questa significativa occasione, abbiamo incontrato il President & Chief Executive Officer USPA Global J. Michael Prince. La sua testimonianza sottolinea la tanto antica, quanto contemporanea fascinazione che l’essere umano nutre per sport in grado di trascendere i rispettivi ambienti, diventando patrimoni culturali e fucine stilistiche. Le parole, così come la carriera, di questo professionista americano raccontano alla perfezione la simbiosi tra elemento atletico e cultura fashion, permettendoci, da un lato, di scoprire l’heritage e la filosofia senza tempo di US POLO Assn., e, dall’altro, di tuffarci in una storia personale che, da sempre, gravita intorno alla passione sportiva.

US POLO Assn., lascia intendere Price, è più di un semplice brand, è il motore principale del polo globale. È un intreccio virtuoso di filantropia, sensibilità e incondizionato supporto ad uno sport ipnotico, che permette ad atleti e cavalli di danzare all’unisono e di riverberare, anche nei tempi moderni, l’atavico rapporto tra essere umano e animale. US POLO Assn. è, soprattutto, il desiderio di proseguire un mito iniziato oltre 2000 anni fa, condividendolo ed amplificandolo in ogni parte del mondo: un brand che nutre uno sport, uno sport che nutre un brand.

La tua carriera professionale è profondamente radicata nella cultura sportiva. Puoi dirci qualcosa del tuo rapporto con il suo immaginario?

“Fin da quando ero un bambino, lo sport è sempre stato importante. Grazie ad esso, all’high school ho imparato il significato di teamwork e hard work, così come a vincere e perdere con eleganza. Questi concetti si sono trasposti nella mia carriera professionale. Ho lavorato per Converse, un brand di chiara ispirazione sportiva, dove ho avuto la possibilità di entrare in contatto con molti atleti d’élite, soprattutto del panorama cestistico. Poi sono passato a Nike, e ho anche avuto modo di supervisionare altri brand iconici come Umbro, da sempre connesso al calcio. Queste esperienze mi hanno permesso di farmi le ossa e imparare da alcuni dei migliori brand del mondo, non solo a livello sportivo. Quando è arrivata l’opportunità US POLO Assn. non ho visto un semplice brand di moda, ma un brand connesso in modo organico all’anima di uno sport. E non un semplice sport. Pochi sanno che a polo si gioca da oltre 2000 anni, le sue origini vengono fatte risalire al 600 a.C. circa. La USPA - United States Polo Association, il nostro organo direttivo, è stato fondato nel 1890. Ecco perché il nostro marchio ama parlare di storia sportiva e della profonda connessione che nutre con essa. Vado oltre, di Converse amavo anche il fatto che fosse accessibile a tutti, e ho ritrovato lo stesso in US POLO Assn. Sono sempre stato consapevole di far parte di uno sport-inspiration brand, che deve comunicare e radicarsi anche nelle working-families di tutto il mondo. Nella mia visione è cruciale essere un brand accessibile a tutti, e lo stesso ragionamento vale per lo sport del polo”

Cosa significa per te avere la possibilità di rappresentare un brand così radicato nella storia? Prevale un senso di orgoglio o di responsabilità?

“Sento entrambi. In un mondo che è sempre più caotico, lo sport continua ad essere così autentico, così reale... Tutti possono relazionarsi con l’elemento sportivo, praticandolo o guardandolo. La caratteristica più preziosa di US POLO Assn. sta nell’essere il brand autentico di questo sport negli States, ma anche in giro per il mondo. Applicare questo tipo d’ispirazione sportiva al nostro brand ci permetter di vendere i nostri capi in 190 Paesi, e penso sia un qualcosa di veramente speciale. Negli ultimi 5 anni siamo cresciuti moltissimo, di oltre un miliardo di dollari di fatturato, e sono convinto che quest’ascesa sia legata a cosa rappresentiamo. I consumatori si relazionano con molto più che un brand. La nostra connessione reale e tangibile con uno sport e i nostri design senza tempo sono essenziali nel nostro rapporto con i consumatori”

In varie interviste hai dichiarato di esserti letteralmente innamorato del polo. Quali sono le unicità di questo sport?

“Ho assistito alla mia prima partita di polo quando sono entrato a far parte di US POLO Assn. Mi hanno colpito le performance di questi atleti d’elite, e non parlo solo dei giocatori, ma anche dei loro partner equini. Il loro modo di muoversi all’unisono, in campo, mi ha fatto pensare ad una forma d’arte. È grandioso il fatto che due ‘giocatori’ lavorano insieme come un corpo unico... Poi mi sono guardato attorno, sulle tribune c’erano tantissime famiglie che stavano semplicemente insieme: esseri umani che erano connessi da questo meraviglioso sport. Ecco, tutto questo mi ha subito fatto realizzare che fossi di fronte ad uno degli sport più belli del mondo. Sono orgoglioso dei nostri eventi globali, perché ci permettono di presentare il polo a tante persone che non lo conoscono”

La partnership con il Calcio Storico Fiorentino è un match ‘made in heaven’, tra due forme sportive che vantano anche enormi echi culturali. Come si trasmettono queste leggendarie discipline nel mondo e, nel caso di US POLO Assn., nel mercato contemporaneo?

“Quello che vediamo è il rispetto della tradizione. E questo è sempre molto, molto importante. Devi rispettare il passato per abbracciare il futuro. Penso ai tanti fan del Calcio Storico Fiorentino, appassionati di uno sport ultrasecolare, nato nel 1200 d.C., che possono scoprire uno sport come il polo, intramontabile da oltre 2600 anni... Poi, penso alla meravigliosa città di Firenze: non riesco ad immaginare un’associazione di sport e luoghi più bella di questa. Sono molto eccitato anche per quello che accadrà a Parigi, dove assoceremo il nostro 135º anniversario con il 100º anniversario delle Olimpiadi nella capitale francese, organizzando una partita unica tra Nazionale USA e francese... Questi eventi danno la possibilità al polo di mostrarsi a tutto il mondo, mi eccitano”

Il presente e il futuro di US POLO Assn. e dello sport che rappresenta sono strettamente connessi alla sostenibilità e all’attenzione verso il mondo animale. Quanto impattano questi due temi sulle direzioni che state intraprendendo come brand e come movimento sportivo?

“Lo sport mette al primo posto la profonda relazione tra atleta umano e atleta equino. È necessario essere consapevoli e protettivi nei confronti dello stato di salute dei partner equini. Quando vedi una partita di polo, risalta subito agli occhi l’amore reciproco tra essere umano e cavallo... E vengono prese tutte le precauzioni possibili per salvaguardare e mantenere in salute entrambi. Come brand pensiamo sempre a questi temi. Abbiamo una chiara vocazione filantropica, siamo impegnati in prima linea nel devolvere fondi per supportare trasversalmente la community del polo. Investiamo nel benessere dei cavalli, nel sostenere i giocatori stessi, ma anche nella diffusione di questa cultura, tramite la creazione, per esempio, di contesti museali. È fondamentale per noi avere quest’ecosistema filantropico che ci permette di restituire qualcosa allo sport, ma anche alle tante fondazioni che lo aiutano”

Credits

U.S. Polo Assn. / De Paolis

Gianmarco Pacione


Behind the Lights – Chris Caporaso

Scopriamo la tanto evocativa, quanto minimalista lente del fotografo australiano

Le linee possono comunicare. La geometria può ispirare. E nell’ordine possiamo trovare la più pura estetica, questo spiega la lente del fotografo australiano Chris Caporaso. In un mondo sempre più confusionario e artificioso, le sue visioni elevano la bellezza della semplicità sportiva, così come dei suoi protagonisti e strumenti. Eppure, il 37enne cresciuto ad Adelaide è parte attiva della complessità atletica, perché divide il suo tempo tra il lavoro di match analyst di football australiano con la sua produzione fotografica: un incrocio tanto atipico, quanto fruttuoso.

“Sono cresciuto ad Adelaide, e i primi ricordi sportivi sono legati ai GP di Formula 1 che ho visto con mio padre. Ero ossessionato dalle macchine, da piccolo continuavo a disegnarle. Ho ancora impressi nella mente i nomi e l’estetica delle Benetton, così come delle Rothmans... Il tempo mi ha portato a diventare un match analyst di un team professionistico di football australiano. Durante la pandemia, quando abbiamo dovuto isolarci da tutti per continuare il campionato, sono stato per un centinaio di giorni sulla Gold Coast. La situazione mi stava drenando. Così ho portato la camera con me e ho cominciato a fotografare. Ho scoperto la fotografia da teenager, e ho sempre portato macchine fotografiche con me durante i viaggi familiari. Solo dal 2020 ho capito quanto avessi bisogno di questo outlet: la fotografia mi sta dando equilibrio nella vita di tutti i giorni e, allo stesso tempo, mi sta permettendo di sviluppare progetti da freelance paralleli al mio lavoro. Grazie alla lente riesco a lasciare da parte il football e le sue dinamiche caotiche per qualche ora, liberandomi la mente”

Le visioni di Chris sono figlie di un percorso accademico e umano votato al gusto estetico. Ispirato dall’architettura di Frank Lloyd Wright e da un percorso nel design, lo stile fotografico di Chris è all’incrocio tra il documentarismo contemporaneo, la freschezza social e le vibes fashion connesse all’universo streetwear. 

“Penso che il mio stile fotografico sia sempre in evoluzione, ma abbia una consistenza costante. Il miei primi studi di design e la mia passione per l’architettura sono sicuramente le fondamenta per la mia produzione visuale. Amo l’estetica monocromatica. E amo immergermi nelle culture, rappresentare le loro unicità. Sono stato molte volte a New York…penso mi abbia influenzato molto, per me è sempre fantastico camminare con le cuffiette, e catturare quello che succede nelle strade e nella metropolitana. Il mio immaginario sportivo si concentra soprattutto sulla Formula 1, sul tennis e sulle sneakers. Sono stato incredibilmente fortunato a visitare il paddock della F1 in alcune occasioni, e apprezzo le auto come arte in sé, l'aerodinamica e l'innovazione che le contraddistinguono e che formano linee aggressive e curve piacevoli, rendendole piuttosto fotogeniche.... Lo stesso accade quando guardo una partita di tennis. Durante un torneo come l'Australian Open, i colori e le linee perfette sono così esteticamente piacevoli che si prestano a composizioni interessanti. Per me è quasi poetico come quella serie di linee perfette formi una forma tra cui si vince e si perde in uno sport così storico. Le sneakers sono un mio interesse da sempre e fanno parte della mia identità. Ho trascorso molto tempo a fotografare le sneaker sia per cultura che per pubblicità. Il mio paio preferito di sempre è la Nike Air Max 1 Atmos Elephants, ma la sneaker che mi ha fatto entrare in questa cultura è la Nike Air Max 90 Infrareds. In questo momento probabilmente sto indossando delle New Balance 990s.V6 grigie. Nella mia fotografia voglio che le persone sentano qualcosa attraverso le mie immagini. Posso essere un po' minimalista, mi piace che le mie immagini siano pulite e che usino la profondità in modo da dirigere lo sguardo. Voglio che tutto sia allineato e che i colori si completino a vicenda.... Come la maggior parte dei creativi, a volte sono il più grande critico di me stesso".

Ora diviso tra lo studio tattico di uno sport unico al mondo e lo sviluppo di una carriera creativa, Chris prosegue nella sua ricerca di dettagli eleganti e spazi essenziali. “Nell’ultimo periodo ho piantato un seme nella mia testa e nel mio subconscio”, conclude l’australiano, “Mi piacerebbe compiere una transizione definitiva nel mondo creativo. L’ambiente del football è stimolante, mi appaga aiutare la squadra e stare al fianco di giocatori e allenatori, ma ho il sogno, o meglio, la speranza di potermi dedicare completamente alla creatività. Magari un giorno succederà”.


Il San Lorenzo e l’estasi calcistica sudamericana

Le prospettive di Basile Bertrand elevano il rapporto tra la religione calcistica e l’irrazionalità argentina

La passione argentina per ‘el Fútbol’ è racchiusa nel Nuévo Gasometro, la tanto paradisiaca, quanto infernale tana del San Lorenzo de Almagro. Nella casa del ‘Ciclón’, il rapporto tra l’anima sudamericana e il ‘Beautiful Game’ si esalta in tutta la sua sacralità, così come in tutta la sua illogicità. In concomitanza con i primi giorni di Copa América, ascoltiamo la testimonianza e osserviamo le immagini di Basile Bertrand, un fotografo francese che, grazie alla propria profonda cultura ultras, è riuscito a respirare l’aria della ‘Popular’: dove l’amore per il San Lorenzo diventa follia. Dove il calcio sudamericano si mostra in tutta la sua confusa magia.

Che percorso fotografico ti ha portato a ritrarre i tifosi del San Lorenzo?

“La fotografia e il calcio mi accompagnano da sempre. Ho scoperto la fotografia da piccolo, seguendo i miei amici al campetto o allo skatepark con la macchina fotografica. Solo a 17 anni, durante un viaggio con i miei genitori in Marocco, ho capito che volevo fare il fotografo documentarista. Poi ho studiato a Parigi, anche alla Ecole Nationale des Arts Décoratifs, e nel tempo libero mi sono messo a ritrarre gli amici nelle periferie. Da lì è arrivato con naturalezza il mondo dello streetwear, e da un paio d’anni ho iniziato a lavorare come fotografo professionista e a scattare campagne (Carhartt WIP, Maison Kitsuné, Salomon e K-Way sono alcuni esempi dei suoi clienti – ndr). Una parte della mia produzione fotografica, però, è sempre stata e continua ad essere connessa alla sottocultura ultras. Anni fa ero un grande tifoso del Paris Saint Germain, viaggiavo per tutto il Paese, e le gradinate hanno ispirato molte mie ricerche sui ‘tifosi’ italiani e sugli ‘hooligans’ inglesi... Poi ho smesso di seguire il PSG, ma la passione per l’universo ultras è rimasta”

Perché hai scelto il ‘Ciclón’ e come hai vissuto l’impatto con l’energia del Nuévo Gasometro?

“Le hinchadas argentine erano ovviamente parte delle mie ricerche. La rivalità e la storia di Boca e River sono fantastiche, ma sono molto note. Il San Lorenzo è qualcosa di differente. Quindi ho deciso di andare a studiare a Buenos Aires per alcuni mesi e, dopo aver visto due partite alla Bombonera, ho deciso di visitare il Nuévo Gasometro. Alla Bombonera era stato difficile fotografare, non ero circondato da un buon mood, mentre al Nuévo Gasometro c’erano delle vibrazioni differenti... Sono diventato ‘socio’ del club e sono entrato nella ‘Popular’. Le prime partite avevo un po’ di paura, perché non è semplice essere un fotografo tra quel tipo di tifosi. A Parigi, per esempio, non potrei fotografare in curva. L’atmosfera del Gasometro, però, è stata da subito incredibile. Tanti mi accoglievano parlando in spagnolo, mi chiedevano perché fossi lì, erano interessati. Dopo 4-5 partite avevo già degli amici. “Amiamo il calcio e amiamo lo stesso club”, mi dicevano, “Possiamo essere amici”. Per loro contava solo il fatto che sostenessi il San Lorenzo. Dopo aver costruito quel rapporto, ho cominciato a portare la camera senza problemi. Posso dire che ancora oggi mi sento tifoso del San Lorenzo”

Che tipo d’immagini hai voluto catturare e qual è il momento più iconico di questa tua esperienza calcistica argentina?</span

“Non esistono molti fotografi concentrati sulla cultura ultras o hooligan. Quindi non ho punti di riferimento o modelli da seguire. Dentro lo stadio cerco solamente di fotografare dettagli o istanti che nessuno ha mai visto. Il momento più significativo è stato sicuramente un bambino sollevato da suo padre. La storia di questo scatto è divertente, quando ho visto la scena per la prima volta non sono riuscito a fotografare... Ma un anziano tifoso mi ha visto e ha chiesto al padre di sollevare nuovamente il figlio. Il bambino avrà avuto meno di un anno... “Il ‘gringo’ vuole farvi una foto”, gli ha detto. Così il padre ha alzato in aria il figlioletto e ho potuto ritrarre quel momento magico. Quella scena rappresenta il mindset dei tifosi sudamericani, argentini e del San Lorenzo. Non so veramente cosa dire, ripensando a quell’istante di estasi calcistica”

San Lorenzo vs Boca Juniors

Photo credits:

Basile Bertrand

Testi di

Gianmarco Pacione


"WINNER" - in conversazione con Marianna Simnett

Il Film in contributo al programma di arte e cultura per UEFA EURO 2024

Il 14 giugno è andata in scena la prima partita degli UEFA EURO 2024 allo Stadio Olimpico di Berlino. La capitale tedesca vivrà quattro settimane di Cultura Calcistica Europea. Non si tratterà solo di calcio giocato. Numerosi altri eventi culturali si svolgeranno in tutta la città, tra cui il percorso artistico "Radical Playgrounds" intorno al Gropius Bau e "WINNER", un'installazione cinematografica di Marianna Simnett.

"WINNER" è un dance film in tre atti raccontato attraverso la lente del calcio, presentato come un'installazione immersiva presso il Museo Hamburger Bahnhof di Berlino. Girato in 16mm, esplora il calcio come metafora della pressione sociale estrema nel performare, le aspettative che poniamo su noi stessi e sugli altri e un'accentuata enfasi sulla vittoria e sulla sconfitta. Questo film interpretato da un gruppo di ballerini contemporanei che impersonano hooligans, addetti ai biglietti, guardiani e calciatori, si basa su alcuni dei falli più iconici del calcio, radicalmente trasformati attraverso la danza, l'arte e la musica.

Abbiamo avuto il piacere di parlare con Marianna Simnett, la regista di questo progetto.

Marianna Simnett, WINNER, (film still), 2024, Super 16mm film transferred to video. Courtesy the artist and Société, Berlin

Come ti sei sentita quando hai ricevuto la chiamata per realizzare un film per l'Euro Cup 2024?

“Quando i direttori dell'Hamburger Bahnhof mi hanno chiamata e chiesto se volevo fare un progetto di calcio legato all'Euro Cup, mi sono sentita lusingata e sorpresa perché sono una candidata improbabile per parlare di questo argomento. Non facevo parte del mondo del calcio, ma questo mi ha anche permesso di vederlo sotto un diverso punto di vista. Sebbene questo progetto onori molto lo sport, parla anche di temi più ampi riguardanti la nostra umanità, come l'amore, la passione e la violenza.” 

Qual è stata l'ispirazione dietro "WINNER" e come hai deciso di esplorare i temi del calcio attraverso l'opera artistica?

“Ero interessata a due stereotipi principali: il fatto che il calcio sia per lo più associato alla mascolinità; e la cultura Ultras, i fan estremi spesso associati all'hooliganismo. Volevo esplorare i motivi per cui mi sentivo respinta da questo sport dominato dagli uomini e indagare cosa spinge i fan a mostrare la loro devozione in modi così estremi. Ero anche interessata al modo in cui i calciatori affrontano la debolezza, il fallimento e l'infortunio; quindi mi sono appassionata ai falli iconici, all'allenamento degli arbitri e alla performance spavalda in campo. Gli arbitri non ottengono davvero un grande nome nello sport, e i media li ritraggono sempre come uomini. Quindi volevo mettere in primo piano questa figura che è al centro del gioco ma che normalmente non è celebrata."

Marianna Simnett, WINNER, (film still), 2024. Courtesy the artist and Société, Berlin
Marianna Simnett, WINNER, (film still), 2024, Super 16mm film transferred to video. Courtesy the artist and Société, Berlin

Come ti sei messa alla prova nel reinterpretare alcuni falli iconici del calcio, come la testata di Zidane sul petto di Materazzi e altri, attraverso la danza e la performance?

“Ho ricercato i falli più iconici della storia del calcio. Naturalmente dovevo includere Zidane. Mi sono anche molto appassionata al calcio di Cantona, Schumacher contro Battiston, Ewald Lienen e molti altri. Ero davvero interessata a ricreare questi momenti di impatto, ma attraverso il linguaggio della danza, trasformando qualcosa di violento in un movimento fluido. Così io e il coreografo, Ben Duke, abbiamo studiato i falli calcistici ancora e ancora, guardato esattamente come sono stati filmati, quale angolazione e come sono stati presentati nei media. Poi li abbiamo ricreati attraverso una combinazione di danza e lavoro con la macchina da presa. Abbiamo anche usato molte lenti lunghe per emulare alcune delle riprese sul campo e le abbiamo filmate in slow motion, così da poter vedere ogni minimo dettaglio."

Marianna Simnett, WINNER, (film still), 2024, Super 16mm film transferred to video. Courtesy the artist and Société, Berlin

Nei tuoi lavori di solito cerchi di prendere percezioni comuni o status sociali e invertirli o esplorarli in modo diverso e per questo lavoro hai preso le percezioni più comuni del calcio: uno sport maschile, uno sport falloso, la mentalità del vincere o perdere, e le hai reinterpretate in prospettiva sociale. Come sei riuscita a mettere in evidenza questi aspetti della nostra società attraverso il calcio?

"Il titolo dell'opera, “WINNER”, si riferisce anche alla mia arte. Non è una carriera facile. È molto competitiva. “WINNER” descrive la nostra società, ed è per i fan di calcio e non. Sia nell'arte che nello sport, c'è un perpetuo desiderio di convalida cercata dagli altri. Ma non importa quanto veloce corri, il traguardo si sposta sempre.”

“Oltre a concentrarsi in gran parte sui falli, il film è basato su un racconto breve intitolato “The Destructors” scritto da Graham Greene nel 1954. Ho usato la metafora della distruzione per commentare il nostro desiderio di vincere, e come vincere può paradossalmente anche a volte sembrare una sconfitta.”

Marianna Simnett, WINNER, (film still), 2024, Super 16mm film transferred to video. Courtesy the artist and Société, Berlin
Marianna Simnett, WINNER, (film still), 2024. Courtesy the artist and Société, Berlin
Marianna Simnett, WINNER, (film still), 2024. Courtesy the artist and Société, Berlin

come vedi “WINNER” contribuire alla costruzione di questo tipo di conversazione sull'intersezione tra arte, sport e vita e su questo aspetto della vittoria che effettivamente lega tutto insieme?

“Cerco solo di creare un sentimento universale con il mio pubblico, qualcosa che sembri sia familiare che strano. Metto in primo piano personaggi tipicamente ignorati come l'arbitro e la venditrice di hot dog facendoli diventare i protagonisti principali. La discrepanza di reddito tra un calciatore che viene pagato milioni e una venditrice di hot dog che guadagna il minimo è arbitraria. Sono entrambi parti integrali dell'esperienza di andare ad una partita.”

"Lavorare con persone straordinarie, come Robbie Ryan BSC, Bendik Giske, Lydia Lunch, Sybella Stevens, Brendan Feeney presso il Wave Studios, Vers, e un gruppo di talenti, ha reso il mio lavoro più facile. Ci siamo solo riuniti in una stanza e abbiamo fatto accadere la magia. Quando molte persone straordinarie si riuniscono e lavorano per un obiettivo comune, la formula è vincente.”

Marianna Simnett, WINNER, (film still), 2024. Courtesy the artist and Société, Berlin
Marianna Simnett, WINNER, (film still), 2024. Courtesy the artist and Société, Berlin
Marianna Simnett, WINNER, (film still), 2024. Courtesy the artist and Société, Berlin

Photo credits:

Studio Simnett

Testi di

Filippo Libenzi


Niki Terpstra, il ciclismo nel sangue

Briko ci ha permesso di ascoltare e comprendere le prospettive di una leggenda del ciclismo moderno

Quante emozioni può regalare ancora il ciclismo dopo aver vinto una Parigi-Roubaix e un Giro delle Fiandre? Alcuni risponderebbero nessuna. Altri, come Niki Terpstra, risponderebbero infinite. Grazie a Briko, abbiamo avuto la possibilità d’incontrare un’autentica leggenda delle due ruote che, dopo aver composto ritmate sinfonie nelle più celebri competizioni del globo, ha deciso di entrare in una nuova fase del proprio rapporto con il ciclismo.

È la fase della maturità. Del ciclismo che diminuisce l’abitudine alla performance estrema, avvicinandosi maggiormente all’esplorazione interiore ed esteriore. È il tempo del gravel e delle Granfondo, come la Granfondo Briko Torino, dove abbiamo visto Terpstra coprire l’intera, evocativa distanza tra il Motovelodromo e Superga. È, soprattutto, il momento della condivisione, attraverso le proprie gambe e la propria voce, come dimostra la conduzione del podcast ‘Speed on Wheels’.

Perché il ciclismo, spiega il nativo di Beverwijk, è stata una vocazione. E tale continua ad essere.  

“Sono nato e cresciuto nella regione settentrionale dell’Olanda. Ho giocato per qualche tempo a calcio, ma non era la mia strada... Poi, a 8 anni, ho iniziato a pedalare. Poco dopo ho compreso quanto mi piacesse andare forte in bici e ho iniziato a seguire i primi eventi ciclistici in TV. Nella mia famiglia non c’era tradizione, e sono rimasti tutti sorpresi quando ho palesato la volontà d’iscrivermi ad un club. Ricordo ancora che, subito dopo l’iscrizione, mi è stata consegnata una piccola bici da corsa... Da quel momento in poi ho amato il ciclismo”

Gli occhi di Terpstra vibrano ripercorrendo i suoi primi step nell’universo ciclistico, denotando un amore che nel tempo ha cambiato modi e forme, ma che mai, realmente, ha rischiato di sopirsi. Nemmeno davanti a lauti contratti e enormi palcoscenici. Nemmeno davanti alla pressione.

“All’inizio la bici era un hobby, e mi permetteva di stare con i miei amici. A scuola pensavo solo alla campanella di fine lezioni e alla possibilità di montare in sella... La sensazione di volare grazie alle mie gambe era e continua ad essere qualcosa di fantastico. Con il tempo il ciclismo è diventato una professione e il focus si è decisamente spostato sulla performance. Ora, dopo aver finito la mia carriera su strada e aver iniziato una nuova fase a prevalenza gravel, sto cercando il giusto mix tra competitività e gioia. Per certi versi mi sembra di essere tornato alla mia infanzia, quando giro in van con i miei amici e prepariamo insieme le bici mi sento di nuovo un bambino”

4 ori Mondiali cronosquadra su strada, 3 titoli Nazionali su strada, 1 E3 Harelbeke e 1 Eneco Tour, oltre alle già citate Parigi-Roubaix e Fiandre. Terpstra ammette di aver sognato di arricchire il proprio palmares con questi successi mitici, ma riviverli oggi, dopo averli realmente conquistati, e all’alba del secondo capitolo della sua vita ciclistica, permette di comprendere ancora più a fondo il segno che hanno lasciato sulla sua anima.

“Durante i primi passi da pro, per me era già un orgoglio far parte del peloton in queste gare leggendarie. La Parigi-Roubaix e il Giro delle Fiandre, in particolare, sono sempre state le mie competizioni preferite. Vincerle è stato incredibile, quando ci ripenso sento ancora riverberare l’orgoglio dentro di me... Ovviamente ricordo ogni singolo chilometro di quelle gare, così come la preparazione che le ha precedute e l’esplosione di emozioni sui rispettivi traguardi finali. Il mio segreto, o meglio, il mio dettaglio per vincere è sempre stato quello di costruirmi mentalmente una serie di obiettivi e giungere a fine gara con la possibilità di spingere oltre i miei limiti... In carriera, quest’attitudine mi ha permesso di vincere alcune gare veramente speciali”

Gli ‘habit’ da professionista faticano a cambiare, ammette Terpstra, ma ciò che è cambiato negli ultimi tempi è, a suo stesso dire, il rapporto con i panorami umani e sociali che popolano ogni gara. Ciò che prima, difatti, era scandito da secondi e frequenze, oggi è invece più segnato dalla curiosità culturale e dal desiderio di conoscenza.

“Da pro ho viaggiato in moltissimi luoghi, ma raramente mi è capitato di scoprirli. Tutto si riduceva ai bus, agli hotel, allo spostamento da un punto A ad un punto B... Ero concentrato unicamente sulla gara. Dopo aver concluso la carriera, ho iniziato invece a gustarmi ogni posto in cui mi conduce il ciclismo. Ora, per esempio, sono in Piemonte per la Granfondo Briko Torino, e in questi giorni sto ammirando l’architettura locale, così come il suo connubio di storie e culture, che tocca anche l’immaginario sportivo... Penso per esempio al Grande Torino e a Superga, la collina dove si schiantò l’aereo di quella mitica squadra calcistica. Anche solo pedalando in quel luogo si può comprendere il rispetto nutrito dagli italiani per gli sportivi del passato. Un evento come la Granfondo mi consente anche di entrare in contatto con gli ascoltatori del mio podcast, ‘Speed on Wheels’. Una grossa fetta del mio audience partecipa a queste manifestazioni che ritengo essenziali, perché permettono a tutti gli entusiasti di pedalare al fianco di grandi corridori. Ecco, penso che tutti i partecipanti alle Granfondo, compresi i professionisti, siano uniti dalla stessa passione. È bello vedere, comprendere e parlare con questa vasta community”

La comunicazione, su strada o dietro un microfono, pare il futuro di Terpstra. Uno sportivo per vocazione, come si definisce, citando un claim Briko che gli pare cucito su misura. È la vision di un ciclista che ha scritto pagine fondamentali della propria disciplina e che, oggi, sta entrando consapevolmente in una nuova dimensione: quella della trasmissione consapevole.

“Ogni giorno mi sveglio e voglio fare sport. Ecco perché sono uno sportivo per vocazione. Lo sport e il ciclismo sono nel mio sangue. Mi fa piacere parlarne attraverso Briko, perché ho un rapporto di lunga data con questo brand. A 9 anni ricordo che i miei eroi erano campioni come Mario Cipollini, o come l’intero team Mapei, e tutti indossavano occhiali Briko. I miei zii mi promisero di regalarmi un occhiale Briko nel caso in cui avessi vinto una gara regionale, e così avvenne... Ero felicissimo. Questo aneddoto mi è tornato in mente di recente, poco dopo aver intrapreso il mio percorso gravel. Ho visto che Briko stava presentando l’iconico modello ‘Detector’ e, così, siamo entrati in contatto per sviluppare una partnership. In generale, nel prossimo futuro voglio concentrami su una serie di eventi gravel tra l’Europa e gli USA, compreso il Mondiale che si terrà in Belgio. Nel lungo termine, invece, non so esattamente cosa mi aspetti... Ma, di certo, avrà a che fare con il ciclismo”