Fette | Di Tour e ciclismo come atto umano
Dai colori dell’Ecuador alle più leggendarie vette francesi, il racconto illustrato di Fette segue frequenze a sé stanti: quelle scandite dall’arte umana, molto più che sportiva, del ciclismo e dei suoi interpreti. Un caleidoscopio figurato, composto di dettagli ed echi eterogenei, che esploriamo per celebrare la conclusione del Tour de France 2026
Antoine Blondin, storico corrispondente de l’Équipe sulle strade della Grand Boucle, arrivò a confidare di scrivere su diretta dettatura del Tour de France. Un’immagine potentissima, in grado di annullare qualsiasi distanza tra soggetto e narratore. O meglio, di renderli cosa unica, come solo a pochi, pochissimi eventi sportivi al mondo è dato fare.
Osservando le illustrazioni di Fette, pare ripresentarsi la medesima dinamica. Il cosmo illustrato di quest’architetto ecuadoriano, sulla sella sin dall’infanzia, è un’estensione diretta del romanzo proposto da ogni tappa, da ogni fuga o scelta in essa racchiuse, da ogni percorso emotivo e fisico intrapreso dagli umani supereroi che arrivano a popolarla.
Mentre l’edizione 2026 della corsa gialla volge al proprio termine, rappresentato dai sempre luminosi Champs-Elysées, ci mettiamo a ruota di uno degli artisti più rilevanti nel panorama ciclistico globale, assaporando una scia fatta d’intuizioni, ispirazioni, distintivi processi creativi e, soprattutto, profonda consapevolezza: quella che ogni momento della Grand Boucle, così come ogni semplice momento in sella, racchiudano l’essenza della vita stessa, e le sue sfumature più ironiche, oltre che epiche.



Com’è entrato il ciclismo nella tua vita? Cosa ti ha fatto innamorare di questa disciplina e quali sono i tuoi primi ricordi del contatto con essa?
“La bicicletta c’è sempre stata. Ha fatto parte della mia casa, della mia infanzia. Io e mio fratello siamo cresciuti tra BMX e mountain bike, quindi non l’abbiamo mai vissuta come qualcosa di speciale: era semplicemente il nostro modo di divertirci. La cosa buffa è che non ero uno di quei bambini che passavano i pomeriggi davanti alla televisione a guardare il Tour de France o che sapevano chi avesse vinto una determinato corsa. Il mio legame con la bicicletta è nato molto prima di quello con il ciclismo professionistico. Ho scoperto solo più tardi il ciclismo su strada, e mi è bastata una sola uscita per capire che me ne ero innamorato. Non perché desiderassi correre, ma perché mi piaceva pedalare. Punto. In tutta la mia vita ho preso parte appena a due gare... e sono arrivato ultimo in entrambe (ride, ndr). In quei momenti ho capito definitivamente di non essere nato per competere.
Nel tempo, ho scoperto che amo tutto ciò che ruota intorno alla bicicletta. Partire senza sapere dove arriverò. Perdermi su strade secondarie. Fermarmi a bere un caffè. Chiacchierare durante una pedalata. Oppure non dire niente e ascoltare soltanto il rumore delle ruote sull’asfalto… Il ciclismo è uno sport che pretende moltissimo, ma che in cambio sa regalarti un senso di pace difficile da spiegare a chi non l’ha mai provato. Credo sia questo il motivo per cui mi ci sono legato così profondamente alle due ruote. Non per la competizione. Per le storie. Per tutto quello che può accadere sopra una bicicletta. E provo a raccontare ciò con le mie illustrazioni.”
Il disegno e le illustrazioni, invece, quando hanno iniziato a fare parte del tuo immaginario prima, della tua espressione creativa poi?
“Credo di disegnare da sempre. Da quando ho memoria, mi vedo scarabocchiare su qualsiasi cosa mi capiti tra le mani. Non c'è stato un momento in cui mi sono detto: “Voglio diventare un illustratore”. Semplicemente, amavo e amo farlo. Con il tempo ho capito che il disegno è il linguaggio che mi viene più naturale. Ci sono pensieri che faccio fatica a tradurre in parole e che, invece, trovano immediatamente posto dentro un’illustrazione. È anche il luogo in cui riesco a far convivere tutto quello che mi appassiona: il design, l'architettura, la pittura, la musica, il cinema... oggi, anche il ciclismo.
Quando ho fondato Fette, non avevo in mente di ritrarre il ciclismo. Volevo raccontare delle storie. Il ciclismo si è rivelato essere un palcoscenico perfetto, poiché trattasi di uno sport attraversato da emozioni, personaggi memorabili e momenti irripetibili. Una corsa può essere epica, esilarante, assurda o profondamente umana. È ciò che continua ad ispirarmi. Forse, anche per questo nelle mie illustrazioni è quasi sempre presente una vena ironica, a volte persino umoristica. Mi piace quando qualcuno si ferma davanti a un disegno, sorride, magari ride, e poi comincia ad esplorarne i dettagli nascosti. Se un’illustrazione riesce ad interrompere, anche solo per qualche minuto, il gesto ormai automatico di scorrere lo schermo, allora penso di aver raggiunto il mio obiettivo.”
Provieni dall’Ecuador (dove, se non erro, sei ancora di base) e hai intrapreso un percorso professionale in architettura. Quanto queste due componenti, ovvero le tue radici culturali e accademiche, incidono nel tuo modo d’intendere il ciclismo e l’illustrazione?
“Moltissimo, anche se probabilmente non nel modo più ovvio. L’architettura non mi ha insegnato a disegnare meglio: mi ha insegnato a pensare. È una disciplina profondamente intrecciata con l’arte e il design, e credo che la lezione più preziosa che mi abbia lasciato sia la capacità di astrarre un’idea, ridurla all’essenziale e prestare attenzione ai dettagli più minuti. Prima d’iniziare qualsiasi illustrazione cerco sempre di capire quale sia il cuore della storia e quale sia il modo più semplice per raccontarla. Questo modo di ragionare arriva direttamente dall'architettura. L’Ecuador, invece, ha modellato il mio sguardo sul mondo. È un Paese straordinario, pieno di contrasti, dove lo sport inevitabilmente finisce per entrare a far parte della tua vita. Da bambino ho praticato tantissime discipline diverse e mi sono divertito con tutte. Il ciclismo su strada è arrivato soltanto molto più tardi. Non mi ci sono avvicinato con lo sguardo di chi è cresciuto seguendo le grandi corse europee. L’ho scoperto attraverso la curiosità. Attraverso il piacere, puro e semplice, di andare in bicicletta.
Credo che vivere in Ecuador ti porti a percepire il tempo in maniera diversa. Qui non esistono quei cambiamenti di stagione così netti, che scandiscono la vita in molti altri Paesi. Tutto sembra avere un ritmo più costante, e penso che questo finisca per influenzare il modo in cui si osserva il mondo e attraversa il tempo. Non ci avevo mai riflettuto davvero, ma ripensandoci mi accorgo come questa prospettiva sia entrata naturalmente anche nel mio lavoro. In fondo, Fette nasce proprio dall’incontro di due mondi. Da una parte, c'è un modo di pensare ereditato dall’architettura, che cerca sempre di togliere il superfluo senza perdere profondità. Dall’altra, c'è uno sguardo formato in Ecuador, che spesso mi permette di cogliere storie e dettagli che possono sfuggire a chi ha trascorso tutta la vita immerso nella cultura ciclistica europea.”



Parliamo del fenomeno Fette. Quali sono le origini di questo caleidoscopio di suggestioni ciclistiche? Confermi, come hai già condiviso in passato, che la vittoria del Giro d’Italia da parte di Carapaz e la tua compagna triatleta hanno giocato un ruolo nello sviluppo iniziale di questo progetto artistico?
“Fette è nato durante la pandemia, quasi come una risposta al bisogno di continuare a creare. Com’è accaduto a tante persone, il lockdown mi ha costretto a cercare un nuovo equilibrio, un modo per restare attivo. Il disegno è diventato quello spazio. In quel periodo è sembrato che tutto accadesse nello stesso momento. Il ciclismo ha vissuto un’esplosione di popolarità, Richard Carapaz ha vinto il Giro d’Italia e, grazie alla mia ex compagna, ho iniziato a seguire le corse con occhi completamente diversi. La bicicletta mi aveva sempre appassionato, soprattutto però per il piacere di pedalarla, non per quello di seguire da appassionato il pro cycling. Però, ho iniziato a scoprire tutto quello che una corsa contiene oltre il risultato finale: le storie, le tattiche, i caratteri, le emozioni...
Fin dall’inizio, avevo ben chiaro di non voler realizzare illustrazioni tecniche, né limitarmi a raccontare i vincitori. Ero interessato a mostrare il lato più umano dello sport. Perché una corsa mai è soltanto una questione di classifica. È composta di decisioni, errori, sacrifici, momenti comici, frustrazioni, gioie… Credo che il cuore di Fette stia proprio qui: nell’usare il ciclismo come un linguaggio per raccontare storie profondamente umane. In fondo, quelle emozioni non appartengono soltanto al ciclismo. Appartengono allo sport in sé. Ed è proprio questo che ci permette di riconoscerci in ciò che vediamo.”
Spesso, ad un oceano di distanza, si tende a sottovalutare il valore culturale del ciclismo in un Paese-culla di questa di questa disciplina, come l’Ecuador. Potresti raccontarci cosa rappresenta questo sport per la tua nazione? Che immagini useresti per descrivere al meglio questo rapporto?
“Il ciclismo è sempre esistito in Ecuador, ma credo che soltanto adesso si stia iniziando a costruire una vera e propria identità ciclistica. Negli ultimi anni il cambiamento è stato impressionante. Si vedono sempre più persone allenarsi, sempre più persone che pedalano semplicemente perché amano farlo e, soprattutto, sempre più corridori ecuadoriani capaci di lasciare il segno nel ProTour. Non si tratta più di avere un solo campione capace di emergere. Oggi, l’Ecuador è un Paese che il mondo del ciclismo guarda con rispetto. E questo, inevitabilmente, ha fatto aumentare anche il pubblico. Sempre più persone seguono le corse, imparano a capirle, sentono di farne parte. Siamo ancora in una fase di crescita, soprattutto a livello amatoriale, dove c'è tantissima strada da fare. Ma se penso a com’era la situazione dieci anni fa e la confronto con quella di oggi… la differenza è enorme.
L’Ecuador resta un Paese profondamente legato al calcio, e non credo che questo cambierà nel prossimo futuro. Tuttavia, mi piacerebbe che ci fosse più curiosità anche verso gli altri sport. Abbiamo atleti che stanno ottenendo risultati straordinari sulla scena internazionale, non soltanto nel ciclismo, e credo meritino la stessa attenzione, lo stesso entusiasmo e lo stesso sostegno. Spero che, un passo alla volta, riusciremo a diventare un Paese capace di celebrare lo sport in tutte le sue forme. Mi piace pensare che l’Ecuador stia soltanto scrivendo le prime pagine della propria storia ciclistica. Ed è proprio questa sensazione, l’essere all’inizio di qualcosa, che rende questo momento storico così entusiasmante.”
Nel tempo, che tipo di filosofia artistica hai definito? In base a cosa scegli i protagonisti e definisci le sequenze, così come i dettagli narrativi, delle tue opere?
“Quasi tutte le mie illustrazioni nascono allo stesso modo: guardando una corsa. Mentre la seguo, inizio a mettere in relazione quello che succede sull’asfalto con tutto ciò che, in quel momento, alimenta il mio immaginario. Può essere un film, una canzone, un quadro famoso, una campagna di design, un meme o perfino qualcosa che non ha assolutamente nulla a che vedere con il ciclismo. Così, scatta la scintilla. Poi, provo a costruire una storia. Mi piace che le illustrazioni contengano ironia, umorismo, emozione, ma anche piccoli dettagli nascosti. Sì, spesso prendo bonariamente in giro i corridori o certe situazioni che si verificano in gara, ma lo faccio sempre con affetto. Mai per ridicolizzare qualcuno, piuttosto per celebrare il lato più umano di questo sport. Una delle sorprese più belle è stata scoprire che molti pro cyclist condividono esattamente lo stesso senso dell’umorismo e si divertono a vedersi raccontati in questo modo. È una cosa che ancora oggi mi stupisce.
Più di ogni altra cosa, credo che il mio lavoro sia guidato dal desiderio di non ripetermi. Cerco sempre di evitare la soluzione più prevedibile, quella che tutti si aspettano. Mi domando continuamente se esista un altro modo di raccontare la stessa storia o un punto di vista che nessuno abbia ancora esplorato. Mi piace anche disseminare le illustrazioni di piccoli messaggi nascosti. Alcuni sono citazioni, altri sono riferimenti che soltanto pochi possono cogliere, altri ancora hanno un significato molto personale. La cosa curiosa è che, a distanza di tempo, capita spesso che sia io stesso a riscoprire dettagli che avevo completamente dimenticato. È come se ogni illustrazione custodisca un frammento preciso relativo al momento in cui è nata. E quando qualcuno si prende il tempo di osservarla davvero e riesce a scovare uno di quei messaggi, ho la sensazione che il disegno torni a vivere. In fondo, è questo che cerco: un’illustrazione dovrebbe suscitare più emozioni contemporaneamente. Vorrei che sorprendesse al primo sguardo, poi strappasse un sorriso e, tornando a guardarla dopo qualche tempo, fosse ancora capace di rivelare qualcosa di nuovo. Credo che questa scoperta continua, questo dialogo tra l’immagine e chi la osserva, sia una parte fondamentale dell’identità di Fette.”



Sei un ciclista praticante. Cosa ti hanno insegnato le due ruote? Quanto hanno inciso sulla tua identità? E, dato che per noi ogni sport è una forma d’arte a sé stante, ritieni che la pratica ciclistica stessa sia pura arte?
“Mi hanno insegnato tutto. Questa è probabilmente la domanda più semplice di tutta l’intervista. La bicicletta mi ha insegnato pazienza, disciplina, il prendere decisioni, l’accettare sconfitte, il godermi il percorso e a capire che molte delle cose più belle della vita arrivano solo dopo aver fatto un po’ di fatica. Sono lezioni che valgono in sella, ma ancor di più lontano da essa. Più che influenzare il mio lavoro, la bicicletta ha plasmato la mia vita. Oggi, in un modo o nell’altro, tutto ruota attorno alle due ruote. Pedalo ogni giorno, in casa mia ci sono più biciclette che mobili e molte delle persone più importanti le ho incontrate grazie al ciclismo. Persino tanti progetti d’architettura e/o legati alle illustrazioni sono nati grazie a incontri avvenuti durante un’uscita in bici. Mi riesce difficile pensare ad un aspetto importante della mia vita in cui la bicicletta non sia stata presente.
E sì, credo fermamente che pedalare sia una forma d’arte. Ognuno vive la bicicletta a modo suo. C'è chi corre, chi esplora, chi la usa per ritrovare un po’ di silenzio, chi semplicemente la usa per andare al lavoro. Compiamo tutti lo stesso gesto, ma ognuno racconta una storia diversa. Di una cosa, però, sono assolutamente convinto: chiunque abbia pedalato almeno una volta nella vita ha immaginato, fosse anche solo per pochi secondi, di tagliare per primo il traguardo e alzare le braccia al cielo dopo aver vinto una tappa del Tour de France. Credo che questa capacità di farci sognare, anche quando siamo soli su una strada deserta, sia uno degli aspetti più belli e più profondi del ciclismo.”
Come ti fa sentire il fatto di essere assurto a punto di riferimento nel panorama ciclistico e di avere una community di appassionati alla tua arte sparsa in tutto il mondo, con cui puoi condividere la tua visione dei più grandi Tour e delle più varie icone ciclistiche? Allo stesso tempo, come hai vissuto e stai vivendo le collaborazioni con vari brand e istituzioni?
“A dire la verità faccio ancora fatica a vedermi in questi termini. Già il fatto di rispondere a quest’intervista mi sembra piuttosto surreale. Sono qui, in Ecuador, a parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo che vuole conoscere la mia storia grazie ad alcuni disegni sul ciclismo. Se qualcuno me l’avesse detto anni fa, probabilmente gli avrei risposto che era impossibile. Fette mi ha regalato un qualcosa di prezioso: la comunità che si è creata intorno al progetto. Certo, poter vivere del mio lavoro è qualcosa di straordinario, ma sono state le persone a cambiarmi la vita. Grazie a Fette ho conosciuto corridori, designer, fotografi, giornalisti, aziende. Soprattutto, ho trovato degli amici. Persone che, con ogni probabilità, mai avrei incontrato se durante la pandemia non avessi iniziato a disegnare.
Questa esperienza mi ha fatto capire anche un’altra cosa: un’illustrazione può essere molto più di una bella immagine. Può dare origine ad una conversazione, far nascere un’amicizia, creare un legame tra persone che vivono agli antipodi del mondo, ma si riconoscono nella stessa idea. In fondo, credo che il vero senso di Fette sia questo: raccontare storie a modo mio e scoprire che, da qualche parte, ci sia qualcuno che le possa sentire altrettanto proprie. Anche lavorare con brand e squadre è un’esperienza incredibile. Apprezzo moltissimo il fatto che nessuno mi abbia chiesto di smettere di essere Fette. Anzi, chi mi cerca vuole proprio il mio approccio differente alla narrazione ciclistica. Questo mi fa pensare che ci sia ancora spazio per un racconto più umano, più creativo, meno prevedibile. Se per caso qualche brand stesse leggendo questa intervista... Prima di tutto, grazie. E fatevi pure sentire. Prometto che risponderò.”
Parliamo del Tour de France. La Grand Boucle cosa sprigiona dentro di te, a livello di emozioni e pensieri? E cosa ti ha particolarmente colpito di quest’edizione 2026?
“Il Tour de France è, senza alcun dubbio, il momento che aspetto di più durante l’anno. Per tre settimane tutto entra in una sorta di ‘modalità Tour’. Guardo ogni tappa, riempio quaderni di appunti, disegno, penso a nuove idee e mi domando continuamente che cosa succederà il giorno seguente. È impossibile non lasciarsi trascinare da quel tipo d’energia. Amo che ogni tappa racconti una storia diversa. A volte nasce da un’impresa straordinaria, altre volte da un gesto minuscolo, che quasi nessuno nota. Ed è proprio da questi soggetti che vengono ispirate e prendono forma molte delle mie illustrazioni.
L’edizione di quest’anno mi ha impressionato soprattutto per il livello della corsa e per la velocità con cui si è gareggiato. Ho la sensazione che il ciclismo continui ad evolversi stagione dopo stagione. Mi è piaciuto vedere volti nuovi, corridori capaci di mettere in discussione le gerarchie e sfidare i grandi campioni. È il segnale migliore che uno sport possa dare: significa che sta continuando a crescere. Certo, un piccolo dispiacere c’è stato. Mi sarebbe piaciuto vedere Jonas e Pogi giocarsi il Tour fino a Parigi. Credo che tutti aspettassero quel duello fino all’ultimo giorno. Ma è anche questo il fascino del Tour. Pensi di sapere come andrà a finire e, puntualmente, riesce a sorprenderti. Alla fine, ti regala sempre una storia diversa da quella che avevi immaginato.”



Quali sono le opere legate al Tour de France del presente e del passato che occupano un posto speciale nel tuo cuore?
“Sono talmente tante che sceglierne una sola è impossibile. Però, ce ne sono alcune che hanno segnato tappe importanti nella storia di Fette. L’illustrazione di Chris Froome che corre a piedi sul Mont Ventoux è stata una delle prime a farmi conoscere da un pubblico più ampio, quindi avrà sempre un posto speciale nel mio cuore. Sono molto affezionato anche ai lavori dedicati a Wout van Aert durante il Tour del 2022, quando la Jumbo-Visma riuscì davvero a mettere Pogačar sotto pressione. Sono stati giorni incredibili da raccontare. Lo stesso vale per tutti i capitoli della rivalità tra Jonas e Pogi. Ho la sensazione che stiamo assistendo ad uno dei grandi duelli della storia del ciclismo e poterlo raccontare mentre accade è un privilegio raro. Un’altra illustrazione a cui tengo molto è quella dedicata a Mathieu van der Poel nel giorno in cui ha finalmente conquistato la maglia gialla. Era uno di quei momenti che tutti aspettavano da tempo.
Le storie che amo raccontare, però, non coincidono quasi mai con le vittorie. Mi interessano i momenti che rivelano davvero chi sono i corridori: una giornata storta, un gregario che sacrifica tutto per il proprio capitano, oppure un atleta che conquista una maglia o un premio che, fino a pochi giorni prima, sembrava irraggiungibile. Sono episodi che ci ricordano una cosa molto semplice: dietro ogni campione c'è una persona. E credo sia proprio questa la dimensione del ciclismo che merita di essere celebrata. Alla fine, le illustrazioni a cui resto più legato sono quasi sempre quelle più dense di dettagli. Mi diverte nascondere citazioni, piccoli rimandi, messaggi che non si colgono al primo sguardo. La cosa curiosa è che, quando ci torno sopra dopo mesi o addirittura anni, conoscendo ormai come quella storia è andata a finire o come si è evoluta la carriera di quel determinato corridore, finisco per guardare tutto con occhi diversi. È un po’ come rivedere una tappa di cui conosci già il finale: ogni volta ti accorgi di un qualcosa che ti era sfuggito. Forse è proprio questa la mia idea d’illustrazione riuscita: un’immagine che t’invita a tornare, che resiste al tempo e continua a raccontarti qualcosa di nuovo.”
Quali sono i ciclisti che oggi stuzzicano maggiormente la tua immaginazione? E quali le leggende che sono muse eterne per te?
“I think the riders who appear most often in my work are Pogačar, Wout van Aert, Mathieu van der Poel, Jonas Vingegaard, Remco Evenepoel, Primož Roglič, Egan Bernal, Isaac del Toro, and on the women’s side, Demi Vollering, Marianne Vos, Elisa Longo Borghini, Pauline Ferrand-Prévot, and Katarzyna ‘Kasia’ Niewiadoma. Each of them has such a distinct personality that it’s easy to build stories around them.
Pogačar corre come se non sapesse nemmeno cosa siano i limiti. Van der Poel e Wout sono spettacolo allo stato puro: quando sono al via, sai già che prima o poi succederà qualcosa di memorabile. Jonas ha un’incredibile calma apparente, che all’improvviso si trasforma in attacchi devastanti, proprio quando meno te li aspetti. Remco ha un carattere fortissimo e un modo di correre che, nel bene o nel male, finisce sempre per far discutere. Roglič ha una qualità che ammiro profondamente: qualunque cosa accada, riesce sempre a rialzarsi. Egan Bernal avrà sempre un posto speciale per tutto quello che rappresenta per l’America Latina e per ciò che è riuscito a superare nella sua carriera. Isaac del Toro, invece, trasmette quella rara sensazione di assistere all’inizio di qualcosa di molto grande.
Anche nel ciclismo femminile trovo una fonte inesauribile di ispirazione. Demi Vollering, Marianne Vos, Elisa Longo Borghini, Pauline Ferrand-Prévot e Kasia Niewiadoma hanno modi completamente diversi di correre e di vivere la corsa. Ognuna di loro porta con sé una storia che vale la pena raccontare. E se parliamo di leggende, il primo nome che mi viene in mente è sempre Marco Pantani. Al di là delle vittorie, c’era qualcosa nel suo modo di correre che sembrava appartenere a un’altra epoca. Quando attaccava era semplicemente impossibile distogliere lo sguardo dalle sue azioni.”



Tennis Minimalism in the Art of FIFA2000
Togliere fino a quando rimane soltanto l’essenziale. Potrebbe essere tanto una definizione del movimento artistico minimalista quanto la descrizione di un campo da tennis. È proprio da questa intuizione che il lavoro di FIFA2000, artista sudamericano la cui ricerca si muove tra pittura, cultura urbana e immaginario popolare, si sviluppa. Nella sua pratica artistica il campo da tennis smette di essere soltanto un luogo sportivo per trasformarsi in spazio mentale ed architettura sociale dalle infinite possibilità.
Come se una composizione di Mondrian fosse stata sottratta alla verticalità della tela e stesa sotto i piedi degli atleti: il campo da tennis organizza lo spazio attraverso linee, intervalli e proporzioni. La pura eleganza formale di questi rettangoli di gioco, privati del movimento di corpi, emancipa il tennis dal proprio significato sportivo, elevandolo a composizione perfetta: linee rette, campiture cromatiche, simmetrie e proporzioni che sembrano dialogare con la storia stessa del minimalismo. Per questo artista originario di Santiago del Cile e attratto dall’idea di ridurre l’immagine alla sua forma essenziale, un rettangolo tennistico si presenta come un dispositivo visivo pressoché inesauribile. Un luogo all’interno di cui studiare angolazioni, ombre, traiettorie, variazioni cromatiche e tensioni spaziali.
A questa attrazione visuale si sovrappone anche una dimensione biografica-tennistica di FIFA2000. Memoria sudamericana, identità nazionale e sedimentazione culturale appartengono ad un deposito emotivo che permette al campo da tennis, una volta entrato nell'universo artistico, di trasformarsi in uno spazio apparentemente neutro che, proprio nella sua essenzialità, finisce per caricarsi di significati sociali sempre diversi, sempre nuovi.



Sei un artista autodidatta. Prima ancora che attorno al tuo lavoro si definisse un linguaggio riconoscibile, che cosa ti ha spinto a sentire il bisogno di disegnare e creare immagini?
“Il mio primo vero avvicinamento al disegno risale a quando avevo dodici anni, nel momento in cui scoprii l’animazione giapponese. Manga e anime mi sconvolsero completamente: per me rappresentavano un universo del tutto nuovo. Passai dai classici cartoni animati di Nickelodeon a un’autentica ossessione per Dragon Ball Z. Il desiderio di replicare ciò che vedevo mi portò a convincere mia madre a iscrivermi a un laboratorio di disegno, che frequentai tra i dodici e i tredici anni. Fu lì che ho appreso le prime tecniche e vissuto le mie esperienze formative con l’arte, disegnando tavole ispirate a manga come Evangelion, Alita: Battle Angel e Samurai X.”
‘FIFA2000’: dove nasce e cosa rappresenta per te questo nome?
“FIFA 2000 nasce dalla ricerca di un tag per i graffiti. Volevo un nome breve, leggibile in qualsiasi parte del mondo e già sedimentato nell’immaginario collettivo. È così che sono arrivato a FIFA, un brand dotato di un’enorme forza globale, e ho deciso di appropriarmi di quel concetto visivo, adottando allo stesso tempo la tipografia di un altro brand iconico come FILA. Il ‘2000’, invece, riflette la profonda influenza che su di me esercita l’estetica del passaggio di millennio, con tutto il peso psicosociale, futuristico e nostalgico che quell’epoca porta con sé.”
Sei nato e hai sviluppato il tuo linguaggio visivo a Santiago. In che modo la città ti ha insegnato a osservare le geometrie, lo spazio pubblico e le differenze sociali?
“Santiago è una capitale in costante movimento, una città che si reinventa ogni giorno, tanto fisicamente quanto culturalmente. Sono sempre stato attratto dalla strada; i graffiti mi affascinano da quando ero molto giovane. Vengo da Puente Alto, una periferia dove la cultura urbana e il ritmo della strada hanno una presenza fortissima. Ciò che più mi ispira della città sono i loghi, i marchi e la pubblicità. C’è stato un periodo della mia vita in cui li detestavo, ma a un certo punto ho deciso di ribaltare quello sguardo e di utilizzarli a mio vantaggio, trasformandoli in strumenti capaci di catturare l’attenzione dello spettatore. I loghi esercitano un impatto visivo enorme sul cervello umano. Sebbene a Santiago le differenze sociali siano estremamente marcate, i loghi possiedono una natura democratica: sono presenti tanto nei quartieri più ricchi quanto nelle aree più povere. Mi ha sempre interessato sottolineare proprio questa universalità.”



Do you think South America has its own visual language of tennis, one that hasn’t yet been fully represented? How much of Chile is reflected in your work even when the theme seems universal?
“Sinceramente, non credo che il Sud America possieda un vero e proprio linguaggio visivo specifico del tennis, soprattutto perché si tratta storicamente di uno sport egemonico e globalizzato, e l’America Latina tende a replicarne l’estetica tradizionale. L’identità locale emerge, però, nel momento in cui quel modello viene infranto. Un esempio fondamentale, per me, è stato Marcelo “Chino” Ríos, un tennista che andava contro tutte le convenzioni consolidate, manifestando una profonda irriverenza tanto dentro quanto fuori dal campo. La sua personalità negli anni Novanta, quando raggiunse il numero uno del mondo, ebbe un impatto enorme su di me durante l’adolescenza. Quell’attitudine si riflette ancora oggi nel mio lavoro: mi piace creare immagini visivamente attraenti che, allo stesso tempo, mettano lo spettatore a disagio o lo costringano a interrogarsi. In qualche modo, tutto questo si riconduce a Chino Ríos come icona pop di quell’epoca.”
Il tennis occupa da molti anni un posto centrale nel tuo universo visivo. Ricordi quando hai iniziato a percepirlo non solo come sport, ma come esperienza artistica?
“Lo ricordo perfettamente, perché coincide con la nascita di mia figlia. In quel periodo stavo ancora cercando di comprendere quale potesse essere la mia strada nell’arte: facevo graffiti, tatuavo per riuscire a mantenermi e sperimentavo sulla tela, cercando un’identità visiva che potesse definirmi già al primo sguardo. Nel mezzo di quella ricerca dipinsi il mio primo campo da tennis, con una caratteristica particolare: i giocatori rappresentati erano paralimpici. Per necessità economiche cominciai poi a produrre più lavori legati a quel tema, sia su T-shirt sia su tela, e mi resi conto che la risposta del pubblico era incredibile. Le persone acquistavano i dipinti per arredare le proprie case; scoprivano che la geometria del campo da tennis appariva estremamente elegante in un soggiorno, accanto a una pianta o a una bella tenda. Quando ho compreso il potenziale tanto commerciale quanto estetico di quell’elemento, non ho più smesso. Ancora oggi continuo a ricevere commissioni per composizioni di questo tipo.”
Il tennis come è entrato nel tuo lavoro? Lo ha fatto attraverso un rapporto diretto con il gioco, la memoria, la televisione, l’architettura oppure, semplicemente, attraverso una fascinazione visiva?
“Credo che ci siano tre fattori fondamentali. Il primo è la fascinazione visiva esercitata dal campo stesso; il suo disegno mi appare profondamente artistico perché dialoga direttamente con l’arte minimalista, qualcosa che i campi caratterizzati da linee curve, come quelli da calcio o da basket, non riescono a trasmettere allo stesso modo. Il secondo fattore appartiene alla memoria e all’identità nazionale: sono stato profondamente colpito dall’impresa di Nicolás Massú e Fernando González ai Giochi Olimpici di Atene del 2004. Il terzo fattore, probabilmente il più importante, è l’architettura del campo, che per me coincide con una forma di pura eleganza formale.”


Il mondo dell’arte ha spesso relegato lo sport a un ruolo culturale secondario, mentre la cultura popolare ne ha immediatamente compreso l’enorme potenza iconografica. Come interpreti il rapporto tra questi due universi?
“Ho la sensazione che, nella mia generazione artistica, esista una forte tendenza a riappropriarsi dell’estetica sportiva, soprattutto di quella calcistica. Se il sistema dell’arte ha storicamente relegato lo sport ai margini, credo sia perché le discipline sportive appartengono, per loro stessa natura, alla cultura popolare. Tradizionalmente, il circuito elitario dell’arte ha ricercato esclusività e accesso ridotto, prendendo le distanze dalle masse. Lo sport rompe questo tipo di elitismo proprio perché appartiene alle persone. Mettere in relazione questi due mondi significa, in qualche modo, democratizzare l’immagine.”
Ad Athleta Mag piace pensare al tennis come una vera e propria forma d’arte. Cosa rappresenta il tennis per te? E cosa cerchi di esprimere attraverso questo tipo di musa nel tuo lavoro?
“Nel mio lavoro, il tennis funziona come uno schermo attraverso cui proiettare sottigliezza ed eleganza, due qualità che risuonano profondamente con il mio gusto per un’estetica pulita e minimalista. A differenza del golf, ho la sensazione che il tennis costituisca ancora una nicchia visivamente poco esplorata nell’arte contemporanea. Ma, al di là della dimensione estetica, lo considero anche uno stile di vita. Il fatto che sia uno sport individuale mi rappresenta perfettamente; non ho mai amato gli sport di squadra. Il tennis è una battaglia di precisione fisica e mentale, richiede un sacrificio enorme ed è costantemente attraversato dalla frustrazione, qualcosa che il recente documentario su Rafa Nadal riesce a rappresentare molto bene. Io utilizzo il tennis proprio per parlare di questo: del continuo superamento di se stessi, della resilienza e della solitudine del creatore di fronte alla propria tela.”
Your work often explores geometric fantasies. What is it about tennis and geometry that sparks your creative process? And what did you see on a tennis court that you didn’t find anywhere else?
“Quando stavo cercando il mio stile, desideravo che fosse il più minimalista possibile. Idealmente, avrei voluto ridurre l’intera composizione a un solo colore, una linea e un cerchio. Nel corso di questa ricerca, mi resi conto che il campo da tennis rappresentava lo scenario perfetto. Il mio processo creativo comincia proprio da lì: trovare i colori giusti, l’angolazione corretta, la traiettoria della palla e il rapporto tra le ombre. Inoltre, mi accorsi che il tennis nell’arte rappresentava un territorio ancora largamente inesplorato. C’erano artisti che, in qualche momento del proprio percorso, avevano dipinto un campo da tennis, ma nessuno che si fosse realmente specializzato su questo soggetto. Volevo cogliere l'opportunità. Ovviamente non penso assolutamente di poter rivendicare qualcosa di mio artisticamente parlando, ma ho dedicato una parte significativa del mio tempo a questo universo e ho realizzato un numero enorme di opere incentrate sui campi da tennis.”


A volte i tuoi campi da tennis non sembrano luoghi in cui viene disputato un match, ma spazi mentali. Ti interessa maggiormente il campo da tennis come luogo reale oppure come paesaggio immaginario?
“Mi interessano entrambe le dimensioni, ma a un certo punto ero talmente immerso in questo universo che ho cominciato a percepire il campo soprattutto come un paesaggio immaginario. Sono diventato quasi ossessionato dalla ricerca di angolazioni ambigue, ricavate da azioni del tutto casuali, attraverso cui creare dipinti differenti. Sono arrivato ad astrarre lo spazio fino a un punto tale che il campo ha smesso di essere un luogo fisico ed è diventato una condizione mentale, nella quale linee e forme potevano fluttuare al di fuori della realtà stessa del gioco.”
Il tennis è uno dei pochi sport la cui identità visiva può trasformarsi quasi completamente a seconda della superficie: la terra rossa, l’erba verde, i campi in cemento blu o verdi. Vivi ogni superficie cromatica come un universo emotivo differente?
“1000%. Each surface conveys something entirely different and varies greatly visually; the shadow cast by clay is not the same as that of grass, or that of cement versus asphalt. Rather than limiting myself to technical realities, I let myself be guided by chromatic freedom and the emotion of color. If a sky blue seems beautiful to me and conveys the right energy, I don’t hesitate to combine it with a Barbie pink to create my own world on the canvas.”
Il tennis sta attraversando una nuova fase di interesse culturale che coinvolge moda, fotografia, design e arte. Perché, secondo te, sta accadendo proprio in questo sport?
“Credo sia direttamente collegato all’eleganza della sua estetica. Le componenti visive del tennis, quindi l’abbigliamento, i brand, persino l’atteggiamento del pubblico, possiedono un’identità estremamente definita. Sebbene sia uno sport relativamente elitario, è proprio questa dimensione in qualche modo riservata a giocare a suo favore. Il fatto che non sia uno sport globalmente popolare nello stesso modo di altri gli permette di conservare un’aura esclusiva e sofisticata, particolarmente attraente per l’arte e il design contemporanei.”


You’ve explored the format and scale of graffiti. What did graffiti bring you as an artist, and what changes when you work on a wall instead of a canvas?
“Il formato dei graffiti appartiene a un universo completamente differente rispetto alla tela o alla pittura destinata alla galleria. La strada offre una libertà unica, qualcosa che lo studio semplicemente non è in grado di restituire. Ho la sensazione che alcune delle mie opere migliori siano state dipinte in spazi pubblici, dove il gesto pittorico diventa più libero e riesce ad accogliere la ruvidità della materia urbana. Inoltre, lavorare su quella scala introduce una dose purissima di adrenalina, una forza propulsiva che considero vitale tanto per l’esperienza umana quanto per il processo creativo.”
Dopo così tanti anni trascorsi sui campi tennis, cos’altro credi sia ancora possibile scoprire all’interno di quel rettangolo?
“Ho la sensazione di aver appena sfiorato la metà del potenziale visivo che il tennis può offrire. La cosa positiva è che, pensando al percorso della mia carriera, probabilmente ho ancora circa quattro decenni di vita davanti a me per continuare a creare. Questo mi lascia esattamente il tempo necessario per provare a scoprire, attraverso l’arte, la percentuale restante. Gli elementi da esplorare sono praticamente infiniti: il gioco delle ombre, la geometria delle linee, il comportamento del pubblico, la rete, le scarpe, i raccattapalle, le racchette spaccate, i brand sponsor, i tic e le gestualità dei giocatori. All’interno di quel rettangolo ci sono ancora cento cose diverse che aspettano soltanto di essere scoperte.”

A vivid tennis dream - Patricia Geagea
Nella pratica artistica di Patricia Geagea, il tennis si eleva dalla logica atletica per divenire tela emotiva su cui colori e forme esagerate esaltano sensazioni, oltre che memorie, sospese.
Sotto lo pseudonimo artistico di ‘Entre Deux’, Patricia immagina un suo mondo e ne esplora la musa sportiva. Nata a Beirut, formatasi professionalmente attraverso Paesi, culture e discipline diverse, oggi di base in Canada, questa grafica e artista contemporanea crea dei territori cromatici in cui i protagonisti, i luoghi e il tempo sembrano fluttuare nell’inverosimile. Tra realtà e immaginazione, fotografia e illustrazione, memoria e finzione, ogni immagine appare, così, sospesa in una zona incerta: sconosciuta, eppure familiare. Diviene una visione cinematografica, possibile e impossibile.
Il tennis entra in questo universo nello stesso modo, con una riconoscibilità immediata e, insieme, apparentemente astratta, in cui i colori diventano matrice narrativa e archivio sensoriale saturato, composto da ricordi di un'infanzia passata sulle sponde mediterranee del Libano. La terra rossa, gli abiti bianchi, il verde rigoglioso che circonda i campi da gioco, il blu compatto del cielo... Tutto funziona come un sistema di scale cromatiche, attraverso cui lo sport viene sottratto alla realtà e restituito ad una regno altro. Ogni campo, un ricordo; ogni figura, una presenza; ogni gesto, una pennellata sensoriale, impressa in uno spazio surreale.






Il tuo pseudonimo artistico, Entre Deux, evoca immediatamente uno spazio posto tra due stati, due lingue, due possibili identità. Che cosa significa oggi, per te, questo spazio intermedio?
“Entre Deux riflette il luogo in cui mi esprimo naturalmente. Sono nata a Beirut, ho costruito la mia vita a Montréal e ho attraversato la mia carriera lavorando tra paesi, culture e discipline creative diverse. Mi sono sempre sentita più a casa in quello spazio sospeso tra mondi, là dove le identità non sono fisse e influenze differenti possono coesistere. Questa idea è entrata in modo naturale nella mia pratica artistica. Sono attratta da immagini che esistono tra realtà e immaginazione, fotografia e illustrazione, memoria e finzione. Non sono tanto interessata a documentare il mondo, quanto a ricrearne le sensazioni. Quello spazio ‘intermedio’: il luogo in cui l’ambiguità lascia spazio all’emozione e in cui chi osserva può scalfire nell’immagine le proprie memorie, le proprie interpretazioni. Per me, Entre Deux non significa scegliere tra due identità. Significa abbracciare lo spazio in cui esse si incontrano. È lì che mi sento più creativa, ed è lì che tutto il mio lavoro si origina.”
Prima che l’intelligenza artificiale entrasse nel tuo processo creativo, che tipo di immagini cercavi come art director e designer? Gli strumenti generativi hanno modificato la tua visione, oppure hanno semplicemente dato forma a qualcosa che esisteva già?
“Molto prima di lavorare con l’intelligenza artificiale, ero già alla ricerca di immagini che avessero una qualità cinematografica, emotivamente carica e leggermente impossibile. Come art director, ho trascorso anni costruendo narrazioni visive, cercando sempre di creare un’atmosfera diversa, nuova. Quando presentavo campagne ai clienti, utilizzavo spesso Photoshop per costruire composizioni capaci di comunicare una visione che ancora non esisteva. Quelle immagini non erano pensate come risultato finale, ma aiutavano gli altri a vedere il mondo che stavo cercando di creare. Gli strumenti generativi non hanno modificato in modo sostanziale ciò che desideravo esprimere. Hanno ampliato il vocabolario visivo a mia disposizione. Mi permettono di costruire scene che sarebbero state difficili, se non impossibili, da realizzare attraverso una produzione tradizionale, mentre il mio ruolo rimane invariato: dirigere, editare, rifinire, curare e prendere decisioni estetiche. La visione è sempre venuta prima. La tecnologia le ha semplicemente offerto un altro medium.”
Lo sport e, in particolare, il tennis ricorrono spesso come soggetti nel tuo lavoro. Come mai?
“Sono sempre stata attratta dallo sport, ma non necessariamente in quanto atleta. Ho provato a giocare a tennis quando ero a scuola e ho capito piuttosto rapidamente che non era la disciplina in cui riuscivo a esprimermi meglio. Ciò che è rimasto in me, però, non è stato tanto il gioco in sé, quanto tutto ciò che lo circondava. Il tennis mi ha sempre interessata come universo visivo: l’eleganza degli abiti, la geometria grafica dei campi, le palette cromatiche. Possiede una capacità unica di tenere insieme atletismo e raffinatezza, movimento e immobilità. Molto prima che diventasse un soggetto ricorrente nel mio lavoro, stavo già raccogliendo dentro di me quelle impressioni visive. Oggi il tennis rappresenta per me un linguaggio visivo estremamente ricco, attraverso cui posso esplorare composizione, atmosfera ed emozione.”




Hai oltre dodici anni di esperienza nell’art direction e nel design. In che misura questo background ti aiuta a creare qualcosa che risulti artisticamente impattante?
“Gli anni trascorsi nell’art direction e nel graphic design mi hanno insegnato a pensare oltre la sola dimensione estetica. Ogni immagine nasce da un’intenzione. Dietro ogni decisione visiva esiste un’idea da comunicare, un’emozione da evocare o una storia da raccontare. Questo modo di pensare mi ha accompagnata lungo tutta la mia carriera ed è diventato, in modo naturale, il fondamento della mia pratica artistica. Che io lavori con strumenti generativi, realizzi uno shooting vero e proprio o collabori con illustratori, il mio processo rimane sostanzialmente lo stesso. Penso alla composizione, al colore, al ritmo, alla luce e al percorso che lo sguardo dello spettatore dovrebbe compiere dentro l’immagine. Mi domando sempre: che cosa dovrebbe far provare questa immagine? Quale atmosfera sto cercando di creare? Lavorare nel design mi ha insegnato anche la disciplina e il pensiero sistematico. Spesso pubblico una serie di immagini insieme, non un'immagine isolata; quando esploro un’immagine, di solito sto già pensando a una sequenza più ampia, o ad un intero territorio visivo costruito intorno a essa. Nel lavoro commerciale, ogni decisione creativa deve rispondere a una funzione precisa. Oggi, quello stesso grado di intenzionalità mi permette di sperimentare con maggiore libertà, proprio perché possiedo una struttura visiva solida su cui potermi poggiare. L'esperienza professionale non ha limitato la mia voce artistica; al contrario, mi ha fornito gli strumenti per esprimerla con maggiore chiarezza e sicurezza.”
Che cosa ti ha attratta, in un primo momento, del tennis a livello estetico, prima ancora che come gioco?
“Le uniformi, le palette cromatiche, l’architettura dei campi, il rigore grafico delle linee, l’eleganza del movimento. Il tennis mi è sempre apparso come uno degli sport visivamente più soddisfacenti. C’è, inoltre, qualcosa nel tennis che percepisco come profondamente mediterraneo. Sono cresciuta immersa in quella cultura, in un mondo in cui la vita si svolge all’aperto e i colori sembrano saturati dalla luce del sole. Che si tratti di un campo in terra battuta nel sud dell’Europa, del bianco degli abiti, del contrasto tra la terracotta, l’azzurro intenso del cielo e il verde lussureggiante della vegetazione, oppure del ritmo lento che intercorre tra un punto e l’altro, il tennis evoca in me quella medesima sensazione di calore, eleganza e sospensione dal tempo. Possiede una bellezza che definirei architettonica. Il campo da tennis è una delle composizioni visive più semplici che si possano immaginare. La simmetria, la geometria, lo spazio negativo e la forza dei colori rendono ogni inquadratura immediatamente riconoscibile. Per una persona come me, da sempre affascinata dalla fotografia e dalla composizione, è stato naturale lasciarsi attrarre da questo tipo d'estetica.”




Uno degli elementi centrali nel tuo lavoro è il colore. Appare vibrante, mai casuale. In che modo ti avvicini al colore quando costruisci un’immagine?
“Il colore è spesso il punto da cui un’immagine prende origine. Prima ancora di pensare alla composizione o ai dettagli, penso alla temperatura emotiva: ogni palette crea uno spazio psicologico diverso e definisce l’atmosfera prima di qualsiasi altro elemento. Sono sempre stata attratta dai colori intensi, saturi. Sono cresciuta sulle sponde del Mediterraneo, dove ogni cosa sembra amplificata dalla luce: cieli di un blu profondo, acqua turchese, edifici, vegetazione rigogliosa, ombrelloni a righe e persino le nostre tavole di mezze libanesi, dove ogni piatto aggiunge alla composizione un’ulteriore vibrazione cromatica. Quelle memorie visive sono rimaste con me e continuano a plasmare i mondi che creo. Non mi interessa riprodurre la realtà, ma intensificarla. Il colore saturo possiede la capacità di trasformare una scena in qualcosa che appare più vicino alla memoria. Mi permette di amplificare l’esperienza emotiva e di creare immagini che risultano familiari, nostalgiche e leggermente oniriche.
Ironically, that relationship with colour exists almost entirely in my work. In everyday life, I wear almost exclusively black or muted tones. I’m naturally quite reserved, and I think my images become the place where all that colour, energy, and emotion can exist. It’s almost a balance. The more restrained I am personally, the more expressive my visual world becomes.”
Il tennis cambia radicalmente a seconda delle sue superfici: la terra rossa, l’erba verde, i campi blu di cemento, le ombre degli spazi indoor. Queste superfici ti suggeriscono stati emotivi differenti?
“Every surface carries its own story. Changing the surface, and so changing textures, completely changes the emotional language of an image. A clay court against a bright blue sky creates a very different feeling than a cool blue hard court under artificial lights. One feels warm and nostalgic, the other feels clean, graphic, almost futuristic. I’m always looking at how those environments influence memory and emotion.”
Le tue immagini creano spesso, intorno al soggetto, un’atmosfera quasi onirica. L’atmosfera, per te, è una forma stessa di narrazione?
“Assolutamente sì. Penso spesso che l’atmosfera racconti la storia prima ancora che qualsiasi narrazione diventi esplicita. Più di ogni altra cosa, mi interessano la nostalgia e quella sensazione di familiarità. Quando ho iniziato il progetto di ‘Entre Deux’, una delle prime frasi che avevo scritto nella mia biografia era: ‘persone che non esistono, ma che sembrano familiari’. Quella frase continua ancora oggi a definire la mia pratica. Sono cresciuta a Beirut, dove la vita possiede una dimensione profondamente comunitaria. Raramente si è soli. Il vicino passa sempre a salutare, i cugini si riuniscono senza bisogno di organizzare, c’è sempre qualcuno che ti invita per un caffè o per pranzo. Ogni famiglia, ogni edificio, ogni strada sembrano avere il proprio cast di personaggi ricorrenti. Anche quando non li conosci personalmente, in qualche modo ti appaiono familiari. È questo che cerco di ricreare nel mio lavoro. Molte delle persone che rappresento non sono mai esistite, eppure evocano qualcuno che potresti aver incontrato, qualcuno che ricordi senza riuscire davvero a collocarlo nella tua vita. Mi interessa creare scene che risultino emotivamente vere, pur rimanendo impossibili da riconoscere con precisione. Esistono da qualche parte tra memoria, sogno e finzione. Ed è proprio quest'ambiguità a invitare chi osserva a portare dentro l’immagine la propria esperienza, completando la storia a partire da sé.”




Sogno, memoria, architettura... Qual è la funzione più importante assunta dal tennis nelle tue opere?
"Probabilmente è una combinazione di tutte e tre le cose. Il tennis offre una struttura visiva, ma ciò che mi interessa davvero è tutto ciò che circonda il gioco: il rituale, l’anticipazione, l’eleganza, la ripetizione, il movimento. Diventa un palcoscenico su cui l’emozione può dispiegarsi. Spesso, per me, lo sport in sé quasi scompare, lasciando dietro di sé un’atmosfera estremamente grafica.”
Il tennis sta attraversando un momento culturale estremamente rilevante, tra moda, fotografia, cinema, design e social media. A tuo avviso, perché questo sport sta vivendo un'era così significativa?
“Il tennis ha sempre posseduto un’identità visuale unica. Pochi sport sono riconoscibili con altrettanta immediatezza attraverso il colore, la geometria e il movimento. Oggi credo che le persone siano attratte anche dal suo senso di atemporalità. In una cultura satura di rumore visivo costante, il tennis conserva ancora una forma di eleganza. Offre un’estetica che appare insieme nostalgica e contemporanea, e proprio per questo risulta straordinariamente adattabile a discipline creative diverse.”
Quale responsabilità sente un'artista quando crea immagini di sport in un’epoca in cui realtà e finzione diventano sempre più irriconoscibili?
“Credo che la responsabilità non consista necessariamente nel riprodurre fedelmente la realtà, ma nel rimanere onesti rispetto alla propria intenzione. Il mio lavoro esplora mondi immaginati, ispirati alla realtà. Ciò che conta è che il processo artistico rimanga trasparente e che chi osserva comprenda di entrare in un universo visivo costruito, non in uno spazio frutto della documentazione. La finzione ha sempre fatto parte dell’arte; le nuove tecnologie ampliano semplicemente i modi attraverso cui possiamo manifestarla.”
Cosa desideri che susciti il tuo lavoro nelle persone?
“Spero che il mio lavoro riesca a generare un breve momento di sospensione. Se qualcuno guarda un’immagine e prova curiosità, nostalgia o una quieta forma di gioia prima ancora di domandarsi come sia stata realizzata, allora sento che quell’immagine ha raggiunto il proprio scopo. Più di ogni altra cosa, vorrei che le persone sperimentassero un senso di possibilità, come se avessero incontrato un luogo che non è mai esistito, ma che in qualche modo appare familiare.”




Il crossover culturale nell'arte digitale di Ces
Raramente l'opera di un'artista sembra meno il prodotto di una tecnica e più un'estensione di una memoria collettiva: stratificata, viscerale e profondamente viva. L’arte di Ces è uno di questi casi atipici
Il suo mondo visivo è un luminoso arazzo di narrazione digitale, dove il ritmo dello sport, l'eleganza della moda e le texture dell'identità culturale turca convergono in qualcosa di futuristico e nostalgico al tempo stesso.
Nato e cresciuto a Istanbul, una città sospesa tra continenti, storie e identità, Ces parla attraverso immagini che sembrano muoversi, respirare e riflettere. La sua arte non si limita a rappresentare; traduce emozioni. Dalle texture lucide di una tuta Nike al luccichio cromato di una Mercedes-Benz, le sue immagini sono un dialogo tra memoria e movimento, stile e anima.
Parlando con Ces, abbiamo compreso il ritmo della città in cui è cresciuto, il modo in cui le ossessioni d’infanzia sono diventate linguaggio visivo e come l'abbigliamento sportivo si sia evoluto in più di un semplice indumento, trasformandosi in un'iconografia personale ricca di riflessione, energia e scopo, proprio come la sua stessa arte.




Cominciamo dall'inizio: puoi raccontarci un po' del tuo percorso creativo? Cosa ha fatto nascere il tuo interesse per l'arte digitale e la narrazione visiva?
‘Il mio percorso creativo è sempre stato qualcosa che ha vissuto dentro di me, quasi come un organismo, esiste da sempre. Da bambino, sentivo costantemente il bisogno di disegnare, ero affascinato dalle immagini sulle copertine delle riviste, esaminavo scrupolosamente le copertine dei CD e potevo passare ore a guardare le confezioni dei giocattoli. Queste sono state le prime cose che mi hanno plasmato e reso quello che sono oggi.
Con il tempo, questa passione si è fatta più profonda e, alla fine, ho sentito un forte bisogno di iniziare a creare qualcosa di mio. Quel momento è arrivato durante il mio primo anno di liceo e da allora ho capito che dovevo continuare a creare, ogni singolo giorno.
Il mio interesse per la narrazione visuale è nato più o meno nello stesso periodo. Sentivo un forte bisogno di condividere ciò che sentivo e vedevo con gli altri. Direi che tutto è iniziato veramente quando avevo circa 17 anni.’
Dove sei cresciuto e il tuo ambiente o la tua comunità hanno plasmato la tua visione artistica?
‘Sono cresciuto a Istanbul e mi sento davvero fortunato di essere cresciuto qui. Questa città ha assistito a innumerevoli eventi storici e porta con sé le influenze della cultura orientale e occidentale.
Penso che il mio ambiente e la mia comunità abbiano influenzato in una certa misura la mia prospettiva artistica, ma ciò che ha veramente plasmato la mia visione creativa è stato vedere come le persone in Europa e negli Stati Uniti riuscissero a infondere i loro background culturali all’interno delle loro opere d'arte.
Vivendo a Istanbul, volevo fare lo stesso: riflettere questa fusione e condividerla contemporaneamente con le persone di qui e di tutto il mondo.’




C'è stato un momento specifico in cui hai capito che il tuo amore per lo sportswear e per la cultura sportiva poteva fondersi con la tua espressione artistica?
‘Fin da bambino, sono sempre stato ossessionato da Nike e Adidas. Nel corso degli anni, ho scoperto anche altri brand e ho capito che quello che indossavo era in realtà un riflesso della mia anima: il loro stile e il loro design hanno iniziato naturalmente a influenzare il mio lavoro.
Per questo motivo, ho sentito il bisogno di mostrarlo. Quando creo, metto sempre l'anima in ciò che faccio, e questo legame con l'abbigliamento sportivo è uno degli elementi che definisce sia la mia arte che ciò che sono.
Il momento più specifico in cui me ne sono reso conto è stato quando mi sono ritrovato a desiderare costantemente di fotografare il logo della Mercedes-Benz. Col tempo, quell'istinto è diventato una firma visiva nel mio lavoro.’
Athleta Magazine esplora l'intersezione tra arte, cultura e sport: in che modo l'iconografia sportiva e la moda ispirano il tuo lavoro?
‘Sport e moda sono sempre stati profondamente connessi nella mia vita. L'amore di mio padre per il calcio, quello di altri membri della famiglia e, più in generale, la passione dei turchi per lo sport hanno contribuito.
Che sia in Turchia o in altri paesi che ho visitato, noto che le persone indossano con orgoglio maglie, sciarpe e cappellini della propria squadra del cuore. Nel corso degli anni, come tutti possiamo vedere, questi elementi si sono naturalmente intrecciati con la moda.
Quando sei costantemente circondato da questo tipo di cultura, l'ispirazione arriva spontaneamente: anche solo vedere un uomo anziano che indossa la maglia della sua squadra o una donna un cappellino mentre cammina per strada può accendere in me la creatività.’




L'abbigliamento sportivo sembra essere un tema ricorrente nelle tue immagini: cosa c'è in quell'estetica che ti attrae creativamente?
‘Ciò che mi attrae di più nell'abbigliamento sportivo è l'energia dinamica dello sport stesso, e credo che le mie opere trasmettano lo stesso senso di movimento e intensità.
Proprio come nello sport, più ti alleni e ti spingi oltre i tuoi limiti, più diventi bravo. Vedo un forte parallelismo nel mio processo creativo: si tratta di impegno e crescita costanti.
Inoltre, mi sono innamorato di questo stile fin da bambino. È qualcosa che ho sempre ritenuto rappresentasse chi sono, quindi questa estetica è diventata naturalmente parte del mio linguaggio visivo.’
Hai un passato nello sport? Come giocatore, tifoso o attraverso la lente culturale? Come influenza questo il tuo lavoro oggi?
‘Ho giocato a basket a livello professionistico per circa due anni durante il liceo. Alla fine ho smesso, ma gioco ancora occasionalmente partitelle con gli amici – e direi che ancora me la cavo!
All'università, ho anche giocato a rugby per circa un anno – è sicuramente uno sport duro e intenso. Sono da sempre tifoso del Galatasaray, proprio come mio padre, quindi ho assistito a molti campionati e partite importanti nel corso degli anni. Per questo motivo, la storia e la rilevanza del Galatasaray hanno sempre avuto una piccola influenza su di me e le mie prime opere.
C'è stato persino un periodo della mia carriera in cui ho lavorato spesso con giocatori di calcio per servizi fotografici. Ho avuto la possibilità di lavorare con giocatori come Roman Neustädter, Jeremain Lens ed Eljero Elia.
Naturalmente, questo background sportivo mi ha plasmato, seguo ancora attentamente l'NBA. Le immagini di basket, come dei palloni da basket, compaiono spesso nei miei lavori e, in un certo senso, sono diventate per me un simbolo ricorrente, qualcosa che collega il mio passato al mio presente.’




Il tuo lavoro fonde spesso elementi nostalgici con un'estetica digitale moderna: quali sono alcune delle tue principali influenze, sia all'interno che all'esterno del mondo dell'arte?
‘Direi che una delle mie maggiori influenze è il luogo in cui sono nato e cresciuto: Istanbul. Culturalmente, la città racchiude le sfumature di molte nazioni diverse e, col tempo, queste differenze sono diventate parte integrante della mia arte. Alla fine, riflettere su questo è diventato quasi un riflesso di me stesso.
Allo stesso tempo, i luoghi che visito, le persone che incontro, persino i ristoranti in cui mangio: sono tutte fonti di ispirazione. Dopo un viaggio in Giappone, in particolare, ho notato un cambiamento significativo nel mio lavoro.
Posso dire onestamente che tutto ciò che vivo diventa fonte di ispirazione per me, che si tratti di tristezza, gioia, delusione o del mio stesso amore per la vita.’
Puoi descrivere un'opera che ritieni rappresenti in modo forte la tua identità artistica? Qual è stata l'ispirazione?
‘Posso parlare di uno dei miei lavori più recenti in cui ho combinato la cultura turca, quella automobilistica e quella di brand in un'unica narrazione visiva. L'idea era di fondere elementi che ogni turco conosce, vede e sperimenta con elementi di tendenza nella moda. In questo modo, ho creato un ponte tra la cultura locale e il mondo fashion globale.
Alcune foto ritraggono donne con abiti tradizionali e hanno suscitato dibattito, ma in fin dei conti si tratta di qualcosa di molto reale e presente a Istanbul, qualcosa che tutti vedono.
Il mio obiettivo era quello di ritrarre sia Istanbul che la sua cultura in modo autentico. Dopotutto, ci sono ancora persone che vivono secondo i costumi tradizionali e volevo riflettere questa realtà attraverso il mio lavoro.’


In che modo ritieni che l'arte digitale rifletta o rimodelli le narrazioni culturali odierne, soprattutto in relazione a identità, moda e sport?
‘Credo fermamente che dobbiamo essere audaci in questo senso. In fin dei conti, viviamo tutti nello stesso mondo: sì, ci sono etnie, paesi e persone diverse, ma in definitiva siamo tutti umani.
Possiamo avere tradizioni o prospettive diverse, ma lo sport e la moda sono due delle forze più forti che ci uniscono. Esprimendo questi elementi attraverso la lente della nostra cultura e condividendoli con il mondo, costruiamo ponti con gli altri, e penso sia importante riconoscere quanto questo sia davvero prezioso.’
Cosa vuoi che le persone provino o pensino quando incontrano le tue opere? Se dovessi definire la tua missione artistica, quale sarebbe?
‘Se dovessi definire la mia missione artistica, sarebbe quella di connettermi con il mondo attraverso la mia prospettiva. Ciò che voglio che le persone provino quando si imbattono nelle mie opere è che, anche se non veniamo stesso posto, condividiamo le stesse emozioni e lo stesso senso del gusto.’
Quale ruolo ritieni che l'arte avrà nel futuro dell'abbigliamento sportivo e della cultura visuale?
‘Credo che l'arte digitale avrà un ruolo fondamentale nel futuro dello sportswear e della cultura visiva.
Molti si oppongono a questa idea, ma credo che la storia sia sempre ripetitiva. In passato si diceva che la fotografia non fosse una forma d'arte, o addirittura che i pittori adorassero il diavolo, ma se si guarda a dove siamo oggi, tutte queste cose sono ormai considerate forme d'arte rispettate.
Per questo credo che dovremmo accogliere le innovazioni portate dalla tecnologia e rimanere al passo con i tempi.’


Credits
Fries Vansevenant: la geometria esagerata dello sport
Prima che Fries Vansevenant iniziasse a disegnare composizioni su schermo, era un ragazzino con addosso il kit del Club Bruges, che replicava esultanze nel giardino di casa e sognava di rendere omaggio ai propri idoli
Lo sport è entrato presto nella sua vita: prima come spettacolo, poi come rituale, come modo per ricordare figure iconiche, più grandi dello sport stesso, attraverso le sue opere. Un’ossessione che riaffiora in ritratti mixed-media costruiti a mo 'di collage, dove gli atleti vengono esaltati come figure mitologiche. Il lavoro di Fries vive nel punto di contatto tra poster calcistici e frame d’animazione: un luogo in cui il colpo di testa di Zidane, la punizione di Beckham o le braccia spalancate di Rodman possono essere ritagliati, ricomposti e esasperati fino a diventare qualcosa di insieme nostalgico e assolutamente contemporaneo. I suoi personaggi portano con sé la geometria del design, le imperfezioni del fatto a mano e il peso emotivo dei ricordi d’infanzia.
In quasi vent’anni trascorsi tra graphic design, video e 3D animation, è passato per agenzie, televisione, gaming e insegnamento, per poi tornare a un principio semplice: fare ciò che si ama, non ciò che l’algoritmo si aspetta. Nel suo universo, lo sport è una scusa per parlare di identità, stile, ribellione, gioia.




In che modo il tuo rapporto con lo sport durante l'infanzia lo ha portato a diventare parte della tua ricerca artistica?
“Da quando ero bambino, lo sport c’è sempre stato. Calcio, ciclismo, tennis. Vengo dal Belgio e la mia squadra è sempre stata il Club Bruges. Da piccolo ero ossessionato da Daniel Amokachi, l’attaccante nigeriano che giocava lì. Mio padre mi comprò il kit completo — maglia, pantaloncini, tutto — così potevo allenarmi e giocare vestito come lui. Quando segnavo, copiavo la sua esultanza. Indossavo perfino scarpe Puma perché le portava lui. Ha anche segnato il primo gol del Club Bruges in Champions League, e da bambino per me era una cosa enorme.
A ottobre ho compiuto 40 anni e mi sono accorto di essere diventato molto nostalgico, di tornare con la mente di continuo su tutti quegli highlights sportivi di una volta. Sono finito nel rabbit hole di YouTube, a guardare vecchi video di calcio — Milan contro Inter, quelle formazioni incredibili. Sembrava di guardare uno spot Nike: Zlatan contro Ronaldo, Hernán Crespo, Maldini…
Ho ricominciato a cercare ricordi. Quando ho realizzato l’opera su Zidane, è nata direttamente da quei video e dal pensiero di creare lavori dedicati ai miei calciatori preferiti degli anni ’90 e dei primi 2000. Ho ancora una lunga lista di giocatori iconici della mia infanzia su cui voglio lavorare: Ravanelli, Vialli. E poi tutti quei brasiliani — Cafu, Ronaldinho, Roberto Carlos — portavano il divertimento in campo. Quell’epoca aveva una cultura della gioia che resterà per sempre. Oggi non vedo lo stesso divertimento. Alcuni giocatori non hanno nemmeno il coraggio di tirare, perché devono seguire il percorso imposto dagli allenatori. Tutto sembra più controllato.
Non sono un super appassionato di basket, ma da giovane ero molto preso dai Chicago Bulls. Avevano qualcosa di magico. Poi è arrivato Dennis Rodman: una persona completamente unica. Faceva il suo lavoro in campo, poi usciva e andava a fare festa. È diventato cultura, ha superato i confini dello sport. Un’icona pop, ma anche un soggetto artistico. Lo conoscono tutti: i capelli, lo smalto durante le partite. Faceva semplicemente le cose a modo suo. È stato il primo sportivo che abbia mai visto fare davvero quello che voleva fare. Certo, aveva le sue difficoltà, ma lo faceva comunque. Questa cosa mi è rimasta dentro.”


Hai passato quasi 20 anni a lavorare tra graphic design, produzione video, 3D e advertising, spesso in progetti legati allo sport. Se riavvolgiamo tutto: qual è stata la prima immagine o il primo progetto sportivo che ti ha fatto sentire che stavi sviluppando un tuo stile, un tuo linguaggio visivo, nel modo in cui oggi guardi allo sport?
“Credo che tutto sia iniziato intorno al 2007, quando entrai in agenzia per il mio primo lavoro. Avevo circa 22 anni. Lì si faceva moltissimo collage, e il titolare era un illustratore molto bravo. Non illustrava più in prima persona, ma gli piaceva quando noi designer usavamo personaggi nelle campagne. È lì che è davvero iniziata quella cosa del collage e dei character che oggi fa parte del mio lavoro.
Poi è successo qualcosa: abbiamo iniziato a lavorare molto per la televisione e per il gaming. Ho smesso di illustrare. Ho smesso di creare personaggi. Realizzavo film belli, pezzi molto grafici, ancora con il collage, ma erano explainer video, motion pieces… niente con dei personaggi. Ho fatto quello per quasi cinque anni. In quel periodo non ho creato nulla di veramente personale.
A un certo punto ho provato a creare di nuovo qualcosa e mi sono bloccato. Avevo perso il senso della mia identità. Non sapevo più cosa avrei dovuto fare, e mi sentivo fermo. Poi ho seguito un corso — un workshop di uno dei miei designer preferiti, Ariel Costa, un artista brasiliano. È stato uno dei primi a combinare davvero collage, character design e forme speciali in un modo che sembrava nuovo. Ci ha fatto capire una cosa semplice ma potente: non devi fare cose per Instagram, non devi fare cose per gli altri. Devi solo fare quello che piace a te. Così ho iniziato a creare ciò che mi piaceva, e mi sono sentito di nuovo totalmente ispirato. Ancora oggi lavoro così.
Per esempio, ho realizzato un’opera ispirata a David Beckham perché ho riguardato il documentario su di lui. Ho in programma di fare anche Jordan, perché ho visto il suo documentario per la quarta volta. Se creo qualcosa, è perché per me ha un significato. Dietro la scelta di un soggetto c’è sempre una ragione.
Ed è anche qualcosa che cerco di restituire ai giovani designer. Insegno in una scuola, a studenti di 20 anni, e provo a prepararli un po’ alla vita da freelance e al mondo professionale. Cerco di trasmettere gli insegnamenti che ho appreso sulla mia pelle: non create roba per gli altri, non inseguite i trend. Se sul treno avete un pezzo di carta e ci schizzate sopra qualcosa che vi sembra forte — condividetelo. Pubblicate le cose che amate, non quelle che pensate gli altri vogliano.”


Ad Athleta interpretiamo lo sport come cultura, come una porta per parlare di molto più della competizione. Quando progetti un’opera sportiva, che cosa stai cercando di dire su quello sport, su quel giocatore, su quella squadra o su quella maglia? Qual è il significato, per te?
“A volte è curioso vedere come, nel mondo della grafica, molte persone che lavorano nell’arte non siano molto interessate allo sport. Negli ultimi anni la situazione sta migliorando — probabilmente perché più persone seguono lo sport. Ma dieci anni fa, quando lavoravo in un’agenzia dove eravamo una ventina, chiedevo se qualcuno avesse visto la partita in tv e nessuno aveva guardato calcio.
Oggi con sport e arte si può fare tantissimo. Vedo molte cose incredibili su Instagram — lavori davvero belli. Nella maggior parte dei miei pezzi, quello che voglio fare è tenere viva la parte nostalgica della mia vita. È questo il fulcro. Per me questi giocatori sono diventati figure più grandi dello sport che praticavano. Quindi, quando creo qualcosa intorno a loro, non si tratta solo dello sport o del risultato. Si tratta di preservare quella sensazione di mito, quell’emozione della mia infanzia, e tradurla in un linguaggio visivo contemporaneo.”
Hai iniziato a lavorare direttamente con club calcistici, organizzazioni sportive e brand. Come affronti visivamente questo tipo di progetti? Rimani completamente fedele alla tua filosofia oppure ti adatti a ogni contesto?
“Ho lavorato per SLS — Street League Skateboarding. In pratica sono venuti da me e mi hanno detto: ‘Ci piace il tuo lavoro. Abbiamo 11 skater e vorremo che tu faccia i tuoi lavori per noi.’ Per qualsiasi designer o artista, questo è l’ideale. Ci sono altri progetti sportivi in arrivo, e spero solo di poter continuare a fare ciò che mi piace liberamente.
Mi piace anche quando un cliente chiede dettagli specifici, soprattutto se si tratta di uno sport che conosco meno bene. È bello ricevere quelle piccole sfumature. Per esempio, quando ho realizzato il pezzo su Rodman, tiene la palla nel modo in cui la teneva davvero — saltava e la stringeva al petto. Se non hai mai visto giocare Rodman e dai quel brief a un designer, magari non lo disegnerà così. Questi dettagli contano. Se si tratta di calcio, di solito conosco già i club e i giocatori. Se è un altro sport, faccio ricerca. Ma è ancora meglio quando puoi collaborare e loro ti danno quei dettagli — è lì che il lavoro diventa speciale.
A volte, nel mio lavoro, inserisco deliberatamente dettagli ‘sbagliati’ perché mi piace come funzionano visivamente. Magari metto due piedi sinistri. La gente lo noterà nei commenti, ma se visivamente non mi disturba, lo lascio. Mi piace quando in un’immagine c’è qualcosa che non torna. Crea tensione. Vedo passare moltissime immagini di altri designer. Se qualcosa mi piace, mi piace. Ma non sono ossessionato dall’idea di sezionare tutto o confrontarmi con gli altri. Mi piace semplicemente vedere un buon lavoro, allo stesso modo in cui mi piace guardare una bella partita.”


Guardando il tuo lavoro, si vede questo mix di media — collage, illustrazione, elementi 3D. Quando inizi un nuovo progetto, cosa arriva per primo di solito? Come si sviluppa davvero il tuo processo creativo?
“La prima cosa che faccio è molto semplice: vado su YouTube e cerco ispirazione. Può essere un personaggio di un film, un personaggio sportivo — comincio ad assorbire. Voglio raccogliere informazioni prima di iniziare, soprattutto su dettagli come le divise e gli outfit. Se sto disegnando Zidane mentre colpisce di testa nel 2006, deve avere la maglia giusta. Poi controllo quali scarpe Predator indossava. Una volta raccolte tutte queste informazioni, parto con uno schizzo fatto col mouse. Non so perché, ma è la mia filosofia. Se uso la carta, inizio davvero a disegnare, e non è quello che voglio in quella fase. Voglio solo forme grezze, uno sketch sciolto, non un disegno finito.
Dopo comincio a creare le texture, e poi metto tutto insieme. È davvero come costruire un puzzle. Ultimamente ho iniziato a usare anche l’AI per generare certi dettagli, soprattutto perché bisogna stare molto attenti alle fotografie che si usano. L’AI mi aiuta a creare texture specifiche o elementi di cui ho bisogno senza dover comprare immagini stock per ogni minima cosa.”
L’AI e gli strumenti generativi sono oggi un tema centrale nel design. Da persona che lavora in questo settore da oltre 20 anni, come vedi questi nuovi strumenti?
“Dipende molto dal tuo stile. Il mio stile, in realtà, è piuttosto difficile da gestire per l’AI, a causa delle proporzioni. Io gioco con forme molto geometriche e anatomie strane, e l’AI fa fatica con questo. Ho visto altri designer vivere questa cosa con difficoltà perché, per alcuni, è più facile essere copiati dall’AI. Da questo punto di vista, la odio davvero — può diventare una minaccia. Ma per me, personalmente, è anche qualcosa di gioioso, perché ora posso generare texture e descrivere esattamente come le voglio.
Se mi serve un paio di pantaloni con fantasia militare, non devo più spendere 50 euro per una foto. Posso generare da solo qualcosa che si incastri nel pezzo. Penso che l’AI sia interessante come strumento, ma non mi piace affatto quando diventa il prodotto finale. Insegno AI anche ai miei studenti, e lascio che la usino. Se stasera torni a casa, ti siedi a tavola con il telefono, lo passi a tua madre o a tuo padre e chiedi: ‘Puoi generare un’immagine fighissima di una rana che fa questo e quest’altro?’ — possono farlo. Con l’AI chiunque può essere un ‘artista’. Quindi devi trovare il tuo modo di usarla, di abbracciarla senza perdere te stesso.
Una cosa che oggi è davvero importante, più che mai, è creare un proprio stile — qualcosa di riconoscibile, una firma tua. Quella “firma” visiva, quel segno personale, è ciò che ti separerà da tutto quello che una macchina può creare.”


Quando progetti qualcosa sapendo che vivrà dentro uno scroll infinito di contenuti su Instagram, come cerchi di elevare quel lavoro con il tuo stile e allo stesso tempo catturare l’attenzione?
“Io faccio semplicemente quello che voglio. All’inizio ero su Instagram e certo, facevo cose perché le persone le vedessero, ma soprattutto le facevo per me. Il mio Instagram è sempre stato il mio playground. Ora ricevo lavori per creare personaggi che assomigliano a quelli che si vedono sul mio Instagram, ma prima si trattava semplicemente di fare cose che mi divertivano.
Tutti i personaggi che sto creando adesso sono in realtà studi per la pittura. Il piano è iniziare a dipingerli — spero da quest’anno in poi. È una cosa che voglio davvero fare: portarli fuori dallo schermo e metterli su muri e tele. In un mondo visivamente affollato, credo che per l’arte e per gli artisti sia importante creare qualcosa di reale — qualcosa che diventi un’opera nello spazio fisico, che abbia la possibilità di durare più a lungo di un post. Qualcosa di tangibile.”
Ci sono progetti personali legati allo sport che non hai ancora avuto la possibilità di realizzare, ma su cui stai lavorando?
“C’è un progetto profondamente significativo che sto portando avanti. Un mio vecchio amico, Dennis — professore di infermieristica in terapia intensiva — stava andando in bici quando ha avuto un incidente devastante. È caduto violentemente, riportando fratture multiple e un grave trauma cranico con emorragia cerebrale. Ha subito diversi interventi chirurgici, ed è sopravvissuto. Il suo neurochirurgo gli ha detto in modo molto diretto che senza il casco — oggi distrutto — non sarebbe qui.
Dennis era un mountain biker e ciclista instancabile. Oggi usa la sua esperienza per collaborare con la Hersenletselliga (Brain Injury League), un’organizzazione belga che sostiene e porta attenzione ai pazienti che vivono con lesioni cerebrali. Il 22 aprile organizzeranno nelle Fiandre la terza ‘Giornata del Casco da Bicicletta’. Il tema è l’utilità del casco — perché, onestamente, indossarlo dovrebbe essere la cosa più ovvia del mondo. L’obiettivo è riportare il messaggio al centro dell’attenzione e ricordare alle persone, soprattutto a genitori e bambini, quanto quella protezione sia vitale. Spesso ci si dimentica quanto possa essere cruciale.
Per sostenerli, sto creando la campagna ‘Helm Heroes’: una serie di cinque o sei poster con leggende belghe del ciclismo come Eddy Merckx e altre icone. Come nazione, abbiamo il ciclismo nel DNA, quindi usare questi eroi per veicolare il messaggio sembra la cosa più giusta. A fine maggio ci sarà un’asta — tramite hersenletselliga.be — in cui le persone potranno fare offerte per acquistare queste stampe, e l’intero ricavato andrà direttamente all’organizzazione. È questo il bellissimo potere dell’arte: può curare, può sensibilizzare e può davvero restituire qualcosa.”


Filipp Jenikäe, pennellate di microcosmi sociali e immaginario cestistico
Un viaggio nella filosofia dell’artista tedesco, ispirato dal flusso delle proprie esperienze, dalla cultura cestistica e dalle grandi icone sportive
Il basket è un’infinita composizione d’istanti, un flusso di sensazioni, un mosaico di scelte. È un linguaggio universale e cosmopolita, dove le forme paiono sempre somigliarsi, ma i significati mutano di città in città, d’icona in icona. L’arte di Filipp Jenikäe segue questo paradigma, elevandolo nella composizione di opere che trovano ordine nel caos. Sono mosaici di storie, ambienti, tempi e spazi che, spesso, gravitano attorno all’immaginario sportivo e alle sue più grandi icone.
Lo sport è un crocevia di esperienze ed emozioni, spiega questo creativo tedesco, nato nell’arte e cresciuto nel Gioco. E se il basket è vita, come molti sostengono, la vita di Filipp Jenikäe non può che essere raccontata quarto dopo quarto. Azione dopo azione. Noi ascoltiamo la sua testimonianza tra passato e futuro, scoprendo la commistione di arte, pallacanestro e immaginario sportivo nel suo flusso esistenziale.




PRIMO QUARTO – L’EDUCAZIONE ARTISTICA RIMA CON EDUCAZIONE CESTISTICA
“Sono nato Münster, sul confine con l’Olanda. Mia madre ha studiato arte ed è sempre stata un’eccellente pittrice, non ha perseguito questa carriera perché siamo nati io e i miei fratelli. Sono sempre stato interessato a questo universo creativo, ma ho iniziato a dipingere tardi, quando avevo 27/28 anni. Crescendo ho sempre ammirato la bellezza artistica e mi sono fatto molti amici nella scena locale dei graffiti. Organizzavano gruppi e viaggiano in altre città, incontrando altre persone. Mi piaceva. Mi sembrava di viaggiare con una squadra di basket, il mio primo grande amore”
“All’inizio ero interessato al calcio, mio zio e mio padre sono sempre stati grandi appassionati di sport in generale. Ricordo che guardavo in Mondiali con tutta la famiglia, ero affascinato da tutto ciò. Poi il basket è entrato nella mia vita, grazie ai miei vicini di casa. Erano tre fratelli più grandi di me e partecipavano a camp di basket. All’epoca era una cosa nuova. Mi hanno mostrato dei video NBA e non sono più tornato indietro. Giocavamo ogni giorno. Sono stato ammaliato dal potere dell’immaginario cestistico: il logo NBA, il Dream Team, la fama crescente di un fenomeno che stava diventando globale... In Germania avevamo un’icona come Dirk Nowitzki. Prima di lui c’era stato Detlef Schrempf, ma Nowitzki era un giocatore raro: le sue triple, il suo flaming jumper... Gli ho visto battere gli Heat dei Big Three, James-Wade-Bosh, ed è stato fantastico. Ancora oggi è un grande ambasciatore per la Germania e il basket in generale”




SECONDO QUARTO – IL FASCINO DELLE ICONE SPORTIVE, E DELL’ASFALTO
“Ho scoperto la mia spinta verso l’arte mentre vivevo a Berlino, era il 2017 circa. Berlino è una città unica da un punto di vista artistico, sei circondato da dj, documentaristi, fotografi... Il mindset e gli input berlinesi hanno pochi paragoni. Volevo comprare una stampa per il mio nuovo appartamento, ho guardato un pezzo di David Hockney, un panorama britannico, ma costava moltissimo. Quindi mi sono detto che avrei potuto provare a dipingermi qualcosa da solo. Ho iniziato e, come per la pallacanestro, mi sono innamorato della pittura. Dipingevo tutto il tempo. Instagram ha poi aiutato la diffusione della mia arte, è la piattaforma che le ha permesso di raggiungere sempre più persone. Le icone sportive sono diventate parte della mia arte in modo naturale. Nella mia visione sono degli eroi moderni, che raggiungono una destinazione attraverso lo sforzo e la disciplina... Sono impressionato da queste stelle. Quando li dipingo penso sempre al 19esimo o al 20esimo secolo, quando le persone avevano foto di eroi di guerra. Le icone sportive ti aiutano anche a trovare un’audience. Anche persone che non sono interessate all’arte comprano i miei quadri perché sono fan di Djokovic o Jordan. Atleti di questo tipo toccano le corde emotive delle persone. E alcuni preferiscono avere un dipinto rispetto ad una foto, perché è come lo slow food, o un vinile”
“La pallacanestro crea intersezioni con tantissime culture e arti diverse. Penso per esempio all’hip hop o alla pop art... E si connette con i panorami urbani. Sono molto interessato alla cultura del basket di strada. Ho provato a diventare un giocatore pro, ma sono stato fermato un dal talento, dallo stile di vita e dai problemi fisici. Ho trascorso tanto tempo della mia vita nei playground e nelle open gym, diventando uno streetballer. Fino a poco tempo fa giocavo 3, 4 volte giorni a settimana. Ho avuto la fortuna di viaggiare molto e vivere in tante città, ho sempre pensato che ci fosse una relazione tra l’esplorazione di queste città e la mia cultura cestistica. Quando cresci vedendo tante partite, è come se conoscessi già l’anima di alcune città... Quando t’interessi veramente alla pallacanestro, si aprono molte altre porte della tua conoscenza”




TERZO QUARTO – LE PASSIONI NON HANNO FINE, COME L’EVOLUZIONE ARTISTICA
“Vivo il mio processo artistico come il campionamento di un dj. Vengo ispirato dai libri d’arte che ho a casa, dalle città che ho la fortuna di visitare. Per esempio, ho studiato sociologia e scienze politiche a Barcellona, lì sono stato immerso nell’arte. Miro, Picasso, l’architettura... Assorbivo le vibrazioni della città camminando per strada. Mi affascinano le forme delle persone e gli scenari urbani. Penso sia un tipo di sensibilità che si evolve viaggiando e che devi allenare. La scelta di celebrità sportive dipende dagli eventi che vedo, e dalle chiacchierate con i miei amici. Il consiglio di un mio amico pugile mi ha portato a dipingere Ngannou e Fury. Un altro amico mi ha mandato una foto di Federer in volo, mi sembrava un giocatore di basket... Amo anche i campi da tennis, le loro geometrie, e mi sto appassionando all’estetica del golf, con le sue infinite sfumature verdi. Questi sono tutti tasselli di ipotetici mosaici. Selezione questi elementi e li metto insieme, usando il mio stile. Vedo le composizioni nella mia mente e poi le ritocco se c’è qualcosa che non mi piace, arrivando al risultato finale. Ad oggi non voglio dare interpretazioni ai miei dipinti, sto ancora plasmando il mio stile e lascio agli studiosi d’arte la loro descrizione. Trovo un po’ ‘tricky’ quando un’artista interpreta la sua stessa arte”
“Ora il mio rapporto con il basket è meno costante. Nel tempo ho spinto il mio corpo e ora ne sto un po’ pagando le conseguenze. Solo negli ultimi anni ho capito l’importanza di mangiare e vivere bene. Fino a quando sei giovane, tutto funziona alla meraviglia. Poi ti ritrovi a 38 anni e pensi che, forse, non potrai più essere in grado di giocare a basket agli stessi livelli di prima... Ma ho ancora così tanti video cestistici da guardare e foto che mi possono ispirare... Ho centinaia di scatti di MJ, sembrano quadri rinascimentali e voglio lavorare su questo aspetto. Sento che ci sono ancora tanti giocatori e lati della pallacanestro che possono ispirare la mia arte”





QUARTO QUARTO – IL FUTURO È UN’ESPLORAZIONE RAZIONALE
“Sono veramente felice del mio lavoro. Non amo alcune parti del business dell’arte, e alcune volte è difficile dipingere solo ciò che vuoi, quando sai che devi vendere per mantenere la tua famiglia. Non voglio vendere stampe o dipinti a prezzi troppo elitari, perché mi piace l’idea che le mie opere possano trovare posto in molte parti del mondo. Nel prossimo futuro tornerò a viaggiare, cercando ispirazione in Thailandia, stando a Bagkok. Spero di poter dipingere sempre di più e migliorare sotto ogni aspetto. Vorrei continuare a visitare e dipingere diverse parti del mondo, nuovi stadi, campi e icone sportive. E ovviamente voglio trovare un modo per avere una famiglia allo stesso tempo. Mia figlia va a scuola, quindi devo trovare un giusto equilibrio tra l’esplorazione del mondo e la mia vita privata”





Football Memorabilia - A Store Like 94
Ben prima di affermarsi come punto di riferimento nella dimensione più folkloristica e popolare della cultura calcistica, A Store Like 94 si è originato nella forma più elementare e assoluta di appartenenza: l’amore per una squadra e per gli eroi che ne alimentano il mito. Da questo senso di devozione parte la ricerca di Josh Steeples: una ricerca attratta da grafiche irregolari, memorabilia e maglie contraffatte. Frammenti marginali, attraverso cui ricomporre un flusso esperienziale e restituire al calcio alcuni dei suoi ricordi più indelebili.
Josh fatica, non senza ragione, a circoscrivere A Store Like 94 entro una definizione stabile. Il suo progetto, partito da una piccola cittadina del sud-est del Regno Unito, si muove liberamente tra archivio, collezione, piattaforma editoriale, e community brand. Riprendendo la forma stessa di chi lo ha creato: seguendo una logica intuitiva e affettiva. All’interno di questo universo, il bootleg assume un significato che oltrepassa la semplice opposizione tra autentico e contraffatto. L’oggetto ufficiale è costretto a rivolgersi alla massa, deve essere compatibile con le esigenze del mercato. Il bootleg, al contrario, può permettersi l’eccesso, l’errore, l’ironia… Alludendo a sottoculture dalla non scontata conoscenza. Nella sua imperfezione, racconta più le persone che vivono il calcio, rispetto all'industria che da esso si è sviluppata, custodendo una cultura popolare.
Collezionare diventa allora una forma di educazione. L’abitudine ai mercatini, coltivata fin dall’infanzia accanto alla nonna, ha insegnato a Josh che il valore raramente si presenta in maniera dichiarata. Occorre cercarlo tra gli oggetti trascurati, riconoscerlo nei manufatti privi di prestigio economico, eppure saturi di esperienza umana, creati senza altra ragione all'infuori dell’amore per una squadra. Con il tempo, un gesto apparentemente solitario si è trasformato in una pratica relazionale. Dalla raccolta di oggetti, A Store Like 94 è passato alla costruzione di legami, collaborazioni, esposizioni e amicizie distribuite attraverso geografie differenti: tutte accomunate dalla stessa passione per il Beautiful Game.




A Store Like 94 esiste in uno spazio difficile da circoscrivere, sospeso tra brand, archivio, ossessione collezionistica e comunità. Cos'hai pensato mancasse nella rappresentazione della cultura calcistica?
“To be honest, I sometimes struggle to describe what A Store Like 94 actually is. When I started the project eight years ago, I didn’t really feel like anything was missing, I just wanted to make something I was excited about. At the time there wasn’t a huge amount of creative football content on Instagram, and after selling vintage football shirts since 2012, I was ready to do something different.
I wanted to shine a light on the more obscure side of football culture, especially the artwork, bootlegs, forgotten memorabilia, and all the weird little details that often get overlooked. From there, A Store Like 94 has just evolved organically. There was never a grand business plan or long-term strategy; it’s simply been about staying genuine, following whatever I’m interested in, and collaborating with as many friendly independent artists, brands, and creatives as possible.”
La parola 'bootleg' rimanda, tradizionalmente, a qualcosa di non ufficiale. Eppure, alcuni di questi oggetti sembrano custodire più personalità e verità culturale rispetto al merchandising prodotto dal sistema calcistico stesso. Cosa esprime ai tuoi occhi un oggetto calcistico non ufficiale?
“I think the first thing is to separate official merchandise from unofficial bootlegs. Official merchandise has to appeal to a huge audience, so it’s naturally a lot safer. It’s polished, carefully managed and usually driven by marketing campaigns. Bootlegs don’t have those restrictions. They’re made by fans, for fans, which means they can be much more personal, funny, nostalgic or even a bit confrontational.
The best unofficial pieces tell you more about the people who love football than the game itself. They celebrate cult heroes, inside jokes, terrace culture, forgotten players, strange sponsors, knock-off graphics and moments that would never make it onto an official shirt. They’re often imperfect, but that’s exactly what gives them their personality and charm.
Naturalmente, i tempi sono cambiati e le normative sul diritto d’autore sono diventate molto più severe. Eppure, alcuni degli oggetti non ufficiali prodotti negli anni Novanta non sono ancora stati 'superati'. Possedevano un grado libertà e inventiva tale da esercitare su di me una profonda attrazione. Quei bootleg hanno rappresentato una fonte d’ispirazione decisiva alle origini di A Store Like 94. In molti sensi, i bootleg preservano la cultura che si sviluppa attorno al calcio, mentre il merchandising ufficiale tende, soprattutto, a preservare il sistema commerciale.”
Cosa cerchi davvero quando ti imbatti in un oggetto? La rarità, la bellezza, l’imperfezione, la storia che custodisce… Oppure sensazioni non pienamente spiegabili?
“Onestamente, credo sia un insieme di tutte queste cose. Fin da bambino sono stato attratto quasi ossessivamente dai mercatini delle pulci e dalla cultura dei boot fair. Ogni fine settimana mia nonna mi dava un paio di sterline e mi accompagnava ai mercatini della zona; ripensandoci oggi, credo sia stato proprio allora che ho cominciato a sviluppare una certa sensibilità nel riconoscere quei piccoli tesori che altri avrebbero potuto facilmente ignorare.
I also think it’s important to have a clear focus. If you don’t set yourself some boundaries, it’s very easy to become a hoarder. I tend to concentrate on pieces from the late ’80s through to the early 2000s because that’s the era that really speaks to me. It was also an incredible period for manufacturing, so even a lot of the unofficial or bootleg items were surprisingly well made.
The pieces that excite me the most, though, are examples of football folk art things like hand-painted crests, homemade banners, paper mâché figures or one off fan creations. Those objects weren’t made in factories or produced in thousands. Someone made them purely because they loved their club, and that’s what makes them so special. They’re completely unique, and they’re some of the most treasured pieces in my personal collection.




Il periodo calcistico al quale ritorni più spesso è quello degli anni Novanta. Cosa possedeva quell’epoca, sul piano visivo e culturale, che non ritrovi nel calcio contemporaneo?
“Credo sia stato un periodo irripetibile, nel quale il calcio stava diventando sempre più commerciale senza essersi ancora trasformato nella macchina corporativa globale che conosciamo oggi. Designer, produttori e federazioni calcistiche stavano ancora cercando un proprio linguaggio; le regole e le restrizioni erano meno numerose e, soprattutto, circolava molto meno denaro. Tutto questo comportava una minore pressione burocratica e, in ultima analisi, una libertà creativa assai più ampia. Quella libertà era visibile ovunque: nelle fantasie delle maglie, nei loghi degli sponsor, nell’identità grafica dei produttori e persino nelle personalità dei calciatori. Nulla appariva eccessivamente smussato, controllato o subordinato a logiche finanziarie; ogni elemento conservava un carattere più netto e riconoscibile. È proprio per questo che, ai miei occhi, gli anni Novanta restano una stagione così speciale. Erano autentici, sperimentali e profondamente carichi di personalità. Non è un caso che ancora oggi il calcio continui a guardare a quel decennio in cerca di ispirazione, e credo che continuerà a farlo ancora per molti anni.”
A Store Like 94 nasce dalla ricerca e dal collezionismo, ma nel tempo si è orientato sempre più verso la collaborazione e la produzione culturale. In quale momento hai compreso di voler contribuire anche alla creazione di nuove opere legate all’immaginario calcistico?
“Vivo in una cittadina di mare piuttosto tranquilla, lungo la costa sudorientale del Regno Unito, e per molto tempo mi sono sentito distante dalla più ampia comunità creativa che ruota attorno al calcio. All’inizio questa condizione mi procurava una certa frustrazione. Poi, però, ho capito che la soluzione era già nelle mie mani. Dovevo semplicemente affidarmi a qualcosa che mi è sempre riuscito in modo naturale: stringere amicizie. Ho cominciato a contattare persone online, a costruire rapporti autentici e a viaggiare più spesso per incontrare di persona artisti e creativi. Questo ha cambiato radicalmente ogni cosa. Oggi ho amici accomunati dalla passione per il calcio in ogni parte del mondo, e alcune di queste relazioni sono diventate estremamente profonde, arrivando a sostenendomi anche nei momenti più difficili.
Da simili amicizie le collaborazioni nascono quasi spontaneamente, perché si fondano sul rispetto reciproco e su un amore condiviso per la cultura calcistica, anziché su mere opportunità commerciali. Quando possibile, cerco di non avvicinarmi mai a un progetto ponendo il guadagno economico al centro delle mie motivazioni. Credo che le persone sappiano riconoscere quando qualcosa è stato creato per ragioni sincere: sono sempre questi i progetti che restituiscono la soddisfazione più profonda e che conservano il più autentico senso di verità.”
Hai dedicato due anni e mezzo allo sviluppo di Fantasy Football insieme a Brian di Deadly Prey Gallery. Ricordi la prima conversazione o la prima immagine legate a questo progetto?
“Tutto è iniziato nel 2017, quando mi sono imbattuto per caso in uno di questi dipinti mentre giravo un mercatino delle pulci. Non avevo mai visto nulla di simile e sono rimasto immediatamente affascinato dalla forza di questa forma d’arte. Ho cominciato ad indagarne la storia. Quella ricerca mi ha condotto, un paio d’anni più tardi, a una grande mostra di manifesti cinematografici ghanesi, provenienti dalla collezione privata di un appassionato, ospitata alla Brunei Gallery di Londra. In un certo senso, è stata la porta d’accesso a tutto. Come accade per la maggior parte dei miei progetti, mi sono limitato a mettermi in contatto con loro, avviare una conversazione con Brian e a costruire lentamente un rapporto fondato sulla fiducia. Da lì, nel 2022, la nostra prima collaborazione: un’opera ispirata a Diego, il documentario di Asif Kapadia. Quel lavoro si è rivelato essere la scintilla originaria da cui ha poi preso forma l’intera collezione.”






Che cosa hanno portato questi otto artisti nell’universo del calcio che tu, pur essendo da anni immerso nel gioco e nel suo immaginario, non avevi mai incontrato prima?”
“Per me, l’aspetto più sorprendente è stato l’assoluto grado di libertà del loro approccio. Molta arte ghanese, nigeriana e più in generale dell’Africa occidentale possiede un’energia straordinaria, come se non esistessero quasi confini creativi. I colori sono di un’audacia impressionante, le composizioni imprevedibili e ciascun artista manifesta una personalità talmente distinta da emergere con forza attraverso ogni opera. Dopo aver trascorso anni immerso nell’immaginario calcistico, l’unico luogo nel quale avevo già visto questo sport interpretato con un simile grado di coraggio e assenza di timore era la cultura bootleg prodotta dai tifosi. Credo sia stato proprio lì che, per me, i diversi elementi hanno cominciato a unirsi. Il calcio viene spesso rappresentato attraverso un linguaggio estremamente levigato, controllato; questi dipinti, al contrario, appaiono ruvidi, espressivi e profondamente umani. Sono caotici nel senso più fertile e vitale del termine: quasi il punto d’equilibrio perfetto tra follia e bellezza.”
Il calcio è, con ogni probabilità. il soggetto sportivo più consumata nell'arte globale, eppure il mondo dell’arte stesso ha a lungo esitato a riconoscerlo come un soggetto pienamente legittimo. Perché, secondo te, questa separazione è durata così a lungo? E come interpreti il rapporto attuale tra questi due universi?
“Credo che, nell’ultimo decennio, il rapporto tra calcio e arte sia mutato radicalmente. Storicamente, il mondo dell’arte ha spesso liquidato il calcio come un fenomeno eccessivamente commerciale o troppo legato alla cultura di massa per poter essere affrontato con autentica serietà. I social media hanno trasformato completamente questo scenario. Hanno offerto ad artisti, designer e fotografi indipendenti una piattaforma attraverso la quale condividere il proprio lavoro direttamente con il pubblico, rendendo improvvisamente visibile un intero ecosistema creativo sviluppatosi attorno al calcio. Ancora cinque anni fa, questa realtà appariva come una comunità relativamente circoscritta. Oggi si è trasformata in un universo straordinariamente vasto, popolato da illustratori, pittori, registi, fotografi, ceramisti e designer... Tutti impegnati a interpretare il gioco attraverso il proprio linguaggio e la propria sensibilità.
Un altro cambiamento decisivo è avvenuto quando club e brand hanno iniziato a riconoscere il valore dei creativi indipendenti. Invece di affidarsi esclusivamente a produzioni dall’impronta rigidamente aziendale, hanno cominciato a collaborare con artisti per il lancio delle maglie, per campagne, mostre ed esperienze legate al giorno della partita. Questo processo ha incoraggiato un’intera nuova generazione a comprendere che il calcio può costituire un soggetto pienamente legittimo per la ricerca e la produzione artistica. Ciò che il calcio possiede, e che molti altri ambiti non hanno nella stessa misura, è una connessione emotiva immediata. Offre alle persone un senso autentico di identità, appartenenza e orgoglio. Quando crei un’opera dedicata alla tua squadra o al tuo Paese, entri in contatto con qualcosa di profondamente personale, che milioni di altre persone sono in grado di riconoscere e comprendere istantaneamente. È una forza straordinariamente potente.
Even this Fantasy Football exhibition was a new experience for me. I’d never curated an art exhibition like this before, but it reminded me that football can be a vehicle for telling much bigger stories. At its best, football art isn’t really about football at all, it’s about community, memory, identity and emotion.”
La mostra è stata descritta come di una forma di evasione durante un periodo segnato dalle controversie legate alla Coppa del Mondo. Quando l’istituzione che circonda il gioco diventa difficile da amare, l’arte può aiutarci a recuperare un rapporto più intimo e personale con il calcio stesso?
“Certamente, anche se molto dipende dall’intenzione che anima il lavoro. I progetti creativi più riusciti nascono da persone che desiderano offrire un contributo positivo alla cultura calcistica, non semplicemente inseguire visibilità o opportunità di marketing.
Questa Coppa del Mondo ha assunto, soprattutto sui social media, i tratti di un torneo quasi trasformato in meme; un esito che, immagino, fosse in parte inevitabile, considerata l’ascesa dell’intelligenza artificiale e la rapidità con cui oggi vengono prodotti e diffusi i contenuti. Accanto a tutto questo, però, sono nate anche collaborazioni straordinarie, mostre e iniziative organizzate attorno a proiezioni indipendenti in diverse città degli Stati Uniti. Sono progetti che hanno ricordato alle persone come il calcio continui a essere, prima di ogni altra cosa, comunità, creatività ed esperienza condivisa.
È proprio qui, a mio avviso, che l’arte può esercitare la propria funzione più importante. Può restituire alle persone una connessione più personale con il gioco e offrire un’alternativa alla dimensione commerciale del calcio contemporaneo. Quando il costo dei biglietti e le decisioni della FIFA generano distanza e disaffezione, i progetti creativi indipendenti possono riportare l’attenzione su ciò che ci ha fatto innamorare del calcio fin dall’inizio. Il calcio appartiene a tutti.”




Ogni edizione del Mondiale genera un proprio universo visivo: manifesti, mascotte, maglie, grafiche televisive, fotografie e campagne pubblicitarie. Quanto sono state importanti queste immagini nella costruzione del tuo immaginario?
“I think those visuals are everything when it comes to how I remember football. I actually struggle with years blurring into one another, especially World Cups, so I always try to make sure I do something different around each tournament to give that four-year cycle its own identity in my memory. Sometimes that’s travelling somewhere new, creating a project, or collecting something that captures that moment.
Ripensando al passato, mi accorgo spesso di ricordare una Coppa del Mondo attraverso le maglie, le grafiche televisive, i manifesti, le pubblicità o persino una singola fotografia, prima ancora di rammentare il calcio giocato. Sono dettagli visivi in grado di ricondurti istantaneamente a un determinato periodo della tua vita. È anche per questo che Fantasy Football ha assunto per me un significato così speciale: nella mia memoria resterà per sempre legato alla Coppa del Mondo del 2026.”
Cosa speri possa rimanere, su una scala più ampia, dopo la conclusione della mostra?
“L’idea è sempre stata quella di offrire a questi dipinti una vita che andasse oltre la mostra, ed è proprio per questo che nessuna delle opere originali è in vendita. Desidero che continuino a viaggiare, a essere osservate e a raggiungere pubblici sempre nuovi.
I’m already looking forward to bringing them back out for the next Euros and, especially, the 2030 World Cup in Spain. There’s something incredibly powerful about seeing these Ghanaian paintings in person. The colours, the brushstrokes, the material they are painted on create a feeling that’s difficult to put into words. I just hope people will continue to experience and enjoy them for many tournaments to come.”


Le stampe ‘Fantasy Football’, realizzate in collaborazione con la Deadly Prey Gallery, sono disponibili sul sito web di A Store Like 94 a questo LINK
Tutti i proventi saranno devoluti agli artisti.
A new creative flow I Asher Hyde
“Non capisco perché la gente abbia paura delle nuove idee. Io ho paura di quelle vecchie.” Questa frase di John Cage, considerato il compositore alla base dell'evoluzione della musica contemporanea, coglie un aspetto essenziale alla base dell'arte stessa: il bisogno continuo di rompere gli schemi precostituiti rispetto al timore dell'ignoto. È da questa tensione, dall'equilibrio tra ciò che già esiste e nuove possibilità, che scaturisce il lavoro creativo di Asher Hyde
La ricerca, così come la creazione artistica di questo giovanissimo designer statunitense non si esauriscono negli eterni pilastri della produzione grafica, nemmeno nel solo utilizzo dei contemporanei strumenti digitali. Li combinano, rendendo visibile una forma di pensiero fresca, capace d'interpretare ed elevare il presente sportivo. Nel suo immaginario, sport, moda, cultura pop e nostalgia, vengono intrecciati e resi iconici grazie all’uso dell'intelligenza artificiale. Una volta sottratti alla loro funzione originaria, questi elementi riescono a dare forma a nuove narrazioni, campagne immaginarie, potenziali collaborazioni tra brand e atleti, capaci di farci riflettere sulla potenza dell'immaginazione.
A rendere interessanti le sue generazioni è sia la velocità con cui riesce a trasformare un’idea in immagine, e un immagine in campagna comunicativa; che la consapevolezza con cui Asher rivendica la centralità della ricerca e del gusto: elementi che rimangono ancora oggi fondanti per la realizzazione di un lavoro di qualità. Dietro ogni concept virale, o collaborazione impossibile tra universi apparentemente inconciliabili, esiste un lavoro di lettura culturale in cui la tecnologia interviene solo in fase finale, come aggregatore capace di amplificare l’idea creativa e di aumentare l’impatto della vittoria di un campionato, il superamento di un record o di un tiro allo scadere nel mondo sempre più veloce dei media digitali.

Divertirsi
“Ho iniziato quando avevo circa tredici anni. Gran parte del mio lavoro nasce da Photoshop, come autodidatta, durante la pandemia, in gran parte per noia. Dopo qualche tempo, un mio amico, che gestiva una pagina Instagram che pubblicava news riguardanti l’NBA, mi ha chiesto di creare alcuni mock-up di copertine per NBA 2K. Realizzandole mi sono divertito moltissimo. A quel punto ho pensato che avrei dovuto iniziare a pubblicarle e aprire un account Instagram dedicato a quel tipo di lavoro. Ho aperto la pagina nel 2020, cominciando a pubblicare con costanza, e migliorando gradualmente. Guardando indietro, quei lavori non erano particolarmente sofisticati, ma mi divertivo enormemente a realizzarli e desideravo far crescere la mia piattaforma.
Ho iniziato quindi a contattare molte persone, chiedendo se fossero interessate a collaborare. Da un lato volevo imparare da loro, dall’altro desideravo entrare in relazione anche con il loro pubblico. La maggior parte non ha mai risposto. Poi, un giorno, un creator di nome Jeff Cole, che mi ispirava moltissimo e aveva un vasto seguito su Instagram, non so come ha risposto al mio messaggio privato. Abbiamo finito per organizzare una videochiamata, alla quale era presente anche Mark, il cofondatore del suo marchio, IKONICK. Sono rimasti colpiti dal fatto che avessi solo quattordici anni. Evidentemente hanno visto del potenziale in me e hanno apprezzato ciò che stavo facendo, così inizialmente mi hanno offerto uno stage, che, nel giro di pochi mesi, si è trasformato in un vero e proprio lavoro.
Quando sono entrato all’ultimo anno di liceo, alcuni dei progetti vertevano sulla realizzazione di attività di marketing per grandi aziende utilizzando l’intelligenza artificiale e Photoshop. Era proprio l’inizio del periodo in cui l’intelligenza artificiale era al centro dell’attenzione, e ho potuto constatare come la combinazione di immagini reali e immagini generate dall’intelligenza artificiale potesse dare origine a nuove forme di contenuti visivi per i social media. Per me è stato un vantaggio enorme, perché mi ha permesso di comprendere dall’interno come operassero le grandi aziende. Invece di investire una somma considerevole in un servizio fotografico con i protagonisti del settore, cercando al contempo di trovare spazio nei loro impegni, è diventato possibile creare immagini in modo digitale, artificialmente, con un livello di qualità praticamente identico.
Imparando dai migliori
“Sono stato ammesso alla USC School of Design, dove studio ancora oggi. All’inizio pensavo di poter fare entrambe le cose: mantenere il lavoro e frequentare l’università allo stesso tempo. Poi, però, ho deciso che volevo vivere appieno la vita universitaria. Ho lasciato il lavoro, anche se collaboro ancora con Jeff di tanto in tanto, e ho iniziato a lavorare come freelance. Tutto ha cominciato a prendere forma attraverso il mio profilo Instagram. Da allora, quello che ho cercato di fare è far crescere la mia pagina. Ho iniziato a creare moltissimi lavori concettuali: pubblicità immaginarie, collaborazioni tra brand, capsule collection. È stato un percorso molto importante per me perché, in fin dei conti, tutto ciò che desidero in fututro è diventare una designer e, un giorno, avere il mio Brand.
Grazie a quello che faccio, riesco a prendere le aziende che mi ispirano, quelle che ammiro, e analizzarle in profondità: l’aspetto dei loro siti web e dei loro profili Instagram, i capi che disegnano, il modo in cui raccontano la loro storia e si promuovono sui social media, il tipo di video che producono. Poi combino tutto questo con una realtà sportiva, una squadra, un atleta famoso o un altro brand che mi ispira, per creare una campagna o una capsule collection unificata. In sostanza, quello che faccio è immaginare cosa potrebbero creare e dare forma a quella visione. La pubblico online e, se alla gente piace, è fantastico. Se non piace, va bene lo stesso. Continuerò semplicemente ad andare avanti, a migliorare e a imparare.”


Contaminazioni culturali reali e immaginarie
“Per me, il legame tra moda, sport, sneakers e cultura è sempre stato il punto centrale. Oggi stiamo vedendo lo sport entrare nella moda e, allo stesso tempo, la moda entrare nello sport.
È per questo che gran parte del mio lavoro esplora le diverse possibilità aperte da questo fenomeno. Ho immaginato e progettato una collezione di abbigliamento ispirata alla Coppa del Mondo di quest’anno, cercando di visualizzare come potrebbe apparire una collaborazione tra diverse nazionali e alcuni celebri brand streetwear. Brasile e Chrome Hearts, per esempio, perché avevo notato una relazione visiva tra lo stemma del Brasile e il logo di Chrome Hearts. Poi Kith e Francia, Spagna e Supreme. Di recente, Nike ha iniziato a lanciare collaborazioni tra brand streetwear e le nazionali partecipanti ai Mondiali. Questo mi ha dato la certezza di essere sulla strada giusta. Credo che esista un legame autentico, perché le persone sono emotivamente legate allo sport e lo percepiscono come intrattenimento, senso di appartenenza e fonte di fantasia. Ma cosa succede se quello stesso legame viene utilizzato in modo diverso? Cosa succede se si trasforma in un capo di abbigliamento esclusivo e da collezione?
Un altro esempio molto importante per me è stato ciò che Kith ha fatto con i Knicks. È stato estremamente stimolante, soprattutto perché sono un grande tifoso di New York. Di solito, l’abbigliamento di qualsiasi squadra NBA, è piuttosto essenziale. Non possiede davvero un’identità estetica particolarmente ricca. Ma quando prendi un brand come Kith e inizi a creare design più elevati, quando studi la storia del logo, lavori sui colori, sperimenti con vestibilità diverse, introduci giacche in pelle e capi capaci di spingersi oltre il merchandising sportivo convenzionale, allora elevi anche il brand stesso dei Knicks. Quando ho visto quel progetto, il mio ragionamento è diventato questo: ogni azienda, in ogni categoria, dovrebbe avere qualcosa di simile. È una delle intuizioni che sono riuscito a maturare attraverso il lavoro concettuale. A volte si tratta di due aziende che non collaborerebbero mai e poi mai, ma quando vengono messe insieme si capisce perché, in un altro contesto, potrebbe funzionare.”
Concept virali
“La prima cosa che mi piace sottolineare è che utilizzo molti strumenti diversi. Tutto parte da Photoshop, ma faccio anche un uso esteso dell’intelligenza artificiale. L’elemento non negoziabile, però, è la qualità. Il lavoro deve apparire professionale. In questo modo, quando qualcuno lo vede, anche se non comprende immediatamente che si tratta soltanto di un concept, il brand ne esce comunque valorizzato.
Il secondo aspetto è che il progetto deve risultare in qualche modo realistico, pur proponendo qualcosa che, per ragioni diverse, difficilmente potrebbe accadere nella realtà. Nike e Adidas, per esempio, non collaborerebbero mai insieme a un prodotto. Per me il limite si trova qui: il lavoro deve far apparire i brand nel modo migliore possibile. Alcuni dei miei progetti più recenti sono diventati virali, e molte persone li hanno effettivamente visti, apprezzati e hanno compreso la visione che c’era dietro. Alla fine, il concept deve essere forte, deve essere interessante, e deve restituire al brand un’immagine potente.
Per tornare a un esempio di qualche settimana fa, durante le Western Conference Finals, quando si parlava di Wembaniama contro SGA: l’opinione pubblica, all’inizio della serie, considerava Shai il favorito, mentre Wemby era visto come l’underdog, il giocatore da cui non ci si aspettava necessariamente la vittoria. Poi gli Spurs hanno vinto. Stavo guardando la partita e ho visto le suore tifare per San Antonio sugli spalti. A quel punto ho pensato: quanto sarebbe interessante creare concept tra le suore, note per indossare sempre lo stesso abito, e Nike, che invece è conosciuta per un immaginario atletico sempre nuovo, altamente futuristico? L’idea è nata da lì. Poi ho notato anche un’altra connessione: da un lato le suore, donne di bassa statura, dall’altro Wemby, alto quasi il doppio di loro. Poi ho iniziato a pensare a quale testo avrei potuto aggiungere, qualcosa che suonasse come Nike, ma che allo stesso tempo facesse fermare una persona e chiedere: ‘L’ha davvero pubblicato Nike?’ Così mi è venuto in mente ‘Just Pray’. Era anche un momento accaduto quello stesso giorno, soltanto poche ore prima. È il tipo di situazione che non potrebbe mai trasformarsi in un vero servizio fotografico, perché non riuscirebbero mai ad avere Wemby disponibile per uno shooting il giorno dopo una partita. Per me, questa è una delle qualità senza precedenti di questi nuovi strumenti.”


Comunicare il momento
“Nella comunicazione di svariati brand oggi non c’è abbastanza storytelling, soprattutto quando si tratta di costruire una narrazione attorno a un giocatore e svilupparla davvero. Allo stesso tempo, se si guardano le pubblicità di oggi, molte cercano di recuperare una sorta di forza vintage, nostalgica, quasi nel tentativo di restaurare una certa sensibilità del passato. Il problema attuale ha molto a che fare con il modo in cui le persone consumano i contenuti. Tutto si muove con una velocità tale che una campagna dura pochissimo; non rimane mai rilevante a lungo. Oggi la comunicazione potrebbe nascere semplicemente da una fotografia fatta al momento giusto, trasformata in campagna, con una semplice frase sovrapposta. Ma allora perché non possiamo vedere una campagna completa costruita attorno a quello stesso momento? Io sono una sola persona, e non ho nemmeno tutta questa esperienza, eppure riesco a farlo. Immagina cosa potrebbe essere possibile con un intero team di persone al lavoro su un singolo brand.
Immaginiamo che un giocatore diciottenne di Capo Verde segni una tripletta ai Mondiali. Le persone vogliono connettersi a quel momento, vogliono vederlo tradotto in immaginario, in racconto, in contenuto. La comunicazione, però, non si muove abbastanza rapidamente, perché esistono troppi livelli di approvazione. Quando un’idea deve attraversare tutti quei passaggi, finisce per diluirsi. Ognuno ha una ragione per cui qualcosa potrebbe non funzionare. E quando l’idea passa attraverso troppe mani, spesso viene ridotta a qualcosa di familiare, di sicuro, a qualcosa che non funziona più. È lì che vedo il problema. Si parte da un’idea originale e, invece di permetterle di crescere verso l’esterno, la si costringe a ripiegarsi su sé stessa. Diventare più piccola, anziché più grande.”
La ricerca è tutto
“Per quanto riguarda la prima parte del lavoro, direi che la ricerca occupa il novanta per cento del mio tempo. Se ho un’ora per lavorare a un concept, per me è fondamentale trascorrere cinquanta minuti facendo ricerca. Questo significa stare su Pinterest, Instagram, Google, YouTube; guardare vecchie pubblicità, immagini d’archivio, servizi fotografici, siti web e qualsiasi altro materiale possa aiutarmi a comprendere l’universo visivo in cui sto cercando di entrare. Solo dopo, come creator, inizio a sentire davvero il desiderio di realizzare qualcosa di nuovo. Una volta che la ricerca è stata condotta nel modo giusto, la produzione dell’immagine può avvenire molto rapidamente. Con gli strumenti che ho oggi, possono bastare anche solo dieci minuti per affinare l’immaginario e renderlo più forte. In quei dieci minuti posso ancora sperimentare, naturalmente, ma la vera base rimane la ricerca.
Alla fine, molto dipende dal gusto. Il gusto è come un muscolo, e va allenato. Sbaglio spesso. Creo cose che, in quel momento, mi sembrano interessanti; le pubblico, e magari qualche giorno dopo le riguardo e penso che non funzionino più, che non siano poi così forti. Ma sono disposto ad assumermi quel rischio. Cerco di pubblicare ogni giorno, perché è così che continuo a crescere e a sviluppare il mio sguardo.
Penso anche che la rilevanza sia una parte fondamentale di ciò che rende qualcosa davvero interessante. Internet si muove a una velocità impressionante. Anche se è passata soltanto una settimana da un evento significativo nel mondo dello sport, se pubblico qualcosa su quello stesso momento una settimana dopo, probabilmente non funzionerà allo stesso modo, perché non possiede più la medesima rilevanza. Tutto si muove estremamente in fretta, ed è una cosa straordinaria, ma bisogna saper usare quella velocità a proprio vantaggio. Non si può permettere che diventi uno svantaggio. Allo stesso tempo, ci saranno sempre nuove tendenze. Ci saranno sempre nuovi prodotti, nuovi momenti che accadono, nuovi riferimenti culturali che emergono, e su tutto questo puoi imprimere il tuo sguardo. Per me, il processo consiste nel trovare delle corrispondenze e nel chiedermi come renderle più interessanti. In fondo, è tutto qui: combinare due elementi e farli diventare più forti insieme. Prendere i due o tre elementi migliori provenienti da mondi diversi e costruire qualcosa di unico, invece di limitarsi a ricreare qualcosa che è già stato fatto.”


Lati positivi e negativi
“Dal lato positivo, penso che l’intelligenza artificiale offra possibilità nuove a chiunque, come me, abbia idee che desidera portare nel mondo. Oggi quelle persone possono creare quelle idee e vederle concretamente davanti a sé. Io ho un computer, pago ogni mese un programma di intelligenza artificiale, pago Photoshop, e con questi strumenti posso creare visivamente quasi qualsiasi cosa e presentarla a chiunque. Per le aziende vale lo stesso principio. Ogni società sportiva che cerca di ingaggiare un atleta, o ogni brand che prova a costruire una partnership con un’altra realtà, ha bisogno di mostrare la visione di ciò che quella collaborazione potrebbe diventare. Ancora più importante, oggi è possibile sviluppare un’intera campagna: spot, immagini, loghi, concept di abbigliamento, billboard. E tutto questo può essere realizzato in una settimana. Questo è il lato positivo.
Il lato negativo è che diventa più facile creare qualcosa con il solo intento di ottenere like e follower. Questo può significare pubblicare qualcosa di falso su qualcuno, che è ovviamente uno degli esempi più noti. Quando accade, però, si percepisce: il contenuto sembra più rapido, meno meditato, meno necessario. Posso parlarne anche per esperienza personale. Ho iniziato a guadagnare follower soltanto quando ho abbandonato quella mentalità. Per anni, tutto ciò che desideravo erano follower, like e quel tipo di validazione. Poi, quando ho smesso di preoccuparmene e ho iniziato a concentrarmi soltanto su ciò che volevo creare, la pagina ha cominciato davvero a crescere.
Il punto è che l’intelligenza artificiale può sembrare legata a questa idea di successo immediato. In alcuni casi può persino offrirlo. Ma non è qualcosa di sostenibile, se non viene utilizzata nel modo corretto. Io uso l’AI, ma per valorizzare gli atleti. Per valorizzare le aziende. Per valorizzare lo strumento stesso. Cosi, le persone si concentreranno sull’idea, ed è esattamente ciò che sto cercando di fare. Voglio che l’idea sia la prima cosa che viene in mente a qualcuno, non ciò che l’immagine non riesce a restituire perfettamente. Deve trattarsi del concept. Per questo penso che sia necessario fare tutto il possibile per aiutare le persone a comprendere l’idea. Se ci riesci, il resto arriva di conseguenza.”
Nuovi processi creativi
“Penso, prima di tutto, che assisteremo alla nascita di ruoli creativi sempre nuovi. Oggi quasi tutto può essere appreso attraverso l’intelligenza artificiale. Questo costringe un creativo a dedicare maggiore attenzione alla ricerca e alla creazione. Molto spesso vedo creativi realizzare la stessa cosa più e più volte. Il lavoro può anche essere di alta qualità, ma a un certo punto smettono di assumersi dei rischi. Magari individuano uno stile che porta loro successo, e continuano a produrre all’interno di quello stesso linguaggio. Con l’intelligenza artificiale, le tendenze sembrano accelerare. Anche la percezione di ciò che le persone considerano interessante si muove più rapidamente. Per questo bisogna adattarsi di più, rischiare di più. Se conduci la ricerca nel modo corretto e sviluppi il tuo gusto, puoi diventare un creativo più completo, più trasversale, capace di abitare diverse fasi del processo. Non considero tutto questo come un modo per spendere trenta minuti invece di un’ora. Penso ancora che si debba dedicare l’intera ora. La differenza è che la si impiega in modo diverso, distribuendo diversamente la propria energia. Si tratta di maggiore efficienza e di un flusso di lavoro più fluido.
Per ora, mi sto semplicemente divertendo con questi strumenti e voglio continuare a migliorare. Devo ancora affinare il mio muscolo creativo: comprendere con maggiore chiarezza ciò che le persone trovano interessante, ma soprattutto ciò che io stesso considero interessante. Voglio continuare a sviluppare questa consapevolezza, e forse un giorno potrà manifestarsi in molte forme diverse, compresa la creazione di un mio brand di abbigliamento.”

Football Mundi | Mark Johnson
Per accompagnare la fase finale del Mondiale 2026, diamo voce a una serie di artisti globali che nel Beautiful Game hanno trovato una parte della propria identità, una musa che, ogni quattro anni, sprigiona la propria essenza più alta
“Il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in novanta minuti”, suggeriva George Bernard Shaw, scrittore e premio Nobel irlandese. Esistono romanzi le cui pagine non si tingono d’inchiostro, ma delle emozioni che un’intera nazione deposita sul rettangolo di gioco: narrazioni epiche, che ogni quattro anni rifuggono la carta, per adagiarsi sul manto erboso e per ispirare singoli individui, così come interi popoli.
In fondo, mai i Mondiali di calcio sono stati una semplice competizione sportiva. Piuttosto, hanno sempre rappresentato una delle più grandi opere d’arte collettiva, e performativa, del pianeta. Un rito globale, in grado di trasformare gol in iconografia e 90 minuti in memorie popolari: in storia universale. Mentre l’orizzonte dell’evento apicale del sistema calcistico inizia a delinearsi, abbiamo deciso d’indagare il suo impatto e la sua essenza lirica attraverso la testimonianza di una serie di artisti internazionali. Anime creative che hanno eletto il pallone a propria musa.
‘Football Mundi’ è un’indagine su come il Beautiful Game plasma, ha plasmato, e continuerà a plasmare il nostro immaginario, diventando linguaggio emotivo capace di abbattere ogni confine, e di mettere in relazione ogni identità, specie in occasione di un Mondiale.
Ospite di oggi, dall’Inghilterra: Mark Johnson.




Cos’ha significato il calcio nella tua infanzia e cosa ti ha fatto innamorare di questo sport?
“Il calcio è, da sempre, la mia vita: da piccolo, se non ero fuori a giocare a pallone, lo guardavo in TV. Premier League, Serie A, Liga, persino calcio argentino... Da ragazzo ho ammirato giocatori come Ryan Giggs dello United e Ronaldinho del Barcellona. Sono stati per me fonte incredibile d’ispirazione. Per strada, passavo ore a provare e riprovare le finte e i trick che li rendevano unici. Dagli 11 ai 16 anni ho giocato nell’academy dello Stoke City. Quando non inseguivo il mio sogno sul campo, ero a casa a disegnare i miei giocatori preferiti, le loro divise e le loro scarpe. Il calcio è stato il fulcro di tutta la mia infanzia.”
In che modo il Beautiful Game ha plasmato la tua evoluzione artistica, e perché hai scelto di farne una musa centrale nel tuo lavoro?
“Dopo aver mancato l'occasione di firmare un contratto da professionista, ho deciso di dedicarmi all'arte e alla grafica. Mi sono detto che se non avessi potuto giocare in un club della Premier League, avrei almeno potuto disegnare per loro. Circa sette anni fa, parallelamente al mio lavoro a tempo pieno come designer, ho aperto un account Instagram per condividere i miei lavori ispirati al calcio. Il mio processo creativo è alimentato da tutto ciò che ha plasmato in me l’amore per questo sport. Traggo ispirazione dalle maglie, dagli scarpini, dai giocatori del passato e del presente, dall'architettura degli stadi e dalla bellezza delle iconiche pubblicità degli anni '90. Il profilo è cresciuto in modo costante e, ad oggi, sono cinque anni che lavoro come creativo freelance nel settore sportivo. Ho sempre vissuto e respirato il mondo del calcio in varie forme, essere stato in grado di tradurre questa passione nel mio lavoro è un traguardo di cui vado molto fiero.”
Ci stiamo avvicinando alla fine dei Mondiali, che tipo di sensazioni, ricordi e riflessioni ti attraversano quando pensi all’evento apicale della cultura calcistica?
“Non vedo l’ora di scoprire quali momenti epici ci regaleranno le ultime fasi di quest’edizione! Voglio lasciarmi ispirare dalla bellezza e dalla potenza che solo un Mondiale sa offrire, trasformando quelle emozioni in arte. Come in ogni Mondiale, ho sempre un occhio di riguardo per i brasiliani, la Seleção gioca sempre con grande estro e libertà. Ripensando al passato, mi tornano alla mente frammenti di Francia ’98. Di Ronaldo ‘Il Fenomeno’, capace di trasformare ogni tocco di palla in pura bellezza, fino a quella sfortunata finale. Il Mondiale porta però con sé ricordi tanto dolci, quanto amari per il mio Paese. In particolare, mi riferisco alla partita tra Inghilterra e Argentina. Un'altalena di emozioni, dall'incredibile gol in solitaria di Michael Owen, al cartellino rosso di Beckham e alla nostra dolorosa sconfitta ai rigori.”<




Se dovessi scegliere una delle tue opere per descrivere la potenza di un evento globale e sociale come il Mondiale, quale sarebbe e perché?
“Messi 10 - String Art. La maglia iconica con cui Lionel Messi vinse il Mondiale in Qatar 2022. È un omaggio al più grande calciatore di tutti i tempi. Realizzata con 1.390 chiodini e 510 metri di filo di cotone. Quest’opera d’arte vuole essere una metafora: i chiodini rappresentano i difensori avversari, mentre il filo, intrecciandosi tra loro, rappresenta l’eleganza e la fluidità dei movimenti del numero 10. Il suo controllo di palla e i suoi improvvisi cambi di direzione prendono vita in questa trama di cotone.”
In uno scenario in cui i confini tra arte e calcio sono sempre più fluidi, come speri possa evolvere il connubio tra queste due dimensioni?
“Il mio augurio è che i club e i brand scelgano di scommettere con decisione sulla visione di artisti in carne e ossa, piuttosto che affidare progetti all’intelligenza artificiale. Valorizzare la creatività umana e il tocco personale di un creativo è essenziale. Solo la sensibilità di un artista può cogliere sfumature emotive e culturali che un algoritmo non è in grado di riprodurre. Coltivare questo tipo di legame ci consentirà di creare opere d’arte capaci di celebrare la vera passione per il calcio sotto una lente estetica sempre più autentica. L’intelligenza artificiale può funzionare in alcuni casi, ma un artista con una solida esperienza si rivelerà sicuramente una preziosa risorsa.”


CALCI DI RIGORE
Quale calciatore ha stimolato maggiormente la tua immaginazione durante un Mondiale?
“Ronaldinho: gioia pura, sorriso radioso, incredibili dribbling.”
Qual è la divisa più creativa che hai visto ad un Mondiale?
“La maglia del portiere messicano Jorge Campos, Mondiali USA del 1994.”
Qual è il gesto o il momento più artistico a cui hai assistito in una partita dei Mondiali?
“Il diciottenne Michael Owen che segna il suo famoso gol in solitaria contro l’Argentina, superando i difensori e insaccando nell’angolino alto.”
Partita più iconica vista durante un Mondiale?
“Inghilterra - Argentina, Francia ‘98: l’espulsione di Beckham.”
L’emozione più grande vissuta durante un Mondiale?
“Vedere Lionel Messi vincere finalmente il trofeo in Qatar dopo cinque tentativi.”


Football Mundi | Rafael Sakta
Per accompagnare la fase finale del Mondiale 2026, diamo voce a una serie di artisti globali che nel Beautiful Game hanno trovato una parte della propria identità, una musa che, ogni quattro anni, sprigiona la propria essenza più alta
“Il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in novanta minuti”, suggeriva George Bernard Shaw, scrittore e premio Nobel irlandese. Esistono romanzi le cui pagine non si tingono d’inchiostro, ma delle emozioni che un’intera nazione deposita sul rettangolo di gioco: narrazioni epiche, che ogni quattro anni rifuggono la carta, per adagiarsi sul manto erboso e per ispirare singoli individui, così come interi popoli.
In fondo, mai i Mondiali di calcio sono stati una semplice competizione sportiva. Piuttosto, hanno sempre rappresentato una delle più grandi opere d’arte collettiva, e performativa, del pianeta. Un rito globale, in grado di trasformare gol in iconografia e 90 minuti in memorie popolari: in storia universale. Mentre l’orizzonte dell’evento apicale del sistema calcistico inizia a delinearsi, abbiamo deciso d’indagare il suo impatto e la sua essenza lirica attraverso la testimonianza di una serie di artisti internazionali. Anime creative che hanno eletto il pallone a propria musa.
‘Football Mundi’ è un’indagine su come il Beautiful Game plasma, ha plasmato, e continuerà a plasmare il nostro immaginario, diventando linguaggio emotivo capace di abbattere ogni confine, e di mettere in relazione ogni identità, specie in occasione di un Mondiale.
Ospite di oggi, dalla Spagna: Rafael Sakta.



Cos’ha significato il calcio nella tua infanzia e cosa ti ha fatto innamorare di questo sport?
“Grazie alle mie origini spagnole, il calcio è sempre stato una presenza costante nella mia vita, in modo diretto o indiretto, sin da quando ho memoria. In famiglia non c’era una particolare passione, sono arrivato da solo ad amare questo sport. Ho ricordi molto vividi: non dimenticherò mai quando giravo ovunque con il DVD pirata di Nike Joga Bonito per guardarlo insieme al mio amico Franz. O gli infiniti tentativi di scambiare la mia figurina migliore del Real Madrid con una di Ronaldinho o Puyol. Poi, i pomeriggi interminabili passati a giocare nella piazza del paese con il mio pallone Total 90 blu e giallo. Il calcio è sempre stato un punto fermo. Credo che a farmene innamorare davvero sia stato tutto l’immaginario che porta con sé: il legame con la moda, con i media, con i videogiochi. La forza iconografica che riesce a trasmettere a tutto ciò che gli ruota attorno è quello che mi affascina di più, ed è qualcosa che ha accompagnato tutta la mia crescita.”
In che modo il Beautiful Game ha plasmato la tua evoluzione artistica, e perché hai scelto di farne una musa centrale nel tuo lavoro?
“È successo in maniera del tutto naturale. Il calcio ha attraversato ogni fase della mia vita e il mio percorso artistico è cresciuto insieme a questa passione. Dico spesso che il motore principale del mio lavoro è tutto ciò che considero ‘cool’. Il modo in cui il calcio mette in comunicazione mondi diversi (dalla cultura pop al fashion) lo rende per me una fonte d’ispirazione inevitabile. Non si tratta solo del gioco in sé, ma di tutto quello che gli gravita intorno. Può essere una maglia rétro che cattura il mio sguardo, una fotografia di un calciatore con un look iconico, un’illustrazione di FIFA Street o la mascotte di una squadra... Gran parte dei miei interessi affonda le radici in questo universo, ed è proprio per questo che il calcio è diventato una parte fondamentale del mio DNA creativo.”
Ci stiamo avvicinando alla fine dei Mondiali, che tipo di sensazioni, ricordi e riflessioni ti attraversano quando pensi all’evento apicale della cultura calcistica?
“Il primo ricordo che mi viene in mente è quello dell’Europeo 2024. Dopo tante delusioni, la Spagna è finalmente tornata a entusiasmare tutti con il suo modo di giocare. Non mi aspettavo una prestazione di quel livello e l'impatto emotivo è stato fortissimo. Difficilmente dimenticherò la tensione prima di ogni partita e lo svuotamento emotivo dopo la vittoria finale. Guardare giocatori come Lamine Yamal, Pedri e Rodri mi ha fatto rivivere le stesse emozioni che avevo provato anni prima vedendo Zidane eliminare la mia nazionale. Sono sensazioni che dimostrano quanto il calcio possa essere importante, sul piano personale e culturale, per qualsiasi giovane. La sequenza di passaggi che porta al gol di Iniesta nella finale del Mondiale sudafricano del 2010 resta un’immagine indelebile. Mi auguro che anche questo Mondiale ci regali momenti destinati a rimanere impressi nella memoria collettiva.”


Se dovessi scegliere una delle tue opere per descrivere la potenza di un evento globale e sociale come il Mondiale, quale sarebbe e perché?
“Direi il colpo di testa di Zinédine Zidane nella finale del Mondiale 1998. Racchiude tantissimi elementi che amo e che trovo profondamente ispiranti: l’iconica maglia numero 10 della Francia, la leggendaria nazionale brasiliana sconfitta dai padroni di casa, uno Zidane ancora alla Juventus e all’apice della sua carriera che firma una doppietta... Ho sempre percepito il Mondiale come una competizione avvolta da un’aura quasi mistica, qualcosa che il calcio di club non riesce a replicare. Con quest’opera, ho cercato di restituire proprio quella sensazione di sacralità che il campo da gioco riesce a evocare, conferendo al calcio una dimensione quasi divina.”
In uno scenario in cui i confini tra arte e calcio sono sempre più fluidi, come speri possa evolvere il connubio tra queste due dimensioni?
“Più approfondisco il rapporto tra arte e calcio, più mi rendo conto di quanto sia forte e spontaneo il legame che li unisce. È diventato un elemento fondamentale della cultura calcistica contemporanea. Oggi la creatività attraversa ogni aspetto di questo sport: il mercato è pieno di collaborazioni, le seconde e terze maglie sono spesso più interessanti delle divise casalinghe, mentre le repliche non ufficiali generano un entusiasmo incredibile grazie a design sempre più audaci. Perfino l’attesa per la presentazione delle nuove maglie dei Mondiali è ormai diventata un evento artistico. Lo vedo anche nel mondo dell’illustrazione: è incredibile osservare quanto questa passione sia entrata profondamente nel nostro settore. In un’epoca in cui l'intelligenza artificiale è sempre più presente, credo che il nostro compito, come artisti, sia quello di mantenere il rapporto tra arte e calcio il più umano possibile. Il vero calcio si gioca con i piedi e con il cuore, non con i prompt e gli algoritmi.”


CALCI DI RIGORE
Quale calciatore ha stimolato maggiormente la tua immaginazione durante un Mondiale?
“Diversi. I primi due sono senza dubbio Zidane e Maradona. Poi Ronaldo e il suo celebre taglio di capelli nella finale vinta 2-0 contro la Germania nel 2002. Anche Xavi Hernández e David Villa nel Mondiale sudafricano del 2010. E, più recentemente, il già leggendario duello tra Messi e Mbappé nella finale del 2022.”
Qual è la divisa più creativa che hai visto ad un Mondiale?
“Senza dubbio quelle di Spagna e Germania del 1994. Del 1998 porto ancora con me il ricordo delle divise di Francia, Messico e Giappone. Una menzione speciale va alla Nigeria del 2018.”
Qual è il gesto o il momento più artistico a cui hai assistito in una partita dei Mondiali?
“La Mano de Dios, il taglio di capelli di Ronaldo nel 2002 e la testata di Zidane. Tre gesti che appartengono ormai alla storia.”
Partita più iconica vista durante un Mondiale?
“La finale del Mondiale 2022 in Qatar. L’ho vista in Francia, ma tifavo Argentina. Un thriller assoluto.”
L’emozione più grande vissuta durante un Mondiale?
“L’intero Mondiale del 2010. Avevo quindici anni e vedere il mio Paese vincere il torneo insieme ai miei amici è uno dei ricordi più belli che custodisco.”










