Australian, dall’estetica sportiva al clubbing

Il tennis, i gabber olandesi, la techno moderna... Viaggio nella storia dell'iconico marchio italiano

Dai riflettori del campo alle luci psichedeliche dei club, l’estetica sportiva ha sempre rappresentato - a partire dagli anni ‘80 - una connessione ricorrente tra lo sport e le sottoculture musicali del clubbing. Un comune denominatore capace di unire nello stile e nell’abbigliamento due universi tra loro distanti e all’apparenza opposti, accomunati però dall’esigenza di muovere un corpo: verso la performance sul campo, a ritmo di musica nei club.

Goran Ivanišević

IL CANGURO, TRA TENNISTI E GABBER

Nati a cavallo degli ultimi decenni del ventesimo secolo, la musica techno e i suoi sottogeneri hanno trovato sin da subito nei capi sportivi un punto di riferimento unico per la definizione di una moda che fosse identitaria e al tempo stesso funzionale. Una moda che rispecchiasse la personalità eccentrica, alternativa ed estranea ai canoni comuni di chi la indossava senza però rinunciare alla praticità richiesta dai 200 BPM.

Ed è esattamente in questo contesto che Australian, brand italiano fondato nel 1956, diventò un must per un movimento culturale intero che fece dei club il proprio stadio e della musica il proprio gioco. Tute, polo, bomber e cappellini “rubati” all’estetica dello sport e proiettati in una dimensione frenetica, figlia del caos e dell’anti convenzionalità tanto quanto del ritmo e dell’armonia: capi e accessori inizialmente pensati per accompagnare atleti e amatori sui campi da tennis ma che sul finire del secolo si legarono indissolubilmente al mondo dell’hardcore olandese prima, del clubbing europeo poi.

Australian nasce infatti come marchio dedicato all’abbigliamento tennistico, contraddistinto da un’eleganza tipicamente italiana: stile in linea con l’heritage del suo fondatore, Leandro Gabrielli, già attivo nella prima metà del 1900 nella produzione di abbigliamento sportivo per il movimento sciistico e nella realizzazione di collezioni riconducibili all’universo dell’alta moda, firmate in collaborazione con giovani stilisti come Armani e Ferrè.

L’esperienza sportiva da un lato, e la passione per la moda dall’altro, diedero vita a un brand contraddistinto fin dai suoi albori da una duplice anima, che nel tennis trovò il suo più alto - e ideale – palcoscenico atletico.

Ivan Lendl
Ronald Agenor

MASTERS E CLUB

Da Paolo Canè fino ad Anders Järryd, sono molti i volti del tennis mondiale che elevarono il ‘canguro’ italiano nella cultura tennistica, ma è sul finire degli anni ‘80 che l’immagine del brand Milanese iniziò a farsi spazio tanto prepotentemente, quanto spontaneamente, tra le vie e i locali di Rotterdam. Perchè nel cuore dell’Olanda dei primi anni ‘90 nacque il movimento della musica hardcore, emergendo come una chiara rivisitazione della musica house e delle sue frequenze in chiave accelerata, con un ritmo e una cadenza libera dalle regole classiche della musica elettronica che l’aveva preceduta.

Un genere musicale influenzato in larga parte dalla acid house e dalla techno house degli anni ‘80 e in particolare dalla Detroit techno, che arrivò in Olanda verso il finire del decennio, subendo le sperimentazioni e contaminazioni di Paul Elstak, KC The Funkaholic e diversi altri produttori della scena. Bassi, suoni più industriali e matrici underground alzarono naturalmente il ritmo fino a 150-190 BPM.

Il risultato fu una indipendente, quasi ribelle, interpretazione del suono che attraverso il ballo voleva esprimere un modo di essere anti convenzionale e votato all’eccesso, alla frenesia e al divertimento. Un sentimento denotato dalla voglia di sfogare e al tempo stesso manifestare sé stessi.

E se nello sport gli ambasciatori sono stati e continuano ad essere gli atleti, nel movimento culturale olandese dell’hardcore toccò ai gabber questo ruolo. Termine che nello slang nativo di Amsterdam significa “amico” o “compagno” e che, dopo il sempre più frequente utilizzo che ne fecero i primi esponenti della nuove scena house olandese, diventò l’appellativo dei clubber che da Rotterdam ad Amsterdam illuminavano la notte delle discoteche.

Victor Pecci

UN HERITAGE CONTEMPORANEO

Facilmente riconoscibili dai capelli rasati e da un’estetica unisex, i gabber trovarono nell’abbigliamento sportivo la risposta alla necessità di comodità richiesta dal loro tipico ballo: l’hakken. È in questa cornice che Australian diventò uno, se non il love brand dei gabber, raggiungendo un livello di notorietà assoluta nei club, ai Thunderdome - i festival organizzati - e in tutti i luoghi di culto dell’hardcore.

Questo fenomeno contribuì a legare l’estetica di un’intera sottocultura al brand italiano e a uno stile che, più in generale, plasmò tutto l’immaginario futuro della techno e dei suoi sottogeneri. Lo stile e la cultura gabber uscirono dalla musica, diventando un modello di rappresentazione che ispirò più campi: dal graphic design fio alla moda che, soprattutto in tempi più recenti, sembra averne riscoperto il valore.

Consapevole del proprio ruolo in questa sottocultura, Australian ha recentemente rilasciato la collezione Archive 2023, un omaggio ai gabber e all’hardcore in generale. Una collezione di capi che il brand stesso definisce “un vero e proprio tuffo tra le icone del passato”.

Tra silhouette dal taglio oversize, giacche full zip e disegni originali degli anni ‘90 e 2000 rivisitati con un tocco di contemporaneità, il segno iconico lasciato da Australian nella scena hardcore ritorna oggi, dimostrando come il futuro di un brand sia spesso da ricercarsi, innanzitutto, nel suo passato.

L'immaginario contemporaneo di Australian, ispirato al suo heritage musicale

Credits

Luca Giacomuzzi


Genoa Comunque e Ovunque, il mito del Grifone non ha fine

I 130 anni del Genoa Cricket and Football Club e della sua fede sono su Prime Video

Nel suggestivo scenario calcistico italiano, il legame tra una squadra e la propria città è trascendente e in alcune piazze può trasformarsi in poesia, in un'ode alla passione e alla fede incondizionata. È disponibile su Prime Video "Genoa Comunque e Ovunque”: un inno alla simbiosi infinita tra il Genoa Cricket and Football Club e la Superba città Ligure.

Questo film, nato da un'idea di Emotion Network e sviluppato da Dude Frames in collaborazione con il Genoa CFC, entra nei cuori e nelle anime dei tifosi genoani, rivelando il vero significato di una famiglia calcistica tanto antica, magica e venerata: quella del Grifone. "Nel momento più terribile della mia vita, il Genoa mi ha salvato". Questo viaggio tra frasi emozionanti e ciclici sentimenti connette storie umane, unite dalla stessa voglia di credere e sperare nel club più longevo dell'universo calcistico italiano.

"Genoa Comunque e Ovunque” fa immergere nelle avventure e nei sogni irrazionali di una parte di Genova che pensa e respira all'unisono, ed è l’opportunità perfetta per celebrare i 130 anni di una società e una tifoseria che mai hanno smesso di custodire e trasmettere una tradizione eterna.

Lo scorso weekend, durante il riscaldamento del match di serie A contro la Lazio, i giocatori del Genoa hanno indossato per la prima volta una maglia che rende omaggio alle onde del mare e sponsorizza il film stesso. Per questo kit, DUDE Design e Kappa si sono ispirati a dettagli particolarmente simbolici: le corde degli ormeggi e le eleganti, mitologiche linee del Grifone.

Questa combinazione creativa ruota attorno ad un ideale condiviso: l'anima rossoblu di Genova continuerà a pulsare, forte e orgogliosa, "Comunque e Ovunque". Possiamo capirlo osservando, ogni settimana, gli spalti del Luigi Ferraris. Ora possiamo osservarlo anche in streaming su Prima Video e nelle evocative foto di Glauco Canalis.


TECNOLOGIA, INNOVAZIONE, DIADORA

L’Innovation Summit di Diadora, un’esperienza tra Larissa Iapichino, heritage e progresso tecnologico

Ricerca, sperimentazione, sviluppo. Questo è il paradigma seguito da un marchio indelebilmente connesso all’immaginario sportivo, Diadora. Nata nel lontano 1948 a Caerano di San Marco, a distanza di quasi 80 anni dalla propria genesi Diadora sta intessendo una rete sempre più fitta di connessioni con atleti riconosciuti, così come nuovi talenti, e focalizzando la propria vision sulla creazione di prodotti avveniristici.

Il 22 Aprile abbiamo partecipato all’Innovation Summit, uno speciale evento organizzato presso l'Arsenale dello Sport di Venezia. Una giornata che ha permesso di celebrare il cammino che Diadora ha deciso di percorrere nella sua storia contemporanea.

Alcune vedute degli allestimenti Diadora all'Arsenale dello Sport di Venezia

DALL’ARSENALE ALLA RUN VALLEY

La scelta dell’Arsenale non è stata casuale. Da sempre cuore pulsante dell'innovazione della Repubblica di Venezia, questo luogo di condivisione continua a ispirare menti illuminate, ricercatori in sostenibilità, artigiani e pionieri della tecnologia. E qui, nell'epicentro della creatività lagunare, Diadora ha scelto di svelare la propria idea d’Innovazione Italiana: uno dei tratti distintivi del suo DNA e della parabola che, a partire dalla sua fondazione, mai ha smesso di tracciare.

Le recenti innovazioni tecnologiche Diadora, presentate anche attraverso l’affascinante campagna comunicativa Run Valley, sono Blushield, Anima, XT, Atomo e Anima PBX con piastra in carbonio: passi verso il futuro studiati e sviluppati insieme a numerosi atleti d’élite presso il CRD - Centro Ricerche Diadora.

Le sale interne dell'Arsenale dello Sport di Venezia

LARISSA IAPICHINO, UN SALTO NEL FUTURO

L’evento si è concluso con un annuncio particolarmente significativo: l'ingresso di Larissa Iapichino nel team track&field Diadora. La figlia d’arte è anche il volto della Lungo Carbon, la nuova scarpa Diadora dedicata alla nobile disciplina del salto in lungo. La campionessa europea U20 e U23, attuale vicecampionessa europea indoor e numero 3 del ranking mondiale è entrata a far parte di un Team composto da eccellenze italiane come Massimo Stano, Antonella Palmisano, Samuele Ceccarelli, Robert Napolitano e lo sprinter paralimpico, plurirecordman nazionale, Alessandro Cannata, che sarà protagonista di una nostra imminente produzione editoriale.

Dopo aver presentato la nuova Lungo Carbon, e prima delle foto di rito con il Presidente e Amministratore Delegato Diadora Enrico Moretti Polegato, Larissa Iapichino ha parlato della propria simbiosi valoriale con il brand, augurandosi di poter scrivere, insieme ad esso, nuove pagine di successi Azzurri. Supporto, innovazione, valorizzazione e Made in Italy, questi i concetti espressi coralmente dalla Iapichino e Diadora: il composito manifesto di un rapporto tanto virtuoso, quanto consapevole.

Cooperazione è un’altra parola chiave nei legami tra il brand veneto e i suoi atleti: termine che amplifica il proprio significato e valore osservando la presenza di un mito dell’atletica italiana, il maratoneta campione olimpico a Seul ’88 Gelindo Bordin, oggi figura di spicco nel sistema aziendale Diadora. Non bastano gli alti soffitti dell’Arsenale a contenere l’aura di questo campione eterno che, a 65 anni, pare indicare il futuro alle nuove generazioni di eredi. Grazie al proprio esempio e grazie a Diadora.

Larissa Iapichino, talento del salto in lungo italiano e atleta Diadora

IL RACE PACK E IL PROGRESSO DELL’ATLETICA

All’Arsenale è stato anche svelato in anteprima il Race Pack: risultato tangibile del recente lavoro di Diadora. Il Race Pack è composto da tre modelli pensati per discipline atletiche specifiche. Queste tre scarpe segnano il glorioso ritorno del marchio italiano nel mondo dell'atletica leggera. Sono la Gara Carbon, la Velocità Carbon, scarpa chiodata con una futuristica piastra in carbonio che segna il ritorno ufficiale di Diadora sul tartan, e la già citata Lungo Carbon, che unisce alla piastra in carbonio a lunghezza intera un’intersuola in Anima PBX: un composto speciale, capace di garantire un ritorno elastico senza precedenti.

Il nuovo prodotto Diadora Anima PBX

Credits

Filippo Libenzi

Diadora


Shai Gilgeous-Alexander, essere point-guard e Creative Director

Il nuovo Creative Director Converse Basketball gioca in NBA, ed è un’icona di stile

Nel regno dove la maestria del basket incontra sempre più l'eleganza sartoriale, Shai Gilgeous-Alexander emerge non solo come un formidabile talento NBA, ma anche come un trendsetter sia dentro che fuori dal campo. Dai suoi iconici outfit alla sua più recente nomina come Direttore Creativo di Converse Basketball: Shai pare il prototipo di atleta del futuro.

Una sensazione che si amplifica mentre "SGA", come viene affettuosamente soprannominato dagli appassionati di pallacanestro, si prepara a svelare la sua prima scarpa con firma Converse nel 2025. Questo annuncio segue la sua affascinante ascesa al ruolo di Direttore Creativo di Converse Basketball, una partnership simbiotica che promette di ridefinire l'incrocio tra giocatori pro e moda.

SGA con gli OKC Thunder
SGA all'ultima World Cup con il Canada National Team

IL VIAGGIO DI SHAI

Il percorso di Shai è stato un'odissea fashion. Dai suoi giorni da rookie con i Los Angeles Clippers al suo attuale status di icona della Lega, la sua evoluzione come icona di stile ha catturato l'immaginazione dei fan di tutto il mondo. Famoso nel mixare elementi di haute couture con sensibilità prettamente streetwear, Shai ha cementato rapidamente il suo status, guadagnandosi la nomea di leggenda di LeagueFits, l'account Instagram che mette sotto i riflettori la moda del basket.

Nel 2021 Shai Gilgeous-Alexander è stato nominato come volto della collezione LV x NBA, parte della Pre-Collezione Primavera/Estate di Louis Vuitton. Questa collaborazione storica ha rappresentato la prima capsule collection tra il marchio di lusso e l’NBA, e mostrato la naturale capacità di Shai di fondere senza sforzo i mondi dello sport e dell'alta moda.

Ora, con il suo nuovo ruolo di Direttore Creativo Converse Basketball, la sinergia tra atleta e marchio segna l'inizio di una nuova. Con il suo sguardo attento al design, Shai è pronto a infondere il personale stile in ogni silhouette, creando una linea di abbigliamento che andrà oltre la semplice performance e diventerà un'estensione dell'espressione di sé.

SGA prima della sfilata Givenchy Spring-Summer 2023
LV x NBA campaign

SHAI E CONVERSE

Dopo aver firmato con Nike all'ingresso nella Lega, nel Draft del 2018, SGA è passato a Converse, sempre di proprietà Nike, con un nuovo accordo durante l'estate del 2020. L’inizio di questo sodalizio ha portato alla nascita delle prime colorways esclusive delle sue scarpe da gioco e alle uscite in limited edition di varie silhouette lifestyle.

Già testimonial per diversi modelli All-Star BB del marchio nel corso delle stagioni, Shai presto creerà la sua prima signature Converse, pronta per il rilascio nel 2025. Questo prodotto rappresenterà solamente l'ottava scarpa da gioco nella storia del marchio americano nato nel 1908, con Gilgeous-Alexander che si unirà a una lista di leggende NBA che include: Julius Erving, Magic Johnson, Larry Bird, Larry Johnson, Dennis Rodman, Dwyane Wade e Elton Brand.

L'unione tra Shai e Converse rappresenta quindi più di una semplice partnership commerciale; è una collaborazione alimentata da una visione condivisa di espressione artistica. Attraverso questa connessione, la point-guard dei Thunder proverà a plasmare il futuro della coolness cestistica, e non solo, intrecciando elementi del suo personale viaggio cestistico e della sua sensibilità estetica.

PLAYOFF NBA E PARIGI 2024

Con i playoff NBA in corso per gli Oklahoma City Thunder e l'attesa delle Olimpiadi di Parigi, il profilo globale di Shai nei prossimi mesi è destinato ad esplodere ancora di più. Ed Il fatto che i Giochi Estivi si terranno nella capitale mondiale della moda, certamente non sarà sfuggito all’attenzione di SGA, che da primo giocatore/Creative Director della storia, incarnerà più di qualunque altro sportivo la fusione tra sport e moda.

Credits

Filippo Libenzi

Shai Gilgeous-Alexander

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Pietro Arese, di record e consapevolezza

Parole e pensieri del mezzofondista HOKA, recordman italiano sui 3000 metri indoor e sul Miglio

Nulla come una mente curiosa, già consapevole e raffinata, può trascinare il corpo a raggiungere risultati impensabili, perfino ad infrangere leggendari record nazionali. Nulla come una mente giovane e aperta può permettere il progresso culturale di un movimento sportivo così stratificato e complesso, come quello del running. La mente di Pietro Arese risponde a questo identikit.

24 anni, un oro continentale nel Cross e due record nazionali, sui 3000 metri indoor e sul Miglio, impreziositi da una laurea in Ingegneria per la Sicurezza del Lavoro e dell’Ambiente. Sta proprio qui, nel punto d’incontro tra sacrificio, riflessione e cultura, la formula segreta di un ragazzo che sta riuscendo a innovare la corsa italiana. Attraverso i tempi. Attraverso le parole. Attraverso il pensiero.

Comprendiamo le infinite sfaccettature di quest’umile campione ai margini di uno speciale talk, organizzato dal brand-partner HOKA in occasione della Stramilano: “Nel mezzofondo veloce la componente mentale è decisiva. Rispetto al mezzofondo lungo la gara è breve, non c’è margine d’errore. Nelle gare-sprint il discorso è diverso, conta semplicemente essere all’apice della tua forma, quasi nulla ti può condizionare al di fuori di te stesso. Nel mezzofondo, invece, puoi essere spinto, spostato, sgambettato... Quando ti trovi alla corda può succedere di tutto: sono dinamiche tanto affascinanti, quanto imprevedibili. Devi saper rispondere immediatamente all’intensità e ai movimenti altrui: il fattore tattico è essenziale. Per questo, a differenza di altre specialità, non sempre vince il più forte”.

E il fattore tattico è sinonimo di studio, spiega l’Azzurro nato e cresciuto nella provincia torinese, elencando le delusioni, o meglio, gli step d’apprendimento affrontati lungo il percorso della propria evoluzione sportiva. “Agli Europei di Monaco ho perso una medaglia perché sono stato superato e tappato da un avversario. Ho dovuto rallentare il passo, arrivando quarto per 14 centesimi. Nei Giochi del Mediterraneo ‘22, invece, ho affrontato una gara nervosissima, dove sono stato continuamente spinto, e ho mancato il podio. Riguardo le mie gare, analizzandole, proprio per evitare di ritrovarmi in situazioni analoghe. Studiando ho compreso che non avevo risposto alla fisicità altrui, e mi sono reso conto che la mia indole pacifica, in determinate gare, poteva essere controproducente. Le gare si vincono e si perdono anche solo per un centesimo, o per una gomitata. Ecco perché è essenziale la presenza mentale: io la sviluppo attraverso lo studio, la meditazione e il costante contatto con la psicologia sportiva”.

La logica di questo talento italiano, approdato all’atletica perché innamorato della texture del tartan, è tanto razionale, quanto passionale. Segue un pattern contemporaneamente accademico e lirico, sublimato in sacrifici e responsabilità. “Per me superare un record come quello di Di Napoli, sui 3000 metri, non è un traguardo, ma una parte del lungo processo d’avvicinamento ai mostri sacri della storia dell’atletica. Nella mia testa non ho ancora superato nessuno. Anche perché, se dovessi scegliere tra una medaglia importante e un record, non avrei dubbi nello scegliere la prima opzione. Tendo ad ispirarmi ai successi internazionali dei miei predecessori, non ai loro primati. Ho avuto la fortuna e l’onore di conquistare un oro a squadre agli Europei di Cross di Torino. Cantare l’inno nella mia città e sotto Superga, da tifoso del Toro, è stata un’esperienza unica. Ora mi sto concentrando su medaglie più “importanti”, se così vogliamo definirle, come quelle dei prossimi Europei di Roma. Riesco quasi a percepire le sensazioni che mi circonderanno all’Olimpico, in quel Colosseo moderno... Ho già la pelle d’oca, so che è un qualcosa per cui vale davvero la pena sacrificarsi e lottare”.

Già più volte impegnato nel ruolo di commentatore di Sky, o di “giullare”, come ama sottolineare con sincera autoironia, Arese oggi rappresenta ben più di numeri e risultati. È la definizione di atleta-impegnato, di prospetto-già attestato e di studente-professore del running. Una condizione privilegiata, guadagnata grazie alla rara sostanza interiore che, allenamento dopo allenamento, esperienza dopo esperienza, coltiva al pari delle sue performance. “Amo correre. Essere un atleta professionista è un privilegio senza paragoni. È il lavoro più bello del mondo. Vivere in prima persona questo percorso sportivo è meraviglioso.

Inoltre, il running è prezioso perché mi permette di viaggiare dentro me stesso. Spesso mi alleno da solo e non ascolto la musica, corro tra i miei pensieri, ascolto il mio respiro. La corsa fa bene al mio corpo, ovviamente, ma fa soprattutto bene alla mia mente: sulla pista sto conoscendo me stesso, non solo come atleta. E voglio continuare a farlo”. 


IL MITO ETERNO DELLA GIACCA VERDE

Scottie Scheffler ha vinto per la seconda volta l’Augusta Masters, indossando uno dei più preziosi e simbolici riconoscimenti sportivi

Tra il dolce abbraccio delle azalee in fiore, i pini maestosi e le fragili magnolie, i primi sussurri di aprile sono tornati a svelare un capitolo magico per gli appassionati di golf di tutto il mondo. Durante quattro giorni elegantemente stressanti e 72 buche di rarissimo valore, il terreno sacro dell'Augusta Masters Tournament ha celebrato, ancora una volta, la crème de la crème del golf internazionale, permettendole di danzare con il proprio epico destino.

Scottie Scheffler, 2024
Jon Rahm, 2023
Tiger Woods, 2019

Qui, nella Georgia, tra fairway santificati e green incontaminati, continuano a nascere leggende e a crollare i giganti. Qui, nel major più sublime, ogni massima impresa e minimo errore vengono cristallizzati per sempre negli annali sportivi. D’altronde il tempo ha insegnato che, all'interno dei confini consacrati dell’Augusta National Golf Club, i concorrenti si contendono non solo la vittoria, ma anche l'universalmente ambito abbraccio della ‘Giacca Verde’: simbolo trasversale d’immortalità golfistica, e non solo.

C’è chi associa questo luogo al Paradiso, chi ha dovuto bere rum per affrontare le sue pressioni, chi tra i suoi alberi secolari ha intravisto spiriti e fantasmi... Perché la ‘Giacca Verde’ e il logo Augusta delicatamente inciso sui suoi bottoni di ottone sono una testimonianza di tradizione, eccellenza e patrimonio che chiunque ha sognato, anche solo per un secondo, di poter toccare e indossare. Il valore di questo capo, realizzato in pura lana tropicale, trascende il mero valore monetario ed estetico, incarnando l'essenza del prestigio, e del mito.

Sergio Garcia, 2017
Dustin Johnson, 2020

Quest’anno un imperiale Scottie Scheffler è riuscito, per la seconda volta in carriera, a conquistare il major fondato nel 1934 e tutti i suoi intangibili significati. Scheffler non ha solamente messo in tasca un montepremi da capogiro (oltre 3 milioni di dollari), ma ha nuovamente ereditato lo splendore di un oggetto senza eguali e il peso della sua storia, sospesa nel tempo. “Non vieni all’Agusta per trovare il tuo Gioco. Vieni qui perché ne hai uno”, diceva il pioniere Gene Sarazen, e Scheffler ha dimostrato la grandezza del proprio Gioco, dominando le complessità cerebrali ed emotive di quello che, per molti, se non per tutti, è il torneo più arduo del mondo.

Poi, l’americano numero 1 del PGA Tour ha indossato la sua seconda ‘Giacca Verde’, commovendosi e confermando il suo status di socio onorario del club. Un passaggio elitario di consegne avvenuto, come da tradizione, per mezzo del vincitore della passata edizione, Jon Rahm, durante una delle più celebri e affascinanti cerimonie di premiazione. Questa galleria fotografica è un omaggio alla ‘Giacca Verde’ e al suo inestimabile prestigio.

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IMAGO / ABACAPRESS / ZUMA Wire / Xinhua

Filippo Libenzi


La maestosa parata della Milano Marathon

Grazie ad ASICS abbiamo ritratto lo scintillante evento milanese e i runner che l’hanno popolato

Piazza del Duomo scintilla insieme alla sua dorata maestosità. Nella moderna eleganza di questa metropoli, impreziosita da un clima oltremodo primaverile, ondate di runner alternano la propria partenza, ipnotizzando schiere di spettatori con un moto ciclico, all’apparenza senza inizio e fine. Appassionati, curiosi e semplici passanti assistono ad un fiume in piena di gambe e braccia, una colorata celebrazione della più democratica disciplina sportiva, rappresentata in tutta la sua eterogeneità dalla Milano Marathon dei record. Non bastano i dati statistici, come gli 8545 iscritti singoli e gli oltre 4000 quartetti delle staffette, a definire la portata di un evento senza precedenti, in grado di certificare l’evoluzione del rapporto tra il running e il capoluogo lombardo: una connessione ascendente, sublimata anche dalla nutrita presenza di runner internazionali, professionisti e non, così come dalla funzionale estetica garantita da ASICS.

La nostra galleria d’immagini, prodotta in partnership proprio con il brand del ‘Anima Sana In Corpore Sano’, nonché sponsor tecnico della manifestazione, ritrae le vittorie tangibili del keniano Titus Kipkosgei, e dell’etiope Tigist Memuye, capaci di fermare rispettivamente il cronometro sulle 2h07’12” e 2h26’32”, ma anche, se non soprattutto, l’intangibile meraviglia di una parata atletica e comunitaria, punteggiata di larghi vialoni e vedute sforzesche, caleidoscopi umani e istantanee uniche, come un traguardo posto a pochi passi da Galleria Vittorio Emanuele. È un viaggio nell’essenza della Milano contemporanea, nel suo presente e futuro podistico, che descriviamo attraverso le nostre lenti.


LA STORIA INFINITA DI KAPPA

Dal Calzificio Torinese a Kappa, l’archivio storico di BasicNet schiude le sue porte, i suoi segreti e i suoi miti

Varcare la soglia del Basic Village di Torino equivale a inoltrarsi in un varco spazio-temporale. In questa vasta struttura che, prima di divenire epicentro pulsante della rete internazionale BasicNet, fu feudo del leggendario Maglificio Calzificio Torinese, cultura fashion, icone pop e immaginario atletico paiono intersecarsi senza sosta. Negli ampi spazi geometrici di quest’isolato urbano dedicato all’artigianalità, diapositive, cimeli, tessuti e aneddoti narrano di una galassia di brand tanto mitici, quanto trasversali: una fabbrica di sogni, ancora in piena attività, in grado di determinare il moderno flow sportivo, così come la sua estetica.

L’archivio di questo romanzo in progress, iniziato nell’Italia bellica del 1916 e ormai tradotto in innumerevoli lingue, è un caveau che si spalanca davanti ai nostri occhi, trovando nel suo brand-manifesto, Kappa, il più credibile spirito guida. Visioni e suggestioni, qui, fluttuano tra kit unici e celebri poster, tecnologia Apple e manifestazioni olimpiche. Mettono in rima medaglie e successi, ma anche nomi e cognomi indissolubilmente legati ad ogni teca preziosa, così come ad ogni scrivania operante. A partire da Maurizio Vitale e Marco Boglione.

La BasicGallery all’interno del BasicVillage

TRA GUERRE E INTUIZIONI, UN CALZIFICIO PER L’ITALIA

Il Basic Village è un microcosmo. E il big bang di questo microcosmo sposta le lancette indietro di un secolo, quando Abramo Vitale decide di seguire il ritmo dell’industrializzazione, avviando la propria attività di commercio di filati all’interno di una cascina, sotto il nome di Calzificio Torinese. Come inscritto nel nome stesso dell’azienda, le calze diventano il focus principale di Abramo Vitale, diffondendosi rapidamente su tutto il territorio nazionale. Il primo, enorme step nella parabola evolutiva aziendale avviene in occasione di un evento drammatico, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Lo stabilimento, passato nel frattempo sotto le direttive di Davide Vitale, nipote di Abramo, viene elevato a fornitore strategico dell’Esercito italiano, e comincia a produrre maglie marchiate, per la prima volta, dal simbolo dell’Aquila. Il contraltare di questa vertiginosa ascesa, però, è un chirurgico bombardamento americano che, nel 1943, rade al suolo l’intera struttura. Della cascina rimangono solo rovine, dei macchinari solo scheletri. Nonostante il complesso scenario sociopolitico e commerciale, la rilevanza nazionale del Calzificio porta comunque alla risurrezione dell’attività nel 1951, in piena ricostruzione postbellica.

Davide Vitale inaugura la nuova sede della propria azienda e, con essa, un nuovo corso impreziosito dalla fusione con la Manifattura Tessuti Maglierie, trasformando l’odierno Basic Village nel Maglificio Calzificio Torinese. L’ampliamento alla maglieria e la diversificazione produttiva confermano un percorso intrapreso, almeno in un primo momento, per pure esigenze belliche, e diffono il simbolo alato del Calzificio in un pubblico di massa.

Vedute del BasicVillage

K - UNA LETTERA PER LA STORIA

Lungo gli anni ’50 la sempre più corposa produzione di calze e maglie incontra uno snodo storico. È il 1956 quando alcuni clienti rispediscono a Torino uno stock dai tangibili errori di fabbricazione. La famiglia Vitale, preoccupata dal potenziale danno d’immagine, corre immediatamente ai ripari. Nasce così, un po’ figlia della necessità, un po’ figlia del genio, la lettera che cambierà per sempre la storia aziendale.

K-Kontroll. Le alte sfere dirigenziali intuiscono che la nuova credibilità aziendale deve passare dall’utilizzo di una sigla fittizia, di una parola in realtà inesistente, ma dal chiaro significato. K come sinonimo di controllo, del rigore qualitativo di ogni prodotto, di ogni dettaglio. K come il rispetto di standard che trascendono i confini nazionali, venendo addirittura associati al sistema tedesco, da sempre stereotipo di fiscalismo produttivo, teso alla perfezione. Il desiderio di salvaguardia dello status aziendale incrocia, quindi, il puro marketing. L’esito è semplicemente impressionante.

Nel 1958, anno in cui viene ufficialmente registrato il marchio Kappa, l’azienda è già divenuta leader nazionale nella produzione di calze e maglieria intima. Il Bel Paese vuole indossare la qualità e la meticolosità garantite da un monogramma. Tutti gli armadi delle case tricolori vengono così popolati da una lettera tanto distante dalla lingua dantesca, quanto rassicurante per la coscienza di ogni consumatore.

Le prime attestazioni del nome K-Kontroll e dell’iconico logo Kappa
La storia dei Kappa nei corridoi del BasicVillage

GLI OMINI K, UN LOGO LEGGENDARIO

Davanti all’apparente monopolio del mercato intimo nazionale, Maurizio Vitale, giovanissimo erede del Maglificio a fine anni ’60, decide di fondere il proprio istinto imprenditoriale alla profonda visione di un mondo in costante cambiamento, aprendo Kappa al lifestyle. L’epifania avviene davanti all’oggetto-simbolo della modernità, la TV, osservando un’intervista ad un’icona transgenerazionale, John Lennon. Vitale viene colpito da un capo, una giacca militare di un caduto del Vietnam, indossata dal più celebre dei Beatles.

Dopo quella visione, le maglie Kappa si tingono di verde e si arricchiscono di stemmi e simboli, permettendo al brand di affacciarsi ufficialmente sull’universo dell’abbigliamento informale. Manca però un ultimo step prima del definitivo cambiamento di rotta: l’ideazione di un logo dall’impatto trasversale. Tra i negativi di uno shooting fotografico dei costumi da bagno Beatrix, Vitale scorge in controluce le sagome di un ragazzo e di una ragazza. Sono nudi e seduti schiena contro schiena, con le gambe leggermente piegate e le braccia a sostenere i rispettivi volti. I loro profili speculari ammaliano ed ispirano il poco più che ventenne imprenditore, convincendolo.

All’alba degli anni ’70 Kappa associa la propria estetica al logo degli omini e aggiunge una specifica al proprio nome: Robe di. ‘Robe’, nel parlato torinese, è un semplice sinonimo di ‘cose’, ‘oggetti’. Questa duplice, epocale transizione catapulta Kappa e i suoi prodotti nell’immaginario della quotidianità italiana: un processo aiutato, anche, dalla genesi di quelli che diventeranno degli essenziali asset aziendali, la genialità comunicativa e pubblicitaria, e il rapporto con i piani più alti e rarefatti dell’immaginario sportivo. 

Lo shooting Beatrix che ha ispirato il logo Kappa
Vecchie sponsorizzazioni e campagne Kappa

D’INNOVAZIONE ED ESTETICA, LO SPORT E KAPPA

Dalla Juventus alla Nazionale Olimpica statunitense, passando per un imprinting tecnologico ispirato dalla visione Apple e da una sensibilità estetica in grado di marcare indissolubilmente gusti, tendenze e performance dello sport moderno. L’archivio BasicNet non è solo un viaggio nella maturazione di una realtà oggi estremamente composita, è un suggestivo tuffo in un vortice di personaggi e momenti chiave sportivi. È il progresso stilistico applicato a quello funzionale: dinamica virtuosa iniziata nei lontani anni ’80, presa per mano e sviluppata da Marco Boglione, e oggi ancora in corso.

Per questo abbiamo deciso di dedicare due focus all’infinito passo a due tra Kappa e l’elemento sportivo. Troverete questi capitolo qui, nelle prossime settimane, quando potrete immergervi in un piano sequenza di aneddotica e meraviglia sportiva plasmata da una singola, potente lettera, e da un indimenticabile logo.

La connessione tra i brand BasicNet e alcune celebrities mondiali, come le scarpe Sebago di Michael Jackson e i pantaloni Kappa della Spice Girl Mel C
Alcuni esempi delle trasversali sponsorizzazioni sportive Kappa

Ricordati di me, l’eterna e decadente bellezza del Sant’Elia

Le foto di Enrico Follesa ci guidano nelle rovine archeologiche dello storico stadio del Cagliari

12 settembre 1970, il Cagliari ha il primo, e unico, Scudetto cucito sulle proprie maglie. La squadra-simbolo dell’isola sarda, guidata dall’onnipotenza di Gigi Riva, ha appena conquistato un leggendario titolo, scioccando l’intera nazione, e sta inaugurando una nuova casa: lo Stadio Sant’Elia. È l’inizio di un sogno dolceamaro.

Improbabili incendi, illogicità urbanistiche e mala gestione infrastrutturale spingono, stagione dopo stagione, il Sant’Elia verso il baratro del degrado. Nemmeno i lavori d’Italia ‘90 mutano un inesorabile processo di autodistruzione, amplificato da una costante miopia e noncuranza istituzionale. Il Sant’Elia soffre insieme ai tifosi del ‘Casteddu’, tramutandosi prima in un’agonizzante cattedrale calcistica, poi in confuse rovine. 

La lente di Enrico Follesa ci guida tra le visioni archeologiche del Sant’Elia contemporaneo, dove emozioni e gol riecheggiano in scenari mistici e vuoti evocativi, mostrandoci la disabitata bellezza di un polo aggregatore incapace di reggere alla fallacia umana. A mezzo secolo di distanza dalla sua genesi, il Sant’Elia sta attendendo silenziosamente una seconda vita.

'Ricordati di me' è l'epitaffio visuale di Enrico Follesa ad un luogo che sarà presto cambiato e dimenticato. È il saluto finale ad un raro memoriale sportivo, così come un monito, o meglio, l'inappagato desiderio di rivedere vivere ciò che è stato lasciato morire. Ma 'Ricordati di me' è anche molto di più, ovvero la preghiera recitata da ogni tifoso passato dall'estasi e dalle lacrime dei gradoni di questo stadio. Al termine della stagione 2023-24 il Cagliari è riuscito a salvarsi, e la Serie A continuerà a parlare sardo. I posti e le persone di questa città, e di questa regione, continueranno a respirare la Serie A. Forse, in un giorno tanto distante, quanto improbabile, anche il Sant'Elia tornerà a farlo. O, forse, resterà per sempre un evanescente, mortale ricordo.