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Pierce Then the Heavens | The Welsh 3000s

Welsh 3000s, le quindici cime montuose che, nella mappa naturale gallese, superano i 3000 piedi: quindici tappe primordiali, racchiuse nel magico Parco Nazionale Eyre, Snowdonia, e divenute, nel tempo, una sequenza di traguardi parte di una traversata unica nel suo genere. Per alcuni, una sfida contro il tempo. Per altri, un viaggio fatto di fatica e sublime meraviglia, d’ispirazione. Per Liam Arthur Norris, un’esperienza ibrida, profondamente suggestiva, raccolta in un resoconto scritto di proprio pugno e in una serie di diapositive scattate dove vette e corpi fendono i cieli. E dove sono le montagne a decidere se lasciarti passare.

Penetra allora i cieli, o monte dei torrenti!

E fa delle nevi la tua corona!

La luce di sogni immortali

continuerà a posarsi su di te.

 

Felicia Hemans, ‘Eryri Wen’

“Lo scorso luglio sono partito con la mia Fuji X100F, assicurata con un moschettone alla running vest e infilata in una tasca elastica, dentro un sacchetto di plastica che la potesse proteggere da pioggia e sudore. Un anno prima ero arrivato su queste vette insieme a Peter e ad altri due compagni, inseguendo la sfida aperta del London Mountaineering Club: le quindici cime dei Welsh 3000s, tutte oltre i tremila piedi, disseminate lungo tre catene montuose. Il percorso prevede partire dal rifugio del club ai piedi dell’Elidir Fawr per poi farvi ritorno. I Carneddau, i Glyderau, il massiccio dello Snowdon. Quella volta, il maltempo aveva chiuso ogni orizzonte. Tra le nuvole avevamo perso il filo della navigazione e, dopo diciassette ore e mezza, eravamo tornati a casa grati anche soltanto di aver attraversato indenni la lama di Crib Goch. Così, abbiamo deciso di riprovarci. Questa volta, il cielo si è presentato terso, generoso, e l’intero percorso appariva nella luce: le arrampicate di Tryfan e Crib Goch si stagliavano contro un cielo che non sembrava voler fare altro male, se non lasciare la pelle arrossata. Abbiamo percorso 56 chilometri, superando 4.500 metri di dislivello. Non era la situazione più semplice per fotografare: mi riferisco al fermarsi con gambe che desiderano soltanto bloccarsi una volta per tutte, oppure rubare immagini durante la corsa... Eppure, la stanchezza è divenuta parte stessa dello sguardo: la bellezza insieme all’avversità, i nostri corpi esausti avvolti dalle montagne. Il club lo chiama Champagne Challenge. Scendi sotto le quindici ore e la bottiglia è tua. In tutti questi anni, soltanto quattordici persone ci sono riuscite. Io e Peter siamo scesi dall’ultima cresta e abbiamo raggiunto il rifugio in quattordici ore e ventisei minuti. Abbiamo bevuto quelle bollicine nella dorata quiete serale: doloranti, svuotati, completamente felici. Altri due nomi aggiunti ad una lista cortissima, e una manciata di fotografie a testimoniare che, quel giorno, le montagne hanno deciso di lasciarci passare.”


The Way Through | KEEN’s Trail Dialogue

Tra le terre giapponesi e l’essenza del movimento, KEEN presenta la collezione trail Fall/Winter ’26 con ‘The Way Through’: un dialogo tra corpo, paesaggio e interiorità

“Per me, correre è insieme esercizio fisico e metafora”, scrive la penna di Haruki Murakami, ormai ritenuta programmatica nella sua capacità d’interpretare la corsa e di usarla come filtro universale. Proprio nel Paese del Sol Levante, lo stesso che ha plasmato il raffinato pensiero di Murakami, KEEN ha ritratto l’essenza di un filone specifico della running culture, il trail, tracciando un percorso volto tanto all’abbandono nelle meraviglie naturali e morfologiche giapponesi, quanto all’analisi delle complessità dell’io attraverso l’atto del movimento e dell’esplorazione, e la sua condivisione.

Tra aspri pendii e sentieri di pellegrinaggio, la corsa, associata per definizione al processo di alleviamento mentale, ha preso invece la forma di un Taiwa - 対話, ‘dialogo’ in giapponese. Una meditazione personale e collettiva, una conversazione differente, per l’appunto, ospitata dall’isola di Shikoku, dove il gesto ripetuto di ogni falcata, di ogni appoggio, ha permesso d’intessere una relazione con i propri limiti, attribuendo a ogni dislivello un significato personale e ad ogni, incantevole, scenario un motivo di riflessione. 

Il respiro scandisce ogni domanda, il terreno ne asseconda il ritmo, setacciandone la profondità, la fatica fa il resto, rendendo ogni essere umano più disponibile al proprio ascolto, alla comprensione di chi lo circonda. Il cortometraggio ‘The Way Through’, ispirato dalla nuova collezione KEEN F/W26 (che potete esplorare a questo link), espande questi concetti, trasformandoli in esperienze tangibili ed immagini vive. Lo fa intrecciando i passi e le suggestioni di Dean Aizawa, Krissy Moehl e Mileshka Cortes Bernard.

L’universo naturale, quindi, incanta ed espone, suggerisce ed interroga, specie in un angolo del mondo così carico di sfumature culturali. E nello sforzo sospinto dalla curiosità, ecco affiorare un senso pieno della propria umanità: vulnerabile, capace di apprendere, di voler indagare ancora e ancora, di lasciare andare. Questa la ‘way through’, o meglio, il racconto scandito dalle orme dei protagonisti di questa produzione e dai modelli che li hanno accompagnati: le scarpe trail Seek, Roam e Wander.

Un racconto che vi proponiamo sotto forma di galleria fotografica e condividendo lo short film ‘The Way Through’.

The Way Through | KEEN
KEEN ‘The Way Through' Fall/Winter ’26 trail collection
KEEN ‘The Way Through' Fall/Winter ’26 trail collection
KEEN ‘The Way Through' Fall/Winter ’26 trail collection
KEEN ‘The Way Through' Fall/Winter ’26 trail collection
KEEN ‘The Way Through' Fall/Winter ’26 trail collection
KEEN ‘The Way Through' Fall/Winter ’26 trail collection
KEEN ‘The Way Through' Fall/Winter ’26 trail collection

Of Representation and motion I The Art of Kellen Hatanaka

Una mostra d’arte, al pari di un grande evento sportivo, possiede la capacità immediata di catturare lo sguardo e duratura di lasciarci un pensiero. La tensione racchiusa in un gesto atletico, così come quella custodita all’interno di un’opera, interrompe per un istante il flusso dell’ordinario e ci costringe a soffermarci. A interrogarci su ciò che abbiamo appena visto. Quando si incontrano, come accade nella pratica dell’artista nippo-canadese Kellen Hatanaka, arte e sport diventano strumenti attraverso cui ricordare e raccontare

Laddove altre forme di rappresentazione sono inevitabilmente vincolate, almeno in parte, alla restituzione di ciò che è realmente accaduto, il colore e il pennello consentono di alterare quella stessa realtà per avvicinarsi a una verità differente. Un arto può allungarsi oltre la propria anatomia, un corpo deformarsi, una postura essere privata di ogni elemento superfluo. La pittura può tralasciare la precisione fisiologica per fare spazio alla percezione. Può introdurre simboli, oggetti e riferimenti che non appartengono realmente alla scena rappresentata, facendo convivere nello stesso spazio sport, identità, storia e memoria. L’arte può raccontare simultaneamente ciò che un’atleta è e ciò che culturalmente rappresenta, rendendo l’immaginario sportivo uno spazio narrativo stratificato. Una metafora, un codice universale in grado di condurre lo spettatore a interrogarsi su questioni identitarie e sociologiche. Temi e codici visivi che attraversano con continuità l’opera di Hatanaka. 

Prima ancora della formazione accademica, Kellen riconosce nello skateboarding la prima autentica educazione a un linguaggio visivo contemporaneo. Un ecosistema culturale composto da grafiche, musica, abbigliamento, fotografia, e attitudine; un universo nel quale ogni brand costruiva una propria identità e nel quale il gesto atletico conviveva naturalmente con la produzione di un immaginario. A quella formazione spontanea si sovrappongono successivamente gli studi nell’illustrazione e gli anni trascorsi all’interno del mondo del design, matrici ancora perfettamente leggibili nella sua pittura figurativo-contemporanea. Le campiture cromatiche, la semplificazione delle forme, la capacità di scomporre un'immagine fino a conservarne soltanto gli elementi indispensabili sopravvivono nel passaggio dalla grafica alla tela. Hatanaka riduce, deforma, ricompone. Elimina informazioni per amplificare significati. 

Inizia a porgere attenzione verso storie di atleti giapponesi ed est-asiatici, figure nelle quali riconosce qualcosa della propria esperienza e di quella della sua famiglia. Figure che diventano un punto di riconoscimento personale e di un'intera comunità, da sempre sotto rappresentata.  La rappresentazione, infatti, diventa il principio sostanziale della sua ricerca. Lo sport è uno strumento, un gesto familiare attraverso cui entrare in territori meno immediatamente visibili. Talvolta occupa l’intera tela, altre volte sopravvive soltanto nel dettaglio di una divisa, nel colore di una squadra, in un logo. Rimanendo, in entrambi i casi, capace di eccedere infinitamente il mero  risultato sportivo.

In una tua precedente intervista hai raccontato che lo skateboarding è stato una delle tue prime porte di accesso all’arte, soprattutto attraverso la cultura visiva dello skate. Puoi ripercorrere brevemente il percorso che ti ha portato a innamorarti dell’arte?

“Il mio percorso verso la pratica artistica è stato piuttosto poco convenzionale. Ho studiato illustrazione all’OCAD di Toronto, ma direi che il primo vero linguaggio visivo, e la prima cultura artistica di cui sono diventato pienamente consapevole, sono arrivati attraverso lo skateboarding. Credo che questo sia piuttosto comune a molte persone cresciute facendo skate, perché lo skateboarding non riguarda soltanto il gesto in sé, ma anche la musica, i video, le grafiche e la personalità distintiva di ogni brand. Ogni azienda sembrava possedere un proprio universo, un immaginario, un’attitudine, un senso dell’umorismo e un’identità visiva specifica. Dietro quella cultura esisteva una sensibilità artistica estremamente consapevole ed era evidente che vi fosse una grande attenzione rispetto alle grafiche che venivano prodotte. Credo sia stato il mio primo vero incontro con un universo visivo che percepivo come contemporaneo e vivo. Grazie allo skateboarding ho poi scoperto pubblicazioni come ‘Juxtapoz’ e, da lì, ho cominciato a scoprire molti degli artisti attivi e influenti in quel periodo, in particolare figure legate a San Francisco e a quella più ampia cultura visiva. Quegli artisti sono diventati per me riferimenti molto importanti.

In quella fase, tuttavia, non mi immaginavo all’interno del mondo delle belle arti nel senso più tradizionale. Ciò che più si avvicinava  a quell’universo era piuttosto uno spazio intermedio, nel quale un illustratore poteva esporre in galleria continuando, allo stesso tempo, a mantenere una pratica commerciale. Poi, attraverso una serie di circostanze, quando io e mia moglie abbiamo lasciato Toronto, ho pensato che tanto valeva approfittare di quel cambiamento e affittare uno studio, anche se, in realtà, non avevo alcun piano preciso rispetto a ciò che avrei fatto al suo interno. Nello stesso periodo ho iniziato a osservare con molta più attenzione artisti contemporanei e pittori il cui lavoro mi ha fatto capire che avrei potuto appartenere anch’io a quel mondo. Artisti che stavano realizzando opere che trovavo davvero coinvolgenti e con i quali sentivo di poter stabilire una sorta di affinità, visiva o concettuale. Una volta avvenuto questo passaggio, ho iniziato a sperimentare con la pittura. Non c’è stato un unico momento decisivo. È accaduto tutto in maniera molto naturale.”

 

Prima ancora che lo sport diventasse un soggetto all’interno dei tuoi dipinti, occupava già un posto significativo nella tua vita? Praticavi sport, o eri un appassionato osservatore? E, in tal caso, che cosa ti offriva visivamente lo sport che sarebbe poi confluito nella tua arte?

“Da giovane ho praticato diversi sport. Mio padre era coinvolto in diverse discipline tradizionalmente molto diffuse negli Stati Uniti, quindi credo abbia cercato in modo piuttosto naturale di avvicinarmi a cose differenti. Ho giocato un po’ a hockey su ghiaccio. Per un periodo mi iscrissero a calcio, ho giocato anche un po’ a baseball, ma nessuno di questi sport mi risultava particolarmente naturale a quell’età. Lo skateboarding è stata la prima cosa che ho scoperto e che ho davvero amato fare e, successivamente, mi ha portato anche allo snowboard. Le due discipline condividevano un linguaggio visivo e una sensibilità culturale simili. Esistevano al di fuori dell’establishment sportivo convenzionale, tanto culturalmente quanto atleticamente. Poi ricordo di aver provato il football americano e, sorprendentemente, mi piacque moltissimo. Scoprii di sentirmi a mio agio con la dimensione fisica di quel gioco. Riuscivo ad andare oltre la paura di essere colpito o di farmi male. Ripensandoci oggi, credo che lo skateboarding mi avesse probabilmente preparato.

Crescendo, però, ho iniziato a interessarmi sempre di più non soltanto allo sport in sé, ma alle storie che esistono intorno ad esso. E questo interesse si è sviluppato parallelamente alla pittura. Sono sempre stato attratto dal modo in cui potessi comunicare un’azione o una narrazione nella maniera più chiara possibile o quante informazioni potessi eliminare continuando a preservare l’essenza del movimento,  fino a che punto potessi esasperare un corpo prima che il gesto iniziasse a perdere il proprio significato. Lo sport è diventato un territorio estremamente naturale nel quale esplorare queste domande, perché il corpo si muove costantemente attraverso gesti estremamente leggibili ed espressivi. Anche la dimensione narrativa è diventata progressivamente più importante. Più entravo in profondità nella pittura, più iniziavo a chiedermi perché stessi dipingendo determinati soggetti. Per me, gradualmente, la risposta è diventata la rappresentazione. Ho iniziato a interessarmi alle storie di atleti che, storicamente, erano stati sottorappresentati. Essendo io stesso per metà giapponese, sono stato particolarmente attratto dagli atleti giapponesi e, più in generale, dell’Asia orientale, le cui storie risuonavano con la mia esperienza personale. Crescendo, uno dei motivi per cui forse non mi sentivo naturalmente connesso ad alcuni sport era il fatto di vedere raramente persone che assomigliassero a me, o a mio padre, praticarli ai massimi livelli. Quando quella rappresentazione manca, finisci inevitabilmente per cercare le eccezioni. Una figura come Michael Chang nel tennis, per esempio, assume improvvisamente un’importanza enorme. Ti avvicini a quelle persone perché ti offrono un punto di incontro. Quel desiderio di cercare e raccontare storie di questo tipo è diventato, nel tempo, una parte fondamentale del mio lavoro.”

In passato hai descritto il tuo interesse per lo sport come un interesse, prima di tutto, per la sua dimensione umana. Lo sport professionistico, al contrario, tende spesso a trasformare gli atleti in figure quasi sovrumane. La pittura è, per te, un modo per smontare questa mitologia e riportare il corpo sportivo a una scala più umana?

“È qualcosa a cui sto pensando molto ultimamente. Non sono sicuro che, all’inizio, fosse un’intenzione pienamente consapevole, ma credo che sia molto vicino a ciò che sto cercando di raggiungere attraverso i dipinti e certamente ha a che fare con il genere di storie verso cui mi sento maggiormente attratto. Esistono momenti nello sport che, improvvisamente, ti ricordano l’umanità che esiste dietro performance straordinarie. Il famoso Flu Game di Michael Jordan è un buon esempio. Parliamo di atleti che appartengono all’ elite sportiva mondiale e, tuttavia, momenti come quello ti ricordano che rimangono comunque esseri umani. In un certo senso, proprio questa umanità rende i loro risultati ancora più straordinari. Credo sia facile dimenticarlo quando lo sport viene raccontato attraverso forme di rappresentazione più tradizionali, nelle quali ogni cosa viene ridotta a statistiche, risultati e highlight.

In relazione a questo tema, quando cerco riferimenti fotografici, raramente sono interessato a riprodurre un momento sportivo molto specifico e immediatamente riconoscibile. Tendo piuttosto a essere attratto da fotografie nelle quali il corpo appare strano. Pensiamo a un lanciatore di baseball. Puoi osservare qualcuno lanciare una fastball a cento miglia orarie in tempo reale e percepire quel movimento come incredibilmente fluido e armonioso. Ma se blocchi la stessa azione in una precisa frazione di secondo, il corpo può improvvisamente apparire quasi impossibile. Un braccio sembra piegarsi troppo, il busto si torce in maniera innaturale, l’intera posa diventa scomposta. La stessa cosa accade nel basket. Blocchi un fotogramma e, improvvisamente, diversi corpi si intrecciano in una configurazione stranissima, che ha pochissimo a che vedere con l’immaginario eroico che normalmente associamo agli atleti professionisti. Trovo questi momenti incredibilmente interessanti. In qualche modo riportano l’atleta a una scala umana. Ci ricordano che ciò che queste persone stanno facendo consiste, in realtà, nel sottoporre il corpo a un processo fisico estremamente esigente.”

 

Quali emozioni può evocare l’arte legata allo sport che altre forme creative, forse, non riescono a restituire nello stesso modo? E che cosa stai cercando, in definitiva, di esporre o rendere visibile attraverso il tuo lavoro?

“Esiterei a dire che un medium possieda necessariamente un vantaggio rispetto a un altro. Alla fine, ciò che cerco spesso di raggiungere è una sensazione, un’emozione, e un grande fotografo può certamente ottenere la stessa cosa attraverso una fotografia. Ma quando penso al motivo per cui inizio un dipinto, torno inevitabilmente a una domanda estremamente semplice: se puoi semplicemente scattare una fotografia, allora perché realizzare un dipinto? Quella domanda genera una certa dose di libertà.

Prima di tutto, tendo a stilizzare i miei soggetti in maniera considerevole. Non mi interessa lavorare in maniera fotorealistica. Questo significa che posso manipolare il corpo fino a quando il movimento non mi sembra corretto, invece di preoccuparmi che sia anatomicamente esatto. Se si analizzassero alcuni dei miei dipinti nel dettaglio, ci si potrebbe rendere conto che, per esempio, un determinato braccio è troppo lungo, ma non è qualcosa che mi preoccupa necessariamente. Cerco spesso di trovare una versione del corpo capace di esprimere l’azione nel modo più chiaro possibile, piuttosto che produrre una registrazione letterale di come quella stessa azione appaia nella realtà. 

La pittura mi permette inoltre di introdurre simboli, oggetti e altre forme di immaginario che possono ampliare la narrazione oltre l’ambiente sportivo immediato. Se stessi dipingendo un tennista, per esempio, l’evento reale potrebbe semplicemente svolgersi su un campo. Ma se esistesse un altro elemento della storia o dell’identità di quell’atleta che volessi affrontare, potrei introdurre all’interno della composizione un simbolo che, nella realtà, non si troverebbe mai fisicamente in quello spazio. Questa libertà è estremamente importante per me. Permette all’immagine di funzionare non semplicemente come rappresentazione di un momento sportivo, ma come spazio all’interno del quale differenti livelli narrativi possono coesistere.”

Cultura ed eredità sono profondamente presenti in tutto il tuo lavoro, in particolare attraverso la tua identità nippo-canadese. Quando parli di esplorare questi temi, che cosa stai cercando esattamente di portare alla luce?

“Credo che la risposta cambi a seconda dello specifico corpus di lavori. Ho realizzato una quantità considerevole di opere intorno agli Asahi, la storica squadra di baseball nippo-canadese. Quel progetto è diventato piuttosto ampio e, ancora oggi, rappresenta un territorio di ricerca che continuo a esplorare. Ho utilizzato la storia della squadra come strumento per parlare dell’internamento dei cittadini nippo-canadesi durante la Seconda guerra mondiale. I giocatori appartenevano alla comunità nippo-canadese e furono essi stessi sottoposti all’internamento. Dopo la guerra, la squadra non venne mai ricostituita. Per me, quindi, l’ascesa e la successiva scomparsa degli Asahi sono diventate rappresentative, in un senso molto più ampio, di ciò che è accaduto alla comunità stessa, soprattutto sulla West Coast Canadese. Naturalmente, con il tempo, le persone hanno ricostruito le proprie vite, ma furono sostanzialmente costrette a ricominciare da capo e la squadra, in quanto tale, venne in gran parte consegnata all’oblio storico. Quel corpus di lavori è diventato quindi un modo estremamente specifico per parlare di politica, ingiustizia storica e sradicamento. È anche parte della storia della mia stessa famiglia. I miei nonni furono mandati in un campo di internamento durante quel periodo. La pittura è diventata così non soltanto un modo per entrare in relazione con quella storia, ma anche per comprenderla più pienamente.

Esiste poi un’altra dimensione, più ampia, del mio lavoro, che riguarda in maniera più diretta la mia esperienza contemporanea come parte di una diaspora. Sono un giapponese al di fuori del Giappone, ma sono anche di origine mista, sole per metà giapponese, e quindi occupo un ulteriore spazio intermedio. Vivo tra eredità culturali differenti, tra le storie e le esperienze provenienti da entrambi i lati della mia famiglia. Questa condizione di mezzo è probabilmente uno dei fili conduttori più forti di tutto il mio lavoro. Mi interessa mettere questi mondi in giustapposizione e descrivere che cosa significhi vivere nel loro spazio intermedio. Si tratta di provare ad articolare, dall’interno, la sensazione generata da questa condizione. E anche se il lavoro nasce dalla mia esperienza personale, spero che possa entrare in relazione anche con persone provenienti da contesti completamente differenti, ma che comprendano comunque quella sensazione di esistere tra culture, identità o luoghi diversi.”

 

Molti degli atleti e delle figure presenti nel tuo lavoro sono privi di volto, eppure la rappresentazione costituisce uno dei nuclei centrali della tua pratica. Trovo questa tensione particolarmente interessante: in che modo rimuovere un volto può diventare uno strumento per rendere un corpo, una comunità o un’identità più visibili, anziché meno riconoscibili?

“È una domanda davvero interessante. Nella maggior parte dei casi cerco di rappresentare un’idea o costruire una narrazione, piuttosto che ritrarre un individuo specifico. Naturalmente esistono delle eccezioni. A volte mi concentro su una persona riconoscibile, ma anche in quei casi la somiglianza esatta raramente costituisce l’elemento più importante. Ho realizzato, per esempio, opere dedicate a Jeremy Lin e, in uno di quei dipinti, le figure possiedono effettivamente dei volti. Ma non gli assomigliano in senso letterale. Il contesto emerge dal resto del dipinto. Ciò che conta è la relazione con la sua storia, con la sua esperienza, con ciò che quell’esperienza significa per me e con il modo in cui interpreto il suo percorso nella NBA. Mi interessano le questioni che circondano quella storia: se gli sia stata concessa una possibilità realmente equa, il modo in cui è stato percepito e ciò che la sua presenza rappresentava all’interno di quell’ambiente. 

Il valore del dipinto non dipende dal fatto che lo spettatore riconosca una celebrità. Non vorrei mai che un’opera funzionasse semplicemente perché qualcuno la guarda e riconosce immediatamente un atleta famoso. Sarebbe troppo facile. Esiste anche un’altra ragione per cui cerco di eliminare l’identità individuale. Spesso il lavoro non riguarda tanto un atleta specifico, quanto il collocare un determinato tipo di corpo all’interno di uno spazio nel quale quel corpo è stato storicamente percepito come inconsueto o assente. Quel corpo può così diventare rappresentativo di una comunità molto più ampia, anziché rimanere circoscritto a una singola persona.”

Un’altra caratteristica distintiva del tuo lavoro è l’utilizzo di colori vibranti, dell’esagerazione giocosa e dell’energia visiva intrinseca allo sport. Come sei arrivato a costruire un linguaggio artistico e visivo così riconoscibile?

“Credo che una parte considerevole derivi dal mio background nel design. Per molti anni ho osservato esempi di comunicazione visiva estremamente riusciti, in senso più ampio. Anche prima di iniziare a dipingere, quando lavoravo principalmente attraverso l’illustrazione, costruivo spesso le immagini utilizzando forme nette e piatte e campiture cromatiche molto forti. In un certo senso, quindi, quel linguaggio visivo esisteva già prima che lo portassi all’interno della pittura. Ho semplicemente tradotto quell’approccio sulla tela. Per un periodo, l’idea era deliberatamente semplice: volevo costruire immagini attraverso forme di colore estremamente piatte e assertive. Poi, man mano che la mia pratica pittorica si sviluppava, quelle forme piatte sono gradualmente diventate più materiche e più propriamente pittoriche. La struttura di fondo, tuttavia, è rimasta. Quel modo di disegnare, di scomporre un’immagine nelle sue componenti essenziali e di riflettere sulla relazione tra forme differenti deriva profondamente dal design. In questo senso, il mio lavoro continua a contenere entrambi i mondi.

Il colore, invece, funziona in modo leggermente diverso a seconda del soggetto. Esistono opere che affrontano temi decisamente più pesanti e, in quei casi, ho preso la decisione molto di non permettere che le immagini diventassero esclusivamente oscure o cupe. I dipinti sugli Asahi ne sono un buon esempio. Quella storia contiene una dimensione estremamente dolorosa, perché la vicenda della squadra è inevitabilmente intrecciata alla storia dell’internamento nippo-canadese. Ma gli stessi Asahi generarono anche un’enorme quantità di orgoglio, entusiasmo e gioia all’interno della loro comunità. Non volevo che l’oscurità del contesto storico cancellasse quella dimensione. Per questo, mentre realizzavo quei dipinti, desideravo preservare tanto l’aspetto celebrativo della squadra quanto la storia dolorosa che la circondava. Naturalmente avrei potuto raccontare quella vicenda attraverso una palette molto più scura e attenuata. Sarebbe stata una scelta comprensibile. Ma credo che qualcosa di essenziale sarebbe andato perduto: la gioia, l’energia e quel senso di possibilità che la squadra aveva saputo trasmettere alla comunità. In quel particolare corpus di lavori, quindi, il colore è diventato uno strumento attraverso cui mantenere simultaneamente presenti due realtà apparentemente contraddittorie: il peso della storia, ma anche l’orgoglio e la vitalità che continuavano a esistere al suo interno.”

 

Il tuo lavoro più recente si è progressivamente spostato oltre lo sport, affrontando temi legati all’eredità, alla memoria familiare e alle connessioni intergenerazionali. Guardando indietro, consideri oggi lo sport il soggetto centrale della tua pratica, oppure è stato soprattutto una porta attraverso cui hai potuto iniziare a parlare di questioni più ampie?

“Assolutamente. Molto spesso lo sport è stato per me un modo per parlare di qualcosa che esiste al di là dello sport stesso. L’ho utilizzato quasi come una metafora, oppure come un punto d’ingresso verso una conversazione più ampia. In questo senso, lo sport è straordinariamente utile proprio perché è così universale. Viene compreso e seguito da un numero vastissimo di persone, appartenenti a culture e luoghi differenti del mondo. Puoi quindi partire da qualcosa di riconoscibile, come una partita, una maglia, un atleta, un gesto familiare, e utilizzare quella familiarità per attirare qualcuno all’interno dell’opera. Poi, una volta stabilita quella connessione, puoi iniziare a collegare un'immagine a qualcosa di più profondo. Con il tempo, queste domande hanno cominciato naturalmente a estendersi anche ad altri ambiti della mia vita. Oggi sono padre. Ho due bambini piccoli. Non ho mai deciso consapevolmente di voler iniziare a realizzare opere sulla famiglia, sull’eredità o sulla paternità. Semplicemente, nella vita accadono delle cose e, a un certo punto, cominci a osservarle in maniera diversa. Inizi a riflettere. E quando questo accade, senti inevitabilmente il bisogno di affrontarle attraverso il tuo lavoro artistico.

Per me, entrambi i temi funzionano in maniera simile. Puoi incontrare qualcosa nella cultura sportiva che merita di essere esaminato. L’opera può celebrare lo sport, ma può anche utilizzare lo sport come strumento per interrogare questioni culturali molto più ampie. Anche nei dipinti più recenti che affrontano in maniera più esplicita la famiglia, lo sport può continuare a rimanere presente ai margini dell’immagine. Potrebbe esserci, per esempio, una scena domestica nella quale qualcuno indossa la maglia di una squadra. Quel dettaglio apparentemente secondario può trasportare una quantità enorme di informazioni narrative. La maglia diventa uno dei segni attraverso cui questa coesistenza si rende visibile. Esistono questi riferimenti alle squadre, alla cultura popolare, che convivono accanto a un’altra eredità culturale. Questa tensione è estremamente vicina alla mia esperienza personale. È per questo che lo sport è diventato, nel mio lavoro, una sorta di strumento. A volte rappresenta il soggetto centrale; altre volte è soltanto un simbolo o un piccolo dispositivo narrativo. Ma continua a essere incredibilmente utile perché contiene una gamma vastissima di emozioni. Ed è proprio per questo che diventa uno spazio ideale attraverso cui esplorare le storie personali .”


Obstacle | Dominik Wagner

La lente di Dominik Wagner ci conduce tra le strade di Amsterdam, trasformate in set temporanei per una serie di composizioni e di ritratti atti ad elevare l’artisticità dello skating, e le identità dei suoi interpreti

Una serie che ha un inizio, ma non una fine. Ambientata nelle strade di Amsterdam, ‘Obstacle’ si pone come una session in costante divenire, dove lo sguardo da inline skater di Dominik Wagner contestualizza e, allo stesso tempo, estrae una galassia di trick dal loro regno naturale. Da marciapiedi e pali. Cartelli stradali e muretti. Tutto, nei suoi scatti, parla di movimento e forma. Anche, però, d’identità, come dimostra la parallela produzione di ritratti dedicata agli skater coinvolti in questo flusso di dittici. 

Ne scaturisce un ritmo scandito dal fare e dall’essere. Il medesimo ritmo che abbiamo raccolto in una lunga conversazione con questo inline skater e fotografo, trasposta in un flusso di coscienza in grado di far trapelare tanto il senso ultimo di questo progetto, quanto la sua biografia. 

“Pattino da sempre. Fin da quando ho memoria, sono stato su uno skate, sui pattini, sugli sci... A dieci anni, con il mio primo paio di inline skate, è cambiato veramente tutto. Ne sono rimasto completamente assorbito. Il resto ha smesso di esistere. Sono trascorsi molti anni e lo skating rappresenta ancora tutto per me. Ha segnato il modo in cui sono cresciuto, il mio sguardo sul mondo e moltissimi aspetti della mia vita. Anche la mia compagna, con cui ho due figli, è una inline skater. Ci siamo conosciuti pattinando. I miei migliori amici fanno tutti parte di questo mondo. Ho viaggiato in tutto il mondo per pattinare. Poi, a un certo punto, anche la fotografia è entrata in questo rapporto. L’inline skate è dentro quasi tutto ciò che faccio. Può sembrare una frase fatta, ma lo sento davvero come parte del mio DNA.

Questa disciplina muta profondamente il modo in cui guardi una città. Quando cammino per strada, ci sono oggetti che catturano immediatamente la mia attenzione. Penso: “Questo si può skateare. Qui si potrebbe fare questo trick. E se qualcuno provasse qualcos’altro, qui?”. Succede di continuo, ovunque. Uno skater guarda gli oggetti in modo diverso, perché è abituato a immaginare cosa potrebbe farci. Quest’idea è diventata centrale nel progetto ‘Obstacles’. Volevo che anche coloro che non hanno nulla a che fare con lo skating potessero intuire cosa significhi guardare qualcosa con gli occhi di uno skater: che potessero concentrarsi su un oggetto e riuscire, per un momento, a vederlo diversamente

Come dicevo, la fotografia si è innestata in un secondo momento in questa passione. Avevo poco più di vent’anni, avevo appena finito la scuola e pattinavo moltissimo, ma ero anche un po’ perso. Cominciavo a rendermi conto che probabilmente non avrei potuto pattinare per il resto della vita e che avrei dovuto pensare a un lavoro. Quasi inconsapevolmente, mi sono avvicinato a video e fotografia. Erano già parte del mio ambiente: avevo molti amici che lavoravano in quei mondi e, essendo un lettore di riviste skate, continuavo ad essere costantemente circondato da immagini. Ad un certo punto ho capito che volevo diventare fotografo.

Ho comprato una macchina fotografica e ho iniziato a costruire un portfolio. All’inizio, però, lo skating non c’entrava nulla con la mia produzione fotografica. Volevo tenere separate le due cose: quando pattinavo, volevo pattinare; quando fotografavo, volevo fotografare. Poi mi sono trasferito a Berlino per studiare fotografia. È stato uno dei miei professori a riavvicinare le due dimensioni. Mi disse che avrei dovuto documentare quella particolare commistione d’interessi. Da allora non ho più smesso. Per anni ho fotografato lo skating con un approccio documentaristico. C’erano scatti d’azione e trick, naturalmente, ma tendevo più a seguire ciò che stava accadendo. Con questo progetto è stato completamente diverso. Per la prima volta ho pianificato le immagini, cercando di controllarne ogni elemento. 

Tutto è nato da una fotografia molto precisa, che avevo in mente. Ad Amsterdam c’è un tipo di palo presente in varie zone della città, con le tre distintive X. Volevo fotografarlo insieme ad uno skater con cui lavoro spesso, Levi van Rijn, uno dei migliori al mondo in questo momento, che vive proprio ad Amsterdam. Avevo in mente di isolare completamente il palo, eliminando tutto ciò che c’era sullo sfondo. Quando finalmente sono riuscito a ottenere quella fotografia, ho subito pensato che avesse qualcosa di forte. Era esattamente come l’avevo immaginata. Da lì è partito tutto il resto. Ho cominciato a pensare ad altri oggetti, ad altri skater, ad altri stili. Una fotografia ha generato la successiva e il progetto ha preso forma.

Avevo sempre in mente il concetto di minimalismo. Mi interessa ridurre le cose al loro nucleo, lasciare soltanto ciò che conta davvero. Se riesco a togliere il resto e a rendere visibili gli elementi essenziali, l’immagine non può che funzionare. Dopo tanti anni passati a fotografare lo skating, sentivo anche il bisogno di andare oltre ciò che avevo già fatto. Cercavo un approccio nuovo, qualcosa che, in quella forma, non avessi ancora visto. Mai mi sono detto: voglio fare arte. In realtà, è nato tutto da quella prima fotografia. Poi ho visto come reagivano le persone ed è aumentata la voglia di proseguire.

Anche il filone dei ritratti è arrivato quasi per caso. Negli ultimi anni ho iniziato a dedicarmi sempre più alla ritrattistica. Il ragionamento è stato molto semplice: visto che stavo già facendo tutta quella fatica per portare un fondale bianco sul posto, perché non scattare anche un ritratto agli skater? Pensavo fosse un’aggiunta interessante. Poi, i ritratti hanno iniziato ad assumere lo stesso peso delle fotografie di skating. Con alcuni soggetti, per me, il ritratto è diventato persino più importante dello scatto d’azione. Ho capito che le due immagini avrebbero dovuto convivere. Nella fotografia skate capita spesso di vedere il trick, ma non la persona che lo sta eseguendo. A volte, nemmeno vedi il volto. Il ritratto ti permette di capire meglio chi hai davanti, di avere un’immagine più completa. Per questo, ad un certo punto, ritratto e azione sono diventati affini, inseparabili. 

Curiosamente, ritrovo la stessa affinità anche tra il gesto di pattinare e quello di fotografare. In un trick è racchiusa sicuramente più adrenalina, ma ritrovo una sensazione simile anche nell’atto stesso della fotografia. Soprattutto in questo progetto: dietro ogni immagine c’era moltissimo lavoro e, al momento dello scatto, tante cose dovevano funzionare insieme, nello stesso istante. Quando, finalmente, tutto arriva a coincidere e funzionare, l’emozione che scaturisce è decisamente paragonabile a quella della chiusura di un trick”


New Era, il Basecap è Sport e Cultura

Nati dalla tradizione dello sport americano per eccellenza, i basecap sono oggi un manifesto d’identità e orgoglio universale

Tra sport e moda esiste un legame che va ben oltre il semplice vestire una determinata estetica fuori dal terreno di gioco. Tra moda e sport esiste una connessione con cui, attraverso un codice di stile ereditato dal campo, ognuno di noi è libero di fare propri i valori del gioco. Valori che comunicano appartenenza e lealtà, carattere e personalità, ma anche follia e ossessione. Ed è esattamente quando lo stile diventa portatore d’identità che lo sport supera la moda, scavalca la tendenza, e diventa cultura.

Baseball Souvenirs, Fenway Park, Boston.

Proprio nella cultura, prima in quella americana e poi in quella globale, New Era ha raggiunto uno status più unico che raro quando si parla di un brand sportivo. Un’incarnazione pura di quel sentimento viscerale di appartenenza che solo lo sport è capace di comunicare, oltre il linguaggio e la classe sociale. Il brand fondato nel 1920 da Ehrhardt Koch è ad oggi, infatti, uno dei pochi che può dire di aver associato il proprio nome non solo a un accessorio, ma anche a un’abitudine nata negli stadi e arrivata nelle strade: quella di mostrare un’origine, un’identità appunto.

Un’identità che per prima è stata esternata nella New York del 1845 dai Knickerbockers, prima vera squadra di baseball al mondo le cui divise abbinavano a un pantalone di lana e a una camicia di flanella bianca un “chip”, il primo esempio noto di basecap; nato non solo per riparare dal sole la vista dei giocatori, ma anche e soprattutto per comunicare la propria appartenenza ad un club. E così al fianco dei Knickerbockers, squadre come i New York Mutuals e i Brooklyn Excelsiors passarono a un berretto di merino sormontato da un motivo a stella realizzato dall'azienda di articoli sportivi di New York Peck & Snyder. Questo berretto presentava le due caratteristiche principali del berretto da baseball moderno: una corona e una visiera.

The New York knickerbockers (1858)

L’ARRIVO DI NEW ERA E DEL 59FIFTY

Ma fu con l’arrivo di New Era, a cavallo tra il 1920 - anno di fondazione del brand- e il 1960 che l’estetica del basecap trovò la sua consacrazione. Dai primi cappelli realizzati fino al primo accordo con gli allora Cleveland Indians, il marchio della famiglia Koch iniziò una lenta e graduale rivoluzione che raggiunse il suo apice nel 1954 con il lancio del 59Fifty. Un modello rivoluzionario nell’estetica dei cappelli da baseball, che introdusse per la prima volta una struttura rigida nella loro progettazione. Una forma studiata per migliorare la visibilità di chi lo indossava e per mantenere sempre in posizione frontale il logo della squadra ricamato sopra la visiera. Ergonomia ed estetica.

American baseball player, and first black player in the American League Doby Right with Lou Boudreau, manager of the Cleveland Indians

Visto per la prima volta sulle teste dei St. Louis Browns, il 59Fifty conquistò da subito il baseball americano. E con lui New Era. Escluse poche franchigie, quasi tutte le squadre della MLB sposarono presto il design del marchio tutt’ora in capo alla famiglia Koch. Un design che dal 1954 è quasi del tutto rimasto invariato, se non per due dettagli fondamentali: uno di progettazione e uno di apparel. Il primo coincide con l’utilizzo del poliestere in sostituzione alla lana, scelta fatta nel 2007 da New Era e che ha trasformato il 59Fifty in un capo sportivo e da performance a tutti gli effetti. Il secondo, datato 1993, è quello relativo all’introduzione del ricamo del logo ufficiale della MLB sul fianco del basecap, in coincidenza con l’accordo preso dal brand con la lega americana. Accordo a cui avrebbe poi fatto seguito il futuro matrimonio tra New Era e le altre due grandi leghe professionistiche più famose degli States: la NBA e la NFL.

Members of Saint Louis Browns during a baseball game

DALL’IMMAGINARIO SPORTIVO ALLE SOTTOCULTURE

Nell’epopea di New Era la dimensione dello sport rappresenta solo l’inizio di un viaggio che, a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo, ha portato il brand originario di Buffalo, N.Y., a conquistare molto più che uno spazio nell’immaginario sportivo. L’estro, la qualità e l’autenticità diventano presto i tratti distintivi di New Era, permettendo al brand di oltrepassare i confini del tifo, fino a raggiungere le strade e i sobborghi americani: gli allora teatri e palcoscenici delle nascenti subculture americane.  Furono l’hip hop prima, e la pop culture poi, a portare per primi un nuovo significato ai basecaps e alla dimensione del loro utilizzo fuori dall’immaginario del baseball.

Rapper Nas performing live
Kendrick Lamar on stage

Dagli N.W.A ai Public Enemy, da Fat Joe a Change The Rapper fino all’intero panorama della break dance americana. Il 59Fifty di New Era diventò per rapper, musicisti, artisti e performers di provenienza ed estrazione sociale tanto eterogenea quanto unica, un accessorio fondamentale per dimostrare orgoglio e appartenenza. Alla città, alla scena e alla strada. Tutti elementi il cui valore, non solo estetico, è possibile scorgere nelle fotografie di Jonathan Mannion, uno dei fotografi più importanti nel contesto dell’hip hop. Capace di cogliere come pochi altri l’essenza dell’insieme dei volti e dei simboli della cultura hip hop, il fotografo e regista originario di Cleveland ha immortalato nel corso della sua carriera alcuni tra i momenti più iconici nella memoria collettiva del genere. Dr. Dre, Jay Z, Nas, Kendrick Lamar, Lil Wayne e Kanye West, tutti accomunati dal 59Fifty. un accessorio diventato imprescindibile.

NWA and Snoop Dog in Los Angeles

BE LIKE SPIKE E LA CONTEMPORANEITÀ FASHION

Una su tutte fu però la personalità che contribuì più di chiunque altro ad alimentare  l’immagine di New Era nella cultura della moda: Spike Lee. Con il regista e con quello che poteremmo definire uno dei primi prototipi di collaborazione nel mondo dello sport, New Era scoprì quasi involontariamente tutta la forza della propria influenza oltre il 59Fifty e i suoi cappelli in generale.

Dalla mente di Spike nacque infatti la richiesta, fatta recapitare direttamente all’allora CEO di New Era Chris Koch, di rivisitare il cappellino degli Yankees in versione rosso scarlatto. Una personalizzazione a cui il brand non seppe dire di no, e che gli aprì le porte del mondo dello streetwear. Da quel momento sono quasi impossibili da contare le collaborazioni che hanno visto protagonista New Era: da Supreme a Tyler The Creator, da Helmut Lang a Takashi Murakami, fino a Fear Of God e Beams.

New Era Heritage Series: The 1996 Collection

Un legame, quello con la moda e con la cultura, che ci porta oggi ad associare in modo spontaneo quanto immediato New Era alla figura dei cappelli, sportivi e non, al mondo del baseball come a quello del rap, alla musica come alla moda. Una connessione tra mondi e immaginari all’apparenza così distanti possibile solo grazie alla forza che il 59Fifty e gli altri cappelli New Era hanno con il tempo conquistato. Base dopo base, inning dopo inning, fino alle strade di tutto il mondo.

Yoshinobu Yamamoto of LA Dodgers pitches during the Major League Baseball Season
baseman Sean Burroughs waits on the steps before the start of the game

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IMAGO / Newscom World / ZUMA Wire / GRANGER Historical Picture Archive / Pond5 Images / MediaPunch / Avalon.red / Gonzales Photo / Penta Press 

Wikipedia


Australian, dall’estetica sportiva al clubbing

Il tennis, i gabber olandesi, la techno moderna... Viaggio nella storia dell'iconico marchio italiano

Dai riflettori del campo alle luci psichedeliche dei club, l’estetica sportiva ha sempre rappresentato - a partire dagli anni ‘80 - una connessione ricorrente tra lo sport e le sottoculture musicali del clubbing. Un comune denominatore capace di unire nello stile e nell’abbigliamento due universi tra loro distanti e all’apparenza opposti, accomunati però dall’esigenza di muovere un corpo: verso la performance sul campo, a ritmo di musica nei club.

Goran Ivanišević

IL CANGURO, TRA TENNISTI E GABBER

Nati a cavallo degli ultimi decenni del ventesimo secolo, la musica techno e i suoi sottogeneri hanno trovato sin da subito nei capi sportivi un punto di riferimento unico per la definizione di una moda che fosse identitaria e al tempo stesso funzionale. Una moda che rispecchiasse la personalità eccentrica, alternativa ed estranea ai canoni comuni di chi la indossava senza però rinunciare alla praticità richiesta dai 200 BPM.

Ed è esattamente in questo contesto che Australian, brand italiano fondato nel 1956, diventò un must per un movimento culturale intero che fece dei club il proprio stadio e della musica il proprio gioco. Tute, polo, bomber e cappellini “rubati” all’estetica dello sport e proiettati in una dimensione frenetica, figlia del caos e dell’anti convenzionalità tanto quanto del ritmo e dell’armonia: capi e accessori inizialmente pensati per accompagnare atleti e amatori sui campi da tennis ma che sul finire del secolo si legarono indissolubilmente al mondo dell’hardcore olandese prima, del clubbing europeo poi.

Australian nasce infatti come marchio dedicato all’abbigliamento tennistico, contraddistinto da un’eleganza tipicamente italiana: stile in linea con l’heritage del suo fondatore, Leandro Gabrielli, già attivo nella prima metà del 1900 nella produzione di abbigliamento sportivo per il movimento sciistico e nella realizzazione di collezioni riconducibili all’universo dell’alta moda, firmate in collaborazione con giovani stilisti come Armani e Ferrè.

L’esperienza sportiva da un lato, e la passione per la moda dall’altro, diedero vita a un brand contraddistinto fin dai suoi albori da una duplice anima, che nel tennis trovò il suo più alto - e ideale – palcoscenico atletico.

Ivan Lendl
Ronald Agenor

MASTERS E CLUB

Da Paolo Canè fino ad Anders Järryd, sono molti i volti del tennis mondiale che elevarono il ‘canguro’ italiano nella cultura tennistica, ma è sul finire degli anni ‘80 che l’immagine del brand Milanese iniziò a farsi spazio tanto prepotentemente, quanto spontaneamente, tra le vie e i locali di Rotterdam. Perchè nel cuore dell’Olanda dei primi anni ‘90 nacque il movimento della musica hardcore, emergendo come una chiara rivisitazione della musica house e delle sue frequenze in chiave accelerata, con un ritmo e una cadenza libera dalle regole classiche della musica elettronica che l’aveva preceduta.

Un genere musicale influenzato in larga parte dalla acid house e dalla techno house degli anni ‘80 e in particolare dalla Detroit techno, che arrivò in Olanda verso il finire del decennio, subendo le sperimentazioni e contaminazioni di Paul Elstak, KC The Funkaholic e diversi altri produttori della scena. Bassi, suoni più industriali e matrici underground alzarono naturalmente il ritmo fino a 150-190 BPM.

Il risultato fu una indipendente, quasi ribelle, interpretazione del suono che attraverso il ballo voleva esprimere un modo di essere anti convenzionale e votato all’eccesso, alla frenesia e al divertimento. Un sentimento denotato dalla voglia di sfogare e al tempo stesso manifestare sé stessi.

E se nello sport gli ambasciatori sono stati e continuano ad essere gli atleti, nel movimento culturale olandese dell’hardcore toccò ai gabber questo ruolo. Termine che nello slang nativo di Amsterdam significa “amico” o “compagno” e che, dopo il sempre più frequente utilizzo che ne fecero i primi esponenti della nuove scena house olandese, diventò l’appellativo dei clubber che da Rotterdam ad Amsterdam illuminavano la notte delle discoteche.

Victor Pecci

UN HERITAGE CONTEMPORANEO

Facilmente riconoscibili dai capelli rasati e da un’estetica unisex, i gabber trovarono nell’abbigliamento sportivo la risposta alla necessità di comodità richiesta dal loro tipico ballo: l’hakken. È in questa cornice che Australian diventò uno, se non il love brand dei gabber, raggiungendo un livello di notorietà assoluta nei club, ai Thunderdome - i festival organizzati - e in tutti i luoghi di culto dell’hardcore.

Questo fenomeno contribuì a legare l’estetica di un’intera sottocultura al brand italiano e a uno stile che, più in generale, plasmò tutto l’immaginario futuro della techno e dei suoi sottogeneri. Lo stile e la cultura gabber uscirono dalla musica, diventando un modello di rappresentazione che ispirò più campi: dal graphic design fio alla moda che, soprattutto in tempi più recenti, sembra averne riscoperto il valore.

Consapevole del proprio ruolo in questa sottocultura, Australian ha recentemente rilasciato la collezione Archive 2023, un omaggio ai gabber e all’hardcore in generale. Una collezione di capi che il brand stesso definisce “un vero e proprio tuffo tra le icone del passato”.

Tra silhouette dal taglio oversize, giacche full zip e disegni originali degli anni ‘90 e 2000 rivisitati con un tocco di contemporaneità, il segno iconico lasciato da Australian nella scena hardcore ritorna oggi, dimostrando come il futuro di un brand sia spesso da ricercarsi, innanzitutto, nel suo passato.

L'immaginario contemporaneo di Australian, ispirato al suo heritage musicale

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Luca Giacomuzzi


Luis Vuitton x Paris 2024, il savoir-faire francese continua a celebrare lo sport

La sponsorizzazione di LVMH alle prossime Olimpiadi è solo l’ultima tappa di un viaggio dove lusso è sinonimo di vittoria

Movimento dopo movimento, esercizio dopo esercizio, gesto dopo gesto. La vittoria, così come la produzione di un oggetto, è il frutto di un’inesauribile ripetizione di una movenza. E l’atleta, proprio come un artigiano, rappresenta l’artefice di un susseguirsi continuo di azioni votate al trionfo. Ma nel significato di ‘Artigiani di tutte le vittorie’, concetto coniato da LVMH e che lega il gruppo luxury all’immaginario sportivo, atleti e artigiani hanno molto più che un semplice ruolo in comune. Secondo questa visione creativa-agonistica, sportivi e maestri del lusso condividono un estro, un pensiero e un innato quanto appreso talento nel creare i sogni.

È proprio ‘L’arte di creare i sogni’ a rappresentare la mission del gruppo nel panorama dei XXXIII Giochi Olimpici, i terzi a firma parigina dopo quelli del 1900 e del 1924. A un secolo esatto di distanza dall’ultimo grande ballo dei cinque cerchi, per la capitale francese le Olimpiadi rappresentano una rinnovata occasione per esibire al mondo il valore e la qualità del suo savoir faire.

Quel saper fare tipico di una tradizione di cui Luis Vuitton e l’intero gruppo LVMH hanno scelto di farsi portavoce, con una sponsorizzazione unica nel suo genere per cifra d’investimento e perimetro di azione. 150 milioni di euro messi in campo, tre maison coinvolte - LV, Dior e Berluti - oltre a Sephora e Chaumet, con il brand beauty che sarà partner ufficiale della fiaccolata olimpica e la storica gioielleria che produrrà le medaglie.

Una sponsorizzazione che fa del gruppo e dei suoi brand un ponte tra moda e sport, connessione che affonda le proprie radici non solo nell’ambito di una tendenza sempre più forte, che vede il mondo del lusso confluire all’interno dell’universo sportivo, ma figlia anche e soprattutto di un’unità di intenti: quella degli artigiani e quella degli atleti, entrambi impegnati in una costante e irrefrenabile ricerca di perfezione.

A rappresentare questa unità d’intenti non possono che essere quegli atleti che LVMH descrive come ‘artigiani di tutte le vittorie’. Léon Marchand, Mélanie de Jesus dos Santos, Enzo Lefort e Pauline Déroulède diventano così i volti scelti per veicolare il legame esistente tra il gruppo francese e l’elemento sportivo.

Perchè il rapporto del brand con lo sport e i suoi simboli è un legame che ha attraversato la storia, segnandone principalmente i momenti più ambiti: le conquiste di un trofeo. Dal calcio al rugby, dalla vela al tennis, fino al basket e alla Formula 1: V per vittoria è anche V per Vuitton. I trophy trunks, i bauli porta trofei realizzati dal marchio francese, racchiudono infatti l’intera essenza di sforzo, sudore, sacrificio, sofferenza, gioia e riconoscimento che sono parte di quel concetto di vittoria che simbolicamente suggella il viaggio sportivo, segandone la conclusione. E per il marchio nato nel 1884 ad Asnières, indissolubilmente legato all’esperienza del viaggio, appare naturale questo ruolo sportivo.

Ecco quindi che il pallone d’oro, le ultime quattro coppe del mondo di calcio (2010, 2014, 2018 e 2022) hanno viaggiato in un baule targato LV, così come due delle ultime coppe del mondo di rugby (2015, 2023) e, dal 2020, le ultime edizioni del trofeo NBA Larry O’Brien.

Ma la storia di Luis Vuitton nella celebrazione dei trionfi sportivi ha origini ben più lontane. Nel 1983 il marchio francese sponsorizzò infatti la regata di selezione tra la squadra vincitrice della Coppa America e i suoi sfidanti: la Luis Vuitton Cup appunto. Una tradizione, quella nautica, a cui la maison del lusso ha sempre guardato con entusiasmo, collaborando con la stessa Coppa America per la realizzazione dell’iconico baule del trofeo internazionale più antico del mondo.

Dagli sport di squadra fino a quelli individuali, i portatrofei realizzati a mano dagli artigiani LV, con uno sforzo tecnico e creativo che talvolta può superare le 400 ore di lavoro, sono sempre stati personalizzati in base al tipo di coppa che erano destinati a ospitare. Uno degli esempi più iconici è senz’altro la Coppa Davis: nel 2019 il trofeo fu presentato alla fase finale del mondiale di tennis maschile all’interno di un baule circolare rivestito dall’inconfondibile tela Monogram Mocassar e arricchito da numerosi dettagli in pelle. Dotato di una base gigantesca la cui parte superiore si apre fino a rivelarne la coppa, lo scrigno è una delle testimonianze più iconiche della maestria del brand parigino nella custodia dei simboli del successo sportivo. All’interno del panorama tennistico Luis Vuitton ha realizzato poi anche i portatrofei del Roland Garros e, più recentemente, degli Australian Open.

Un’esperienza universalmente riconosciuta, che ha portato la maison francese a collaborare anche nel mondo del Motorsport, con la 24 ore di Le Mans prima e la Formula 1 poi. Ma nel mondo dello sport il ruolo di Luis Vuitton non è legato al solo epiteto di “custode della vittoria”. Negli scatti e nelle campagne del brand francese si riversa molto di più.

In the world of sports, Luis Vuitton’s role is not just tied to the epithet “keeper of victory”. Because in the vision of the maison, as well as in its DNA, the value and importance of travel are ingrained. Even in the sporting element, the exaltation of a journey takes prominence by celebrating that set of stories and moments that go beyond the one component of triumph. Rivalry, strength, style, legend, evolution. In the shots and campaigns of the French brand there is all this and more.

Cristiano Ronaldo e Messi che alla vigilia del loro ultimo mondiale giocano la loro ultima e più importante partita a scacchi, suggellando il più grande antagonismo del nostro tempo, o Carlos Alcaraz che in un connubio tra moda e stile esibisce il suo bagaglio di attrezzatura e cimeli valicando i confini del tennis, diventando il simbolo dell’evoluzione,  di chi è solo all’inizio di un lungo viaggio ma è già in grado di evocare un nuovo orizzonte del talento, destinato a lasciare un segno anche fuori dal campo. Dall’inizio di un viaggio verso la fine di un altro. Da chi è destinato a diventare leggenda a chi è già il volto di un’epopea sportiva, come Lebron James.

Ogni fusione tra sport e lusso è, per Luis Vuitton, un’esaltazione dello stile. Uno stile non solo estetico, ma anche atletico: quel savoir faire di cui ogni sportivo è unico detentore e che si concretizza in uno schematico ripetersi di movimenti tanto quanto in un insieme di gesti guidati dalla fantasia dell’atleta. È il caso di Eileen Gu, sciatrice freestyle la cui immagine è stata scelta dalla maison per raccontare l’immaginario dell’iconica Luis Vuitton Twist.

LVMH x Paris 2024 non segna solo il più grande impegno economico a sostegno di un evento sportivo per un’azienda, ma anche la naturale evoluzione di un rapporto che per Luis Vuitton ha sempre rappresentato nel corso della storia un incontro tra eccellenze. Un incontro celebrato movimento dopo movimento, passo dopo passo, gesto dopo gesto, nell’atelier di Asnières esattamente come nei campi da gioco di tutto il mondo.

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IMAGO / 

Louis Vuitton


A Georgian Myth , Kazbbegi trail with techunter

TECHUNTER takes us to the Kazbegi Mountain Marathon and the Georgian outdoor universe

The TECHUNTER team ventured into the mountains of Georgia, specifically the region around mount Kazbek, to explore its surroundings, history, geography and the legendary Kazbegi Mountain Marathon. Along with runners and friends Jodie and Giuliano, the team took on the 10km and 30km distances of this breathtaking skyrace. They also spent some quality time in the mountains prior to the race and decided to share their experience with us. Enjoy.

Mount Kazbek is a stratovolcano. It consists of many layers (strata) of lava and other material that comes out of a volcano during eruptions, and it usually cools and hardens before spreading too far from its source. This is a reason for the steep profile of such mountains. The summit of the great mountain was first climbed in 1868 by D. W. Freshfield, A. W. Moore, and C. Tucker of the Alpine Club, with the guide François Devouassoud. They were followed by female Russian alpinist Maria Preobrazhenskaya, who made the climb nine times starting in 1900.

The Mountain is situated in the middle of the Greater Caucasus. Standing 5054 meters above sea level, Mount Kazbek is the 6th tallest in the whole Great Caucasus and is the 2nd tallest volcanic-type peak in the Caucasus, outmatched only by the mighty Mount Elbrus. Mount Kazbek is the 5th highest ultra-prominent peak (1.500 m. above its surroundings) in all of Europe and is taller than any other peak in the continent, except the Great Caucasus mountains. It is located to the west of Stepantsminda town (formerly known as Kazbegi) and together with a nearby Gergeti Trinity Church dominates the landscape.

The Georgian name for the mountain is “Mkinvartsveri”, meaning, not directly, “the Glacier Peak” and in a language of local Nakh people – “Molten Mount”.

The mountain finds itself a center for many legends from all around the world. One of the most famous ones is of Prometheus. As the story goes, after giving the fire to mankind, Zeus ordered Prometheus to be chained to Mount Caucasus, where a raven was sent to peck at his liver. It is not confirmed whether Prometheus was chained to Mount Kazbek exactly, as authors refer to a peak in the Caucasus without naming the exact place, yet there is an interesting parallel to Georgian legend, where another god-like being – Amirani, challenged God and after losing the battle was chained to what Georgians call Mkinvartsveri – modern Kazbek.

Within the mountain itself lies probably the most mysterious place in all of Georgia – Betlemi cave. There is a legend among the local peoples, that when Mongols invaded Georgia, young warrior-men rushed with horses to the cave to hide the most important treasures of the country. Willing to keep the secret at all costs, men took their own lives. The cave, closed by an iron gate, would be accessed only by the one of pure heart, when a chain tied to the mountain revealed itself, which granted access to the cave. Another connection to Prometheus. The cave is even related to Abraham’s tent and the Golden fleece, which according to the legend was hidden in Colchis (modern day Georgia). This is where Jason and the Argonauts set out to look for it.

Kazbegi Mountain Marathon is an annual skyrace held in Georgia in September. The marathon is included in the UTMB® World Series Qualifiers, certified by the International Trail Running Association (ITRA) and courses through the Caucasus Mountains in the northern part of the country. The starting and finishing points are in the town of Kazbegi located on the historical military road. The Kazbegi Mountain Marathon is both the largest as well as the first mountain racing event held in the Caucasus.

Over the years the race offered different routes: 4km Fun run (elevation gain 300m), 10km Trail run (e.g. 900m), 15km Skyrace (e.g. 1,300m), 30km Extreme distance (with elevation gain of 2,500m, which requires pre-qualification for each runner).

The marathon is organized by TrailLab and attracts athletes from USA, Germany, England, France, Italy, Japan, Germany, Kazakhstan, Israel, Kenya, the toughest local runners, as well as runners from the immediate neighboring Armenia, Azerbaijan, Turkey and Russia. The breathtaking Extreme route takes the elite participants from the Gergeti village at the 2000m altitude through the stunning Gergeti glacier up to the Bethlemi Hut and weather station at the 3700m of elevation, where mountaineers take refuge before summiting Kazbek itself.

This first and the main accent is going straight from the starting line to the top, which means you’re getting 95% of your altitude gain during the first 10km. If you were fortunate enough to reach the weather station within the cut-off time, a long downhill awaits you from the peak to the valley below. Roughly, the race is like you attempting to climb the Kazbek, at a running pace, and at the base camp you realise you forgot all of your mountaineering equipment and swiftly run back.

The race was a culmination of the TECHUNTER team exploration of the Kazbegi region, and their athletes were fortunate enough to face all of the skyrace’s high-altitude difficulties and successfully finish this adventure. The entire journey was portrayed through Ivan Dzhatiev’s lens.

Testi di Gianmarco Pacione

Content creators: Techunter Magazine


Behind the Lights – Tana Wizard

Fotografia, moda, streetball. Un tuffo nella vita di questo creativo del Sol Levante

L’occhio, il polso, i polpastrelli si muovono verso Oriente, direzione Sol Levante. Nelle metropoli in cui si fondono luci al neon e ciliegi, tradizioni secolari e ipermodernismo, trovano posto una serie di enclavi cestistiche in costante evoluzione, in costante fermento.

Sono le comunità dello streetball, della palla a spicchi che travalica il sapore dell’asfalto per diventare cultura popolare, per sposare il mondo fashion. Sono le comunità di Tana Wizard, ispirata mente capace d’intrecciare questi binari paralleli, affidando al Gioco la propria ricerca e il proprio impegno quotidiano.

“Ho iniziato a giocare a basket quando ero alle elementari. Più ci giocavo, più ero risucchiato da questo meraviglioso sport: all’epoca l’NBA iniziava a popolare i televisori e, al suo fianco, prendeva sempre più piede il manga SLAM DUNK. Vicino a casa mia non c’erano canestri, così ne ho dovuto creare uno. Ho lavorato su dei pezzi di metallo, dando loro una forma circolare, e li ho fissati su un tabellone di legno, appendendo tutto su palo telefonico. Vivevo in una zona collinare e non potevo permettermi di perdere il pallone, altrimenti l’avrei dovuto rincorrere lungo la strada: per questo motivo ho iniziato a migliorare le mie doti di palleggiatore, quelle doti che, più avanti nel tempo, mi avrebbero regalato il soprannome ‘Wizard’. Dopo il liceo mi sono specializzato nel 3 contro 3 e, contemporaneamente, ho scoperto l’AND 1 MIXTAPE. Da quel momento ho cominciato a portare sempre la palla con me e a desiderare di espandere il movimento dello streetball in tutto il Giappone. Dopo aver preso parte a molti eventi televisivi e a tornei freestyle di risonanza mondiale, mi è stato diagnosticato un problema cronico, così ho deciso di focalizzarmi su SOMECITY prima, su ballaholic poi. Quando il mio disagio fisico è ulteriormente peggiorato, ho smesso completamente e mi sono indirizzato verso la fotografia“

Nelle fotografie di Tana vengono ritratti gli ideali e i capisaldi alla base dei vari progetti creati negli ultimi anni. Come SOMECITY, trasversale confederazione del basket di strada, che vede coinvolte e unite tutte le maggiori prefetture nipponiche.

“Lo streetball in Giappone non ha una grande tradizione. Ci sono pochi parchi con campetti, in tanti di essi è vietato addirittura giocare con un pallone. Quando abbiamo iniziato ad organizzare eventi, abbiamo trovato notevoli difficoltà nell’ottenere gli appositi permessi, così abbiamo deciso di creare playground in ogni luogo disponibile, anche all’interno di locali notturni. Questa è l’anima di SOMECITY, giocare ovunque si possa. Dopo qualche tempo abbiamo compreso che non bastava viaggiare nelle varie città e creare di volta in volta sessioni estemporanee, così ci siamo impegnati nel costituire comunità locali, che potessero organizzarsi autonomamente: ad oggi siamo riusciti a stabilirci in oltre trenta centri metropolitani, sbarcando anche in sul territorio cinese”

A sbarcare prepotentemente non solo nel lontano Oriente, ma anche nel Vecchio Continente e oltre Pacifico, nella culla statunitense dello sport di James Naismith, è il brand ballaholic. A dimostrarlo sono le recenti collaborazioni con ASICS e Kevin Couliau, sono, soprattutto, gli innumerevoli attestati di stima e il sempre maggior interesse collettivo per un marchio che rappresenta ben più della semplice estetica fine a sé stessa.

“Prima dello streetball non ero interessato a questo particolare ambito, probabilmente perché ero limitato dalla cultura scolastica giapponese, dove tutti indossano la stessa uniforme. Scoprendo il basket di strada ho scoperto anche lo stile: girare in città vestito da gioco, indossare due paia di pantaloncini, tagliare le maniche delle maglie… A quei tempi pochissimi negozi sportivi vendevano pantaloncini da basket con le tasche, sport e quotidianità erano nettamente divisi: ballaholic parte proprio dalla volontà di superare questo concetto. Inevitabilmente durante quest’esperienza è aumentato anche il mio interesse per il mondo fashion, un mondo che mi permette costantemente d’incontrare creative director e designer, di creare relazioni e connessioni. Un enorme turning point nella mia vita è arrivato quando sono stato obbligato a smettere di giocare, in quel momento la macchina fotografica è diventato il nuovo mezzo per esprimere i miei pensieri e la mia creatività: oggi è uno strumento fondamentale per rendere tangibili questi progetti, per ritrarre amici e streetballer vicini alla nostra community”

Una community dalla doppia anima, fatta di sudore e playground, di contesti urbani e negozi. Una community che a profitto e mercato preferisce termini come ideologia e diffusione.

“SOMECITY è necessario per creare una cultura streetball in Giappone. ballaholic è un brand e un’ideologia. Vogliamo che si avvicinano al basket persone di ogni età, genere ed etnia. ballaholic veste i giocatori di SOMECITY che, a loro volta, abbracciano gli ideali del brand. Per noi lo streetball è il livello massimo di Gioco. Il Gioco è uno stato mentale all’interno del quale ti senti completamente immerso, distante da tutto ciò che ti gravita intorno. Il nostro obiettivo è quello d’innestare la pallacanestro nella quotidianità del maggior numero di persone. A causa del Covid la macchina organizzativa di SOMECITY è stata notevolmente limitata, ma stiamo provando a fare tutto il possibile per non fermarci. Con ballaholic, invece, abbiamo lanciato le importanti collaborazioni con ASICS e Kevin Couliau (legandoci, ovviamente, al suo Asphalt Chronicles). Ora vorremmo costituire un servizio di costruzione di campetti per privati, pensiamo di riuscire a lanciarlo già quest’anno. L’importante però è continuare a fare ciò che ci entusiasma maggiormente, diffondere la cultura cestistica in Giappone e nel mondo”


Youth in the Mediterranean: i Canottieri

Maturare in acqua, non solo come atleti, grazie al giusto leader

Il reportage di Glauco Canalis ha il sapore della fatica e della crescita personale. È un viaggio fotografico sulla soglia del Mediterraneo, dipinto da braccia vascolari, allenatori-mentori e adolescenti in cerca di una ragione per migliorare come atleti, come uomini, sfiorando l’acqua. Buona visione

Questa storia rappresenta un’estensione della mia ricerca in corso sui giovani nel Mediterraneo. Qui mi sono focalizzato su un gruppo di canottieri: una tribù di adolescenti che scolpiscono i loro corpi sulla terra e plasmano le loro menti nelle acque marine.

Il loro allenatore, Diego, è un personaggio unico nel suo genere. Somiglia a un pirata: capelli lunghi, pizzetto stretto, è soprannominato ‘il Dragone’. I suoi metodi sono sempre spartani, ma edificanti e incoraggianti: è il tipo di maestro a cui non interessa tanto la forma, quanto il contenuto dei propri allenamenti. Seguendo questa filosofia, Diego è riuscito a crescere atleti feroci, capaci di conquistare medaglie d’oro a livello nazionale e internazionale.

Questa serie fotografica vuole mettere in evidenza le dinamiche di lavoro all’interno di una squadra, ma anche l’amicizia e la connessione create dal gruppo, da questi giovani, al fine di raggiungere un obiettivo più importante del semplice risultato della competizione: la costruzione di sé stessi. Una costruzione basata sullo sforzo individuale e sulla fiducia nell’altro.

Questa storia mira a celebrare la bellezza della maturazione umana e l’importanza di avere buoni leader in un momento nevralgico e delicato come quello adolescenziale.

Credits

Ph & Text by Glauco Canalis
IG @glaucocanalis
glaucocanalis.com

Creative Direction Giuliana Minaldi