Uno sguardo zenitale sulla cultura sportiva - Jacopo Di Cera
Visto dall’alto, lo sport smette di essere risultato e diventa mappa: un disegno di corpi, territorio e comunità in cui ogni gesto rivela la società che lo sostiene
C’è un’Italia che non si lascia afferrare frontalmente: va osservata perpendicolarmente, o meglio dall’alto, quando le gerarchie si appiattiscono e la realtà smette di recitare. Jacopo Di Cera la incontra così: sospendendo la camera sopra il mondo, come un metronomo immobile, e lasciando che sia la vita sottostante a comporre la scena.
Il suo sguardo zenitale non cerca il colpo d’occhio, ma un’etica dell’immagine: mettere tutti sullo stesso piano per non giudicare, per ascoltare meglio. In questa conversazione, tra sport e ritualità, territorio e comunità, ombre e desideri, l’Italia emerge come un ritratto sociale in controluce: un paese che si rivela nelle geometrie dei corpi, nelle fratture della passione, e in quell’istante preciso in cui l’estetica smette di essere superficie e diventa indagine.



Esplorare l’Italia da un nuovo punto di vista
“Nella mia ‘prima’ vita ero responsabile marketing in una multinazionale americana. Nella ‘seconda’ ho aperto un’agenzia di comunicazione. Nella ‘terza’ faccio l’artista. Ma in tutte e tre, il tema della comunicazione — e quindi anche dell’estetica — me lo sono sempre portato dietro. Ho fatto quel mestiere per quasi quindici anni… è naturale che io filtri ancora il mondo anche con quell’approccio, solo che oggi lo metto al servizio di un’indagine artistica, non di un prodotto.
Mi piace scattare. Lavoro con l’arte, con la fotografia, con l’arte digitale. Sin dagli inizi della mia indagine artistica non mi è mai piaciuto fare un lavoro fotografico, nel senso più stretto del termine, per servire marketing o branding. Quello che mi ha sempre interessato sono la cultura, l’arte.
Negli ultimi dieci anni ho raccontato l’Italia da un punto di vista zenitale. La prima fotografia me la ricordo ancora benissimo: ero a Procida. La mia ex moglie era napoletana, quindi si andava spesso al mare insieme. Un giorno ho notato una scena che da terra sembrava banale: a pranzo, molte barche si avvicinavano, quasi si incollavano, e iniziavano a passarsi il caffè, la mozzarella, le cose fatte in casa. Dal basso non si capiva davvero cosa stesse succedendo. Poi, d’istinto, ho mandato sù il drone perpendicolarmente. Dall’alto mi si è rivelato un mondo.
Si vedeva questa comunità galleggiante, un gesto collettivo con una coreografia involontaria. Ho subito pensato fosse una prospettiva interessante. C’è un’Italia che non avevo mai guardato così. Quell’opera l’ho chiamata ‘Pass me the Parmigiana’, perché era esattamente questo: una tavola apparecchiata sull’acqua, solo che la tavola era un arcipelago di scafi.
Da lì ho capito che volevo raccontare l’Italia da quel punto di vista. E da lì è iniziata una ricerca vera sull’italianità: sul nostro modo di relazionarci tra noi, e sul modo in cui ci relazioniamo con l’ambiente, con il territorio. E quando dico ricerca non intendo solo vacanza, montagna, mare. Intendo anche tradizioni, storie, momenti particolari e sportivi unici nel loro genere.
Il lavoro più faticoso è stato lo studio, la scelta. La ricerca del luogo giusto, dell’evento giusto, del momento in cui c’è un’umanità che ti affida una storia. E allora ritrovi tradizioni, rituali, comunità, tensioni. Non solo belle immagini. Ma scene che, viste dall’alto, diventano racconto.”


Lo Sport come ritratto sociale
“Quando penso a che ruolo abbia avuto lo sport nella mia vita a livello personale, culturale, e artistico, mi piace partire da una distinzione semplice. Lo sport mi ha sempre attratto, ma meno come azione personale agonistica. Probabilmente per capacità, per abilità, non ho mai sviluppato qualcosa che mi portasse a competere ad alto livello. L’ho praticato da sempre, ma come benessere, come disciplina privata. Nella mia ricerca, però, è sempre stato un elemento fortissimo.
Se guardo i miei lavori degli ultimi dieci anni, tolta la parte dell’estate italiana dove, di solito, ci si rilassa su una spiaggia, mi accorgo che lo sport è spesso al centro. Ma ‘sport’ non vuol dire solo gesto atletico canonico: non è solo il fondista che parte per la Marcialonga. Sport significa sciare, certo, ma significa soprattutto esplorare il rapporto tra essere umano e territorio — in quel caso la montagna. Vuol dire indagare la propria immagine, la propria estetica, la propria posizione dentro equilibri fragili. La montagna, vista così ad esempio, non è sfondo: è interlocutore.
E poi c’è un secondo livello, altrettanto potente: la squadra, il rapporto umano e le relazioni che si creano dentro e intorno al sistema sportivo. C’è chi gioca e c’è chi sostiene, chi tifa, chi appartiene. Sono elementi incredibili, perché ti raccontano una società in miniatura. Basta pensare a Piazza del Plebiscito piena: io ho visto folle che, onestamente, mi sono sembrate più dense di altri eventi storici. Questo ci dice che, per quella città, lo sport ha un ruolo enorme. Lo sappiamo da sempre: a Napoli il calcio è una lingua madre.
Io sono interista e ho lavorato per l’Inter sul ventesimo scudetto — la seconda stella, un traguardo importante. Se metti a confronto certe immagini di Piazza del Duomo e quelle di Piazza del Plebiscito, ti accorgi che sono due modi diversi di essere folla, due modi diversi di festeggiare, due culture della partecipazione. Ed è proprio per questo che lo sport, per me, è un territorio d’indagine artistica straordinario. È una piattaforma dove si creano rapporti, equilibri e squilibri. L’arte lì dentro ci sguazza: sia per fascino estetico, sia perché lo sport è una cartina tornasole sociale. Ti restituisce un riflesso di quello che oggi è una città, un popolo, un ambiente. Riflette una civiltà. Non riflette solo ‘lo sport’, riflette i rapporti tra chi segue, chi pratica, e la comunità che sta attorno. Quel perimetro è un ritratto della popolazione stessa.”


Lo sport come tradizione e cultura
“Un lavoro che ricordo sempre con passione è il Palio Marinaro dell’Argentario. È una tradizione che ha un’origine quasi mitologica: nasce da un passato di incursioni e paura. I pirati invadevano quella zona, e la gente del paese si rifugiava nelle grotte con le barche. Più andavi veloce, più avevi possibilità di salvarti. Da quel bisogno è nata, col tempo, una ritualità decennale: quattro contrade che si sfidano e poi la contrada che vince viene affondata. In pratica uno sport estremo — fatica, dieci giri di barca, una corsa durissima — e quando la barca arriva, i contradaioli si buttano in acqua e la fanno andare giù. È un gesto simbolico e fisico insieme: vittoria e sacrificio, trionfo e sparizione. Immagini suggestive, quell’attesa sospesa, quei personaggi fermi come in un teatro naturale. Ed è un evento sentitissimo: il 15 agosto li si ferma tutto per quel Palio. Dall’alto, come se Caronte fosse lì a traghettare e le anime dannate, in ansia, premessero per salire sulla sua barca, la scena diventa una sorta di Barcolana: una massa di barche e intenzioni, un brulichio ordinato dal desiderio di appartenere. E qui entra un elemento che per me conta molto: la luce. Ombre, riflessi, incisioni sull’acqua. Sono dettagli, ma sono anche grammatica.
Un altro esempio, sempre sul confine tra sport, paesaggio e cultura, è in Val di Pejo, se non ricordo male si svolge a febbraio. È una gara notturna di risalita: si va su con le pelli e poi si scende. Dall’alto, tutte le luci delle pile frontali sembrano un quadro astratto, un Kandinsky. È un’immagine che ti rimane addosso: una disciplina che diventa costellazione.
In questo senso, lo sguardo dall’alto è sì estetico, ma l’estetica per me è conseguenza. La fotografia, da manuale, si regge su un elemento fondamentale: la profondità di campo. Lo scatto zenitale, perpendicolare alla scena, uccide quella profondità: mette tutti sullo stesso piano. Non scatto dall’alto perché le foto dall’alto sono belle—ne abbiamo già troppe e, probabilmente, ci hanno anche annoiato. Scatto dall’alto per non dare un giudizio. Per non decidere io chi è protagonista. Se tu sei in primo piano e il tuo amico in secondo, chi scatta ha già decretato una gerarchia. Io, nella mia ricerca, provo a sospenderla. Lascio il giudizio a chi guarda e cerco invece di far emergere rapporti: tra uomo e uomo, e tra uomo e territorio.”



L’importanza dello Sport
“In un’epoca in cui lo sport viene spesso ridotto a risultato, successo, sconfitta, statistica, io mi ritengo fortunato. Mio padre era appassionato di calcio. Io sono da sempre interista, e seguo con una passione vera. Vivo a Roma e ho un figlio di nove anni, sto provando a passargli quella passione, nel modo giusto. Però devo fare due discorsi diversi. Perché esiste uno sport e poi esiste il vero sport.
Quello che vediamo sulle gazzette, nei giornali, molto spesso è sport-business. È un sistema che puoi accettare o non accettare: come stanno in piedi le società, i bilanci, i controlli, le squalifiche, le ambiguità, i sospetti, le storture. C’è tutto un mondo che ti puoi anche raccontare di ignorare, ma che esiste.
Eppure, dentro quel mondo, la passione resta: il nonno che ti mette la sciarpa, i gol che ti porti dietro come memoria emotiva — Ronaldo il Fenomeno, Djorkaeff, Recoba. Penso a Inter–Barcellona dell’anno scorso: per me è stato epico, una delle partite più belle che abbia visto. È quel tipo di sport in cui sai che c’è una macchina enorme dietro, ma ti aggrappi al racconto, alla storia, al cuore…
Poi però c’è l’altro sport: quello dell’essere umano. Di chi nasce, cresce, si forma, diventa atleta — o anche solo trova nello sport un lessico per vivere. Uno sport fatto di principi: correttezza, salute, competizione sana. Uno sport che ti insegna a superare i limiti. Mi viene in mente Zanardi. Lui nelle interviste l’ha detto mille volte: se senti che c’è un limite, prova ad andare oltre. Un minuto in più. Un secondo in più. Un centimetro in più. Cerca sempre di spostare la linea. E questa, al netto della retorica, è una lezione di vita. Perché lo sport è vita. Lo sport ti insegna motivazione, sacrificio, obiettivi, stare con gli altri.”


Le ombre come espressione dell’io
“Le ombre stanno diventando un territorio di studio sempre più centrale, quasi una nuova geografia personale. L’ombra è un tema antico, stratificato, quasi inevitabile. Se pensiamo a Platone e al mito della caverna, l’ombra è già il racconto di una realtà distorta. Poi c’è Jung, che dice che l’ombra è qualcosa che hai dentro e non conosci. L’ombra, alla fine, ha tante interpretazioni — e io sto cercando proprio quello spazio: dove una forma nera, a terra, può diventare una biografia.
Ho approfondito molto questo tema grazie al Dynamo Camp, in Toscana. È una realtà in cui sì fanno vivere esperienze che io definisco ‘impossibili’ a bambini gravemente malati o con disabilità importanti. È un luogo quasi magico, una specie di oasi: una vacanza impossibile non solo per loro, ma anche per i genitori. Con Dynamo ho lavorato sulle ombre, ma fotografando uno a uno i genitori, non i bambini. Ho iniziato a portarmi dietro la loro ombra come riflesso, come ritratto della loro anima.
Ora vorrei fare una cosa simile con gli atleti paralimpici: raccontare il loro percorso attraverso le ombre. Lo sport, in questo caso, diventa luce fuori dal tunnel. Diventa il motivo per cui trovi nuove motivazioni. Già per uno sportivo le Olimpiadi sono un obiettivo che ti occupa vent’anni di vita. Per un atleta con disabilità, spesso, lo diventano ancora di più: è un obiettivo esistenziale. Nel mio piccolo voglio raccontarlo così: con ritratti d’ombra. Per qualcuno l’ombra potrebbe diventare un simbolo aspirazionale. il corpo sta in una posizione, ma l’ombra ne racconta un’altra. E allora la domanda diventa: cosa rappresenta quella posizione? Un desiderio? Un sogno? Un futuro possibile? Qualcosa che avrei voluto, qualcosa che potrò fare. Un altrove che inizia già qui. Non c’è una risposta unica, e questo è il bello.”

Una ricerca continua
“Io vedo un mondo che, valorialmente, si sta un po’ disfacendo. E proprio per questo lo sport, quando è pulito, può essere un salvagente morale: inclusione, correttezza, rispetto, impegno, determinazione, integrazione. Il problema è che a volte è la stessa civiltà che sporca lo sport. L’esempio che faccio sempre è la simulazione. Perché nella simulazione c’è una sintesi di ciò che non dovrebbe entrare nello sport: la furbizia tossica, il tentativo di fregare, l’idea di ingannare qualcuno che prova a fidarsi e, soprattutto, l’educazione al trucco.
Poi lo sport può anche insegnare alla società ad evolvere. Guarda una squadra di calcio oggi: giocano due italiani, gli altri vengono da ovunque. Nord, sud, poli opposti. E la società dovrebbe guardarla quella cosa: perché lì c’è già un modello di convivenza possibile. In questo lo sport, nel tempo, spinge — e costringe — la società a muoversi. Ci vedo del sano. Ma quel sano dobbiamo tenerlo sano noi: chi gioca, chi organizza, chi sta dentro il sistema.
Io vorrei che il mio lavoro aiutasse a vedere le cose da un punto di vista onesto. Io ho fatto la mia scelta di punto di vista: mi sono messo sopra. Ma l’invito che faccio è più ampio. Vorrei lasciare a chi guarda il mio lavoro la necessità di guardare le cose da più punti di vista. Provare a guardare la stessa cosa da un’altra angolazione. Non per stabilire chi ha ragione o torto, ma per decidere da solo cosa pensare. Se poi questo esercizio ti porta a vedere ombre sulla neve, o uno sport dall’alto, è conseguenza. Fa parte del mio linguaggio. Ma il principio, il motivo per cui ho preso una camera e l’ho messa sopra, è questo: cambiare punto di vista. Io ho scelto il mio. L’invito è che ognuno trovi il proprio.”


Carving the Game: l’Hockey secondo Marcello Pipitone
Grazie a Nike, abbiamo partecipato ad uno speciale workshop, guidato dalla filosofia artistica di Marcello Pipitone ed ispirato dall’oggetto sportivo più chiacchierato del momento, nonché eterna musa stilistica: la maglia da hockey
Vedi muovere le mani di Marcello Pipitone tra tessuti e ricami, e pensi subito ad un’artigianalità profondamente artistica: al gesto che si fa portatore di studio e cultura, a paradigmi sportivi, in questo caso specifico hockeistici, che mutano forma a contatto con design e intuizioni visuali, non perdendo di significato, ma alimentando la loro stessa essenza. Poi, tracci la biografia in salsa power play di questo talentuoso artista milanese, e comprendi l’effettiva connessione tra la sua visione e la dimensione del rink.
Una connessione celebrata durante un momento storico per l’hockey mondiale, quello contemporaneo, e al fianco di un partner, Nike, che sta scandendo il processo di evoluzione culturale della disciplina stessa, all’interno e all’esterno del ghiaccio. Da questa sinergia è scaturito prima un pezzo unico, un arazzo variopinto, composto da dettagli estratti dai kit di federazioni internazionali unite dallo Swoosh; poi un workshop alimentato dalle infinite suggestioni che l’hockey sa sprigionare negli occhi di chi le sa osservare.
Circondati dalle liriche grafiche preparate per l’occasione, abbiamo avuto modo di chiacchierare con Pipitone stesso, scoprendo i punti di contatto tra la sua filosofia artistica e il regno cinetico popolato da bastoni e puck. Un regno di cui Pipitone si fa portatore responsabile, e sincero appassionato.





Per prima cosa, ci piacerebbe sapere com’è l’hockey visto attraverso il filtro di un artista. Che suggestioni ti trasmette questa disciplina, osservata dal vivo? Che sfumature artistiche trovi dentro il rink?
“Il mio primo contatto con l’hockey risale a quando frequentavo la mia compagnia di quartiere a Milano, vicino all’Agorà (storico stadio del ghiaccio cittadino ndr). Lì, giocava l’Hockey Club Saima. Ricordo ancora l’arena: è la stessa che appare nel video di ‘Madonna’ di Ernia e Rkomi. Sei/sette anni fa ho visto la mia prima partita: un momento fondativo. Quando ho iniziato a elaborare concetti artistici e socioculturali legati all’hockey, il mio pensiero è tornato subito a quell’esperienza e alla realtà della Saima. L’ambiente era qualcosa di unico: tifosi del Milan e dell’Inter nella stessa curva, a cantare insieme gli stessi cori. Una cosa surreale. Fuori dal palazzetto, rimaneva addosso una sensazione di libertà difficilmente spiegabile. C’è un aspetto che mi ha colpito del gioco in sé: la violenza controllata. Vedi giocatori che si scontrano duramente, che sembrano farsi davvero male, e un attimo dopo si stringono la mano come se nulla fosse. È, per certi versi, una dinamica simile al rugby: quasi sconcertante nella sua naturalezza. Due squadre opposte che si affrontano con estrema intensità, ma all’interno di un codice basato sul rispetto assoluto. Questo equilibrio tra performance e rispetto è, per me, potentissimo. Dal punto di vista atletico, l’hockey è una delle discipline più complesse in assoluto: richiede eccellenza nel pattinaggio, equilibrio, coordinazione con la mazza e gestione del disco. È impossibile non provare ammirazione per questi atleti.
C’è anche un altro elemento che mi affascina: in Italia è uno sport poco seguito, e questo rende ancora più evidente la dedizione dei giocatori, che spesso non guadagnano quanto potrebbero altrove, oltreoceano o nei Paesi nordici per esempio... Tutto questo, m’infonde un senso di purezza sportiva. Dagli spalti, l’hockey appare sotto forma di suoni ed esplosioni fisiche. L’energia sprigionata dai corpi è impressionante. Gli scontri contro le barriere, le frenate improvvise a velocità massima, le curve perfette… La precisione è d’obbligo. A differenza di altri sport, dove può entrare in gioco la casualità, qui tutto dev'essere, in qualche modo, perfetto. Basti pensare al portiere, che copre quasi interamente la porta: o il tiro è impeccabile o il puck non entra. Ai miei occhi, quella ricerca di perfezione nel pieno movimento diventa espressione artistica. È un equilibrio costante tra controllo tecnico e violenza degli impatti. Come spettatore sei in tensione: sei spaventato, coinvolto. Vedere un giocatore che si rompe due denti e subito dopo segna... Ti lascia senza parole. Come ho già detto, anche il tifo è diverso. Non è come in uno stadio dove, se la curva tace, cala il silenzio. Nell’hockey senti tutti: ognuno urla, reagisce, partecipa. Basta uno scontro o una parata per generare reazioni individuali e collettive. La partita di hockey è un’esperienza totale: fisica ed emotiva”


Allo store abbiamo potuto ammirare il tuo speciale ‘arazzo’. Com’è stato pescare dall’archivio contemporaneo di Nike, e dai design delle Federazioni che sponsorizza, per plasmare quest’opera? E cos’hai voluto comunicare con questa composizione?
“Il processo è stato sintetico e diretto. Ho immaginato una grande bandiera che rappresentasse il campo da gioco, e ho inserito al suo interno i tessuti delle diverse maglie, creando linee che reinterpretassero i segni impressi dalle lame sul ghiaccio. In quelle linee ho intravisto un’affinità e un’assonanza grafica con il Biscione di Milano, così ho deciso d’integrarlo. Il processo creativo è stato abbastanza rapido: ho seguito suggestioni e intuizioni, lavorando fin dall’inizio su connessioni che mi sembravano forti e coerenti. Quando ho iniziato a studiare le grafiche e i design Nike, ho sentito la necessità di dare voce agli elementi dei vari kit. Le uniformi da hockey hanno un qualcosa di bellico: mi ricordano le armature dei samurai, oggetti progettati per la battaglia. Allo stesso tempo, le forme dei pattini, dei guantoni e delle protezioni raccontano un mondo di ricerca e funzionalità. Mi sono reso conto che sarebbe stato impossibile analizzare ogni singolo elemento in profondità.
Ho scelto un approccio umile, fatto prevalentemente di ricerca storica: ho preso tutto ciò che la divisa può rappresentare, tra passato e presente, e l’ho unito ai contesti originari dell’hockey… Parlo del ghiaccio, dei laghi, della montagna, degli ambienti naturali che circondavano i pionieri di questi sport, così come continuano a circondare coloro che lo praticano in scenari outdoor. Collaborare con Nike è sempre straordinario: la cura per ogni dettaglio è incredibile. Ho notato differenze tra le maglie delle varie nazioni che non mi aspettavo: patch posizionate in modo unico, simboli esclusivi, cuciture diverse... Mi vengono da citare, su tutti, il leone della Finlandia, le patch del Canada e i simboli della squadra americana. Ho sentito il dovere di lasciare visibili questi elementi. Da qui, è nata l’idea delle linee parallele, come le gambe dei giocatori che incidono il ghiaccio. Disegnandole, è emersa una sorta di scacchiera ondulata, un disegno astratto che poi ho trasformato in cartamodello. Cerco sempre di creare qualcosa che, prima di tutto, dia piacere allo sguardo, e devo ammettere che, anche sotto questo punto di vista, lavorare su quest’opera è stato molto appagante”


Parlando sempre di quest’opera, cosa ci dicono le tue prospettive artistiche, ma anche di appassionato sportivo e fashion, della maglia da hockey intesa come oggetto al di fuori del campo?
“La maglia è probabilmente l’elemento più accessibile e sdoganato dell’hockey. Pur essendo così unica nel suo genere, paradossalmente, viene indossata con grande naturalezza anche fuori dal contesto sportivo. Puoi metterla sopra una felpa, renderla un layer a sé stante… E questo le dà una forza stilistica particolare. A differenza di altre discipline, le maglie da hockey non risultano eccessivamente aderenti. Nel rink, non ritrovo quell’ossessione per la silhouette ‘compressa’, che negli anni ha cambiato l’estetica del calcio o del basket. L’hockey mantiene una vestibilità più libera, più autentica, che permette a chiunque di indossarla con sicurezza. Questa libertà di forma rende, a mio avviso, la maglia da hockey un oggetto estremamente contemporaneo, facile da integrare nel guardaroba”
In questo workshop hai preparato una serie di grafiche surrealiste: dei veri e propri collage ispirati dalla musa hockeystica. Che dettagli hai voluto celebrare in queste composizioni?
“La maschera del portiere è uno degli elementi più suggestivi. Porta con sé degli echi medievali, sembra una componente di un’armatura antica. Anche le protezioni sulle gambe di ogni ‘goalie’, con quelle strutture parallele pensate per scivolare sul ghiaccio, sono incredibili dal punto di vista estetico. In realtà, tutto l’equipaggiamento è visivamente e artisticamente stimolante. Studiando prodotti Nike del passato ho trovato design, linee e soluzioni mai utilizzate in altri sport. Partendo dalla semplice forma del pattino, per esempio, ho sviluppato oggetti ibridi e indefiniti, a metà tra un ferro da stiro e uno yacht.
In generale, mi affascina anche tutto ciò che ruota attorno al gioco: le macchine che levigano il ghiaccio, quasi piccoli camion tecnici; la rete che deve resistere a tiri violentissimi; le strutture in plexiglass contro cui i giocatori si schiantano. Sono dettagli che, da spettatore, ti lasciano a bocca aperta. Nel workshop ho voluto essere diretto, quasi didascalico, per lasciare spazio alla partecipazione. Ho unito materiali delle divise a immagini di ghiacciai e laghi ghiacciati, recuperate anche tramite ricerche satellitari. Per le grafiche impresse sulle maglie, oltre a celebrare i dettagli dell’hockey, ho lavorato su diverse tonalità e regolazioni cromatiche, offrendo più varianti tra cui scegliere. Con la mia macchina da ricamo, ogni partecipante ha anche potuto personalizzare il proprio pezzo. È stato interessante vedere come alcuni abbiano sovrapposto stampe creando combinazioni che io stesso non avevo immaginato. Sono dell’idea che nei workshop sia giusto lasciare spazio all’interpretazione: non serve forzare il concetto, ma attivare un processo creativo condiviso”
Dopo quest’immersione nella cultura e nell’immaginario hockeystico, credi che questa disciplina continuerà a far parte della tua produzione artistica? E se dovessi ipotizzare un progetto ideale, legato all’hockey, cosa immagineresti?
“Sicuramente. Quando mi è stato affidato questo progetto ho scoperto che un mio amico gioca a hockey da tutta la vita e mi ha fatto conoscere un negozio specializzato a pochi metri dal mio studio. Entrarci è stato come spalancare una porta su un mondo nuovo. Mi piacerebbe visitare le fabbriche dove vengono realizzati guanti e pattini, capire come vengono assemblati. Alcuni oggetti sono talmente complessi che avresti bisogno di vederli nascere per comprenderli davvero. Non so se in Italia si produca qualcosa per l’NHL, ma sarebbe interessante scoprirlo. Inoltre, so che verrà ricreata una squadra di hockey a Milano. Se sarà così, mi piacerebbe consegnare la bandiera che ho realizzato al club, e vederla appesa nell’arena di gioco. Quindi sì, credo proprio che questo dialogo con l’hockey non sia finito. Anzi, è solo all’inizio”


Disegnare con la luce - Mountains of the Moon
Ci sono film che raccontano la montagna. E poi ci sono esperienze artistiche che te la fanno percepire sulla pelle, in modo nuovo e imprevedibile
Ideato da Chris Benchetler, Mountains of the Moon appartiene a questa seconda, rarissima categoria: un sogno a occhi aperti che si muove dopo il tramonto, fuori dai confini dei generi, dove sport d’azione, riprese surreali, animazione e una colonna sonora senza tempo dei Grateful Dead si fondono fino a diventare qualcosa che somiglia meno a una “storia” e più a una vibrazione condivisa. È una meditazione sulla luce e sul fascino del contrasto, un’oscurità che non spegne lo splendore ma lo mette a fuoco.
Nel film e in tutto ciò che lo circonda — un libro fotografico, studi concettuali, installazioni ed mostre artistiche — Mountains of the Moon parla un linguaggio universale fatto di movimento, natura, musica e coscienza. E ci invita a ricordare ciò che ci unisce: la nostra umanità comune e la responsabilità verso il mondo che ci ospita. Benchetler lo definisce ‘dipingere con la luce’, lasciando che sia la Terra la tela. Ne nasce un’esperienza immersiva che ricorda una cosa semplice e potente: innovazione e rispetto possono coesistere, e lo stupore può trasformarsi in cura.
Per capire come sia stata catturata questa visione multidimensionale — come si fotografa una sensazione, la velocità, i legami invisibili tra atleti e paesaggio — abbiamo parlato con quattro dei fotografi dietro al progetto: Chris Burkard, Christian Pondella, Todd Glaser e Jay Blakesberg. Nella conversazione che seguoe ci hanno raccontato cosa significhi inseguire la luce e cosa hanno scoperto, scatto dopo scatto, su presenza, processo e sul potere selvaggio ed essenziale, della natura.



Prima di prendere in mano una macchina fotografica per questo film, cosa significava per te, a livello personale, ‘dipingere con la luce’?
Chris Burkard: “Credo che, in fotografia, dipingere con la luce non sia solo ciò che “rivela” una scena: è la scena. È la luce a costruire l’atmosfera, a creare dualità, a portare quell’energia senza tempo che cattura tutta la nostra attenzione. Vederla scorrere tra gli alberi, scivolare su una cresta, attraversare un soggetto in movimento; sfiorare il bordo di un’onda o inghiottirsi nelle ombre. Quando impari a lavorarci — ad aspettarla, inseguirla, o anche solo a lasciarti guidare — non stai semplicemente documentando. Stai traducendo un contrasto muto, qualcosa che sembra quasi di poter afferrare.”
Christian Pondella: “Per me era l’occasione di lavorare con forme, ombre e colori su una tela bianca — neve, montagne — e intrecciare tutto con l’action sport. Fermare in un’immagine statica un attimo che, di solito, vive nel movimento.”
Todd Glaser: “La luce dipinge le montagne ogni giorno. Succede quando il cielo è coperto e le nuvole diffuse ammorbidiscono i profili del terreno; e succede quando l’aria è cristallina e le ombre nette scolpiscono i contorni. Quando Chris e il team hanno deciso di ‘dipingere con la luce’, hanno messo insieme plurime esperienze di vita per aggiungere, sottrarre, modellare paesaggi e scene fino a portarli in uno stato quasi onirico.”
Jay Blakesberg: “Io dipingo con la luce da decenni, ma dipingere con la luce in montagna non mi era mai passato per la testa finché Chris non mi ha chiamato. Per me era un’idea totalmente nuova. Ho deciso di entrare nel suo mondo e vedere cosa avrei potuto creare. Qualsiasi preconcetto è saltato dopo la camminata di mezz’ora con l’attrezzatura fino alla zona di arrampicata a Bishop. Era un territorio inedito: dovevo seguire il flusso e capire cosa sarebbe successo. Ho osservato, ho fatto domande, ho trovato un masso piatto abbastanza grande da diventare il mio campo base e mi sono preparato a fotografare qualcosa che non avevo mai visto dal vivo, solo in TV e nei video online… era tutto nuovo. E questa è una sensazione meravigliosa: quando sembra che possa accadere qualunque cosa e tu devi solo farti trovare pronto.”



Il film è stato girato al buio, con laser e luci potentissime. Di notte il tempo e lo spazio cambiano consistenza. In che modo l’oscurità ha influenzato composizione, previsione del movimento e comunicazione con gli atleti?
Chris Burkard: “È un di quei progetti da ‘adesso o mai più’. Immagini così esistono solo quando una dozzina di creativi si muove insieme e una miriade di dettagli tecnici si incastra nel posto giusto, al momento giusto. Scattare nel buio mi ha costretto a camminare sul filo tra ISO, tempo e diaframma, provando allo stesso tempo a bloccare l’attimo in cui l’atleta è esattamente dove deve essere. Le luci e i laser dovevano soddisfare sia l’idea creativa sia i limiti della fotocamera: avevo la sensazione di voler congelare un istante che quasi non voleva farsi trovare. Con quel ritmo e quelle condizioni, ogni micro-aggiustamento era una scelta calcolata: preparazione e istinto, nello stesso gesto.”
Christian Pondella: “Una volta ‘dipinta’ la scena con la luce, era come se il tempo si fermasse. La luce non cambiava e non si spostava come succede col sole o con l’illuminazione naturale. E questo, paradossalmente, ti dava più tempo: per pensare, valutare, progettare la scena e l’azione — e per spiegare la tua visione agli atleti con chiarezza.”
Todd Glaser: “Lavorare nell’oscurità aggiunge una nuova serie di sfide, certo, ma allo stesso tempo ci ha dato una libertà enorme: giocare con il modo in cui luce e buio cadono sulla scena e finiscono poi dentro l’obiettivo. Nella disposizione delle luci abbiamo portato quello che avevamo imparato osservando la natura: colori, intensità, equilibri, e un dialogo continuo tra l’azione e il paesaggio. Qui la spinta era creare arte: avevamo spazio per immaginare, osare, ispirarci.”
Jay Blakesberg: “Io scatto all’oscuro da una vita, e la mia percezione di tempo e spazio è alterata da quando ho preso LSD 48 anni fa — quindi sul set, per me, era tutto normalissimo. Solo che prima il buio erano i club e le venue dei concerti, non i fianchi delle montagne a Bishop, in California, o i boschi umidi e neri della costa dell’Oregon. Amo essere messo alla prova con la macchina in mano: è il modo migliore per mettere in pratica la mia regola, ‘No Risk, No Reward’. Mettermi nella condizione di rischiare creativamente è dove mi sento a casa. Chris quello spazio lo creava ogni notte, e io mi sono divertito da morire a giocare nel suo campo.”



Avevi davanti alcuni dei nomi più iconici dell’action sport — Danny Davis, Michelle Parker, Rob Machado, Carson Storch. Cosa ha portato la loro presenza nel tuo processo creativo?
Chris Burkard: “È stato un privilegio di altissimo livello, e non lo dico per modo di dire. Passione e determinazione erano contagiose: eravamo tutti lì per dare il massimo. Questo ha tirato fuori il meglio di me. Il mio processo non è cambiato — è cambiato il carburante. Come versare liquido infiammabile su una fiamma viva. Ogni tentativo e ogni scatto diventavano un gesto di pura ambizione, alimentato dalla sensazione condivisa che tutti volessimo realizzare questo progetto al massimo delle nostre capacità.”
Christian Pondella: “Quando fotografi atleti professionisti di quel livello, si allarga lo spazio della tua immaginazione: capisci fin dove puoi spingerti nel raccontare la loro performance e l’impatto del loro mestiere.”
Todd Glaser: “Chris ha scelto una per una le persone coinvolte, davanti e dietro la camera. Non sono solo atleti incredibili: sono anche visionari. E, come tanti fotografi e filmmaker cresciuti praticando gli sport che amiamo documentare, anche loro hanno anni di esperienza nel lavorare con chi riprende. Sanno cosa funziona, da quali angoli, da quali prospettive — e questo aiuta tantissimo.”
Jay Blakesberg: “Io non sono arrivato pensando a ‘nomi iconici’, perché non è il mio ambiente abituale. Io volevo immagini di atleti tosti, che fanno quello che sanno fare, sotto l’incantesimo della visione di Chris Benchetler. ‘Mettiti sulla traiettoria dell’opportunità’, vale per mille situazioni della vita. Chris mi ha offerto l’opportunità e io ho detto sì. Poi, una volta lì, tutto è andato alla grande. Ho dovuto trovare il mio posto in questa storia per sfruttare quell’occasione, provare cose nuove e ottenere qualcosa di bello, unico, speciale — mentre documentavo ciò che accadeva davanti a me. Il mio compito era: testimoniare un momento storico, creare arte, collaborare, fare squadra.”

Più fotografi, ciascuno con uno stile forte e riconoscibile. Come hai gestito quell’energia collettiva?
Chris Burkard: “Mi sono letteralmente nutrito dell’energia di creativi affini. Condividevamo l’idea di ciò che fosse possibile in un ambiente così unico. Anche sotto la pioggia battente del Pacific Northwest, con il fango che ci arrivava alle caviglie a ogni passo, la carica non è mai mancata. Nessuno ha tirato indietro la mano. O davi il 110% o niente — e ‘niente’ non era un’opzione.”
Christian Pondella: “In fondo, i generi fotografici si sovrappongono sempre. Che tu fotografi un concerto, un ritratto, un paesaggio o uno sport d’azione, stai comunque trasmettendo una visione, fermando un attimo nel tempo attraverso luce, ombra, texture e forma. Il soggetto cambia, il linguaggio resta.”
Todd Glaser: “Avevamo tutti molta libertà nel modo di fotografare e creare, seguendo come vedevamo le scene prendere forma. Quando hai qualcuno come Chris che si fida del tuo sguardo, senti una scarica di libertà che ti spinge a sperimentare — ed è questo che rende progetti così davvero divertenti. Tutti hanno lavorato duramente quando le camere erano spente; quindi quando la squadra era pronta, le luci accese e le macchine in azione, l’adrenalina di fare qualcosa che non si era mai visto ci spingeva a dare il meglio, per il bene del progetto.”
Jay Blakesberg: “A volte sono l’unico fotografo sul posto, altre volte siamo in tanti. In pratica abbiamo tutti fotocamere simili, sensori simili, lenti simili, software simili. Io però credo tantissimo nella condivisione: informazioni, conoscenza, esperienza. Anche se ci provassimo con tutte le forze, non potremmo davvero copiarci: è impossibile essere qualcun altro. Ognuno vede il mondo e le opportunità a modo suo. Abbiamo storie diverse, vite diverse, percorsi diversi che ci hanno portato su quella montagna o in quelle foreste. Metti tre fotografi nello stesso punto: torneranno con tre immagini diverse. E questa è la bellezza della fotografia.
Questo è il tipo di persone con cui voglio stare: perché ti ispirano. E quando ti senti ispirato, diventi migliore, più appassionato e quell’energia passa avanti, fino a ispirare qualcun altro.”

Never Be The Same, BCool
Potenza aerea e cinetica, lockdown defender, promessa NBA nel pieno atto di fioritura... Di Bilal Coulibaly si possono dire ed immaginare tantissime cose. Abbiamo raccolto alcune di esse in una conversazione ispirata dal Jumpman e dalla speciale gallery visuale di Yoann Guerini
La lingua Soninke tramanda un termine unico nel suo genere: sàbàr. Più che una parola, un concetto. O meglio, un’idea. L’idea di un destino costruito nell’equilibrio, nell’autocontrollo: di un’attesa attiva, non passiva, di ciò che sarà, non di ciò che potrebbe essere. Una virtù personale e, allo stesso tempo, sociale, che attecchisce profondamente nello spartito culturale maliano, riflettendosi in un fenomeno cestistico plasmato tanto dagli antichi saperi di questo Paese africano, quanto dalle cadenze illuministe francesi: Bilal Coulibaly.
Nel percorso del poco più che ventenne talento parigino, già guardia degli Washington Wizards e membro fisso della Nazionale francese, la filosofia insita nell’espressione sàbàr assume piena forma, ma non solo. Trova, difatti, anche coincidenza assoluta con l’ideale ‘Never Be The Same’, alla base del connubio contemporaneo tra Coulibaly stesso e l’iconico brand di cui si fa simbolo: Jordan Brand, semplicemente la quintessenza dell’arte cestistica globale.
‘Never Be The Same’, nel caso di BCool, equivale ad avere fiducia nel proprio tempo e nel proprio progresso. Ad alternare highlights ad alta quota e lavoro silenzioso, difese d’autore e disciplina emotiva… A perseguire la massima espressione di autocontrollo, inteso sia come costante desiderio di migliorarsi, che come comprensione dei giusti step da percorrere per giungere al vero, ultimo stadio del sàbàr: la grandezza.
In occasione di una speciale produzione visuale, scandita dalla lente di Yoann Guerini per Jordan Brand, abbiamo avuto l’opportunità di conversare con un giovane uomo fedele alla propria matrice familiare e comunitaria, e con un ‘all-terrain weapon’ cestistica in costante affinamento. Le sue parole sono un sentito sguardo al passato, una lucida analisi del presente e una chiara, oltre che ambiziosa, proiezione del futuro.
Come vuole la natura del sàbàr. Come insegna il Jumpman.



Sei molto legato alla tua famiglia, come traspare da varie interviste e podcast, allo stesso tempo si nota il fortissimo legame con i luoghi che ti hanno formato. Se torni con la mente alla tua infanzia e alla tua prima adolescenza, che tipo di ragazzo era Bilal Coulibaly? Quali sono dei ricordi o momenti che definiscono, ancora oggi, la tua identità?
“Da bambino direi che ero molto attivo: davvero molto attivo. Mi piaceva praticare ogni tipo di sport, che fosse nel cortile della scuola, a lezione o anche in competizioni organizzate. Ho iniziato con il judo quando ero molto piccolo, poi sono passato al basket. In generale sì, ero un bambino molto dinamico, molto competitivo. E penso che questa cosa si veda ancora oggi, perché continuo a fare tantissimo sport anche, per esempio, quando sono in vacanza. Ricordo un viaggio di due anni fa in Tanzania con la mia famiglia e un amico molto stretto. L’obiettivo era quello di riposarsi, ma abbiamo trovato un campo da tennis nel posto in cui alloggiavamo. Ogni singolo giorno finivamo per ritrovarci lì e competere. Giocavamo per ore e ore e ore. C’era del trash talk, si rideva tanto… È stato davvero divertente. Ecco, quello che ero da bambino e la mentalità d’allora mi accompagnano ancora oggi”
Il Mali e la Francia: le tue radici, e le radici della tua intera famiglia, affondano in entrambi i Paesi. Come hai assorbito ed evoluto questa multiculturalità che ti ha circondato fin dai tuoi primi passi? In che modo ti senti influenzato dalla tua discendenza maliana?
“Essendo sia francese che maliano, posso dire di essere cresciuto respirando entrambe le culture. Ho trascorso molto tempo con i miei nonni parlando Soninke, la lingua maliana, con cui si sono sempre trovati più a loro agio. Sono cresciuto a Parigi ascoltando e comprendendo la lingua, stando al loro fianco. Il cibo che mangiavo era cibo maliano. Per questo, mi sento molto vicino alle mie radici culturali”
La pallacanestro è entrata quasi per caso nella tua vita. Se non erro, però, tuo padre era un cestista, quindi avevi già respirato il Gioco in casa. Puoi raccontarci il tuo primo approccio a questo sport? Cosa ti ha affascinato e continua ad affascinare di più della pallacanestro?
“Come dicevo, ho iniziato con il judo. Dopo un po’ ha smesso di piacermi e ho preso la decisione di cambiare sport. Mia madre seguiva molto il calcio, e avevo molti familiari che facevano i calciatori: non a livelli altissimi, ma tutti facevano il loro. Quella sembrava la mia strada naturale. Quando, però, ho provato ad iscrivermi in un club, i posti erano già finiti. Sono arrivato tardi. L’unica disciplina che risultava ancora disponibile era il basket. Mio padre ci aveva giocato, quindi ho deciso di provarci. Ho giocato per un anno ed è scattato qualcosa. Me ne sono innamorato. Avevo trovato uno sport di squadra, molto diverso dal judo. Uno sport in cui quando perdi, non sei solo tu. E quando vinci, non sei solo tu. Devi imparare a giocare con gli altri, a comunicare con le persone. Penso che questo aiuti davvero a crescere a livello personale. Sono dei lati della pallacanestro che apprezzo ancora molto: vincere come squadra, comunicare tra esseri umani… Tutto questo m’infonde piacere. Ed è ciò che continua a spingermi a giocare a basket. Il Gioco mi dà davvero tanto. Allo stesso tempo, penso che sia uno sport estremamente bello da guardare. Ci sono tanti highlight, tanto spettacolo…”



In un’intervista, durante la tua fulminante ascesa al Metropolitans 92, il tuo coach dell’epoca (e tuo futuro coach in Nazionale) Collet aveva detto che ‘senti il Gioco’. Cosa voleva intendere, secondo te? E oggi, dopo tutti questi anni di educazione ed esperienza cestistica, cosa vuol dire, per te, sentire il Gioco?
“Penso intendesse che non forzo le cose. Gioco in modo pulito. Faccio il passaggio giusto quando serve, segno quando serve. Anche in difesa, molte cose mi vengono istintivamente: credo di essere decisivo soprattutto in quella dimensione. Per me, oggi, ‘sentire il gioco’ equivale a questo: non forzare, fare le cose semplici, prendere la decisione giusta, fare il passaggio giusto, il taglio giusto…. È un intreccio di tanti elementi offensivi e difensivi: come sapere contenere l’uomo che stai marcando, o seguire il tuo avversario sui blocchi... Tutto questo è sentire il Gioco”
Dai campetti parigini al Draft 2023, alla 7a scelta e, poi, agli Washington Wizards. Come hai vissuto questa transizione professionale e cestistica, certo, ma soprattutto umana e culturale?
“La transizione dopo il Draft, in realtà, è stata abbastanza fluida. Prima di tutto perché la mia famiglia mi ha supportato tantissimo. Ho sempre avuto qualcuno al mio fianco. Anche oggi, i miei familiari sono spesso con me. Questo ha reso e continua a rendere tutto più facile. Poi, la cultura USA ha sempre fatto parte di me: in Francia seguivo molti streamer americani e, ovviamente, guardavo le partite NBA con il commento originale. Penso che tutto questo mi abbia aiutato molto nella fase di adattamento”
Sei stato definito in molti modi: una ‘all-terrain weapon’, uno dei migliori high-flyer contemporanei, uno specialista difensivo, un solido all-around player... Dopo tre stagioni NBA e diverse esperienze con la Nazionale francese, che tipo di giocatore senti di essere diventato? E quali aspetti del tuo gioco senti di dover o voler ancora esplorare e migliorare?
“Dopo tre stagioni NBA, mi sento un giocatore piuttosto completo. Gioco su entrambi i lati del campo, mi sento efficace sia nella metà campo difensiva, che in quella offensiva. Allo stesso tempo, penso di non aver ancora espresso il 50% del mio potenziale. Ho ancora molto lavoro da fare e credo di avere margini di miglioramento molto ampi. È questo che mi spinge a lavorare duramente ogni giorno. Sono consapevole di essere un buon two-way player, ma la strada è ancora lunga”
Dalle tue apparizioni pubbliche traspare una personalità molto semplice, autentica e tranquilla. Eppure negli ultimi anni sei diventato un’icona nazionale, soprattutto per le nuove generazioni francesi. Come gestisci la responsabilità della visibilità e della fama? Che tipo di simbolo vuoi essere per chi trae ispirazione dal tuo percorso?
“Mi accorgo che oggi sono sempre più un punto di riferimento per i più giovani: lo capisco dai messaggi che ricevo, o dal semplice fatto che, quando sono in Francia, le persone mi fermano per strada. Tutto questo mi rende felice, quindi cerco sempre di avere interazioni positive con chi mi vuole parlare. Quando ero piccolo, anch’io avevo degli idoli, e mi sarebbe piaciuto poter parlare veramente con loro. Quindi sì: mi fa piacere vedere che le persone ci tengono, mi fa piacere sentire quanta forza mi trasmettono. Io cerco di ricambiare: condivido consigli, aiuto per quanto posso, perché anche loro aiutano me. Credo di pormi in modo naturale, soprattutto perché sono le persone, in primis, a mettermi a mio agio. Voglio semplicemente ringraziarle. Sono uno che non si fa troppi problemi, che riesce ad essere genuino in modo spontaneo”



Parlando di icone, la tua immagine e il tuo percorso sono legati indissolubilmente al Jumpman, come ti fa sentire rappresentare un brand e una legacy culturale che incarnano, di fatto, la quintessenza del basket?
“È davvero molto speciale far parte della famiglia Jordan Brand. Prima di tutto, si prendono molta cura di noi atleti. Siamo un gruppo ristretto, quindi hanno tempo per tutti. La comunicazione è ottima. Poi, è innegabile che, quando sei giovane, avere il tuo primo paio di Jordan è un rito enorme. Ti senti davvero felice, perché quel logo è un qualcosa di estremamente simbolico. Tutti lo conoscono. Tutti conoscono Michael Jordan. Ritrovarmi ora a far parte di quella stessa famiglia, così come avere accesso a tutte le paia di scarpe che voglio… È una sensazione magica”
Jordan Brand è anche sinonimo di contaminazione culturale e di senso estetico. Che altri interessi e passioni circondano la vita cestistica di Bilal Coulibaly? So, per esempio, che hai un tuo blog: perché hai deciso di svilupparlo? E che ruolo gioca la ricerca stilistica-fashion nella tua vita dentro e fuori dal campo?
“Ho diverse passioni all’esterno del basket. Prima di tutto, il fashion. Mi piace vestirmi bene. Penso che questo venga anche da mia madre e dalle mie sorelle. Sono cresciute vestendosi molto bene e hanno sempre voluto che io fossi curato, quindi penso di averlo preso da loro. E sì, ho deciso di aprire il mio canale YouTube per rendere felici i giovani, perché quando ero più piccolo cercavo sempre su YouTube vlog di giocatori NBA e cose del genere. Quindi volevo che potessero guardare i miei, per vedere com’è davvero la vita di un giocatore NBA. Penso che questo li abbia resi felici. In base ai feedback che ho ricevuto, ha reso felice anche me. Spero di poter continuare a farlo per tutta la mia carriera”
Nell’universo NBA tutto si muove velocemente. Al momento, sei parte di un processo di ricostruzione a Washington, che sta iniziando a raccogliere i primi significativi frutti. Tu stesso stai seguendo un flusso evolutivo costante ed evidente. Cosa vuol dire, per te, essere parte di questo moto continuo? E quali sono le tue mete?
“È vero, in questo momento sono in una squadra in pieno rebuilding, quindi c’è tanto da imparare. Mi sto ponendo molti obiettivi con questa franchigia: dobbiamo arrivare ai playoff il prima possibile e, negli anni, progredire fino a vincere un titolo. Sarebbe incredibile, soprattutto avendo vissuto tutto il processo dall’inizio alla fine: potrebbe essere magico. A livello personale ho molti obiettivi. Lavoro durissimo ogni giorno per poterli raggiungere”

Rivelazioni in moto, Milano Cortina secondo Geoff Lowe
Riviviamo la magia dei Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 grazie ai mosaici cinetici, e incantevoli, di Geoff Lowe
Di regni sottozero ne raccontano fiabe, poesie, saghe, persino canzoni…. Regni innevati e ghiacciati, descritti come punti d’incontro tra incantate meraviglie e prove enigmatiche, spesso profondamente rivelatrici. Nell’epica sportiva, il regno dei Giochi Olimpici Invernali prosegue la stessa poetica, creando versi che, anche nella contemporaneità di Milano-Cortina, sono riusciti a divenire letteratura, a tratti implicita, e amara, educazione, altri maestosa bellezza.
La narrazione visuale di Geoff Lowe ha amplificato queste suggestioni, e queste analogie, attraverso il proprio, distintivo approccio stilistico: quello di un compositore estetico o, ancora meglio, di un incisore d’istanti, vibrazioni e profonde verità che il regno olimpico invernale sa restituire, edizione dopo edizione. Celebriamo Milano Cortina 2026 attraverso una sua gallery esclusiva.



















Venice Beach Football Club | Another Form of the Beautiful Game
La testimonianza di Tim Walsh da una parte, la lente di Daniel Mazzarella dall’altra: viaggio nell’atmosfera calcistica, e nelle sfumature artistiche e sociali, del Venice Beach Football Club
Pensi a Venice Beach e associ questo paradiso californiano, noto in tutto il mondo, al concetto di libertà. Ad una spiaggia mistica, radicata nella leggenda, dove palloni, pesi e tavole non hanno fatto altro che stagliarsi, per decenni e decenni, sul dolce sfondo oceanico.
Poi, entri nelle pieghe di questa società a ritmi ondosi e cosmopoliti, e finisci per scoprire che il Beautiful Game ha saputo trovare il proprio posto anche qui, in una delle sue terre più esotiche, divenendo parte essenziale dell’atmosfera stessa di questo luogo. Lo osservi in corpi che si muovono su note che diventano dribbling: nella sinfonia del Venice Beach Football Club. Nata dall’intuizione dell’ex calciatore Tim Walsh e del partner Dillon Chapman, questa community esotica per il mappamondo del Beautiful Game sta rivoluzionando il concetto di calcio vissuto a stelle e strisce.
Punto d’incontro di culture e storie. Tela bianca in cui confluiscono biografie personali ed eredità culturali, intuizioni nello stretto e tramonti ipnotici. Spazio magico, aperto a tutti e popolato da tutti, anche dai monumenti del calcio contemporaneo. Soggetto perfetto per lenti ispirate, come dimostrano gli scatti del fotografo australiano Daniel Mazzarella. In un periodo particolarmente significativo, come quello che vede arrivare il Mondiale a queste latitudini, abbiamo l’onore di ammirare ed esplorare una community unica nel suo genere.
Lo facciamo proprio grazie ad una preziosa conversazione con chi ha plasmato, e continua ad evolvere, questa eldorado calcistica, e con chi l’ha voluta omaggiare con le proprie composizioni visuali.




Prima di tutto, mi piacerebbe sapere cosa rappresenta il calcio per voi e come è entrato a far parte delle vostre vite?
Tim Walsh: “Non saprei dire con esattezza come sia nata questa passione, ma credo che la scintilla sia scoccata durante i Mondiali USA '94. Nella mia famiglia nessuno aveva mai giocato a calcio; sono essenzialmente un outsider che, per qualche ragione, è rimasto folgorato dalla bellezza di questo sport. Ho osservato la crescita della MLS e ho sempre considerato il calcio come una porta d’accesso verso il resto del mondo. Che fosse per la cultura che porta con sé o per le sue derive geografiche, il calcio ha sempre esercitato su di me un fascino che nessun altro sport è mai riuscito a replicare. A dieci anni, dentro di me, mi sentivo già un calciatore.”
Daniel Mazzarella: “Le mie origini italiane hanno fatto sì che, per me, il calcio fosse un destino inevitabile. Mio padre era juventino, io sono il più piccolo di quattro fratelli. Ho iniziato a tirare calci al pallone non appena ho imparato a camminare. I primi ricordi nitidi che ho risalgono a Italia '90, a nomi come Totò Schillaci e Roberto Baggio. Crescendo in Australia, il fuso ci imponeva di svegliarci alle quattro del mattino per guardare le partite. Posso dire di avere davvero vissuto quelle ‘Notti Magiche’ cantate da Gianna Nannini, conservo quei vividi ricordi con affetto. Sono cresciuto giocando a calcio a scuola, qualsiasi cosa facessi ruotava intorno al mondo del pallone; è stato il filo conduttore di tutta la mia vita.”
E se dovessi citare il calciatore che vi ha ispirato di più durante il vostro percorso?
Tim Walsh: “Mi sono innamorato dell'Arsenal di fine anni Novanta. Dennis Bergkamp, Thierry Henry e Nicolas Anelka mi affascinavano: quell'era racchiude perfettamente i miei calciatori preferiti di sempre”
Daniel Mazzarella: “Sono un po' combattuto. Da tifoso del Napoli, Maradona occupa un posto speciale nel mio cuore, ma devo dire Baggio. Lui è il re”
Tim, come nasce la community Venice Beach Football Club e su che filosofia si fonda?
Tim Walsh: “Venice Beach FC è nato nel 2016, dopo che io e Dillon ci siamo conosciuti giocando in squadre amatoriali e semi pro tra Santa Monica e dintorni. Eravamo entrambi stanchi di leghe maschili senz’anima: niente musica, nessuna atmosfera, zero identità. Solo quote settimanali da pagare a qualche arbitro frustrato in cerca di potere, pronto a buttarti fuori perché non indossi i parastinchi, mentre vieni falciato da un contabile represso, che cerca disperatamente di dimostrare di essere stato qualcuno, un tempo. Era deprimente. Soprattutto, non volevamo vivere così lo sport che amavamo.
Abbiamo deciso di ritagliarci uno spazio nostro, lungo il caos del boardwalk, su un campo da handball di cemento crepato e sporco, a pochi metri dall’oceano. Abbiamo messo insieme una banda di talenti sul viale del tramonto e creato la situazione ideale per goderci il gioco: calcio, spiaggia e libertà. All’inizio, trascinavamo dentro chiunque passasse di lì pur di mettere in piedi una partita: turisti, senzatetto, ragazzi di passaggio. Magari entravano due italiani in vacanza, un brasiliano, qualche ragazza si univa alla partita e, senza quasi accorgercene, intorno al campo si formava una folla.
Abbiamo chiamato quel piccolo rettangolo di cemento sporco ‘Estadio de Dogtown’ e in quel luogo abbiamo inventato il nostro calcio. Nessun permesso. Nessuna quota. Solo pallone, musica e amici.
Quando hanno iniziato ad arrivare i ragazzini del quartiere, ci siamo resi conto di una cosa: a Venice non esisteva nessuna lega capace di trasformare i giovani locali in veri tifosi del gioco, prima ancora che in giocatori. All’epoca, le uniche alternative erano le solite strutture corporate di Santa Monica: costose, mediocri, prive di qualsiasi radice o passione. Noi volevamo creare un terreno fertile per i talenti del futuro, mantenendo tutto il più economico e accessibile possibile. Sono nate le nostre leghe giovanili, le squadre, l’idea che i ragazzi potessero sempre giocare anche contro gli adulti. A modo nostro: rumoroso, istintivo, aperto a chiunque. Musica a tutto volume, nessuna restrizione. Abbiamo documentato quel caos creativo e lo abbiamo riversato sui social.
Poi, all’improvviso, Mbappé ha iniziato a presentarsi sul nostro campo di cemento. E il mondo del calcio ha cominciato a frequentare Venice.
Mi ha sempre colpito il modo in cui i club delle serie minori, in paesi come Thailandia o Australia, riescano a rappresentare il proprio quartiere con identità fortissime: una dinamica che negli Stati Uniti si vede raramente. In paesi come l’Italia, puoi percepire quanto il calcio sia stratificato e vissuto attraverso infinite divisioni, infinite comunità. Qui, è tutto molto diverso. Per questo il nostro obiettivo era costruire qualcosa con uno spirito profondamente locale, capace di celebrare l’aspetto più autentico di questo sport, andando oltre la semplice competizione. Volevamo usare il calcio per generare un impatto reale nella vita delle persone.
Quando giochi in un ambiente professionistico, gran parte dell’attenzione è rivolta a te stesso: dimostrare continuamente il tuo valore, competere persino con i compagni per un contratto o per qualche minuto in campo. Col tempo, però, qualcosa dentro di me è cambiato. Ho iniziato a sentire il bisogno di usare la mia esperienza e le mie capacità per dare forza agli altri. Mi chiedevo come trasformare tutto ciò che avevo vissuto nel calcio in qualcosa che andasse oltre la competizione, qualcosa capace di migliorare concretamente la vita e le opportunità delle persone, non solo la mia. Perché, in fondo, questo club parla soprattutto di esseri umani.
Seguendo questa filosofia, tutto è cresciuto in modo organico. Un giorno eravamo in otto a giocare una partita improvvisata, il giorno dopo potevano comparire Ronaldinho o Weston McKennie. È stato quasi romantico osservare il modo in cui tutto si è sviluppato nell’ultimo decennio: oggi è diventato qualcosa di davvero speciale.”




Daniel, come hai costruito il tuo percorso fotografico e come sei arrivato a fotografare il Venice Beach Football Club?
Daniel Mazzarella: “La fotografia non è mai stata la mia prima scelta professionale. Inizialmente, per rimanere immerso nell'ambiente sportivo, pensavo di fare il fisioterapista. Poi un graphic designer amico di mio fratello, mi suggerì di provare con la fotografia. Così ho iniziato. Ho studiato a Melbourne e poi mi sono trasferito a Londra, dove ho lavorato principalmente nella moda, come assistente e digital tech. Con il tempo, però, ho capito che la fotografia fashion non era la mia vera passione. Tornato in Australia, mi sono messo in proprio, lavorando maggiormente sul lato dell’advertising. Da cosa nasce cosa e ho avuto la fortuna di finire a lavorare con la nazionale di calcio Australiana.
In precedenza non avevo mai considerato la fotografia sportiva come un vero percorso creativo. Poi, però, ho iniziato a vedere la possibilità di fondere la mia esperienza nella moda, il mio amore per lo sport e la mia passione per la fotografia. Ora, vivo immerso nel mondo sportivo da oltre dieci anni e lo adoro profondamente. È stato incredibile assistere alla sua evoluzione: sta diventando sempre più artistico, sempre più espressivo. Vedere oggi il livello delle produzioni visive dedicate allo sport è ciò che continua davvero a ispirarmi.
Il mio contatto con VBFC è nato da un incontro fortuito durante uno shooting Nike con i ‘Socceroos’. Qualcuno sul set mi ha suggerito di andare a vedere questo progetto, proprio mentre mi stavo per dirigere verso Los Angeles. Da lì, una connessione ha portato all’altra e, una volta arrivato, sono rimasto immediatamente colpito da quanto tutti fossero accoglienti.
Come diceva Tim, il calcio è una porta che apre il mondo. Ho viaggiato e incontrato persone con cui non condividevo la lingua, eppure il gioco è diventato naturalmente il nostro mezzo comune di espressione. Il VBFC incarna perfettamente tutto questo: un gruppo multiculturale proveniente da ogni ambito sociale, inserito in uno scenario mozzafiato. Il mio sogno era catturare questa essenza. Vedere ciò che il team ha creato a Venice Beach è stato incredibilmente stimolante. Venendo dall'Australia potevo solo sognare di avere un posto simile dove giocare ogni settimana.”
Se doveste descrivere le frequenze trasmesse dalla community VBFC, in che modo le tradurreste in parole?
Tim Walsh: “All'inizio si è trattato spesso di chiedere perdono piuttosto che permesso alla città e alle autorità del parco. Molte persone non erano inizialmente di supporto alla diffusione del calcio, ma negli anni hanno assistito alla crescita della nostra community. Hanno visto uomini e donne scendere in campo insieme; bambini presentarsi in campo per segnare gol contro gli adulti, divenendo, a loro modo, delle piccole superstar. La vera forza del VBFC è che le persone sentono di far parte di qualcosa di più grande di loro. È una forza collettiva che coinvolge tutti: residenti, turisti, giovani e anziani. Si è creato un vero e proprio senso di appartenenza”
Daniel Mazzarella: “It’s a hot pot of different cultures: a true community, open to every walk of life, unified by a passion for football. It truly doesn’t matter how young, old or good you are. There is such a warmth there; people like Eyoel and Vinny are so welcoming. With music playing in the background and the upbeat energy that this place radiates, the result is such a vibrant atmosphere. A real vibe.”




Guardando indietro alla tua carriera calcistica internazionale, come vivi la trasformazione da calciatore pro a figura che, attraverso il Venice Beach FC, sta promuovendo il calcio come esperienza più profonda e significativa?
Tim Walsh: “Mi sento molto fortunato. Calcisticamente parlando, ho sempre avuto un talento nella media, ciò che mi ha fatto spiccare è stato il duro lavoro: ero il più grande ‘nerd’ calcistico in America. Questa passione ha aperto porte per me e per i miei amici. Quando le persone con cui sono cresciuto vedono cosa sto facendo ora, mi dicono che tutto ha perfettamente senso, anche se io ero il primo a non rendermene conto mentre accadeva. Devo tutto a questo sport. Mi ha portato in giro per il mondo e mi ha fatto conoscere i miei eroi, persone con cui ho potuto interagire e lavorare. In America il calcio può spesso apparire come molto commerciale: un prodotto marketing, più che un qualcosa di realmente radicato nella tradizione. Poter costruire qualcosa che rappresenti il calcio americano in modo autentico e organico, in cui le persone a livello globale possano rispecchiarsi, è fantastico. L'obiettivo, ora, è continuare a crescere e avere un impatto su quante più vite e carriere possibili.”
Daniel, cos’ha ispirato la tua lente durante la produzione di questo reportage? Da un punto di vista prettamente estetico, quali sono stati i dettagli che più ti hanno colpito?
Daniel Mazzarella: “Non sapevo bene cosa aspettarmi, ma l'intera location mi ha lasciato a bocca aperta. Ancora prima di vedere ragazzi con il pallone tra i piedi, mi sono ritrovato allo skate park, pensando a quanto quel posto fosse incredibile. Esteticamente, il ‘muro VBFC’ è un elemento centrale: il modo in cui il sole lo illumina al tramonto, lo rende una tela bianca a cui qualsiasi artista farebbe fatica a resistere. Ho subito desiderato immortalare le immagini sublimi e i momenti fugaci che questo tipo di ‘paesaggio calcistico’ offriva. Questo ha anche ispirato la mia ‘movement series’. La combinazione di quello sfondo e dei personaggi che lo abitano quotidianamente è stata semplicemente entusiasmante”
Con il Mondiale in terra americana alla porte, di che tipo di messaggio può farsi portatrice la community VBFC e, allo stesso tempo, cosa può trasmettere questo progetto visuale?
Daniel Mazzarella: “Con le dovute proporzioni, direi che il VBFC riflette l’essenza più intima di cosa un Mondiale possa rappresentare: un palcoscenico globale in grado di unire persone con differenti storie e provenienze. È un microcosmo in grado di mostrare un sistema di connessioni internazionali, dove non importa chi sei o da dove vieni. Questa è la bellezza del calcio: ci unisce tutti. Attraverso il mio sguardo, però, volevo anche esprimere qualcosa di più personale. Ho sempre osservato il movimento di un calciatore nello stesso modo in cui si guarda una ballerina: c’è una grazia nel modo in cui un giocatore accarezza o colpisce il pallone… che trovo profondamente affascinante. Venice Beach mi ha offerto la tela perfetta per esplorare questa dimensione, sfruttando la luce, il paesaggio e momenti congelati nel tempo per creare immagini dense di atmosfera e tensione cinematografica. Parallelamente, volevo rendere omaggio anche ai personaggi stessi attraverso il formato del ritratto: perché, in fondo, sono le persone a rendere il VBFC ciò che è davvero”
Tim Walsh: “Concordo. Il progetto è, a suo modo, un esempio di ciò che vedremo concretizzarsi quest'estate. Venice Beach sarà l'ombelico del mondo per tanti tifosi. Ogni giorno e per ogni partita organizzeremo delle attività specifiche. La sede della Federazione sarà proprio di fronte alla nostra clubhouse. Per chi, come me, si era prefissato di portare il calcio a Venice Beach, sembra proprio che questo sport sia finalmente arrivato”




Correre per scoprire se stessi – Tilly GW
Grazie ad adidas e a Tilly GW, runner e creativa tra i protagonisti dell’ultima campagna adidas Adizero Evo SL, abbiamo avuto l’occasione di capire che la corsa può diventare un linguaggio di equità e accoglienza.
Per Tilly, la corsa è stata la prima cosa che abbia mai sentito davvero sua: un sentiero personale fuori dalle aule e dalle aspettative, un piccolo regno di respiro in cui poteva muoversi, costruire e sognare senza dover chiedere permesso. Le ha dato concentrazione, ma soprattutto le ha dato libertà.
Una libertà che, crescendo, ha iniziato a incrinarsi contro ingiustizie quotidiane. Contro aspettative più contenute. Contro i silenzi che circondano i corpi delle donne. Eppure, proprio grazie alla corsa, Tilly ha imparato ad osservare con la curiosità viva e lucida di chi non corre soltanto verso un traguardo, ma verso uno migliore.
Laureata in chimica, con un background fashion, è affascinata dall’abbigliamento sportivo non solo come funzione, ma come diritto: di sentirsi al sicuro, accolti, rispettati. Nel suo mondo, la fiducia è anche tecnologia. L’appartenenza è performance. Lo stile non è vanità: è mood, intenzione, voce. In questa intervista abbiamo scoperto una runner che si rifiuta di ridurre la corsa a un semplice susseguirsi di passi. Per lei è una comunità in movimento, uno studio, un laboratorio, un cambiamento che prende forma correndo, una lettera d’amore alla possibilità.



Corri da quando avevi 5 anni. Cosa ti ha dato la corsa da bambina, tanto da farti restare?
“Correre, da bambina, era qualcosa che poteva essere mio. Mi portava lontano dalla scuola e mi offriva un mondo in cui mi era concesso muovermi, costruire e sognare. La corsa mi dava concentrazione, ma anche un posto in cui essere libera, lasciare alle spalle la rigidità delle aule, dei cortili e dei libri di testo. Mi ha insegnato il duro lavoro, la pratica, la pazienza e il pormi degli obiettivi.
Ora mi rendo conto che quel mondo mi ha anche esposta a pratiche semplici di disuguaglianza. Le ragazze recuperano meno perché impiegano più tempo a chiudere la ripetuta. Le ragazze non possono competere nei 400m perché i loro corpi non reggono quella distanza. Il tuo allenatore non parlerà mai con te di ciclo o fisiologia, perché ‘che cosa ci sarebbe da dire?’ I ragazzi scherzeranno con te in allenamento, a volte a tue spese. La finale femminile non sarà mai l’ultima gara di una competizione, perché la vera finale è la corsa maschile. Verrai allenata solo da uomini, perché non ci sono allenatrici donne.
Ma da bambina non l’ho trovato scoraggiante: l’ho trovato curioso e motivante. Non capivo ancora il significato dietro queste pratiche, né il peso del chiedere ‘perché?’. Eppure mi sentivo legittimata a farlo, perché sapevo correre forte. Tutti questi temi sono ciò che mi fa correre ancora oggi.”
Quando hai capito per la prima volta che la corsa non era solo performance, ma anche esplorazione e connessione?
“Anche se i miei primi anni di corsa erano radicati nell’allenarmi per la velocità e nel prepararmi alle competizioni, esplorazione e connessione sono sempre state parte della pratica. Mi allenavo con la squadra quattro volte a settimana, e questo significava passare moltissimo tempo insieme, condividendo storie, idee, sogni ed esperienze. Il mio gruppo di allenamento era composto da persone di tutte le età: altri, come me, ancora a scuola, ma anche studenti universitari, persone ai primi lavori e così via. A differenza della scuola, dove i miei coetanei avevano più o meno la stessa età ed erano cresciuti nella stessa zona, la pista mi esponeva a traiettorie di vita differenti.
Quando viaggiavamo per le gare, stavamo a contatto con un mondo ancora più ampio: gli atleti contro cui correvamo, i loro genitori e accompagnatori a bordo pista, gli allenatori con discorsi motivazionali e riscaldamenti, i giudici di gara con clipboard e penne. Ho passato ore su autobus e minivan, attraversando tutto il Paese per correre meno di un minuto — e per conversare, imparare, crescere e connettermi con gli altri in tutto ciò che stava nel mezzo.
A 16 anni sono stata invitata a una corsa notturna nel centro di Londra, organizzata da un grande brand. L’occasione mi sembrava monumentale. Ho persino conservato la confezione dell’abbigliamento che mi avevano dato come un tesoro. Quell’esperienza e l’inizio di Instagram — dove Volt Women e Bridge the Gap usavano la piattaforma per dare voce a potere, forza, differenza, avventura, arte, idee e amicizia, tutto nel nome della corsa — hanno avviato un cambiamento nel mio modo di correre. Ero tra le più giovani nel movimento, e la giovinezza mi dava il vantaggio di esplorare senza pressione. Non sapevo ancora chi fossi, ma andava bene così. Mi sono ritrovata di nuovo motivata a studiare perché riuscivo a intravedere cosa ci fosse oltre la scuola. Ero pronta a sperimentare nella corsa, mantenendo però la disciplina che mi dava struttura. Facevo domande, dicevo sì a tutto. Che lo sapessi o no, la corsa è sempre stata molto più di un passo dopo l’altro.”

Da laureata in chimica, con interesse per materiali e moda, cosa ti affascina di più nello sportswear — funzione, sensazione o significato?
“Il mio interesse per i tessuti tecnici è nato quando avevo 15 anni. Avevo appena fallito le simulazioni dei GCSE e non capivo una parola di quello che diceva l’insegnante di scienze. Correre mi alleviava dalle ansie a casa e dal fallimento a scuola. Mi stava ispirando in modi nuovi, anche in ciò che indossavo. Mi regalarono una giacca invernale da running che si illuminava al buio: non avevo mai visto nulla del genere. Intanto, un insegnante più paziente mi disse che la chimica spiega tutto. Mi chiesi se la chimica potesse spiegare perché il tessuto della mia giacca si illuminava e come un capo potesse aiutare la mia performance. Così iniziai a studiare il manuale di chimica dei GCSE.
Nella corsa mi incoraggiavano a sognare che un giorno avrei potuto gareggiare alle Olimpiadi. A scuola mi scoraggiavano dal perseguire arte o scienze, dandomi per spacciata. È stata la forza della corsa — e la motivazione a sfidare quella narrazione — a portarmi a studiare moda, e poi a laurearmi in chimica, tenendo la corsa al centro di entrambe.
Paradossalmente, con la crescita dell’industria mi sono interessata meno ai tessuti iper-sviluppati. Sono una runner amatoriale: la ragione per cui corro è che mi piace. Possedere o meno una maglia compressiva testata in laboratorio, stampata in 3D, infusa di infrarossi, non cambia la mia capacità di correre. Quello che cambia la mia capacità di correre è sentirmi accolta, al sicuro e rispettata. Questo non significa che l’abbigliamento non sia parte importante della storia. Per molti di noi, ciò che indossiamo può alimentare la fiducia. Per altri, può essere espressione delle proprie convinzioni. Per gli atleti élite, gli elementi tecnologici dell’equipaggiamento possono fare la differenza tra il primo e l’ultimo posto. Tutti questi bisogni sono importanti, ma oggi esiste uno squilibrio in dove si concentrano sviluppo, investimenti e valore. C’è uno spostamento da fare. Ed è proprio questo spostamento che mi affascina di più.”
Sei protagonista del lancio adidas Running per Evo SL SS26. Cosa vuoi che chi guarda capisca del tuo rapporto con la corsa da quel video?
“La parte più entusiasmante del lavorare al lancio dell’Adi Evo SL è stata l’opportunità di collaborare con un team incredibile, sia dietro sia davanti alla camera. Vedere il dietro le quinte di una grande campagna è paragonabile al tempo, alla dedizione, alle barriere, ai dubbi e al lavoro che ci sono nella corsa prima di una gara. Tutto invisibile, tutto impacchettato in un post perfetto su Instagram per un secondo di riconoscimento.
Quello che vorrei che le persone sapessero di questo video — e di come rispecchia il mio rapporto con la corsa — è che ci siamo davvero divertiti a farlo. Correre con Inma, Tamara, James, Freeman e Kam è stato fonte di ispirazione perché abbiamo stili ed esperienze diverse, ma ci completiamo e ci capiamo. Vedere i team creativi e di produzione dirigere centinaia di elementi e persone in movimento per ottenere dettagli, gesti, luci, colori e scintille curatissimi è stato illuminante. Interagire con l’enorme squadra necessaria per dare vita a una campagna di questo tipo, vederli lavorare nella loro area di competenza, riconoscere tutti sul set con rispetto: è stato davvero speciale farne parte.”

Hai detto che gli outfit riflettono l’umore — e che scegli intenzionalmente look che cambiano come ti senti. Come ti senti quando indossi le nuove adidas EVO SL ATR?
“Un ringraziamento speciale a Karlmond, lo stylist meraviglioso di questo shoot, che ha deciso che dovevo indossare qualcosa di colorato perché l’outfit rispecchiasse davvero il mio mood per la campagna. Ha tinto a mano una T-shirt di cotone adidas la notte prima dello shooting, perché nella collezione non c’erano colori. È stato davvero divertente e rassicurante avere l’opportunità di sperimentare con l’abbigliamento e con le Evo SL insieme a lui, e creare un look che mi somigliasse.”
Hai co-fondato il Radical Equity Program per supportare donne e persone non-binary che puntano a competere. Quale vuoto hai visto con tale chiarezza da non poter più ignorare?
“La disuguaglianza non è mai stata qualcosa che riuscissi a ignorare: sto solo diventando più brava a capire come e dove posso sfidarla e agire contro di essa nel modo migliore. Anche durante il processo di co-creazione del Radical Equity Program con Malcolm e The Speed Project, ho imparato e modificato la mia strategia su come affrontare il tema e portare altre persone con noi.
Così come la realtà ha colpito il mio sogno di arrivare alle Olimpiadi, non mi illudo di poter cambiare l’intero mondo di disuguaglianze in cui viviamo. Ma credo davvero che siamo nella posizione di influenzare il nostro mondo della corsa, e ho fiducia nell’effetto a catena. Fare un passo indietro e arrendersi davanti a tutto ciò che è ingiusto là fuori, oppure fare piccoli passi per cambiare ciò che è alla nostra portata, nella nostra conoscenza e comunità. sta a noi scegliere”
Cosa sei più curiosa di esplorare ora: trail, ultra, storytelling, community building — o un nuovo medium del tutto?
“Di recente ho lanciato un nuovo progetto, ‘Mathieu’, un programma che offre coaching, risorse e ispirazione a runner donne e non-binary mentre si preparano a correre un ultramarathon sulle Alpi quest’estate. Sono entusiasta di tutto quello che sto imparando in questo processo, lavorando con la mia collaboratrice Fatima per considerare cosa vorremmo offrire, cosa è possibile con le risorse che abbiamo, adattandoci a nuove sfide, restando fedeli ai valori e alla missione che ci siamo date, accogliendo un gruppo di partecipanti e tutto ciò che porteranno nel progetto. Con la corsa non ci sono limiti. Dalla nostra forza fisica, alla nostra espressione creativa, alla connessione umana. Sono curiosa di tutto.”

D’ISTINTO E PENSIERO, IL PADEL DI ARTURO COELLO
On ha allargato il proprio immaginario sportivo al padel, legandosi al suo re contemporaneo, Arturo Coello. Il connubio tra il brand svizzero e ‘Rey Arturo’, il più giovane padelista della storia a raggiungere la vetta del ranking mondiale, e attuale numero 1, ci permette di ritrarre questo fenomeno generazionale, entrando nel vivo del suo rapporto con vibora e bandeja.
“Odio perdere”, sottolinea sorridendo Arturo Coello, incapsulando in un semplice costrutto la sua grandezza contemporanea. Nato a Mojados, provincia di Valladolid, nel 2002, nell’ultimo decennio la sua ascesa padelistica ha assunto i tratti di un pallonetto, o meglio, di un globo perennemente cristallizzato al suo apice.
Numero 1 al mondo a poco più di vent’anni compiuti. ‘Rey’, secondo esperti e non, dell’intero movimento. Recentemente, la parabola di questo talento spagnolo è stata abbracciata dalla vision di On. L’ingresso nella gabbia vetrata del brand svizzero pone il già vincitore di quasi 40 titoli internazionali, al fianco del compagno Augustín Tapia, come simbolo d’eccellenza per l’apertura ad una recente frontiera sportiva, sempre più rilevante a livello globale.
Una frontiera che, grazie ad On, possiamo esplorare proprio attraverso la biografia sensoriale e lo studio analitico di Arturo Coello. La sua testimonianza traduce il padel in istinto e pensiero, in connessione umana e attenzione individuale, palesando le caratteristiche di una disciplina affascinante e cerebrale per sua stessa natura.



I campi pubblici di Mojados, Valladolid. Oggi, da ‘Rey Arturo’, quanto e cosa senti rimasto dentro di te di quella tua prima epifania padelistica: di quei momenti in cui, grazie a tuo padre, hai iniziato a costruire il tuo legame con la disciplina che ti ha reso ‘Re’?
“I miei inizi a Mojados rappresentano un padel diverso. All’epoca il padel era semplicemente un hobby. Oggi è il mio lavoro. Ma quei primi ricordi sono ancora incredibilmente vivi. Ho cominciato a giocare con mio fratello minore Rodrigo, con i miei genitori, nel mio paese. Hanno costruito un campo e abbiamo iniziato a giocare lì, con amici e familiari. Giocavamo sempre, che fosse padel, tennis o calcio. Poi, quando avevo circa dodici anni, ricordo di aver detto ai miei: “Ok. Voglio concentrarmi solo sul padel”. Sentivo che era il mio sport: sentivo di essere più forte in quella disciplina, rispetto a tutte le altre. Ancora oggi non so esattamente perché mi sia innamorato del padel. Penso che una parte della risposta sia questa: il padel è un qualcosa di speciale per gli amatori. È divertente dal principio. È facile da vivere. Quattro amici possono entrare in campo e divertirsi immediatamente. Non serve un fisico straordinario, e non serve una tecnica d’élite. Per me, all’inizio, è stato esattamente lo stesso. E sono stato fortunato: i coach che ho avuto nei primi anni si sono rivelati eccellenti”
Per Athleta Mag, lo sport è arte e cultura. In cosa e come, a tuo avviso, il padel si trasforma in forma d’arte? E quanto sei legato al lato culturale, inteso come propagazione/evoluzione storica e geografica, di questo sport?
“Per me il padel è uno sport incredibile perché combina tante cose, tanti livelli differenti, sia a livello amatoriale, che a livello pro. Negli ultimi anni, le persone che lavorano per questo sport hanno fatto un lavoro straordinario. Il padel sta comparendo ovunque nel mondo. Quando ho iniziato, lo vedevo solo in Spagna. Oggi lo vedo in tantissimi Paesi. Non so se il padel sia un’arte, così come non so se venga guidato più dalla mente o dall’istinto. Dipende dal momento, e dipende dal giocatore. Se mi metto a confronto, per esempio, con Agustín (Tapia), il mio compagno di coppia, credo di essere un giocatore più mentale. Però, ci sono anche momenti in cui prende il sopravvento l’istinto. Di norma provo a leggere e pensare ogni situazione in campo. Poi, la palla viaggia alla velocità della luce, e devi decidere in un attimo. A quel punto, non c’è tempo per pensare: reagisci e basta”



Quanto studio si cela dietro al tuo modo d’intendere e praticare il padel?
“Studio il padel ogni giorno, da tutta la vita. Non voglio fermarmi, perché per me è un qualcosa di affascinante. Anche in una giornata normale, se entro in un club qualsiasi e vedo la gente giocare, non riesco a farne a meno: inizio a pensare alle loro decisioni, alle posizioni, alle idee. Lo stesso vale durante l’allenamento, quando i miei compagni giocano accanto a me: li osservo sempre. Vedo un colpo e penso: “Interessante”. Capire lo sport è essenziale: i diversi tipi di colpi, le diverse situazioni, i diversi momenti. Non puoi smettere di studiare, perché il padel cambia continuamente. È ancora uno sport giovane. Ogni anno arriva qualcuno con un’idea nuova, una soluzione tattica diversa, e all’improvviso tutti devono adattarsi”
Dietro al 1º posto del ranking mondiale si cela uno stratificato percorso personale. Il nostro media ragiona molto per immagini. Puoi raccontarci delle diapositive (intese come momenti familiari, suggestioni, successi, riflessioni, match…) che ritieni particolarmente significative nel tuo percorso, e che possano definire al meglio la tuo biografia padelistica?
“Le due persone più importanti della mia vita sono i miei genitori. Nello sport, le figure più importanti sono Gustavo Pratto, il mio coach, e Nacho Coque, il mio preparatore atletico. Mi hanno sostenuto per tutta la carriera e ho imparato tantissimo da loro. Sono con me dall’inizio: significa molto averli ancora oggi al mio fianco. Parlando del mio percorso personale, nel padel devi crescere mentalmente molto presto. Ricordo quando avevo sedici o diciassette anni e viaggiavo per il mondo da solo, con il mio borsone. È bellissimo, ma è anche difficile. Devi affrontare tantissime situazioni diverse. Sei su un aereo, magari stai rientrando da un torneo in Argentina, e inizi a pensare: “Amo questo sport. Amo questa vita. Ma è davvero questa la mia vita?”. Lo pensi perché sei giovanissimo, e perché non hai ancora sviluppato prospettive più ampie. Con la mente vai ai tuoi amici che sono a scuola, alle feste... E tu ti ritrovi da solo in una stanza d’hotel, al telefono con tuo padre, a confidare: “È diverso. Non immaginavo fosse così”. Ti piace tutto, ma ti fa anche riflettere. Devi imparare a convivere con quella realtà”


Che sensazioni ti attraversano pensando che sei il primo giocatore di padel firmato da un brand così rilevante nell’immaginario sportivo contemporaneo, come On? Che impatto speri che abbia su di te e, parallelamente, sull’intero movimento questo tipo di sinergia?
“Questo è un momento incredibile. Quando pensi a On, pensi ad atleti di livello mondiale. Quindi, far parte di quella famiglia è qualcosa di molto speciale. Entrare a far parte di un brand così rilevante significa anche responsabilità: devi continuare a migliorare, continuare a crescere. On supporta un numero ristretto di atleti in diversi sport, e molti di loro sono ai massimi livelli. Essere incluso in questa rosa di nomi è un qualcosa di cui vado fiero: non solo per me stesso, ma per il padel intero. Credo sia positivo per la mia carriera, e credo sia positivo per la disciplina. La mia connessione con On dimostra fin dove è arrivato il padel”
Il fascino del padel scaturisce, sì, dalle qualità individuali dei singoli interpreti, ma anche dalla creazione e dall’affinamento di meccanismi di coppia. Come vivi questo costante dialogo che si viene a creare, in campo, con il compagno? Quali sono gli ingredienti per plasmare e far funzionare un sistema duale alla perfezione?
“Il mio rapporto con Agustín è bellissimo. Per me è come un fratello, in campo e fuori. Abbiamo un legame forte, siamo amici. C’è molta fiducia tra noi, e quella fiducia è tutto. Non è facile trovare un partner come lui. È speciale, in tanti aspetti. E competere con qualcuno con cui puoi condividere quel livello di confidenza e connessione è un privilegio”
Abbiamo parlato dell’apice del ranking mondiale, che tu hai raggiunto giovanissimo. Come molti altri atleti di altissimo livello hanno condiviso sulle nostre pagine, una volta raggiunta la vetta il rischio è di trovare il vuoto. Il tuo caso, invece, suggerisce tutt’altro, con una continuità di risultati che dura da anni. Qual è il segreto dell’eccellenza reiterata di Arturo Coello? Cosa serve per arrivare e restare sulla vetta, soprattutto in uno sport così cerebrale come il padel?
“Odio perdere. Vincere mi piace, ovviamente, ma incide molto di più l’odio nei confronti della sconfitta. È questo che mi spinge. Voglio imparare. Voglio assorbire sempre più informazioni. Voglio capire sempre di più del padel, per non perdere”

Di poesia e romanticismo, la Maratón de Sevilla
Grazie ad ASICS, partner ufficiale dell’evento, abbiamo avuto modo di ritrarre e di carpire le suggestioni scatenate dal contatto tra la lirica capitale andalusa, Siviglia, e la regina delle corse podistiche
“L’aria stessa dell’Andalusia sembra ricca di poesia e romanticismo”, annotò nell’800 Washington Irving. Scorrono i secoli, eppure Siviglia, la capitale di questa regione spagnola, continua ad emanare le medesime suggestioni dipinte dalla penna dello scrittore statunitense. Irradiata da luci intense e nottate scandite dal placido fluire del Guadalquivir, la ‘ciudad de la Giralda’ ha sprigionato tutto il fascino delle proprie architetture, tangibili e intangibili, lungo il weekend della Zurich Maratón de Sevilla.
Fiumi di corpi e alberi di arancio. Archi, azulejos e patios che sfilano parallelamente a gambe che si muovono, alla ricerca dei 42 chilometri. La stratificazione storico-culturale che dialoga con quella umana, garantita da runner giunti da ogni dove nel sudovest della penisola iberica. In questa culla del flamenco, patria di cantaores e bailaores, il gesto fisico non può che seguire un ritmo a sé stante, o meglio, ispirarlo. Ciò è avvenuto in una due-giorni impreziosita dal connubio tra questo centro ricco di patrimoni UNESCO e ASICS.
Partner ufficiale dell’evento, il brand plasmato dalla locuzione latina Anima Sana in Corpore Sano, trasposta nella filosofia contemporanea ‘Sound Mind, Sound Body’, ha visto concordare la propria vocazione culturale e sociale con il percorso di 42 chilometri tracciato al cuore di Siviglia, e anche con una serie di speciali attivazioni, come una staffetta notturna popolata tanto da ASICS Frontrunner, quanto da ospiti internazionali.
Questa gallery fotografica non è solo un resoconto di un evento sportivo, piuttosto vuole essere uno sguardo nella poesia e nel romanticismo insiti nella regione andalusa, nell’identità della sua perla più nota, e nel contatto tra i suoi scenari e l’arte del running.



















La gratitudine attraverso la corsa — Inma Zanoguera
Grazie ad adidas abbiamo avuto l’occasione di entrare nella singolare corsa di Inma Zanoguera, runner, scrittrice, ex giocatrice di basket e dottoranda, volto della più recente campagna adidas Adizero Evo SL.
Un brand iconico, una scarpa votata alla velocità, un oggetto raro il cui design unico ha iniziato a scrivere la propria mitologia nella corsa e nella cultura che nasce da essa. In questa genealogia, ‘veloce’ non è soltanto un ritmo da registrare sull’orologio: è un modo di muoversi nel mondo, vigile e devoto, un po’ audace. Una mentalità che ti chiede di credere, per una manciata di chilometri, che la tua vita possa essere più leggera dei tuoi pensieri.
E Inma Zanoguera: una giovane donna che vede il running meno come prestazione e più come ricerca. Nata a Maiorca e adottata insieme ai suoi fratelli all’età di due anni, parla dello sport come identità, come indagine e scoperta continua di sé: mai fissa, sempre in movimento. Non solo una runner e modella, ma anche scrittrice, surfista, ex cestista professionista e dottoranda. Una donna con più di un centro di gravità, tenuta insieme da una fedeltà quasi romantica al divenire.
In questa conversazione, Inma ci ha offerto qualcosa di più colto, più vero: la ricerca delle origini e la scoperta che ciò che chiamiamo casa, spesso, è qualcosa di non fisso, che si trova nelle comunità, nella tenerezza dello sforzo condiviso. La corsa, per lei, è diventata un nido familiare: un modo di sentirsi accolta senza dover essere definita. Perché la vera eredità non è nel ritmo. Forse è nel modo in cui scegliamo di crescere per noi stessi, passo dopo passo.



Sei nata a Maiorca e adottata da una famiglia spagnola insieme a tua sorella e tuo fratello all’età di due anni. In che modo il percorso di conoscenza delle tue origini ha influenzato il modo in cui oggi pensi all’identità e al senso di appartenenza? E che ruolo ha avuto lo sport nella tua crescita personale?
“Il mio senso di appartenenza si è trasformato completamente da quando ho iniziato una ricerca consapevole delle mie origini. Forse il modo più accurato per descrivere questo cambiamento è passare dal voler trovare “la risposta” al rendermi conto che è un processo. All’inizio pensavo che identità/appartenenza avessero una forma stabile, da qualche parte là fuori; con il tempo ho capito che è più un’esplorazione, qualcosa in cui non mi sentirò mai del tutto “arrivata”. Sono sempre in ricerca, e trovo piccole tasche di risonanza immensa nelle comunità, nelle persone, nei momenti fugaci. La bellezza, credo, sta nel rendersi conto che è proprio il dinamismo e l’effervescenza delle nostre identità ad alimentare il fuoco del nostro amore per il mondo e gli uni per gli altri. Non è facile accettarlo quanto un'etichetta, o un nome con cui potrei arrivare a comprendermi — come una runner o una musulmana. Queste etichette non sono necessariamente false, ma non soddisferanno mai il mio bisogno di conoscermi fino in fondo, quindi la mia sicurezza su chi sono deve affondare le radici altrove. Non so bene come dirlo a parole, ma quando corro posso fidarmi di questa forma più elusiva di radicamento: è un tipo di appartenenza, credo.”
Sei runner, scrittrice, surfista, ex giocatrice di basket e dottoranda — cosa vorresti che le persone capissero del vivere con più di un centro gravitazionale?
“Che inconsciamente lo facciamo tutti, indipendentemente dalle forme che la nostra vita può prendere in un dato momento. Ricavo un enorme senso di scopo dal dedicare parti diverse di me e ore diverse delle mie giornate a impegni differenti, proprio perché si bilanciano a vicenda. Penso che funzioni perché rispecchia la verità sfaccettata di ciò che siamo intrinsecamente. Mi sento incredibilmente fortunata a poter coltivare tutte queste parti di me, ma credo sia possibile per chiunque — o almeno per la maggior parte delle persone — fare lo stesso, anche in modi molto piccoli.”
Il basket è stato il tuo mondo per 15 anni. Cosa ti ha dato quello sport e cosa ti ha silenziosamente tolto?
“Se il basket mi ha tolto qualcosa, è stato il modo ingenuamente sicuro con cui avevo imparato a intendere la mia identità e il mio scopo. Dopo aver lasciato il basket, il mio intero mondo ha dovuto essere ricostruito da capo. Molto del perché e del come sia dovuto accadere per me resta ancora misterioso, ma so che il processo che ho intrapreso lasciando il basket mi ha dato l’opportunità di mettere in discussione tutto; e credo che sia stata proprio la stessa pelle dura che mi ero costruita come atleta professionista a darmi poi il coraggio di andare fino in fondo in quel mettermi in discussione, fidandomi del fatto che avrei potuto reggere qualunque cosa ci fosse dall’altra parte.”
Hai parlato di aver lasciato il basket dopo essere diventata pro. Come hai capito che era il momento, e cosa hai dovuto elaborare in quella decisione?
“In realtà non lo sapevo. Semplicemente non avevo più la volontà di andare avanti, fisicamente e mentalmente, e così ho smesso. Ma in quella decisione c’era poco di cui potessi dire con certezza che sapevo fosse giusto per me. La frase a cui tornavo sempre era: ‘se vorrò tornare, il basket sarà lì ad accogliermi’. Non sono mai tornata, e in qualche modo sento di essere ancora su quello stesso sentiero con la corsa. Il sentiero della crescita, dello stupore e delle possibilità di esplorare il mondo — tutto questo, per me, è stato coltivato per la prima volta sul campo da basket.”

Gli sport di squadra possono offrire appartenenza. Quando te ne sei andata, cosa ti è mancato di più: la struttura, le persone o la missione condivisa rispetto a uno sport “solitario” come la corsa?
“La cosa divertente che ho imparato è che la dicotomia tra sport individuali e sport di squadra è in realtà molto meno fissa di quanto tendiamo a pensare. Lo sport mi fa sentire connessa agli altri in modi che nessun’altra attività riesce a fare, e questo vale per me anche come runner, e vale in relazione alle comunità di cui sento di far parte, anche se sono lontane da me. Qualcosa che provo spesso su un trail impegnativo, quando corro da sola, è una sensazione di incoraggiamento nel riconoscere le centinaia di altri che hanno sofferto con la stessa anticipazione ed eccitazione salendo la stessa montagna. Sto letteralmente mettendo i piedi nelle loro impronte. Lo stesso si può dire di una maratona, al km 40, quando chiunque abbia attraversato quella soglia diventa all’improvviso una sorella sul cammino. Per un momento mi sento ‘insieme’ a questi compagni runner lontani. Far parte di una o crew è sicuramente un’esperienza magica — l’obiettivo condiviso, la stessa devozione in un contesto comunitario. Ma anche dentro una squadra a volte possono emergere sensazioni di isolamento, se le persone non sono sulla stessa lunghezza d’onda. Penso che sto imparando che le nostre definizioni di comunità e supporto possono essere ampliate e arricchite, e hanno molto più a che fare con l’intenzione che con il semplice essere nello stesso roster.”
Hai definito la corsa una “seconda possibilità di essere un’atleta”. Cosa rende questo capitolo più adatto — e qual è la sfida che porta con sé?
“Per me, la corsa è una possibilità di guarire il mio rapporto con la performance e la competitività. Ho iniziato a giocare a basket ad altissimo livello in età molto precoce e non avevo sempre gli strumenti mentali per mantenere una separazione tra la mia prestazione e il mio senso di valore personale. Sarò sempre il tipo di atleta per cui la ricerca delle cose difficili contiene la forma più pura di gioia, divertimento e significato; quindi anche come atleta più matura resto decisamente competitiva, ma in modo diverso. In parte è semplicemente il fatto di essere più grande e più saggia. Ma c’è anche più curiosità adesso, e un autentico senso di stupore per la capacità del corpo di resistere. La corsa mi dà la possibilità di esplorare queste cose. Trovo il percorso di performance, resistenza e avventura profondamente ispirante, e questo mi aiuta a trovare un equilibrio tra competizione, gratitudine e divertimento.”
Senti che corri verso qualcosa, via da qualcosa o con qualcosa?
“Corro con qualcosa. La mia pratica di corsa mi ha aiutata a coltivare la relazionalità, come principio generale. Ogni corsa offre l’opportunità di pensare in modo più intenzionale a come mi relaziono con moltissime cose: il mio corpo, l’aria, la topografia di una città o di un terreno, i miei antenati, le mie domande esistenziali… Così, a ogni corsa divento una persona diversa, perché mi relaziono a queste cose in modo diverso. La mia ultima corsa è stata su un terreno roccioso e bagnato, e si potrebbe dire che ho corso insieme a ogni esperienza del passato che ha dato al mio corpo la memoria muscolare per sapere come muoversi lì dentro.”
Hai descritto la tua comunità di runner come una parte importante della tua vita. Che tipo di appartenenza ti offre la corsa?
“Prima ho citato la parola ‘devozione’. Sento di essere in contatto con chiunque abbia la vita dedicata a questo sport, soprattutto con i runner semi-elite, anche se non li ho mai incontrati. Non sono certo la prima a dirlo, ma potresti chiamarla appartenenza devozionale, o appartenenza ‘congregazionale’, in cui le corse che facciamo insieme e le gare che condividi con migliaia di sconosciuti sono i luoghi in cui ci riuniamo per condividere la nostra devozione per la corsa.”

Secondo te, cosa rende davvero inclusiva una scena di running, oltre l’estetica?
“La capacità umana di base di accogliere chiunque per ciò che è, dando a tutti la possibilità di sentire la propria energia in uno spazio. Questo può accadere solo se siamo tutti a nostro agio nella capacità di essere autentici e, di conseguenza, di accogliere gli altri così come sono. È una grande affermazione, ma credo davvero che sia lì la radice di tutto. Penso che tutto il resto che stiamo facendo — con risultati migliori o peggiori, e salvo alcuni casi — nasca dall’intenzione giusta, e che dobbiamo semplicemente farne di più, imparando dagli errori. Allo stesso tempo, ogni runner deve sintonizzarsi con se stesso e capire in che tipo di comunità sente di poter prosperare. Non seguire l’hype: lasciare davvero che l’immaginazione costruisca come dovrebbe essere, e cosa dovrebbe offrirti lo spazio ideale per correre. Una domanda varia, che risponda ai bisogni di runner diversi, plasmerà la scena verso una maggiore diversità. Questo però vorrebbe dire che i brand dovrebbero diversificare il portfolio di chi supportano, e penso che avere un equilibrio tra sotto-comunità esclusive e inclusive sarebbe molto utile in questo senso.”
Il tuo PhD riguarda la comprensione del mondo e di cosa significhi essere umani — e di come lo sport si intrecci con la vita socio-politica. In che modo questa ricerca cambia il modo in cui vivi la cultura della corsa?
“L’esperienza di scrivere una tesi di dottorato ha consolidato la mia intuizione: il mio scopo coinvolgerà sempre l’essere una studentessa della vita, indipendentemente da ciò che farò. Se mi trovo in un contesto di running, voglio sapere tutto ciò che è stato scritto e pensato su corsa, società e cultura — è proprio così che sono configurate le mie curiosità. Nella mia ricerca sto esplorando come i corpi delle donne vengano trasformati in oggetti estetici che servono un progetto più ampio di identità nazionale, in particolare con le danzatrici. Come runner e modella, immersa in tante dinamiche di marketing dei brand, aspirazioni personali e nello spazio creativo energico in cui vive la corsa in questo momento, la mia esperienza da ricercatrice mi dà una prospettiva su come le tendenze sociali ci influenzino e, spero, su come trarne il meglio.”
L’indagine accademica entra mai in conflitto con la semplicità del “correre e basta”? O la approfondisce?
“Alla sua base, l’indagine accademica è un mezzo per arrivare a semplificare una domanda di ricerca che esiste solo perché le sue complessità non sono ancora state organizzate. In modo simile per la corsa — credo che sia la corsa sia l’indagine accademica siano al meglio quando sono al loro massimo di semplicità. Forse sono eccezionalmente brava nel complicare le cose, ma anche la corsa a volte può sembrare contorta, quindi ciascuno di queste ricerche mette alla prova la mia capacità di tornare alla semplicità. Quando lascio andare e mi lascio fluire, sia la corsa sia la scrittura escono da me con facilità, nella loro forma più pura.”

Fai parte della campagna adidas SL SS26. Che emozione speri provino le persone guardando il video — oltre la performance?
“Che la libertà è sempre a portata di mano. Che è uno stato che vive parallelo alle nostre modalità automatiche di preoccupazione e di overthinking, in attesa che attraversiamo la soglia. Allaccia le scarpe, arrenditi alla corsa e dimostrati che sei degno delle esperienze più estatiche e capaci di sollevare l’anima — in questo caso la corsa — in ogni singolo secondo della tua vita.”
Quando indossi una scarpa, come la nuova adidas EVO SL, a cosa fai attenzione per prima cosa?
“Da adolescente ero una sneakerhead piuttosto devota. Forse perché sono cresciuta come giocatrice di basket nei primi anni di internet, quando le immagini e l’iconografia di ciò che era cool nello sport mi arrivavano sotto forma di drop di scarpe, design folli, contest di schiacciate, ecc. Poi, qualche mese dopo, magari riuscivo a convincere mia madre a comprarmi un paio di quelle nuove scarpe che avevo visto durante l’NBA All Star Weekend. Mi appassionava davvero tanto e forse, proprio per questo, indossare una scarpa nuova porta sempre con sé una sensazione di magia in attesa di accadere. È il look, il tatto, l’odore. Una delle sensazioni migliori di sempre”.
Che forma ha per te, in questo momento, l'allineamento tra corsa, ricerca, relazioni e riposo?
“Praticare la gratitudine. Penso all’allineamento come a uno stato in cui ciò che facciamo fa rima con gli scopi e i valori che desideriamo per la nostra vita. È una richiesta enorme e, almeno per me, non sempre raggiungibile. Ma essere grata per le opportunità, le persone e le risorse che ho nella mia vita è l’unico modo che conosco per provare almeno ad avvicinarmi all’allineamento.”
Cosa speri ti insegni il prossimo capitolo della tua vita su chi sei?
“Mi sto preparando al 2026, nel modo migliore possibile. Sono da poco diventata ricercatrice; finalmente mi stabilirò in una nuova città in cui mi sono trasferita solo di recente; e soprattutto so che sarà un periodo di molte transizioni, in cui sarò chiamata a continuare a crescere per i miei sogni e i miei obiettivi. In tantissimi modi, questi prossimi mesi mi sfideranno a essere intenzionale nelle mie relazioni e nelle mie decisioni, e spero di imparare di più su chi sono davvero mentre attraverso emozioni nuove.”










