Sam William Andrews, l’ibrida storia di un rider-creativo
Dalle ruote alla lente, intervista al rider e content creator di Bristol
Il ciclismo può sviluppare e ispirare strade parallele, come la comunicazione visuale e la produzione di contenuti. Sam William Andrews riesce ad unire questi punti. Nato e cresciuto a Bristol, questo rider-creativo inglese nel tempo ha toccato differenti universi atletici, plasmando sia la propria identità sportiva, che quella artistica. Dopo anni di skate, BMX e road cycling, oggi Andrews da un lato sta esplorando il gravel, partecipando alle più rinomate competizione del mondo, e dall’altro sta sempre più evolvendo e attestando la propria estetica, fatta di visioni che trasmettono consapevolezza, senso del presente e fascinazione naturale.
Le sue parole mostrano una vita segnata dallo sport e dal suo immaginario, e spalancano le porte verso una nuova generazione di atleti-artisti, esseri umani capaci di mettere in rima lo sforzo fisico con lenti e prospettive soggettive. La testimonianza di questo storyteller contemporaneo è un focus su chi nello sport non vede un regno della performance, ma una musa senza paragoni.






Puoi raccontarci il tuo percorso sportivo e fotografico?
“Da piccolo ho iniziato con la BMX, ero fuori tutti i giorni, tutto il giorno. Dopo alcuni infortuni, sono transitato nello skate. La cultura skate è una fusione di arti e lifestyle, quindi nel periodo skate è stato naturale avere sempre la macchina fotografica con me. Poi sono passato allo scatto fisso, e ho gareggiato in tutta Europa, ho partecipato anche un Red Hook Criterium. Quando ho sentito il bisogno di prendere le cose un po’ più seriamente, mi sono dato al ciclocross e alla bici da corsa. Ho subito capito che la creazione di contenuti in questi sport era ancora molto tradizionale e molto diversa da quella skate o fixie. E lo stesso vale per il gravel, il mio attuale focus principale. Le prospettive estetiche che ho maturato nei vari step del mio percorso sportivo mi hanno aiutato a diventare un creatore di contenuti per questi universi ciclistici. È bello mostrare il ciclismo attraverso la lente e catturare diverse emozioni e scenari... Al college ho studiato fotografia, ma non avrei mai pensato di ritrovarmi a collaborare con brand e a gareggiare con tute in lycra”




Sei contemporaneamente atleta, fotografo e creatore di contenuti, come ti definiresti?
“Non saprei, sicuramente è un equilibrio abbastanza difficile. Fino a poco tempo fa lavoravo full time, quindi era difficile prepararsi al 100% per una gara. Ora sono freelance e riesco ad organizzare meglio i miei allenamenti. Penso che la cosa più importante sia stata e continui ad essere la disciplina, perché devi sacrificare molte cose per avere una corretta struttura... Ho vissuto momenti in cui mi sono chiesto ‘cosa stai facendo?’, ma quando senti di aver costruito qualcosa o raggiunto un risultato, realizzi che ne valeva veramente la pena. Ovviamente c’è pressione in entrambi i casi. Ho la pressione dei clienti da una parte e del risultato delle gare dell’altra. Posso controllare di più la parte fotografica, ma quella sportiva ha troppe incognite: puoi allenarti benissimo, ma se durante la gara le gambe non vanno, non puoi farci niente... Nonostante questo, il ciclismo mi sta aiutando e regalando tanto tempo all’esterno. Mi fa sentire libero. Mi permette di essere costante ispirato da ciò che mi circonda, soprattutto durante gare ultra. L’anno scorso ho partecipato al BADLANDS, 40 ore di gravel non stop. Gare di questo tipo mi danno molto tempo per pensare e osservare. I panorami drammatici e le emozioni sono due capisaldi della mia ricerca fotografica. Per me è sempre importante raccontare ogni soggetto e il suo viaggio”



Come stai vivendo il tuo rapporto con il gravel e con i molti brand con cui collabori, come Alba Optics e MAAP?
“È fondamentale lavorare con brand in cui credi e riponi fiducia. Mi sono sempre detto che non avrei collaborato con brand che non mi piacciono. Quindi ho provato a costruire un network di prodotti che amo usare e che mi permettano di fare ciò che voglio fare al meglio. Sono molto felice dei lunghi rapporti che sono riuscito a costruire. Parlando del gravel, al momento questo mondo sta prendendo una nuova strada: è molto più professionale rispetto a qualche anno fa. Un tempo tutto riguardava l’autosufficienza e l’essere là fuori da soli per lungo tempo. Non so se mi piaccia ancora. Adesso mi sto dedicando sempre più alle lunghe distanze, dove sono veramente da solo e vulnerabile. Nessuno ti cerca. Sei con te stesso per giorni e notti, in tutte le condizioni. Le lunghe distanze ti spingono oltre i limiti. Certo, le competizioni gravel mi continuano ad affascinare, ma non so quanto a lungo riuscirò ancora a competere ad alti livelli... In fondo penso che la mia unica, vera passione sia essere là fuori e godermi l’avventura”




Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
“Nel breve termine parteciperò al The Rifet in Islanda, a qualche criterium UK e ad una serie gare UCI. Prenderò parte anche ad eventi su lunghe distanze e ad alcuni criterium. Sul lungo termine, come ho detto prima, vorrei dedicarmi di più alle ultra adventure races. Penso che lì troverei tanto per me stesso. A livello fotografico spingerò per lavorare con più brand e ampliare il mio portfolio anche all’esterno dell’universo ciclistico. Infine, vorrei provare anche a concentrarmi sulla produzione di video e film. Vedremo fin dove riuscirò a portare tutte queste cose”




INFRANGERE LE REGOLE, WIMBLEDON
Tutto è diverso a Wimbledon, non solo per l'evento sportivo in sé, anche per tutto ciò che lo circonda.
I fan del tennis vengono ciclicamente richiamati dall’evocativa erba londinese: un’opera d’arte curata alla perfezione e tagliata a un'altezza esatta di 8 millimetri. Le stelle della racchetta completano uno scenario unico, vestendo divise bianche dalla testa ai piedi, secondo le regole singolari che hanno sempre distinto questo torneo unico.
Nelle varie edizioni dello slam britannico, però, diversi atleti hanno sfidato questa leggendaria regola con completi controversi che, ovviamente, sono entrati nella storia del tennis.

LA REGOLA DEL BIANCO
I completi totalmente bianchi dei tennisti e delle tenniste sono il biglietto da visita di Wimbledon: il simbolo che, insieme ai manti verdi, è più impresso nell'immaginario collettivo. Questa regola risale alle origini del torneo. La decisione di vestire tutti rigorosamente di bianco risale al 1877, l'anno in cui i membri dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club decisero di organizzare la prima edizione di questa manifestazione.
Il bianco è il colore delle aristocrazie, della luce, evoca purezza, ordine, delicatezza... Tutte qualità che si sposano con l'aria elegante che si respira nel lusso di Wimbledon. Quel clima un po' aristocratico si abbinava male al sudore dei giocatori, più visibile su magliette e pantaloncini colorati. Questo ha portato all'idea del bianco: il colore che meglio maschera le macchie di sudore. Nel tempo questa regola è diventata un codice di abbigliamento in dieci dettagliati punti, che oggi si può trovare sul sito ufficiale del torneo di Wimbledon. Limiti che qualcuno, nel tempo, ha deciso d’infrangere.


JOHN McENROE: LA FASCIA ROSSA
Il 5 luglio 1980, Bjorn Borg e John McEnroe entrano sul campo centrale di Wimbledon per riscrivere la storia del tennis, e trasformare in musica pop uno sport che fino ad allora era sinonimo di classicismo. Borg è tranquillo, calmo, con lunghi capelli biondi. McEnroe è irriverente, riccio e sempre pronto a esplodere. L'abbigliamento in quella finale, forse la più famosa nella storia di Wimbledon, violò la legge che era in vigore fino a quel momento sull'erba londinese. ‘L'enfant terrible’ del tennis, che non amava mai piegarsi alle regole, sfidò il codice quando fece il suo ingresso sul campo centrale con una fascia rossa che gli cingeva la testa. Un dettaglio iconico per un’icona del tennis.


ANNIE WHITE: LA PRIMA VIOLAZIONE
Per trovare il primo controverso completo femminile nella storia dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club, dobbiamo tornare al 1985. Annie White, nella partita contro Pam Shriver, si veste di bianco ma è costretta a cambiare la sua tenuta per un altro motivo: indossa una tuta molto bianca ma anche molto aderente. Riesce a giocarci solo pochi minuti. Al primo cambio di campo, l'arbitro la richiama e la invita a cambiarsi. Quel completo è considerato inappropriato e non consono al palcoscenico di Wimbledon. Nonostante la sconfitta, il suo outfit entra nella storia.

ANDRE AGASSI: IL RIFIUTO
Se aprissimo un almanacco del tennis e cercassimo le partecipazioni al torneo di Andre Agassi, non troveremmo nulla fino al 1991. La folta chioma lunga, le magliette in stile Mondrian e gli indimenticabili pantaloncini di jeans non possono esistere sull’erba londinese. Quindi il ribelle di Las Vegas decide a lungo di boicottare Wimbledon. Non vuole conformarsi al codice di abbigliamento dello Slam, non vuole essere obbligato a vestire ciò che non sente proprio. Alla fine, anche Agassi deve obbedire alla restrittiva regola, e nel 1992 non solo partecipa, ma vince il torneo, in una finale spartiacque di una carriera che, sebbene ancora giovane, si stava già appesantendo di qualche maledizione di troppo.


VENUS WILLIAMS: "QUALE REGGISENO ROSA?"
La biancheria intima è protagonista di un altro episodio diventato famoso. Nel 2017 Venus Williams, che ha trionfato cinque volte al torneo, viene costretta a cambiare il reggiseno durante un match contro Elise Mertens. Il motivo? Le spalline rosa che s’intravedevano sotto l’outfit. La richiesta immediata di un cambio di abbigliamento arriva durante una sospensione per pioggia nel corso del secondo set. Dopo la partita, Venus esprime un certo disappunto: "Quale reggiseno rosa? Non mi piace parlare di reggiseni o della mia biancheria intima in conferenza stampa, è imbarazzante".

NICK KYRGIOS: JORDAN SULL’ERBA
A scuola avrebbero detto: è bravo ma non si applica. Il tennista australiano Nick Kyrgios è considerato da molti uno dei più grandi talenti della sua generazione. La sua carriera è stata però costellata da racchette rotte, multe salate e gesti irriverenti. Nel 2022 la sua vittoria al quarto turno contro Brandon Nakashima a Wimbledon sta per concludersi senza polemiche, fino a quando il giocatore australiano decide di infrangere il codice di abbigliamento indossando un berretto e un paio di Air Jordan rosse per uscire dal campo. Poco dopo, un giornalista gli chiede perché avesse scelto di infrangere le regole: "Perché faccio quello che voglio. Non sono al di sopra delle regole. Voglio solo indossare le mie Jordan.”


JANNIK SINNER: IL BORSONE GUCCI
Il nuovo numero 1 del mondo è noto per la sua compostezza e la sua classe... Ecco perché fa scalpore quando, nel 2023, entra sul Centre Court con un lussuoso borsone Gucci, attirando l'attenzione di spettatori e stampa. Il campione altoatesino era diventato ambasciatore del marchio della casa di moda fiorentina poche settimane prima e decide di farlo sapere al mondo durante il suo primo match sull'erba londinese, vinto contro Juan Manuel Cerundolo.

Il rigido codice di abbigliamento di Wimbledon è sempre stato un punto di contesa e dagli anni '80 ad oggi i giocatori hanno ripetutamente sfidato i limiti della regola del total white. A pochi giorni dal torneo non vediamo l'ora di scoprire chi eluderà il regolamento quest'anno.
Credits
IMAGO / Sven Simon / Claus Bergmann / glasshouseimages / United Archives / Adam Stoltman / Bridgeman Images / Colorsport / Oliver Hardt / Belga / Action Plus /
Filippo Libenzi
J. Michael Prince, di polo, autenticità e cultura
Tra cavalieri e calcianti, abbiamo ascoltato la significativa testimonianza del President & Chief Executive Officer USPA Global J. Michael Prince
Cavalieri e calcianti. Polo e Calcio Storico Fiorentino. Raramente l’immaginario sportivo contemporaneo ha assistito ad un ‘match in heaven’ così suggestivo: una connessione in grado di unire pratiche che parlano di storia, tradizione e contemporaneità attraverso il puro atto fisico. Nell’iconico set-campo di Piazza Santa Croce, US POLO Assn. ha ancora una volta elevato l’immagine del proprio sport, e del proprio brand, costituendo un’evocativa sinergia con il gioco più identitario per la città-culla del Rinascimento italiano. L’ha fatto durante una settimana speciale, ispirata e segnata dalle influenze Pitti Uomo.
In questa significativa occasione, abbiamo incontrato il President & Chief Executive Officer USPA Global J. Michael Prince. La sua testimonianza sottolinea la tanto antica, quanto contemporanea fascinazione che l’essere umano nutre per sport in grado di trascendere i rispettivi ambienti, diventando patrimoni culturali e fucine stilistiche. Le parole, così come la carriera, di questo professionista americano raccontano alla perfezione la simbiosi tra elemento atletico e cultura fashion, permettendoci, da un lato, di scoprire l’heritage e la filosofia senza tempo di US POLO Assn., e, dall’altro, di tuffarci in una storia personale che, da sempre, gravita intorno alla passione sportiva.

US POLO Assn., lascia intendere Price, è più di un semplice brand, è il motore principale del polo globale. È un intreccio virtuoso di filantropia, sensibilità e incondizionato supporto ad uno sport ipnotico, che permette ad atleti e cavalli di danzare all’unisono e di riverberare, anche nei tempi moderni, l’atavico rapporto tra essere umano e animale. US POLO Assn. è, soprattutto, il desiderio di proseguire un mito iniziato oltre 2000 anni fa, condividendolo ed amplificandolo in ogni parte del mondo: un brand che nutre uno sport, uno sport che nutre un brand.
La tua carriera professionale è profondamente radicata nella cultura sportiva. Puoi dirci qualcosa del tuo rapporto con il suo immaginario?
“Fin da quando ero un bambino, lo sport è sempre stato importante. Grazie ad esso, all’high school ho imparato il significato di teamwork e hard work, così come a vincere e perdere con eleganza. Questi concetti si sono trasposti nella mia carriera professionale. Ho lavorato per Converse, un brand di chiara ispirazione sportiva, dove ho avuto la possibilità di entrare in contatto con molti atleti d’élite, soprattutto del panorama cestistico. Poi sono passato a Nike, e ho anche avuto modo di supervisionare altri brand iconici come Umbro, da sempre connesso al calcio. Queste esperienze mi hanno permesso di farmi le ossa e imparare da alcuni dei migliori brand del mondo, non solo a livello sportivo. Quando è arrivata l’opportunità US POLO Assn. non ho visto un semplice brand di moda, ma un brand connesso in modo organico all’anima di uno sport. E non un semplice sport. Pochi sanno che a polo si gioca da oltre 2000 anni, le sue origini vengono fatte risalire al 600 a.C. circa. La USPA - United States Polo Association, il nostro organo direttivo, è stato fondato nel 1890. Ecco perché il nostro marchio ama parlare di storia sportiva e della profonda connessione che nutre con essa. Vado oltre, di Converse amavo anche il fatto che fosse accessibile a tutti, e ho ritrovato lo stesso in US POLO Assn. Sono sempre stato consapevole di far parte di uno sport-inspiration brand, che deve comunicare e radicarsi anche nelle working-families di tutto il mondo. Nella mia visione è cruciale essere un brand accessibile a tutti, e lo stesso ragionamento vale per lo sport del polo”


Cosa significa per te avere la possibilità di rappresentare un brand così radicato nella storia? Prevale un senso di orgoglio o di responsabilità?
“Sento entrambi. In un mondo che è sempre più caotico, lo sport continua ad essere così autentico, così reale... Tutti possono relazionarsi con l’elemento sportivo, praticandolo o guardandolo. La caratteristica più preziosa di US POLO Assn. sta nell’essere il brand autentico di questo sport negli States, ma anche in giro per il mondo. Applicare questo tipo d’ispirazione sportiva al nostro brand ci permetter di vendere i nostri capi in 190 Paesi, e penso sia un qualcosa di veramente speciale. Negli ultimi 5 anni siamo cresciuti moltissimo, di oltre un miliardo di dollari di fatturato, e sono convinto che quest’ascesa sia legata a cosa rappresentiamo. I consumatori si relazionano con molto più che un brand. La nostra connessione reale e tangibile con uno sport e i nostri design senza tempo sono essenziali nel nostro rapporto con i consumatori”
In varie interviste hai dichiarato di esserti letteralmente innamorato del polo. Quali sono le unicità di questo sport?
“Ho assistito alla mia prima partita di polo quando sono entrato a far parte di US POLO Assn. Mi hanno colpito le performance di questi atleti d’elite, e non parlo solo dei giocatori, ma anche dei loro partner equini. Il loro modo di muoversi all’unisono, in campo, mi ha fatto pensare ad una forma d’arte. È grandioso il fatto che due ‘giocatori’ lavorano insieme come un corpo unico... Poi mi sono guardato attorno, sulle tribune c’erano tantissime famiglie che stavano semplicemente insieme: esseri umani che erano connessi da questo meraviglioso sport. Ecco, tutto questo mi ha subito fatto realizzare che fossi di fronte ad uno degli sport più belli del mondo. Sono orgoglioso dei nostri eventi globali, perché ci permettono di presentare il polo a tante persone che non lo conoscono”


La partnership con il Calcio Storico Fiorentino è un match ‘made in heaven’, tra due forme sportive che vantano anche enormi echi culturali. Come si trasmettono queste leggendarie discipline nel mondo e, nel caso di US POLO Assn., nel mercato contemporaneo?
“Quello che vediamo è il rispetto della tradizione. E questo è sempre molto, molto importante. Devi rispettare il passato per abbracciare il futuro. Penso ai tanti fan del Calcio Storico Fiorentino, appassionati di uno sport ultrasecolare, nato nel 1200 d.C., che possono scoprire uno sport come il polo, intramontabile da oltre 2600 anni... Poi, penso alla meravigliosa città di Firenze: non riesco ad immaginare un’associazione di sport e luoghi più bella di questa. Sono molto eccitato anche per quello che accadrà a Parigi, dove assoceremo il nostro 135º anniversario con il 100º anniversario delle Olimpiadi nella capitale francese, organizzando una partita unica tra Nazionale USA e francese... Questi eventi danno la possibilità al polo di mostrarsi a tutto il mondo, mi eccitano”
Il presente e il futuro di US POLO Assn. e dello sport che rappresenta sono strettamente connessi alla sostenibilità e all’attenzione verso il mondo animale. Quanto impattano questi due temi sulle direzioni che state intraprendendo come brand e come movimento sportivo?
“Lo sport mette al primo posto la profonda relazione tra atleta umano e atleta equino. È necessario essere consapevoli e protettivi nei confronti dello stato di salute dei partner equini. Quando vedi una partita di polo, risalta subito agli occhi l’amore reciproco tra essere umano e cavallo... E vengono prese tutte le precauzioni possibili per salvaguardare e mantenere in salute entrambi. Come brand pensiamo sempre a questi temi. Abbiamo una chiara vocazione filantropica, siamo impegnati in prima linea nel devolvere fondi per supportare trasversalmente la community del polo. Investiamo nel benessere dei cavalli, nel sostenere i giocatori stessi, ma anche nella diffusione di questa cultura, tramite la creazione, per esempio, di contesti museali. È fondamentale per noi avere quest’ecosistema filantropico che ci permette di restituire qualcosa allo sport, ma anche alle tante fondazioni che lo aiutano”


NOTE DI COPA AMÉRICA
Una galleria di colori, tifosi e passione celebra l’evento calcistico che unisce le Americhe
“Il calcio somiglia alla musica”, sosteneva la penna di Carmelo Bene. “La musica può forse essere spiegata con la musica? No. Così il calcio”. La Copa América trasforma queste parole in immagini. La competizione calcistica che unisce quasi interamente il Nuovo Mondo è uno spartito di note colorate. È un flusso di costumi sgargianti, echi religiosi e mistica passione che, dal 1993, coinvolge non solo gli affiliati alla CONMEBOL, ma anche Paesi dell’America Centrale e Settentrionale. Celebriamo questo mix di culture, e la loro connessione con il poliglotta football-fútbol-soccer-futebol, attraverso una speciale gallery ispirata dalle tipiche e differenti vibrazioni estetiche di questa parte di mondo.










Credits
IMAGO / Icon Sportwise / Matthias Koch / Propaganda Photo / NurPhoto / Photosport / Sports Press Photo / PanoramiC / Russian Look / Pius Koller / Xinhua / Bildbyran
WATCHLIST – IL TOUR DE FRANCE IN 5 DOCUMENTARI
I 5 migliori documentari per scoprire e comprendere la magia della Grand Boucle
Pochi eventi al mondo vantano l’epica e la mistica che circondano il Tour de France. La corsa gialla è dal lontano 1903 un romanzo costruito su lacrime e fatica, è una folle maratona ciclistica ideata dal geniale ‘tiranno’ Henri Desgrange e abbracciata da atleti leggendari. Aneddoti, imprese e fallimenti hanno reso il Tour una celebrazione senza tempo di un intero movimento sportivo e di un intero Paese, dipingendo, generazione dopo generazione, un’opera d’arte tanto tragica, quanto romantica. A pochi giorni dall’edizione 2024, abbiamo selezionato i migliori documentari per comprendere la bellezza di quest’evento. Buona visione.

Tour de France: Unchained
Questa produzione Netflix ha da poco lanciato il proprio secondo capitolo. Chiaramente ispirata a ‘Drive to Survive’, la serie F1 che ha cambiato lo storytelling sportivo, ‘Tour de France: Unchained’ è un viaggio nel tanto leggendario, quanto contemporaneo inferno della gara ciclistica più celebre del mondo. Ogni episodio è una tappa nella tappa, dove biografie, emozioni, imprese e tracolli si susseguono come fughe e ci aiutano a comprendere le dinamiche dei vertici ciclistici.
Uccidere il Tasso
Prima del saliscendi Lance Armstrong, l’America ha venerato un altro ciclista, Greg LeMond. L’uomo che diceva “Non diventa più facile, vai solo più veloce”, è stato il primo non europeo a vincere il Tour de France, nel 1986. Dopo aver recuperato da un drammatico incidente di caccia, il californiano è anche diventato uno dei soli otto ciclisti della storia a vincere tre Tour consecutivi (1986, ’88, ’89). Questo documentario ESPN si concentra sulla storia di ‘LeMonster’ e, allo stesso tempo, ci permette di scoprire la sua rivalità senza tempo con Bernard Hinault, l’invincibile ‘Tasso’, il 5 volte vincitore della Grand Boucle. ‘Uccidere il Tasso’ è la descrizione di un cambio generazionale e dello scontro tanto viscerale, quanto romantico, tra due miti del ciclismo.

Geraint Thomas: The road will Decide
Dalla ruralità e dall’humor gallese all’eleganza dell‘Avenue des Champs-Élysées. Il percorso di Geraint Thomas è una storia da scoprire, raccontata dalla BBC in un documentario che è anche disponibile su YouTube. Questa produzione segue Thomas nel 2019, la stagione dopo la sua prima e unica vittoria del Tour de France. La sua testimonianza e un accesso totale al dietro le quinte ci mostrano la pressione, i desideri e le sensazioni di un re che deve continuare ad essere tale nella corsa a tappe più dura del mondo.

Mark Cavendish: in corsa contro il tempo
Il Tour de France insegna a salire, a scendere, a trionfare e crollare. La vita di ‘Cannonball’ Mark Cavendish è la metafora di tutto questo. In questa produzione Netflix, Cavendish non si mostra come uno dei più grandi sprinter della storia, ma come un essere umano. Il fallimento, la malattia e la depressione diventano sinonimo di resilienza, rinascita e desiderio. Il britannico viene ritratto dopo un lungo periodo di stop, mentre cerca di raggiungere e superare il record di tappe vinte nella storia del Tour. Cavendish riesce ad eguagliare le 34 tappe conquistate dal ‘Cannibale’ Eddy Mercx, ma il significato di questo docu non sta nella statistica, sta nella fragilità, così come nella forza di un atleta eccezionale.

Dietro la prossima curva
In questo caso scopriamo una storia collettiva, vivendo una stagione con il team Movistar. Grazie a Netflix, possiamo guardare e decifrare le dinamiche di una delle formazioni più longeve dell’universo ciclistico. Fondato nel 1980, il Movistar Team viene ritratto in una stagione estremamente difficile, che ci consente non solo di analizzare le gerarchie e i rapporti interni, ma anche di viaggiare sul pullman della squadra durante eventi leggendari come il Giro d’Italia e, ovviamente, il Tour de France.

Behind the Lights – Chris Caporaso
Scopriamo la tanto evocativa, quanto minimalista lente del fotografo australiano
Le linee possono comunicare. La geometria può ispirare. E nell’ordine possiamo trovare la più pura estetica, questo spiega la lente del fotografo australiano Chris Caporaso. In un mondo sempre più confusionario e artificioso, le sue visioni elevano la bellezza della semplicità sportiva, così come dei suoi protagonisti e strumenti. Eppure, il 37enne cresciuto ad Adelaide è parte attiva della complessità atletica, perché divide il suo tempo tra il lavoro di match analyst di football australiano con la sua produzione fotografica: un incrocio tanto atipico, quanto fruttuoso.








“Sono cresciuto ad Adelaide, e i primi ricordi sportivi sono legati ai GP di Formula 1 che ho visto con mio padre. Ero ossessionato dalle macchine, da piccolo continuavo a disegnarle. Ho ancora impressi nella mente i nomi e l’estetica delle Benetton, così come delle Rothmans... Il tempo mi ha portato a diventare un match analyst di un team professionistico di football australiano. Durante la pandemia, quando abbiamo dovuto isolarci da tutti per continuare il campionato, sono stato per un centinaio di giorni sulla Gold Coast. La situazione mi stava drenando. Così ho portato la camera con me e ho cominciato a fotografare. Ho scoperto la fotografia da teenager, e ho sempre portato macchine fotografiche con me durante i viaggi familiari. Solo dal 2020 ho capito quanto avessi bisogno di questo outlet: la fotografia mi sta dando equilibrio nella vita di tutti i giorni e, allo stesso tempo, mi sta permettendo di sviluppare progetti da freelance paralleli al mio lavoro. Grazie alla lente riesco a lasciare da parte il football e le sue dinamiche caotiche per qualche ora, liberandomi la mente”





Le visioni di Chris sono figlie di un percorso accademico e umano votato al gusto estetico. Ispirato dall’architettura di Frank Lloyd Wright e da un percorso nel design, lo stile fotografico di Chris è all’incrocio tra il documentarismo contemporaneo, la freschezza social e le vibes fashion connesse all’universo streetwear.
“Penso che il mio stile fotografico sia sempre in evoluzione, ma abbia una consistenza costante. Il miei primi studi di design e la mia passione per l’architettura sono sicuramente le fondamenta per la mia produzione visuale. Amo l’estetica monocromatica. E amo immergermi nelle culture, rappresentare le loro unicità. Sono stato molte volte a New York…penso mi abbia influenzato molto, per me è sempre fantastico camminare con le cuffiette, e catturare quello che succede nelle strade e nella metropolitana. Il mio immaginario sportivo si concentra soprattutto sulla Formula 1, sul tennis e sulle sneakers. Sono stato incredibilmente fortunato a visitare il paddock della F1 in alcune occasioni, e apprezzo le auto come arte in sé, l'aerodinamica e l'innovazione che le contraddistinguono e che formano linee aggressive e curve piacevoli, rendendole piuttosto fotogeniche.... Lo stesso accade quando guardo una partita di tennis. Durante un torneo come l'Australian Open, i colori e le linee perfette sono così esteticamente piacevoli che si prestano a composizioni interessanti. Per me è quasi poetico come quella serie di linee perfette formi una forma tra cui si vince e si perde in uno sport così storico. Le sneakers sono un mio interesse da sempre e fanno parte della mia identità. Ho trascorso molto tempo a fotografare le sneaker sia per cultura che per pubblicità. Il mio paio preferito di sempre è la Nike Air Max 1 Atmos Elephants, ma la sneaker che mi ha fatto entrare in questa cultura è la Nike Air Max 90 Infrareds. In questo momento probabilmente sto indossando delle New Balance 990s.V6 grigie. Nella mia fotografia voglio che le persone sentano qualcosa attraverso le mie immagini. Posso essere un po' minimalista, mi piace che le mie immagini siano pulite e che usino la profondità in modo da dirigere lo sguardo. Voglio che tutto sia allineato e che i colori si completino a vicenda.... Come la maggior parte dei creativi, a volte sono il più grande critico di me stesso".


Ora diviso tra lo studio tattico di uno sport unico al mondo e lo sviluppo di una carriera creativa, Chris prosegue nella sua ricerca di dettagli eleganti e spazi essenziali. “Nell’ultimo periodo ho piantato un seme nella mia testa e nel mio subconscio”, conclude l’australiano, “Mi piacerebbe compiere una transizione definitiva nel mondo creativo. L’ambiente del football è stimolante, mi appaga aiutare la squadra e stare al fianco di giocatori e allenatori, ma ho il sogno, o meglio, la speranza di potermi dedicare completamente alla creatività. Magari un giorno succederà”.





WATCHLIST - LA CULTURA CALCISTICA EUROPEA
5 film e serie ci introducono gli Europei e al rapporto tra il Beautiful Game e un intero continente
Gli Europei sono alle porte e un intero continente sta aspettando di ammirare la più profana delle religioni. Dove tutto è iniziato. Dove tutto continua. Se l’Inghilterra è la patria del calcio, l’Europa è la sua culla: una civiltà antica, che mai ha smesso di colonizzare il mondo intero con uno dei suoi beni più preziosi e universali. Il Beautiful Game è l’anima irrazionale dell’Europa, e Euro ‘24 è l’ennesima celebrazione di questo rapporto simbiotico. Abbiamo scelto alcune produzioni visuali che ritraggono questa connessione destinata all’eternità: documentari, serie e film che vi mostreranno l’essenza, la stravaganza e il radicalismo del calcio europeo. Buona visione.

The English Game
Per comprendere uno sport, o meglio, una cultura, è necessario partire dalle origini. Questa serie Netflix è un romanzato viaggio negli anni pioneristici del calcio inglese. La genesi Ottocentesca del ‘football’ viene raccontata attraverso figure storiche e fatti realmente accaduti. ‘The English Game’ non è un documentario, ma un’elegante serie che spiega a tutti la nascita del calcio e le sue prime stelle.


Gascoigne / Beckham
Il calcio è sinonimo d’Inghilterra, e l’Inghilterra è sinonimo di storytelling calcistico. ‘Gascoigne’ è il focus Prime Video su uno dei calciatori più controversi e amati di sempre. ‘Gazza’ è il DNA inglese applicato al football, è il genio del numero 10 e l’irrazionalità delle terraces, le storiche gradinate degli stadi d’oltremanica. Questo documentario racconta la sua vita, così come il suo drammatico rapporto con l’alcol e il legame viscerale con la Nazionale dei ‘Tre Leoni’: un complesso connubio che plasmò l’iconica esultanza di Euro ‘96. Di generazione in generazione. ‘Beckham’ è la produzione Netflix ispirata dalla vita dello ‘Spice Boy’, David Beckham, il meraviglioso numero 23 che è riuscito a cambiare per sempre l’immagine del calcio. La mente e le emozioni di Beckham sono i temi centrali di questo documentario che, inevitabilmente, ritrae anche le partecipazioni dell’ex ‘Galactico’ agli Europei.
The Final: Attacco a Wembley
‘Attacco a Wembley’ ci porta nelle illogicità della passione inglese, mostrandoci il lato oscuro della filosofia “It’s Coming Home” e analizzando la profanazione del santuario di Wembley in occasione della finale degli Europei 2020, quando tutta Inghilterra pianse la fine di un sogno, e migliaia di tifosi destabilizzarono la sicurezza pubblica prima di quella che doveva essere una partita leggendaria. Questo speciale focus è disponibile su Netflix.

Il mio amico Eric
Éric Cantona è un’immagine in grado di unire e dividere gli universi calcistici inglesi e francesi. È il 7 con il colletto alto e l’inclinazione alla violenza, è una delle icone più brillanti della storia calcistica europea. ‘Il mio amico Eric’ parla del rapporto tra l’Europa e il calcio senza parlare di calcio. L’ex calciatore dello United è un’entità soprannaturale che condizione la vita di un anonimo postino, dimostrando come il calcio incida profondamente sulla mente e sulla vita di ogni abitante del continente.

Diamantino
Questo film acclamato dalla critica a Cannes è un’opera stravagante, capace d’intrecciare l’idea di starsystem e superficialità del football apicale europeo a profondi temi sociali e politici. La stella portoghese Diamantino vive una favola calcistica e una folle avventura nella presa di coscienza del mondo vero, dove dolore e odio non lasciano spazio alla semplice magia del pallone. ‘Diamantino’ è una denuncia della strumentalizzazione dello sport nel sistema nazionale e politico europeo, un’opera che usa il calcio, e le sue caleidoscopiche ramificazioni, per parlare di molto altro.

EXTRA - Febbre a 90
Non citare la più grande opera cinematografica ispirata alla passione calcistica sarebbe una follia. ‘Febbre a 90’ non è strettamente legato agli Europei, ma è un cult che chiunque deve gustare per scoprire l’essenza del tifo nel continente. Colin Firth è un professore di Lettere, e vive per la propria squadra del cuore. La trasposizione cinematografica del capolavoro letterario di Nick Hornby non critica gl’illogici comportamenti di quest’uomo di mezza età, ma ne comprende i motivi, descrivendo la biografia-tipo di tanti, tantissimi tifosi europei. “Non supereremo mai questa fase”, questa è la frase più iconica di un film che dovrebbero guardare tutti, prima di criticare qualsiasi fede calcistica.

On your marks - Visioni dell’atletica europea
Grazie a KARHU, abbiamo percepito le vibrazioni e catturato l’essenza degli European Athletics Championships
“Ai posti di blocco”, dicono dalle parti di Roma, dove caos e meraviglia convivono senza mai, realmente, separarsi. “On your marks”, scandiscono i freddi megafoni di uno stadio nato per essere bollente, l’Olimpico. Le idiosincrasie, nella Città Eterna, assumono i connotati della convivenza forzata, o forse voluta. Dipingono angoli e momenti che riescono ad essere sublimi e drammatici allo stesso tempo, fungendo da amplificatori ideali per il codice sensoriale degli European Athletics Championships.




Grazie a KARHU, official supplier per il materiale tecnico dell’evento, abbiamo trascorso alcuni giorni nella capitale d’Italia e nel temporaneo eden dell’atletica europea. Le nostre lenti hanno catturato il vortice sensoriale di una manifestazione popolata da lingue e gesti differenti, ma da un unico, trasversale spettro emotivo. Quello dell’atletica. Ecco a voi la nostra gallery.




































L'Eleganza del numero 10, collectable edition
Calcetto Eleganza compie 10 anni, una speciale raccolta di figurine celebra la storia della community milanese e le sue nuove jersey
Primi anni ’60, Modena. Giuseppe Panini guarda il fratello Franco. “Voglio fare le figurine dei calciatori”, dice. È l’inizio di una semplice, eppure illuminata rivoluzione sportiva, sociale, addirittura artistica. 2014, Milano. “Non per Sport ma per Moda”, un sarcastico claim dà il via ad una rivoluzione differente, ma dall’identico comune denominatore, quella di Calcetto Eleganza.
Il calcio come musa, la creatività come matrice, la community come esito. Giunto al prestigioso decimo anniversario, il progetto Eleganza continua ad evolvere le proprie ramificazioni, raccontano i co-founder Davide Di Martino, Nicolò Riggio, Marco Gardenale e Aldo Giordano, ma non la propria essenza. Un’essenza fatta di milanesità e cosmopolitismo, dove feticci calcistici come Pato, Francescoli e Busquets rimano senza soluzione di continuità con l’eclettismo di Satisfy, Daft Punk e Achille Castiglioni. Dove il Beautiful Game riesce ad essere protagonista senza, realmente, esserlo, divenendo vertice di una piramide sportiva in costante aggiornamento.



Vestita dalle nuove jersey, interamente autoprodotte per la prima volta nella storia del progetto, Eleganza si mostra come una galassia di nazionalità, carriere, visioni, trend e personalità. Come un album di figurine da sfogliare. Come un numero 10, il numero più intramontabile ed elegante che ci sia. Like an album of collectable cards to leaf through. Like the number 10, the most timeless and elegant number there is.


Luca Di Marco
Squadra e giocatore preferito.
Catania e Inter, la squadra della mai città e quella della mia famiglia. L’Inter mi ha adottato quando mi sono trasferito a Milano. Mariano Izco e Ivan Zamorano. Il primo, nonostante le critiche, era l’anima del Catania. Il secondo, perché amo i gregari di lusso e la mistica dell’1+8.
Brand e creativo di riferimento.
Nike, per tutto quello che ha rappresentato e continua a rappresentare, e Umbro, perché ha elevato l’estetica calcistica. Domenico Romeo, perché è stato il primo disegnatore del logo di Calcetto Eleganza. Conservo ancora quelle nostre prime mail...
L’Eleganza.
L’Eleganza sta tanto nei comportamenti in campo, quanto in quelli nello spogliatoio. È un modo di stare insieme, una passione che unisce calcio, aggregazione, stile e moda. All’inizio Eleganza era sinonimo d’ironia e pura fratellanza, poi è progredita e ha aggiunto molti altri significati.
Perché Calcetto Eleganza.
È stata un’esigenza. Tutti noi seguivamo i trend streetwear, così come quelli legati alla cultura sportiva e urban. Intorno a noi succedevano tante cose. Abbiamo sfruttato il momento storico e la città di Milano, e siamo riusciti a creare una piattaforma che potesse mettere in relazione e far giocare un gruppo di creativi innamorati del calcio.
Il numero 10.
Mi fa pensare ai tempi che non ci sono più. Parlo di giocatori con estro e creatività innata, che anteponevano le loro caratteristiche a tutto il resto. Quindi non sto parlando di me. Sono quei giocatori che oggi non possono più esistere. E poi penso alla nostra milestone. La longevità di Calcetto Eleganza mi sorprende: sono passati anni e cambiate generazioni, ma l’Eleganza continua a generare interesse.
Nella vita, in campo.
Sono un creativo, ho fondato e lavoro in una media agency. L’istinto è un qualcosa che ritrovo e seguo sia nella mia professione, che in campo. Diciamo che mi attacco a progetti e avversari.
Lo spogliatoio.
Sono il vecchio ‘Patrón’ a supporto dei giovani. Lo sono dall’inizio del progetto.
Le jersey Eleganti.
Le strisce d’oro verticali sono l’elemento nuovo, e sicuramente Elegante, che contraddistingue entrambe le colorway.


Alice Marta Azzolini
Squadra e giocatore preferito.
Non seguo il calcio, faccio parte di Eleganza Cycling, il ramo ciclistico di Eleganza. Quindi direi Alfonsina Strada.
Brand e creativo di riferimento.
I brand italiani ‘da mercato’ e Antonio Gramsci, o Silvia Federici.
L’Eleganza.
È un gruppo di persone accogliente, in grado di trasformare sport testosteronici come il calcio o il ciclismo, e renderli inclusivi. Prima di Eleganza avevo molte paure legate alla bici, alle discese... Senza questa community non sarei una ciclista.
Perché Eleganza Cycling.
Quando hanno aperto questo nuovo branch, sono entrata subito. Mi ero avvicinata da poco al ciclismo, e ho sempre detestato i contesti sportivi votati unicamente alla performance: Eleganza era l’unica piattaforma che mi permettesse di vivere delle esperienze collettive e non degli allenamenti.
Il numero 10.
Nel contesto milanese, 10 anni sono un’eternità. Ora ci sono crew e community di qualsiasi sport, ma l’ambiente era molto diverso nel 2014. Credo che l’importante sia fare cose. In questi 10 anni Eleganza ne ha fatte tante e il progetto si è evoluto moltissimo. È bellissimo, poi, che ci siano sempre più filoni sportivi esterni al calcio.
Nella vita, sulla strada.
Sono una Content Designer e nel gruppo sono quella puntuale, che tiene sempre il passo.
Lo spogliatoio.
Ho il ruolo della femminista, anche se tutti sono sensibili al tema. Sono quella più in focus sulle piccole battaglie per l’inclusività nell’ambiente sportivo.
Le jersey Eleganti.
Il nero è sempre elegante. Poi, le rende Eleganti il fatto che le indossiamo noi.


Alberto Panocchi
Squadra e giocatore preferito.
Milan e ‘Sheva’, la seconda maglietta del Milan della mia vita: un fake con il numero 32, me la regalarono prima che confermassero il suo 7.
Brand e creativo di riferimento.
Levi’s, mi piacciono i brand iconici, con storie vere alle spalle. Poi Virgil Abloh, che mi ha influenzato moltissimo e, per un certo periodo, ho seguito quasi come una groupie. Aggiungo anche Luca Benini, il fondatore di Slam Jam, un’altra figura che mi ha ispirato tanto.
L’Eleganza.
È quando c’è armonia. È ciò che non stona, che ha una coerenza. Calcetto Eleganza corrisponde a questa definizione: è fatto di persone armoniche, equilibrate. Io, forse, sono l’unico a non esserlo.
Perché Calcetto Eleganza.
Per la voglia di giocare a calcio insieme a persone con cui si parla di tutto, tranne che di calcio. Quando è iniziato il progetto, eravamo quasi tutti creativi arrivati a Milano da poco. Avevamo storie e provenienze diverse alle spalle, e avevamo tantissimo da condividere. Oggi sono fiero nel vedere i percorsi personali che abbiamo intrapreso lungo questi anni. E sono altrettanto orgoglioso di vedere quanto si è allargata la community.
Il numero 10.
Ci sono varie interpretazioni. Io mi sento un 10 fuori dal campo: il 10 che svolta la serata, che accende la miccia. Il 10, poi, fa anche pensare al nostro invecchiamento, o meglio, alla nostra maturazione. In questi anni abbiamo fatto moltissime cose, ma ho anche ovvi rimpianti. Avremmo potuto concretizzare più opportunità, ma sono consapevole del fatto che, nel bene e nel male, tutti noi siamo stati catturati dal lavoro e dalle dinamiche di Milano. Detto questo, sono orgoglioso del fatto che noi ci siamo, e siamo riconosciuti. Il mio desiderio, per il futuro, è che Calcetto Eleganza non venga dato per scontato.
Nella vita, in campo.
La mia job description recita Experience Manager, ma non so quanto, effettivamente, spieghi il mio ruolo. Diciamo che unisco cose. In campo, invece, so solo che godo di più nel fare una parata, rispetto a segnare un gol. Tra i pali è come se mi sentissi responsabile delle mie azioni, sempre.
Lo spogliatoio.
Prima c’è lo spogliatoio, poi arrivano il campo e i risultati. La vittoria è una conseguenza della complicità, della fratellanza che costruisci con i compagni. Faccio un esempio che mi sta molto a cuore: il campionato juniores regionale che ho vinto con il Montecosaro, una piccola squadra marchigiana. Non eravamo forti, ma uscivamo tutti i giorni insieme, c’era una chimica magica. La stessa cosa, anche se con le dovute proporzioni, l’ho rivista nel Milan di Pioli.
Le jersey Eleganti.
Le immagino tutte insieme, in una foto di squadra. Il lavoro fatto con l’oro e il nero dà sicuramente un effetto Elegante. E poi c’è la soddisfazione del traguardo: per la prima volta abbiamo autoprodotto la nostra seconda pelle.


Chuck George
Squadra e giocatore preferito.
New York Red Bulls. Nessun giocatore preferito.
Brand e creativo di riferimento.
Studio Nicholson o Supreme, ma preferisco il vintage. Il cantautore Sturgill Simpson.
L’Eleganza.
Posso dire solo una parola, Eleganza. Molto Eleganza. Bellissima Eleganza (con pronuncia americana ndr).
Perché Calcetto Eleganza.
Ci siamo conosciuti con una collaborazione. Abbiamo mostrato le partite dei Mondiali nel mio ristorante e creato una speciale t-shirt. Il concetto alla base di quel progetto era la potenza del Beautiful Game e il fatto che sia un eterno amore ‘infantile’. Ho sempre giocato a baseball e, a livello socioculturale, il calcio qui riveste lo stesso ruolo. Per questo ne sono affascinato.
Il numero 10.
È ancora giovinezza. È solo l’inizio.
Nella vita, in campo.
Sono proprietario del ristorante Chuck’s, siamo a Milano, Roma, Parigi e, a breve, anche a Londra. Il mio ruolo in Calcetto Eleganza è quello del community builder e dell’amico straniero.
Lo spogliatoio.
Faccio il pazzo, amo fare scherzi a tutti e caricarli.
Le jersey Eleganti.
Ancora una sola parola, Eleganza (anche qui con pronuncia US ndr). Il bianco, il nero, l’oro, le pinstripes... Mi ricordano le maglie degli Yankees.


Elisa Carassai
Squadra e giocatore preferito.
Quando ero piccola, mia madre faceva gli esami del sangue alla Juve, quindi sono affezionata al periodo d’oro di Del Piero.
Brand e creativo di riferimento.
Simon Rocha. Donna Tartt o Ann Carson.
L’Eleganza.
Creare una community attraverso amicizia e passioni comuni.
Perché Calcetto Eleganza.
Sono capitati un po’ per caso nella mia vita, durante il lockdown. Poi abbiamo iniziato a frequentarci. Quindi è nato come un rapporto d’amicizia, solo in seguito abbiamo pensato a vari modi di collaborare, sia a livello editoriale che musicale.
Il numero 10.
Mi fa pensare a un traguardo, alla costruzione di una community importante, in grado di spaziare tra varie dimensioni. Sono 10 anni di connessioni internazionali, di costruzione di un network di persone creative in giro per il mondo. Da Milano ad Atene, Londra, Parigi e Stoccolma... È bellissimo che attraverso lo sport si possa celebrare anche molto altro.
Nella vita, in campo.
Gestisco una rivista indipendente che si chiama Sali e Tabacchi Journal. L’ho fondata alcuni anni fa a Londra, dove stavo studiando. Questo progetto mi ha riportato a casa, a Milano, dove ora sto facendo anche consulenza editoriale e strategy per brand di moda. Eleganza mi permette di sviluppare progetti creativi, come quelli musicali per Radio Raheem e Radio Bandalarga, e creare attivazioni culturali e comunitarie. L’idea è quella di muoverci tra sport e creatività, in un campo comune.
Lo spogliatoio.
Sento di avere il ruolo del connettore. Mi piace molto mettere in contatto le persone e creare reali connessioni.
Le jersey Eleganti.
L’Eleganza sta nei colori e, ovviamente, nel modo in cui le si indossa, così come nello styling personale.


Davide Coppo
Squadra e giocatore preferito.
Milan e Andriy Shevchenko.
Brand e creativo di riferimento.
Tutto quello che ha fatto Massimo Osti. Winfried Sebald.
L’Eleganza.
È la cura per i dettagli.
Perché Calcetto Eleganza.
Quando ho conosciuto i ragazzi, mi piaceva l’idea di usare il calcio come veicolo per creare una comunità, per portare persone intorno a un campo, un tavolo o uno schermo, e farle incontrare. In questi anni, difatti, ne ho conosciuto tantissime.
Il numero 10.
È creatività, ovviamente. E poi sono tanti, 10 anni. Anni in cui siamo rimasti amici. Anni in cui tutto si è mosso sempre più velocemente, ma il progetto Eleganza ha continuato a seguire la propria strada. Mi fa pensare alla lentezza, in senso positivo.
Nella vita, in campo.
Faccio lo scrittore e in campo si riflette, perché penso sempre. E il portiere, purtroppo, ha anche troppo tempo per pensare...
Lo spogliatoio.
Mi piace molto. Mi ha sempre permesso di vedere i lati più positivi delle persone, anche di quelle più negative.
Le jersey Eleganti.
Seguono un filone tipico di Eleganza: la volontà di portare pattern e design non calcistici dentro il calcio. In questo caso c’è anche il coraggio del bianco e nero, e la responsabilità di averle autoprodotte.


Xheni Ballin
Squadra e giocatore preferito.
Gioco, ma non guardo calcio. Scegliete voi la calciatrice e la squadra femminile più cool.
Brand e creativo di riferimento.
L’ho scoperto grazie ad un’amica. Non sono di Milano e in America giocavo a calcio, è stato bello incontrare una community del genere. Anche se conoscevo solo una persona, mi sono subito sentita parte del team.
L’Eleganza.
Nel calcio è la comunicazione verbale e non. Qui, sta semplicemente nella frase ‘cool as fuck’.
Perché Calcetto Eleganza.
L’ho scoperto grazie ad un’amica. Non sono di Milano e in America giocavo a calcio, è stato bello incontrare una community del genere. Anche se conoscevo solo una persona, mi sono subito sentita parte del team.
Il numero 10.
Quando qualcosa sta in giro per 10 anni, è lì per restarci. Se sopravvivi così a lungo, non ti può fermare nulla.
Nella vita, in campo.
Sono fotografa e scrittrice, a breve pubblicherò il mio progetto Intenso Magazine, e lavoro anche nel digital marketing. Penso che tutte le nostre professioni e passioni si riflettano in campo, è come se chiunque, qui, abbia una vena artistica.
Lo spogliatoio.
Sono la DJ, metto la musica.
Le jersey Eleganti.
L’Eleganza è nei dettagli dorati e nel lettering, sono perfetti per celebrare il decimo anniversario.


Maximiliano Nicolas Ruiz
Squadra e giocatore preferito.
Fc Internazionale. Poi sono nato a Buenos Aires, sarebbe scontato dire Diego Armando Maradona, preferisco menzionare Enzo Francescoli.
Brand e creativo di riferimento.
Acne Studios. Donald Judd.
L’Eleganza.
Sta nella frase ‘la potenza è nulla senza controllo’ (ride ndr.).
Perché Calcetto Eleganza.
Giocavamo insieme, tra amici, e casualmente tutti venivamo dall’universo creativo. I creativi dicono spesso che il calcio non è interessante, per noi era diverso, la domenica volevamo vedere le partite. Era ed è una passione comune da cui è nato tutto.
Il numero 10.
Fino a 23 anni ho giocato a calcio da professionista, quindi il 10 ha fatto parte del mio immaginario fin di quando ero bambino. Andavo a letto la sera sperando d’indossare quel numero e segnare. È simbolico, esprime tanto. L’altra sensazione che mi dà è quella che stiamo invecchiando, ma sono contento che tanti amici proseguano e trasmettano questa visione del calcio: la visione di chi gioca il sabato mattina, di chi a 60 anni continua a fare i calcetti... La pura bellezza.
Nella vita, in campo.
Sono founder di A Wolves Agency, un’agenzia di produzione e comunicazione che lavora anche nel mondo del calcio. In campo sono autoritario, cerco sempre la palla e di avere ragione, ma in maniera simpatica e, soprattutto, onesta.
Lo spogliatoio.
Da giovane sono sempre stato in disparte, avevo bisogno dei miei spazi. Crescendo è diventato sinonimo di gruppo.
Le jersey Eleganti.
Il black and gold, siamo su un grande classico, sull’intramontabile Eleganza. La parte del collar, poi, mi fa pensare ad un calcio un po’ più intellettuale.


Tommaso Naccari
Squadra e giocatore preferito.
Inter, nonostante padre milanista e madre genoana, o meglio, anti-doriana. Ronaldo ‘il Fenomeno’, la mia prima figurina. Un nome di oggi, Denzel Dumfries.
Brand e creativo di riferimento.
Stüssy. Eric André.
L’Eleganza.
È ciò che gravita attorno al calcio, dall’idea di community allo stile, fino a tutti i feticci che popolano questo universo sportivo. Eleganza è cancellare l’oggettività calcistica.
Perché Calcetto Eleganza.
Sono scarso, quindi dovrei chiederlo agli altri... A parte gli scherzi, perché Eleganza si sviluppa sul campo, ma ha moltissime diramazioni all’esterno di esso. Per me è interessante ogni tipo di approccio al calcio.
Il numero 10.
Nonostante odi essere nostalgico, penso a Baggio. Poi, mi suscita invidia, perché il 10 è l’apoteosi del saper giocare a calcio: cosa che non so fare bene. Infine, è il traguardo di un progetto che conosco da oltre metà della sua vita. L’ho visto cambiare, aprirsi ad altri sport ed evolversi. È bello che ci siano delle realtà che abbiano delle ‘scuse’ per stare insieme in questo modo.
Nella vita, in campo.
Tendenzialmente scrivo, anche se suona pomposo. Di certo, spero di essere più bravo a scrivere che in campo. Il punto di contatto sta nella confusione, lavoro e gioco in un caos controllato.
Lo spogliatoio.
Sono il giullare, senza dubbio. Amo ridere di, e con, me.
Le jersey Eleganti.
L’idea che la maglia da calcio possa essere prima di tutto un capo d’abbigliamento definisce Calcetto Eleganza. Le maglie del decimo anniversario sono l’apoteosi di questo concetto. Mi piace anche che la scritta Eleganza sia al posto del main sponsor.
È una storia europea, è una storia d’atletica
Grazie a KARHU abbiamo viaggiato nella storia dei Campionati Europei di atletica, e continueremo a farlo a Roma nei prossimi giorni
I Campionati Europei di Atletica sono dietro l’angolo. Grazie a KARHU, l’official supplier per il materiale tecnico dell’evento, abbiamo ritratto la storia del più importante palcoscenico atletico continentale.
Dai ‘Finlandesi Volanti’ a Emil Zátopek. La collana JOIN THE CHAMPS ci ha permesso di rivivere momenti apicali e leggende infinite. Il tartan europeo, d’altronde, ha celebrato alcuni dei miti più brillanti dell’atletica universale. E continua a farlo. Nell’attesa del primo “on your marks” dell’edizione romana, non vi raccontiamo un atleta, ma un simbolo: Emil Zátopek. Il mezzofondista e maratoneta cecoslovacco soprannominato ‘Locomotiva’, l’uomo in grado di superare i limiti del proprio corpo e dell’atletica stessa, divenendone una delle icone più venerate. Sono le sue imprese e le sue parole a guidarci verso Roma 2024.
Potete trovare altri articoli della collana JOIN THE CHAMPS qui, e nei prossimi giorni potrete seguire i nostri aggiornamenti digital day by day dallo Stadio Olimpico, dove saremo nuovamente al fianco di KARHU. Per il momento, buona lettura e buoni Europei.




EMIL ZÀTOPEK, LA LOCOMOTIVA SENZA SORRISO
"Non ho abbastanza talento per correre e sorridere insieme". Basta una frase per definire l'umile grandezza di un atleta unico. Emil Zátopek è stato più di un mezzofondista, ha rappresentato l'epitome dell'essere umano capace di superare i propri limiti. E i limiti della propria specie. Lo chiamavano 'Locomotiva', per una falcata ritmica, accompagnata da smorfie di dolore e sbuffi trasfiguranti.
Nacque a Kopřivnice, piccola cittadina della Moravia, dove incontrò la corsa per puro caso a 16 anni, lavorando per un'azienda di calzature. Ispirato dalla leggende del più volante tra i finlandesi, l'immortale Paavo Nurmi, cominciò ad azionare e perfezionare il suo passo sgraziato, rendendolo il più efficace al mondo. L'irrazionale climax ascendente delle sue performance delineò una sinfonia popolata di fatica e vittorie, culminata in un acuto impossibile, ancora oggi mai bissato. "Un atleta non può correre con i soldi nelle tasche", ripeteva Zátopek, "Deve correre con la speranza nel cuore e i sogni nella testa".
E nell'estate finlandese del 1952 speranza, cuore, sogni e testa si fusero per plasmare una delle più grandi imprese sportive della storia. Indossando KARHU, Emil 'il Terribile' monopolizzò i Giochi di Helsinki, vincendo i 5000 e i 10mila metri, segnando in entrambi i casi nuovi primati olimpici. Ma Zátopek non si limitò a questo, decidendo all'ultimo minuto di partecipare anche alla gara più iconica della rassegna a cinque cerchi, la maratona. L'allora rappresentante della Cecoslovacchia non aveva mai percorso, almeno durante una gara ufficiale, i 42 chilometri ispirati alle antiche gesta di Fidippide.
Passo dopo passo, vagone dopo vagone, la 'Locomotiva Umana' prima si agganciò al detentore del record mondiale Jim Peters, mantenendo lo stesso ritmo, poi, dopo un rapido scambio di battute, prese il volo verso la terza, inattesa medaglia d'oro e il terzo, ancora più scioccante, primato olimpico ottenuto in pochi giorni. Peters poi avrebbe raccontato che, passati i primi 15 chilometri, Zátopek gli domandò semplicemente come fosse il loro passo. "Too slow", rispose mentendo il britannico. Da quelle parole Zátopek si limitò ad accelerare, senza più voltarsi indietro.
"Se desideri vincere qualcosa puoi correre i 100 metri. Se vuoi goderti una vera esperienza corri una maratona", fu il commento dell'uomo eletto secondo plebiscito popolare come Greatest Runner of All Time. Quei giorni di gloria sportiva resteranno, con ogni probabilità, ineguagliabili. Un lascito di straordinaria potenza fisica, mentale e caratteriale. Un lascito destinato all'eternità di Karhu e dell'atletica intera.




ZÁTOPEK E I CAMPIONATI EUROPEI DI ATLETICA
I Campionati europei del 1950 furono il preludio dell'impresa più straordinaria realizzata da un runner nella storia dello sport. Nell’edizione di Bruxelles, Emil Zátopek vinse i 5.000 e i 10.000 metri. Solo due anni dopo, alle Olimpiadi di Helsinki, vinse l'oro e batté i record mondiali nei 5.000, nei 10.000 metri e nella maratona. Zátopek vanta anche un altro successo continentale nei 10.000 metri a Berna 1954.












