Shai Gilgeous-Alexander, being a point-guard and a Creative Director

The new Converse Basketball Creative Director plays in the NBA, and is a style icon

In the realm where basketball prowess meets sartorial elegance, Shai Gilgeous-Alexander emerges not only as a formidable NBA talent but also as a trendsetter both on and off the court. From his iconic swag through the tunnel to his latest venture as the Creative Director of Converse Basketball, Shai is poised to etch his name in the annals of basketball and fashion history.

The anticipation reaches a crescendo as “SGA,” as known by hoops aficionados, prepares to unveil his signature shoe with Converse in 2025. This landmark announcement follows his ascension to the role of Creative Director at Converse Basketball, a symbiotic partnership that promises to redefine the intersection of sports and fashion.

SHAI’S JOURNEY

Shai’s journey from the hardwood of Kentucky to the bright lights of the NBA has been nothing short of a fashion odyssey. From his rookie days with the Los Angeles Clippers to his current status as a league icon, his evolution as a style maven has captured the imagination of fans worldwide. Blending elements of haute couture with streetwise sensibilities, Shai has effortlessly cemented his status as a beacon of style, earning accolades as one of the NBA’s LeagueFits Legends.

In an unprecedented move that further solidifies his influence in the fashion world, Shai Gilgeous-Alexander has been named the face of the LV x NBA Collection, a part of Louis Vuitton’s Spring/Summer 2021 Pre-Collection. This historic collaboration marked the first capsule collection between the luxury brand and the NBA, and showcased Shai’s ability to seamlessly merge the worlds of sport and high fashion.

His journey serves as a testament to the power of self-expression and confidence displayed through clothing, proving that style is as much a part of his game as any crossover dribble or mid-range shot. Now with his new role as Converse Basketball Creative Director, the synergy between athlete and brand heralds a new era of innovation and creativity. With his keen eye for design, Shai is set to infuse his signature flair into every stitch and silhouette, crafting a clothing line that transcends mere performance and becomes an extension of self-expression.

SHAI AND CONVERSE

After first signing with Nike upon entering the league via the 2018 Draft, SGA shifted to the Nike-owned subsidiary Converse on a new shoe deal during the summer of 2020. The deal provided him with his own player-exclusive colorways of performance models and retail releases of various lifestyle silhouettes.

Headlining several of the brand’s All-Star BB models through the seasons, Shai will soon create his own true signature shoe with Converse, set to release in 2025. This new silhouette will mark just the eighth NBA signature shoe in the 1908 brand born history. Gilgeous-Alexander will join an elite list that includes Julius Erving, Magic Johnson, Larry Bird, Larry Johnson, Dennis Rodman, Dwyane Wade, and Elton Brand.

The connection between Shai and Converse represents more than just a business partnership; it’s a collaboration fueled by a shared vision of artistic expression and athletic excellence. Through this alliance, Shai will wield his influence to shape the future of basketball footwear, weaving together elements of his basketball journey and design fascination, continuing to make more of an impact on the next generation of basketball players and fans.

NBA POST SEASON AND PARIS 2024

As the NBA playoffs begins for the Oklahoma City Thunders and the anticipation of the Paris Olympics beckons, Shai global profile is expected to explode even further. The fact that the Olympic Games will take place in the world capital of fashion, Paris, will surely help SGA’s status rise. Now we just have to wait what this Game and style creator will come up with as the first ever Player/Creative Director in history.

Credits

Filippo Libenzi

Shai Gilgeous-Alexander

IMAGO / Xinhua / Icon Sportswire / ABACAPRESS / ZUMA Wire


Pietro Arese, di record e consapevolezza

Parole e pensieri del mezzofondista HOKA, recordman italiano sui 3000 metri indoor e sul Miglio

Nulla come una mente curiosa, già consapevole e raffinata, può trascinare il corpo a raggiungere risultati impensabili, perfino ad infrangere leggendari record nazionali. Nulla come una mente giovane e aperta può permettere il progresso culturale di un movimento sportivo così stratificato e complesso, come quello del running. La mente di Pietro Arese risponde a questo identikit.

24 anni, un oro continentale nel Cross e due record nazionali, sui 3000 metri indoor e sul Miglio, impreziositi da una laurea in Ingegneria per la Sicurezza del Lavoro e dell’Ambiente. Sta proprio qui, nel punto d’incontro tra sacrificio, riflessione e cultura, la formula segreta di un ragazzo che sta riuscendo a innovare la corsa italiana. Attraverso i tempi. Attraverso le parole. Attraverso il pensiero.

Comprendiamo le infinite sfaccettature di quest’umile campione ai margini di uno speciale talk, organizzato dal brand-partner HOKA in occasione della Stramilano: “Nel mezzofondo veloce la componente mentale è decisiva. Rispetto al mezzofondo lungo la gara è breve, non c’è margine d’errore. Nelle gare-sprint il discorso è diverso, conta semplicemente essere all’apice della tua forma, quasi nulla ti può condizionare al di fuori di te stesso. Nel mezzofondo, invece, puoi essere spinto, spostato, sgambettato... Quando ti trovi alla corda può succedere di tutto: sono dinamiche tanto affascinanti, quanto imprevedibili. Devi saper rispondere immediatamente all’intensità e ai movimenti altrui: il fattore tattico è essenziale. Per questo, a differenza di altre specialità, non sempre vince il più forte”.

E il fattore tattico è sinonimo di studio, spiega l’Azzurro nato e cresciuto nella provincia torinese, elencando le delusioni, o meglio, gli step d’apprendimento affrontati lungo il percorso della propria evoluzione sportiva. “Agli Europei di Monaco ho perso una medaglia perché sono stato superato e tappato da un avversario. Ho dovuto rallentare il passo, arrivando quarto per 14 centesimi. Nei Giochi del Mediterraneo ‘22, invece, ho affrontato una gara nervosissima, dove sono stato continuamente spinto, e ho mancato il podio. Riguardo le mie gare, analizzandole, proprio per evitare di ritrovarmi in situazioni analoghe. Studiando ho compreso che non avevo risposto alla fisicità altrui, e mi sono reso conto che la mia indole pacifica, in determinate gare, poteva essere controproducente. Le gare si vincono e si perdono anche solo per un centesimo, o per una gomitata. Ecco perché è essenziale la presenza mentale: io la sviluppo attraverso lo studio, la meditazione e il costante contatto con la psicologia sportiva”.

La logica di questo talento italiano, approdato all’atletica perché innamorato della texture del tartan, è tanto razionale, quanto passionale. Segue un pattern contemporaneamente accademico e lirico, sublimato in sacrifici e responsabilità. “Per me superare un record come quello di Di Napoli, sui 3000 metri, non è un traguardo, ma una parte del lungo processo d’avvicinamento ai mostri sacri della storia dell’atletica. Nella mia testa non ho ancora superato nessuno. Anche perché, se dovessi scegliere tra una medaglia importante e un record, non avrei dubbi nello scegliere la prima opzione. Tendo ad ispirarmi ai successi internazionali dei miei predecessori, non ai loro primati. Ho avuto la fortuna e l’onore di conquistare un oro a squadre agli Europei di Cross di Torino. Cantare l’inno nella mia città e sotto Superga, da tifoso del Toro, è stata un’esperienza unica. Ora mi sto concentrando su medaglie più “importanti”, se così vogliamo definirle, come quelle dei prossimi Europei di Roma. Riesco quasi a percepire le sensazioni che mi circonderanno all’Olimpico, in quel Colosseo moderno... Ho già la pelle d’oca, so che è un qualcosa per cui vale davvero la pena sacrificarsi e lottare”.

Già più volte impegnato nel ruolo di commentatore di Sky, o di “giullare”, come ama sottolineare con sincera autoironia, Arese oggi rappresenta ben più di numeri e risultati. È la definizione di atleta-impegnato, di prospetto-già attestato e di studente-professore del running. Una condizione privilegiata, guadagnata grazie alla rara sostanza interiore che, allenamento dopo allenamento, esperienza dopo esperienza, coltiva al pari delle sue performance. “Amo correre. Essere un atleta professionista è un privilegio senza paragoni. È il lavoro più bello del mondo. Vivere in prima persona questo percorso sportivo è meraviglioso.

Inoltre, il running è prezioso perché mi permette di viaggiare dentro me stesso. Spesso mi alleno da solo e non ascolto la musica, corro tra i miei pensieri, ascolto il mio respiro. La corsa fa bene al mio corpo, ovviamente, ma fa soprattutto bene alla mia mente: sulla pista sto conoscendo me stesso, non solo come atleta. E voglio continuare a farlo”. 


Marcello Zani e Sequoia, l’arte scientifica del surf e dello shaping

Il fondatore di Sequoia Surfboards, ed ex pilota professionista, spiega la connessione tra motori e tavole

La creatività sportiva non ha limiti, e raggiunge i suoi punti apicali nella commistione di universi differenti, anche distanti anni luce tra loro. Come il surf e il motorsport. Da una parte la funzionalità scientifica e l’individualismo esasperato, dall’altra la sublimazione stilistica e la condivisione collettiva. Marcello Zani e la sua azienda Sequoia Surfboards sono la definizione di quest’impossibile, eppure virtuoso e affascinante intreccio.

Nella sua Riviera Romagnola Marcello ha sposato da subito i motori, diventando pilota professionista e arrivando a correre nelle più riconosciute competizioni internazionali. Poi ha scoperto il surf e ha deciso di modificare il paradigma della propria vita, abbandonando il volante per lanciarsi tra le onde e la loro cosmopolita community. Le correnti l’hanno poi introdotto all’antica arte dello shaping, della creazione delle tavole, consentendogli di trovare il perfetto punto d’arrivo della sua duplice vita sportiva.

 Qui alle ore in bicicletta si alterna un programma di aiuto scolastico, votato alla preparazione professionale di giovani sudafricani: un’impresa utopica in una zona che “vanta” un tasso di disoccupazione del 60%

Lontani dal crimine, lontani dalle droghe. Pedalata dopo pedalata per un futuro migliore. Il reportage fotografico è di Chad Cheverier & Tashena Burroughs

Dal motorsport al surf, quali sono i motivi alla base di quest’insolita transizione?

“Da piccolo andavo in skate e avevo provato a surfare nel mare piatto della Riviera Romagnola, ma mi ero spaventato subendo la forza delle correnti. Non riuscivo a rientrare a riva, non respiravo... Ho pensato che mai avrei surfato di nuovo. Negli anni sono diventato un pilota professionista, arrivando anche a correre il Mondiale di Gran Turismo. Il mondo dei motori era la mia casa. Il richiamo del mare, però, mi ha portato di nuovo a provare il surf e da quel momento ho deciso di lasciare tutto per girare il mondo con le mie tavole. È stata una necessità. Nella cultura surf ho trovato qualcosa che mancava nei motori: un forte senso di collettività e condivisione, e la possibilità di esprimere appieno il mio stile, la mia creatività. Il surf non è uno sport canonico, ha un’anima anarchica e punk che nei motori non avevo mai trovato. Riesce ad evidenziare ed elevare stili differenti. Nel motorsport, invece, sembrava stranissimo quello che faceva Valentino Rossi... Il surf mi ha permesso d’esprimermi e mi fatto apprezzare tante altre cose, come le amicizie in giro per il mondo e il legame con spot speciali”

L’arte dello shaping com’è entrata a far parte della tua vita?

“La mia vena creativa è sempre stata attiva, ma da piccolo non ho mai avuto grande occasioni per svilupparla. Anche se mio nonno ha studiato design in Svizzera, non si può dire che venga da una famiglia artistica. Il mio lato creativo si è sprigionato per uno strano allineamento di pianeti: ero un compratore seriale di tavole da surf, continuavo ad acquistarne, così ho deciso di provare a farmele da solo. Come quasi tutti gli altri shaper italiani sono un autodidatta, mi sono fatto le ossa all’estero, viaggiando e scoprendo questa forma d’arte. Mi sono dovuto guadagnare sul campo ogni nozione, tappa dopo tappa. Non è stato semplice, soprattutto a livello economico. Nonostante questo, ammetto di aver sofferto quando ho venduto le prime tavole. Ero geloso. Mi dispiaceva darle ad altre persone, per me erano come dei figli. Da quelle prime tavole, poi, tutto si è evoluto nel progetto e nel brand Sequoia Surfboards, che ho deciso di radicare in Italia. In generale lo shaping mi ha dato l’opportunità di trasformare le idee in funzionalità. Nel motorsport facevo il contrario, e non mi appagava allo stesso modo. Oggi mi emoziono quando vedo vincere un atleta sulle nostre tavole, perché è la prova tecnica della loro qualità e della nostra attenzione ai più piccoli dettagli”

Innovazione e tradizione. Scienza e arte. Come si uniscono questi estremi nel design e nelle performance di una tavola?

“Sono un grande appassionato del marchio Ferrari e credo che la tendenza al bello sia insita nella nostra cultura. In fondo in Italia siamo circondati dalla bellezza, e un’icona come il marchio Ferrari ha plasmato il concetto del fare le cose per bene, sotto tutti i punti di vista. La mia idea di shaping è quella di rispettare la tradizione, e di farla sposare con la perfezione garantita dall’innovazione. Questo è il motivo per cui la componente scientifica gioca un ruolo fondamentale nella vision Sequoia. Attraverso tecnologie avveniristiche, come il CFD, riusciamo a migliorare le prestazioni delle nostre tavole con cambiamenti quasi impercettibili, di millimetri. Lo shaper oggi deve bilanciare la parte irrazionale degli atleti e delle sensazioni provate tra le onde, con quella razionale dei dati e degli studi specifici. Lo stesso accade nei motorsport, con il pilota da una parte e l’ingegnere dall’altra. Continuando questo parallelismo, lo shaper di un tempo era paragonabile ad un meccanico, mentre lo shaper contemporaneo dev’essere più vicino alla figura dell’ingegnere. Credo molto in questa filosofia rivoluzionaria per lo shaping, e sono sicuro che sarà il futuro di questa professione”


Ricordati di me, l’eterna e decadente bellezza del Sant’Elia

Le foto di Enrico Follesa ci guidano nelle rovine archeologiche dello storico stadio del Cagliari

12 settembre 1970, il Cagliari ha il primo, e unico, Scudetto cucito sulle proprie maglie. La squadra-simbolo dell’isola sarda, guidata dall’onnipotenza di Gigi Riva, ha appena conquistato un leggendario titolo, scioccando l’intera nazione, e sta inaugurando una nuova casa: lo Stadio Sant’Elia. È l’inizio di un sogno dolceamaro.

Improbabili incendi, illogicità urbanistiche e mala gestione infrastrutturale spingono, stagione dopo stagione, il Sant’Elia verso il baratro del degrado. Nemmeno i lavori d’Italia ‘90 mutano un inesorabile processo di autodistruzione, amplificato da una costante miopia e noncuranza istituzionale. Il Sant’Elia soffre insieme ai tifosi del ‘Casteddu’, tramutandosi prima in un’agonizzante cattedrale calcistica, poi in confuse rovine. 

La lente di Enrico Follesa ci guida tra le visioni archeologiche del Sant’Elia contemporaneo, dove emozioni e gol riecheggiano in scenari mistici e vuoti evocativi, mostrandoci la disabitata bellezza di un polo aggregatore incapace di reggere alla fallacia umana. A mezzo secolo di distanza dalla sua genesi, il Sant’Elia sta attendendo silenziosamente una seconda vita.

‘Ricordati di me’ non è una richiesta, ma un monito. È il desiderio di veder rivivere ciò che è stato incomprensibilmente lasciato morire. È la volontà di non replicare errori surreali. È la preghiera di ogni tifoso che ha popolato questi spalti con cori, lacrime e bandiere. È l’ostinata, artistica ricerca dell’ordine in un incomprensibile caos.


Il balletto delle giganti

A journey among the pioneers of female Sumo

Il Sumo sta cambiando, sta diventando rosa

Il Sumo è un ipnotico balletto, un estrema coreografia tra giganti traballanti. Un passo di coppia, un duetto di corpi strapotenti e inarrestabili. Rituali, tradizione e passato si mescolano a performance atletiche uniche nel loro genere. Peso e forza, ma anche tecnica e intelligenza tattica: sul Dohyo (speciale ring) esistono 82 tecniche differenti di vittoria, o ‘Kimarite’.

In questo sport esotico e affascinante, storicamente associato al Sol Levante, sono da sempre gli uomini ad ottenere le attenzioni dei media: a questi atleti speciali vengono riservati trattamenti da rockstar, da attori hollywoodiani. Alle donne, invece, questo mondo è sempre stato precluso, celato dietro una fitta cortina di false speranze e reiterati dinieghi. Solo oggi questa attitudine sta lentamente cambiando: sempre più rappresentanti del gentil sesso iniziano a gareggiare in questa disciplina, l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori sta inaspettatamente crescendo.

Matthew McQuillan è volato dalla Gran Bretagna al Giappone per ritrarre intimamente, tra allenamenti e obiettivi, fatiche e novità, la 23enne Mako e la 32enne Shizuka. Due generazioni, due donne completamente differenti: la prima studentessa infermiera, la seconda camionista. Due lottatrici che sul Dohyo provano, passo dopo passo, spinta dopo spinta, a mutare la storia del Sumo femminile.

Per fotografare alcune di queste pioniere del sumo femminile ho viaggiato dal Regno Unito al Giappone e, dopo un pomeriggio di jetlag per orientarmi a Tokyo, ho raggiunto la città di Tachikawa dove abbiamo trovato la nostra location: la Tachikawa Renseikan Sumo Hall. È qui che io e il mio organizzatore avremmo incontrato Mako e Shizuka.

Matthew McQuillan è volato dalla Gran Bretagna al Giappone per ritrarre intimamente, tra allenamenti e obiettivi, fatiche e novità, la 23enne Mako e la 32enne Shizuka

Shizuka is 32 and has been wrestling for 16 years. Male sumo wrestlers would start training at age 16 or 17 at a stables and would likely be heading for retirement by their mid 30s, but this is not the case for Shizuka. Much of her time is consumed by her day job as a truck driver, so she uses the heavy loads she has to carry to contribute towards her weight training.

Usually I like to have a chat and build some kind of rapport with the people I’m photographing, but given our immense language barrier this was impossible. Despite the inability to communicate properly, I really got a sense of the wrestlers’ charisma and how excited they were to be involved with the project.

While the wrestlers were getting ready, I made the last adjustments to my lighting. I could hear them laughing and joking while doing their warm up of various stretches and lunges. When they entered the Dohyo (ring), however, there was silence in the hall and a complete respect for the sport. The ring was prepared by spreading a mound of sand around the ring. They then squatted in position and began their bout. 

Immediately they gave all they could. I didn’t need to give them much direction to achieve an interesting composition in the images or capture the shapes they made – their wrestling prowess did that all for me. At times I had to move swiftly to stop from being bombarded which in itself was quite incredible as during a tournament you would never be able to get so close.

We shot for three hours, only stopping for short intervals for everyone to catch their breath. Their work ethic was incredible – I didn’t need to ask to get going again so that we could continue shooting, they just picked up where they left off. Used to short intense bouts the women demonstrated an extreme level of fitness.

Credits

Matthew McQuillan

IG  @mattmcquillan
WEB matthewmcquillan.com


Junior Banger Racing

Macchine che si scontrano e odore di benzina. Sono più che bambini, sono piloti

Il Junior Banger Racing è un evento per giovani, giovanissimi senza paura. Ragazzi tra gli 11 e i 15 anni si siedono al volante di vecchie automobili completamente rivoluzionate, pronte a sfidarsi e scontrarsi.

Le gare vedono crearsi attorno al circuito un’atmosfera eccitante, gli spettatori assaporano l’odore di carburante nell’aria e delle lamiere divelte, i suoni dei motori ruggenti e degli pneumatici in sofferenza

In questo cortometraggio, diretto da Jack Flynn e Nick David, scopriamo quattro giovani piloti impegnati nella ‘The Junior Banger World Final’: ci viene regalato un affresco di questa rara passione e delle personali, intime esperienze all’interno di uno speciale universo a motori.

Credits

Directed by Jack Flynn and Nick David

IG @jackisflynn
WEB jackflynn.co.uk

IG @nickdavid
WEB www.nickdaivd.co.uk


Julian Pace e l’osmosi della pop culture sportiva

Gli atleti sono più grandi della vita stessa nelle opere di questo artista statunitense

La pop culture sportiva a volte non è una scelta, è semplicemente un’ispirazione osmotica, una speciale sostanza fatta di wrestling, major sport americani e calcio iconico, che attecchisce sottopelle, per poi sprigionarsi nella creatività. Come nel caso di Julian Pace. Le spalle larghe, i visi e i corpi alterati di questo pittore contemporaneo, cresciuto tra Seattle e Firenze, sono un riflesso delle sue esperienze, di atleti più grandi della vita, come lui stesso li definisce: sono riapparizioni e rielaborazioni di sportivi diventati simboli e icone globali.

“Le origini del mio rapporto con l’arte vanno molto indietro nel tempo. Ho sempre avuto una matita e un foglio con me. Mia nonna e mia zia hanno sempre incoraggiato a sviluppare il mio lato artistico. Mio padre viveva a Firenze, quindi ogni estate attraversavo l’oceano dagli US. Con me portavo lo skate e i materiali per disegnare. Tutto qui. Sono sempre stato interessato a moltissime cose diverse, e la mia famiglia mi prendeva in giro per questo. In termini sportivi sono stato influenzato dai miei fratelli maggiori e dall’Italia, quindi il calcio ha sempre giocato un ruolo centrale nella mia vita. Non potevo andare alle partite della Fiorentina, perché secondo mio padre erano troppo pericolose, ma la tifavo e odiavo la Juventus, così come ricordo di aver avuto tante maglie da calcio e di aver amato profondamente Baggio e il Ronaldo originale. Sono sempre stato attirato da queste figure capaci di superare i confini dell’iconicità sportiva, diventando più grandi della vita stessa. E questo si traspone nella mia arte”

L’italiano d’America. L’americano d’Italia. Il dualismo adolescenziale ed esistenziale di Julian è la via d’accesso ad una cultura composita, allo stesso tempo tradizionale e progressista. Il calcio storico fiorentino e Hulk Hogan. I tifosi MLB e gli ultras europei. Egon Schiele, Chuck Close e l’arte contemporanea di internet. Tutto è parte dell’atipica filosofia di questo artista dei due mondi, tutto può tramutarsi in una visione, in uno schizzo estemporaneo dedicato al vasto circo sportivo e alla sua diffusione mondiale, sospinta da irrazionali logiche economiche a personalità strabordanti.

“Molti dei miei soggetti emergono in maniera istintiva. Sono dentro di me, sono nelle partite dei Mariners e dei Sonics che andavo a vedere, negli show televisivi WWE, nei vecchi sponsor che caratterizzavano le maglie di calcio, nelle esperienze universitarie dei miei genitori. Solo guardandomi indietro capisco da dove arrivino queste fonti d’ispirazione. So di avere a che fare con la cultura pop, ma non mi sento un pop artist. Non amo categorizzarmi. Sicuramente la pop culture, anche quella sportiva, mi ha nutrito lungo tutta la vita, ed è naturale che i miei quadri siano legati ad essa. La componente nostalgica non è necessariamente parte di questo processo. Diciamo che tutto è iniziato quasi per scherzo, comprese le spalle larghe che rendono distintivi i miei ritratti. Un giorno stavo disegnando Dennis Rodman, e un amico mi ha fatto notare le spalle striminzite che avevo abbozzato. Così le ho ingigantite, esagerate. Ho pensato fosse una soluzione interessante e ho iniziato ad usarla anche per i lavori a più larga scala. In fondo si sa che lo stile personale nasce dagli errori... Oggi mi piace che il pubblico nei miei quadri possa rivedere delle carte collezionabili dalle proporzioni assurde. Sono figure colossali che restano, però, connesse all’immaginario delle figurine. È come se l’osservatore tornasse bambino, perdendosi in queste figure”

La tardiva esplosione artistica di Julian Pace, divenuto artista a tutti gli effetti solo nel 2021, abbandonando una precedente carriera da bartender, oggi sta ispirando tanto la dimensione artistica, quanto quella sportiva e fashion, come dimostra per esempio il legame con il brand Rowing Blazers e il suo founder, Jack Carlson, che abbiamo avuto modo d’intervistare. L’ascesa di Julian continua ad essere fulminea, ma consapevole di una libertà che per molto tempo gli era stata negata: la possibilità di vivere attraverso la propria espressione personale.

“Ho assorbito e sto ancora cercando di assorbire il più possibile nell’arte, da un punto di vista di tecniche, materiali ecc.”, conclude lo statunitense che, nei prossimi mesi, farà ritorno nella sua seconda terra italiana, “Oggi ho la fortuna di concentrarmi solo sulla produzione artistica e sono circondato da tante persone stimolanti, che mi permettono costantemente di evolvere. Ho sempre avuto l’idea di potermi concentrare sull’arte, ma solo negli ultimi anni tutto è realmente cambiato. Sento un’energia frenetica dentro di me, voglio imparare e crescere. Non ho un piano preciso, seguo la fluidità dell’universo, quindi non ho piani precisi per il futuro. In questo momento sono motivato e ambizioso, sento un fuoco dentro e spero possa continuare a bruciare”


Luis Vuitton x Paris 2024, il savoir-faire francese continua a celebrare lo sport

La sponsorizzazione di LVMH alle prossime Olimpiadi è solo l’ultima tappa di un viaggio dove lusso è sinonimo di vittoria

Movimento dopo movimento, esercizio dopo esercizio, gesto dopo gesto. La vittoria, così come la produzione di un oggetto, è il frutto di un’inesauribile ripetizione di una movenza. E l’atleta, proprio come un artigiano, rappresenta l’artefice di un susseguirsi continuo di azioni votate al trionfo. Ma nel significato di ‘Artigiani di tutte le vittorie’, concetto coniato da LVMH e che lega il gruppo luxury all’immaginario sportivo, atleti e artigiani hanno molto più che un semplice ruolo in comune. Secondo questa visione creativa-agonistica, sportivi e maestri del lusso condividono un estro, un pensiero e un innato quanto appreso talento nel creare i sogni.

È proprio ‘L’arte di creare i sogni’ a rappresentare la mission del gruppo nel panorama dei XXXIII Giochi Olimpici, i terzi a firma parigina dopo quelli del 1900 e del 1924. A un secolo esatto di distanza dall’ultimo grande ballo dei cinque cerchi, per la capitale francese le Olimpiadi rappresentano una rinnovata occasione per esibire al mondo il valore e la qualità del suo savoir faire.

Quel saper fare tipico di una tradizione di cui Luis Vuitton e l’intero gruppo LVMH hanno scelto di farsi portavoce, con una sponsorizzazione unica nel suo genere per cifra d’investimento e perimetro di azione. 150 milioni di euro messi in campo, tre maison coinvolte - LV, Dior e Berluti - oltre a Sephora e Chaumet, con il brand beauty che sarà partner ufficiale della fiaccolata olimpica e la storica gioielleria che produrrà le medaglie.

Una sponsorizzazione che fa del gruppo e dei suoi brand un ponte tra moda e sport, connessione che affonda le proprie radici non solo nell’ambito di una tendenza sempre più forte, che vede il mondo del lusso confluire all’interno dell’universo sportivo, ma figlia anche e soprattutto di un’unità di intenti: quella degli artigiani e quella degli atleti, entrambi impegnati in una costante e irrefrenabile ricerca di perfezione.

A rappresentare questa unità d’intenti non possono che essere quegli atleti che LVMH descrive come ‘artigiani di tutte le vittorie’. Léon Marchand, Mélanie de Jesus dos Santos, Enzo Lefort e Pauline Déroulède diventano così i volti scelti per veicolare il legame esistente tra il gruppo francese e l’elemento sportivo.

Perchè il rapporto del brand con lo sport e i suoi simboli è un legame che ha attraversato la storia, segnandone principalmente i momenti più ambiti: le conquiste di un trofeo. Dal calcio al rugby, dalla vela al tennis, fino al basket e alla Formula 1: V per vittoria è anche V per Vuitton. I trophy trunks, i bauli porta trofei realizzati dal marchio francese, racchiudono infatti l’intera essenza di sforzo, sudore, sacrificio, sofferenza, gioia e riconoscimento che sono parte di quel concetto di vittoria che simbolicamente suggella il viaggio sportivo, segandone la conclusione. E per il marchio nato nel 1884 ad Asnières, indissolubilmente legato all’esperienza del viaggio, appare naturale questo ruolo sportivo.

Ecco quindi che il pallone d’oro, le ultime quattro coppe del mondo di calcio (2010, 2014, 2018 e 2022) hanno viaggiato in un baule targato LV, così come due delle ultime coppe del mondo di rugby (2015, 2023) e, dal 2020, le ultime edizioni del trofeo NBA Larry O’Brien.

Ma la storia di Luis Vuitton nella celebrazione dei trionfi sportivi ha origini ben più lontane. Nel 1983 il marchio francese sponsorizzò infatti la regata di selezione tra la squadra vincitrice della Coppa America e i suoi sfidanti: la Luis Vuitton Cup appunto. Una tradizione, quella nautica, a cui la maison del lusso ha sempre guardato con entusiasmo, collaborando con la stessa Coppa America per la realizzazione dell’iconico baule del trofeo internazionale più antico del mondo.

Dagli sport di squadra fino a quelli individuali, i portatrofei realizzati a mano dagli artigiani LV, con uno sforzo tecnico e creativo che talvolta può superare le 400 ore di lavoro, sono sempre stati personalizzati in base al tipo di coppa che erano destinati a ospitare. Uno degli esempi più iconici è senz’altro la Coppa Davis: nel 2019 il trofeo fu presentato alla fase finale del mondiale di tennis maschile all’interno di un baule circolare rivestito dall’inconfondibile tela Monogram Mocassar e arricchito da numerosi dettagli in pelle. Dotato di una base gigantesca la cui parte superiore si apre fino a rivelarne la coppa, lo scrigno è una delle testimonianze più iconiche della maestria del brand parigino nella custodia dei simboli del successo sportivo. All’interno del panorama tennistico Luis Vuitton ha realizzato poi anche i portatrofei del Roland Garros e, più recentemente, degli Australian Open.

Un’esperienza universalmente riconosciuta, che ha portato la maison francese a collaborare anche nel mondo del Motorsport, con la 24 ore di Le Mans prima e la Formula 1 poi. Ma nel mondo dello sport il ruolo di Luis Vuitton non è legato al solo epiteto di “custode della vittoria”. Negli scatti e nelle campagne del brand francese si riversa molto di più.

In the world of sports, Luis Vuitton’s role is not just tied to the epithet “keeper of victory”. Because in the vision of the maison, as well as in its DNA, the value and importance of travel are ingrained. Even in the sporting element, the exaltation of a journey takes prominence by celebrating that set of stories and moments that go beyond the one component of triumph. Rivalry, strength, style, legend, evolution. In the shots and campaigns of the French brand there is all this and more.

Cristiano Ronaldo e Messi che alla vigilia del loro ultimo mondiale giocano la loro ultima e più importante partita a scacchi, suggellando il più grande antagonismo del nostro tempo, o Carlos Alcaraz che in un connubio tra moda e stile esibisce il suo bagaglio di attrezzatura e cimeli valicando i confini del tennis, diventando il simbolo dell’evoluzione,  di chi è solo all’inizio di un lungo viaggio ma è già in grado di evocare un nuovo orizzonte del talento, destinato a lasciare un segno anche fuori dal campo. Dall’inizio di un viaggio verso la fine di un altro. Da chi è destinato a diventare leggenda a chi è già il volto di un’epopea sportiva, come Lebron James.

Ogni fusione tra sport e lusso è, per Luis Vuitton, un’esaltazione dello stile. Uno stile non solo estetico, ma anche atletico: quel savoir faire di cui ogni sportivo è unico detentore e che si concretizza in uno schematico ripetersi di movimenti tanto quanto in un insieme di gesti guidati dalla fantasia dell’atleta. È il caso di Eileen Gu, sciatrice freestyle la cui immagine è stata scelta dalla maison per raccontare l’immaginario dell’iconica Luis Vuitton Twist.

LVMH x Paris 2024 non segna solo il più grande impegno economico a sostegno di un evento sportivo per un’azienda, ma anche la naturale evoluzione di un rapporto che per Luis Vuitton ha sempre rappresentato nel corso della storia un incontro tra eccellenze. Un incontro celebrato movimento dopo movimento, passo dopo passo, gesto dopo gesto, nell’atelier di Asnières esattamente come nei campi da gioco di tutto il mondo.

Credits

IMAGO

Louis Vuitton


A Georgian Myth , Kazbbegi trail with techunter

TECHUNTER takes us to the Kazbegi Mountain Marathon and the Georgian outdoor universe

The TECHUNTER team ventured into the mountains of Georgia, specifically the region around mount Kazbek, to explore its surroundings, history, geography and the legendary Kazbegi Mountain Marathon. Along with runners and friends Jodie and Giuliano, the team took on the 10km and 30km distances of this breathtaking skyrace. They also spent some quality time in the mountains prior to the race and decided to share their experience with us. Enjoy.

Mount Kazbek is a stratovolcano. It consists of many layers (strata) of lava and other material that comes out of a volcano during eruptions, and it usually cools and hardens before spreading too far from its source. This is a reason for the steep profile of such mountains. The summit of the great mountain was first climbed in 1868 by D. W. Freshfield, A. W. Moore, and C. Tucker of the Alpine Club, with the guide François Devouassoud. They were followed by female Russian alpinist Maria Preobrazhenskaya, who made the climb nine times starting in 1900.

The Mountain is situated in the middle of the Greater Caucasus. Standing 5054 meters above sea level, Mount Kazbek is the 6th tallest in the whole Great Caucasus and is the 2nd tallest volcanic-type peak in the Caucasus, outmatched only by the mighty Mount Elbrus. Mount Kazbek is the 5th highest ultra-prominent peak (1.500 m. above its surroundings) in all of Europe and is taller than any other peak in the continent, except the Great Caucasus mountains. It is located to the west of Stepantsminda town (formerly known as Kazbegi) and together with a nearby Gergeti Trinity Church dominates the landscape.

The Georgian name for the mountain is “Mkinvartsveri”, meaning, not directly, “the Glacier Peak” and in a language of local Nakh people – “Molten Mount”.

The mountain finds itself a center for many legends from all around the world. One of the most famous ones is of Prometheus. As the story goes, after giving the fire to mankind, Zeus ordered Prometheus to be chained to Mount Caucasus, where a raven was sent to peck at his liver. It is not confirmed whether Prometheus was chained to Mount Kazbek exactly, as authors refer to a peak in the Caucasus without naming the exact place, yet there is an interesting parallel to Georgian legend, where another god-like being – Amirani, challenged God and after losing the battle was chained to what Georgians call Mkinvartsveri – modern Kazbek.

Within the mountain itself lies probably the most mysterious place in all of Georgia – Betlemi cave. There is a legend among the local peoples, that when Mongols invaded Georgia, young warrior-men rushed with horses to the cave to hide the most important treasures of the country. Willing to keep the secret at all costs, men took their own lives. The cave, closed by an iron gate, would be accessed only by the one of pure heart, when a chain tied to the mountain revealed itself, which granted access to the cave. Another connection to Prometheus. The cave is even related to Abraham’s tent and the Golden fleece, which according to the legend was hidden in Colchis (modern day Georgia). This is where Jason and the Argonauts set out to look for it.

Kazbegi Mountain Marathon is an annual skyrace held in Georgia in September. The marathon is included in the UTMB® World Series Qualifiers, certified by the International Trail Running Association (ITRA) and courses through the Caucasus Mountains in the northern part of the country. The starting and finishing points are in the town of Kazbegi located on the historical military road. The Kazbegi Mountain Marathon is both the largest as well as the first mountain racing event held in the Caucasus.

Over the years the race offered different routes: 4km Fun run (elevation gain 300m), 10km Trail run (e.g. 900m), 15km Skyrace (e.g. 1,300m), 30km Extreme distance (with elevation gain of 2,500m, which requires pre-qualification for each runner).

The marathon is organized by TrailLab and attracts athletes from USA, Germany, England, France, Italy, Japan, Germany, Kazakhstan, Israel, Kenya, the toughest local runners, as well as runners from the immediate neighboring Armenia, Azerbaijan, Turkey and Russia. The breathtaking Extreme route takes the elite participants from the Gergeti village at the 2000m altitude through the stunning Gergeti glacier up to the Bethlemi Hut and weather station at the 3700m of elevation, where mountaineers take refuge before summiting Kazbek itself.

This first and the main accent is going straight from the starting line to the top, which means you’re getting 95% of your altitude gain during the first 10km. If you were fortunate enough to reach the weather station within the cut-off time, a long downhill awaits you from the peak to the valley below. Roughly, the race is like you attempting to climb the Kazbek, at a running pace, and at the base camp you realise you forgot all of your mountaineering equipment and swiftly run back.

The race was a culmination of the TECHUNTER team exploration of the Kazbegi region, and their athletes were fortunate enough to face all of the skyrace’s high-altitude difficulties and successfully finish this adventure. The entire journey was portrayed through Ivan Dzhatiev’s lens.

Testi di Gianmarco Pacione

Content creators: Techunter Magazine


Behind the Lights – Tana Wizard

Fotografia, moda, streetball. Un tuffo nella vita di questo creativo del Sol Levante

L’occhio, il polso, i polpastrelli si muovono verso Oriente, direzione Sol Levante. Nelle metropoli in cui si fondono luci al neon e ciliegi, tradizioni secolari e ipermodernismo, trovano posto una serie di enclavi cestistiche in costante evoluzione, in costante fermento.

Sono le comunità dello streetball, della palla a spicchi che travalica il sapore dell’asfalto per diventare cultura popolare, per sposare il mondo fashion. Sono le comunità di Tana Wizard, ispirata mente capace d’intrecciare questi binari paralleli, affidando al Gioco la propria ricerca e il proprio impegno quotidiano.

“Ho iniziato a giocare a basket quando ero alle elementari. Più ci giocavo, più ero risucchiato da questo meraviglioso sport: all’epoca l’NBA iniziava a popolare i televisori e, al suo fianco, prendeva sempre più piede il manga SLAM DUNK. Vicino a casa mia non c’erano canestri, così ne ho dovuto creare uno. Ho lavorato su dei pezzi di metallo, dando loro una forma circolare, e li ho fissati su un tabellone di legno, appendendo tutto su palo telefonico. Vivevo in una zona collinare e non potevo permettermi di perdere il pallone, altrimenti l’avrei dovuto rincorrere lungo la strada: per questo motivo ho iniziato a migliorare le mie doti di palleggiatore, quelle doti che, più avanti nel tempo, mi avrebbero regalato il soprannome ‘Wizard’. Dopo il liceo mi sono specializzato nel 3 contro 3 e, contemporaneamente, ho scoperto l’AND 1 MIXTAPE. Da quel momento ho cominciato a portare sempre la palla con me e a desiderare di espandere il movimento dello streetball in tutto il Giappone. Dopo aver preso parte a molti eventi televisivi e a tornei freestyle di risonanza mondiale, mi è stato diagnosticato un problema cronico, così ho deciso di focalizzarmi su SOMECITY prima, su ballaholic poi. Quando il mio disagio fisico è ulteriormente peggiorato, ho smesso completamente e mi sono indirizzato verso la fotografia

Nelle fotografie di Tana vengono ritratti gli ideali e i capisaldi alla base dei vari progetti creati negli ultimi anni. Come SOMECITY, trasversale confederazione del basket di strada, che vede coinvolte e unite tutte le maggiori prefetture nipponiche.

“Lo streetball in Giappone non ha una grande tradizione. Ci sono pochi parchi con campetti, in tanti di essi è vietato addirittura giocare con un pallone. Quando abbiamo iniziato ad organizzare eventi, abbiamo trovato notevoli difficoltà nell’ottenere gli appositi permessi, così abbiamo deciso di creare playground in ogni luogo disponibile, anche all’interno di locali notturni. Questa è l’anima di SOMECITY, giocare ovunque si possa. Dopo qualche tempo abbiamo compreso che non bastava viaggiare nelle varie città e creare di volta in volta sessioni estemporanee, così ci siamo impegnati nel costituire comunità locali, che potessero organizzarsi autonomamente: ad oggi siamo riusciti a stabilirci in oltre trenta centri metropolitani, sbarcando anche in sul territorio cinese”

A sbarcare prepotentemente non solo nel lontano Oriente, ma anche nel Vecchio Continente e oltre Pacifico, nella culla statunitense dello sport di James Naismith, è il brand ballaholic. A dimostrarlo sono le recenti collaborazioni con ASICS e Kevin Couliau, sono, soprattutto, gli innumerevoli attestati di stima e il sempre maggior interesse collettivo per un marchio che rappresenta ben più della semplice estetica fine a sé stessa.

“Prima dello streetball non ero interessato a questo particolare ambito, probabilmente perché ero limitato dalla cultura scolastica giapponese, dove tutti indossano la stessa uniforme. Scoprendo il basket di strada ho scoperto anche lo stile: girare in città vestito da gioco, indossare due paia di pantaloncini, tagliare le maniche delle maglie… A quei tempi pochissimi negozi sportivi vendevano pantaloncini da basket con le tasche, sport e quotidianità erano nettamente divisi: ballaholic parte proprio dalla volontà di superare questo concetto. Inevitabilmente durante quest’esperienza è aumentato anche il mio interesse per il mondo fashion, un mondo che mi permette costantemente d’incontrare creative director e designer, di creare relazioni e connessioni. Un enorme turning point nella mia vita è arrivato quando sono stato obbligato a smettere di giocare, in quel momento la macchina fotografica è diventato il nuovo mezzo per esprimere i miei pensieri e la mia creatività: oggi è uno strumento fondamentale per rendere tangibili questi progetti, per ritrarre amici e streetballer vicini alla nostra community”

Una community dalla doppia anima, fatta di sudore e playground, di contesti urbani e negozi. Una community che a profitto e mercato preferisce termini come ideologia e diffusione.

“SOMECITY è necessario per creare una cultura streetball in Giappone. ballaholic è un brand e un’ideologia. Vogliamo che si avvicinano al basket persone di ogni età, genere ed etnia. ballaholic veste i giocatori di SOMECITY che, a loro volta, abbracciano gli ideali del brand. Per noi lo streetball è il livello massimo di Gioco. Il Gioco è uno stato mentale all’interno del quale ti senti completamente immerso, distante da tutto ciò che ti gravita intorno. Il nostro obiettivo è quello d’innestare la pallacanestro nella quotidianità del maggior numero di persone. A causa del Covid la macchina organizzativa di SOMECITY è stata notevolmente limitata, ma stiamo provando a fare tutto il possibile per non fermarci. Con ballaholic, invece, abbiamo lanciato le importanti collaborazioni con ASICS e Kevin Couliau (legandoci, ovviamente, al suo Asphalt Chronicles). Ora vorremmo costituire un servizio di costruzione di campetti per privati, pensiamo di riuscire a lanciarlo già quest’anno. L’importante però è continuare a fare ciò che ci entusiasma maggiormente, diffondere la cultura cestistica in Giappone e nel mondo”

Credits

Tana Wizard