Hyperground | Running at the Threshold
In occasione della Deejay Ten, adidas ha portato la corsa sulla soglia di varie dimensioni rese sempre più affini dalla running culture contemporanea: quella comunitaria, innanzitutto, quella musicale e artistica, e quella esperienziale, nel senso più profondo e adrenalinico del termine. Un evento dalle peculiari architetture umane e fisiche, ispirato dalle Hyperboost
Tra le pieghe del ritmo quotidiano di Milano, si estende una geografia celata, lontana dallo sguardo di chi attraversa la città in superficie. Negli spazi dell’ex stazione De Angeli, architettura e memoria urbana hanno accolto l’atto conclusivo di una corsa ibrida, per molti versi futuristica, per altri lirica, sviluppata all’intersezione di due dimensioni su tutte: da una parte, la Milano che affiora, in tutto il suo movimento e le sue fughe prospettiche, dall’altra, l’atmosfera sospesa del suo sottosuolo, del suo mondo sotterraneo.
In questo punto di contatto, ha preso forma a Hyperground, momento culminante dell’ultima tappa della Deejay Ten, concepito e progettato da adidas. Sulla soglia del mondo di sopra e di sotto meneghino, la corsa ha oltrepassato i confini del canonico gesto atletico, divenendo un’esperienza sensoriale collettiva e palesandosi sulla soglia di cultura urbana e partecipazione. Al centro di quest’atipica trama narrativa sportiva, Hyperboost, una scarpa ideata per accompagnare approcci differenti al running, così come le sensazioni di energia e libertà generate dal movimento.
Nella convergenza di corpi, spazi, velocità e suoni di Hyperground, il gesto atletica e sociale composto dai membri di varie community ha incontrato quello puramente artistico. I rappresentanti di alcuni dei collettivi coinvolti, nello specifico Eugenio Solari e Filippo Colombi dei Running Rebels, Silvia Brunelli di Her Pace, Federico Sambati di AMOR e Jamal Allen di Lace Napoli, mettono in fila una serie di suggestioni che dialogano, implicitamente, con quella della street artist Silvia Pezzotti, in arte Octofly, chiamata a interpretare l’immaginario di Hyperboost durante l’intero evento.
La voce di Octofly ci guida nel dialogo che permea costantemente arte, movimento e spazio urbano: un dialogo insito nella sua quotidianità e riflesso, perfettamente, nell’intera esperienza Hyperground. La sua testimonianza funge anche da perfetta introduzione alle riflessioni raccolte, invece, dai rappresentanti delle crew.





Silvia Pezzotti – Octofly
“Nonostante la corsa sia considerata lo sport individuale per eccellenza, è d’ispirazione osservare come le persone scelgano di praticarlo insieme. Osservare gruppi che vivono la corsa come un rito collettivo, di aggregazione, restituisce un’immagine molto forte: mi trasmette un forte senso di comunità, difficilmente ritrovabile al di fuori degli sport di squadra. Questo aspetto della corsa assume una dimensione ancora più estesa in un evento come Hyperground, dove le persone si sono riunite nel cuore di Milano per condividere un percorso fatto di esperienze, sensazioni, connessioni e amicizie. Credo che, in casi come questo, il running diventi un vero collante sociale, capace di trasmettere un messaggio positivo e persino di suscitare, in chi guarda, il desiderio di allacciarsi le scarpe, di uscire a correre. Tutto ciò trova perfetta assonanza nelle fondamenta della mia visione artistica. Il mio obiettivo è quello di riuscire a strappare un sorriso a chi, anche magari distrattamente, incontra durante la propria giornata uno dei miei murales: uno dei miei personaggi dalle forme morbide e dai colori accesi.
Della corsa mi affascina l’energia sprigionata ad ogni passo: una sequenza di movimenti armonici, che lasciano trasparire leggerezza, quasi la sensazione del volo, sfidando la gravità fino a rendere i corpi un tutt’uno con la velocità. Il lavoro che ho realizzato per Hyperground è nato dal distintivo design delle Hyperboost e dalle loro caratteristiche, così come dal desiderio di tradurre visivamente le sensazioni che ho appena menzionate: un vortice di colori, forme ed energia, in cui concetti come velocità, spensieratezza e felicità finiscono per incontrarsi.
Il percorso, poi, mi ha affascinata fin dal primo momento, proprio per la sua capacità di attraversare dimensioni diverse della città e metterle in relazione tra loro. Il passaggio dalla dimensione ‘monumentale’ e storica della città a un ambiente underground gli ha conferito un carattere particolare, direi unico… Non avevo mai sentito parlare dell’ex stazione De Angeli e non immaginavo che sotto Milano potesse esistere un luogo del genere. Trovarmi davanti a un ambiente sotterraneo, distante dall’immagine più visibile e riconoscibile della città, ma allo stesso tempo profondamente legato alla sua architettura, mi ha impressionata. Per una street artist, avere la possibilità d’intervenire in uno spazio del genere significa confrontarsi con una superficie che cessa istantaneamente di essere soltanto un supporto, mostrandosi, invece, come parte integrante di un racconto urbano ben più ampio.”



In conversazione con alcune delle crew protagoniste di Hyperground.
adidas ha creato un evento in cui l’arte e, in particolare, la musica è diventata complementare alla corsa. Che rapporto avete con la musica quando correte?
Running Rebels - Eugenio Solari & Filippo Colombo: (Eugenio) “Cambia di caso in caso. Nel mio, quando mi alleno da solo, la musica c’è praticamente sempre. Quando invece corro con la community, magari non è nelle orecchie, ma continua a percepirsi nell’ambiente: diventa parte di quello che succede intorno a noi. Se dovessi associare la mia corsa a un genere, direi il cantautorato italiano. Non necessariamente qualcosa di ritmato: mi basta ascoltare qualcosa che conosco, avere le parole in testa, magari canticchiarle e il tempo passa.” (Filippo) “Io lavoro in ambito musicale, faccio il giornalista, ma quando corro non voglio ascoltare musica perché voglio sentire il mio ritmo, pensare al mio tempo. Se ascolto qualcosa, anche nel mio caso si tratta di cantautorato italiano, per poter riflettere.”
Her Pace Crew - Silvia Brunelli: “Il mio rapporto con la musica cambia molto a seconda che corra da sola o in gruppo. Quando sono sola mi aiuta a tenere il passo, è un aiuto anche a livello mentale. In realtà, ascolto anche molti podcast: nelle corse lunghe, soprattutto quando preparo una maratona, avere qualcosa che mi accompagni e mi distragga può aiutare parecchio. Quando corro con altre persone o con la community, invece, il ritmo arriva dalle persone, dai passi degli altri, e la musica diventa meno necessaria. Se dovessi scegliere un genere, direi pop. Mi piace perché alterna momenti più tranquilli ad altri in cui arriva il ritmo, il drop, e senti che può darti qualcosa in più. A volte lo ascolti per davvero, altre volte è semplicemente lì per sostenere il passo.”
AMOR - Federico Sambati: “Ho un bellissimo rapporto con la musica quando corro: aiuta a rilassarmi, ma anche a spingere quando serve. Scelgo soprattutto la tech house, perché ha un ritmo che ti permette di alzare le vibrazioni e, poco alla volta, entrare nello stesso tempo della musica. Soprattutto nella corsa progressiva: ti alimenta, ti carica e ti porta con sé, dentro al ritmo.”
Lace Napoli - Jamal Allen: “Ascoltare musica mentre corro è molto importante, perché mi aiuta a superare quei momenti in cui la battaglia diventa soprattutto mentale. Quando arrivo al punto in cui sento di non voler più correre, la musica mi aiuta ad andare avanti. Se dovessi parlare di un genere, farei i nomi di grandi artisti affini all’hip hop e R&B contemporaneo”




In questi giorni abbiamo vissuto l’incontro di running community arrivate da svariate città, chiamate a vivere insieme un evento fatto di condivisione e connessioni. Che ruolo sociale può avere la corsa? E quali valori cercate di trasmettere attraverso il vostro run club?
Running Rebels - Eugenio Solari & Filippo Colombo: “Per noi uno degli obiettivi è sempre stato creare un luogo in cui le persone potessero incontrarsi e costruire delle connessioni. E queste connessioni, con il tempo, hanno superato anche i confini della nostra città. In giro per l’Italia abbiamo conosciuto altre community, costruendo amicizie vere: per esempio, con i ragazzi di Roma che erano anche qui in questi giorni... Ci siamo conosciuti attraverso la corsa e continuiamo a ritrovarci. Crediamo che la forza di questa disciplina sia proprio questa: permetterti di incontrare persone con cui condividere qualcosa che, poi, può andare molto oltre la corsa stessa.”
Her Pace Crew - Silvia Brunelli: “A livello personale, la corsa mi ha aiutata moltissimo a entrare a far parte di un gruppo, quasi di una famiglia, e a conoscere nuove persone. Credo sia particolarmente importante in una città come Milano, dove ci sono tanti studenti e lavoratori fuori sede: una community può diventare un modo molto immediato per incontrare persone accomunate dalla stessa passione, dagli stessi interessi e spesso anche dagli stessi valori. Con adidas Runners Milano cerchiamo soprattutto di essere un punto di aggregazione. Una delle parole fondamentali per noi è inclusività: chiunque può sentirsi parte della community, indipendentemente dal passo, dall’età o dal proprio livello. Per noi conta più lo show up, l’esserci, che una determinata performance o un certo ritmo. Non bisogna essere runner professionisti per correre insieme: la cosa più bella è proprio fare in modo che tutti possano sentirsi accolti e inclusi.”
AMOR - Federico Sambati: “Trovo incredibile quello che sta succedendo intorno alla corsa, perché è diventata una ragione per stare insieme, socializzare e conoscere nuove persone. Ed è esattamente quello che cerchiamo di fare con il nostro run club: creare un punto d’incontro. Magari un tempo ci si conosceva andando in discoteca; oggi molte persone si avvicinano ai run club e alle community per incontrare qualcuno in modo sano, costruire relazioni sane, e creare vita intorno a qualcosa che condividono.”
Lace Napoli - Jamal Allen: “A Napoli credo che la corsa possa avere un ruolo sociale molto importante, perché viviamo in una città in cui l’attività fisica non è ancora qualcosa di scontato, soprattutto tra i più giovani. Il principale obiettivo della nostra community è proprio spingerli a fare qualcosa, ad avvicinarsi allo sport. È quello che cerco e cerchiamo di trasmettere ogni giorno: l’idea che puoi farcela. Molte persone partono pensando di non essere in grado di fare qualcosa. Noi cerchiamo di cambiare quel tipo di mentalità: forse non l’hai ancora fatto, ma questo non significa che tu non possa farlo.”




Le Hyperboost hanno accompagnato ogni passo di questa esperienza. Che sensazioni vi hanno trasmesso all’interno di un contesto e di un evento così carichi a livello sensoriale?
Running Rebels - Eugenio Solari & Filippo Colombo: “La prima sensazione è sicuramente quella di una scarpa molto comoda e ammortizzata. Per entrambi si è trattato anche di uno dei primi veri approcci a una scarpa adidas, quindi non vogliamo certo spacciarci per esperti. Ma se dovessimo scegliere una parola, non avremmo dubbi: comode. Anzi, stracomode.”
Her Pace Crew - Silvia Brunelli: “Sono tra le migliori scarpe con cui abbia mai corso. Ovviamente è una sensazione molto soggettiva, ma quello che mi ha colpita è soprattutto la loro versatilità: le trovo adatte ai lunghi, ma allo stesso tempo reattive quando si aumenta il ritmo. Per un runner medio, secondo me, rappresentano una scarpa molto completa e in grado di proteggere. La prima sensazione che ho avuto indossandole è stata soprattutto di leggerezza: non appesantiscono il passo e rispondono molto bene al terreno. Allo stesso tempo sono morbide, sembra quasi di correre su una nuvola, ma rimangono strutturate. Questo ‘equilibrio’ me le ha fatte apprezzare molto...”
AMOR - Federico Sambati: “La sensazione principale è quella di leggerezza. Ho percepito soprattutto una scarpa alta e molto confortevole. Se dovessi descriverla con una sola parola, sceglierei proprio leggerezza.”
Lace Napoli - Jamal Allen: “Un cuscino. È come correre su un cuscino. Era la prima volta che provavo questa scarpa e la sensazione che mi ha colpito immediatamente è stata la morbidezza. La vedo molto bene per una corsa di recupero, ma anche come una scarpa con cui poter affrontare distanze più lunghe.”



Il percorso di Hyperground ha attraversato la Milano in superficie, con le sue prospettive, prima di concludersi nel sottosuolo, nell’atmosfera sospesa dell’ex stazione De Angeli. Cos’avete provato nel passare da una dimensione all’altra e nella costante fusione di architettura e arte?
Running Rebels - Eugenio Solari & Filippo Colombo: “Nemmeno sapevamo fosse possibile entrare in questo spazio. Abbiamo scoperto un luogo di Milano di cui ignoravamo completamente l’esistenza ed è stato pazzesco, quasi surreale. Nel momento in cui siamo scesi e abbiamo iniziato a correre lungo il rettilineo, sembrava davvero di essere entrati in un’altra dimensione. A un certo punto abbiamo pensato: sembra di correre sulla Luna. È stata una sensazione assurda.”
Her Pace Crew - Silvia Brunelli: “Credo che questa esperienza possa essere letta quasi come una metafora della corsa. Quando corri attraversi continuamente dimensioni diverse, soprattutto su un piano mentale: passi dal piacere alla fatica, dalla condivisione a momenti molto più riflessivi e introspettivi. Oggi, in qualche modo, abbiamo vissuto fisicamente qualcosa di simile. Il passaggio dalla superficie al sottosuolo è stato molto forte: sembrava quasi di passare dal giorno alla notte. Poi entri in questo corridoio completamente rosso, inizi a correre e puoi persino vedere a quale velocità stai andando. In un attimo, è diventata un’esperienza adrenalinica.”
AMOR - Federico Sambati: “Entrare nel sottosuolo è stato uno shock. Mi avevano anticipato qualcosa sulla location, ma vederla dal vivo ha prodotto tutto un altro effetto. La mia prima reazione è stata semplicissima: “Quanto è figo questo posto?”. E credo che dica già molto. La musica, i graffiti, la street art, l’intero ambiente… Tutti elementi che si sono riuniti qui, in uno spazio completamente fuori dall’ordinario. Viverlo correndo ha reso l’esperienza ancora più particolare.”
Lace Napoli - Jamal Allen: “È stata una sorpresa scoprire tutto quello che esiste sotto la città. Scendere e vedere l’intero spazio allestito in questo modo è stata un’esperienza bellissima, soprattutto perché ci ha permesso di osservare Milano da due prospettive diverse: quella che vivi in superficie e quella sotterranea. Correre nell’ex stazione è stato estremamente divertente, soprattutto nel tratto dedicato alla velocità. Non sono andato fortissimo, anche perché non avevo capito che tutti avrebbero sprintato… Ma è stata davvero una bellissima esperienza.”


ONA’s Retrospective I René Grincourt & Nouveau Regard
Come ogni anno, l’ONA Short Film Festival è tornato a ispirare il proprio pubblico, riunito per la sua settima edizione nella quiete dell’isola di San Servolo, dove cinema, cultura sportiva, soprattutto nelle sue declinazioni outdoor, e i ritmi lagunari hanno nuovamente trovato un terreno comune. In qualità di media partner di lunga data del Festival, eravamo presenti per gustare con i nostri occhi i film che hanno scandito le serate del 10, 11 e 12 settembre
Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo per l’ONA Short Film Festival, evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui.
As has become a tradition, we relive this meaningful gathering through the words of French director René Grincourt and his short film ‘Nouveau Regard’.



Come sempre, ci piace partire da un dato che riteniamo fondativo per ogni nostro intervistato, così come per ogni regista partecipante all’ONA Short Film Festival: che rapporto hai costruito, dalla tua infanzia ad oggi, con l’immaginario sportivo? Che tipo di musa ispiratrice è stata, e continua ad essere, quella sportiva nel tuo modo di vedere il mondo?
René Grincourt: “Sono sempre stato profondamente legato allo sport. Crescendo ne ho praticati moltissimi e, da sempre, lo sport rappresenta uno degli aspetti più importanti della mia vita. Allo stesso tempo, amavo disegnare, scattare fotografie e realizzare video. Ho sempre avuto, quindi, queste due dimensioni dentro di me. Ho iniziato a girare video quando avevo quattordici anni, realizzando piccoli filmati insieme ai miei amici mentre facevamo skateboard. Sono sempre stato affascinato dall’idea di documentare gli sport che praticavo e che amavo. Ma tutto ha iniziato davvero a trovare una propria direzione quando ho scoperto l’arrampicata. Credo di essermi reso conto, in quel momento, che avrei potuto restituire qualcosa alla comunità attraverso la creazione di contenuti legati a quella disciplina. Era semplicemente il mio modo di dare qualcosa indietro a una comunità e a una pratica che amavo profondamente. Lo sport è sempre stato una delle mie più grandi passioni, quindi è naturale che sia diventato anche una delle mie principali fonti di ispirazione.”
La dimensione dello storytelling visuale, invece, com’è entrata a far parte della tua vita? Come la vivi?
René Grincourt: “Mi sono sempre considerato una persona che rimane dietro le quinte. Mi piace condividere le storie nel modo più autentico possibile. Dal punto di vista dello storytelling, il mio obiettivo è semplicemente raccontare la realtà per ciò che è, senza aggiungere altro, utilizzando però il mio linguaggio visivo come strumento attraverso cui esprimere me stesso. Per me, sport e cinema documentario convivono in maniera del tutto naturale. All’interno dello sport esistono già innumerevoli storie, emozioni ed esperienze umane. Il mio ruolo consiste semplicemente nell’osservarle e nel trovare il modo più adatto per restituirle agli altri.”
Il film restituisce la sensazione di essere il risultato di un processo collettivo tra amici, più che di un lavoro individuale. Puoi raccontarci qualcosa del team che lo ha reso possibile, delle persone entrate a far parte di questo percorso e del modo in cui i loro differenti contributi hanno contribuito a dare forma al film?
René Grincourt: “Prima di tutto, è stato Clément a suggerirmi di andare a visitare il luogo in cui abbiamo girato. Ne intuiva il potenziale, così abbiamo organizzato un viaggio insieme per capire che cosa fosse realmente possibile fare lì. È stato anche lui a occuparsi di tutto il lavoro preliminare, preparando l’area insieme ai suoi amici affinché potessimo poi arrivare e girare. Abbiamo lavorato insieme anche allo sviluppo del concept, così da poterlo presentare ad Arc’teryx. Poi, l’intero team di Hillton è stato fondamentale. Hanno portato nel progetto professionalità, sensibilità creativa e una competenza che ha inciso profondamente sul risultato finale e, lungo il percorso, sono diventati anche amici. Il film non avrebbe mai assunto la forma che ha oggi senza il loro contributo e senza tutte le persone che hanno coinvolto nel progetto. Ognuno ha avuto la possibilità di lasciare un segno personale nel film, contribuendo secondo la propria sensibilità e il proprio ruolo. Per questo provo una profonda gratitudine e mi sento davvero onorato che tutti loro abbiano fatto parte di questo percorso.”



‘Nouveau Regard’ è un’ode estetica all’atletismo e all’amicizia attraverso il bouldering. Partendo proprio dal titolo, puoi spiegarci quale ‘nuovo sguardo’ desideravi esplorare ed esprimere attraverso questo cortometraggio? E che cosa ti ha spinto a realizzarlo?
René Grincourt: “Per me, Nouveau Regard possiede due significati. Il primo, e più immediato, era quello di condividere una prospettiva differente su Chamonix: dare visibilità al bouldering, mostrare che è possibile praticarlo anche lì e che quell’area possiede ancora un enorme potenziale. Il secondo significato consisteva nel proporre un modo diverso di raccontare l’arrampicata. Non soltanto attraverso la dimensione della performance, ma attraverso la storia che esiste dietro il progetto. Volevo mostrare un lato più umano dello sport, qualcosa che, in qualche modo, potesse risultare più vicino alla realtà.”
Chamonix, as a place but also as another silent subject of the short film, plays a defining role in the work. Why does this choice have a deeper meaning? And more broadly, how does your creative process unfold there?
René Grincourt: “Chamonix è una delle capitali mondiali dell’alpinismo, ma con il cambiamento climatico praticare attività in montagna sta diventando progressivamente più pericoloso e complesso. Volevamo quindi proporre un’altra possibile direzione per l’arrampicata in quel territorio, qualcosa che potesse svilupparsi ai piedi della montagna. L’idea era mostrare che questo luogo continua ad avere moltissimo da offrire, a condizione di mantenere aperti lo sguardo e la mente.”
‘Nouveau Regard’ è stato proiettato a San Servolo davanti al pubblico dell’ONA. Quali sensazioni hai provato nel vedere il tuo lavoro prendere forma in un contesto così particolare, circondato dalle acque della Laguna di Venezia? E che cosa vorresti, in ultima analisi, che il pubblico dell’ONA portasse con sé dopo aver visto il film?
René Grincourt: “È stato un grande piacere vedere il film proiettato in quel contesto. Ma ciò che porto con me di quell’esperienza riguarda anche la possibilità di aver visto tutti gli altri film. Mi ha fatto venire ancora più voglia di creare e condividere storie. Credo che riuscire a ispirare le persone sia una delle cose più importanti che un film possa fare. È ciò che ho provato io stesso mentre ero lì, osservando il lavoro degli altri, e spero che il mio film possa aver generato la stessa sensazione in qualcun altro tra il pubblico.”


adidas Hybrid Hub Rome | Go Full Hybrid
Sotto l’immobile sguardo delle statue che scandiscono il perimetro dello Stadio dei Marmi, nel complesso monumentale del Foro Italico di Roma, adidas ha riunito atleti, creator e community attorno a una nuova idea di movimento. Con l’adidas Hybrid Hub Roma, il brand ha trasformato per una sera uno dei luoghi simbolici dello sport italiano in uno spazio dedicato al hybrid training: una disciplina e, soprattutto, una cultura atletica costruita sulla contaminazione tra qualità differenti e sulla progressiva dissoluzione dei confini tra corsa e forza
Un’esperienza che ha trovato nello Stadio dei Marmi una dimensione simbolica superiore. Laddove rappresentazione artistica e pratica sportiva convivono da quasi un secolo, adidas ha costruito un percorso che bene si sposa con l’eredità valoriale di Pietro Mennea stesso, traducendo quegli stessi ideali in ciò che oggi definiamo hybrid training. Per una sera, la solennità dello Stadio, ridisegnata da una serie di giochi d'incandescente luce rosa e dall’identità visiva delle Three Stripes, è stata attraversata da una corrente atletica radicalmente contemporanea. Un cortocircuito temporale e visivo, che ha messo in relazione due differenti rappresentazioni della fisicità: da una parte, l’immobilità marmorea delle sessanta figure che circondano l’arena, ciascuna cristallizzata nella propria disciplina; dall’altra, corpi mobili e mutevoli, chiamati a transitare continuamente dalla velocità della corsa alla contrazione muscolare della forza.
È in questo processo di costante cambiamento che adidas individua uno dei principi fondanti dell’hybrid training. Correre. Sollevare. Accelerare. Resistere. Sono azioni che, considerate singolarmente, appartengono da sempre al lessico sportivo, ma che riunite delineano una differente idea di atleta: di essere umano in grado di cogliere sollecitazioni diverse e adattare continuamente il proprio corpo.
Un territorio che adidas sta esplorando con crescente attenzione, non soltanto attraverso esperienze come Hybrid Hub Roma e il precedente progetto milanese Hybrid Hotel, ma anche sostenendo direttamente la cultura competitiva della disciplina, attraverso la partnership ufficiale con ATHX, il format internazionale che mette in relazione running e strength training all’interno della stessa competizione. L’appuntamento romano si inserisce quindi all’interno di una visione più ampia, che vuole accompagnare l’evoluzione dell’hybrid training progettando prodotti, contesti ed esperienze capaci d'interpretarne le esigenze contemporanee. È da questa stessa ricerca che nasce la nuova Adizero Dropset Pro, protagonista dell’evento romano e presentata nelle varianti Solar Turbo e Lucid Pink. Una scarpa pensata per rispondere alla natura di questa disciplina, in cui il corpo deve transitare, spesso nel giro di pochi istanti, dalla spinta della corsa alla stabilità del sollevamento pesi. adidas ha affrontato questa dicotomia facendo convergere due genealogie progettuali differenti: da un lato la leggerezza e la vocazione alla velocità della famiglia Adizero; dall’altro la stabilità e il controllo che definiscono il DNA della linea Dropset.
Grazie alla Go Full Hybrid Experience la scarpa ha accompagnato i partecipanti dal try-on personalizzato, realizzato per individuare il fit più appropriato, fino alla prova immediata sul terreno dello Stadio dei Marmi, per un test collettivo dove oltre duecento tra atleti, creator e membri delle principali community di hybrid training italiane hanno attraversato un circuito ispirato alle logiche delle competizioni internazionali. Un Training Hub a cielo aperto, in cui adidas è riuscita a reinterpretare la funzione di uno spazio storicamente consacrato alla rappresentazione di discipline antiche, rendendolo luogo atto ad ospitare una nuova pratica sportiva e la sua community. Attraverso la lente di RiseUp Duo e le testimonianze di Camilla Massa ed Eugenio Bianchi, coach e atleti adidas, riviviamo questa speciale serata romana.








L’hybrid training nasce dall’incontro tra qualità atletiche differenti che, tradizionalmente, appartengono a mondi separati. Che cosa rappresenta per voi questa disciplina e, andando ancora più in profondità, quale nuova idea di atleta pensate stia contribuendo a definire?
Eugenio Bianchi: “Fin dal primo giorno in cui ho iniziato a praticarlo, l’hybrid training ha rappresentato per me l’idea stessa di completezza atletica. In fondo, gli atleti di moltissime discipline si allenano già da tempo lavorando su qualità differenti, perché forza e potenza, per esempio, possono sembrare concetti molto simili, ma vengono sviluppate attraverso modalità diverse. A queste si aggiungono la resistenza e tutta una serie di capacità che, insieme, determinano quanto un atleta possa essere performante all’interno della propria disciplina. Quello che cerchiamo di fare è trovare un equilibrio tra tutte queste componenti. L’atleta ibrido, oggi, occupa una posizione nuova all’interno del panorama sportivo. E credo che questa sia precisamente l’essenza dell’essere “hybrid”: non specializzarsi eccessivamente in un’unica qualità, ma cercare di costruire il maggior grado di completezza possibile. Naturalmente, per riuscirci serve tempo. E quel tempo deve essere distribuito in maniera intelligente all’interno della preparazione, perché allenare qualità differenti richiede costanza, programmazione e attenzione.”
Camilla Massa: “È una domanda che mi tocca particolarmente, perché la mia storia personale è piuttosto atipica. Sono diventata atleta professionista dopo i trent’anni e dopo aver avuto tre figlie, quindi attraverso un percorso che, per molti aspetti, credo racchiuda perfettamente ciò che rappresenta l’hybrid training. È una disciplina che, secondo me, sta contribuendo a definire una tipo di atleta più longevo. Rispetto ad altri sport, infatti, troviamo professionisti che raggiungono livelli molto alti anche in età più avanzata, e questo permette anche a chi comincia più tardi di sentire ancora quel fuoco, quella spinta competitiva nel mettersi alla prova. Ma credo ci sia anche un altro aspetto molto importante. L’hybrid training e le competizioni hybrid permettono a chi ha perso un po’ di contatto con il fitness o con lo sport, nel corso degli anni, di tornare ad allenarsi, di ritrovare una dimensione agonistica: non soltanto contro gli altri, ma anche e soprattutto con sé stesso. Quindi sì, penso che stia emergendo un’idea di atleta sicuramente indirizzata alla longevità, ma anche all'inclusività. In generale, uno sport molto più aperto a tutti.”





Lo Stadio dei Marmi è un luogo profondamente simbolico. Che effetto vi ha fatto sapere che avreste affrontato un circuito di hybrid training proprio qui, in questo contesto, dove una pratica così contemporanea ha potuto dialogare con uno degli scenari monumentali della cultura sportiva italiana?
Eugenio Bianchi: “Essere qui oggi, per me, è sicuramente motivo di grande orgoglio. Questo stadio è legato alla figura di Pietro Mennea, che una volta disse qualcosa che mi è rimasto particolarmente impresso: se avesse potuto riguardare tutte le migliaia di ore trascorse ad allenarsi e ricominciare da capo, avrebbe cercato di allenarsi ancora di più. Per me quella frase racconta perfettamente la dedizione. È come dire: ho fatto tantissimo, eppure continuo ad avere la sensazione che non fosse abbastanza. È qualcosa in cui mi riconosco molto. Ho quarant’anni, e ogni giorno continuo a chiedermi: ho fatto abbastanza nella mia vita? Avrei potuto fare di più? Mi ritrovo ancora oggi a rimettermi continuamente in discussione. Oggi cerco, in un certo senso, di fare più di quanto facessi quando ero giovane e avevo un potenziale fisico enorme, nonché molto più tempo davanti a me. Andando avanti con gli anni, ti rendi conto che il rapporto con lo sport cambia profondamente. Se continui a praticarlo fino a un’età più matura, inizi a percepire quanto quella relazione evolva dentro di te. Per questo essere qui oggi, in questo luogo, e ripensare alle parole di Mennea mi fa sentire nel posto giusto, nel momento giusto e all’interno del contesto giusto. Anche perché l’hybrid training riflette perfettamente questa filosofia: devi allenarti, ma devi anche essere disposto ad allenarti molto. Richiede tempo, proprio perché devi lavorare su discipline e capacità differenti. Naturalmente ognuno lo fa al proprio livello, ma bisogna esserne consapevoli: allenarsi seriamente per questo sport richiede tempo e dedizione.”
Camilla Massa: “In qualche modo parla di l’evoluzione: di ciò che stiamo vivendo non soltanto nello sport, ma più in generale nella cultura contemporanea. Trovo che sia un’immagine molto forte di cambiamento: qualcosa che appartiene a una tradizione più classica, più storica, può entrare in relazione con ciò che è nuovo, senza perdere il proprio valore. Un linguaggio più classico, quindi, che oggi può essere messo in dialogo con una pratica contemporanea come l’hybrid training. Proprio dall’incontro tra queste due dimensioni, secondo me, può nascere qualcosa di bello, di nuovo e soprattutto accessibile a tutti.”



Essere protagonisti di adidas Hybrid Hub significa anche prendere parte a un progetto attraverso cui adidas sta scegliendo di sostenere e contribuire alla crescita dell’hybrid training. Quanto è importante, per te, che un brand con questa storia investa così tanto nella costruzione di una cultura, di eventi e di una community attorno a questo movimento?
Eugenio Bianchi: “È molto importante vedere realtà come adidas avvicinarsi a questo mondo con un lavoro così articolato alle spalle. Uno sport come questo è stato considerato, soprattutto agli inizi, quasi una moda. E le mode possono anche generare grandi numeri, ma i numeri, da soli, non bastano a costruire qualcosa che rimanga nel tempo. Puoi essere fortissimo oggi e scomparire domani. Quando invece vedi entrare in questo movimento realtà strutturate, che non sono solo brand di abbigliamento, ma organizzazioni composte da persone competenti, da professionalità differenti, e guidate da una visione più ampia, allora inizi a percepire qualcosa di diverso. Si comincia a creare una community. E, alla fine, ciò che permette a uno sport o a un intero movimento di restare in piedi nel tempo è proprio la comunità che riesce a costruirsi attorno ad esso. Sento che si sta formando una community molto forte, alimentata sia dagli eventi hybrid e dalle competizioni, che da brand come adidas, che stanno creando occasioni concrete per mettere insieme le persone. Persone che provano piacere nell'allenarsi insieme e nel condividere non soltanto il risultato, ma anche il percorso necessario per raggiungerlo. Ed è un aspetto fondamentale, anche se spesso viene dato per scontato. Perché lo sport è soprattutto allenamento. La gara rappresenta un momento più soggettivo: ognuno la affronta per sé stesso, ognuno prepara il proprio risultato. Ma prepararsi all’interno di una community è qualcosa di completamente diverso rispetto a fare tutto da soli. Ti senti realmente parte di qualcosa. Ed è una sensazione molto forte che, soprattutto all’interno dell’universo adidas, si percepisce in maniera evidente.”
Camilla Massa: “È un movimento che esiste ormai da alcuni anni, ma il fatto che brand importanti come adidas non si limitino a interessarsene, bensì decidano realmente di investire nello sport, nelle persone e negli atleti, rappresenta per me una conferma molto forte del fatto che oggi questo movimento abbia acquisito una propria identità. Io faccio parte di questo mondo da cinque anni, dai suoi inizi, e ho avuto la possibilità di osservare in prima persona la sua evoluzione. All’inizio esistevano soprattutto gli eventi. Oggi, invece, possiamo realmente parlare di uno sport. E il fatto che sia diventato così rilevante, al punto da attirare l’attenzione e l’investimento di brand di questa portata, significa che ha costruito una cultura e una comunità sufficientemente forti per resistere nel tempo. Personalmente sono profondamente grata ad adidas, perché il suo supporto mi permette di viaggiare, di competere in diverse parti del mondo e di avere accanto un partner che crede realmente negli atleti. E non è affatto una cosa scontata.”





Al di là della performance e del risultato individuale, eventi come adidas Hybrid Hub nascono anche come esperienze collettive. Quale sensazione, messaggio o consapevolezza vorresti che le persone portassero con sé dopo aver attraversato questo circuito e condiviso una serata come questa?
Eugenio Bianchi: “Credo che la cosa più importante da trasmettere a chi partecipa a un evento come questo sia la consapevolezza che dietro tutto ciò esiste una volontà forte di costruire una community fatta, prima di tutto, di persone. Un brand come adidas, per esempio, non avrebbe necessariamente bisogno di organizzare eventi di questa portata. Potrebbe utilizzare il marketing, i social o moltissimi altri strumenti. Invece ha scelto di investire direttamente sulle persone. Ed è proprio questo che, secondo me, rende l’esperienza particolarmente significativa. Io oggi sono qui come atleta e rappresento, in un certo senso, un tipo di figura che, prima o poi, vivrà inevitabilmente un momento di passaggio: perché la carriera sportiva ha dei cicli. All’interno dello stesso spazio e dello stesso evento, posso condividere l'esperienza con tantissime persone che praticano sport a livelli completamente differenti. Dall’amatore che ha iniziato da poco, a chi possiede già un’esperienza maggiore, fino al semiprofessionista e al professionista vero e proprio. Qua convivono tutti. Ed è qualcosa che non è affatto scontato. Ho praticato altri sport e so bene quanto sia difficile che un atleta alle prime armi possa trovarsi nello stesso ambiente di un professionista. Qui, invece, accade qualcosa di diverso. Le distanze si riducono, i livelli si incontrano e persone molto differenti finiscono per condividere lo stesso spazio e lo stesso allenamento. Ed è precisamente questo, per me, a rendere una giornata come quella di oggi davvero speciale.”
Camilla Massa: “Credo che questo sport sia costituito, per una parte enorme, proprio dalla community. Non c’è soltanto l’evento e non c’è soltanto l’allenamento che lo precede. C’è soprattutto una comunità fatta di persone che condividono un percorso. Ho sempre pensato che lo sport rappresenti uno dei pochi momenti in cui puoi davvero dedicarti a te stessa senza dover necessariamente pensare agli altri. Per questo spero che le persone qui presenti possano riscoprire quel genere di fuoco competitivo. E, soprattutto, spero che possano riscoprire il valore di dedicare del tempo al proprio corpo e al proprio benessere. Con il passare degli anni, soprattutto nella vita adulta, tra lavoro, famiglia, figli e responsabilità quotidiane, è molto facile perdere progressivamente spazio personale. Lo sport, invece, è fondamentale. Ti costringe a tornare a concentrarti su te stessa, sul tuo corpo, sulla tua salute e sul tuo benessere. E credo che oggi questo sia più importante che mai.”





A LINE THAT CONNECTS | OFFTRAIL EXPEDITION
The North Face e la nuova OFFTRAIL ULTRA ci hanno portato sull’Alpe di Fellaria, dove abbiamo avuto modo di vivere un’esperienza in grado di far dialogare le suggestioni storiche della Trans-Antartica e della sua matrice umana con un presente fatto di esplorazione condivisa, terreni imprevedibili e, soprattutto, necessità di trovare una linea: tanto individuale, quanto comune. La voce di Alberto Gagno, The North Face Senior Category Manager - Footwear, Equipment, Accessories, e le riflessioni di Marco Del Vecchio descrivono questa significativa spedizione.




01 | La Trans-Antartica
“Volevamo creare una scarpa che desse ai runners la sicurezza necessaria per affrontare terreni imprevedibili, anziché evitarli. L’obiettivo era aiutare gli atleti a muoversi in modo naturale e intuitivo in montagna, sia sui sentieri e sulla roccia, che su terreni misti. L’adattabilità era al centro del progetto. Il terreno montano è in continua evoluzione, quindi ci siamo concentrati sull’offrire un equilibrio tra trazione, stabilità, protezione e comfort. Ogni caratteristica fondamentale è stata progettata per aiutare gli atleti a mantenere sicurezza man mano che le condizioni cambiano nel corso di un’avventura.” Alberto Gagno, The North Face Senior Category Manager - Footwear, Equipment, Accessories
Nel 1989, in un periodo storico ancora profondamente segnato dalle divisioni politiche e dalle tensioni della Guerra Fredda, sei esploratori provenienti da sei nazioni diverse decisero di intraprendere una delle spedizioni più ambiziose mai affrontate in Antartide: attraversare a piedi e con l'ausilio di slitte oltre 6.000 chilometri di continente, in un viaggio che avrebbe richiesto 220 giorni e che li avrebbe portati a confrontarsi con temperature fino a -50 °C e venti sostenuti, in grado di raggiungere i 70 km/h.
La Trans-Antarctica Expedition rappresentava un'impresa fisica di proporzioni straordinarie, ma la sua portata andava ben oltre la distanza percorsa o le condizioni estreme affrontate dal gruppo, perché a renderla realmente significativa era il fatto che sei persone provenienti da Paesi, culture e contesti differenti avessero scelto di mettere in comune competenze e capacità per perseguire un unico obiettivo, proprio in un momento in cui il mondo sembrava andare nella direzione opposta.
Le differenze che sulla terraferma potevano assumere un significato politico o culturale diventavano improvvisamente secondarie rispetto alla necessità di collaborare, perché in un ambiente così estremo nessuno poteva permettersi di affrontare l'incertezza contando esclusivamente sulle proprie capacità.
È proprio questo principio, più ancora dell'idea di attraversare un territorio inesplorato, a rappresentare il punto di partenza di OFFTRAIL EXPEDITION, l'esperienza che The North Face ha portato all'Alpe di Fellaria a più di trent'anni di distanza da quella spedizione. Se la Trans-Antartica aveva messo sei esploratori davanti alla necessità di trovare una direzione comune in uno degli ambienti più ostili del pianeta, ai piedi del ghiacciaio Fellaria la sfida viene riproposta in una dimensione diversa, più accessibile, ma costruita intorno allo stesso concetto: non esiste una linea prestabilita e, per trovare la propria strada, bisogna imparare a leggere il territorio, adattarsi alle condizioni… Soprattutto, affidarsi alle persone che condividono il percorso.




02 | L'esperienza a Fellaria
“I luoghi influenzano senza dubbio il design dei prodotti. Ambienti come le Alpi ci hanno aiutato a comprendere le sfide che gli atleti devono affrontare, dai massi instabili ai terreni ripidi e tecnici. Queste condizioni reali hanno influenzato direttamente le prestazioni e le caratteristiche di protezione della scarpa”. Alberto Gagno, The North Face Senior Category Manager - Footwear, Equipment, Accessories
L'Alpe di Fellaria è un luogo particolarmente adatto a questo tipo di esperienza, perché il paesaggio cambia continuamente e obbliga a modificare il proprio modo di muoversi. Ai piedi del ghiacciaio, la montagna alterna sassaie tecniche, dove ogni appoggio richiede attenzione, a distese di verde attraversate da torrenti e corsi d'acqua, creando una successione di superfici e situazioni che rende impossibile affidarsi a un'unica strategia. È un ambiente in cui la linea più evidente non è necessariamente quella più adatta: un luogo dove osservare ciò che si ha davanti diventa importante quanto la capacità di affrontarlo fisicamente.
L'esperienza comincia con l'avvicinamento in montagna e con la costruzione del Base Camp, che per due giorni diventa il nostro punto di riferimento. Ci vengono consegnati tende e sacchi a pelo e, prima di entrare nel vivo dell'esplorazione, Davide Barone ci presenta la nuova OFFTRAIL ULTRA, raccontandoci la filosofia e le caratteristiche di una scarpa pensata per affrontare proprio quei terreni in cui il sentiero lascia spazio a una superficie più irregolare e imprevedibile.
La sera, quando il campo si raccoglie e la luce comincia a lasciare spazio al buio, la montagna assume un'altra forma. Dopo una giornata trascorsa all'aperto, il corpo avverte la stanchezza e il freddo dell'alta quota diventa più presente, mentre all'interno delle tende lo spazio si restringe e le persone iniziano inevitabilmente a condividere qualcosa di più della semplice attività che li ha portati fin lì. Si parla, si ripercorrono i momenti della giornata, si scherza e ci si prepara al giorno successivo, ma soprattutto si crea quella familiarità che in condizioni normali avrebbe richiesto molto più tempo, perché dormire in tenda in montagna significa condividere una situazione essenziale: uno spazio dove le differenze tra persone che solo fino a poche ore prima erano sconosciute diventano via via meno importanti.
La mattina successiva, accompagnati da una guida alpina, iniziamo a esplorare il territorio attraverso un'attività di squadra organizzata da Crusher Running, che ci porta a confrontarci con un percorso privo di una linea già definita. La direzione deve essere scelta, discussa e modificata in funzione del terreno, e proprio questa libertà obbliga il gruppo a comunicare continuamente, perché non è sufficiente che una singola persona trovi la propria soluzione: è necessario che quella soluzione possa funzionare per tutti.
È in questi momenti che diventa evidente quanto velocemente una squadra possa formarsi. Qualcuno individua un passaggio più semplice, qualcun altro si accorge che una determinata direzione potrebbe essere poco conveniente, mentre chi procede più lentamente viene naturalmente sostenuto dagli altri. Non perché esista una gerarchia all'interno del gruppo, ma perché il raggiungimento dell'obiettivo dipende dalla possibilità di arrivare insieme.
La montagna rende molto concreta una dinamica che nella vita quotidiana può rimanere astratta: collaborare significa anche rinunciare, quando serve, al proprio ritmo per permettere a qualcun altro di mantenere il proprio. In questo senso, l'esperienza di The North Face, riprende in scala diversa quello che la Trans-Antartica aveva reso necessario oltre trent'anni prima. Anche qui persone con esperienze differenti devono imparare a fidarsi l'una dell'altra, a riconoscere le capacità degli altri e ad accettare che la soluzione migliore possa emergere dal confronto piuttosto che dalla decisione del singolo. La differenza è che non ci troviamo davanti a una spedizione di mesi attraverso un continente, ma il meccanismo umano rimane sorprendentemente simile.
C'è, poi, un altro elemento che rende l'esperienza particolarmente significativa: il luogo stesso. Il ghiacciaio del Fellaria non è soltanto lo sfondo spettacolare della spedizione, ma un ecosistema fragile, che rende impossibile parlare di esplorazione senza parlare anche di responsabilità. Muoversi ai suoi piedi, attraversare i torrenti che scendono dalla montagna e osservare da vicino un ambiente così delicato porta inevitabilmente a interrogarsi sulla possibilità di continuare a vivere e frequentare questi territori senza comprometterne l'equilibrio.
La tutela del ghiacciaio e dell'ambiente circostante diventa quindi parte dello stesso discorso che attraversa tutta l'esperienza: così come per affrontare una spedizione è necessario imparare a considerare le esigenze degli altri membri del gruppo, allo stesso modo esplorare un territorio significa riconoscere che non ci appartiene e che la nostra presenza deve necessariamente confrontarsi con la sua fragilità. La possibilità di correre, camminare e scoprire questi luoghi dipende anche dalla capacità di proteggerli, riducendo il nostro impatto e sviluppando una relazione con la montagna che non sia soltanto quella di chi la attraversa, ma anche di chi ne riconosce il valore e la necessità di conservarla.




03 | Trovare la propria linea
“Il feedback degli atleti diventa prezioso quando riceviamo costantemente lo stesso messaggio da diversi tester e in contesti diversi. Per Offtrail Ultra, gli atleti hanno ribadito il desiderio di maggiore sicurezza e precisione sui terreni tecnici, aspetto che è diventato un punto chiave durante tutto lo sviluppo. Stiamo assistendo a un numero crescente di atleti che sfumano i confini tra corsa, alpinismo ed esplorazione. Offtrail Ultra riflette questa evoluzione. È stata progettata per chi vuole spingersi oltre i sentieri tradizionali e crediamo che questa mentalità debba continuare a influenzare il futuro delle calzature The North Face.” Alberto Gagno, The North Face Senior Category Manager - Footwear, Equipment, Accessories
La OFFTRAIL ULTRA di The North Face ci ha accompagnato attraverso un ambiente tecnico e selvaggio, dalla roccia alle superfici più morbide e irregolari, permettendoci di vivere il territorio senza mai perdere il contatto con il terreno. Ma il vero valore dell'esperienza è stato scoprire quanto possa cambiare il nostro modo di affrontare una sfida quando smettiamo di ragionare come singoli e iniziamo a farlo come gruppo. È questo il filo che unisce Fellaria alla Trans-Antartica del 1989: persone diverse, un obiettivo comune e la necessità di trovare insieme una direzione.
Forse è proprio questo il significato più profondo di OFFTRAIL: trovare una strada propria senza dimenticare che, molto spesso, la direzione migliore è quella che riesce a comprendere tutti e che lascia il luogo attraversato il più possibile intatto.




II Sebago Rowing Cup | On Rowing and Future Legacy
A Torino, abbiamo ritratto una celebrazione del canottaggio, della sua preziosa, stratificata cultura e del suo avvenire: un inno composto da studenti-atleti di prestigiosi atenei internazionali, che tra le onde del Po hanno unito la propria arte sportiva a Sebago
Un flusso. Di corpi che spingono all’unisono. Di fasce muscolari fuse nel ritmo e nel gesto. Di accostamenti cromatici che contengono tradizioni ultracentenarie e, allo stesso tempo, vestono il futuro di una disciplina eterna. Il canottaggio lascia sempre sbalorditi. Nel cuore di Torino, poi, non può che incantare. La Sebago Rowing Cup è tornata tra le onde del Po, traducendo in estasi sportiva l’ethos di un brand radicato nella cultura acquatica, come Sebago, e dando una piattaforma d’eccezione ai talenti remieri di alcuni tra gli atenei più rilevanti nel panorama internazionale. Da Oxford ai Paesi Baschi. Da Roma ad Amburgo.
Una competizione, come richiede l’anima stessa del canottaggio, in questo caso scandita da otto con ed equipaggi misti. Soprattutto, una celebrazione dello spirito insito in questa nobile arte sportiva. Sia esso inteso da un punto di vista estetico, comunitario o, ancora, puramente formativo. Capisaldi, tutti, di una dimensione atletica che fa dello sforzo condiviso e della responsabilità individuale le proprie matrici, e di un identitario codice stilistico il proprio manifesto globale.
Raccontano tutto ciò le testimonianze di Theodore Siri | University of Oxford, Matilde Paoletti | LUISS e Oscar Krause | University of Hamburg (vincitore dell’evento, insieme al suo equipaggio): atleti-studenti in grado di riconoscere ed elevare gli infiniti significati del canottaggio che è stato, che è, e che continuerà ad essere.







Theodore Siri | University of Oxford
“Mi sono avvicinato al canottaggio solo di recente. Da ragazzo non ero particolarmente sportivo. Non avevo una grande coordinazione occhio-mano, non ero bravo a calcio, né in altre discipline. Poi sono arrivato all’Università di Oxford, dove il canottaggio è ovunque. Tutti hanno la possibilità di salire in barca ed allenarsi, dai livelli più bassi fino agli atleti di vertice, e abbiamo la fortuna di poter contare su allenatori estremamente preparati.
Mi sono innamorato del canottaggio per la sua assoluta linearità. Più ti alleni, più migliori. La tecnica esiste, naturalmente, ma si può imparare. Alla fine, moltissimo dipende dalla capacità di dedicarsi completamente a ciò che si sta facendo. Nel canottaggio non esistono stelle. Sulla barca siamo in otto e ciò che cerchi di fare è, semplicemente, diventare parte di un unico ingranaggio. Nessuno può trascinare tutti gli altri. Nessuno può decidere di andare per conto proprio. Bisogna fare la stessa cosa, insieme. Non credo esista un altro sport di squadra paragonabile al canottaggio.
Forse è anche per questo che si creano legami così forti. Devi essere incredibilmente vicino alle persone con cui voghi. A Oxford arrivano da ogni parte del mondo: Stati Uniti, Australia, Italia, Germania, da tutta Europa… Con il tempo, si creano amicizie che durano una vita. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde ci svegliamo alle cinque del mattino, sei giorni alla settimana, viaggiamo insieme sui minibus per poi ritrovarci a remare nel buio. D’inverno, usciamo dall’acqua mentre sorge il sole, dopo esserci allenati senza vedere nulla, se non una luce davanti ed una alle spalle, con i ghiaccioli che pendono dalle barche e un freddo tremendo… In quel contesto, continui semplicemente a remare. E quando attraversi tutto ciò insieme ad altri, nasce un legame raro. Non c’è niente di simile.
Il canottaggio finisce per dare forma anche a tutto ciò che accade fuori dalla barca. Ti svegli alle cinque, cinque e mezza, ti alleni e sai che la sera dovrai allenarti di nuovo. Quei momenti diventano l’inizio e la fine della tua giornata. Tutto il resto deve trovare spazio nel mezzo. Per me, quello spazio è occupato dalla filosofia politica. Per questo, quasi tutte le sere, alle otto e mezza sto già dormendo.
C’è una cifra degli sport endurance che si trasferisce nella vita accademica. Lavori duramente e, cosa ancora più importante, impari a lavorare duramente. Il canottaggio ti dà uno scopo ogni giorno. Sai verso cosa ti stai dirigendo. Hai un obiettivo e devi lavorare per raggiungerlo. Credo che, in questo senso, il rapporto tra canottaggio e università sia profondamente simbiotico. Ti impegni duramente per l’università e ti impegni duramente per il canottaggio: in qualche modo, una cosa rende possibile l’altra. Qualunque tipo di stress tu abbia, inoltre, puoi riversarlo nell’attività sportiva stessa.
Passiamo moltissimo tempo a sviluppare la condizione fisica sul remoergometro, ma l’arte del canottaggio è fatta di tecnica, spirito e, soprattutto, mentalità. Contro Cambridge gareggiamo su 6,8 chilometri. Puoi iniziare a sentire del dolore dopo appena 500 metri, e da quel momento in poi devi trovare il modo di attraversare tutto ciò che rimane. È lì che la squadra diventa essenziale. Continui perché sai che la persona dietro di te continuerà, e lei continua perché sa che farà lo stesso chi c’è alle sue spalle. Diventa fiducia. Sicurezza reciproca. Una mentalità condivisa da tutta la barca.
Il canottaggio è fatto di unità. Un colpo di remo dopo l’altro. Ogni due o tre secondi devi prendere una nuova decisione. Hai abbastanza tempo per stare lì e pensare: bene, devo farlo ancora una volta. Solo un’altra. E poi un’altra ancora. Se continui così, prima o poi arriverai alla fine con i tuoi compagni. Ancora una volta, tutto questo crea legami umani profondi, e molto ampi. A Oxford ti senti connesso con chi ha fatto parte del club negli anni attuali e recenti, ma anche con chi remava per l’ateneo cinquanta o sessant’anni fa. Tornano tutti a trovarci. Sono al nostro fianco. E prima o poi saremo anche noi parte della stessa eredità.
Al canottaggio è legata anche una cultura visiva molto definita. In Gran Bretagna la puoi respirare in modo particolare durante la Henley Royal Regatta. In generale, lo stile occupa un posto estremamente rilevante nel canottaggio: credo che questo sport possieda una sua eleganza intrinseca. Trovo qualcosa di speciale nella possibilità di far convivere lo stile e la tradizione propri del canottaggio con una progressiva apertura dello sport a più persone. L’identità visiva è anche uno dei modi attraverso cui generazioni diverse possono riconoscersi e fondersi tra loro. Incontri qualcuno che indossa il blazer del tuo club, in qualsiasi parte del mondo, e immediatamente nasce una connessione. Ti senti parte di una comunità che possiede un’identità visiva, oltre che una solida cultura.
E quella comunità è molto più grande di Oxford. Essere a Torino e gareggiare con equipaggi provenienti da tutta Europa ci offre qualcosa che viviamo raramente, perché normalmente competiamo contro squadre britanniche. Qui, grazie al supporto di Sebago, abbiamo la possibilità di conoscere la cultura del canottaggio al di fuori della Gran Bretagna, incontrare persone provenienti da altri luoghi, confrontarci con loro e poi gareggiare insieme. Anche vogare in equipaggi misti è qualcosa d’insolito per noi. A Oxford uomini e donne fanno parte dello stesso club, ma normalmente si allenano e gareggiano separatamente. Ritrovarsi qui, sulla stessa barca, permette al club di mostrarsi unito in un modo alternativo.
E poi c’è semplicemente il Po. È bellissimo. Noi ci alleniamo vicino a Oxford e trascorriamo molto tempo a Londra, perché è lì che si disputa la Boat Race. Londra è frenetica. Ci sono barche ovunque, onde, movimento continuo... In questa fetta di Torino, invece, il verde accompagna il fiume lungo entrambe le sponde. La differenza è forte, e si sente.”





Matilde Paoletti | LUISS
“Ho iniziato a fare canottaggio grazie al progetto Remare a Scuola. Ero alle medie quando sono stata reclutata dai miei allenatori: ci fecero provare il remoergometro e scelsero coloro che mostravano più potenzialità. Probabilmente, non avrei avuto modo di conoscere il canottaggio se non fosse stata per quell’occasione. Mi è piaciuto subito stare all’aria aperta, essere continuamente a contatto con tanti ragazzi e ragazze della mia età, avere la possibilità di mettermi in gioco. Poi, giorno dopo giorno, ho imparato ad apprezzare sempre più la disciplina. Adesso, le mie giornate sono fatte di canottaggio: mi alleno due volte al giorno, tutti i giorni. La domenica una volta sola.
Il mio obiettivo, fin da piccola, è arrivare alle Olimpiadi. Attualmente, faccio parte della Nazionale Under 23. All’interno di università come la LUISS, puoi costruire percorsi differenti: alcuni atleti remano direttamente con la squadra dell’università, mentre altri, come me, continuano ad allenarsi con i rispettivi club di appartenenza. Seguo una preparazione diversa, perché durante l’estate l’obiettivo è entrare in Nazionale e rappresentare l’Italia: indossare la divisa Azzurra.
Secondo me, ogni sport è una forma d’arte. A maggior ragione il canottaggio, perché si svolge in un ambiente bellissimo, all’aria aperta, sull’acqua: che sia un lago, un fiume o il mare... Soprattutto, perché è una disciplina che mette in mostra il movimento, la sincronia, e anche solo per questo rimanda ad un qualcosa di artistico. A differenza di molti sport moderni, poi, il canottaggio possiede una tradizione centenaria. In Italia magari non è diffuso quanto in altri Paesi, dove esiste una grande cultura legata ai college e alle barche lunghe. Ma anche noi abbiamo una storia importante, in particolare nelle barche corte, e oggi stiamo cercando di sviluppare sempre più anche il canottaggio femminile.
Sono molto orgogliosa di essere una studentessa-atleta. La LUISS mi supporta molto in questo percorso, anche perché mi sono trasferita nel Nord Italia proprio per potermi dedicare completamente al canottaggio. Riuscire a bilanciare le due dimensioni è fondamentale e credo che lo sport sia anche un ottimo modo per imparare a organizzarsi meglio nello studio e portare avanti parallelamente una dual career.
Molti coetanei che non remano mi raccontano che fare un’ora di sport, magari due o tre volte alla settimana, li aiuta a staccare dall’intensità dello studio universitario. A me viene da sorridere, perché nel mio caso accade esattamente il contrario. Allenandomi due volte al giorno, è lo studio a diventare il momento in cui stacco dallo sport. Mi è sempre piaciuto studiare, quindi considero il tempo che dedico a giurisprudenza come una forma di focus mentale: un modo per continuare ad allenare la testa.
Naturalmente ci sono dei sacrifici da fare. Non userei il termine rinunce, perché sono scelte che prendo volentieri. Di certo, però, non puoi permetterti di andare a dormire alle undici tutte le sere. Normalmente vado a letto intorno alle nove, nove e mezza, e mi sveglio presto. Riesco comunque a mantenere una vita sociale: anzi, uno degli aspetti più belli del canottaggio è proprio la possibilità di creare amicizie. Ci frequentiamo molto tra noi atleti/e: ci alleniamo insieme tutto il giorno e, alla fine, il cerchio di amicizie è ovviamente composto da persone che appartengono a questo mondo.
Il bilanciamento perfetto, per me, sta nell’equilibrio tra mente e nel corpo. Il talento serve, ma non basta. Servono costanza e allenamento. I risultati possono non arrivare immediatamente e bisogna essere disposti a costruirli attraverso un lavoro molto più lungo del previsto. Le gare internazionali si concentrano prevalentemente nel periodo primaverile ed estivo, ma la maggior parte del lavoro viene fatta durante l’inverno. Quando qualcuno guarda una gara vede i duemila metri, vede lo sforzo e, se tutto va bene, vede la vittoria. Ciò che non vede sono tutti i chilometri che ci sono dietro, persino quaranta al giorno, insieme al lavoro in palestra e a quello sul remoergometro. Per questo, al di là del fisico, la parte fondamentale è la mente.
E poi bisogna sentire la barca. Nelle barche lunghe, come l’otto, serve una grande sincronia con tutto l’equipaggio. Durante l’anno, io sono principalmente una singolista e credo sia essenziale sviluppare un vero e proprio feeling con la barca… Un’affinità che ti porta ad autocorreggerti. Prima di tutto, voglio essere io la giudice più severa di me stessa. Dopodiché, naturalmente, mi confronto di continuo con gli allenatori, che possono offrirmi uno sguardo esterno. Ormai, però, ho imparato così tanto a conoscere il mio corpo e la barca da comprendere subito quando qualcosa funziona e quando invece non funziona.
Negli ultimi anni ho iniziato a gareggiare anche nelle barche miste. È una specialità che apprezzo molto. Creare un giusto connubio non è sempre semplice: i ragazzi hanno leve più lunghe, sono più forti, quindi trovare un equilibrio nelle spinte e nella lunghezza della remata può essere complicato. Ma si crea un bellissimo clima. Quest’anno ho vinto il bronzo agli Europei Under 23 nell’otto misto e mi auguro che questa specialità continui a trovare spazio nelle competizioni.
Anche per questo sono felice di essere qui a Torino. È una città che ho scoperto proprio grazie al canottaggio e alla quale, ormai, sono affezionata. In questi spazi, ritrovo molto della tradizione storica del nostro sport. Ci sono equipaggi differenti, persone che praticano il canottaggio soltanto a livello universitario e altre che lo fanno agonisticamente, squadre provenienti da realtà diverse... C’è un ambiente internazionale e, soprattutto, una voglia reciproca di mettersi in gioco. Sono felice di rappresentare la LUISS, anche perché l’università mi sta permettendo di continuare il mio percorso sportivo al meglio, attraverso il progetto LUISS Top Athlete.
Sono altrettanto felice che un brand come Sebago supporti un evento che punta i riflettori sul canottaggio, perché si tratta di uno sport che deve ancora raggiungere la piena visibilità presso il grande pubblico. La dimensione estetica è sicuramente una chiave importante, di cui sono molto appassionata: vedere tutti gli equipaggi vestiti allo stesso modo restituisce sempre un’immagine elegante, molto legata allo stile che appartiene a questo mondo. Spero che possano esserci molti altri eventi di questo tipo.”





Oscar Krause | University of Hamburg
“Credo di essermi innamorato del canottaggio più di una volta. La prima avevo dodici anni. Non ero particolarmente bravo a calcio o negli altri sport che praticavano tutti, e il canottaggio è diventato semplicemente un posto in cui potevo sentirmi a mio agio. A quell’età partivamo tutti da zero e scoprii di essere portato. Mi offriva uno spazio in cui potevo mettermi alla prova.
Poi, mi sono innamorato del canottaggio una seconda volta, dopo essermi preso una pausa dagli allenamenti ad alta intensità. Allora, ho capito che il progresso non procede sempre in avanti. Non segue una linea costantemente ascendente. Se vuoi migliorare, devi dedicarti davvero a ciò che fai. Questo ha modificato il significato che il canottaggio aveva per me. Non si trattava più, solamente, di un luogo in cui potevo vincere delle medaglie. Era diventato un luogo in cui dovevo lavorare duramente e imparare la disciplina.
Ho sempre trovato il canottaggio incredibilmente affascinante dal punto di vista estetico. Da piccolo, guardavo tantissimi video delle gare. Attorno ai circoli remieri, poi, esiste una cultura fortissima: le sedi dei club, le persone, tutto ciò che li circonda... In qualche modo, vivi la sensazione di avere una casa. Quel tipo di dimensione estetica ti fa sentire a tuo agio, apprezzato, parte di qualcosa di più grande di te. E, naturalmente, quando remi su una barca insieme ad altre persone, sei letteralmente parte di qualcosa di più grande. Quando lo osservi dall’esterno, c’è qualcosa di estremamente appagante in un equipaggio che si muove all’unisono. E puoi percepire lo stesso tipo di bellezza anche all’interno della barca: nel ritmo, nel colpo di remo, nell’ampiezza del movimento.
Il canottaggio ha senza dubbio plasmato anche il mio percorso accademico. Non sono sempre stato uno studente modello. Quando mio padre voleva che facessi i compiti, scappavo e mi rifugiavo nel circolo di canottaggio. Poi ho capito che, se davvero volevo raggiungere un livello importante nel canottaggio, avrei dovuto frequentare una scuola specifica… e per riuscire ad entrarci, avrei avuto bisogno di buoni voti. Così, una cosa ha cominciato a trainare l’altra. Senza il canottaggio, dubito avrei sviluppato la stessa disciplina nello studio. Questo sport mi ha insegnato la pazienza. Mi ha insegnato a lavorare per qualcosa lungo un arco di tempo molto esteso. Senza il canottaggio, non credo che sarei arrivato fin qui.
Mi aiuta anche a restare con i piedi per terra. Ci sono momenti in cui semplicemente non riesci ad esprimerti al meglio, e confrontarti con questo tipo di limite può ridimensionarti di molto. Il canottaggio è uno sport incredibilmente esigente. Nelle sessioni più dure, a volte devi semplicemente stringere i denti e superare la fatica. Quella forza mentale, alla fine, si trasferisce in tutto il resto che fai. I canottieri hanno la reputazione di saper superare periodi difficili, che si tratti del lavoro o dello studio. Naturalmente, da studente-atleta non hai lo stesso tempo libero degli altri, ma il canottaggio è anche ciò che noi consideriamo il nostro tempo libero. Non lo viviamo come un lavoro. È semplicemente parte del nostro stile di vita.
Per me, la dimensione individuale del canottaggio è importante quanto quella collettiva. Anche se è uno sport di squadra, credo che un singolo vogatore possa aiutare l’equipaggio anche attraverso una certa dose di ‘egoismo’. Devi voler diventare migliore degli altri. In allenamento, in qualche modo, sei sempre in gara con chi ti circonda. Quando tutti portano questa mentalità nello stesso ambiente, si crea una dinamica che permette a ciascuno di migliorare. Ovviamente non puoi essere troppo egoista. Servono rispetto e attenzione verso le persone che hai accanto. Ma è proprio questo equilibrio, secondo me, a definire un buon vogatore.
Representing my university is different in Germany from what I imagine it might be like at a university in the United States. Rowing isn’t particularly popular, and many people at the university probably don’t even know that these competitions are taking place. But when you come to a race like this and compete alongside Oxford and other major universities, there is a certain sense of tradition to it. You represent where you come from, and that is a great honour. It makes you want to give your best. It is like having the wind at your back.
In questo scorcio di Torino c’è un qualcosa che trasmette un naturale senso d’affinità con il canottaggio. Sono solito allenarmi anche in un circolo svizzero molto antico, profondamente legato alla tradizione: dove puoi trovare una grande clubhouse e il legno è ovunque, insieme alle medaglie e ai trofei accumulati nel tempo. In luoghi del genere, sembra che la storia finisca per raccogliersi e divenire un flusso unico. Proprio come il canottaggio, c’è qualcosa di semplicemente bello nell’osservare, nell’ammirare contesti di questo tipo.
Mi piace molto vedere un brand importante come Sebago entrare nel mondo del canottaggio, perché aggiunge un’altra dimensione a questo sport. Il canottaggio è sempre stata una disciplina piuttosto di nicchia. Mai è arrivata, davvero, sotto i riflettori. Sebago appartiene ad un mondo legato all’acqua, ai laghi, alle barche e alla cultura che li circonda. Per questo credo sia importante che entri nella dimensione sportiva attraverso il canottaggio.
Ho molti amici nel nord della Germania che si vestono molto bene e portano con sé lo stesso tipo di ‘spirito’ che vediamo oggi qui, a Torino. Diventa qualcosa che supera lo sport stesso. Diventa uno stile di vita. Io vengo da una zona dove il canottaggio non è particolarmente diffuso. Ma attraverso il canottaggio, la scuola sportiva e l’università sono entrato progressivamente in questo mondo. Poco alla volta, per me è diventato qualcosa di più di uno sport. È diventato una cultura.”





The Bridge | Il movimento connette
Esegesi di ‘The Bridge’, l’evento esperienziale voluto da adidas e Cisalfa che, in quel di Roma, ha celebrato il movimento come linguaggio universale capace di connettere sport, persone e culture diverse
Dal moto nascono tutte le altre cose, volevano gli antichi. Un assunto che mai, come oggi, trova piena corrispondenza nel ritmo globale. Nel moto inteso come ponte, tra discipline e ambiti. Soprattutto, tra esseri umani. Attorno a questo concetto, ha preso forma ‘The Bridge’, evento esperienziale plasmato da adidas e Cisalfa che ha trasformato Roma in una fucina di differenti note e interpretazioni fisiche: in un linguaggio composito, eppure unitario, ispirato dalla pratica sportiva e dai suoi infiniti punti di contatto.
Ad alternarsi, nella due giorni romana, un calcio dettato da regole avanguardistiche, punteggiato dalle nuove Predator e F50, sessioni di pilates a vocazione comunitaria, atte ad elevare il lancio della nuova collezione adidas Originals Sport, e ancora, classi e challenge di hybrid training dettate dalle ultime adidas Adizero Dropset Pro. Attorno a tutto questo vortice di movimento, il dato culturale, il racconto insito in un oggetto di culto come le LA Trainer, celebrate sulla soglia di passato e futuro.
Un’esperienza che dal moto è partita, dunque, e nella sua capacità di far nascere tutte le altre cose, così come di connettere passioni ed emozioni personali, rendendole sinfonia collettiva, ha assunto pieno, tangibile significato. A descrivere questo processo e l’intero weekend la nostra esclusiva gallery fotografica.



















ONA’s Perspectives | Gar O’rourke & Kachalka
L’ONA Short Film Festival continua ad affascinare ed ispirare l’audience che, per la 7ª edizione, tornerà sulla placida Isola di San Servolo per osservare la fusione tra settima arte, cultura sportiva, specie nella sua cadenza outdoor, e ritmi lagunari. Come Media Partner di lunga data del Festival, diamo spazio alle prospettive che lo scandiranno nelle serate tra il 10 e il 12 settembre
Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo, dove tra il 10 e il 12 settembre torna a prendere forma l’ONA Short Film Festival.
Evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui.
Come ormai da tradizione, accompagniamo questa significativa kermesse con una collana editoriale ad hoc. Protagonista di questo focus, Gar O’Rourke e il suo short film ‘Kachalka’.




Come sempre, ci piace partire da un dato che riteniamo fondativo per ogni nostro intervistato, così come per ogni regista partecipante all’ONA Short Film Festival: che rapporto hai costruito, dalla tua infanzia ad oggi, con l’immaginario sportivo? Che tipo di musa ispiratrice è stata, e continua ad essere, quella sportiva nel tuo modo di vedere il mondo?
Gar O’Rourke: “È curioso, perché credo che ciascuno possa dare una risposta molto diversa a una domanda del genere. Io, per esempio, non mi sono mai riconosciuto pienamente nel mondo dello sport. Sono stato uno skater per moltissimi anni e per definizione gli skater, soprattutto a quell’epoca, non si sentivano ‘sportivi’. Eravamo degli outsider. Lo skate richiede qualità atletiche straordinarie e, al tempo stesso, possiede una componente creativa profondissima. Per me questo è sempre stato un aspetto centrale. Ha contribuito a formare la persona che sono, il mio modo di pensare e persino la maniera in cui percepisco lo spazio. Uno skater guarda l’ambiente urbano con occhi diversi: ciò che per qualcuno possiede una funzione precisa, per te può diventare immediatamente qualcos’altro. Quando penso alle affinità tra questa attitudine e ‘Kachalka’, il legame mi appare piuttosto evidente. È una palestra costruita recuperando materiali dell’epoca sovietica, oggetti ai quali le persone hanno saputo attribuire possibilità e funzioni completamente nuove. Credo esista una parentela profonda tra questi due modi di guardare il mondo: osservare ciò che già esiste e immaginare ciò che potrebbe diventare.
Oggi, da adulto, lo sport occupa uno spazio molto importante nella mia vita. Mi alleno spesso, corro, cerco di rimanere attivo. Credo che esista una relazione intrinseca tra movimento e creatività. C’è uno slancio creativo e ce n’è uno fisico: ho sempre avuto la sensazione che tra i due esista un punto d’incontro, che l’uno possa alimentare l’altro. Detto questo, non sono mai stato particolarmente portato per gli sport di squadra. Sono sempre stato attratto da discipline individuali come l’arrampicata, il surf e, naturalmente, lo skate. Probabilmente, il massimo che posso fare in termini di squadra è giocare a padel con qualcun altro, oppure a tennis. Questa, più o meno, è la mia storia sportiva. O forse, per essere più precisi, la mia non-storia con lo sport.”
La dimensione dello storytelling visuale, invece, com’è entrata a far parte della tua vita e cosa rappresenta, per te, oggi?
Gar O’Rourke: “Il mio percorso verso lo storytelling visuale è cominciato in modo piuttosto inatteso. A scuola ero un pessimo studente. Credo di essere sempre stato creativo, ma all’epoca non ne avevo alcuna consapevolezza: pensavo semplicemente di non essere bravo negli studi. Fortunatamente, proprio perché i miei voti erano così bassi, l’accademia d’arte è stata l’unica strada percorribile. Così, mi sono trasferito a Londra per alcuni anni e ho studiato architettura del paesaggio, una scelta che, in retrospettiva e alla luce di ‘Kachalka’, assume totale coerenza. Parliamo di una disciplina che si occupa di ambienti costruiti e del modo in cui interagiamo quotidianamente con ciò che viene progettato intorno a noi. I miei studi si sono concentrati soprattutto sullo spazio pubblico: parchi urbani, piazze, luoghi della vita collettiva….
Alla fine ho lavorato come landscape architect per circa tre mesi, prima di rendermi conto che anche quella non era la mia strada. Parallelamente, però, sono sempre stato ossessionato dal fare video, soprattutto per via del mio passato nello skate. L’immagine in movimento è profondamente radicata nella skate culture. Lo skate ha un rapporto straordinario con video e fotografia, e credo che quel tipo di sensibilità sia diventata parte di me. Ho capito di voler diventare regista soltanto verso i ventiquattro o venticinque anni. A quel punto avevo già provato un numero incredibile di professioni: oltre sedici, le ho anche contate...
Ho compreso che la regia era la strada giusta per me. Non ho frequentato una scuola di cinema e, fin dall’inizio, ho realizzato progetti per ragioni molto concrete: qualcuno mi offriva l’opportunità di lavorare a una piccola produzione video, guadagnavo qualcosa e, un lavoro dopo l’altro, mi sono trovato a costruire gradualmente il mio portfolio. Se guardo ciò che ho realizzato dieci anni fa, confrontandolo con i progetti che oggi ho la fortuna di poter dirigere, rimango sorpreso. La scala delle produzioni è diventata molto più ampia e il mio lavoro ha acquisito una dimensione decisamente più artistica. Lungo tutto il percorso, però, c’è stata una costante: un entusiasmo enorme per il mestiere in sé. Che stessi filmando un matrimonio a Toronto, la comunione di una famiglia della comunità Irish Traveller, un video aziendale o uno degli innumerevoli altri progetti ai quali ho lavorato… Il fattore comune, in grado di unirli tutti, è un qualcosa di molto semplice: l’amore per il fare cinema.
Oggi ho l’enorme fortuna di poter realizzare i film che desidero davvero fare. La produzione documentaristica, in particolare, mi offre la possibilità di prendere posizione rispetto al mondo in cui viviamo, o semplicemente di offrire una mia prospettiva, senza doverlo fare in maniera troppo esplicita. Un documentario può intrattenere e, allo stesso tempo, custodire sotto la superficie qualcosa di più sostanziale: qualcosa capace di raccontare con autenticità il particolare momento storico che stiamo attraversando. È per questo che sono così legato alla produzione documentaristica, e considero un privilegio straordinario poterla praticare con continuità.
Probabilmente sono l’ultima persona alla quale chiedere consigli su come diventare regista, visto che ho trascorso circa sei anni andando in ogni direzione possibile prima di capire cosa volessi fare. Detto questo, c’è qualcosa di bello nel fatto che ‘Kachalka’ sia stato il mio primo cortometraggio e rimanga ancora oggi uno dei pochissimi che abbia realizzato. In questo film ho riversato un’enorme quantità di amore, passione… Tutto ciò che avevo. Per molti versi, ‘Kachalka’ contiene ancora le ragioni stesse che mi hanno spinto, all’inizio, a diventare regista.”


‘Kachalka’: un luogo magico, che viene descritto nello short docus come Mecca dello sport a Kiev… Come sei entrato in contatto con questo spazio unico nel suo genere? E perché hai deciso di raccontarlo?
Gar O’Rourke: “Basta guardare una sola fotografia di quella palestra per far scattare l’immediata curiosità. È un luogo fuori dall’ordinario. Era il 2018, mio fratello viveva a Kyiv e si allenava in quel contesto. Un giorno mi ha mandato un video su WhatsApp mentre era, per l’appunto, in palestra e ricordo di aver pensato: “Ma che cazzo di posto è questo?”. Sembrava trovarsi sul set di ‘Mad Max’. Sono stato folgorato dalla sua stranezza, ma anche dalla creatività racchiusa in ogni singolo attrezzo. E mi sono sembrate altrettanto affascinanti le persone che frequentavano quel luogo: gli uomini e le donne che lo vivevano ogni giorno. Nel giro di un paio di settimane ero già su un aereo per Kiev. Volevo capire cosa fosse realmente Kachalka: avevo già iniziato ad esplorare la possibilità di fare un film.
La prima volta che ho raggiunto questa palestra outdoor era pieno inverno. Tutto era ricoperto di ghiaccio e la temperatura si aggirava intorno ai dieci gradi sotto zero. Sono entrato e ho visto subito un uomo alto più di due metri, a torso nudo, con il vapore che si sollevava dalla sua schiena. Credo siano bastati dieci secondi per arrivare alla realizzazione: “Devo fare questo film”. All’inizio è stata soprattutto la fisicità dello spazio ad attrarmi. Poi, più ho cominciato a comprenderne il funzionamento e a conoscere le persone, più mi sono reso conto che la parte davvero interessante, in realtà, era un’altra.
A Kachalka non esiste una vera gerarchia. È il genere di posto in cui uno spazzino può allenarsi accanto a una star del cinema. Sono tutti lì, semplicemente, per allenarsi. Ho sempre provato una forte attrazione per i luoghi in cui le divisioni tra le persone tendono a scomparire, e mi sono innamorato proprio di questa qualità insita in Kachalka. Forse è una chiave di lettura che può suonare vagamente sovietica, ma quell’assenza di gerarchie ha esercitato su di me un fascino enorme. Prima di realizzare il film ho fatto molta ricerca e parlato con tantissime delle persone che frequentavano la palestra. Durante il primo viaggio mi sono imposto di conversare con quante più persone possibile. E quando mostri una simile apertura verso gli altri, inevitabilmente finisci per imbatterti in personaggi piuttosto singolari.
Per esempio, ho conosciuto un uomo che aveva quasi l’aria di essere il leader di una setta. Ogni volta che parlava, intorno a lui si raccoglievano una decina di persone ad ascoltarlo. Mi ha raccontato che la domenica andavano tutti a nuotare nel fiume. Fuori c’erano circa dieci gradi sotto zero, quindi l’acqua era praticamente coperta di ghiaccio. Gli ho detto che sarei andato con loro, ma che non avevo il costume. Mi ha risposto: “Non preoccuparti, nuotiamo tutti nudi”. Così sono arrivato al fiume, mi sono spogliato e, quando sono entrati tutti in acqua, ho scoperto di essere l’unico nudo. Per un irlandese piuttosto timido è stata un’esperienza abbastanza formativa... Ma mi sono divertito moltissimo. C’era qualcosa di selvaggio in tutta quella situazione.
Al di là dell’aneddoto, però, ciò che mi ha colpito davvero è stata la straordinaria forza del senso di comunità. Pensiamo alle palestre per cui normalmente paghiamo un abbonamento: musica, specchi ovunque, ciascuno chiuso nel proprio piccolo mondo. Ero in palestra proprio questa mattina: tutti con le cuffie, senza particolare desiderio di parlare con gli altri. A Kachalka accade qualcosa di diverso. Le persone trascorrono del tempo insieme, parlano, costruiscono relazioni. Per certi versi assomiglia più a un circolo sociale che a un luogo in cui si va semplicemente ad allenarsi. C’era e c’è qualcosa di estremamente puro e autentico in tutto ciò.”
Da un lato, attrezzi frutto di un’artigianalità DIY in costante rinnovamento, iniziata nel periodo sovietico ed evolutasi fino alla contemporaneità. Dall’altro, praticanti estremamente eterogenei, per genere, età, outfit… Com’è stato immergersi in uno scenario sociale, sportivo, persino artistico così unico nel suo genere? E, visti gli eventi che oggi lo circondano, che riflessioni ti attraversano quando torni con la mente a ‘Kachalka’?
Gar O’Rourke: “Una delle difficoltà con cui ci si confronta sempre quando si ha a che fare con i documentari è l’impossibilità di rappresentare tutti. Vorresti farlo, ma è pressoché impossibile. Per me era importante essere onesto e mostrare le persone che qualunque persona avrebbe potuto incontrare negli spazi di Kachalka, durante un giorno qualsiasi. Questo aspetto ‘umano’ della palestra mi ha toccato particolarmente. Potevi vedere un nonno di novant’anni insegnare al nipote come fare trazioni, oppure una signora anziana allenarsi con le amiche su enormi macchine per il cardio. Ho pianificato molto, al contempo ho vissuto momenti straordinari che sarebbe stato, oggettivamente, impossibile prevedere…
Sul piano visivo, sono arrivato con un’idea molto precisa. Quando lavori a un documentario, o a qualsiasi progetto visivo, specie all’interno di uno spazio dotato di una simile potenza, inevitabilmente devi porti alcune domande: come si rappresenta, davvero, la forza di questo luogo? Che aspetto ha questa forza? Come la si traduce in immagini? Ho attinto molto dal cinema d’epoca sovietico e da Stanley Kubrick. Naturalmente, quasi ogni regista potrebbe indicare Kubrick tra le proprie influenze, ma in questo caso sono stati elementi specifici del suo cinema ad interessarmi: l’uso della Steadicam, l’intimità che essa riesce a generare e, al tempo stesso, la possibilità che offre nell’attraversare uno spazio, gli zoom lenti e potenti, vastissime inquadrature d’insieme...
Kachalka assomiglia ad una landa industriale, sapevo che la scala di quell’ambiente sarebbe dovuta diventare parte integrante del film. Avevo in mente un’impostazione visiva molto definita. Sono persino arrivato a montare una sorta di film di riferimento, composto da sequenze tratte da altre opere, per riuscire a visualizzare ciò che immaginavo potesse diventare ‘Kachalka’. Poi, avevo a disposizione un’altra risorsa straordinaria. Alcuni anni prima del nostro documentario, un fotografo austriaco aveva realizzato una serie dedicata alla palestra. Sono immagini incredibili, mi hanno decisamente ispirato.
Il mio rapporto con l’Ucraina è proseguito ben oltre ‘Kachalka’. Ci sono tornato molte volte e, successivamente, ho realizzato un altro documentario, ‘Sanatorium’, girato a Odessa e scelto lo scorso anno come candidatura irlandese agli Oscar. Ho trascorso moltissimo tempo nel Paese, sia prima, che durante la guerra. La verità è che avevo riconosciuto una forza straordinaria nel popolo ucraino già molto prima dell’inizio del conflitto. È difficile da spiegare se non si è mai stati in Ucraina o in quella zona di mondo, ma le persone sono incredibilmente tenaci. La loro storia è complessa. Una storia di violenza che non comincia nel 2022, tantomeno nel 2014: attraversa i secoli e credo abbia contribuito a forgiare una particolare ‘durezza’ generale. Il che non significa freddezza.
Gli ucraini possono apparire così ad un primo incontro, ma quando impari a conoscerli scopri persone di un calore e di un’umanità straordinari. Per questo, quando penso oggi a Kachalka, provo sentimenti molto diversi. Credo che la palestra riuscirà a sopravvivere a tutto questo, anche se so che oggi viene frequentata da meno persone. L’aspetto più doloroso è sapere che molti degli uomini che vediamo nel film non torneranno in quella palestra. Alcuni sono stati arruolati e fanno parte dell’esercito; altri sono già morti.
Quando guardi un film come ‘Kachalka’, puoi osservare persone che, semplicemente, si divertono nell’allenarsi e trascorrere del tempo insieme. Le persone desiderano questo. È un concetto estremamente basico: chiunque vuole vivere una buona vita. La realtà è che una guerra su vasta scala impedisce di poterlo fare. Allo stesso tempo, ciò che continua a darmi una forma di speranza è la forza dello spirito ucraino. È una forza che ha davvero pochi eguali. Quindi sì, quando ripenso a quel luogo emergono emozioni molto diverse tra loro. Di recente ho anche notato che, dall’inizio della guerra, sembra essere cresciuta molta più erba intorno alla palestra e, a quanto pare, oggi ci sono anche più animali che si aggirano all’interno di essa.”

Il tuo ‘Kachalka’ verrà proiettato a San Servolo, davanti al pubblico ONA. Che sensazioni ti attraversano pensando alla location unica, circondata dalla Laguna Veneziana, in cui il tuo racconto prenderà forma? E che messaggi vorresti lasciasse al pubblico ONA?
Gar O’Rourke: “Innanzitutto, è un grande onore sapere che il film verrà proiettato a San Servolo. Mi piacerebbe moltissimo essere presente, bere un bicchiere di vino e godermi la serata. Poi, credo esista un parallelismo sorprendente tra Kachalka e il luogo che ospiterà la proiezione. San Servolo ha attraversato storie e identità diverse. È stata utilizzata per scopi militari, poi è diventata un ospedale e oggi è stata ripensata come luogo dedicato alla creatività, capace di dare energia a giovani creativi, registi e non solo.
Ai miei occhi, la palestra Kachalka racconta qualcosa di simile. Anche quel luogo ha attraversato diverse vite, fino al momento in cui un gruppo di persone si è riunito e ha deciso: “Costruiremo una palestra”. Non disponevano realmente delle risorse economiche necessarie: la sua costruzione è divenuta uno sforzo collettivo. Persino i materiali che compongono la palestra sono stati reinventati. Provengono da magazzini, fabbriche, da un carro armato, da un sottomarino... Le persone hanno raccolto elementi completamente eterogenei e attribuito loro una funzione del tutto nuova. In questo senso, trovo che San Servolo sia il luogo perfetto in cui proiettare ‘Kachalka’.
Quanto a ciò che vorrei rimanesse al pubblico, prima di tutto spero che il film possa contribuire a mantenere viva l’attenzione sull’Ucraina. Quando una guerra si protrae così a lungo, uno dei problemi è che, inevitabilmente, lo sguardo delle persone cominci a rivolgersi altrove. È una triste realtà. Per questo sono profondamente grato che ‘Kachalka’ continui a essere proiettato e che il pubblico continui a confrontarsi con il film. Spero anche che gli spettatori italiani e internazionali di ONA riconoscano che le persone che vedono sullo schermo, in fondo, non sono affatto diverse da loro. Gli ucraini sono come gli italiani, come gli irlandesi. Vogliono vivere bene, divertirsi, stare in salute e apprezzare le cose semplici. Quindi spero che il pubblico sorrida. Spero che provi qualcosa e, perché no, che venga stimolato ad andare ad allenarsi.”

ONA’s Perspectives | Alex Tiernan & Ang Ritwal
L’ONA Short Film Festival continua ad affascinare ed ispirare l’audience che, per la 7ª edizione, tornerà sulla placida Isola di San Servolo per osservare la fusione tra settima arte, cultura sportiva, specie nella sua cadenza outdoor, e ritmi lagunari. Come Media Partner di lunga data del Festival, diamo spazio alle prospettive che lo scandiscono nelle serate tra il 10 e il 12 settembre
Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo, dove tra il 10 e il 12 settembre torna a prendere forma l’ONA Short Film Festival: evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui.
Come ormai da tradizione, accompagniamo questa significativa kermesse con una collana editoriale ad hoc. Protagonista di questo focus, Alex Tiernan e il suo short film ‘Ang Ritwal’.


Come sempre, ci piace partire da un dato che riteniamo fondativo per ogni nostro intervistato, così come per ogni regista partecipante all’ONA Short Film Festival: che rapporto hai costruito, dalla tua infanzia ad oggi, con l’immaginario sportivo? Che tipo di musa ispiratrice è stata, e continua ad essere, quella sportiva nel tuo modo di vedere il mondo?
Alex Tiernan: “Crescendo, credo di aver vissuto lo sport per quello che era, senza interrogarmi troppo sul suo significato. Lo davo quasi per scontato: era semplicemente qualcosa che facevano tutti i bambini. Giocavo a calcio e, dato che a scuola c’era un campo da basket, ad un certo punto ho anche iniziato a tirare a canestro. Più avanti, sono arrivati il rugby e l’atletica. Sono sempre stato nella media in tutte queste discipline. Per me si trattava, essenzialmente, di forme di divertimento. Se ripensa al primo grande evento sportivo che ha davvero lasciato un segno nel mio immaginario, direi che sono stati i Mondiali di calcio del 1994. Tifavo per il Brasile, la squadra di mia madre, che quell’anno vinse. Naturalmente fu un’esperienza quasi estatica vedere la squadra che stavo seguendo arrivare fino alla finale e conquistare il titolo. Ma, al di là dell’entusiasmo, ciò che mi rimase davvero impresso fu la dimensione della partecipazione collettiva.
L’idea che milioni di persone, che un’intera nazione potesse sentirsi così profondamente coinvolta in ciò che stava accadendo su un campo da calcio in un’altra zona del mondo ha avuto un impatto enorme su di me. Oggi, quando penso al mio istinto di regista e ai territori verso cui tende a condurmi la curiosità, riconosco un legame molto forte con lo sport: lo riconosco proprio nella possibilità di vivere qualcosa attraverso l’esperienza di qualcun altro. Un gesto estremamente specifico, compiuto da un singolo individuo, può arrivare a racchiudere una storia molto più ampia, mentre un’intera comunità si ritrova emotivamente coinvolta in quell’istante. Credo che la relazione tra esperienza individuale ed esperienza collettiva sia rimasta con me da allora.”
La dimensione dello storytelling visuale, invece, com’è entrata a far parte della tua vita e cosa rappresenta, per te, oggi?
Alex Tiernan: Alex Tiernan: “Se allarghiamo il discorso al racconto in senso più ampio, la tradizione orale ha avuto un ruolo molto importante nella mia infanzia, da entrambi i lati della famiglia. Alle nostre spalle ci sono lunghe storie di migrazioni, di sradicamento… Credo che, nelle famiglie segnate da esperienze di questo tipo, il racconto assuma spesso un valore particolare: diventa un modo per preservare un senso di appartenenza ai luoghi, soprattutto quando quei luoghi, nel corso del tempo, sono continuamente cambiati. Le storie dei miei nonni e bisnonni, così come quelle delle persone che avevano conosciuto, venivano raccontate e tramandate di continuo. Questa forma di narrazione ha accompagnato tutta la mia infanzia. Solo più avanti ho cominciato a interessarmi al racconto per immagini e alla pratica visiva, considerandoli, per certi versi, un’estensione di quella stessa tradizione. Stories about my grandparents and great-grandparents, and about the people they had known, were constantly being recounted. That kind of storytelling was very present throughout my childhood. It was only later that I became interested in visual storytelling and visual craft as, in some ways, an extension of that tradition.
Mia nonna era una pittrice e credo avesse riconosciuto in me una certa predisposizione per il disegno e la pittura. Dopo la scuola mi seguiva personalmente e, quando sono andato all’università, ho scelto proprio pittura e disegno come percorso di studi. È stato quello il mio vero ingresso nel racconto visivo, ma anche il momento in cui ho iniziato a comprendere che è la forma a dare corpo a una storia. Medium come la pittura o il cinema non si limitano a contenere un racconto: è attraverso la sua forma che il significato e la narrazione riescono a manifestarsi. Credo che questa consapevolezza sia rimasta fondamentale nel modo in cui ancora oggi mi rapporto al racconto per immagini.”


‘Ang Ritwal’ è un’ode al valore culturale e sociale della pallacanestro nelle Filippine. Un valore che trascende quello sportivo, divenendo, a tutti gli effetti, sacrale. Puoi raccontarci la genesi di questo short docu e il processo creativo che ti ha portato a definire questo tipo di narrazione, in grado di elevare, per l’appunto, il valore rituale del Gioco in questo Paese?
Alex Tiernan: “Direi che il processo è stato, a dir poco, organico. Mi sono imbattuto in questa comunità quasi per caso. Stavo viaggiando nelle Filippine ed esplorando Manila. Quando viaggio, ho un’abitudine che potrebbe sembrare piuttosto insolita: visito i cimiteri. Nulla di morboso. Li trovo luoghi di grande bellezza ma, soprattutto, credo che il modo in cui culture diverse si confrontano con la morte e ne custodiscono la memoria possa offrire una prospettiva affascinante sulla mentalità di un luogo. In alcune zone degli Stati Uniti, per esempio, i cimiteri possono assomigliare a parchi curati in maniera impeccabile, spesso separati dalla città. È come se suggerissero l’idea di paradiso quale dimensione incontaminata e distinta, nella quale si entra esclusivamente per una sepoltura o per rendere omaggio ai morti. Una volta, invece, ho visitato un cimitero in Algeria, vicino al confine con la Libia, nel Sahara, ed era quasi l’esatto contrario. C’era poco più di un perimetro delimitato da alcuni mattoni e, al posto delle lapidi, frammenti di ceramica spezzata. Nessun nome, nessuna iscrizione. Lasciava intuire un rapporto con la morte completamente diverso.
Così, quando mi sono trovato nelle Filippine, ho deciso di visitare il Manila North Cemetery, dove sono sepolte molte figure importanti della storia nazionale. Mi avevano raccontato che al suo interno vivevano delle persone, ma non ero preparato a ciò che avrei incontrato. È davvero una città nella città, una comunità viva nel senso più pieno del termine, con famiglie di più generazioni che abitano i mausolei. Ad un certo punto mi sono ritrovato in uno spazio tra le tombe dove era stato allestito un campo da basket improvvisato. Alcuni ragazzi mi hanno chiesto se volessi unirmi a loro per fare qualche tiro. Sono rimasto immediatamente colpito dalla giustapposizione: un’attività assolutamente ordinaria, quasi prosaica, che si svolgeva accanto ai mausolei e alle statue di Madonne piangenti. Ai miei occhi il contrasto è subito risultato straordinario, quasi surreale. Naturalmente, per chi viveva lì non c’era nulla di surreale.
Credo sia stato quello il momento in cui ho cominciato a riconoscere una connessione tra la pallacanestro o, più in generale, lo sport e pratiche sacre molto più antiche. Chiunque abbia trascorso del tempo nelle Filippine sa quanto il basket sia onnipresente. È ovunque. Ma non volevo cadere nel cliché secondo cui ‘il basket è religione’, come si usa spesso dire, per esempio, del calcio in Italia. Ad interessarmi erano, piuttosto, le analogie strutturali tra lo sport e pratiche come il rito religioso, i rituali funebri, il folklore e, più in generale, la cultura. Sono tutte dimensioni capaci di generare un linguaggio condiviso e, attraverso di esso, un senso del luogo, di appartenenza e d’identità per chi vi prende parte: non soltanto per chi gioca, ma anche per chi osserva e per chiunque partecipi al rituale stesso del Gioco.
Questa è stata, in sostanza, la genesi del progetto. Sono tornato diversi mesi più tardi, durante Undas, la ricorrenza filippina dedicata ai defunti, senza sapere davvero cos’avrei filmato. Fino a quel momento avevo generalmente affrontato la regia con la convinzione di dover sapere esattamente cosa stessi cercando di creare. ‘Ang Ritwal’ è diventato un esperimento nella direzione opposta. Avevo un’intuizione, qualcosa che suscitava la mia curiosità e continuava a richiamarmi verso quel cimitero, ma non volevo imporre al luogo una storia prestabilita. Attraverso le relazioni che avevo già cominciato a costruire con le persone incontrate lì, il progetto ha iniziato gradualmente a prendere forma. Non esisteva una sceneggiatura convenzionale: la struttura è emersa dagli incontri e dalle interazioni.
Il film si apre e si chiude con una storia di fantasmi che mi avevano raccontato alcuni bambini del cimitero e che ho successivamente rielaborato per darle la funzione di cornice narrativa. Soprattutto, non ho cercato di realizzare un documentario in senso tradizionale: né un’indagine esaustiva sulla pallacanestro nelle Filippine, tantomeno una spiegazione di come una comunità tanto straordinaria fosse arrivata ad esistere all’interno di un cimitero. Sono temi che avrebbero richiesto un approccio completamente diverso. Piuttosto, ho voluto tracciare un ritratto della mitologia di questo luogo: restituire la sensazione di trovarsi al suo interno e di prendere parte all’intreccio di rituali che gli conferisce un’identità così unica.”
La colonna vertebrale di questa produzione è ambientata nel Tenement, un luogo di culto, nonché uno dei playground più carichi di fascino per la cultura cestistica tutta, e in uno dei tanti cimiteri di Manila. Com’è stato immergerti in quei contesti? E cosa rivela, nella tua visione, il loro dialogo?
Alex Tiernan: “È una domanda molto interessante, anche perché prima di realizzare il film non conoscevo il Tenement. Come dicevo, le riprese di ‘Ang Ritwal’ hanno seguito un processo molto organico. Non ho lavorato partendo da una sceneggiatura e ho fatto molta attenzione a non imporre una mitologia a questi luoghi, piuttosto a lasciare che fosse la loro stessa mitologia ad emergere. Per quanto possibile, volevo che fossero gli incontri e le interazioni con le persone che vediamo nel film a indicarmi la direzione. La scelta di girare al Tenement, però, è stata assolutamente consapevole e deliberata. Cercavo un luogo che potesse rappresentare una sorta di Colosseo. Una volta arrivato lì, tuttavia, mi sono reso conto che era qualcosa di più. Sembrava quasi una cattedrale: una cattedrale della pallacanestro. Volevo creare proprio questo contrasto visivo tra il cimitero e il Tenement. Il Tenement possiede una presenza fisica straordinaria. Immagino che affrontare i giocatori del posto su quel campo possa essere incredibilmente intimidatorio. Sopra di te si innalzano diversi piani di ballatoi, con le persone che osservano il campo dall’alto. Quando si gioca e tutti escono per assistere alla partita, circondandoti da ogni livello, hai quasi la sensazione di trovarti sul fondo di un pozzo.
Il Colosseo è il luogo dello spettacolo; la cattedrale è il luogo della congregazione e del rito collettivo. Avevo bisogno di uno spazio capace di racchiudere entrambe queste dimensioni e di entrare così in dialogo con ciò che stavo già esplorando nel cimitero, inteso come luogo della memoria. Ma tra i due ambienti esiste un’altra connessione che per me è diventata fondamentale. Il Tenement era originariamente un parcheggio multipiano. Proprio come il cimitero, non era stato concepito per accogliere una comunità. Non era stato pensato per sostenere la vita nel modo in cui lo fa oggi. Eppure, in entrambi i luoghi, le persone sono riuscite a creare qualcosa di straordinariamente vivo. La trasformazione del Tenement racconta dell’inventiva e della resilienza insite nella cultura filippina: attorno a uno spazio che mai era stato concepito per questo scopo è cresciuta un’intera comunità cestistica, con una propria storia. È anche qui, a mio avviso, che si compie il dialogo tra il Tenement e il cimitero. Sono luoghi profondamente diversi, eppure entrambi mostrano la capacità di una comunità di appropriarsi di uno spazio, trasformarne la funzione originaria e farvi emergere la vita: con essa, il rito collettivo.”


Il tuo ‘Ang Ritwal’ verrà proiettato a San Servolo, davanti al pubblico ONA. Che sensazioni ti attraversano pensando alla location unica, circondata dalla Laguna Veneziana, in cui il tuo racconto prenderà forma? E che messaggi vorresti lasciasse al pubblico ONA?
Alex Tiernan: “Venezia è una delle città più iconiche al mondo, se non la più iconica. Quindi, naturalmente, vedere un proprio film proiettato all’aperto in un’isola veneziana sarà qualcosa di davvero speciale. Ma c’è anche un’altra connessione che trovo particolarmente affascinante. Se mettiamo a confronto Venezia con i luoghi che appaiono in ‘Ang Ritwal’, difficilmente potrebbero sembrare più distanti. Venezia possiede una raffinatezza e una bellezza architettonica straordinarie; gli ambienti del film sono invece molto più ruvidi e, francamente, quasi sconosciuti. Sembrano due facce opposte della stessa medaglia. Eppure, in entrambi i casi, parliamo di comunità estremamente vitali, sorte in luoghi che, almeno in apparenza, non erano stati concepiti per accogliere la vita. Se ci pensiamo, Venezia stessa è qualcosa di estremamente improbabile: una città costruita sul mare, con pochissima terra a disposizione, che ad un certo punto della propria storia è diventata il centro di un impero. Da condizioni simili è riuscito a emergere qualcosa d’incredibilmente ricco e vitale.
È esattamente ciò che mi ha colpito nelle Filippine. Il Tenement non era stato progettato per ospitare una comunità. Il cimitero era stato concepito per i morti, non per i vivi. Eppure, l’ingegno e l’immaginazione umana riescono ad attecchire nelle crepe. Lo sport, la mitologia e l’identità diventano quasi forze della natura: crescono come rampicanti attorno alle strutture che incontrano. È per questo che trovo così interessante tanto il contrasto, quanto il parallelismo tra questi luoghi. E se qualcuno tra il pubblico dovesse coglierlo mentre guarda il film a San Servolo, la cosa mi farebbe estremamente piacere. Quanto a ciò che vorrei rimanesse agli spettatori, sinceramente non desidero imporre loro alcun messaggio particolare. Se ‘Ang Ritwal’, però, riuscisse a spingere qualcuno a riflettere sullo sport al di là del semplice gesto fisico, oltre la competizione, il superamento dei limiti umani o l’intrattenimento, facendolo considerare, invece, come un linguaggio condiviso, come un’estensione di tutte quelle dimensioni che ci tengono uniti in quanto comunità… Allora, credo che il film raggiungerebbe ciò che desideravo e desidero.”
ONA’s Perspectives | Superjeanmarc & Altinha
L’ONA Short Film Festival continua ad affascinare ed ispirare l’audience che, per la 7ª edizione, tornerà sulla placida Isola di San Servolo per osservare la fusione tra settima arte, cultura sportiva, specie nella sua cadenza outdoor, e ritmi lagunari. Come Media Partner di lunga data del Festival, diamo spazio alle prospettive che lo scandiscono nelle serate tra il 10 e il 12 settembre
Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo, dove tra il 10 e il 12 settembre torna a prendere forma l’ONA Short Film Festival: evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui.
Come ormai da tradizione, accompagniamo questa significativa kermesse con una collana editoriale ad hoc. Protagonista di questo focus, Jean-Marc Joseph aka Superjeanmarc e il suo short film ‘Altinha’.


Come sempre, ci piace partire da un dato che riteniamo fondativo per ogni nostro intervistato, così come per ogni regista partecipante all’ONA Short Film Festival: che rapporto hai costruito, dalla tua infanzia ad oggi, con l’immaginario sportivo? Che tipo di musa ispiratrice è stata, e continua ad essere, quella sportiva nel tuo modo di vedere il mondo?
Jean-Marc Joseph: “La prima persona a cui penso è mio padre. Era un insegnante di educazione fisica, ma mi ha sempre trasmesso un principio che, credo, fosse piuttosto insolito per l’epoca: aveva una posizione molto netta, contraria alla competizione. Insegnava ai bambini delle scuole elementari e cercava sempre di far capire loro che lo sport dovesse avere a che fare con il piacere, prima che con il confronto agonistico. Quell’idea mi è rimasta dentro: credo sia proprio rimasta nel mio modo di vivere lo sport. Per esempio, da bambino il calcio non mi piaceva. A scuola, però, esisteva una certa pressione: tutti conoscevano i giocatori, tutti seguivano le partite e, se non lo facevi, finivi per sentirti stupido. Ad un certo punto ho chiesto ai miei genitori di potermi iscrivere in una squadra, ma mio padre si è rifiutato. Era fortemente contrario anche all’atteggiamento di quei genitori che sembravano allenare i propri figli, proprio come se li stessero già preparando a diventare atleti professionisti. Era una mentalità nella quale non si riconosceva affatto.
Questa visione mi ha accompagnato nel tempo, soprattutto quando ero più giovane e molto più attivo di quanto sia oggi. Ho praticato parecchio sport, ma sempre con lo stesso approccio. Le stesse ragioni, più avanti, mi hanno portato al bikepacking. Naturalmente richiede uno sforzo fisico, che però nulla ha a che vedere con la competizione. È un modo di viaggiare e, per quanto mi riguarda, potrebbe persino essere il modo migliore di viaggiare che esista. Quando penso al mio rapporto con lo sport, quindi, mi accorgo che ha sempre avuto molto più a che fare con il piacere e con la possibilità di stare bene, nel corpo e nella mente, che con la performance o la competizione. E la cosa strana è che, prima che mi facessi questa domanda, mai avevo realmente ricondotto tutto questo a mio padre. Ora, mentre ne parlo, mi rendo conto che è esattamente ciò di cui parla ‘Altinha’. Non esistono vincitori né sconfitti. All’interno della stessa comunità ci si interroga persino sulla possibilità di definirlo davvero uno sport. Uno sport deve necessariamente avere un vincitore? In qualche modo, è proprio questa domanda il cuore del film.”
La dimensione dello storytelling visuale, invece, com’è entrata a far parte della tua vita e cosa rappresenta, per te, oggi?
Jean-Marc Joseph: “Come quasi tutti, da bambino disegnavo. Crescendo, ad un certo punto, la maggior parte delle persone smette… Io ho continuato. Amavo i fumetti e il racconto per immagini mi affascinava. Questo mi ha condotto al graphic design. Ho deciso di studiare questa disciplina senza sapere se, davvero, fosse ciò che ero destinato a fare. Per certi versi, era la soluzione più razionale per trasformare i miei interessi artistici in qualcosa che potesse diventare una professione. Mi permetteva di dire ai miei genitori: “Guardate che esistono persone che fanno questo per vivere”. Il disegno faceva già parte della mia vita e il graphic design mi sembrava affine a quel mondo. Anche se, devo ammetterlo, non credo di essere mai stato un graphic designer particolarmente bravo, almeno non come graphic designer in senso stretto.
Però, ho avuto la fortuna di arrivare a Base Design, una società internazionale belga. Lì ho avuto l’opportunità di lavorare al rebranding di un importante canale televisivo e, improvvisamente, mi sono trovato ad andare oltre la bidimensionalità della grafica. C’era il movimento, c’era una dimensione temporale, c’era il suono. Realizzavamo tutti quegli elementi che, di norma, accompagnano la programmazione televisiva: animazioni prima della pubblicità, meteo e così via… Per questo, ho lavorato a lungo insieme ad artisti specializzati in After Effects. È stato il mio primo vero incontro con il mondo audiovisivo e non sono più tornato indietro. Davanti a me si erano aperte possibilità di storytelling completamente nuove.
Allo stesso tempo, documentare ciò che mi circondava era un qualcosa che avevo sempre fatto con grande naturalezza. Quando avevo vent’anni e ed erano cominciate a comparire le prime videocamere MiniDV, ho comprato una piccola Sony PC101. Registrava ancora su nastro, ma era abbastanza compatta da entrare nella tasca di una giacca. La portavo con me, filmavo ciò che incontravo per strada, oppure la tiravo fuori al bar per riprendere i miei amici. Oggi chiunque può fare qualcosa di simile con il telefono, ma allora gli smartphone non esistevano e non esisteva YouTube: filmare un momento ordinario della propria vita era molto meno comune. Di solito, la videocamera compariva solo durante le vacanze, ad un compleanno, in occasioni speciali... Ciò che facevo io assomigliava piuttosto alla street photography. E quei frammenti di quotidianità mi sembravano ancora più preziosi, proprio perché catturarli era qualcosa di inconsueto.
Sono entrato così nella cinematografia. Nel corso degli anni trascorsi a Base Design, la componente audiovisiva del nostro lavoro ha continuato gradualmente a crescere. Il progetto televisivo ha generato altre opportunità e ad un certo punto ho avuto la possibilità di realizzare videoclip musicali. Ma questo tipo di attività rimaneva comunque secondaria all’interno di uno studio di graphic design. Non potevamo competere con società di produzione la cui intera struttura era costruita intorno alla produzione video. Poi è arrivata la crisi finanziaria del 2008 e l’azienda ha deciso di tornare a concentrarsi solo sul graphic design, il proprio core business.
Allora ho capito che, per sviluppare questo filone professionale, avrei dovuto fare una scelta di vita, andandomene. Avevo trascorso quattordici anni in quell’azienda, quindi lasciare tutto ha finito per assumere i contorni di una classica crisi di mezza età. Sono partito in bicicletta attraverso il Sud America e sono arrivato in Brasile. Quel viaggio è direttamente legato alla nascita di ‘Altinha’. Volevo diventare filmmaker, ma non avevo un portfolio cinematografico. Avevo bisogno di realizzare qualcosa che fosse davvero mio. In Brasile viveva un amico che poteva ospitarmi, quindi avevo anche un posto in cui stare senza spendere nulla. Ed è proprio così che, in fondo, comincia la storia del film.”

‘Altinha’ è un racconto di una tradizione tutta carioca, come sei arrivato ad un tema in grado di connettere due filoni così intrinsechi nell’anima brasiliana, ovvero il calcio e la spiaggia? E cosa sei arrivato a comprendere di questa disciplina così unica nel suo genere?
Jean-Marc Joseph: “Vivo a Barcellona e qui ho molti amici brasiliani. Uno di loro, André, aveva vissuto a Rio e ricordo di avergli raccontato che avrei voluto girare qualcosa lì, ma che volevo evitare di realizzare l’ennesimo documentario sulle favelas. Avevo l’impressione che moltissime persone arrivassero a Rio con una macchina da presa e finissero per raccontare sempre quel tipo di storia. Volevo rivolgere lo sguardo altrove. È stato proprio André a parlarmi dell’Altinha. L’aveva praticata da adolescente e mi ha raccontato dell’esistenza di questa pratica molto particolare, così come della comunità che le continuava a crescere intorno, entrambe ancora relativamente poco raccontate.
Sono rimasto immediatamente affascinato dal paradosso. Da un lato, il gesto è quasi universale: disporsi in cerchio e cercare di tenere un pallone per aria è una dinamica che i bambini di ogni parte del mondo hanno, almeno una volta, vissuto. Eppure Altinha, intesa come cultura, è straordinariamente specifica. Puoi andare a San Paolo e incontrare persone che conoscono a malapena questa parola, mentre a Rio esiste un preciso tratto di Ipanema nel quale i giocatori si ritrovano giorno dopo giorno. Era questa tensione ad affascinarmi: un qualcosa di profondamente locale ispirato dal calcio, probabilmente lo sport più diffuso al mondo.
L’altro elemento che mi ha colpito immediatamente è l’assenza di vincitori e sconfitti. Quando passi il pallone a qualcuno, non devi rendergli la vita troppo facile, perché deve comunque esistere una sensazione di sfida; allo stesso tempo, non vuoi rendergli impossibile la ricezione, perché se il pallone cade sulla sabbia perdono tutti. Esiste una sorta di responsabilità condivisa nel mantenere vivo il gioco. All’epoca avevo ancora poca esperienza come documentarista, ma sapevo già di avere bisogno di una storia. L’idea iniziale è nata da un uomo che il mio amico conosceva a Ipanema, una figura locale, membro della comunità dell’Altinha, che voleva portare questa pratica alle Olimpiadi di Rio. Non come disciplina competitiva, ma all’interno della cerimonia d’apertura, come espressione della cultura del luogo. Mi sembrava perfetto. Nella mia testa avevo già cominciato a immaginare il finale del film. Poi sono arrivato a Rio e ho capito molto rapidamente che non sarebbe accaduto nulla di tutto ciò. Il mio referente trascorreva la vita sulla spiaggia, giocando ad Altinha e parlando di quell’idea, ma non avevo l'impressione che stesse attuando passi concreti affinché l’Altinha potesse arrivare alle Olimpiadi. Improvvisamente, la storia che pensavo di raccontare aveva smesso di esistere.
Davanti, però, avevo il luogo stesso. Il tessuto sociale di quel tratto di spiaggia possedeva tratti simili ad un piccolo paese. Tornavi ogni giorno e incontravi le stesse persone, gli stessi personaggi, ciascuno con il proprio posto all’interno di quel minuscolo ecosistema. Esistevano regole non scritte, comportamenti e consuetudini che dovevi imparare a comprendere prima di poter realmente sentirti parte della comunità. Quando sono arrivato mi hanno dato un consiglio molto importante: “Non filmare. Rimani qui e guarda. Cerca di capire come funziona”. Sono rimasto per due settimane e, poco alla volta, ho compreso il luogo in maniera diversa. La lingua è stata una delle difficoltà maggiori. Avevo seguito qualche lezione di portoghese prima di partire, ma era decisamente insufficiente, e la maggior parte delle persone che incontravo non parlava inglese.
Più di ogni altra cosa, però, ad affascinarmi era l’estetica del gioco. L’obiettivo è mettere alla prova la persona che riceverà il pallone e, contemporaneamente, rendere lo scambio il più bello e spettacolare possibile. Il pallone deve salire in alto. Ci sono trick, gesti specifici. E il livello tecnico è straordinario. A volte i giocatori mantengono il pallone in aria per minuti interi senza che tocchi la sabbia e quel tempo sembra lunghissimo. Poi guardi ragazzi di quattordici anni giocare sulla spiaggia e hai quasi l’impressione che il pallone sia una parte del loro corpo. Ti ritrovi a chiederti da dove possa provenire una simile padronanza. Sembra quasi oltre le possibilità umane.”
In questo short film, la narrazione è guidata da momenti estatici, dove il pallone sfida la gravità, dipingendo il cielo, e testimonianze in grado di approfondire il valore ultimo di questo sport, sia da un punto di vista personale, che sociale. Perché hai deciso di mettere in comunicazione il dato più artistico con quello più antropologico dell’Altinha?
Jean-Marc Joseph: “Ho la sensazione che quel dialogo sia emerso in maniera molto intuitiva. Di solito tendo a pensare fin troppo a ogni cosa, mentre credo di aver affrontato questo film in modo diverso. Ci sono due aspetti che sono stati fondamentali nel determinare ciò che ‘Altinha’ sarebbe diventato. Il primo è che, essenzialmente, per me rappresentava un terreno di formazione, quasi un campo di addestramento attraverso cui imparare a realizzare documentari. Il secondo, strettamente legato al primo, è che si trattava di un progetto interamente autoprodotto. Non c’era un cliente e non esistevano vincoli. A volte può diventare un problema, perché credo che la creatività nasca spesso nelle limitazioni: quando hai troppe possibilità, puoi finire per non fare nulla. In questo caso, però, quel tipo di condizione mi ha restituito una straordinaria libertà.
A rendere funzionale un documentario, a mio avviso, sono due elementi. Innanzitutto, devi entrare nella vita delle persone: questo short film parla di esseri umani, non parla realmente di sport. Lo sport è la porta attraverso cui puoi accedere a qualcos’altro. Allo stesso tempo, se scegli il cinema per raccontare una storia, vuoi che quella storia possieda forza visiva. Dopotutto, stai lavorando attraverso le immagini. Naturalmente ‘Altinha’ contiene anche interviste frontali e momenti di osservazione, ma desideravo che le sequenze più oniriche e poetiche riuscissero a tradurre ciò che le persone mi stavano raccontando: le sensazioni che la pratica dell’Altinha suscita in loro, ma anche quelle che la disciplina ha generato in me quando l’ho incontrata.
Probabilmente questo ci riporta alla domanda precedente e alla mia prima impressione del gioco. Le inquadrature dal basso, rivolte verso l’alto, con il pallone sospeso al rallentatore e il cielo come sfondo, sono nate proprio da quella sensazione. Non derivano da un’impostazione teorica elaborata a priori. Quasi il contrario: il linguaggio visivo è emerso da ciò che vedevo e provavo mentre mi trovavo in quella lingua di Ipanema. Ovviamente non potevo sapere davvero cosa significasse, sul piano fisico, giocare al livello dei giocatori abituali di Altinha, ma quelle immagini sono diventate il tentativo di tradurre le sensazioni che facevano scaturire.
C’è anche un altro aspetto. Sono rimasto sinceramente sorpreso quando ONA mi ha contattato per un film che ho realizzato dieci anni fa. Ricordo di aver pensato: “Avrei voluto che succedesse dieci anni fa”. Poi ho scoperto la vostra rivista e una delle prime cose che ho letto era questa idea secondo cui ciò che pubblicate dovrebbe essere capace di trasmettere le stesse emozioni tempo dopo la sua effettiva pubblicazione. L’ho apprezzata moltissimo. Mi è sembrata un’idea bellissima perché, in qualche modo, è esattamente ciò che sta accadendo oggi ad ‘Altinha’.”

Il tuo ‘Altinha’ verrà proiettato a San Servolo, davanti al pubblico ONA. Che sensazioni ti attraversano pensando alla location unica, circondata dalla Laguna Veneziana, in cui il tuo racconto prenderà forma? E che messaggi vorresti lasciasse al pubblico ONA?
Jean-Marc Joseph: “Naturalmente sono felicissimo e profondamente onorato che il film sia stato selezionato da ONA. Non conoscevo il festival prima che mi contattassero e oggi, con il proliferare di festival ovunque, ci si imbatte inevitabilmente in realtà di qualità molto diversa. È stato un autentico piacere scoprire la cura che caratterizza ONA: la selezione, il gusto, tutto ciò che circonda il festival. Apprezzo in particolare la capacità di dire: “Questo film mi piace. Non importa che sia stato realizzato nel 2017: ha ancora qualcosa da dire”.
Credo che la cultura contemporanea abbia sviluppato un rapporto quasi ossessivo con la novità. Qualcosa appare e, prima di essere realmente arrivato, appartiene già al passato. Tutto è rapidamente consumabile e sostituibile, indipendentemente dal suo valore o dal tempo che qualcuno ha dedicato a crearlo. Puoi impiegare sette anni per realizzare qualcosa e poi, tre mesi dopo la sua uscita, avere la sensazione che sia già tutto finito. Per questo, scegliere di proiettare un film quasi dieci anni dopo la sua realizzazione mi sembra una presa di posizione. Un piccolo, ma significativo, atto di resistenza.
Quanto a ciò che vorrei rimanesse al pubblico, devo tornare a mio padre. Lo sport non ha bisogno di un vincitore per possedere un valore. Non deve necessariamente produrre un tempo, un risultato o una performance. La pratica stessa dell’Altinha custodisce qualcosa di sempre più significativo all’interno di una società ossessionata dalla prestazione, dal valore economico e da tutto ciò che può essere misurato. L'astrofisico, filosofo e poeta francese Aurélien Barrau affronta questi temi con uno sguardo filosofico e poetico. Nelle sue lezioni parla di ecologia, di ambiente e della direzione che sta prendendo l’umanità, ritornando spesso a domande molto semplice: dove risiedono i nostri valori? Cosa vogliamo, davvero? Cosa significa, davvero, essere ricchi? È esattamente ciò che dice uno dei giocatori (PXE) verso la fine del film: non ha denaro, eppure è molto ricco.
Esistono forme di ricchezza che non hanno nulla a che vedere con ciò che può essere acquistato, prodotto o monetizzato. Forse è proprio questo che, alla fine, vorrei restasse del film. Concedersi di fare qualcosa semplicemente perché ci fa stare bene: non perché possa farci guadagnare denaro, procurarci notorietà o generare un risultato misurabile. A volte può bastare questo.”

ONA’s Perspectives | Smriti Keshari & The Selfish Gene
L’ONA Short Film Festival continua ad affascinare ed ispirare l’audience che, per la 7ª edizione, tornerà sulla placida Isola di San Servolo per osservare la fusione tra settima arte, cultura sportiva, specie nella sua cadenza outdoor, e ritmi lagunari. Come Media Partner di lunga data del Festival, diamo spazio alle prospettive che lo scandiscono nelle serate tra il 10 e il 12 settembre
Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo, dove tra il 10 e il 12 settembre torna a prendere forma l’ONA Short Film Festival: evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui.
Come ormai da tradizione, accompagniamo questa significativa kermesse con una collana editoriale ad hoc. Protagonista di questo focus, Smriti Keshari e il suo short film ‘The Selfish Gene’, con le musiche del producer britannico Adam Freeland, la fotografia di Byron Shah, il montaggio di Isabel Freeman e i titoli firmati da Constantin “Coco” Demner.


Come sempre, ci piace partire da un dato che riteniamo fondativo per ogni nostro intervistato, così come per ogni regista partecipante all’ONA Short Film Festival: che rapporto hai costruito, dalla tua infanzia ad oggi, con l’immaginario sportivo? Che tipo di musa ispiratrice è stata, e continua ad essere, quella sportiva nel tuo modo di vedere il mondo?
Smriti Keshari: “Per me tutto comincia dal corpo. Ero sempre in movimento: correvo, nuotavo, danzavo, mi arrampicavo, cadevo, giocavo. Da bambina mi affascinava il dato fisico di un corpo interamente consegnato a ciò che sta facendo. Nello sport, soprattutto durante l’infanzia, non pensi allo sforzo. Il corpo sembra sapere cosa fare prima ancora che la mente abbia il tempo di interferire. Crescendo, raggiungere quella condizione diventa più difficile. Io pratico surf e corro: ti alleni consapevolmente, ripeti un gesto infinite volte, cerchi ogni volta di fare meglio della precedente. Ma alla fine arrivi a un punto in cui devi smettere di esercitare un controllo cosciente. Semplicemente, corri. Oppure sei nell’acqua. E in questo esiste una forma di pace interiore.
Sul piano professionale, lo sport mi ha offerto un’altra prospettiva. Ho avuto il privilegio di lavorare, sia come regista, che come executive producer, a storie sportive in diverse parti del mondo. Come executive ho potuto comprendere la scala dell’industria, l’enorme macchina che gravita intorno allo sport e i milioni di persone che vi partecipano emotivamente. Come filmmaker, invece, sono profondamente attratta dalle storie che si celano dietro quei grandi momenti sportivi e dai punti in cui emergono tensioni: puoi avere un singolo atleta, completamente solo all’interno dell’inquadratura, e in qualche modo sentire sulle sue spalle il peso del mondo intero. Due film italiani recenti riescono a trasmettere questo. ‘Futura’, di Rohrwacher, Marcello e Munzi, nel quale a un gruppo di adolescenti viene chiesto cosa immaginino li attenda nel futuro e uno di loro parla di boxe. E ‘San Siro’ di Yuri Ancarani, che osserva uno stadio prepararsi a una partita, senza però mostrarla.
Lo sport è una delle poche cose che conosco capaci di attraversare lingue, geografie e generazioni senza chiedere permesso. Un nuotatore in un Paese, un pugile in un altro, un surfista da qualche altra parte: possiamo non sapere nulla gli uni degli altri, eppure comprendiamo il corpo e attraverso di esso riusciamo a entrare in relazione. Nutro una fiducia quasi irragionevole nella cultura. La musica, l’arte, lo sport: sono alcune delle cose che continuano a darmi fiducia. Probabilmente è anche per questo che torno continuamente a gesti elementari: nuotare, correre, muoversi, perdersi. Prima della competizione, prima del pubblico, prima ancora che esista una storia, c’è semplicemente un corpo che attraversa lo spazio. Ed è un punto di partenza meravigliosamente fertile.”



La dimensione dello storytelling visuale, invece, com’è entrata a far parte della tua vita? Come la vivi?
Smriti Keshari: “I miei primi ricordi visivi appartengono agli anni trascorsi a Varanasi: l’università in cui mia madre stava conseguendo il dottorato, il cortile in cui vivevamo, le corse su e giù per le scale con mio fratello e gli altri bambini del quartiere, le scimmie selvatiche che attraversavano le strade… Una successione di storie, più che frammenti d’immagini. Nella mia mente tendo a costruire continuamente dei jump cut: qualcosa che vedo in un luogo entra improvvisamente in relazione con qualcosa che ho visto in un posto completamente diverso. Avendo attraversato il mondo e vissuto in luoghi differenti, mi ritrovo costantemente a tracciare queste connessioni. Un gesto, una postura, un volto, un paesaggio possono improvvisamente appartenere a un altro tempo o a un altro luogo. Spesso l’immagine arriva prima ancora che io comprenda perché debba trovarsi lì. Il cinema mi risulta naturale proprio perché il montaggio è la manifestazione concreta di quei jump cut mentali. Accosti due immagini e, nello spazio che si crea tra loro, accade qualcosa. Nessuna delle due immagini è cambiata, eppure il loro significato lo ha fatto.
Il mio lavoro nel racconto sportivo mi ha resa sempre più interessata allo spazio che separa, e insieme unisce, l’individuo e la collettività. Come regista, cerco le cose minime: un respiro, una mano, un istante di esitazione, la solitudine di un atleta. Ho visto come un momento infinitesimale possa diventare parte di una storia vissuta da milioni di persone. Penso a George Gervin e David Thompson, ‘Ice’ e ‘Skywalker’, come venivano soprannominati. Hanno portato nelle posizioni di guardia e ala una creatività e una verticalità capaci di trasformare il modo stesso in cui quei ruoli potevano essere interpretati, contribuendo alla nascita dello stile NBA così come oggi la conosciamo. Steph Curry appartiene a quella genealogia. Ognuno di loro ha inventato un gesto che tutti gli altri hanno poi cominciato a imitare. E poi, da qualche parte, trovi una ragazza su un playground intenta a tirare da nove metri…
Un singolo corpo può trovarsi completamente solo nell’inquadratura e, allo stesso tempo, portare con sé un peso enorme. Lo sport rende questa condizione particolarmente visibile. Un nuotatore, un runner, un surfista o un giocatore di basket compie un gesto che qualcuno dall’altra parte del mondo è in grado di comprendere immediatamente. La cultura che circonda quel gesto può essere completamente diversa, ma il corpo parla per primo. Il cinema offre la possibilità di potersene accorgere. E non credo di voler necessariamente spiegare al pubblico quale sia la connessione. Non è forse più interessante accostare le immagini e lasciare che siano gli spettatori a scoprire qualcosa di nuovo?”
‘The Selfish Gene’, un’ode estetica al gesto atletico del tuffo. Partendo dal titolo stesso di quest’opera, puoi spiegarci cos’hai voluto rappresentare in questo short movie? E cosa ti ha portata a comporre questa suggestiva sequenza di forme atletiche?
Smriti Keshari: “Il film è nato in un periodo in cui cercavo di comprendere come l’umanità avesse inseguito l’immortalità attraverso le proprie narrazioni. Sono partita da una domanda che ritrovavo, in forme diverse, attraverso le culture e lungo tutta la storia: in quali modi può l’essere umano raggiungere l’immortalità? Quell’interrogativo mi ha condotta verso la biologia evolutiva e, infine, a ‘The Selfish Gene’ di Richard Dawkins. Mi affascinava la sua tesi secondo cui i veri protagonisti dell’evoluzione sarebbero i geni, non gli individui: entità che continuano a replicarsi attraverso i millenni, mentre i corpi non sono che veicoli temporanei. È un’idea estremamente seducente: Dawkins descrive il corpo umano come una macchina di sopravvivenza, plasmata da geni il cui unico imperativo è la continuità. Ereditiamo sequenze che persistono da centinaia di migliaia di anni; allora, se il corpo è soltanto uno strumento per la sopravvivenza genetica, dove risiede la coscienza? Dove cominciano la volontà, o la libertà?
In quel periodo avevo anche cominciato a dedicarmi seriamente alla corsa. Le lunghe distanze hanno trasformato la mia comprensione del corpo. Correre racchiude un paradosso: quanto più consapevole e intenzionale è l’allenamento, tanto meno lo diventa il movimento. Arriva un momento in cui il pensiero arretra e il corpo agisce. Nessuna narrazione, nessuna storia. Più recentemente mi sono imbattuta nel concetto di Eva mitocondriale, l’antenata materna comune il cui DNA mitocondriale sopravvive in ogni essere umano vivente. Non è l’Eva biblica, naturalmente, ma la traccia di un’antichissima continuità che passa di corpo in corpo. Era un altro modo di immaginare l’immortalità: non come una fuga dal corpo, ma come qualcosa che lo attraversa, quasi una forma di reincarnazione.
L’altra sera, mentre guardavo ‘The Seasons in Quincy: Four Portraits of John Berger’ all’Anthology Film Archives, sono rimasta colpita dalle parole di Berger sul corpo: il corpo non è mai semplicemente un oggetto, ma il luogo attraverso cui incontriamo il mondo. Mi è sembrato un altro modo di guardare alla stessa questione. Quando corri, sperimenti qualcosa di simile: un corpo spogliato del superfluo, ricondotto al ritmo, al respiro, alla ripetizione. Il tuffo contiene un paradosso analogo, ma compresso in pochi secondi. Anni di disciplina producono un movimento che, nell’istante in cui accade, può apparire completamente privo di sforzo. L’atleta ha esercitato il controllo su ogni singolo dettaglio e poi, alla fine, deve abbandonarsi alla gravità.”



Nella produzione giocano un ruolo preponderante il cielo, usato come sfondo dell’intero short movie, e il soundtrack, che accompagna un mosaico di tuffi performati da atleti eterogenei, per genere ed età. Come si sono intrecciati questi tasselli, all’interno del tuo processo creativo? E, in generale, come si sviluppa il tuo processo creativo?
Smriti Keshari: “Poco prima di realizzare ‘The Selfish Gene’ vivevo a Londra e mi capitava spesso di sedermi all’interno della Cattedrale di St Paul e rimanere a osservare i mosaici e le figure dipinte sopra di me. Potevo perdermi lì dentro per ore, immaginando quelle persone e le loro storie come frammenti di un unico caleidoscopio. Poi mi sono trasferita a Los Angeles, vicino al Rose Bowl Aquatics Center, e ho cominciato a guardare i tuffatori con lo stesso sguardo. I loro corpi attraversavano il cielo, ma li osservavo come avevo osservato quelle figure nella cattedrale: composizioni, gesti, corpi sospesi su qualcosa d’immensamente più grande. Inizialmente, usare il cielo come sfondo è stata una scelta pratica; poi è diventato una scelta concettuale.
Quando elimini l’architettura e il paesaggio, elimini gran parte degli elementi che ci permettono di capire dove ci troviamo. Rimane il corpo. Un tuffatore entra nell’inquadratura e, per alcuni secondi, viene meno qualsiasi riferimento di scala. Potrebbe precipitare, volare, scomparire, ritornare. C’è qualcosa d’ipnotico in quella sospensione. L’accompagnamento musicale è nato da un’intuizione simile. Adam Freeland e io collaboriamo da molti anni. Ci interessavano la ripetizione e il ritmo, e quel momento singolare in cui la reiterazione comincia ad alterare la percezione del tempo. Come runner, è una sensazione che ho sperimentato fisicamente. Diventi consapevole del respiro, del battito, del ritmo; il pensiero diventa progressivamente meno utile. Il suono può produrre qualcosa di simile: può modificare la velocità con cui percepiamo lo scorrere del tempo. È anche per questo che provo una profonda ammirazione per i musicisti.
In questo momento sto lavorando a un nuovo progetto sulla storia del suono, delle tecnologie di registrazione e del jazz, e mi ha colpito quanto spesso i musicisti descrivano l’esperienza di perdersi completamente nello studio di registrazione. Il mio processo, generalmente, comincia da una domanda, più che da una risposta. Raccolgo immagini, gesti, frammenti e suoni, e lascio che rimangano gli uni accanto agli altri finché non cominciano a raccontarci la storia. Il montaggio è una forma di pensiero e, fortunatamente, non ha sempre bisogno delle parole. A volte basta accostare un’immagine a un’altra e aspettare. Se sei fortunato, saranno loro a dirti qualcosa che ancora non sapevi quando hai cominciato.”
Il tuo ‘The Selfish Gene’ verrà proiettato a San Servolo, davanti al pubblico ONA. Che sensazioni ti attraversano pensando alla location unica, circondata dalla Laguna Veneziana, in cui il tuo racconto prenderà forma? E che messaggi vorresti lasciasse al pubblico ONA?
Smriti Keshari: “Non sono mai stata a Venezia, quindi Ona sarà anche la mia prima occasione per visitarla. Ne ho, però, incontrato moltissime rappresentazioni: nei film, nelle fotografie, nei dipinti e in tutta la letteratura che si è sedimentata intorno alla città. Venezia sembra trovarsi in uno stato di metamorfosi perpetua. Arrivarci di persona sarà probabilmente un utile correttivo rispetto a quanto poco un’immagine possa, in realtà, prepararci all’esperienza di un luogo. Negli ultimi anni sono tornata in Italia sempre più spesso, ripercorrendo le origini della famiglia di mio marito e riallacciando i rapporti con i suoi parenti. Sono particolarmente curiosa di arrivare a San Servolo, circondata dalla laguna, dove acqua e cielo sembrano sfiorarsi, proprio come accade in ‘The Selfish Gene’.
Quanto a ciò che vorrei che il pubblico portasse con sé, preferirei non essere io a deciderlo. Spero, piuttosto, che sia il pubblico veneziano a dirmi di cosa parla il film. Da quelle parti osservano il cielo e l’acqua da moltissimo tempo, e sospetto che possano avere qualcosa da insegnarmi. Non vedo l’ora di sentire cos’avranno da dirmi.”











