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The Red Face Zone, tra surrealismo e purificazione sciistica

Marco Tribelhorn porta le Dolomiti e la favola contemporanea dei fratelli Weger all’ONA Short Film Festival

Questo articolo è parte della collana editoriale introduttiva all’ONA Short Film Festival. Il 5, 6 e 7 settembre, l’Isola veneziana di San Servolo mostrerà storie di sports outdoor, natura e consapevolezza ambientale, e noi saremo ancora Media Partner di questo meraviglioso evento dedicato alla settima arte.

“Il Layering Anger Disease, conosciuto colloquialmente come la Sindrome della Faccia Rossa è un disturbo mentale causato da molteplici fastidi”, narrano le antiche e ironiche voci delle Dolomiti. Nel caso di Marco Tribelhorn e del cortometraggio ‘The Red Face Zone’ è uno strumento narrativo che conduce i fratelli Weger, kayaker riconosciuti a livello internazionale e atleti a tutto tondo, a scoprire il valore purificatore del freeski e della sua magica adrenalina.

Avevamo conosciuto questo regista-musicista-sciatore in una recente edizione dell’ONA Short Film Festival, quando aveva condiviso con il pubblico veneziano il film ‘Next Stop Sneg’. Quest’anno, la creatività del poliedrico svizzero torna in laguna con una produzione che mette in rima surrealismo, fratellanza e metafore montuose.

Scopriamo le prospettive di Marco Tribelhorn e introduciamo il suo ‘The Red Face Zone’ a pochi giorni dall’inizio dell’ONA. 

‘The Red Face Zone’, puoi raccontarci la genesi e i significati di questo cortometraggio?

“Abbiamo girato il film nelle Dolomiti, e da quelle parti dicono che devi avere la ‘faccia rossa’ ed essere in qualche modo arrabbiato per sciare in luoghi estremamente stretti e ripidi. Dopo aver visto alcuni miei film, Matthias e Jakob mi hanno contattato e suggerito questo tema, così ho deciso di cogliere l’opportunità. Loro non sono attori, sono kayaker di alto livello e, come mostra il film, freeskier. Ho voluto creare degli spazi dove fosse facile recitare per atleti come loro. Il messaggio principale del film è sicuramente metaforico e mostra l’effetto curativo dello sci, la sua capacità di portare gioia e, allo stesso tempo, aiutare le persone. La pellicola inizia con il risveglio aggressivo di Matthias e Jakob. La loro rabbia, poi, aumenta sempre più fino a trovare la cura nello sci. Anche se è estremamente surreale, volevo attirare lo spettatore nella storia in modo serio e autentico. Volevo che lo spettatore ci potesse credere”

La tua produzione visuale si combina con una profonda conoscenza e un attento utilizzo musicale. Ci parleresti di questa connessione e del ruolo che gioca nella big picture del tuo lavoro cinematografico?

“Il main soundtrack proviene da un album concettuale prodotto da miei amici una decina di anni fa. Oggi la loro band non esiste più, ma tutti stanno ancora lavorando nell’universo musicale. Amo lavorare con la musica, riflettere su come un bit, un suono o una canzone possano creare la cosiddetta Stimmung, la vibes perfetta. Come per i miei ultimi film, non ho autoprodotto un soundtrack, ma ho usato determinati suoni dove volevo usarli, creando il mood e la struttura che ritenevo corretti per abbracciare ogni scena. Il mondo del freeski e degli sport estremi ci ha insegnato che per avere un easy win nel processo di editing basta usare canzoni punk-rock e azioni raw, ma penso che ci siano molti più strati nello storytelling e che si possa costruire molta più tensione al di là della performance. Il mio obiettivo è tradurre sempre dei sentimenti e portare lo spettatore dentro essi. Portarlo in un tipo di mondo, stanza o azione che può, effettivamente, sentire. A volte penso che mostrare solo la realtà equivalga a non vederla completamente. Ecco perché preferisco tagliare una scena che è super estrema ed attira l’occhio, ma non comunica l’emozione giusta nel momento giusto”

Uno dei più grandi fil-rouge della tua vita è lo sci, che capitolo senti di aver raggiunto nel tuo lungo viaggio con questo sport?

“Ho raggiunto uno stato in cui posso apprezzare le mie decisioni e la vita a cui mi ha introdotto lo sci. Durante i miei primi tempi da sciatore, pensavo di dover raggiungere certi obiettivi, di dover uscire con le persone 'giuste', di dover comportarmi in un determinato modo per farmi accettare dalla comunità... Ma non sono mai riuscito a farlo, quindi ho iniziato a sciare solamente con persone che apprezzavo, e questa scelta mi ha portato dove sono oggi. In molti mi apprezzano per quello che sono e mi godo lo sci come 20 anni fa. Sono felice di aver sempre dovuto pagare per sciare, e non il contrario. Sono sempre riuscito a prendere le decisioni che sentivo essere più corrette per me, a raggiungere i miei obiettivi e a settare un mio ritmo. Sono grato allo sci per avermi dato quest'opportunità, e per darmela ancora oggi. Penso sia un grande traguardo personale, e sono molto felice di nutrire ancora questo profondo amore per lo sci”

Come abbiamo già detto non sarà una prima volta per te all’ONA Short Film Festival, che emozioni avrai tornando sull’Isola di San Servolo?

“Anche se ho già partecipato all’ONA, per me questa esperienza continua ad essere surreale. Mi sento onorato e visto come un artista. Spesso penso di creare qualcosa che sia impattante e che possa rimanere nel tempo. Credo sia una tendenza umana. E questo Festival mi fa sentire un ragazzo rispettato che crea cose rispettate. Aumenta la mia self-confidence nella battaglia costante della vita e mi dà sempre la sensazione che un giorno qualcuno arriverà e mi chiederà di lavorare per lui, perché ritiene i miei lavori speciali. Oggi non produco documentari a tempo pieno, ma eventi come l’ONA mi fanno sempre sperare nel futuro”

Visitate il sito onafilmfestival.com per ottenere maggiori informazioni e partecipare a questo suggestivo evento.


Behind the Lights - Jay Kolsch

I dettagli della fotografia sportiva

Nel vasto mondo della fotografia, pochi sanno catturare la cruda energia e l'emozione dello sport come Jay Kolsch. Con una formazione teatrale e cinematografica, il percorso di Kolsch per diventare un celebre fotografo sportivo è dinamico come le immagini che crea. La sua prospettiva unica, plasmata dall'amore per la narrazione e dall'emozione delle performance dal vivo, gli ha permesso di vedere oltre l'ovvio, catturando momenti di grinta e passione che ad altri potrebbero sfuggire.

Jay ci ha raccontato del percorso serendepico che lo ha portato dai palcoscenici bui del teatro al mondo frenetico della fotografia sportiva. Attraverso il suo obiettivo, testimonia non solo le imprese fisiche degli atleti, ma dell'anima stessa dello sport: gli alti e i bassi, la tranquilla intensità della preparazione e gli elettrizzanti momenti di trionfo.

“Ciò che mi ha introdotto alla fotografia è stato il teatro. Mi piaceva molto stare sul palcoscenico e gli aspetti tecnici del mettere in risalto un attore. Passare tutto il giorno in un teatro buio, sentendo il calore dei  riflettori, mi ha fatto innamorare di quell'ambiente creativo. Le luci, l'oscurità e i set mi hanno portato a frequentare la scuola di cinema.”

“Dopo l'università, sono diventato un caricatore di pellicole per il cinema. Caricavo e scaricavo le pellicole per il reparto telecamere di vari film e spettacoli televisivi. Proprio nel periodo in cui gli spettacoli iniziavano a passare al digitale, c'è stato uno sciopero degli sceneggiatori negli Stati Uniti ed è diventato molto difficile trovare lavoro."

“Uno dei primi lavori che ho trovato è stato come assistente in una campagna fotografica per un brand di calzature. Avevano bisogno di qualcuno che li assistesse, che portasse l'attrezzatura, le luci, ecc. Mi ha colpito molto la differenza tra i grandi film e la fotografia, il modo in cui i fotografi possono realizzare grandi campagne creative con troupe molto più piccole. All'improvviso, ho iniziato ad appassionarmi alla fotografia perché era uno sbocco creativo molto più tangibile per me."

“Ho iniziato ad assistere alcuni dei più grandi fotografi di moda del mondo a New York. Ho girato il Paese e il mondo illuminando e dirigendo le troupe di grandi campagne. Tecnicamente, è da lì che proviene il mio background fotografico e dove il mio gusto ha iniziato a formarsi. Credo anche che il teatro e il cinema abbiano contribuito a formare una prima parte del mio stile. È per questo che si può notare la crudezza e l'emozione in qualsiasi cosa io stia fotografando.”

“Penso che molte persone sarebbero sorprese nel sapere che siamo letteralmente solo io e un team molto piccolo, di solito io e un assistente/tecnico a scattare campagne per grandi brand.”

“Uso un'illuminazione minima e la maggior parte del mio lavoro è alla luce del giorno. Ho imparato ad accettare tutti i tipi di luce diurna e ho cercato di massimizzare la mia comprensione di come scattare un'immagine forte e potente con poco più della mia macchina fotografica. L'importante è  avere un punto di vista unico."

“Lo sport ha tutto. Grinta, dramma ed emozione. Ci sono alti, bassi, allenamenti fisici impegnativi ed esecuzioni, e tutto si muove sempre così velocemente! È perfettamente in linea con il mio stile visivo. Non c'è sport di cui non riesca a cogliere l'emozione o a trovare la grinta e  ottenere qualcosa di crudo e viscerale. La fotografia sportiva è stato un fit naturale."

“Quello che mi piace della fotografia sportiva è che non si tratta di catturare il momento perfetto. Sono gli attimi che precedono un grande gesto e tutti i piccoli momenti intermedi in cui puoi trovare la vera passione e la dedizione emergere."

“Personalmente sono attratto da chiunque abbia un punto di vista unico. Credo che negli ultimi anni la fotografia sia diventata molto omogenea. Tutto sembra uguale. C'è un tono di piattezza. A volte mi annoio a morte su Instagram e questo non vuol dire che il lavoro sia brutto, ma solo che è molto monocorde, molto simile. Quando ci si imbatte in qualcosa che ha un punto di vista unico, si può trarre ispirazione da persone che si sono appena laureate e hanno scattato per un anno, sei mesi, fino ad alcuni dei migliori fotografi odierni. Inoltre, non traggo ispirazione solo dal mondo dello sport, ma anche dalla moda, dall'avventura e dalle foto outdoor. Lavorare con i più grandi fotografi di moda mi ha aiutato a costruire dei riferimenti classici e a sviluppare il mio gusto personale.”

“Amo fotografare gli sport marginali. Gli sport non “tradizionali”. Li adoro perché questi atleti si svegliano con la stessa passione, dedizione e sforzo in allenamento dei professionisti, e danno una performance incredibile. Uno di questi sport marginali che ho avuto l'opportunità di fotografare è stato il Motorcycle Wall of Death. Ero là fuori, pronto a fotografare i piloti. Mi sono seduto in cima alle tribune per gli scatti di prova, visto che avevano appena costruito tutto e non era ancora aperto al pubblico. Di solito, quando fotografo sono molto concentrato, ma quando sono saliti sul muro per la prima volta, hanno iniziato ad andare sempre più veloci, arrivando proprio davanti al mio obiettivo... la macchina fotografica mi è caduta dal viso e sono rimasto a bocca aperta, ero completamente bloccato. Il mio assistente mi scuoteva il braccio dicendomi: ‘Ehi, vuoi scattare?’ Mi sembrava di essere uno dei bambini per cui si esibiscono. Non credo che lo dimenticherò mai, perché è una delle poche volte in cui ho tolto l'obiettivo dall'occhio mentre dovevo scattare, perché sono stato colto alla sprovvista da un'esperienza tanto viscerale quanto potente.”

“Atleta è una parola ben definita nel dizionario, ma in realtà è un concetto molto più ampio. Mi piace approfondire il concetto di atleta e di sport, perché molti sport non ricevono la giusta copertura mediatica, come il giavellotto o il tiro a segno. Sono sempre alla ricerca di sport minori e interessanti su cui concentrarmi. Cercando di esprimere come un atleta dilettante condivida in realtà molte delle stesse prospettive e visioni di un professionista.”


Eleganza sulle onde: l’affascinante storia dell'America's Cup

Breve storia stilistica della più antica competizione sportiva del mondo moderno

L'America's Cup è stata legata alle grandi maison di moda e all'orgoglio nazionale fin dalla prima regata del 1851. Durante quella pioneristica edizione, 15 yacht del Royal Yacht Squadron gareggiarono contro un unico avversario, lo Schooner ‘America’ del New York Yacht Club. ‘America’ vinse e da allora il trofeo è divenuto suo omonimo. Con l'arrivo del nuovo millennio, la costante evoluzione tecnologica delle imbarcazioni e dell'abbigliamento ha trasformato l'America's Cup in una delle competizioni più competitive, avanguardistiche e cool del mondo. 

Quest'anno l'emozionante gara salperà a fine agosto dal porto di Barcellona, dove noi, grazie a K-Way, abbiamo avuto la fortuna di parlare con Quentin Delapierre, skipper dell’Orient Express Racing Team. Tra pochi giorni potrete gustare la sua testimonianza, per il momento ripercorriamo la storia di quest’evento magico, dei suoi simboli e del suo eterno legame con l’universo fashion.

NON C’È SECONDO

Le origini dell’America’s Cup sono sinonimo di una frase detta nientemeno che alla Regina Vittoria. “There is no second”, non c’è secondo. Dove il fascino della vela è in sinergia con la tecnologia più avanzata e lo stile più funzionale, tutto ha sempre teso verso il successo, e verso il leggendario trofeo ‘Auld Mug’.

Le migliori menti e i più ispirati visionari del globo mai hanno smesso di essere richiamati dalla bellezza di onde, vento e vele, sviluppando, edizione dopo edizione, creazioni che, da un lato, hanno rivoluzionato gli sport velici e, dall’altro, sono riusciti a combinare estetica, sicurezza e performance. L’esito di questo processo multidimensionale è un ciclico circus F1 applicato alle correnti marine, così come alle loro passerelle e ai loro dettagli, che possiamo riconoscere attraverso alcune iconiche relazioni.

LV X AMERICA’S CUP

La romantica storia di Louis Vuitton e l'America's Cup inizia nel 1983, quando l'azienda sponsorizza per la prima volta il trofeo per la selezione dei challenger. Quella regata catturò l'attenzione attraverso televisioni sgranate e giornali stampati, e fu una delle prime, storiche partnership di sportive LV. Oltre al suo sostegno nel corso dei decenni, Louis Vuitton è anche diventata la casa del trofeo ‘Auld Mug’. La sua custodia da viaggio personalizzata, difatti, protegge da tempo il simbolo dell’America’s Cup durante spostamenti e celebrazioni. A Barcellona LV tornerà anche ad essere sponsor principale della gara e per l’occasione ha svelato una speciale capsule collection.

LA REGATA FASHION PRADA LUNA ROSSA

Un momento decisivo nel legame abbigliamento velico-luxury è stata la leggendaria vittoria di Luna Rossa alla Louis Vuitton Cup nel 2000. La collezione del Team, presentata per la prima volta nel 1997, ha mescolato eleganza e materiali all'avanguardia, creando un'allure futuristica dipinta da capi resistenti, monocromatici e termosaldati. Quest'anno l'equipaggio di Luna Rossa Prada Pirelli indosserà degli abiti grigio-argento realizzati in collaborazione con Woolmark e abbinati ai colori dell'AC75, recentemente battezzato da Miuccia Prada. In questo storico rapporto va segnalata, inoltre, anche la celebre pubblicità velica diretta da Johan Renck, con Jake Gyllenhaal, dedicata al profumo Prada Luna Rossa Ocean, e il correlato short docu. Un altro tassello di un mosaico in costante evoluzione.

DI ROTTE E IDENTITÀ NAZIONALI

L’eterna sfida dell’America’s Cup rima anche con l’identità nazionale di ogni Team. Dall’Italia alla Nuova Zelanda. Dall’Australia alla Francia. La caccia al trofeo ‘Auld Mug’ è spinta dal desiderio di primeggiare nella contemporaneità velica, e di dimostrare lo stato dell’arte nautico di ogni Paese. Abbiamo parlato del legame italiano tra Prada e Luna Rossa, un altro capitolo di questa tipologia di rapporto è quello francese tra K-Way e Team Orient Express Racing. Il celebre brand transalpino si è difatti legato al percorso del Team connazionale, vestendo il suo equipaggio e presentando una speciale collezione per l’imminente America’s Cup. La comunione tra K-Way e l’universo sailing non si limita all’America’s Cup, come dimostra la partnership con il navigatore oceanica Ambrogio Beccaria, che abbiamo descritto nei 4 capitoli del documentario ‘How Far You Can Go’. Scopritelo a questi link: capitolo 1, capitolo 2, capitolo 3, capitolo 4.

I SECONDI CONTANO SOLO AL POLSO

Il tempo e gli orologi giocano, da sempre, un ruolo fondamentale nell’America’s Cup. E i grandi marchi di questo campo hanno sempre legato la loro immagine a questa manifestazione. Omega, per esempio, è il cronometrista ufficiale dell'edizione 2024, e sostiene Emirates Team New Zealand. Tudor fa lo stesso con Alinghi Red Bull Racing, lo sfidante svizzero che si è aggiudicato la vittoria nel 2003 e nel 2007. Il produttore italiano Panerai sponsorizza, invece, Luna Rossa Prada Pirelli, elevando questa sinergia nazionale con una collezione di orologi ispirati al team. Sono solo punti di riferimento in uno spettro ben più ampio, che definisce ogni regata la complessa scacchiera di collaborazioni-America’s Cup ramificate su vari livelli.

Gli stessi livelli che esploreremo e analizzeremo tra pochi giorni, nella perfetta sinfonia di velocità e stile ambientata a Barcellona, dove la 37esima edizione dell’America’s Cup ci presenterà l’ennesimo, ispirato capitolo di tecnologia stilistica e stile tecnologico.

Credits

IMAGO / Andreas Beil / Action Plus / K-Way / Louis Vuitton / Prada / Omega / Tudor 

Gianmarco Pacione

Filippo Libenzi


Quentin Delapierre, vivere l’America’s Cup per vivere la vela

Lo skipper dell’Orient Express Racing Team e ambassador K-Way racconta la sua visione dell’America’s Cup

Esistono pochissimi eventi sportivi in grado di combinare heritage leggendario e tecnologia futurista, l’America’s Cup è, con ogni probabilità, la massima espressione di questo connubio. Dal 1851 le vele non hanno smesso di evolversi, così come d’incantare e attirare l’immaginario collettivo. Alcune nazioni, poi, hanno sempre dimostrato una sensibilità particolare per questa magica manifestazione, come la Francia, terra di enorme cultura velica.

L’Orient Express Racing Team è il capitolo più contemporaneo di questo rapporto senza tempo, e il suo AC75 è l’avveniristica opera d’arte nautica che l'ha rappresentato nelle acque di Barcellona, dove la più antica competizione sportiva del mondo è tornata ad animarsi. La squadra francese è stata eliminata dalla competizione dopo il Round Robin, ma ha posto le basi per un futuro brillante, plasmato da una visione avveniristica e consapevole, e guidato dalle intuizioni e dalla passione dello skipper Quentin DeLapierre. Grazie a K-Way, technical supplier del Team, abbiamo avuto la possibilità d’incontrarlo. Lo skipper classe ’92, ex atleta olimpionico e talento velico internazionale, oltre che ambassador K-Way, ci ha introdotto ad una dimensione tanto elegante, quanto rarefatta: quella dell’eccellenza velica.

I temi toccati da Delapierre sono un mosaico di dettagli collettivi e sensazioni individuali. Fanno rimare emozioni e dati analitici, stilando quello che, di fatto, pare un manifesto programmatico condiviso da chiunque accetti la sfida al trofeo più famoso del mondo. Parlano di un’ossessione positiva, di uno straordinario controllo del qui e ora che danza tra condizione fisica, lucidità mentale e sforzo condiviso.

La genesi di una passione. Il suo palcoscenico più brillante. La coesione funzionale di un team di 120 esseri umani. La cura spasmodica di ogni particolare. La fascinazione del volo acquatico. Entriamo nel cosmo velico di Quentin Delapierre attraverso le sue parole, e proviamo a comprendere il senso profondo della 37esima edizione dell’America’s Cup, così come del futuro dell'Orient Express Racing Team.

LA GENESI DI UNA PASSIONE

“La componente interessante della vela è la sua multiformità. Ci sono tante specialità diverse, dove devi essere più veloce, più lento, più istintivo o più tattico, dove puoi letteralmente fare ciò che più ti stimola. Non è sempre lo stesso tipo di gioco, come il tennis, per esempio. Ho partecipato alle Olimpiadi e a molti altri eventi internazionali, ora sono concentrato sull’America’s Cup, e questa diversità ha sempre tenuto alto il mio interesse, la mia passione. Ogni anno, anzi, ogni sessione d’allenamento ho avuto la possibilità di conoscere nuovi lati del mio sport. Un’altra cosa che mi affascina è il fatto che, nella vela, si ha continuamente a che fare con elementi come il vento e il mare... E questi elementi cambiano costantemente, quindi devi riuscire a modulare le tue conoscenze e le tue scelte in base al loro mutamento. Tutto succede rapidamente. Devi controllare la tua barca e attingere anche dalle tue sensazioni, interpretando gli elementi stessi. È questa combinazione di fattori che mi fa amare la vela”

LA MAGIA TOTALIZZANTE DELL’AMERICA’S CUP

“Lo faccio principalmente per le emozioni. Quando competi in uno sport come questo, a questo livello, senti di vivere la tua vita al 100% del suo potenziale. Non mi piace dire che provo ad essere una ‘macchina’ ogni giorno. Preferisco vivere il processo, ascoltare le mie sensazioni, chiedere aiuto quando sento di averne bisogno. La pressione regala delle sensazioni intensissime. Apprezzo questa sua caratteristica. Che siano brutte o buone sensazioni, in ogni caso ti senti vivo. Non ci sono tante persone che hanno la possibilità di partecipare all’America’s Cup, so di essere tra eccellenze del mio Paese, e so di avere un’opportunità unica per una carriera sportiva. Sono anche ben consapevole della cultura velica francese e del fatto che la mia nazione non abbia mai trionfato in questo evento. Anche per questo ho scelto di non andare alle Olimpiadi e concentrarmi su questo progetto. I Giochi a Parigi erano sicuramente uno scenario emozionante, ma non volevo disperdere energie”

LA RAZIONALE DIVERSITÀ DI UN TEAM

“L’Orient Express Racing Team è composto da 120 persone, divisi in ogni ramo possibile. il nostro AC75 è una barca completamente nuova, che arriva a superare i 100km/h, e non ho mai raggiunto queste velocità in precedenza. A bordo abbiamo 8 ciclisti che, pedalando, ci permettono di avere la potenza per regolare le vele. È un gioco di equilibri, nessuno deve prevalere sull’altro, ed è uno sforzo durissimo, soprattutto durante le manovre. Per questo abbiamo coinvolto atleti top, provenienti da altre discipline, come il ciclismo e la BMX per l’appunto, ma anche il canottaggio. È divertente vedere sportivi così diversi tra loro. I loro background ci permettono anche di avere feedback e consigli differenti rispetto a chi è nato e cresciuto nella vela. Tutti vogliono vincere, è il loro mindset. E tutti inseguono un nuovo obiettivo comune, vogliono la miglior performance possibile. L’America’s Cup mette radici in una storia di ossessioni, e continua ad esserne segnata”

ALLENARE LA PAURA E LA PERFEZIONE

"Non è semplice condividere informazioni con tutti, per questo ogni giorno abbiamo vari briefing. Le nostre giornate sono estremamente piene, e ognuna di esse ha degli obiettivi specifici. Iniziamo alle 8 di mattina con un po' di esercizio fisico, poi analizziamo i dati e i video, pensiamo a come migliorare la barca. Dalle 11 alle 6 di pomeriggio salpiamo e ci alleniamo in acqua. La sera riflettiamo sui vari feedback, e durante la notte il team lavora seguendo queste indicazioni per evolvere la barca. Lavoriamo molto sui nostri corpi e sulle nostre menti. Abbiamo dei simulatori che sviluppano la nostra memoria muscolare. Io, per esempio, devo gestire 60 bottoni dentro la barca, e faccio gli stessi esercizi dei piloti Alpine Pierre Gasly ed Esteban Ocon in Formula 1. Abbiamo anche lo stesso mental coach del pluricampione olimpico Leon Marchan. In un evento come l'America's Cup devi essere sempre concentrato. E quando raggiungi velocità così elevate devi riuscire a controllare la paura. Siamo preparati anche per gestire eventuali incidenti, curiamo la sicurezza del nostro equipaggio"

ORIENT EXPRESS E K-WAY

“Il rapporto tra l’Orient Express Racing Team e K-Way è iniziato nel 2023, e sono impressionato dalla comprensione reciproca che abbiamo sviluppato durante questo periodo. La vela è un universo particolare, non è facile per un brand capire ed elaborare le nostre esigenze tecniche. La qualità e la funzionalità dei capi è essenziale per la performance, inoltre a Barcellona sapevamo di dover affrontare un clima particolare. È molto importante avere la corretta preparazione, anche dal punto di vista dei prodotti tecnici. Devi essere molto equipaggiato per uscire là fuori. È stato bello vedere come la collezione prodotta per l’intero nostro Team, compresi ovviamente coloro che stanno a terra, abbia funto da ispirazione anche per una collezione commerciale (ndr una speciale capsule attualmente disponibile). Abbiamo funto da tester, diciamo così. In generale, ci tengo a sottolineare che K-Way è stato il primo sponsor dell’Orient Express Racing Team, ho sostenuto questa visione dalla sua genesi”


ONA Short Film Festival, lo storytelling che sensibilizza

Siamo ancora una volta Media Partner del Festival che ispirerà la magica Isola di San Servolo, a Venezia, tra il 5, 6 e 7 settembre

Per cambiare vite è necessario ispirare vite. E per tornare a connetterci con il mondo, è necessario comprendere la connessione di coloro che già lo stanno ascoltando, vivendo e proteggendo. ONA Short Film Festival non è una semplice kermesse, è una celebrazione della bellezza, così come dell’importanza del rapporto tra l’essere umano e ciò che lo circonda. È un viaggio nello storytelling contemporaneo, nella sua capacità di elevare esperienze, pensieri e azioni simboliche.

Il 5, 6 e 7 settembre, l’Isola veneziana di San Servolo mostrerà storie di sports outdoor, natura e consapevolezza ambientale, e noi saremo ancora Media Partner di questo meraviglioso evento dedicato alla settima arte. Nelle prossime settimane vi faremo conoscere alcuni dei suoi protagonisti e vi accompagneremo tra le onde della laguna veneziana. Per scoprire maggiori info e partecipare all’ONA Short Film Festival cliccate qui.


11th Hour Racing, il futuro dell’oceano è una regata da vincere

All’ONA Short Film Festival la storia di un brand virtuoso, che dal 2010 supporta la salute degli oceani

Questo articolo è parte della collana editoriale introduttiva all’ONA Short Film Festival. Il 5, 6 e 7 settembre, l’Isola veneziana di San Servolo mostrerà storie di sport outdoor, natura e consapevolezza ambientale, e noi saremo ancora Media Partner di questo meraviglioso evento dedicato alla settima arte.

Immaginate una vela bianca su un oceano blu. Sta in quest’evocativa immagine l’essenza di 11th Hour Racing, un brand multiforme, interamente dedicato alla salvaguardia dell’universo oceanico e del nostro pianeta. Fondata nel 2010 da Wendy Schmidt, Jeremy Pochman e Rob MacMillan, 11th Hour Racing sta provando a cambiare la percezione di uno dei più grandi problemi del mondo contemporaneo, nonché futuro, ispirando, supportando e raccontando approcci innovativi, così come soluzioni e figure virtuose, legate alla sostenibilità oceanica. Riequilibrare il nostro rapporto con l’oceano non è un qualcosa di accessorio, ma un bene di prima necessità, avverte 11th Hour Racing, comunicando il senso d’urgenza di un processo migliorativo che deve cominciare ora, non domani, su scala globale. Il claim ‘The Clock is Ticking’ accompagnerà una delegazione 11th Hour Racing anche all’ONA Short Film Festival, dove il brand di origini americane eleverà i propri messaggi attraverso uno dei suoi preziosi output, lo storytelling visuale.

Ascoltiamo le voci di Alessandra Ghezzi e Corinna Halloran, rispettivamente Vice President of Communications & Marketing e Creative Projects Manager behind 11th Hour Racing.

Shaped by Water - Film Poster
Alessandra Ghezzi - Vice President of Communications & Marketing

Come vivete il vostro ruolo all’interno di 11th Hour Racing e qual è lo stato dell’arte di questo virtuoso brand?

Alessandra Ghezzi: “Lavorare per 11th Hour Racing è un piacere, perché tutti sentiamo di avere una missione. Avere un proposito in tutto quello che facciamo è ciò che fa la vera differenza. Dal 2010 il brand si è evoluto esponenzialmente, oggi sponsorizziamo eventi, individui e squadre, ma non vendiamo prodotti. Il nostro obiettivo è quello di ispirare il cambiamento nel comportamento comune. Vogliamo che le persone capiscano che le azioni contano, che ognuno può essere portatore di un cambiamento positivo nella propria community e, conseguentemente, innescare un virtuoso processo globale. Promuoviamo soluzioni locali per un problema mondiale: la salute dei nostri oceani. Oltre alle sponsorizzazioni, abbiamo anche un robusto programma filantropico internazionale, diviso in tre aree. La prima è legata alla tutela e all’informazione oceanica. Lavoriamo molto con le nuove generazioni, spesso usando la vela per mettere in contatto comunità emarginate con l’elemento oceanico e il suo stato di salute. La seconda area è quella delle tecnologie non inquinanti e delle best practice. Implementiamo le operazioni di sostenibilità in eventi nazionali e internazionali, come per esempio The Ocean Race. Il terzo settore del nostro lavoro filantropico, poi, è dedicato alla ripristinazione di ecosistemi danneggiati attraverso soluzioni naturali. I nostri ambassador sono fondamentali per queste aree programmatiche, sono atleti e creativi che condividono i nostri ideali e li diffondono. All’inizio erano solo velisti, ora sono fotografi, musicisti, attivisti, divulgatori scientifici, commentatori sportivi, atleti acquatici e non, come surfisti, tuffatori tennisti e sciatori. Stiamo provando a far capire che la salute degli oceani dipende da tutti e comincia sulla terra. Fare leva sulle passioni delle persone aiuta trasferire la passione per l’oceano e per l’ambiente. Alla fine, l’oceano unisce tutti noi”

Corinna Halloran: “Lo storytelling è cruciale per 11th Hour Racing, perché costruisce un legame emotivo con ciò che facciamo. Deve essere strategico, perché non vogliamo lanciare contenuti nel vuoto. Vogliamo creare progetti che facciano connettere i nostri ideali con le persone e che ispirino l’audience. Il nostro programma di ambassador è vitale sotto questo punto di vista, perché mostra l’autenticità del nostro brand e veicola messaggi essenziali attraverso storie vere. Per me è un onore poter raccontare queste storie e sapere che tipo d’impatto possono avere. Portare alla luce le testimonianze d’individui incredibili può cambiare vite, instillare speranze. Il nostro obiettivo è mostrare il senso d’urgenza per la salute oceanica. All’ONA porteremo due film, ‘Rhythm of Water’, parte del progetto allargato ‘Shaped by Water’, e ‘Between Waves’. Siamo molto eccitati, perché festival come l’ONA sono eventi che permettono di amplificare i messaggi di 11th Hour Racing e di connetterli a nuove persone - tutto grazie allo storytelling. Non produrremo mai film Marvel, ma vogliamo essere sempre autentici, parlare di esseri umani e, allo stesso tempo, lasciar parlare i protagonisti dei nostri film. In questo modo riusciremo a creare un cambiamento e ad avere un reale impatto”

‘The clock is ticking’. Cosa rappresenta per 11th Hour Racing questo claim e come si trasmettono temi così rilevanti alle future generazioni?

 

Alessandra Ghezzi: “È un concetto che si connette al nome stesso del brand e veicola il senso d’urgenza di cui parlavamo precedentemente. In fondo, 11th Hour è l’ultima ora, l’ora in cui bisogna agire. Credo fermamente che le generazioni più giovani tengano all’ambiente e abbiano tra le priorità lo stato del nostro pianeta. Penso, allo stesso modo, che le stiamo caricando di tante responsabilità e, alla fine, saranno loro a gestire i problemi che hanno creato le generazioni precedenti, come la mia. È un pensiero che fa male, ma allo stesso tempo è una consapevolezza che mi permette di essere utile. Organizzazioni e brand come 11th Hour Racing esistono proprio per educare, aumentare la consapevolezza e chiamare all’azione. I nostri film, per esempio, vengono mostrati a bambini o a studenti, che immediatamente comprendono l’importanza di queste tematiche. Quando si parla di cambiamento climatico, la narrativa tende ad essere sempre cupa, tenebrosa, stancante. Ti fa sentire impotente. Noi stiamo provando a cambiarla, mostrando attraverso il potere dello sport e delle arti la costruzione di un futuro migliore. L’inclusività è al centro dei nostri progetti, e tutti i nostri progetti ci permettono d’incidere su vari livelli, non solo su quello ambientale”

La sponsorizzazione e il supporto ad entità sportive, spesso, devono rimare con successi e vittorie. È così anche per voi? 

Alessandra Ghezzi: “Fino a poco tempo fa le vittorie erano molto importanti per 11th Hour Racing. Il trionfo del nostro team nell’ultima edizione The Ocean Race, per esempio, era un obiettivo chiaro a tutti. Volevamo dimostrare che vittoria e sostenibilità possono andare di pari passo. Nello sport esiste ancora la credenza che essere sostenibili significa compromettere la performance. Non è così. Viceversa, se sei sostenibile puoi vincere e addirittura avere benefit economici a lungo termine. Dopo la vittoria nella The Ocean Race abbiamo aggiornato la nostra strategia. Non dico che la vittoria abbia smesso di essere importante, ma sicuramente il focus 11th Hour Racing è un po’ cambiato. Ci siamo domandati che cosa significasse, veramente, la vittoria per noi. Ora sponsorizziamo la velista professionista Francesca Clapcich e un academy di vela offshore femminile, guidata Francesca stessa. La promozione di categorie sottorappresentate non deve per forza avere a che fare con la vittoria. È una questione di rappresentazione e inclusività, è il desiderio di creare uno spazio sportivo e naturale, un ambiente sicuro, in cui tutti vengono trattati al meglio”

Corinna Halloran: “Quando si è nel ‘gioco’ della salvaguardia oceanica, penso non sia necessaria la gratificazione immediata. È una partita a lungo termine, ed è fondamentale ispirare speranza nelle persone con cui collaboriamo e in coloro che ci guardano. È importante che gli atleti si estraggano dalle logiche sportive e siano ben consapevoli della ‘big picture’. Sono realmente impegnati a livello etico? Hanno una mentalità che combacia con quella di 11th Hour Racing? Queste sono le domande primarie che dobbiamo porci. Questa ‘big picture’ che definirei olistica è, a mio avviso, essenziale per noi come brand. Perché solo in questo caso le storie riescono a creare una legacy e un impatto di lunga durata, sia sulle persone, che sull’ambiente”

Potete introdurci le pellicole che presenterete all’ONA Short Film Festival? 

Corinna Halloran: “Sono due film. ‘Rhythm of Water è la nostra ode all’oceano, una produzione artistica. Una lettera d’amore all’oceano, che abbiamo composto attraverso la lente di tre atleti professionisti che, in teoria, sono molto diverse tra loro. Un apneista, un free skier e un team velico portano in vita il naturale ciclo idrologico e mostrano l’impatto sull’oceano delle azioni che compiamo a terra. Non ci sono dialoghi, e la musica è composta da Todd Hannigan (ambassador di 11th Hour Racing). È un bellissimo film meditativo. Poi mostreremo ‘Between Waves’, che si concentra sulla vita di Francesca Clapcich. Il film racconta la sua storia personale, dalla sua infanzia agli obiettivi raggiunti in carriera fino ad ora. Parla anche del suo amore per la montagna e del suo rapporto con 11th Hour Racing, sottolineando lo sforzo comune nell’aprire l’universo della vela alla diversità. Non vediamo l’ora di essere a Venezia e condividere la nostra vision con i partecipanti e il pubblico dell’ONA”

Visitate il sito onafilmfestival.com per ottenere maggiori informazioni e partecipare a questo suggestivo evento.

 

Corinna Halloran - Creative Projects Manager

Credits

Brian Nevins/ 11th Hour Racing
Corinna Halloran/ 11th Hour Racing
Maaike Bernstrom/ 11th Hour Racing
Christian Nieves/ 11th Hour Racing
Craig Kolesky/ 11th Hour Racing

 

Gianmarco Pacione


Francesca Clapcich, una contemporanea legacy velica

In mare, spesso risultati rivoluzionari rimano con messaggi rivoluzionari - ‘Between Waves’ all’ONA Short Film Festival

Questo articolo è parte della collana editoriale introduttiva all’ONA Short Film Festival. Il 5, 6 e 7 settembre, l’Isola veneziana di San Servolo mostrerà storie di sports outdoor, natura e consapevolezza ambientale, e noi saremo ancora Media Partner di questo meraviglioso evento dedicato alla settima arte.

Ogni rotta è sinonimo di evoluzione. E maturazione. La storia di Francesca Clapcich è la definizione contemporanea di quest’eterna metafora nautica. È l’itinerario sportivo e umano di una pioniera velica: un percorso irto di tabu e incognite, ispirato prima dalla bora triestina, poi dal desiderio di eccellere, infine dalla necessità di lasciare un’eredità di valori e ideali. Onde e vento possono trasformarsi in amplificatori comunicativi, spiega la prima vincitrice italiana di The’Ocean Race a attuale skipper di UpWind by MerConcept. Possono essere piattaforme multidimensionali, dove risultati e consapevolezze socio-ambientali hanno pari valore. Possono trasmettere messaggi essenziali per il futuro di un intero movimento sportivo, e non solo.

Lo short docu ‘Between Waves’ tratterà questi temi e molto altro, portandoci nella significativa regata umana dell’atleta-attivista di origini triestine: uno status speciale, sublimato dal ruolo di ambassador per l’organizzazione ambientalista 11th Hour Racing. Noi abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Francesca a poche settimane dall’ONA Short Film Festival, dove le onde lagunari e la suggestiva Isola di San Servolo accoglieranno la sua preziosa testimonianza.

Trieste è una patria velica e una città unica. Quanto fa parte del tuo DNA e come ti sei appassionata alla vela?

“Trieste è una città piccola, ma è molto interessante come punto di partenza. È una sorta di porto cosmopolita, dove s’incontrano, da sempre, tantissime culture e lingue... Non è una metropoli, ma un luogo dove ognuno può trovare il proprio posto. Ha plasmato il mio desiderio di scoprire Paesi e persone. Vedo Trieste come un dono, con la sua vicinanza al mare, alla montagna, alla Slovenia e all’Austria. È unica. Il suo rapporto con la vela è noto a tutti, come dimostra la storica Barcolana. Io sono stata privilegiata, perché il tempo mi ha aperto gli occhi e fatto capire che la vela era e, purtroppo, continua ad essere uno sport elitario. Solo in pochi possono avere accesso a quest’universo: per le donne, per esempio, è difficilissimo. La mia famiglia mi ha sempre supportato e sono loro grata, ma per tante altre bambine la storia è diversa. Quando mi sono innamorata di questo sport, la rappresentazione femminile era pari a zero. Le poche donne professioniste avevano ruoli secondari. Sembrava difficile anche avere un sogno e credere che quel sogno fosse realizzabile. Non ho seguito le orme di altre veliste, sono stata costretta ad essere una pioniera. Ora sono una veterana e voglio cambiare questo ambiente, aprendolo alla diversità”

Il tuo status sportivo e le tue sinergie con entità virtuose, come 11th Hour Racing, ti permettono di condividere messaggi fondamentali, che vanno ben oltre performance e risultati. Che percorso hai fatto per arrivare alle tue attuali consapevolezze?

“La mia passione per la vela è stata a lungo ispirata dalla pura competizione. Le Olimpiadi sono l’Everest della performance, e ho avuto la possibilità di affrontarle per due volte, in due specialità differenti (Laser e 49er). Poi ho ampliato i miei orizzonti e ho scoperto nuovi tipi di regate. Ho sempre avuto voglia di mettermi in gioco, non sono brava a stare ferma o a fare per anni la stessa cosa. Nel tempo mi sono innamorata della vela oceanica e ho partecipato a molti tipi di gare, anche ad eventi iconici come l’America’s Cup o the Ocean Race. Queste opportunità mi hanno dato così tanto... Durante The Ocean Race, per esempio, ho imparato il significato di umiltà e di lavoro di gruppo. Eravamo i favoriti, ma abbiamo faticato molto per vincere. Abbiamo iniziato  molto male e ci siamo dovuti unire per cambiare le cose. Allo stesso tempo ho accumulato capacità di leadership, che oggi sono essenziali per il mio ruolo di skipper con UpWind e per l’imminente avventura dell’America’s Cup femminile. In generale, la vela mi ha dato una piattaforma, per far sentire la mia voce, che spero possa avere un impatto su tante persone e sulle future generazioni. Non voglio parlare solo di performance e risultati, ma evidenziare anche temi sociali e ambientali. La sinergia che ho costruito con 11th Hour Racing mi consente di fare tutto questo, e di promuovere una cultura velica differente, basata su valori etici, pari opportunità e meritocrazia”

All’ONA Short Film Festival assisterai alla proiezione di ‘Between Waves’, lo short docu dedicato alla tua storia, che sensazioni ed emozioni ti attraverseranno?

“Le emozioni sono tante. Questa produzione cerca di  mettere in connessione un lutto giovanile, la morte di mio padre, e con la vela come via di fuga da un momento complesso della mia vita. Contemporaneamente, si concentra sulla mia carriera e anche su quanto sono impegnata a fare, al di là del puro sport. Questo short docu rappresenta appieno il mio desiderio di lanciare messaggi più grandi di quelli sportivi. Essere ambassador di 11th Hour Racing, che ha permesso la creazione di questo film, è veramente importante per me. La nostra relazione è aperta, trasparente e creativa. Non ci imponiamo cose a vicenda, collaboriamo per comunicare al meglio gli ideali in cui crediamo e per cui lavoriamo. Un cortometraggio può essere uno strumento importante per raggiungere e ispirare più persone possibili. Poi, negli Stati Uniti vivo a Park City, la patria del Sundance Film Festival, quindi apprezzo la bellezza e l’importanza di eventi come l’ONA Short Film Festival. Sono curiosa di vedere come reagirà il pubblico ONA e di assistere alle altre proiezioni. E poi, Venezia è Venezia, e non vedo l’ora d’immergermi in un luogo magico come l’Isola di San Servolo.”

Credits

11th Hour Racing

Gianmarco Pacione


L’universo concentrico di Stéphane Ashpool

Parigi 2024 e le divise della Nazionale francese sono solo l’ultimo capitolo creativo di questa mente allevata dalla cultura cestistica e dal quartiere di Pigalle

Di Stéphane Ashpool sappiamo già molto. Difficile non essere stati sfiorati, almeno una volta, dalla geniale creatività di una mente nata e radicata nella cultura suburbana parigina, dove basket, musica e fashion riescono a compenetrarsi magicamente.

Possiamo però accompagnarlo nel suo universo personale, una dimensione concentrica, che parte dal nucleo di Pigalle, la fortezza che ancora oggi continua ad ispirare la sua vita, nonché il suo estro, per poi diramarsi nella cultura cestistica e nel flusso del design contemporaneo.

Dalle regole non scritte dei playground alle divise della delegazione francese di Parigi 2024, create per Le Coq Sportif, passando per la sinergia di lunga data con Nike e l’incessante impegno dedicato alle nuove generazioni della sua community. Abbiamo avuto la possibilità di esplorare l’immaginario del designer parigino, fatelo insieme a noi.

PIGALLE, L’ESSENZA DI TUTTO

Tra il IX e il XVIII arrondissement della Ville Lumière, le luci hanno sempre avuto un altro tipo di fascino. Un distintivo charme di strada. Uno stile alto, eppure basso. Coraggioso, eppure profondo. È il battito cardiaco delle colorate vene di Pigalle, un ritmo che ha accolto la giovane mente di Ashpool, plasmandola: un’atipica sinfonia che mai ha smesso di muovere i pensieri del 42enne parigino.

“È stata una grande fortuna crescere a Pigalle. L’ho sempre vista come una frontiera tra la Parigi museale che conosciamo, e la Parigi Nord, con tutta la sua energia culturale, i suoi miti e, a volte, le sue rovine. Ho avuto l’opportunità di prendere qualcosa da entrambi i mondi, si sono fusi in maniera organica. Non nutro un senso di nostalgia per la Pigalle più pericolosa del passato, ma allo stesso tempo voglio che mantenga il suo charme. Sono parte del cambiamento di questo quartiere, e voglio assicurarmi che non sia eccessivo. Voglio che chi è nato e cresciuto a Pigalle sia artefice della sua evoluzione”

“La mia passione per lo sport è nata in questo quartiere. Tutti i bambini correvano dietro a una palla da calcio, io ho visto un canestro attaccato ad un ramo. In quel momento mi sono innamorato del basket. Il padre del mio migliore amico, Paul, era originario di New York, quindi ogni tanto andavo con loro in America. Le divise dei major sports USA mi hanno fatto interessare alle combinazioni di colori”

“Lo sport, Parigi e il fashion hanno circondato la mia maturazione. Da piccolo ero molto più timido, quindi osservavo molto. Ho sempre amato le immagini. Lo spirito e l’estetica sportiva, la bellezza della mia città e i suoi differenti stili, le strade della Parigi nord... Tutto questo ha generato il mio immaginario e la mia visione artistica”

“Il più grande risultato che ho raggiunto nella vita è stato riuscire a mettere insieme le persone che sono nate attorno a me, e farle unire per una buona ragione. Non ho mai preparato questo percorso e non sono mai partito dall’idea di creare una community. Però, ho sempre avuto una leadership spiccata: sono stato capitano della mia squadra e ho iniziato molto presto ad allenare i bambini. Avevo 17 anni. Allenare per 10 anni mi ha insegnato come circondarmi di persone. Nel tempo ho imparato a capire come aiutare e creare connessioni salutari non solo con le nuove generazioni, ma con più persone possibili”

MADRE PALLACANESTRO

Esistono poche epifanie in grado di mutare, per sempre, una vita. Nel caso di Ashpool, la sacralità della pallacanestro non si è limitata ad accogliere la sua sete di conoscenza. È riuscita, addirittura, a determinare l’intera evoluzione del suo percorso. Un percorso segnato dalla creazione di un brand ormai iconico, forgiato nell’estetica del ‘Gioco’, come Pigalle, e da una cattedrale nota in tutto il mondo, l’omonimo playground-opera d’arte. Per Ashpool, però, la pallacanestro è molto più di questo, è uno spirito guida vestito da Michael Jordan, su cui basare ogni parte di sé.

“Sono cresciuto durante l’era jordaniana, è stato semplice amare la sua estetica. Parlo delle forme del suo corpo, del suo viso, del suo gioco, della sua attitudine, dello speciale rapporto con Nike e con l’evoluzione del suo design. All’epoca ero interessato alla natura dell’arte in generale, e le due cose andavano a braccetto”

“Per me MJ è diventato una sorta di parente. Non sono mai riuscito ad essere un giocatore pro, ma il basket mi ha dato tanti strumenti per affrontare la vita. Per esempio, quando passo dei momenti difficili, ho una sorta di autodifesa mentale. Penso sempre che, come si può perdere di 15, si può vincere di 1. Quando sento un livello di energia basso, m’immagino una schiacciata pesante in slow-motion. Il Gioco mi segue ogni giorno. Ogni singolo giorno”

PARIS 2024, VISIONS OLYMPIQUES

Elevare l’estetica della propria città e della propria nazione è cosa per pochi. Riuscirci in un’occasione unica, come la massima celebrazione olimpica, è cosa per rari eletti. Pressioni e orgoglio. Istinto e studio. La sinergia con Le Coq Sportif, brand leggendario per ogni strato sociale del popolo francese, è la dimostrazione della chiara visione filosofica di Ashpool, all’incrocio tra alta moda, suggestioni underground e cultura sportiva. Ed è il manifesto di una carriera consapevole tanto del suo passato, quanto del suo presente.

“È stato fantastico quando Le Coq Sportif mi ha chiesto un meeting. Non voglio sembrare presuntuoso, ma quando mi hanno detto della collezione olimpica, mi aspettavo di ricevere quest’incarico. Sono un vero fan dello sport francese, ed è stato incredibile pensare di poter far parte di tutto quello che sta succedendo a Parigi. I tifosi, il clima di festa nazionale, le vibes cittadine... È una sensazione semplicemente fantastica”

“Le Coq Sportif è un brand piccolo, ma iconico ed identitario. Lavorano seguendo un vecchio stile. Ho deciso di produrre la stragrande maggioranza dei capi nel nostro territorio, ed è stata una bella sfida. Se l’avessi affrontata con altri brand e con altre risorse forse tutto sarebbe stato diverso, ma sono anche convinto di essere la persona giusta per innovare l’immaginario di un brand con tutta questa storia alle spalle. Credo che ogni brand leggendario abbia bisogno di persone che abbraccino il suo heritage e che, allo stesso tempo, lo modernizzino”

“Per le divise francesi volevo una tela bianca, mi sono preso del tempo per provare ad immaginarmi ogni singolo design e silhouette. Non voglio mentire, durante il processo creativo non penso troppo allo storytelling. A volte faccio cose che hanno un determinato senso, senza in realtà esserne consapevole. Sono gli altri, che me lo fanno notare. Credo molto nelle idee spontanee e nella loro lavorazione chirurgica in un secondo momento. Il mio lavoro è veramente libero”

“Amo il mio Paese, sono orgoglioso di essere francese. Ma non sono un grande amante delle bandiere in generale. Hanno tutte queste barriere tra colori... Io, invece, sono molto ispirato dalle sfumature, negli ultimi anni le ho usate spessissimo. Quindi la sfumatura è stata da subito un punto d’arrivo. È stato bello giocare, unire il blu o il rosso al bianco, creare nuovi colori. L’identificazione di questa fusione cromatica con il melting-pot nazionale può essere sicuramente una chiave di lettura successiva. Realizzerò solo con il tempo di aver giocato un ruolo in un qualcosa che i francesi ricorderanno ancora tra decenni...”

BIGGER THAN HOOPS

Il passato e il presente di Ashpool sono anche previsioni del suo futuro. Il contatto umano di una partita pick up e l’importanza di un mentore sono solo alcuni degli ingredienti che hanno reso il designer parigino un community-maker, nel vero senso della parola. Pigalle, grazie all’eterna influenza cestistica professata da Ashpool, continua ad essere una piccola culla di James Naismith, dove ogni generazione ha la possibilità di scoprire il mondo attraverso una sfera.

“L’unica ragione per cui mi piace avere dei soldi in tasca è trovare un modo per viaggiare, fermarmi da qualche parte, giocare e incontrare persone. Da giovane cercavo la competitività. Volevo mostrare come giocasse un francese nei playground. Ora voglio solo ridere e connettermi agli altri. Differenti luoghi, età, culture e un pallone da basket: questo è tutto ciò che sogno”

“Posso sempre dare di più, anche alle nuove generazioni di Pigalle. Ho portato un po’ di ragazzi nelle Filippine con me, ma anche in Giappone e in altri luoghi. Ho avuto la fortuna di essere supportato da brand come Nike, e sono grato per questo. Nike mi ha aiutato molto e mi ha permesso di fare ciò che volevo. Anche il campo di Pigalle è stato finanziato da loro. Ad un certo punto, d’altronde, c’è bisogno di soldi per fare cose. Per esempio, recentemente mi è stato chiesto se volessi vendere un quadro con le mani di LeBron che ho appeso in casa. Ho subito risposto di no. Poi ho pensato che, per una certa cifra, l’avrei fatto. Quei soldi avrebbero permesso a me e a tanti giovani di viaggiare inseguendo la pallacanestro”

“Il miglior ricordo che ho è legato ad un canestro filippino. Eravamo sull’isola di Pat, su un lembo di terra circondato da una laguna blu. C’erano solo una famiglia e un campetto. Non potevo credere a ciò che vedevo, era pervaso da un profondo senso di arte. Abbiamo giocato con i ragazzi del posto, è stato un basket hardcore. E ho provato ad insegnare loro qualcosa. Ho anche usato un po’ di trash talking, perché in campo mi piace essere un trashtalker. Non ci siamo dovuti dire niente di che... Mi sono presentato e abbiamo iniziato a giocare. Questa è la magia della pallacanestro”


Ruddy Trobrillant, la libertà dell’energia

Dal running al fashion, viaggio nelle sensazioni e nei progetti di questo storyteller multidimensionale

Curiosità ed energia. Non esistono caratteristiche migliori per evolvere un essere umano. Il percorso personale di Ruddy Trobrillant si fonda su questi due concetti, e sul desiderio di trovare punti di connessione tra universi differenti. Sport, fashion, community, arte... Nella quotidianità di questo multidimensionale creativo parigino svanisce ogni barriera tra questi ambiti, appaiono invece ponti: legami estetici e sensoriali che gli hanno permesso di trovare un posto nel mondo, e di sviluppare una brillante carriera che ha il suo centro gravitazionale nel running.

“Ho iniziato a correre alla fine del 2015, quando lavoravo come modello, e ho subito scoperto nuove sensazioni, nuove emozioni. Così ho spinto. Per un anno ho accompagnato in treno una mia amica al lavoro, tornando a casa correndo per 10 chilometri. Ogni settimana vedevo miglioramenti di tempo e ritmo. Poi ho deciso di unirmi ad una crew e sono stato ispirato dall’impatto della corsa collettiva. Ti dà un’energia diversa, le persone ti supportano, condividono emozioni ed esperienze. Nel 2019, dopo aver provato alcune crew parigine, ho deciso di costituire la mia, POWERUP, che è diventata una famiglia. Grazie a POWERUP ho compreso l’importanza di disconnettermi dal mondo attraverso la corsa. Quando corriamo parlo continuamente, separo il respiro atletico da quello vitale, e mi sento veramente libero. Sento quello che chiunque dovrebbe sentire correndo, e mi rilasso. Amo il running, ma amo anche altri sport, e nella mia vita tutto gravita attorno al concetto di energia. Per questo motivo, nel tempo, ho allargato POWERUP e l’ho resa una community sportiva, aprendola per esempio al basket e al calcio. Il running resterà sempre il focus principale, ma voglio creare un circolo positivo, ispirato allo sport e alla condivisione”

Kanye West, Jean-Michel Basquiat, Pharrell Williams, Thienry Henry. I punti di riferimento di Ruddy Trobrillant sono poliedrici, come la sua cultura. Sono i capisaldi di una personalità contemporanea per definizione, che rifiuta limiti o confini, facendosi ispirare da tutto ciò che la circonda e cercando di spalancare le porte alla diversità. La performance come piattaforma. Il contatto umano come mezzo. La rappresentazione come esempio. Sta in questa magica formula la rivoluzione teorizzata e perfezionata dal parigino negli ultimi anni. 

“Ho sempre amato conoscere tante cose, tanti soggetti, tanti argomenti. Il fashion è sempre stato un universo a me vicino. Da giovane ero uno sneakerhead, il mio Sacro Graal sono ancora oggi le Nike Dunk Vortex. Crescendo, sono entrato presto in contatto con Comme des Garçons, poi ho aperto i miei orizzonti al mondo outdoor e workwear, cercando di connettere i miei progetti a vari brand. Nike, Levi’s, Champion, Oakley, Arc’teryx e, soprattutto, Hoka, sono alcune delle sinergie che ho sviluppato negli anni. La mia curiosità mi porta sempre ad interessarmi al contesto e al significato specifico di un progetto, e credo che questo sia apprezzato dai brand stessi. Parlando di curiosità, è stato questo fattore a spingermi verso il trail. Ero abituato a correre in una metropoli come Parigi, e volevo provare differenti sensazioni nella natura. Oggi porto parigini a correre gare come l’UMTB. Da un lato è divertente, perché mi rende orgoglioso vedere queste persone a contatto con scenari e sensazioni diverse da quelle usuali, dall’altro mi rendo conto che il mio rapporto con il trail ha anche una valenza sociale. Quando ho iniziato a competere ero l’unico ragazzo nero. Il trail mi ha fatto sentire solo, ho perfino subito insulti razziali, ma ho deciso di rappresentare e incoraggiare la diversità. Ho sorriso e continuo a sorridere quando mi capitano situazioni spiacevoli, perché mi sento fortunato e voglio dare il giusto esempio. Voglio che il trail si apra sempre più alla diversità, in tutte le sue forme”

Le forme di Ruddy Trobrillant hanno chiare origini, ma un traguardo distante e ancora sconosciuto. Tra social, ispirazioni estetiche e legami umani, il futuro di questo storyteller moderno continuerà a celebrare la multidimensionalità sportiva, e non solo, provando a plasmare un nuovo territorio, dove tutto è affine e complementare. 

“Instagram e i social mi permettono di creare connessioni stimolanti, di sviluppare il mio occhio e la mia passione per l’estetica fotografica. Fin da piccolo sono stato attirato dalla fotografia, la galleria del mio iPhone o il mio Snapchat sono prove tangibili di quest’ossessione artistica. Questa multidimensionalità mi sta facendo entrare in contatto con persone che sognavo da bambino. Ora posso aiutarle a sviluppare i rispettivi brand e, contemporaneamente, posso sviluppare il mio. Voglio continuare su questa strada. Il mio obiettivo è, semplicemente, restare libero. Oggi sono libero perché le persone credono nel mio expertise e nelle mie conoscenze. Spero continuino a farlo”


Costruire una medaglia d’oro, Marta Maggetti

La lente di Cédric Dasesson ritrae Marta Maggetti, neocampionessa olimpica di windsurf

Costruire una medaglia d’oro vuol dire ascoltare i segreti di un’isola tanto celebre, quanto riservata. Vuol dire unire la vela alle antiche correnti sarde, seguire le loro brezze primigenie, unirsi al flusso di coste che sanno ancora parlare al passato remoto. Vuol dire accettare la bellezza e i suoi eterni enigmi, mettere radici nella solitudine e nella consapevolezza, seguire l’esempio di miti identitari.

“Dedico la medaglia d’oro a Gigi Riva”. Queste le prime parole di Marta Maggetti da neocampionessa olimpica di windsurf, nella classe IQ Foil. L’anima, il simbolo sportivo di Cagliari, e della Sardegna tutta, che risplende nelle acque di Marsiglia, così come nell’olimpo di Parigi 2024. La memoria di un leader silenzioso per celebrare il più alto riconoscimento sportivo, per aumentarne il significato.

Costruire una medaglia d’oro vuol dire omaggiare la propria essenza, e chi ha aiutato a plasmarla. Vuol dire portare il Golfo di Cagliari nel mondo, dimostrare la risoluta testardaggine di una terra fiera, che mai potrà essere amata quanto da chi le appartiene. Vuol dire elevare il proprio stato mentale, le proprie sensazioni, e trasporle in una dimensione nuova, ma usuale. Quella di casa.

La lente di Cédric Dasesson ci fa immergere nell’intimo cosmo acquatico di Marta Maggetti, windsurfista italiana classe ’96 che ha conquistato uno storico oro olimpico a Parigi 2024. Una sinergia visuale che viene esaltata dalle comuni origini sarde.