Game Changers – Keen

“WE'RE NOT HERE JUST TO MAKE SHOES"

Con questo mantra, Keen Footwear è da sempre una fonte di ispirazione nel guardaroba di ogni famiglia dinamica, un faro per uomini, donne e bambini che amano trascorrere il tempo all'aria aperta

Fondata nel 2003 ad Alameda, in California, da Martin Keen e Rory Fuerst, questa azienda americana di calzature e accessori ha conquistato il cuore degli “Outside People” di tutto il mondo grazie alla sua missione benefica e ai suoi design innovativi. Ma dove è iniziata la sua storia? Keen Footwear ha iniziato con una reinterpretazione del vecchio detto “La necessità è la madre dell'invenzione”.

KEEN FW23 Zionic

SANDALI E NAVIGAZIONI: LA STORIA DEI "NEWPORT"

Martin Keen è cresciuto nel sud-ovest dell'Inghilterra, immerso nel mondo delle calzature grazie al lavoro del padre presso il famoso marchio britannico Clarks. Il suo percorso personale lo ha portato dall'Irlanda all'America, dove l'amore per la vela - ereditato dal padre - ha acceso la scintilla che avrebbe dato vita a Keen Footwear. Tra le onde ruggenti dell'oceano, Martin si trovava costantemente di fronte a un dilemma: trovare calzature che fossero pratiche e, soprattutto, proteggessero i piedi dagli impatti. Nasce così l'idea di una scarpa con uno spazio sufficiente in punta, che abbracciasse il piede anziché comprimerlo in modo scomodo. Nel 2003, grazie alla collaborazione con Rory Fuerst, è nato il famoso Newport Sandal, un'innovazione che ha conquistato il settore e si è guadagnata il titolo di “lancio dell'anno” dalla prestigiosa rivista Footwear News.

KEEN Uneek SS24
Uneek Year of the Dragon Campaign

Da allora, Keen ha abbracciato non solo l'obiettivo di rivoluzionare le calzature, ma anche di creare un impatto positivo in ogni aspetto della sua attività. In breve tempo, l'azienda si è guadagnata una reputazione sostenendo numerose cause benefiche, incarnando appieno la filosofia del marchio di promuovere l'innovazione e creare nuove opportunità.

È così che è nato il “Keen Effect”, un'onda di cambiamento che si propaga in ogni passo che il marchio compie.

KEEN SS24

COS'È IL KEEN EFFECT?

Il Keen Effect nasce da un'eco di amore per l'umanità e la natura. È un appello alla speranza dal mondo delle calzature. Tutto è cominciato ancora una volta dall'oceano, all'indomani dello tsunami asiatico del 2004, quando Keen ha dimostrato che l'amore può essere espresso attraverso azioni concrete: Il marchio californiano ha dedicato l'intero budget pubblicitario di un milione di dollari per aiutare la popolazione asiatica, un primo gesto che ha dato vita al programma “Keen Effect”. Da allora, insieme a organizzazioni affini come The Conservation Alliance, 1 KG More, Leave No Trace e Big City Mountaineers, Keen danza nell'armonia della carità, offrendo calzature protettive in tutto il mondo a chi ne ha bisogno e conforto alle comunità devastate da disastri naturali, catastrofi e guerre.

Lo conferma Chiara Tassi, responsabile brand management, marketing, comunicazione ed eventi di KEEN in Italia, che abbiamo avuto il piacere di intervistare. Ci ha parlato dell'“Keen Effect” in Europa e di come il marchio abbia iniziato a sostenere le comunità con donazioni consistenti durante la crisi umanitaria in Ucraina nel marzo 2022.

KEEN Volunteer
KEEN Volunteers

In questa sinfonia di altruismo, Keen si impegna a preservare l'anima della Terra, coinvolgendo la sua comunità nella protezione del nostro amato pianeta: Ogni passo fatto con una scarpa Keen è un passo verso la sostenibilità, una dichiarazione d'amore verso Madre Terra. Attraverso il “Chemical Stewardship Program”, Keen abbraccia l'ecologia, eliminando le tossine più dannose, dando alla natura una boccata d'aria fresca e promuovendo un futuro con vari programmi di riciclo e riutilizzo, come le corde di plastica P.E.T. di Uneek (uno degli ultimi modelli di calzature del marchio), dimostrando che la bellezza può rinascere dalle ceneri del consumismo.

Quest'anno, il sandalo-sneaker Uneek celebra un decennio di innovazione, stile unico e comfort imbattibile con una serie di workshop esclusivi presso i rivenditori ufficiali partner italiani di KEEN Footwear. Il prossimo evento andrà in scena da Urbanstar a Roma il 31 maggio dove, dalle 18:00 alle 21:00, dopo una breve introduzione sul marchio KEEN e sul modello Uneek, i partecipanti potranno personalizzare la propria sneaker open-air scegliendo lacci e accessori, esprimendo tutta la loro creatività.

Keen Europe SS24
Uneek KEEN SS24

KEEN IN EUROPA E IN ITALIA

La nostra conversazione con Chiara ci ha dato l'idea di come il Keen Effect sia più di un semplice programma o iniziativa; è il cuore e l'anima del Brand, un richiamo alla sostenibilità, alla responsabilità e all'amore per la Terra. In un mondo affamato di cambiamenti, Keen ci offre una guida per un futuro più luminoso, dove l'eccellenza delle calzature si unisce alla promessa di un pianeta rivitalizzato.

“In pratica siamo stati qui in Europa fin dall'inizio (2003) attraverso un distributore in Germania. Ma abbiamo aperto la nostra sede europea a Rotterdam nel 2008 e ci siamo trasferiti nella sede attuale nel 2019”.

“Cerchiamo di adattare il nostro concetto di Consciously Created a ogni Paese; Keen è nata con questa filosofia e vogliamo rimanere fedeli ai suoi principi. Questo è particolarmente importante ora che abbiamo notato una differenza nel modo in cui questo concetto viene concepito in America, dove la nostra identità è più conosciuta e molto più forte, rispetto all'Europa. Qui questo concetto si è un po' perso, perché il marchio è stato associato più al lifestyle, introducendo prodotti che non sono strettamente outdoor e che si spostano nel mondo della moda. Di conseguenza, questo concetto centrale del marchio è emerso meno, anche perché la sostenibilità non è sempre comunicata appieno nei contesti della moda. Per questo motivo Keen ci ha recentemente tenuto a sottolinearlo e continuerà a promuovere la sua missione anche in Europa”.

KEEN Unkeen SS24
KEEN Europe SS24
KEEN Europe SS24
KEEN Zionic SS24

In effetti, se guardiamo la mappa delle iniziative di Keen in Europa troviamo un caleidoscopio di azioni tangibili: il rimboschimento della lussureggiante Sierra Lujar a Órgiva, nel sud della Spagna; i canali di Amsterdam, trasformati in un palcoscenico di sensibilizzazione ambientale grazie a un'imbarcazione creata con rifiuti riciclati; la solidarietà verso i rifugiati ucraini, simboleggiata da oltre 150.000 euro di aiuti immediati donati a pochi giorni dall'invasione russa. Ogni gesto di Keen è un frammento di compassione e impegno, un raggio di speranza che attraversa i continenti e unisce le persone.

Che tipo di iniziative sono in cantiere per l'Italia del 2024?

“Proprio perché il Keen Effect si adatta in modo diverso a ogni Paese, un'iniziativa che vorremmo fare in Italia, in collaborazione con i nostri rivenditori e con le organizzazioni no-profit locali, è quella di ripulire le spiagge. L'abbiamo già fatto in altri Paesi; invitiamo i consumatori a partecipare, a trascorrere del tempo insieme e a fare una sorta di giveaway. Penso che lo faremo alla fine dell'estate o all'inizio di ottobre. L'idea è quella di creare connessioni dirette con gli italiani attraverso iniziative reali. È bello pubblicarlo sui social media e comunicarlo dal punto di vista del marketing, ma finché non lo si dimostra concretamente attraverso un coinvolgimento reale, non si capirà mai veramente cos'è Keen”.

In un mondo di greenwashing, dove le promesse dei marchi si rivelano spesso parole vuote, Keen è un faro di autenticità. Ci dimostra che sono le azioni, non le parole, a determinare il nostro futuro. In un mare di eco-marketing, Keen emerge come un'isola di fiducia e di vero impegno.

KEEN Uneek SS24

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KEEN Europe

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Game Changers – Climate Clubs

Kyle Harman – Turner racconta perché il calcio e lo sport devono parlare di cambiamento climatico

Il calcio può essere molto più dell’etereo concetto di Beautiful Game. Può essere uno strumento essenziale per elevare tematiche cruciali e trasversali per tutta la società contemporanea, come il cambiamento climatico. Kyle Harman – Turner ha studiato e compreso l’importanza comunicativa dello sport più diffuso al mondo. Davanti alle partite del suo amato West Ham, ha analizzato la possibilità di utilizzare simboli sacri come maglie, stemmi e nomi delle società per diffondere un solo messaggio virtuoso: la Terra deve essere tutelata. Dalla Premier League al calcio e allo sport di tutto il mondo, gli orizzonti del progetto Climate Clubs parlano la lingua della sensibilizzazione virtuosa, una lingua fatta di frasi ironiche e design contemporaneo: il mix ideale per raggiungere ogni generazione di tifosi e appassionati, istruendoli su uno dei più grandi problemi della società presente e futura. Esploriamo meglio Climate Clubs attraverso la testimonianza del suo ideatore.

Com’è nato il progetto Climate Clubs?

Ho lavorato nell’ambito pubblicitario per 20 anni. Avevo la mia agenzia e comunicavo quotidianamente con clienti che spendevano tantissimi soldi per diffondere prodotti che non facevano il bene del mondo. Ho iniziato a pormi una domanda: cosa potrebbero fare le nostre menti se si concentrassero sulla comunicazione del cambiamento climatico? Così ho deciso di abbandonare il lavoro e mi sono iscritto a un corso dedicato alla sostenibilità presso l’università di Cambridge. Durante le lezioni mi ha subito colpito una frase: non è un problema scientifico, è un problema comunicativo. La scienza è chiara su questo argomento, eppure tantissime persone faticano a comprenderlo. E la colpa non è loro. Il calcio è sempre stata la mia passione, sono un abbonato di vecchia data al West Ham, sono stato anche un giornalista specializzato e ho avuto la possibilità di seguire eventi come i Mondiali in Sudafrica. Quando è nato mio figlio ho capito che dovevo fare qualcosa e provare a fondere questi due universi. Sono stato spinto da un istinto interiore, d’altronde sono due cose che ho sempre avuto a cuore…

Ci puoi raccontare alcuni esempi della vostra creatività virtuosa? Quali sono state le reazioni della gente e, soprattutto, dei tifosi?

I tifosi e, in particolare, mio fratello sono le vere guide di questo progetto. Lui è un tifoso vecchia scuola del West Ham e non è mai stato interessato al cambiamento climatico: se riesco a modificare il suo pensiero attraverso il nostro lavoro, vuol dire che sto centrando il mio obiettivo. Chiaro, molti tifosi sono scettici, ma dovete pensare che una vasta parte della nostra società è ancora convinta che il cambiamento climatico sia qualcosa di distante e impercettibile. Per tanti il cambiamento climatico equivale all’immagine esotica di un orso polare, che poco ha a che fare con la nostra quotidianità. Non è così. Il Carlisle United, per esempio, deve pagare annualmente costi altissimi di assicurazione, perché Brunton Park (il loro stadio), è ciclicamente soggetto ad allagamenti. Si stima che 23 dei 92 stadi del calcio professionistico inglese saranno allagati entro il 2050… Per questo abbiamo ideato la serie ‘Close to Home’, rielaborando i kit di tutte e 23 le squadre. Un altro progetto importante è stato quello legato al Brentford FC. Le ‘Bees’ sono la piattaforma ideale per comunicare che 13 specie di questi insetti sono andate perdute nello UK dal 1990. Il progetto ‘Wildflower Workers – Every bang re-wildflowers the square foot of a football pitch’ narra questa drammatica estinzione, conseguenza dell’altrettanto drammatica perdita del 97% dei fiori selvatici britannici dal 1930. Poi abbiamo creato una serie di bandiere per la Royal Academy of Arts, concentrate sulla rielaborazione dei loghi di varie squadre. Abbiamo ricevuto migliaia di mail/messaggi, soprattutto da giovani tifosi. Tantissimi hanno deciso di comprarle, consapevoli che il ricavato sarebbe stato devoluto a realtà che combattono il deterioramento della nostra Terra. Molti di loro hanno comprato bandiere di squadre rivali…

Che ruolo giocano e giocheranno calciatori e società in questo processo di sensibilizzazione?

I calciatori hanno il potere d’influenzare e cambiare il comportamento di migliaia di tifosi in un solo istante. In UK numeri 10 come Lineker e Rashford hanno un impatto superiore rispetto al numero 10 di Downing Street: tra Rashford e un ministro sceglierei sempre il primo come testimonial. Siamo fortunati che giocatori come Bellerin siano molto impegnati sotto questo punto di vista, ma possiamo trovare anche molti altri esempi: Smalling ha una propria azienda green, Bamford ha creato un’esultanza dedicata al cambiamento climatico e Ben Mee ha recentemente dato vita al primo trasferimento ‘carbon neutral’ della storia del calcio inglese… Tanti giocatori sono legati e si stanno legando a ciò che stiamo facendo e, allo stesso tempo, stanno diventando ambassador per la salute del nostro pianeta. La sensazione è che sempre più figure calcistiche siano preoccupate da quello che sta accadendo, e la stessa cosa si può dire di club e istituzioni. C’è un’evoluzione in atto e lo dimostra il fatto che in Premier League stiano redigendo delle leggi ad hoc. Il mondo del pallone sta capendo che non si può essere perfetti, certo, ma si può e si deve fare di più sotto questo punto di vista. Ora starà ai top player internazionali fare un passo avanti e starà ai club seguire esempi virtuosi come quello dei Forest Green Rovers, squadra di League Two (quarta serie inglese) che sta riducendo a zero l’impatto sull’ambiente e sviluppando un sistema di totale autosufficienza energetica. Hanno anche creato una linea di cibo vegano, che inizialmente è stato venduto dentro lo stadio e, in seguito, ha iniziato ad essere distribuita in tutta Inghilterra. È una doppia vittoria ed è la giusta strada da intraprendere.

Come vuoi sviluppare il progetto Climate Clubs in futuro? E come vedi il futuro del nostro pianeta?

Lo sport è più grande della logica, produce emozioni reali e connette la gente. E questo vasto spazio sociale non è ancora stato utilizzato concretamente per diffondere il tema del cambiamento climatico. Non vogliamo che Climate Clubs si limiti al calcio, la nostra volontà è quella di collaborare con tutti i grandi sport del mondo. Penso per esempio ai major sport americani, a organizzazioni come l’NBA e l’NFL, capaci di toccare persone e fan ad ogni latitudine del globo. Più il messaggio sarà condiviso, meglio attecchirà. Lo sport e il calcio mi hanno insegnato che c’è sempre speranza, come nel caso della celebre ‘Christmas Truce’ della Prima Guerra Mondiale. Lo sport ha il potere di unire le persone, soprattutto in momenti di difficoltà. E continuerà a farlo.

Credits: Climate Clubs


Game Changers – Christopher Raeburn

Circolarità e sostenibilità rimano con heritage personale e passione sportiva nella mente dietro il virtuoso brand RÆBURN

“Quando studiavo al college, le persone mi chiedevano a quale designer o brand volessi ispirarmi. Non riuscivo a dare una risposta precisa, pensavo fosse un problema. In realtà ero semplicemente ossessionato dalle cose del passato, in particolare da pezzi militari originali. Molti miei colleghi erano già allineati a realtà o figure preesistenti, mentre il mio punto di vista era differente. Non sapevo definire che tipo di designer fossi, ma ho iniziato inseguendo le mie idee e sono stato fortunato”

L’evoluzione nasce dal passato. O meglio, l’evoluzione nasce da un nuovo rapporto con il passato, dal suo studio e dalla sua reinterpretazione sostenibile. Christopher Raeburn per il fashion è divenuto ben più di un innovatore. Grazie al suo legame adolescenziale con memorabilia militare e uniformi usate ha cambiato le prospettive di un’intera industria, divenendo attore protagonista di un necessario processo globale: la reinvenzione di un rapporto estremamente negativo, quello tra moda e sostenibilità.

Passione e istinto hanno portato questa mente raffinata, allevata dai placidi panorami dell’Inghilterra meridionale, a fondare l’omonimo brand RÆBURN e a tracciare la strada verso un design responsabile ed intelligente, dedicato tanto alla funzionalità e all’estetica, quanto alla preservazione ambientale. La sua filosofia e il suo team stanno creando adepti in tutto il mondo da oltre un decennio, e stanno permettendo d’infrangere il tabù più oscuro della storia di un’intera industria. Ma partiamo dall’origine.

“Sono cresciuto nelle campagne del Kent insieme a due fratelli. I nostri genitori ci hanno insegnato ad apprezzare la natura. Vivere in una zona isolata ha sprigionato la mia creatività: quando sei un bambino e il negozio più vicino è a miglia di distanza, devi continuamente trovare modi diversi per divertirti. Tra i 12 e i 18 anni ho fatto parte degli Air Cadets, un’organizzazione che avvicina i giovani alla Royal Force. Amavo il calcio, la MTB e il downhill, ma una volta al mese gli Air Cadets ci permettevano di fare cose meravigliose, come imparare a pilotare aerei ed elicotteri. Tutti usavamo delle divise vecchie e terribili, perché costavano poco, così ho iniziato a studiare e a comprare altre uniformi e materiali. Stavo già creando il mio archivio senza saperlo. Curiosamente nel Kent c’è anche una delle più grandi fiere d’Europa dedicata ai materiali militari, mi ha sempre affascinato. Andavo lì il primo giorno, per osservare le cose più rare, e l’ultimo, perché i venditori abbandonavano pile di materiali che ritenevano inutili. Quando ho cominciato il College mi sono reso conto che quei materiali tecnici e waterproof erano gli stessi utilizzati dalle grandi aziende fashion, e spesso risultavano introvabili. La decisione di fondare un brand sostenibile è il prodotto di questo naturale processo cognitivo”

Dalle fiere militari alle passerelle. Da quell’ormai lontana genesi creativa, circolarità e remade mai hanno smesso di rimare con consapevolezza e heritage personale all’interno degli avveniristici laboratori RÆBURN, che sono riusciti a divenire benchmark per una miriade di attori primari, e non solo, del panorama fashion. Oggi il quarantenne Christopher Raeburn dirige dalla propria base londinese l’ascesa di un brand divenuto manifesto dell’insperata sinergia tra ecosistema naturale e produzione fashion. Lo fa ispirando e facendosi ispirare, procedendo in una direzione essenziale non solo per il destino della propria industria, ma per la salvaguardia dell’intera umanità.

La fashion industry ha dimostrato di avere il potenziale per rinnovarsi velocemente. Negli ultimi decenni ho visto anche cambiare la narrativa legata alla sostenibilità. Vent’anni fa ho ideato la mia prima remade jacket ed è stata recepita come una proposta estremamente radicale. Poche stagioni dopo quel primo progetto, tutti potevano già riscontrare esempi tangibili di quanto la filosofia green avesse iniziato a penetrare concretamente le vision di moltissimi brand. Ripeto, non molte industrie hanno la possibilità di evolversi agli stessi ritmi dell’industria fashion. Sono dinamiche spinte specialmente dai grandi brand sportivi, che sono continuamente focalizzati sulla ricerca di nuovi materiali. Quando ho fondato il mio brand alcuni materiali riciclati costavano in media il 30-50% in più rispetto a materiali non riciclati, oggi hanno un costo equivalente. Allo stesso tempo la digitalizzazione e i social ci stanno aiutando a comunicare determinati valori e azioni, e la tecnologia in generale sta aprendo vie infinite per la sostenibilità fashion. In quest’industria così caotica ci sono molti margini per ridurre i rischi d’inquinamento e gli sprechi, basta essere intelligenti. Tutto può essere utile: agli esordi del mio brand ho scoperto per esempio la preziosità dei paracaduti. Pensate che ogni paracadute, anche se mai utilizzato, viene dismesso dieci anni dopo la sua creazione e i suoi materiali possono essere riutilizzati per l’abbigliamento”

I razionali, quanto avveniristici dogmi di Christopher Raeburn paiono delle verità assolute così potenti, eppure così complesse da tradurre in azioni. Sono punti cardine da cui ogni maison e ogni catena di produzione dovrebbero attingere, plasmando una nuova direzione collettiva. Sono il progresso che smette di essere stile fine a sé stesso, sublimando il design nell’attivismo. Ecco perché giganti come Timberland e Moncler si sono affidati al pensiero di questo innovatore inglese, ecco perché brand iconici come Vans hanno voluto collaborare con l’universo mosso dalla filosofia ‘RÆMADE, RÆDUCED, RÆCYLED’, ecco perché la mente di Christopher ha deciso di cominciare ad incidere sul tanto amato panorama sportivo.

“There’s only one real question: how can we effect change and make a difference on a global scale? I get to collaborate with various brands to pursue this goal. I am talking about universally recognized brands; for example, I’ve been developing a shared path for a while now with Timberland. My team and I assess every collaboration because we want it to be credible and fair. It’s true; we are sometimes cynical, but we have to protect our values. Sports is also part of this thinking. Our collection with Vans, for example, the iconic brand linked to skate culture and the concept of sports functionality. Or the recent development of the KIT:BAG project, entirely dedicated to football. Football has been a common thread in my life since 1991 when I fell in love with Tottenham, who won the FA Cup that year. I was nine years old and couldn’t imagine my favorite team ever losing again…. I always follow cups and leagues, and not long ago I began to wonder where the kits of the various Premier League teams ended up at the end of a single season. Every year, the Premier teams alone produce about 19 million jerseys for their fans, so many go unsold. This is a huge waste, and we thought we could reuse those jerseys to create special bags, which can then be recycled. The momentum is building now as more and more teams are taking an interest in this issue. And these numbers are just about the Premier League, can you imagine?. KIT:BAG and other similar projects can be replicated for other football leagues and huge associations like the NFL and NBA. We need help to fix this trend, so I’m trying to get other brands involved, as well as the athletes and sports clubs themselves.”

Nella testimonianza di Christopher Raeburn ritorna spesso la parola ‘responsabilità’. La responsabilità del presente. La responsabilità del futuro. La responsabilità di un’industria che troppo a lungo ha sacrificato questo termine sull’altare del fatturato. Oggi il senso d’urgenza è chiaro e potente, confida il designer inglese alla fine di questa fertile chiacchierata, alternando drammatici scenari futuri a orizzonti che possono e devono divenire positivi grazie alla sensibilità e all’operato di tutti noi.

Abbiamo un’enorme quantità di lavoro, perché sarebbe folle pensare che tutto sia già ok. Tutti possiamo fare di meglio, tutti possiamo essere educati ed educare alla circolarità. Il mondo è pieno di cimiteri di vestiti, sarà difficilissimo smaltire gli esiti di pratiche negative come l’overproduzione di capi e materiali. Ma sono fiducioso, la mia speranza è che si concretizzi un futuro al momento utopico, dove il fashion smetterà di pesare sulla Terra e addirittura arriverà ad aiutarla. Certo, non sarà un viaggio semplice”

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RÆBURN

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Urban Explorers – Tatiana Diakova

Insieme a North Sails andiamo a Barcellona, dove corpi umani e panorami marini si uniscono nelle tele di questa pittrice

L’originalità consiste nel ritorno all’origine, rifletteva Antoni Gaudí immaginando le forme che avrebbero composto la tela urbana di Barcellona. L’originalità è la natura, suggerivano e continuano a suggerire le sue linee fiabesco-catalane incorniciate dalle Ramblas. L’originalità, intesa come danza comune di corpi umani, bellezza, paesaggi naturali e purezza, è anche la tavolozza da cui attinge la pittrice bielorussa, ma barcelonés d’adozione, Tatiana Diakova. “Dipingere è un esercizio spirituale. Non mi sono mai considerata una pittrice, penso semplicemente che la bellezza in sé sia un atto da raccontare. I miei soggetti sono panorami e corpi umani: amo l’idea dell’essere umano che diventa continuazione della natura, e viceversa. L’oceano e il mare per me rappresentano la purezza, così come il corpo umano, e provo a comunicare questi concetti attraverso il minimalismo e la pulizia di colori, forme e composizioni. Sono nata in un Paese che non ha sbocchi sul mare, con la mia famiglia però andavo ogni anno in campeggio sulle coste del Mar Nero. Lì ho imparato a connettermi con la natura e le onde, lì mi sono innamorata dei loro profumi e suoni, della loro bellezza… Lì ho vissuto per la prima volta la sensazione di fondermi con ciò che mi circondava”.

Dopo una rapida carriera da graphic designer, Tatiana ha scelto le luci e le coste di Barcellona per ispirare i propri pennelli. Ai piedi del celebre promontorio del Montjuïc questa raffinata indagatrice della bellezza ora esplora selvaggi litorali con le sue tele e, contemporaneamente, dirige il MAUI Beach CoWork, un’oasi creativa che interseca eclettismo, yoga, SUP e sostenibilità ambientale. “Quando dipingo a riva sento di catturare un qualcosa in costante mutamento e provo a concretizzare questa percezione attraverso il dinamismo delle mie figure. Mi sento così minuscola davanti all’eterna saggezza di questo elemento, ma sento anche di farne parte. È come se fossi le rocce, le luci, le albe e i tramonti che ritraggo, è come se mi connettessi alla fonte dell’universo. Nella natura mi sento più me stessa. Voglio mostrare la purezza di questi luoghi, assorbirla. A Barcellona tutto è vicino al mare, mi bastano pochi minuti per raggiungere le onde e lo faccio spesso insieme agli altri creativi del MAUI Beach CoWork. Settimanalmente ci immergiamo in acqua con le nostre tavole da SUP per ricaricarci e, allo stesso tempo, ci interessiamo delle condizioni di questi luoghi. La costruzione di ville e hotel, l’inquinamento e la disseminazione di chiringuitos sono tendenze estremamente negative, che la Catalogna sta riuscendo a contenere. La nostra community ha diversi appuntamenti annuali dedicati alla raccolta di plastica e sporcizia: sappiamo che non è abbastanza, ma vogliamo cominciare da questo. Credo però che anche l’arte sia uno strumento estremamente potente per promuovere la salvaguardia marina”.

Stando alle delicate parole di quest’artista cresciuta sfogliando ‘Oceano Mare’ di Alessandro Baricco, romanzo dove tale Plasson dipinge instancabilmente ai piedi dell’oceano utilizzandone l’acqua salata, è e sarà la bellezza a cambiare coscienze individuali e collettive, è e sarà la bellezza a fondare un nuovo, sano rapporto con l’ambiente marino. “Attraverso l’arte educo me stessa e provo ad educare gli altri. Sono convinta che l’arte possa educare al contatto con gli elementi naturali. Mentre parlo mi compaiono così tante immagini nella testa: enormi balene, persone che volteggiano nelle profondità marine, fioriture di meduse… Mi pervade un senso di armonia dettato da fotografie, film e quadri che ho avuto modo di ammirare. Poi penso a immagini diametralmente opposte, a spiagge inquinate e rovinate dall’irresponsabilità dell’essere umano, a paradisi perduti. Ogni forma artistica fa sollevare domande e riflessioni, fa agire. E ogni azione virtuosa ha un impatto positivo. La mia filosofia è racchiusa in questo processo, in questo credo: la bellezza è talmente forte da spingere le persone al cambiamento e io voglio continuare a raccontare questa bellezza”.

Credits: @diakova_art
@North Sails
Photo Credits: Rise Up Duo
Text by : Gianmarco Pacione


Urban Explorers – Meloko

Insieme a North Sails ascoltiamo le vibrazioni marsigliesi di questo DJ e producer

Marsiglia è la voce del Mediterraneo. Le sue onde compongono rime poliglotte, versi che, da secoli, plasmano le cattedrali naturali dei Calanchi, come il fluido melting pot del Vieux Port. Meloko è il suono di questa città, del suo vorticoso cosmopolitismo, delle sue luci capaci di fondere cielo e mare, caos urbano e nirvana costiero. Dj e producer, i suoi ritmi sono la colonna sonora dei raffinati tramonti provenzali, sono la trasposizione melodica di brezze, culture e sciabordii. “Sono arrivato a Marsiglia dall’entroterra francese, da una piccola città vicino ad Avignone, e ho avuto un colpo di fulmine. Marsiglia è il suo mare. Il Mediterraneo è il suo elemento chiave, è ciò che la rende unica. Qui tutto riesce ad essere intenso e dinamico, ma allo stesso tempo rilassato. Tutto deriva dall’elemento marino e la mia musica vuole riflettere questa profonda connessione. Ogni giorno per raggiungere il mio studio passeggio sul lungomare, mentre produco le mie finestre si affacciano su questa vasta e luminosa distesa azzurra… Ecco perché il Mediterraneo è dentro la mia musica”.

Anche ‘Azzur’, l’etichetta discografica fondata da Meloko, rappresenta un chiaro riferimento a questa sinergia mediterranea. Le sue ariose vibrazioni house, contaminate da echi africani e arabi, inondano club e spiagge marsigliesi, muovendo i corpi di migliaia di giovani e, contemporaneamente, educandoli alla tutela dell’ambiente marino. “Formo un duo con Konvex Guilhem, ci chiamiamo ‘Palavas’, come un tradizionale paese di pescatori nei pressi di Montpellier. D’estate suono spesso nelle spiagge, soprattutto nel club-stabilimento Le Cabane des Amis. Il proprietario di questo club ha stabilito una linea di zero tolleranza nei confronti dell’inquinamento e sono fiero di supportarla. Chi getta una sigaretta, chi lascia per terra una bottiglia di plastica, chi non rispetta la natura viene immediatamente allontanato dall’evento. Sono molto orgoglioso di questa decisione, perché tengo particolarmente a questo tema. Collaboro con l’associazione ‘Clean my Calanques’, che lavora per tutelare le condizioni dei Calanchi: sono luoghi meravigliosi, sono l’essenza di Marsiglia, ma sono colmi di plastica e spazzatura. La situazione è triste. Penso sia necessario educare e sensibilizzare, io provo a farlo con la musica, e le nuove generazioni stanno recependo questi messaggi. Tantissimi ragazzi fanno parte di ‘Clean my Calanques’, ma tutti dovrebbero ritagliarsi del tempo per aiutare il mare”.

Un tuffo invernale. Una partita di pétanque bagnata di vino rosso e sorrisi condivisi. Un dj-set che traduce in note i colori marsigliesi, avvolgendo gli ascoltatori in lunghe trance contemplative. Meloko ha trovato la propria oasi e la propria musa in questa metropoli costiera, tra gli stretti vicoli dell’antico quartiere di Le Panier si è trasformato da studente di Economia in musicista internazionale, stringendo un legame destinato a durare per sempre. “Non lascerò mai Marsiglia. Ho vissuto in altre metropoli europee per brevi periodi di tempo, ma il clima marsigliese mi mancava incredibilmente. Lontano dalle luci della Provenza, dai ritmi marsigliesi, da queste spiagge, la vita sembra sempre così diversa e grigia… Continuerò a produrre la mia musica facendomi ispirare dal Mediterraneo e da questa città speciale, allo stesso tempo aumenterò il mio impegno nella tutela dell’ambiente marino e delle spiagge locali. Voglio far parte di questo processo virtuoso e condizionarlo positivamente con le mie tracce, i miei eventi, i miei concerti. Infine, spero che ‘Clean my Calanques’ diventi molto più di un’associazione: deve diventare un richiamo, un obiettivo per ogni cittadino”

Credits: @melokomuisc
@North Sails
Photo Credits: Rise Up Duo
Testi di Gianmarco Pacione


Urban Explorers – Giovanni Barberis

Onde, pellicole e sensibilità ambientale. Incontriamo questo regista italiano insieme a North Sails

Il suono dell’oceano ha infinite note. Sono note dolci e pacate, contemplative e introspettive. Sono note che placano la frenesia metropolitana, che la alleviano, che riecheggiano dalle vaste distese atlantiche e mediterranee per incanalarsi in luoghi inaspettati, come in un Naviglio incasellato nel tessuto urbano milanese, come nell’ombrosa pancia acquatica della Darsena, come nelle correnti creative del filmmaker e director Giovanni Barberis. ‘Ogni giorno ci penso’ è il suo ultimo progetto tangenziale all’elemento acquatico, seguito alle pluripremiate produzioni ‘Peninsula’, ‘Nausica’ e ‘Onde Nostre’, docufilm dedicati alla scena surfista italiana e prodotti insieme ad un ispirato collettivo di creativi acquatici. ‘Ogni giorno ci penso’ è anche l’involontaria definizione che si può attribuire al manifesto rapporto tra Sbrokked, suo nome d’arte, e l’elemento acquatico. “Ho una connessione estremamente intima con mari e oceani. Quando penso a loro, la prima immagine che riaffiora riguarda me e mia sorella sulle spiagge di Bergeggi, in Liguria, mentre giochiamo e veniamo redarguiti da mia madre. Prima di arrivare a Milano ho vissuto con loro in Piemonte, per anni il mio unico pensiero è stato raggiungere la lineup più vicina e salire sulla tavola da surf. Quasi quotidianamente scendevo sulla costa ligure. Mi è capitato più volte di farlo da solo o, semplicemente, con il mio cane. Fino ai 30 anni ho avuto la preziosa possibilità di viaggiare, la priorità era sempre finire in mezzo alle onde: dalle Hawaii al Marocco, dalla Spagna settentrionale al piccolo comune di Varazze… In acqua ho sempre avuto la sensazione di essere profondamente a mio agio. L’acqua fa diventare tutto mentale, compreso te stesso, plasma il tuo modo di essere, ti spinge a raccontare”.

E il racconto di Giovanni Barberis percorre lo spartito delle proprie pellicole, come quello della propria pelle. Una tavola rotta, segno di un grave infortunio del passato, il profilo di una sogliola, la coda di una balena… Tra i corsi acquatici milanesi, le gambe di questo artista lasciano trapelare tatuaggi tracciati autonomamente. Sono suggestioni, dichiarazioni di una sinergia primordiale e feconda per la sua vita, per la sua professione, per la sua sensibilità. Osservando relitti di plastica depositati appena poche ore prima nelle sfigurate vene acquatiche milanesi, Giovanni lascia sgorgare un fiume carsico di denunce e informazioni, di silenziose iniziative personali e rumorose schegge visuali: tasselli uniti dal fil rouge della salvaguardia marina. “Durante uno dei miei progetti ho avuto la fortuna d’intervistare un oceanografo. Mi ha edotto sulle dinamiche d’inquinamento e di rigenerazione marina, è stato scioccante. Toccando temi come il consumismo collettivo o la disattenzione individuale ho effettivamente realizzato quante colpe abbia l’essere umano in questo vortice di distruzione ambientale. Ho sempre agito nel massimo rispetto della natura marina, anche prima di quest’incontro. Credo sia un tipo di attenzione insita a tutti gli amanti di questo elemento. Mi è capitato milioni di volte di fare lunghe passeggiate sulle spiagge che accoglievano i miei viaggi di lavoro o di piacere, e di raccogliere sacchi su sacchi di plastica gettata da chissà chi. Alle Maldive ho avuto modo di osservare un’isola-discarica, è stato scioccante. Non mi sono mai legato ad associazioni specifiche, ma credo che il mezzo artistico sia fondamentale per alimentare una sensibilità eterogenea su questo tema, specie nelle nuove generazioni. In molte delle mie produzioni il mare è stato e continua ad essere il soggetto centrale e credo che anche solo riprendere il cammino di un’onda per molti secondi, o una tempesta, possa trasmettere un senso di magia e di purezza che deve essere preservato. Spero che queste immagini sensibilizzino l’osservatore e lo facciano riflettere sul concetto di rispetto e di amore per un qualcosa che, nonostante sia così essenziale, continua ad essere messo in grave pericolo. Ho dato spazio anche a tante testimonianze di persone che vivono in simbiosi con la meraviglia oceanica, che hanno deciso di abitarla per tutta la loro esistenza. Le loro parole sono un altro strumento potentissimo per rivoluzionare il pensiero comune”.

La rivoluzione può passare anche da una dolorosa presa di coscienza e da un ancora più doloroso distacco. Perché essere fedeli ai propri valori, ci spiega Giovanni Barberis camminando sul grigio cemento della Milano da bere, è la cosa più significativa che un uomo in perenne ascolto del mare possa fare. Questa è la ragione di una parentesi lavorativa che, almeno per qualche tempo, lo vedrà incrociare le onde quasi unicamente per film personali e abbandonare produzioni più grandi, spesso tese ad una strumentalizzazione dell’arte surfistica e del suo immaginario. “Il surf è la mia passione e, nel tempo, è diventato il mio lavoro. Nonostante sia una necessità, ho deciso momentaneamente di prendermi una pausa da questo universo, perché odiavo l’idea di strumentalizzare un qualcosa che ho sempre percepito come spirituale, ero emotivamente saturo. In futuro riprenderò. Intanto continuerò a vivere questo dualismo tra mare e metropoli: è un equilibrio che riesco a sopportare, perché appena posso scappo in qualche spiaggia. Sto anche coltivando l’idea di trasferirmi in un luogo costiero, è un pensiero che mi accompagna e continuerà ad accompagnare. Prima o poi si concretizzerà”.

Credits: @gio_sbrokked
@North Sails
Photo Credits: Rise Up Duo
Testi di Gianmarco Pacione


Game Changers

La sostenibilità ambientale è la più grande rivoluzione della società contemporanea, scopriamo chi la sta supportando

Game Changers è la nuova rubrica di Athleta. È un ‘ecosistema’ virtuoso, plasmato dalle testimonianze di soggetti impegnati nella necessaria rivoluzione ambientale. Sono esseri umani e persone comuni, sono atleti e creativi multidimensionali, sono le voci che possono realmente incidere nel processo essenziale di sensibilizzazione e sostenibilità ambientale: sono i Game Changers.

Photo by ©Achille Mauri
Photo by ©Achille Mauri
Photo by ©Achille Mauri
Photo by ©Achille Mauri
Photo by ©Sean Kesterson

Il Game Changer da ora in avanti sarà parte attiva e distintiva di Athleta. E per celebrare l’inizio di questo nuova collana di focus e interviste abbiamo selezionato una serie di significativi scatti che hanno accompagnato il nostro cammino e che, ora più che mai, continueranno a farlo.

The Game Changers, from today, will be an active and distinctive part of Athleta. We celebrate the beginning of this new series of focuses and interviews with a series of significant shots that have marked our journey and now more than ever will continue to do so.

Photo by ©Soudoplatoff Anne-Sophie
Photo by ©Mark Griffiths
Photo by ©Rise Up Duo
Photo by ©Mark Griffiths
Photo by ©Michael Blann
Photo by ©Michael Blann
Photo by ©Rise Up Duo
Photo by ©PerSollerman
Photo by ©Piotr Drzastwa
Photo by ©PerSollerman

Photo Credits: Athleta Mag Contributors
Testi di Gianmarco Pacione