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Dennis Scholz | Shaped by Experience

Oltre a essere un insieme di gesti atletici complessi, concatenati tra loro in maniera armoniosa, più in profondità lo sport può trasformarsi in una forma di conoscenza. Innanzitutto fisica, poiché modifica e costruisce la percezione del proprio corpo; successivamente visiva, educando lo sguardo a riconoscere dettagli, codici e caratteristiche specifiche di ogni singola cultura sportiva.  Per Dennis Scholz, questa forma di conoscenza è sinonimo del suo approccio alla fotografia sportiva e della sua esperienza, tutta

Prima di imparare a governare luce, composizione e tempo di esposizione, Dennis aveva già mosso i primi passi sulla tavola, sperimentando in prima persona le sensazioni, le traiettorie e le emozioni generate dal movimento su ruote,  innamorandosi di quella cultura. La macchina fotografica è stata, e continua a essere, il naturale prolungamento di una sensibilità già educata e sviluppata attraverso il corpo.

Esiste qualcosa, nel suo percorso fotografico e personale, che rimanda alle tecniche del corpo descritte dall’antropologo francese Marcel Mauss, ossia l’idea che gesti apparentemente naturali siano, in realtà, sistemi complessi di apprendimento, appartenenza e trasmissione culturale. Uno skateboarder, allora, non possiede soltanto un repertorio motorio di trick; impara progressivamente a leggere superfici, spazi urbani, abbigliamento, generi musicali secondo una tradizione orale, visiva e stilistica che rimane poco comprensibile agli occhi di chi osserva dall’esterno. Ed è precisamente questa idea che Scholz ha trasferito nella sua fotografia. Ritrarre lo sport e i suoi massimi interpreti, nei suoi scatti, significa innanzitutto riconoscere che ogni disciplina dispone di un proprio codice, costituito da rituali, regole, dettagli e convenzioni che devono essere rispettati, senza eludere la cultura che si sta tentando di rappresentare.

Lo sport diventa così una vera e propria forma di educazione intellettuale e visuale, nella quale il gesto atletico non esiste mai come entità autonoma e il suo vero significato si cela nella relazione con la realtà circostante. Una conoscenza che Dennis Scholz conserva e applica in contesti sportivi sempre nuovi, attraversando running, tennis e altre culture sportive, con la stessa voglia di imparare.

La fotografia è entrata nella tua vita attraverso lo skateboarding, e non il contrario. Prima ancora di conoscere un vero linguaggio fotografico, avevi già imparato a comprendere il movimento attraverso il tuo stesso corpo. Pensi che il tuo modo di guardare si sia formato innanzitutto fisicamente, proprio attraverso lo skateboarding? E come si è sviluppato, inizialmente, il tuo rapporto con lo skate e con la sua cultura?

“Faccio skate praticamente da tutta la vita. Ho iniziato quando avevo sei anni e, da quel momento in poi, ho semplicemente continuato a farlo senza sosta. A un certo punto, io e i miei amici abbiamo cominciato a filmarci a vicenda. A quell’età, la finalità era riuscire ad avere una clip di sé stessi mentre si skateava, per vedere come appariva un trick. Gradualmente ho iniziato a interessarmi sempre di più anche alla fotografia. Ricordo di aver acquistato un vecchio magazine di skate, in un periodo in cui la fotografia esisteva ancora soprattutto attraverso la carta stampata. Prima di Instagram e che le immagini cominciassero a circolare in maniera continuativa, si potevano vedere soltanto una manciata di nuove fotografie di skate ogni mese, e quelle immagini diventavano qualcosa che aspettavo impazientemente. Ricordo che sfogliando quelle pagine mi chiedevo: come hanno fatto a realizzarla? Come è stata scattata quella fotografia con il fisheye? Come ha fatto il fotografo ad avvicinarsi così tanto? Da dove arriva quella luce? Sono state proprio queste domande a farmi desiderare di prendere in mano una macchina fotografica.

Continuo a pensare che lo skateboarding sia uno degli sport più difficili da fotografare bene, soprattutto quando parliamo di action shot, perché spesso esiste un unico istante preciso in cui ogni elemento deve convergere. All’epoca, inoltre, la fotografia di skate possedeva un linguaggio visivo incredibilmente rigoroso. Esistevano essenzialmente delle regole: certi trick ci si aspettava che venissero fotografati con un fisheye, magari lavorando con tre flash, e c’era un momento esatto nel quale il movimento doveva essere catturato. Le aspettative tecniche erano estremamente elevate. Imparare a realizzare una fotografia di skate davvero buona significava quindi passare dal non sapere praticamente nulla al dover padroneggiare una combinazione piuttosto sofisticata di timing, illuminazione, posizionamento e tecnica. Lo trovavo affascinante. Ricordo di aver pensato che, se un giorno fossi riuscito a creare un’immagine simile a quelle che vedevo su quelle riviste, sarebbe stato un sogno.

La mia prima macchina fotografica è stata una vecchia compatta digitale dei miei genitori, una di quelle piccolissime fotocamere con uno schermo LCD minuscolo. Ovviamente non esisteva alcun fisheye disponibile per quel tipo di macchina, così io e i miei amici riuscimmo in qualche modo a entrare nell’aula di fisica della scuola, dove c’erano tutti questi piccoli frammenti di vetro curvo utilizzati per gli esperimenti. Ne portai alcuni a casa e iniziai a costruire un fisheye da solo, posizionando differenti pezzi di vetro davanti all’obiettivo fino a quando, alla fine, uno di essi non produsse qualcosa che somigliava vagamente a un effetto fisheye. Quelli furono davvero i primi passi nella fotografia, guidati da moltissima sperimentazione, e il semplice tentativo di comprendere in che modo un’immagine potesse essere costruita.

Senza dubbio, il fatto di praticare lo skateboarding in prima persona mi ha aiutato a comprendere il movimento più in generale. All’inizio non fotografavo skater professionisti; ero insieme ad amici che avevano più o meno il mio stesso livello. Stavamo semplicemente sperimentando insieme. Ma proprio perché comprendevo il funzionamento di un trick, il modo in cui il corpo si muoveva e il momento decisivo in cui si compiva, possedevo già una certa intuizione rispetto all’istante in cui la fotografia doveva essere realizzata. Questa comprensione è rimasta con me in tutto ciò che ho fotografato in seguito. Conoscere il movimento dall’interno mi ha dato una sorta di credibilità, ma anche una maggiore capacità di comprendere le emozioni che accompagnano lo sport. Credo che quel background, alla fine, mi abbia aperto diverse porte.”

In che misura Berlino e la sua cultura skate hanno plasmato tanto il tuo sguardo visivo quanto il tuo sviluppo come fotografo? E ricordi il momento in cui hai capito che la fotografia avrebbe potuto diventare qualcosa di più dello skateboarding stesso?

“In realtà sono cresciuto in un luogo molto più piccolo, a circa due ore da Berlino. Ma non appena ho iniziato a prendere seriamente lo skate, è diventato evidente che avessi bisogno di accedere a spot migliori e a una comunità più ampia. Così, appena ho avuto legalmente la possibilità di trasferirmi, l’ho fatto. Vivere stabilmente in una grande città ha cambiato ogni cosa. Improvvisamente avevo davanti a me un’enorme quantità di possibilità. Ho incontrato persone che mi permettevano di esercitarmi continuamente e direi che Berlino è il luogo in cui ho davvero cominciato a fotografare seriamente. Avevo accesso a location, a persone motivate e, sempre più spesso, a skater molto talentuosi. Anche se Berlino possiede una scena skate relativamente ampia, lo skateboarding rimane comunque un mondo piuttosto piccolo. Si entra nella comunità rapidamente. Nel giro di poco tempo inizi a conoscere praticamente tutti, comprese alcune delle figure più consolidate della scena. Per me, da lì in avanti, le cose si sono sviluppate in maniera molto organica. Ho iniziato a ottenere i miei primi piccoli lavori e, a un certo punto, qualcosa che assomigliava a una carriera ha cominciato a prendere forma. Berlino ha avuto senza dubbio un’influenza enorme, perché si è trasformata in un terreno di allenamento perfetto. Accadeva sempre qualcosa. 

Per molto tempo, tuttavia, ho continuato a fotografare lo skateboarding soprattutto perché lo amavo. Solo gradualmente ha cominciato a trasformarsi in un vero lavoro professionale. Dopo tanti anni, però, farlo ogni giorno è diventato estenuante. Portavo con me questo enorme zaino pieno di obiettivi, flash, treppiedi e qualsiasi altra cosa, sperando che alla fine della giornata sarei riuscito ad avere almeno una fotografia da poter vendere. Arrivò un momento in cui mi resi conto che tutto questo stava iniziando a compromettere il mio stesso rapporto con lo skateboarding. Vedevo skate ovunque. Ritoccavo fotografie di skate, incontravo continuamente skater, trascorrevo intere giornate a fotografare skateboarding e, alla fine, non avevo più voglia di andare a skateare io stesso. Probabilmente fu quello il momento in cui ho iniziato a pensare che forse esisteva un altro mondo al di fuori di quel particolare microcosmo.

Curiosamente, non ho mai preso una decisione consapevole di cercare una carriera fotografica completamente nuova. Non ho iniziato improvvisamente a produrre un portfolio del tutto nuovo, né a inseguire in maniera aggressiva altre tipologie di commissioni. La transizione è avvenuta in modo molto naturale. Le persone hanno iniziato a contattarmi per fotografare il running. All’inizio poteva trattarsi di un run club locale o di un piccolo progetto per un brand e, da lì, le cose si sono progressivamente ampliate. Ancora una volta, Berlino è stata fondamentale. Incontrare persone in città avviene quasi naturalmente, se sei aperto a farlo. Sono una persona piuttosto socievole e positiva e, nel corso degli anni, ho conosciuto un enorme quantitativo di persone. In qualche modo, quelle relazioni hanno permesso al mio lavoro di evolvere da qualcosa quasi esclusivamente legato allo skateboarding a commissioni dedicate al running e ad altri sport. Berlino è sempre stata un ambiente straordinario per mettere alla prova nuove idee creative. Ti concede lo spazio per sperimentare. Mi ha incoraggiato a cercare continuamente un’altra prospettiva, non soltanto in senso letterale, rispetto al luogo in cui posizionavo la macchina fotografica, ma anche concettualmente, interrogandomi su come qualcosa di familiare potesse essere osservato in maniera differente.”

Una volta hai affermato che, idealmente, un fotografo di skate dovrebbe praticare skateboarding in prima persona, perché comprendere un movimento dall’interno si riflette all’interno di una fotografia. Da allora, il tuo lavoro si è esteso al running, al tennis e a molti altri contesti sportivi. Come ti avvicini a una disciplina che non hai mai praticato e in che modo sviluppi un grado di comprensione equivalente?

“A volte penso che non conoscere ogni cosa di uno sport possa essere utile. Per me, il requisito fondamentale quando fotografi una disciplina con cui non hai familiarità è semplicemente essere disposto a comprenderla ed essere aperto all’apprendimento. Quando pensi a che foto vuoi realizzare, naturalmente arrivi sul set con le tue idee, ma alla fine, anche all’interno di una grande produzione commerciale, è fondamentale che si instauri una relazione molto stretta tra fotografo e atleta. Devi comunicare la tua idea in maniera sufficientemente chiara affinché l’atleta comprenda ciò che stai cercando di ottenere, ma allo stesso tempo devi essere disposto a riconoscere la sua competenza. Avere l’umiltà di affidarsi alle loro conoscenze atletiche.

Ho fotografato Carlos Alcaraz quando, molto sinceramente, sapevo quasi nulla di tennis. Non ero del tutto sicuro di ciò che stava accadendo, ma lo abbiamo scoperto insieme grazie alla relazione sviluppata sul set. Ironia della sorte, poco dopo ho iniziato a giocare a tennis proprio perché quell’esperienza mi aveva ispirato moltissimo. Ma, indipendentemente dallo sport, comprendere come debba essere rappresentato, quali siano i movimenti corretti e quali i momenti realmente significativi, è assolutamente fondamentale. Rimane una delle responsabilità essenziali della fotografia sportiva. Allo stesso tempo, non credo che esista uno sport così complesso da non poter essere compreso, se lo si affronta con curiosità, si parla con le persone giuste e si permette al processo di diventare collaborativo. Moltissimo dipende dall’atteggiamento. Se arrivi considerando il lavoro come uno sforzo collettivo, allora cambia l’intera atmosfera. Mi piace rompere il ghiaccio, parlare con le persone, creare buone relazioni e permettere a ciascuno di contribuire con ciò che conosce meglio. È un approccio che, nel tempo, mi è stato straordinariamente utile.”

Oggi i brand sono costantemente alla ricerca dell’autenticità, soprattutto quando entrano in contesti sportivi dotati di identità culturale molto forti. Pensi che essere cresciuto all’interno di uno di questi mondi ti abbia dato una maggiore capacità di riconoscere e fotografare in maniera autentica anche altri contesti?

“Al 100%. Credo che crescere all’interno di uno sport con un’identità culturale così forte, e impararne i codici in maniera estremamente dettagliata, mi abbia reso consapevole del fatto che codici simili esistono ovunque. Una volta che hai sperimentato dall’interno una di queste culture, diventi molto più sensibile al fatto che ogni sport possiede un proprio linguaggio e che quei linguaggi non possono essere semplicemente ignorati. Ho visto persone fotografare running, calcio e persino skateboarding senza prestare alcuna attenzione a questo aspetto. Possono realizzare un’immagine dalla composizione bellissima, ma la fotografia rimane fondamentalmente sbagliata perché magari il movimento non ha alcun senso, oppure hanno catturato un istante che chiunque appartenga a quella cultura riconoscerebbe immediatamente come inautentico. Credo quindi che il mio passato  nel mondo dello skateboard mi abbia fornito una base molto solida. Mi ha insegnato anche a comprendere che quei codici culturali cambiano completamente da una disciplina all’altra. 

Oggi trovo tutto questo particolarmente interessante perché, soprattutto dopo il Covid, molti sport sono diventati molto più culturalmente orientati. Mi sembra che ci sia stato uno spostamento dalla competizione pura verso il concetto di comunità. Il ciclismo non riguarda necessariamente più soltanto il raggiungimento del tempo più veloce. Correre può significare andare piano, stare all’aria aperta, competere con se stessi, trascorrere tempo con altre persone. Trovo questo cambiamento affascinante. Questo progressivo allontanamento dalla performance come unica misura del valore sportivo ha avuto effetti positivi anche sul mio modo di fotografare lo sport, perché non sono mai stato particolarmente interessato alla sola competizione. Naturalmente rimane importante per molte persone, e rispetto questa prospettiva. È semplicemente una questione di punti di vista. 

Ho sempre pensato che, prima di ogni altra cosa, si pratichi uno sport per se stessi, per il proprio benessere, per sviluppare dei rapporti di amicizia. Forse anche questo deriva dallo skateboarding. Ti incontri in uno skatepark e può capitare che ci siano diversi skater estremamente talentuosi accanto a persone che hanno appena iniziato. Eppure rimane comunque quell’istinto a incoraggiarsi reciprocamente. Qualcuno magari riesce semplicemente a chiudere il suo primo ollie e tutti quelli che gli stanno intorno ne sono sinceramente entusiasti, perché per quella persona rappresenta un progresso. Ho sempre amato questo aspetto. E mi entusiasma davvero vedere che quella stessa mentalità stia comparendo in moltissimi altri sport, soprattutto in discipline che, storicamente, venivano interpretate quasi esclusivamente attraverso la performance e la competizione. Per me, questa trasformazione culturale è incredibilmente interessante.”

Una caratteristica ricorrente della fotografia di skate è che il gesto raramente viene isolato. L’architettura, le texture, la strada e l’ambiente circostante rimangono fortemente presenti all’interno dell’inquadratura. Quanto è importante per te, ancora oggi, preservare il mondo che circonda un atleta?

“È estremamente importante. Per certi versi, direi persino che ciò che circonda il movimento può essere significativo quanto il movimento stesso. Attorno a un atleta accade sempre moltissimo. L’ambiente, l’atmosfera e, soprattutto, l’emozione influenzano tanto il modo in cui una persona si muove quanto il modo in cui quel movimento viene percepito. Sono sempre stato interessato a questa dimensione più ampia dell’immagine. A volte la fotografia più significativa non coincide necessariamente con il gesto sportivo decisivo, ma con un momento emotivo estremo. 

Puoi fotografare un volto da molto vicino e, se l’immagine è costruita nel modo giusto, le persone possono comunque comprendere a quale sport appartenga quel soggetto. Lo stesso vale per i dettagli più piccoli. Puoi fotografare soltanto un polso, una mano o un frammento del corpo, ritagliato in maniera estremamente ravvicinata, e riuscire comunque a evocare un intero linguaggio sportivo. Questi dettagli mi affascinano perché possono contenere un’enorme quantità di emozione e spesso raccontano una storia che si estende ben oltre il movimento stesso. L’ambiente circostante è altrettanto importante, anche se ovviamente è molto più difficile da controllare. Forse anche questo deriva dal mio primo istinto, maturato nello skateboarding, di cercare una prospettiva differente. Sono sempre stato interessato a osservare il mondo attorno all’azione, anziché isolare completamente l’atleta dal proprio contesto. Ciò che mi interessa è trovare un’altra via d’accesso al soggetto: un’angolazione diversa, un dettaglio, una relazione differente tra l’atleta e lo spazio circostante, rimanendo però sempre fedele alla cultura e all’autenticità di quel contesto sportivo.”

Hai iniziato fotografando amici in situazioni perlopiù spontanee, mentre la fotografia commerciale ha introdotto successivamente brief, calendari e ambienti attentamente controllati, progettati per produrre un’immagine specifica. Dopo esserti mosso ripetutamente tra questi due mondi, che cosa hai imparato sul rapporto tra controllo e casualità? E ti è mai capitato di vederli fondersi all’interno del tuo lavoro?

“Cerco sempre di introdurre qualcosa della mia personale prospettiva creativa, anche all’interno di uno shooting commerciale fortemente strutturato. Mi domando continuamente se non possa esistere un altro modo di creare un’immagine, qualcosa di leggermente meno ovvio rispetto a ciò che era stato pianificato inizialmente.Credo fortemente che questo faccia parte della mia responsabilità come fotografo. Se ogni elemento è già stato predeterminato, se il cliente sa esattamente dove debba stare il soggetto, come debba apparire l’immagine e precisamente quale debba essere il risultato finale, allora, almeno in teoria, potrebbe assumere qualsiasi altro fotografo. Ciò che posso apportare è proprio quell’ulteriore livello di interpretazione. Per questo, anche nelle grandi produzioni, cerco di rimanere attento a quei piccoli impulsi creativi che emergono mentre stiamo lavorando. A volte può complicare leggermente le cose, perché i tempi sono stretti e tutto è già stato pianificato, ma alla fine la maggior parte dei clienti lo apprezza. Una volta realizzate tutte le fotografie che sappiamo di dover ottenere, spesso chiedo uno o due ulteriori momenti in cui posso lavorare in maniera più creativa. Magari improvvisamente sento di dover cambiare macchina fotografica, avvicinarmi oppure semplicemente seguire l’atleta anziché dirigerlo. Porto sempre con me una piccola seconda macchina proprio per questo motivo. Voglio avere la possibilità di lasciare da parte la fotocamera principale, muovermi immediatamente verso quel momento e fotografarlo prima che scompaia. Molto spesso sono proprio quelle immagini a contenere l’energia maggiore. C’è qualcosa di istintivo che è difficile da spiegare. Improvvisamente senti che dovresti avvicinarti, cambiare posizione o seguire qualcuno, e devi semplicemente ascoltare quell’impulso. A volte produce qualcosa di straordinario, altre volte no. Ma ciò che conta è concedersi la possibilità di tentare.

Controllo e spontaneità non sono necessariamente opposti. La struttura di una produzione commerciale ti fornisce una cornice, ma credo che all’interno di quella cornice sia necessario preservare sufficiente apertura perché possa accadere qualcosa di inatteso. In definitiva, si tratta di mettere il più possibile di se stessi all’interno di un progetto. Credo che anche i brand abbiano iniziato a comprendere che lo sport può essere comunicato in maniera molto più convincente attraverso questi momenti che non mediante una rappresentazione completamente controllata della performance. L’emozione autentica, l’imperfezione e l’energia di un gesto atletico reale appartengono ancora a qualcosa di profondamente umano. Riconoscere questi momenti richiede istinto e, in ultima analisi, gusto.”

Dopo tanti anni trascorsi a fotografare atleti e culture sportive, che cosa continua a ispirarti  e vuoi tradurre in immagine? Esiste qualcosa di essenziale nell’esperienza sportiva che la fotografia ti ha insegnato a rappresentare e, al tempo stesso, ad apprezzare?

“Una cosa di cui sono diventato sempre più consapevole, tanto osservando gli atleti quanto fotografandoli, è l’idea di entrare in uno stato di flow. Quando un atleta raggiunge quel punto, esiste un momento in cui sembra smettere di pensare consapevolmente a ciò che sta facendo. Il movimento diventa istintivo. Ogni cosa si allinea e, semplicemente, l’atleta esegue. Riconosco qualcosa di molto simile nella fotografia. Durante uno shooting ci sono momenti in cui gradualmente trovo un ritmo e, a un certo punto, tutto sembra incastrarsi. Smetto di pensare. Non analizzo consapevolmente ogni singola decisione. Sto semplicemente seguendo qualcosa di più intuitivo, una sorta di istinto creativo che sembra provenire da qualche luogo dentro di me.

Forse è proprio questa una delle cose che trovo più belle tanto nello sport quanto nella fotografia: entrambi possono condurti in uno spazio nel quale, per un breve istante, sforzo e istinto diventano indistinguibili. E non è qualcosa che si possa controllare. Posso provare quella sensazione fotografando qualsiasi cosa. È semplicemente un momento in cui percepisci che le cose stanno funzionando, che stai rispondendo correttamente a ciò che accade intorno a te e che ti fidi del processo, anziché interferire con esso.”


A Tender Gaze | Henry Lamine Diagne

Il soffice e delicato sguardo di Henry Lamine Diagne riesce a dirigerci verso un altrove sportivo dove atleti e comunità vengono ritratti in profondità. Uno spazio visuale in cui la spettacolarizzazione del gesto lascia spazio alla vulnerabilità dell’identità umana e all'attaccamento al sistema culturale a cui appartiene

Per questo giovane fotografo nato in Svizzera e cresciuto tra Parigi ed il Senegal, fotografare un atleta significa, innanzitutto, sottrarlo alla sola dimensione performativa. Grazie all’utilizzo del ritratto e ad un passato nel mondo della moda, Henry umanizza i soggetti sportivi. Figure statuarie e iconiche lasciano spazio a esseri umani attraverso cui osservare specifiche culture e le loro peculiarità da un punto di vista privilegiato. Attraverso i gesti, i rituali, gli ambienti che li circondano e le comunità a cui appartengono, nei suoi scatti i soggetti riescono a raccontare qualcosa che eccede il risultato, divenendo, per l'appunto, narrazione più ampia e stratificata.

È proprio questa consapevolezza a definire gran parte della pratica fotografica di Henry Lamine Diagne. Il ritratto incontra il documentario; la fotografia editoriale assimila l’imprevedibilità dell’osservazione; la moda entra nel contesto sportivo senza trasformarlo in frivola superficie estetica. Il suo metodo procede così attraverso un’alternanza costante tra costruzione e osservazione. Ciò che conta è che l’immagine restituisca qualcosa di autenticamente umano, che possa essere riconosciuto anche da chi non ha mai praticato direttamente una disciplina. La sua fotografia diventa allora esercizio di prossimità e di reinterpretazione.

Prima ancora dello sport o della moda, cosa ha educato il tuo sguardo? È stata la fotografia stessa, il cinema, la strada, la tua famiglia, la musica, oppure le città in cui hai vissuto? E in che modo la fotografia è entrata a far parte della tua vita?

“Sono cresciuto in Svizzera. Mia madre è nata lì, mentre mio padre viene dal Senegal e, per via del suo lavoro, quando io e mio fratello eravamo piccoli abbiamo viaggiato moltissimo. Mia madre ha sempre voluto farci sperimentare diverse forme d’arte, prestando grande interesse a questa dimensione: ci portava nei musei, alle mostre, e aveva quasi sempre con sé una piccola Nikon F100, analogica. Credo sia stato proprio quello il primo elemento capace di suscitare in me una curiosità nei confronti della fotografia. Prendevo la sua macchina fotografica e facevo foto prima a mio fratello, più tardi a qualsiasi cosa attirasse la mia attenzione. Fotografavo il mio quartiere, la mia famiglia e le persone che ci circondavano. Ripensandoci oggi, credo che tutto sia cominciato proprio così.

Ho ricevuto la mia prima macchina fotografica intorno ai tredici anni. In seguito ho frequentato una scuola di fotografia in Svizzera, terminando quando avevo circa diciannove anni. A quel punto sapevo di voler esplorare il mondo della moda, così mi sono trasferito a Parigi. Nella mia testa, Parigi rappresentava il Real Madrid della moda. Pensavo che, se fossi riuscito ad affermarmi in quel contesto, avrei potuto farcela ovunque. E se non avesse funzionato, avrei sempre potuto tornare altrove o dedicarmi a un altro ambito. Per me rappresentava il livello più alto possibile. Avevo ben poca consapevolezza di ciò a cui stavo andando incontro, nonostante i dubbi, però, volevo farlo. Potevo riuscirci. Ho iniziato a lavorare come assistente alle luci e, in pochissimo tempo, mi sono state offerte un’incredibile quantità di opportunità. In Svizzera avevo ricevuto una formazione estremamente rigorosa riguardo le luci. La cultura del lavoro combaciava con un forte senso di disciplina: arrivavi puntuale, rimanevi concentrato, dovevi essere preciso e costante. Questo mi ha aiutato enormemente una volta arrivato in Francia, dove l’atmosfera poteva essere, a volte, leggermente più rilassata. Io, invece, arrivavo sul set con la mentalità di chi voleva fare ogni cosa nel modo più corretto possibile. Poco dopo ho iniziato a viaggiare insieme ad alcuni fotografi, imparando il mestiere lavorando nell'ombra. Quell’esperienza mi ha anche permesso di comprendere che la fotografia era, a tutti gli effetti, una vera industria. Fino ad allora, molti dei miei insegnanti mi avevano avvertito che si trattava di una professione estremamente difficile e che non esisteva alcuna garanzia per una carriera. Quando, però, ho cominciato a lavorare con fotografi già affermati, occupandomi dell’illuminazione dei loro set, mi sono reso conto che molti di loro ce l’avevano fatta.

Desideravo anch’io quel tipo di vita, non perché avessi mai sognato di diventare ricco, ma perché la stabilità economica poteva offrirmi una certa forma di libertà. Poteva consentirmi di viaggiare, di spostarmi, di realizzare i miei progetti personali. Sono tutte cose profondamente connesse tra loro. Ho iniziato, quindi, a pensare che forse avrei potuto utilizzare quella libertà per dedicarmi anche ad altri progetti, che avessero per me un significato particolare. Poi è arrivato il Covid. All’epoca lavoravo ancora come assistente alle luci e, una volta superato quel periodo, ho sentito il bisogno di mettermi alla prova. Quell’interruzione mi ha offerto l’occasione di azzerare tutto, di chiedermi che cosa volessi realmente fare e, soprattutto, quale tipo di fotografie desiderassi creare. Così, dopo quel momento, ho sostanzialmente ricominciato da capo la mia carriera: questa volta, però, come fotografo.

La moda è stata naturalmente il primo ambito in cui sono entrato, perché possedevo già contatti e relazioni all’interno di quel mondo. Ma la domanda più interessante è diventata un’altra: ora che sono io il fotografo, cosa voglio realmente dire? Sono andato in Senegal e ho cominciato a fotografare degli amici. Alcuni di loro erano lottatori, e la lotta occupa un posto enorme nella cultura senegalese. Ho iniziato a ritrarli e, attraverso loro, ho conosciuto anche diversi 'marabouts', figure che incarnano la dimensione spirituale che circonda questa disciplina in quel Paese. Ho trascorso del tempo in Senegal e, improvvisamente, mi sono reso conto di quanto fosse interessante fotografare un atleta non semplicemente in quanto tale, ma come punto d’accesso a un’intera cultura. In questo modo, lo sport diventa uno strumento attraverso cui raggiungere qualcosa di più profondo. Senza averlo inizialmente programmato, mi sono ritrovato a fotografare una dimensione spirituale estremamente significativa della mia stessa cultura. Era un universo al quale, fino ad allora, non avevo avuto realmente accesso.”

 

Lo sport ha sempre fatto parte della tua vita, oppure è diventato uno dei tuoi interessi soltanto strada facendo? E quando hai iniziato a considerarlo come soggetto fotografico?

“Ho sicuramente ereditato da mio padre l’amore per il calcio. Giocavamo molto e lo sport portava con sé una mentalità fortemente competitiva. I miei primi ricordi sono legati proprio a quest'idea: voler essere migliore di quanto fossi stato il giorno precedente, cercare di migliorare ogni volta che mettevo piede in campo. Mio padre veniva a vedere me e mio fratello giocare. Per molto tempo, lo sport è diventato una delle principali forme attraverso cui riuscire ad esprimere me stesso. Ma in quella fase non c’era nulla di particolarmente culturale o intellettuale nel mio rapporto con lo sport. Semplicemente, lo amavo.

Crescendo in Svizzera, avevamo accesso a moltissime discipline differenti. Ho giocato a tennis, ho corso, sono andato in bicicletta e ho provato ogni genere di attività. Lo sport era semplicemente ovunque durante la mia infanzia. La cosa interessante, tuttavia, è che inizialmente nulla di tutto questo era collegato alla fotografia. Quando ho cominciato a scattare, non mi è mai passato per la mente che un giorno avrei potuto fotografare degli atleti. In questo senso, sono arrivato al soggetto sportivo proprio attraverso la moda.”

Il tuo sguardo sembra spesso attratto da ciò che si trova in una condizione di lieve sospensione. Cosa ti interessa di questi momenti intermedi?

“Fin dall’inizio ho voluto evitare la spettacolarità. Ho la sensazione che una parte considerevole della fotografia sportiva si concentri sui momenti spettacolari e sulle azioni eccezionali, mentre io sono sempre stato molto più interessato ad avvicinarmi agli atleti attraverso il mezzo del ritratto, cercando di svelarne sensibilità, dubbi, vulnerabilità e incertezze. Sono dimensioni dell’atleta che, a mio avviso, rimangono relativamente assenti dalla cultura sportiva mainstream. Spesso si tende a rappresentare gli sportivi come figure quasi sovrumane, quando in realtà sono esseri umani infinitamente complessi. Io mi avvicino agli atleti prima di tutto in quanto esseri umani, per l'appunto. E sono costantemente alla ricerca di quei momenti intermedi. Nello sport è vero che a volte si vince e altre si perde, ma tra questi due esiti esiste un territorio emotivo sconfinato. Accadono moltissime cose prima di una vittoria o dopo una sconfitta, e credo che questo spazio intermedio venga ancora mostrato troppo raramente o, quantomeno, non sempre nel modo in cui personalmente vorrei vederlo comparire.”

 

Ad Athleta Magazine trattiamo lo sport come linguaggio culturale e artistico. Cosa ti ha portato ad osservare l'immaginario sportivo attraverso la medesima lente?

“Quando ho deciso di voler diventare fotografo, improvvisamente ho dovuto iniziare a interrogarmi su chi fossi, ma anche sul modo in cui gli altri mi percepivano. Quando ho fotografato i lottatori in Senegal, ho capito che gli atleti potevano rappresentare anche figure culturali. Credo sia stata probabilmente quella la prima volta in cui ho realmente compreso lo sport in questi termini. Fino a quel momento avevo lavorato soprattutto a editoriali e campagne. 

Ho iniziato a produrre fotografie per me stesso, quindi come lavoro personale e non per un cliente, ripensando completamente al mio modo di avvicinarmi alla costruzione dell’immagine. Quando lavori a livello commerciale, come creativo, sei sempre consapevole dei diversi elementi che un brand necessita o si aspetta di ritrovare all’interno di una fotografia. Esistono determinate esigenze di cui, inevitabilmente, devi tenere conto. Quando invece crei qualcosa per te stesso, non c’è più un brand a dirti che cosa debba essere presente nell’immagine. Devi decidere autonomamente cosa conta, cosa desideri conservare e cosa vuoi realmente che la fotografia comunichi. Credo che questo processo mi abbia costretto a pensare in maniera molto più profonda e indipendente. Poi, attraverso il progetto sulla lotta, ho compreso che lo sport poteva trasformarsi in un’apertura verso qualcosa di molto più ampio rispetto all’azione in sé.”

Lo sport viene spesso fotografato per esaltare velocità, spettacolo e vittoria. Il tuo universo visivo appare invece più intimo, carico d'atmosfera, maggiormente attento alla presenza umana in quanto tale. Cosa ritieni sia ancora poco fotografato nello sport e quali emozioni cerchi di evocare attraverso la tua fotografia sportiva?

“Attraverso lo sport è possibile comunicare un’emozione, e l’emozione è qualcosa in cui le persone possono riconoscersi indipendentemente dal fatto che siano o meno degli atleti. Quando guardo una fotografia che ho realizzato, spero che riesca a restituirmi una determinata sensazione. Qualunque sia quell’emozione, desidero che chi osserva l’immagine possa riconoscervi qualcosa della propria esperienza. Se la fotografia contiene tristezza, per esempio, voglio che lo spettatore riesca a percepirla. Non è necessario essere atleti per potersi riconoscere in alcuni sentimenti. Per me si tratta soprattutto di creare le condizioni affinché un’emozione possa emergere, per poi lasciare che ciascuno la accolga a suo modo.

Quando mi avvicino ad un atleta, gli chiedo spesso se ricorda un momento in cui ha percepito una particolare emozione per provare a riportare quella sensazione davanti alla macchina fotografica. A volte funziona, altre no. Se non funziona, posso semplicemente lasciare che continui a fare ciò che stava facendo e, in quel momento, diventare quasi un fotografo documentarista, osservando invece di dirigere. Poi, in un altro momento, posso rendermi conto che una determinata composizione possiede una grande forza visiva e chiedergli di ripetere un passo, di assumere una certa posizione, oppure di muoversi in maniera leggermente differente. Improvvisamente, il processo si avvicina molto di più a quello di un editoriale di moda. Mi piace muovermi tra queste differenti modalità di costruzione dell’immagine e comprendere ciò che ciascuna di esse può apportare alla fotografia. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, ciò che realizzo rimane un ritratto dell’atleta, perché desidero rivelare qualcosa del suo atteggiamento e del suo carattere. Per questo motivo, di solito dedico del tempo a comprendere la persona che si trova davanti alla mia macchina fotografica. Cerco di aiutarla a portare all’interno dell’immagine qualcosa di intimo, qualcosa che abbia realmente vissuto. Gli atleti attraversano queste emozioni con un’intensità straordinaria e, proprio per questo, spesso comprendono piuttosto rapidamente ciò che sto chiedendo loro. Forse richiede un po’ più di tempo, ma il continuo passaggio dal linguaggio della fotografia editoriale a quello della fotografia documentaria è qualcosa che trovo incredibilmente stimolante.”

 

Avendo lavorato nel mondo della moda, come consideri il contatto tra questo mondo e gli atleti? E come interpreti la presenza fisica degli atleti stessi?

“Credo che ogni atleta possieda una propria personalità. Anche il modo in cui pratica il proprio sport è, in una certa misura, il modo in cui sceglie di presentarsi al mondo. L’abbigliamento rappresenta soltanto la componente più visibile nell'immediato di questa identità. Ogni volta che fotografi un atleta, inevitabilmente stai fotografando contemporaneamente moda, movimento e tensione. Nella mia mente, questi elementi sono sempre stati profondamente interconnessi. Non sento realmente il bisogno di scegliere. In uno stesso progetto, per esempio, può capitare d'incontrare un ritratto estremamente classico e, subito dopo, imbattersi in un’immagine molto più esplicitamente legata alla moda. Trovo estremamente stimolante muovermi tra questi territori differenti e reinventare continuamente le relazioni che possono instaurarsi tra loro.”

Consideri fashion e sport come linguaggi distinti, oppure come due espressioni affini e compenetranti, specie in riferimento alla tua ricerca visiva?

“Parlo ancora più in generale: oggi l’immagine ha progressivamente oltrepassato le proprie categorie tradizionali. Universi visivi differenti stanno iniziando a sovrapporsi e ad entrare in relazione tra loro. Trovo tutto questo incredibilmente entusiasmante. Se rimanessero completamente separati, credo che finirebbero inevitabilmente per diventare ripetitivi. Mi piace moltissimo osservare questi mondi fondersi. Quando vedi qualcuno come Kylian Mbappé diventare ambassador di Dior, capisci che si tratta di qualcosa di significativo. Oggi gli atleti sono evidentemente figure dotate di un’influenza enorme ma, al di là di questo, incarnano anche determinati valori e significati culturali. Trovo affascinante questa convergenza tra sport e moda, perché genera un’ulteriore chiave attraverso cui leggere il mondo contemporaneo. Un linguaggio visivo penetra nell’altro e, proprio attraverso questo incontro, entrambi possono produrre qualcosa di nuovo.”

 

Il tuo lavoro sembra spesso attraversare città, comunità e differenti culture. Quanto sono importanti la geografia e la cultura locale nella tua fotografia? E in che modo i diversi luoghi hanno plasmato il tuo modo di guardare lo sport e di fotografarlo?

“Per me, viaggiare significa essere costretto ogni volta a riconsiderare ciò che mi circonda, e trovo che in questo ci sia qualcosa di estremamente bello. Arrivi in un luogo, devi imparare a leggere un nuovo ambiente, comprenderne il funzionamento e, successivamente, provare a tradurre in fotografia ciò che hai appreso. Probabilmente è proprio questo processo uno dei motivi per cui amo così tanto viaggiare. Se vado in Turchia per fotografare un atleta, per esempio, possono servirmi una o due settimane soltanto per iniziare a comprendere perché le persone pratichino quella disciplina in un determinato modo, quale universo culturale la circondi e quale significato assumano determinati gesti all’interno di quello specifico contesto. Trovo questo processo incredibilmente stimolante. La fotografia mi obbliga a trascorrere del tempo con persone i cui mondi sono completamente differenti dal mio.

Crescere in Svizzera e trascorrere al tempo stesso periodi significativi della mia vita in Senegal ha avuto su di me un’influenza profonda. Dakar e Parigi, in particolare, sono diventate parte integrante del mio processo creativo; sono luoghi nei quali ho imparato a sviluppare ed elaborare le idee. La Svizzera è altrettanto importante, perché è lì che sono cresciuto. Direi che questi tre luoghi hanno plasmato profondamente il mio gusto e, più in generale, il modo in cui fotografo.”

Oggi le immagini sportive vengono prodotte in quantità enormi: campagne, contenuti social, fotografie di gara, personal branding. Ritieni che questa abbondanza abbia reso la fotografia sportiva più creativa oppure più ripetitiva?

“A essere sincero, vedo effettivamente moltissime immagini che si assomigliano. Ma, nel complesso, quando osservo la nuova generazione di brand e le discipline sportive che stanno acquisendo una visibilità culturale sempre maggiore, vedo anche un’enorme quantità di creatività. Il modo in cui alcuni brand e alcuni atleti scelgono di rappresentarsi mi appare spesso estremamente interessante, perciò rimango piuttosto ottimista. Naturalmente esistono moltissime immagini che ripetono le medesime idee e formule visive. Poi, però, ti imbatti in qualcosa che appare autenticamente diverso e immediatamente efficace. A volte non è nemmeno l’idea di fondo a essere radicalmente nuova; ciò che cambia è il modo in cui è stata realizzata. Anche soltanto uno styling differente, per esempio, può trasformare completamente un’immagine. Persino all’interno di un vocabolario visivo ormai consolidato rimane ancora uno spazio enorme per la personalità e per l’invenzione.”

 

Cosa ritieni che la cultura sportiva contemporanea debba ancora riuscire a esprimere?

“Credo che tutti, in qualche modo, sognino di essere liberi. Lo sport può rappresentare una porta d’accesso verso il concetto di libertà. Offre alle persone un’opportunità, per quanto temporanea, di uscire dalla propria vita ordinaria e di esprimersi in maniera differente. Anche per questo motivo, in questo momento, la società si dimostra così interessata allo sport. Molte persone trascorrono gran parte dell’anno lavorando, magari con soltanto poche settimane di ferie, seguendo routine all’interno delle quali non sempre esiste molto spazio per l’espressione individuale. Lo sport può diventare uno dei momenti in cui gli esseri umani riescono a esprimersi fisicamente ed emotivamente. Offre inoltre l’opportunità d'incontrare altre persone e di diventare parte di una comunità costruita intorno a una pratica condivisa. In questo senso, lo sport può funzionare come un rifugio. Quando guardo alla cultura sportiva contemporanea e all’immaginario che la circonda, credo che tutto si stia muovendo in una direzione interessante.”

 

Qual è lo sport che non hai ancora avuto l’opportunità di fotografare in profondità, ma che ti piacerebbe esplorare in futuro?

“Di recente ho iniziato a giocare a golf e me ne sono innamorato. Gioco soltanto da circa sei mesi, quindi per me tutto è ancora nuovo, e mi piacerebbe moltissimo esplorare le possibilità fotografiche racchiuse in quel mondo. Per il momento, tuttavia, il tennis rimane probabilmente il mio principale terreno di esplorazione. Lo trovo uno sport incredibilmente elegante, ma al tempo stesso è diventato profondamente connesso alla cultura contemporanea. Intorno al tennis stanno accadendo moltissime cose e ho la sensazione che vi sia ancora un territorio visivo vastissimo da esplorare. È proprio questo processo di continua reinvenzione a sembrarmi estremamente stimolante.”


This is a song of the Valleys | La mecca del rugby gallese

Lo sguardo di RiseUp Duo attraversa i dolci e, allo stesso tempo, severi panorami delle Valleys gallesi. Aiutato dalle testimonianze di Dai Richards, maestro del collezionismo rugbistico, e Ralph Waldin, spokesperson del pluricentenario Treorchy RFC, ritraggono il valore culturale e sociale della palla ovale in un’area geografica fondata, da sempre, su miniere e mete

“This is a song of the Valleys | Of rivalries, communities and tries | Where rugby breathes and never dies” citano le pagine di Athleta Magazine Issue 13: nello specifico, quelle del reportage ‘Up and Under’. Traggono ispirazione dai versi del geniale comico e cantautore Max Boyce. Assurto nelle top chart britanniche degli anni ‘70 cantando miti rugbistici delle Valleys gallesi, area che mai ha smesso di produrli e tramandarli, la sua carriera appare come un testamento di ciò che la palla ovale ha rappresentato e continua a rappresentare in questa distintiva porzione di globo. 

Patrimonio culturale. Dinamo sociale. Identità familiare. Struttura naturale. Definizioni tra loro interconnesse, che restituiscono un’immagine concreta del valore che il rugby ha assunto, già da metà Ottocento, in piccole comunità circondate da ondulate colline. Villaggi e cittadine popolate, per lo più, da minatori che tra i pali sono riusciti a comporre una melodia sportiva indimenticabile e indimenticata, in grado ancora oggi di dare vita a talenti internazionali e derby accesissimi, nonostante gli ovvi mutamenti socio-economici e processi di spopolamento in essere. 

Questa è la canzone delle Valleys. Una canzone che pone, al centro di tutto, il rugby. Come vogliono le testimonianze del collezionista Dai Richards e del Vice Chairman del Treorchy RFC Ralph Waldin. Le loro biografie e testimonianze, accompagnate da una serie di scatti esclusivi, spiegano perché il rugby continui a respirare e a vivere in una porzione di Galles che ne ha fatto religione. 

Dai Richards – Rugby Relics

 

“Il mio primo vero incontro con il rugby avvenne quasi per caso. Ogni novembre, in occasione della Guy Fawkes Night, la mia famiglia e i nostri vicini preparavano insieme un falò e noi bambini andavamo in giro a raccogliere vecchi giornali e qualsiasi altra cosa la gente fosse disposta a darci da bruciare. Un giorno, qualcuno mi mise in mano il programma di Galles-Inghilterra del 1965. Lo guardai e pensai: questo non posso bruciarlo. È troppo bello. Per molti versi, tutto è cominciato in quel momento.

Mio padre mi aveva già portato a vedere qualche partita di rugby locale, ma assistere agli incontri non mi interessava particolarmente. Passavo gran parte del tempo ad esplorare qualsiasi cosa ci fosse attorno al campo. Nelle valli gallesi, però, il rugby prima o poi entra a far parte della tua vita, che tu lo scelga consapevolmente oppure no. Ci giocavamo a scuola, dove feci la mia prima meta a nove anni. I miei insegnanti erano giocatori: quello di educazione fisica giocava nell’Aberavon, una delle squadre più importanti, e così faceva anche quello di fisica. Il rugby era semplicemente ovunque. Era un fatto sociale, culturale, parte del tessuto stesso del luogo. Era praticamente impossibile sottrarsi da esso.

Lungo la mia adolescenza, prese forma un altro rapporto con il gioco. Avevo iniziato collezionando programmi di calcio, ma gradualmente il calcio lasciò spazio ai programmi del Neath, la squadra di rugby del mio paese, e, in seguito, alla memorabilia rugbistica in senso più ampio. A diciassette anni andai da un commerciante in cerca di alcuni programmi che desideravo e scoprii che li aveva già venduti. Ricordo di aver pensato: come faccio ad arrivare a questi oggetti prima degli altri? La risposta fu diventare, io stesso, un commerciante.

All’inizio, comprare e vendere era semplicemente un modo per mettere le mani sui materiali che desideravo per la mia collezione prima che potesse farlo qualcun altro. Poi, la cosa si è via via sempre più ingrossata. Iniziai, più o meno, nel 1978, quindi ormai è trascorso quasi mezzo secolo di accumulazione di storia rugbistica. Il materiale è diventato talmente tanto da dover affittare dei container soltanto per riuscire a conservarlo tutto. Dal 1991, questa è anche divenuta la mia professione a tempo pieno. A un certo punto mi sono reso conto di come ciò che era nato come un continuo comprare e vendere per alimentare la mia collezione potesse, effettivamente, diventare un mestiere. Oggi, in realtà, il mio lavoro ha due anime. Da una parte c’è Rugby Relics, che compra e vende; dall’altra c’è la collezione museale.

Sono due dimensioni connesse, ma tra loro esiste un confine molto netto. Ciò che appartiene alla collezione museale non è destinato al commercio. C’è un’unica eccezione, e per me è importante. Se qualcuno possiede un legame più profondo rispetto al mio con un oggetto, sono disposto a prendere in considerazione l’idea di restituirglielo. Se possiedo un ‘cap’ e viene da me il figlio dell’uomo che originariamente lo aveva indossato perché desidera riaverlo, allora il suo rapporto con quell’oggetto è più forte del mio. E questo conta. Ho bisogno di sapere che quell’oggetto sta andando in un luogo a cui appartiene, e non nelle mani di qualcuno che vuole semplicemente comprarlo per poi rivenderlo. Perché, per quanto questo sia un mestiere, io continuo a vedere la bellezza racchiusa in queste cose. Alcuni oggetti possiedono qualcosa che trascende la loro forma fisica. Esiste certamente un valore estetico, ma c’è anche un dato spirituale. Credo sia necessario preservarli con una certa integrità, perché, in ultima analisi, stai maneggiando le storie di persone.

Il mio oggetto preferito, probabilmente, spiega tutto questo meglio di qualsiasi altra cosa. È un piccolo libro chiamato Thumbograph, appartenuto a una giovane donna nel 1905. In origine conteneva un tampone d’inchiostro: le persone vi premevano il pollice, lasciavano la propria impronta sulla pagina e accanto firmavano il proprio nome. Quando acquistai per la prima volta il libro da una persona nel nord dell’Inghilterra, non sapevo quasi nulla di quella donna. Poi, partecipai con quel volume a un programma televisivo britannico dedicato all’antiquariato e venni contattato dalla nipote. Incredibilmente, viveva a meno di un chilometro da me. Scoprii che la casa menzionata nel libro si trovava in realtà a Swansea e che la proprietaria era la figlia del Lord Mayor della città. Improvvisamente, quell’oggetto che avevo trovato a centinaia di chilometri di distanza era tornato nella propria area geografica.

Grazie alla posizione privilegiata della sua famiglia, quella ragazza aveva avuto la possibilità di frequentare alcune delle figure più importanti del rugby a Swansea e nel Galles intero. Incontrò alcuni membri dei celebri All Blacks del 1905 e, l’anno successivo, la nazionale gallese. Nel libro compaiono dieci dei giocatori del Galles legati a quella straordinaria vittoria sulla Nuova Zelanda del 1905. Tra i nomi c’è Gwyn Nicholls, capitano di quella squadra gallese, e poi Arthur Gould, generalmente considerato la prima vera superstar del rugby della nazione. E il libro è ancora vivo. Dove erano rimasti degli spazi vuoti, ho cominciato a invitare giocatori delle generazioni successive ad aggiungere le proprie impronte e firme. Così, un oggetto nato dall’incontro di una giovane donna con alcuni giocatori di rugby più di un secolo fa continua ancora oggi ad accumulare il Gioco, generazione dopo generazione. È questo che mi affascina. L’oggetto porta con sé il tempo.

La mia collezione è sempre stata in movimento. È un’attività commerciale, quindi inevitabilmente le cose arrivano e se ne vanno, ma lo scopo non è mai stato possedere tutto. Ciò che mi interessa è documentare la storia del rugby attraverso i suoi cimeli, servirmi degli oggetti per raccontare la storia del Gioco. È per questo che mi interessa ogni cosa, non soltanto i grandi nomi. Conservo delle scarpe risalenti agli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, che hanno indossato alcuni dei pionieri gallesi. Quando li guardi, viene naturale pensare che molti di quegli uomini erano minatori. Con ogni probabilità, erano gli stessi scarponi con cui lavoravano durante la settimana.

Il rapporto tra le miniere e il rugby è fondamentale per comprendere le Valleys. Io sono cresciuto a Port Talbot, che era una città legata all’acciaio più che una comunità mineraria, e credo esistesse una differenza di mentalità tra gli uomini che lavoravano nelle acciaierie e quelli che scendevano sotto terra. Il lavoro in miniera era più duro, più pericoloso. Quando giocavo, nei primissimi anni Ottanta, ero in squadra con uomini che avevano lavorato in miniera, ed erano uomini duri. Durissimi. Il rugby rifletteva tutto ciò. La squadra in cui giocavo, in realtà, non scendeva mai in campo semplicemente per giocare a rugby. Andavamo in guerra. Il rugby veniva vissuto in questo modo negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta: quasi una guerra tra villaggi minerari, tra una comunità e l’altra. Quella mentalità non mi apparteneva naturalmente, ma una volta entrato in campo dovevi farla tua, perché tutti quelli intorno a te stavano combattendo allo stesso modo.

Le miniere davano forma alle comunità in un modo molto particolare. Le persone vivevano vicino al luogo in cui lavoravano. Potevi percorrere mezzo miglio per raggiungere la miniera, oppure cinque… Il lavoro, la casa e la comunità erano tutti racchiusi nella stessa zona geografica. Persino il carbone faceva parte di una chiara intimità con la terra. Nella valle qui di fronte, tutti e sette gli strati della successione geologica affiorano in superficie. Ogni vena aveva il proprio nome e si raccontava che un minatore fosse in grado di riconoscere da quale provenisse un pezzo di carbone semplicemente guardandolo. Quel mondo è in gran parte scomparso. Oggi le persone arrivano da altri luoghi per lavorare. Non necessariamente nascono, lavorano e costruiscono le proprie vite sociali entro gli stessi chilometri. Inevitabilmente, quindi, si è prodotta una frattura tra le comunità e le miniere, e anche il rugby ne ha risentito.

Il Gioco è ancora profondamente radicato in alcune zone del Galles, soprattutto quando ci si addentra nelle Heads of the Valleys. Quelle rimangono roccaforti del rugby. Le città costiere sono diverse. Storicamente, il rugby appartiene alle comunità minerarie e alle Valleys. Anche sotto questo punto di vista, però, gli equilibri stanno cambiando. Direi che, dal punto di vista della partecipazione, il rugby sta morendo. Il mio vecchio club oggi fatica a mettere insieme una sola prima squadra. Un tempo ne aveva due. Una parte del problema risiede, semplicemente, nella natura stessa del Gioco. Il rugby è uno sport di contatto e le persone hanno un lavoro e una vita al di fuori del campo. È difficile sottoporre il corpo a una partita e poi tornare a svolgere un lavoro fisico. Quando giocavo, potevano servirmi due o tre giorni per recuperare... Anche la società è cambiata. Credo che ci stiamo progressivamente allontanando da questa tipologia di sport di contatto. Forse è anche per questo che mi interessa sempre più tornare indietro, alle origini stesse del Gioco.”

Ralph Waldin – Treorchy RFC

 

“Siamo arrivati al nostro centoquarantesimo anno, e ne siamo molto orgogliosi. Treorchy possiede una tradizione rugbistica straordinariamente ricca, soprattutto per un paese di queste dimensioni. Abbiamo sempre prodotto giocatori capaci di arrivare a livelli molto alti, anche internazionali, e credo che molto dipenda dalla solidità del nostro rugby giovanile, a partire dai più piccoli. L’esempio più recente è Tomos Williams, che lo scorso anno ha giocato con i British & Irish Lions. È un ragazzo di Treorchy. È cresciuto nel nostro settore giovanile, come tanti altri prima di lui. Conosco molto bene i suoi genitori e il suo migliore amico è mio figlio. Qui ci sono fotografie che li ritraggono insieme dieci o quindici anni fa. È questo a rendere tutto speciale. Vedi un bambino giocare a rugby qui, nel suo paese, e anni dopo lo ritrovi in campo con i Lions.

Questa è una situazione comune a tutte le Valleys: vera e propria fucina di giocatori per la nazionale gallese, grazie all’alto livello rugbistico sparso su tutto il territorio. Un processo determinato non solo dai club più noti o di più alto livello, ma anche da quelli più piccoli. Da queste parti puoi trovare un club di rugby ogni due o tre miglia. Da un punto di vista puramente pratico, forse oggi esistono troppi club rispetto alla popolazione.

 Ma provate a dire a un paese che il suo club di rugby deve scomparire. Non si può. Il senso d’identità è ancora troppo forte. Qui il rugby conserva ancora una dimensione tribale. Quando affronti il club del paese vicino, diventa un vero derby locale, qualcosa di molto più grande di una normale partita di campionato. Ogni comunità possiede una propria identità e un proprio club, e le persone rimangono profondamente legate a entrambi.

La scorsa stagione abbiamo affrontato una squadra della zona e attorno al campo c’erano migliaia di persone. Per una normale partita casalinga della prima squadra possiamo avere circa cinquecento spettatori. Per gli incontri più importanti, di più. E quando il Treorchy gioca in trasferta, la gente si mette in viaggio. Ci portiamo dietro un pubblico vero. Questo dice molto di ciò che il club continua a rappresentare per la comunità. Senza di loro non potremmo sopravvivere. Abbiamo un’iniziativa chiamata Friends of Treorchy, attraverso cui tifosi, soci e amici del club contribuiscono con quindici sterline al mese. Sono circa cento persone. Sono quei soldi a permettere al club di andare avanti. Se smettessero di contribuire, ci sarebbero momenti in cui faremmo fatica anche soltanto ad aprire le porte. Ma non smettono. Lo fanno da anni. Ogni mese versano quelle quindici sterline senza pensarci due volte, perché è il loro modo di sostenere il club.

Il significato di questo luogo mai si è fermato alla linea laterale del campo. Max Boyce si è esibito qui prima che qualcuno sapesse davvero chi fosse. Il suo primo album dal vivo è stato registrato proprio in questo club, ‘Live at Treorchy’. All’epoca faceva fatica a riempire la sala. Ricordo una sera infrasettimanale, quando lui era ancora relativamente sconosciuto e vendemmo a malapena cento o centocinquanta biglietti. Fu, però, una serata memorabile e poco dopo quel disco cominciò a viaggiare per il mondo. L’album contribuì a lanciare la sua carriera. È tornato qui di recente, cinquant’anni dopo quella performance, perché dice di conservare ancora ricordi affettuosi di Treorchy. C’è qualcosa di speciale nel pensare che un disco capace di arrivare così lontano sia nato dentro il club di rugby di un paese come questo. In fondo, i club rugbistici delle Valleys sono sempre stati anche questo.

La clubhouse non è semplicemente il posto in cui i giocatori vengono dopo una partita. Qui si celebrano matrimoni. Qui si festeggiano compleanni. Ci sono concerti, feste, ritrovi familiari. Per generazioni, luoghi come questo hanno offerto alla comunità uno spazio in cui potersi ritrovare. E probabilmente questa funzione è diventata ancora più importante man mano che altri luoghi d’incontro sono scomparsi. Un tempo, lungo la via principale, c'erano moltissime chiese e cappelle. Oggi la maggior parte di esse è chiusa. Sono scomparsi anche molti pub e circoli, perché semplicemente non c’era più abbastanza attività per mantenerli in vita. Ogni volta che uno di questi luoghi chiude, la comunità perde un altro spazio nel quale le persone erano abituate a incontrarsi.

Il club di rugby, invece, è ancora qui. In questo senso, siamo diventati una sorta di presidio per la comunità. Il rugby conferisce a questo edificio la sua identità, ma ciò che accade al suo interno si estende ben oltre il Gioco. Forse è proprio per questo che preservare questi club, questi spazi, continua a essere importante, anche quando diminuisce il numero di chi gioca. Se un club di rugby scompare da un luogo come Treorchy, non perdi semplicemente una squadra o un campo. Perdi uno degli ultimi spazi rimasti nei quali una comunità può riconoscere se stessa. La partita è ciò che accade il sabato pomeriggio. Il club appartiene anche a tutti gli altri giorni della settimana.”


Behind the Lights - Florence Pernet

Nata e cresciuta nell’immaginario calcistico parigino, Florence Pernet ha maturato sin da giovanissima il sogno di fotografare i propri idoli. Attraverso la macchina fotografica ha raccontato alcuni dei momenti più iconici dello sport contemporaneo con uno sguardo personale, sensibile e sempre più riconoscibile, fino a trasformare la propria visione in una vera e propria firma estetica

Timida ragazza parigina animata dal desiderio di entrare al Parc des Princes non soltanto come tifosa, Florence ha trovato nella fotografia una forma di espressione e, allo stesso tempo, di interazione. Un modo per avvicinarsi a ciò che amava senza necessariamente esporsi, osservando e restituendo quel mondo attraverso il filtro del proprio sguardo.

Una volta realizzato quel primo obiettivo, ha compreso che il suo percorso poteva aprirsi a sogni più grandi. Evento dopo evento, la sua fotografia ha iniziato a evolversi, affinando la ricerca del dettaglio, la costruzione della composizione e il ritmo visivo delle immagini, cercando di documentare ciò che si svolgeva davanti ai suoi occhi e provando ad avvicinarsi alla sua essenza: un'essenza che, spesso, vive ai margini dei momenti salienti, nei gesti minimi, nelle pause e nelle posture, negli attimi in cui lo sport smette di essere performance e diventa racconto.

Rimanendo fedele a una visione profondamente personale, oggi riconosciuta e apprezzata su scala globale, Florence Pernet si è fatta spazio nel mondo della fotografia sportiva con immagini capaci di resistere alla velocità del presente e di addentrarsi nell'epica senza tempo di alcune tra le manifestazioni sportive più celebri al mondo.

Parigi e l’amore per il calcio

“Non saprei dire se Parigi mi abbia influenzata direttamente attraverso lo spirito fashion a cui la città viene spesso associata. Sì, sono nata e cresciuta a Parigi, ma non sento necessariamente che sia stato l’immaginario patinato ed elegante della città a formare il mio sguardo fotografico. Forse, a livello estetico, ho assorbito qualcosa dalla ricchezza della scena fotografica parigina, ma non dalla moda nel suo senso più evidente.

A influenzarmi davvero, invece, è stata sicuramente la cultura sportiva della città. Sin da piccola ho sempre amato il calcio, e ho sempre avuto il sogno di fotografare una partita. Quando ho iniziato a fotografare, il mio primo soggetto è stata la musica, ma nella mia mente c’era sempre lo sport, in particolare il Paris Saint-Germain. Non ricordo il momento esatto in cui il calcio sia entrato nella mia vita. Da bambina giocavo a scuola, ma culturalmente e visivamente il mio primo grande ricordo resta probabilmente quello dei Mondiali del 2006 e della nazionale francese. È stata un’immagine potentissima con cui crescere.

Per me la fotografia è sempre stata una forma di espressione, un modo di comunicare. Attraverso la fotografia sono riuscita ad assistere dal vivo a eventi sportivi incredibili e, nascosta dietro la macchina fotografica, ho potuto raccontarli come volevo, in modo personale. Sono sempre stata una persona piuttosto timida, lo ero soprattutto da giovane. Quando ho iniziato a essere accreditata come fotografa, ho imparato a usare la fotografia come forma di interazione. Con una macchina fotografica non devi necessariamente interagire direttamente con i giocatori o con il pubblico. Allo stesso tempo, puoi essere nel luogo che ami: puoi fotografare, osservare e creare una relazione attraverso l’obiettivo. Questo era, ed è ancora oggi, il mio modo di stare vicino a ciò che mi appassiona.”

 

Cambiare obiettivi

“Il mio primo vero obiettivo è sempre stato fotografare una partita del PSG. All’inizio non avevo contatti nel mondo dello sport, così ho cominciato a pensare a come poter trasformare quel sogno in qualcosa di reale. Ho iniziato a fotografare e filmare alcuni YouTuber francesi che parlavano di calcio e che, all’epoca, avevano una certa rilevanza. Grazie a quel tipo di lavoro sono riuscita a ottenere i contatti necessari per ricevere un accredito ed entrare al Parc des Princes come fotografa. Ricordo ancora quella prima volta: è stata indimenticabile. Le fotografie sono piaciute e ho avuto la possibilità di tornare a fotografare altre partite. In quel momento ho capito che, forse, potevo inseguire sogni ancora più grandi, che potevo desideravo qualcosa di più. Sarò sempre grata al club, alla dirigenza e ai giocatori per avermi dato quella possibilità e quella visibilità: mi hanno permesso di crescere professionalmente. 

Allo stesso tempo, però, dopo aver fotografato continuativamente il PSG, ho iniziato a sentire di essere entrata in una sorta di loop che, in qualche modo, stava limitando la mia creatività. Mi sembrava di fare la stessa cosa weekend dopo weekend. Volevo che la mia fotografia evolvesse. Non volevo continuare a scattare sempre gli stessi momenti. Ho iniziato a sperimentare, a provare cose diverse: a spostare l’obiettivo verso angolazioni, dettagli e punti di vista meno visibili, meno esplorati. Non volevo fermarmi soltanto all’azione o al goal, ma cercare uno sguardo, una reazione, un gesto. Poi, ho avuto la fortuna di vivere le Olimpiadi in casa, qui a Parigi, e quell’evento mi ha dato la possibilità di fotografare sport nuovi, in location uniche... Mi ha concesso di fermarmi davvero a riflettere su quale fosse la mia strada, su quale fosse la mia visione dello sport e su cosa volessi raccontare attraverso le mie immagini.

Spostando lo sguardo dal calcio ho capito che ogni sport possiede le proprie peculiarità, la propria bellezza, i propri aspetti interessanti da esplorare. Questo mi ha conferito la forza d'interessarmi sempre più alla bellezza delle discipline 'minori', delle squadre più piccole, degli eventi di nicchia, in Francia e in Europa. Alla fine, tutto questo mi ha portata a fotografare nuovamente le Olimpiadi, in questo caso Invernali, così come diverse partite di Champions League e molti altri eventi. È stato un processo attraverso cui ho compreso che lo sport, in tutte le sue forme, poteva veramente diventare uno spazio in cui tradurre le mie emozioni e il mio modo di osservare il mondo.

Sviluppare uno stile personale

“Credo che chiunque scatti fotografie voglia sviluppare un proprio stile personale, in grado di renderlo riconoscibile e apprezzato. Quando inizi a immortalare grandi eventi, come le Olimpiadi, ti rendi conto che tutti i fotografi si trovano nello stesso punto e che molti sono spesso ingaggiati per documentare il risultato finale di ogni disciplina. Durante le Olimpiadi di Parigi, non avevo alcun 'accesso fotografico', così ho deciso di fare qualcosa di diverso, di creativo, mostrando alle persone la mia prospettiva in quei momenti di gloria sportiva. Quello che era iniziato come un limite di accesso e possibilità si è trasformato nell’esplorazione di altri punti di vista. In un certo senso, cercavo di trasmettere allo spettatore ciò che provavo. Mi piace lavorare sulle foto, rivederle e scoprire dettagli specifici in grado di evocare la personalità di chi le popola. Ad esempio, Jude Bellingham ha sempre dei buchi nei calzettoni, all’altezza del polpaccio: concentrandomi su dettagli del genere, cerco di mettere in risalto la personalità dell'atleta e di raccontare una storia. Amo questo tipo di approccio.

Quando ho iniziato a fotografare e filmare, ero spesso in giro per eventi sportivi, e potevo permettermi di riprendere ciò che ai miei occhi appariva come una celebrazione, un momento di intensità, di energia, di condivisione. All’inizio mi capitava di pensare: e se perdessi proprio l’istante decisivo? Poi, però, ho iniziato a interrogarmi su cosa significhi davvero ‘momento’. Perché, se non conosci il gioco, se non sai cosa sta accadendo sul campo, non puoi sapere se ciò che stai guardando è realmente una celebrazione, un momento di tensione, un passaggio importante, oppure soltanto un frammento visivo tra tanti. Così, ho cominciato a sentirmi più libera. Ho capito che, forse, era persino positivo mancare il momento che tutti stavano cercando, perché quel momento, in fondo, lo avrebbero scattato altri fotografi. Questo mi ha permesso di esplorare altri modi di fotografare: immagini meno didascaliche, meno legate alla sola necessità di documentare l’azione.

Nel calcio, in particolare, mi interessa moltissimo lavorare sul racconto dell’identità. Ogni gesto, abitudine, e elemento visivo racconta qualcosa. In altri sport per me è diverso: devo imparare, studiare, osservare, capire quali siano i segni giusti, i dettagli importanti, quale taglio o inquadratura possa davvero restituire qualcosa di autentico. Ma credo che la cultura calcistica abbia influenzato molto il mio modo di fotografare, proprio perché è un linguaggio che conosco, che so leggere e gestire. Forse, in qualche modo, porto questa capacità anche altrove, dentro altri sport, anche quando non li conosco con la stessa profondità. Credo che conoscere la disciplina che si fotografa aiuti moltissimo. Se sai qualcosa in più di ciò che stai guardando, sei in grado di orientare la macchina fotografica verso elementi che a un osservatore meno vicino a quel mondo sfuggirebbero. La conoscenza permette di affinare lo sguardo, di capire dove accade qualcosa, anche quando non sta accadendo nulla di evidente. L'abitudine a osservare i dettagli può diventare utile anche quando ti confronti con sport che conosci meno. Può capitare di intuire la personalità di un atleta senza sapere nulla di lui o di lei. Puoi iniziare a riconoscerla da come si scalda o si veste, da come si tocca i capelli, da piccoli gesti che rivelano un’attitudine, una tensione, una forma di presenza... In questo senso, la fotografia permette di avvicinarsi alla personalità di un atleta non soltanto attraverso la sua performance, ma attraverso ciò che la precede, la circonda e la rende umana.”

Rimanere fedeli a se stessi

“Il mio linguaggio visivo non è qualcosa di fisso o definitivo: continua a cambiare. Imparo ogni giorno, ritocco ogni giorno, e ogni giorno ritocco in modo leggermente diverso. Però, dentro questa evoluzione continua, cerco sempre di restare fedele a qualcosa che sento vero per me. Mi interessa creare immagini che siano in qualche modo senza tempo, capaci di esistere oltre il momento specifico in cui sono state scattate. Per me questa è anche la differenza tra concentrarsi soltanto sulla celebrazione o cercare, invece, qualcosa di più profondo. Le celebrazioni sono meravigliose, soprattutto nel calcio: possono tramutarsi in immagini potenti, collettive, quasi dal sapore rituale. Ma quando segui una squadra come il Psg per un’intera stagione, settimana dopo settimana, a un certo punto capisci che non puoi limitarti a fotografare soltanto le esultanze o i momenti più evidenti, quelli che potresti ritrovare in ogni partita. Devi cercare altro. Devi trovare un modo per costruire immagini che abbiano una durata, una complessità, una forma di intimità. Le Olimpiadi mi hanno aiutata moltissimo. Il fatto di dover fotografare molti sport diversi, spesso uno nuovo ogni giorno, per quindici giorni consecutivi, mi ha costretta ad andare veloce, a capire rapidamente cosa volevo, cosa mi interessava, cosa mi apparteneva davvero a livello compositivo... È stato in quei giorni che ho iniziato a riconoscere con più chiarezza il mio stile. Ho capito che, anche attraversando discipline molto diverse tra loro, riuscivo comunque a ritrovare una certa coerenza, un certo modo di osservare. Da quel momento, ho iniziato a seguirlo sempre più. Ho continuato a cercare ciò che sentivo vicino al mio sguardo, a ripeterlo, ad affinarlo, a trasformarlo. Ancora oggi, il modo in cui ritaglio un’immagine, il modo in cui scelgo un dettaglio, in cui costruisco il ritmo visivo di una fotografia, rimangono elementi fondamentali del mio lavoro. Sono strumenti attraverso cui cerco non soltanto di rappresentare lo sport, ma di avvicinarmi alla sua identità più sottile, quella che spesso vive ai margini dell’azione: nei gesti minimi, nelle pause, nelle posture, negli intervalli in cui l’atleta smette di essere solo corpo in movimento e diventa racconto.”

Olimpiadi

“Credo che le Olimpiadi di Parigi siano state meravigliose e, in un certo senso, anche molto peculiari: personalmente, sono state divertenti nella loro quotidianità. Dopo giornate intere passate a fotografare eventi, atleti, luoghi e momenti incredibili, tornavo semplicemente a casa mia. C’era qualcosa di straniante e bellissimo in tutto ciò: vivere un evento così immenso, così raro, così storicamente importante, ed esplorarlo nella propria città, con una certa sensazione di familiarità... Ho fotografato la nazionale francese di pallacanestro, il Dream Team americano: momenti emotivamente fortissimi. Mi sono sentita grata e fortunata. Le ultime Olimpiadi a Parigi erano state cento anni prima, avere la possibilità di viverle da fotografa, nella mia città, è stato qualcosa di enorme. Ho percepito lo spirito olimpico soprattutto attraverso appassionati e tifosi: tutti erano felici, aperti, attraversati da un’energia collettiva. È stato un autentico momento di sport.

Allo stesso tempo, proprio perché ero a casa, forse non le ho percepite propriamente come il grande evento mondiale quale erano. Paradossalmente, ho realizzato molto più il fatto di fotografare le Olimpiadi quando, quest’inverno, mi sono trovata in Italia. Lì tutto era diverso. Mai avevo fotografato in montagna, né mi ero mai confrontata con discipline invernali. È stato fisicamente estenuante: muoversi tutto il giorno sotto la neve, lavorare in condizioni nuove, adattarsi continuamente... Ogni cosa era una scoperta. Ma proprio questa dimensione di 'novità' mi ha ispirata moltissimo. Mi ha costretta a costruire composizioni diverse, a cercare soluzioni visive nuove per sport che mai avevo ritratto prima. È stato bello vedere alcune immagini diventare virali sui social, anche perché non ne avevo la percezione mentre ciò stava accadendo. Ero a Livigno, in una cittadina piccola, da sola. Non immaginavo quante persone, nel frattempo, stessero guardando quegli eventi in televisione o online. Lavoravo immersa in quella dimensione, quasi isolata: solo dopo ho capito quanto quelle immagini stessero viaggiando.”

Godersi il momento

“Se penso ai giocatori che mi piacerebbe incontrare o fotografare, è difficile rispondere, perché ce ne sarebbero troppi. Forse, però, direi Zidane. Se dovessi fotografarlo, credo che sarebbe un momento davvero speciale. Di solito, quando lavoro, cerco sempre di essere molto professionale. Non chiedo autografi, non voglio rendere le situazioni scomode o trasformare il lavoro in qualcosa di personale. Ma se c’è una persona a cui chiederei un autografo, quella persona sarebbe Zidane.

Guardando alla prossima fase del mio lavoro, alla mia evoluzione, sinceramente non so con precisione dove mi porterà la strada che sto percorrendo. C'è appena stata la Coppa del Mondo, per cui non ho chiesto l’accredito. Ero convinta che negli Stati Uniti sarebbe stato tutto enorme, complesso, forse anche un po’ folle. Ho pensato che, da grande appassionata di calcio, sarebbe stato bellissimo guardare l'evento in televisione, da Parigi, sperando che la Francia potesse vincere. A volte sento semplicemente il desiderio di guardare, e di lasciar accadere un evento senza fotografarlo. Perché quando fotografi, in un certo senso, non puoi viverlo nello stesso modo. Sei dentro l’evento, ma sei anche dietro l’obiettivo, concentrata su ciò che devi fare. In questo caso, mi faceva piacere soltanto godermi il momento.”


Chasing Light | Josh Tu

Un campo da tennis può, almeno a prima vista, essere un luogo ostinatamente ripetitivo. Un rettangolo, una rete... Un sistema geometrico di linee sovrastate da servizi o rovesci, vincenti o errori. Gesti che ritornano partita dopo partita, stagione dopo stagione. Una condizione che ha portato Josh Tu ad osservare la racchetta con maggiore profondità, trovando un nuovo genere di spazio creativo sotto rete

È una traiettoria insolita, la sua. Prima del tennis c’erano il football americano, la cultura sportiva collegiale attraverso cui ha sviluppato il proprio sguardo, ma nessuna scuola di fotografia, o educazione accademica alla creazione dell’’immagine. Una formazione avvenuta direttamente sui diversi campi sportivi calcati e nella progressiva scoperta di ciò che la luce può fare a contatto con un corpo, di come un colore possa alterare la temperatura emotiva di una scena, o del perché un dettaglio possa raccontare più del colpo vincente che domina la scena.

‘Inseguire la luce’ è una delle espressioni con cui Josh definisce il proprio lavoro: una frase che esprime il desiderio di sottrarre il tennis alla semplice documentazione del punto, superando il concetto d’immagine sportiva canonica, limitata alla certificazione dell'azione. Nella sua visione, la ricerca non è verso ciò che una partita, o più in generale in uno sport, mostrano immediatamente, ma verso snodi e dettagli solo all'apparenza secondari.

Grazie alla sua filosofia, Josh Tu è da anni parte del circuito tennistico di primissimo livello, al fianco di nomi come Ben Shelton, Coco Gauff e alcuni tra i protagonisti della nuova generazione della racchetta, attraverso cui può osservare la continua trasformazione della disciplina e dei suoi atleti. Facendolo, poi, da una posizione privilegiata, insieme intima e rispettosa, e restituendo immagini che travalicano i confini del mondo tennistico.

Coco x Naked

Prima che il tennis entrasse nel tuo universo visivo, che cosa ti ha inizialmente avvicinato alla fotografia come strumento attraverso cui comprendere lo sport?

“In realtà, ho iniziato come videomaker durante gli anni del liceo, probabilmente circa sei anni fa. Giocavo nella squadra di calcio della mia scuola e, molto semplicemente, volevo realizzare dei piccoli video interessanti per me e i miei compagni. A quel tempo non mi consideravo un fotografo, né avevo mai guardato le cose con un occhio particolarmente artistico. Mi piaceva realizzare quei video, così ho continuato per qualche tempo a sperimentare, creando brevi contenuti per squadre di discipline diverse, senza interrogarmi troppo seriamente su dove tutto ciò avrebbe potuto condurmi.

Poi, durante l’ultimo anno di liceo, è arrivato il Covid e ogni cosa si è fermata. Non c’era più alcuna attività sportiva. In quel periodo vivevo a Columbus, in Ohio, proprio accanto alla Ohio State University. La squadra di basket non poteva più permettersi di mantenere il proprio videomaker e stava quindi cercando uno studente dell’università che potesse entrare come stagista e realizzare video per loro. Io frequentavo ancora il liceo, ma vivevo lì vicino, così decisi comunque di candidarmi. In qualche modo riuscii a convincerli ad assumermi, nonostante non avessi alcuna esperienza professionale. Alla fine, mi divertii enormemente. Viaggiavo con la squadra e cominciai ad apprezzare profondamente l’atmosfera dello sport, persino quando sugli spalti non c’era nessuno. La sensazione di una squadra che si prepara a entrare in scena e a esprimersi, le luci, l’emozione, la tensione. Credo che sia stato allora che ho iniziato davvero a innamorarmi di quel mondo. Nei quattro anni successivi, trascorsi alla University of North Carolina, ho cominciato a fotografare sempre di più. Ho lavorato anche con la squadra di football e credo che soltanto dopo un paio d’anni abbia iniziato a sviluppare qualcosa che potesse assomigliare a uno stile, cominciando al tempo stesso a osservare ciò che avevo davanti in una maniera più propriamente artistica. 

La cosa curiosa è che, crescendo, non sono mai stato particolarmente vicino alle arti visive. Ho sempre amato il cinema, la televisione e, più in generale, quel genere di narrazione per immagini; da bambino mi piaceva anche disegnare, ma per gran parte della mia infanzia non ho avvertito una particolare attrazione verso l’arte. Poi, dopo un paio d’anni di università, qualcosa ha cominciato a mettersi a fuoco. Ho iniziato a osservare il modo in cui la luce trasformava le cose, il funzionamento del colore, il ruolo della composizione e la maniera in cui tutti questi elementi potessero modificare radicalmente la percezione e l’atmosfera di un’immagine. Tutto completamente da autodidatta. Non ho mai seguito un corso di formazione specifico. Per me, tutto è nato dalla sperimentazione e da una quantità considerevole di errori: un processo attraverso cui, poco a poco, ho iniziato a comprendere ciò che appariva giusto al mio sguardo.”

 

Prima che lo sport diventasse un soggetto della tua fotografia, ne eri già appassionato? Quali erano le discipline che amavi di più da ragazzo?

“Lo sport è arrivato decisamente prima della fotografia. Ci sono fotografie di me, insieme a mio padre, con indosso le maglie della squadra di football di Ohio State. Era l’università in cui lui si era laureato e si trovava ad appena venti minuti dal luogo in cui sono cresciuto. Ohio State era una squadra vincente, perciò innamorarsi di quell'ambiente è stato quasi naturale. Amavo soprattutto l’atmosfera che lo circondava, in particolare quella del football universitario americano. Quello, per me, era il grande spettacolo. A Ohio State ci sono più di centomila persone che vanno a vederli allo stadio: tutti gridano, fuochi d’artificio, l’energia attraversa ogni cosa. Ero affascinato dalla dimensione rituale e spettacolare di tutto questo. Ma ero affascinato anche dal modo in cui lo sport fosse capace di creare una comunità. Tecnicamente, può non riguardarti in maniera diretta, e tu stesso puoi non far parte della squadra; eppure, nel momento in cui diventi un tifoso, all’improvviso senti di appartenere a qualcosa di molto più grande. Ti ritrovi connesso a centinaia di migliaia, persino milioni di persone che provano ciò che provi tu, che festeggiano insieme a te, che ne parlano con te, che vivono quello sport al tuo fianco. È sempre stato proprio questo sentimento di appartenenza collettiva ad affascinarmi.”

Alla University of North Carolina lavoravi già all’interno dell'immaginario sportivo, soprattutto attraverso atletica e football universitari. Cosa ti ha insegnato lo sport collegiale americano riguardo l'emozione, il rituale, l'identità e la narrazione visuale?

“Credo che lo sport universitario rappresenti un ambiente straordinario per un fotografo sportivo che muove i primi passi negli Stati Uniti, perché ti espone praticamente a ogni cosa. Queste università hanno trenta programmi sportivi differenti e, quando le loro squadre competono, finiscono per diventare parte integrante dell’identità stessa dell’università. Gli studenti se ne interessano, partecipano, riempiono gli spalti; e gli atleti gareggiano non soltanto per sé stessi, ma anche per ciò che rappresentano. È un contesto eccezionale in cui imparare. Sono stato molto fortunato anche a trovarmi alla UNC. Dal punto di vista visivo, i colori erano straordinari. Quella particolare tonalità di Carolina blue è qualcosa che non si incontra facilmente altrove. Anche gli scenari naturali che circondavano molti degli stadi, con gli alberi e la vegetazione, contribuivano a rendere quel luogo particolarmente affascinante da fotografare.

Sono stati necessari un paio d’anni a North Carolina prima che iniziassi davvero a riconoscere momenti capaci di contenere una storia: il dettaglio di ciò che un giocatore aveva scritto sul nastro attorno al polso, un messaggio personale che portava con sé, qualcosa annotato su una scarpa o una piccola traccia visiva della sua storia personale. Ho cominciato a interessarmi a chi fossero i leader della squadra, a come la loro energia e la loro capacità di guidare gli altri si propagassero all’interno del gruppo, e a come questi dettagli apparentemente minimi potessero distinguere un’immagine forte da una comune fotografia sportiva. Ho sempre pensato che fotografare lo sport non possa ridursi allo stare seduti nello stesso punto e premere un pulsante quando accade qualcosa. Almeno nel lavoro che ho sviluppato più recentemente, ho cercato di fare in modo che le immagini contenessero altro: una forma di emozione, un significato, una qualche traccia di ricerca artistica. I quattro anni trascorsi alla UNC mi hanno dato la possibilità di accumulare le ripetizioni di cui avevo bisogno. Fotografare ogni settimana, continuamente, mi costringeva a cambiare ogni volta il mio punto d’attenzione e a continuare a cercare. È stata proprio quella reiterazione del gesto, credo, a spingermi verso la scoperta di ciò che stavo realmente cercando.”

 

Ricordi la prima fotografia di tennis che ti ha trasmesso qualcosa di diverso rispetto alla semplice documentazione di un punto? Un’immagine in cui hai avuto la sensazione di aver colto qualcosa di più vicino all’anima del gioco?

“Prima di iniziare a fotografarlo, non sapevo assolutamente nulla di tennis. La prima partita a cui abbia mai assistito è stata Ben Shelton contro Taylor Fritz sul campo centrale di Indian Wells, nel 2023. Era il mio primo incontro di tennis dal vivo e non avevo la minima idea di come funzionasse questo sport: non sapevo cosa fosse un servizio, quanti set si giocassero, né come funzionasse il sistema di punteggio. Ero seduto al mio posto e non avevo un accredito media. Una signora accanto a me iniziò a parlare con me e si rese conto molto rapidamente che non capivo nulla di tennis. Così cominciò a spiegarmi il gioco: il funzionamento del punteggio, ciò che stava accadendo in campo, tutto quanto. Fin da quella primissima esperienza, devo dire che il tennis mi divertì moltissimo. Rispetto a quasi ogni altro sport, possiede una qualità singolarmente ripetitiva. Il campo è relativamente piccolo e, per gran parte del tempo, i giocatori compiono gli stessi gesti ancora e ancora: un servizio, un diritto, un rovescio, forse uno slice. Non accade spesso qualcosa di interamente nuovo. Per me era molto diverso da ciò che avevo conosciuto nel football o nel basket, dove molti giocatori si muovono su un campo più ampio e l’azione contiene una varietà infinitamente maggiore.All’inizio, il tennis mi sembrava quasi costrittivo. Più lo fotografavo, tuttavia, più cominciavo a capire che era proprio quella ripetizione a obbligarti a diventare creativo. 

Un giocatore può colpire cento volte un diritto dallo stesso angolo nel corso di una partita. Così, invece di restare semplicemente seduto e realizzare ogni volta un’immagine convenzionale, ho iniziato a chiedermi come avrei potuto renderla migliore. C’è un’inquadratura che posso raggiungere? Esiste un lato del campo in cui la luce cade in maniera diversa? Dovrei rallentare il tempo di esposizione? Concentrarmi sulla mano, su un’altra parte del corpo, sulle scarpe, sull’ombra proiettata sul terreno? Il tennis costringe ti costringe a rallentare, a cercare altrove, a osservare i dettagli e ad apprezzare le qualità visive più silenziose del gioco.”

Hai spesso descritto il tuo lavoro attraverso l’idea di ‘inseguire la luce’. Nel tennis, la luce non è mai neutrale: cambia da Melbourne a Parigi, da Londra a New York, dai campi di allenamento alle notti negli stadi. Cosa significa, per te, inseguire la luce quando fotografi il tennis?

“Per me, la luce è tutto quando si tratta di costruire un’immagine. Da un punto di vista tecnico, ogni cosa che vediamo è luce, o assenza di essa. Ma sul piano artistico, quando ci si trova di fronte a una luce interessante, si apre improvvisamente la possibilità di fare qualcosa di più con un’immagine. Si creano zone dure, oscurità, contrasti. Amo osservare il dialogo tra la luce e la sua assenza, e tutto ciò che può nascere da quella relazione: l’ombra di un giocatore, per esempio, oppure il momento in cui il suo corpo attraversa una porzione di campo illuminata mentre tutto il resto rimane immerso nell’ombra. Situazioni simili possono generare possibilità creative straordinarie. Mi affascina anche il fatto che ogni stadio sia costruito in maniera diversa. A volte, nel cuore della giornata, un campo centrale gremito può essere attraversato da una linea di luce durissima che divide nettamente lo spazio, lasciandone una parte completamente esposta al sole e l’altra sprofondata nell’ombra. In alcuni stadi, come al Roland Garros o agli Australian Open, la luce filtra attraverso le strutture superiori e crea piccole aperture luminose che finiscono per proiettarsi sul campo.

Ricordo che, un paio d’anni fa, stavo fotografando a Madrid e la luce cadeva soltanto sulla panchina dei giocatori. C’era Ben, seduto da solo con un asciugamano sulla testa, e l’intera scena aveva assunto una dimensione incredibilmente drammatica. Amo molto quell’immagine. Vorrei riuscire a realizzare più fotografie di questo tipo, ma non è sempre semplice, perché non dispongo necessariamente di un accesso completo alle varie zone del campo e, di conseguenza, non posso raggiungere ogni volta i punti da cui certe angolazioni diventano possibili. Di solito mi trovo nel box del giocatore oppure in qualche settore delle tribune. Ma quando si presentano quelle occasioni, quando hai la possibilità di sperimentare con la luce in quel modo, sono quasi sempre le immagini che preferisco.”

 

Cosa osservi come prima cosa quando arrivi in un campo da tennis: il pubblico, l’architettura, il giocatore o l’atmosfera? E ci sono dettagli visivi di questo sport che, secondo te, sono ancora poco fotografati?

“Amo la varietà dei luoghi in cui si gioca a tennis. Quando arrivo in un posto nuovo, la prima domanda che mi pongo è sempre: che cosa c’è di diverso qui? Che cosa rende unico questo luogo? Il giocatore indossa un nuovo completo? Quali sono i colori? Entrano in relazione con quelli del campo?. Mi ci è voluto del tempo prima di fotografare il tennis sulla terra battuta e, quando finalmente è successo, me ne sono innamorato. Amo quella consistenza, il modo in cui la superficie cambia nel corso di una partita. Puoi fotografare un giocatore mentre batte la racchetta contro le scarpe e la terra si solleva, oppure mentre scivola sul campo circondato dalla polvere rossa. È qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa che normalmente non puoi ottenere quando, per gran parte dell’anno, fotografi sui campi in cemento. Anche lo sfondo di ogni stadio è diverso. Il sole può cadere in un modo particolare, creando un’ombra che attraversa il campo. A seconda dell’angolazione da cui fotografo, il giocatore può trovarsi in controluce, essere illuminato frontalmente oppure di lato. Penso continuamente a come la luce cambierà nel corso della partita. Qualcosa può sembrare interessante in un preciso momento, ma un’ora più tardi il sole si sarà spostato, l’ombra avrà cambiato posizione e il giocatore potrebbe trasformarsi quasi in una silhouette.

Sono una persona che si annoia molto facilmente e, proprio per questo, cerco sempre qualcosa che posso fare in un determinato luogo e che non ho mai fatto prima; possibilmente, qualcosa che non abbia mai fatto nessun altro. In fondo, è questo il punto per me. Non sono un fotoreporter nel senso più rigoroso del termine. Cerco, per quanto possibile, di lavorare in maniera artistica. Di spingermi ogni volta un po’ più in là, oltre i confini consueti.”

Hai lavorato a stretto contatto con giocatori come Ben Shelton e Coco Gauff. Cosa cambia quando non stai più semplicemente fotografando un atleta in campo, ma entri nel suo ritmo personale, nei suoi viaggi e nel suo spazio privato?

“Ogni atleta è diverso nel modo in cui desidera relazionarsi con le persone che lo circondano, fotografo compreso. La cosa principale da ricordare è che, prima di tutto, si tratta di persone normali. In fin dei conti, se le tratti bene e ti comporti con loro come faresti con chiunque altro, è proprio questo che la maggior parte di loro cerca. Ma sviluppare e costruire un rapporto di fiducia, e arrivare eventualmente a un’amicizia, non è semplice. Gli atleti vengono fotografati continuamente. Sono quasi sempre circondati dai media e, molto spesso, quella presenza non è necessariamente qualcosa a cui abbiano acconsentito o che desiderino avere intorno. Per questo, conquistare la fiducia di un atleta, poter stare accanto a lui con la propria macchina fotografica, è qualcosa di davvero particolare. Significa farlo sentire a proprio agio, assicurarsi che sappia che qualunque cosa tu stia creando è pensata per lui e insieme a lui. Significa rappresentarlo in un modo che percepisca come autentico e, soprattutto, farlo sentire bene. Tutto questo implica una grande quantità di fiducia; solo in un secondo momento, eventualmente, può nascere anche un rapporto di amicizia.

Una parte importante di questo processo consiste nel sapere quando diventare una presenza quasi invisibile. Le immagini migliori spesso nascono proprio quando l’atleta non si accorge nemmeno che sei lì, quando non stai interferendo con il suo momento. Credo che molte persone debbano ricordarlo quando lavorano con gli atleti. Sei lì per fare un lavoro. Non sei lì semplicemente per passare del tempo insieme. Devi quindi capire che cosa fotografare, quando farlo e come catturare determinati momenti senza trasformare la tua presenza in un’intrusione.”

 

Attraverso il tuo lavoro con Ben Shelton stai documentando una nuova figura del tennis contemporaneo. Da un punto di vista fotografico, come valuti Ben all'interno del panorama tennistico contemporaneo?

“Ben è un giocatore straordinariamente stimolante da fotografare in campo. Se entrassi oggi nel mondo del tennis senza conoscere nessuno e qualcuno mi chiedesse quale giocatore vorrei fotografare più di ogni altro, probabilmente sceglierei lui. Gioca con una quantità enorme di passione e di energia. Ha un tennis potente, costruito su gesti ampi, e le sue reazioni sono altrettanto intense. Semplicemente, è un soggetto eccezionale per la fotografia. 

Credo che il tennis, soprattutto qualche decennio fa, fosse uno sport molto più trattenuto. Ai giocatori non era davvero concesso celebrare, mostrarsi emotivi, fare rumore o esprimere quel genere di energia. Nello sport americano, invece, e penso soprattutto al football e al basket da cui provengo, le persone urlano continuamente. I giocatori sono rumorosi, fisici, si affrontano faccia a faccia, si provocano verbalmente. Amo quel tipo di energia. È perfetta per creare fotografie straordinarie e raccontare storie altrettanto potenti. Nel tennis, Ben rappresenta uno dei rari casi in cui esistono davvero quella passione e quell’intensità. Per me, questo rende fotografarlo molto più divertente rispetto a molti altri giocatori che rimangono estremamente controllati. Naturalmente, se è così che un atleta desidera essere, va benissimo. Questi giocatori competono a un livello altissimo e devono mantenere la concentrazione. Ma, dal mio punto di vista di fotografo, tutto diventa più coinvolgente e le immagini acquistano maggiore forza quando hai davanti un giocatore disposto a essere pienamente sé stesso in campo e a mettere in gioco tutto se stesso.”

Hai la sensazione che oggi il mondo del tennis chieda ai fotografi di guardare oltre la sola azione?

“Negli ultimi anni il tennis ha evidentemente conosciuto una nuova e significativa crescita di popolarità. Ricordo che, quando ho iniziato a lavorare nel tour, ero uno dei pochissimi fotografi a muovermi specificamente al seguito di un paio di giocatori. Era ancora qualcosa di nuovo. I tornei non sapevano sempre esattamente che cosa stesse accadendo, né come rapportarsi a quel tipo di presenza. La maggior parte dei giocatori non era ancora abituata ad avere fotografi o videomaker al proprio fianco, come invece gli atleti di altri sport facevano già da dieci anni o più. Ma tutto questo si è diffuso con estrema rapidità. Oggi molti dei migliori giocatori hanno fotografi o filmmaker personali che viaggiano con loro, oppure sono le loro agenzie a coinvolgere dei professionisti per creare contenuti destinati a più atleti. Attualmente esiste una domanda enorme di contenuti, e credo sia un fatto positivo. Aiuta a far crescere lo sport, i giocatori, i loro brand e le loro community. Ma proprio questa richiesta impone anche una grande consapevolezza rispetto a ciò che si realizza: alla qualità del lavoro, alle intenzioni che lo guidano e a ciò che si decide di condividere. 

Ogni giocatore ha sensibilità differenti. Alcuni creano e pubblicano autonomamente i propri contenuti, realizzano piccoli TikTok e cose di questo genere. Altri sono molto meno interessati a quella dimensione. Dal mio punto di vista, il mio lavoro consiste nel creare per loro le immagini migliori possibili: contenuti di alta qualità che, idealmente, riescano a trovare una risonanza anche sui social media.

È un equilibrio interessante. Da una parte, vuoi mantenere una certa estetica nella fotografia. Pensi alla composizione, alla luce, all’atmosfera e a tutti questi dettagli visivi. Dall’altra, una parte del lavoro consiste anche nel comprendere quali contenuti generino maggiore coinvolgimento sulle piattaforme social. Così, improvvisamente, dopo esserti concentrato su tutti questi elementi fotografici più raffinati, devi voltarti e realizzare qualcosa con un iPhone, oppure girare un video direttamente con il telefono.”

 

Il tennis sta vivendo un momento culturale di straordinaria intensità: moda, cinema, social media, celebrità e performance sembrano convergere tutte attorno a questo sport. Dal tuo punto di vista, perché credi che il tennis sia tornato a essere così influente?

“Non sono un grande esperto di storia del tennis, quindi potrei anche sbagliarmi completamente, ma credo che in questo momento stiano emergendo molti nuovi giovani giocatori. Appartengono alla generazione dei social media e, proprio per questo, esiste un accesso molto maggiore sia alle loro personalità sia allo sport stesso.

Credo che dipenda dalla combinazione di queste nuove figure, tanto nel tennis maschile quanto in quello femminile. Sembra che ogni settimana ci sia un nuovo giocatore capace di imporsi e attirare attenzione. Sono giovani che attribuiscono importanza ai social media e, di conseguenza, i loro nomi riescono a raggiungere pubblici sempre più ampi. Anche i brand si stanno accorgendo di tutto questo. Il tennis è uno sport esteticamente straordinario e, al tempo stesso, custodisce una quantità enorme di tradizioni. Proprio all’interno di quella tradizione esiste moltissimo spazio per introdurre la moda, oppure per immaginare nuove forme di marketing e differenti opportunità di sponsorizzazione. Detto questo, credo che ogni cosa nella vita si muova per onde; anche la cultura attraversa cicli e tendenze. In questo momento, il tennis si trova chiaramente in una fase ascendente. Forse, a un certo punto, tornerà a perdere centralità, per poi crescere nuovamente. Ma oggi esistono possibilità enormi attorno al modo in cui i giocatori si vestono, a ciò che fanno fuori dal campo e alle passioni che coltivano oltre il gioco.”

La cultura visiva del tennis sta cambiando rapidamente. In che modi e forme pensi debba evolvere la prossima generazione di storyteller visuali tennistici?

“È una bella domanda, e non sono del tutto sicuro di avere una risposta. Negli ultimi tempi, con la crescente popolarità del tennis, c’è stata evidentemente una forte spinta a guardare questo sport attraverso una lente più artistica. Oggi ci sono moltissimi fotografi che portano nel tennis un proprio punto di vista riconoscibile, e credo che questo stia arricchendo enormemente la fotografia legata al gioco. Esistono figure importanti che stanno lavorando in questa direzione, cercando di spostare sempre più avanti i confini del modo in cui il tennis può essere visto. Per molto tempo, forse negli ultimi cinquant’anni, non ci sono state così tante persone interessate a forzare i limiti della creatività all’interno del tennis. Oggi, invece, questa ricerca è molto più presente. Con l’arrivo delle fotocamere digitali capaci di scattare cinquanta immagini al secondo, le possibilità si sono semplicemente moltiplicate. Ci sono più sguardi rivolti verso questo sport. Ci sono nuove figure creative, molto diverse tra loro, tanto tra chi gioca quanto tra chi il tennis lo fotografa. Non sono del tutto certo di quale sarà il prossimo sviluppo della fotografia tennistica. Non so quanti altri punti di vista si possano ancora trovare su un campo da tennis e, naturalmente, lo sport in sé non è destinato a cambiare radicalmente. Ma sono molto curioso di vedere dove ci porterà tutto questo.”

 

C’è un torneo, un giocatore o un ambiente legato al tennis che sogni ancora di fotografare in maniera più profonda?

“Mi sento estremamente fortunato, perché ho appena concluso il mio quarto Wimbledon. È uno dei tornei in cui preferisco tornare ogni anno e credo che pochissime persone, avendo avuto la possibilità di andarci, direbbero qualcosa di diverso. Amo il verde, è il mio colore preferito, quindi poter fotografare quei campi e i leggendari completi bianchi è qualcosa di straordinario. Mi affascina vedere ciò che i brand riescono a creare, perché naturalmente l’abbigliamento deve rimanere prevalentemente bianco, ma proprio all’interno di quella restrizione emergono texture, dettagli e piccole sfumature che diventano estremamente interessanti. Wimbledon è semplicemente uno scenario magnifico per il tennis. Ci sono i tifosi, le persone in coda, l’intera atmosfera che avvolge quel luogo. Si percepisce una grande energia.

L’anno scorso ho avuto anche la possibilità di seguire le ATP Finals insieme a Ben, ed è stata un’esperienza incredibile. Ogni volta che riesco a tornare in questi luoghi, sento di avere davanti una grande opportunità e, al tempo stesso, un’esperienza preziosa. Sono immensamente grato di poter continuare a fare tutto questo. Ho avuto la possibilità di fotografare tutti e quattro i tornei del Grande Slam, ed è qualcosa di straordinario. Mi piacerebbe moltissimo fotografare le Olimpiadi. Probabilmente è il sogno di qualunque fotografo, ma per me lo sarebbe in modo particolare, soprattutto qui, a Los Angeles. È il grande appuntamento che ancora mi manca.”


In Pursuit of Muscle - Marcie Docherty

La mascolinità non è un concetto immutabile, né un qualcosa di prestabilito nel corpo. È, piuttosto, un insieme di gesti, posture, comportamenti e codici attraverso cui l’identità viene costruita, riconosciuta e continuamente riaffermata all’interno di una determinata cultura. È precisamente questo sistema di segni che 'In Pursuit of Muscle', il progetto fotografico di Marcie Docherty, sottopone ad un'attenta osservazione, usando la pratica sportiva come punto d’accesso privilegiato a una più ampia esplorazione della sensibilità umana

Alla base del lavoro risiede la teoria della performatività di genere elaborata da Judith Butler, filosofa statunitense secondo cui il genere non corrisponde a una verità originaria custodita nell’interiorità dell’individuo, ma prende forma attraverso la ripetizione di atti socialmente codificati. Il modo in cui ci si muove, ci si veste, si occupa lo spazio o ci si mostra allo sguardo altrui non si limita a esprimere un’identità già esistente: contribuisce, al contrario, a produrla. Nella riflessione butleriana, l’atto perlocutorio indica precisamente gli effetti che parole, azioni e gesti generano su chi li osserva. Il significato di una posa, di un corpo allenato o di un atteggiamento apparentemente spontaneo non risiede dunque soltanto nell’intenzione di chi lo compie, ma anche nella reazione che è in grado di suscitare. Riconoscimento, appartenenza. È nello spazio di mezzo compreso tra esibizione e percezione che la mascolinità diventa, prima ancora che identità, rappresentazione.

Basta evocare l’immaginario delle palestre, degli spogliatoi e dei campi sportivi dell’Inghilterra della fine del 20esimo secolo perché emerga un repertorio visivo immediatamente familiare: la durezza delle sessioni di allenamento, i corpi scoperti davanti agli specchi, l’odore stagnante del sudore, i tatuaggi, le canottiere bianche, i bicipiti contratti. Frammenti di una ritualità collettiva che, soprattutto nelle periferie britanniche, ha contribuito a definire una certa idea popolare di mascolinità. Un’identità costruita attraverso la forza, la complicità del gruppo e una sensibilità quasi sempre trattenuta sottopelle.

Con In Pursuit of Muscle, Docherty si appropria di questo immaginario per penetrarne le peculiarità. Fotografati su pellicola, i giovani protagonisti di questo editoriale camminano, si allenano, si vestono o semplicemente sostano davanti all’obiettivo. Eppure, anche in questi gesti ordinari, ogni posa sembra alludere alla costruzione di una mascolinità desiderata.

Muovendosi lungo il confine tra fotografia documentaria e ritratto costruito, la fotografa inglese osserva i propri soggetti senza cedere né all’idealizzazione né alla caricatura. Il suo obiettivo si sofferma nelle pieghe e nei dettagli del codice maschile creando così uno spazio di negoziazione tra il soggetto e la composizione dell’immagine. Da un lato, le norme di genere sedimentate dalla storia e dalle convenzioni sociali; dall’altro, la possibilità di rielaborarle. Questo progetto abita questa tensione, rendendola visibile. La mascolinità appare allora come qualcosa di inconcluso, una forma continuamente esposta agli altri: una coreografia imparata, ripetuta e talvolta inconsapevolmente trasformata. 


US Open State of Mind

Ritratto dello Slam americano e della sua identità senza paragoni

New York non fa solo da sfondo: è la forza di gravità che attira tutto, persino la traiettoria di una pallina che schizza nel cielo serale sopra Flushing Meadows. Nelle immagini di Martina Rosati, gli US Open appaiono allo stesso tempo come un festival pop e una preghiera urbana: neon e ombre, cemento e sudore, applausi che risuonano come metallo. 

Le tribune pullulano di lingue straniere e desideri: Wall Street al tramonto si riversa nel Queens, Broadway cambia palcoscenico e chiama il servizio. Qui, il tennis parla con accenti scolpiti, accelera i battiti del cuore e costringe lo sguardo a fermarsi, ad ascoltare.

Il guizzante cemento dell’Arthur Ashe rispecchia appieno il carattere della città che lo circonda: ego audace, errori su cui puntare il dito, bellezza senza paura. Lo stadio è un anfiteatro di correnti e luci, un ponte che collega la periferia e il sogno. Il gesso che salta, il pugno chiuso, la treccia che vibra ad ogni cambio campo. Un tennis tipicamente americano: spettacolo, rivalità, ambizione.

I campi blu scuro raffreddano il ritmo della città. Il rumore diventa una ninna nanna. C'è una Festa del Ringraziamento alternativa in queste notti di fine estate. Famiglie, amici, esploratori con le MetroCard in tasca: tutti in processione verso un rituale condiviso. 

Ogni scambio è un frammento di storia, ogni tie-break una metropolitana da non perdere. E quando la notte allunga il suo respiro, New York torna ad essere il centro di gravità e gli US Open ne diventano il rumoroso ambasciatore. Perché qui, ogni punto racconta New York ad un pubblico incredulo.

La lente di  Martina Rosati ci conduce nel cuore di questo stratificato evento, mostrandoci le vibrazioni dell’edizione in corso. 


US Open, il centro dell’universo tennistico

Tutto gravita attorno a New York e alle sue vibrazioni, anche l’estetica tennistica, come dimostrano gli scatti di Chris Caporaso

“Ero solito festeggiare i miei compleanni andando agli US Open e sedendomi in piccionaia...”. La testimonianza di Andy Roddick è più di una semplice fotografia adolescenziale. I ricordi dell’ex numero 1 al mondo descrivono uno Slam che mai ha smesso di elevare il fascino e il significato della sua patria, New York City, il ‘Centro dell’Universo’. Gli US Open sono una festa popolare americana, un Giorno del Ringraziamento dipinto di volée e ace. Sono le architetture di Manhattan, i ritmi di Wall Street e il traffico di Broadway, un luminoso party di SoHo che attira occhi di tutto il mondo. Se, come diceva Yannick Noah, tra le strade della Grande Mela lo straniero si sente straniero fino in fondo, è anche vero che, sugli spalti di Flashing Meadows, il newyorchese si sente newyorchese fino in fondo, e che qualsiasi appassionato di tennis respira l’essenza di una metropoli unica. Anche dalla piccionaia.

L'obiettivo di Chris Caporaso ci porta in questo mondo tennistico, ritraendone lo scenario e la morfologia. La galleria e le parole del fotografo australiano confermano il fascino unico di questo evento e la fascinazione universale per il paradiso del tennis di New York.  

“L'esperienza degli US Open è difficile da spiegare in poche parole. La nostalgia dell'evento per me che ho trascorso una vita a guardare questi campi verdi e blu da 17.000 km di distanza e poi qui a flushing meadows. Tutto è diverso, la folla è diversa, l'energia è di un altro livello. Non è stato colto in questo set quanto il tennis si sia impadronito della migliore città del mondo. È difficile camminare per queste strade e non vedere qualcosa di legato al tennis, dai bambini con le racchette nello zaino ai murales dei giocatori ad altri contenuti legati al torneo.”

Abbiamo parlato con Chris nella nostra rubrica speciale Behind the Lights. Potete leggere l'articolo qui. E abbiamo anche osservato le sue prospettive degli Australian Open: guardatele qui.


Behind the Lights – Sam Robles

Attraverso l’obiettivo di Sam Robles scopriamo che la vera essenza dello sport non risiede tanto nei trofei, quanto nelle storie umane che esso è in grado di svelare

Molto prima di impugnare una macchina fotografica, il mondo di Sam era già plasmato dal ritmo e dalla spontaneità—dalle strade anguste di São Paulo, dove un pallone logoro diventava, al contempo, il suo primo contatto con il gioco e il suo maestro più vero. Su quei campi improvvisati, con porte immaginate fra casse e cassonetti, il Beautiful Game catturava la sua immaginazione. Eppure, il legame di Sam con il calcio andava oltre la pratica organica, esondando nel battito di ogni partita, nel nome di eroi mostrati dal retro delle maglie e nella poetica non detta di quella che, specie nel Paese carioca, può definirsi religione. Tutto questo avrebbe finito per definire non solo la sua infanzia, ma la sua visione artistica.

Giunto in Florida, ad appena 18 anni, un’altra passione mette radici nella sua coscienza. La fotografia, qualcosa di ancora più profondo. Non più semplice spettatore, Sam scopre il potere del racconto. La fotografia, come il calcio, diviene la sua lingua—un mezzo fatto di istinto e tempismo, di luce e ombra, dove l’emozione vive in una frazione di secondo. Non si tratta soltanto di cogliere i movimenti, spiega la sua ormai iconica poetica, ma di percepire il silenzio che precede il boato, il mondo interiore dell’atleta prima che la partita cominci.

Dalle strade illuminate dal sole di São Paulo a uno scatto all’alba con Adriano: il percorso di Sam segue un filo sottile che unisce appassionati attraverso culture diverse. Questa non è solo la storia di un fotografo. È il ritratto di una vita vissuta all’incrocio di due mondi—Brasile e Stati Uniti, sport e arte—dove ogni immagine è un omaggio e ogni fotogramma contribuisce a una memoria condivisa. 

Photo by Sam Robles / The Players’ Tribune

Radici brasiliane

“Sono nato e cresciuto a São Paulo, in Brasile: un luogo in cui il primo regalo che si riceve, persino da neonato, è un pallone da calcio. Alcuni dei miei primi ricordi riguardano le partite per strada: fuori dai ristoranti, davanti alla chiesa del mio quartiere, su qualsiasi superficie che consentisse una partita. Giocavo ovunque, anche a futsal. Alla fine, sono entrato nella squadra della scuola, poi in qualche club locale. Ho continuato fino a circa diciotto anni, ovvero quando mi sono trasferito in Florida.

Curiosamente, mio padre non era appassionato di sport. Era un uomo d’affari, ma profondamente coinvolto nella musica: dirigeva in chiesa e suonava vari strumenti. Era la sua passione, e sperava che io seguissi le sue orme. Da bambino mi faceva copiare le note musicali dei cori parrocchiali. Facevo del mio meglio, ma non mi ha mai realmente appassionato. Il calcio, invece, ha preso presto il sopravvento: spesso dovevo mascherare il mio interesse con i miei genitori. Fosse stato per loro, non avrei giocato così tanto.

Neppure mia madre era attratta dall’arte o dalla fotografia, ma era solita leggere qualche rivista—soprattutto di arredamento e moda. Di tanto in tanto le sfogliavo anch'io e trovavo qualche inserto sportivo o pubblicità: quelle erano, insieme ai cartelloni per strada e a qualche spot televisivo, le mie uniche esposizioni alla fotografia. Prima di trasferirmi negli Stati Uniti non avevo mai preso in mano una macchina fotografica.”

Nuove scoperte USA

“Qualche mese dopo il mio arrivo negli Stati Uniti, sono andato a trovare un amico che aveva appena comprato una fotocamera digitale. Nel momento in cui ho visto la macchina, qualcosa è scattato dentro di me. Sono rimasto completamente affascinato. Ho chiesto di provarla, abbiamo fatto alcune foto e video... Non ho capito perché, ma l'amore è scoppiato all’istante.

Fino a quel momento non avevo mai scattato una fotografia. Non conoscevo fotografi e non immaginavo che la fotografia potesse essere una professione. Ero completamente estraneo a quel mondo. Ma quella piccola fotocamera mi ha catturato. All’epoca, lavoravo in un autolavaggio: ho messo da parte dei risparmi per sei mesi e alla fine ho comprato la mia prima fotocamera — a casa ho ancora quella Sony Mavica.

Con quella macchina ho iniziato a fotografare tutto ciò che mi colpiva: l’ambiente circostante, il quartiere in cui vivevo. Tutto mi appariva così diverso rispetto al Brasile. Inviavo le foto via email ai miei genitori a casa, per mostrare loro la mia vita. Prima di WhatsApp, chiamare in Brasile significava acquistare schede telefoniche internazionali. Mandare immagini sembrava più immediato e intimo.

Mostravo le foto anche ai miei amici: erano sorpresi e mi chiedevano chi le avesse scattate. Non si rendevano conto che fossi io dietro l’obiettivo. Alla fine, alcuni hanno cominciato a chiedermi di fotografarli. Non sapevo cosa rendesse una foto buona o cattiva—non sapevo nemmeno cosa fosse davvero la fotografia...

Per me non era nemmeno un hobby: semplicemente mi portava gioia, la stessa gioia pura che provavo, giocando a calcio, da bambino. Mi sono reso conto che non mi appassionasse tanto fotografare persone su commissione, quanto catturare ciò che amavo davvero: lo sport.

Il desiderio di migliorarmi e di fotografare ciò che mi appassionava sul serio mi ha spinto, cinque anni dopo, a organizzare il mio primo servizio fotografico sportivo. Il risultato è stato sorprendente: per la prima volta tutto era intenzionale, pianificato. Quel processo di organizzazione, scatto, editing... ha segnato una svolta. È stato il primo istante in cui ho pensato: forse è qualcosa che potrei davvero perseguire. Da lì è iniziato il vero percorso.”

Un lungo cammino

“Nella vita, tutto si sviluppa passo dopo passo, tappa dopo tappa—e non sempre in una linea retta, verso l’alto. Non ho mai frequentato una scuola di fotografia, quindi il passaggio da scattare foto occasionali a diventare un professionista è stato lungo e, spesso, incerto. Le cose sono iniziate a cambiare dopo il mio primo shooting sportivo. Fino a quel momento, dicevano che le mie foto erano buone, ma non le consideravo niente di che... M mancavano i riferimenti. Con il calcio, invece, era diverso: ero cresciuto immerso nella cultura visuale del gioco—le campagne Nike e Adidas, le immagini iconiche di Ronaldinho... Sapevo riconoscere l’eccellenza.

Lavorando ancora all’autolavaggio, mostravo le mie foto a chiunque—colleghi, clienti, passanti. Un cliente, Jack Wild, ha cambiato tutto. Era un fotografo professionista in pensione, aveva lavorato per grandi marchi e fotografato celebrità. Per qualche ragione siamo entrati in contatto. Non mi ha dato istruzioni dirette, ma suggerimenti che mi sono rimasti impressi.

Jack teneva conferenze al Boca Raton Museum e un giorno mi ha invitato a partecipare. Ero appena uscito da un lungo turno, ancora sudato e in tuta da lavoro, quando sono entrato in una sala di fotografi più anziani e ben vestiti... Erano tutti intenti a presentare i loro lavori settimanali. Sono stato l’ultimo a intervenire. Ho condiviso alcune immagini che avevo scattato all’autolavaggio. L’atmosfera è cambiata: hanno iniziato a citare fotografi di cui non avevo mai sentito parlare. All’improvviso sono stato percepito diversamente.

Jack ed io siamo diventati più intimi: mi ha incoraggiato ad imparare a lavorare con le luci e a fare da assistente a professionisti, qualora volessi crescere seriamente. Ho mandato email a tutti i fotografi in Florida, offrendo il mio aiuto gratuitamente. Nessuna risposta. Sono passati sei mesi. Un giorno, poi, ho notato le Pagine Gialle accanto al computer. Le ho sfogliate e ho trovato un nome: Keith Douglas. L'ho chiamato senza nessuna pretesa.

Con mia grande sorpresa ha risposto—e mi ha invitato nel suo studio. Il lunedì successivo mi sono presentato con il mio portfolio: ha apprezzato il mio lavoro e detto che mi avrebbe chiamato se avesse avuto bisogno di un assistente. Qualche settimana dopo, mi ha portato con sé su un servizio di architettura: un edificio per una brochure. Era la mia prima esperienza vera in uno studio professionale.

All’epoca il mio inglese stava migliorando, ma il lessico era ancora quello del mio lavoro all’autolavaggio—quando Keith e i suoi assistenti mi chiedevano un attrezzo, ne portavo dieci diversi per sicurezza. Ero affamato di apprendere, anche indovinando.

Per un po’ ho svolto entrambi i lavori: fare da assistente significava chiedere permesso all’autolavaggio per assentarmi. Col tempo ho iniziato ad ottenere altri incarichi come fotografo e, dopo un anno, ho deciso di lasciare l’autolavaggio. Poi sono entrato in contatto con fotografi, clienti e studi che mi hanno introdotto a produzioni più ampie: moda, e-commerce, pubblicità... Ho colto l’opportunità, ed è così che sono passato da assistente a fotografo a tempo pieno.”

Incontrare i propri idoli

“Per un giovane brasiliano, il calcio non è solo uno sport: è una sorta di religione. E i calciatori non sono soltanto atleti, ma icone, figure larger-than-life che incarnano lotta e trionfo. Crescendo, non avrei mai immaginato di poter incontrare alcune di queste leggende attraverso il mio lavoro da fotografo.

Per chi ama il calcio come me, trovarsi di fronte a giocatori che hanno superato sfide personali simili e hanno rappresentato un’intera nazione è ancora irreale. Alcuni appartengono a una categoria a sé—come Pelé. C’è un solo Pelé nella storia. Incontrarlo e fotografarlo è stato incredibile.

Eppure, quando hai la fortuna di incrociare queste figure, realizzi anche qualcosa di semplice e potente: sono esseri umani. Cerco di approcciarmi così a loro—non come farebbe un tifoso, ma come colleghi in un momento condiviso. Quando li fotografo o intervisto, non voglio celebrare il mito, ma capire l’essere umano.

Ciò che amo di più in quegli incontri è il ritratto. Il mio obiettivo è cogliere l’atleta al di là della stella—l’essere umano dietro la fama. Cerco di creare un ambiente in cui possano mostrarsi per ciò che sono, non solo per ciò che rappresentano. Credo che in questo risieda la mia forza: costruire una narrazione visiva che risulti onesta e autentica.

In quei momenti, il “tifoso” in me svanisce. Non hai tempo per restare ammaliato: la pressione è alta, la finestra temporale ristretta, e hai una sola occasione per fare bene. Non puoi chiedere un altro scatto. Quando ho fotografato Messi per la prima volta è stato magico—ma il mio unico pensiero era come offrire il miglior risultato, in modo rapido e professionale.

Non avrei mai immaginato di chiamare alcuni di questi atleti amici un giorno. Hanno vite intense e frenetiche. Perciò, pur essendo un tifoso, io mi presento per svolgere un lavoro. E svolgerlo bene. Non chiedo selfie, video o autografi. Molti amici credono che abbia una collezione di maglie autografate: in realtà non è così, e credo che questo sia uno dei motivi per cui continuo a essere ammesso in certi ambienti. Rispetto i confini e tratto gli atleti come persone, prima di tutto.”

Photo by Sam Robles / The Players’ Tribune
Photo by Sam Robles / The Players’ Tribune

Differenti connessioni brasiliane

“A volte ci si connette naturalmente con certi atleti più che con altri: è come incontrare qualcuno in un campo di calcio—non sai perché, ma qualcosa fa scattare l’intesa. Così è avvenuto con Adriano.

Il nostro rapporto è iniziato il 30 dicembre 2020, quando l'ho intervistato per The Players’ Tribune. Non parlava con i media da anni, in gran parte perché in Brasile i giornali spesso deformavano la sua storia o umiliavano la sua figura. Era diverso, incompreso.

Lavoravo con Ulisses Neto, amico e collaboratore: lui gestiva il video, io conducevo l’intervista. Quando siamo arrivati a casa di Adriano, la prima cosa che ci ha detto è stata: ‘Guardate, non amo le interviste. Sono qui solo perché me l’ha chiesto mia madre’. L'ho rassicurato sul fatto che la nostra intenzione fosse ascoltare, non giudicare o mettere in piazza notizie false. Gli ho suggerito di cominciare in modo informale: conoscerci e fare qualche foto per sciogliere l’atmosfera.

Quell'approccio, semplice, ha cambiato tutto. Mostrandogli alcune immagini che avevo scattato—insieme il fratello o in luoghi a lui cari—ha cominciato a rilassarsi. Una volta avviata l’intervista, aveva compreso che fossimo sinceri nell'approccio. Non ho dovuto spingerlo: si è aperto in modo naturale. Alla fine, mentre ci salutavamo, ci ha invitato a restare per cena e trascorrere del tempo con i suoi amici. Non me l’aspettavo, e ho accettato. Quella sera, seduti intorno alla tavola, ha iniziato a formarsi un legame.

Durante l’intervista abbiamo scoperto di avere la stessa età e di aver sofferto lo stesso infortunio—un tendine d’Achille lesionato. Esperienze condivise, come quella, facilitano l’empatia. A un certo punto lui ha fatto una videochiamata alla madre dicendo: «Queste persone sono in gamba. La prossima volta che verranno in Brasile le inviterò a casa». Poi ha chiesto di scattare una foto con noi—una richiesta rara. L'ha postata sui social: è stato surreale.

In seguito gli ho raccontato un episodio: quando avevo diciotto anni, avevo camminato quasi due ore per vederlo ad un allenamento aperto della Seleção a São Paulo. Eravamo coetanei, eppure lui già rappresentava il Brasile. Quel ricordo lo ho fatto commuovere. Allora, gli ho proposto un progetto più profondo: tornare alle sue radici, per fotografare non tanto la stella, ma l’uomo, Adriano. Ha accettato.

Ci sono voluti quasi quattro anni per realizzare quel progetto. Fotografare nelle favelas comportava sfide logistiche e personali, ma la nostra sintonia ha agevolato il lavoro. Alla fine, il rapporto con lui e il suo agente, Renata Battaglia, è divenuto così solido che, quando Adriano si è trovato a disagio con il ghostwriter per la sua autobiografia, ha chiesto a Ulisses e me di subentrare. Ulisses, da grande scrittore, ha fatto un lavoro straordinario. Quando è arrivato il momento di produrre la copertina del libro, poi, mi ha chiesto di partecipare—portando a compimento la nostra idea originale.

Il giorno dello shooting è stato indimenticabile. Ci siamo incontrati di giovedì, abbiamo pranzato in un chiosco sulla spiaggia e speso la giornata con i suoi amici—chiacchierando, ridendo, giocando a domino. Ho continuato a fotografare con discrezione. Verso le 3 del mattino eravamo ancora lì. Al sorgere del sole, Adriano ha proposto di andare a Vila Cruzeiro, la favela in cui era nato e cresciuto. Non avevamo dormito: ero stanco ma, onestamente, eccitato.

Una volta arrivati, Adriano mi ha chiesto di lasciare la fotocamera in macchina. Ci siamo consultati con un suo caro amico che gestiva un piccolo negozio di quartiere. Quando è arrivato il momento giusto, Adriano mi ha consegnato la sua collana—un segno di protezione—dicendomi di prendere l’attrezzatura. Abbiamo camminato nel quartiere, e gli ho chiesto se fosse possibile visitare qualche strada o campetto in cui si potesse sentire più vicino al giovane sé stesso. Lui ha acconsentito. In quelle ore non era “Adriano l’Imperatore” dell’Inter, ma un uomo tra la sua gente. Ho cercato di coglierlo proprio in quanto tale. Quelle restano e resteranno alcune delle mie immagini preferite.

Quando il libro venne finalmente pubblicato, tornai a Vila Cruzeiro. Organizzammo una mostra fotografica nella piazza in cui lui giocava da bambino. Esposero anche una grossa stampa della copertina—probabilmente è ancora lì. Fu, in ogni senso, la chiusura del cerchio perfetta.”

Fotografia sportiva

All’inizio, scattavo soggetti diversi—riviste, cataloghi, prodotti. Presto ho capito cosa mi piaceva davvero e cosa no. Potevo portare a termine quegli incarichi, ma il mio cuore non era lì. Lo sport, invece, è sempre stato differente: non importava se fotografassi atleti professionisti o amici che giocavano—mi sentivo vivo. Ciò che mi attrae non è solo la competizione o lo spettacolo, ma la narrazione. È catturare qualcosa di autentico. Per esempio, fotografare i tifosi del Corinthians: lì, a mio avviso, risiede l’essenza dello sport—non nella fama o nei riconoscimenti, ma nell’emozione cruda, nell’esperienza vissuta.

Non sono mosso dal riconoscimento né dal desiderio di impressionare gli altri o dimostrare di essere un grande fotografo. L’ego conta poco. Mi motiva la sensazione: l’imprevedibilità, l’energia, la sfida. A una partita di calcio non so mai cosa accadrà: se mi trovo nella posizione giusta, se segneranno dei gol o se esulteranno verso il mio obiettivo. Quel senso di ignoto mi entusiasma, mi rende profondamente partecipe e mi spinge a trovare la mia prospettiva sul gioco.

Assorbo innumerevoli immagini ogni giorno—lavori di altri fotografi, riferimenti storici, istanti fugaci. La mia mente è un archivio visivo in continua espansione, da cui attingo costantemente. Dopo anni, ho imparato a pormi una domanda semplice quando sono sul campo: “Cosa sto cercando di dire?” A volte il brief è pratico—serve un’immagine specifica di un giocatore per una rivista. In quei casi attingo dall’archivio mentale, lascio che guidi il mio processo, mi limito a canalizzarlo nella mia fotocamera.

Tuttavia, cerco sempre di lasciare spazio alla spontaneità. La pianificazione ha un limite: le immagini più potenti emergono quando si rinuncia a un controllo totale. Per me, lo scatto migliore non è solo questione di bellezza estetica, ma di convergenza di più fattori: l’ambiente, il momento, l’emozione, l’espressione, la posta in gioco, la storia dietro quell’istante. Si tratta della verità, di ciò che è accaduto e del significato di quel momento.”

Photo by Sam Robles / The Players’ Tribune
Photo by Sam Robles / The Players’ Tribune
Photo by Sam Robles / The Players’ Tribune
Photo by Sam Robles / The Players’ Tribune

Sogni futuri

“Ci sono ancora molti atleti e sport che spero di fotografare. Se dovessi nominarne uno oggi, mi viene in mente Lamine Yamal, giovane stella del calcio mondiale. L’ho già ritratto in azione, ma ciò che aspiro a fare è una sessione ritrattistica completa, qualcosa di più intimo e riflessivo. Lo stesso vale per leggende come Zidane e Beckham. Mi attirano particolarmente i giocatori con storie avvincenti, individui profondi—proprio come Adriano.

Amo scoprire nuovi talenti. Di recente ho fotografato un ragazzo di nome Kauan Basile, nato nel 2012 e già considerato una promessa del calcio brasiliano, militante nel Santos. Quando l’ho visto per la prima volta con il pallone, non credevo ai miei occhi: naturalezza, sicurezza. Ho contattato suo padre e quell’esperienza è divenuta più di una semplice sessione fotografica: è diventata la narrazione dietro al talento.

Guardando al futuro, sto lavorando a un progetto personale iniziato nove anni fa, con l’obiettivo di pubblicare un libro nel 2026. Si intitola “Futebol Raiz”—Football Roots. Con questo progetto sono tornato all’essenza del gioco, per ritrarre il calcio come lo conoscevo da bambino: crudo, emotivo, radicato nella sua cultura. Questo è il mio focus attuale e la mia più grande ambizione per il prossimo futuro.”

Photo by Sam Robles / The Players’ Tribune
Photo by Sam Robles / The Players’ Tribune
Photo by Sam Robles / The Players’ Tribune

Apnea - L'universo interiore dello sport

Una Sospensione. Un punto di pressione silenziosa in cui il respiro si contrae, l’energia resta imprigionata nei muscoli, il pensiero si raccoglie prima di diventare azione. È da questo luogo interiore, spesso impercettibile, che nasce ‘Apnea’, lo shooting editoriale realizzato dal fotografo tedesco Hannes M. Meier: un’indagine visiva sul corpo, sospesa, per l'appunto, tra sport, moda e sperimentazione

Un progetto nato da un’esigenza semplice e profondamente personale: quella di considerare lo sport non solo come un’esperienza fisica, quotidiana e trasformativa, ma anche come un linguaggio visivo. Senza ridurlo a mero fascino estetico, bensì a studio dello spazio, nonché della percezione stessa di energia.

Apnea si sviluppa, quindi, come ritorno e come deviazione. Ritorno a un’origine fatta di strada, cultura visiva, sottoculture e documentazione spontanea; deviazione verso un territorio più costruito, più materico, dove il movimento non viene semplicemente fotografato, ma messo in scena, contenuto, isolato. In questo spazio privo e, allo stesso tempo, denso di coordinate, lo sport non appare come performance pura, né come celebrazione atletica. Diventa piuttosto una forma di tensione trattenuta, un compendio fatto di forza, flessibilità, postura, più di tutto, intenzione.

Abbiamo parlato della realizzazione di questo speciale progetto con Hannes, esplorandone le ragioni fondanti e allargando la lente al suo legame personale con la musa sportiva: una storia attraversata dalla skate culture, territorio in cui il movimento già si mostrava come linguaggio, identità e appartenenza. Ed una storia che, per questo fotografo berlinese, ha ritrovato il filo del discorso negli ultimi anni, attraverso ciclismo e bouldering, entrambi vissuti con diversa consapevolezza.

Tornando agli albori di questo shooting editoriale, puoi descrivere la prima intuizione visiva o emotiva alla base del progetto? C’è stato uno sport, anche solo un movimento/gesto o una sensazione specifica che ha dato il via a questa ricerca visuale?

“In linea di massima, credo che il progetto sia nato da un’esigenza molto semplice: il desiderio personale di approfondire il mondo dello sport.

Negli ultimi cinque o sei anni, mi sono dedicato molto di più ad attività come il ciclismo e il bouldering. Ho ricominciato a provare un reale piacere nel muovere il mio corpo. Da giovane, sono stato molto appassionato di skate snowboard, e della cultura di cui erano intrisi, ma non sono mai stato troppo costante... Ora sono in una fase della vita in cui lo sport mi piace moltissimo ed è diventato una parte molto importante della mia quotidianità. Quindi l’idea partiva anche dalla volontà di sviluppare il mio lavoro visivo verso quella direzione.

Ovviamente, lavorando nel campo del marketing, lo sport è ancora un mercato in crescita, ma più di questo, è uno spazio molto stimolante. Penso che ci sia qualcosa di profondamente interessante nel lavorare con gli atleti e con persone che usano davvero il proprio corpo come parte della loro espressione personale. Questo è stato lo stimolo iniziale.”

 

Questa storia si sviluppa in uno spazio sospeso tra sport, moda e sperimentazione in studio. Come hai definito questo nuovo territorio visivo?

“Avendo uno studio a disposizione, siamo partiti da molti riferimenti visivi e moodboard, per poi muoverci abbastanza rapidamente verso l’idea di lavorare con il movimento. Da lì ho cercato e trovato Vivi, la protagonista dell’editoriale. È una trainer, ma anche una danzatrice, e credo che in qualche modo sia diventata il centro dell’intera storia. Tiene insieme l’editoriale. Ne è la base.

Devo dire, però, che all’inizio non c’era una direzione rigidissima. È stato un processo collaborativo.  

Mi sono reso conto che gran parte del progetto ruota attorno al concetto di respiro, del trattenere il fiato. Ma anche della tensione: trattenerla nel corpo e poi rilasciarla. Vivi è una strength and conditioning trainer, e lavora molto anche sulla mobilità e sulla flessibilità. Così, l'idea di trattenere energia, trattenere pensieri, creare uno 'spazio interno' per questi soggetti è diventata parte integrante del progetto. Ma, di nuovo, è qualcosa che è emerso durante il processo, più che un’intenzione fissa, con cui siamo arrivati ad inizio shooting.”

Quanto è importante lo sport, inteso come movimento, nel plasmare la tua narrazione fotografica?

“Credo sia stato importante fin dall’inizio. Come dicevo, da giovanissimo praticavo skateboard e snowboard, e penso che quel tipo di esperienza definisca un percorso per molte persone. Ero immerso nella cultura dello skate e, attraverso quella, sono entrato anche nella cultura hardcore punk. In quel movimento c’è sempre stato spazio per documentare, per creare una sorta di linguaggio visivo attorno a ciò che stava accadendo. Molte persone che conosco a Berlino, e che oggi lavorano nella regia, nella fotografia o nella videografia, vengono da un background simile.

Marek Lück, who was the director of photography on this project, is a very close friend of mine. I’ve known him for over 30 years, and he is still very much connected to skate culture. We both started around the same time, when we first got cameras and began shooting. So sports photography in a way was what kicked off our careers and now we’re slowly coming back to that.”

 

Sport e moda spesso si incontrano attraverso l’abbigliamento. Come hai deciso di trattare il binomio atletismo-bellezza?

“Lo shooting che abbiamo realizzato, praticamente, risiede nel punto d’incontro tra sport e moda. Si pone nel mezzo. E, naturalmente, gran parte del merito va a Ricarda per lo styling. In questo momento storico, questi mondi stanno entrando in collisione in modo così intenso che diventa sempre più difficile separarli.

Come dicevo prima, lo sport è probabilmente uno dei più grandi mercati visivi e culturali del momento. C’è moltissima moda che sta prendendo in prestito, per esempio, la parte tecnica dall’outdoor, dal performance wear e dai codici sportivi. Ma non credo sia stata una decisione del tutto consapevole per quanto riguarda il nostro progetto, almeno non nel senso stretto. Si è trattato, piuttosto, di scegliere capi che appartenessero in qualche modo al mondo atletico: indumenti costruiti in una certa maniera, con un senso di funzionalità, ma che fossero anche visivamente forti e stilisticamente interessanti. Cercavamo combinazioni cromatiche interessanti, forme interessanti, e credo che questo abbia esaltato alcune silhouette, che risultano davvero molto belle. Per noi, si trattava di lavorare con abiti capaci di contenere entrambi gli elementi: la fisicità dello sport e la sensibilità della moda.”

Che cosa volevi esprimere con questo lavoro fotografico?

“Credo che alla base ci sia qualcosa di giocoso. Come dicevo, non c’è un messaggio unico o rigido dietro al progetto. È stato più un processo legato all’intuizione, alla selezione, alla capacità di rispondere a ciò che stava accadendo. Avevamo un moodboard molto complesso, con molte opzioni e possibili direzioni. Ma una volta che sei sul set con tutti, e ognuno porta nella stanza il proprio know how, tutto diventa profondamente legato al momento. Avevamo un grande set designer, Sandro, e una crew eccellente. Ognuno ha contribuito con qualcosa. Da lì, si è trattato di scegliere ciò che funzionava meglio: soprattutto le combinazioni cromatiche, i materiali, i set, le texture e il modo in cui tutto questo interagiva con i capi che avevamo selezionato per Vivi. Per me il lavoro esprime questo senso di gioco, movimento e collaborazione. È nato dalla combinazione di tutti questi elementi, nel momento stesso in cui prendevano forma.”

 

Athleta Magazine si interessa allo sport non solo come performance, ma come cultura, estetica, identità e immaginazione. Che cosa rappresenta visivamente lo sport per te?

“Sono molto interessato alle possibilità estetiche che si stanno aprendo in questo momento. Ho la sensazione che oggi le persone siano autorizzate a esplorare, a spingersi verso direzioni interessanti. Per me lo sport ha un’energia simile a quella della fotografia di moda. In passato ho lavorato in quel mondo. Non ho mai avuto un enorme successo, né ho scattato per grandi magazine, ma sento che oggi lo sport possiede parte di quella stessa energia giocosa che percepivo allora. Quella libertà. Ti è concesso provare, e questo lo rende molto interessante come terreno lavorativo.

Mi piace anche tutto il processo che ruota attorno alla creazione dell’immagine. Lavoro sempre molto su carta. Quindi, anche quando scatto in digitale, come in questo caso, stampo molto, scannerizzo, taglio, reinterpreto le immagini e lavoro con materiali diversi. Uso qualsiasi cosa abbia a disposizione: acquerello, forme ritagliate, stampe sopra altre stampe, stampe su tessuto. Tutte queste possibilità esistono e vengono amplificate all'interno dell'universo sportivo... E credo sia davvero entusiasmante. Per me, lo sport diventa un campo in cui sperimentare non solo con i corpi e il movimento, ma anche con la materialità, la texture e la costruzione stessa dell’immagine.”

A tuo avvio, le arti, come in questo caso specifico la fotografia, possono tradurre in materia le parti invisibili del movimento: tensione, sforzo, istinto, ritmo?

“Sì, certamente. Sento che più un corpo di lavoro è ampio e profondo, più ti permette di tradurre ed esprimere quei livelli invisibili. E credo che lo sport ci dica molto sulla società. Solleva domande: le persone quali tipi di sport hanno la possibilità di praticare? Quando possono farlo? Dove lo fanno? Hanno il tempo, la libertà per poterlo fare? Credo che, andando in qualsiasi luogo e fotografando solo il suo immaginario sportivo, tu possa già raccontare moltissimo circa la società che stai osservando. 

Il movimento mai è solo movimento. Porta sempre con sé qualcosa che gli sta attorno: contesto, accesso, cultura, classe, ambiente. La fotografia può portare in superficie alcune di queste strutture invisibili.”

 

Stai pianificando progetti futuri legati allo sport?

“Al momento stiamo lavorando a quello che è iniziato a sembrare un progetto a lungo termine. Doveva durare soltanto cinque o sei giorni, ma si è ampliato in qualcosa di più vasto. Stiamo cercando di creare dei ritratti legati al mondo del ciclismo, ovviamente senza mostrarne ogni aspetto, ma avvicinandoci a esso attraverso diverse prospettive umane. L’idea è avere tre protagonisti diversi, in fasi differenti della vita: una persona molto giovane, qualcuno di mezza età e qualcuno che, magari, ha già smesso di lavorare, ma ancora profondamente coinvolto nello sport, nonché praticante. Vorremmo che parlassero del loro rapporto con il ciclismo. Credo che la bicicletta sia uno strumento molto potente. È anche un mezzo molto particolare attraverso cui usare il proprio corpo per attraversare la città, o persino per coprire lunghe distanze. C’è qualcosa di potente in tutto ciò.

Allo stesso tempo, penso che ogni sport sia interessante. Non credo esistano sport che non valga la pena osservare. Si può trovare qualcosa di affascinante in ogni disciplina. È sempre interessante starci vicino, farne esperienza e vedere quali storie visive e umane possano emergere.”

Credits

Talent: VV

Photographer / Director: Hannes M. Meier

Styling: Ricarda Venjacob

Set Design: Sandro De Mauro

Set Design Assistant: David Diniz

Hair and Make Up: Patricia Heck

Director of Photography: Marek Lück

Gaffer: Jakob Reimann

Light assistant: LU

Edit and Sound Design: Philipp Schnabel

Color Grading: Benjamin Meyer

Words & typography: Kiril Nagy

Special thanks to die Eisfabrik; See You Rent & FilmDas