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George Aslanidis, il calcio come collezione artistica

Dal collezionismo di maglie da calcio all’arte visiva, il racconto di un creativo che trasforma la passione sportiva in narrazione autentica

George Aslanidis è l’esempio concreto di come la passione per il calcio possa trasformarsi  in un viaggio creativo multidimensionale che intreccia sport, arte e cultura. Cresciuto in Grecia, bollente cosmo calcistico, dove i primi ricordi si mescolano con l’energia dei campi locali, e maturato a Londra,  culla del Beautiful Game, Aslanidis ha fatto del calcio un linguaggio universale.

Nel suo lavoro il calcio diventa molto di più di uno sport: è estetica da reinterpretare, archivio di memorie condivise e simbolo culturale. Attraverso le sue parole, emerge un percorso che parte dal gioco e si estende fino alla fotografia e alla moda, svelando il potenziale multidisciplinare di questa passione. 

Le maglie da calcio, con la loro storia e il loro fascino, non sono solo oggetti da collezione: diventano arte tangibile e veicolo narrativo, testimonianze di epoche e identità. Con una cura meticolosa dei dettagli e un approccio innovativo, George Aslanidis celebra l’umanità nascosta nelle pieghe delle sue opere, creando un dialogo unico tra nostalgia e modernità. Londra, oggi, è il suo laboratorio creativo, dove intreccia radici greche, amore per il calcio e una visione contemporanea della bellezza.

Quello che segue è uno sguardo su come il cuore e la mente possano collaborare per creare qualcosa di straordinario, ispirato dalla musa calcistica.  

George Aslanidis

Le origini, una passione nata in Grecia

Quali sono le origini della tua connessione con il calcio e come ha influito il contesto greco sulla tua passione?

“La Grecia ha una grande tradizione in relazione al calcio, e questo sport è stato parte della mia vita fin da bambino. Uno dei miei primi ricordi è legato al giorno del mio compleanno, quando avevo 7 forse 8 anni ho comprato una maglia di Batistuta, diventata poi il simbolo di quel periodo della mia infanzia. Qualche anno dopo, ho cominciato a tifare per il Manchester United e a seguire la Premier League, in Grecia le partite iniziavano ad essere trasmesse sempre più frequentemente, e questo ha reso il calcio inglese parte integrante della mia quotidianità. 

Ho assistito alla  mia prima partita dal vivo all’Old Trafford, nel 2008. Un’esperienza che rimarrà con me per sempre. Si giocava contro il West Ham e ricordo, finì con un netto 4-1 per noi, l’energia sugli spalti era qualcosa di indescrivibile. In campo c’erano Ronaldo, Scholes e Tevez. Curiosamente, non ho avuto l’opportunità di vedere altre partite dal vivo per 13 anni. La mia seconda partita è stata solamente nel 2021, questa volta a Londra, sempre contro il West Ham. Anche Ronaldo era di nuovo in campo ed è stato come se il tempo non fosse mai passato.”

Dal collezionismo di maglie all’espressione artistica

Com’è cominciata la tua passione per le maglie da calcio e come si è sviluppato il legame con l’estetica di questo sport?

“A 11 anni, durante una gita scolastica, ho comprato per 5 euro una replica della maglia di Ruud van Nistelrooij. Questo episodio è stato l’inizio di tutto, van Nistelrooij è diventato il mio giocatore preferito e il Manchester United la mia squadra del cuore. Con il tempo, la collezione si è ampliata. Inizialmente dipendeva da quello che potevo a permettermi o da ciò che i miei genitori mi regalavano, ma dal 2020, ho deciso di includere anche le maglie vintage. Una delle prime che ho acquistato è stata una maglia del Manchester United del 1999. Da allora, la raccolta è cresciuta costantemente.

Non mi sono limitato al collezionismo, ho iniziato ad utilizzare le maglie nei miei progetti fotografici integrandole anche nei servizi di moda, creando un dialogo tra streetwear, calcio e fotografia. Le maglie da calcio sono diventate strumenti per esplorare nuove forme espressive.”

Il percorso fotografico

Come si è sviluppato il tuo percorso artistico e come sei arrivato alla fotografia?

“Il mio sogno iniziale era diventare allenatore. Ero iscritto all’università e studiavo per diventare insegnante di educazione fisica. Purtroppo, nei primi mesi ho subito un infortunio al ginocchio che mi ha costretto a restare a letto per diverse settimane. In quel periodo mi sono avvicinato a YouTube e ai video indipendenti. Ho cominciato a guardare cortometraggi e mi sono innamorato dell’idea che chiunque potesse raccontare storie con una semplice telecamera. Poco dopo ho acquistato la mia prima fotocamera e iniziai a sperimentare. Con il tempo, la fotografia stava diventando sempre di più il mio linguaggio principale. Ho lasciato l’università e mi sono iscritto ad un seminario fotografico per affinare le mie competenze.

All’inizio realizzavo scatti semplici, coinvolgendo amici e conoscenti che avevo intorno come soggetti, trovando nella spontaneità un’occasione per mettermi alla prova. Queste esperienze mi hanno portato a lavorare con modelli, verso una dimensione più strutturata e focalizzata sulla fotografia di moda. Nel 2018 mi sono trasferito a Londra, dove vivo tuttora. Qui sono riuscito a fondere la mia passione per il calcio con il mio lavoro, trovando un punto d’incontro tra questi mondi.”

Multidimensionalità tra calcio, moda e arti visive

Nel tuo lavoro creativo, soprattutto quando affronti temi legati al calcio o alla moda, come trovi l’equilibrio tra ciò che è intrinsecamente vero e ciò che può essere reinterpretato attraverso la tua visione artistica? Come affronti il rischio di perdere autenticità?

Oltre alla fotografia, ho avuto la possibilità di fare esperienza anche nel campo del cinema, lavorando al fianco di mio padre, anche lui giornalista. Insieme abbiamo realizzato documentari, viaggiando in paesi come la Turchia, la Germania e New York. Questo percorso mi ha insegnato molto sull’arte di raccontare storie visive con profondità.

Dopo il trasferimento a Londra, ho combinato il background calcistico con la mia esperienza nella moda. Un connubio che si è rivelato perfetto, soprattutto perché il legame tra calcio e moda stava crescendo rapidamente, e ho colto l’opportunità  per integrare le due dimensioni. Oggi sono creative director, scatto fotografie, mi occupo di video e continuo ad indagare le possibilità di intreccio di questi mondi, mantenendo uno stile autentico e un’essenza minimalista, nel tentativo di celebrare l’esistenza umana attraverso un linguaggio visivo tanto semplice quanto significativo.

Una filosofia creativa per un racconto autentico

In che modo definiresti la tua filosofia artistica? Quali sono i pilastri fondamentali del tuo lavoro e quali elementi o prospettive guidano i tuoi progetti?

Essenzialmente la mia filosofia artistica ruota attorno all’autenticità e alla capacità di raccontare storie vere. Non importa che si tratti di una fotografia, di un progetto video o di un servizio di moda, tutto deve trasmettere una connessione reale con chi guarda. Credo fermamente che l’emozione sia il ponte tra l’opera e il pubblico, ma è altrettanto importante che ogni lavoro abbia un’impronta personale che arriva dalla mia immaginazione.

Prendo ispirazione dalla vita quotidiana, cerco di catturare momenti che risultino vissuti e mai artificiali. Questo però non significa rinunciare all’estetica, mi piace avere cura dei dettagli, aggiungere elementi visivi in grado di riflettere il mio stile, basandomi sempre su una verità umana e culturale. Ogni progetto è una ricerca di equilibrio tra spontaneità e costruzione. Cerco particolari, storie, simboli che abbiano una cultura e un significato profondo, che possano raccontare qualcosa al di là dell’immagine stessa, mostrare le persone, le loro emozioni vere, i momenti reali, resta la cosa più preziosa.

Può trattarsi dei miei nonni, di una maglia da calcio o di un luogo con un’atmosfera curiosa. L'obiettivo finale resta comunque quello di creare qualcosa che resti impresso e genuino, anche quando ogni dettaglio è stato studiato con estrema cura.

Il sogno

Essendo un tifoso del Manchester United, cosa ha significato per te lavorare su un progetto legato al tuo club del cuore? Come hai vissuto l’esperienza dal punto di vista emotivo?

Lavorare per il Manchester United è stato un sogno che mai avrei immaginato di realizzare. Tutto è cominciato per caso, con una foto che ho scattato durante un mio progetto personale. Quando il club l’ha condivisa sui suoi canali ufficiali, mi sono sentito incredibilmente felice. Mi ricordo che, quando mi hanno contattato, ero così emozionato che quasi non capivo cosa mi stesse accadendo.

È stato un progetto speciale, non solo per il legame emotivo che ho con la squadra, ma anche perché ho avuto la possibilità di integrare elementi della mia cultura personale. Nel progetto che ho sviluppato per loro legato all’away kit, ho scelto una colonna sonora di Manos Hadjidakis, musicista leggendario del mio paese, che si sposava perfettamente con l’estetica del club inglese. È incredibile come una canzone mediterranea si combini così bene con una squadra del nord dell’Inghilterra.

Si tratta di un dettaglio che per me ha un significato profondo, in questo modo ho dato al lavoro un’identità unica e, al tempo stesso, una narrazione intima e personale. Ne è risultato un intreccio perfetto di cultura ed emozioni. 

Tra brand iconici e contemporanei

Hai avuto l’opportunità di collaborare con altri brand legati al calcio, come Umbro, marchio leggendario, e Futsol, marchio emergente, come hai vissuto questa esperienza? 

Lavorare con Umbro è stato fantastico, insieme abbiamo realizzato un progetto davvero speciale, soprattutto perché ho un legame personale con il marchio. Da bambino giocavo a calcio con il mio club locale e indossavamo maglie firmate Umbro, verdi a maniche lunghe. Ancora oggi la conservo ed è uno dei pezzi più significativi della mia collezione. Essere cresciuto con Umbro e tornare a lavorarci da adulto è stato come un cerchio che si chiude. Le loro maglie vintage mi hanno sempre affascinato, come la leggendaria divisa nera del Manchester United, indossata da Cantona nel ’93-’94.

Allo stesso tempo mi interessa molto lavorare con brand nuovi come Futsol, non solo come fotografo, ma anche come consulente. È emozionante aiutarli a crescere e portare nuova energia nel mondo della moda calcistica. Apprezzo molto vedere come stanno reinventando l’estetica classica in qualcosa di fresco.

Lavorare con marchi storici come Umbro e con realtà contemporanee come Futsol è estremamente stimolante, permette di vivere due dimensioni opposte ma complementari. Da un lato c’è il fascino della tradizione, dell’eredità che un brand come Umbro porta con sè; dall’altro, la freschezza e l’ambizione  di un marchio giovane. Essere parte di questi percorsi, che uniscono storia e innovazione, è l’occasione di contribuire alla loro crescita creativa.

Fonti di ispirazione e icone personali

Chi sono le figure che hanno influenzato il tuo stile e il tuo approccio alla creatività?

La mia ispirazione è sempre stata in cambiamento durante gli anni, un mix di influenze classiche e contemporanee. Peter Lindbergh, ad esempio, è uno dei miei fotografi preferiti. Un altro grande nome, per me, è Tyler Mitchell. A livello più personale, figure come Casey Neistat e Kai Man Wong con il suo amico Lok Cheung hanno avuto un ruolo importante nella mia formazione. Guardare i loro video su YouTube mi ha insegnato l’importanza di raccontare una storia in maniera semplice ma efficace con umorismo e passione. 

E invece il tuo calciatore preferito di tutti i tempi?

Difficile sceglierne uno! Ruud van Nistelrooy è stato il primo. Poi ci sono Ronaldo, Rooney, Cantona e Beckham. Non posso dimenticare però la nazionale greca del 2004, nonostante il mio amore per il calcio nasca dal Manchester United, vedere la Grecia vincere il campionato Europeo è stato un momento unico, qualcosa che mi ha reso orgoglioso delle mie radici.

Che ruolo giocano oggi il calcio e la moda nella tua vita? 

Moda e calcio sono un aspetto enorme della mia vita, ma cerco di mantenerle bilanciate. Amo il calcio, ma non lascio che mi influenzi troppo. È sicuramente uno sport che mi diverte, ci gioco ogni settimana ma lascio che si limiti al divertimento. Per quanto riguarda la moda, invece, qualche tempo fa ponevo molta attenzione su come mi presentavo, poi sono subentrate nel mio guardaroba le maglie da calcio e ad oggi non indosso altro.


Hubertus von Hohenlohe, di performance artistiche e sportive

Le piste olimpiche, gli outfit messicani, lo sport vissuto come ramo di un’instancabile e poliedrica vena artistica: storia e parole di un eclettico che ha saputo essere atleta

Leggi Hubertus von Hohenlohe e assapori un certo senso di nobiltà, un lignaggio colorato di sangue blu e multiculturalismo, garantito da natali messicani e radici sparse nell’aristocrazia del Vecchio Continente. Osservi Hubertus von Hohenlohe e pensi ad una personalità con un chiaro inizio, ma con varie destinazioni. Un’inesauribile cornucopia di eclettismo istintivo, istrionicità ragionata e coraggio sportivo. Poi, parli con Hubertus von Hohenlohe e scopri un uomo che, lungo 66 anni di vulcanica esistenza, è riuscito ad essere tutto, lasciando, in modo personalissimo, un segno nella musica, nella fotografia e, soprattutto, nello sci. 

In alcuni articoli lo accostano alla forma di un prisma. Per ogni faccia, una storia. Per ogni pseudonimo, una carriera. Per ogni pagina del suo ancora inconcluso romanzo, un desiderio, o meglio, una visione tradotta, spesso incredibilmente, in realtà. Come i design della Federazione Messicana di Sci, istituzione da lui fondata e rappresentata attivamente, per quasi mezzo secolo, in 6 edizioni olimpiche e 19 mondiali. Come il desiderio di competere con i migliori sciatori del mondo, creando quelle che lui stesso definisce performance artistiche, e non sportive, dopo ogni cancelletto.  

Grazie a Kappa, brand che in von Hohenlohe ha trovato un creativo, oltre che un amico e un originale ambassador, abbiamo avuto modo di scoperchiare un vaso di pandora colmo, però, di vibrazioni positive: una stratificata serie di fortunati eventi che racchiudono una parabola a volte curiosa, altre illogica, a tratti, perfino, inimmaginabile. La parabola di un essere umano che ha avuto la possibilità di aprirsi agli input di una vita privilegiata, selezionando quelli che più ispiravano la personale musa, per poi trasformali in opportunità e in un’atipica, consapevole identità. 

Hubertus Von Hohenlohe con la nazionale Messicana a St. Moritz, Svizzera
Hubertus von Hohenlohe

Dove lo sport è arte e cultura. Il claim di Athleta come la filosofia di Hubertus von Hohenlohe. Una stratificata visione a tutto tondo che, da oltre 40 anni, insegue l’idea di usare le più brillanti e impegnative piste sciistiche del mondo come tele, come gallerie artistiche in cui eseguire installazioni fisiche ed estetiche. Un artista per lo sci. Uno sciatore per l’arte. E molto altro. 

“Penso che la mia carriera sciistica sia più un’installazione artistica, che un effort sportivo. L’effort sportivo mi ha portato a sciare in tutto il mondo, però le mie perfomance sono sempre state fatte con uno spirito artistico, uno spirito libero, lo stesso spirito rappresentato dai gentleman dello sport britannico, ma declinato ad alto livello. Mi riferisco al competere con eleganza, fraternità, bellezza. Tornando indietro nel tempo, penso che in alcuni momenti sarei potuto arrivare molto più vicino al vertice. Alle Olimpiadi di Sarajevo del 1984 ho finito la discesa libera a 5 secondi dal primo. Mi ero allenato solo un paio d’anni, senza un grande staff. Per aumentare il mio livello avrei dovuto concentrarmi solo sullo sci per lunghi periodi, ma non me la sentivo. La mia idea di sci era attaccare: se stavo sulla difensiva, mi sentivo incerto, subentrava la paura di cadere… Più attaccavo, più mi sentivo bene e, in caso di caduta, ero anche più preparato. 

In generale, mi sento un artista della vita, un artista del combinare la vita, del riempirla con dei talenti, con del senso, con ciò che si adatta meglio alla mia personalità. Per il mio tipo di background, non potevo pensare di diventare solo un atleta professionista, o solo un artista, o solo un cantante… Mi è sempre piaciuto sviluppare talenti in parallelo: credo di essere un campione del mondo nel mescolare differenti vite, differenti passioni. E credo che, di questa commistione, ne abbiano giovato un po’ tutte queste sfere. È il bello della mia situazione, della fortuna di non aver dovuto guadagnare soldi, per sopravvivere, con una cosa specifica. Poi, credo che stia all’intelligenza personale il comprendere ogni situazione, così come l’adattarsi di conseguenza”

Hubertus von Hohenlohe durante l'inaugurazione della Schladming Stiria in Austria

‘El Tricolor’, l’essenza di un Paese unico per colori, tradizioni e identità. Per Hubertus von Hohenlohe, una significativa porzione di un tutto magmatico e cosmopolita. Olimpiadi, design, passata indifferenza e contemporanea iconicità rappresentano, in questo caso, capitoli di un lungo e folklorico rapporto celebrativo, maturato con rispetto e sentita consapevolezza del DNA del Paese. 

“Le origini di questo rapporto sono state un po’ frustranti. In Messico, ho provato a creare un nuovo tipo di spazio personale, ma nel primo periodo non sono stato molto considerato. Di fatto, mi lasciavano semplicemente andare a fare le Olimpiadi. Poi, hanno cominciato a rendersi conto che non ero così male e che la piattaforma dei Giochi Invernali poteva dare un’esposizione globale al Paese. Nonostante questo, il supporto mediatico e quello federale/finanziario hanno latitato a lungo. Ho capito che avrei fatto dei passi in avanti incorporando e dando maggiore attenzione alla cultura messicana. Così, ho iniziato ad inserire nei miei outfit degli elementi ispirati alla tradizione nazionale: il pistolero, i mariachi, il Dia de los Muertos… 

Improvvisamente, la nazione ha capito che stavo difendendo una cultura che sentivo, e sento, veramente mia. D’altronde, ho un cognome germanofono, ma mia nonna è messicana e sono nato a Città del Messico. Più mi hanno dato la possibilità di raccontare la mia storia, più i messicani si sono innamorati delle mie performance. Ora siamo arrivati a un punto in cui mi chiamano la ‘Leyenda del Esquí’, perché riconoscono quello che ho fatto per loro. Al termine di un processo più trentennale, hanno capito che ho difeso i loro colori nei maggiori eventi internazionali, e che l’ho fatto con uno stile distintivo, unico, grazie alla collaborazione con Kappa. Il brand mi ha permesso di fare sempre quello che volevo per celebrare il Paese attraverso il design sportivo” 

Hubertus von Hohenlohe ai giochi olimpici invernali di Sochi 2014

Gli ‘Omini’ come fucina di amicizie, aneddoti, creatività e rivoluzioni estetiche condivise. Da Marco Boglione alla Juventus, passando per un ramo sciistico che, senza l’istinto del principe nato a Città del Messico, probabilmente oggi non sarebbe così evoluto e introdotto nell’iperspazio pro, come dimostra la partnership con la Federazione americana (che avevamo raccontato qui). 

“Il mio legame con Kappa nasce grazie alla città di Torino. Ero amico di Marco Boglione già quando distribuiva una serie di brand americani nel mercato italiano. Eravamo in contatto anche nel momento in cui Maurizio Vitale è venuto a mancare: fatto che ha portato Boglione a rilevare Kappa. Avevamo e abbiamo molte amicizie in comune, come quelle della famiglia Agnelli, con cui condividevamo una grande passione per il calcio. Ricordo ancora le tute Kappa della Juventus… Prima d’indossare e collaborare con il logo degli ‘Omini’, usavo tute di brand diversi, come Bogner e AnziBesson. Parliamo del 1994, del periodo dei Giochi di Lillehammer. FILA era un’opzione alternativa, ma era una realtà molto, troppo grossa e sviluppata a livello sciistico. Con Kappa il rapporto è nato in modo naturale, mi hanno subito proposto di fare una tuta. Non avevamo niente, solo un capo basico da cui partire. 

Spesso scherzo dicendo che dovrebbero dedicarmi un monumento all’interno del BasicVillage, perché prima di me Kappa non aveva fatto molto a livello di sport invernali… Marco Boglione ha capito le potenzialità di questo ramo: lui è una persona incredibile, molto colta, cool, stilosa. Sono fan di come vive, è una di quelle (pochissime) persone con cui staresti per ore e ore, semplicemente ascoltando cosa dice, cosa pensa, comprendendo la sua visione. È un imprenditore accessibile, moderno. Siamo sempre rimasti amici. Io mi sono inserito in Kappa, almeno nel suo filone sciistico, come una sorta di precursore. Ancora oggi penso che la gente prenda spunto dal mio modo di unire look e performance. 

La tuta che ho dedicato alla Juventus è sicuramente diventata iconica. Dovevo competere al Sestriere, e mi sono chiesto come potessi far tifare la gente per me. Era il 1997 e ho richiesto la stampa della Juve sulla tuta, la stessa che indossava Lippi in panchina. Kappa era sponsor della squadra. Quando cadevo, praticamente arrivavo nel bosco, perché non era fatta di tessuti tecnici. Alla partenza, però, il tifo è stato eccezionale. Avevo anche cambiato le lettere dello sponsor juventino dell’epoca, SONY, in ‘SONO IO’. Era tutto un gioco. Una delle mie tute preferite resta quella del ‘pistolero’ a Vancouver, nel 2010, durante il Gigante. Nelle due manche dello Slalom, invece, ho usato due tute a tema riciclo. Sono stato un ecologista della prima ora. Volevo far riflettere la gente sull’ambiente. Il design del ‘Dia de los Muertos’ è diventato altrettanto celebre. A Pyeongchang, nel 2018, ho toccato un altro tema particolarmente sentito in Messico, quello delle maschere della lucha libre. Sono arrivato ad un punto in cui la gente aspettava di vedere i miei outfit. L’NBC li ha premiati per due volte come i migliori dei Giochi” 

Hubertus Von Hohenlohe in tuta Kappa inspirata alla Juventus (2004)
Hubertus von Hohenlohe in tuta Kappa del Team Mexico

L’arte del Beautiful Game e la fascinazione per l’ideale del ‘Joga Bonito’: un fil-rouge che tocca varie sfere della galassia vonHohenloheniana, così come le sue riflessioni, attraverso echi di ‘Zizou’, di shooting fotografici ai ‘Galácticos’, di un business sempre meno emotivo e, per questo, sempre meno affascinante. 

“Il calcio mi è sempre piaciuto. Quando vivevo in Spagna, ero tifoso del Malaga e del Real Madrid. Poi, data la vicinanza tra la mia famiglia e la famiglia Agnelli, sono diventato ‘amico’ della Juventus. Ho fatto tante cose a contatto con i calciatori, soprattutto legate al mio percorso di fotografo. Ho ritratto Ibrahimovic e Nedved, per esempio. Fino a qualche tempo fa mi piaceva il mondo del pallone, poi le logiche economiche l’hanno cambiato, gli hanno fatto perdere quella componente da ‘joga bonito’ e anche il mio feeling è diminuito. Non sono un fan del molto business-poco cuore. Sono a favore dello showbusiness positivo, che trasmetta qualcosa, specie un senso di ‘onestà’. Vedere personalità come Zidane era fantastico, in un certo senso ti facevano percepire una cifra morale. Amo quando le fragilità umane confluiscono nell’elemento sportivo. Invece, non m’interessano le gare a chi possiede l’orologio più grosso, tipiche del calcio di oggi. Mi è anche capitato di fare uno shooting fotografico con lo stesso Zidane e il Real Madrid. Mi sono presentato solo con una Leica in mano, senza luci o make up. In pochi minuti avevo già finito. Sono dell’idea che se sei inventivo, non hai bisogno di molto. Sul set era presente anche Beckham quel giorno, non nego che fossi principalmente attratto dalla sua figura. Al termine dello shooting, i giocatori mi hanno definito il fotografo perfetto” 

Definire l’iconicità è un mestiere raro. Farlo su più fronti, compreso quello fotografico, lo è ancora di più. Nel caso di Hubertus von Hohenlohe pare un istinto naturale, una tangibile spinta alla scoperta di sempre-nuovi strumenti e metodi narrativi tesi verso la restituzione di un mondo personale, ma sotto gli occhi di tutti. Paparazzi compresi. 

“Ho preso in mano la prima camera digitale nel 2000, perché perdevo sempre i rullini delle mie analogiche. Quando ho iniziato a vedere il risultato immediato delle mie fotografie, ho compreso che potevo produrre quel tipo di arte istintivamente. Poi, ho fatto una foto con mia madre, allo specchio, mentre si truccava e la attendevo. Quello scatto è diventato famoso e mi ha fatto pensare che avrei potuto raccontare la mia vita come un paparazzo. Anzi, meglio di un paparazzo. Così, ho iniziato la serie dei ‘selfie artistici’, che rapidamente ha preso piede. Un fotografo aveva già fatto qualcosa di analogo negli anni ‘50 e ‘60 e questo approccio si adattava molto bene al mio stile, alla mia vita divisa tra sport, arte e musica. Avevo continue opportunità di fotografare e ho deciso di diventare testimone dei tempi e degli spazi che vivevo e continuo a vivere. Non volevo sprecare l’opportunità di trovarmi nei posti giusti al momento giusto. Negli anni ho evoluto questo stile fotografico, uno stile che gioca sui riflessi, ora sento di aver raggiunto il punto della sua maturazione massima” 

Mostra fotografica di Hubertus von Hohenlohe a Malaga

Milano-Cortina alle porte, decenni di Giochi Olimpici Invernali alle spalle. Il connubio tra la ‘Leyenda del Esquí’ e i cinque cerchi non è un semplice viaggio artistico-sportivo, è un testamento, una ricca biografia, la quintessenza della longevità di un sogno, inevitabilmente mutato nel tempo e dai tempi. 

“Devo dire che sono fortunato ad aver partecipato a delle edizioni dei Giochi Olimpici in cui tutti stavano ancora insieme. Erano anni senza cellulari e videogame… All’epoca parlavi, socializzavi con chi ti si sedeva accanto. Finivi a giocare a calcio balilla nella sala giochi comune: il senegalese Lamine Gueye era fortissimo. Ci siamo divertiti molto. A Lillehammer, nel 1994, ho conosciuto mia moglie Simona (Gandolfi ndr) nel villaggio olimpico. Curiosamente era il 14 febbraio, San Valentino. Ci ha presentato suo cugino, Alberto Tomba. Sarajevo ‘84 è stata un’altra edizione speciale. A livello culturale, rappresenta un’esperienza unica nella mia vita: lì ho rappresentato il Messico per la prima volta, sfilando davanti a Tito con una tuta Ellesse che avevo disegnato insieme ad Erwin Stricker. Divenne iconica perché mostrava il mare, il sole e un cactus. Alcune performance di quei giorni, poi, sono rimaste nella storia. L’ABC aveva l’esclusiva dei diritti e ha portato a suonare davanti a noi musicisti del calibro di John Denver. Nell’84 mi sono divertito anche perché ho preso parte a tutte le discipline: alla fine dell’edizione ero stanco morto… Oggi penso che le Olimpiadi siano diventate un po’ troppo grandi, ci sono troppi eventi di squadra e troppa inflazione di medaglie. Il rischio è quello di perdere il senso dei Giochi e, allo stesso tempo, di non permettere agli atleti di vivere il vero spirito olimpico”

Kwame Nkrumah-Acheampong e Hubertus Von Hohenlohe alle Olimpiadi invernali di Vancouver

Gianmarco Pacione

IMAGO I ZUMA Press Wire / GEPA pictures / ANP / Newscom World / WEREK INTERNATIONAL


Campi immaginari: La surreale arte di Tomislav Marcijus

Tomislav Marcijus è cresciuto nella tranquilla campagna Croata, immerso tra gli echi delle tradizioni sportive e artistiche balcaniche. Questa peculiare unione di influenze è diventata la base della sua visione artistica, un percorso che lo ha visto unire senza soluzione di continuità fotografia, intelligenza artificiale e immaginario sportivo in modi che pochi avrebbero potuto immaginare

Tomislav, fotografo diventato artista visionario, ha ridefinito i confini di questa intersezione. Dalle partite di pallamano nella sua infanzia ai concettuali skatepark ispirati all’arte Barocca, il suo lavoro trascende l’ordinario, celebrando la tanto ordinaria, quanto straordinaria magnificenza insita nello sport.

Attraverso un uso rivoluzionario dell’intelligenza artificiale, Tomislav dona nuova vita all’architettura sportiva, rielaborandola con una qualità surreale e onirica. Le sue creazioni riflettono non solo un legame personale con lo sport, ma anche una determinazione a spingersi oltre i limiti dell’esplorazione artistica. In questa conversazione, ha condiviso le ispirazioni, le contaminazioni culturali e le scintille creative che risiedono alla base dei suoi più rinomati lavori a tema sportivo, offrendo un raro sguardo nella mente di un vero pioniere all’intersezione tra tradizione artistica e sperimentazione teconologica.

Crescendo in Croazia, in che modo le influenze culturali e personali hanno plasmato il suo interesse per lo sport e l'arte?

"Mio padre è stato un calciatore affermato, abile nel disegno e dotato di un grande senso dello spazio e della prospettiva. Mia nonna, invece, era una talentuosa sarta. Questa combinazione di influenze familiari è profondamente radicata nella mia storia personale e nel mio background creativo. Tutto è interconnesso quando si cresce in campagna: si è tutti una grande famiglia. Ogni esperienza vissuta è rimasta dentro di noi. Non importa quante città, stili o espressioni artistiche incontriamo nella vita, quelle radici restano una parte fondamentale di ciò che siamo. Il mio percorso è iniziato con la fotografia, che è nata come un hobby, un desiderio personale di documentare il mondo intorno a me, sia in Croazia che durante i miei viaggi a vari festival musicali in Europa."

Ci può parlare del suo percorso? La passione per lo sport ha influenzato la sua carriera?

"Sono cresciuto a Darda, un piccolo paese della Croazia orientale, dove avere successo in qualsiasi campo—sport, arte, musica o altro—richiede uno sforzo straordinario e delle abilità sopra la media. Nella mia carriera artistica, internet ha sicuramente reso più facile condividere il mio lavoro e ottenere riconoscimenti. Sebbene lo sport non abbia influenzato direttamente il mio stile fotografico o artistico, ne sono sempre stato attratto. Mi ha insegnato lezioni preziose sulla dedizione, la resilienza e la forza mentale, specialmente nei momenti più difficili. Un atleta, come un artista, affronta battaglie interiori, cercando di eccellere nel proprio campo. La creatività non ha una matrice competitiva al pari dello sport, ma ci sono somiglianze che trovo affascinanti. Lo sport mi ha dimostrato che per ottenere risultati significativi servono sacrificio e duro lavoro, lezioni che continuo ad apprezzare profondamente.

Da bambino, la pallamano era la mia grande passione. Sport come la pallamano o il basket, e quasi tutti gli sport rapidi, con movimenti vorticosi, per me si sposano al meglio con l’arte. Richiedono pensiero rapido e il 100% di creatività, azione dopo azione. Anche se non pratico più questi sport, fanno ancora parte della mia vita. Ora corro spesso e rimango attivo, soprattutto perché il mio lavoro di fotografo richiede spesso lunghe giornate di shooting, da 10 a 12 ore, quindi devo mantenere una buona forma fisica. E, ovviamente, amo mangiare (ride ndr).’

Ci sono atleti, sport o momenti storici particolari che hanno una certa rilevanza per te e che pensi meritino maggiore attenzione nell'arte?

‘"Per me lo sport è, prima di tutto, una forma d’arte in sé. Personalmente, sento un legame profondo con gli atleti croati e i loro successi. Un momento storico sono state le Olimpiadi Invernali del 2002, quando Janica Kostelić vinse quattro medaglie, un evento monumentale che ha lasciato un segno indelebile nella nazione croata. Il Campionato Mondiale di Pallamano del 2003, con le straordinarie performance di Ivano Balić in Portogallo che hanno ispirato molti di noi a iniziare a giocare, me compreso. Il Mondiale di calcio del 2018 in Russia, dove la Croazia conquistò la medaglia d’argento, è un ricordo che porteremo sempre con noi. E, naturalmente, la medaglia d’oro della squadra maschile di pallanuoto alle Olimpiadi di Londra del 2012.

Da un punto di vista artistico, credo che le nostre maglie da calcio, con l'iconico motivo a scacchi bianchi e rossi, siano un’opera d’arte a sé stante—un magnifico pezzo di design creato dal celebre pittore e designer Miroslav Šutej. Questo dimostra perfettamente il potere dell’arte e del design applicati allo sport. Se dovessi evidenziare qualcosa al di fuori dello sport Croato, sarebbero alcuni ricordi del Liverpool Football Club, in particolare le loro leggendarie rimonte, che mi hanno lasciato indelebili emozioni."

Qual è stata la scintilla iniziale che ti ha portato a esplorare l'intersezione tra AI e fotografia?

"Due anni fa, un mio amico, il talentuoso musicista Filip Lacković, mi ha fatto conoscere un’applicazione chiamata Midjourney. Mi suggerì di provarla, pensando che potesse offrirmi un’interessante opportunità creativa. In quel periodo, mi trovavo in una fase in cui la fotografia stava diventando un po’ prevedibile. Cercavo una nuova forma di espressione. Nell'immediato ho scoperto che Midjourney mi permetteva di combinare fotografie personali con design generati dall’IA, il che ha subito catturato il mio interesse. All’inizio i progressi sono stati lenti e, per il primo anno, non ci sono stati grandi sviluppi. Poi, ho creato la serie delle piscine abbandonate in stile Art Déco, con motivi a scacchi bianchi e rossi sul soffitto e sulle pareti. quello fu il momento della svolta decisiva.

Subito dopo, ho realizzato la serie degli skatepark all’interno delle chiese barocche. A quel punto, mi sono reso conto che i temi di maggior successo sono quelli che creano connessioni con grandi community e che toccano argomenti in cui le persone pssono facilmente trovare punti d'identificazione."

Hai un'abilità eccezionale nel bilanciare le esigenze tecniche dell'intelligenza artificiale e il lato creativo e umano della fotografia. Come riesci a ottenere questo equilibrio?

"Alla base di tutto c’è l’idea di lasciarsi trasportare dal flusso creativo. Credo fermamente che, come artista, non si possa mai descrivere o trasmettere pienamente l’esperienza o il momento della creazione: è un processo intrinsecamente personale, qualcosa che 'proietti' dall’interno. Più ti immergi nel lavoro, più le idee affiorano. Spesso, qualcosa che fotografo diventa il punto di partenza per una nuova creazione con l’intelligenza artificiale. A volte accade nei momenti più inaspettati, a tarda notte o nelle prime ore del mattino. Ad esempio, la serie delle piattaforme petrolifere barocche è nata ben dopo la mezzanotte, quando mi sono imbattuto in un articolo di giornale sull’argomento e ho deciso di fondere l’estetica barocca con le piattaforme petrolifere in un unico racconto. Più ti dedichi al lavoro e sei aperto a esplorare altre influenze, più riesci a creare qualcosa di davvero unico a modo tuo."

Le tue opere a tema sportivo sono state ampiamente elogiate per l’approccio innovativo nella fusione tra sport e arte. Puoi raccontarci l’ispirazione dietro a questa serie di lavori?

"Il primo lavoro è nato dalla mancanza della giusta copertura mediatica della squadra croata di pallanuoto e dei suoi giocatori, che hanno vinto la medaglia d’oro ai Campionati del Mondo 2024 a Doha. La Croazia generalmente sa celebrare e onorare i suoi atleti, ma in questo caso il benvenuto cerimoniale si è svolto in una modesta sala stampa all’aeroporto di Zagabria. Ho voluto combinare quella sottostimata celebrazione con un’architettura grandiosa, utilizzando le mie creazioni per 'elevare' la vittoria. Spesso immagino quanto sarebbe diverso se alcuni di questi sport poco sponsorizzati venissero giocati in magnifici edifici storici. Nel mondo di oggi, con il potere dei social media, eventi del genere riceverebbero sicuramente molta più attenzione."

Come scegli gli sport o i momenti da rappresentare nel tuo lavoro? C’è una connessione personale con qualcuno di essi?

"Seguo un vasto numero di sport, è una passione profonda. Mio padre giocava a calcio, mentre io sono cresciuto giocando a pallamano. Ha persino costruito una porta da pallamano professionale nel nostro cortile per me quando ho iniziato a praticare sport, c’era anche un canestro e un tavolo da ping-pong. Da adolescente mi sono avvicinato allo skateboard e mi sono rapidamente innamorato di quella cultura. Recentemente, mi stanno affascinando gli sport invernali. Credo che, per rappresentare bene uno sport nel proprio lavoro, sia necessario nutrire un amore e una comprensione genuina per esso: guardarlo, rispettarne le sfumature e apprezzarne i dettagli che solo un vero appassionato può cogliere. Questo vale anche per il design e l’aspetto dei campi da gioco nelle mie opere con l’AI: solo autenticità."

C’è un’opera a tema sportivo che ha un significato speciale per te?

"Ultimamente sono molto affezionato alla mia serie dedicata ai campi da calcio realizzati con intricati motivi di pizzo nella neve. È un’opera personale, che evoca ricordi della mia città natale, della mia cultura e del cortile dove sono cresciuto. Sono anche molto orgoglioso della mia recente serie con i giocatori di hockey, perché introduce un nuovo stile che ho intenzione di esplorare nel 2025."

Come continui a rinnovare la tua creatività?

"Più crei ed esplori, più la tua creatività cresce. Se ti fermi troppo a lungo, purtroppo, le cose iniziano a cambiare, il flusso di informazioni sui social media è implacabile. Le tendenze evolvono rapidamente. Film, libri, fotografi e artisti concettuali sono costanti fonti di ispirazione per me. Ad esempio, nella mia prossima serie, alcune delle mie maggiori influenze includono Man Ray, Hans Hollein, l’estetica metallica e la scena musicale alternativa degli anni ’90. Forse la  prossima opera legata allo sport potrebbe incorporare alcune di queste influenze. L’ispirazione spesso arriva dai luoghi più inaspettati: a volte è un momento reale o una fotografia che fa nascere un’idea. Può essere qualcosa di semplice, come una scena di vita nel mio quartiere o un momento su un campo da gioco."


KAPPA FOOTBALL, UNA STORIA PERSONALE E UNIVERSALE

La passione e i capisaldi che stanno dietro al rapporto infinito tra Kappa e il calcio

Visitando la cornucopia sportiva e, soprattutto, calcistica dell’archivio storico BasicNet, avevamo raccontato di come in una maglia confluiscano infiniti simboli e significati (https://athletamag.com/it/kappa-e-il-football-lestetica-rima-con-progresso-e-innovazione/).  Storia, marketing, fede. Osservare alcune delle più leggendarie jersey ispirate dal logo degli Omini Kappa ci aveva fatto riflettere sul loro valore identitario e sulla loro funzione di colorati compendi di pop culture, crossover fashion e progresso tecnologico. 

Ora, grazie alle preziose testimonianze di Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager, e Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief, comprendiamo la matrice umana dietro a queste opere d’arte in costante mutamento. Le loro esperienze e parole evidenziano un processo ispirato dalla passione fin dalla propria genesi, da un senso di responsabilità derivante da una legacy rivoluzionaria, senza eguali, e da una fascinazione condivisa nei confronti di un brand che del calcio ha fatto la propria tela. In questo processo si svela il nobile DNA calcistico di Kappa, un codice genetico in costante mutamento, ma sempre fedele ad una sensibilità culturale tramandata di scrivania in scrivania e di design in design.

Queste testimonianze e il lavoro quotidiano di Kappa paiono un itinerario senza soluzione di continuità, fatto tanto di arte e contaminazione, quanto di emozioni e ricordi: il percorso comune ad ogni jersey Kappa. 

Brescia Third Kit by Kappa
Monaco Third Kit by Kappa
Triestina Third Kit by Kappa
Genoa Home Kit by Kappa
Spezia Third Kit by Kappa

Potete parlarci del vostro rapporto con l’immaginario calcistico e della connessione tra Kappa e il Beautiful Game? Cosa vuol dire, per voi, lavorare per un brand in grado d’influenzare da così lungo tempo l’estetica calcistica?

Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager: “Non posso che iniziare da un presupposto: la passione che ci accomuna internamente, specie nel team che segue lo sviluppo delle collaborazioni Kappa nel mondo delle jersey calcistiche, è quella per questo gioco. È respirata e vissuta sotto molti punti di vista. In primis, è una passione del Presidente Marco Boglione e della sua famiglia. In secondo luogo, davanti alla nostra warehouse torinese, c’è un campo da calcio in erba, che ogni estate diventa il palcoscenico del torneo di calcio aziendale. È un evento serio. Ogni brand BasicNet ha la sua squadra. Già questi dati tangibili basterebbero a definire la rilevanza del calcio nella nostra azienda. Parlando poi della nostra città, Torino, credo che la ‘torinesità’ sia un altro fattore da menzionare a questo riguardo. Io sono nato qui e, come molti altri miei colleghi, sono cresciuto nello store di Kappa: era un posto magico, perché era l’unico dove potevi trovare maglie incredibili. Mi ricordo quella di Baggio al Brescia, quella di Del Piero in Nazionale e quella di Ronaldo, ‘il Fenomeno’, al Barcellona, che non poteva essere comprata da nessun’altra parte… Kappa per noi era un benchmark calcistico. Quando abbiamo approcciato la realtà BasicNet, questo sentimento si è ancora più rafforzato, attraverso la scoperta di dettagli storici estremamente significativi: come il fatto che Kappa sia stato il primo sponsor tecnico della storia del calcio italiano, per mezzo di un leggendario deal con l’allora Presidente della Juventus Boniperti. Grazie a Kappa, per la prima volta comparve un logo di uno sponsor tecnico su una maglia di Serie A… Mi ha sempre affascinato pensare alla reazione di Boniperti, che era incredulo davanti all’opportunità di non pagare più le divise per la sua squadra. Dev’essere stato un momento rivoluzionario. Entrare negli uffici Kappa e respirare queste storie infonde un’energia differente. Ti apre le porte su un nuovo mondo e, contemporaneamente, invoglia a studiare, guardare, informarsi… Ad ampliare il proprio immaginario calcistico”

Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “Parto dal dettaglio della partita di calcio aziendale perché, come sottolineava Michele, è una cosa molto seria. Io ci ho lasciato una spalla su quel campo. Ora la coppa è in mano a K-Way e ogni volta che salgo nei loro uffici penso che dovremmo riportarla nella bacheca Kappa… C’è una rivalità bella, positiva, che s’intreccia con i nostri rapporti quotidiani: nelle settimane precedenti al torneo vengo addirittura tolto da alcune chat di gruppo (ride ndr). Tornando all’immaginario calcistico Kappa, anch’io l’ho vissuto da abitante di Torino. Il mio primo ricordo nitido è legato alla maglia della Nazionale del 2000. Avevo 15 anni e ho visto l’esordio di quella Kombat dal divano, con i miei amici, pensando a quanto fosse rivoluzionaria. Ho anche vinto un campionato di Terza Categoria con le divise Kappa, credo che quel risultato sia dipeso dal fatto che ci sentivamo particolarmente estetici… È stato emozionante quando Kappa mi ha chiamato al termine del mio percorso universitario. Il Cagliari è stata la mia prima volta, la prima maglia su cui ho lavorato. La terza maglia del Torino 2015/16, invece, resta ancora il mio progetto preferito” 

Juventus Football Club 1980-81 from Kappa Archives
Fútbol Club Barcelona 1996-97 from Kappa Archives
Italy Kombat jersey from Kappa Archives
Juventus Football Club 1999/2000 from Kappa Archives

Le contaminazioni di mondi esterni sono alla base di molti progetti calcistici contemporanei di Kappa. Quanto è importante per Kappa toccare filoni paralleli a quello calcistico, come la musica, la fotografia e la tecnologia?  

Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager: “Anche in questo caso è necessaria una premessa: prima degli anni ‘80, le maglie da calcio erano solo delle maglie, non appartenevano ad un mondo extra campo. Ti compravi una maglia perché tifavi una squadra precisa. Poi, è arrivata la rivoluzione Kappa, che ha dato il là ad un filone che oggi stanno seguendo tutti i brand intrecciati all’universo calcistico. Kappa si è sempre basata sul concetto di contaminazione: nella nostra azienda si percepisce molto l’idea di trasposizione di categorie di prodotto su altri settori, così come la volontà di allargare costantemente le prospettive. Se penso alla musica, per esempio, non posso che menzionare il Kappa Future Festival o le tante collaborazioni che legano jersey calcistiche a specifici elementi musicali: il 3rd kit del Genoa di questa stagione, ispirato dalle nuove generazioni della scena musicale genovese, è una prova di queste dinamiche. Allo stesso modo, la fotografia è un altro mondo che nel tempo ha ispirato il calcio di Kappa, e non solo. Il Presidente Marco Boglione è un grande appassionato di fotografia: abbiamo un archivio sconfinato, dove sono catalogate foto di personaggi iconici passati di qui, nel BasicVillage, come Diego Armando Maradona. La famiglia Boglione ha poi avuto un significativo legame con Oliviero Toscani, che ha collaborato per lungo tempo nello sviluppo di campagne e adv. Queste influenze ‘esterne’ toccano il nostro lavoro tutti i giorni, in primis quella del design. Il plus della nostra azienda, a mio avviso, sta nel coinvolgere collaboratori molto giovani, che hanno da poco finito percorsi accademici, per poi farli crescere. Hanno un loro modo di vedere e di approcciare il design che ci garantisce una costante freschezza. Ho 40 anni e ogni giorno, grazie a loro, riesco ad entrare in contatto con nuove realtà. Il design per noi è una linfa vitale e sulle maglie da calcio riesce ad esprimersi pienamente, coinvolgendo, per l’appunto, dimensioni parallele. Ora fare maglie da calcio è un trend, per noi è DNA: lo abbiamo sempre fatto e dobbiamo continuare a farlo, confermandoci costantemente innovatori del settore” 

Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “Mi occupo di prodotto e sono uno degli esempi che menzionava Michele. Sono entrato in Kappa a 24 anni, è stata la mia prima esperienza lavorativa e sento di essere cresciuto insieme all’azienda, assistendo alla sua evoluzione contemporanea nel mondo del calcio. Faccio sempre questo sillogismo: la maglia da calcio sta alla Kombat come i telefonini stanno all’iPhone. C’è un prima e un dopo. Prima del 2000 le maglie da calcio erano un’altra cosa, la Kombat le ha rivoluzionate e da quel momento tutti hanno optato per una vestibilità aderente, super skin, lavorando su un nuovo tipo di dettagli e tessuti. Questo non sarebbe potuto avvenire senza l’apertura alla contaminazione: ci tengo a ricordare che la Kombat è nata partendo da una tuta da surf… Se non avessimo guardato oltre il canonico mondo del calcio, non saremmo arrivati dove siamo ora. È un onore lavorare seguendo questa filosofia. Nel Team sentiamo la responsabilità di continuare a creare una legacy per il futuro” 

Iconic moments in Kappa's relationship with soccer
Kombat technology in action
Roberto Baggio in Kappa Italy kit
Ambassador Collection, Maradona

Dal Versailles al Kallithea. Dal Red Star Paris al Kaiser Chiefs. Il calcio di Kappa dedica, da sempre, una parte sostanziosa delle proprie attenzioni a squadre dal particolare fascino: piazze storiche, nobili provinciali, giganti esotiche… Come componete il cosmo calcistico del brand? 

Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “L’identità è il minimo comune denominatore delle nostre scelte. Cerchiamo realtà simili a noi, con una visione analoga, tesa verso un calcio vero, e con valori radicati tanto nel territorio, quanto nel gioco. Sta a noi, poi, trasferire questi valori, che si differenziano di città in città, di Paese in Paese, nell’estetica di una maglia. Da tutto ciò, nascono sinergie come quella con il Kallithea FC o il Versailles FC, che hanno tanti punti di contatto, ma anche molte differenze che dipendono, per l’appunto, dalle unicità di queste piazze. Per Kappa è fondamentale studiare e saper riconoscere i valori di ogni squadra” 

Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager: “Credo che Vincenzo abbia definito quella che è un po’ la nostra ‘ricetta’, che poi permette, in maniera naturale, anche ai piccoli club di avvicinarsi al concetto d’iconicità. Mi riferisco anche a squadre che militano in categorie inferiori, come la Triestina, le cui maglie di questa stagione hanno ricevuto diversi riconoscimenti nazionali e internazionali. Tornando al Kallithea, va sottolineato il fatto che conosciamo poche squadre della massima serie greca: il Kallithea è tra queste, perché le maglie hanno fatto conoscere questo club al mondo. Sono particolarmente legato a queste jersey, perché rappresentanto al meglio il connubio moderno tra calcio e fashion: sono maglie che possono essere indossate tutti i giorni, come oggetti streetwear” 

Versailles Away Kit by Kappa
Triestina Home Kit by Kappa
AKFC Home Kit by Kappa
Caen Home kit by Kappa

Che sensazioni vi attraversano quando vedete esordire una nuova maglia?

Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “È la parte più bella del nostro lavoro: è il culmine di un lungo processo fatto di lacrime e di sorrisi, la fine di un percorso. Sapere che milioni di persone stanno osservando una maglia a cui hai contribuito a dare vita è fantastico. Immaginare d’ispirare appassionati e creativi a livello globale non è da meno. Il recente esempio del 3rd kit del Genoa racchiude tutto: osservare una nuova maglia mentre fa il suo ingresso al Ferraris, davanti a quegli spalti carichi di mito calcistico, fa venire i brividi e, contemporaneamente, fa pensare che c’è già una nuova sfida ad attenderci, dove dovremo nuovamente provare a superarci…” 

Da poco tempo avete anche annunciato una speciale partnership legata agli eSports, con UFL. Come mai avete deciso d’intercettare questa dimensione? 

Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “Siamo tutto quello che abbiamo raccontato fino ad ora, ma non possiamo essere solo romantici o legati al passato. Dobbiamo costruire il futuro e, per riuscirci, bisogna coinvolgere le nuove generazioni. Bisogna seguire la direzione del mondo, stare vicini a un nuovo tipo di passione calcistica e trovare dei nuovi touch point. Nel caso di Kappa, poi, legarsi al progresso è una sorta di mantra e di caratteristica identitaria, evidenziata dalla fascinazione di lunga data della famiglia Boglione nei confronti della tecnologia. UFL è solo l’ultimo capitolo di una relazione in atto da molto tempo con gli eGames. Dà un senso di continuità, nel presente, a quello che Kappa rappresenta, da sempre, per il calcio” 

Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager: “Aggiungo solamente che il nostro lavoro quotidiano ha una priorità: educare le nuove generazioni. Al giorno d’oggi, servono nuovi stimoli rispetto a quelli che servivano con la mia generazione, o con quella di Vincenzo. Bisogna lavorare con una realtà differente, in un modo differente. Se da giovani non avessimo conosciuto Kappa, non saremmo qui. La stessa cosa può e deve avvenire per i giovani d’oggi. E noi dobbiamo sfruttare tutti gli strumenti per far sì che ciò avvenga. Questo vale per il nostro ramo calcistico, ma anche per la direzione di Kappa in generale. La valuto come un’ennesima forma di progresso: prima abbiamo parlato delle Kombat, di una pietra miliare della nostra storia che definisce il nostro caposaldo più importante, l’innovazione” 

Oggi, quali sono gli impegni, i focus e le direzioni Kappa? Qual è lo stato dell’arte del logo degli ‘Omini’ applicato al calcio? 

Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “Ci stiamo preparando. Lavoriamo su una timeline veramente estesa e in questo momento siamo già concentrati sulle collezioni del 2027. Sembra il futuro, ma ci siamo già dentro. Stiamo ponendo le basi per continuare ad innovare, ad essere presenti, a far parlare di Kappa e dei suoi prodotti come ne parlavo io da giovane. In questo processo sarà sempre fondamentale restare coerenti, rispettare le nostre radici e tenere un filo logico in ogni nostra produzione”

Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager: “Noi abbiamo la fortuna di avere una lunga storia alle spalle. Dobbiamo tramandare le nostre radici nel presente e nel futuro, portare avanti una legacy preziosa, e continuare a ricercare l’innovazione con il successo e la sensibilità che ci ha sempre contraddistinto”

AKFC Away Kit by Kappa
Genoa Third Kit by Kappa
Versailles Third Kit by Kappa
AKFC Third Kit by Kappa

Il running mi ha reso un uomo


A pochi giorni dall’esordio ufficiale della nuova, significativa partnership con On, previsto in occasione della eDreams Half Marathon di Barcellona, il recordman italiano sui 3000, 5000, 10000 metri e sulla mezza maratona riflette sulla sua maturazione personale e sull’evoluzione del suo rapporto con la corsa 

“Se vuoi vincere una gara, prova i 100 metri. Se vuoi vivere un’esperienza, corri una maratona”. Nelle parole di Emil Zátopek, la ‘Locomotiva Umana’ che riformulò il concetto di eccellenza atletica nel secondo dopoguerra, è racchiusa l’essenza contemporanea di Yeman Crippa. 

Dai campi da calcio circondati dalle skyline naturali trentine, alle piste di ciottoli, asfalto e panorami urbani della maratona, il tartan e il cross nel mezzo. Yemaneberhan, ‘il braccio destro di Dio’, nelle lunghe distanze non sta trovando semplicemente una nuova sfida sportiva, già impreziosita da un indimenticabile oro europeo conquistato in un brulicante Stadio Olimpico di Roma, ma un decisivo passo verso la completezza. Umana e sportiva. 

Il 28enne plasmato dall’altipiano etiope di Wallo e cresciuto dai coniugi Crippa, insieme ai suoi fratelli, tra i 233 abitanti del paese di Montagne, ha fatto il proprio ingresso in nuova fase esistenziale: una dimensione fatta di una piena comprensione di sé e di un, tutt’altro che scontato, amore profondo per la corsa. Uno sviluppo che mette in relazione corpo e pensiero, radicati capisaldi e nuovi capitoli, tanto professionali, quanto personali. 

Su tutti, spunta la prestigiosa connessione con il brand svizzero On, che dal 2025, più precisamente dalla eDreams Half Marathon in programma a Barcellona il 16 febbraio, si unirà al secondo italiano più veloce di sempre sui 42km (con un personale di 2:06.06), accompagnando il suo percorso contemporaneo e futuro: un percorso che mai, come oggi, è stato così a fuoco. Scopriamo perché. 

Yeman Crippa wears On sportswear

Partiamo dal tuo rapporto con la corsa. Quanto è cambiata la sua sostanza nel tempo? 

“Ne parlavo proprio oggi con i miei compagni d’allenamento. A volte scherziamo tra noi, pensando a quanto il nostro sport sia faticoso: c’è tanta sofferenza, tanto tempo speso da soli, tanta ripetitività… Vengo dal calcio, quindi da un ambiente diverso, uno sport di squadra dove si lascia molto spazio al divertimento, penso per esempio alle partitelle di fine allenamento… In questo momento, però, devo ammettere che sono proprio contento di correre. Mi sta appassionando sempre di più. Ora non corro solo per fare risultati, lo faccio perché sento che la corsa è entrata nella mia vita, dentro di me. Il mio sport mi fa sentire bene, anche nei momenti più duri. Quando ho lasciato il calcio, l’ho fatto razionalmente, pensando a come potessi sviluppare al meglio il mio futuro. Ero consapevole che l’atletica sarebbe potuta diventare la mia professione, ma all’epoca non mi piaceva correre, almeno non più di tanto. Negli anni è cambiato tutto, si è trasformato il valore, l’effetto che ha la corsa su di me. Dirò ancora di più, da quando ho iniziato ad approcciare la maratona, queste sensazioni sono aumentate esponenzialmente. Solo 3, 4 anni fa c’erano dei momenti in cui mi domandavo perché corressi tutti i giorni, perché avessi scelto un lavoro così faticoso. Ora sono orgoglioso e felice. Credo che quest’evoluzione combaci anche con il processo di maturazione personale. Sento di essere diventato un uomo, di ragionare diversamente. Lo sport mi ha aiutato sotto questo punto di vista: vivere l’atletica, condividere pensieri con altri suoi protagonisti, viaggiare per il mondo… Sono tutte cose che ti portano a riflettere molto su ciò che stai facendo, così come a quello che faresti senza l’atletica. Ho capito di essere un privilegiato, di essermi creato, attraverso il duro lavoro, un tipo di fortuna e libertà rare”

Yeman Crippa wears On sportswear

La grande transizione dalla pista alla maratona. Abbiamo menzionato le parole di Zátopek: nel tuo caso, l’esperienza della lunga distanza cosa rappresenta?

“È l’ultimo capitolo di un percorso cominciato fin dalle origini del mio rapporto con l’atletica. È stata una progressione: prima i 1500 e i 3000 metri, poi gli allenatori mi hanno consigliato i 5 e 10000. Ho approcciato con calma queste distanze. Mi sono sempre fidato delle opinioni di chi mi sta realmente vicino e non ha mai avuto riserve nell’aprirmi a nuove esperienze. Per questo motivo ho anche deciso di provare a capire se la maratona potesse essere il mio futuro. Ovviamente sono subentrate insicurezze e paure, anche solo di non poter tornare indietro se qualcosa fosse andato storto… Ma ci ho provato e, dal mio esordio in poi, sensazioni e risultati sono sempre più migliorati. Chiaro, le singole gare possono andare bene o male, ma ora so che questa è la mia strada, una strada che può insegnarmi ancora moltissimo”

Parlando di capitoli, ne stai approcciando uno nuovo al fianco di On. Quali sono stati i fattori che ti hanno portato a fare questa scelta? 

“Tra tante offerte, ho scelto quest’azienda perché ha creato un progetto dedicato a me, al mio allenatore e ai miei compagni di allenamento. La disponibilità e visione di On mi hanno conquistato da subito: vogliono farmi crescere, vogliono crescere insieme. Non mi hanno fatto sentire ‘l’ennesimo atleta’, non mi hanno dato una scarpa e chiesto di correre. Con loro mi sento al centro dell’attenzione, sento che vogliono lavorare in sinergia per farmi raggiungere grandi risultati. C’è un contatto costante e mi fa piacere essere coinvolto in processi che non ho mai sperimentato: con il team On, condivido feedback sulle scarpe e sui capi, comunico opinioni e idee. È un prezioso segnale di apertura, di voglia di crescita. Il fatto che abbiano creduto nel mio progetto a Trento, supportando il mio allenatore e i miei compagni, poi, è stato uno step fantastico nella nostra sinergia. Credo che la mia maturazione personale abbia giocato un ruolo anche in questo caso. Pochi anni fa non avrei fatto queste considerazioni, ora sono felice di ragionare su più livelli con la mia testa, di capire cosa sia veramente giusto per me. Sono orgoglioso di crescere con On e, allo stesso tempo, aiutare a far crescere un brand che mi dà reale importanza”

Yeman Crippa wears On sportswear

In un’intervista rilasciata pochi giorni fa, hai sottolineato come i tuoi genitori ti abbiano insegnato cos’è la vita. Quali sono i capisaldi che ti hanno trasmesso? 

“Sono molto riconoscente ai miei genitori. In primis perché hanno preso me e i miei fratelli, in tutto 8 ragazzi dall’Etiopia, per portarci in Trentino e, con tantissimi sacrifici, farci crescere al meglio. Non avevamo tutte le comodità di un figlio unico. Ci hanno insegnato a meritare ogni cosa, a non lamentarsi per questioni superficiali, a voler bene al prossimo. Soprattutto, ci hanno insegnato il valore del lavoro e ad essere grati per quello che ci dà la vita di tutti i giorni. Sono linee guida che seguo ancora oggi. Tanti mi chiedono perché non mi lamenti degli allenamenti o perché non storca il naso nelle settimane di eccessivo carico… Penso sia dovuto al mix del mio carattere e dell’indirizzo morale, umano che mi hanno dato i miei genitori. Nonostante abbia un background calcistico, nel tempo mio papà è diventato appassionatissimo d’atletica, a volte finisce per immedesimarsi nella figura dell’allenatore: mi fa arrabbiare, ma poi ci scherziamo sopra. Diciamo che discutiamo positivamente (sorride ndr). Lui è presente ad ogni gara, che sia in America o in Europa, e l’intera famiglia cerca di seguirmi il più possibile: mi piace sentirli vicini”

Yeman Crippa wears On sportswear

Varie volte hai sottolineato l’importanza di restare concentrato e non divagare con i pensieri durante le gare. Le maratone ti portano però a correre in mezzo a scenari mozzafiato. Durante le gare trovi mai del tempo per sollevare gli occhi e pensare, anche solo per pochi secondi, ai palcoscenici che circondano le tue performance sportive? 

“Sto facendo un percorso di mental coaching e uno dei focus principali riguarda il rimanere il più concentrato possibile durante ogni gara. Che siano i 100 metri o una maratona, più tagli gli input esterni e la divagazione mentale, più performi. È difficilissimo, però, rimanere concentrati sempre, specie lungo una maratona. Il pubblico, gli scenari, gli avversari… L’importante è rendersi conto di quando, effettivamente, la testa sta andando altrove, accettare il momento e ritornare sui binari previsti. Più sei concentrato, meno energie si disperdono. Più sei nel momento, più riesci a gestire e a rispondere alle azioni avversarie. È difficilissimo, ma il segreto sta nello stare concentrato su ciò che stai facendo: sul tuo respiro, sul tuo fiato, al massimo sul passo di chi ti sta davanti. Mi alleno facendo esercizi che aumentino la mia confidence. Ascolto il mio respiro, provo a gestirlo, esercito il mio livello di concentrazione. Per questo tipo di dinamiche, la gara è la miglior palestra. I più bravi nella gestione del focus sono anche i migliori atleti al mondo: credo che la differenza dagli altri stia principalmente qui”  

Yeman Crippa wears On sportswear

In Italia, più o meno volontariamente, sei diventato un simbolo virtuoso per l’intera società. Che tipo di emozioni, riflessioni, sensazioni e, perché no, pressioni percepisci pensando al fatto che le tue gesta sportive fungano da esempi positivi per molti giovani che stanno vivendo percorsi di adattamento analoghi o affini al tuo? Le tue performance e le tue medaglie sono anche motivate da queste logiche? 

“È bello essere un simbolo per la mia città e rappresentare tantissimi italiani che mi seguono. Fino a qualche anno fa l’atletica era vista poco, adesso attira le attenzioni del grande pubblico. Mi fa sentire bene il fatto di essere riconosciuto e supportato da tanti italiani ed è fantastico essere un esempio per i più giovani. Viene tutto in automatico. Io, come tanti altri atleti Azzurri, non m’impegno - nel senso stretto del termine - per dare un esempio alle nuove generazioni. È un processo naturale. La dedizione che metto nel lavoro e i conseguenti risultati non dipendono dal desiderio di ‘farmi vedere’: mai dipenderanno da questo. Quando arrivano i risultati, le persone possono scoprire il tuo percorso, il tuo passato, i suoi lati positivi e negativi, e per alcuni puoi perfino diventare un’icona. Personalmente sento zero pressioni. La vivo come una cosa bella. Poi, quando ti capita di gareggiare a Roma, magari in occasione di un Europeo, l’unico rischio è che diano per scontato il tuo successo. La vittoria non è automatica. Bisogna educare alla comprensione del valore di ogni gara: ogni sfida è diversa, specie una maratona, dove le variabili sono infinite. Se hai vinto e la volta successiva arrivi terzo, non vuol dire che improvvisamente hai smesso di essere bravo. Siamo circondati da atleti fortissimi ed è sempre una nuova sfida. L’importante è avere sempre lo stesso tipo di dedizione” 


L’iconicità non ha tempo, Gelindo Bordin 

Da Letsile Tebogo alla storia Diadora, la Track Jacket Botswana Podium ci permette di entrare nella mente, e nella sensibilità, di uno dei più grandi atleti della storia italiana, nonché attuale Direttore Sport & Marketing del brand trevigiano

I podi olimpici sono luoghi d’iconicità sportiva, sociale, perfino politica, per definizione. Attimi di magia. Set di protesta. Zone franche in cui l’identità di esseri umani elevati dalla musa sportiva può mostrarsi in tutta la sua rivoluzionaria complessità, sprigionando, allo stesso tempo, il potenziale estetico garantito da una piattaforma senza eguali. Gelindo Bordin ha assaporato l’apice della gloria a cinque cerchi, respirando l’aria rarefatta del primo gradino del podio di Seul 1988. A distanza di quasi 40 anni, l’attuale Direttore Sport & Marketing Diadora è tornato a vivere le stesse emozioni, anche se in forma diversa, osservando il trionfo di Letsile Tebogo, oro sui 200 metri parigini e primo campione olimpico della storia dello sprint africano: un trionfo destinato alla leggenda, e vestito di leggenda, grazie alla tanto esotica, quanto consapevole riproposizione della Track Jacket Diadora per il Comitato Olimpico del Botswana. 

La Track Jacket Botswana Podium, indossata anche dalla 4x400 del Botswana argento a Parigi (Ndori, Kebinashipi, Pesela e Tebogo) e utilizzata da tutti gli atleti botswani durante le cerimonie di apertura e chiusura, ci permette di fare una serie di riflessioni ibride con lo stesso Bordin: un viaggio in grado di mettere in rima il suo glorioso passato atletico e il suo composito presente professionale, spalancandoci le porte dell’approccio Diadora al processo di creazione d’iconicità sportiva contemporanea. Un processo che non ha tempo, specie per chi l’ha già vissuto. 

Iniziamo dalla vostra iconica Track Jacket, dedicata e utilizzata dal Comitato Olimpico del Botswana. Innanzitutto, quali sono le ragioni che hanno portato Diadora a legarsi a questa nazione e ai suoi atleti olimpici? Che tipo di valutazioni storico-socio-sportive avete fatto durante la creazione di questa sinergia? 

Va specificata, da subito, la terminologia usata in queste situazioni. Diadora si è legata al Comitato Olimpico, per l’appunto, e non alla Federazione del Botswana: questo ha permesso alla nostra Track Jacket Botswana Podium di prendere parte alla cerimonia d’apertura e di chiusura di Parigi 2024, e di salire sui podi. Il Botswana è un Paese particolare, è ancora in fase d’evoluzione ma, nonostante sia posizionato in un triangolo molto complicato del continente africano, nella sua storia moderna non è stato toccato da guerre, e la sua situazione politica è attualmente stabile. Sicuramente questi dati sono stati essenziali quando, durante una prima fase di scelta, abbiamo analizzato e osservato tutti i Comitati Olimpici ancora privi di contratto.

Anche l’onestà intellettuale dei nostri referenti è stata fondamentale, e ci è stata confermata da Duma Boko, attuale Presidente del Paese che, recentemente, è stato investito della carica di responsabile per la sostenibilità di tutti i Paesi africani.

Lo screening e l’analisi del clima socio-politico in Botswana si sono poi uniti a quella che è una mia grande fortuna: l’essere un ex atleta ed avere una sensibilità che mi possa permettere di valutare la potenzialità tecnica di altri atleti. Quando vedo un ragazzo giovane, come lo sprinter Letsile Tebogo, che scende sotto i 10’’ con costanza, non posso evitare di pensare che possa essere destinato a qualcosa di grande. Lo stesso vale per una 4X400 che ha sempre dimostrato di essere ai massimi livelli internazionali.

Dalla combinazione di tutti questi fattori nasce la volontà di unire Diadora al Comitato Olimpico del Botswana: una volontà che ha portato fortuna a tutti.

Alla luce di quello che ci stai raccontando, scelte di questo genere presuppongono una conoscenza reale di ciò che accade nel mondo. Da ex atleta e campione olimpico, che effetto fa il fatto di doversi interfacciare con scenari esterni al campo, e con logiche o informazioni esterne alla sfera sportiva? 

Sicuramente è molto affascinante. Lo è, ormai, da molti anni. Quando un atleta lascia il proprio mondo, per avventurarsi in ambiti ignoti, trova nuovi stimoli. Io ho deciso di rimettermi in discussione, uscendo dalla bolla sportiva canonica, istituzionale, e scegliendo un percorso in Diadora che mi ha permesso di confrontarmi con tantissime dinamiche sconosciute. Poi, ovvio, il mindset della performance perdura anche in altre vesti. Nel mio caso, vedere un brand piccolo, in confronto ai giganti del mercato, che riesce a raggiungere il gradino più alto di un podio olimpico, non può che essere una soddisfazione enorme. In Diadora dobbiamo raggiungere il massimo risultato con ogni nostra scelta, perché non abbiamo risorse illimitate. Dobbiamo lavorare per trovare quegli spazi liberi, quelle opportunità che, per mancanza di attenzione, sensibilità o prospettiva, sono sfuggite ad altri.

Quando si raggiungono risultati come a Parigi, è ovvio, il mio senso di soddisfazione è incredibile: un appagamento preceduto da enormi tensioni. In fondo, non sono io a competere sulla pista, ora... Ma questo stile di vita, fatto ancora di adrenalina, credo mi mantenga giovane.

Tornando a parlare della Track Jacket Botswana, chiunque nella propria vita ha avuto modo d’incontrare, anche solo per un istante, quest’oggetto carico di storia. Che tipo di effetto hai nell’osservare il ‘trasferimento’, definiamolo in questo modo, di un capo divenuto parte della cultura calcistica, nell’universo dell’atletica? 

Il testimonial della Track Jacket tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 era Marco van Basten. Lui era un idolo per me. All’epoca, Diadora consegnava il premio di Atleta dell’Anno e, nel 1988 (anno dell’oro olimpico a Seul, nella maratona, di Gelindo Bordin ndr), ho vinto arrivando davanti a lui. Mentre salivo sul palco, mi sono scusato... Al di là di questo aneddoto, la scelta dell’azienda di riproporre questo capo, in modalità diverse, nasce dalla volontà di tornare pienamente dentro lo sport. L’atletica, poi, è una di quelle discipline che concede più visibilità a oggetti di questo tipo: è principalmente individuale, al contrario di un contesto calcistico, e garantisce maggiore visibilità a prodotti come la track jacket.

La sua forza iconica tocca sia le ‘mie’ generazioni, che hanno vissuto l’attestazione estetica di questa pietra miliare Diadora, che i ragazzi più giovani, sempre più affini e toccati, anche grazie ai social, alle immagini di quel periodo... Inserita in questo contesto, e in queste riflessioni, la track jacket rappresenta in maniera naturale un elemento totalmente unico, in grado di rompere nuovamente gli schemi. 

Proseguendo questo ragionamento, hai avuto la possibilità di vivere quello che è stato Diadora durante un periodo storico ed estetico particolarmente significativo, come gli anni ’80 e ’90. Oggi, alla luce di un rapporto che ti lega a questo brand da così lungo tempo, che emozioni ti attraversano nell’indirizzare la sua visione contemporanea?  

Ritengo che la proprietà, specie nella figura di Enrico Moretti Polegato, abbia avuto coraggio nell’investire nuovamente nello sport, e nel permettere a Diadora di riconnettersi con le emozioni che solo questa dimensione sociale sa dare. Diadora, specie in Italia, è storicamente legata a questo: alla sfera emozionale alimentato da sportivi di varie discipline.

Negli anni ’80 e ’90 le sfide per il brand erano diverse da quelle di oggi, c’era molto più spazio di manovra. Ora, invece, è tutto molto più complicato... Per questo rendo onore a chi ha deciso di avvicinare Diadora alle nuove generazioni legandosi, ancora una volta, allo sport praticato.

Certo, avremmo potuto investire impegno e soldi semplicemente nella comunicazione, ma sono convinto che questo avrebbe portato ad un tipo di connessione a breve termine. 

Tornando sulla sinergia con il Comitato Olimpico del Botswana e aprendo la riflessione ad altre attività ‘alternative’ portate avanti da Diadora, è una volontà di Diadora quella di seguire un fil-rouge sportivo non, propriamente, mainstream? 

Stiamo provando a lavorare su due livelli. Da una parte, ci concentriamo su atleti che ci permettano di andare a competere, nel senso più pragmatico del termine. Quest’estate, dopo molti anni di ‘assenza’, Diadora ha vinto 4 medaglie agli Europei di Roma e 6 alle Olimpiadi parigine. Per noi è stato un successo, perché brand molto più grandi non sono andati a medaglie... Questi investimenti, però, devono avere un senso. Penso, per esempio, alla scherma, che ci ha regalato grandi soddisfazioni. Diadora ha una lunga connessione alle spalle con questa disciplina, quindi il suo ingresso in quest’area è risultato credibile. Lo stesso dicasi per l’atletica, dove abbiamo appunto assistito al trionfo di Tebogo, all’argento della 4x400, ma abbiamo anche accompagnati gli ultimi capitoli di un talento cristallino italiano: Larissa Iapichino. Queste sinergie ci permettono, ovviamente, di toccare il grande pubblico.

Dall’altra parte, invece, le attività alternative e meno canoniche portano Diadora a toccare le corde di consumatori più raffinati... Anche in questo caso parliamo di emozioni. Sono emozioni diverse, ma che elevano in egual modo il brand: partire da un pubblico più ‘acculturato’ consente e consentirà a Diadora di scendere verso un pubblico più ‘allargato’ in maniera più semplice, rispetto ad un processo inverso”

Credits

Gianmarco Pacione

IMAGO I ZUMA Press Wire / Sven Simon


L’epopea degli Australian Open

Le visioni di Chris Caporaso mostrano l’essenza e l’epicità dello Slam australiano

‘Vires acquirit eundo’, il motto di Melbourne prende spunto da uno dei più noti passi virgiliani. La fama tanto più cresce quanto si diffonde, scriveva il creatore di capolavori classici come l’Eneide. E gli Australian Open seguono queste stesse parole. L’hanno fatto lungo tutta la loro storia, iniziata come provincia del tennis mondiale e proseguita in un’ascesa che, oggi, vede la zona circostante alla Rod Laver Arena trasformarsi annualmente nell’epicentro delle racchette globali. 

Dalle passionali ed eterne imprese di Novak Djokovic all’eleganza cibernetica di Jannik Sinner e ai suoi, umani, limiti. Anche questa edizione dello Slam australiano è stato un susseguirsi d’imprese, fallimenti e singoli momenti epici, come quelli descritti dal massimo poeta dell’Antica Roma. La sempre raffinata lente di Chris Caporaso ci cala tra le maestose architetture di Melbourne Park e nelle tanto eroiche, quanto contemporanee gesta dei protagonisti AO. 


Gli occhi Xeneize di Pancho Monti

Un viaggio nella meraviglia popolare de La Boca, attraverso la lente di un suo narratore

Il sogno bostero di un bambino. Quello di Pancho Monti, che racconta la passione attraverso un obiettivo. Dici passione, dici bostero, dici obiettivo, che è quello di una macchina fotografica. Dici Pancho Monti, e adesso sotto gli occhi c’è il mosaico completo: sono gli scatti, le immagini che ritraggono l’amore per il Boca Juniors. Sorride, Pancho: “Ho iniziato come un outsider. Questa, adesso, è diventata la mia storia”.

Come e quando è iniziata?

“Se parliamo del Boca, per me fin da piccolo. Il mio tifo è sempre stato per questa squadra. Una questione di famiglia, un legame che è forte”.

E da fotografo, invece?

“Nel 2014 ho cominciato a seguire il pubblico del Boca prima delle partite. Mi interessava, mi colpiva fare foto della gente non solo e non tanto dentro lo stadio, la favolosa Bombonera, ma fuori, nelle strade, dove il vero spirito dei tifosi prende vita”. 

Perché fuori?

“Nelle vie che conducono agli ingressi c’è la vera festa. I cori, le canzoni, l’accompagnamento che parte molto prima che si arrivi a fischio d’inizio. La gente che si diverte, che beve il “Fernando”, ossia Fernet Branca mescolato con la Coca-Cola. È la magia della previa.”

Cosa succede in quel momento?

“Passa la gente ed è uno spettacolo di gioia, di partecipazione condivisa. Di colori. Ovviamente, dominano il giallo e il blu, quelli del Boca.”

E il tuo obiettivo dove si è rivolto, in particolare?

“Al lato femminile del tifo per il Boca. Alle donne che seguono la squadra”.

Tra tutte le foto che hai scattato, ce n’è una che preferisci?

“Scelgo quella che ritrae Lilita, una tifosa di novantadue anni con la maglia del Boca e una lattina di birra in mano, mentre fa una linguaccia.”

Come vivi tutto questo, ora?

“La pressione è maggiore, perché cerchi qualcosa di diverso nelle foto rispetto a prima, ma niente è cambiato per quel che riguarda l’emozione di seguire il popolo bostero, che resta la stessa.”

Chiudi gli occhi ed esprimi un desiderio: quale foto vorresti scattare?

“Una della Raulita, una storica, grandissima tifosa del Boca che non c’è più. Per tutti è stata e resta un simbolo.”

E i giocatori del Boca che ti piacerebbe aver fotografato alla Bombonera?

“Diego Armando Maradona, Juan Román Riquelme, Martin Palermo, Carlitos Tévez.” 

 Tra quelli che hai fotografato, invece, quali sceglie?

“Edinson Cavani. In un giorno speciale, quando La Bombonera ha aperto i suoi cancelli solo per accoglierlo”.

La più grande bellezza del Boca?

“Quando la squadra sta perdendo, il sostegno dei tifosi si fa ancora più forte. E allora capisci quanto sia meraviglioso essere alla Bombonera.”

Questo gustoso Q&A è un omaggio e, allo stesso tempo, un’introduzione al focus editoriale ‘La Mitad Más Uno’, pubblicato nel nostro Athleta Magazine Issue 11, dove la galleria visuale di Pancho Monti conduce direttamente nel cuore pulsante de La Boca, accompagnata dalla penna di Matteo Fontana. 


Massimo Osti Archive, un’oasi del progresso fashion per una biografia rivoluzionaria

Grazie a Lorenzo Osti, siamo entrati nella dimensione creativa e nella sfera personale di una leggenda del design, suo padre, esplorandone i pilastri e scoprendo l’iconica essenza dei suoi brand

“A modo mio quel che sono l’ho voluto io”, cantava Lucio Dalla. Esplorando il Massimo Osti Archive, queste parole non fanno che riecheggiare, contestualizzate e sostanziate da una comune anima bolognese, così come da un’amicizia reale, costruita e solidificata su personalità parimenti rivoluzionarie. 

Ogni capo, in questo spazio carico di storia, pare una nota musicale di una discografia composita: ha un preciso valore, una precisa identità, una precisa funzione. Una giacca futuristica. Una grafica camuffata. Un prototipo mai replicato. Tutto, nel dinamico monumento dedicato alla memoria e all’eccellenza di Massimo Osti, rima con il senso della ricerca, o meglio, con un mai pienamente appagato desiderio di riscoprire il già conosciuto. Di cambiare paradigmi eterni solo all’apparenza. Di carpire il battito universale di tempi e contesti, per poi trasformarlo in un testamento personale, sotto forma di materia.    

Qui, dove il genio è percepibile al tocco di tessuti e dettagli, Lorenzo Osti, attuale Presidente di C.P. Company e co-ideatore del progetto Massimo Osti Studio, così come dell’Archivio, insieme alla sorella Agata, ci guida tra le memorie di suo padre. Lo fa con una naturale capacità comunicativa, seguendo un flusso di coscienza e d’affetto che sgorga dal desiderio di rendere giustizia ad una mente rara, in grado di mutare, indelebilmente, pensieri e processi creativi lungo tutta la seconda metà del Novecento. 

Lorenzo dà vita ad ogni oggetto, saltando tra sconosciuti e famosi tesori fashion, trasformando ogni scaffale in un capitolo egualmente significativo della parabola creativa del padre. È una storia che viaggia per capi e suggestioni, la storia di un outsider che nella moda ha sempre trovato il proprio output, ma mai la propria definizione. La storia di un umile avanguardista. La storia di Massimo Osti. 

In questo primo capitolo, ne scopriamo i capisaldi umani e professionali. Seguirà poi un secondo, altrettanto speciale focus, interamente concentrato sul rapporto tra l’eclettico bolognese e l’immaginario sportivo. 

Lorenzo Osti mostra alcuni pezzi dell'Archivio
Alcuni capitoli della storia di Massimo Osti
La collezione di tessuti nell'Archivio

DA BOLOGNA AL FASHION. Le origini di Massimo Osti, un inizio obbligato per un’ascesa visionaria. 

“Molto di quello che mio padre ha portato deriva dal suo tipo di background, ha fatto un percorso decisamente diverso rispetto alla maggior parte dei designer/stilisti. Innanzitutto c’è Bologna (parleremo meglio del rapporto tra la famiglia Osti e la propria città nel secondo focus ndr). Lui cresce qui durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Uno degli ultimi bombardamenti, purtroppo, gli porta via suo padre, quindi deve andare a lavorare presto, lo stesso vale per i suoi due fratelli. Non ha una formazione accademica e inizia facendo il rappresentante della Pirelli, accedendo ad un corso serale di grafica pubblicitaria. Quel corso lo porta a pensare e creare pubblicità per vari negozi. 

Poi, fonda una studio grafico con l’amico Lucio Festi e comincia a collaborare con l’azienda Anna Gobbo, che all’epoca si chiamava Anna Sport. Fa un rebranding del logo, del naming e lo fanno lavorare sulle grafiche di alcune t-shirt. È la fine degli anni ‘60 e in questi oggetti si può già notare un approccio creativo inconsueto…”

Echi del legame tra abbigliamento militare e Massimo Osti
Zaini C.P. Company e Stone Island
La funzionalità applicata alla moda secondo Massimo Osti

IL PRIMO CAPITOLO, CHESTER PERRY. Tra pilastri estetici e un archivio in divenire, la matrice dell’opera magna ‘ostiana’. 

“Nasce in modo naturale l’idea di fare un marchio con i suoi prodotti, lo chiama Chester Perry: il nome della fabbrica dove lavorava Bristow, un personaggio fantozziano di un popolare fumetto pubblicato su Linus. Nel 1971, fonda il brand sulla grafica, il primo dei quattro pilastri che segneranno, almeno a mio avviso, la sua estetica e la sua poetica. Già a questo punto, utilizza processi peculiari, atipici, coinvolgendo i materiali. Una fotografia di una maglia stampata su una maglia, per esempio. Mio padre è sempre stato stuzzicato dall’idea di ‘falsificazione’ dei materiali, questa caratteristica ricorre lungo tutta la sua carriera...

Arriva poi l’esigenza di fare qualcosa di più strutturato, come un capospalla. Pensa subito ad un oggetto funzionale, pratico, proprio perché per lui l’abbigliamento non è ‘moda’ nel senso stretto del termine. Per lui vale il mantra “mi devo vestire, voglio stare comodo, devo stare bene”. Per questo, guarda subito all’abbigliamento militare, il suo secondo pilastro. Ha sempre sottolineato come nei capi militari ogni dettaglio esistesse per una precisa ragione e funzione. Mai un orpello, né un decoro casuale… E una qualità elevata, garantita dall’assenza di logiche di mercato e dalla necessità di ottenere i migliori prodotti possibili. Inizia a comprare vintage militare in questo momento storico, dando il là al suo archivio, di cui potete osservare solo una piccola parte in queste stanze. Ad un certo punto arriva ad avere quasi 30mila capi, li tiene tutti nel suo ufficio, e li stende a terra di volta in volta, per osservarli da un soppalco, traendone ispirazione… Ne abbiamo conservati 2mila esemplari”

Materiali e forme di Massimo Osti
Dettaglio di alcuni accessori C.P. Company
Un angolo dell'Archivio dedicato all'estetica Stone Island

C.P. COMPANY, UN BRAND PER UNA GENERAZIONE CULTURALE. Il superamento della rigidità attraverso il coraggio della diversità e dell’innovazione. 

“Nel 1978 deve cambiare nome all’azienda per vari motivi e lo riduce alle iniziali. Arriva C.P. Company. A questo punto, è sempre più consapevole di non essere uno stilista. Non si sente tale. Non sa disegnare, ma usa un sistema molto efficace, che ancora oggi attira professori e designer qui in visita: fotocopia pezzi e dettagli di capi preesistenti, crea dei collage, trova la sua ‘formula’ e la consegna ad un tecnico per finalizzare il disegno. Mixa zip, tasche, tutto quello che lo ispira… 

Ha un approccio da inventore, propone una rivoluzione di prospettive e processi che è un po’ figlia dei cambiamenti culturali di quegli anni. Durante la sua maturazione, l’abbigliamento è rigido. Ogni capo ha una precisa, rigida funzione: il vestito della messa, del lavoro, dello svago… E c’è anche una rigidità dal punto di vista dei tessuti: sono pochi, sono sempre gli stessi… La contestazione generazionale, riassunta dalle manifestazioni contro la Guerra in Vietnam, porta uno shift importante sotto questo punto di vista. Il periodo storico ribalta tutto e mio padre traduce nei suoi marchi questa nuova direzione sociale, ideologica. Dà vita a prodotti ibridi, che non hanno una collocazione chiara: come un piumino, fino a quel momento usato solo in montagna, unito alla stampa di un Montgomery e venduto per la città. È un tipo di diversità, di novità in cui molti giovani possono rispecchiarsi e identificarsi. Lo stesso vale per i materiali e il loro trattamento. Sviluppa il processo di ‘tinto in capo’, il terzo pilastro della sua vision, evolvendo una tecnica preesistente. Questo gli permette di vendere capi che sembrano vecchi, usati, smantellando il paradigma ormai obsoleto del vestito perfetto, sempre e comunque. 

La sua ‘vocazione’ inventiva è testimoniata anche da molti altri progetti esterni alla moda. Penso, per esempio, alla creazione di un magazine C.P., che viene venduto in edicola e raggiunge una tiratura di 50mila copie, all’idea di un primo cellulare tutto schermo, alla sponsorizzazione di un auto elettrica nel lontano 1990, a disegni di audiolibri e navigatori satellitari fatti decenni prima che venissero messi sul mercato… Conserviamo lettere piene di queste idee, rivolte a noti imprenditori italiani. L’idea di ‘tinto in capo’, poi, la trasferisce anche nella comunicazione, l’altro filone che più lo stimola e in cui si rispecchia appieno per tutta la vita. È solito fotocopiare anche per tre volte le foto in alta definizione delle collezioni, usando una delle prime fotocopiatrici a colori, per far loro perdere la grana e renderle ‘invecchiate’. A mio avviso, questi sono tutti tasselli della sua unicità”

Un estratto dalla rivista C.P. creata da Massimo Osti
Particolare di un indumento C.P. Company
Stone Water, un'altra delle invenzioni di Massimo Osti
Copertine storiche dei C.P. Magazine

SPINGERSI ANCORA OLTRE. La sperimentazione di tessuti raggiunge l’avanguardia, con una Rosa dei Venti. 

“Il ‘tinto in capo’ C.P. cambia completamente l’estetica. I capi bianchi vengono messi a bagno ed escono con colori che sfumano in base alle zone del capo stesso. Sono variazioni cromatiche che nessun altro riesce ad avere. Il passo seguente è la doppia tintura: attraverso svariate prove, mio padre e i suoi collaboratori scoprono che, mischiando marrone e verde nello stesso bagno, il primo ha effetto sul cotone, il secondo sul nylon. Da qui si spalancano le porte verso opzioni miste, tanto imprevedibili nel loro esito finale, quanto uniche. 

Queste scoperte, però, non gli bastano. Comincia a sperimentare con i tessuti, pescandoli all’esterno dell’industria dell’abbigliamento e trasformandoli. Un collaboratore, Adriano Caccia, gli racconta della sua fascinazione nei riguardi dei teloni dei camion, scoloriti dal sole. Compra questo tipo di tessuto e crea il marchio Stone Island nel 1982, che nasce esclusivamente per seguire questa suggestione. Il nome è influenzato da mia madre, lettrice dei romanzi di Joseph Conrad, dove compaiono spesso queste parole, e dalla passione per il mare della mia famiglia (anche di questo tema parleremo più approfonditamente nel secondo focus ndr) e soprattutto per Baia Sardinia, dove i miei trascorrono i periodi estivi vendendo in stock i capi di fine stagione. Il logo, la Rosa dei Venti, è un altro, evidente, segno della fascinazione per l’elemento marino… 

C.P. Company e Stone Island si differenziano da subito. Il primo è concentrato sul ‘tinto in capo’ e su toni terra, naturali. È rivolto a persone più mature, sofisticate, per certi versi ad un pubblico borghese. Il secondo è destinato ai più giovani, ha colori forti, tessuti catarifrangenti, gridati…”

Alcune copertine delle riviste CP Company
Lorenzo Osti racconta il Massimo Osti Archive
Creazioni e ispirazioni di Massimo Osti

PROSPETTIVE DI UN OUTSIDER. Sfumature, influenze ed effetti di un designer atipico, che non si è mai ritenuto tale. 

“Anche il cyberspazio e la lettura fantascientifica sono parte del suo immaginario e incidono, in qualche modo, sulle sue creazioni: una passione, questa, che accompagna anche me da molto tempo… Con il leggendario William Gibson, autore tra gli altri de il ‘Neuromante’, è anche capitato un curioso aneddoto. Nel 2012 abbiamo fatto un libro commemorativo, ‘Ideas from Massimo Osti’, e riceviamo un ordine da quello che ritenevamo un omonimo di William Gibson. Nel dubbio, gli lasciamo una nota scritta. Dopo poco tempo, Gibson ci risponde, di essere un fan di lunga data di mio padre… Gli abbiamo immediatamente chiesto di scrivere una prefazione per la ristampa al fianco di Errolson Hugh, fondatore di ACRONYM e per diversi mesi stagista di mio padre. Anche lui ha condiviso un simpatico aneddoto: quando lavorava al suo fianco, a Bologna, capitava spesso che si presentasse nel suo ufficio a fine giornata, mostrando orgogliosamente nuovi design e sentendosi rispondere “ah, hai fatto una cosa uguale a questa, che avevo già fatto…”. 

Allargando la lente sul filone creativo di Massimo Osti in senso generale, molti tra i creativi che ha incontrato sottolineano come lui abbia cambiato il concetto di ‘top down’, il flow tipico di un designer: partire da un’idea, creare un moodboard, poi dei figurini, a seguire dei prototipi e, infine, una sfilata che funga da racconto tangibile per l’idea originale. Mio padre fa il contrario, segue un processo ‘bottom up’, migliorando cose preesistenti, partendo dal basso. Per procedere in questo senso è necessario avere un archivio composito e sterminato. Nessuna scuola insegna questo metodo, l’unico a farlo è Andrew Groves, professore della Westminster di Londra, che viene spesso a trovarci. 

Anche questo è un segno del fatto che mio padre sia ancora oggi considerato un outsider. Lui si sente tale per tutta la sua vita. Decide di stare a Bologna, e non a Milano, proprio per sottolineare questa condizione. Non frequenta salotti, non partecipa a sfilate… E non incensa il suo lavoro, tanto meno il suo apporto al mondo fashion. È un designer diverso, per un momento in cui molte persone vogliono sentirsi diverse grazie all’abbigliamento”

L'attenzione al progresso militare
La sinergia tecnologica tra Levi's, Phillips e Massimo Osti

NUOVI, DIFFICILI, VISIONARI MONDI. Una nuova fase, segnata tanto dalla costante sete di progresso, quanto da imprevedibili incidenti di percorso. 

“Un nuovo capitolo di mio padre giunge quando, per una serie di vicessitudine, esce definitivamente dalle aziende che hanno segnato la sua ascesa. Ricomincia da Left Hand, un marchio che si lega, per la prima volta, alla donna, dove comincia ad abbandonare alcuni dei suoi capisaldi: come la grafica, che di fatto sparisce, e il ‘tinto in capo’. Rimane, però, la volontà d’innovazione, che si tramuta nell’associazione di ogni collezione ad uno specifico materiale: come il finto daino, o il PVC, che oggi sarebbe illegale, ma allora non è ritenuto tale. 

Mentre si avvicina al nuovo secolo, all’apice del suo successo, decide di lanciare Massimo Osti Production. Prima di questo momento, non ha mai dato risalto al suo nome, è sempre stato molto riservato. Purtroppo il progetto va malissimo, a causa di una serie di problemi finanziari che non dipendono, direttamente, da lui. Sostanzialmente viene truffato. Il rilancio avviene tramite Levi’s, con cui collabora per qualche tempo. Arriva anche ad unire il brand americano a Philipps, creando un gilet d’avanguardia, che prevede spazi funzionali ad hoc per cellulari e MP3… Non si è mai visto nulla di simile” 

Campioni di ricerca tessile e cromatica
Una delle leggendarie C.P. Company Goggle Jackets

UNA LEGACY FAMILIARE. L’archivio assume nuova forma attraverso l’opera filologica della famiglia e il ritorno di Lorenzo Osti in C.P. Company. 

“Ad appena 60 anni, con ancora molte idee in testa, mio padre muore. Purtroppo il fumo è sempre stato il suo grande problema. Io e mia sorella, lungo le nostre strade, avevamo toccato solo marginalmente il suo lavoro. A 20 anni avevo collaborato per poco più di un anno con lui, sviluppando quello che si è rivelato essere il primo sito di moda d’Italia. D’altronde, il mio expertise è legato al mondo grafico-pubblicitario e a quello informatico… Dopo quell’esperienza apro un’agenzia, ma il lutto porta me e mia sorella a decidere di concentrare parte delle nostre vite sull’archivio di nostro padre. Così, iniziamo a raccogliere tutto quello che possiamo raccogliere, e nel 2012 pubblichiamo il libro ‘Ideas from Massimo Osti’, senza seguire logiche commerciali. 

Il mio avvicinamento a C.P. Company arriva dopo questo periodo, a fine 2015. Nel mentre, avevo sviluppato la mia agenzia ed ero anche entrato in contatto con un cliente cinese, con cui avevo stretto un bel rapporto. Quando sento che C.P. era in vendita, lo contatto. Lui si dice disponibile ad investire, ma mi chiede di partecipare attivamente a questo nuovo capitolo del brand. Da subito, gli specifico che non è mia intenzione tornare come ‘figlio del proprietario’: non sono uno stilista, non volevo e non voglio disegnare collezioni… Chiedo di fare quello che so fare, ovvero dare il mio contributo lato marketing. Dopo aver superato quella che potremmo definire come una tipica ‘sindrome dell’impostore’, oggi sto continuando a sviluppare strategie di marketing e branding, ad esempio ho deciso di riportare in vita il mag C.P. - Arcipelago -, e a gestire sul versante imprenditoriale. 

Non metto becco sul prodotto, perché mi fido di chi lo segue, ho la fortuna di collaborare con professionisti brillanti, e continuo insieme alla mia famiglia il lavoro sull’Archivio Massimo Osti, ospitando e dando ascolto a chiunque sia interessato alle pietre miliari e alla visione di mio padre” 

Nelle prossime settimane potrete gustare il secondo capitolo di questo viaggio nell’identità di Massimo Osti, concentrato sul suo rapporto con la musa sportiva.


Game Changers: Circle

Circolarità e running si uniscono, nella mente e nel brand di Romain Trébuil, per generare dei prodotti rivoluzionari e un futuro migliore 

Secondo l’ultratrailer Dean Karnazes il running insegna che perseguire una passione è più importante della passione stessa. Nel caso del co-founder di Circle Romain Trébuil, questo paradigma assume un senso ancora più profondo, perché nel suo ipertecnologico brand parigino la passione si trasforma in missione: una missione universale, in grado di connettere running culture, materiali avveniristici e sensibilizzazione attiva per aiutare le condizioni del nostro Pianeta.

Educare a come migliorare il RunningWear e, in senso allargato, lo SportsWear. Guidare una rivoluzione virtuosa con l’esempio. Se, come teorizza Circle, il ‘Progresso non è Lineare, ma Circolare’, sono la mente di Romain Trébuil e il lavoro del suo Team ad aver completato la prima curva nel, ancora oggi, tristemente utopico rapporto tra prodotti running e condizioni ambientali. La SuperNatural Runner, la performance shoe già esposta al Museo Olimpico e indossata dalla leggendaria ambassador Circle Marie-José Pérec durante Parigi 2024, per esempio, è il manifesto di questo progetto dedicato al ripensamento della sostenibilità e alla totale investitura della circolarità come processo unico e indispensabile per correre consapevolmente.

Grazie alla testimonianza diretta di Romain Trébuil, possiamo comprendere le origini, l’evoluzione e l’avvenire di un’idea nata per e con il running: un manifesto teorico trasformato in azione pratica, e già in grado di cambiare l’approccio alla Sport e Fashion Industry, dimostrando come pensiero, innovazione e sensibilità possano limitare, persino abbattere, l’impatto di ognuno di noi, e delle nostre passioni, sulla Terra. 

Romain Trébuil - Founder of Circle Sportswear

LA GENESI DI CIRCLE - L’IMMAGINARIO DI ROMAIN TRÉBUIL

“Ho fondato Circle nel 2020. Ero già un imprenditore nella tech industry, ho avuto la possibilità di lanciare una mia company e ho voluto concentrarmi su un passion project. Lo sport è una parte fondamentale della mia cultura. Sono un amante dello sport in generale, soprattutto del running. Corro praticamente ogni giorno e partecipo a maratone. Mi piace competere, superare i miei limiti e condividere momenti con altri esseri umani legati da una comune passione. Da ragazzo ho sciato a lungo, anche partecipando ad eventi internazionali. Durante una di queste competizioni, a Cortina, mi sono fratturato in più punti una gamba, ma adesso non è altro che un ricordo… Nei weekend invernali continuo comunque a sciare. Il running è arrivato durante i miei anni universitari, il colpo di fulmine è stato con il cross-country e ho avuto la fortuna di partecipare ai campionati nazionali francesi. Poi, ho avuto una fase tennistica: m’interessava il lato mentale dello sport, la lotta contro te stesso e con i pensieri del tuo avversario… Durante quegli anni ho messo da parte per un po’ il running, per poi ritrovarlo in una forma differente.”

“Prima di Circle, lavoravo per un’azienda che mi faceva viaggiare molto. Ero praticamente ogni settimana in diverse parti del mondo. Non facevo un lavoro eco-friendly… Portavo ovunque le scarpe da running ed uscivo ad esplorare. Il running ti permette di fuggire dalle preoccupazioni e dagli stress quotidiani, e ti aiuta a scoprire posti nuovi. Per esempio, correvo 15, 20 km in ogni nuova città, per conoscerla meglio. Ora mi piace bilanciare la corsa solitaria alle uscite con crew e community. Prima di fondare il brand, mi sono preso del tempo per controllare quello che indossavo, dov’era fatto, e studiare alcune label. Mi ha scioccato constatare che quasi tutto l’apparel running venisse e venga ancora prodotto dall’altra parte del mondo, utilizzando plastica e petrolio. I capi che indossavo per correre non erano allineati con il mio commitment: prendermi cura dei luoghi dove corro, così come del nostro futuro. Nella running industry c’era e c’è l’opposto di ciò che amo e di ciò che amano tanti altri runner. Così ho deciso di lanciare Circle, concentrandomi su due concetti chiave: la performance e l’economia circolare garantita da prodotti interamente prodotti in Europa, utilizzando materiali organici o riciclati. L’ID del brand sta in questi due capisaldi.” 

RUN TOWARDS A BETTER FUTURE, UN CLAIM UNIVERSALE PER AMBASSADOR UNIVERSALI

“Il claim Run Towards a Better Future è tutto. Vuol dire correre per un futuro migliore, essere consapevoli dell’impatto che può avere ognuno di noi. Questo non vuol dire che dobbiamo pensare solo alla sostenibilità: vuol dire che possiamo correre divertendoci e prendendoci cura del Pianeta. La running industry è interamente focalizzata sulla performance. Noi dimostriamo che è possibile pensare alla performance e, contemporaneamente, alla legacy ambientale. Non siamo perfetti, ma vogliamo spingere verso una direzione migliore, proponendo azioni semplici: come evitare capi in plastica e comprare, invece, dei prodotti virtuosi. Il concetto di circolarità, nel nostro caso, diventa una metafora esplicitata dall’immagine di una pista. La nostra filosofia è: brucia la pista, ma non il Pianeta.” 

“Attualmente stiamo strutturando il nostro Ambassador Program. Prima di annunciarlo, volevamo creare valori forti, essere chiari sulla nostra missione, costruire un progetto consistente… Abbiamo anticipato gli ambassador ‘canonici’ con una call to action universale, proponendo ai runner di tutto il mondo di sottoscrivere un’application per rappresentare il brand nel quotidiano. Abbiamo ricevuto centinaia di mail in poche settimane, ora sono migliaia, e sono un chiaro indicatore del network internazionale che stiamo costruendo. Da un punto di vista pro, per il momento abbiamo selezionato dei giovani talenti francesi e li aiutiamo su vari livelli. Mettiamo loro a disposizione un ecosistema per migliorare nella performance, ma anche per aumentare le loro consapevolezze ambientali. Abbiamo coinvolto come allenatrice la più grande podista francese di tutti i tempi, Marie-José Pérec. Ha vinto 3 ori olimpici tra Barcellona ‘92 e Atlanta ‘96 sui 400 e 200 metri. Stiamo anche costruendo un impianto e una pista per il nostro Team. È un grande progetto che viaggia su binari paralleli rispetto al cosmo di runner day-by-day che ci rappresentano nelle città di tutto il mondo.”

“Proviamo a sostenere e a sensibilizzare menti positive, è l’ossatura del nostro brand. Chi si lega a Circle deve avere una particolare attenzione alla sostenibilità. Noi cerchiamo di evolvere questa inclinazione personale, di sostanziare l’impatto sociale e ambientale di ogni figura Circle. Questa filosofia dà senso alla nostra idea di running, perché Circle non è solo dei prodotti, è un movimento. È parte di una nuova generazione di brand che devono guidare una necessaria transizione. Per riuscirci, dobbiamo diventare grandi. E dobbiamo pensare anche al comfort, così come al design, per creare anche un altro tipo di emozioni nei runner. Alla fine, se il prodotto non è buono, nessuno ti sceglie.”

NON C’È INNOVAZIONE, O CIRCOLARITÀ, SENZA TECNOLOGIA

“Innoviamo molto e siamo orgogliosi di riuscire a fondere l’innovazione con la sostenibilità. È grandioso vedere partner con Woolmark che credono e investono nel nostro progetto. Ci dà un enorme senso di responsabilità, perché ogni partner crede nei nostri valori. Dobbiamo avere pazienza se vogliamo cambiare il mercato, ma ricordo quotidianamente al mio Team che ogni accordo e ogni partnership sono step verso un impatto e una rivoluzione maggiore. La tecnologia, anche alla luce del mio background, è cruciale per Circle. Per me l’ecologia è strettamente legata all’innovazione. Abbiamo creato una prima scarpa, la SuperNatural Runner, usando dei materiali che non esistevano in precedenza. L’abbiamo lanciata partendo da zero e costruendola insieme a partner innovativi. Abbiamo utilizzato rifiuti agricoli, per rendere la scarpa ultra-resistente e biodegradabile. Abbiamo anche sostituito il petrolio con materiale plant-based. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la tecnologia. L’innovazione è parte di ogni stadio del nostro lavoro.” 

“La più significativa pietra miliare è stata la SuperNatural Runner. Come ho già detto, non esisteva nulla di simile prima. Sono orgoglioso di aver creato ciò che non c’era. Ci ha dato l’opportunità di cambiare il mercato. Anche se fallissimo domani, avremmo comunque lasciato un’impronta per sempre, perché tutt’ora siamo l’unico brand di running al mondo che è completamente votato all’ecologia. Lo certifica il fatto che la nostra scarpa è già stata inserita nel Museo Olimpico, prima ancora di entrare in commercio, a rappresentare il futuro dello sport.”

UNA RIVOLUZIONE CIRCOLARE E GLOBALE 

“Abbiamo circa 100mila persone che entrano in contatto con la nostra community e i nostri Run Club di Parigi e Annecy attraverso i social. Nella capitale francese raduniamo 150 persone ogni settimana e anche loro fungono da nostri ambassador. Da un certo punto di vista sono numeri alti, ma non bastano. Un paio di mesi fa abbiamo avuto una grande attivazione anche a Londra: è un punto di partenza che verrà replicato in molte altre parti del mondo. È il piano per il nostro 2025, dove passeremo sicuramente dalla Corea del Sud, dall’Italia e dalla Germania. A Londra abbiamo fatto correre a 400 runner quasi 1000 km in 3 giorni… In queste social run condividiamo temi seri riguardanti l’eco-responsabilità e la circolarità, ma proviamo anche a divertirci, a toccare varie corde emotive. Serve tempo per spiegare il nostro punto di vista, e le persone hanno bisogno di emozioni per concederti tempo, e legarsi al brand. Per questo a Londra abbiamo anche fatto un evento speciale, chiamato ‘Pass the Baguette’ con Runlimited, dove abbiamo unito le nostre origini francesi alle crew locali, facendole correre una staffetta con delle baguette. Il concetto di circolarità si riferisce anche alle emozioni e al divertimento.”

“Ora vogliamo ingrandirci. Nel 2020, quando abbiamo lanciato Circle, avevo Parigi 2024 nella mente. Volevamo avere un posto lì. Ci siamo riusciti sia con il nostro shop nel centro della città, che con Marie-José Pérec, la nostra ambassador che ha portato la fiamma olimpica con le nostre scarpe. È stato un sogno. Il prossimo sogno sono i Giochi Olimpici di LA 2028. Stiamo già parlando con alcuni Paesi per imbastire dei progetti insieme e vogliamo portare i nostri atleti in America a competere. Soprattutto, vogliamo fondare una nuova generazione di brand running che portino l’eco-responsabilità al centro di ogni logica.”