La maestosa parata della Milano Marathon

Grazie ad ASICS abbiamo ritratto lo scintillante evento milanese e i runner che l’hanno popolato

Piazza del Duomo scintilla insieme alla sua dorata maestosità. Nella moderna eleganza di questa metropoli, impreziosita da un clima oltremodo primaverile, ondate di runner alternano la propria partenza, ipnotizzando schiere di spettatori con un moto ciclico, all’apparenza senza inizio e fine. Appassionati, curiosi e semplici passanti assistono ad un fiume in piena di gambe e braccia, una colorata celebrazione della più democratica disciplina sportiva, rappresentata in tutta la sua eterogeneità dalla Milano Marathon dei record. Non bastano i dati statistici, come gli 8545 iscritti singoli e gli oltre 4000 quartetti delle staffette, a definire la portata di un evento senza precedenti, in grado di certificare l’evoluzione del rapporto tra il running e il capoluogo lombardo: una connessione ascendente, sublimata anche dalla nutrita presenza di runner internazionali, professionisti e non, così come dalla funzionale estetica garantita da ASICS.

La nostra galleria d’immagini, prodotta in partnership proprio con il brand del ‘Anima Sana In Corpore Sano’, nonché sponsor tecnico della manifestazione, ritrae le vittorie tangibili del keniano Titus Kipkosgei, e dell’etiope Tigist Memuye, capaci di fermare rispettivamente il cronometro sulle 2h07’12” e 2h26’32”, ma anche, se non soprattutto, l’intangibile meraviglia di una parata atletica e comunitaria, punteggiata di larghi vialoni e vedute sforzesche, caleidoscopi umani e istantanee uniche, come un traguardo posto a pochi passi da Galleria Vittorio Emanuele. È un viaggio nell’essenza della Milano contemporanea, nel suo presente e futuro podistico, che descriviamo attraverso le nostre lenti.


LA STORIA INFINITA DI KAPPA

Dal Calzificio Torinese a Kappa, l’archivio storico di BasicNet schiude le sue porte, i suoi segreti e i suoi miti

Varcare la soglia del Basic Village di Torino equivale a inoltrarsi in un varco spazio-temporale. In questa vasta struttura che, prima di divenire epicentro pulsante della rete internazionale BasicNet, fu feudo del leggendario Maglificio Calzificio Torinese, cultura fashion, icone pop e immaginario atletico paiono intersecarsi senza sosta. Negli ampi spazi geometrici di quest’isolato urbano dedicato all’artigianalità e in grado di mettere in rima brand come Kappa, Briko, Superga, Sebago e K-Way, diapositive, cimeli, tessuti e invenzioni narrano di una galassia di marchi tanto mitici, quanto trasversali: una fabbrica di sogni, ancora in piena attività, in grado di determinare il moderno flow sportivo, così come la sua estetica.

L’archivio di questo romanzo in progress, iniziato nell’Italia bellica del 1916 e ormai tradotto in innumerevoli lingue, è un caveau che si spalanca davanti ai nostri occhi, trovando nel suo brand-manifesto, Kappa, il più credibile spirito guida. Le parole di Barbara Cantino, Kappa Operational Marketing Manager, e i saperi di Damiano Leva, Archivista della Gallery, fluttuano tra kit unici, celebri poster e mostri sacri olimpici. Mettono in rima medaglie e successi, ma anche nomi e cognomi indissolubilmente legati ad ogni teca, così come ad ogni scrivania operante: su tutti, Maurizio Vitale e Marco Boglione.

TRA GUERRE E INTUIZIONI, UN CALZIFICIO PER L’ITALIA

“Il Basic Village è un microcosmo”, spiega Barbara. E il big bang di questo microcosmo sposta le lancette indietro di un secolo, quando Abramo Vitale decide di seguire il ritmo dell’industrializzazione, avviando la propria attività di commercio di filati all’interno di una cascina, sotto il nome di Calzificio Torinese. Come inscritto nel nome stesso dell’azienda, le calze rappresentano il focus principale, e si diffondono rapidamente su tutto il territorio nazionale. Il primo, enorme step nella parabola evolutiva aziendale avviene in occasione di un evento drammatico, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Lo stabilimento, passato nel frattempo sotto le direttive di Davide Vitale, nipote di Abramo, viene elevato a fornitore strategico dell’Esercito italiano, e produce, per la prima volta, anche maglie marchiate da un simbolo animale, quello dell’Aquila. Il contraltare di questa vertiginosa ascesa, però, è un chirurgico bombardamento americano che, nel 1943, rade al suolo l’intera struttura. Della cascina rimangono solo rovine, dei macchinari solo scheletri. Nonostante il complesso scenario sociopolitico e commerciale, la rilevanza nazionale del Calzificio porta comunque alla risurrezione dell’attività nel 1951, in piena ricostruzione postbellica.

Davide Vitale inaugura la nuova sede della propria azienda e, con essa, un nuovo corso impreziosito dalla fusione con la Manifattura Tessuti Maglierie, trasformando l’odierno Basic Village nel Maglificio Calzificio Torinese. L’assodato ampliamento alla maglieria intima e la diversificazione produttiva confermano un percorso intrapreso, almeno in un primo momento, per pure esigenze belliche, e diffondono il simbolo alato del Calzificio in un pubblico di massa.

K – UNA LETTERA PER LA STORIA

Lungo gli anni ’50 la sempre più corposa produzione incontra uno snodo storico. È il 1956 quando alcuni clienti rispediscono a Torino uno stock di calze dai tangibili errori di fabbricazione. La famiglia Vitale, preoccupata dal potenziale danno d’immagine, corre immediatamente ai ripari. Nasce così, un po’ figlia della necessità, un po’ figlia del genio, la lettera che cambierà per sempre la storia aziendale.

K-Kontroll. Le alte sfere dirigenziali intuiscono che la nuova credibilità aziendale deve passare dall’utilizzo di una sigla fittizia, di una parola in realtà inesistente, ma dal chiaro significato. K come sinonimo di controllo, del rigore qualitativo di ogni prodotto, di ogni dettaglio. K come il rispetto di standard che trascendono i confini nazionali, venendo addirittura associati al sistema tedesco, da sempre stereotipo di fiscalismo produttivo, teso alla perfezione. Il desiderio di salvaguardia dello status aziendale incrocia, quindi, il puro marketing. L’esito è semplicemente impressionante.

Nel 1958, anno in cui viene ufficialmente registrato il marchio Kappa, l’azienda è già divenuta leader nazionale nella produzione di calze e maglieria intima. Il Bel Paese vuole indossare la qualità e la meticolosità garantite da un monogramma. Tutti gli armadi delle case tricolori vengono così alfabetizzati da una lettera tanto distante dalla lingua dantesca, quanto rassicurante per la coscienza di ogni consumatore.

GLI OMINI K, UN LOGO LEGGENDARIO

Davanti all’apparente monopolio del mercato intimo nazionale, Maurizio Vitale, giovanissimo erede del Maglificio a fine anni ’60, decide di fondere il proprio istinto imprenditoriale alla profonda visione di un mondo mai così affine al cambiamento, aprendo Kappa al lifestyle. L’epifania avviene davanti all’oggetto-simbolo della modernità, la TV, osservando un’intervista ad un’icona trasgenerazionale come John Lennon. Vitale viene colpito da un capo, una giacca militare di un caduto del Vietnam, indossata dal più celebre dei Beatles.

Dopo quella visione, le maglie Kappa si tingono di verde e si arricchiscono di stemmi e simboli, permettendo al brand di affacciarsi ufficialmente sull’universo dell’abbigliamento informale. Manca però un ultimo step prima del definitivo cambiamento di rotta: l’ideazione di un logo dall’impatto trasversale. Tra i negativi di uno shooting fotografico dei costumi da bagno Beatrix, Vitale scorge in controluce le sagome di un ragazzo e di una ragazza. Sono nudi e seduti schiena contro schiena, con le gambe leggermente piegate e le braccia a sostenere i rispettivi volti. I loro profili speculari ammaliano ed ispirano il poco più che ventenne imprenditore, convincendolo.

All’alba degli anni ’70 Kappa associa la propria estetica al ‘logo degli omini’ e aggiunge una specifica al proprio nome: Robe di. ‘Robe’, nel parlato torinese, è un semplice sinonimo di ‘cose’, ‘oggetti’. Questa duplice, epocale transizione catapulta Kappa e i suoi prodotti nell’immaginario della quotidianità italiana. Un processo sospinto, anche, dalla genesi di quelli che diventeranno degli essenziali asset aziendali: la genialità comunicativa e pubblicitaria, e il rapporto con i piani più alti e rarefatti dell’immaginario sportivo. 

D’INNOVAZIONE ED ESTETICA, LO SPORT E KAPPA

Dalla Juventus alla Nazionale Olimpica statunitense, passando per un imprinting tecnologico ispirato dalla visione Apple e da una sensibilità estetica in grado di marcare indissolubilmente gusti, tendenze e performance dello sport moderno. L’archivio BasicNet non è solo un viaggio nella maturazione di una realtà oggi estremamente composita, è un suggestivo tuffo in un vortice di personaggi e momenti chiave sportivi, passati e presenti. È il progresso stilistico applicato a quello funzionale: una dinamica virtuosa ancora in corso, iniziata alla fine dei lontani anni ’70 con l’eclettismo di Maurizio Vitale, e poi ripresa e sviluppata da Marco Boglione e dal suo inesauribile intuito. È un’eredità che si sta ancora formando, giorno dopo giorno. 

Per questo abbiamo deciso di dedicare due focus all’infinito dialogo tra Kappa e l’elemento sportivo. Troverete questi capitolo qui, nelle prossime settimane, quando potrete immergervi in un piano sequenza di aneddotica e meraviglia sportiva plasmata da una singola, potente lettera. E da un indimenticabile logo.


Marcello Zani e Sequoia, l’arte scientifica del surf e dello shaping

Il fondatore di Sequoia Surfboards, ed ex pilota professionista, spiega la connessione tra motori e tavole

La creatività sportiva non ha limiti, e raggiunge i suoi punti apicali nella commistione di universi differenti, anche distanti anni luce tra loro. Come il surf e il motorsport. Da una parte la funzionalità scientifica e l’individualismo esasperato, dall’altra la sublimazione stilistica e la condivisione collettiva. Marcello Zani e la sua azienda Sequoia Surfboards sono la definizione di quest’impossibile, eppure virtuoso e affascinante intreccio.

Nella sua Riviera Romagnola Marcello ha sposato da subito i motori, diventando pilota professionista e arrivando a correre nelle più riconosciute competizioni internazionali. Poi ha scoperto il surf e ha deciso di modificare il paradigma della propria vita, abbandonando il volante per lanciarsi tra le onde e la loro cosmopolita community. Le correnti l’hanno poi introdotto all’antica arte dello shaping, della creazione delle tavole, consentendogli di trovare il perfetto punto d’arrivo della sua duplice vita sportiva.

 Qui alle ore in bicicletta si alterna un programma di aiuto scolastico, votato alla preparazione professionale di giovani sudafricani: un’impresa utopica in una zona che “vanta” un tasso di disoccupazione del 60%

Lontani dal crimine, lontani dalle droghe. Pedalata dopo pedalata per un futuro migliore. Il reportage fotografico è di Chad Cheverier & Tashena Burroughs

Dal motorsport al surf, quali sono i motivi alla base di quest’insolita transizione?

“Da piccolo andavo in skate e avevo provato a surfare nel mare piatto della Riviera Romagnola, ma mi ero spaventato subendo la forza delle correnti. Non riuscivo a rientrare a riva, non respiravo... Ho pensato che mai avrei surfato di nuovo. Negli anni sono diventato un pilota professionista, arrivando anche a correre il Mondiale di Gran Turismo. Il mondo dei motori era la mia casa. Il richiamo del mare, però, mi ha portato di nuovo a provare il surf e da quel momento ho deciso di lasciare tutto per girare il mondo con le mie tavole. È stata una necessità. Nella cultura surf ho trovato qualcosa che mancava nei motori: un forte senso di collettività e condivisione, e la possibilità di esprimere appieno il mio stile, la mia creatività. Il surf non è uno sport canonico, ha un’anima anarchica e punk che nei motori non avevo mai trovato. Riesce ad evidenziare ed elevare stili differenti. Nel motorsport, invece, sembrava stranissimo quello che faceva Valentino Rossi... Il surf mi ha permesso d’esprimermi e mi fatto apprezzare tante altre cose, come le amicizie in giro per il mondo e il legame con spot speciali”

L’arte dello shaping com’è entrata a far parte della tua vita?

“La mia vena creativa è sempre stata attiva, ma da piccolo non ho mai avuto grande occasioni per svilupparla. Anche se mio nonno ha studiato design in Svizzera, non si può dire che venga da una famiglia artistica. Il mio lato creativo si è sprigionato per uno strano allineamento di pianeti: ero un compratore seriale di tavole da surf, continuavo ad acquistarne, così ho deciso di provare a farmele da solo. Come quasi tutti gli altri shaper italiani sono un autodidatta, mi sono fatto le ossa all’estero, viaggiando e scoprendo questa forma d’arte. Mi sono dovuto guadagnare sul campo ogni nozione, tappa dopo tappa. Non è stato semplice, soprattutto a livello economico. Nonostante questo, ammetto di aver sofferto quando ho venduto le prime tavole. Ero geloso. Mi dispiaceva darle ad altre persone, per me erano come dei figli. Da quelle prime tavole, poi, tutto si è evoluto nel progetto e nel brand Sequoia Surfboards, che ho deciso di radicare in Italia. In generale lo shaping mi ha dato l’opportunità di trasformare le idee in funzionalità. Nel motorsport facevo il contrario, e non mi appagava allo stesso modo. Oggi mi emoziono quando vedo vincere un atleta sulle nostre tavole, perché è la prova tecnica della loro qualità e della nostra attenzione ai più piccoli dettagli”

Innovazione e tradizione. Scienza e arte. Come si uniscono questi estremi nel design e nelle performance di una tavola?

“Sono un grande appassionato del marchio Ferrari e credo che la tendenza al bello sia insita nella nostra cultura. In fondo in Italia siamo circondati dalla bellezza, e un’icona come il marchio Ferrari ha plasmato il concetto del fare le cose per bene, sotto tutti i punti di vista. La mia idea di shaping è quella di rispettare la tradizione, e di farla sposare con la perfezione garantita dall’innovazione. Questo è il motivo per cui la componente scientifica gioca un ruolo fondamentale nella vision Sequoia. Attraverso tecnologie avveniristiche, come il CFD, riusciamo a migliorare le prestazioni delle nostre tavole con cambiamenti quasi impercettibili, di millimetri. Lo shaper oggi deve bilanciare la parte irrazionale degli atleti e delle sensazioni provate tra le onde, con quella razionale dei dati e degli studi specifici. Lo stesso accade nei motorsport, con il pilota da una parte e l’ingegnere dall’altra. Continuando questo parallelismo, lo shaper di un tempo era paragonabile ad un meccanico, mentre lo shaper contemporaneo dev’essere più vicino alla figura dell’ingegnere. Credo molto in questa filosofia rivoluzionaria per lo shaping, e sono sicuro che sarà il futuro di questa professione”


Ricordati di me, l’eterna e decadente bellezza del Sant’Elia

Le foto di Enrico Follesa ci guidano nelle rovine archeologiche dello storico stadio del Cagliari

12 settembre 1970, il Cagliari ha il primo, e unico, Scudetto cucito sulle proprie maglie. La squadra-simbolo dell’isola sarda, guidata dall’onnipotenza di Gigi Riva, ha appena conquistato un leggendario titolo, scioccando l’intera nazione, e sta inaugurando una nuova casa: lo Stadio Sant’Elia. È l’inizio di un sogno dolceamaro.

Improbabili incendi, illogicità urbanistiche e mala gestione infrastrutturale spingono, stagione dopo stagione, il Sant’Elia verso il baratro del degrado. Nemmeno i lavori d’Italia ‘90 mutano un inesorabile processo di autodistruzione, amplificato da una costante miopia e noncuranza istituzionale. Il Sant’Elia soffre insieme ai tifosi del ‘Casteddu’, tramutandosi prima in un’agonizzante cattedrale calcistica, poi in confuse rovine. 

La lente di Enrico Follesa ci guida tra le visioni archeologiche del Sant’Elia contemporaneo, dove emozioni e gol riecheggiano in scenari mistici e vuoti evocativi, mostrandoci la disabitata bellezza di un polo aggregatore incapace di reggere alla fallacia umana. A mezzo secolo di distanza dalla sua genesi, il Sant’Elia sta attendendo silenziosamente una seconda vita.

‘Ricordati di me’ non è una richiesta, ma un monito. È il desiderio di veder rivivere ciò che è stato incomprensibilmente lasciato morire. È la volontà di non replicare errori surreali. È la preghiera di ogni tifoso che ha popolato questi spalti con cori, lacrime e bandiere. È l’ostinata, artistica ricerca dell’ordine in un incomprensibile caos.