ATHLETA MAGAZINE ISSUE 10

Il viaggio nell’immaginario della cultura sportiva è giunto al suo decimo, rappresentativo capitolo. Per festeggiare lo storico traguardo di Athleta Magazine Issue 10, abbiamo dedicato la nostra cover ad un mito impareggiabile, Mike Tyson, e alla raffinata lente che l'ha seguito lungo il suo percorso di crescita, Lori Grinker. Il dialogo tra elemento fotografico e sportivo prosegue nell'estetica contemporanea di Alex F. Webb e nel suo evocativo rapporto con il climbing, così come nelle prospettive tennistiche di Alexander Aguiar, dedicate ai vibranti ritmi degli US Open. La nostra ricerca continua omaggiando un evento cruciale per la storia calcistica italiana, lo Scudetto napoletano, ritratto in tutta la sua potenza folklorica da Luca Santese e Marco P. Valli, e con l'universo di glitter e meraviglia atletica della ginnastica artistica NCAA, dipinto dalla macchina fotografica di Regina Koko. Uno speciale editoriale, prodotto in collaborazione con Woolrich tra le gelide onde islandesi, e un reportage focalizzato sulla fusione di running e mitologia nelle Isole Faroe ci conducono nell'estremo nord, grazie alle immagini di Rise Up Duo. Tocchiamo poi un altro continente, quello africano, scoprendo con Tom Ringsby la suggestiva tradizione dei mangiatori di fuoco in Ghana, e concludiamo questo itinerario globale ammirando la danza aerea dei tuffatori di Ponte Brolla, attraverso le suggestioni visive di Tom Farmer. Ancora una volta, Athleta Magazine è pronto a condurvi all’intersezione tra sport, arte e cultura, nell’oasi stampata dove l’estasi fotografica diventa il mezzo per trattare di società attuale, bellezza atletica e storie senza tempo. Non dovete fare altro che abbandonarvi alla musa sportiva. 

 

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The Speed Project, dove il running diventa partecipazione radicale

Nils Arend, fondatore dell'evento The Speed Project, racconta la sua visione del running e il nuovo, suggestivo capitolo cileno del suo evento

NO RULES. NO SPECTATORS. The Speed Project non è una gara di corsa, è una collettiva esperienza radicale, è la bellezza della fatica applicata al contesto naturale, è un provante viaggio dentro e fuori sé stessi. Nato da un'estemporanea epifania di Nils Arend, questo evento estremo sta festeggiando il decimo anno di vita e, per l'occasione, ha abbandonato la Death Valley, il bollente deserto tra Los Angeles e Las Vegas divenuto casa per i suoi runner. Il nuovo, simbolico traguardo di quest'edizione è stato posto invece nell'esotico Sud America, lungo la suggestiva route cilena dell'Atacama. Le parole di Nils Arend introducono l'essenza di una gara unica al mondo e ci parlano di quest'innovativo e atipico capitolo di The Speed Project.

Come nasce la tua passione per il running e qual è stata la genesi del The Speed Project?

Il primo contatto con il running si perde nel tempo. Avevo 14, 15 anni, ed studiavo in un collegio. La notte evadevo per suonare con una band punk rock, e portavamo sempre con noi delle scarpe da running. Quando rientravamo ci cambiavamo le scarpe e i vestiti, facendo finta di essere tornati da una corsa all'alba... All'epoca ero più interessato a sport come lo snowboard e il wakeboard, solo verso i 20 anni, quando ho deciso di trasferirmi dalla Germania agli USA, il running ha iniziato a giocare un grande ruolo nella mia vita. Per celebrare il mio passaggio oltreoceano, io e il mio coinquilino abbiamo deciso di correre la maratona di Amburgo, e per la prima volta mi sono sentito realmente immerso in questo sport. Quando sono arrivato ad LA non conoscevo nessuno, non avevo soldi e la mia lingua era basica. Quindi il running è diventato uno strumento essenziale per esplorare la città. Dopo un paio d'anni ho partecipato a un primo grande evento, una maratona, e mi sono reso conto di quanto fosse regolamentato. La cultura della gara, nel running, mi sembrava all'opposto rispetto a ciò che avevo vissuto in altri sport. Allora ho deciso d'iniziare delle avventure a piedi a modo mio.

La bollente Death Valley come s'inserisce in questo processo di studio, comprensione ed evoluzione della running culture?

La prima idea è stata quella di correre da un punto A a un punto B. Lo facevo in pausa pranzo con un mio collega. Poi, durante le vacanze, ho deciso di correre da casa mia a casa sua, attraversando tutta Los Angeles. Sono partito da Venice per giungere a Long Beach, passando attraverso porti e paesini di pescatori. Ho amato le giustapposizioni, i contrasti di quella corsa. E durante quelle ore ho iniziato a maturare l'idea The Speed Project. All'inizio ho organizzato alcune wild ride con i miei amici, abbiamo anche girato un film, e mi sono reso conto di quanto questo tipo di esperienze potessero avere un impatto sulle persone. Così mi sono preso la responsabilità d'invitare altre persone, di condividere queste run. Non promettevo loro enormi cambiamenti personali, garantivo solo un'esperienza radicale, che ho fatto coincidere con il deserto della Death Valley. La community e la sua espansione sono le principali ragioni, poi, per l'esistenza e lo sviluppo di The Speed Project.

Avresti mai immaginato che saresti riuscito a coinvolgere crew e runner di tutto il mondo in questo tuo progetto?

Assolutamente no. Sono meravigliato da quante persone negli anni siano state attirate da questo evento. È estremamente bello e appagante. Così come è bello vedere il lavoro creativo che stanno portando avanti. Non posso negare che la prima volta che abbiamo invitato runner esterni alla nostra community originaria ero nervoso, le persone volavano da diverse parti del mondo, prendevano ferie e spendevano soldi solo per essere parte del The Speed Project... A volte sento ancora questa sensazione nello stomaco. La cosa che più mi eccita è il coinvolgimento creativo di questi runner e di chi li accompagna. Ogni edizione emergono così tante prospettive e storie differenti... Penso che questo evento sia una sorta di casa per l'evoluzione del running, che ormai non può più essere semplicemente definito come un movimento sportivo. E il concetto di partecipazione radicale indica proprio la nostra volontà di andare oltre l'elemento atletico e i limiti fisici.

A proposito di evoluzione, questa volta avete deciso di affacciarvi su un nuovo Paese, il Cile...

Abbiamo scelto il Cile perché ci piace comunicare con la nostra community. Ascoltiamo ogni idea, anche se poi non riusciamo a concretizzarla. Durante la pandemia abbiamo creato un photo contest con Leica, coinvolgendo runner da 50 Paesi differenti. Un fotografo cileno ha vinto ed è stato invitato a Las Vegas con il suo team. Così ci ha raccontato di questa route cilena e abbiamo deciso di provarla. Quest'esperienza è parsa da subito l'ideale passo in avanti per The Speed Project. Il 10º anniversario è parso il momento migliore per introdurre una versione alternativa, sviluppata ad Atacama. L'evento è stato sicuramente ancora più difficile e radicale, e abbiamo scelto un piccolo gruppo di partecipanti di cui avevamo massima fiducia. È stato un vero e proprio esperimento. Ovviamente il nostro viaggio non si limita mai al running. Durante questi mesi di organizzazione abbiamo esplorato e provato a comprendere la cultura locale, così come i problemi che affliggono questa zona geografica. La natura nei pressi d'Iquique è gravemente danneggiata dall'afflusso di vestiti che arrivano da altri Paesi e che qui vengono smaltiti nelle dune del deserto... Per questo abbiamo deciso di collaborare con un brand locale, sensibilizzando la nostra community riguardo questo tema, e creando del merchandise speciale, prodotto riutilizzando questi capi. È un piccolo gesto che, però, ci rende orgogliosi di avere portato in Cile The Speed Project. 

 

Nei prossimi giorni potrete anche scoprire le testimonianze dei protagonisti di questo The Speed Project cileno e ammirare un'altra evocative galleria fotografica. State pronti.

 

Photo credits:

Rafa Rivero

Testi di Gianmarco Pacione


Al cospetto dell’Himalaya con Esplora

Continua il virtuoso viaggio supportato da Briko, immergiamoci nelle prime emozioni nepalesi del Team Esplora

Prosegue il viaggio di Esplora nel territorio nepalese. Avevamo conosciuto il Team e il suo virtuoso progetto, supportato da Briko, nel capitolo introduttivo di quest’epopea lunga 1200km, dedicata alla meraviglia esperienziale del bikepacking e alle sue sfumature artistico-sociali. Marco Ricci e Davide Ciarletta hanno condiviso i primi pensieri e le prime emozioni maturate lungo le antiche strade del Paese asiatico, corredandole con una suggestiva galleria visuale. Godetevi il viaggio insieme al Team Esplora.

“Attraversare il Nepal da sud a nord, immersi in valli remote, costituisce l'essenza dei nostri viaggi. Un'estasi infantile ci pervade di fronte a realtà profondamente diverse dalla nostra, conducendoci ad ammirare con riverenza ogni azione e dinamica circostante. Ogni alba ci accoglie prematuramente, delineando giornate scandite da pedalate su strade aspre e ascensioni impervie.

Le salite si protraggono in lunghezza, ormai ne siamo consapevoli e lo accettiamo con serenità ogni giorno. D’altra parte, l'altitudine è la caratteristica distintiva di questo luogo, e ogni vetta superata ci avvicina maggiormente al punto più alto. Una salita in particolare, che ci conduce scollinando a Baglung, si preannuncia come un'esperienza straordinaria. Dopo un'intensa pedalata di quattro ore e il superamento dell'ultima curva, la maestosità dell'Himalaya si dispiega di fronte a noi. Annapurna, Daulaghiri e Machhapuchare si ergono davanti a noi in tutta la loro imponenza. L'emozione di intraprendere un viaggio in bicicletta tra queste montagne è irresistibile, lasciandoci senza fiato di fronte a tanta magnificenza.

Al nostro arrivo a Pokhara, ci concediamo una sosta di tre giorni per riorganizzare l'intero set-up, prefigurando un viaggio più agile. Stiamo per intraprendere l'Annapurna circuit, con l'obiettivo di raggiungere il Thorung La Pass a 5416 metri. La sensazione di sapere che presto ci troveremo tra le vette più elevate del mondo, spingendo in avanti la nostra bicicletta pedalata dopo pedalata, al cospetto dell'Himalaya, è al di là di ogni spiegazione.”

Photo credits:

Esplora

Testi di Gianmarco Pacione


Francesco Puppi e Cesare Maestri, il running è un'emozione condivisa

Grazie a Nike Trail viaggiamo nelle storie e nei pensieri dei due runner più rappresentativi dell'universo trail italiano

Alcuni atleti riescono a cambiare la percezione del proprio sport, portandolo in una dimensione futura e inesplorata. Francesco Puppi e Cesare Maestri ci stanno riuscendo sul suolo italiano, mostrando da anni gli eterogenei significati del trail, le sue potenziali diramazioni sportive e professionali, e il suo innato legame con l'elemento naturale. Sono runner, divulgatori (più o meno consapevoli), attivisti e, soprattutto, amici. Sono uomini pensanti, capaci di condividere esperienze e ragionamenti atipici, ponendoli sempre in relazione con una passione totalizzante. Sono pioneristici atleti Nike, che abbiamo avuto la fortuna d'incontrare in occasione della presentazione delle innovative Ultrafly Trail, venendo introdotti alla solidità di un legame umano iniziato nel lontano 2013 e destinato a durare nel tempo. Le loro voci hanno dato vita ad un ritratto di coppia che parla di umiltà, maturazioni parallele e un'intensa attenzione verso l'elemento naturale. 

Ricordate le prime esperienze e i punti di riferimento che vi hanno fatto innamorare del running? E come si è evoluta nel tempo la vostra identità sportiva?

Francesco Puppi: "Ho iniziato a correre prestissimo, da bambino, ad appena 6 anni. La corsa mi ha accompagnato lungo tutto il percorso di crescita, dividendosi tra campestri, pista e atletica classica: ambienti che sento ancora molto affini. Ho sempre seguito l'atletica, guardando meeting, Olimpiadi e Mondiali, e leggendo quante più cose possibili. Da ragazzo simpatizzavo per Paul Tergat, con cui ho anche avuto la fortuna di correre durante un evento a Brescia. Mi affascinava la sua atipica storia sportiva e il fatto che fosse un underdog, costantemente oscurato da Gebreselassie. Ho avuto la fortuna d'approcciarmi all'endurance molto presto, cosa che mi ha anche creato dei problemi: la prima mezza maratona, per esempio, l'ho dovuta correre in Svizzera, perché ero troppo giovane per i regolamenti italiani. Nonostante tutto la passione ha sempre continuato ad essere fortissima e, una volta arrivato il periodo universitario, ho iniziato a definire quello che sarebbe diventato il mio percorso professionale nel trail e nella corsa in montagna. Ancora oggi mi ritengo un nerd e un appassionato assoluto del running. Ovvio, sento responsabilità maggiori dovute al professionismo e al fatto di essere pagato per correre... Ma la gioia d'allenarmi è rimasta intatta. Credo che potrei essere un atleta senza gareggiare, ma non senza allenarmi: fa parte del mio stile di vita, è la mia forma di libertà, che s'irradia anche nella dimensione artistico-creativa"

Cesare Maestri: "Al contrario di Francesco ho iniziato a correre tardi, verso i 17 anni. In precedenza facevo sci di fondo nel mio Trentino. Sono stato scoperto durante le corse campestri scolastiche da Marco Borsari, una persona molto importante per la mia carriera, e in un attimo mi sono ritrovato a condividere le sessioni d'allenamento con i Crippa. Mi sono istantaneamente innamorato dell'atmosfera e dell'ambiente running, e ho capito che la corsa in montagna sarebbe stata la mia specialità. D'altronde mi veniva più naturale correre nei boschi e nei sentieri, era una questione di origini e abitudine... Stefano Baldini e Kílian Jornet sono due atleti che sicuramente mi hanno ispirato. Ricordo ancora di aver incontrato il primo nel mio paese: dopo averlo visto vincere ad Atene in TV pensavo fosse un mito inavvicinabile. Il secondo, invece, mi ha dato la possibilità di sognare. All'epoca il trail era una nicchia quasi invisibile, Journet ha aiutato me e tanti altri a conoscere questo sport e le sue peculiarità. Durante i primi anni di attività sentivo il bisogno di fare determinate tipologie d'allenamento per convincermi che potevo andare forte, finendo per infortunarmi. Ora ho imparato ad ascoltarmi e gestirmi, a farmi spaventare di meno da ciò che mi circonda o attende, e la mia corsa si è evoluta in maniera naturale"

Cesare Maestri
Francesco Puppi

Parlando di figure chiave nello sviluppo di un movimento sportivo, è innegabile il vostro apporto nell'apertura del trail ad un pubblico italiano sempre più ampio. Cosa significa per voi essere delle fonti d'ispirazione per i runner nostrani?

Francesco Puppi: "Penso che ogni atleta abbia una propria inclinazione, non è strettamente richiesto che abbia una missione di 'evangelizzazione' sportiva. Come runner possiamo incidere su vari livelli: quello agonistico, dove io e Cesare abbiamo dato un grosso contributo in termine di vittorie e tipologie di gare effettuate, uscendo dalla dimensione locale e nazionale del trail; quello professionale, dove siamo stati tra i primi a rendere questo sport un lavoro in Italia, mostrando, grazie Nike, percorsi alternativi rispetto a quelli canonici dei gruppi sportivi militari; infine quello divulgativo, a cui tengo molto e dove mi sono sempre sentito a mio agio. Raccontare esperienze, studiare le dinamiche del mio sport, gli attori che gli danno forma e comprendere le sue future direzioni è un qualcosa che mi è sempre piaciuto. Sotto questo punto di vista sento di aver portato un contributo attraverso il mio blog e podcast, ma anche costituendo un'associazione che riunisce gli atleti professionisti di quest'ambiente (Pro Trail Runners Association)"

Cesare Maestri: "A livello social e di attività divulgative non sono così costante come Francesco. Non sempre mi sento di condividere quello che penso o provo, cerco piuttosto di raccontare quello che faccio come atleta, spiegando allenamenti e sensazioni, motivando la scelta di una gara e mostrando il mio avvicinamento ad essa. Negli anni siamo riusciti a trasmettere il concetto che un atleta debba stare bene in primis con sé stesso e trovare un proprio equilibrio fisico e mentale. Contemporaneamente abbiamo sfatato tanti falsi miti, per esempio dimostrando che i trail runner possono essere competitivi anche su strada, e viceversa. Pensate all'Italia di una decina d'anni fa: chi correva in pista aveva una mentalità chiusa, e lo stesso valeva per chi era impegnato nel trail. Noi abbiamo dimostrato che questi due universi possono convivere, che si può essere runner completi e polivalenti..."

Quali sono stati gli step più importanti, fino ad oggi, nella vostra carriera e come si sono inseriti nella costruzione del vostro rapporto di amicizia?

Francesco Puppi: "Potrei citare tanti momenti, a partire da quella prima mezza maratona svizzera, corsa a 13 anni. Spesso dall'esterno le persone immaginano che esistano vittorie o piazzamenti in grado di cambiare diametralmente il corso di una carriera... Non è il mio caso. Penso invece di aver vissuto una serie di cambiamenti piccoli e graduali. Per me, come per Cesare, il cammino nel trail è stato diverso rispetto a quelli di tanti atleti contemporanei, che hanno molte più opportunità. Negli anni abbiamo accumulato performance che hanno contribuito a farci diventare quello che siamo oggi, ma non ci sono stati eventi o gare spartiacque. Il Mondiale in Patagonia del 2019 ha sicuramente un particolare valore, io e Cesare abbiamo vinto l'argento in specialità diverse, e quei risultati ci hanno permesso di entrare realmente in contatto con Nike. La nostra amicizia nasce ben prima di questo evento, ma in Patagonia è sicuramente cresciuta, ci siamo ritrovati accomunati da un'esperienza vissuta parallelamente e da un'affine lunghezza d'onda di pensiero. Come altri momenti peculiari potrei citare le Golden Trail World Series 2021 o l'UTMB di quest'anno, dove sono arrivato a podio nella 50km. Tendo, però, a non dare importanza alle singole, eclatanti imprese che ottengono grande risonanza sulla stampa e sul web. Preferisco pensare che io e Cesare abbiamo dimostrato solidità e continuità lungo tutta la nostra carriera"

Cesare Maestri: "Anche nella mia visione tutto tende ad essere progressivo e lineare. Un anno chiave è stato senza dubbio il 2015, quando ho recuperato da un grosso infortunio che mi ha fermato per 7 mesi. L'anno successivo ho conquistato la convocazione in Nazionale e mi sono ritrovato a duellare spalla a spalla con i gemelli Dematteis in varie gare. Prima di quella stagione li pensavo irraggiungibili, è stato un segnale particolarmente significativo, che ha decisamente aumentato la mia consapevolezza. Il Mondiale in Patagonia è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita, ed è stato particolarmente bello condividere quel risultato con Francesco. L'origine del nostro legame risale in realtà al 2013, quando ci sfidammo in volata durante la Scalata della Maddalena, gara di 7km in salita sull'asfalto. Provo sempre grossa soddisfazione nel correre gare atipiche o iconiche come il Campaccio e i Cinque Mulini, anche se non sono propriamente connesse al trail e alla corsa in montagna. Io, poi, sento ancora un forte attaccamento alla maglia Azzurra: rappresentare l'Italia in grandi palcoscenici, insieme a compagni-amici, smuove sempre qualcosa di speciale dentro di me"

Il vostro rapporto umano e le vostre esperienze individuali sono segnate anche da una spiccata sensibilità verso il tema ambientale, ce ne parlereste?

Francesco Puppi: "È un tema importante e complesso, soprattutto in un periodo storico in cui viene sempre più cavalcato per ottenere attenzioni e pubblicità. Come atleti siamo personaggi pubblici e abbiamo un ruolo, dobbiamo fungere da esempi, senza dimenticare che ognuno di noi, poi, ha la propria coscienza e impronta ecologica. L'ambiente mi sta particolarmente a cuore perché, grazie alla mia attività sportiva, vivo costantemente in sinergia con la natura. Inoltre parte dei miei studi universitari si sono concentrati su questo argomento. A differenza di Cesare, che è impegnato professionalmente nell'ambito delle energie rinnovabili, affronto il tema ambientale con il punto di vista di un atleta che pratica uno sport green come il trail e, conseguentemente, è tenuto a chiedersi che tipo di messaggi stiamo trasmettendo in merito, a volte, in quanto comunità. Io e Cesare ci scambiamo quasi ogni giorno dei lunghi audio su WhatsApp e, quando c'è l'occasione di vedersi, condividiamo le nostre opinioni a riguardo. Siamo profondamente legati alla montagna, l'impatto che hanno certe attività sui suoi ecosistemi ci tocca: penso, per esempio, all'innevamento artificiale nell'industria dello sci. In generale è bello osservare come sempre più atleti e organizzazioni stiano prendendo in considerazione questa tematica. Mi sento di dire che sti sta procedendo nella giusta direzione"

Cesare Maestri: "Prima che come atleta, questo tema mi tocca come persona. Me ne sono appassionato alle superiori, ho scritto anche la tesina sulla sostenibilità ambientale, e all'università ho studiato Ingegneria Energetica. Attualmente lavoro part-time come ingegnere nell'ambito della progettazione, e sono concentrato sul fotovoltaico. Spero, almeno in parte, di dare un contributo tangibile, anche se parliamo di una guerra estremamente difficile da combattere... La mia speranza è che a livello globale si agisca per trovare coralmente delle soluzioni efficaci. Il nostro sport, poi, non fa che sublimare il contatto con la natura, le montagne e l'ambiente esterno. Per questo è necessario sensibilizzare in occasione di ogni evento. Al di fuori delle gare imprescindibili, cerco sempre di valutare a fondo ogni manifestazione e di scegliere quelle che condividono al meglio i valori ambientali. Io e Francesco siamo accomunati da questa sensibilità, il legame con Nike ci permette di svilupparla con consistenza e d'incidere positivamente con differenti modalità e attività. Quando condividiamo un progetto con il brand, il nostro primo pensiero va sempre all'ambiente e a creare qualcosa di coerente con la nostra filosofia e con il nostro pensiero"

Abbiamo già toccato il connubio tra voi e Nike Trail. Com'è stato plasmare questo rapporto e quanto ha cambiato le vostre prospettive? Le nuove Nike Ultrafly Trail sono il manifesto di un brand che vuole sempre più parlare di running in natura?

Francesco Puppi: "Nike è stata la prima grossa occasione lavorativa correlata allo sport, qualcosa di veramente grande, che ho avuto la fortuna di portare avanti insieme a Cesare. Quando siamo entrati in contatto con il brand eravamo atleti simili, ora partiamo da presupposti simili, ma a livello di attività ed espressione abbiamo preso strade leggermente diverse. La mission di Nike è chiara, aiutare gli atleti ad esprimere al massimo la loro performance, e le Nike Ultrafly Trail s'inseriscono appieno in questa volontà. Rispetto al reparto road e all'atletica classica, nel trail è veramente difficile produrre una scarpa. Le variabili in gioco sono infinite e un singolo prodotto deve servire al maggior numero di atleti nel più vasto spettro di situazioni... Non credo possa esistere una scarpa trail perfetta, esiste invece la scarpa trail adatta a determinate condizioni per uno specifico atleta. Le Ultrafly Trail sono interessanti, sono un prodotto focalizzato prevalentemente sulla competizione e sviluppato da runner americani d'élite, che hanno dato alla scarpa una chiara impronta US"

Cesare Maestri: "Quando pensi a Nike, pensi al top mondiale, ma per noi è stato quasi un salto nel buio. Prima del Mondiale 2019 abbiamo deciso di provare a costruire questo rapporto, poi siamo stati fermati dalla pandemia. I referenti Nike, però, hanno sempre creduto nel nostro progetto atletico e nel 2022 ci hanno permesso di diventare parte del brand. Siamo fortunati, perché questa sinergia non si limita al prodotto, ma ci dà la possibilità di proporre e condividere idee riguardo l'evoluzione delle scarpe trail: cosa tutt'altro che scontata. Le Nike Ultrafly Trail mi hanno reso molto contento, avevo già provato un prototipo simile l'anno scorso, che mi aveva piacevolmente sorpreso, e ora sto usando questa scarpa in molte gare. Più di questo, mi rende felice il fatto che Nike abbia una visione innovativa legata al trail, che non si limita alle scarpe. C'è tanta sperimentazione in corso e sto assistendo a dei progressi annuali... Mi sento veramente onorato di far parte di questo brand e spero che i progetti comuni continuino ad evolversi nel futuro"

Photo credits:

Nike

Testi di Gianmarco Pacione


La storia infinita tra Karhu e gli Europei di Atletica

L’abbigliamento tecnico di Karhu sarà parte degli Europei di Atletica di Roma 2024

Karhu ha deciso di affiancare la Fondazione EuroRoma 2024 nelle vesti di official supplier per il materiale tecnico dei Campionati Europei di Atletica Leggera, in programma il prossimo anno dal 7 al 12 giugno. Un impegno condiviso per promuovere i valori dell’atletica, celebrare la sua storia ed esaltare l’immagine di un grande evento internazionale.

L'accordo si estende oltre le finalità commerciali e riannoda i fili con un passato glorioso, grazie al pieno coinvolgimento di una figura di prestigio dell’atletica italiana come Franco Arese, che da dieci anni guida l’azienda Karhu. Ex atleta, medaglia d’oro nella gara dei 1.500 metri agli Europei di Helsinki nel 1971, successivamente imprenditore e politico sportivo, Arese è stato presidente della Federazione Italiana di Atletica Leggera dal 2005 al 2012 e adesso ha colto con entusiasmo l’opportunità di partecipare al progetto degli Europei di Roma 2024, che riporterà l’Italia e la Capitale al centro della scena internazionale dell’atletica.

“Karhu fu lo sponsor dei Campionati Europei di Helsinki 1971 e a distanza di più di 50 anni tornerà a Roma. Un legame perfetto tra il successo più importante della mia carriera da atleta, l’oro sui 1500 metri a Helsinki, e l’Italia, il mio Paese. Adesso c’è questa nuova sfida da imprenditore a fianco dei miei figli e dei nostri collaboratori, una storia che continua e mi trasmette grande energia ed entusiasmo” spiega lo stesso Franco Arese, Chairman di Karhu.

E Athleta Magazine è orgoglioso di annunciare il coinvolgimento in questa sinergia dedicata alla meraviglia atletica nella Città Eterna: il nostro impegno si svilupperà in una copertura media e stampa che introdurrà, seguirà e racconterà l'intero evento. 


Un atipico weekend NFL a Francoforte

Nel nome delle sue origini e dell'iconico Baselayer, Under Armour ci ha permesso di ammirare la partita tra Patriots e Colts

Francoforte tende verso l'alto. Economicamente, architettonicamente, persino sportivamente. Non è un caso che questa città priva di tangibile tradizione, ma ricca di grattacieli e centri nevralgici finanziari, sia diventata una sorta di seconda casa europea per la meraviglia tattica e atletica NFL. Grazie ad Under Armour abbiamo avuto modo di vivere un'esperienza USA nel cuore della Germania, gustando la partita tra New England Patriots e Indianapolis Colts all'interno del futuristico Deutsche Bank Park, e tuffandoci nella suggestiva storia di un brand nato con e per il football americano.

"Tutto è cominciato sul campo". Le parole del Founder UA Kevin Plank paiono un testamento dedicato alla propria passione, all'essenza di una visione maturata tra yard e spogliatoi nel lontano 1996, quando ricopriva il ruolo di fullback e Special Teams captain nel celebre programma della University of Maryland. "Sotto le divise eravamo costretti ad indossare dei materiali pesantissimi, resi ancora più pesanti dal sudore", ricorda durante uno speciale evento dedicato all'evoluzione dell'iconico prodotto Baselayer, per l'occasione presentato nella sua ultima evoluzione ColdGear. Durante l'esposizione di un'inusuale storia imprenditoriale, Plank si sofferma addirittura su un curioso ritratto vintage, che lo vede indossare una camicia di flanella durante una partita giovanile, "Volevo creare un prodotto che aumentasse le performance e il livello di comodità di ogni mio compagno", analizza riferendosi a quello che, retrospettivamente, assume i contorni di un medioevo sportivo, "Così ho venduto fiori per racimolare qualche soldo e ho deciso d'investire tutto sul progetto Under Armour, cominciando a spedire prodotti a squadre collegiali e a compagni che, nel frattempo, erano sbarcati in NFL".

Davanti ad una gigantografia di Eric ‘Big E’ Ogbogu, leggendario defensive end dei Dallas Cowboys e volto dell'altrettanto leggendaria campagna 'Protect This House', lanciata da Under Armour nel 2003 e rimasta, ancora oggi, manifesto del DNA del brand, le parole di Plank danzano tra carriera sportiva e imprenditoriale, introducendoci ad una grande celebrazione NFL e delineando la fondativa volontà di garantire prodotti capaci di trascendere la realtà. Armature, per l'appunto, capaci di tramutarsi in oggetti magici applicati a linee di scrimmage e touchdown prima, all'intero universo sportivo poi. "Indossare il Baselayer per me equivaleva ad avere un superpotere", conferma, non a caso, l'ospite d'onore e volto storico dell'azienda nata in Baltimora Lindsey Vonn, poco prima di prendere posto sugli spalti per lasciarsi ipnotizzare dall'eterna rivalità tra Patriots e Colts.

Parlando di superpoteri, osservare dal vivo i giocatori NFL contemporanei non può che suscitare riflessioni e incredulità per un livello fisico che non trova eguali, probabilmente, in nessun altro contesto sportivo. Sotto caschi e protezioni, difatti, paiono celarsi dei supereroi, più che degli esseri umani: macchine cinetiche capaci di travolgere, decollare e volare nel cielo di Francoforte, già sovrappopolato da aerei provenienti da ogni dove. Di fronte agli oltre 50mila presenti, divisi tra fanatici del Vecchio Continente e vacanzieri d'oltreoceano, i 3 sack di Dayo Odeyingbo e le pragmatiche traiettorie di Gardner Minshaw consegnano l'upset per 10-6 alla franchigia d'Indianapolis, ammutolendo i tantissimi fans dei Patriots accorsi sulle rive del Meno.

Ma il significato di questa domenica pomeriggio tedesca non può limitarsi al mero dato statistico, è piuttosto racchiuso nella conferma di uno sport che, anno dopo anno, sta riuscendo ad attecchire sempre più sul suolo europeo, raccogliendo neofiti e adepti richiamati dal fascino ferale di atleti semplicemente straordinari.

Photo credits:

Under Armour

IMAGO / Schüler / Rene Schulz / Inpho Photography

Testi di Gianmarco Pacione


Martin Kazanietz, l'arte antica e contemporanea del fútbol

L’artista argentino che celebra la fede calcistica e i suoi credenti

La differenza fra me e i ragazzi di adesso è semplice: quello che impari giocando per soldi nel fango di periferia non te lo insegna alcun settore giovanile

A cosa serve l’arte calcistica in un’epoca che parla sempre più di numeri, statistiche e fama social? Serve a tutti noi, risponderebbe Juan Román Riquelme, ricordando le umili origini del suo magico calcio e introducendo il lavoro del connazionale Martin Kazaniez. Nelle tele e murales di questo artista contemporaneo argentino il calcio torna ad essere un canto della gente, dove le figure più reali e tangibili dell’intero sistema calcistico diventano protagoniste di un imperfetto, eppure incantevole rituale collettivo. La religione del fútbol è tramandata dai suoi credenti, dalle loro birre e irrazionalità. La religione del fútbol è tramandata dai suoi amanti, dalla loro rumorosa passione e silenziose gesta. E nessun luogo come la patria di Diego Armando Maradona, il meno profano degli dei terreni, poteva essere la musa ispiratrice di questo giovane artista.

A pochi giorni dalla conclusione della mostra ‘Llenos de Todo’ presso la Galerie LJ di Parigi, abbiamo raggiunto e intervistato Gordopelota, comprendendo il valore del calcio nella sua filosofia artistica e nella sua vita.

Che ruolo hanno avuto il calcio e l'arte nella tua adolescenza?

“La maggior parte del tempo non facevo altro che giocare a fútbol e basket. Quando non ero nel club del mio quartiere, in un campo a caso o per strada a giocare con gli amici, amavo anche giocare ai videogiochi calcistici. I miei genitori non amavano lo sport in generale, ma mi incoraggiavano a praticarne molto. Quello che piaceva davvero loro era l'arte, non a caso ora sono entrambi artisti. A casa avevamo molte opere, libri, fumetti e film. Ricordo che, ogni volta che potevano, mi portavano nei musei. Quando ero molto giovane disegnavo molti portieri, poi ho smesso di disegnare, perché pensavo di essere negato”

Quando hai capito che potevi fondere questi due universi?

“Ho ricominciato a disegnare seriamente a 25 anni. Ho incontrato un amico che faceva graffiti e ho iniziato a scarabocchiare e a fare graffiti a mia volta. Mi piaceva il fatto che non fosse necessario essere bravi, in fondo bastava farlo. Così ho proseguito con il writing per 2-3 anni. Dopo un po' di tempo, ho cominciato a prendere confidenza con i materiali e ho iniziato a creare e dipingere personaggi, sostituendoli al mio tag. Sono sempre stato un grande fan di Florencio Molina Campos (un pittore popolare locale, capace di creare un universo gauchos ingenuo e caricaturale) e ho subito capito che volevo fare qualcosa di simile, concentrandomi però sul mondo del calcio amatoriale locale: mi sembrava un soggetto inesplorato nell'arte argentina”

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento e idoli in entrambi i campi? C'è un calciatore che riassume l'anima e il DNA di Gordopelota?

“A livello artistico ho infiniti e multiformi punti di riferimento: dai quadri classici, ai video musicali, passando per film e fotografia. Per quanto riguarda il calcio, non mi viene in mente nessun giocatore, perché la maggior parte delle opere a tema fútbol sono state influenzate da gente del barrio, che gioca a livello puramente amatoriale. Ma, dato che tutto il mio lavoro è attraversato dal concetto di ‘argentinità’, potrei dire che lo spirito di Diego è onnipresente in tutto questo. È stato un grande mito, una favola che spiega molto della nostra complessa identità”

Lo star system calcistico non compare nelle tue opere. Ritrai invece il calcio vero, della gente, fatto di birre, barrio, sigarette e corpi poco atletici. Cosa vuoi comunicare attraverso questi soggetti?

“Penso che si sia creato un immaginario eccessivamente commerciale intorno all'industria del calcio e ai suoi interpreti più famosi. Siamo sempre più saturi di questi contenuti. E non abbiamo bisogno di arte che assomigli a pubblicità. Pensavo che fosse possibile comunicare qualcosa con questo tipo d’immagini. Ho studiato graphic design, quindi questo background accademico mi permette di comunicare intenzionalmente con le immagini. Dopo aver sviluppato una buona quantità di opere, però, ho iniziato ad evolvermi: dal tentativo di comunicare qualcosa con un'immagine specifica sono passato ad un approccio più aperto e poetico”

Le ‘camisetas’ giocano un ruolo fondamentale nelle tue opere. Quali sono i fattori che ti fanno scegliere una particolare maglia da inserire nei dipinti o murales?

“Prima di dedicarmi alla grafica ho studiato regia per un anno, e ho imparato il concetto di ‘deittico’: elementi come questi uniscono il mondo tangibile della realtà e quello astratto della fantasia. L'uso di alcuni riferimenti può collocare in un tempo e in uno spazio specifici, anche se la narrazione è completamente fittizia. Mi piace inserire alcuni elementi che giocano questo ruolo, come una maglietta, un luogo o un taglio di capelli, in modo da collegare questo mondo fittizio di pennellate e pittura con il mondo che vivo quotidianamente”

I tuoi quadri sono esposti nei musei di tutto il mondo, ora anche a Parigi. I tuoi murales, invece, popolano vari paesaggi urbani e luoghi mistici, come la Bombonera a Buenos Aires. Preferisci mostrare la tua arte attraverso le tele o i murales?

“Ho esposto in diverse città del mondo, ma in realtà non in molti musei. L'anno prossimo parteciperò a una grande mostra in uno di essi (incrociamo le dita). Sono passato lentamente dai murales al lavoro in studio. Ho trovato un modo migliore per creare il lavoro che volevo fare. Probabilmente quello della Bombonera è stato uno degli ultimi murales che ho realizzato. Non avrei mai pensato in vita mia di dipingere lì. È stato uno dei miei progetti preferiti in assoluto, anche se il risultato non mi convince appieno”

La tua produzione artistica tocca anche altri sport. A quali atleti e discipline ti ispiri al di fuori del calcio? Continuerai a concentrarti sul calcio in futuro o aprirai i tuoi orizzonti verso altri sport come, per esempio, il basket?

“Ho realizzato una grande serie di lavori che riflettevano le foto che accumulavo nel mio telefono. Si trattava di ritagli di immagini che trovavo lì e, dato che cerco ancora di praticare quanti più sport possibile, ce n'erano molte che riguardavano discipline diverse dal calcio. Non sono sicuro di quello che verrà in seguito. Ora sto terminando una serie di dipinti iniziata quando l'Argentina ha vinto la Coppa del Mondo. Si tratta di grandi folle in situazioni che possono essere viste come una celebrazione, ma anche come una protesta popolare”


Watchlist - Higuita: The Way of Scorpion

Netflix racconta la vita del più estremo e controverso portiere della storia del calcio

“Il calcio è come la vita, attraversi momenti buoni e momenti cattivi”. Il trailer di ‘Higuita: The Way of Scorpion’, film Netflix dedicato ad uno dei portieri più iconici della storia del calcio, racchiude in questa frase l’essenza di un atleta ed essere umano tanto controverso e criticato, quanto spettacolare e amato. René Higuita è stato la definizione più estrema di guardiano dei pali. Colorato, temerario e incosciente, le parate di questo giocoliere colombiano apparivano come continui miracoli profani e sfide ad una secolare, immutabile tradizione sportiva.

Genio o follia, mai è stato chiaro il confine tra queste due componenti in uno dei più esotici artisti del fútbol, capace di teorizzare l’immortale signature move dello ‘Scorpione’ e segnare oltre 40 gol su punizione in carriera, ma allo stesso tempo di ammettere pubblicamente l’amicizia con Pablo Escobar, così come di finire in prigione per sette mesi a causa di un sequestro di persona. Nulla è stato chiaro nella vita d’Higuita. Troppo, sicuramente, è stato oscuro, o meglio oscurato dalla magia della sua personalità, dei suoi voli d’autore e dei suoi dribbling spericolati.

Viaggiando tra le sue memorie, Netflix racconta e prova a spiegare la vera Via dello Scorpione. Una produzione perfetta per la nostra Watchlist, che vi presentiamo insieme ad alcuni iconici scatti del numero 1 colombiano. 

Testi di Gianmarco Pacione

Photo credits: IMAGO Magic / HJS / Buzzi


A Georgian Myth , Kazbbegi trail with techunter

TECHUNTER takes us to the Kazbegi Mountain Marathon and the Georgian outdoor universe

The TECHUNTER team ventured into the mountains of Georgia, specifically the region around mount Kazbek, to explore its surroundings, history, geography and the legendary Kazbegi Mountain Marathon. Along with runners and friends Jodie and Giuliano, the team took on the 10km and 30km distances of this breathtaking skyrace. They also spent some quality time in the mountains prior to the race and decided to share their experience with us. Enjoy.

Mount Kazbek is a stratovolcano. It consists of many layers (strata) of lava and other material that comes out of a volcano during eruptions, and it usually cools and hardens before spreading too far from its source. This is a reason for the steep profile of such mountains. The summit of the great mountain was first climbed in 1868 by D. W. Freshfield, A. W. Moore, and C. Tucker of the Alpine Club, with the guide François Devouassoud. They were followed by female Russian alpinist Maria Preobrazhenskaya, who made the climb nine times starting in 1900.

The Mountain is situated in the middle of the Greater Caucasus. Standing 5054 meters above sea level, Mount Kazbek is the 6th tallest in the whole Great Caucasus and is the 2nd tallest volcanic-type peak in the Caucasus, outmatched only by the mighty Mount Elbrus. Mount Kazbek is the 5th highest ultra-prominent peak (1.500 m. above its surroundings) in all of Europe and is taller than any other peak in the continent, except the Great Caucasus mountains. It is located to the west of Stepantsminda town (formerly known as Kazbegi) and together with a nearby Gergeti Trinity Church dominates the landscape.

The Georgian name for the mountain is “Mkinvartsveri”, meaning, not directly, “the Glacier Peak” and in a language of local Nakh people – “Molten Mount”.

The mountain finds itself a center for many legends from all around the world. One of the most famous ones is of Prometheus. As the story goes, after giving the fire to mankind, Zeus ordered Prometheus to be chained to Mount Caucasus, where a raven was sent to peck at his liver. It is not confirmed whether Prometheus was chained to Mount Kazbek exactly, as authors refer to a peak in the Caucasus without naming the exact place, yet there is an interesting parallel to Georgian legend, where another god-like being – Amirani, challenged God and after losing the battle was chained to what Georgians call Mkinvartsveri – modern Kazbek.

Within the mountain itself lies probably the most mysterious place in all of Georgia – Betlemi cave. There is a legend among the local peoples, that when Mongols invaded Georgia, young warrior-men rushed with horses to the cave to hide the most important treasures of the country. Willing to keep the secret at all costs, men took their own lives. The cave, closed by an iron gate, would be accessed only by the one of pure heart, when a chain tied to the mountain revealed itself, which granted access to the cave. Another connection to Prometheus. The cave is even related to Abraham’s tent and the Golden fleece, which according to the legend was hidden in Colchis (modern day Georgia). This is where Jason and the Argonauts set out to look for it.

Kazbegi Mountain Marathon is an annual skyrace held in Georgia in September. The marathon is included in the UTMB® World Series Qualifiers, certified by the International Trail Running Association (ITRA) and courses through the Caucasus Mountains in the northern part of the country. The starting and finishing points are in the town of Kazbegi located on the historical military road. The Kazbegi Mountain Marathon is both the largest as well as the first mountain racing event held in the Caucasus.

Over the years the race offered different routes: 4km Fun run (elevation gain 300m), 10km Trail run (e.g. 900m), 15km Skyrace (e.g. 1,300m), 30km Extreme distance (with elevation gain of 2,500m, which requires pre-qualification for each runner).

The marathon is organized by TrailLab and attracts athletes from USA, Germany, England, France, Italy, Japan, Germany, Kazakhstan, Israel, Kenya, the toughest local runners, as well as runners from the immediate neighboring Armenia, Azerbaijan, Turkey and Russia. The breathtaking Extreme route takes the elite participants from the Gergeti village at the 2000m altitude through the stunning Gergeti glacier up to the Bethlemi Hut and weather station at the 3700m of elevation, where mountaineers take refuge before summiting Kazbek itself.

This first and the main accent is going straight from the starting line to the top, which means you’re getting 95% of your altitude gain during the first 10km. If you were fortunate enough to reach the weather station within the cut-off time, a long downhill awaits you from the peak to the valley below. Roughly, the race is like you attempting to climb the Kazbek, at a running pace, and at the base camp you realise you forgot all of your mountaineering equipment and swiftly run back.

The race was a culmination of the TECHUNTER team exploration of the Kazbegi region, and their athletes were fortunate enough to face all of the skyrace’s high-altitude difficulties and successfully finish this adventure. The entire journey was portrayed through Ivan Dzhatiev’s lens.

Testi di Gianmarco Pacione

Content creators: Techunter Magazine