Il calcio londinese è un’utopia femminile

Alla scoperta delle Vixens, squadra manifesto di uno speciale universo calcistico

Le Victoria Park Vixens, squadra di grassroots football (calcio amatoriale inglese), si sono formate dopo un appello Instagram del febbraio 2019, in cui veniva richiesto pubblicamente di unirsi a questa neofondata formazione femminile.

Tra le prime a rispondere è stata Charlotte Dukes, trasferitasi da poco a Londra dopo il conseguimento di una laurea all’Università di Warwick. “È uno dei grandi poteri dei social, connettere organizzazioni con individui che condividono gli stessi ideali. Dopo una sola sessione d’allenamento, ho compreso che le Vixens erano la ‘mia gente’ e, da quel momento, non ho più smesso di pensarlo”.

Charlotte, 24enne, ha giocato a calcio fin da bambina, seguendo l’esempio di suo fratello maggiore Owen. Quando Charlotte era una teenager, ha subito un intervento di ricostruzione al ginocchio, che l’ha forzata ad allontanarsi dallo sport. “Giocare con la squadra maschile dell’università e trovare le Vixens a Londra mi ha fatto nuovamente innamorare del beautiful game”, ci dice.

Il periodo speso nella squadra universitaria maschile è solo una delle ragioni che hanno portato Charlotte a voler alzare la qualità dello sport femminile. Ora è un arbitro di settimo livello e spera d’ispirare tante altre donne ponendo attenzione a quei dettagli che, troppo spesso, aveva visto snobbati nel mondo calcistico femminile.

 

Spiega Charlotte: “Mi sono avvicinata al fischietto nello stesso periodo in cui ho scoperto le Vixens. Troppo a lungo avevo assistito ad arbitraggi non all’altezza nelle partite femminili. Quando sono diventata arbitro, mi sono detta che avrei fatto del mio meglio per regalare al calcio femminile ciò che realmente merita”

“Il ruolo in sé è molto affascinante, come arbitro sono diventata una migliore comunicatrice, riesco a comprendere meglio moltissime dinamiche di gioco e ogni partita mi spinge ad uscire dalla mia zona di comfort: sento di crescere in continuazione”

A destra – Nicole Chui X NikeByYou. Le scarpe ispirate alle Vixen prodotte da Nike, il design è di Nicole stessa.

Tra scelte altamente delicate da prendere in pochi istanti e stereotipi di genere nei match maschili, l’arbitraggio porta inevitabilmente delle sfide continue per Charlotte. “Molti giocatori sono sorpresi quando mi presento al campo semplicemente perché non sono un uomo. Abbiamo bisogno di più donne-arbitro, perché non si può diventare ciò che non si vede, ciò che non si conosce”.

Le Victoria Park Vixens giocano nella Super 5 League, un campionato di calcio a 5 della zona londinese di Hackney. Questa lega è stata fondata da Shahid Malji, conosciuto anche come Shazz. Nel 2016, dopo aver perso interesse nel calcio maschile, Shazz ha deciso di dare vita a questo progetto.

“Dopo aver dedicato sette anni di volontariato per progetti legati alla comunità calcistica maschile, la mancanza di rispetto tra i ragazzi e le brutte vibrazioni durante ogni partita mi hanno condotto a fare questa scelta. Poi è arrivata l’opportunità di provare qualcosa di differente, il calcio femminile, e l’ho vissuta come un nuovo inizio. Probabilmente è stata una delle migliori decisioni della mia vita”

A sinistra – Charlotte Dukes – Arbitro di Livello 7A e attivista per la parità di trattamento tra calcio femminile e maschile.

Shazz ha fondato la Super 5 League per dare spazio alle donne e alle persone non binarie, permettendo loro di giocare a calcio. Senza sponsorizzazioni o fondi per pagare i campi, Shazz si è fatto carico di tutte le spese. “Quando abbiamo iniziato la Super 5 League non avevamo abbastanza squadre. All’epoca eravamo carenti di strutture nella zona est di Londra, quindi abbiamo deciso di tenere costantemente prenotato il nostro campo: una scommessa economica non di poco conto…”.

“Non avevamo soldi per pagare campi extra, ma ho intravisto del grande potenziale in questo progetto femminile e ho deciso di pagare di tasca mia la prenotazione di altre strutture. Senza quella decisione oggi non ci ritroveremmo qui”. Ora la lega vanta difatti 62 squadre divise in 7 divisioni e vede impegnate settimanalmente 500 ragazze. Dopo essersi allargata alla zona di Whitechapel, a breve la Super 5 League raggiungerà anche la zona nord occidentale della capitale inglese, dove farà affidamento su due campi. Ogni anno vengono anche organizzati, a cadenza regolare, eventi di beneficenza.

Nel 2020 la Super 5 League è stata nominata Football Association Grassroots League of the Year, lo stesso anno, purtroppo, è insorta la pandemia. “Per me è stato molto stressante il lungo periodo di dodici mesi senza calcio. Passata la fase peggiore della pandemia, ho dovuto riorganizzare tutto praticamente da zero. Per questo ho deciso di lasciare il lavoro per concentrarmi sulla lega”, spiega Shazz.

“Molte giocatrici erano ritornate a casa, fuori Londra. Pensavamo che sarebbe tutto finito, ma abbiamo colto l’opportunità, creando una serie di appuntamenti online di fitness e allenamento condiviso. Abbiamo mantenuto le giocatrici motivate e, contemporaneamente, abbiamo allargato la nostra influenza a nuove ragazze”.

Una di queste giocatrici è Nicole Chui, portiere e artista a cui il marchio Nike ha chiesto recentemente d’inventare una scarpa ispirata alle Vixens.

“Ho proposto il concetto a Nike perché le Vixens occupano una parte fondamentale della mia vita. Avevo una storia colorata di rosso in testa, il nostro colore sociale. Volevo comunicare, attraverso il design e l’estetica, la nostra storia”.

La Super 5 League ora è ufficialmente la più grande lega di calcio a 5 londinese. L’obiettivo di Shazz è molto semplice, continuare a creare contesti in cui le donne possano esprimere loro stesse e possano essere introdotte al meraviglioso gioco del calcio.

Ph by James Cannon
IG @james__cannon
cannonphotography.co.uk

Testi di Harriet Osborne
IG @harrietosborne
harrietosborne.com


Celestino Vietti, con la moto sono un corpo unico

Dalle Alpi piemontesi alla Moto2. Intervista al talento dello SKY Racing Team VR46

“Il ricordo più bello della mia infanzia è legato ad una moto a tre ruote. L’aveva costruita mio padre per mio fratello maggiore, utilizzando il motore di un decespugliatore. Osservavo mio fratello girare in cortile, poi un giorno ho chiesto di provare: una volta salito sopra mi sono irrimediabilmente innamorato dei motori. Sceso da quella prima prova ho subito chiesto a mio papà di comprarmi una moto a due ruote. “Per avere una bici senza rotelle devi prima imparare ad andare con le rotelle”, è stata la sua risposta. Così mi sono messo lì e a otto anni mi sono ritrovato a correre il primo campionato italiano…”

Celestino Vietti è leggerezza, una leggerezza giovanile, una leggerezza matura, una leggerezza veloce, sfrontata al punto giusto. Non ancora ventenne sta approcciando la sua prima stagione in Moto2, vestendo la tuta SKY Racing Team VR 46 al fianco di Marco Bezzecchi.

Una tuta che ‘Celin’ dipinge con i colori della sua regione, il Piemonte. Proprio a Coassolo Torinese, minuscolo nucleo abitativo incastonato nelle Valli di Lanzo, le due ruote hanno iniziato a segnare indelebilmente la sua vita. Un luogo atipico, le Alpi Graie, per dare i natali ad un pilota di livello mondiale. Un luogo che diventa tipico appena si spalancano le porte di casa della famiglia Vietti.

“Mio zio e mio papà sono sempre stati dei grandissimi appassionati. Mio padre ha anche fatto qualche gara in salita quando era giovane. Ho vissuto tutta l’infanzia all’interno di un ambiente motoristico. I miei parenti avevano ed hanno tuttora un’officina di macchine agricole che è rapidamente diventata la tappa fissa delle mie estati. Lì smontavo motoseghe e tutto quello che trovavo. Ora mi rendo conto che i momenti spesi in officina mi hanno regalato un feeling maggiore con il motore, con la meccanica. Mio padre, poi, mi ha trasmesso moltissimi strumenti per leggere e comprendere i problemi della moto: grazie a lui il mio legame con il mezzo è passato a un livello superiore. È come se mi sentissi più unito a ciò che ho sotto, ascolto ogni singolo rumore, so come decifrarlo e gestirlo…”

Una gestione che per questa giovane promessa delle due ruote non si è limitata e non si limita al lato tecnico, esondando in quello caratteriale, umano. Seduto all’ombra del paddock WITHU, di Celestino colpisce subito la lucidità dell’autoanalisi, la semplicità nel comunicare, nel riassumere i vari scalini saliti in una vita così giovane, eppure già così piena.

“Per inseguire il mio sogno mi sono dovuto spostare da casa nel periodo adolescenziale. I primi tempi sono volati, tutto era nuovo, esperienze nuove, conoscenze nuove. Una volta stabilizzato inizi a pensare che quando rientri dagli allenamenti non c’è nessuno ad aspettarti. Parenti, amici, tutti sono distanti, tutto diventa difficile. Sono dovuto crescere a livello personale e, di conseguenza, come pilota. Situazioni del genere insegnano a gestirti di più a livello emotivo: in alcuni casi tendo ad arrabbiarmi facilmente, stare così tanto da solo aiuta a ragionare, a stare lucido”

La crescita di Vietti è passata soprattutto dall’Academy per definizione del mondo motociclistico, quel paradiso delle due ruote creato dal ‘Dottore’ dell’asfalto. Un ristretto cenacolo riservato solo a chi del gas è destinato a fare una forma d’arte. Discepoli, allievi, riders in attesa di veder esplodere il proprio, sconfinato, talento.

“Entrare nella VR46 Racing Academy è stato un punto di svolta. È importante rendersi conto della fortuna, del privilegio che si ha nel potersi allenare tutti i giorni con i migliori piloti del Motomondiale. Ogni volta che scendi in pista è una sfida enorme, c’è sempre qualcuno che va più forte di te. Cerco di guardare tutti, siamo tanti, siamo ‘colorati’, ognuno ha una determinata caratteristica da cui prendere spunto: al mio fianco ho due campioni del mondo e poi Vale, il mio idolo, penso non ci sia altro da aggiungere…”

Si sposta leggermente i capelli, Celestino, quando tocca argomenti a cui è particolarmente sensibile. Sorride, un sorriso sinceramente emozionato, quando gli viene chiesto cosa significhi per lui, per il suo essere, la moto. Una domanda che tocca corde ben più alte di quelle sportive.

“Quando vai veramente forte sei un corpo unico, trovi un’armonia magica. Quello che vuole fare lei lo fai anche tu, si diventa una cosa sola. Invece quando lei vuole fare una determinata cosa e tu ne vuoi fare un’altra, fai fatica. Fatica vera. Percepisci la separazione dei due corpi. Per me la moto ha una sorta di vita propria: è un qualcosa di difficile da spiegare”

Difficile da spiegare, evocativo da sentire. C’è della profondità nelle parole di questo poco più che teenager pilota del Team Sky. Su di lui ci sono anche speranze e aspettative di tanti appassionati italiani, ammaliati dalle gesta in Moto3 della stagione 2020 e dai due primi posti ottenuti nel GP di Stiria e di Francia.

Celestino è lucido anche nell’analizzare il grande salto in Moto2, un salto naturale, eppure inizialmente complesso. Serviva un periodo d’assestamento, al pilota piemontese, una fase d’adattamento che ora pare completata, processata. A dimostrarlo una sempre maggiore confidenza con piazzamenti e continuità di prestazione, una sempre più esponenziale presenza mentale e sensoriale.

“L’impatto con la Moto2 è stato difficile. È una categoria molto particolare, a differenza della Moto3 premia la costanza, la precisione, la moto non vuole essere aggredita, non puoi permetterti di fare un giro ‘matto’ e sentirti appagato. Devi curare il ritmo, ci vuole un’attenzione chirurgica. Ora il mio obiettivo è quello di arrivare più avanti possibile in campionato, proseguire con le buone sensazioni delle ultime gare e creare sempre più unione con la moto. Il futuro? Il sogno di tutti è diventare campioni del mondo, inutile girarci intorno, lavorerò duro ogni giorno per poterci riuscire”

Celestino Vietti Ramus
IG @_celin13_

Intervista di Gianmarco Pacione

Photo Credits:

Rise Up Duo
Riccardo Romani


씨름, SSIREUM. Il wrestling coreano è tradizione

A Seul la modernità si ferma per rendere omaggio ad una pratica millenaria

“Pratica che prevede l’utilizzo di tutto il corpo, il Ssireum favorisce l’allenamento muscolare e la crescita mentale. Incoraggia inoltre rispetto e collaborazione, contribuendo all’armonia e alla coesione di comunità e gruppi”

(Rapporto UNESCO sul Patrimonio Culturale Immateriale)

Estrapolatevi dall’ipertecnologico mondo sudcoreano. Prendete le distanze da luci al neon, grattacieli senza fine e da una società elettronica per definizione. Tornate indietro nel tempo, dimenticate il concetto di ‘Tigre Asiatica’, di chaebol e di finanza futurista.

Ascoltate, percepite la sabbia ai vostri piedi, la forza muscolare di un corpo in tensione, l’inenarrabile potenza sprigionata dal contatto di due individui. È il Ssireum, è una pratica persa nel tempo, nella tradizione. È un appiglio sportivo al mondo antico, ad un passato sempre più distante ed evanescente.

Wrestling, arte scultorea, lotta umana contro il tempo. Fred MacGregor ci fa scoprire quest’affascinante pratica sudcoreana. Gustatevi i suoi scatti e le sue parole.

Ssireum è una forma di wrestling popolare. Questo sport tradizionale ha un trascorso millenario ed è un interessante contrappunto all’idea di modernità sudcoreana.

All’inizio del 2020 un lavoro mi ha portato nell’incredibile città di Seoul. Opportunità del genere non capitano tutti i giorni, quindi ho deciso di studiare la mia destinazione. Alcune delle più famose esportazioni culturali coreane (come cibo, tecnologia e musica) sono molto contemporanee, o almeno non fanno esplicito riferimento al passato nazionale: questa dinamica non deve sorprendere, va difatti considerata la rapida modernizzazione della Repubblica dagli anni ’60 in poi. La velocità impressionante con cui le risaie sono state sostituite da grattacieli, per esempio in luoghi come Gangnam, ha probabilmente portato a un dissociazione e ad un allontanamento dei coreani dal loro passato.

La tradizione del Ssireum risale a ben prima dell’Era Moderna. La sua popolarità è rimasta intatta anche lungo tutto il XX secolo. Nel 2018 questa pratica è stata iscritta alla lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO. Grazie alla Korean Ssireum Association ho avuto il privilegio di essere invitato alla Yong In University, dove ho osservato la futura generazione di lottatori. Questa monografia vuole regalare uno scorcio visivo e culturale di del Ssireum. La mia speranza è che le persone presenti negli scatti possano continuare a tramandare quest’atavica pratica sportiva.

Credits

Ph & Text Fred MacGregor
IG @freddie_macgregor
fredmacgregor.com


Archie Davis, correre è vita

Entrate nel mondo e nelle sensazioni di questo corridore dalla penna ispirata

Come entrare nella mente, nelle gambe, nelle fibre muscolari e sensoriali di un atleta di alto livello? Un enigma spesso irrisolvibile. Spesso, non sempre.

Archie Davis è un corridore di livello internazionale, una giovane promessa dell’atletica britannica, capace di correre gli 800 metri di 1:44.72 e il Miglio in 3:54.27. Archie Davis è uno scrittore.

Con la sua penna ha deciso di condurci all’interno della propria vita, dei propri sacrifici, del proprio sogno olimpico. Un viaggio impreziosito dai meravigliosi scatti di Holger Pooten, Direttore del London Institute of Photography. Buona lettura.

Correre; lo sport più accessibile al mondo. Per la maggior parte delle persone è una una forma di catarsi, di liberazione mentale dopo una dura giornata di lavoro, una sfida per migliorarsi come individui o semplicemente un’opportunità per migliorare la propria salute.

Per me? È vita.

La corsa mi ha portato in giro per il mondo e permesso di competere per il mio Paese. La corsa mi ha condotto in arene affollate, dove ho sfidato alcuni dei migliori atleti della storia. Ma è stato tutt’altro che semplice arrivare dove sono ora, ci sono state molte battaglie lungo la strada che mi hanno formato come atleta e come persona. Il rapporto con la corsa lungo questi 13 anni vissuti da atleta si è ovviamente evoluto, ma il mio amore per questo sport è ancora forte, lo è sempre stato.

Tutto è iniziato alle elementari, quando avevo appena 9 anni. Ho sempre avuto una sorta di vantaggio competitivo, una passione innata per lo spingermi al limite; qualunque sport faccio, devo vincere. Il mio insegnante mi ha iscritto ad una gara sulla lunga distanza in uno dei miei primi giorni di sport scolastico, sono rimasto sorpreso quando ho vinto con un margine impressionante. Immediatamente alcune persone hanno cominciato a chiedermi di unirmi al club di atletica locale. La mia nuova passione correva veloce e non vedevo l’ora di iniziare…

Da ragazzo ero molto orgoglioso di far parte di un club di atletica leggera e, contemporaneamente, ero completamente all’oscuro della mia quantità di talento. Non ho mai realmente considerato la possibilità di diventare un atleta d’élite, non avevo idea di cosa ci sarebbe voluto per raggiungere un livello mondiale e degli ostacoli che avrei dovuto affrontare lungo la strada. Quel periodo della mia carriera è stato puro e innocente. Correvo per amore di questo sport e per la sensazione di libertà che provavo quando entravo in pista. Ricordo di aver visto i miei primi Giochi Olimpici in TV in quel periodo, Pechino 2008. Guardare atleti come Usain Bolt infrangere record mondiali e vincere medaglie d’oro mi ha fatto capire che l’atletica leggera poteva essere molto più di un semplice hobby, anche se non l’avevo ancora immaginata come una parte decisiva del mio viaggio.

Penso che l’ingrediente chiave per avere successo sia la dedizione. Credo fermamente che chiunque tu sia e qualunque cosa tu faccia, tu possa raggiungere la grandezza concentrandoti sulla coerenza e affidandoti totalmente alla concentrazione e all’impegno. Ci sono atleti là fuori che hanno tutto il talento del mondo, ma non sono preparati a dedicare ad esso le ore extra che lo fanno maturare, che lo rendono concreto. Ho avuto la fortuna di imparare cosa significasse tutto questo molto presto nella mia carriera, ovvero quando ho subito il mio primo grande infortunio. Avevo solo 13 anni. Alcune persone potrebbero chiedersi perché mi consideri fortunato nell’aver patito quel brutto infortunio: la realtà è che sono consapevole di aver imparato moltissimo riguardo il concetto di ‘dedizione’. In quei 6 mesi di inattività ho appreso molto più di quanto non abbia mai fatto da allora.

Era l’aprile del 2012 e avevo appena finito la mia stagione di Cross Country Under 15. Per la prima volta avevo iniziato un programma di ‘forza e condizionamento atletico’ – semplicemente un circuito di esercizi di forza e agilità di base – e devo ammettere che, a quei tempi, non ero la persona più coordinata del mondo.
Durante uno degli esercizi ho puntato il piede sul suolo e la caviglia ha fatto un movimento innaturale. Il dolore ha subito pervaso tutto il corpo e ho capito di essermi fatto male seriamente.

La mattina dopo la caviglia aveva raddoppiato le sue dimensioni e il mio piede era completamente nero. Un viaggio in ospedale per una radiografia ha rivelato che mi ero fratturato un metatarso, con ogni probabilità avrei saltato l’intera stagione estiva. Ero sconvolto, ma il mio allenatore mi ha fatto sedere e mi ha illustrato un piano che ha attirato immediatamente la mia attenzione. Sapevamo che sarei andato in giro con un piede fratturato e ingessato per 6-8 settimane, poi avremmo potuto iniziare un programma di riabilitazione che mi avrebbe aiutato a tornare a correre e a gareggiare il prima possibile. Il programma prevedeva una serie di esercizi di rafforzamento che avrei dovuto fare ogni giorno. Il mio allenatore era preoccupato: la dedizione di cui avrei avuto bisogno forse era eccessiva per un ragazzino della mia età. In realtà non vedevo l’ora di affrontare la sfida.

Per farla breve, sono uscito ogni singolo giorno per otto settimane e ho completato la mia riabilitazione con tutta la concentrazione e lo sforzo fisico-mentale possibile. Ho recuperato in fretta e sono persino riuscito a tornare in pista per gareggiare alla fine della stagione 2012, cosa che a cui nessuno credeva. Avevo solo 13 anni e avevo compreso il significato di ‘dedicare sé stessi a qualcosa’.

Da allora il viaggio è stato un vero e proprio ottovolante. Ho partecipato ai miei primi campionati internazionali all’età di 16 anni (gareggiando per l’Inghilterra ai Giochi giovanili del Commonwealth a Samoa, la mia località sportiva preferita fino ad oggi!), poi ho continuato ai Campionati Mondiali Junior e agli Europei Junior Under20. Ho dovuto combattere contro avversità estreme in ognuna di queste occasioni, anche solo per arrivare alla linea di partenza.

Una settimana prima dell’inizio dei Campionati del Mondo Junior, il mio migliore amico è morto. Penso sia una cosa complessissima da somatizzare a 17 anni. Tutto ciò a cui riuscivo a pensare in quel momento era lui, ero sconvolto. Salire su quell’aereo avrebbe potuto significare perdere il suo funerale e questo mi terrorizzava. Mi sono reso conto, però, che più di ogni altra cosa il mio amico avrebbe voluto che andassi là fuori, indossassi quella divisa della Gran Bretagna e gareggiassi in un campionato del mondo. È stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto, ho corso per lui. Alla fine sono riuscito a partecipare sia al funerale che ai campionati, il che è stato un enorme sollievo. Ripensando a quel periodo, sono davvero orgoglioso di me stesso e di come ho affrontato quella situazione critica. È stata un’altra grande esperienza di apprendimento, un punto di passaggio che ha reso tanti problemi futuri molto più facili da affrontare.

L’anno successivo, ho sviluppato una patologia chiamata sindrome di Plica. Ha colpito un mio ginocchio e mi ha impedito di correre per l’intero periodo invernale. Mi sono dovuto sottoporre ad un intervento chirurgico per rimuovere della cartilagine, il che mi ha obbligato a stare con le stampelle per un lungo periodo. Sono stato completamente fermo da settembre a febbraio. Ho fatto forza sulla mia precedente esperienza di infortunio per lavorare sodo e ho trovato vie alternative per allenarmi, come la bicicletta e il nuoto. Contro ogni previsione, sono riuscito a rimettermi in forma per la stagione estiva e a qualificarmi per gli Europei, finendo al 5° posto. Dopo due anni davvero difficili, ero convinto di essere pronto per qualsiasi cosa.

Saltando in avanti, al giorno d’oggi, posso dire che non sono mai stato così innamorato della corsa. Ho avuto una vera stagione di svolta nel 2021 e molto di questo è dovuto a una mentalità evoluta e a un forte aumento della fiducia in me stesso. Per essere un atleta di successo bisogna credere nelle proprio capacità. Quando mi posiziono sulla linea di partenza ora mi sento diverso. Penso a ogni sfida che ho superato per arrivare dove sono; mi fa sentire potente. Sento di essere veloce, forte e competitivo quanto tutti i miei concorrenti sulla pista: questa consapevolezza è uno strumento importantissimo, è ciò che forma i campioni.

Quest’anno ho ricevuto le mie prime due convocazioni nella nazionale senior britannica, nei Campionati Europei Indoor e nei Campionati Europei a Squadre. Passare dalla fascia di età junior a quella senior è una sfida enorme e sono felice di aver raggiunto questo livello nella prima stagione da atleta ‘adulto’. Non solo, ho anche migliorato il mio PB di quattro secondi sugli 800 metri e di 6 secondi sul Miglio: le cose stanno davvero iniziando a prendere forma!

Ho lavorato più duramente che mai: io e il mio allenatore abbiamo cercato di concentrarci sui dettagli, sulle mie debolezze e non sulla quantità. Penso ci sia una linea molto sottile tra non fare abbastanza e fare troppo: ognuno ha il proprio equilibrio e l’unico modo per trovarlo è conoscere il proprio corpo, imparare i segnali della stanchezza, capire dove e quando ci si può spingere un po’ più in profondità.

Sono molto eccitato per quello che verrà. L’anno prossimo punterò a far parte delle squadre per i Campionati del mondo e per i Giochi del Commonwealth. Alla luce dell’anno appena trascorso, credo davvero di potercela fare.

Nel 2024? Spero che possiate vedere il mio volto nella squadra del Team GB per i Giochi Olimpici di Parigi…

Credits

Archie Davis
IG @archiejdavis

Ph by Holger Pooten
IG @holgerpooten


Behind the Lights – Tana Wizard

Fotografia, moda, streetball. Un tuffo nella vita di questo creativo del Sol Levante

L’occhio, il polso, i polpastrelli si muovono verso Oriente, direzione Sol Levante. Nelle metropoli in cui si fondono luci al neon e ciliegi, tradizioni secolari e ipermodernismo, trovano posto una serie di enclavi cestistiche in costante evoluzione, in costante fermento.

Sono le comunità dello streetball, della palla a spicchi che travalica il sapore dell’asfalto per diventare cultura popolare, per sposare il mondo fashion. Sono le comunità di Tana Wizard, ispirata mente capace d’intrecciare questi binari paralleli, affidando al Gioco la propria ricerca e il proprio impegno quotidiano.

“Ho iniziato a giocare a basket quando ero alle elementari. Più ci giocavo, più ero risucchiato da questo meraviglioso sport: all’epoca l’NBA iniziava a popolare i televisori e, al suo fianco, prendeva sempre più piede il manga SLAM DUNK. Vicino a casa mia non c’erano canestri, così ne ho dovuto creare uno. Ho lavorato su dei pezzi di metallo, dando loro una forma circolare, e li ho fissati su un tabellone di legno, appendendo tutto su palo telefonico. Vivevo in una zona collinare e non potevo permettermi di perdere il pallone, altrimenti l’avrei dovuto rincorrere lungo la strada: per questo motivo ho iniziato a migliorare le mie doti di palleggiatore, quelle doti che, più avanti nel tempo, mi avrebbero regalato il soprannome ‘Wizard’. Dopo il liceo mi sono specializzato nel 3 contro 3 e, contemporaneamente, ho scoperto l’AND 1 MIXTAPE. Da quel momento ho cominciato a portare sempre la palla con me e a desiderare di espandere il movimento dello streetball in tutto il Giappone. Dopo aver preso parte a molti eventi televisivi e a tornei freestyle di risonanza mondiale, mi è stato diagnosticato un problema cronico, così ho deciso di focalizzarmi su SOMECITY prima, su ballaholic poi. Quando il mio disagio fisico è ulteriormente peggiorato, ho smesso completamente e mi sono indirizzato verso la fotografia

Nelle fotografie di Tana vengono ritratti gli ideali e i capisaldi alla base dei vari progetti creati negli ultimi anni. Come SOMECITY, trasversale confederazione del basket di strada, che vede coinvolte e unite tutte le maggiori prefetture nipponiche.

“Lo streetball in Giappone non ha una grande tradizione. Ci sono pochi parchi con campetti, in tanti di essi è vietato addirittura giocare con un pallone. Quando abbiamo iniziato ad organizzare eventi, abbiamo trovato notevoli difficoltà nell’ottenere gli appositi permessi, così abbiamo deciso di creare playground in ogni luogo disponibile, anche all’interno di locali notturni. Questa è l’anima di SOMECITY, giocare ovunque si possa. Dopo qualche tempo abbiamo compreso che non bastava viaggiare nelle varie città e creare di volta in volta sessioni estemporanee, così ci siamo impegnati nel costituire comunità locali, che potessero organizzarsi autonomamente: ad oggi siamo riusciti a stabilirci in oltre trenta centri metropolitani, sbarcando anche in sul territorio cinese”

A sbarcare prepotentemente non solo nel lontano Oriente, ma anche nel Vecchio Continente e oltre Pacifico, nella culla statunitense dello sport di James Naismith, è il brand ballaholic. A dimostrarlo sono le recenti collaborazioni con ASICS e Kevin Couliau, sono, soprattutto, gli innumerevoli attestati di stima e il sempre maggior interesse collettivo per un marchio che rappresenta ben più della semplice estetica fine a sé stessa.

“Prima dello streetball non ero interessato a questo particolare ambito, probabilmente perché ero limitato dalla cultura scolastica giapponese, dove tutti indossano la stessa uniforme. Scoprendo il basket di strada ho scoperto anche lo stile: girare in città vestito da gioco, indossare due paia di pantaloncini, tagliare le maniche delle maglie… A quei tempi pochissimi negozi sportivi vendevano pantaloncini da basket con le tasche, sport e quotidianità erano nettamente divisi: ballaholic parte proprio dalla volontà di superare questo concetto. Inevitabilmente durante quest’esperienza è aumentato anche il mio interesse per il mondo fashion, un mondo che mi permette costantemente d’incontrare creative director e designer, di creare relazioni e connessioni. Un enorme turning point nella mia vita è arrivato quando sono stato obbligato a smettere di giocare, in quel momento la macchina fotografica è diventato il nuovo mezzo per esprimere i miei pensieri e la mia creatività: oggi è uno strumento fondamentale per rendere tangibili questi progetti, per ritrarre amici e streetballer vicini alla nostra community”

Una community dalla doppia anima, fatta di sudore e playground, di contesti urbani e negozi. Una community che a profitto e mercato preferisce termini come ideologia e diffusione.

“SOMECITY è necessario per creare una cultura streetball in Giappone. ballaholic è un brand e un’ideologia. Vogliamo che si avvicinano al basket persone di ogni età, genere ed etnia. ballaholic veste i giocatori di SOMECITY che, a loro volta, abbracciano gli ideali del brand. Per noi lo streetball è il livello massimo di Gioco. Il Gioco è uno stato mentale all’interno del quale ti senti completamente immerso, distante da tutto ciò che ti gravita intorno. Il nostro obiettivo è quello d’innestare la pallacanestro nella quotidianità del maggior numero di persone. A causa del Covid la macchina organizzativa di SOMECITY è stata notevolmente limitata, ma stiamo provando a fare tutto il possibile per non fermarci. Con ballaholic, invece, abbiamo lanciato le importanti collaborazioni con ASICS e Kevin Couliau (legandoci, ovviamente, al suo Asphalt Chronicles). Ora vorremmo costituire un servizio di costruzione di campetti per privati, pensiamo di riuscire a lanciarlo già quest’anno. L’importante però è continuare a fare ciò che ci entusiasma maggiormente, diffondere la cultura cestistica in Giappone e nel mondo”

Credits

Tana Wizard


Jasmine Favero, la UFC è un sacrificio quotidiano

Alla scoperta della nuova, giovanissima speranza delle MMA italiane

La zona industriale di Brugine è il tipico scenario di passaggio, calcestruzzo e capannoni si alternano, si mescolano anonimi, si scaldano insieme sotto il tenue sole della Pianura Padana. Transizione lavorativa, cartellini da timbrare, viavai di camion diretti nei vicini centri di Padova e Venezia. 

Un panorama antitetico rispetto al sacrificio atletico, alla ricerca dell’eccellenza marzialista. Antitetico, sì, ma solo all’apparenza. Basta varcare la soglia della Combat Academy per respirare un’aria inattesa, per inebriarsi di dan, di allenamenti silenziosi e mistico rispetto per il tatami. 

Jasmine Favero ci introduce a quest’oasi del contatto fisico. È una ragazza del 2000, ha gli occhi schivi e profondi, è ricca di timidezza, quella timidezza che lascia intravedere un ampio e colorato spettro emotivo. Strano per una giovanissima soprannominata ‘The Bull’, il ‘Toro’, strano per una fighter che sta scuotendo l’IMMAF, Internation Mixed Martial Art Federation, con la sua impressionante forza fisica, levigata da una sempre maggiore consistenza tecnica.

“Ho iniziato all’età di cinque anni, mio cugino mi aveva chiesto di provare, all’epoca non si parlava di arti marziali miste. Da quel momento la passione è cresciuta sempre di più: tutto questo è entrato prepotentemente nella mia vita”

Jasmine racconta emozionata la propria genesi, dietro ai suoi capelli raccolti prende posto Simone Palazzin, fondatore dell’Academy e maestro-mentore di ogni fighter passato dentro queste mura. Appoggiato alla parete, imponente e sorridente, il maestro pare una sorta di moderno saggio, di filosofo dell’ironia e del combattimento. 

Solo la sua presenza infonde sicurezza alla tre volte campionessa italiana, permette alle sue parole di librarsi disinvolte, illuminate dai tanti trofei esposti al suo fianco. 

“Sia dentro che fuori dalla palestra è un padre, mi ha cresciuto da quando avevo cinque anni, senza di lui non riesco ad essere concentrata, focalizzata, la sua presenza pesa molto sia sul mio essere atleta, sia nella mia vita in generale. Durante il periodo adolescenziale ho avuto un momento buio e ho smesso a causa di persone che mi hanno portato fuori strada, poi mi sono come svegliata. In palestra mi hanno accolto nuovamente come se non fosse successo nulla, un ritorno in famiglia, è stato bellissimo. In quel momento ho capito che le arti marziali miste sarebbero state il mio futuro”

Il presente di Jasmine, invece, vede questa ventenne lottare non solo nell’ottagono, ma anche nell’organizzazione giornaliera, obbligata ad entrare in palestra dopo ore ed ore lavorative.

Perché se la UFC è un obiettivo a lungo termine, posto in un futuro etereo e non ben precisato, il cammino per raggiungere il paradiso delle MMA è una scalata quotidiana, materiale, tangibile. 

“Per ora sto lavorando in ufficio otto ore al giorno, ho trovato un accordo con i miei responsabili: il martedì e il giovedì, quando abbiamo gli allenamenti pomeridiani, non faccio pause ed esco prima. Con loro si è stretto un bel rapporto, sono fortunata, mi seguono sempre alle gare. Gli altri giorni fortunatamente mi alleno la sera. Sabato e domenica cerco di lavorare da altre parti, impieghi saltuari, e provo a presenziare nelle varie sessioni di sparring in giro per l’Italia. Ogni sera arrivo distrutta a casa, ma nulla viene gratis”

Nulla viene gratis. Gli occhi di Jasmine si fanno più seri davanti a queste parole, si tingono di sogni e speranze dal sapore di fatica, di consapevolezza di un mondo che nulla regala, chiedendo tantissimo, forse troppo, in cambio. 

Lei, chiamata ‘Toro’ perché già da piccolina non faceva caso al proprio avversario, limitandosi a pressare senza sosta maschi e femmine, caricandole  con un cardio e un’intensità fuori dal comune; lei, che s’ispira a Rose Namajunas per la capacità di battagliare demoni interiori, pensieri opachi e una mente di complessa gestione: lei, oltre la timidezza, mostra la sicurezza di chi crede in una predestinazione, di chi nell’ottagono ha il bisogno di trovare l’unica casa. 

“Tra qualche anno voglio entrare in UFC, voglio far salire sempre più in alto il mio nome e quello della mia palestra. Qui ci sono ragazze giovanissime che hanno intrapreso la mia stessa strada, per loro voglio essere un esempio”

Jasmine comincia a fasciarsi, le prossime ore dipingeranno la zona industriale di Brugine di grappling e calci, di ripetizioni e novità, di consigli e perfezionamento. È qui che si forgia il suo destino, è qui che si forgia un pezzo di futuro delle MMA italiane.

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Jasmine Favero
IG @faverojasmine

Photo by Riccardo Romani

Testi di Gianmarco Pacione


‘Mischie e Battaglie’, il rugby è una forma d’arte

Negli accostamenti visivi di Massimiliano Verdino la palla ovale diventa pittura e statuaria

Antico e contemporaneo, artistico e sportivo. Nelle analogie iconografiche di Massimiliano Verdino il rugby si sposa con l’arte classica, ne assume i tratti, ne rivendica i canoni, fondendo definizioni antitetiche solo all’apparenza.

L’antropologo e fotoreporter romano nella serie ‘Mischie e Battaglie’ indaga lo sport ferino e muscolare per definizione. Una pratica tanto rude quanto elegante, racchiusa programmaticamente nelle parole di Richard Burton: “il rugby è uno spettacolo magnifico, un balletto, un’opera”. L’intuito di Verdino accosta gesti e movimenti da campo ai grandi classici di pittura e statuaria, evidenziando significati e significanti degli uni e degli altri, corredandoli con una profonda disamina antropologica.

Abbiamo voluto approfondire questa interessante collezione artistico-fotografica, interrogando l’ideatore stesso. Buona lettura.

‘Mischie e Battaglie’, come nasce l’idea di queste analogie iconografiche tra rugby contemporaneo e arte rinascimentale?

È una idea che nasce dalla mia passione per l’arte, rinascimentale soprattutto. La mia è una formazione classica data dall’aver fotografato anche tanti altri sport, grazie alla professione di foto-giornalista sportivo che mi ha portato a coprire i più svariati eventi sportivi, che sono stati pubblicati su magazine italiani e internazionali. L’accostamento analogico lo abbiamo sperimentato insieme con Katia Stefanucci, la mia compagna, che da photo-editor indaga il mio archivio fotografico alla ricerca del tesoro…

Da esperto in materia, quanta carica artistica è presente nel corpo di un atleta e, nello specifico, nel corpo di un rugbista in azione?

Il corpo dell’atleta è un corpo che viene costruito su una tabula rasa. Antropologicamente diciamo che l’uomo veste il corpo dell’atleta, facendolo diventare habitus con la cura, con l’allenamento specifico, con una particolare dieta alimentare; insomma con uno stile di vita che dobbiamo considerare cultura. Il corpo del rugbista poi è esemplare: parliamo di una disciplina per la quale l’atleta deve possedere qualità atletiche spiccatissime, doti di combattimento innate, spirito di gruppo e lealtà verso l’avversario.

Tutto ciò è necessario per l’azione di cui mi chiedevi in questa domanda: la ricerca del rugbista, ma anche di qualsiasi atleta, tende verso qualcosa che va oltre la meta o il raggiungimento di un risultato: è una ‘tensione verso l’assoluto’, che si raggiunge nell’interazione con l’avversario o con il compagno all’interno di uno spazio ben definito. In una sola parola l’atleta ricerca ‘l’agone’, quella particolare azione che sprigiona una speciale aura. Ecco il punto: ho capito, studiando la storia dell’arte, che nelle mie fotografie cerco di fermare ‘quell’aura’, la stessa che i grandi artisti rinascimentali hanno rappresentato nelle loro opere.

Quanto studio c’è alla base del tuo progetto? Durante la tua ricerca sei stato particolarmente colpito e influenzato da qualche quadro o qualche gesto atletico?

C’è tantissimo studio. Prima di scattare: nelle giornate passate a osservare dalle tribune gli atleti in gara; durante gli shooting: perché è molto difficile, anche tecnicamente, fotografare il movimento e controllare il mio stato d’animo, che è in piena estasi davanti a quelle opere d’arte in movimento; infine a posteriori: in camera oscura o in archivio quando bisogna dolorosamente definire la selezione che concettualizzi quanto ci si era prefissati.

Durante la ricerca fui colpito dalla Battaglia dei Centauri, un piccolo bassorilievo di Michelangelo che studiai in originale a Casa Michelangelo a Firenze nel 1996: da quel giorno passarono 16 anni, prima che il progetto vedesse la luce con la pubblicazione del volume “Inside Rugby”, presentato al Salone del Libro di Francoforte. Durante questo periodo ho girato il mondo a seguito della nazionale italiana di Rugby.

Nella presentazione della tua mostra al Palazzo Ducale di Genova si parla della volontà di trasmettere la cultura del rugby, ma anche il rugby come cultura. Potresti approfondire questo concetto?

Come antropologo mi sono chiesto perché lo sport, da sempre, riveste una importanza vitale nella vita dell’uomo. La risposta è nella parola ‘gioco’ dalla quale il termine sport deriva: ebbene la libera associazione di fantasia che sta alla base del linguaggio, che a sua volta contraddistingue la nostra specie umana, non è altro che un gioco con determinate regole che lo rendono praticabile: la sintassi e la grammatica.

Lo sport non si potrebbe praticare senza regole, sarebbe solo caos. Quindi lo sport e per osmosi il rugby, prendendo a prestito il nocciolo del saggio Homo Ludens di Huizinga, non è lo sport che è anche cultura ma è la cultura (che, come abbiamo visto, nasce dal linguaggio) che non potrebbe esistere senza il gioco e quindi lo sport. In ultimo il termine cultura, antropologicamente inteso come un insieme di pratiche trasmesse e condivise, deriva dal verbo latino ‘colere’ che ha tra i suoi significati abbellire, ornare, prendersi cura: in questa accezione è perfettamente giustificato il ragionamento espresso sopra sul concetto di habitus dell’atleta.

Pensi, in futuro, di espandere questa ricerca anche all’esterno del panorama rugbistico, focalizzandosi su altri sport?

Ho ricevuto molte proposte in questo senso e non nego che la tentazione di reiterare il concept è molto forte. Però questo è un progetto a cui tengo molto e nel quale ho investito tanto: diciamo che finora non ho ancora avuto la giusta ispirazione e non vorrei che venisse snaturato solo per un ritorno economico. Posso dire che ho iniziato a fare ricerche nel mondo della scherma, che è un’altra disciplina classica molto rappresentata nell’arte. Ma siamo appena agli inizi… Ci risentiamo tra qualche anno!

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Ph by Massimiliano Verdino
IG @maxverdino

Testi di Gianmarco Pacione


Nia Wedderburn-Goodison, nata per la velocità

Intervista al talento più cristallino dello sprint britannico

La velocità è esaltazione, sicurezza, libertà. Sensazioni che si sublimano quando la velocità stessa si fonde con la giovinezza, con la freschezza fisica e mentale di una giovanissima perla delle piste.

Nia Wedderburn-Goodison ha i crismi della predestinata, ad appena 16 anni si è laureata campionessa britannica under 20 sui 100 metri, tagliando il traguardo davanti ad atlete molto più mature di lei.

Una stella in erba, che oltremanica viene già paragonata alla campionessa mondiale Dina Asher-Smith, una ragazza determinata che ha ben chiaro davanti a sé il percorso verso i cinque cerchi olimpici e il successo sportivo.

I meravigliosi ritratti di Paul Calver accompagnano questa nostra chiacchierata con una ragazza nata per correre, con una giovane freccia che fa della determinazione e della mentalità i propri capisaldi.

Come hai iniziato a correre e perché?

Avevo cinque anni quando ho vinto la mia prima gara battendo tutte le ragazze del mio gruppo. In quella gara ho battuto anche tutti i ragazzi. Ripensandoci ora, quello era solo un piccolo evento scolastico, con le corsie tracciate con il gesso, ma mi sentivo davvero orgogliosa del mio successo. Poco dopo i miei genitori mi hanno iscritta a un club di atletica leggera, in modo che potessi allenarmi adeguatamente. Già dopo la prima sessione di allenamento sono stata spostata dalla classe per principianti a una di livello più avanzato, merito del mio allenatore Andre Williams. Andre negli anni mi ha aiutato a sviluppare e realizzare il mio potenziale e mi segue ancora oggi.

Anche da giovanissima sapevo che correre era qualcosa che, per davvero, amavo fare.

All’età di cinque anni non riuscivo nemmeno considerare la corsa come ‘atletica’. I sogni di andare alle Olimpiadi e battere i record erano distantissimi, ma ogni giorno sentivo qualcosa di speciale dentro di me: la sensazione di costante miglioramento funzionava come carburante per farmi andare avanti, per non parlare, poi, dei dettagli, di quelle piccole cose vivono dentro di me, come la sensazione spugnosa della pista d’atletica a contatto con le dita sulla linea di partenza… È una sensazione così strana e così soddisfacente.

Che sensazioni ti regala la velocità?

Lo sprint mi esalta. Indossare le scarpe chiodate, entrare in pista con il desiderio di correre il più velocemente possibile, con la giusta mentalità… La velocità mi regala ogni volta una scarica di adrenalina che mi fa sentire sicura e libera.

Quali sono i tuoi punti di riferimento sportivi e non?

C’è una lunga lista di persone e atleti da cui traggo ispirazione, forse sono troppi da nominare. Tra queste figure c’è sicuramente Usain Bolt, non solo per i suoi folli tempi da record, ma anche per il suo dominio nell’ultima era dell’atletica. È stimolante vedere qualcuno vincere medaglie d’oro nei 100 e 200 metri per tre Olimpiadi consecutive. Questo mi ispira a lavorare sodo non solo per un paio d’anni di successi, ma a sacrificarmi per rimanere in cima il più a lungo possibile.

Nonostante non fosse uno sportivo direttamente legato all’atletica, sono un’enorme fan di Kobe Bryant e della sua mentalità, la ‘Mamba Mentality’. Ho guardato avidamente tantissime sue interviste e leggo il suo libro ogni sera prima di gareggiare. La sua testimonianza mi ha aiutato a comprendere il compito più importante: cercare di essere migliore rispetto al giorno precedente, sempre.

Anche la famiglia ha avuto un ruolo importante nella mia carriera atletica: ogni volta che sono a una competizione penso a mia madre sugli spalti con la sua macchina fotografica professionale, pronta a catturare ogni istante della mia performance. Penso a mio padre che gestisce le iscrizioni alle gare e si assicura che ci arrivi in tempo. Questo mi spinge a mettere tutta me stessa in ogni sessione di allenamento, voglio raggiungere un livello alto per poterli aiutarli finanziariamente, per poter restituire loro una piccola parte di quello che hanno investito su di me (non solo economicamente).

Un’altra persona importante è mia sorella. Ho davvero apprezzato che non si sia arrabbiata per la mia assenza alla festa del suo 13° compleanno. Purtroppo avevo una gara. Io e lei quotidianamente facciamo un piccolo gioco: devo girare e mandarle un video in cui faccio esercizi, se salto un giorno, magari per pigrizia, devo darle un pound.

Come vivi la tua condizione di giovane prodigio e il costante confronto con Dina Asher-Smith?

Essere paragonata ad un’atleta così straordinaria, capace d’infrangere tantissime barriere dell’atletica britannica, mi onora e, contemporaneamente, mi fa rimanere umile. So che molte persone hanno creato delle aspettative attorno a me, tutto sommato questo mi sta bene, perché in prima persona aspetto dei risultati da me stessa. Tutto questo mi aiuta a lavorare sodo, con il solo scopo di soddisfare le mie aspettative.

Quali sono i tuoi obiettivi e le tue speranze per il proseguimento della carriera?

Andare alle Olimpiadi, vincere l’oro, questo è da molto tempo il mio più grande sogno. Il 2024 si avvicina, tra tre anni avrò 19 anni e vorrei entrare nella squadra olimpica.

Il record mondiale femminile dei 100 e 200 metri resiste da tempo grazie alle incredibili prestazioni di Flo-Jo, superare quei primati è sicuramente un mio obiettivo: un qualcosa che posso raggiungere solo grazie alla forza mentale e allo spirito di sacrificio. Per ora, però, sto portando avanti giorno dopo giorno il mio viaggio nel mondo dell’atletica.

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Photos by Paul Calver
IG @calverphoto
paulcalver.cc

Testi di Gianmarco Pacione


Arrampicare a vista, verso Tokyo

Da una deformazione spinale al sogno olimpico. Storia di Kyra Condie

Salire al primo tentativo senza cadere, senza conoscere gli appigli ed avere punti di riferimento pregressi: è questo lo stile più puro dell’arrampicata su roccia. Ai livelli più alti è una dimostrazione di capacità decisionale, una fusione di maestria mentale e forza fisica: si ha solo una possibilità, solo un tentativo.

Lo stesso vale per lo sport dell’arrampicata. Debuttando alle Olimpiadi di Tokyo 2020, l’arrampicata sportiva si è spostata dalle montagne agli stadi. Quaranta dei migliori scalatori del mondo si presentano in Giappone forti del loro atletismo, della loro coordinazione, delle loro abilità.

Quando Kyra Condie ha iniziato a scalare non era spinta da sogni di podi olimpici. Ciò che la spingeva a farlo era la pura gioia, la soddisfazione di poter realizzare ciò che le era stato negato. Appena 13enne, Kyra si è difatti vista diagnosticare una deformazione spinale. Dopo un lungo intervento chirurgico per correggere di 70 gradi la curvatura spinale, le è stato riferito che non avrebbe più potuto arrampicare.

Parole cadute nel vuoto, quelle dei suoi medici curanti, parole che Kyra ha utilizzato come benzina per accendere il fuoco di un recupero fisico impossibile. Ora, a dieci anni di distanza da quel momento, è una delle migliori arrampicatrici americane, nonostante debba compensare costantemente il gap impostole da una fusione vertebrale: dettaglio non di poco conto in uno sport in cui il posizionamento del corpo può fare la differenza tra successo e fallimento.

Quando è stata annunciata l’inclusione dell’arrampicata sportiva nei Giochi Olimpici di Tokyo, Kyra si è posta un ulteriore obiettivo, la medaglia a cinque cerchi. Nel gennaio 2020 si è qualificata nel team USA e per oltre un anno ha avuto la possibilità di allenarsi attendendo il Sol Levante.

L’arrampicata sportiva è un’unione di tre discipline, mette alla prova la resistenza, la potenza e la velocità: Bouldering, Lead Climbing e Speed Climbing. Coloro che saliranno sul podio non saranno specialisti, ma all-arounder in grado di esaltare i propri punti di forza e camuffare le debolezze.

Polpastrelli d’acciaio, tensione corporea e movimento dinamico caratterizzano il Bouldering, la disciplina preferita di Kyra. È ben nota sui suoi social media per aver pubblicato allenamenti apparentemente impossibili e arrampicate solo con la punta delle dita. Senza corde, i tentativi falliti del Bouldering provocano una caduta al suolo sui materassini sottostanti, proprio come nel salto con l’asta.

Nel Lead Climbing viene legata una corda attorno agli atleti, questi hanno una possibilità per salire su una parete di 20 metri. Più vanno in alto, più il punteggio è corposo. Kyra in questa disciplina ha migliorato le sue prestazioni muovendosi sempre più velocemente ed efficacemente.

Lo Speed Climbing è molto semplice, si tratta di arrivare in cima ad una parete di 15 metri il più velocemente possibile. È un percorso standard, che Kyra ha imparato a memoria in quel di Salt Like City. Questo è l’evento più rapido di tutte le Olimpiadi estive, lo standard di Kyra si aggira intorno agli 8 secondi.

Quando si è qualificata per il team USA, Kyra era semplicemente una climber. Con il rinvio dei Giochi ha trasformato sé stessa in un’atleta, nel senso più tradizionale del termine, per uno sport distantissimo dal tradizionale. Lunghe sessioni di pesi, allenamento mentale con uno psicologo e una connessione sempre maggiore con il proprio coach, hanno permesso a questa ragazza di abbandonare la condizione amatoriale.

Il debutto di questo sport alle Olimpiadi non dà punti di riferimenti o chiavi di lettura certe per il raggiungimento della medaglia. Da eccellente pioniera nel suo campo, Kyra ha forgiato la sua strada verso Tokyo a vista, facendo combaciare corpo e mente al suo spirito implacabile.

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Ph & Text by Matt Burbach
IG @mattburbach
mattburbach.com

Kyra Condie
IG @kyra_condie


Behind the Lights - Nils Ericson

Il fotografo che rende gli atleti figure epiche, figure umane

“Mi piace isolare gli individui, focalizzarmi sul singolo, mi aiuta a semplificare la composizione e a condurre l’osservatore all’interno del momento. Vaste angolazioni offrono troppe informazioni, almeno secondo il mio occhio. Più mi spingo vicino, più entro in contatto con il soggetto, migliore è la foto. È una connessione emozionale che non comprendiamo fino a quando non la cerchiamo”

Connessione emozionale. La fotografia di Nils Ericson è racchiusa in questa magica formula. Emozioni che si trasformano in immagini, immagini che si trasformano in emozioni.

Nelle composizioni sportive di questo fotografo americano l’atleta viene contemporaneamente umanizzato e mitizzato, raggiunge il piano epico attraverso la consuetudine, il prezioso banale.

“Cerco sempre il drammatico: nelle forme dei corpi, nelle luci, nel dolore o nell’euforia dipinta sui volti. Fango, sudore, sangue e fatica aiutano a creare un’atmosfera precisa, a descriverla. C’è una componente epica? Assolutamente. Dipende da un immaginario romantico legato all’atto sportivo? Certo. Il gergo di guerra, per esempio, è da sempre strettamente legato allo sport. Provo semplicemente ad abbracciare un linguaggio esistente da molto, molto tempo, sperando di riuscirci in una maniera poetica”

Un linguaggio che Nils ha allevato nei meravigliosi anni ‘80, quel colorato carnevale di grandezza atletica ed estetica: da MJ a Diego Armando Maradona, da Andre Agassi a Jim McMahon e i Chicago Bears del 1985, passando dalle Olimpiadi losangeline.

Un linguaggio messo in prosa fotografica quasi per caso, grazie all’influenza di un professore universitario, dopo un lungo e multiforme avvicinamento accademico.

“Fino al College la fotografia non mi ha appassionato seriamente. Durante il mio anno da freshman ho seguito il corso di disegno del professor Ben Moss. In qualche modo quel corso mi ha portato a studiare design e a fotografare. Alla fine di quel periodo ricordo di aver detto al professore che non avrei più potuto fare a meno della fotografia”

Segnato dalla libreria d’arte di Dartmouth, da punti di riferimento assoluti come Emmet Gowin e Sally Mann, da benchmark come Larry Sultan, Joel Sternfeld, Greg Crewdson e Jan Groover, Nils è riuscito negli anni a costruire la propria poetica visiva.

Una poetica studiata e affinata tra le mura di casa, tra gli affetti familiari. Una poetica inevitabilmente destinata a fondersi con l’atto sportivo contemporaneo.

“Per questa selezione ho scelto, oltre alle immagini sportive, delle foto della mia famiglia: mi definiscono. Le immagini sportive sono legate ad alcuni dei lavori più memorabili e significativi che ho fatto. Il giavellottista, per esempio, è membro dell’academy giamaicana dove è cresciuto Bolt: io l’ho visitata per Puma”

A detta di Nils ogni sport regala qualcosa di diverso, lo stesso si può dire della sua capacità ritrattistica. Una sensibilità destinata ad evolversi in nuovi progetti nel prossimo futuro, in nuove connessioni emozionali da creare.

“Vorrei esplorare di più il mondo acquatico. Il mio progetto sulla Guardia Costiera è appena iniziato. Poi ho sempre voluto fotografare il football liceale. Sicuramente continuerò a fotografare l’ambiente familiare, i fiori, i miei bambini”

Credits

Photo by Nils Ericson
IG @nilsericson
nilsericson.com

Testi di Gianmarco Pacione