One Step at a Time | Francesco Puppi e la Western States
Il documentario ‘One Step at a Time’ segue Francesco Puppi nell’epica Western States: una prima esperienza sopra i 100 chilometri che, davanti ad una lunga serie di problemi, si è trasformata in un percorso composito, teso verso una maggiore accettazione di sé e di fiducia verso il valore del contatto umano
‘One Step at a Time’. Un passo alla volta. In questa frase è racchiusa una pellicola che, da un lato, ritrae un’autentica impresa sportiva: il secondo posto raggiunto da Francesco Puppi alla celebre Western States, maturato nonostante la limitata conoscenza di una distanza mai incontrata prima, nonché una serie infinita di problemi sopraggiunti in fase di preparazione. Dall’altro, e soprattutto, una celebrazione dell’identità e dell’accettazione personale, un’intima analisi del processo di autoscoperta ed esposizione all’incertezza, ed un vibrante manifesto dedicato al potere del contatto umano.
Questo significativo documentario, supportato da Hoka, Enervit, Coros e Vibram, e diretto da Damiano Levati, con la compartecipazione attiva in sede di editing, e non solo, di Puppi stesso, trova il proprio nucleo nel concetto di ‘controllo’ e nel paradosso secondo cui, anche all’interno di una carriera podistica su lunghe distanze, iper razionale per sua stessa essenza, incognite e lacune apparenti possano essere, quasi magicamente, colmate da una maggiore accettazione di sé e delle proprie fragilità, e dalla condivisione di esse.
Proprio l’ultra runner italiano, secondo classificato alla Western States, illustra la trama, o meglio, le trame di questa produzione. Un viaggio cominciato nella desolazione di ripetuti, frustranti infortuni. Proseguito nell’insicurezza. E concluso nella piena consapevolezza simboleggiata dall’abbraccio, al traguardo della Placer High School di Auburn, con la compagna Gloria Giudici e il coach Tito Tiberti: autentici co-protagonisti del film.
Ad accompagnare questa conversazione, le foto di Daniele Molineris.



Prima della Western States avevi tracciato un parallelo con la tua prima mezza maratona, corsa a tredici anni: in entrambi i casi parlavi d’ingressi in territori sconosciuti. Arrivato a questo punto della tua carriera, con così tanta esperienza sportiva alle spalle, come ha approcciato questa nuova sfida Francesco Puppi?
“Forse è proprio dalle situazioni di maggiore difficoltà che viene fuori veramente la persona che sei: come affronti i problemi, come affronti le decisioni. Questa è stata un’occasione, ancora una volta, per mettere un po’ in discussione i miei limiti, le mie incertezze, e per tornare ad essere un atleta, una persona che sta imparando a fare qualcosa di nuovo. Più nello specifico, le cose sono andate in maniera abbastanza diversa da come mi aspettavo, soprattutto perché sono arrivato alla Western States con una preparazione condizionata dall’infortunio al polso, dal recupero post operatorio e da una serie di contrattempi. Avevo decisamente meno certezze rispetto a quelle che mi garantisce, solitamente, la linearità che accompagna ogni mia preparazione ad una gara. Alla Western States arrivavo anche con un certo tipo di aspettativa attorno a me. Tante persone aspettavano un risultato. Anch’io, in parte. La domanda, per me, è diventata: quanto vuoi stare dentro quel tipo di narrazione e quanto, invece, provare ad essere semplicemente te stesso, lasciando andare un po’ le aspettative e facendo quello che puoi fare, proprio perché non tutto, questa volta, può essere in tuo controllo?”
Il tema del controllo è tornato spesso nelle nostre conversazioni passate: lo studio, la preparazione, l’analisi e il rapporto quasi scientifico con il tuo corpo sono tutte componenti essenziali del tuo modo d’intendere la corsa. In questo caso, molte di quelle certezze sono venute meno. Com’è mutata la tua idea di controllo in funzione della Western States e com’è cambiata durante la gara stessa?
“Ho dovuto ridefinirla. Durante la preparazione, ho avuto una lunga fase in cui il corpo sembrava non rispondere agli stimoli. Probabilmente era dovuto allo stress eccessivo tra il dover gestire il periodo post-operatorio e la necessità di allenarmi. Non volevo allenarmi soltanto per finire la gara, la mia prima 100 miglia: volevo gareggiare al livello che mi sono sempre aspettato da me stesso. Ad un certo punto, con il mio coach Tito Tiberti abbiamo deciso di abbassare un po’ le aspettative e di approcciarla, quasi, come un’esperienza: vedere cosa potevo trarne e prendere quello che arrivava lungo il percorso, senza pretendere la perfezione, ma accettando semplicemente le circostanze. Nei mesi che portavano alla Western States sono stato messo in grossa difficoltà non tanto dalla parte psicologica, che sono riuscito a gestire abbastanza bene, quanto da quella fisica. Per tanti giorni il corpo sembrava non venirmi dietro. Gli adattamenti sono arrivati, ma hanno richiesto tempo. Nella fase finale di preparazione, le cose hanno cominciato un po’ a collimare e ho iniziato ad acquisire fiducia nel fatto che, almeno, sarei potuto riuscire a finire la gara. Non tanto che potessi essere competitivo, in realtà. Ricordo anche uno scambio con Jim Walmsley, 4 volte vincitore della Western States e detentore del record fino a quest’ultima edizione. Ai primi di maggio gli ho detto: “Non credo di raggiungervi al camp in altura del team Hoka, perché per me non ha senso in questa situazione”. Stavo ancora finendo la fisioterapia e avevo veramente bisogno di concentrarmi su me stesso, sulla routine, sulle mie cose. Avevo bisogno di restare attaccato a una serie di certezze. Lui mi ha rassicurato.
Venendo da distanze più corte, hai una certa struttura, una certa idea di come dovrebbero andare gli allenamenti e delle sensazioni che dovresti avere… Per preparare questa distanza, questo tipo di gara, devi abbandonare quei paradigmi: ovviamente non del tutto, ma in una certa misura. Lo scambio con Jim mi ha fatto capire che quello che stavo facendo, tutto sommato, andava abbastanza bene. Sebbene fosse difficile per me navigare in quella situazione, mi ha infuso fiducia. Anche se c’erano tanti dubbi, aveva senso andare avanti. Sono entrato in gara con questo approccio, con questa mentalità… e credo che, alla fine, mi abbia aiutato. Poi, nel momento in cui ti trovi ad andare meglio di quanto ti aspettassi, è chiaro che subentri una grossa carica. È diverso rispetto ad attenderti di essere in testa per poi trovarti quinto, magari in difficoltà. Non mi immaginavo una gara così tirata, senza un attimo di respiro in quasi quattordici ore. Uno pensa: “La prima metà posso gestirla, ci sarà spazio per lasciare passare i chilometri. Non sarà dura fin dall’inizio.” Invece la Western States è così e, proprio per questo, il controllo può arrivare fino a un certo punto…”
Arriviamo allora all’esito della gara: alla luce di quello che hai condiviso, un inatteso e significativo secondo posto. Alla fine di questo percorso, che senso ultimo ha assunto quel risultato?
“Alla fine, ho capito che non serve fare le cose in maniera perfetta. Nel caso di un atleta, significa allenarsi bene e avere soprattutto continuità nel lavoro, senza pretendere ogni volta quella linearità nella preparazione che, magari, ci si aspetta leggendo un manuale di atletica leggera. Quindi, si tratta semplicemente di accettare te stesso. Non dico di abbassare le aspettative, ma di accettare che le cose possano andare anche in modo differente da ciò che pensavi. Nelle prossime gare cercherò di avere più di fiducia in me stesso, anche quando le cose non saranno esattamente come me le immagino.”



Passiamo al titolo del film, ‘One Step at a Time’. Cosa racchiude per te questa frase e perché avete scelto proprio queste parole per raccontare l’epopea Western States?
“È una frase di Gloria, la mia compagna, che mi ha seguito e assistito durante la gara. Ha usato queste parole all’aid station di Foresthill, al 100esimo miglio. Ero in testa alla gara, ma appena sono entrato nell’aid station le ho detto: “Non so come fare. Non so come fare ad andare avanti”. Mancavano ancora 60 chilometri e la mia mente non riusciva a processare l’idea di poter continuare a quel ritmo. Lei mi ha risposto: “Come hai sempre fatto: un passo alla volta”. Nella sua semplicità, e quasi banalità, trovo sia una frase tremendamente efficace. Descrive proprio come, secondo me, dovremmo cercare di affrontare le sfide che lo sport e, un po’, la vita, ci mettono di fronte. Certo, non è un’idea particolarmente originale, ma assume il ruolo di nucleo perfetto per questo film, per l’intera esperienza Western States. Quelle parole, in quel momento, hanno dato significato alla gara, alla fatica, allo sforzo che stavo facendo e mi hanno aiutato semplicemente a continuare. Ovviamente, con il film non pretendiamo di insegnare nulla a nessuno, tantomeno d’inventare qualcosa. Credo però che in ogni contesto, in ogni esperienza, ci sia del valore quando certe cose si manifestano con tanta chiarezza e forza. Possono diventare un paradigma per altre persone: un modo per ricordarsi come si fa ad andare avanti.”
Nel tuo percorso recente, il contatto umano sembra aver assunto un ruolo sempre più rilevante. Come hai vissuto questa apertura verso gli altri e come la interpreti, oggi, guardandoti indietro?
“Hai individuato con precisione un, se non il, tema fondamentale del film: quello delle relazioni. Condividendo la preview del film, ho scritto esattamente questo: il film riguarda il percorso che ho fatto insieme a Tito, il mio allenatore, alla mia compagna Gloria e alle altre persone che mi sono state accanto… E riguarda la forza di questo tipo di condivisione, più che su come si corre la Western States sotto le 14 ore. È difficile per me usare parole che non risultino banali o dei cliché, però negli ultimi anni mi sono reso conto di quanto appoggiarsi ad altre persone, chiedere aiuto, condividere le proprie emozioni e mostrarsi vulnerabili non sia affatto un segno di debolezza. In una certa misura, è il segnale della volontà di andare alla radice di certi problemi. È un processo che richiede anche tanto coraggio. E credo che, in questo processo, si trovi la nostra vera forza interiore: una forza che poi si riflette in ciò che facciamo. Dopo, certo, si tratta di correre. Quando le persone mi chiedono cosa conti nell’ultra running, rispondo che, per iniziare le gare, contano le gambe. Però, dipende molto dal tuo stato mentale ed emotivo quanto di quel potenziale sarai, effettivamente, in grado di utilizzare. E questo può essere aiutato tantissimo dalle persone che ti circondano, specialmente quando sono in grado di capirti come persona, di supportarti e di mettersi nei tuoi panni.”
Quanto è stato complesso farti riprendere nei momenti di dubbio e, allo stesso tempo, continuare a vivere la preparazione prima, la gara poi, senza percepire la presenza di un film che si stava costruendo intorno a te?
“Penso che il livello di confidenza e il rapporto di amicizia che ho sviluppato con Damiano Levati, il regista del film, siano stati molto importanti. Di fatto, Damiano è entrato molto nella mia quotidianità e nella mia intimità, nei miei momenti di down, di dubbio, di difficoltà... Per me è stato fondamentale avere al mio fianco una persona in cui potessi riporre fiducia, da cui non mi sentissi giudicato e con cui potessi semplicemente essere me stesso. Mai pensato che stessimo facendo delle riprese per un film o che stessi recitando un ruolo. Niente di tutto questo. Non avevamo una trama: abbiamo cercato di raccontare, giorno per giorno e settimana per settimana, quello che questa preparazione ha comportato per me e, poi, il giorno della gara. Aver lavorato con Damiano Levati e con Daniele Molineris, che ha curato la parte fotografica, è stato importante e significativo proprio per queste ragioni.”



Rivedendo il film nella sua interezza e sul grande schermo, ci sono stati momenti che ti hanno colpito in maniera particolare, per la bellezza delle immagini o per la profondità di ciò che stavano raccontando?
“Ce ne sono stati molti. Anche perché sul film ho lavorato in prima persona dal punto di vista dell’editing, dei sottotitoli e di tante altre cose… Ad un certo punto, è subentrata quasi una disaffezione nei suoi confronti, però, nonostante questo, vedere il suo esito finale insieme a tante persone ha fatto una grande differenza e mi ha genuinamente emozionato. C’è una parte, quasi sul finale, in cui dico che per tanto tempo ho usato il fatto di non sentirmi mai abbastanza come motivazione per impegnarmi di più, migliorare, lavorare duramente… Il vero cambiamento avvenuto negli ultimi anni è stato accettare che, in certe situazioni, soprattutto in quelle più difficili, ci sta cercare, semplicemente, di fare del mio meglio. E che, certe volte, riesco a fare delle cose per cui posso dirmi “bravo”. Momenti in cui posso dare effettivo valore a me stesso: cosa, questa, che per me è sempre stata difficile. Sono un po’ insicuro, ho tanti dubbi. Per questo, porre tutto questo in relazione con le persone che mi vogliono bene, che erano lì, che mi hanno supportato e che mi hanno permesso di concludere quella gara, significa tanto. Sentire quel supporto e quell’amore incondizionato nei miei confronti è stato molto potente, perché per tanto tempo ho pensato di non meritarlo. Tuttora faccio un po’ fatica a dire: “Me lo merito”. È sempre difficile. Però, piano piano, sto riuscendo a risolvere questa tensione dentro di me.”
Hai menzionato il tuo coinvolgimento nell’editing, nella scrittura dei sottotitoli e, più in generale, nella costruzione del film. Nei diversi focus editoriali che abbiamo sviluppato insieme negli ultimi anni, al percorso dell’atleta si è progressivamente affiancata una dimensione narrativa sempre più consapevole. Quanto hai inciso sulla struttura di ‘One Step at a Time’ e cosa ha significato, per te, partecipare attivamente alla produzione di un film?
“C’è tantissimo lavoro dietro un documentario di un’ora. Le clip che, effettivamente, vanno a comporre il prodotto finale sono, penso, un 3% del girato. Sei costantemente di fronte a un’infinità di decisioni: cosa mettere, cosa non mettere, le scelte narrative, la musica, i colori, quale struttura dare alla trama. Una storia può essere raccontata in modi diversissimi. Io queste decisioni le ho affrontate insieme a Damiano. Tante volte lui lavorava operativamente all’editing e io davo dei feedback. Ho partecipato attivamente a questo processo e molte delle scelte narrative che abbiamo fatto sono decisioni comuni. Mi è piaciuto. Forse è un modo poco convenzionale di lavorare su un progetto simile, ma tenevo ad essere coinvolto nel processo narrativo, con tutti i limiti che questo avrebbe comportato, perché ovviamente non sono un filmmaker. Però questa cosa è nostra e, proprio per questo, sono contento di quello che è venuto fuori.”
Ti è mai capitato, durante i mesi di girato, di vivere singoli momenti attraverso il filtro dell’editor anziché quello dell’atleta?
“Come editor devi cercare di disaffezionarti al prodotto, di pensarlo quasi come se non fosse un film su di te, come se stessi raccontando un altro personaggio. È difficile, perché chiaramente sei coinvolto in prima persona e la cosa ti carica parecchio, specie dal punto di vista emotivo. Però, devi cercare di estraniarti. Come atleta, riguardando il film mi sono trovato tante volte combattuto. Anche quando comunico via social mi trovo davanti ad un’eterna indecisione: per gli addetti ai lavori, per gli atleti, per le persone che corrono molto seriamente, alcune cose possono sembrare quasi delle banalità. Non appena allarghi un po’ la prospettiva al pubblico più ampio, però, ti rendi conto che non è così. Sta di fatto che, nel film, ho messo semplicemente quello che mi piaceva e che ritenevo significativo, prima di tutto, per me stesso. Spero che venga apprezzato da chi lo guarda. Anche in questo caso, non lo nego, ho cercato di sgonfiare un po’ le aspettative, di lasciarle andare...”



Allargando questa riflessione oltre il film, cosa può rappresentare per la community trail, ultra e, più in generale, per l’immaginario sportivo italiano e internazionale, dimostrare che un atleta possa incidere attivamente anche su un piano narrativo e creativo, facendolo con competenza e attenzione?
“È un pensiero che, chiaramente, mi mette un po’ in difficoltà, perché faccio fatica a pensare di essere un’ispirazione, un modello o un riferimento per qualcuno. So che, per il ruolo che ho, in una certa misura lo sono e ci sono anche dei risultati che avvalorano ciò. Uno dei messaggi che vorrei venisse colto dal film, e che credo emerga bene, è l’importanza di essere sé stessi e di non lasciarsi definire o incasellare dai confini che le altre persone e, più in generale, la società immaginano per noi e per il nostro ‘ruolo’. Per tanto tempo la figura dell’atleta professionista è stata confinata all’interno di binari abbastanza precisi. Adesso, per fortuna, questi confini stanno sempre più sfumando. È importante che gli atleti possano dare spazio alle diverse forme della propria identità, non soltanto al loro essere atleti. Se, sotto questo punto di vista, il film può essere d’ispirazione per altre persone, sono molto contento. Ma, sia chiaro, vanno benissimo anche tutti coloro che si limitano a correre, ricercando la performance: il mio rispetto nei loro confronti è assoluto.”
Da una parte l’affrontare il territorio sconosciuto della Western States; dall’altra il decidere di raccontarti con questa profondità, mettendoti in prima persona dentro un progetto così complesso... Per quelle delle due cose hai dovuto trovare più coraggio?
“Sono due difficoltà che valuto su livelli diversi. La prima è più sul piano sportivo, anche se, chiaramente, c’è una grossa componente emotiva e mentale. Però, è qualcosa che sai di aver costruito attraverso la preparazione e l’allenamento. Nel film, la mia compagna e il mio allenatore continuano a riportarmi al motivo per cui avevamo scelto di essere lì. Nei momenti di difficoltà, la tua mente non ragiona in maniera lineare e hai bisogno di qualcuno che ti riporti alla razionalità, che ti ricordi che, in realtà, stai affrontando esattamente la cosa per cui ti sei preparato tantissimo. Per me questo è stato fondamentale ed è un altro dei motivi per cui avere quelle persone al mio fianco è stato così importante.
L’altro tema è quanto sia stato difficile, e quanto coraggio abbia richiesto, raccontare tutto questo percorso con profondità. Anche in questo caso, per me, si tratta di una preparazione iniziata molto prima, con il lavoro fatto insieme alla mia psicologa dello sport: un percorso che mi ha portato a conoscere meglio me stesso, ad accettare alcune parti della mia identità e a mettere da parte quel senso di vergogna che, tante volte, proviamo nei confronti di certe cose che ci portiamo dentro. Piano piano, nel tempo, con un po’ di fatica, un po’ di coraggio, tanti errori e qualche piccolo passo indietro, scopri sempre più della persona che sei. La accetti e riesci addirittura a raccontarla, a condividerla con gli altri. Ti viene sempre più spontaneo e genera sempre meno quel senso di vergogna che tante volte ci blocca: quella paura di deludere, per l’appunto, delle aspettative.”


Diving towards perfection | Rhiannan Iffland
10 titoli Red Bull Cliff Diving World Series in 10 stagioni. Se nel regno dei tuffi il concetto di perfezione risulta essere utopia, l’australiana Rhiannan Iffland è l’essere umano che più ad esso si avvicina. La tappa di Polignano ha celebrato la sua grandezza con l’ennesimo King Kahekili Trophy, una grandezza che abbiamo provato a ritrarre e comprendere
Mana e Pono. Potenza ed equilibrio. Viaggiando a ritroso fino alle origini del cliff diving, la lancetta temporale indica il 18º secolo, quella geografica le coste hawaiane, quella umana il re a cui oggi è dedicato il trofeo massimo del circuito Red Bull votato a questa disciplina: King Kahekili. A distanza di secoli, della pratica del Lele Kawa, all’epoca prova di valore sostenuta dai guerrieri apicali del Regno di Maui, si è persa la componente rituale, ma è rimasta l’essenza ultima.
Mana e Pono. Potenza ed equilibrio. Attorno a queste matrici, all’apparenza così discordanti tra loro, continua a gravitare un ludus, inteso nell'accezione più antropologica del termine, divenuto, nel corso del tempo, sport in grado di meravigliare occhi ad ogni latitudine del globo. Un’eredità culturale, quella impressa nella storia da King Kahekili, che ha trovato la più degna custode contemporanea ad oceani e continenti di distanza. Nello specifico, nella figura dell’australiana Rhiannan Iffland.
10 titoli Red Bull Cliff Diving World Series in 10 stagioni. 48 vittorie di tappa complessive. Bastano queste statistiche a descrivere la grandezza di un’atleta che della propria disciplina ha fatto materia temuta e profondamente studiata prima, arte atletica-performativa votata alla costante ricerca della perfezione, per quanto utopica, poi. Un flusso d’onnipotenza lungo 10 anni e racchiuso negli stessi paradigmi professati da King Kahekili. Mana e Pono. Potenza ed equilibrio.
L’ennesimo gradino più alto del podio stagionale, ufficializzato durante l’ultima fermata della Red Bull Cliff Diving World Series in quel di Polignano a Mare, ha permesso di comprendere cosa voglia dire, nella vita di Rhiannan Iffland, tuffarsi verso la perfezione. E verso il futuro di un’arte sportiva che l’ha resa regina.




Hai iniziato a tuffarti a nove anni, eppure hai raccontato più volte di esserti paralizzata proprio davanti al tuo primo tuffo. Ancora oggi sostieni che una forma di paura continui ad accompagnarti ogni volta che sali sulla piattaforma. Ripensando a quell’origine e alla persistenza di un’emozione che, in fondo, non ti ha mai realmente abbandonata, come è emersa e si è affermata una delle più grandi high diver nella storia della disciplina?
“Con enorme difficoltà, moltissimo lavoro e una grande perseveranza. Mi tuffo da quando avevo nove anni e credo che, con il tempo, certe sensazioni, specie la paura, finiscano per diventare parte di te. La paura è parte integrante di ciò che faccio. Mi sono letteralmente innamorata del cliff diving. Per questa specialità ho sviluppato una passione molto più intensa di quella che, da bambina, provavo per i tuffi olimpici e tradizionali. Il cliff diving regala un senso di libertà molto profondo e credo che proprio questo abbia contribuito alla mia affermazione, perché ho sempre continuato a inseguire quel tipo di sensazione: la libertà, la possibilità di fare qualcosa che amavo, il superamento delle difficoltà, il presentarmi ogni giorno, sapendo di avere davanti a me qualcosa verso cui tendere... Ho sviluppato una sorta di dipendenza da quella sensazione. Ho continuato a lasciarmi trasportare da quell’onda di fiducia, attraversando, inevitabilmente, anche le oscillazioni che comportava. Poi, quando ho cominciato a vincere e ho raggiunto il vertice del mio sport, quella dipendenza ha assunto una forma diversa. Ha smesso di riguardare solamente la percezione di libertà: sono diventata dipendente dalla sensazione di essere realmente molto brava in qualcosa. È una spinta che nasce dall’interno e ti porta a continuare a superare i tuoi limiti. Amo ogni aspetto di questo sport. A volte detesto la paura. A volte detesto trovarmi in condizioni climatiche o ambientali di profondo disagio. Ma quando riesci a gestirle e superarle, emerge una sensazione potentissima: il sentirti pienamente viva… E questo ti induce a tornare su quella piattaforma.”
C’è chi considera il tuffo perfetto un’utopia. Nel tuo caso, tuttavia, la perfezione sembra assumere una consistenza tangibile, come testimonia una successione straordinaria di record e traguardi. Che significato attribuisci all’idea di perfezione? E in che modo la ricerca stessa della perfezione dialoga con una disciplina come l’high diving?
“La perfezione è estremamente difficile da raggiungere in uno sport dal contenuto tecnico così elevato. Se considero il singolo tuffo, credo di aver raggiunto la perfezione una sola volta e di essermi avvicinata, forse, in altre due occasioni. Per me la perfezione ha a che fare con la costanza, ma presuppone anche la comprensione del fatto che non tutto possa riuscire perfettamente. Credo che accettare questo tipo di lettura della realtà contribuisca alla ricerca stessa della perfezione. Affinché qualcosa possa dirsi perfetto, ogni elemento deve coincidere, deve collimare. Questo vale ancora di più in uno sport in cui un tuffo si consuma nell’arco di, appena, due secondi: in una frazione temporale così ridotta, moltissimi fattori devono convergere nella direzione corretta. Questo processo deve accadere sia sul piano fisico, che su quello mentale… Persino le condizioni esterne, vedi quelle climatiche, devono essere favorevoli. È proprio la necessità di questa convergenza simultanea di fattori a rendere la perfezione così difficile da raggiungere.”



Crediamo fermamente che ogni sport sia, a proprio modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante una performance, ti capita mai di percepirti come artista, oltre che come atleta?
“I tuffi possiedono una forte componente artistica intrinseca. Per dirlo, mi basta riflettere sulla quantità di tempo che ho trascorso cercando di rendere elegante un tuffo, facendo in modo che ogni linea e ogni posizione fossero esatte, dalla punta delle dita delle mani fino a quella dei piedi… Ricordo, quando ero più giovane, i miei allenatori che continuavano a puntualizzare: ‘No, le dita sono fuori posizione. Devono stare esattamente così.’ Se penso ai tuffi come forma d’arte, mi concentro innanzitutto sullo stile e sulla grazia, ma non mi soffermo solo su questi lati della disciplina. Penso anche al flusso e al ritmo del tuffo, al passaggio tra precise posizioni e forme, e alla capacità di rendere impercettibile la transizione tra loro. È qualcosa di davvero bello. Poi, trasferisci tutti questi elementi all’interno di uno scenario straordinario come, per esempio, Polignano e osservi quelle immagini prendere vita attraverso medium come video e fotografia. Quando ogni elemento riesce ad allinearsi, si genera un momento artistico di enorme fascino. Se riesci ad accantonare la paura, credo esistano momenti in cui puoi effettivamente sentirti un’artista, anche se nei tuffi più complessi diventa più complesso. Quando esegui, per esempio, un single flying somersault, mentre sei in volo riesci realmente a percepire l’aspetto del tuo corpo nello spazio. Puoi modificarne l’assetto e pensare: “Ecco, così è più bello”. Quindi sì, credo di potermi sentire un’artista. Semplicemente, prima di questa conversazione mai avevo pensato a me stessa in questi termini.”
La Red Bull Cliff Diving World Series continua a offrirti la possibilità di esprimere il tuo talento all’interno di scenari straordinari, come Polignano. Cosa provi nel preparare ed eseguire un tuffo in contesti di questo genere? E, considerando che l’high diving ti ha condotta in luoghi che, forse, non avresti mai avuto modo d’esplorare, che valore attribuisci a questo lato della disciplina?
“È un privilegio, un qualcosa di davvero speciale. Credo che molti atleti provino la stessa sensazione. È anche uno dei motivi che ci spingono a continuare. Raggiungiamo destinazioni incredibili e abbiamo la possibilità d’immergerci in moltissime culture differenti. Allo stesso tempo, costruiamo amicizie con persone provenienti da ogni parte del mondo e arriviamo a conoscere persone e luoghi con una profondità rara. Viaggiando per conto proprio, sarebbe difficile raggiungere lo stesso grado di conoscenza di un singolo posto. Tutto questo è diventato parte integrante della mia vita. Oggi ho 35 anni e viaggio da quando ne avevo 21, ovvero da quando ho iniziato a farlo attraverso i tuffi. Quando mi volto indietro, penso: ‘Wow, che decennio straordinario’. La versione più giovane di me avrebbe potuto soltanto sognare di vedere tutti questi luoghi. È bellissimo, ed è certamente anche una delle ragioni che continuano a tenermi connessa a questo sport.”

Dopo dieci titoli consecutivi nelle World Series e 48 vittorie di tappa, cosa continua a farti tornare sulla piattaforma? E, giunta a questo punto della tua carriera, che tipo di rapporto hai maturato con la disciplina di cui sei diventata la regina indiscussa?
“Su questo tema ammetto di essere un po’ vulnerabile. Ho appena conquistato il mio decimo titolo nelle World Series e, dopo quella gara, ho dovuto fare i conti con alcuni problemi fisici. In questo momento, quindi, mi trovo in una condizione piuttosto insolita. Ovviamente amo ciò che faccio, ma quando raggiungi un traguardo del genere vivi un picco emotivo enorme, e subito dopo devi imparare ad attraversare tutte le emozioni e le oscillazioni che ne conseguono. In un certo senso, la tappa di Polignano è stata come un giro d’onore, ma è stato strano non avvertire la pressione usuale. Per me, paradossalmente, questo tipo di condizione rende lo sport ancora più spaventoso. Quando gareggi sotto pressione, possiedi una certezza: questo è il tuo momento, questo è l’istante in cui devi eseguire il tuffo e devi eseguirlo bene. Quando quella pressione viene meno, avverto una libertà maggiore, ma allo stesso tempo trovo più difficile competere e raggiungere la medesima disposizione mentale. Quanto al futuro, non ho alcuna intenzione di appendere il costume al chiodo. Assolutamente. Uno degli aspetti più interessanti del mio percorso è l’aver attraversato diverse generazioni di questo sport. Ho osservato la sua crescita, soprattutto nella sua dimensione femminile. Ho visto la direzione che ha intrapreso e continuo tuttora ad assistere alla sua evoluzione. Credo di essere stata una delle pioniere di questo processo e voglio vedere dove ci condurrà. Penso che il prossimo obiettivo sia proprio questo: continuare a far progredire la disciplina e, contemporaneamente, cercare di tenere il passo con le più giovani. In uno sport come questo, emerge sempre qualcosa di nuovo da scoprire, qualcosa in grado di motivarti e alimentare il tuo entusiasmo.”
Come hai sottolineato, negli ultimi anni il movimento femminile dell’high diving è cresciuto considerevolmente, anche e soprattutto grazie ad un circuito come la Red Bull Cliff Diving World Series. Cosa vorresti trasmettere alle generazioni future di high diver?
“Ci sono diverse cose che vorrei dire. Per esempio: trovate la passione in ciò che fate, perché questo è uno sport che fa paura e, senza una passione autentica, diventa molto difficile affrontarlo. Direi anche di non proiettare lo sguardo troppo lontano, nel futuro, perché non puoi mai sapere dove potrebbe condurti la prossima porta che si apre. È importante avere un grande obiettivo, ma bisogna anche concentrarsi su ciò che si trova immediatamente davanti a noi; il rischio, altrimenti, è quello di non accorgersi di qualcosa di luminoso incontrato lungo il cammino.”


Dipinti Nel Blu | Polignano e il Red Bull Cliff Diving
Dalle estatiche scogliere di Polignano a Mare, Davide Baraldi, Elisa Cosetti e Andrea Barnaba esplorano l’essenza della Red Bull Cliff Diving World Series, e di una disciplina sospesa tra performance estrema, espressione estetica e arte del volo
“Poi d’improvviso venivo dal vento rapito”. Riecheggiano i versi di Domenico Modugno, poeta canoro plasmato dalla sublime costa di Polignano a Mare. Accarezzano la medesima porzione di Adriatico che li ha ispirati, sospingendo il moto irregolare, per lunghi tratti ostile, di onde e correnti. Attorno, selve di corpi incantati da uno scenario semplicemente mozzafiato, migliaia di occhi in attesa di comete muscolari, di artisti del volo. E di fugaci secondi che tutto racchiudono.
Tuffatori o pittori del vuoto. Atleti o pennelli. Ogni coordinata pare svanire di fronte a un flusso continuo di somersault e twist, sempre differenti tra loro, ma dall’uguale effetto ipnotico. La tappa finale della Red Bull Cliff Diving World Series palesa ogni qualità intrinseca ad una disciplina per molti versi estrema, per altrettanti lirica. Fonde architetture antiche, irradiate dal Bastione di Santo Stefano, con una delle più complesse, oniriche forme d’espressione atletica. Che sia da balconi normalmente popolati da pasticciotti o caffè. Che sia da piattaforme poste a 20 metri, nel caso della competizione femminile, o 27, in quella maschile. Nulla cambia. Persiste, invece, la matrice comune della paura superata dalla volontà, dal desiderio di raggiungere velocità ipersoniche, nel pieno controllo di ogni gesto.
Sulla soglia dell’orizzonte, 24 esseri umani vengono rapiti dal vento, per poi fuggire da esso, scomparendo nell’acqua e riemergendo tra l’ammirazione popolare. Dipinti nel blu, ognuno differente per forme e stile. Opere frutto di perfezione e percezione, in grado di affrescare “un cielo trapunto di stelle”, lo stesso immaginato da Modugno, e di consegnarlo all’immaginario sportivo. A vincere la tappa per eccellenza di questa specialità sono la canadese Molly Carlson e l’ucraino Oleksiy Prygorov. A celebrare il titolo generale sono sua maestà Rhiannan Iffland, per la decima volta consecutiva, e il britannico Aidan Heslop. Però, ad abbagliare e smuovere emotivamente il pubblico di Polignano sono soprattutto gli atleti, o meglio, gli interpreti Azzurri: Davide Baraldi, Elisa Cosetti e Andrea Barnaba.
Proprio le loro testimonianze ci guidano alla scoperta dell’high diving, e dell’interpretazione unica che Red Bull sta dando a questa disciplina. Il nostro racconto visuale trasforma le loro suggestioni in composizioni estetiche.







Davide Baraldi
Cosa ti ha portato a scegliere questa disciplina? Cosa ti ha affascinato di essa?
“In famiglia siamo sempre stati legati all’acqua: mia madre mi ha fatto iniziare a nuotare quando avevo tre mesi. Arrivato a sei anni, abbiamo cercato qualcosa di diverso, trovando una scuola di tuffi proprio nella mia Como. Non ricordo esattamente cosa sia successo dentro di me durante la prima prova, ma so che quel giorno è nato un amore. Ancora oggi definisco i tuffi la mia prima, vera e più duratura relazione. Una relazione che ha attraversato momenti di estasi e odio, momenti in cui ho pensato di lasciare, altri in cui ho lasciato davvero, per poi ricominciare... Una relazione, a tutti gli effetti. Ho iniziato dal metro e dai tre metri, che pratico tuttora. Poi, a diciannove anni, proprio mentre stavo attraversando un momento complesso nel rapporto con la disciplina, è nato un progetto della Federazione dedicato ai tuffi dalle grandi altezze. Volevo provarci perché, oltre all’acqua, ho sempre amato anche il rischio… La prima volta avevo un unico obiettivo: salire e fare un tuffo. Uno solo. Volevo sfidare me stesso, capire se fossi capace di superare quella barriera. Quando sei sulla piattaforma hai davvero tanta paura: mi succede ancora oggi. Appena sei in aria, cambia tutto, ti senti libero. Senti che stai facendo ciò per cui sei nato, ciò che ami davvero fare. È un intreccio di paura, libertà e desiderio di superarsi; poi entri in acqua e arrivano la felicità e l’adrenalina pura. È qualcosa di molto difficile da spiegare.”
Noi crediamo che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving e il cliff diving arti a sé stanti? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?
“Sento di essere un connubio tra un artista e un atleta. Metto queste due definizioni sullo stesso piano. Il nostro è uno sport profondamente estetico: credo che la capacità di esprimere potenza e grazia nello stesso istante sia ciò che rende questa disciplina una forma d’arte. Devi riuscire a far sembrare facile un gesto estremamente difficile, quasi come se stessi dipingendo te stesso nell’aria, trasformando qualcosa che un artista potrebbe tracciare su una tela in un’acrobazia, in un gesto fisico. L’high diving mi ha fatto maturare l’idea di potermi fidare del mio corpo. A volte, la mente parte, fa viaggi tutti suoi, costruisce scenari che non dovrebbero, quasi, esistere. Quando sei sulla piattaforma, invece, devi riuscire a dirti: mi sono allenato, so farlo, il mio corpo sa farlo. Devi lasciare, in qualche modo, che sia lui ad andare avanti. Ovvio, non significa spegnere completamente la mente, ma imparare ad affidarti a ciò che il corpo conosce profondamente.”
Hai una passione segreta per la magia: in che modo questa passione si riflette nella tua visione dell’high diving? Quali sono i trucchi più celati di una disciplina così complessa e, per i più, quasi indecifrabile?
“Riconosco che sono entrambe discipline che richiedono una pratica continua. Se ti fermi, anche solo per un breve periodo, perdi confidenza. E in entrambe c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Non sei mai davvero arrivato. Amo questo principio perché si riflette anche nella vita: non esiste un momento in cui puoi dire di aver raggiunto definitivamente qualcosa. Puoi sempre migliorare. Nei tuffi significa cercare ogni volta un tuffo migliore; nella magia, eseguire un trucco sempre meglio, renderlo sempre più reale agli occhi di chi guarda, riuscire a nascondere ancora meglio l’inganno. Oggi pratico la magia meno di un tempo, perché richiede moltissima dedizione, ma continua a piacermi. Quando ho la possibilità, amo ancora avere un mazzo di carte tra le mani, provare qualcosa, anche semplicemente mescolarle. Credo ci sia anche un altro punto di contatto tra tuffi e magia: la volontà di stupire le persone.”
Hai più volte sottolineato l’importanza del lato mentale in questo sport. In una disciplina che porta il corpo all’estremo, qual è il ruolo del pensiero? E dove va la tua mente, prima, durante e dopo un tuffo?
“È un aspetto che si collega alla domanda precedente. Prima di un tuffo, la mente può giocare brutti scherzi: può dirti che non sei capace, che potresti farti male, che potresti sbagliare completamente… In questo senso, la magia mi ha dato un insegnamento essenziale: se riesci a nascondere qualcosa, puoi fare sembrare, quasi, che non esista. Ovviamente non parlo dei problemi reali, ma dei pensieri negativi legati alla mia disciplina. Sai che possono portarti soltanto verso qualcosa di sbagliato; quindi, se riesci ad accantonarli, il cervello finisce per vedere soprattutto ciò che può funzionare. Cominci a dirti: questo movimento l’ho fatto mille volte, perché il mio corpo dovrebbe sbagliare proprio adesso? È una sensazione molto bella, perché impari a ricondurre tutto a qualcosa che conosci. Il tempo per riflettere c’è anche durante il volo, ma quasi non te ne rendi conto. A volte pensi, ma il corpo si muove ancora prima che il pensiero arrivi; altre, senti delle cose che, subito dopo l’ingresso in acqua, non riesci a ricordare con precisione. Succede anche in allenamento: capita di riuscire a formulare frasi intere, o quasi, mentre sei in aria, e poi di perderle immediatamente. Tuffarsi è un po’ come suonare: fai un qualcosa che conosci talmente bene da non doverlo più tradurre, completamente, in pensiero.”
Cosa significa per te il fatto di rappresentare l’intero movimento italiano in questa disciplina? Che tipo di messaggio o consiglio vorresti lasciare alle nuove generazioni, specie quelle italiane, che, attualmente, si stanno innamorando di questo sport grazie alle tue gesta?
“Non avevo mai pensato, davvero, a questa prospettiva. Fino a poco tempo fa ero io il primo a seguire qualcuno e, in fondo, continuo a farlo. Adesso, però, comincio a rendermi conto che nel la mia stessa generazione può ispirare. Se c’è qualcosa che vorrei trasmettere tanto ai tuffatori che immaginano di confrontarsi con le grandi altezze, quanto ai più giovani, è di non stabilire un limite a ciò che si può essere capaci di fare. La mia storia, in fondo, me lo ricorda continuamente. Vengo dai tuffi a uno e tre metri. Già l’idea di salire a sette o dieci mi faceva una paura enorme: nemmeno immaginavo i ventisette... Invece, oggi sono qui. Ed è successo un passo alla volta.”




Elisa Cosetti
Sei stata la prima italiana ad esordire nel circuito Red Bull Cliff Diving World Series, cosa ti ha portato a scegliere questa disciplina?
“Ho iniziato a interessarmi ai tuffi dalle grandi altezze dopo aver assistito a un’esibizione nella mia città, Trieste. Ricordo di essermi emozionata come una qualsiasi spettatrice. Quando pratichi già i tuffi non è così scontato rimanerne impressionata: invece, quell’esperienza mi è rimasta dentro. All’epoca, quasi per gioco, avevo detto: vorrei provare. Ovviamente, l’avevo detto senza sapere davvero cosa mi aspettasse. In seguito, è nato un progetto della Federazione che ci ha permesso concretamente di praticare questa disciplina. Qualsiasi tappa, qualsiasi cosa faccia a contatto con Red Bull Cliff Diving, per me, è una sempre una sorta di prima volta. Provo un onore immenso. Non affronto le gare pensando di dover ottenere un risultato perché sono stata la prima italiana a raggiungere questo circuito; spero, però, che quello che sto facendo possa diventare un’ispirazione per qualcun’altra. So quanto sia difficile praticare questo sport, ma spero che prima o poi arrivi anche solo una ragazza e dica: ho visto Elisa e ho deciso di diventare una tuffatrice.”
Se non erro, a scuola la tua materia preferita era educazione artistica. Noi crediamo fortemente che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?
“Parto dal presupposto che studio design industriale, quindi questa è una domanda a cui tengo particolarmente. Credo che l’unicità stessa di questo sport, così come il fatto che siano così poche le persone a poterlo praticare, rendano la disciplina profondamente artistica. Poi, c’è un aspetto apparentemente banale: spesso i tuffi più semplici sono anche i più eleganti, i più belli da vedere. Non è necessariamente la difficoltà a rendere bello un tuffo. A volte, un gesto estremamente complesso può risultare paradossalmente meno bello, mentre può essere molto più interessante mostrare al pubblico qualcosa di più semplice, eseguito però con grande eleganza. Secondo me l’artisticità dei tuffi, e dell’high diving, sta anche in questo. Riguardo la seconda domanda, certo, mi sento un’artista.”
Nella tua bio IG compare la frase ‘vivo di adrenalina, non di filtri’. Cosa rappresenta per te questo tipo di approccio alla vita? E come comunicano l’adrenalina e le emozioni tutte, paura compresa, con la razionalità richiesta ad un’high diver?
“Oggi, su Instagram e sui social in generale, vediamo tantissime cose finte, ritoccate o che, comunque, non rappresentano la realtà. Io non voglio comunicare finzione. Attraverso i video che pubblico, cerco di mostrare cosa c’è davvero dietro il nostro sport, perché ci sono aspetti sui quali, guardandoci da fuori, il pubblico nemmeno s’interroga. Per esempio, tantissime persone pensano che non abbiamo paura, che siamo dei pazzi, che tuffarci da quelle altezze non sia niente di particolare per noi... In realtà, lo facciamo con moltissima consapevolezza. L’adrenalina è una delle componenti più belle di questo sport proprio perché la paura esiste sempre, soprattutto quando ti trovi in una situazione diversa da quella a cui sei abituata. Penso all’iconico tuffo dal balcone di Polignano. Solitamente, provi quel tuffo da una piattaforma in piscina: non hai il vento, non hai le onde, conosci perfettamente la parabola e il gesto... Qui, invece, sei su un balcone dove c’è spazio soltanto per appoggiare i piedi e devi proiettarti in avanti perché, proprio sotto di te, ci sono solo rocce. Questo weekend, in particolare, c’erano anche vento e onde. Ma è proprio questo il punto. La paura e l’adrenalina che deriva da essa sono il connubio che rappresenta davvero il nostro sport, almeno nella mia visione... E sono anche una grossa parte delle motivazioni che continuano a condurmi a venti metri d’altezza.”
Dall’argento europeo conquistato sul Pont de Bir-Hakeim di Parigi a Polignano, un set unico per l’high diving. Come dialogano queste due dimensioni così affini e, allo stesso tempo, diverse tra loro dell’high diving? E cosa si prova, osservando il panorama che circonda il Bastione di Santo Stefano?
“Nei tuffi dalle grandi altezze ci sono, innanzitutto, le competizioni legate alla Federazione: Europei, Mondiali, Coppe del Mondo… Rappresentano la dimensione più istituzionale della disciplina e, per noi atleti federali, hanno un’importanza enorme. Poi c’è Red Bull, che porta l’high diving verso una dimensione più estrema e spettacolare. Per me è molto divertente partecipare a gare come Polignano, perché ci permettono di confrontarci con situazioni sempre diverse. Red Bull presta moltissima attenzione agli scenari e a ciò che possono trasmettere… Infatti, le location della Red Bull Cliff Diving World Series sono incredibili. Polignano, in particolare, ha qualcosa di speciale: anche, se non soprattutto, per la quantità di persone che vengono a vederci. Per me questo dato è davvero emozionante: certo, abbiamo fatto tutte e tutti ore ed ore di allenamenti per arrivare preparatissimi, ma trovarsi davanti a così tante persone che ti osservano, o che tifano per te, cambia le tue percezioni… Ripeto, rende ancora più emozionante lo sport stesso.”
Negli ultimi anni, il movimento femminile di questa disciplina è aumentato considerevolmente, soprattutto grazie ad un circuito come la Red Bull Cliff Diving World Series. Che tipo di messaggio vorresti trasmettere, attraverso le tue gesta, alle future generazioni di tuffatrici-high diver e, in particolar modo, a coloro che sognano e sogneranno di rappresentare l’Italia in eventi del genere?
“Secondo me la bellezza di questo sport sta anche nel suo essere profondamente divertente. Spesso si tende ad associare lo sport solo e unicamente a concetti quali la disciplina, l’idea di doversi allenare perché si vuole raggiungere un determinato risultato. I tuffi dalle grandi altezze, invece, significano superare i propri limiti, e riuscire a divertirsi persino quando il risultato che si cercava non arriva. Questo è il tipo di rapporto che cerco di avere con la disciplina: allenarmi tanto, ma continuando sempre a divertirmi. Per me è la cosa più importante. Infatti, mi sono resa conto, che le gare in cui sono più tranquilla e riesco a divertirmi sono anche quelle in cui mi esprimo meglio. E questo vale tanto per la Red Bull Cliff Diving World Series, quanto per le gare federali. Ricordo, per esempio, gli Europei di Parigi: c’erano la mia famiglia e i miei amici. Prima di tuffarmi, mi mettevo a ridere perché urlavano tantissimo. Alla fine ho fatto una bella gara e sono convinta che sia dovuto a quel mindset, a quel tipo di condivisione del momento.”





Andrea Barnaba
Cosa ti ha portato a scegliere, quando ancora eri solo un adolescente, questa disciplina? Cosa ti ha affascinato di essa?
“Tutto parte dal fatto che vengo da una città di mare, Trieste. Da piccolo mi lanciavo praticamente ovunque: dagli scogli, dai moli... Un giorno, me lo ricordo come se fosse ieri, è arrivato un signore e mi ha detto: prova a fare una capriola all’indietro. Ho provato e ci sono riuscito. Mio papà mi ha guardato e mi ha detto: “tu dovresti provare i tuffi”. Da quel giorno, non ha smesso di ripeterlo… Così, ho finito per provare. La prima volta in piscina ho iniziato a saltare sul trampolino senza sapere davvero come si facesse. Da lì è nata una passione assoluta. Ho praticato i tuffi tradizionali per sette, otto anni. A un certo punto, ho sentito di volere qualcosa in più. Il mio primo allenatore, Alessandro De Rose, che prima di noi era l’unico tuffatore italiano nel circuito Red Bull Cliff Diving World Series, ci ha parlato di un progetto sulle grandi altezze che stava nascendo a livello federale. Ho pensato semplicemente: “proviamo”. L’avvicinamento è stato progressivo. Sono salito poco alla volta, ma ad un certo punto ho fatto un salto inevitabile: dai venti metri ai ventisette. Non esiste una via di mezzo. Dopo il primo tuffo dai 27 metri, sono uscito dall’acqua tremante per un mix di eccitazione e paura superata. Attorno a me, c’erano persone che mi facevano i complimenti e io continuavo semplicemente a camminare… Tutto era ovattato: un insieme di emozioni difficili da descrivere. Le provi e pensi soltanto: voglio sentirle ancora. Non una volta, ma mille.”
Crediamo fortemente che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?
“Devo dire di sì. In generale, proprio come sostenete voi, credo che ogni sport abbia una componente artistica. Le discipline acrobatiche, a mio avviso, possiedono qualcosa in più da questo punto di vista. Nel nostro sport l’eleganza è fondamentale. Se mi sento un artista? Uno dei complimenti che ricevo più spesso riguarda proprio l’eleganza dei miei tuffi. Nel mio piccolo, quindi, sì: mi sento anche un artista. È un aspetto a cui tengo particolarmente.”
Per l’appunto, sei ritenuto uno dei tuffatori più eleganti del circuito. Cosa determina, a tuo avviso, l’eleganza di un tuffo? Più in generale, come si riconosce lo stile specifico di ogni tuffatore?
“Secondo me ognuno nasce, in qualche modo, con il proprio stile. Con il tempo puoi indirizzarlo, ma la matrice rimane più o meno la stessa. C’è chi gira velocissimo, chi è estremamente sciolto, chi è particolarmente elegante. Nel mio caso, non posso attribuirmi tutto il merito. Fin da quando ero piccolo, mi è stato insegnato a prestare attenzione ad ogni minimo dettaglio, ad ogni singolo momento del tuffo: dalle punte dei piedi fino alle punte delle mani. Poco alla volta, questo livello di attenzione tecnica è diventato naturale. Poi, quando mi sono reso conto di quanto l’eleganza fosse, a tutti gli effetti, una caratteristica che poteva darmi qualcosa in più, ho deciso di continuare a lavorare in quella direzione… E proprio per questo, ancora oggi, l’eleganza resta una qualità che mi viene riconosciuta, e che porta valore ad ogni mio tuffo.”
Ami gli anime e i manga: in che modo si riflette questa tua passione nell’high diving? Se fossi il protagonista di un anime o di un manga a tema high diving, che tipo di personaggio saresti? E che poteri avresti?
“Anche se molti considerano anime e manga una passione infantile, per me non lo sono affatto. Riescono a trasmettere insegnamenti che, altrove, fatico a trovare così chiari e diretti. Possono sembrare qualcosa di leggero, invece ti mettono davanti, in maniera molto nitida, a determinati mindset e filosofie: come non mollare, o quando cadi cercare sempre di rialzarti... L’anno scorso, per esempio, ho rischiato due incidenti. In entrambe le occasioni mi sono perso durante il tuffo: sono stato fortunato nel non farmi male. Dopo essere uscito dall’acqua, ricordo di aver pensato: “basta, smetto”. Avevo piena coscienza di quello che avevo appena vissuto. Può sembrare una sciocchezza, ma dopo momenti del genere guardo un anime, vedo un personaggio che viene battuto, si rialza e ci riprova, e penso: “cavolo, se ce la fa lui, anche se è un cartone animato, posso farcela anch’io”. È un tipo di mentalità che associo a quel mondo, forse più in generale alla cultura giapponese, e in cui mi ritrovo molto. Come personaggio, mi vedrei sicuramente come quello che cerca di tenere unito il gruppo, perché in parte mi sento già così. Mi capita spesso, in piscina o durante le gare, di accorgermi quando qualcuno attraversa un momento di tristezza o sente particolare pressione. Sono sempre quello che prova a tirare su il morale degli altri. Alla fine, sono una persona che cerca sempre di divertirsi. Non mi piace pensare: “sono qui per la gara e basta…”. Certo, ogni gara è importante, ma occupa solo un’ora, al massimo due, della giornata: tutto il resto è da vivere.”
Alla luce di quello che ci siamo detti, cosa rappresenta l’high diving, oggi, nella tua vita? E cosa rappresenta il fatto di viaggiare in zone così diverse del mondo grazie alla Red Bull Cliff Diving Series?
“Credo fermamente che i tuffi siano lo sport per me, perché combaciano con il mio modo di essere: l’adrenalina, il vivere il momento, il desiderio di provare cose nuove... Anche l’immaginazione gioca un ruolo importante. Riesco a calarmi in ogni tuffo semplicemente immaginandolo e, proprio per questo, credo di avere una buona consapevolezza di ciò che accade mentre sono in aria. Il mio sport, in ogni sua forma, è qualcosa che nutre la mia creatività, e viceversa. Viaggio molto con la testa. E poi ci sono tutti i luoghi che questo sport mi permette di vedere... Ogni volta prendi un aereo e raggiungi un posto in cui non sei mai stato. Anche quando ritorni nello stesso luogo, a distanza di un anno, sai che qualcosa sarà cambiato. Per me è incredibile. Siamo stati a Bali e non avevo mai visto nulla di simile: il mare, le scogliere e, proprio davanti a noi, un’enorme statua di Medusa... Iniziavi il tuffo e te la ritrovavi di fronte: uno spettacolo, proprio come a Polignano.”




A new unbeaten SCARPA trail
Materiali sconosciuti, geometrie inedite e forme fuori dalle consuetudini della progettazione hanno portato a Chamonix qualcosa di estraneo all’ordinario, extraterrestre; eppure profondamente inscritto nella storia di SCARPA: l’attitudine di interrogare ed esplorare nuove dimensioni della performance. Con Alien Sky e Alien Ultra, il brand di Asolo ha trasportato questa peculiarità nel alpine running, spingendosi verso un orizzonte che, fino a quel momento, apparteneva ancora ad un territorio inesplorato
Per due anni SCARPA ha scomposto e ricomposto un’idea nuova e differente di calzatura, affidandone progressivamente la forma alla ricerca tecnologica e alla sensibilità di chi avrebbe dovuto utilizzarla, poi, in movimento. Migliaia di chilometri, terreni e condizioni differenti, prototipi susseguitisi attraverso un processo in cui l’intuizione scientifica ha incontrato la percezione e l’esperienza di diversi alpine runner professionisti. Da questa contaminazione sono emerse due interpretazioni di una medesima esplorazione: Alien Sky, costruita attorno all’indagine sulla leggerezza e precisione; e Alien Ultra, concepita per restituire energia e preservare efficienza.
Chamonix, luogo d’origine narrativa del progetto e, al tempo stesso, laboratorio a cielo aperto del running contemporaneo, ha rappresentato il punto in cui questo viaggio ha trovato la propria espressione più concreta nell’esperienza della corsa in natura. A ricostruire questo percorso sono tre voci complementari: Francesco Orrico, Product Manager Alpine Running di SCARPA, e gli atleti Luca Del Pero e Peter Frano.



Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager
‘Not From This Planet’ racconta Alien come il tentativo di comprendere una tecnologia proveniente da altrove e tradurla in qualcosa destinato alla performance umana. Come siete arrivati a questa intuizione creativa e come si legava all’ingresso di Scarpa nel mondo del Trail running e Ultra trail?
Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Sembrerebbe facile, visto il riferimento diretto del nome, ma per noi è stato un processo di valutazione profonda arrivato a fine sviluppo. Avevamo tra le mani due scarpe diverse da qualsiasi cosa avessimo fatto fino a quel momento; due modelli che rompevano gli schemi ordinari di progettazione. Era tutto fuori dall’ordinario: extraterrestre. Storicamente il nome Alien appartiene alle radici di SCARPA e identifica i nostri prodotti di punta nello ski mountaineering: Alien definisce ciò che si stacca dalla massa, ciò che è destinato alle competizioni dove il cronometro e la prestazione pura sono l'unico metro di giudizio. La connessione con il trail è stata naturale: combinazioni di materiali innovativi, geometrie e forme del tutto nuove hanno tracciato un orizzonte sconosciuto, nato da un lavoro di squadra straordinario.”
Al di là della metafora fantascientifica, qual è stata l'intuizione iniziale del progetto che, anche per voi che lavorate quotidianamente sul prodotto, sembrava quasi appartenere a un territorio ancora inesplorato, alieno, per Scarpa? E quanto di quell'idea originaria lo ritroviamo nelle 2 scarpe che vediamo oggi?
Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “L’ascolto e la passione di creare! E per ascolto intendo un’attenzione focalizzata sulle necessità degli atleti che hanno sviluppato le scarpe con noi. Non solo ascoltare le loro parole, ma interpretare ciò che non viene detto: la gestualità spontanea della corsa, l'istinto degli atleti élite quando spingono oltre il proprio limite. La differenza l’ha fatta la sinergia quotidiana nel team. Fin dal primo giorno ci siamo spinti a fare di più, senza dare nulla per scontato. Non abbiamo scelto le soluzioni più ovvie, ma quelle apparentemente strane e impossibili, guardandoci negli occhi e chiedendoci: funzionerà? La cosa bella è che non ci siamo mai detti di no; abbiamo sempre provato. Forse deludo le aspettative dicendo che non c’è stata un’unica intuizione geniale, ma la verità è che dall'inizio alla fine c'è stato puro divertimento. Ed è la stessa energia che speriamo si provi aprendo la scatola e mettendo le Alien ai piedi.
Alien Sky e Alien Ultra nascono dalla stessa ricerca, ma sembrano rappresentare due differenti filosofie del movimento: da una parte prossimità al terreno, precisione e immediatezza; dall'altra protezione, restituzione di energia e continuità per molte ore. A quale punto dello sviluppo una singola idea ha cominciato a dividersi in questi due linguaggi? E quali compromessi avete dovuto accettare per preservare l'identità di ciascuna scarpa?
Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Siamo partiti fin dal primo giorno su due sentieri diversi, ma non opposti: la destinazione d’uso di ciascuna scarpa era chiara fin dall'inizio. Semmai è successo il contrario rispetto a quanto si possa pensare: muovendoci su due percorsi differenti, a un certo punto ci siamo resi conto di avere tra le mani soluzioni tecnologiche che potevano essere condivise. Le abbiamo studiate e applicate a entrambi i modelli: la forma base della tomaia, i materiali, il sistema di allacciatura, la ghetta, il compound della suola e della zeppa. Nessun compromesso. Ciò che serviva per ottenere la massima prestazione lo abbiamo implementato, senza il timore di eccedere in specificità. Non ci siamo posti vincoli e questa libertà ha fatto fluire le idee migliori, definendo passo dopo passo, test dopo test, l'identità di Alien Ultra e Alien Sky.”
Un atleta può dare tante sensazioni su una scarpa. Definizioni estremamente precise per chi corre, ma difficili da tradurre in millimetri, geometrie e materiali. Nel dialogo con Luca, Peter e gli altri tester, come avete trasformato le loro sensazioni corporee soggettive in una decisione progettuale oggettiva?
Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Questo fa parte del know-how e della capacità di interpretare sia le parole che i gesti dei runner. Ritorna il concetto dell'ascolto: aiuta enormemente il fatto che noi del team di sviluppo per primi condividiamo la passione per la corsa e abbiamo macinato chilometri insieme agli atleti. Sappiamo cosa provano mentre corrono. Questo background ci permette di tradurre una sensazione astratta in componenti e geometrie oggettive. In altri casi è successo l'opposto: un’intuizione nata sulla carta è stata realizzata, assemblata e data subito in test sul campo per confutare o confermare la teoria. Alla fine, il segreto è stato tutto lì: un dialogo e rapporto continuo e senza filtri tra il team prodotto e gli atleti.”
Quest’anno Chamonix ha rappresentato uno dei primi contesti in cui Alien ha potuto esistere pienamente fuori dal processo di sviluppo, ai piedi degli atleti e dentro uno dei luoghi più emblematici del trail running mondiale. Per te, che hai seguito il progetto dal lato prodotto sin dalle sue fondamenta, che cosa ha significato vedere anni di ricerca, prototipi, correzioni e test entrare finalmente in un’esperienza reale e condivisa?
Francesco Orrico, SCARPA Alpine Running Product Manager: “Euforia infantile! Credo sia come quella gioia mista a timore che prova mio figlio quando succede qualcosa di bello, ma ha quasi paura che il momento magico finisca o venga interrotto. Dopo due anni di sviluppo e dopo momenti in cui tutto sembrava dover essere messo da parte, vedere che ciò che abbiamo creato con un gruppo di amici funziona ed è lì fuori che si distingue, è una sensazione indescrivibile. Aver lavorato fianco a fianco con atleti di altissimo valore per creare qualcosa di così inaspettato e incredibile; soprattutto quando abbiamo avuto l’opportunità di indossarle noi stessi è stato, per me, Gianluca, Marco e Carlo, una boccata d’aria pura. Una di quelle che respiri a pieni polmoni quando arrivi sulla cima di una montagna dopo una corsa: la fatica scompare, la mente si svuota e resta solo la felicità.”


Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner
Hai incontrato le Alien Sky quando non erano ancora un prodotto finito, ma una successione di prototipi e possibilità. Riesci a ricordare la prima versione che hai indossato e, soprattutto, la prima cosa che hai percepito? Quale tua osservazione o sensazione è stata cruciale per la creazione della scarpa definitiva?
Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Certo, ricordo molto bene il primo prototipo e la prima volta che lo usai, ero in training camp a Tenerife e decisi di provarlo sui sentieri del Teide, quindi su nuda e cruda roccia lavica, quella che non permette errori. Penso che quella scarpa pesasse meno di 200 grammi, la tomaia era molto simile a quella attuale, praticamente una calza, ottimo feeling e belle sensazioni sin da subito, ma suola e intersuola provenivano dalla vecchia spin race; quindi, molto minimal. Ricordo che in salita ebbi ottime sensazioni mentre non posso dire lo stesso per la discesa, che fu abbastanza traumatica e lenta in quanto sentivo praticamente ogni singolo sasso che pestavo non avendo alcun supporto ed essendo così bassa. Era quindi importante lavorare su questi due aspetti. Da lì in poi ogni versione fu un passo avanti rispetto alla precedente, fino a quella che conosciamo oggi, di cui posso dire che non abbia nulla che non mi piaccia.”
Su un terreno tecnico correre velocemente significa innanzitutto saperlo leggere: scegliere una linea, anticipare un appoggio, capire quanto rischio concedersi prima ancora che il piede tocchi terra. Alien Sky è stata progettata per aumentare precisione e connessione con il terreno. Durante i test hai avuto la sensazione che la scarpa stesse semplicemente accompagnando il tuo modo di correre, oppure che ti permettesse progressivamente di interpretare la montagna in maniera diversa?
Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Penso che la scarpa sia stata progettata e sviluppata proprio tenendo conto delle mie esigenze, del mio modo di correre, del mio modo di interpretare i sentieri e la montagna. Coi modelli precedenti difatti non mi ero mai trovato così a mio agio come con le Alien Sky, diciamo che avevo sempre fatto dei compromessi. Ogni volta che indosso queste scarpe invece direi che entro in uno stato di flow e connessione totale che mi permette di esprimere al meglio la mia corsa ed il mio potenziale.”
Più una scarpa è sofisticata, più dovrebbe scomparire dalla percezione dell'atleta. Dopo così tanto tempo trascorso a correre in montagna a sviluppare Alien Sky, qual è per te il punto ideale d'incontro tra corpo e tecnologia? La scarpa perfetta è quella che dimentichi di avere ai piedi, oppure quella che modifica concretamente ciò che pensavi fosse possibile fare con il tuo corpo?
Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Penso che la tecnologia non debba mai modificare la vera e reale natura umana, quindi in questo caso, personalmente, preferisco usare scarpe che seguano e si adattino il più possibile alla nostra biomeccanica di corsa senza cercare di snaturarla e stravolgerla proponendo tecnologie e scarpe quasi incomprensibili. Per me la scarpa perfetta è quella che dimentichi di avere ai piedi, e direi che con le Alien Sky ai piedi è proprio così.”
Quest’anno hai avuto la possibilità di indossare e mettere alla prova le Alien a Chamonix, in uno dei contesti più iconici e simbolicamente densi del trail running mondiale. Al di là della performance e del risultato, che esperienza è stata vivere quel momento con ai piedi una scarpa alla cui nascita avete contribuito direttamente, e che cosa hai provato nel vederla finalmente uscire dalla dimensione del prototipo per entrare in quella della gara, del pubblico e dell’esperienza reale?
Luca Del Pero, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Chamonix è diventata a pieno titolo la patria e il fulcro della corsa in natura, l’atmosfera che si respira lì la si trova soltanto lì e in quella specifica settimana, è l’apice del movimento trail globale. Quest’anno il fatto che quella settimana coincidesse con il lancio delle Alien Sky ed Ultra ha reso l’UTMB week ancora più speciale. Sapere che qualcosa a cui hai personalmente collaborato e lavorato venisse presentato e reso pubblico proprio lì in quei giorni davanti a quel pubblico mi ha fatto provare fierezza e soddisfazione, oltre che gratitudine verso SCARPA e tutto il suo team per avermi coinvolto in prima persona ed aver creduto in me per un progetto così ambizioso.”



Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner
Nell’ultra running, il corpo è sottoposto a una trasformazione continua: la biomeccanica delle prime ore non coincide con quella della decima ora, la precisione del gesto comincia progressivamente a venir meno e la fatica modifica persino il modo in cui il piede entra in contatto con il terreno. Come si testa una scarpa tenendo conto di questa evoluzione costante? E che cosa sei riuscito a comunicare agli sviluppatori di Alien Ultra dopo molte ore di corsa che nessun laboratorio avrebbe potuto realmente rivelare?
Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Sviluppare una scarpa destinata all’ultra running è estremamente complesso e credo che sia proprio per questo motivo che gli atleti dovrebbero sempre essere coinvolti direttamente nel processo di sviluppo. In laboratorio è possibile progettare scarpe straordinarie, ma poi esiste la realtà della corsa, e in quella realtà il nostro corpo cambia profondamente con il trascorrere delle ore e con l’accumularsi della fatica. Negli ultimi due anni ho avuto l’opportunità di testarle in alcune gare per me meno importanti, oltre che durante diverse long run. Proprio in quelle situazioni ho potuto osservare come il mio corpo reagisse realmente all’interno di queste scarpe e come il comportamento della calzatura cambiasse insieme alla mia biomeccanica, man mano che la stanchezza aumentava. Credo che questo tipo di esperienza sia difficilmente riproducibile altrove. Soltanto dopo molte ore di corsa riesci davvero a comprendere che cosa accade al corpo e, di conseguenza, che cosa una scarpa debba continuare a offrirti quando la precisione del gesto comincia progressivamente a diminuire.”
Alien Ultra è stata sviluppata attorno a concetti come ritorno di energia, continuità, stabilità ed efficienza. Eppure, dopo molte ore di gara, il significato stesso di ‘performance’ comincia a trasformarsi. Quando la fatica diventa profonda, quali sensazioni vuoi continuare a ricevere dalla scarpa e quali, invece, dovrebbero progressivamente scomparire, affinché tu possa semplicemente continuare ad avanzare?
Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Innanzitutto, non voglio percepire alcun dolore o fastidio. Allo stesso modo, non voglio che elementi esterni come pietre, polvere o qualsiasi altra cosa riescano a interferire con il piede all’interno della scarpa. Se una scarpa riesce a restituirmi la sensazione, e soprattutto la possibilità concreta, di continuare a correre con uno sforzo inferiore, allora è esattamente quello che sto cercando. Nell’ultra running tutto ruota attorno al risparmio energetico. Devi conservare energia ovunque sia possibile.”
Ti definisci un perfezionista, e il testing stesso richiede di osservare il proprio movimento con un grado di attenzione quasi ossessivo. Durante lo sviluppo di Alien Ultra hai scoperto qualcosa del tuo modo di correre di cui, fino a quel momento, non eri pienamente consapevole? In altre parole, al di là del contributo che hai dato alla costruzione della scarpa, esiste qualcosa che, a sua volta, la scarpa ha rivelato a te rispetto alla tua stessa corsa?
Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “Queste scarpe mi hanno ricordato ancora una volta che sono un runner che tende sempre ad atterrare sull’avampiede. In alcune situazioni questo rappresenta certamente un vantaggio, ma in determinati terreni o condizioni può trasformarsi anche in uno svantaggio. Esistono scarpe che riescono in qualche modo a compensare o a perdonare certi aspetti della tua tecnica di corsa. Alien Ultra, invece, non lo fa. Proprio per questo ti costringe a essere molto consapevole di come corri, del modo in cui appoggi il piede e di come il tuo gesto cambia a seconda del terreno e della fatica.”
Quest’anno hai avuto l’opportunità di indossare e mettere alla prova le Alien a Chamonix, all’interno di uno degli scenari più iconici e simbolicamente densi dell’intero universo del trail running. Al di là della performance e del risultato finale, che cosa ha significato vivere quel momento con una scarpa al cui sviluppo avevi contribuito direttamente? E che cosa hai provato nel vederla finalmente uscire dalla dimensione del prototipo per entrare in quella della gara?
Peter Frano, SCARPA Athlete & Alpine Runner: “È stato molto bello vedere le scarpe finalmente presentate ufficialmente, anche perché da quel momento sono stato libero di rispondere apertamente a tutte le domande che le riguardavano. Forse ho contribuito in una piccola parte al loro sviluppo, ma dietro queste scarpe ci sono moltissime persone e un numero enorme di ore di lavoro. Ci sono professionisti che meritano molti più applausi di me per tutto ciò che hanno fatto durante il processo. Alla fine, io sono soltanto un atleta. Proprio per questo, poterle indossare durante il più importante evento di ultra trail al mondo è stato per me un vero onore.”


Un’Evoluzione Armoniosa | Virna Toppi
La maturazione personale, nella vita di una Prima Ballerina della Scala come Virna Toppi, coincide con la naturale fusione tra identità umana e artistica, e con l’esplorazione della propria femminilità, in tutte le sue forme, come raccontato in questa speciale produzione Altavia Studio
Sosteneva Carla Fracci, una ‘Prima Ballerina Assoluta’, che la carriera nella danza fosse un percorso misterioso, composto d’imprevedibilità. Un itinerario faticoso, fondato tanto sulla vocazione, quanto sulla tenacia. Ascoltando Virna Toppi, attuale Prima Ballerina della Scala di Milano, le intuizioni della sua antesignana paiono trovare conferma e progredire ulteriormente. In un ritmo vitale e professionale armonioso, più che misterioso.
L’equilibrio tra corpo e mente, nella vita di questa interprete tanto artistica, quanto muscolare, rima con una dimensione troppo a lungo stigmatizzata dalla sua categoria d’eccellenza: quella emotiva. Ed ecco che i concetti professati da Carla Fracci si alimentano d’ulteriore significato, divenendo, nella biografia della sua erede, naturale evoluzione individuale, liberata da stereotipi e obblighi imposti, da tabù di genere e di categoria.
Prima Ballerina. Madre. Donna. Il percorso misterioso di Virna Toppi sta modificando le sfumature del mistero stesso, caricandole di accettazione e ascolto del sé, di autenticità e armonia, d’infinite possibilità di crescita, non di paure: anche in una nuova, delicata era, scandita dalla maternità. Abbiamo raccolto la sua preziosa testimonianza, e ritratto la sua legacy in costruzione, in occasione di una speciale produzione Altavia Studio.




Quali sono state le prime sensazioni, emozioni e suggestioni che ti hanno fatto innamorare della danza da bambina?
“Dopo anni ho capito esattamente perché, da bambina, ho scelto la danza: sentivo il bisogno di esternare le emozioni. Ho sempre amato profondamente la musica e nella danza ho trovato la chiave perfetta per interpretarla e trasmettere ciò che mi faceva provare. Ho sperimentato anche altre forme legate alla musica – suonare uno strumento, cantare… – ma nulla mi restituiva quello che mi dava la danza. È stato un amore a prima vista. A differenza di molte altre bambine, non sono stati i miei genitori a indirizzarmi: sono stata io ad insistere. Loro volevano praticassi uno sport, nel senso più tradizionale del termine: qualcosa all’aria aperta. La danza non rientrava in questa visione e inizialmente la consideravano un capriccio. Ho provato diverse attività, ma nessuna mi apparteneva davvero. Ho continuato a chiedere, con determinazione, finché non mi hanno portata a lezione. Da quel momento non ho mai più smesso”
Com’è stato scoprirti e formarti come artista? E com’è stato, allo stesso tempo, vivere il processo di scoperta del tuo corpo e del movimento, in funzione di un’arte che richiede così tanto in termini fisici?
“Mi sento sia atleta sia artista. La danza è arte, ma richiede una preparazione fisica rigorosa: bisogna essere forti, pronti, disciplinati. L’artista che sono oggi si è costruita nel tempo. All’inizio, in accademia, si parte dalla tecnica: dalla sbarra, dalla precisione dei dettagli. Sono nozioni molto concrete. Solo più avanti, quando inizi davvero a ballare, a interpretare i primi ruoli, comincia l’effettivo processo di formazione artistica. Il mio percorso artistico è maturato insieme alla mia persona. Non nel senso di un semplice miglioramento, ma di una trasformazione. Ci sono stati anni in cui cercavo di aderire a un’idea esterna di ballerina perfetta, a cui non è concesso mostrare fragilità. In scena, volevo essere solo il personaggio. Con il tempo, ho superato questa impostazione. Ho iniziato a mettermi in gioco, a essere io ad interpretare il ruolo. La storia restava quella, ma le sfumature diventavano mie. Ogni personaggio mi ha permesso di vivere esperienze diverse e di arricchire, contemporaneamente, il mio bagaglio artistico e personale”
Hai conseguito una maturità linguistica. Considerando questo percorso accademico parallelo, la danza assume i connotati di una lingua a sé stante ai tuoi occhi? Se sì, in che modo gestualità e musica diventano parole, storie, narrazione?
“La danza è una lingua a tutti gli effetti. Esiste un vocabolario preciso: ci sono gesti codificati, che corrispondono a significati specifici. Alcuni movimenti delle mani, per esempio, indicano concetti come la morte o il parlare. È un vero e proprio dizionario gestuale. Nei balletti di repertorio, questa forma di linguaggio è molto evidente. In altri, più narrativi, come Romeo e Giulietta o La Dame aux Camélias, il gesto si avvicina alla realtà: un bacio è un bacio, uno schiaffo è uno schiaffo, esattamente come nella vita. Quindi, la danza sa essere un linguaggio estremamente diretto, ma richiede disponibilità all’ascolto e attenzione ai dettagli. Per me è sempre stata anche un modo per esprimere ciò che le parole, a volte, non riescono a dire”


Prima Ballerina alla Scala. Come si arriva a raggiungere un ruolo e uno status di questo tipo? Cosa serve per consolidarlo nel tempo? E come ci si sente a raccogliere l’eredità di chi ti ha preceduta e a tracciare quella di chi ti seguirà?
“È un grande onore, ma soprattutto una grande responsabilità. Significa portare avanti un’eredità costruita da chi ti ha preceduta. Per me è fondamentale trasmettere concetti come disciplina, costanza e determinazione. Ero una bambina con un sogno e, attraverso impegno e sacrificio, sono riuscita a realizzarlo. Vorrei essere portatrice di questo messaggio. Avere la possibilità di interpretare tanti ruoli e vivere tante vite sul palcoscenico, anche in teatri diversi nel mondo, è un privilegio. Ma comporta anche una responsabilità verso chi guarda, soprattutto verso i più giovani che sognano di intraprendere questo percorso”
C’è stato un personaggio che hai sentito particolarmente tuo?
“Forse non l’ho ancora incontrato del tutto. In molti personaggi ho riconosciuto aspetti di me. In alcuni la concretezza e la forza, in altri l’eleganza, in altri ancora la sensibilità verso chi ti circonda, come accade in La Dame aux Camélias. In ogni balletto ho sempre cercato qualcosa che mi rappresentasse, spingendomi a farlo diventare ancora più mio”
La tua professione mette in comunicazione la sfera personale e quella collettiva, rappresentata dal corpo di ballo. Quali sono i fattori che determinano un perfetto ecosistema sul palco? E che tipo di rapporto cerchi di creare con chi accompagna le tue performance?
“Un balletto non esiste senza il corpo di ballo. Anche la migliore performance individuale perde valore se non è sostenuta da un gruppo coeso. Il risultato è sempre una somma di energie e impegno condiviso. Passiamo insieme gran parte della giornata: si crea una seconda famiglia. Il contatto è continuo, anche fisico, e questo genera una sensibilità reciproca molto forte. Si percepiscono anche i minimi cambiamenti d’umore altrui. È una condizione complessa: da un lato molto bella, dall’altro richiede equilibrio, perché si finisce, inevitabilmente, anche per assorbire le energie di chi sta al tuo fianco. Per questo è fondamentale essere aperti, empatici e, soprattutto, presenti”


“La cosa più importante per noi ballerini è saper ascoltare il proprio corpo. L’armonia nasce dall’ascolto e dal rispetto di sé stessi”. Cosa vuol dire, per te, ascoltare il tuo corpo? E cosa significa il concetto di armonia?
“Per anni ho combattuto contro il mio corpo. Andavo avanti senza ascoltarlo, anche davanti al dolore, convinta che una ballerina non dovesse fermarsi, né mostrare debolezza. Con il tempo, ho capito che tutto è collegato. Accettare me stessa, anche nei limiti, mi ha permesso di trovare un equilibrio. Non significa accontentarsi, ma dare il massimo rispettando ciò che si è. Ascoltare il corpo significa riconoscere i segnali, accettare i momenti di fragilità e stanchezza. Da quando ho iniziato a farlo, ho trovato una forma di armonia, scaturita dall’equilibrio tra corpo, mente e sfera emotiva”
La maternità, che hai definito ‘magica’, ha evoluto ulteriormente l’ascolto del tuo corpo e il significato dell’armonia?
“Da quando è nata mia figlia è cambiato tutto. Il corpo cambia, si trasforma, ma è anche il mezzo che ha reso possibile la cosa più importante della tua vita. Mi sento più ricettiva, più attenta a ciò che accade dentro di me. La maternità modifica le priorità: il modo di percepire il tempo, di vivere la realtà... Ti rende più consapevole e più pronta ad adattarti. Il mio corpo, ancora oggi, mi appare diverso, non sempre riconoscibile. Ritrovare una forma che sento mia è un processo. La piena armonia, in fondo, coincide con una ricerca continua”
Che tipo di esempio vuoi essere per tua figlia?
“Vorrei trasmetterle che una donna può tutto. Non deve scegliere tra lavoro e maternità: può costruire il proprio percorso senza rinunce imposte. Vorrei insegnarle a impegnarsi, a seguire i propri obiettivi con determinazione, ma anche ad ascoltare sé stessa, riconoscendo i propri limiti: senza viverli come un ostacolo. Mostrare fragilità non significa essere meno forti. Io posso essere una Prima Ballerina anche attraverso le mie debolezze. Credo che la verità, la propria verità, ripaghi sempre. Non quella costruita per gli altri, ma quella autentica, da cui possono nascere risultati incredibili”


Joseph Lasiri | Continuous Adaptation
Grazie a Champion Europe, all’interno della palestra milanese Kick & Punch, abbiamo avuto l’occasione di dialogare con il campione del mondo di Muay Thai Joseph Lasiri, entrando nelle trame del suo rapporto con il fighting e finendo per scoprire un’attitudine tanto camaleontica, quanto profonda
“Non è la specie più forte che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti.” (L’origine delle specie, Charles Darwin, 1859)
È da questa celebre formulazione e, soprattutto, dal principio che ne costituisce il nucleo concettuale, che partiamo per osservare l’esistenza a vocazione Muay Thai di Joseph Lasiri. Perché l’adattamento, inteso come capacità di adeguarsi a una circostanza nuova, nonché come facoltà di trasformarsi senza disperdere la propria identità, attraversa il suo percorso come un dato strutturale: infondendo un senso di continuità quasi biologico, riflesso dentro e fuori dal Weitee.
Adattamento che, innanzitutto, ha assunto per diversi anni la forma concreta del sacrificio: svegliarsi presto, allenarsi prima di entrare in pizzeria o all’autolavaggio, tornare ad allenarsi nel pomeriggio, lavorare ancora la sera. E poi ricominciare. Giorno dopo giorno. In un processo rituale, attraverso cui modificare la propria esistenza quel tanto che basta per far sopravvivere il sogno di diventare un fighter professionista e, un giorno, sollevare sopra la testa la cintura di campione.
Per questo fighter italo-marocchino adattarsi, da sempre, ha significato anche trasformazione. Dapprima nel corpo: quando, ancora giovanissimo, l’incontro con la Muay Thai gli ha permesso di riconoscere possibilità fino ad allora non previste. Poi, con l’accumularsi degli incontri, quella metamorfosi ha smesso di essere soltanto muscolare, divenendo mentale. Prendendo forma nel tempo trascorso in Thailandia, nell’immersione profonda nell’arte delle otto armi, nella riscoperta delle proprie radici culturali e, soprattutto, nella processazione della galassia di emozioni che il combattimento porta inevitabilmente a galla: stati interiori, vulnerabilità che, una volta riconosciute e accolte, cessano di rappresentare un limite per trasformarsi in materia di conoscenza e ulteriore forza.
È anche attraverso questa progressiva riconciliazione con la propria dimensione emotiva che Lasiri è arrivato a conquistare il titolo di ONE Strawweight Muay Thai World Champion.
Esiste, infine, un ultimo adattamento, il più sottile, che appartiene alla sfera della rielaborazione e della consapevolezza. Una cognizione che emerge soltanto dopo una moltitudine d’incontri combattuti: quella che, oltre il fighter, possano esistere molti altri Joseph Lasiri. Uno a cui piace correre, immergersi nella natura, sorridere, scrivere e, soprattutto, amare. Senza rinnegare il primo grande amore, né sottraendogli importanza, ma collocandolo all’interno di un’esistenza più ampia.


La tua storia sportiva comincia nel tuo ambiente familiare e nel calcio, dove sei stato bollato come troppo piccolo. Inizialmente, si dubitava persino che fossi abbastanza strutturato per emergere nella Muay Thai. Alla luce di questo, puoi raccontarci le origini di un campione del mondo che, per molti, mai sarebbe potuto diventare tale?
“Sono nato in una famiglia di quattro figli maschi, quindi, in un certo senso, sono cresciuto fin dall’inizio all’interno di una dimensione competitiva, in un continuo confronto tra fratelli. Abbiamo sempre giocato a calcio. Mio padre lo seguiva moltissimo. Poi, un giorno, mi sono visto scartare da una squadra. Ci sono rimasto malissimo. Dico sempre che sono arrivato agli sport da combattimento quasi per caso. Un amico di uno dei miei fratelli era a casa e stava parlando di questa disciplina: la Muay Thai. Aveva più o meno la mia età. Io nemmeno sapevo cosa fosse, ma mi ha invogliato a provare. Era la mia prima esperienza nel fighting: avevo diciassette anni. Sono entrato in palestra e, immediatamente, mi sono sentito conquistato da quel mondo. Ho cominciato a sudare, a faticare, a capire cosa fosse il duro lavoro. Fino a quel momento, avevo vissuto il calcio come un gioco. In palestra, invece, sentivo qualcosa di diverso: una forma di rivalsa. Sentivo la necessità di andare per vedermi sempre più forte. Percepivo il mio corpo che iniziava a svilupparsi. A quell’età il mio ego era molto forte e, in un certo senso, ha giocato a favore del mio innamoramento: del mio coinvolgimento nella disciplina. Sentivo il bisogno di sfogarmi, di mettermi alla prova.
Sono sempre stato molto magro: dei quattro fratelli ero quello più piccolo a livello fisico. Quando succedeva qualcosa, nelle classiche dinamiche da quartiere, mio padre mandava mio fratello maggiore a difendermi. Dentro quella palestra, invece, ho cominciato a sentirmi libero, più sicuro. Sentivo di non avere bisogno di nessuno. Tutto ha avuto inizio. La Muay Thai ha temprato il mio carattere e credo mi abbia dato degli strumenti molto diversi rispetto, per esempio, ai miei fratelli. Voglio loro molto bene, ma riconosco che, nel mio caso, lo sport da combattimento abbia infuso un tipo di disciplina diversa da loro e da tantissimi altri. D’altronde, basta pensare che i primi veri appuntamenti, i primi impegni importanti della mia vita, li ho vissuti attraverso questo sport.”
Hai raccontato che, entrando per la prima volta in una palestra di Muay Thai, hai iniziato quasi immediatamente a credere più in te stesso, perché ogni giorno riuscivi a percepire un miglioramento. Prima ancora delle cinture e dei risultati, questa disciplina come ha inciso nel mutare la percezione di te stesso?
“A quell’età, i miei coetanei trovavano soddisfazione nello studio, nei complimenti per un bel voto, in una verifica andata bene. Io, invece, con lo studio non avevo un bel rapporto. I primi veri complimenti della mia vita li ho ricevuti attraverso lo sport da combattimento. Quelle sono state le mie prime, autentiche, soddisfazioni. Da quel momento, ho voluto accumulare quella sensazione, quella gratificazione. Poi, ripeto, all’epoca l’ego giocava ancora un ruolo preponderante. Molto rapidamente, ho cominciato a distinguermi: prima all’interno del corso, poi tra gli agonisti, successivamente in Italia e infine nel mondo, fino ad arrivare a competere ai massimi livelli. Sono tutte cose che, in realtà, sono riuscito a comprendere pienamente soltanto verso la fine della mia carriera. All’inizio era un continuo andare avanti: impegnarsi, non mollare mai, procedere quasi in maniera inconsapevole. Quando poi è arrivata una maggiore consapevolezza, soprattutto negli ultimi incontri, ho sentito di essere diventato molto più forte anche all’interno del ring. Allo stesso tempo, ho iniziato a comprendere qualcosa di molto più profondo riguardo la mia vita stessa.”


Prima di diventare un professionista hai fatto moltissimi lavori: il pizzaiolo, il lavamacchine, il commesso. Sei andato a Londra per aiutare economicamente la tua famiglia, continuando sempre ad allenarti. Guardando indietro, pensi che la mentalità da combattente che hai poi costruito sia nata dentro la palestra, oppure anche in tutti quei momenti trascorsi lontano dal ring?
“Credo molto nel fato, nel destino. Se ripenso a determinati momenti della mia vita, mi rendo conto di quante volte avrei potuto fermarmi. Di quante volte avrei potuto dire: ‘Va bene, ora ho un contratto di lavoro, non devo più lavare macchine o fare il pizzaiolo, sono assunto in un negozio, indosso una camicia, ricevo un buono stipendio... Perché dovrei sacrificare tutto questo per uno sport che, forse, non mi darà mai nulla’. All’epoca combattevo, certo, ma guadagnavo pochissimo. Non erano soldi sufficienti per vivere. Quindi, ogni volta che qualcuno mi diceva che non aveva senso che andassi a combattere, o mi chiedeva di scegliere, mi ritrovavo davanti a un bivio. Eppure, ho sempre scelto la Muay Thai. Ho sempre scelto il combattimento. Conoscevo diversi fighter che sacrificavano lo sport in favore del lavoro, e non potevo certo biasimarli. Io, invece, ho sempre voluto continuare a dare spazio e tempo allo sport, anche dopo le sconfitte. Fino a quando, ad un certo punto, lo sport è diventata una professione a tutti gli effetti: un vero lavoro. Non avevo bisogno di fare altro e, in quel momento, ho maturato una sicurezza diversa: tutto dipendeva da me. Ancora oggi, continuo a pensare che fosse destino.”
Hai utilizzato spesso il concetto di adattamento parlando della tua vita. In fondo, anche combattere significa adattarsi continuamente: a un corpo diverso dal proprio, a un cambio di ritmo inatteso, a qualcosa che il piano iniziale non prevedeva. È possibile che le difficoltà vissute prima di diventare professionista ti abbiano insegnato a combattere ancora prima che fosse la Muay Thai a farlo? E, se sì, in che modo?
“L’adattamento fa parte di me. Il mio primo vero adattamento consisteva nel fatto che alle sette del mattino ero un pugile, alle dieci ero un lavamacchine e nel pomeriggio tornavo a essere di nuovo un pugile. Se ci penso oggi, mi sembrano quasi identità inconciliabili. Adesso non so se riuscirei a farlo. Ma a vent’anni riuscivo a passare da un carattere all’altro. La mattina ero totalmente concentrato, impegnato verso un obiettivo: magari dovevo andare a Birmingham o in Austria a combattere. Poi, improvvisamente, la mattina successiva diventavo di nuovo un lavamacchine, un pizzaiolo, il commesso di un negozio. E poi, altrettanto improvvisamente, tornavo a essere un pugile. Tutto questo mi ha aiutato moltissimo quando ho iniziato a combattere in giro per il mondo. In Thailandia, per esempio, i ritmi erano differenti, la temperatura era diversa, dovevo rimanere lì per periodi molto lunghi e allenarmi in condizioni che non conoscevo. Dovevo adattarmi. Credo che quegli adattamenti, che avevo già imparato da ragazzo, me li sia poi portati dietro. Mi hanno permesso di affrontare situazioni realmente difficili e, soprattutto, mi hanno fatto crescere. Più che lo sport in generale, è stata proprio questa disciplina, che sento di aver costruito attraverso lo sport da combattimento, a formarmi.”
Sei cresciuto in Italia da una famiglia marocchina e hai sempre portato entrambe queste identità sul ring; allo stesso tempo, per diventare il fighter che sei stato, hai dovuto immergerti profondamente nella cultura thailandese. Che cosa ti ha insegnato la Thailandia, a livello culturale, che non avresti potuto apprendere semplicemente attraverso la tecnica della Muay Thai?
“Il periodo trascorso in Thailandia è stato decisivo nella mia vita. Crescendo in Italia, tendevo più o meno inconsciamente ad allontanarmi dalle mie origini marocchine. All’epoca c’erano pochi marocchini attorno a me e, in qualche modo, finivo per estraniare quella parte della mia identità. In Thailandia, invece, cominciai a riconoscermi nelle persone che incontravo. Ci si sosteneva a vicenda, si imparava ad accontentarsi, si faticava. È proprio lì che ho iniziato a riscoprire le mie origini, anche entrando in contatto con gruppi di thailandesi, che come i marocchini, sono musulmani. Vedevo ragazzi molto giovani già estremamente disciplinati e riconoscevo in loro qualcosa che mi riportava alle mie radici. Ho cominciato così, autonomamente, a interessarmi di più alla mia provenienza e ad avvicinarmi a quella parte di me. Paradossalmente, mi sono sentito più marocchino in Thailandia.
Anche per questo parlo spesso di destino. È lì che ho iniziato a comprendere il valore della fede musulmana. Ho cominciato a valorizzarla maggiormente, a non nasconderla, a esserne fiero. E questo mi ha aiutato anche nel mio sport. Quando credi veramente in qualcosa, quella fede può sostenerti enormemente anche nel combattimento. Perché, quando sali sul ring, non c’è una squadra lì con te. Sei da solo. Quindi devi credere. Una delle ricchezze più importanti che ho scoperto grazie alla Muay Thai è stata proprio questa: imparare a essere orgoglioso di essere marocchino.”


La Muay Thai viene anche definita “l’arte delle otto armi”, un’espressione che racconta un corpo capace di trasformare ogni sua parte in uno strumento di combattimento. Quando sei sul ring, vivi il tuo corpo come una macchina estremamente allenata oppure esiste anche una componente creativa, artistica, nel modo in cui pensi al combattimento?
“Nella Muay Thai, a differenza della boxe o la kick boxe, non lavori soltanto con le braccia o esclusivamente con le gambe. C’è la lotta, c’è il clinch, una forma di combattimento in piedi; ci sono le ginocchiate, le gomitate, il pugilato, i calci. La bellezza della Muay Thai è proprio questo mix. Magari non sei particolarmente bravo con i calci, ma riesci a lavorare benissimo nella lotta. Oppure non sei particolarmente efficace nel pugilato, ma utilizzi molto bene le ginocchiate. Quando tutti questi elementi si combinano, nascono stili differenti. Ed è proprio qui che si può introdurre il concetto di arte. Chiunque si dedichi davvero a questa disciplina, prima o poi riesce a trovare la propria arte. È una cosa che ho iniziato a comprendere con il tempo, e la trovo bellissima.
Magari non riuscivi a tirare un calcio come un altro fighter e questo poteva farti sentire meno bravo. Ma poi inizi a credere nella tua arte, a perfezionare ciò che ti appartiene. Quando due persone con caratteri diversi, esperienze differenti e modi opposti di combattere si incontrano, lì per me comincia davvero l’arte. E magari succede che quello tecnicamente più bravo perda perché possiede meno cuore dell’altro. Oppure che un atleta con maggiore esperienza venga sconfitto da qualcuno che ne ha meno, ma che mette dentro il combattimento più cuore, più intensità, più arte.”
Prima di un incontro, un tuo avversario disse che eri troppo emotivo. Dopo averlo battuto, rispondesti che l’emozione rappresentava invece precisamente la tua forza. Come si impara a utilizzare e governare l’emozione a proprio favore in uno sport da combattimento?
“Riconoscendola. Angelo Valente, che è sempre stato il mio coach, mi ha insegnato moltissime cose. Una delle più importanti riguarda proprio la paura. Quando senti paura, percepisci quasi un peso. A me capitava spesso e, anche con l’esperienza, molte volte non riuscivo a gestirla. Angelo mi disse una cosa che non dimenticherò mai: non cercare di controllarla. Al contrario, lasciala arrivare. Accoglila. Ho imparato a lasciare che la paura arrivasse, che mi attraversasse, e soltanto dopo cercare una soluzione.
Molte volte, invece, noi cerchiamo di nasconderla. Facciamo finta che non esista. Ma quando sali sul ring e quella paura improvvisamente ti si presenta davanti, allora sei in difficoltà. Se invece cominci a portarla con te anche durante gli allenamenti, davanti a un avversario nello sparring, impari quasi a farci amicizia. Impari a sapere che esiste, senza nasconderla. È facile combattere a occhi chiusi. Molto più difficile è sapere che davanti a te c’è qualcuno che devi affrontare. Questo approccio è stato particolarmente importante negli ultimi incontri della mia carriera e, in un certo senso, li dedico anche ad Angelo. È qualcosa che mi è rimasto nel cuore, che resterà sempre con me e che cercherò di trasmettere anche ai miei allievi.”


Restando sul tema delle emozioni, hai raccontato di aver immaginato molte volte il momento in cui saresti diventato campione del mondo. Quando qualcosa che hai visualizzato per anni accade realmente, che cosa si prova? E soprattutto: che cosa succede il giorno dopo aver raggiunto il sogno attorno al quale hai costruito gran parte della tua vita?
“Quando comincia un fight camp, inizi a convivere con una tensione costante. Tutto, progressivamente, si concentra su quello che succederà il giorno del combattimento. Soprattutto dopo una giornata particolarmente faticosa, torni a casa e, prima di dormire, pensi proprio a quello. Ti vedi mentre alzi la cintura. Ti dici che puoi farcela, che puoi vincere. Inizi persino a immaginare i dettagli: farò questo, non farò quest’altro. E alla fine arrivi sempre a quella cintura. Ma non succede una volta sola. Succede ogni giorno. Ogni sera vai a letto pensando a quello. Ogni mattina ti svegli pensando a quello.
Poi arriva finalmente il giorno del match, e lì tutto deve concretizzarsi. Devi provare a restare tranquillo, quasi a smettere di pensarci. E quando, alla fine, ti ritrovi davvero con quella cintura tra le mani, le emozioni sono tante. Viene fuori tutto. Ti tornano in mente tutti i momenti che hai sacrificato, tutte le volte in cui hai detto di no perché eri concentrato sul tuo obiettivo, tutte le volte in cui ti sei domandato se ne valesse realmente la pena. Sono esperienze che ti arricchiscono davvero. E che, personalmente, continueranno ad arricchirmi per sempre.”
Nella tua carriera hai vinto incontri e ne hai persi altri; hai conquistato e perso cinture, attraversato picchi di euforia e momenti di profonda delusione. Come si affrontano sentimenti così contrastanti? Come ci si rialza dopo aver perso una cintura? E come si riallineano mente e corpo dopo una delusione vissuta sul ring?
“Ho perso incontri. Ne ho persi tanti. E mi sono reso conto che, nel corso degli anni, le emozioni che provavo dopo una sconfitta sono cambiate profondamente. All’inizio perdevi un match e avevi la sensazione che tutto il lavoro fatto fosse stato inutile, anche se, razionalmente, sapevi che non era così. Tornavo a casa e rimanevo in silenzio. Poi tornavo ad allenarmi più di prima. Questo lo ricordo bene. Quando arrivava quel trauma, perché a volte una sconfitta può essere realmente vissuta come un trauma, improvvisamente tutto finiva. E finiva non nel modo in cui avresti voluto. Ci rimani male. Ma se continui a pensare soltanto a quello, sei fregato. Io, invece, mi buttavo nell’allenamento, nel lavoro. Era una reazione inconsapevole, ma quella stessa inconsapevolezza ti permette comunque di diventare più forte.
Quando cresci, quella inconsapevolezza si trasforma progressivamente in consapevolezza. Forse le cose che fai non cambiano radicalmente, ma cambia il modo in cui le fai. Fino a quando, andando avanti nella carriera, una sconfitta ha iniziato progressivamente a interessarmi meno. Alla fine del mio percorso è accaduto anche questo. Fino a quando, arriva anche un momento in cui perdi e ti chiedi: ne vale ancora la pena? Voglio davvero continuare a farlo? E lì comincia un discorso completamente diverso.”


Il tuo ultimo combattimento ufficiale risale alla fine del 2023. Per un atleta che per anni ha organizzato il proprio tempo attraverso sessioni di allenamento, pesi, avversari e incontri, che cosa accade quando improvvisamente il combattimento non scandisce più la vita nello stesso modo? Oggi ti senti ancora, prima di tutto, un fighter, oppure stai scoprendo parti di Joseph che negli anni precedenti non avevano avuto spazio per esistere? E, se sì, quali?
“Questo sport ha assorbito tutto me stesso per anni. Quel fare continuamente, ogni giorno, finisce per trasformarsi quasi in un vizio nella tua vita. E se improvvisamente togli tutto questo, devi necessariamente riempire quello spazio con qualcos’altro. Anch’io ho percepito quella mancanza. Avevo deciso di non voler più entrare sul ring per cercare una vita più serena, ma senza immaginare veramente che cosa la vita avrebbe poi significato per me.
Mi sono chiesto dove avrei trovato quella stessa adrenalina. Volevo ancora provare paura. C’era una parte di me che continuava a desiderare che le cose fossero difficili. Poi, lentamente, ho cominciato a scoprire qualcosa di diverso. A imparare ad accettare. Quell’odio che prima magari volevi combattere, iniziavi ad accettarlo. Quella paura iniziavi ad accoglierla, per comprenderla, per affrontarla davvero. Ho iniziato a scoprire anche una parte più romantica di me. Mi fa sorridere dirlo, ma è così. Molte volte oggi ho semplicemente bisogno di sorridere. Di amare di più. Amare maggiormente me stesso, amare di più un’altra persona, cercare l’arte altrove. Per esempio, mi sono ritrovato ad assistere a uno spettacolo di poesia e mi è piaciuto moltissimo. Ho iniziato persino a scrivere anch’io, e continuo a farlo. Poi ci sono le passeggiate nella natura, la corsa nei sentieri, quel tipo di fatica in cui ritrovo una certa dose di adrenalina. E una volta esausto, comincio finalmente a godermi il panorama.
Non posso negare che in questa fase c’è stata anche molta sofferenza, naturalmente. Ogni evoluzione porta necessariamente con sé una certa sofferenza. Ma sono grato per tutto questo. Senza il percorso che ho fatto non sarei mai riuscito ad arrivare a queste sensazioni che, per me, sono molto più importanti di una cintura. Quando inizi a comprendere che hai bisogno di muoverti semplicemente per stare bene; quando capisci che fare qualcosa di diverso non deve generare vergogna, ma può semplicemente piacerti; quando provi uno sport nuovo e scopri qualcosa che prima non conoscevi, allora inizi realmente ad aprirti.”
Parlando di cultura del combattimento, è impossibile non pensare a Champion e alla capacità che un brand può avere di segnare, nel tempo, l’immaginario di un intero movimento. Che cosa significa, per te, rappresentare oggi questo brand?
“Ne sono molto fiero, anche perché Champion continua a sostenere numerosi professionisti che sono ancora pienamente attivi nelle competizioni. Essere parte di questa cerchia mi permette, in qualche modo, di sentirmi ancora vicino a quella dimensione che ha definito una parte così importante della mia vita. Anche se oggi non combatto più come prima, essere coinvolto da un brand come Champion, indossarne i capi e continuare a essere riconosciuto all’interno di quel mondo ha per me un valore profondo. Mi ha fatto davvero piacere essere qui, tenere la classe. È un modo per sentire che ciò che ho costruito negli anni continua ad avere un significato e che il percorso fatto sul ring può ancora trovare una forma diversa attraverso cui esprimersi.”
Dopo tutti questi anni trascorsi a combattere, quale messaggio desideri trasmettere, soprattutto al movimento italiano della Muay Thai? E quale tipo di legacy stai cercando di costruire?
“Quello che sto cercando di costruire è inevitabilmente legato a ciò che ho vissuto. Credo che, se provassi a trasmettere qualcosa di estraneo alla mia esperienza, sarebbe sbagliato. Per me insegnare Muay Thai ai miei allievi non significa necessariamente trasformarli in fighter o accompagnarli verso una cintura. Se arriveranno a quei risultati sarò naturalmente fiero di loro, e probabilmente quelle esperienze serviranno a loro così come sono servite a me. Ma oggi ho compreso che la ricchezza più profonda dello sport si trova altrove. La vera ricchezza arriva quando smetti di considerare lo sport soltanto attraverso il risultato e inizi a viverlo come uno stile di vita. Quando comprendi che una disciplina può assumere significati differenti nel corso degli anni, evolvendo insieme a te. Se riesci a costruire un rapporto costante con lo sport, allora è lì che emerge il suo valore autentico.
La competizione, prima o poi, finisce. Arriva inevitabilmente un momento in cui non combatti più, non insegui più una cintura, non hai più un avversario davanti a te. Ma se, anche allora, senti ancora il bisogno di muoverti, di allenarti, di prenderti cura di te stesso attraverso lo sport, significa che ne hai compreso davvero il valore. Se riuscissi a lasciare questo, per me sarebbe già una legacy importante.”


Mike Kratzer | UTMB Realizations
Grazie ad Icebreaker, abbiamo avuto modo di sezionare l’esperienza UTMB di un volto ufficiale del brand neozelandese e, soprattutto, di un atleta-creativo, scoprendo il soundtrack della sua esperienza e, allo stesso tempo, comprendendo che riflessioni si celino dietro un consapevole ritiro
L’UTMB rivela. Differenti approcci. Differenti obiettivi. Differenti esperienze. Eppure, nello spartito di vette che circonda Chamonix, proprio tra i trail più celebri al mondo, ad ogni atleta, ad ogni essere umano viene sempre dato modo di scoprire qualcosa in più di sé stesso, del proprio rapporto con la corsa. Nel caso di Mike Kratzer, le consapevolezze maturate sono quelle racchiuse in un ritiro sereno, dal sapore del traguardo, nonostante la decisione di non tagliarlo fisicamente.
Una scelta maturata in accordo con la propria anima e con il proprio modo d’intendere il running, che fornisce una chiave di lettura altra su una settimana che chiede, per definizione, di mettere al centro di tutto la spinta di corpo e mente oltre i rispettivi limiti. Ma che non impone questo processo, lasciando la possibilità ad ogni sensibilità di fare tesoro di ciò che vuole e che sente più suo. Come avvenuto nel caso di questo atleta e creativo, profondamente connesso alla dimensione musicale.
Grazie ad Icebreaker, partner ufficiale di Kratzer, abbiamo conversato con lui tirando le somme di un’esperienza nata e conclusa nel desiderio di scoprire quello che la corsa può restituire, e nella piena comprensione del perché la si pratica.




Ad una persona come te, che filtra il mondo e il trail running attraverso una lente profondamente personale e una sensibilità che va ben oltre la dimensione puramente sportiva, cosa rivela un evento come l’UTMB?
“Negli ultimi dieci anni non avevo voluto partecipare all’UTMB, perché non mi convinceva fino in fondo il modo in cui era strutturato. Aveva poco a che fare con la mia idea di trail running. Ma non sto di certo diventando più giovane e, ad un certo punto, ho pensato che avrei voluto vivere almeno una volta un’esperienza come l’UTMB, la TDS o l’OCC. Allo stesso tempo, è qui che tutti finiscono per ritrovarsi. È forse l’unica occasione dell’anno in cui puoi avere tutti i tuoi amici nello stesso posto e condividere i trail con loro: amo questo lato dell’evento. L’UTMB ha, in sé, delle dimensioni troppo grandi per esercitare un fascino vero su di me, ma all’interno di un evento così vasto penso che sia comunque possibile trovare la propria dimensione. Puoi trovare luoghi come la casa in cui stiamo parlando ora, dove si incontrano persone accomunate dallo stesso spirito. Puoi prendere parte all’UTMB e, al tempo stesso, mostrare che esiste un altro modo di vivere la montagna e di praticare questo sport.
Per me la corsa è sempre stata, prima di tutto, un confronto con me stesso. Ho degli obiettivi, ma non sono ossessionato dalla necessità di raggiungerli. Semplicemente, amo allenarmi e, in un certo senso, ho bisogno di avere un qualcosa per cui allenarmi. Se la preparazione è stata buona e poi la gara non va come previsto, come è successo questa volta con il ritiro, posso comunque guardarmi indietro e vedere una splendida estate di allenamenti, così come tutte le persone meravigliose che ho avuto modo d’incontrare lungo il percorso. Ho scoperto, semplicemente, che questo tipo di gara non mi piace. Passi continuamente da salite e discese, e tutto sembra lento. Non è questo il modo in cui mi piace correre. Fisicamente stavo benissimo, ma ad un certo punto mi sono detto: fin qui è stata una bella esperienza, ma non c’è alcun motivo per continuare per altre dieci ore se ciò che sto facendo non mi restituirà altro. Quindi, sono davvero felice della decisione che ho preso. Chiunque sia arrivato al traguardo ha tutta, davvero tutta, la mia ammirazione. Mi sembra incredibile che si possa trovare gioia in una forma di sofferenza simile.”
Di recente, in un approfondimento per Athleta, hai raccontato che la corsa ti ha reso “il governatore della tua stessa vita”. Cosa significa governare sé stessi e le proprie scelte durante una gara come l’UTMB? E come si governa, invece, la decisione del ritiro?
“Credo che durante una gara arrivi un momento in cui devi decidere se continuare o meno. Nel mio caso, però, non si trattava di un momento di crisi. Semplicemente, avevo smesso di provare gioia in ciò che stavo facendo. E per me questo conta, conta molto, perché il senso della corsa, anche quando comporta sofferenza, sta nel ricevere comunque qualcosa in cambio: felicità, divertimento, un qualcosa che sostanzi ciò tutto quello che stai dando. Ripensando alle ore di gara, mi sono reso conto che non avevo sorriso neppure una volta. A quel punto ho preferito fermarmi, recuperare più rapidamente e arrivare in salute a una nuova gara nelle prossime settimane, piuttosto che costringermi a finire soltanto per poter dire di aver finito. La mia salute viene prima, e non avevo nulla da dimostrare. Non sentivo alcuna necessità di andare avanti. Semplicemente, è arrivato il momento in cui sono riuscito a dire a me stesso: ecco, questa cosa non fa per te.”




Considerando il tuo profondo rapporto con la musica, quale colonna sonora ti ha accompagnato, metaforicamente o tangibilmente, durante questa esperienza?
“Molto garage e punk uptempo: musica immediata, facile da ascoltare. Cercavo qualcosa che distogliesse la mente dal terreno, che potesse semplicemente rimanere sullo sfondo. Nulla di complicato, nulla che richiedesse particolare concentrazione o attenzione. A volte hai semplicemente bisogno di un po’ di rumore. Di solito, durante una gara, incontri altre persone e inizi a parlare con loro. In questo caso, però, molti partecipanti erano francesi e alcuni non parlavano bene inglese, oppure semplicemente non avevano molta voglia di conversare. Ad un certo punto credo di aver trascorso qualcosa come sette ore da solo. Dopo cinque ore avevo semplicemente bisogno di un po’ di rumore, di qualcosa che fosse lì, insieme a me.
La musica può diventare anche una sorta di premio. Ti dici: bene, adesso arrivo al prossimo punto di ristoro e, una volta lì, mi concedo venticinque minuti di musica. Poi la spegni di nuovo e torni a goderti il silenzio. Dipende sempre dal momento. Questa era soltanto la seconda gara in cui, per alcuni tratti, ho ascoltato musica. È stata molto lunga e, in certi momenti, accadeva davvero poco, perché le salite sembravano interminabili. Per percorrere 125 chilometri ci ho messo circa ventisei ore. Ho provato a dormire, ma ormai faceva troppo freddo e ho dovuto proseguire per evitare il rischio di ipotermia. Probabilmente è stato uno degli errori che ho commesso: non dormire durante il giorno, quando faceva caldo, e provarci invece quando era già buio e la temperatura era scesa. Ma si vive per imparare.”
A Chamonix eri anche in rappresentanza di Icebreaker, con cui stai assumendo un ruolo che va ben oltre quello di talent tradizionale. In che modo stai cercando di lasciare il tuo segno su questo brand? E cosa ti affascina, maggiormente, della sua identità?
“Usavo Icebreaker molto prima che iniziassimo a lavorare insieme. In montagna non puoi indossare cotone: quando si bagna può diventare un problema serio. Ho sempre utilizzato Icebreaker come base layer e, ogni volta che andavo in montagna con persone meno esperte, una delle prime cose che facevamo era controllare se avessero l’equipaggiamento adeguato o meno. Per me la lana merino è sempre stata una necessità. Inoltre viaggio molto e il merino evita i cattivi odori, quindi non si ha bisogno di lavarlo continuamente. Ci sono ragioni estremamente concrete per cui questa collaborazione ha senso per me: sono prodotti di cui ho realmente bisogno e che utilizzo. Abbiamo iniziato a parlarne circa tre anni fa e quest’anno la partnership è diventata ufficiale. Ciò che mi interessa adesso è la possibilità di contribuire a creare capi funzionali che siano anche belli da indossare. Mi piacciono i brand in cui ci si può riconoscere, piuttosto che quelli che sentono il bisogno di farsi continuamente notare: realtà che non inseguono ad ogni costo l’ultima novità, ma possiedono fondamenta solide e una propria identità. Credo che Icebreaker possegga esattamente ciò.”
Prima dello UTMB avevamo avuto modo di entrare ancora più in profondità nella visione running di Mike Kratzer, clicca qui (https://athletamag.com/it/a-running-soul-mike-kratzer/) per recuperare il focus editoriale.




Confronting Limits | Ida Sophie Hegemann
A corredo di un’esperienza che ci ha visto esplorare il territorio di Chamonix con The North Face, abbiamo avuto l’opportunità di dialogare con una delle atlete più interessanti del panorama internazionale ultra trail running, Ida Sophie Hegemann, che ci ha offerto un punto d’osservazione particolarmente prezioso, da cui poter indagare la natura più intima di questa disciplina
‘More than a place. It’s a mindset’. Questo il claim che ha accompagnato una speciale attivazione The North Face, che ci ha visto esplorare le montagne di Chamonix, lungo la coda finale dell’UTMB, attraverso la nuova Offtrail Ultra. ‘It’s a calling that connect us.’ prosegue questo manifesto trail, rispecchiando, implicitamente, l’approccio a questa dimensione sportiva di Ida Sophie Hegemann.
La sua storia con il trail running è nata come una deviazione da un percorso atletico che sembrava già segnato. Dopo un’adolescenza trascorsa tra pista, strada e alcuni anni marchiati dagli infortuni, una gara in montagna affrontata senza particolari aspettative si è trasformata, per l’appunto, in una vocazione. A cui sono seguite, in sequenza, nuove distanze, adattamenti, esplorazioni di territori unici e, soprattutto, un nuovo mindset.
Oggi, la chiave per comprendere la corsa e l’esistenza di Ida Sophie Hegemann pare essere racchiusa nella capacità di considerare la misura personale, o meglio, il proprio limite come una vetta da raggiungere e conquistare. Le lunghe distanze in solitaria si mostrano come forma d’indagine personale, componendo una condizione rara, in cui la natura cessa di essere semplice scenario per assumere la forma d’interlocutrice.
È su questo stesso terreno che si innesta il rapporto con The North Face: una collaborazione che Hegemann descrive come un percorso di crescita atletica e personale, costruito sulla curiosità, sulla sperimentazione e sulla libertà di cercare luoghi e sfide ancora sconosciute.




Nel presentarti, dici spesso che sei arrivata al trail running per pura coincidenza, dopo gli esordi su pista. Di che coincidenza si tratta? E cosa ti ha fatto innamorare del trail running e della sua componente ultra?
“Ho frequentato una scuola privata dove mi allenavo per la corsa su pista e su strada, ma ho trascorso diversi anni alle prese con svariati infortuni e, per molto tempo, sono riuscita a gareggiare a malapena. Poi, quasi per caso, mi sono iscritta a una gara in montagna semplicemente per divertirmi. Alla fine l’ho vinta e, proprio grazie a quel risultato, sono stata invitata a partecipare alla Transalpine Run. In quel momento non sapevo neppure davvero che cosa fosse il trail running. All’improvviso, davanti a me si è aperto un mondo completamente nuovo. Fin dall’inizio ho avuto la sensazione che, attraverso il trail running, avessi riscoperto il mio amore per la corsa stessa. Ho ritrovato il piacere di competere contro me stessa, di spingere più in là i miei limiti, di provare a diventare il più veloce possibile e, al tempo stesso, di scoprire fin dove e con quale rapidità il mio corpo fosse in grado di arrivare. Credo di essere sempre stata naturalmente attratta dalle lunghe distanze. Amo la sfida, ma anche quella straordinaria successione di momenti di esaltazione e difficoltà che si attraversano durante le gare molto lunghe. In questo senso, assomiglia alla vita stessa: le cose sono imprevedibili e ti viene continuamente chiesto di adattarti. Probabilmente è proprio questa imprevedibilità ad affascinarmi più di ogni altra cosa nell’ultrarunning. Ogni gara ti restituisce qualcosa. Ti rivela aspetti nuovi di te stessa, nuove aree su cui lavorare, nuove debolezze da comprendere e nuove possibilità di miglioramento. Amo profondamente questo processo.”
Parlando della tua disciplina, hai sottolineato il suo essere solitaria. Cosa ispira in te la solitudine di questo sport?
“Associo in maniera naturale la solitudine alla libertà, alla pace e alla concentrazione. Significa anche raggiungere uno stato in cui mi sento completamente connessa con la natura che mi circonda. Amo diventare intensamente consapevole del mio corpo: percepire ogni muscolo al lavoro, sentire me stessa avanzare e, infine, entrare in quello stato di flow in cui ogni cosa sembra trovare naturalmente il proprio posto.”
You’ve conquered some of the most iconic races in the world of ultra trail running. What’s the secret to crossing the finish line first after challenges that are as epic as they are deeply human? How do you overcome the battle against yourself and your own limits?
“Non credo che esista davvero una formula segreta. La sensazione che si prova quando si riesce ad andare oltre ciò che si credeva essere il proprio limite è incredibilmente gratificante, e tutti gli altri momenti, positivi o negativi, fanno semplicemente parte di quel processo. Bisogna essere mentalmente forti, ma è anche necessario conoscere sé stessi in maniera estremamente profonda. Devi saper leggere il tuo corpo e la tua mente, comprendere che cosa ti sta accadendo e, nonostante questo, essere ancora capace di metterti alla prova e continuare a spingere quando le cose diventano difficili. In quei momenti cerco sempre di ricordare a me stessa quanto amo stare all’aria aperta e quanto profondamente amo correre. Tornare a quella sensazione mi aiuta ad affrontare i limiti del mio corpo. Non credo affatto che esista un trucco. Si tratta piuttosto di comprendersi, accettare i momenti difficili e continuare ad attraversarli.”
Il nostro media vede lo sport come sinonimo di arte. Quali sono, nella tua visione, i punti di contatto tra l’ultra trail running e la dimensione artistica? Quando muovi il tuo corpo nella natura, ti senti un’artista?
“Mi piace molto questa domanda, perché ho studiato architettura e ho sempre avuto un rapporto molto importante con l’arte. Quando ero all’università e si avvicinava una consegna, soprattutto nei momenti in cui sentivo di aver bisogno di nuove idee o di ispirazione, uscivo semplicemente e andavo ad allenarmi. E rientravo, dopo aver corso, con moltissimi pensieri nuovi. Per questo sento davvero che il trail running, e la natura stessa, abbiano sempre alimentato la parte più artistica di me. Direi che esiste qualcosa di intrinsecamente artistico nel trail running stesso. Guardi costantemente qualche metro davanti a te, cercando di individuare la linea migliore possibile. In questo senso, può essere paragonato allo sci alpino. Guardi una montagna e ti chiedi: come posso raggiungere la cima? Oppure, una volta arrivata lassù, in che modo troverò la mia personale via per tornare a valle? In questo processo c’è qualcosa di molto vicino all’arte. Ci sono interpretazione, istinto e improvvisazione. Poi ci sono tutti i colori, gli odori e i suoni che incontri mentre ti muovi nella natura. Rimangono con me quasi come pennellate impresse nella mente. Assorbi tutte queste impressioni mentre corri, a volte senza nemmeno pensarci consapevolmente.”
Proseguendo la precedente domanda, il tuo sport ovviamente ti pone in contatto costante con la natura. Che sensazioni ti attraversano esplorando scenari di tutto il globo grazie al movimento del tuo corpo? E che dettagli naturali ti affascinano o meravigliano maggiormente?
“Credo che, quando trascorri così tanto tempo sui sentieri, finisci per vivere ogni stagione in maniera completamente diversa. Devi continuamente adattare te stessa, e il tuo sport, alla natura, anziché pretendere che sia la natura ad adattarsi a te. C’è qualcosa di molto speciale in questa relazione. Una delle cose che amo di più è quando sotto di te si stende uno spesso strato di nuvole o di nebbia bassa. Cominci a correre salendo lungo una montagna mentre tutto rimane nascosto sotto le nuvole e poi, improvvisamente, raggiungi la vetta e ti ritrovi al di sopra di esse. Per me è una delle esperienze più belle che si possano immaginare. Momenti come questi generano una quantità enorme di emozioni positive. In generale, ogni volta che esco a correre, semplicemente, mi sento felice. Quasi senza eccezioni, torno a casa sentendomi meglio di come mi sentivo prima di uscire.”


You’re part of a brand that has shaped not only trail running, but outdoor culture as a whole: The North Face. How has that relationship influenced your evolution, both as an athlete and as a person?
“Fin dall’inizio è stato un onore entrare a far parte di questo team. Abbiamo tutti un rapporto molto forte con il brand e ho subito notato le personalità estremamente distinte di ogni atleta del team. Ognuno è un personaggio a modo proprio e penso che sia proprio questa individualità a rendere tanto il team, quanto il brand, così speciali. Trovo molto gratificante la possibilità di ispirare e motivare altre persone semplicemente facendo ciò che ami più di ogni altra cosa. Nel mio caso significa correre nella natura. Forse è la cosa più semplice che si possa immaginare e, al tempo stesso, mi sembra uno dei più grandi privilegi che si possano avere. Il brand mi ha certamente aiutato a crescere, non soltanto come atleta, ma anche come persona. Mi ha aiutato a diventare più sicura di me stessa, più coraggiosa nel provare cose nuove e più curiosa nell’esplorare l’outdoor. Mi ha incoraggiata a continuare a cercare luoghi sconosciuti e nuove sfide, e ad avvicinarmi sia alla mia carriera, che al mondo che mi circonda, con un vero senso.”
Parliamo ora dell’ultima novità della collezione trail di The North Face, la nuova Off-Trail Ultra. Quali sono le tue impressioni sulla scarpa? E sei stata coinvolta personalmente nel suo sviluppo o nel fornire feedback al brand durante le varie fasi del processo?
“Sono molto fortunata ad avere la possibilità di partecipare al processo di sviluppo dei prodotti. Dal momento che siamo un team trail globale relativamente piccolo, noi atleti possiamo essere coinvolti in maniera molto diretta e personale e abbiamo l’opportunità di fornire feedback durante le diverse fasi dello sviluppo. Per noi atleti rappresenta un vantaggio enorme ed è qualcosa che apprezzo sinceramente. Credo che, alla fine, sia possibile vedere questo livello di collaborazione riflesso nei prodotti stessi. Dietro ogni scarpa c’è una quantità straordinaria di ore di lavoro. Vengono testate in moltissime condizioni differenti e sottoposte a un’enorme varietà di sollecitazioni. Come atleti trascorriamo ogni giorno correndo su trail estremamente tecnici e impegnativi, quindi possiamo testare i prodotti fin dalle primissime fasi e comprendere abbastanza rapidamente ciò che funziona e ciò che, invece, necessita ancora di essere migliorato. Della Off-Trail Ultra apprezzo in particolare la sensazione di leggerezza. Allo stesso tempo, offre un grip incredibile e restituisce una percezione molto diretta del contatto con il terreno. Credo sia un’ottima scarpa per chi ama trascorrere il proprio tempo sui sentieri, ma desidera anche la libertà di spingersi oltre i percorsi più convenzionali. È particolarmente adatta a terreni più tecnici e propriamente off-trail, pur consentendo di muoversi con grande velocità. È una scarpa che trasmette realmente una sensazione di rapidità.”
Sei molto giovane, classe 1997. Tanti e tante ultra trailer arrivano alla piena maturazione in età più avanzata, proprio per l’evoluzione della componente mentale. Come hai raggiunto una tale maturità mentale in così poco tempo? E la tua mente come processa una gara ultra?
“Ho scoperto la corsa quando avevo dodici anni e molto presto ho iniziato ad allenarmi ogni giorno. Quindi, la corsa rappresenta una parte enorme della mia vita da allora. Lungo il percorso ho attraversato moltissimi momenti positivi e negativi. Ci sono stati i successi, naturalmente, ma anche grandi battute d’arresto e infortuni, come dicevo prima. Proprio grazie a queste esperienze posso dire di conoscere il mio corpo estremamente bene. Conosco i miei punti di forza, ma comprendo anche le mie debolezze. E quando trascorri così tanto tempo da sola sui sentieri, soprattutto durante allenamenti molto lunghi, hai a disposizione una quantità enorme di tempo per riflettere. Sei semplicemente lì, sola con te stessa. Con il passare degli anni, tutto questo finisce per insegnarti moltissimo su chi sei. Sono convinta che quando fai qualcosa che ami davvero, qualcosa che rappresenta autenticamente la tua passione, proprio attraverso quella cosa diventi più forte. È così che vivo la corsa. Vivo ciò che amo profondamente, e questo mi dà forza. Allo stesso tempo, continuo a imparare. Continuo ad attraversare momenti difficili e continuo a commettere errori, ma anche questo fa parte del percorso. Ogni lezione che impari, e persino ogni fallimento che vivi, ti lascia qualcosa. Diventi più forte proprio grazie a quell’esperienza. Credo che questo faccia semplicemente parte del processo attraverso cui si diventa atleti.”
Nel tuo contatto con il trail running, gioca un ruolo fondamentale anche la comunicazione, per mezzo di serie digitali e podcast. Perché hai deciso di porti al mondo anche come storyteller? E che tipo di messaggi speri di trasmettere attraverso quest’impegno parallelo?
“Non credo sia mai stata una decisione presa consapevolmente. Sono semplicemente me stessa e, in qualche modo, tutto si è sviluppato naturalmente. Sono molto felice di avere l’opportunità di utilizzare la mia voce per contribuire alla crescita di questo sport e, spero, anche per aiutarlo a evolversi. La cosa che per me più conta è poter ispirare le persone più giovani e, in particolare, le ragazze e le giovani donne a uscire e scoprire i sentieri in prima persona. Mi rende sempre grata sentire racconti di coloro che sono state incoraggiate da uno dei miei video, o da qualcosa che ho condiviso. Quando qualcuno viene da me e mi dice: ‘Ho fatto la mia prima corsa perché ho visto quello che stavi facendo tu’, per me significa moltissimo. C’è qualcosa di profondamente gratificante nell’incoraggiare le persone a provare cose nuove, a uscire dalla propria zona di comfort e, magari, a scoprire dove possano trovarsi i propri limiti. È un modo estremamente positivo di restituire qualcosa al mondo.”



Architecture of Running | Nadia Battocletti
Le Gel Nimbus 28 by Nadia Battocletti raccontate attraverso le forme e le esperienza che compongono questa rettrice del mezzofondo, e l’architettura della sua corsa
La corsa di Nadia Battocletti incede ordinata. Che sia appena dopo lo sparo o all’ultimo allungo. Fitta, come un bosco trentino, scivola tra un altopiano e l’altro. A lente larga, consente di ammirare la sinfonia del movimento pensato. Un piano sequenza lieve, inarrestabile. Un’architettura poliedrica, dapprima ereditata, poi vissuta e studiata… Ora, consapevolmente perfezionata.
Da vicino, mostra infiniti sentieri. Di verde infusi. D’Azzurro vestiti. Dettagli che diventano complesso: l’umile, ma sicuro, transito di un geco da una superficie all’altra; il sapore sincero e confortante di un aroma marocchino, e del suo corrispettivo nonese; la logica solidità di una laurea in Ingegneria Edile e Architettura. Tutto, si può notare, crea il design composito della più grande mezzofondista della storia italiana, ad appena 26 anni.
Tutto confluisce nella scarpa che ne funge, ora, da suo manifesto. Le GEL-NIMBUS™ by Nadia Battocletti. Proprio dalle architetture di questo nuovo capitolo ASICS siamo partiti per scoprire l’architettura della corsa di questa plurimedagliata olimpica e mondiale, nonché detentrice di 6 record nazionali; e per esplorare ancora più in profondità la naturale assonanza tra Nadia Battocletti e la filosofia ‘Anima Sana in Corpore Sano’ | ‘Sound Mind Sound Body’.
“L’architettura deve dare il piacere di trovarsi in uno spazio incantevole”, sosteneva la rivoluzionaria Zaha Hadid. Non è un caso che Nadia Battocletti citi l’achistar nota come ‘Regina delle Curve’ in un editoriale in cui le GEL-NIMBUS™ da lei co-disegnate attraversano i luoghi, e le architetture, che le hanno plasmate. Spazi incantevoli, verdi e curvi, per l’appunto. Dove il piacere, e l’armonia, possono portare alla grandezza sportiva.


Cles, Cavareno, il Trentino… Guardandoti indietro, in che modo pensi abbia influito sulla tua ‘architettura’ umana e sportiva il territorio che ti ha visto nascere e crescere? Perché è così importante per te allenarti ancora in questi luoghi?
“Sono una ragazza molto legata a casa, perché sono affezionata alla mia famiglia, a mia mamma, a mio papà. Ho sempre fatto qualsiasi attività insieme a loro e, di conseguenza, il rapporto con il territorio in cui ancora abito non può che essere estremamente profondo. Sicuramente, il fatto di aver avuto la possibilità di crescere in un luogo nella piena natura, con il bosco distante solo 100 metri da casa, con campi da golf e molte infrastrutture sportive nei pressi, mi ha permesso fin da bambina di fare tante attività differenti. Il voler rimanere legata a questo ambiente è dovuto al fatto che vi è radicato un sentimento vero: un sentimento che fa parte di me fin dall’infanzia”
All’interno di questo territorio, così unico nel suo genere, quali sono i tuoi luoghi del cuore? E quali, invece, quelli più simbolici in relazione al tuo rapporto con la corsa?
“I luoghi più importanti sono sicuramente i sentieri nel bosco, i percorsi che circondano casa… Ho iniziato a correre lì. Oggi ci torno spesso, anche semplicemente per camminare, o per portare a spasso il cane. Rimangono posti molto importanti per me. Da piccolina sciavo, quindi anche solo vedere le piste mi fa tornare in mente bei ricordi: mi fa sentire bene. Un altro posto del cuore è, ovviamente, il mio paesino, Cavareno: un comune piccolo, di montagna. Il punto di riferimento è una gelateria dove i giovani del posto hanno sempre fatto campo base. Poi, devo menzionare casa mia: il vero posto del cuore. Vivo in una sorta di altopiano, immerso completamente nella natura. Davanti ai miei occhi, ho sempre avuto uno scenario fatto di montagne”
Nella tua ‘architettura’ umana gioca un grande ruolo il legame con i tuoi genitori. Di tua madre hai detto che “è stato un vero privilegio avere un genitore espressione di un’altra cultura”, mentre in relazione a tuo padre hai sempre evidenziato la tua totale fiducia nei suoi confronti, come allenatore e genitore. Com’è stato crescere come figlia unica di due atleti? E com’è stato processare e fare tua la fusione di entrambe le loro culture?
“La multiculturalità dei miei genitori ha giocato un ruolo puramente positivo nella mia vita, nel senso che mi ha permesso di maturare una visione più ampia, di poter scoprire due culture, per certi versi, molto differenti tra loro, e di comprenderle. La capacità dei miei genitori è stata quella di non farmi pesare le differenze, anzi, di mostrarmi le affinità. Poi, mia mamma vive in Italia da tantissimo, ormai è arrivata a definirsi ‘nonesa’ (ndr definizione degli abitanti della Val di Non). Sa perfino parlare un po’ di dialetto locale... In generale, le loro differenti radici e i loro differenti percorsi mi continuano ad aiutare perché mi restituiscono esperienze diverse tra loro. Entrambi raccontano e condividono con me tanti aspetti, tanti punti di vista: questo mi aiuta a crescere, a comprendere con maggiore chiarezza le varie situazioni che affronto nella vita, sportiva e non”


Nel tempo, hai detto di aver capito come lavorare sulle piccolezze, sui dettagli della corsa… e di essere arrivata a sentirti ‘in completo ordine’. Cosa significa il concetto di ‘completo ordine’, applicato alla corsa e all’essere atleta, per Nadia Battocletti?
“Per chi studia Ingegneria e/o Architettura, come me, penso sia una sinfonia sentir parlare di ‘completo ordine’. Il concetto che voglio esprimere, quando uso queste parole, è che la corsa è composta da un insieme di piccolezze, di dettagli: un insieme composto da esercizi, stabilità fisica e mentale, supporto del team, tipologia di fondo, quantità di chilometri, tattica... Nel momento in cui ti rendi conto di aver raggiunto un pieno equilibrio, un livello tale da poter tenere sotto controllo tutti questi parametri, riesci ad entrare in gara molto più sicura di te, molto più fiduciosa. Conseguentemente riesci, addirittura, a spingerti oltre: a scoprire altri aspetti che fino a prima di una determinata gara, o di un preciso periodo storico, nemmeno sapevi di dover correggere o migliorare. Quindi, il ‘completo ordine’ sta nel controllo quasi assoluto della situazione. Sto ancora scoprendo il mio ‘completo ordine’, ma ogni allenamento mi rendo conto di essere sulla giusta strada e, sia chiaro, molte volte non è detto che ottenere dei bei risultati significhi aver intrapreso un percorso corretto. Nel tempo sono cambiate tante cose, da bambina l’atletica è stata una passione, un hobby, qualcosa da fare in famiglia o in gruppo; poi, per forza di cose, è diventato un lavoro, ed ha richiesto molto più impegno, molto più sacrificio. Ci sono stati dei periodi in cui ho sentito pesare questa transizione, anche se mai troppo. Adesso, invece, vedo tutto in maniera ultra positiva. Anche gli allenamenti pesanti o le gare più complesse. Questa tranquillità, questa consapevolezza e questo ‘ordine’, per l’appunto, mi permettono addirittura di continuare a superare i miei limiti e di provare ad affinare sempre nuovi aspetti”
La tua corsa lascia trapelare chiari flussi emotivi. Come equilibri la razionalità di cui ci hai appena parlato, con la passione per la corsa, così radicata nella tua essenza?
“Prima di una gara, solitamente, sono molto rigida. Entro in una bolla e concedo a pochissime persone di unirsi. Questo processo mi permette di rimanere concentrata, d’immaginare e anticipare cosa potrebbe capitare in gara, di pianificare ed avere ben chiare già eventuali reazioni. La parte emozionale esce in seguito, quando finisce la gara e posso sorridere. Dopo il traguardo, mi volto e cerco la mia famiglia: so che sono lì a tifarmi. A dire il vero, le emozioni scorrono anche durante la gara, magari nei primi chilometri, quando sento urlare il pubblico, quando mi sento incitare. Devo ammettere che amo le sensazioni del pre, durante e post gara, ma è il percorso che mi ha permesso d’arrivare ad un determinato evento a gonfiarmi realmente il cuore. Il fatto di prepararsi tutti i giorni, di andare al campo, di vivere un’apparizione a sorpresa di mia mamma, durante dei carichi particolarmente pesanti… Tante piccole cose che si sommano, che ti sospingono, che ti aiutano nel dirti di andare avanti e di puntare alla prossima gara, alla prossima grande manifestazione”
Nel processo di evoluzione nella comprensione e nel perfezionamento del tuo corpo, che ruolo hanno giocato la visione e la sensibilità dovute al percorso di studi che hai affrontato? E come dialogano Nadia atleta e Nadia studentessa?
“Questi due filoni inevitabilmente vanno a confluire l’un l’altro. Per quanto riguarda il lato universitario, per esempio, l’essere atleta mi ha aiutato ad approcciare esami difficili con la mente settata sulle frequenze di un pre Mondiale, o di un pre Olimpiadi. Di recente ho dato l’ultimo esame. Ero veramente agitata e, allo stesso tempo, mi veniva da ridere. Mi chiedevo come fosse possibile che mi sudassero le mani per un esame, quando solo qualche mese prima stavo correndo davanti a stadi riempiti da migliaia di persone e davanti a molti più occhi connessi di fronte a una tv… All’inverso, il percorso accademico ha stimolato la mia curiosità per lo studio dell’atletica. Partiamo dal presupposto che, dal punto di vista sportivo, non ho maturato conoscenze estremamente specifiche: banalmente, non saprei preparare un piano d’allenamenti, se qualcuno me lo chiedesse. Però, sono molto curiosa con i professionisti all’interno del mio staff. Faccio tantissime domande. Lo studio mi ha anche garantito un approccio scientifico alla performance: se va male una gara, non la prendo troppo sul personale, mi dico che devo migliorare e che devo capire come poterlo fare. Tutto qui”


Oggi, se dovessi descrivere l’architettura della tua velocità e della tua versatilità, come lo faresti?
“È difficile, ma metterei la mia architettura a confronto con le opere di Zaha Hadid. Ammiro la sua abilità nel mettere insieme forme all’apparenza molto semplici che, una volta fuse tra loro, risultano non convenzionali. Riesce a plasmare delle strutture che, spesso, mi chiedo come facciano a stare in piedi. Anche in questo caso, ritorna il senso d’unione di piccoli aspetti curati alla perfezione: un’unione che può permettere di costruire cose inimmaginabili e impensabili, anche solo fino a pochi anni fa. Immagino così l’architettura della mia corsa”
Ci sono delle architetture specifiche dei tuoi luoghi in cui ti senti rispecchiata?
“L’architettura naturale, dei boschi di casa, rispecchia pienamente la semplicità e, contemporaneamente, la rigidità del movimento a cui facevo riferimento. Quando entri in un bosco, hai il tuo sentiero. Sei guidata, in un certo senso, dalla sua stessa morfologia, dalla posizione degli alberi, e non puoi deviare il tuo percorso. O meglio, puoi farlo, ma assumendoti dei rischi o, peggio, tirando a sorte. Amo questo tipo di architettura perché, nonostante non sia stata creata da un progettista, posso paragonarla al mio percorso: un percorso che, in realtà, è sempre stato immaginato. Il fatto che dovessi correre nella vita e che dovessi farlo così, con il sorriso, è un qualcosa di bello. Come un bosco da percorrere”
“Sono nata come persona riservata”. Ora, da icona nazionale e internazionale, quanto senti ancora parte di te quel senso di riservatezza? E come riesci a conciliare la fama e la sempre maggiore popolarità con la radice “intima” della tua personalità?
“Con il passare degli anni e il sopraggiungere di risultati, il senso di riservatezza è inevitabilmente diminuito. Ho la fortuna di essere radicata in una comunità che mi ha sempre vista, fin dalle mie origini. Poi, vengo da una famiglia molto tranquilla, molto paziente. Nessuno ha mai superato i limiti. Certo, le interviste sono aumentate e, a volte, alcune persone vengono a cercarmi in paese, chiedendo dove abito o dove mi alleno… Devo dire, però, che apprezzo moltissimo quando le persone mi riconoscono e condividono le emozioni che ho fatto provare loro durante una gara. Quando succede, penso che, alla fine, il fine più alto di ciò che faccio stia proprio nel creare emozioni in altre persone. E realizzo che sto facendo delle cose giuste”


Nella nostra intervista a Tokyo hai usato la parola ‘equilibrio’, sia in riferimento al dualismo corpo-mente, che a quello sport-studio: tipi di equilibrio che coincidono, ovviamente, con il claim Asics ‘Sound Mind, Sound Body’, e con l’anima stessa del brand che rappresenti. Come vivi questo ‘equilibrio’ nella tua vita? E come lo senti riflesso nel tuo connubio con ASICS?
“È un tipo di equilibrio che sento mio fin da quando ero bambina. Andavo a scuola, mi impegnavo in tanti progetti differenti, facevo ogni attività possibile e, a seguire, mi ritagliavo il giusto tempo per allenarmi, o per provare nuovi sport. Mente e corpo hanno sempre dialogato nella mia vita. Devo tanto alla mia famiglia: i miei hanno spinto affinché mi dedicassi allo studio, affinché conoscessi ciò che mi circonda, mantenendo però degli spazi di tempo da dedicare a me stessa, alla mia salute. Poteva essere una corsetta giornaliera o una camminata: l’importante, per loro, era che avessi una fondamentale valvola di sfogo. Lo sport mi aiutava a regolarizzare il mio umore, a farmi stare bene. Ricordo che mi capitava di allenarmi la mattina presto, poi facevo una giornata intera di scuola e, il tardo pomeriggio, finivo per non avere voglia di riaprire i libri. Allora, uscivo. Mi prendevo del tempo per me, magari camminando un po’, e rientravo più sveglia, più attiva. Lo studio finiva per fluire molto più velocemente. Questo mindset mi ha aiutata e continua ad aiutarmi a mantenere un equilibrio, anche durante i periodi più intensi, dall’una o dall’altra parte. Sono certa di aver raggiunto i più alti livelli di studio e di allenamento quando le cose andavano di pari passo. Quando riuscivo a studiare bene, mi allenavo bene. E viceversa. Quando, invece, mi trovavo per esempio infortunata, non riuscivo a rendere a livello accademico. Penso che questi ragionamenti calzino a pennello con l’anima di ASICS: la nostra è una visione condivisa, che sono orgogliosa di rappresentare”
Abbiamo toccato molti temi: come li vedi racchiusi nel design delle Gel Nimbus 28 by Nadia Battocletti, che tu stessa hai aiutato a plasmare? Cosa rappresenta per te questa scarpa? E com’è stato prendere parte al suo processo di creazione?
“L’anno scorso mi è arrivata questa proposta e l’ho colta con grande felicità. Penso sia fantastico poter esprimere me stessa attraverso il design di una scarpa: un oggetto che, poi, le persone indosseranno. Non credo esista miglior risultato da ottenere. Il design simboleggia quelle che sono le mie caratteristiche, sia sportive, che accademiche. Direi, ancora di più, che colori, dettagli e concept mi rappresentano come persona. Apprezzo che questo speciale modello di Gel Nimbus 28 possa essere, in un certo senso, anche un mezzo per conoscermi meglio, per sapere qualcosa in più su chi sono”


Quali sono i dettagli che più ti affascinano di questo oggetto che porta il tuo nome?
“Penso al geco, per esempio, che simboleggia la capacità di adattarsi a tutti i contesti e superfici. Al charme legato al mio percorso di laurea in Ingegneria Edile e Architettura. O al sempre significativo tricolore italiano. L’utilizzo del colore verde è, a mio avviso, perfettamente calzante con la mia storia: banalmente, nel momento in cui viene fatta una foto della mia valle, si vede solo questo colore. Quindi, la scarpa è anche legata all’ambiente che mi circonda. Il verde, poi, è il mio colore preferito. Ho tantissimi capi verdi. Anche le sedie di casa mia sono verdi. Il rosso e il blu sono, rispettivamente, per mia mamma e mio padre… Tutte queste suggestioni sono state messe in rima dai designer ASICS, che hanno dato vita ad un oggetto bello, che mi emoziona”
“Le medaglie le guardo, ma non tutti i giorni”. Arrivata all’apice dell’atletica internazionale, che valore hanno oggi, nel tuo percorso, le medaglie che hai già conquistato? E, dato che hai detto di non aver ancora scoperto tutti i tuoi limiti, quando pensi al tuo futuro sportivo, che immagini appaiono nella tua testa?
“È vero, guardo le medaglie spesso, ma decisamente non tutti i giorni. Sono passati mesi dall’ultima volta che ho tenuto in mano quelle più importanti. Quando lo faccio, mi rendo conto di quanto e cosa significhino, e del fatto che sto vivendo un sogno. Nonostante sia a fuoco sulla mia carriera e abbia pienamente compreso la situazione in cui mi trovo, ogni medaglia ha un valore speciale per me: sono un qualcosa di veramente importante. Guardandole mi dico: “Ma cos’ho fatto?”. Nella mia testa, il percorso è stato molto semplice: mi sono allenata, mi sono preparata e ho fatto le gare, capendo dove avrei potuto ancora migliorare e dove fossi effettivamente migliorata. Un itinerario lineare, molto tranquillo. Quando tocco le medaglie, però, penso ad altro: agli infortuni, alle difficoltà, al sacrificio. Se poi sono quelle olimpiche o mondiali, mi meraviglio ancora che siano mie. Ogni volta hanno un impatto forte su di me. Per quanto riguarda i limiti, sono entrata nell’ottica che siano una forma di sicurezza personale. Decidiamo d’imporli a noi stessi, per mantenerci in una zona di comfort. La visione che sto seguendo cambia questo approccio: davanti a me vedo una corsa ad ostacoli. Ogni ostacolo equivale ad un limite. Lo osservo. So che è difficile da superare. Nel momento in cui ti senti avvicinare sempre più a quell’ostacolo, però, capisci che puoi e devi saltarlo. Solo così, in fondo, puoi riuscire a superarlo. Ci provi e, se hai fatto tutto nel modo corretto, davanti a te ne troverai subito un altro. Questa prospettiva mi ha aiutato ad eliminare la paura del limite, ad accettarlo come un’evoluzione naturale, parte di un percorso continuo”


Un amore senza fine | Leonardo Fioravanti
L’onda perfetta, forse, non esiste. Eppure c’è chi, dalla prima volta in cui entra in acqua, continua ad aspettarla, imparando nel frattempo a leggere il vento, ad accettarne l’attesa, a riconoscere e attraversare al meglio ogni possibilità concessa dal mare. Fino al giorno in cui, finalmente, realizza il desiderio di una vita. Così, il surf finisce per essere una metafora dell’esistenza stessa di Leonardo Fioravanti. Un percorso che oggi appare profondamente consapevole, dentro e fuori dall’acqua, e che abbiamo avuto l’occasione di ritrarre ed esplorare grazie al supporto di K-WAY.
Mentre ci sediamo con Leonardo nei quieti spazi milanesi del BasicVillage, la prima cosa che percepiamo è una forma di calma superiore. Quella che caratterizza coloro sicuri di sé stessi, non perché offuscati dalla presuntuosità, al contrario, perché forti di una consapevolezza costruita negli anni, in questo caso heat dopo heat, e maturata attraverso il progressivo riconoscimento dell’io in quanto persona, prima ancora che come atleta e interprete delle onde.
Bastano pochi minuti di conversazione affinché una parola inizi a ritornare con insistenza nelle sue riflessioni: amore. Prima di tutto, quello per la famiglia, che lo ha accompagnato lungo un percorso fuori dall’ordinario. Quello per il fratello Matteo e per gli amici insieme a cui tutto ha avuto inizio, in una sorta di passaggio osmotico della passione per la tavola e per il mare. Se oggi Leonardo Fioravanti è un surfista acclamato e riconosciuto in tutto il globo, lo è anche perché, prima ancora di cavalcare un’onda, è cresciuto dentro un ambiente in cui quel desiderio veniva condiviso, immaginato, alimentato, semplicemente reso possibile su base quotidiana.
C’è l’amore per il mare, elemento a cui il surfista di Cerveteri ha deciso di affidarsi e attraverso il quale ha imparato a conoscere il mondo. Un luogo in cui perdersi e, insieme, ritrovarsi, come vuole l’arte più alta. Lo stesso elemento che, dopo anni di sacrifici e viaggi in tutto il globo, lo ha condotto fino al vertice della scena surfistica internazionale.
Poi, c’è l’amore per l’Italia: l’insolito Paese da cui tutto è partito, quello delle prime onde tirreniche, dei sogni primordiali e dell’identità fondata sul carattere, così come sul desiderio di convivialità. Tratti che ancora oggi distinguono l’unico surfista italiano capace di affermarsi stabilmente tra i migliori interpreti dell’oceano contemporaneo.
E c’è l’amore per Sophie, sua moglie, che ha permesso a Fioravanti di comprendere come la vita non si esaurisca dentro l’acqua. Con lei, l’oggi numero 1 del circuito WSL (World Surf League) ha imparato ad allargare il proprio orizzonte emotivo, a riconoscere il valore di momenti destinati a rimanere anche quando una gara è terminata, o una vittoria è stata celebrata. Ricordi che, per loro stessa natura, sfuggono ad ogni classifica.
Infine, emerge quello che, stando alla sua testimonianza, sarà il primo ed eterno amore della sua vita: il surf. Uno stile di vita. Un modo d’interpretare la sua stessa essenza. Un mezzo per conoscere culture differenti e misurarsi con alcuni degli scenari più remoti del pianeta. Soprattutto, uno strumento di maturazione umana, avvenuta anche attraverso la meditazione e il lavoro sulla propria dimensione interiore: processo che lo ha portato, negli anni, a mettere in discussione le proprie motivazioni e a comprendere, infine, il vero senso di tutto. Il surf come forma di felicità. Di puro amore, per l’appunto.






Poco dopo aver raggiunto l’apice del rankin WSL il tuo pensiero è andato alla tua sfera familiare: “Amo la mia famiglia, mamma, nonna, mio fratello. Ci sono così tante persone da ringraziare…”. Nel surf ci si ritrova spesso soli tra le onde, ma dietro quella solitudine c’è sempre una genealogia di affetti e sacrifici. Quanto è stata importante la tua famiglia, non solo nel plasmare e sostenere Leonardo Fioravanti atleta, ma soprattutto Leonardo Fioravanti persona?
“Probabilmente è stata addirittura più importante per la persona, che per l’atleta. La mia famiglia e, in particolare, mio fratello mi hanno insegnato tutto. Io sono il Leonardo che sono grazie a loro. Per me è fondamentale, prima di ogni altra cosa, essere una brava persona: avere rispetto per gli altri, conservare l’umiltà. Sono valori che la mia famiglia mi ha trasmesso fin da bambino. Una delle prime cose che mio fratello e mia madre mi hanno sempre ripetuto è stata rimanere con i piedi per terra. Qualunque cosa accada, non cambiare mai. Sono parole che per me hanno un’importanza enorme. Quando entro in relazione con qualcuno, ciò che mi interessa davvero è chi sia quella persona, non ciò che abbia fatto o raggiunto. Allo stesso modo, mi piacerebbe che, dopo avermi conosciuto, qualcuno potesse dire prima di tutto: ‘Leonardo è una brava persona’, ancora prima di considerarmi un bravo surfista o un bravo atleta. Mi ritengo una persona umile, rispettosa, e spero che questo arrivi anche agli altri. Sono valori fondamentali nella mia vita, valori che la mia famiglia mi ha insegnato e che, un giorno, spero di poter trasmettere ai miei figli.
La famiglia è tutto. Ho avuto la fortuna che, quando avevo più o meno undici anni e già giravo per il mondo, mia madre abbia messo da parte la propria vita per accompagnarmi. Le sarò per sempre grato anche per questo, perché la sua presenza mi ha permesso di rimanere il più normale possibile all’interno di un’esistenza che, in realtà, di normale aveva ben poco. Mentre i miei coetanei continuavano ad andare a scuola, io studiavo online e viaggiavo, incontrando persone e conoscendo culture diverse. Il viaggio è diventato la mia scuola. Ho avuto la fortuna di viverlo accanto alla mia famiglia, che ha continuato a ricordarmi, in ogni momento, chi fossi veramente.”
Hai iniziato a surfare sin da bambino, seguendo tuo fratello Matteo sulle onde del Tirreno. All’epoca eri soltanto un giovanissimo che entrava in acqua con una tavola. Ricordi ancora le prime sensazioni, le prime suggestioni, che hai provato quando hai cavalcato un’onda?
“Naturalmente sono trascorsi molti anni, ma ricordo che la passione per il surf è stata immediata e incredibilmente intensa. Fin dall’inizio, si è palesata come una grande storia d’amore. Fin dai sei anni, il surf era già tutto per me e mio fratello. Mentre i miei amici avevano il poster di Totti nella propria camera, io avevo quello di Kelly Slater; mio fratello, invece, aveva quello di Mick Fanning. Due leggende del surf. A casa guardavamo continuamente i pochi canali dedicati al surf che esistevano all’epoca, la televisione era h24 sullo stesso canale, potevamo rivedere le stesse immagini all’infinito… Era un qualcosa di totalizzante.
Quando abbiamo iniziato a surfare, il surf è anche diventato immediatamente il nostro stile di vita. Ricordo che in Italia, soprattutto d’inverno, ovvero quando ci sono più onde, faceva spesso molto freddo. A me non importava: volevo soltanto stare in acqua. Racconto spesso una storia che, secondo me, spiega bene quanto tutto questo fosse importante per noi. Mia madre aveva capito quanto amassimo il surf e, quando arrivavano le onde, ogni tanto veniva a prenderci prima a scuola, dicendo che avevamo un appuntamento dal medico. In realtà ci portava a Santa Marinella, a surfare con i nostri amici. In Italia, le onde possono arrivare una o due volte alla settimana, a volte anche meno, e lei sapeva quanto quei momenti significassero per noi. Non ricordo l’istante preciso in cui abbia capito di amare questo sport. Ricordo però una felicità enorme e un desiderio costante di tornare in acqua. Da quella fase in poi, qualsiasi vacanza è diventata un viaggio verso la Francia, il Portogallo o qualunque altro luogo in cui fosse possibile trovare delle onde.”


C’è qualcosa delle tue origini laziali, del litorale romano e di Cerveteri che continui a portare dentro di te durante i viaggi e i contest in giro per il mondo?
“Penso che una delle caratteristiche che mi ha sempre contraddistinto sia il mio essere emotivo. Sono una persona molto passionale. Rispetto, per esempio, a molti australiani o americani, che a volte tendono a esternare meno ciò che provano, io non ho mai avuto paura di mostrare le mie emozioni: che si tratti di frustrazione o di felicità, poco cambia. Credo che questo abbia molto a che fare con il mio essere italiano. La passionalità fa parte, in qualche modo, del nostro DNA. Non siamo persone che hanno paura di esprimersi: questa è una caratteristica che ho sempre portato con me. Sono rimasto me stesso anche perché l’italianità è sempre rimasta profondamente radicata nel mio carattere. Lo dimostrano anche le cose apparentemente più semplici. Quando viaggio e osservo ciò che mangio rispetto agli altri surfisti durante il tour, noto che la mia alimentazione è molto diversa dalla loro e rispecchia il mio essere italiano.
Poi c’è il concetto di stile: il modo in cui mi vesto e l’attenzione che dedico a questo aspetto. Cerco sempre di mantenere una certa coerenza, una certa armonia cromatica, dentro e fuori dall’acqua. È qualcosa che nel mondo del surf non appartiene necessariamente a tutti. A volte vedo dei surfisti con una maglietta rossa, i pantaloni verdi e un cappellino blu, e la cosa mi fa sorridere. Semplicemente non ci pensano: quello è il loro stile, o più semplicemente il risultato del mondo in cui sono cresciuti. Io, invece, sono cresciuto con una madre e un padre che mi hanno insegnato che, quando si usciva e si andava a cena, ci si vestiva in un certo modo. Credo che anche il rapporto con l’abbigliamento appartenga alla nostra cultura, al già menzionato DNA italiano.
Inoltre, ho l’enorme fortuna di parlare cinque lingue e di essere una persona molto socievole. Questo deriva certamente dall’aver viaggiato tanto, ma anche dal mio carattere. Una persona molto timida, forse, sente meno il bisogno di imparare nuove lingue e tende a rimanere maggiormente nel proprio spazio. Io sono sempre stato l’opposto. Fin dall’inizio non ho avuto paura di conoscere persone, fare nuove amicizie, imparare... Quando viaggi in luoghi in cui nessuno parla la tua lingua, sei tu a doverti adattare. Ed è grazie al surf, ai viaggi e, credo, anche alla mia italianità che ho potuto aprirmi in questo modo, incontrando culture diverse che, altrimenti, non avrei mai conosciuto appieno.”
Proseguendo su questo discorso, sei nato a Cerveteri, ma ti sei formato surfisticamente tra California, Australia, Hawaii e molte altre culle della surf culture. Quanto queste esplorazioni geografiche e sportive ti hanno cambiato come atleta, e quanto ti hanno fatto crescere come uomo? C’è stato un luogo, tra quelli in cui hai vissuto o surfato, che ti ha lasciato qualcosa di speciale?
“Come dicevo, il surf e la possibilità di viaggiare sono stati la mia vera scuola di vita. Ho avuto la fortuna d’iniziare a girare il mondo molto giovane, di conoscere nuove culture e di vivere esperienze che, per un ragazzo tra i dodici e i diciotto anni, erano decisamente fuori dall’ordinario. Tutto questo ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi. Mi sento italiano al cento per cento, ma devo riconoscere che, quando torno in Italia, mi accorgo di avere una mentalità molto estremamente aperta rispetto ai più, frutto dei viaggi e alle esperienze che ho vissuto. D’altronde, ripeto che il surf mi ha permesso di incontrare persone e culture straordinarie in ogni parte del mondo.
Il luogo che forse mi ha impressionato più di tutti è stata la Papua Nuova Guinea. Ho viaggiato attraverso alcune delle sue isole meno conosciute e, successivamente, sono entrato insieme a chi mi accompagnava nel Sepik River. Lì, abbiamo incontrato comunità e tribù che vivono a chilometri e chilometri di distanza da ciò che noi consideriamo il mondo contemporaneo. È stata un’esperienza incredibile, perché mi sono trovato davanti ad una realtà completamente diversa dalla nostra. Dal punto di vista materiale, quelle persone non hanno quasi nulla rispetto a ciò a cui siamo abituati. Basta pensare a qualcosa di apparentemente scontato: un telefono, una connessione internet… Eppure, una cosa straordinaria che ho trovato in Papua Nuova Guinea, così come in altri luoghi del mondo considerati, almeno sulla carta, meno fortunati, è la felicità delle persone.
Ci sono comunità che possiedono, forse, meno dell’uno per cento di ciò che noi abbiamo in termini materiali, e che sembrano avere molta più felicità della maggior parte delle persone che vivono nella nostra parte di mondo: quella delle grandi città sviluppate, della connessione permanente. Dopo quell’esperienza, questa consapevolezza non ha smesso di abbandonarmi. Mi continua ad ispirare e ricordare che, in realtà, nella vita non serve poi così tanto. Ho realizzato che bisogna imparare ad essere felici con il proprio modo di vivere. Alla fine, è ciò che fai, non ciò che possiedi, a fare davvero la differenza.”




How did your relationship with surfing change once it became your profession? What happens to your mindset when you’re competing compared with when you’re simply sharing waves with friends? Does competition change the way you look at the ocean?
“Il surf è frutto di una passione autentica. Ed è la cosa più bella. Per me rimarrà sempre, prima di tutto, una passione e, solamente dopo, uno sport. Amo surfare. Amo trascorrere ore e ore in acqua. Naturalmente, quando gareggi, inizi a osservare il surf e le onde in modo diverso. Devi capire come interpretare una determinata onda in termini competitivi, come massimizzare ogni occasione, come riuscire a esprimere il massimo del tuo potenziale in quelle specifiche condizioni… Proprio per questo, però, penso sia fondamentale trovare un equilibrio tra la competizione e il free surf. Non bisogna dimenticarsi di partire ogni tanto per un viaggio senza altri obiettivi: esperienze in cui non si pensa alla competizione, ai punteggi che si potrebbero ottenere su un’onda o al valore tecnico di una determinata manovra.
A volte, bisogna semplicemente entrare in acqua, cercare onde con i propri amici e surfare con la mente libera, senza analizzare continuamente ciò che si è fatto o ciò che si dovrebbe fare. Bisogna lasciare che l’onda ‘accada’. Per me, trovare questo equilibrio è fondamentale, e ne parlo spesso anche con il mio mental coach. A volte, il principio è davvero quello del ‘less is more’. È importante fare qualcosa di diverso, allontanarsi per un momento dalla competizione, per poi tornare ed essere in grado di dare il tuo mille per cento. La competizione è importante, ma il surf resterà per sempre. Per me è la più bella forma di meditazione al mondo. Quando surfi onde incredibili con i tuoi amici, con poche persone intorno, e non pensi a nient’altro, torni all’essenza stessa di questo sport. Poi, il surf possiede qualcosa di diverso rispetto a molti altri sport. Non è come il nuoto o il calcio, dove ad un certo punto smetti di gareggiare e, in qualche modo, piano piano tutto va a finire... Io sono sicuro che surferò finché il mio corpo me lo permetterà. Naturalmente non gareggerò per sempre, ma so che, una volta conclusa la mia carriera professionistica, continuerò ad entrare in acqua e ad amare il surf fino alla fine.”
Tra le persone con cui hai avuto modo di trascorrere molto tempo, dentro e fuori dall’acqua, c’è Kelly Slater: una figura che hai già menzionato e che appartiene non soltanto alla storia del surf, ma all’immaginario più alto dello sport contemporaneo. Qual è il messaggio, la visione o l’insegnamento più importante che hai assorbito da lui?
“Conosco Kelly molto bene. Ho avuto la fortuna di trascorrere anni accanto a lui e oggi ho la fortuna di poterlo definire un amico. Il compagno di mia madre è stato per molto tempo il suo manager, quindi ho iniziato a vivere queste esperienze quando avevo appena dodici o tredici anni. Ad essere sincero, Kelly mai è stato particolarmente incline a dare consigli o esprimersi attraverso grandi discorsi ispirazionali. Però, ho avuto la fortuna di essergli vicino proprio negli anni in cui continuava a vincere. E quando sei così giovane, sei come una spugna: impari tutto osservando. Standogli accanto, ho cominciato a comprendere alcune delle ragioni per cui Kelly fosse diventato Kelly Slater. La dedizione che nutre nei confronti del surf e, soprattutto, l’amore che continua ad avere per questo sport sono qualcosa di unico. Ancora oggi entra in acqua e surfa per sei o sette ore consecutive. Si perde completamente nell’oceano. Non ha un reale programma per la giornata. Il suo unico vero programma è surfare. Non sa necessariamente quando accadrà. Ma, se si accorge che il mare si sta alzando e che stanno entrando delle onde belle, entra in acqua, anche se magari un’ora dopo ha un appuntamento fissato... In quei momenti, tutto il resto scompare.
Ama il surf al cento per cento. È una delle consapevolezze che ho più maturato osservandolo da vicino e che, oggi, continuo ad apprezzare enormemente. Non direi di aver imparato da lui ad amare il surf, perché l’amore per questa disciplina non si può insegnare. Devi averlo dentro. E io so di averlo dentro al cento per cento. In Kelly ho visto fino a che punto l’amore possa arrivare. È vero, ha fatto tutto questo per vincere, perché voleva essere il migliore di tutti i tempi, ma sono convinto che ogni cosa che ha fatto e ogni traguardo che ha raggiunto siano nati, prima di tutto, da una ragione molto più semplice: il folle amore per il surf.”


Con la vittoria ad El Salvador, sei diventati il miglior surfista al mondo. Oltre a questa pietra miliare, sei stato il primo italiano ad arrivare stabilmente nel World Tour, a competere ai Giochi Olimpici, a portare l’Italia in alcuni dei luoghi simbolici della storia del surf... Come vivi questa responsabilità? E che tipo di figura vorresti rappresentare per il futuro di questo sport?
“Penso che, per molti anni, abbia misurato la mia carriera quasi esclusivamente attraverso i risultati. Oggi ho ventotto anni e spero di poter continuare a fare tutto questo ancora molto a lungo. Sono già alla mia nona stagione nel circuito mondiale e, inevitabilmente, una certa esperienza inizia ad accumularsi. Credo che nei primi cinque anni della mia carriera nel World Tour, probabilmente anche prima, pensassi al mio percorso, per l’appunto, soltanto in termini di statistiche. Ho sempre avuto un desiderio enorme di vincere e, contemporaneamente, quasi la paura di poter arrivare alla fine della mia carriera senza aver conquistato ciò che desideravo: un’Olimpiade, un titolo mondiale, venti tappe del circuito... Ho sempre avuto moltissimi obiettivi. Ovviamente, continuo ad averli.
Con il tempo, però, qualcosa è cambiato. È successo grazie alle persone che mi circondano, alla già menzionata meditazione, al lavoro con il mio mental coach... Ho iniziato a conoscermi meglio e, soprattutto, a chiedermi davvero perché facessi tutto questo. Mi sono domandato: ‘Perché gareggio? Perché faccio surf? Perché lavoro duramente ogni giorno per diventare la migliore versione possibile di me stesso?’. La risposta che ho trovato è che non lo faccio soltanto perché voglio vincere. Certo, voglio farlo. Ma, in realtà, lo faccio soprattutto perché amo profondamente ciò che faccio. Amo surfare. E sono immensamente grato del fatto che ciò che amo sia anche il mio lavoro. Grazie al surf posso sostenere la mia famiglia, mia moglie e spero, un giorno, i miei figli. Posso costruire una vita grazie a ciò che amo. È qualcosa a cui, per molto tempo, non avevo pensato veramente. Nell’ultimo periodo ho iniziato ad apprezzare questa prospettiva molto di più e a provare una gratitudine maggiore nei confronti di ciò che ho già raggiunto.
Penso alle persone che ho accanto, alla famiglia che ho costruito intorno a me, agli amici che ho incontrato viaggiando per il mondo... Sono cose che rimarranno per sempre. Credo che smettere di pensare unicamente alla vittoria e, soprattutto, smettere di lasciare che la mia felicità fosse determinata dai risultati mi abbia cambiato profondamente. Nei primi anni della mia carriera ero troppo concentrato su tutto questo. Oggi, invece, sono veramente felice di chi sono, delle persone che ho accanto, dell’amore che ho trovato e della vita che conduco. Credo che questa consapevolezza mi abbia aiutato moltissimo, soprattutto in questa stagione, a raggiungere i risultati che sto ottenendo. Il mio mindset è mutato. Ho capito che non è necessario pensare ossessivamente alla vittoria per trovare la motivazione. Che io vinca o perda, il giorno dopo mi alleno nello stesso identico modo. Non cambia nulla, perché, ripeto, amo farlo. Questo modo di pensare mi sta aiutando nello sport e, più in generale, nella vita.
Lo sport è difficile. Quando si dice che non è fatto per tutti, è vero: soprattutto a livello mentale. Perché perdi molto più spesso di quanto vinci. Sempre. Ricordo un bellissimo discorso di Roger Federer in cui parlava delle proprie percentuali. È stato uno dei più grandi tennisti della storia, ha vinto praticamente tutto, eppure raccontava di aver vinto soltanto circa il 53 per cento dei punti giocati. Significa che il restante 47 per cento lo aveva perso. Per molto tempo, sono rimasto bloccato sulle sconfitte. Ho fatto fatica ad andare avanti, a conservare un atteggiamento positivo e, soprattutto, a mantenere fiducia in me stesso. Oggi è diverso. Cerco di imparare dagli errori, ma poi vado avanti, perché so che la sconfitta fa parte dello sport. In questo momento sto vincendo molto, è vero, ma so anche che non significa sarà così in eterno. E sono consapevole anche di ciò.”
Hai detto, parlando del tuo rapporto con il surf e dei tuoi recenti successi: “La parte che mi ha aiutato di più è stata conoscere me stesso. Fino al 2021 pensavo solo al surf e non avevo veramente conosciuto e capito me stesso”. Che cosa significa, per un atleta professionista e, nello specifico, per un surfista, conoscersi davvero?
“Credo che per qualsiasi persona sia fondamentale capire veramente chi è, che cosa ama e, soprattutto, perché fa ciò che fa. Penso che molte persone, soprattutto nello sport, inizino molto giovani e finiscano per fare ciò che fanno perché si sentano, in qualche modo, obbligate: dalla famiglia, da un padre che spinge in una determinata direzione, dagli sponsor o semplicemente dalla sensazione di dover continuare lungo una strada ormai intrapresa. Io sono stato fortunato, perché non ho mai avvertito questo tipo di pressione da parte della mia famiglia. Ho sempre surfato perché amavo farlo. Eppure, nonostante questo, mi ci è voluto del tempo per comprendere fino in fondo perché lo facessi. Ho avuto sponsor fin da molto giovane e, soprattutto nei primi anni, ho sentito la pressione che poteva derivare da loro, o dai media. Avevo la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa a qualcuno. Negli ultimi anni ho finalmente capito di non dover dimostrare niente a nessuno. Faccio tutto questo per me stesso. E questa consapevolezza mi ha permesso di vivere con una leggerezza mentale completamente diversa. Poi ho conosciuto Sophie, mia moglie, e lei mi ha aiutato a capire che nella vita non esiste soltanto il surf. Esistono molte altre forme di felicità. I momenti che viviamo insieme in giro per il mondo, per esempio, rimangono importanti indipendentemente dal fatto che io vinca o perda una gara. Sono ricordi che porterò con me per sempre.
Un altro passaggio fondamentale è stato iniziare a lavorare, nel 2021, con il mio mental coach, Stefano Massari. La dimensione mentale era uno spazio a cui, prima di allora, non avevo mai dedicato attenzione. Per molto tempo ho pensato di non avere bisogno di un mental coach, di parlare con qualcuno... Credo che, fortunatamente, negli ultimi anni gli atleti e le persone in generale abbiano iniziato ad esprimersi maggiormente e ad avere meno paura di parlare della propria dimensione psicologica. In passato esisteva quasi l’idea che rivolgersi a uno psicologo significasse essere strani o avere necessariamente un problema. Il fatto che sempre più persone abbiano iniziato a parlare apertamente di questo tema ha contribuito a rendere tutto questo più normale. Perché, in fondo, è assolutamente normale. Parlare dei propri pensieri, delle proprie emozioni, delle parti più profonde di sé aiuta a comprendere chi siamo. Attraverso le conversazioni che ho avuto con il mio mental coach ho scoperto molte cose di chi sono. Penso sia migliorato anche il modo in cui vivo le relazioni con le persone che mi circondano. Naturalmente, c’entra anche il fatto di essere cresciuto e di essere diventato più maturo. Ho iniziato a comprendere meglio quali siano davvero le cose importanti nella vita. Quando acquisisci una prospettiva più ampia su ciò che conta veramente, capisci anche che un problema reale non è perdere una heat in gara. Questo tipo di mindset, fondato sulla gratitudine, sulla capacità di riconoscere e apprezzare ciò che già possiedo, mi ha aiutato enormemente.”


Continuando su questo tema, quali sensazioni ti provoca, anche alla luce del tuo percorso personale, il fatto di essere diventato un punto di riferimento assoluto per le nuove generazioni del surf italiano? E che cosa vorresti trasmettere loro?
“Aggiungerei anche per le nuove generazioni europee: non per autoincensarmi, ma perché nel surf europeo non siamo moltissimi ed è un dato di fatto... Nel Tour ci sono altri due atleti francesi, ma il nostro continente a livello storico mai è stato una grande potenza di questo sport. Abbiamo onde incredibili in moltissime parti d’Europa, in Italia un po’ meno, ma in generale a mancare è stata ed è, soprattutto, la consapevolezza. La capacità di credere veramente che sia possibile arrivare fino in fondo. Per questo spero di poter ispirare non soltanto molti italiani, ma anche tanti giovani europei. Vorrei che potessero pensare che anche noi possiamo farcela.
Per quanto riguarda l’Italia, sono profondamente fiero di essere italiano. L’ho già detto e lo ripeto sempre. I grandi successi e le vittorie sono bellissimi, ma il vero successo, per me, è un altro. In questi giorni spesi in Italia, mi è capitato spesso che dei bambini mi abbiano rivelato di aver iniziato a surfare grazie a me. Questo è il vero successo. Una vittoria dura una settimana. Poi arriva un’altra gara, il mondo va avanti e, in qualche modo, tutti se ne dimenticano. Quando un bambino mi dice che ha iniziato a surfare a causa mia, invece, sono di fronte ad un qualcosa che dura per tutta la vita. Come già ho ricordato, il surf è prima di tutto uno stile di vita. Una volta che inizi, difficilmente smetti. Sapere che una persona potrebbe continuare a surfare per il resto della propria esistenza perché, in un determinato momento, ha trovato in me una piccola ispirazione, non può che rendermi felice e profondamente orgoglioso. Spero che, anche grazie a questa stagione, molti altri bambini possano avvicinarsi al surf. Magari dopo aver visto un mio video o una gara. Per me sarebbe un grandissimo successo. Naturalmente, spero che, in futuro, ci siano sempre più giovani italiani capaci di raggiungermi nel circuito, o anche soltanto di coltivare dentro di sé quel sogno.”
In Athleta Magazine pensiamo allo sport non soltanto come performance, ma come linguaggio artistico ed espressivo. Hai mai pensato al surf come ad una forma d’arte a sé stante, e a te stesso come ad un artista?
“Al cento per cento. Secondo me il surf è una forma d’arte. Una delle cose più belle è proprio il fatto che ogni surfista possa esprimersi in modo diverso. Penso, per esempio, a Mikey February, un surfista sudafricano che era riuscito a qualificarsi per il circuito mondiale. È un surfista straordinario, ma il suo stile non era necessariamente costruito per la competizione e, forse, non aveva le caratteristiche per trascorrere molte stagioni nel Tour. Ha scelto una strada completamente diversa: quella del free surfing, che gli permette di esprimersi sull’onda esattamente nei modi che desidera. Ed è proprio questa la bellezza del surf. Quando sei sull’onda puoi esprimerti come vuoi. Io ho il mio modo di farlo, il mio stile… Gli altri surfisti possiedono il loro. Quando guardo un surfista muoversi su un’onda, vedo un'interpretazione artistica. Esistono centinaia, migliaia di stili diversi, e ognuno racconta qualcosa della persona che sta surfando.”


Dal 2023 sei Brand Ambassador di K-WAY, un brand che ha costruito la propria identità intorno ad un rapporto profondo con l’acqua, considerandola un elemento strutturale della propria visione. Quest’anno hai avuto la possibilità di costruire e disegnare una capsule collection interamente dedicata a te. Com’è stato trasformare il tuo rapporto con il mare e la tua identità personale in linguaggio estetico? E in quali modi questa collaborazione ti ha permesso di raccontarti, oltre la performance sportiva?
“Come dicevo in precedenza, lo stile e il modo di vestire mi hanno sempre interessato. È una dimensione importante della mia vita. Per anni, avevo desiderato creare una collezione, ma non ne avevo avuto la possibilità. Mi dispiaceva, perché sentivo il desiderio di esprimermi anche attraverso il design. Quando ho iniziato a lavorare con K-WAY, una delle prime cose che ho chiesto è stata la possibilità di sviluppare la mia collezione. Mi hanno risposto di sì nel giro di tre secondi. Ero felicissimo. È una delle cose che apprezzo maggiormente di K-WAY: il brand e le persone che lo compongono non hanno paura di fare qualcosa di diverso, di sperimentare, di esprimersi e lasciare esprimere, e di provare nuove direzioni. Questo tipo di apertura mi ha colpito. Abbiamo realizzato una prima collezione nel 2023, che mi piaceva molto. Devo dire, però, che quella di quest’anno rappresenta un passo avanti enorme: ha uno stile incredibile. K-WAY vanta un design team straordinario: abbiamo avuto il tempo di sederci insieme e confrontarci. Tutti mi hanno ascoltato. Hanno compreso al cento per cento la mia personalità e ciò che desideravo creare. Poi, lo abbiamo costruito insieme, come una squadra.
La maggior parte dei capi ha una vestibilità più ampia, leggermente oversize, più rilassata, perché la cosa fondamentale per me è che i capi siano facili e comodi. Voglio sentirmi a mio agio. Indosso nella quotidianità tutti gli oggetti della collezione: per viaggiare, stare in spiaggia... Il pantalone cargo, per esempio, è esattamente ciò che avevo a lungo desiderato. È leggerissimo e nasce anche da una caratteristica della mia vita che spesso le persone non immaginano: quando trascorri intere giornate in spiaggia, il tempo può mutare di continuo. A volte, nello spazio di poche ore, hai la sensazione di attraversare tutte le stagioni. In generale, volevo creare qualcosa che permettesse di sentirsi bene e di essere pronti ad affrontare i cambiamenti metereologici. Sono veramente soddisfatto del risultato.”
Un’ultima domanda. Dopo la tua brillante ascesa e attestazione ai vertici globali, e dopo tutti i ragionamenti più profondi, espressi in quest’intervista, cosa può ancora comprendere o scoprire del surf, Leonardo Fioravanti?
“Non credo ci sia ancora qualcosa che debba scoprire rispetto al motivo per cui faccio surf. Come dicevo prima, non vivo questo sport e questo stile di vita soltanto per vincere. Le vittorie sono qualcosa in più, un bonus. Faccio surf perché amo farlo. Che io vinca o perda, il giorno successivo mi sveglio con la stessa voglia di migliorare. E penso che sia una cosa bellissima poter attraversare la vita con questo sentimento: avere ogni giorno il desiderio di diventare migliore, sentirsi continuamente ispirati e sapere che un limite, in fondo, non esiste.
Il giorno in cui smetterò di surfare sarà probabilmente quello in cui capirò di non poter più migliorare, anzi, di stare inevitabilmente peggiorando. Allora, purtroppo, sarà arrivato il momento di fermarsi, almeno a livello pro. Oggi, però, so di poter ancora migliorare moltissimo. Mi era chiaro già prima della vittoria in El Salvador e ora ne sono ancora più convinto. Non so dove il surf mi porterà. Forse verso altre vittorie, forse no. Ma sono pronto per quest’avventura. Voglio godermela e apprezzarla nelle vittorie come nelle sconfitte, ma soprattutto nei momenti che vivrò lungo il percorso: viaggiando con il mio team, con mia moglie, e surfando in alcuni dei luoghi più belli del mondo.”









