Cesare Maestri | Un Habitat Naturale
Un’intima visita nei luoghi fisici e nelle percezioni che alimentano il contatto tra Cesare Maestri e la corsa in montagna: un viaggio tra i sentieri della sua stessa vita, ritratto da Mattia Greghi in un significativo editoriale prodotto in collaborazione con ACG
La letteratura attinge spesso dal concetto di bosco sacro, di uno spazio separato dal mondo ordinario, eppure ad esso contiguo. Di un luogo di trasformazione e, esso stesso, in perpetuo mutamento. Un regno ascetico, attraversato da energie e presenze invisibili: pura soglia, dove il mistero continua ad esistere.
Osservando Cesare Maestri muoversi nel groviglio di alberi e rocce che sostiene l’Adamello, calato nell’estatica porzione di Trentino che, anche alla luce della recente paternità, può solo che definire casa, questi concetti paiono trovare piena corrispondenza. Nel modo che questo ingegnere ambientale ha d’intendere la corsa in natura, ad alta quota. Nelle suggestioni che circondano la sua pratica. Nelle consapevolezze maturate attraverso le innumerevoli esperienze vissute tra sentieri ormai conosciutissimi, eppure, incredibilmente, sempre nuovi.
Parla di habitat naturale, quest’eccellenza del panorama mountain running globale. Lo fa dispensando consigli su come affrontare la presenza di un orso, durante una seduta d’allenamento, o sul grado di maturazione dei mirtilli che punteggiano la familiare vegetazione, o ancora su dove porre lo sguardo per, semplicemente, lasciarsi incantare da ciò che circonda l’espressione fisica. Parla di una vita, e di una carriera sportiva, che diventano espressione delle proprie montagne. E di montagne che mai smettono di far evolvere vita e performance.
Le sue riflessioni a definire questo processo, la lente di Mattia Greghi ad affrescarlo, il contatto con ACG, sia esso scientifico, come dimostrato dal Nike Research Lab, o umano, nelle vesti del nuovo Racing Department, a svilupparlo e condurlo verso nuove frontiere. In un prezioso editoriale, Cesare Maestri ha deciso di spalancare le porte delle sue montagne, dei suoi boschi e dei suoi pensieri. Non rimane che salirvi e scendervi al suo fianco.



“Ho capito che la corsa in montagna sarebbe stata la mia specialità. D'altronde, mi veniva più naturale correre nei boschi e nei sentieri, era una questione di origini e abitudini”. Puoi parlarci di queste origini e abitudini: della genesi, dei tuoi primi ricordi ed emozioni legate al tuo rapporto con boschi e sentieri trentini?
“I primi ricordi risalgono a quando ero ancora bambino. I miei genitori mi hanno sempre portato in montagna: nei rifugi della zona, tra il Brenta e l’Adamello. Camminavo molto già da piccolo… Tutto è partito da lì. Certo, ogni tanto mi lamentavo, ma in fondo mi piaceva. Si può dire che il mio rapporto con la natura, con la montagna, sia praticamente nato quando ho iniziato a muovermi in autonomia. Negli anni, questo legame si è evoluto. Non ho iniziato subito con la corsa: ho praticato un po’ di tutto. Il primo sport che ho affrontato seriamente è stato lo sci di fondo, disciplina che mi ha fatto capire cosa significasse, veramente, allenarsi. D’inverno la preparazione era sugli sci; d’estate c’erano bici, corsa, escursioni, un po’ di tutto… Poi, mi sono sempre più avvicinato alla corsa. Ho notato che nelle gare campestri, a scuola, me la cavavo bene. Ho deciso d’iscrivermi ad una squadra d’atletica. Continuavo comunque a praticare sci di fondo durante l’inverno: il focus principale restava quello. In estate, però, c’era la corsa, con un ruolo sempre più preponderante. Strada facendo, mi sono accorto che l’amavo maggiormente e, soprattutto, che ero particolarmente portato. Fin da subito sono arrivati buoni risultati: mi hanno fatto capire che quella poteva essere la mia strada.”
Cosa ti ha catturato di una disciplina estrema come la corsa ad alta quota? Cos’hanno trovato il tuo corpo, la tua mente e la tua anima in questa dimensione sportiva e nel suo contatto con la natura?
“Dal punto di vista del piacere sportivo, devo dire che corsa e sci di fondo rimangono ancora oggi sullo stesso piano. Ciò che ha fatto davvero la differenza nella scelta del mio percorso è stato l’ambiente che ho trovato nella corsa in montagna e nel trail. In questo caso, non mi riferisco all’ambiente naturale o ai panorami, ma alle persone. Correndo, ho cominciato a conoscere tantissime persone che sono diventati amici e amiche: per me è stato fondamentale. Spesso non si pensa a quanto conti quest’aspetto, ma nella mia esperienza è stato decisivo. Sono transitato verso la corsa perché mi faceva stare bene nel suo insieme: non solo durante l’allenamento, ma anche nelle gare, nelle trasferte, nei raduni... Mi divertivo tantissimo. Nel fondo, invece, percepivo un ambiente molto più competitivo e teso, soprattutto nei momenti legati alle gare. Questa differenza è stata importante, anche perché avevo diciassette o diciotto anni, un’età in cui molti ragazzi smettono di praticare sport. Per me è stato fondamentale incontrare persone che mi trasmettessero emozioni positive. Quegli incontri hanno definito il mio modo di intendere il trail e, in parte, anche la vita. Alle origini della mia carriera, ero ancora un atleta juniores e non potevo che osservare i runner più grandi. In loro vedevo uno stile di vita che mi affascinava: persone solari, positive, equilibrate. Pensavo che, in fondo, un giorno mi sarebbe piaciuto essere come loro. In altri sport, invece, vedevo spesso figure concentrate esclusivamente sulla prestazione e sul risultato. Nel trail percepivo qualcosa di diverso: un modo sano di vivere, capace di farti stare bene indipendentemente da come sarebbe andata una gara.”
Da queste montagne, osserviamo la tua casa, Borgo Lares: qui plasmi, quotidianamente, la tua corsa. Cosa rappresentano per te queste montagne e questi trail?
“Queste montagne per me sono casa. Ci ho trascorso una parte enorme della mia vita e, nonostante abbia percorso gli stessi sentieri centinaia di volte, non mi annoiano mai. Ogni volta che arrivo in cima o passo attraverso luoghi che per me hanno un significato particolare, provo una sensazione di benessere. Qui, c’è sempre qualcosa di diverso da osservare, da percepire. Sono elementi che conferiscono un certo tipo d’energia… Che fanno stare bene e, di conseguenza, aiutano anche ad andare più forte. Da bambino, attraverso lo sport, ho compreso come la montagna fosse il mio habitat naturale. Mi piaceva correre ovunque, anche su strada, ma sui sentieri provavo qualcosa in più. Per questo, posso parlare di un percorso del tutto naturale, mai forzato. Mai è stata una questione di andare meglio in salita, piuttosto che in pianura… In fondo, me la sono sempre cavata dappertutto. Sui trail mi sentivo e sento, semplicemente, più a casa. E credo fermamente che per raggiungere la piena performance sia necessaria una base solida, fondata su divertimento e piacere.”



Quali sono i riti della tua quotidianità?
“Molti dei miei allenamenti si svolgono a fondovalle, perché una parte importante della preparazione passa dalla corsa in pianura, così come dai percorsi collinari. La base del lavoro si costruisce soprattutto in questa dimensione ibrida: su sentieri a mezza montagna, strade bianche e percorsi scorrevoli. Poi, ci sono gli allenamenti chiave, quelli più belli e spesso più impegnativi, nei quali si sale più in alto. In quei casi si lavora su salite e discese e si scelgono sentieri più o meno tecnici, in base alle gare che sto preparando. Al di fuori dell’allenamento, però, la montagna fa parte della mia vita quotidiana, di quella della mia famiglia... Basta uscire di casa per ritrovarmi immerso nei boschi. Ed è forse questo l’aspetto più bello. A dicembre sono diventato papà e sono molto felice all’idea che mio figlio possa crescere in un ambiente come questo. Viviamo in un paese che offre tutti i servizi necessari, ma conserva ancora una forte presenza della natura e una grande libertà, oltre che potenzialità, di movimento senza troppi pericoli. È un bene prezioso. I miei genitori mi hanno trasmesso questi concetti, questa visione… E mi piacerebbe fare lo stesso con mio figlio. Condivido questo mondo e questo modo d’intenderlo con mia moglie, Federica: la nostra storia è nata proprio grazie alla corsa e alla montagna. Camminate, bici, corsa, sci… Sono tutte componenti della nostra quotidianità.”
Cosa ricercano i tuoi occhi e i tuoi sensi durante le uscite solitarie in questo territorio? Quali sono i dettagli che più ti affascinano: quelli che ispirano la tua immaginazione? E quali, invece, quelli che ti restituiscono un senso di sublime, di timore o, semplicemente, di rispetto?
“C’è un’immagine che amo cercare, e ritrovare, ogni volta che corro nei boschi: quella della luce che filtra tra gli alberi. Mi riferisco a quando si vedono, chiaramente, i raggi attraversare la vegetazione, specie quando è fitta… Quel momento, quella scena mi colpiscono sempre. Se dovessi pensare ad un’immagine manifesto della corsa nella natura, penserei proprio a questa. Poi, ci sono i suoni. Mi piace ascoltare il suono del vento quando soffia tra gli alberi o in una radura, in un prato... Lo stesso vale per la sensazione dell’aria che mi scorre addosso, mentre sto correndo. Mi dà l’idea di un flusso continuo: di energia, di velocità, di vita. Sono le due situazioni che mi suggestionano maggiormente. La cosa bella è che non serve andare chissà dove per trovarle. Le puoi vivere anche in un parco cittadino. Sono dettagli che esistono, o si possono palesare, un po’ ovunque… Proprio per questo risultano ancora più preziosi. Naturalmente, quando si raggiungono luoghi con panorami straordinari tutto diventa ancora più intenso. Però, credo che siano soprattutto queste piccole cose, presenti in ogni dove, a meritare di essere osservate e apprezzate.”
“Quando una persona è attratta dalle meraviglie della natura, le va a cercare. Poi, ci si trova bene dentro, e sente il bisogno di riprovare e riprovare. Vale ovunque, ogni volta che si visita un posto nuovo. Ma l’appagamento viene anche dal rivivere, semplicemente, luoghi che hai già esplorato… C’è un senso di sorpresa costante.” Come descriveresti questo ‘senso di sorpresa costante’? E riesci ancora a sorprenderti, ogni giorno, in luoghi che ormai hai imparato a conoscere?
“Sorpresa costante è proprio l’espressione giusta. È incredibile come si possa arrivare in un luogo visitato centinaia di volte e continuare a restarne colpiti. Anche oggi, arrivando qui, ho provato quello stesso tipo di sensazione. Conosco questi posti da sempre, eppure continuo a pensare: “Che bello stare qui”. Gli allenamenti possono essere ripetitivi, ma ogni volta noti qualcosa di diverso. La natura muta di continuo, le stagioni trasformano il paesaggio. Oggi ci sono certi colori, tra una settimana saranno differenti. A maggio, solo poche settimane fa, c’era ancora la neve. In questi luoghi, gli scenari non sono mai identici. C’è sempre un nuovo dettaglio da osservare. Poi, siamo anche noi a cambiare. Penso, ad esempio, ad una salita che ho rifatto a marzo. La affrontavo per la prima volta dopo quasi un anno, perché ad ottobre mi sono infortunato. In quel momento, mi è sembrato di percorrerla per la prima volta: un nuovo inizio, dopo un periodo difficile. Mi sono sorpreso di me stesso, perché ho pensato: “Ci siamo di nuovo, si riparte da qui”. Altre volte, la sorpresa nasce dal confronto con il passato. Magari migliori un tempo che pensavi impossibile da superare. Oppure non lo migliori, ma ci vai vicino e ti rendi conto di aver avuto ottime sensazioni. Altre volte, basta correre bene l’ultima parte di una salita per sentirsi soddisfatti… Ci sono davvero tantissime cose che continuano a sorprenderti. Ed è giusto che sia così.”



Quando dici che sei tu stesso a cambiare vale anche per fattori esterni come, per esempio, la recente paternità?
“Se penso agli ultimi dieci anni, ovvero da quando corro ad alti livelli, credo che i cambiamenti più significativi siano derivati proprio da fattori esterni, più che dall’evoluzione fisica. Ovviamente, il corpo cambia: infortuni, periodi di grande forma, altri più complicati... Sono fasi che fanno parte del percorso. Ci sono momenti della vita in cui vai più forte sulle distanze brevi, altri in cui ti senti più competitivo sulle medie, tra qualche anno, chissà, arriveranno le lunghe. Sono cambiamenti fisiologici, normali. Se mi guardo indietro, però, sono decisamente state le esperienze di vita ad impattare sulla mia traiettoria. Ho iniziato a correre mentre studiavo all’università di Trento. Quotidianamente, cercavo sentieri nei dintorni e, appena potevo, tornavo a casa per allenarmi tra queste montagne. Nel mentre, sono arrivate le persone: ho incontrato quella che sarebbe diventata mia moglie, ho cambiato città, ho iniziato a lavorare... Sono tantissimi cambiamenti, positivi o negativi, che nel corso delle cose possono conferire o togliere energia. Adesso, per esempio, sono diventato papà e sento scorrere tantissima energia: entusiasmo, voglia di vivere... Dall’altra parte, però, c’è anche molta stanchezza, perché cambiano completamente le dinamiche quotidiane e il tempo per sé stessi si riduce quasi a zero.
Credo che quasi ogni esperienza porti con sé sia del buono, che delle difficoltà. L’importante è riuscire a cogliere qualcosa di utile da entrambe le situazioni. Anche i momenti negativi insegnano molto. In quei periodi la corsa può aiutarti a ritrovare positività. Nei momenti positivi, invece, diviene ancora più stimolante. Per questo considero lo sport una componente fondamentale della vita. Lo è per me che gareggio e provo a fare l’atleta professionista, ma credo lo sarebbe anche se corressi piano, semplicemente per passione. Rimarrebbe, in ogni caso, qualcosa d’importante. La pratica sportiva aiuta a stare bene, a trovare un equilibrio tra tutti i cambiamenti che, inevitabilmente, ci troviamo ad attraversare.”
Alla luce di questo, sorge spontanea una domanda: perché hai deciso di correre forte?
“Perché sono una persona competitiva e la competizione mi piace. Mi piacciono le emozioni della gara, mi piace cercare di vincere. Vincere è bello. Questo non significa che una gara sia bella solo quando si vince: sicuramente, però, quando accade lascia qualcosa in più. Amo la competizione sana. Mi affascina la sfida con l’avversario, soprattutto nelle gare combattute fino all’ultimo, testa a testa. A volte le vinci, altre le perdi, ma trovo profondamente appagante quel confronto diretto, quella tensione sottile che si crea prima della partenza e durante la gara. Allo stesso tempo, rimango una persona molto tranquilla. Cerco sempre di essere onesto con me stesso e con gli altri. Molti dei miei avversari sono anche amici. Provo a superarli e batterli ma, una volta finita la gara, torniamo a conversare normalmente. Anzi, spesso si commenta insieme quello che è successo, ci si confronta sulle sensazioni, sui momenti più difficili… Credo che la competizione, se vissuta serenamente, ti aiuti a migliorare, a trovare nuovi stimoli e a raggiungere obiettivi che da solo, forse, non riusciresti a inseguire con la stessa intensità. Perché ci sono anche periodi in cui, inevitabilmente, la motivazione non è altissima. Penso soprattutto all’autunno e all’inverno, quando allenarsi può diventare più difficile. In quei momenti, la competizione e gli obiettivi diventano una spinta importante.”
“Le condizioni climatiche sono delle variabili, e come tali vanno approcciate. Io cerco d’immaginarle, di prepararle... Ovvio, un po’ d’improvvisazione non manca mai, ma è parte integrante del fascino della disciplina”. Come ci si prepara a questo tipo di variabili? E nelle situazioni più estreme, così come nell’improvvisazione, come reagisce il pensiero di Cesare Maestri?
“Quando possibile, cerco di prepararmi simulando ciò che incontrerò in gara. Provo a replicare l’altimetria, il tipo di terreno e le condizioni climatiche. Se so che una determinata gara prevede temperature elevate, per esempio, durante l’estate può essere utile svolgere alcuni allenamenti nelle ore più calde, invece di evitarle sempre. In questo modo, il fisico arriva più preparato e non si trova completamente spiazzato il giorno dell’evento. Lo stesso vale per pioggia, freddo e vento. In allenamento, la tentazione è quella di evitare incognite naturali, magari restando al coperto, ma è essenziale uscire comunque. Poi, se ritrovi determinate condizioni durante una competizione, sai già come muoverti e come reagire. In realtà, allenandomi ogni giorno, finisco per incontrare in modo organico quasi tutte le situazioni possibili. Dal punto di vista psicologico, invece, sono ancora nel pieno di una sfida interessante. Credo di essere migliorato, ma il freddo e la pioggia continuano ad essere condizioni che non amo particolarmente. A volte mi capita di controllare il meteo nei giorni precedenti ad una gara e notare che il tempo continua a peggiorare... In quei casi, bisogna stare attenti a non entrare in una spirale negativa. Se inizi a ripeterti che quelle non sono le tue condizioni ideali, rischi di costruirti da solo un limite mentale. Arrivi alla partenza già carico di dubbi e paure… E questo finisce per condizionare la prestazione. Bisogna concentrarsi sugli aspetti positivi. Se due settimane prima ti sei allenato bene sotto la pioggia, significa che puoi correre anche in quelle condizioni. Non ti sciogli sotto l’acqua. Alla fine, si tratta sempre di correre. Lo stesso vale per il caldo. Puoi adottare alcune strategie, come curare idratazione e alimentazione, ma bisogna accettare la situazione che ti si presenta per quello che è. Alcuni la gradiranno di più, altri di meno, ma sarà uguale per tutti. L’unica realtà dei fatti è che non è dato simulare completamente una gara. Puoi prepararti al meglio, poi però devi presentarti e fare del tuo meglio. Mentalmente, cerco sempre d’immaginare la gara, di visualizzare il percorso e le possibili situazioni che incontrerò. Allo stesso tempo, so che devo essere pronto all’imprevisto. Le sensazioni possono essere diverse da quelle previste, il meteo può cambiare, si può cadere o scivolare. Servono lucidità e rapidità di pensiero. Serve sensibilità. Può capitare di costruire una strategia precisa e, dopo dieci minuti di gara, capire che nulla sta andando come previsto. Eppure, la gara può sempre essere salvata. Devi essere rapido nell’adattarti, capire cosa puoi gestire e come farlo: devi trovare nuove soluzioni.”



Quando parli di sensibilità… Che sensibilità si crea in un atleta del tuo calibro per quanto riguarda la percezione tattile dei terreni, così come delle situazioni ambientali e climatiche?
“La sensibilità, soprattutto a livello di piedi e gambe, è diventata altissima. Ma credo che esista anche un tipo di sensibilità altrettanto importante: quella visiva. Quando guardi un sentiero, sai già dove metterai il piede. Se ha piovuto, capisci immediatamente quali punti saranno più scivolosi e quali invece offriranno maggiore tenuta. A volte bastano pochi centimetri di differenza per cambiare completamente l’appoggio e la sua efficacia. In una gara in salita, se scivoli ogni dieci passi, la differenza finale sarà enorme. In discesa questo aspetto diventa ancora più importante, perché scegliere la traiettoria giusta è fondamentale. La vista, per me, è il primo senso: quello che anticipa tutto il resto. In discesa, per esempio, mi sento costantemente proiettato diversi metri avanti rispetto al mio corpo. Non guardo davvero il punto esatto in cui stai appoggiando il piede, perché l’ho già individuato molto prima. Noto lo spazio tra una radice e un sasso e so già che passerò di lì. È una combinazione di memoria visiva e memoria muscolare. Poi, quando il piede arriva a poggiare realmente sul terreno, può succedere che l’appoggio sia leggermente diverso da come l’avevi immaginato, ma tutto avviene in modo estremamente rapido e naturale. Da fuori può sembrare complesso: in realtà è qualcosa di molto spontaneo. La vista definisce la traiettoria e la strategia; piedi e gambe, invece, gestiscono la realtà del momento. Ti dicono se puoi spingere, frenare o correggere un errore. Credo che la sensibilità, nella mia disciplina, nasca proprio dall’unione di questi due elementi.”
La connessione con ACG come s’inserisce nei differenti strati della tua pratica, della tua personalità, sportiva e non, e del tuo rapporto con la natura? In che modi e forme sta incidendo sul tuo percorso e sul tuo modo d’intendere, e vivere, lo sforzo fisico ad alta quota?
“Incide molto, perché l’attrezzatura ha un ruolo fondamentale. La tenuta di una scarpa, il grip, la capacità di non scivolare, la risposta che restituisce quando appoggi e spingi, il comfort che garantisce durante la corsa… Sono tutti aspetti che influenzano direttamente la performance. Una scarpa che funziona bene ti permette di correre meglio, di spingere di più e, in alcuni casi, anche di risparmiare energie. La gamma ACG oggi è molto ampia e questo permette di scegliere il prodotto più adatto in base alle caratteristiche della gara. Anche qui esiste una componente strategica: ci sono scarpe più indicate per determinate condizioni, per certe distanze o per specifici terreni. In una gara corta e asciutta, per esempio, può avere senso scegliere un modello molto leggero e veloce; in altre situazioni possono essere più importanti protezione e stabilità. Nella mia vita, però, il rapporto con Nike va oltre il prodotto. Collaboro con il brand dalla fine del 2019 e in questi anni ho visto nascere e svilupparsi molti dei modelli dedicati al trail running. Ho assistito all’evoluzione delle prime Pegasus Trail e delle Terra Kiger, fino ad arrivare al recente rilancio di ACG e al suo sempre più marcato focus sul mondo trail. La cosa più bella è aver vissuto questo percorso dall’interno. Il confronto tra atleti e brand è continuo e vengono richiesti costantemente feedback che contribuiscono allo sviluppo dei prodotti. È un aspetto che considero molto importante. Ormai, il legame è talmente consolidato che faccio fatica a immaginare la mia esperienza nella corsa in montagna senza Nike, senza ACG. È come se fossimo cresciuti insieme. In un certo senso, mentre io maturavo come atleta, anche il mondo trail Nike si sviluppava, prendendo una forma via via più definita. Sono due percorsi diversi, naturalmente, ma evidenziare questo parallelismo mi fa sentire parte di una storia sinergica, costruita nel tempo.”
Una dimensione da evidenziare, soprattutto nel tuo caso, è quello del Nike Sport Research Lab. Da laureato in ingegneria e uomo di scienza, come stai vivendo la simbiosi tra avanzamento tecnologico e corsa in natura?
“Essere parte di questo lato del progetto ACG è affascinante: c’è uno studio estremamente approfondito della performance e dell’ottimizzazione di dettagli che, a volte, possono sembrare quasi eccessivi. Eppure, osservandoli nel loro insieme, puoi renderti realmente conto di quanto questi piccoli miglioramenti stiano contribuendo ad un’evoluzione costante. Avere la possibilità di partecipare a vari test, confrontandomi con serie e serie di dati scientifici è particolarmente interessante. Siamo soliti sentir dire che una scarpa possa migliorare la performance o offrire maggiore stabilità, o ancora che un determinato capo possa favorire la dissipazione del calore corporeo. A volte, guardiamo queste affermazioni con un po’ di scetticismo, perché possono sembrare semplici messaggi di marketing. La differenza, almeno nel rapporto tra me e ACG, sta nella possibilità di provare direttamente tutto ciò, e di confrontare effettive sensazioni con dati concreti. Non si tratta, solamente, di percezione soggettiva: ci sono numeri che confermano ciò che senti. Per una persona come me, che ha una formazione scientifica e che ama ragionare attraverso dati e misurazioni, questo aspetto è estremamente stimolante.”



La tua connessione con ACG coincide anche con una dimensione collettiva, quella rappresentata dall’ACG Racing Department. Come ti fa sentire essere parte di questo roster d’elite e partecipare al processo di definizione del futuro del running, intrapreso dall’ACG RD?
“Questo aspetto procede in parallelo con il lavoro del Nike Sports Research Lab. Spesso, infatti, il laboratorio coinvolge gli atleti dell’ACG Racing Department nei test e nello sviluppo dei prodotti, quindi è come se le due realtà stessero crescendo insieme, alimentandosi a vicenda. Il Racing Department, per me, rappresenta un’esperienza estremamente positiva. In passato ero un atleta Nike, ma al di fuori dell’Italia o della mia cerchia di conoscenze personali non esisteva un vero spirito di squadra. Con la nascita di questo progetto, invece, si è creato qualcosa di molto diverso. Attraverso i raduni e gli incontri dedicati agli atleti trail si è sviluppato un forte senso di appartenenza. Oggi, quando partecipiamo alle gare dei vari circuiti internazionali, ci sentiamo realmente parte di una squadra. Non siamo singoli atleti sponsorizzati dallo stesso brand, ma compagni di percorso. Questo è molto bello perché ti fa sentire parte di un gruppo. Non sei più tu, da solo, a rappresentare il tuo sponsor: ci sono tanti altri atleti con cui condividi valori, obiettivi e passioni. È una dimensione collettiva che crea senso di comunità, favorendo la nascita di rapporti autentici, anche con persone che vivono dall’altra parte del mondo, ma che condividono il tuo stesso modo d’intendere lo sport. Amo anche il confronto con filosofie diverse dalle mie. Con gli altri atleti del Racing Department scambio costantemente idee sulle gare, sugli allenamenti, sugli approcci alla preparazione. In questi ultimi mesi, per esempio, ho modificato alcuni dettagli del mio piano d’allenamento proprio grazie alle conversazioni avute con altri atleti del RD. Credo che il cambiamento faccia parte di qualsiasi percorso sportivo. Ogni tanto è bello mettere in discussione alcune abitudini, sperimentare nuove strategie e trovare stimoli differenti per continuare a crescere.”
Che rapporto hai costruito, nel tempo, con il concetto di fatica estrema? E come hai vissuto e processato, traguardo dopo traguardo, il costante superamento dei tuoi limiti, sotto questo punto di vista?
“Il rapporto con la fatica è ancora oggi piuttosto particolare. Nonostante gli anni di allenamenti e competizioni, rimane qualcosa di complesso da definire. La verità è che, di base, non mi piace fare fatica. O almeno, non mi piace la sensazione di sofferenza intensa che accompagna determinati allenamenti o gare. Eppure, allo stesso tempo, una volta che quella fatica è passata, mi sento meglio. È una sorta di contraddizione: un rapporto ambiguo. Bisogna, però, distinguere tra diverse forme di fatica. C’è la fatica delle giornate negative, quando non stai bene, il corpo non risponde e le sensazioni sono brutte. Quella è una fatica pesante, che non lascia molto. Poi esiste un’altra fatica, quella che nasce dalla velocità, dall’efficienza, dal sentirsi in sintonia con il proprio corpo. È la fatica che provi quando stai spingendo forte, ma ti senti leggero. Penso ad una salita affrontata ad alta intensità, dove percepisci chiaramente che stai andando bene. Quella è una fatica diversa. La definirei una fatica efficiente. Per quanto riguarda il concetto di limite, credo sia uno dei temi più affascinanti dello sport. Spesso ci imponiamo limiti, soprattutto a livello mentale. Ci convinciamo che certe soglie siano impossibili da superare, poi affrontiamo il percorso con fiducia e scopriamo che, poco alla volta, possiamo spostare quei limiti un po’ più avanti. La cosa più bella è che i limiti sono infiniti: ogni volta che ne superi uno, se ne crea un altro. Si tratta di un processo continuo. Ovvio, esistono situazioni in cui raggiungi davvero il massimo risultato possibile in un determinato contesto, ma ci sono anche molte altre occasioni in cui scopri che un certo limite era, in realtà, soltanto provvisorio. Il limite non può essere ridotto soltanto a dove fermi un cronometro. Certo, esistono i tempi e le prestazioni misurabili, ma esistono anche molti altri limiti che possono essere spostati e ridefiniti nel corso del tempo.”
Performance, results, time… What role do these elements play in your vision of sport? Has your relationship with them changed throughout your career? If so, how?
“Giocano ancora un ruolo molto importante. Alla fine, la programmazione di una stagione e il lavoro quotidiano sono orientati verso determinati obiettivi e determinati risultati. Sarebbe inutile negarlo. La performance rimane una componente centrale del mio modo di vivere lo sport. Oggi, però, il mio rapporto con questi aspetti è diverso rispetto a qualche anno fa. Il risultato deve essere un obiettivo, non un’ossessione. Essere orientati verso un obiettivo significa costruire un percorso per cercare di raggiungerlo, impegnandosi al massimo e accettando ogni risultato. In questo senso, il percorso stesso diventa parte dell’obiettivo. Quando invece il risultato si trasforma in un’ossessione, rischia di assumere sfumature negative. Se non riesci a raggiungerlo, può diventare motivo di frustrazione e mettere in crisi il rapporto stesso con lo sport. Fare bene, nel mio caso, rimane qualcosa d’importante, ma da cui non dipende tutto il resto. Anche perché, onestamente, concentrarsi in modo ossessivo su una singola gara o su un singolo tempo non ha molto senso. Il paradosso è che più ci si ossessiona, più aumenta il rischio di compromettere la prestazione e di vivere male quello che si sta facendo. Preferisco affrontare le gare con la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile per prepararmi al meglio. Molto spesso questo atteggiamento porta comunque al risultato. E quando non accade, resta la serenità di sapere che il percorso è stato fatto nel modo giusto. A quel punto ci sarà un nuovo obiettivo da inseguire. E magari sarà proprio quello successivo a regalarti le soddisfazioni che stavi cercando.”


Football Mundi | Louis Accard
Per accompagnare la fase finale del Mondiale 2026, diamo voce a una serie di artisti globali che nel Beautiful Game hanno trovato una parte della propria identità, una musa che, ogni quattro anni, sprigiona la propria essenza più alta
“Il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in novanta minuti”, suggeriva George Bernard Shaw, scrittore e premio Nobel irlandese. Esistono romanzi le cui pagine non si tingono d’inchiostro, ma delle emozioni che un’intera nazione deposita sul rettangolo di gioco: narrazioni epiche, che ogni quattro anni rifuggono la carta, per adagiarsi sul manto erboso e per ispirare singoli individui, così come interi popoli.
In fondo, mai i Mondiali di calcio sono stati una semplice competizione sportiva. Piuttosto, hanno sempre rappresentato una delle più grandi opere d’arte collettiva, e performativa, del pianeta. Un rito globale, in grado di trasformare gol in iconografia e 90 minuti in memorie popolari: in storia universale. Mentre l’orizzonte dell’evento apicale del sistema calcistico inizia a delinearsi, abbiamo deciso d’indagare il suo impatto e la sua essenza lirica attraverso la testimonianza di una serie di artisti internazionali. Anime creative che hanno eletto il pallone a propria musa.
‘Football Mundi’ è un’indagine su come il Beautiful Game plasma, ha plasmato, e continuerà a plasmare il nostro immaginario, diventando linguaggio emotivo capace di abbattere ogni confine, e di mettere in relazione ogni identità, specie in occasione di un Mondiale.
Ospite di oggi, dalla Francia: Louis Accard.

Cos’ha significato il calcio nella tua infanzia e cosa ti ha fatto innamorare di questo sport?
“Il calcio, vissuto come gioco, per me è stato prima di tutto un mezzo d’integrazione sociale. Come per molti giovani delle periferie, era il modo più accessibile per entrare in un gruppo, incontrare altri giovani e trascorrere del tempo insieme. Poi, l’essere tifoso è da sempre una questione interna alla mia famiglia. Fin da piccolissimo ho iniziato a seguire l’Olympique Lyonnais, la squadra tifata da mio padre e mio fratello. Tra serate fatte di partite condivise, trasferte allo stadio, gioie e delusioni, si è costruito tra noi un legame fortissimo, ancora vivo, grazie a questi momenti condivisi. Custodisco ancora la prima maglia ricevuta da bambino, un regalo del Natale 2005 che racchiude i ricordi di quei momenti familiari. Anni dopo ho acquistato lo stesso identico modello, ma con una taglia diversa: come se fosse un rito, un’eco, un contatto tra il bambino che ero e il tifoso che sono diventato.
Inoltre, attraverso il pallone ho scoperto una sensazione di appartenenza intensissima: una vera e propria forma di ‘unione popolare’. Durante i grandi eventi internazionali, come i Mondiali, l’intero popolo francese, notoriamente attraversato da forti divergenze sociali, si ritrova a celebrare congiuntamente. Sono serate in cui tutti diventano amici, si onorano gli stessi eroi, e si condivide un medesimo orgoglio per la Nazionale e ciò che essa rappresenta. Proprio per questo, il Mondiale del 1998 è stato un pilastro più che simbolico della mia infanzia. Ho iniziato ad appassionarmi a questo sport nei primi anni 2000, in un contesto in cui la prima vittoria mondiale della Francia risuonava ancora nella mente e nei cuori di tutti. All’epoca avevo solo due anni e non ho potuto vivere direttamente quella competizione. Ricordo, però, di aver guardato il documentario cult ‘Les Yeux dans les Bleus’, che ritracciava quella cavalcata, con un misto di nostalgia e orgoglio.”
In che modo il Beautiful Game ha plasmato la tua evoluzione artistica, e perché hai scelto di farne una musa centrale nel tuo lavoro?
“Come artista, il calcio è per me materia fondamentale di riflessione e ispirazione, in grado di incarnare alla perfezione gli assi portanti della mia ricerca sul sacro. Da quando ho iniziato a dipingere, il mio obiettivo è stato quello d’interrogare il fenomeno del sacro nell’immagine, attraverso i principi dell’araldica, delle icone, dei simboli... Da qui, nasce il naturale parallelismo con i codici visivi nel mondo del tifo organizzato. La comunità ultras identifica anima e corpo con lo stemma e i colori di singoli club, traducendo questa forma di devozione in cerimonie collettive, dal sapore quasi religioso.
Ho inoltre lavorato sul concetto d’icona, realizzando una serie di ‘ritratti di adorazione’, dedicati ad alcune figure emblematiche della storia del calcio come Johan Cruyff, Zinedine Zidane ed Eric Cantona. Ho cercato di riflettere sulla dimensione che questi personaggi hanno assunto e continuano ad assumere nell’immaginario collettivo. Infine, ho interpretato il calcio sia come gioco puro, che come fenomeno sociale, mettendo in scena composizioni ispirate all’arte sacra e legate alla quotidianità dei quartieri popolari, con le loro dinamiche di noia e solitudine. Il pallone, in questo caso, diviene un elemento simbolico, esaltato dalla foglia d’oro in una sorta di ‘sacralizzazione del profano’.”
Ci stiamo avvicinando alla fine dei Mondiali, che tipo di sensazioni, ricordi e riflessioni ti attraversano quando pensi all’evento apicale della cultura calcistica?
“Molti pensieri affiorano nella mia mente su piani differenti. Naturalmente, a livello personale, c’è l’attesa dei giorni di festa, di slanci di gioia… C’è l’ansia crescente mano a mano che le fasi finali si avvicinano e, con esse, i colpi di scena. In Francia, il Mondiale coincide con l’estate: la scuola è finita ma non tutti sono ancora partiti per le vacanze, favorendo grandi momenti di aggregazione.
A ciò si aggiunge una riflessione strettamente politica, riguardante il contesto sociale francese. In un’epoca di polarizzazione estrema, c'è da chiedersi fino a che punto la nazionale riuscirà ancora a fare da collante sociale, come accadde nel 1998 o nel 2018. In caso di vittoria, ci sarà spazio per un entusiasmo condiviso verso una squadra in cui molti giocatori hanno preso apertamente posizione contro razzismo ed estremismi?
Sul piano artistico, sto progettando di lavorare a una nuova serie dedicata alla solitudine. Un tema che evoca in me svariate immagini legate ai Mondiali, in particolare ai calci di rigore. Penso, ad esempio, al cucchiaio di Zidane nel 2006 o al rigore sbagliato da Asamoah Gyan in Ghana-Uruguay nel 2010. Vorrei lavorare sui momenti di concentrazione e di delusione che si consumano in quelle sequenze. Spero solo che quest’estate non riguardino la Francia!”

Se dovessi scegliere una delle tue opere per descrivere la potenza di un evento globale e sociale come il Mondiale, quale sarebbe e perché?
“Direi il ritratto di Johan Cruyff. I Mondiali sono il luogo in cui i calciatori si affacciano al grande pubblico, diventando icone nazionali. La storia di Cruyff è affascinante. Considerato figura fondamentale nel calcio di club, sia come giocatore che come allenatore, al tempo stesso non è mai riuscito nell’impresa di portare un grande trofeo internazionale in patria, perdendo la finale del 1974 contro la Germania dell’Ovest in circostanze quasi improbabili. Ho scelto di rappresentarlo con la maglia della sua Nazionale, davanti ad un panorama di Amsterdam, ispirandomi ai ritratti italiani del Quattrocento. Il mio intento era quello di sfumare il confine labile tra il suo status d’icona nazionale e leggenda del calcio di club.”<
In uno scenario in cui i confini tra arte e calcio sono sempre più fluidi, come speri possa evolvere il connubio tra queste due dimensioni?
“La rappresentazione del calcio in ambito artistico è per me centrale e si lega a ciò che mi interessa nella pittura di genere. Storicamente, essa riguarda soggetti esclusi dalla gerarchia classica dell’arte (storia, religione, ritratto). Trovo naturale che il calcio e, più in generale, il legame tra sport e arte emergano nella contemporaneità. A tal fine, ritengo auspicabile che il pallone, sia come sport, che come forma di intrattenimento, faccia interrogare sul ruolo della cultura popolare nell’arte e su quello dello sport nella società.
In Francia, il calcio resta spesso confinato alle classi medie e popolari e, nonostante una certa apertura, gli ambienti più agiati ed elitari mantengono un atteggiamento distante nei suoi confronti, talvolta persino borioso. È paradossale, se si pensa che altre forme di cultura popolare, come il cinema, sono molto più integrate. Ancora oggi, nel mondo dell’arte conosco poche persone che valorizzano o, almeno, non guardano con disprezzo chi segue e apprezza il calcio. Spero che una sua maggiore presenza nell’arte contribuisca ad abbattere queste barriere, creando un ponte tra ambienti culturali e fenomeni popolari, restituendo interesse per l’arte contemporanea a una base sociale sempre più ampia.”

CALCI DI RIGORE
Quale calciatore ha stimolato maggiormente la tua immaginazione durante un Mondiale?
“Senza esitazione, Zinedine Zidane: l’incarnazione perfetta dell’eroe nazionale nello sport, capace di offrire il meglio e il peggio alla Francia. Vale a dire la doppietta nella finale del 1998 e l’espulsione nel 2006.”
Qual è la divisa più creativa che hai visto ad un Mondiale?
“La seconda maglia della Francia ispirata alla Statua della Libertà: una scelta sorprendente ed efficace per una squadra storicamente legata al blu e al bianco.”
Qual è il gesto o il momento più artistico a cui hai assistito in una partita dei Mondiali?
“Non un gesto isolato, ma l’intera partita di Zidane contro il Brasile, nei quarti del 2006: un capolavoro totale, tra contesto, narrazione e pura estetica del gioco. La grande squadra brasiliana che assiste a una dimostrazione di ‘Joga Bonito’.”
Partita più iconica vista durante un Mondiale?
“Francia-Italia, finale del 2006: un ricordo doloroso ma narrativamente potentissimo, tra il cucchiaio a Buffon, la testata e i rigori. Avevo 9 anni e lo ricordo come uno dei momenti più strazianti della mia vita da tifoso.”
L’emozione più grande vissuta durante un Mondiale?
“La vittoria del 2018: l’unica che ho potuto festeggiare appieno, in strada, con tutti. La mia generazione è cresciuta all’ombra del 1998, fino al 2018 aveva conosciuto solo delusioni a livello internazionale...”

THE ONE | BELGRADE
Il ‘The One’, la quest globale di Jordan Brand per il miglior interprete di 1 contro 1 tra le nuove generazioni di ogni continente, prosegue nella sua terza tappa europea a Belgrado, per la precisione in uno dei luoghi di culto del Gioco, il bollente e suggestivo Kalemegdan. Riviviamo questo capitolo attraverso la lente di RiseUp Duo
Fumogeni rotanti incendiano l’imbrunire nella capitale serba. Lampi rosso fuoco accendono gradinate trasudanti storia, cestistica e non solo, eppure intatte nella loro magnifica capacità evocativa. All’ombra di monumentali cinte murarie, il Kalemegdan accoglie la maestria cestistica dell’icona balcanica Luka Dončić e, allo stesso tempo, alimenta l’intensità racchiusa da metà campo che a tutto possono portare, ma che in un attimo possono mettere alla porta.
Serve personalità, in questa mistica culla cestistica, per dominare l’avversario in un faccia a faccia che a tutto espone. Serve freddezza, la glaciale razionalità coltivata e professata da MJ, per cancellare chiunque lungo la strada verso l’ultima sirena. Al suo fianco, è necessario un certo senso d’abbandono. Ad energie e flussi primordiali. A cori gutturali. A migliaia e migliaia di occhi educati al Gioco, pronti a celebrare ogni chiusura al ferro, ad abbeverarsi da lotte ferine, scandite da palloni strappati. Serve, in particolare, essere fedeli alla propria essenza, per divenire ‘The One’ nell’epicentro di Belgrado.
Jovana Maksimovic e Milan Pejin riescono in quest’impresa. Lo fanno, per l’appunto, non discostandosi dalle rispettive identità, pur travolti dal passionale caos che, per ore e ore, non fa altro che fagocitare le loro emozioni. Solida e diretta la prima. Poliedrico ed elettrico il secondo. Entrambi, plasmati dal segreto ultimo del Gioco: il lavoro nell’ombra, nel silenzio, unica formula per raggiungere l’estasi della vetta. In questo caso, le finali europee di Londra.
La lente di RiseUp Duo trasforma in immagini e cronostoria queste suggestioni. Questo focus è parte di una speciale collana editoriale che ci vedrà narrare tutti i capitoli europei del ‘The One’, a partire da quello di Madrid, che potete rivivere a questo link, e di Lubiana, che trovate qui.




Cosa vi ha fatto innamorare della pallacanestro? E cosa rappresenta oggi il Gioco per voi?
Jovana Maksimovic: “Mi sono innamorata della pallacanestro quando avevo cinque anni. Un’amica mi invitò al primo allenamento, suo padre era allenatore. Da quel momento non ho più smesso. Oggi la pallacanestro significa tutto per me. Ogni giorno viaggio fino ad un’altra città soltanto per allenarmi. È una parte enorme della mia vita ed è qualcosa che amo profondamente.”
Milan Pejin: “Mi sono innamorato della pallacanestro quando avevo otto o nove anni. Alcuni amici più grandi mi hanno inviato a giocare. Me ne sono immediatamente innamorato. Anche mio padre giocava a basket e, quando ha realizzato quanto amassi questo sport, ha iniziato ad aiutarmi a crescere come giocatore. Ancora oggi si allena con me. La pallacanestro è diventata parte della mia identità. Tutti quelli che mi conoscono mi identificano come un giocatore di basket. È ciò a cui penso, ciò su cui lavoro, ciò che amo. Per molti aspetti, è la mia vita.”
MJ ha costruito il proprio gioco nel cortile di casa, sfidando suo fratello. Qual è stato il vostro primo playground o canestro? E quali sono state le vostre prime esperienze di uno contro uno?
Jovana Maksimovic: “Il primo campo che ricordo era un playground vicino ad una scuola superiore, dove giocavano molti dei miei amici. All’inizio, ero semplicemente una bambina che si divertiva, ma intorno ai dieci anni ho iniziato a innamorarmi davvero del Gioco. Ad essere sincera, questo è stato il mio primo torneo di uno contro uno, perché non sono mai stata molto affine a questa specialità. Ho sempre preferito la pallacanestro di squadra. Amo condividere il campo con le mie compagne e competere insieme. Però, questo format e questo evento mi hanno decisamente mostrato ed insegnato qualcosa di nuovo...”
Milan Pejin: “Il mio primo campo è stato quello del quartiere Sremska Kamenica, a Novi Sad, dove giocavo con amici più grandi di me. È lì che tutto è cominciato. Per quanto riguarda l’uno contro uno, ho sempre giocato contro mio padre. Abbiamo sempre fatto tutto insieme e il basket non faceva eccezione. Verso i dodici anni, ho iniziato ad allenarmi più seriamente con lui in un vecchio palazzetto, lì ho iniziato a sviluppare il mio gioco per davvero. Non mi lasciava mai vincere. Nemmeno una volta. Quando finalmente sono riuscito a batterlo è stata una sensazione incredibile. Da piccolo mi arrabbiavo molto quando perdevo, ma oggi mi rendo conto di quanto quelle sfide mi abbiano insegnato.”
Quali sono le chiavi per dominare l’uno contro uno? Che tipo di energia serve per avere successo in una disciplina così unica nel suo genere?
Jovana Maksimovic: “Quando sono arrivata al Kalemegdan ero molto nervosa. Pensavo che avrei potuto perdere la prima partita ed essere eliminata subito. Una volta raggiunta la finale, però, mi sono rilassata e ho iniziato a godermi davvero l’esperienza. Il mio approccio era semplice: non mollare mai. Anche quando sei sotto nel punteggio, la partita non è mai finita. Devi continuare a lottare fino all’ultimo secondo.”
Milan Pejin: “Adoro l’uno contro uno. Ci gioco continuamente con compagni di squadra e amici. Per avere successo servono soprattutto skill tecniche: tiro, palleggio, footwork, creatività. Anche le qualità fisiche contano, ma la tecnica è la base di tutto. La particolarità dell’uno contro uno è che tutto dipende da te. La pallacanestro è normalmente uno sport di squadra, ma qui non esistono scuse e non c’è compagno su cui poter fare affidamento. Sei soltanto tu, contro il tuo avversario.”




Cosa rappresenta il Kalemegdan per Belgrado? E che effetto fa giocare su un campo di caratura così leggendaria?
Jovana Maksimovic: “In realtà non sono di Belgrado, ma di Inđija. So però che il Kalemegdan è un luogo molto importante nella storia serba. Giocare su quel campo è stato incredibile. L’atmosfera era straordinaria e non avevo mai giocato davanti a così tante persone. L’energia del pubblico ha reso questa esperienza indimenticabile.”
Milan Pejin: “Vengo da Novi Sad, questa è stata la mia prima volta al Kalemegdan. È un campo che ha un’enorme importanza storica. È uno dei luoghi simbolo della pallacanestro serba, un posto dove hanno giocato generazioni di grandi campioni. Giocarci è stato incredibile. Non avevo mai giocato davanti a una folla così numerosa, soprattutto in un evento di uno contro uno. Ho adorato l’energia trasmessa dai tifosi.”
Avete vinto davanti a Luka Dončić. Che esperienza è stata?
Jovana Maksimovic: “Un sogno. Mai avrei immaginato d’incontrare Luka Dončić nella vita reale. Ho sempre amato guardarlo giocare, quindi condividere quel momento con lui è stato davvero speciale.”
Milan Pejin: “È stato surreale. Seguo Luka fin da quando era un ragazzino a Madrid e oggi è uno dei migliori giocatori al mondo. Condividere quel momento con lui è qualcosa che non dimenticherò mai. Spero che si ricordi di me e magari, un giorno, di poter persino condividere un campo insieme.”
If you had the chance, which aspects of Luka’s game would you steal and bring to London?
Jovana Maksimovic: “Probabilmente il suo livello tecnico generale, ma soprattutto la sua tranquillità. Anche quando le cose non stanno andando nel verso giusto, sembra sempre calmo e in pieno controllo della situazione.”
Milan Pejin: “Più di tutto prenderei la sua compostezza. Ha sempre l’aria di giocare nel proprio cortile di casa. Non sembra mai avere fretta, essere preoccupato o sentirsi fuori posto. E poi c’è il suo QI cestistico. Vede le cose prima degli altri e sa sempre esattamente ciò di cui la partita ha bisogno.”




Secondo voi, cosa rende Belgrado la Città della pallacanestro?
Jovana Maksimovic: “Tantissimi grandi giocatori sono usciti da Belgrado e le loro storie sono conosciute in tutto il mondo. La Serbia è un Paese di basket. Ogni volta che gioca la Nazionale, tutti la seguono. Ogni partita diventa un evento speciale, in grado di unire tutte le persone.”
Milan Pejin: “La Serbia è una nazione cestistica. Abbiamo sempre avuto grandi giocatori e continuiamo a formarne di nuovi. Soprattutto, qui la gente ama davvero il Gioco. Lo percepisci ovunque: da Belgrado e dalle arene di EuroLeague fino ai campetti dei piccoli villaggi. Basta guardare quante persone sono venute ad assistere ad un torneo giovanile di uno contro uno... Questo dice tutto sulla cultura cestistica che esiste da queste parti.”
Che effetto fa essere diventati eroi locali? E quanto lavoro nell’ombra è servito per arrivare fino a qui?
Jovana Maksimovic: “Ho investito tantissimo nella pallacanestro, quindi sentire le persone parlare di me in questo modo è una sensazione incredibile. Amo la sensazione che provo dopo ogni allenamento e cerco sempre di migliorare. È questo che, più di tutto, mi motiva a continuare a lavorare e giocare.”
Milan Pejin: “È una sensazione fantastica, anche se non so se mi definirei davvero un eroe locale. Amo la pallacanestro e amo il lavoro che richiede. Ho fatto molti sacrifici perché è ciò che voglio perseguire nella mia vita. Momenti come questo mi ricordano che ne vale la pena. Sono felice anche per la mia famiglia. Tutti hanno investito tantissimo per aiutarmi a inseguire questo sogno, e continuano a farlo. Condividere questo successo con loro significa molto.”
Ad Athleta Mag vediamo le discipline sportive come forme d’arte. Tu consideri la pallacanestro un’arte a sé stante?
Jovana Maksimovic: “Assolutamente sì, anche se è difficile spiegare esattamente perché. La pallacanestro è imprevedibile. Ci sono giorni fantastici e giorni più complicati, e non sai mai davvero come si svilupperà una partita. Continui a lavorare, a cercare di migliorarti e a esprimere te stesso attraverso il Gioco. È anche questo che la rende così bella ai miei occhi.”
Milan Pejin: “Certo. La pallacanestro è uno degli sport più creativi che esistano. Premia l’immaginazione e permette ai giocatori d’inventare soluzioni sempre innovative. Ha ritmo, tempi, intuizione e un continuo senso d’adattamento. Leggi il difensore, reagisci alle situazioni e crei qualcosa di nuovo in ogni possesso. È questa libertà a renderla una forma d’arte.”




Che effetto fa essere i ‘The One’ di Belgrado?
Jovana Maksimovic: “È una sensazione meravigliosa. Faccio ancora fatica a credere che sia successo davvero. Non me l’aspettavo e sono semplicemente felicissima.”
Milan Pejin: “È bellissimo. Avevo molta fiducia in me stesso, ma non mi aspettavo di vincere. Il livello della competizione era altissimo e sono orgoglioso del lavoro che ho fatto per arrivare fin qui.”
Cosa servirà per diventare i ‘The One On Anyone’ a Londra e, magari, anche a livello globale?
Jovana Maksimovic: “Darò semplicemente il massimo e cercherò di godermi ogni momento. Tutto quello che è successo finora è stato inaspettato, quindi voglio restare serena e vivere al meglio questa esperienza. Londra è sempre stata la mia destinazione dei sogni e sono particolarmente felice perché ci andrò insieme alla mia migliore amica. È stata la mia avversaria in finale e adesso potremo condividere tutto questo insieme. Sinceramente, non potrebbe andare meglio di così.”
Milan Pejin: “Serviranno tranquillità mentale, tanta preparazione e tante ore di tiro. Mi aspetto di affrontare giocatori straordinari, ma è proprio questa sfida ad entusiasmarmi. Non mi sto mettendo addosso la pressione di dover vincere. La cosa più importante sarà competere al massimo livello possibile, mettere alla prova il mio gioco e dimostrare a me stesso di poter affrontare chiunque.”



ATHLETA MAGAZINE - ISSUE 13
Athleta Magazine Issue 13, un nuovo capitolo per il nostro magazine indipendente
“I più intensi momenti nascono quando corpo e mente vengono portati al limite, nella scelta consapevole d’inseguire qualcosa di difficile e degno di essere raggiunto”, scriveva lo psicologo Mihály Csíkszentmihályi.
Athleta Magazine Issue 13 prosegue nel flusso che ha sempre contraddistinto la visione del nostro media: un flusso estremamente affine a quello teorizzato da Csíkszentmihályi. Ovvero, lo sforzo e la passione atletica vissute come intenso mosaico, come punto d’incontro di corpo e mente, come consapevole inseguimento di un qualcosa di difficile, ma degno d’essere raggiunto: nella nostra filosofia, la conoscenza culturale e l’estasi estetica sprigionate dall’immaginario sportivo.
In copertina, la quintessenza di questa logica. ‘Chavoso’, un’immersione nei barber shop brasiliani (barberias) scanditi da loghi e riferimenti al Beautiful Game che, attraverso la lente di Jeff Pedroso, palesano l’irrazionale amore per il calcio, e i suoi simboli, nel Paese dell’ordine e del progresso. Di tradizione in tradizione. Ad un oceano di distanza, nelle Valleys gallesi, le suggestioni di RiseUp Duo indagano con ‘Up&Under’ un bene tanto materiale, quanto immateriale: il rugby, che in quest’incantata e ruvida porzione di Regno Unito assume la funzione d’eredità storica, identità e polo aggregativo per intere comunità. Entriamo poi nel pensiero di un’icona sensibile del tennis italiano e mondiale, Matteo Berrettini, seguito dalla macchina fotografica di Yoann Guerini in una speciale produzione condivisa con BOSS. ‘More Myself’ fa ritornare ‘The Hammer’ alle proprie origini, al suo primo circolo romano, per festeggiare il traguardo dei 30 anni e permettere un inedito, significativo scambio tra il Berrettini uomo e il Berrettini tennista. Dove l’aria si fa rarefatta, negli scenari d’alta quota, entriamo nel ‘Lunar Asylum’ plasmato dallo styling creativo di Elena Bertacchini e dagli scatti di Andrea Casagrande. Transitiamo poi da una gelida poesia di montagna ai bollenti ritmi collettivi della Courniche Ouest di Dakar e di ‘Rust and Grit’, reportage di Max Manavi-Huber dedicato alle sabbiose, perpetue melodie sportive della capitale senegalese. Perpetua è anche la ricerca d’eccellenza di Nadia Battocletti, che nel progetto editoriale ‘Architecture of Running’, sviluppato in collaborazione con ASICS e fotografato da RiseUp Duo, associa la sua rivoluzionaria corsa ai luoghi che l’hanno scandita, e continuano a farlo: le montagne trentine. Dopo la cultura sportiva contemporanea più alta, diamo spazio ad un’indomita sottocultura, quella dello scatto fisso, analizzata in tutto il suo fascino newyorchese dal focus ‘Piñón Fijo’, frutto della variegata indagine documentaristica proposta da José A. Alvarado Jr. Senza tempo la scatto fisso. Senza tempo l’impatto di FILA sulla cultura sportiva tutta, nonché le sue forme e innovazioni: un impatto che abbiamo elevato entrando negli archivi del brand e creando, in ‘A Timeless Heritage’, un composito editoriale fashion frutto dello styling della nostra Fashion Editor Silvia Ortombina | Tiny Idols e della lente di Riccardo Romani. Dopo un’altra fuga in vetta, garantita dall’approccio visuale allo snowboard di Daniel Nedierkofler e dalla conseguente gallery proposta in ‘Resonance’, dove Paesi lontani, come Giappone e Norvegia, trovano affinità nella poesia della tavola, giungiamo infine ad una delle massime interpretazioni fotografiche del ciclismo attuale: quella proposta da Sean Hardy in ‘This Was Never Planned’, una serie di visioni raccolte seguendo il team Lidl-Trek.
Athleta Magazine Issue 13 è pronto, non rimane che immergersi nel suo immaginario sportivo e culturale.

















THE ONE | LUBIANA
Il ‘The One’, la quest globale di Jordan Brand per il miglior interprete di 1 contro 1 tra le nuove generazioni di ogni continente, prosegue nella sua seconda tappa di Lubiana, l’elegante capitale slovena dove il Gioco è un pilastro culturale, e Luka Dončić il suo magnifico rettore. Riviviamo questo capitolo reso unico dalla componente atmosferica, attraverso le lenti di RiseUp Duo e Nik Erik Neubauer
Piazza Pogačar è il salotto di una reggia balcanica, Lubiana. Ad osservarla, dall’alto, il campanile della Cattedrale di San Nicola. A circondarla, il carsico fluire del Ljubljanica, celato dal Triplo Ponte che ogni cosa vede passare, in questa raffinata porzione di Slovenia. La legacy di ‘His Airness’ ha trovato nelle nobili trame di questa capitale europea, e nella sua vibrante cultura cestistica, un prezioso palcoscenico per giovani interpreti dell’1 contro 1. Tutti con un unico obiettivo: diventare ‘The One’. Superare corpo dopo corpo, chi si frappone tra il sogno e il ferro.
Scalinate gremite. Magnetiche lotte a rimbalzo. Statue e pupazzi di dragoni che divengono secondari, quasi svaniscono, dinanzi all'energia dell’unica, pura arte caratterizzante di questo luogo magico, il Gioco, nonché di fronte al fascino, oltre che alla dottrina, del suo ambasciatore ultimo a queste latitudini, Luka Dončić. Ad ogni sirena, il bracket va via via scomponendosi, per ricomporsi. Nomi cancellati, nomi che avanzano. Lotta creativa. One on Anyone. Un susseguirsi d’intuizioni e contro intuizioni fino all’imprevedibile. All’acquazzone estivo che placa una folla ingrossata oltrelimite e urlante, pronta al gran finale.
Il climax ascendente della košarka, la pallacanestro, in questo format intesa nel suo design più individuale ed elettrico, trova il proprio apice la mattina seguente, tra raggi di luce che tagliano le brillanti pareti in legno dello Športni Center Ilirija, evocanti le magnifiche regioni naturali che si allargano, concentricamente, all’esterno di Lubiana. Luka Dončić giunge in questo teatro intimo, ed intimamente legato alla sua tradizione familiare. I giovani che seguono le sue orme, completano l’opera più significativa di percorsi cestistici ancora agli inizi, eppure già definiti nelle rispettive forme espressive, davanti allo sguardo del monumento nazionale: del 77.
Edini o Edina. Izbranek o Izbranka. Gal Kranjčič e Valerija Gradišar s’inerpicano fino al vertice della piramide. E si preparano per una nuova scalata, quella londinese, delle finalissime continentali.
Le lenti di RiseUp Duo e Nik Erik Neubauer trasformano in immagini e cronostoria queste suggestioni. Questo focus è parte di una speciale collana editoriale che ci vedrà narrare tutti i capitoli europei del ‘The One’, a partire da quello di Madrid, che potete rivivere a questo link.




Cosa vi ha fatto innamorare della pallacanestro? E cosa rappresenta oggi il Gioco per voi?
Gal Krajnčič: “Mi sono innamorato della pallacanestro da piccolo. All’inizio giocavo a calcio, ma quando tutti i miei amici hanno iniziato a giocare a basket, mi sono unito a loro e non mi sono voltato indietro. In Slovenia il basket è sport nazionale. Lo praticano tutti. I miei amici giocano, ci ritroviamo al campetto ogni giorno. La pallacanestro è molto più di un semplice sport: è parte della nostra cultura. Oggi il basket significa tutto per me. Sinceramente, non riesco a immaginare la mia vita senza il Gioco. Ha contribuito a formare la persona che sono e mi ha dato una chiara direzione fin da giovanissimo.”
Valerija Gradišar: “Ho iniziato a giocare a pallacanestro quando avevo sei o sette anni, intorno ai tredici ho deciso di dedicarmici seriamente. Oggi il basket significa tutto per me. È il luogo in cui mi sento più felice. Amo stare in campo, rincorrere il pallone, competere e assumermi responsabilità. È la cosa che amo di più e, sinceramente, faccio fatica a immaginare la mia vita senza il Gioco.”
MJ ha costruito il proprio gioco nel cortile di casa, sfidando suo fratello. Qual è stato il vostro primo playground o canestro? E quali sono state le vostre prime esperienze di uno contro uno?
Gal Krajnčič: “Ho un fratello gemello ed è stato lui il mio primo vero rivale. Abbiamo un canestro fuori casa e da circa dieci anni giochiamo praticamente ogni giorno. Ho sviluppato così il mio gioco: sotto quel canestro ho imparato a competere e a crescere come giocatore... La pallacanestro è sempre stato un forte elemento di connessione tra noi. Facciamo quasi tutto insieme e il basket è diventato parte di quel legame. Allo stesso tempo, però, siamo entrambi estremamente competitivi. Litigavamo così spesso per il risultato che, ad un certo punto, abbiamo deciso di smettere di tenere il punteggio. Quelle sfide mi hanno insegnato a competere, a gestire la pressione e a migliorarmi costantemente.”
Valerija Gradišar: “Giocavo davanti casa e nel campetto vicino all’asilo. All’inizio il compagno di giochi era mio padre, ma crescendo ho iniziato a sfidare soprattutto mio cugino e mio zio. Mio cugino è un ottimo giocatore e ha avuto un ruolo importante nella mia crescita cestistica. Ho sempre ascoltato i suoi consigli e credo che sia stato anche grazie a lui se ho continuato a migliorare. Quelle partite erano intense, combattute, piene di energia. Ne abbiamo giocate così tante che non riuscirei nemmeno a contarle, ma ognuna mi ha lasciato qualcosa. Quando finalmente sono riuscita a batterlo, la soddisfazione è stata enorme.”
Quali sono le chiavi per dominare l’uno contro uno? Che tipo di energia serve per avere successo in una disciplina così unica nel suo genere?
Gal Krajnčič: “In un format come questo, dove si gioca per pochi minuti ad altissima intensità e senza pause, la condizione fisica è fondamentale. Per quanto mi riguarda, tutto parte dalla difesa. Difendo in modo molto aggressivo ed è probabilmente l’aspetto che mi aiuta maggiormente nel vincere partite. Ovviamente, anche la dimensione offensiva è importante: bisogna segnare. Ma ogni cosa nasce dalla difesa. Dal punto di vista mentale, devi sempre credere di poter vincere, indipendentemente dal punteggio. Nelle fasi finali, mi è anche capitato di essere sotto 9-1 e sono riuscito a rimontare, vincendo la partita. È questo che insegna l’uno contro uno: l’inerzia può cambiare da un momento all’altro. Bisogna restare profondamente concentrati quando si è in svantaggio e, allo stesso modo, quando si è avanti. Bastano poche azioni per ribaltare completamente una partita.”
Valerija Gradišar: “Devi affrontare ogni possesso con convinzione. Il controllo dei rimbalzi e il tagliafuori sono fondamentali, così come avere un’ottima condizione fisica. Servono creatività, rapidità e affidabilità al tiro, soprattutto dalla media distanza. Più di ogni altra cosa, devi credere in te stessa. Devi entrare in campo convinta di poter battere chiunque: dare sempre il massimo, mantenere fiducia nei propri mezzi e scoprire fin dove questo può portarti.”




Com’è stato giocare in una cornice unica come Piazza Pogačar? E come si riesce a mantenere concentrazione e competitività dopo un acquazzone come quello che ha interrotto l’evento e fatto rinviare tutto al giorno successivo?
Gal Krajnčič: “Giocare nel cuore di Lubiana è stata un’esperienza incredibile. Tantissime persone sono venute ad assistere all’evento e l’atmosfera era straordinaria. C’erano i miei compagni di squadra, i miei amici e la mia famiglia, e questo ha reso tutto ancora più speciale. Anche l’organizzazione è stata impeccabile e l’intero evento aveva qualcosa di unico. La pioggia è stata sicuramente inaspettata. È arrivata quando molti di noi non erano ancora entrati davvero nel ritmo della competizione e, all’improvviso, ci siamo ritrovati a sapere che saremmo tornati in campo alle sette del mattino seguente. È stato uno shock, ma ho cercato di non pensarci troppo. Quella sera mi sono concentrato sul recupero, sono andato a dormire il prima possibile e ho fatto in modo di farmi trovare pronto per riprendere il percorso iniziato il giorno precedente.”
Valerija Gradišar: “È stata un’esperienza straordinaria. Non avevo mai giocato davanti a così tante persone. Vengo da Velike Lašče, poco fuori Lubiana, e avere la mia famiglia lì, a guardarmi, ha reso tutto ancora più significativo. Dopo la pioggia e il rinvio delle partite, sapevo che la cosa più importante sarebbe stata recuperare bene. Sono andata a dormire presto, perché non volevo arrivare stanca il giorno seguente. Prima di addormentarmi, ho ripensato a ciò che avrei potuto fare meglio, soprattutto in difesa, così da farmi trovare pronta quando il torneo sarebbe ripartito.”
Avete vinto davanti a Luka Dončić. Che esperienza è stata?
Gal Krajnčič: “Luka è un eroe nazionale in Slovenia, quindi avere la possibilità di giocare davanti a lui è stato qualcosa di davvero speciale. Non capita tutti i giorni che uno dei migliori giocatori del mondo ti osservi mentre stai giocando... È stata un’esperienza unica, che porterò con me a lungo.”
Valerija Gradišar: “Incredibile. Sapere che uno dei migliori giocatori al mondo ti sta osservando mentre giochi è qualcosa che difficilmente si dimentica. Ho cercato semplicemente di dare il massimo e di godermi il momento. È stata un’esperienza davvero speciale.”
If you could steal one aspect of Luka’s game and bring it to London, what would it be and why?
Gal Krajnčič: “Probabilmente il suo tiro. Ha la capacità di costruirlo praticamente quando vuole e contro qualsiasi difensore. È una qualità estremamente preziosa nel basket moderno e, credo, uno dei motivi che rendono Luka così difficile da affrontare, e da fermare.”
Valerija Gradišar: “Probabilmente il suo step-back. È uno dei gesti tecnici che più mi affascinano. Lo esegue come se fosse la cosa più semplice del mondo. È uno dei movimenti più spettacolari che esistano nella pallacanestro.”
A vostro avviso, cosa rende Lubiana la città - ‘The One’ della pallacanestro?
Gal Krajnčič: “Vengo da Domžale, che si trova a circa quindici minuti da Lubiana. Ho sempre visto la capitale come il centro della pallacanestro slovena. È la città più grande del Paese e ospita tantissimi club. Se vuoi confrontarti con i migliori giocatori, trovare il livello più alto di competizione e metterti alla prova, devi venire a Lubiana. La pallacanestro è profondamente radicata nella città e questa passione si percepisce ovunque.”
Valerija Gradišar: “Lubiana possiede una cultura cestistica straordinaria. È la città di Luka Dončić e un luogo da cui sono passati moltissimi giocatori di talento. Qui la pallacanestro è parte integrante dell’identità della città.”




Che effetto fa essere diventati eroi locali? E quanto lavoro nell’ombra è servito per arrivare fino a qui?
Gal Krajnčič: “È una sensazione davvero speciale. Un momento come questo è il frutto di anni di lavoro: sveglie all’alba, allenamenti fino a tardi, giornate difficili e sessioni frustranti. Dietro un risultato del genere c’è un’enorme quantità di sacrificio, che spesso nessuno vede. Ed è proprio per questo che raggiungere un traguardo simile è così gratificante.”
Valerija Gradišar: “Sono davvero felice. Vincere un torneo come questo è una sensazione speciale, perché ti ricorda che ogni allenamento, ogni sacrificio e ogni sforzo compiuti nel tempo hanno un significato. Per ottenere risultati del genere devi allenarti ogni giorno, anche quando gli altri si riposano. Devi continuare a lavorare sul tuo gioco e sulle tue capacità. Da quando ho saputo che avrei partecipato al torneo mi sono allenata quotidianamente. Sono anni che investo tempo ed energie nella pallacanestro e momenti come questo danno valore all’intero percorso.”
Ad Athleta Mag vediamo le discipline sportive come forme d’arte. Tu consideri la pallacanestro un’arte a sé stante?
Gal Krajnčič: “Senza dubbio. La pallacanestro è quasi come una danza. È un dialogo continuo tra te e il tuo avversario. Leggi i suoi movimenti, anticipi le sue reazioni e cerchi costantemente di essere un passo avanti. Ogni giocatore ha uno stile diverso, un ritmo diverso, un modo unico di esprimersi sul campo. È proprio questa individualità a rendere il basket una forma d’arte.”
Valerija Gradišar: “Sì, credo che la pallacanestro possa essere considerata una forma d’arte, perché richiede mollta creatività. Amo il modo in cui il gioco muta continuamente e quanto sia impossibile prevedere ciò che accadrà nell’azione successiva. Quando osservi un grande tiratore rilasciare la palla, oppure un giocatore battere la difesa con velocità, controllo e immaginazione, c’è qualcosa di profondamente artistico in tutto questo. Non so se mi senta sempre un’artista anch’io, ma a volte, forse, sì.”
What does it mean to you to be Ljubljana’s ‘The One’?
Gal Krajnčič: “È una sensazione incredibile. Sono orgoglioso di aver conquistato l’opportunità di rappresentare Lubiana e la Slovenia nelle qualificazioni europee e sono profondamente grato di poter vivere un’esperienza del genere.”
Valerija Gradišar: “Mi rende immensamente felice. È una sensazione bellissima e un’esperienza che porterò con me a lungo. Adesso non vedo l’ora di scoprire cosa mi aspetta a Londra.”
What will it take to become The One on Anyone in London, and potentially on the global stage? What’s your mindset as you approach this next chapter of your basketball journey?
Gal Krajnčič: “Dovrò continuare a lottare fino in fondo. Per me significa restare concentrato, non permettere a nessuno di entrare nella mia testa e continuare a fidarmi del gioco che mi ha portato fin qui. Conosco i miei punti di forza, conosco il mio stile e devo restare fedele a entrambi. Soprattutto, devo continuare a credere in me stesso, indipendentemente da chi avrò di fronte.”
Valerija Gradišar: “Devo restare concentrata sul mio gioco e non lasciare che le opinioni degli altri influenzino il mio percorso. Devo continuare a credere di poter competere contro chiunque, anche contro avversarie più alte, più forti o più veloci di me. Il mio obiettivo è semplice: giocare con intensità, difendere forte e lasciare tutto quello che ho sul campo. Poi sarà il Gioco a dire il resto.”



A Spiritual sports journey - Minor Planet NY
La corsa può smettere di essere disciplina misurabile, fatta di accumulo di chilometri e sudore diventando una forma di preghiera, un rituale laico attraverso cui ricomporre la propria esistenza. La testimonianza di Jason Levine, fondatore di Minor Planet NY, ci permette di esplorare la natura spirituale e meditativa di questo sport
“I do not give up,
I never give up,
For there is nothing
In this entire world
That is irrevocably unchangeable.”
Sri Chinmoy, Aspiration-Body, Illumination-Soul Part 2
Le parole di questa guida spirituale e atleta, che considerava lo sport come uno strumento fondamentale per la crescita interiore, promuovendone la capacità di portare pace e oltrepassare i propri limiti, sembrano incarnare perfettamente il percorso di vita di Jason Levine.
Figlio della New York suburbana degli anni Novanta, tra hip-hop, graffiti, skateboarding, reggae, club culture e moda, la vita di Jason è una variopinta geografia esistenziale fatta di alti e bassi, eccessi e intuizioni. Fino alla lenta e radicale decisione di cambiare vita. In quel passaggio spirituale, animato dallo yoga e dalla corsa, la pratica sportiva ha aperto il varco verso una nuova forma di consapevolezza, sfociata nella creazione di Minor Planet NY.
Nella visione del brand, e di Jason, lo sport non promette soltanto salute fisica. Corsa, yoga, meditazione, alimentazione, respirazione non sono separati, offrendo una percorso che porta alla consapevolezza del proprio mondo interiore e al ritrovare la pace con quello esteriore.
Custodire la memoria estetica delle sottoculture cittadine e attraversarla con una nuova idea di purezza e ricerca spirituale è la tensione che tiene insieme questo brand newyorkese che non separa la performance dalla spiritualità, elevando lo sport a forma contemporanea di ascesi.



Un ragazzo degli anni Novanta
“Ho avuto un’infanzia molto simile a quella di molte persone che oggi fanno parte del mondo della corsa. Ero un ragazzo cresciuto nei sobborghi di New York negli anni Novanta. Gli anni del liceo, per me, sono stati più o meno tra il 1991 e il 1994, nel cuore di un’epoca completamente nuova per tutti, lontana dagli smartphone di oggi, dominata dall’hip-hop, i graffiti, lo skateboarding. Il modo in cui ci si atteggiava si basava su cattivi principi. Non era considerato cool essere gentili, mangiare sano. Era cool essere in qualche modo anarchici, cosa che resta comunque un impulso profondamente giovanile, e sono felice di aver vissuto quell’esperienza a quell’età. Quel periodo ha plasmato il mio modo di pensare. Credo che, all’inizio, fosse qualcosa di puro, ed era ciò che ero; poi, col tempo, mi ha portato sulla cattiva strada. Ho sempre fatto festa. Sono stato cacciato dal liceo. Non pensavo in modo lucido; reagivo soltanto a ciò che avevo davanti. Non avevo alcun progetto per il futuro. Alcuni ragazzi vanno al liceo, poi hanno un piano per il college, e poi sanno già che diventeranno qualcosa di simile ai loro genitori. Io non pensavo a nulla di tutto questo. Volevo soltanto fare la prossima cosa folle con i miei amici, prendere LSD, fare casino. Ero completamente perso. Ma anche nel mezzo di quella follia, c’erano sempre momenti in cui pensavo alla salute.
A un certo punto della mia vita ho scoperto la musica reggae e i principi rastafariani. È stata la prima volta che mi sono avvicinato a una comunità dai sani principi, tutto ruotava intorno a ciò che è naturale, a ciò che viene dalla terra. Così ho iniziato, in qualche modo, a vivere secondo quei principi. Ma ero comunque un ragazzo bianco del New Jersey che passava il tempo con dei rastafariani, quindi, in quel senso, non era qualcosa che percepivo come autentico. Eppure ero ispirato dal loro modo di mangiare, dalla musica e, naturalmente, dal loro modo di vivere. Avevo in me tutte queste influenze — hardcore, hip-hop, reggae, tutto quel colore e tutta quella creatività. Eppure la mia mente era ancora, in qualche modo, fuori controllo.
Dopo quel periodo, quando sono andato al college, le cose hanno iniziato a peggiorare. Ho cominciato a fare uso di droghe più pesanti e cose del genere. Ma poi ne sono uscito di nuovo, grazie al kung fu. Ho studiato arti marziali per un po’. Alla fine sono arrivato in una scuola di agopuntura e medicina erboristica, che non avrebbe potuto essere un ambiente più sano, più vitale, più carico di energia per me. Ma ero ancora molto giovane. Cercavo di fare qualcosa di positivo, ma continuavo a essere risucchiato dal vortice giovanile. Ho finito per praticare l’agopuntura, ma dopo cinque anni non volevo più farlo. Era troppo. Avere a che fare con persone malate mentre io continuavo ancora a fare festa era qualcosa che semplicemente non riuscivo a sostenere.”


La caduta e la rinascita attraverso la moda
“Volevo esplorare qualcos’altro, e alla fine sono approdato nel mondo della moda. Avevo un rapporto con i ragazzi che avevano fondato un brand chiamato Rag & Bone, una casa di moda qui a New York. A quel punto, in azienda, forse erano soltanto cinque persone. Oggi sono più o meno quattrocento. Sono andato lì per imparare e alla fine ci sono rimasto per undici anni. All’inizio mi occupavo di accessori maschili, borse e piccola pelletteria. Poi, con il tempo, sono diventato uno dei designer del ready-to-wear per la parte cut-and-sew. I miei genitori lavoravano nel settore della moda, quindi sono cresciuto dentro quel mondo. Avevano un brand qui a New York. Possedevano uno showroom a Midtown e una fabbrica nel New Jersey, dove realizzavano internamente tutti i loro prodotti. Alla fine, tutte le diverse cose che mi interessavano mi hanno riportato esattamente a ciò che i miei genitori avevano fatto. Forse, a un livello inconscio, mi sembrava qualcosa di familiare.
Ma essere nel mondo della moda significava anche che una parte del tuo lavoro era fare festa, andare agli after-party, partecipare alle sfilate, fare uso di droghe, bere, restare fuori fino alle cinque del mattino tre o quattro giorni a settimana. Così, intorno al 2017, ho lasciato Rag & Bone, e ho iniziato a cambiare il mio stile di vita. Finalmente, verso i trentasei anni, ero arrivato a un punto in cui sapevo di dover cambiare modo di vivere. È iniziato con una sola decisione. Ricordo una notte fuori in un club. Ero già ubriaco, ed erano le quattro del mattino. Sarebbe bastato un altro drink per arrivare alle cinque. Ma ho deciso di andarmene. Quella singola decisione è stata la prima di quello che sarebbe diventato il mio nuovo stile di vita. Ho capito di avere il potere di cambiare direzione. Quel primo no è diventato un altro no, e poi un altro ancora. Le persone hanno iniziato a capirlo. E non mi importava del loro parere. Avrei dovuto prendere quella decisione vent’anni prima, ma non avevo la sicurezza necessaria per fare quelle scelte davanti agli altri. Stavo per avere il mio primo figlio, ed ero arrivato a un punto di svolta. Dopo diecimila serate e sbornie, ho cambiato la mia vita.”


La meditazione e la scoperta di significati profondi
“Poco tempo dopo, ho smesso del tutto di uscire. Tutti andavano alle feste, e io tornavo a casa e andavo a dormire. La mattina dopo mi svegliavo e scoprivo un mondo completamente nuovo, sentendomi un essere umano per la prima volta da quando ero adolescente. Ho capito che era questo ciò che quella voce interiore aveva cercato di dirmi per tutto il tempo. Quello è stato, in sostanza, l’inizio del mio nuovo io. Sono diventato una persona diversa. Dal fumo, dall’alcol e dalle droghe, sono passato a un’alimentazione vegana, basata su cibi naturali. Prima, mangiavo ogni giorno panini presi in una qualsiasi bodega. Non facevo nulla in modo consapevole. Ora, invece, tutto ciò che facevo aveva una ragione. Mangiavo determinati alimenti per assumere fibre, perché la mia digestione funzionasse bene. E così diventavo più forte, più lucido. Quell’apertura ha condotto ad altre buone pratiche, e ho iniziato ad avvicinarmi anche al lato spirituale della vita — la meditazione, l’idea di stare in silenzio invece di fare rumore. Ho iniziato a sedermi accanto a un tipo di persone diverse, molto aperte, che non cercavano di essere cool.
Avevo un amico che lavorava con me da Rag & Bone e che faceva parte del tempio Hare Krishna. Era l’unica persona che conoscevo che mi sembrasse davvero pura: sorrideva, non si arrabbiava mai con nessuno. Aveva l’attitudine di un bambino, e questo per me era profondamente ispirante. Lo conoscevo da anni, ed è stato lui a introdurmi a quel mondo. Appena sono entrato nel tempio, tutti erano così. Puoi fare qualsiasi domanda, e nessuno ti giudicherà perché non sai qualcosa. Ho scoperto questa idea del “beginner’s mindset”: una mentalità aperta, da costante principiante. Le persone che incontravo in quegli spazi spirituali erano tutte persone con questa disposizione mentale, perché vivevano una spiritualità profonda in cui non sei tenuto ad avere tutte le risposte. Ti è permesso di non sapere. Per me, questa è stata una cosa davvero potente. In così tanti luoghi, tutti cercano di primeggiare, di avere ragione. Persino in un runclub a volte senti di dover apparire in un certo modo, o di doverti presentare in un certo modo. Lì, invece, potevi apparire esattamente come volevi. Non importava. E quella sensazione, per me, è stata molto importante. Quando percepisco quel tipo di apertura mentale, sto meglio.”


Minor Planet NY
“Tutto ciò che ho riversato nel brand nasce dal mio percorso personale. Come il viaggio di chiunque, anche il mio è stato tortuoso. Per certi versi ha molto senso, ma al suo interno esiste anche una grande dose di mistero. Le persone mi chiedono spesso come io sia arrivato a Minor Planet, e ogni volta devo rifletterci a fondo, perché ci sono stati molti momenti in cui ho cambiato direzione, avvicinandomi a ciò che questa comunità rappresenta davvero: ciò che rappresentano la running community, la comunità dello yoga e questo mondo. Mi sono mosso in quella direzione, ma per molto tempo non sono stato affatto quel tipo di persona. Ero quasi un altro individuo. Allo stesso tempo, però, la persona che sta parlando ora c’è sempre stata, in qualche luogo, dentro di me. Il modo in cui guardo al mio percorso è questo: dentro di me c’è sempre stata una natura autentica, il desiderio di essere sano, di essere riposato, di poter guardare qualcuno negli occhi con sicurezza. Ma quella voce interiore è rimasta silenziosa per moltissimo tempo, perché io facevo semplicemente ciò che facevano tutti gli altri. Nella mia vita c’erano moltissime strade che non riconoscevo. Pensavo che quello fosse semplicemente il modo in cui si viveva, finché non ho raggiunto un certo punto.
Mi sono avvicinato allo yoga e, alla fine, sono diventato insegnante. Avevo lasciato completamente alle spalle la moda. Non avevo più nulla a che fare con quel mondo. Pensavo che sarei diventato un istruttore di yoga e che mi sarei immerso profondamente nella vita spirituale. Ma, allo stesso tempo, ero sempre stato un atleta. Ero uno skateboarder, avevo giocato a calcio. L’idea di muovere il mio corpo e, allo stesso tempo, connettermi alla spiritualità mi sembrava perfetta. Questo è diventato una parte fondamentale di ciò che ho immaginato creando Minor Planet.
Quello che sto cercando di fare è costruire una visione di vita sana, di spiritualità, integrità e gentilezza, mantenendo però intatta la dimensione della subcultura. Si tratta di persone creative, con passati poliedrici, ma che sono buone persone e che cercano di agire nel modo giusto. Non volevo perdere l’immaginario delle subculture con cui sono cresciuto, né la musica che le ha plasmate. Perché se non ci sono la musica, l’arte, la creatività e i personaggi, le persone non entreranno davvero in connessione con uno stile di vita sano, che è la parte più importante. Essere una brava persona, essere gentile con te stesso e con gli altri: questo è l’obiettivo finale. La comunità della corsa, e più in generale il fitness, sono per me dei veicoli per arrivare a quell’obiettivo finale: diventare una buona persona. È lì che entra in gioco la spiritualità.”


Sport spirituali
“Posso dire di non aver mai inventato una singola cosa nella mia vita. Per me è sempre stato: vedo qualcuno che mi ispira, e allora voglio farlo anch’io. Voglio saperne di più. Voglio vivere anch’io quell’esperienza. Se è qualcosa che mi ispira, che mi accende. A un certo punto ho sentito questo slancio verso cose a cui, improvvisamente, ero diventato ricettivo. Probabilmente erano sempre state lì. Semplicemente non le avevo mai riconosciute, perché ero disallineato. Una volta riallineato, ho iniziato a notare. Altri skateboarder che non bevevano, o che mangiavano vegano. E volevo farne parte, perché risuonavano con me. Poi ho visto altri brand, come District Vision, e ho pensato che fosse interessante. Un’azienda sportiva, che parla anche di meditazione. Io ero già profondamente immerso nella meditazione. Il solo fatto di vedere un altro brand incorporare quella dimensione mi ha fatto pensare che là fuori esistessero altre persone come me.
Poi ho scoperto quest’uomo chiamato Sri Chinmoy, un guru indiano che viveva a New York, la cui intera religione era fondata sullo sport e sulla meditazione come cammino verso la salvezza. Utilizzava lo sport per sviluppare la concentrazione, nello stesso modo in cui lo yoga viene utilizzato per raggiungere la concentrazione necessaria ad arrivare alla meditazione. La sua comunità organizza una gara molto famosa qui a New York, chiamata Sri Chinmoy race. È una corsa di 3.000 miglia, ed è interamente incentrata sull’aspetto spirituale. Conoscere lui e leggere i libri che ha scritto è stato il punto da cui ho iniziato a sviluppare questo concetto di “Spiritual Sports”.
È quasi come diventare una nuova forma di monaco, una sorta di moderno monaco skater. Questo è diventato un costrutto attraverso cui volevo vivere la mia vita. E ancora oggi non voglio cambiarlo. Voglio continuare a costruire sempre di più attorno a questi valori. La vita quotidiana è dura. Non è sempre facile. Sgrido i miei figli. Non dovrei mangiare così tanti zuccheri. Non sono perfetto. Ma ho questa cornice, questo sentiero. E cerco di tornarci sempre. Con Minor Planet, ho un pozzo infinito di creatività che nasce proprio da quel sentiero.”


Più di una pratica fisica
“Credo che la corsa possa essere osservata da diverse angolature. L’aspetto performativo della corsa mi affascina. È così semplicemente bello il modo in cui ti permette di comprendere il progresso. Questo è il tuo tempo. Questo è il lavoro che hai fatto. Sei passato da qui a qui. È chiaro, diretto. A quel punto, non importa che aspetto hai, né quale sia il tuo genere. Non esiste giudizio sullo stile. Puoi scegliere di guardare alla corsa soltanto in questo modo.
Ma puoi anche compiere una scelta consapevole e osservarla in una dimensione più meditativa. Credo che entrambe le cose possano accadere nello stesso momento. Io ricado continuamente nel lato performativo. Sono sempre su Strava. Ma a volte devo spostarmi consapevolmente verso l’altro aspetto della pratica e condurre la mia personale ricerca. Come mi sento quando corro? Sono concentrato? Posso fare qualcosa di più per sentirmi allineato, a mio agio, autentico in ciò che sto facendo? A volte sono fuori asse, altre volte sono presente. Ma, alla fine, ciò che cerco davvero di mettere in pratica è questo, usare la corsa per essere, in un momento successivo, una persona più paziente, meno reattiva. Come qualcuno più capace di governare il proprio mondo interiore. Per me questo è l’aspetto più importante, perché dura più a lungo della corsa stessa. È quella la vera salute. Se non fai chiarezza con ciò che accade dentro di te, puoi correre quanto vuoi e comunque non essere sano. Puoi continuare a portarti addosso malattia e stress, se non utilizzi la pratica per regolare il tuo sistema nervoso e calmarti. Fallisco praticamente ogni giorno. Continuo a sbagliare. Ma ogni volta che riesco a prendere le decisioni giuste grazie a quella pratica, è una vittoria. È lì che vedo la corsa come una pratica spirituale: un modo per trascendere ciò che sei e ciò che ti circonda.”


Continuare a promuovere
“Per quanto riguarda il modo in cui vedo me stesso e Minor Planet inserirsi nel panorama del running moderno, è difficile definire una visione precisa. In un certo senso, procedo giorno per giorno. Tengo la testa bassa e cerco di fare il lavoro che sento più allineato possibile. Credo che l’estetica del mio brand rifletta questo. Non sono giovane, ho appena compiuto cinquant’anni, ma sento di essere a mio agio con chiunque. Sono sempre aperto a una conversazione.
Oggi ci sono molti brand che stanno entrando in questa mentalità, in cui movimento e meditazione diventano una filosofia centrale. Amo vedere tutto questo. Ovviamente, la narrazione e lo storytelling di ciascuno nasceranno dalla propria personalità, o dalla propria struttura aziendale. Per Minor Planet, possono esserci valori e convinzioni di fondo simili a quelli di alcuni di questi altri brand, ma verranno espressi in un modo diverso. Voglio rappresentare le cose che ho vissuto, le cose che considero belle, interessanti e forse significative anche per gli altri. Non voglio creare qualcosa che le persone abbiano già visto, o qualcosa che non porti con sé una storia. È per questo che la cultura skate, la meditazione, la filosofia yoga, l’arte dei graffiti, entrano nel mondo di Minor Planet.
When I think about the demographic of people who might buy the clothes, I’m not very strategic about it. I really just moved from inspiration. The aesthetic of the brand still seems to slip back into the era of something loose, flowy, relaxed, but also cool. Now we have this shop on the Lower East Side and it’s kind of funny, because I now occupy this small gallery-like space, with garments just thrown on the wall, in the same place I saw my favorite shops growing up. As Minor Planet grows, it will be interesting to see, through other opportunities, what it starts to look like.”

THE ONE | MADRID
La prima tappa europea del ‘The One’, viaggio plasmato da Jordan Brand e atto a cercare, su scala mondiale, il miglior giovane interprete dell’1contro1, ha messo in mostra il futuro che avanza a Madrid. Un avvenire spagnolo ritratto dalla lente di Sharon López e rappresentato dalle voci dei due vincitori dell’evento, capaci di accedere alla finale europea di Londra, giocando di fronte ad ospiti d’eccezione come Luka Dončić e Sergio Llull.
Le architetture del Pábellon Felipe Reyes racchiudono un cosmo cestistico a sé stante: una dimensione unica, dalle energie locali e internazionali, ispirata dal naturale intreccio tra l’immaginario contemporaneo di Jordan Brand, il futuro della pallacanestro di Madrid e, in senso più allargato, della Spagna tutta.
All’interno di questo distintivo playground, teatro tanto classico, quanto dal sapore di videogame, si susseguono per un’intera giornata conversazioni cestistiche. Sfide faccia a faccia tra 16 talenti maschili e altrettanti femminili, tutti prossimi alla maggiore età. Un solo obiettivo: raggiungere, gradino dopo gradino, possesso dopo possesso, la condizione di ‘The One’ di Spagna attraverso duelli serratissimi, ma radicati nel rispetto che solo l’asfalto sa infondere al Gioco.
Autentiche maree di maglie numero 77 ammirano suggestioni e ritmi profondamente personali, sospinti dalle signature shoes che, in quel 77, trovano piena concordanza: le Luka 5 e le Luka 77. Ad ipnotizzare ed elettrizzare l’eccitata folla, rintocchi di palloni, corpi che collidono alla ricerca del ferro, del fondo della retina. Fasci di luce che tagliano crossover. Personalità contro personalità, supportate da energie collettive. Pensieri che si fondono per poi divergere in step-back ed and-one urlati.
Tutto viene costruito nell’ombra e deciso sul campo, come continua a ricordare la più preziosa legacy di ‘His Airness’. E tutto sul campo è stato deciso, con Iván Rodríguez e Aina Hinojosa che, di fronte all’improvvisa apparizione di un mago assoluto del Gioco, nonché della materia specifica del 1to1, come Luka Dončić, e di un loro nobile rettore, come Sergio Llull, si sono fatti largo verso il ticket che li porterà alle finali europee in quel di Londra, dove rappresenteranno Madrid e l’intero movimento spagnolo insieme ai secondi classificati.
El elegido. La elegida. El único. La única. In Spagna, il concetto di ‘The One’ si declina in modi differenti, trovando significati altrettanto distinti tra loro, eppure affini nel loro senso ultimo. Un senso che ci siamo fatti raccontare direttamente dai due vincitori della competizione: testimonianze accompagnate da un esclusivo flusso fotografico composto da Sharon López.
This editorial feature is part of a broader storytelling series that will follow every European chapter of ‘The One.’





Cosa ti ha fatto innamorare della pallacanestro? E quali emozioni ti regala oggi questo Gioco?
Iván Rodríguez: “La pallacanestro fa parte della mia vita da sempre. Sono cresciuto con questo sport: i miei genitori l’hanno trasmesso a me e mio fratello fin da piccoli e, in qualche modo, sono finito per esserne inevitabilmente attratto. Oggi, non riuscirei ad immaginare la mia vita senza basket. Se non mi allenassi ogni pomeriggio, sinceramente, mi sentirei perso. Posso solo essere profondamente grato ai miei genitori e a tutte le persone che mi hanno aiutato lungo il percorso. Il basket mi sta regalando esperienze uniche, come questa…”
Aina Hinojosa: “Anch’io ho iniziato molto presto, grazie a mio padre, che era allenatore. Ho sempre preso questo sport molto sul serio e credo che proprio questo tipo di dedizione mi abbia permesso di vivere momenti come il ‘The One’. Sono felicissima. Ho lavorato duramente per arrivare fin qui e condividere un’esperienza del genere con personalità che, fino a poco tempo fa, osservavo dagli spalti è qualcosa di speciale.”
Come vivi l’uno contro uno? Quali sono i segreti per controllare e dominare questa disciplina?
Aina Hinojosa: “L’uno contro uno è una forma di dialogo. Se il tuo avversario segna una tripla, la prima cosa che fai è cercare una risposta. È una formula complicata perché puoi trovarti avanti di cinque punti e, un attimo dopo, essere sotto. Devi restare lucida, sapere sempre cosa vuoi fare, conoscere a fondo i tuoi punti di forza e continuare a fare affidamento su di essi. Io cerco sempre di costruirmi spazio per il tiro da fuori. È una soluzione meno comune, difesa in modo diverso, e spesso riesce a sorprendere chi ho di fronte. Finora, e in particolar modo oggi, mi ha dato ottimi risultati.”
Iván Rodríguez: “In senso competitivo, il dialogo dell’uno contro uno deve essere ‘ruvido’, ‘duro’. Devi mettere pressione all’avversario, altrimenti non riuscirai mai a crearti un vantaggio. Bisogna saper leggere la partita: capire quando è stanco chi ti trovi di fronte, quando lo sei tu e quando è il momento di chiamare un timeout. Durante questo torneo mi è persino capitato di dire al mio avversario: “Per favore, chiama un timeout, sono distrutto”. A Londra, però, credo sarà tutta un’altra storia. A dire il vero, questa è la prima vera competizione di uno contro uno che affronto al di fuori degli allenamenti. E sono il primo a sorprendermi di come sia andata. Negli anni ho migliorato molto la difesa, ma mi sono affidato soprattutto al tiro da tre, cosa che amo maggiormente fare in campo. Quando il tiro non entrava, cercavo di sfruttare il mio fisico per attaccare il ferro.”





Avete vinto davanti a Luka Dončić, uno dei volti simbolo di Jordan Brand e della pallacanestro globale contemporanea. Al suo fianco, una leggenda del basket europeo e di Madrid come Sergio Llull. Che esperienza è stata?
Iván Rodríguez: “Incredibile, davvero. Seguo il basket da sempre, soprattutto quello europeo. Sono cresciuto guardando Luka con la maglia del Real Madrid e Sergio Llull segnare tiri impossibili da distanze assurde. Ritrovarli lì, a guardare una mia partita, è stato come vivere un sogno. Non ti aspetti certo di avere a bordo campo una superstar NBA e una leggenda dell’Eurolega che ti osservano...”
Aina Hinojosa: “Per me è stato lo stesso. Da piccola, mio padre mi portava spesso alle partite. Ho passato anni a guardare giocatori come loro, a chiedere fotografie, perfino a portare cartelloni con scritte sugli spalti, sperando di attirare la loro attenzione. Vederli davanti a me, mentre mi guardavano giocare, è qualcosa che mai avrei immaginato di vivere. Mi sono sentita immensamente grata.”
If you had the opportunity, what aspects of Luka’s would you steal and bring with you to London?
Aina Hinojosa: “La sua capacità di segnare. Soprattutto, il modo in cui fa andare via la palla da dietro la linea dei tre punti con naturalezza. Riesce a crearsi spazio con facilità, fa sembrare tutto semplice e mantiene sempre una calma impressionante. Mi piacerebbe avere quella fiducia, quella serenità…”
Iván Rodríguez: “La sua capacità di controllare il ritmo della partita. Tornei come questo ti fanno capire quanto sia importante sapere quando risparmiare energie. Luka riesce a dominare ogni partita giocando sempre al proprio ritmo.”




Come ci si sente a essere diventati eroi locali? Oltre alle luci della ribalta, quanto lavoro nell’ombra è stato necessario per arrivare fino a questo risultato?
Aina Hinojosa: “Ad essere sincera, sono ancora sorpresa. Sono sempre stata più piccola delle altre e spesso in svantaggio dal punto di vista fisico, quindi ho dovuto lavorare tantissimo sugli aspetti tecnici del mio gioco. Nel basket femminile europeo l’uno contro uno non viene valorizzato quanto negli Stati Uniti, perciò ho deciso di dedicare molta attenzione proprio a questo tipo di situazione. Vedere oggi i risultati è una soddisfazione enorme. Eppure, a metà torneo, ero convinta che sarei stata eliminata.”
Iván Rodríguez: “Il vero lavoro è iniziato anni fa. Ho sempre giocato in squadre dov’erano presenti compagni più forti di me. Quando capitava che fossi il migliore, mi sono sempre assunto le mie responsabilità, ma nella maggior parte dei casi ho dovuto confrontarmi con giocatori di altissimo livello. So di non essere il migliore in assoluto, ma mai ho smesso di cercare di lasciare il mio segno. E di aiutare la squadra. Se è qualcun altro a brillare, faccio tutto il possibile perché possa brillare ancora di più.”
Ad Athleta Mag crediamo che ogni sport sia una forma d’arte. Per voi, il basket è una corrente artistica a sé stante?
Iván Rodríguez: “Assolutamente sì. Ciò che rende l’arte così potente è la sua capacità di emozionare, ispirare e unire le persone. Il basket fa esattamente questo. Ovunque tu vada, a prescindere dal Paese o dai giocatori in campo, riesce a radunare migliaia di persone e a spingere le nuove generazioni a prendere un pallone in mano e giocare. È qualcosa di davvero speciale.”
Aina Hinojosa: “Sono completamente d’accordo. Ogni giocatore lascia la propria firma sul campo. Ognuno ha uno stile diverso e le persone finiscono per riconoscersi proprio in quelle differenze. Inoltre, il basket è arte perché suscita emozioni. Può regalarti gioia, tristezza, entusiasmo, passione. Ti coinvolge profondamente e, spesso, diventa una parte fondamentale della tua vita.”




Che cosa significa essere il ‘The One’ di Madrid? E cosa servirà per diventare il ‘The One On Anyone’ anche a Londra e, chissà, sul palcoscenico globale?
Iván Rodríguez: “La fiducia è tutto. Sapere che ci sono persone che credono in te e ti sostengono ti dà una forza enorme. Devi conoscere il tuo gioco, sapere quali sono i tuoi punti di forza e sfruttarli al massimo, perché queste sono partite brevi e intensissime, in cui ogni possesso può fare la differenza. Ad essere sincero, mi sembra ancora irreale. A volte ripenso a ciò che è successo e faccio fatica a crederci. Sono semplicemente felicissimo, voglio godermi ogni istante di quest’avventura.”
Aina Hinojosa: “Sono entusiasta. Non capita tutti i giorni di conquistare un pass per Londra o di giocare sotto gli occhi di Luka Dončić. Per riuscire a fare bene nella finale europea serviranno le stesse cose che mi hanno portata fino a qui: passione, consapevolezza dei propri punti di forza, capacità di leggere la difesa e, soprattutto, controllo del ritmo e della respirazione. Nell’uno contro uno tutto accade molto velocemente e ci sono stati momenti in cui ero nervosa. Sapere quando fermarsi, quando chiamare un timeout… In generale, conoscere sé stessi è fondamentale.”




A new summer chapter - K-WAY & Wakeparadise
Sulle rive dell’Idroscalo di Milano, K-WAY e Wakeparadise hanno inaugurato una partnership triennale con un evento celebrativo che mette in discussione i confini della semplice collaborazione per configurarsi come incontro e valorizzazione tra due culture sportive legate all’acqua
Da una parte, un brand che da oltre sessant’anni ha trasformato la protezione dagli elementi acquatici in una dichiarazione di libertà; dall’altra, una realtà capace di restituire all’acqua una presenza concreta nel tessuto urbano, facendone luogo di movimento, espressione e community. L’evento che ha inaugurato la partnership tra K-WAY e Wakeparadise Milano di giovedì 18 Giugno ha dato forma visibile a questa consonanza: un pomeriggio di esperienze tra surf e wakeboard, seguito da un tramonto scandito da musica, amicizia e dalla prospettiva di nuovo orizzonte condiviso.
In una città come Milano, governata dalla velocità e da principi produttivi, Wakeparadise raffigura uno spazio antitetico all’interno del perimetro quotidiano, un altrove: un luogo in cui l’asfalto si interrompe e lascia spazio alla natura e all’acqua, restituendo tempo al movimento senza dover raggiungere una destinazione remota, ma rendendolo esperienza accessibile, persino ordinaria. L’evento che ha celebrato la partnership triennale con K-WAY ha voluto esaltare proprio la possibilità di raggiungere, a pochi passi dal centro, una realtà d’eccellenza per i watersports in Italia e contemporaneamente un oasi di pace e divertimento.
È proprio in questa capacità di trasformare l’elemento acquatico in divertimento e possibilità che le identità di K-Way e Wakeparadise trovano il loro punto di contatto più autentico. K-Way nasce dall’intuizione tanto semplice quanto radicale di liberare le persone dell'ostacolo rappresentato dalla pioggia, dando loro la possibilità di continuare a muoversi. Wakeparadise traduce la medesima filosofia in una grammatica sportiva: qui l’acqua diventa materia da interpretare e affrontare, superficie sulla quale il gesto atletico incontra la cifra artistica personale. Valori che sono stati promossi in una giornata che ha permesso a locals e amici di entrare direttamente in questa dimensione acquatica, sperimentando surf e wakeboard prima che il park si trasformasse progressivamente in un vero e proprio spazio di festa, nel quale connessione sportiva e sociale hanno cessato di essere momenti distinti.
Questa collaborazione inaugura inoltre un nuovo capitolo estivo nell’immaginario di K-WAY. Dopo aver abitato a lungo la pioggia e le stagioni in cui la protezione si manifesta nella sua forma più evidente, il brand rivolge ora il suo sguardo al sole e al mare, ampliamento naturale della ‘Stay Wet Identity’ in cui protezione diventa sinonimo di libertà di movimento, per vivere pienamente anche i mesi più caldi. Ciò che resta di questa comunione di intenti è l’idea che basti raggiungere l’Idroscalo, salire su una tavola o osservare un tramonto in compagnia per scoprire una Milano diversa, pronta a godersi l’estate.

















Esplorare il mondo attraverso lo sport - Martino Cortigiani
La bicicletta, per Martino Cortigiani, non è mai stata soltanto un mezzo con cui spostarsi tra le colline toscane. Prima ancora di diventare soggetto fotografico, è stata una forma di appartenenza: un modo familiare e culturale di attraversare il paesaggio e di esplorare il mondo
In Canada, dove le strade sembrano spesso disegnate per seguire i ritmi della natura, la sua passione per lo sport e per gli spazi naturali si è unita attraverso la ricerca fotografica quasi innatamente, iniziando a costruire la propria personale sensibilità visiva.
È tra questi due poli — la Toscana come origine e il Canada come rivelazione — che prende forma il suo modo di fotografare. Un’estetica fondata sull’osservazione, sul corpo in movimento e sulla presenza costante di un sottofondo naturale. Nei suoi scatti, lo sport praticato all’aria aperta non è solo gesto atletico, diventa una relazione tra un corpo che si muove e lo spazio che lo accoglie.
In questa conversazione, abbiamo ripercorso le strade intraprese da questo giovane fotografo toscano, una formazione estetica fatta di bici, boschi, infanzia, viaggi e sport, solamente alla linea di partenza nel mondo della fotografia contemporanea.







Da Firenze a Vancouver, e ritorno
“Tutto è partito da un viaggio studio. Ero piuttosto giovane, e durante il quarto anno di liceo, ho trascorso un semestre in Canada, a Vancouver. Ho vissuto lì da solo per sei mesi, frequentando una scuola e confrontandomi con il sistema sportivo canadese e americano, quello che un po’ tutti immaginiamo: un contesto in cui lo sport ha un’importanza enorme. Io arrivavo già da un passato sportivo e agonistico qui a Firenze. Ho sempre fatto sport: dieci anni di atletica, poi ho iniziato con il triathlon, successivamente mi sono dedicato al rugby. Mentre la bicicletta è sempre stata presente nella mia vita, anche perché in famiglia siamo sempre andati tutti in bici.
Verso la fine di quel viaggio ho frequentato a scuola un laboratorio fotografico, principalmente analogico. Non era un’esperienza legata al semplice uscire e scattare in digitale, ma un laboratorio lento, paziente, fatto soprattutto di esercizi visivi più che di scatti in sé. La mia attività quotidiana, in quel periodo, era camminare per Vancouver: una città immersa nel verde, quasi una macchina bianca dentro le foreste. Camminavo e osservavo. La mia attività principale era proprio l’osservazione. Questa cosa mi permetteva di rimanere fuori casa, di stare da solo nella natura. Quelle giornate mi hanno aiutato anche a capire meglio me stesso: come mi comportavo, quali relazioni creavo, come stavo dentro un luogo.
Poi c’era il legame con la natura. Prima di tornare, mio padre e mio fratello mi hanno raggiunto in Canada e abbiamo fatto un mese di viaggio in bicicletta in British Columbia, solo con bici e tenda. Da quel momento, qualsiasi cosa io faccia a livello di lavoro, visione o ispirazione, torno sempre al Canada. Paradossalmente è sempre presente, anche quando non lo nomino. È lì. Durante quel viaggio eravamo completamente immersi nel verde, in una palette di colori costante: verde, cielo azzurro, ghiacciai. E poi non c’era nessuno. C’era un silenzio estremo.
Alla fine di quell’esperienza, tornando in Italia, ho sentito fisicamente una forma di autonomia totale. Credo sia stato quello a permettermi di andare abbastanza a colpo sicuro verso la fotografia. Io mi sono diplomato come geometra, quindi venivo da tutt’altro percorso. Ma uscito dalla scuola per geometri ho capito che la fotografia era quello che volevo fare. Come ispirazione costante ho sempre avuto mio nonno, che non ha mai fatto il fotografo di professione, ma è sempre stato appassionato di fotografia di viaggio e reportage. Ha viaggiato molto nel mondo, scattando anche fotografie molto belle. Lui è stato una spinta importante.”
Corpo e natura
“Ho iniziato a studiare fotografia. Ho fatto un anno alla Fondazione Studio Marangoni, a Firenze, e finito il corso, la prima esperienza che ho avuto è stata in un’agenzia di fotogiornalismo. È stata un’esperienza che mi ha fatto capire come ci si muove nel mondo del lavoro, più ancora che nel mondo fotografico. Allo stesso tempo, mi ha fatto capire che quella non era la mia strada. Non era quello che mi aspettavo.
Io volevo andare più a fondo nell’esplorazione fotografica. Ho un quaderno che chiamo il “quaderno delle attrazioni fotografiche”. È pieno di nomi: fotografi, artisti, grafici, magazine, brand e tutto ciò che mi ispira, che mi piace e con cui sogno un giorno di collaborare. Per continuare a credere e restare curioso, ho capito — anche durante il periodo in Canada — che il segreto è circondarsi sempre di persone nuove, così da avere visioni diverse e obiettivi sempre nuovi. Non a caso, oggi mi sto concentrando sull’esplorazione del corpo in movimento attraverso una visione ricercata, nuova, cercando sempre di unire lo spazio, il corpo che lo occupa e la natura. Perché la natura, nelle fotografie che faccio, per me deve esserci sempre. È importantissimo che ci sia questa presenza. La mia ricerca è un’esplorazione tra corpo e natura. Anche quando si tratta di fotografie di ciclismo, corsa, moda o altro, c’è sempre un dialogo costante tra un corpo e lo spazio che viene occupato. Ed è proprio questa la cosa che accomuna un po’ tutti i miei progetti.”




Outdoor Sports
“La maggior parte degli sport che fotografo li tratto probabilmente perché li sento molto vicini alla mia esperienza, o comunque più vicini rispetto ad altri. Sono sport che ho provato fisicamente anch’io. Mi piace molto far percepire la fatica, farla vedere. Quando fotografo, mi sembra quasi di tornare in bicicletta o di tornare a correre. Sento sensazioni simili: lo stress, la velocità, la fatica. Paradossalmente, anche quando fotografo, i tempi sono sempre molto stretti. Bisogna correre, non c’è tempo. Il ciclista passa in un nanosecondo: o lo prendi, o non lo prendi. Per me questa cosa dell’andare veloce è qualcosa che mi fa stare bene. Preferisco muovermi rapidamente, sono una persona abbastanza irruente, esplosiva. Preferisco non fermarmi: scattare, vedere passare il ciclista, rimontare in macchina, riguardare la foto. Alla fine sto notando che questo metodo di lavoro funziona. Ottengo risultati che piacciono a me e piacciono anche alle persone per cui lavoro.
Penso anche che il ciclismo e il trail running, a differenza di altri sport, essendo discipline all’aperto, offrano una varietà di immagini molto più ampia rispetto a uno sport indoor. Per me è molto importante il contesto, la natura, il paesaggio. Ho scoperto che è un po’ come avere uno sfondo da studio che cambia continuamente colore. Dietro c’è sempre qualcosa di diverso. Questo ti permette, in una sola situazione, di ottenere una varietà di immagini estremamente ampia.
Soprattutto nel ciclismo. ché è il mondo che frequento di più, c’è tutta la parte del prima e del dopo. È una dimensione che mi interessa molto. Mi piace vedere il ciclista esausto. Mi interessa raccontare non solo il ciclista che pedala, ma la goccia di sudore, il sangue di una ferita, quei dettagli che evidenziano certe sfumature dello sport. La signora che si affaccia dalla finestra e urla quando passa il Giro, il signore che mangia il panino e si sporca con il sugo. Sono immagini che mi riportano indietro, alla mia infanzia, banalmente alle sagre, alle persone che raggiungono gli eventi in bicicletta. È un po’ come se, nel gruppo dei ciclisti che seguo, vedessi anche me stesso che vuole raggiungere un paese vicino.”
Una sensibilità diversa
“Oggi i miei due lavori sono principalmente il fotografo e l’educatore con i bambini. Lavoro con un’associazione vicino Firenze che si occupa di laboratori per bambini delle elementari e delle medie. Io lavoro soprattutto con i bambini delle elementari e i laboratori che conduco si svolgono esclusivamente in contesti naturali. Attraverso il contatto tra i bambini, la natura, il rapporto tra me, loro e l’ambiente, credo di aver sviluppato una diversa forma di sensibilità. Sicuramente questa esperienza è stata una delle principali fonti di ispirazione. Il mio progetto editoriale per la Marangoni, infatti, è nato proprio all’interno di un laboratorio con i bambini. Io lavoravo come educatore e, allo stesso tempo, fotografavo. Ho concluso sia il laboratorio con loro sia il mio anno alla Marangoni realizzando il mio primo progetto fotografico, che raccontava proprio questi bambini mentre vagavano nel bosco come se fossero un po’ ciclisti che seguono una strada. Raccoglievano pezzetti di legno che per loro diventavano una spada, una bandiera, oggetti trasformati da quello sguardo creativo che solo i bambini possono avere.
Anche io, in fondo, mi sento ancora bambino dentro. Quando vado fuori per lavoro, durante eventi sportivi, quando seguo team o atleti professionisti, mi sento piccolo in mezzo a loro. Ripensando al modo in cui lavoro con i bambini, credo di avere un approccio molto naturale, senza sforzo. Mi sento vicino a loro e per questo la combinazione tra fotografia ed educazione è stata vincente: sono due mondi molto più connessi di quanto possa sembrare. Anche a livello estetico. Per esempio, rispetto alla strada più semplice, i bambini scelgono quasi sempre quella più difficile. Questo ti costringe a trovare punti di vista e angolazioni diverse, cosa che faccio anche quando scatto gare di ciclismo. Io non sono uno che programma tutto. È lo stesso approccio che uso, e che usavo, con i bambini.”





Una continua ricerca estetica
“Per me è molto importante riuscire a trasmettere a chi guarda le mie immagini la fatica, la gioia, il dolore, le sensazioni che ho vissuto io come fotografo in quel momento, e che allo stesso tempo ha vissuto l’atleta compiendo quel gesto. Però forse, anche quando si tratta di fotografie che devono raccontare un evento sportivo o uno sforzo fisico, la cosa che cerco di più è l’estetica dell’immagine. Per me, quando arrivo alla post-produzione, inizia il momento più divertente, quello in cui mi sento davvero dentro la fotografia. Riprendere un’immagine, fare un crop su un dettaglio, trovare il colore giusto, quello che più mi trasmette un determinato mood: è lì che sento di esprimere davvero il mio sguardo.
Oggi, soprattutto nel ciclismo, mi interessa molto l’immagine estetica, anche quando non racconta in modo diretto cosa sta succedendo. Penso, ad esempio, alla silhouette dei ciclisti in fila, tutti allineati, magari scuri, quasi bui, senza che si capisca nemmeno di che squadra siano. Ma non è importante. E’ più importante il frame in cui il ciclista è in basso a sinistra e sopra c’è un cielo immenso. È quella sensazione che arriva. Per me è un po’ come se fosse un quadro, un dipinto. Non è semplice stare al passo, trovare qualcosa che non faccia già qualcun altro, perché oggi paradossalmente tutti possono fare qualunque cosa. Tutti possono scattare una fotografia, tutti possono produrre immagini. Però secondo me la differenza sta nelle sensazioni che provi mentre fai le cose. Quella è la parte che non ti accomuna a nessuno. È tutta una questione di sguardo, di cosa vedo. Che siano immagini di ciclismo, di danza o di qualsiasi altro contesto.
Mio padre fa il tree climber, quindi arrampica sugli alberi con le corde, e ho realizzato un lavoro su di lui e su un gruppo di ragazzi che lavorano appunto sugli alberi. Anche fotografando loro, per me i colori delle corde, dei moschettoni attaccati all’imbrago, avevano una potenzialità estetica. Gli alberi sono una costante nella mia vita. Quando vado in giro ne sono ossessionato, soprattutto dalle forme. Probabilmente li associo anche al corpo, a un corpo che assume forme particolari. Fin da piccolo, anche attraverso il lavoro di mio padre, sono sempre stato vicino agli alberi, da prospettive diverse. Poi c’è un concetto che mio padre mi ha sempre ripetuto: l’albero è l’unico essere vivente che nasce, vive e muore nello stesso luogo. Non è un concetto banale. Per questo l’albero è una figura abbastanza importante per me.”





Viaggiare attraverso lo sport
“Ad oggi ho fotografato principalmente ciclismo, ma in questo momento sarei felicissimo di fotografare qualunque sport. Ogni sport esiste dentro un suo cosmo preciso, e questo ti dà la possibilità di raccontarlo in un luogo specifico: che sia al chiuso, all’aperto, in mare, nel deserto, in montagna, in un circuito. Il sogno che ho è un po’ quello che sto vivendo adesso: viaggiare grazie allo sport. Sono molto felice di avere la possibilità di seguire un team al Giro d’Italia quest’anno, anche perché il Giro, tappa dopo tappa, attraversa sempre luoghi diversi. Parti da un posto e arrivi in un altro, poi riparti ancora, dal mare arrivi in montagna. Avere questa varietà mi piace molto, perché per me è importante cambiare continuamente, avere stimoli diversi, fare nuove esperienze ogni giorno. Credo che questa sia una cosa fondamentale.
In futuro, però, non mi vedo necessariamente in Italia come realtà lavorativa. Non solo per una questione professionale, ma anche perché, andando in altri luoghi, legati al ciclismo o meno, sento che ci sono più stimoli, più occasioni, più incontri. Soprattutto per i ragazzi giovani come me, che cercano sempre cose nuove.”




Your sea away from sea - Riccardo de Tollis
Il legame tra K-WAY e l’elemento acquatico si rinnova e si fortifica attraverso la partnership triennale con Wakeparadise, realtà che negli ultimi anni ha saputo trasformare l’Idroscalo milanese in uno dei luoghi più riconosciuti e apprezzati del watersport italiano. Uno spazio dedicato alla pratica sportiva e una community capace di far convivere performance e benessere. In questo scenario, il wakeboard ha trovato una casa e una traiettoria di crescita, che abbiamo esplorato grazie alla testimonianza di Riccardo de Tollis, massimo esponente della scena wake italiana e figura centrale nello sviluppo di questo movimento
È proprio questa sinergia tra città e acqua, infrastrutture urbane e libertà del movimento, a rendere “Your sea away from sea” un claim particolarmente significativo per celebrare l'unione tra K-WAY e Wakeparadise. In una città dai ritmi produttivi come Milano, Wakeparadise rappresenta una dimensione parallela, quasi sospesa, dove l’energia metropolitana si traduce in gesto atletico e appartenenza. A pochi minuti dal centro, l'idroscalo simboleggia un piccolo angolo di paradiso in cui amanti degli sport acquatici e atleti distanti dalle onde marine hanno la possibilità di entrare in contatto con l 'acqua e la tavola, in una realtà che nel tempo ha contribuito a definire il significato del wakeboard in Italia.
Disciplina ancora in rampa di lancio, ma capace di attrarre un pubblico sempre più ampio, il wakeboard nasce come sport da tavola, e diventa cultura…fatta di stile, tecnica e forma espressiva. Come ci ha spiegato Riccardo de Tollis, ogni trick porta con sé una componente individuale, quasi autoriale, elevando questa disciplina a forma d’arte in cui la tavola diventa estensione del proprio corpo e strumento attraverso il quale esprimere la propria creatività. Nato a Milano, Riccardo ha costruito il suo percorso proprio a partire da Wakeparadise, diventato famiglia e seconda casa, per arrivare a competere nei massimi palcoscenici internazionali. Una traiettoria di vita, la sua, che racconta non solo l’evoluzione di un atleta, ma quella di un’intera disciplina.
Nelle sue parole, il wakeboard emerge come un momento di libertà e benessere, ma anche come progetto di vita in cui la crescita individuale coincide con quella della community. È in questo processo di crescita che la collaborazione tra K-WAY e Wakeparadise assume un valore più profondo di una semplice partnership: quello di un’alleanza tra due immaginari legati all’acqua e al movimento. Un percorso che guarda al futuro del wakeboard in Italia e alla sua capacità di diventare sempre più rilevante.





Sei nato a Milano, una città apparentemente distante dall’immaginario degli sport acquatici. Come e quando è entrato il wakeboard nella tua vita e quali emozioni te ne hanno fatto innamorare?
“La città in cui sono nato offre sicuramente moltissime opportunità e possibilità, ma resta una città lontana dal mondo dei watersport. Il wakeboard, infatti, non è una disciplina che ho incrociato subito nella mia vita. Da bambino ho praticato tutti gli sport più classici: calcio, basket… Ogni disciplina suggerita dai miei genitori. La passione per il wakeboard è nata, prima di tutto, dalla passione per il surf, che ho sempre visto come lo sport madre di tutti gli sport da tavola, specialmente quelli acquatici. Ho provato per la prima volta durante una vacanza, quando avevo undici anni: tornato a casa avevo già deciso che sarebbe diventato il mio sport.
Non avendo la possibilità di praticare surf a Milano, e considerando che i miei genitori lavoravano e non potevano portarmi in giro con grande frequenza, dopo essersi informata, mia madre ha scoperto Wakeparadise: un posto che, all’epoca, non era conosciuto. Essenzialmente, mia madre non aveva ben presente cosa stessi andando a fare: sapeva di uno sport con una tavola sull’acqua, all’Idroscalo. Ci era andato il fratello maggiore di un mio amico delle elementari, così siamo andati a vedere. Ho trascorso un’intera giornata e, come prima esperienza, ho preso dei bei ‘schiaffi’ in acqua. Al contempo, però, ho percepito subito un’energia particolare. Da quel momento ho iniziato a frequentare l’Idroscalo con continuità, vivendolo sempre più come una dimensione parallela a Milano: un mondo diverso. La possibilità di studiare, chiudere il computer e ritrovarmi a mezz’ora da casa immerso nella natura, a fare sport in acqua, a vedere tramonti stupendi, concludendo una giornata dopo vari impegni, mi ha sempre dato un profondo senso di gratitudine verso la vita e verso il benessere che lo sport può generare.
In quegli anni, quando dicevo che facevo wakeboard, la gente non sapeva di cosa stessi parlando. Oggi, invece, quasi tutti conoscono la disciplina. Questo sport sta crescendo molto e vediamo crescere sempre più anche il movimento e la community che lo circondano: un aspetto su cui voglio focalizzarmi nei prossimi anni è proprio il comunicare questo sport e contribuire a renderlo sempre più noto. Nel tempo, il wake è diventato una realtà sempre più in voga, anche grazie al fascino sprigionato dagli sport da tavola, in costante ascesa. Sto veramente notando una grande differenza rispetto a quando ho iniziato. All’epoca, questo sport era una realtà di nicchia. E per molti aspetti, sia chiaro, lo resta tuttora. Un tempo, però, eravamo pochissimi in Italia a praticarlo: proprio per questo sono stato subito inserito nella Nazionale, cominciando a gareggiare a livello internazionale, tra Europei e Mondiali, fin da quando avevo tredici anni. Ora è diverso, tantissimi giovani praticano wake. In particolare, con Wakeparadise vantiamo un team di quindici giovani rider, con cui partecipiamo anche al circuito di gare italiano. È bello vedere come sia evoluto questo sport, così come la passione di questi giovani praticanti, che offrono sicuramente uno sguardo sul futuro e che, a loro volta, contribuiranno a farlo crescere ancora.”




Come hai raccontato, hai iniziato a gareggiare da giovanissimo, fino ad arrivare a vincere più volte i Campionati Italiani Assoluti di Cable Wakeboarding. In tutti questi anni di allenamenti e uscite in wakeboard, come hai sentito evolvere il tuo rapporto con la tavola, con la disciplina e con l’elemento acquatico?
“Da ragazzino si è creato subito un legame molto forte. Quando ho provato a surfare in Grecia, in uno spot super casuale, ho sentito un richiamo verso l’acqua, verso la tavola… Verso il legame con la natura. È un sentimento umano: qualcosa che si percepisce nel profondo, quando sei immerso in acqua.
A tredici anni ho partecipato ai miei primi Europei. Ci siamo presentati con una squadra formata proprio quell’anno. Mi avevano coinvolto come ragazzino promettente, senza che avessi alcun particolare livello tecnico, anche perché, in quel momento storico, nessuno aveva davvero un livello tecnico notevole, nemmeno i più maturi… Ci siamo presentati a quell’Europeo senza poter essere competitivi, al di fuori dell’allenatore della nazionale, Alberto Della Beffa, che ha partecipato in prima persona a quell’edizione. Alberto ha iniziato a praticare questo sport nel 2001, quando è stato costruito l’impianto di cable wakeboard. Grazie a lui e a Wakeparadise ho potuto assistere a quanto, anno dopo anno, Europeo dopo Europeo, Mondiale dopo Mondiale, siamo cresciuti… Fino ad arrivare all'Europeo del 2018, disputato proprio nella struttura WakeParadise, in casa, dove ho gareggiato sia nella categoria Juniores che in quella Open. Fino a quel momento, non avevo ottenuto risultati internazionali, ma in quella gara si sono allineate diverse cose. A livello di consapevolezza, sapevo che potevo fare qualcosa di speciale. Inoltre, c’era l’energia legata al fatto di disputare un Europeo in casa: una situazione non semplice da gestire, ma che mi ha dato una spinta assurda. Hit dopo hit, tutto è andato sempre meglio, fino ad arrivare alla vittoria. Sono stato il primo italiano a vincerlo nella categoria Junior e, nella categoria Open, sono riuscito a salire sul podio, arrivando terzo: anche in questo caso, nessun italiano aveva raggiunto un risultato del genere prima di me... Da quel momento, è come se ci fosse stato un click. Ho sentito di poter essere competitivo a qualsiasi livello. Per quanto fossimo lontani da altre nazioni, almeno alle origini, siamo riusciti poi a raggiungerle. E sono fiero che la mia crescita personale abbia contribuito, nel suo piccolo, anche a far crescere il livello di questo sport in Italia. Quei successi hanno dato una scossa a tutti noi: ci hanno fatto iniziare ad affrontare ogni sfida, che fosse partecipare ad un contest o girare un video, con la consapevolezza di poter competere con tutta la community mondiale del wakeboard.
In quegli anni, c’è stato uno switch molto forte, sia a livello di più ampia consapevolezza, che nel tipo di sensazioni che provavo sulla tavola. È stato un processo che mi ha portato a passare da una mentalità del tipo ‘entro in acqua e mi alleno per migliorare quel trick’, a una dimensione più profonda, legata a come ‘fare’ un determinato trick, al renderlo ‘stiloso’, personale, mio. E questo conta tantissimo. Conta migliorare i trick, farli tuoi attraverso la ripetizione: non solamente con l’obiettivo finale della gara. Quei due podi mi hanno fatto capire che stavo andando bene in quel momento perché me la stavo godendo, perché mi stavo divertendo. E ho continuato ad approcciare il wake allo stesso modo: divertirmi ed essere me stesso al cento per cento. È ciò che faccio ancora oggi quando mi alleno. Finisco di lavorare, raggiungo Wakeparadise, prendo la tavola e mi sento libero da tutti i pensieri: è come se fossi attraversato da un’energia che solo la natura, l’acqua e lo sport riescono a darmi.”




At Athleta Magazine, we think of sports as artistic and cultural forms. In your Instagram bio, we find the definition “Water Dancer.” Have you ever thought of wakeboarding as an art form and of yourself as an artist?
“Assolutamente sì. Penso che ognuno abbia la propria personalità sulla tavola, ed è proprio questo a rendere tutto più bello, più unico. Lo stesso movimento può essere eseguito in modi molto diversi… Ed è ciò che rende questo sport differente dagli sport più tradizionali, come la corsa o lo sci, dove c’è un cronometro e vince, semplicemente, chi arriva primo. Nel nostro sport, alcuni punteggi finiscono per essere molto ravvicinati, ed entra inevitabilmente in gioco l’interpretazione personale del giudice. Per quanto si cerchi di rendere tutto il più meritocratico possibile, è l’esecuzione di ciò che fai, il modo in cui riesci a renderlo artistico e fluido, a fare la vera differenza. Conta la capacità di unire una serie di trick che funzionino bene insieme, armoniosamente.
Quando vedi un rider che riesce a far sembrare semplici le cose più difficili, allora capisci che è veramente forte. Molto nasce dal rapporto che sviluppi con la tavola. Io, negli anni, ho sentito questo legame come se fosse una vera relazione. Detto così può quasi far sorridere, ma è come se la tavola diventasse sempre di più un’estensione del corpo, qualcosa con cui acquisisci, sempre più progressivamente, sensibilità. È un po’ come quando impari ad andare in bicicletta: più crescono il controllo e la confidenza, più aumentano anche le possibilità di esprimerti in maniera personale. Per un artista può esserci il pennello, per noi c’è la tavola. Così si origina il lato più creativo del wake.
Ora, quando metto la tavola sotto i piedi, mi sento bene sia con me stesso, che con la community con cui condivido quel momento: con le persone che si allenano in acqua con me, ma anche con quelle fuori dall’acqua, che ci caricano. Ogni volta che posso, cerco di creare un senso di gruppo: una situazione in cui tutti possano sentirsi ispirati a creare, a svolgere al massimo la propria performance sportiva, ma anche a vivere fino in fondo quella sensazione di benessere fatta scaturire da un preciso istante. Mi riferisco a quel momento in cui giri, senti la tavola scivolare sull’acqua, chiudi un trick e ti senti pieno. O all’osservare un tramonto a fine giornata.”





Thanks to this sport, you’ve been able to travel and compete around the world, coming into contact with different athletes and cultures. How and to what extent has it broadened your perspective on sport and, more generally, on life?
“Sento di essere stato davvero fortunato. Avere la possibilità di viaggiare fin da ragazzo mi ha fatto capire, prima di tutto, quanto sia importante poter anche solo comunicare con le persone. Quando sono partito per la mia prima esperienza internazionale, un sogno che mi ricordo come se fosse ieri, ero in terza media e non parlavo inglese. Non sentivo la necessità d’impararlo, di fare fatica per apprenderlo. Quando sono tornato da quella trasferta, però, ho detto ai miei genitori che avrei voluto imparare quella lingua, chiedendo, e ottenendo, il loro supporto. Continuando a viaggiare, poi, ho sentito crescere dentro di me un’apertura mentale verso tutte le situazioni in cui mi sono trovato, verso le persone, verso mondi diversi. Lo sport, da questo punto di vista, ha una forza straordinaria, perché riesce a unire anche culture profondamente distanti tra loro. È un aspetto bellissimo del wake, che sento ancora oggi di voler vivere ed evolvere ulteriormente. Da questo punto di vista, non si finisce mai di imparare.”
You earned a Master’s degree in Management Engineering from the Politecnico di Milano, a program focused on project management, economics, strategy, and marketing. How do your academic skills translate and apply to your understanding and experience of wakeboarding?
“Conciliare università e vita da atleta non è stato sempre facile. Anche in questo caso, però, posso definirmi fortunato perché, finito di studiare, avevo quotidianamente la possibilità di andare a fare wake in un centro come Wakeparadise, a breve distanza sia dall’università, che da casa. È stata una grande opportunità, e anche uno dei motivi per cui, alla fine, non ho scelto di fare l’Erasmus. Sarei potuto tornare in Australia, dove ero già stato sei mesi, ma ho capito che questa situazione mi permetteva di approcciare lo sport vivendolo e godendone al massimo. Quando chiudevo il computer, quando finiva la parte di studio, c’era l’attività sportiva: il momento in cui potevo tornare a sentire quel legame con l’acqua, con la natura. E le due cose s’intrecciavano benissimo.
Parlando di gestione di progetti, il wakeboard è stato per me un vero progetto di vita portato avanti con le possibilità che avevo, con le persone che ho conosciuto lungo i viaggi, e grazie a coloro da cui ho tratto ispirazione a livello fotografico, comunicativo, sportivo, di puro marketing... Si sono uniti tanti elementi che, in qualche modo, hanno contribuito a costruire la strada della mia carriera.”




Cosa ha rappresentato Wakeparadise nel tuo percorso di crescita personale e sportiva? E cosa rappresenta oggi?
“Partirei dal nome, ‘Wakeparadise’. Penso che Ludovico Vanoli, fondatore della società sportiva e caro amico, lo abbia scelto centrando pienamente l’essenza di questo luogo, Wakeparadise restituisce l’idea di ciò che è questo spazio milanese: un posto in cui il wakeboard diventa, prima di tutto, benessere. Poter fare wake in una struttura del genere è una grande fortuna. A volte, quando si hanno certe cose a disposizione, si rischia di darle per scontate. Avendo girato tanti posti, però, posso definire Wakeparadise un’eccellenza mondiale. Le strutture che, nel corso degli anni, sono state messe in acqua sono incredibili. Nel 2015, anno della sua apertura, risultava già una realtà di ottimo livello. Poi, anno dopo anno, sacrificio dopo sacrificio, è stata migliorata continuamente, fino alla realizzazione del Wake The City con Red Bull. In quell’occasione, è stato fatto un investimento che ha portato il cable wakeboard a diventare ciò che è oggi in Italia.”
Dal punto di vista affettivo, mi riferisco a Wakeparadise come ad una casa, come ad una famiglia, a tutti gli effetti. Un posto in cui riesco a staccare la testa e stare bene. A prescindere da come vada la sessione sportiva, ogni volta che entro in acqua cerco di fare qualcosa di nuovo e di godermi il momento. Lo ripeto, mi sento fortunato a poter vivere questo posto.”
In your journey within the wake world, how have you seen this discipline and its community change and grow in Italy? And how does it feel to know you’re an integral part of this growth?
“Devo dire che c’è stato un cambiamento radicale. Quando è stata fondata la società sportiva all’Idroscalo, il wakeboard in Italia era ancora un mondo di nicchia: uno sport un po’ ‘da figli dei fiori’, e penso che, in fondo, all’epoca fossi attirato anche da questo aspetto. Quello che voglio dire, però, è che all’epoca non esisteva una disciplina a tutti gli effetti. La parte agonistica era davvero agli albori e non veniva posta vera attenzione sul rendere il movimento un qualcosa di strutturato, capace di far crescere i ragazzi e, insieme a loro, lo sport stesso. Non c’era l’obiettivo di farlo conoscere a sempre più persone, o di riuscire a farlo arrivare, magari, alle Olimpiadi, o più semplicemente in televisione. Vivere l’evoluzione che ha seguito quel periodo è stato emozionante. Penso che il wakeboard abbia potenzialità enormi, anche perché è uno sport da tavola che tutti possono approcciare. Molti pensano che iniziare sia difficile, ma quando ho cominciato non esisteva alcuna parte didattica. Ora, la didattica rende questo sport molto più accessibile a chiunque: da bambini di quattro o cinque anni, fino a persone in età avanzata. Sotto questo punto di vista, penso che Wakeparadise, negli anni, abbia fatto davvero un lavoro incredibile. Quando mi soffermo a pensarci, la componente più bella di questo sport è proprio la capacità di far stare bene le persone. Per me e nella visione Wakeparadise, l’importante non è che qualcuno chiuda un trick, ma che finisca una sessione sentendo di aver vissuto una bella esperienza.”




Che effetto ti fa vedere questo park oggi sponsorizzato da un brand come K-WAY? E cosa speri che questa partnership possa portare a WakeParadise?
“Il fatto che un’azienda come K-WAY si sia avvicinata ad uno sport in rampa di lancio e con un legame così diretto con l’acqua, oltre che con i valori del brand stesso, penso possa aprire la porta a opportunità molto interessanti per tutti gli attori coinvolti. Questa partnership mi entusiasma. Sono sicuro che si creeranno opportunità essenziali per la crescita di questa disciplina. Penso che K-WAY possa apportare un grande valore all’intero movimento. Ha già iniziato a farlo con il surf, attraverso Leonardo Fioravanti. Seguo da un paio d’anni questa sinergia, e vedere un’azienda internazionale, tra l’altro con un legame ed un estetica così forti, avvicinarsi all’immaginario sportivo acquatico rende l’intero processo ancora più significativo.”
Questa partnership verrà celebrata con un evento speciale qui a Wakeparadise. Cosa pensi del supporto di K-WAY, brand che ha un legame profondo con l’elemento acquatico e le sue discipline?
“L’evento che realizzeremo porterà, prima di tutto, una serie di connessioni e opportunità per creare altre cose mai fatte prima. Penso che, da questo punto di vista, il wake sia unico: ogni trick, ogni progetto, ogni possibilità di contestualizzare e approcciare la disciplina in modi e con partner diversi… L’insieme di tutto ciò descrive appieno la natura poliedrica della disciplina e, allo stesso tempo, si sposa naturalmente con la poliedricità degli stessi praticanti. L’evento che stiamo organizzando e il lavoro che stiamo facendo, insieme, per celebrare questa nuova avventura K-WAY nel mondo wake sono soltanto l’inizio di un percorso virtuoso: da costruire, per l’appunto, insieme.”













