A sky full of tennis - Geon Yang
Nel visione aerea di Geon Yang, un campo da tennis non è mai soltanto un campo. È una distesa di colore che si infrange contro il brusio del cemento cittadino
Un frammento sospeso tra gli edifici. Una geometria così precisa da risultare impossibile da ignorare. Dall’alto, dove lo sguardo raramente si sofferma, la coreografia familiare del tennis si trasforma in qualcosa di vicino a un sogno grafico.
Con base a Seoul, Geon Yang ha costruito un linguaggio visivo insieme austero e delicato — capace di spogliare il gioco fino ai suoi elementi più puri, per poi lasciare che l’emozione fiorisca nell’essenza. Le sue fotografie non si limitano a documentare lo sport: lo reinventano, trasformando i campi in tele e le partite in meditazioni visive. In questa conversazione ci sa raccontato il momento in cui un campo blu, quieto e luminoso, gli ha catturato il suo sguardo come un’oasi nel cuore della città, e il romanticismo silenzioso di vedere il tennis come un incontro tra design e sentimento.


Oggi sei conosciuto per le tue immagini aeree del tennis, minimali e geometriche. Tornando all’inizio, cosa è arrivato per primo per te: lo sport, la fotografia o il fascino di guardare il mondo dall’alto?
“Mi hanno affascinato tutti e tre nello stesso momento. Un giorno, nove anni fa, mi è capitato di osservare il centro della città attraverso la vista satellitare di un’app di mappe. In mezzo agli edifici grigi, intricati e un po’ cupi, un campo da tennis blu brillava come un’oasi nel deserto. Le linee bianche, ordinate come una griglia, erano disposte su una superficie rettangolare e piatta, e sopra di essa le palline da tennis e i movimenti delle persone emergevano in tre dimensioni.
Oggi lavoro come visual designer. Quando ero studente, imparare i tre elementi fondamentali del design — punto, linea e superficie — e la bellezza generata dal ‘contrasto tra il piano e il tridimensionale’ non mi colpiva davvero. Ma nel momento in cui ho visto quella scena attraverso la vista satellitare, ho compreso profondamente cosa significasse davvero quella bellezza formale che avevo studiato nei libri. L’impatto visivo è stato così forte che ho comprato subito un drone e da quel momento ho iniziato a fotografare campi da tennis.”
Prima dei campi da tennis e dei droni, cosa fotografavi o disegnavi? Eri già attratto da griglie, pattern e forme pulite, oppure è arrivato dopo?
“Non avevo un soggetto preciso che volevo fotografare. Però credo di aver sempre premuto l’otturatore quando un oggetto sembrava qualcos’altro. Guardandomi indietro ora, mi rendo conto che già allora ero profondamente attratto dalle forme interessanti degli oggetti e da quei momenti inconsueti che stimolano l’immaginazione.”
Tra tutti i possibili soggetti della fotografia aerea — città, strade, paesaggi — perché il tennis è diventato così centrale nel tuo lavoro?
“Il campo da tennis blu, perfettamente incastonato nel paesaggio urbano grigio, mi è sembrato una sorta di ‘cielo azzurro’. Lo sguardo del drone era rivolto verticalmente verso il suolo, ma paradossalmente mi sembrava di guardare verso un cielo blu, perdendomi nell’immaginazione. È stata proprio quella sensazione peculiare ad attirarmi verso i campi da tennis.”


C’è stato un momento preciso in cui hai capito il fascino del tennis visto dall’alto?
“È successo quando ho fatto volare per la prima volta un drone e ho ripreso un campo da tennis da una perfetta vista zenitale. Nel momento in cui ho guardato lo schermo, ho sentito che si trasformava da semplice fotografia di uno spazio a immagine grafica.”
Le tue immagini appaiono molto minimali e controllate: superfici piatte di colore, linee precise, figure minuscole. Come si è sviluppato questo linguaggio visivo?
“Attraverso il mio amore per la fotografia ho sperimentato molti stili diversi. Però, quando in seguito riordinavo le mie foto, mi accorgevo di tornare sempre non a quelle che spiegavano tutto perfettamente, ma a quelle che contenevano solo indizi minimi e frammenti da cui la mia immaginazione iniziava a muoversi. Da lì, ho iniziato naturalmente a eliminare dal frame tutte le informazioni superflue. Attraverso questo processo — lasciare solo linee, superfici e colori — il mio lavoro si è evoluto fino a raggiungere l’attuale linguaggio visivo minimale.”
Qual è la prima cosa che cerchi quando componi uno scatto dal cielo?
>“La primissima cosa che cerco quando faccio volare un drone è il ‘vuoto’. Credo che il vuoto sia quello spazio negativo capace di accendere l’immaginazione. Quando scopro uno spazio negativo interessante, aspetto di vedere quale immaginazione e quale storia potrà dispiegarsi al suo interno prima di premere l’otturatore.”


Quali sono i vantaggi unici dell’utilizzo del drone?
“Il vantaggio più grande è l’assoluta ‘estraneità dello sguardo’. Anche se la fotografia con drone è diventata più comune negli ultimi anni, una perfetta vista verticale resta ancora una prospettiva che nella vita quotidiana difficilmente si sperimenta. Per questo anche spazi molto familiari si trasformano all’istante in palcoscenici surreali. Il ritmo dello spazio, le relazioni tra gli oggetti e i pattern geometrici invisibili da terra emergono con grande nitidezza dall’alto.
Un altro aspetto che per me ha un fascino profondo è il senso di pace che mi regala. Quando faccio fluttuare il drone a 100 metri e guardo verso l’orizzonte, si apre un cielo vasto e mozzafiato; quando invece guardo dritto in basso, edifici enormi e persone sembrano piccoli giocattoli. Guardare il mondo così, dall’alto, fa sì che anche le grandi e piccole preoccupazioni che porto con me nella vita quotidiana sembrino all’improvviso più leggere. Per me, far volare un drone offre una pace che va ben oltre la pratica artistica.”
Dall’alto, i giocatori sembrano minuscoli, quasi come pedine su una scacchiera. Eppure le tue immagini restano emotive. Cosa pensi della possibilità di catturare sentimenti da una prospettiva così distante, quasi “fredda”?
“In realtà penso che ci siano emozioni che risuonano ancora più fortemente proprio grazie alla distanza. Guardando dall’alto non si vedono le espressioni dettagliate del viso dei giocatori né le gocce di sudore, ma attraverso la loro posizione sul campo, i movimenti dinamici e la distanza tra di loro si rivelano pienamente la tensione e le relazioni che dominano quello spazio.”
Il tennis è uno degli sport che più si avvicina al concetto di design: linee misurate, dimensioni standardizzate, geometrie che si ripetono in tutto il mondo. Cosa ti attira come artista visivo?
“I campi da tennis mantengono dimensioni standard e una forma simile ovunque nel mondo. Eppure, all’interno di questa struttura identica e controllata, nascono immagini completamente diverse a seconda dell’angolazione della luce, del colore del campo, del movimento umano, della stagione, del clima e dell’ambiente circostante. Il fatto che da una rigidità universale possano sbocciare infinite variazioni è qualcosa che trovo affascinante.”


Dove si colloca il confine tra sport e design?
“Dal mio punto di vista, il confine tra i due si dissolve. Quando guardo un campo da tennis attraverso l’obiettivo, vedo un’arena sportiva intensa, ma allo stesso tempo anche un grande layout grafico. Per questo la mia fotografia consiste proprio nell’attraversare liberamente entrambi i mondi: catturare lo sport e, allo stesso tempo, portare alla luce il design nascosto.”
L’eleganza del tennis influenza il tuo lavoro?
“In modo profondo. L’ordine elegante e l’equilibrio intrinseci al tennis sembrano filtrare naturalmente nell’atmosfera complessiva, misurata e contenuta, della mia fotografia.”
Esiste un luogo dei sogni — un campo preciso, un torneo celebre, un rooftop, una città — che vorresti fotografare dall’alto?
“A dire il vero, più che avere in mente un luogo specifico, amo e attendo i momenti in cui scopro per caso nuove immagini in posti del tutto inaspettati e sconosciuti. Tuttavia, come fotografo di droni, custodisco sempre il sogno di riuscire un giorno a catturare tutti e quattro i campi del Grande Slam — Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open — attraverso la mia personale prospettiva.”

Fila, o di forme sportive
Arrivare a Biella significa entrare in un paesaggio che non ha mai completamente smesso di pensarsi come industriale, e di evolversi come tale. A seguire il corso del Torrente Cervo è un senso di continuità materiale, di saperi radicati nella storia umana, non solo professionale, di questa porzione d’Italia, riconosciuta da sempre come zenith tessile e manifatturiero della nazione. Solo se pienamente calato dentro questa continuità culturale, un brand come FILA diventa leggibile nella sua completezza.
Osservata da lontano, la F più celebre del panorama streetwear e sportswear globale tende a scomporsi in immagini isolate: la rivoluzione bionda di Borg, le sneaker a trazione cestistica anni Novanta, Tupac, la casual culture inglese, e ancora, avvicinando la lente alla contemporaneità, le collaborazioni con designer e brand apicali… Una lunga sequenza che si ricompone in qualcosa di più complesso: non una traiettoria monodirezionale, ma un’evoluzione variegata, fatta di contaminazioni da/per mondi diversi, tenuti insieme da un rapporto costante con il corpo e con la sua rappresentazione. Con le forme sportive.






Radici | Prima dello sportswear
Il punto di partenza FILA è noto, ma spesso dimenticato: FILA non nasce nello sport. Nel 1911 è un’impresa tessile, una delle tante a popolare lo scenario biellese, e resta tale per decenni. Maglieria e intimo. Il corpo si pone al centro della ricerca FILA fin dalla sua genesi, ma non è ancora il corpo performativo dello sport moderno. È un corpo quotidiano, funzionale, attraversato da esigenze distanti dalla performance atletica.
Quando FILA fa il suo ingresso nell’immaginario sportivo, lo fa come entità che conosce già a fondo lo spartito muscolare. Lo dimostrano i primi pezzi osservabili nel FILA Brand Experience Center, spazio espositivo incastonato nel cuore di Biella. Un doppio binario di teche custodisce una serie di prime volte, a partire dalla White Line, lanciata nel 1974. Il momento in cui, semplicemente, muta il tennis. Siamo in un contesto unico: l’avvento della tv, l’aumento dell’allure popolare di uno sport ritenuto a lungo elitario, la discesa in campo di personalità più grandi della disciplina stessa… In questo vortice di progresso, il corpo dell’atleta comincia ad essere osservato non solo per ciò che fa, ma per come appare. La White Line intercetta esattamente questo rovesciamento di un ordine ampiamente costituito.





Borg | Nuove visioni tennistiche
Björn Borg è la figura che stabilizza questa transizione. Ci riesce per la sua capacità di polarizzare le attenzioni globali sulla propria, mirabolante, ascesa sportiva, certo, ma anche perché l’estetica del mito svedese risulta perfettamente compatibile con un nuovo sistema visivo in costruzione. La collezione disegnata per lui da Pierluigi Rolando, la White Line, per l’appunto, diventa oggetto centrali di questa trasformazione: ovvero, dell’annullamento dei confini tra ciò che può essere indossato in campo e all’esterno di esso. Un processo sospinto dalla sempre più incipiente attenzione mediatica.
FILA aziona un meccanismo estetico-culturale, oggi divenuto paradigma: per la prima volta, in modo così evidente, un capo tecnico mantiene il suo legame con la prestazione, ma comincia a circolare anche altrove, grazie a dettagli grafici e affascinanti schizzi cromatici. Non è ancora moda, almeno non nel senso più stretto del termine. Lo sarà, arrivando persino a penetrare la pop culture, come dimostra l’apparizione della White Line in un film cult del cinema moderno: i Tenenbaum, firmato da Wes Anderson. All’inizio degli anni ‘70, la White Line mostra la via: la possibilità di poter estrapolare un capo dal suo contesto originario, quello atletico, o di osservarlo con una lente diversa, più ampia.





Espansione | Oltre le categorie
Superando le trame tessili di questo mito fondativo, una delle cose che emergono con maggiore chiarezza osservando, nel suo insieme, il flusso temporale FILA è l’impossibilità di poterlo classificare per categorie. Contiguamente alla White Line, il marchio si espande nei 70s verso lo sci, l’alpinismo, il nuoto. Lo rivelano, per esempio, le tute da sci, indossate da un gigante della velocità come Ingemar Stenmark. I materiali utilizzati, soluzioni avanguardistiche per epoche ancora pioneristiche, mai fanno ritorno alla sola, pura funzione, mettendo in comunicazione qualità pratiche e presenza estetica.
Ne scaturiscono i primordi di un nuovo rapporto con l’outdoor: una dimensione che non era ancora inglobata nel consumo urbano, distante anni luce dalla condizione attuale, ma in grado di palesare una propria aura epica e un’apertura a ciò che, poi, sarebbe stato. Reinhold Messner, legato a FILA negli anni delle grandi imprese himalayane, in particolar modo alla sua prima ascesa dell’Everest senza ossigeno, ne è la quintessenza. Giacche dalle sembianze di armature colorate e prototipi visionari si susseguono nei corridoi del FILA Brand Experience Center, raccontando un’epoca in cui FILA può ancora permettersi d’interpretare, da zero: di entrare nel discorso pubblico in un modo personalissimo e sportivo, costruendo, capo dopo capo, testimonial dopo testimonial, una costellazione più ampia.



Contiguità | Definire sottoculture
Negli anni Ottanta e Novanta, FILA viene scelta dalla casual culture britannica, dove il marchio diventa un segno di appartenenza sulle terraces, le gradinate degli stadi, così come in tutto ciò che il fenomeno hooligan porta all’esterno di esse, nel bene e nel male. Parallelamente, negli Stati Uniti, la F si inserisce nella cultura hip hop e nel circuito della NBA. Due sottoculture, quella dei codici stilistici da stadio e l’incrocio dei filoni manifesto dell’espressione afroamericana, all’apparenza inconciliabili tra loro, eppure rese affini e contigue da un’eccellenza italiana.
Le GH, scarpe associate a Grant Hill, personaggio di culto per un’intera generazione di appassionati di basket ed elegantissimo interprete del Gioco, diventano oggetti che circolano tra parquet, strada e, soprattutto, scena rap/hip-hop. In questo contesto, si inserisce un episodio cardine degli annali FILA: quello relativo a Tupac. La sua apparizione con FILA, poco prima della tragica morte, non nasce da una strategia strutturata. È, viceversa, un’adozione spontanea e, proprio per questo, simbolica. Dopo la sua scomparsa, le immagini con le GH2 ai piedi si fissano nella memoria collettiva, trasformando un prodotto sportivo in un feticcio, in un sacro graal.
FILA assume, definitivamente, i connotati di un marchio di culto: un brand periodicamente attivato, o riattivato, da comunità diverse, che ne riconoscono pezzi differenti di storia e profonde radici, oltre che un’altrettanto marcata autorità, nell’immaginario sportivo. Basta un momento, quel momento, per catapultare FILA ai vertici della stratosfera visuale mondiale: al picco di un nuovo sistema, dove sport, musica e strada risultano, ormai, indistinguibili.



Stratificazione | Un archivio vivo
La visita prosegue tra gigantografie di altre icone assecondate da FILA, come Sara Simeoni, Giovanni Soldini o i fratelli Klitschko, confluendo in un intero atlante di collezioni, o capi specifici, dedicati ad imprese olimpiche, atletiche e umane a tutto tondo. Prima di un balzo nella contemporaneità, c’è tempo per ammirare i contatti del brand con altre entità calcistiche: Maradona, West Ham e Fiorentina su tutte. Poi, una serie di adv iconici e, infine, l’epopea contemporanea, dove la tradizione biellese abbraccia la visione coreana, in uno scambio reciproco, basato sul rispetto dell’heritage e dell’identità.
Questo si avverte nel gran finale della nostra visita, garantito dall’accesso al monumentale Archivio FILA: uno spazio magico, allestito come un sistema di raccolta, e messa a disposizione, di forme senza tempo, continuamente interrogabili. A designer e ricercatori è dato attingere da quest’infinito catalogo materiale proprio come da una biblioteca visiva. La verità che emerge, sfogliando collezioni e divise, è che, a differenza di altri brand, FILA non costruisce una nuova identità ogni volta che cambia contesto. Mai l’ha fatto. Stratifica. Contamina. Trasla, evitando superficiale nostalgia o copia e incolla.



Futuro | Pietre miliari e direzioni
Negli ultimi anni questa profondità di simboli ed echi culturali è stata riattivata con chiarezza proprio dal sistema fashion. Il caso più clamoroso è Fendi Mania: nato dal mash-up grafico dell’artista e influencer Hey Reilly, il progetto viene poi assorbito da Fendi con il placet di Karl Lagerfeld, fino a trasformarsi in uno dei momenti più vistosi della logomania di fine anni 10s. Nel passato prossimo e nel presente, FILA continua a dialogare con le passerelle internazionali: Y/Project a Parigi nel 2021, Roksanda a Londra nel 2022, e soprattutto Haider Ackermann, che nel 2022 porta a Manchester una collezione per FILA. La stessa Fondazione riassume questo ciclo come una sequenza di contaminazioni fra Milano, Parigi, Londra e Manchester.
A queste operazioni programmatiche, si aggiunge FILA+, la linea contemporanea affidata a Lev Tanju, fondatore di Palace, un ennesimo fastforward nel divenire del brand, eternamente ancorato all’equazione ‘ciò che è stato, può tornare ad essere’. In questo senso, dire che i designer contemporanei traggano ispirazione all’archivio FILA non è una formula generica. Forse, ripartendo da Biella, è proprio questo il dato più chiaro: FILA non è una storia da riassumere, ma un sistema di relazioni da attraversare, uno studio, ancora aperto, sull’immaginario sportivo e sulle sue possibilità. Il suo passato che diventa futuro. Il suo futuro che ascolta il passato. Un presente fatto di pietre miliari che continuano a trovare nuove direzioni e significati, mantenendo intatti quelli originali.



Mountains of Milano, Mountains of Vibram
Un’esperienza ad alta quota che insegna a guardare con occhi nuovi i luoghi che abbiamo sempre avuto davanti
Il traffico di Milano scorre veloce, distratto, come se l’orizzonte finisse dove terminano i palazzi. Eppure basta alzare lo sguardo nelle giornate limpide per accorgersi che la città non è sola: tutt’intorno, quasi a custodirla, si alzano catene montuose che da secoli rappresentano un confine naturale e allo stesso tempo una promessa di evasione. È da questa consapevolezza che nasce ‘Mountains of Milano’, un progetto con cui Vibram ha deciso di riportare l’attenzione su un patrimonio naturale spesso dato per scontato: le montagne che circondano Milano. Luoghi che milioni di persone hanno a poche ore da casa, ma che troppo spesso restano fuori dal radar della vita quotidiana.
L’idea alla base del progetto è semplice quanto potente: ricordare che l’avventura non deve necessariamente iniziare in luoghi lontani, ma può cominciare molto più vicino, su quelle cime che si intravedono all’orizzonte quando l’aria si fa tersa, dopo un temporale. Allo stesso tempo, ‘Mountains of Milan’ nasce con l’obiettivo di riportare al centro la cultura della montagna e il tema della sicurezza. Frequentare questi ambienti non significa semplicemente seguire una crescente tendenza outdoor, ma entrare in un ecosistema complesso, che richiede preparazione, consapevolezza e rispetto.
In un momento in cui sempre più persone lasciano le città per cercare spazi aperti, e il connubio di silenzio e movimento, la montagna rischia talvolta di apparire più accessibile di quanto sia realmente. In realtà, come ricordano spesso gli alpinisti più esperti, non è la distanza a determinare la difficoltà di un ambiente naturale, ma il modo in cui lo si affronta. Con Vibram, abbiamo avuto la possibilità di trascorrere una notte al Rifugio Albani, ai piedi del massiccio della Presolana. Ed è proprio in questo contesto che l’incontro con Hervé Barmasse assume un significato particolare, perché la sua visione dell’esplorazione coincide in modo naturale con lo spirito del progetto.
“Non serve volare in Nepal o in Patagonia per confrontarsi con un ambiente serio: le cime che circondano Milano, le stesse che molti frequentano nei fine settimana, possono richiedere la stessa attenzione e lo stesso rispetto delle grandi montagne del mondo”
— Hervé Barmasse
Questa attenzione per la sicurezza e per la qualità del movimento è parte integrante anche della storia Vibram, un’azienda che ha costruito la propria identità sul rapporto diretto tra l’uomo e il terreno. La suola Vibram non è un elemento pensato per attirare lo sguardo, ma qualcosa che si percepisce passo dopo passo, quando il terreno cambia, quando la roccia diventa instabile o, ancora, quando la fatica rende ogni appoggio più delicato.
La storia stessa dell’azienda racconta un legame profondo con queste montagne. Il fondatore, Vitale Bramani, era solito raggiungerle partendo da Milano con un autobus, molto prima che il tema della sostenibilità entrasse nel vocabolario contemporaneo dell’outdoor. Un gesto semplice, che racchiudeva già una visione precisa: la montagna non come destinazione lontana, ma come territorio da vivere, rispettandolo e costudendolo.
Le cime che circondano Milano non sono semplicemente uno sfondo lontano, ma un invito continuo a rallentare e uscire dalla routine. A riscoprire il valore di un movimento consapevole. Ed è forse proprio questa la lezione più importante che arriva dall’esperienza trascorsa con Vibram: l’avventura più autentica non è necessariamente quella che ci porta più lontano, ma quella che ci insegna a guardare con occhi nuovi i luoghi che abbiamo sempre avuto davanti.






















Un caleidoscopio atletico
Le composizioni visuali di Geoff Lowe e Kiara Cherubini ci illustrano la magia dei World Athletics Indoor Championships
Visti o ritratti da differenti prospettive, i World Athletics Indoor Championships continuano a restituire la stessa, abbacinante percezione. L’inusuale sensazione di osservare il mondo attraverso un caleidoscopio, di assistere ad una molteplicità di strutture simmetriche per sogni, catene muscolari e cromie emotive, asimmetriche per gestualità e, come vuole il senso stesso dello sport, esiti finali. Un multiverso atletico in miniatura, che negli ultimi giorni si è mostrato al pubblico della Kujawsko-Pomorska Arena di Toruń, Polonia, racchiudendo in poche centinaia di metri quadri la massima espressione fisica del corpo umano.
L’indagine estetica condivisa da Geoff Lowe e Kiara Cherubini non mette tanto in luce medaglie, tempi e misure, ma l’essenza di questo palcoscenico internazionale dell’atletica e l’effetto magnetico scatenato dai suoi protagonisti.






















Un'architettura del Benessere - New Balance Run House
il running contemporaneo ha bisogno di spazi in cui rallentare. Spazi in cui il corpo non sia trattato solo come macchina da ottimizzare, ma come territorio da ascoltare. Spazi come la New Balance Run House
“In New Balance crediamo che la corsa sia molto più di una semplice performance: è connessione, riflessione e condivisione.” C’è qualcosa di profondamente romano, e forse anche profondamente umano, nelle parole di Bruno Laroque, Senior Director of Brand Marketing EMEA: l’idea di fermarsi e riflettere, in una città che è da sempre sinonimo di stratificazione di tempi, di rovine, di diversi percorsi di vita.
A Roma, durante il weekend della maratona, tutto sembra muoversi verso una sola direzione: il traguardo. Le strade vengono chiuse, i pensieri si assottigliano, il corpo entra in quella zona sospesa in cui ogni gesto inizia a misurarsi con l’attesa di partire. Eppure, nel cuore di questa tensione collettiva, New Balance ha scelto di costruire uno spazio che andava in senso opposto: non verso l’accelerazione, ma verso la pausa; non verso l’urgenza, ma verso la cura.
In occasione della Maratona di Roma 2026, il brand ha trasformato le storiche Corsie Sistine nella New Balance Run House, restituendo per tre giorni a questo luogo la sua funzione primordiale, attraversandone i secoli senza perdere significato: rigenerare e curare. Affacciata sulle rive del Tevere, questa sala rinascimentale fu costruita come uno dei primi ospedali municipali al mondo. Un luogo nato per la cura del corpo e per la necessità del recupero. Riportarlo oggi dentro il mondo del running è un gesto che non è solo scenografico, ma simbolico: quello di ricordare che anche la corsa, prima di essere prestazione, è relazione con il proprio corpo. E che ogni corpo, per andare lontano, ha bisogno di ascoltarsi.
Un evento volto a suggerire una visione più ampia della corsa: una pratica che non si esaurisce nel cronometro, che non coincide soltanto con il giorno della gara, ma comprende tutto ciò che le sta attorno: la preparazione, il recupero, la conversazione, la presenza degli altri. Principi resi tangibili attraverso workshop, esperienze immersive e community run che hanno dato forma a un ecosistema in cui sport, cultura e appartenenza potessero convivere.
Riportando le Corsie Sistine alla loro funzione originaria, New Balance non ha semplicemente riaperto uno spazio storico: ne ha riattivato la memoria. Dimostrando che un luogo pensato per la cura può ancora parlare al presente, anche dentro la cultura sportiva contemporanea. E che, forse, la vera innovazione oggi non consiste soltanto nel rendere un runner più veloce, ma nel ricordargli che prendersi cura di sé è parte integrante del movimento.









Ring of Fire | Expanding the Trail
Saremo Media Partner di un evento trail running, plasmato da Rayon Vert e Arc’teryx, che non si limita ad essere tale, attecchendo nel vasto e profondo spettro culturale che circonda questa disciplina
The taste of love is sweet / When hearts like ours meet. Il fulcro lirico di Ring of Fire, pezzo di Johnny Cash divenuto monumento musicale, combacia con, ed esalta, l’essenza dell’omonimo evento plasmato dal connubio Rayon Vert-Arc’teryx.
Il sapore dell’amore è dolce. Anche quello della passione. Ma si trasformano in qualcosa d’altro, quando subentra il processo di loro condivisione, ed espansione. Questo accadrà tra l’8 e il 10 maggio nei sublimi scenari naturali piemontesi, per l’esattezza presso La Campeggia, Costa Vescovato, dove Ring of Fire diventerà ben più di una suggestione, trasformandosi in un tracciato circolare, per l’appunto, in cui l’atto fisico si paleserà come fuoco intenso, vivo, pronto ad essere alimentato, e ad alimentare a propria volta, una serie di dimensioni parallele.
Cultura. Relazione. Territorio. E ancora, eccellenze locali, cura ambientale, camping collettivo, democratizzazione sportiva e arte infusa in ogni sua forma. Felix Arseneau, Senior Manager, Community Marketing - EMEA di Arc’teryx e Andrea Ferrari, mente-parte del progetto ibrido, nonché community, Rayon Vert, introducono un evento che nel trail vede il proprio punto di partenza, e in ciò che lo circonda, il vero, troppo spesso dimenticato, punto d’arrivo.
Athleta Magazine sarà Media Partner ufficiale di questo significativo appuntamento aperto a tutti, a cui potete iscrivervi a questo link. Un appuntamento che lasciamo raccontare a coloro che l’hanno definito, in tutta la sua multidimensionalità.


Partiamo dal nome dell'evento stesso, Ring of Fire. Cosa vuole simboleggiare questo nome e, allo stesso tempo, cosa rappresenta per Arc'teryx il connubio con una realtà come Rayon Vert?
Felix Arseneau: “Il nome Ring of Fire è un riferimento diretto alla canzone di Johnny Cash con lo stesso titolo, in cui la passione viene descritta come un ‘anello di fuoco’. Per noi diventa una metafora della corsa stessa: una forza circolare che ti attrae e ti trascina dentro. È un’espressione fisica della passione: attrazione, slancio e quel sottile equilibrio costante tra controllo e abbandono. Rayon Vert è il partner che ci aiuta a dare forma a questa energia. A volte travolgenti, altre disciplinati, incarnano l’equilibrio tra istinto e struttura che definisce gli sport di endurance. Sono una delle community chiave su cui facciamo affidamento in questa regione, e il loro coinvolgimento è ciò che conferisce a progetti come questo autenticità e naturalezza. Collaborazioni di questo tipo ci permettono di entrare in relazione con le nostre community in modo radicato e realmente condiviso.”
E cosa rappresenta, invece, per Rayon Vert la sinergia con Arc’Teryx?
Andrea Ferrari: “Rayon Vert è un progetto che si muove su più livelli: da una parte in modo orizzontale, attraversando ambiti diversi, dall’altra con alcune verticalità più precise. Fin dall’inizio ci siamo lasciati guidare da influenze molteplici. Siamo persone di città, ma che hanno sempre mantenuto un legame forte con l’aria aperta, spesso radicato nell’infanzia e nella frequentazione della montagna. Questo doppio registro, urbano e outdoor, è entrato naturalmente nel progetto. La musica, per esempio, è sempre stata centrale, così come la grafica, le zine… Un’estetica che potremmo definire a tratti punk, a tratti pop. Il nome ‘Ring of Fire’ nasce proprio da questo immaginario: è un riferimento diretto a Johnny Cash. L’idea era evocare un loop, qualcosa di ipnotico, come il testo della canzone, e accostarlo alla dimensione del trail running, che ha in sé una componente profondamente immersiva e ripetitiva. In generale, siamo persone molto dirette: ci interessa mantenere un approccio poco rigido allo sport e allo spazio che lo circonda. Il trail, per noi, deve restare un medium accessibile, democratico, aperto anche a chi non è un atleta ma semplicemente un appassionato. In questo senso, il rapporto con Arc’teryx è interessante perché ci permette di agire come facilitatori: sia avvicinando il brand a comunità meno visibili, fatte di appassionati e non necessariamente di figure ‘note’, che offrendo a questi appassionati la possibilità di entrare in contatto con un grande brand. È uno scambio che arricchisce entrambe le parti. Arc’teryx, negli ultimi tempi, si sta muovendo in modo molto allineato a questa visione: meno esposizione sensazionalistica, più presenza discreta ma significativa. ‘Ring of Fire’ si inserisce proprio in questa direzione, così come altri progetti futuri: creare occasioni autentiche di incontro e avvicinare al brand persone che normalmente non verrebbero intercettate da dinamiche di marketing più tradizionali.”


“We believe in SOMETHING ELSE: Trail running as a cultural, relational, and territorial experience.” Prendendo come spunto questo statement, alla base di Ring of Fire, come descriveresti la filosofia alla base del rapporto tra Arc'Teryx e la dimensione del trail running?
Felix Arseneau: “Muoversi rapidamente ed efficientemente sui nostri piedi in ambiente alpino è il modo in cui troviamo la connessione più profonda con noi stessi, con la nostra community e con gli ambienti che amiamo di più. Il nostro ruolo è entrare nelle montagne e nei paesaggi locali con cura e rispetto. Lo facciamo mantenendo un focus autentico sulla performance, lasciando allo stesso tempo emergere le storie umane che la attraversano — dando alla narrazione maggiore profondità, verità e significato.”
La filosofia di Rayon Vert, invece?
Andrea Ferrari: “Parto da lontano. Mio padre ha fatto trail running quando ancora non era un fenomeno diffuso. Viveva in Valle d’Aosta e partecipava a gare in un momento in cui erano esperienze quasi pionieristiche. Oggi il trail è cresciuto moltissimo: le gare sono sempre sold out, la partecipazione è altissima, ed è sicuramente un bene. Allo stesso tempo, però, abbiamo avuto la sensazione che si sia un po’ diluito il rapporto con il territorio. Ricordo, per esempio, una notte sul percorso del Tor des Géants: c’erano pastori che offrivano vino e formaggio, persone che vivevano il passaggio degli atleti come un momento condiviso: non performativo, ma profondamente sentito. Oggi spesso arrivi, corri e riparti: il territorio diventa quasi una scenografia. L’idea alla base di ‘Ring of Fire’ è provare a ricucire questo legame. È un’idea prima di tutto concettuale: spostare temporaneamente il focus dalla sola performance e riallacciare un dialogo con il luogo che ospita l’evento. Per questo abbiamo immaginato qualcosa che si sviluppasse su più giorni, dando alle persone il tempo di ambientarsi, vivere il contesto, entrare in relazione con realtà locali. Anche elementi apparentemente secondari, come il pacco gara, possono diventare occasione per coinvolgere produttori e artigiani del territorio, invece di limitarsi a gadget standardizzati. Il trail resta uno sport e richiede preparazione, ma non è solo questo. È anche tempo passato fuori, paesaggio, incontri. In un contesto in cui passiamo gran parte delle nostre giornate davanti a uno schermo, stare cinque o sei ore in natura è già di per sé un valore. È questo che vogliamo rimettere al centro.”
Il rapporto di cui parlavamo nella domanda precedente si espliciterà nei giorni de La Campeggia, permettendo ai trail runner, e non solo, d'immergersi in attività multidimensionali, profondamente connesse al territorio. Che ruolo gioca il territorio locale, applicato alla sfera sportiva, nella vision Arc'Teryx? E come mai avete deciso di evidenziare ed elevare delle esperienze tipiche di questa zona di Piemonte?
Felix Arseneau: “I paesaggi del Piemonte offrono tutto ciò che serve per un’esperienza trail significativa: terreni vari, punti di accesso facilmente raggiungibili da Milano e scenari che cambiano continuamente, sorprendendo a ogni passo. È un territorio che invita all’esplorazione, ma che richiede rispetto. Allo stesso tempo, Milano rimane per noi un punto centrale: un luogo che offre strumenti e opportunità a chi ci vive e lavora, ma che — nel raggio di 40–60 km — consente un accesso rapido a una topografia di livello internazionale, capace di nutrire e ristabilire l’equilibrio tra dimensione professionale, atletica e psicologica. Crediamo fortemente nell’unicità di Milano come nodo urbano che, nel tempo, ha sviluppato una rete densa di relazioni con i territori naturali circostanti e le loro comunità, che ancora conservano un carattere autentico e in gran parte incontaminato. È proprio questo scambio continuo tra città e natura a generare valore, energia e benessere.”
Il punto di vista Rayon Vert su questa dimensione territoriale dell’evento?
Andrea Ferrari: “Nel mondo outdoor esiste una forte concentrazione su luoghi iconici, spesso già molto frequentati anche a livello internazionale. Ma in Italia esistono territori straordinari ovunque, spesso meno raccontati. Le Valli Tortonesi, così come altre zone simili, per esempio la Val Trebbia, sono luoghi bellissimi che però hanno vissuto una progressiva disconnessione tra generazioni: i più giovani si sono spostati verso le città, molte case sono vuote, e si è in parte interrotto quel processo di cura e continuità che rende vivi questi territori. La Campeggia è un esempio virtuoso in questo senso. È una realtà che sta lavorando proprio per ricucire questo rapporto: giovani che tornano, comunità locali che si riattivano, nuove energie che si intrecciano con quelle esistenti... Per noi è un luogo simbolico, perché rappresenta la possibilità di riattivare un dialogo tra generazioni e tra persone e territorio. Ma è anche, semplicemente, un posto straordinario in cui correre: ricco di sentieri, mantenuti da chi li vive quotidianamente. È un modello di turismo che ci interessa: non un approccio estrattivo, che prende il meglio e poi se ne va, ma una presenza che entra in relazione con il luogo, con le persone e con le attività che lo abitano.”



Proseguendo la domanda precedente, prima, durante e dopo l'evento sarà data molta importanza ad attività specifiche, legate al mantenimento e alla pulizia delle zone coincidenti con il percorso di gara. Quanto è importante, per un brand come Arc'Teryx e per l’intero movimento trail, porre un forte accento su questo tipo di responsabilità condivisa?
Felix Arseneau: “Un senso di responsabilità condivisa è stata un principio cardine di questo progetto fin dall’inizio. Progettiamo esperienze che puntano a un impatto nullo, o addirittura positivo, sui territori che attraversiamo. E quando un’iniziativa è a impatto neutro, è perché abbiamo volutamente creato momenti che restituiscono valore nel tempo — riflettendo il nostro obiettivo di lasciare ciò che troviamo in condizioni migliori per il domani e per le generazioni future. Stiamo imparando insieme ai luoghi che ci ospitano e alle community che rendono possibili questi momenti. Presentarsi con continuità, cura e apertura è ciò che permette a queste relazioni di crescere. Nel tempo, è proprio questo impegno condiviso a rendere un’iniziativa davvero significativa.”
E cosa rappresenta questa responsabilità condivisa per Rayon Vert?
Andrea Ferrari: “L’idea è sempre quella di restituire qualcosa al territorio. Prima dell’evento, per esempio, stiamo organizzando interventi di pulizia e manutenzione dei sentieri: tagliare rami, sistemare tratti danneggiati… Sono pratiche rilevanti, soprattutto in un contesto come quello delle Valli Tortonesi, dove il terreno argilloso può deteriorarsi facilmente durante l’inverno. Stiamo anche valutando collaborazioni con realtà come Protect Our Winters, per aprire momenti di riflessione su ambiente, ecosistemi e consapevolezza. Ci interessa mantenere un approccio semplice: al di là delle grandi infrastrutture, ciò che conta davvero sono sentieri accessibili e ben tenuti. Un altro tema su cui riflettiamo è quello della mobilità. Abbiamo già sperimentato in passato uscite raggiungibili da Milano in treno, evitando l’uso dell’auto. È uno spunto che vogliamo continuare a sviluppare: non tanto come soluzione definitiva, ma come invito a ripensare certe abitudini. Nelle grandi gare, con migliaia di partecipanti che arrivano ciascuno con il proprio mezzo, si crea inevitabilmente una frattura rispetto ai valori che si vorrebbero promuovere. Noi non abbiamo la pretesa di risolvere il problema, ma vogliamo almeno aprire uno spazio di riflessione.”
Nel programma, la contaminazione pare il vero tema protagonista dell'evento. Degustazioni, dj set, talk specifiche, design avanguardistico e camping sono solo alcuni esempi dell’approccio al trail proposto da Ring of Fire. Nel panorama sportivo contemporaneo, che tipo di valore assume la contaminazione culturale, intesa come allargamento della performance a momenti collettivi, e temi trattati, molto più ampi di personal best e traguardi raggiunti?
Felix Arseneau: “Questo è il punto: una persona può avere obiettivi personali — migliorare il proprio personal best, scoprire un nuovo luogo o vivere un’esperienza che contribuisca al proprio equilibrio psico-fisico. Ma qui l’intenzione va oltre il ritorno individuale. Nel momento attuale, questo passaggio è fondamentale: superare il beneficio personale apre alla dimensione della community — a un senso di appartenenza che nasce attraverso l’esperienza condivisa. Facciamo leva su driver culturali come musica, food e design per arricchire il nostro focus sul trail running. I trail runner hanno interessi culinari, musicali e culturali che si intrecciano in modo naturale con la loro pratica sportiva, e attivare queste dimensioni complementari ci permette di dare maggiore profondità alle nostre esperienze.”
E che valore assume per Rayon Vert?
Andrea Ferrari: “Quello che ci interessa è proprio questo: costruire una nuova generazione di atleti o appassionati che sappiano allargare la propria lente narrativa ed esperienziale: esseri umani capaci di portare temi più ampi, dalla musica al design, dal cibo alla cultura, all’interno del discorso sportivo. L’evento stesso nasce con questa logica: è aperto, accessibile, non su invito. Ancora una volta, l’idea è democratizzare e creare connessioni. Anche tra atleti e amatori, che spesso nelle gare tradizionali si incrociano appena. Qui, invece, vogliamo creare lo spazio per incontrarsi davvero, parlare, scambiarsi esperienze, anche e soprattutto all’esterno della sola performance.”

In questo processo di contaminazione all-around, come s’inserisce un atleta Arc’Teryx come Edoardo Rossano, che per questo evento ha anche plasmato un programma ad hoc? E, in generale, quanto conta per un brand come Arc’Teryx essere rappresentato da atleti che non si limitano ad essere tali?
Felix Arseneau: “Ogni progetto tende a mettere l’atleta al centro, perché l’atleta Arc’teryx incarna i nostri valori fondamentali: la ricerca, il processo, la crescita continua — non il podio come obiettivo finale. In questo caso, Edoardo ha costruito qualcosa di raro e speciale: ha scelto di condividere i suoi diari di allenamento in modalità open source, sviluppati insieme al suo allenatore. Un programma di 8 settimane pensato per preparare una 21 km o una 42 km, articolato su sei diversi livelli di obiettivo. È un training diary che può accompagnarti non solo verso questo evento, ma anche lasciarti strumenti, conoscenze e un approccio utili per qualsiasi gara futura. Un modo per far fiorire il percorso di ognuno. Questo progetto permette anche di entrare nella quotidianità di Edoardo, offrendo uno sguardo autentico sulla sua realtà e, allo stesso tempo, raccontando la sua passione per la cultura del trail running in tutte le sue sfumature.”
Quanto conta, d’altro canto, per Rayon Vert la connessione con questa tipologia di atleti?
Andrea Ferrari: “Edoardo è prima di tutto un amico. Incarna bene una figura di atleta contemporaneo: aperto a influenze diverse, con un linguaggio vicino al nostro, capace di andare oltre la sola dimensione performativa. Tempo fa mi aveva aiutato a preparare una gara, condividendo il suo approccio all’allenamento. Non è un allenatore, ma è un atleta molto forte, con un’esperienza concreta. Da lì è nata l’idea: perché non condividere questo percorso anche con altre persone? Non come prescrizione rigida, ma come racconto di un metodo possibile, accessibile. Oggi essere atleta significa anche avere una responsabilità comunicativa. Ci sono atleti fortissimi che non comunicano, e altri meno performanti ma molto efficaci nel trasmettere messaggi. In entrambi i casi, esiste la possibilità di attivare riflessioni e dialoghi.”
Potete esplorare ulteriormente Ring of Fire ed iscrivervi all’evento a questo link.



CloudSoma | A Conversation Between Body and Nature
In occasione dello speciale lancio di Cloudsoma nella Muotathal Valley, in Svizzera, abbiamo incontrato Lea Boehner, Lead Performance Footwear Designer di On, per indagare una filosofia creativa che non mira a schermare il runner dall’ambiente, ma a riattivare con esso un dialogo sottile, ed istintivo
“Close your eyes. Listen. The sound of breath, of footsteps meeting earth”. La voce di Olivier Bernhard, co-founder di On, guida l’introduzione visuale di Cloudsoma, l’ultimo prodotto e capitolo trail del brand svizzero. I suoi versi si diramano proprio in pieno territorio elvetico: nello specifico, in uno scorcio sospeso nel tempo della meravigliosa valle del Muotathal.
“Spending time in nature, listening to its quiet mysteries, allows us to explore the essence of the human spirit”, prosegue, delineando l’idea di una scarpa che combacia con il racconto, e di un racconto che vuole porre il dialogo tra essere umano e natura, tra trail runner e terreno, su un piano altro rispetto alla performance: quello della sensazione, e della fusione dialettica.
“This is a conversation between body and landscape, between the rhythm of your heart and the pulse. The earth”, conclude poeticamente Bernhard, diramando le proprie parole negli stessi scenari che circondano la nostra esperienza svizzera. Un’esperienza fatta, principalmente, di design: tecnico, emozionale, trail, perfino culinario.
E proprio il design è la porta d’accesso a questa ode al trail On, che raccontiamo attraverso una gallery scattata durante le attività di Muotathal e la preziosa testimonianza di chi ha dato forma alle suggestioni appena narrate: Lea Boehner, Lead Performance Footwear Designer On.




Nel processo creativo alla base di Cloudsoma, paiono fondersi natura, prodotto e trail running. Come si è sviluppato questo intreccio di linguaggi?
“È stato un processo molto hands-on. Abbiamo realizzato un numero elevato di prototipi, che chiamiamo ‘monsters’. Di questi ‘mostri’, abbiamo sviluppato molte versioni diverse. Siamo un team piccolo, ma con trail runner molto dedicati al suo interno, che li hanno testati tutti. Testavano le scarpe e tornavano con feedback vari, spesso dicendo: “questa sensazione è diversa”. All’inizio non sapevamo esattamente cosa stessimo cercando, ma sapevamo di voler creare qualcosa di nuovo. Tutto è iniziato da lì. Come designer, nel momento in cui ho capito che si trattava veramente di un qualcosa di nuovo per noi, ho sentito la necessità di esprimerlo pienamente. Se la sensazione nasce dal terreno, volevo che si estendesse verso l’alto: attraverso il piede, nel corpo. Per questo le linee CloudSoma si dissolvono e si espandono. Le linee del tooling crescono verso l’upper, creando un unico continuum tra le due parti.”
In ciò che avete illustrato, emerge un’intensa sensazione di connessione con il terreno: quasi una dimensione poetica del trail. Come si è introdotto questo lato ‘poetico' nella ricerca?
“Come dicevo, era un capitolo nuovo per noi, inoltre sentivo un’esigenza personale alla base di questo progetto. Da un lato, amo stare nella natura, dall’altro siamo abituati a scarpe che proteggono così tanto da non farti sentire nulla. Quando sono immersa nella natura, però, voglio sentire qualcosa. Così, è nata l’idea di passare dal ‘non sentire nulla’ al ‘sentire tutto’. L’obiettivo era percepire e connettersi al terreno senza dover guardare costantemente in basso, senza controllare radici o ostacoli. Senti e reagisci, senza nemmeno guardare. Si tratta di attivare sensi diversi. È questo che ha guidato l’intero processo.”




Parliamo del claim ‘A dialogue with dirt’’. È una direzione centrale per On, o un concetto specifico, legato a questo progetto?
“È qualcosa di specifico per la linea Cloudsoma. Non riguarda tutta la progettualità aziendale, perché ogni franchise di prodotti ha esigenze diverse, e necessita di competenze altrettanto differenti. Per Cloudsoma, questa idea di dialogo è centrale. Altri prodotti, come CloudUltra Pro, sono pensati per un trail più ‘impegnativo’. Questo modello, invece, è incentrato sul tema della riconnessione, del riportare l’atto fisico ad una dimensione più essenziale. Non devi essere un atleta professionista per fare trail running. Se voglio fare una giornata di trail, so di non essere una pro. A volte, però, gli approcci ad ‘alta prestazione’ ti fanno sentire come se dovessi essere tale. Per questo, volevamo qualcosa che fosse più accessibile, universale: qualcosa che mettesse in primo piano l’idea di una connessione diversa con la natura. È questo che rende Cloudsoma speciale.”
On sembra esplorare rami di design molto diversi: anche quello culinario, come abbiamo potuto sperimentare attraverso il menu ideato dalla food designer Perrine Bettin. Come descriveresti oggi il rapporto del brand con il concetto stesso di design?
“È una domanda difficile, a cui, forse, non posso rispondere completamente. In generale, direi che in On rimane sempre centrale il tema della curiosità. Il brand vuole muoversi con i propri tempi ed esplorarsi continuamente in modi nuovi, pur restando fedele alle proprie radici. È anche per questo che CloudSoma appare diversa rispetto ad altri modelli On, eppure, allo stesso tempo, rimane riconoscibile. Sussiste una connessione chiara con ciò che la circonda: si nota immediatamente che è una scarpa On. Quindi, a mio avviso, per On si tratta di esplorare, restando a stretto contatto con le fondamenta del brand.”
Chiudiamo su una nota più personale: cosa significa per te vedere qualcuno indossare qualcosa che hai progettato?
“È la parte più bella. È davvero gratificante. Allo stesso tempo, c’è una responsabilità nell’essere designer. Crei un qualcosa che diventa un compagno per qualcuno. Le persone potrebbero indossare quel prodotto tutto il giorno… E scelgono le loro scarpe con molta attenzione. Quindi, quando vedo qualcuno indossare e apprezzare un prodotto a cui ho contribuito, mi rende molto felice. È una gioia autentica. Ed è anche ciò che mi ricorda perché faccio questo lavoro.”




Una duplice prospettiva sulla montagna — Daniel Conrad Loosli
Metà sciatore, metà fotografo, Daniel Conrad Loosli sta tracciando nuove linee creative sulla neve. Sospeso tra sport invernali e logica onirica della moda, sta costruendo un nuovo linguaggio visivo sulla montagna.
Prima di sciare sulla neve del LAAX o di fotografare un rider nel freddo cielo invernale, Daniel Conrad Loosli era un ragazzo che passava le sue giornate tra black metal nelle cuffie, pixel e videogames. Da qualche parte, tra le prime curve in neve fresca e la prima volta che ha preso in mano una macchina fotografica, qualcosa è cambiato. Ha scoperto che gli stessi toni scuri e la stessa realtà distorta dal mondo arcade potevano abitare anche la montagna, che la montagna poteva diventare cinematografica.
Oggi Daniel attraversa l’inverno come sciatore e come creatore di immagini, metà atleta e metà regista dei propri sogni. Il riflesso tagliente della lamina, il respiro nell’aria fredda, la luce crepuscolare. Nel suo lavoro, l’azione da sola non è mai abbastanza. Il trick conta, certo, ma conta ancora di più tutto ciò che lo circonda: frammenti di neve, aloni sull’obiettivo, uno strano dettaglio che noti soltanto in un secondo momento.
LAAX è stata la sua scuola di vita: un resort che non ti permette di adagiarti, dove architettura, linee del park e cultura del riding alzano l’asticella a ogni stagione. Circondato da riders e artisti che si rifiutano di accontentarsi, Daniel ha imparato a fondere mondi: l’estetica della moda con i paesaggi alpini, la narrazione frammentata con l’onestà brutale degli action sport. Spezzando le vecchie regole della fotografia sciistica e sostituendole con qualcosa di più umano, più fragile, più vero. Nel suo universo, lo sport non è una performance da documentare, ma un linguaggio da riscrivere, fotogramma dopo fotogramma.





Diventare creativi
“Non sono stato un ragazzo sportivo fino ai 18 anni. Ero un nerd. Studiavo informatica. Giocavo a un sacco di videogiochi, tipo Doom e altri.. All’epoca non mi sarei mai definito creativo. Penso che lo sport mi abbia aiutato a sviluppare questa visione e, in qualche modo, mi abbia portato dentro uno spazio creativo. Però certe cose sono rimaste. Mi piacevano cose un po’ più oscure, più ruvide. Ancora oggi mi piace giocare con una sorta di immaginario ‘horror’. Toni più cupi, più misteriosi. Questa cosa è rimasta. Amavo il black metal, l’heavy metal. Non lo ascolto più, ma quel immaginario è ancora presente nella mia fotografia.
Ora noto che i toni più scuri sono presenti anche nella fotografia sportiva, attraverso l’atmosfera, le palette cromatiche alterate. Per me è davvero importante che le passioni possano fondersi, che si possano combinare. Perché visioni diverse, istinti diversi, possono produrre qualcosa di valido. Penso che aiuti tantissimo. Negli ultimi tre o quattro anni abbiamo visto scatti a bassa velocità dell’otturatore, più glow e post produzione più spinta diventare popolare, perché c’era la sensazione che la fotografia stesse diventando noiosa. Le visioni si possono fondere: è sempre un compromesso, ma può funzionare. E più passione c’è, più è facile farle convivere.”





Metà atleta, metà creatore di immagini
“Quando ho iniziato — freestyle skiing da una parte, fotografia dall’altra — il mio modo di pensare era piuttosto semplice: ‘Quel trick spacca. Questa luce spacca. Facciamo una foto. Tiriamo fuori qualcosa di forte’. Quando sei giovane, spesso sei mosso dall’idea di essere visto, di essere sponsorizzato, di sentirti riconosciuto. Onestamente, guardandomi indietro, trovo che una parte di tutto questo fosse sbagliata. Ma poi cresci, evolvi.
Gli infortuni mi hanno cambiato molto. Mi hanno costretto a rallentare e a rimettere in prospettiva quello che stavo facendo. E in un certo senso, il fatto di fare entrambe le cose — sciare e scattare — è diventato il mio più grande vantaggio. Riesco a capire quasi all’istante come apparirà qualcosa. Non ho bisogno di quel continuo avanti e indietro che a volte si crea tra fotografo e atleta. Riesco a vedere contemporaneamente il trick e l’inquadratura. Posso dirti subito se funziona oppure no. Alla fine si è fuso tutto. Non lo separo più in ‘me come sciatore’ contro ‘me come fotografo’. Parte come un’idea, un’immagine nella mia testa. Poi decido quale sia il modo migliore per darle vita: la scatto io? Coinvolgo un altro atleta? Uno scrittore? Un fotografo? Un art director? È la stessa logica con cui si costruisce qualsiasi cosa creativa, persino un prodotto. Prima arriva l’idea e poi la visione. Dopo capisci chi è la persona migliore per realizzarla. Per me è andata così. Ho preso appunti, ho continuato a spingermi in avanti, e poi le collaborazioni hanno trovato il loro sviluppo.
Con lo sci è simile. Lo snowboard ha questo modo bellissimo di curvare — giocoso, espressivo. Lo sci può essere più legato all’alpinismo, orientato alla performance. Non sempre orientato al divertimento. Le mie curve non sono le più efficienti o tecnicamente perfette. Ma hanno una sensazione incredibile. La testa vicina al terreno. Riesci a sentire la neve. E visivamente funzionano. Per me non è quasi mai ‘prima l’atleta’ o ‘prima il brand’. Viene prima l’idea: come potrebbe apparire, come potrebbe farti sentire.”




Dietro l’obiettivo e dentro l’inquadratura
“Se devo essere onesto, nella mia fotografia c’è un elemento centrale: Voglio essere orgoglioso di quello che faccio. Il mio livello sugli sci non è il più alto del mondo, ma ho una grinta enorme. E diciamolo chiaramente: qualsiasi sciatore o snowboarder finisca in copertina e dica che non gli importa della visibilità… sta mentendo. Alla maggior parte delle persone piace il riconoscimento. È naturale. La parte importante è sapere dove sta il limite.
Se voglio lo scatto più folle possibile su un kicker in backcountry con il metodo più pulito, non sarò io la prima scelta per farlo in prima persona. In quei casi, se i tempi lo permettono, coinvolgo un atleta più forte. Per esempio, sto lavorando a un progetto con Nico Porteous, medaglia d’oro olimpica. Lui può fare cose che io non riuscirei mai a fare. Senza alcun dubbio.
Molto spesso, nella mia fotografia il processo è più collettivo. Ho un rapporto molto forte con i miei amici, e molti di loro nel corso degli anni sono diventati davvero creativi. Alcuni hanno persino iniziato a scattare a loro volta e a divertirsi nel farlo, e questa cosa mi rende felice, perché stanno scoprendo una passione che io vivo già da tempo. Quando si tratta di un lavoro importante — progetti per brand, poco tempo, un solo giorno per consegnare — ci sono due o tre persone di cui mi fido completamente. E poi c’è un cerchio più ampio di amici che può dare una mano.
In più c’è un altro livello che le persone non sempre comprendono: quello dell’autorialità. A volte è un amico a scattare la foto — a premere il pulsante — ma l’inquadratura, il concetto, il grading, il processo decisionale sono miei. Ovviamente diamo credito a chi ha scattato, perché senza quella persona la foto non esisterebbe. Ma in quei momenti mi penso più come un regista che come un fotografo. E non è nulla di insolito, se guardi ad altri settori. I grandi fotografi di moda spesso lavorano con team — assistenti, ritoccatori, stylist — tutti contribuiscono. L’immagine resta comunque una visione realizzata collettivamente. Per me c’è anche una questione di tempo: sto invecchiando. Mi sono infortunato. Perciò cerco sempre di spostarmi sempre più verso la fotografia — fare di più, costruire di più — senza perdere quella parte di me che vuole ancora sciare, che vuole ancora sentirsi capace, che vuole ancora essere orgogliosa del gesto in sé.”
Un luogo che alza l’asticella
“Nello sci e nella fotografia, LAAX mi ha formato in modo enorme. Non sono cresciuto nel freestyle da ragazzino. Ho iniziato verso i 18-19 anni. Prima sciavo con i miei genitori durante le vacanze ed ero in uno ski club, ma non facevo freestyle. LAAX è un ambiente di altissimo livello. E onestamente non ho sciato in così tanti altri resort — almeno non nello stesso modo. Viaggio per la neve fresca, ma non a livello internazionale. Non ho nemmeno mai sciato negli Stati Uniti. Però a LAAX, ogni anno trovo nuove linee, nuove zone, nuove angolazioni. E il livello è alto sotto molti aspetti: visivamente — architettura, layout, design — ma anche nella cultura del riding. Se non sei forte, lì non progredisci. Non diventi grande ‘per caso’ in un posto del genere. Stare accanto a rider cresciuti in quella scena cambia i tuoi standard. E quella pressione è produttiva. Guardo il mio lavoro e penso che potrebbe essere sempre meglio. Guardo quello che fanno gli altri e mi sento spinto oltre. Se sei connesso alla community in modo sano e tutti crescono. Quell’ambiente ha avuto un impatto enorme su come vedo, come scio, come fotografo. E sarò sempre infinitamente grato di esserne stato trascinato dentro negli anni.”



Come un ricordo
“Non sono sicuro di averlo mai davvero espresso. Ma se dovessi descriverlo, partirei da qui: una singola action shot può essere noiosa. Quel tipo di immagine è importante: copertine, hero image, key visual. Ma il lavoro diventa significativo quando attorno c’è una narrazione, quando ha una personalità. Mi attraggono le immagini che sembrano un sogno che ricordi solo a metà. Non tutto è nitido. Non tutto è letterale. Può sembrare surreale — come se non riuscissi del tutto a collocarti al suo interno, ma sentissi comunque qualcosa. Effetti halo, luce rarefatta, dettagli che magari non noti mentre stai sciando, ma che la macchina fotografica può rivelare.
Voglio che le persone vivano il momento, non che vedano un solo frame e vadano oltre. Non amo pubblicare una singola immagine senza contesto. Voglio sempre una serie. Voglio che le persone percepiscano le curve, la texture, la gioia. E voglio anche che tutto questo resti accessibile. Il mio sci è ‘ragionevole’. Un triple cork 1620 sulla pro line di LAAX è bellissimo, ma non è qualcosa che semplicemente provi. Se l’arte diventa solo ciò che è irraggiungibile, la cultura smette di crescere. Penso che la fotografia — e la creatività in generale — debba essere accessibile. Quando le persone capiscono, si connettono. Quando si connettono, la community evolve.”
Quando la moda incontra la montagna
“La mia fotografia riguarda nuove inquadrature — angoli, composizione, la disponibilità a infrangere le regole ‘classiche’ degli action sport.
Quando ho iniziato, un fotografo mi disse che l’obiettivo era ‘mettere il rider nel cielo’. Far sembrare lui ed il suo salto enorme. Mostrare lo stacco e l’atterraggio in modo che chi guarda possa capire. All’epoca pensavo fosse una regola. Ora, dopo anni, in parte non sono più d’accordo. Alcuni aspetti restano veri: vuoi comunque che chi guarda capisca cosa sta vedendo, ma è proprio per questo che le serie contano. L’esperienza dell’atleta è frammentata: il kicker, poi l’atterraggio, la neve smossa. La fotografia di moda ti insegna a costruire una narrazione a partire dai frammenti. Usa più angolazioni, più sperimentazione, più rischio, perché la competizione è feroce e l’industria è enorme.
L’immaginario degli action sport è stato spesso più vicino alla documentazione. Ma può andare molto oltre: dettagli, prospettive oblique, momenti provocatori o scomodi. In un modo che racconti lo sport in maniera veritiera. Attraverso un dettaglio strano. La moda ha sempre usato la provocazione come strumento narrativo, e gli action sport hanno ancora tantissimo spazio per esplorare visivamente questa direzione. E si vede che qualcosa sta cambiando: grana, sfocature, frame particolari — queste estetiche sono ovunque negli ultimi cinque anni. Al pubblico piacciono perché offrono un modo nuovo di sentire lo sport.
Ho imparato molto anche stando dall’altra parte, come talent in shooting commerciali. Nella moda, spesso ai fotografi non interessa la tua posizione ‘perfetta’ in aria nel modo in cui interesserebbe a un fotografo di sci. Vedono altro — forma, silhouette, atmosfera. Ed è interessante, perché mostra come mondi visivi diversi diano priorità a verità differenti. Allo stesso tempo, se vieni dalla moda senza capire lo sport, ti perdi cose fondamentali. Un team di brand potrebbe non sapere quale trick si legga bene, quale posizione del corpo conti, cosa faccia sembrare qualcosa davvero pulito. A volte quella conoscenza può sparire. Ed è lì che la fusione di queste culture diventa potente: puoi prendere in prestito lo sguardo della moda — la sua narrazione, le sue angolazioni, il suo coraggio — senza perdere l’integrità dello sport. Puoi elevarlo, mantenendolo reale.”


All 4 One - Finish Line
Il vasto gruppo della Cisalfa Run Crew ha raggiunto il proprio traguardo, seguendo gambe, fiato, testa e cuore sui 42 chilometri di Roma: questo è il racconto di alcuni membri della Crew stessa, protagonisti del progetto All 4 One
Se continua ad essere vero il detto secondo cui tutte le strade portano a Roma, è altrettanto vero che una serie di strade individuali possono confluire in un’unica, tanto eterogenea, quanto affine, esperienza comune. All 4 One. Lo suggerisce lo slogan stesso che ha accompagnato la Cisalfa Run Crew sui sampietrini romani. Un percorso cominciato tempo addietro, radicato nei capisaldi gambe-fiato-testa-cuore: paradigmi dell’evoluzione sportiva, certo, ma anche di quella umano, come dimostrato da Lorenzo Lotti, allenatore del gruppo, Sofia Montagna, Giovanni Maione e Lara Alborghetti.
It is no coincidence that, at the end of the 42 kilometres, where the beauty of the Eternal City seemed to radiate through the euphoria of the finish line, the members of the Cisalfa Run Crew, a group of people that has found, and continues to find, in running a powerful companion in both personal and collective growth, revealed emotions far deeper than simple fulfilment. At the end of this shared journey, experienced by Lorenzo, Sofia, Giovanni, Lara, and many other Cisalfa Run Crew teammates alongside them, what remains are memorable times and personal progress, of course, but also the sense of having shaped something far greater. Something born of new awareness, new human connections, newly acquired technical knowledge, and strengthened mental resilience. And, ultimately, new emotions.
Emozioni che riviviamo in uno speciale documentario e attraverso le testimonianze dei componenti della Cisalfa Run Crew sopra menzionati: coloro che abbiamo seguito fin dalla genesi di questo percorso.






Lorenzo Lotti | Testa
“Roma è sempre una città stupenda, ed è sempre un’emozione vivere l’evento maratona calato qui. Si respira tanta storia ed è veramente bellissimo correre. Poi, quest’anno, ho avuto la fortuna di correre con Sofia, quindi me la sono goduta ancora di più. Io e Sofia ci siamo conosciuti grazie a Cisalfa un anno e mezzo fa e abbiamo corso quattro maratone insieme. Io come coach, lei come atleta. Questa è la prima che abbiamo corso fianco a fianco: è un’esperienza che ti rafforza, ti fa crescere, ti fa capire tante cose sulla gestione della gara, sulla mente, sulla testa, sul fisico. In questo anno e mezzo si è creato un bellissimo rapporto. Ogni gara è stata un progresso, uno step successivo, a livello di tempo, di condizione, di mentalità e, come ha dimostrato questa maratona, di legame tra noi.
Abbiamo avuto un momento di crisi, direi mentale, al trentaquattresimo. Ci siamo detti che, finché le gambe non facevano male, era tutta una questione di testa. Abbiamo pensato un chilometro alla volta, step by step. Abbiamo superato la crisi e, subito dopo, siamo andati in progressione. Questo è quanto vuol dire la mente, la testa, il cercare di gestire questi momenti. La testa, negli anni, è stata il mio punto debole: ho cominciato a lavorarci, a cercare di arrivare rilassato ai momenti di difficoltà. Noi siamo progettati per correre, il nostro corpo è fatto per resistere, quando ci troviamo in difficoltà è solo una questione di testa.
Ma non è stato solo con Sofia: con l’intera Cisalfa Run Crew ho vissuto un percorso bellissimo, perché è stato un percorso vero. Abbiamo trovato una perfetta armonia generale: ognuno aveva chiaro il proprio obiettivo, ognuno voleva trovare il proprio traguardo, la propria emozione, e raggiungerle. Tutti hanno avuto una gestione perfetta dell’allenamento e della gara. A me piace tantissimo allenare, piace tantissimo condividere. Ed è stato fantastico poter aiutare tre personalità diverse a raggiungere il proprio goal individuale, attraverso lo sforzo e la sintonia collettiva. Come ci diciamo dall’inizio di questo percorso verso Roma, abbiamo lavorare su tutto: gambe, testa, cuore e fiato. Perché, se non fossimo stati pronti, non sarebbe arrivato il divertimento, tantomeno il gusto che sa riservare una maratona unica, come quella che abbiamo corso”






Sofia Montagna | Cuore
“La giornata è stata incredibile, penso sia stata una delle maratone più belle ed emozionanti. Avevo tanta voglia di correre, era l’unico pensiero che avevo: voglia di sentirmi leggera, di ritrovare quel benessere che sto provando in allenamento. Tutti mi chiedevano se fossi carica, io dicevo di sì, ma ero tranquillissima. Avevo fatto il mio, l’avevo fatto bene. Ora si trattava solo di raccogliere tutte le emozioni e sensazioni che avevo seminato con gli allenamenti. È stata una giornata stupenda, emozionantissima, ogni chilometro, un sogno. Davvero, sono arrivata al traguardo che non ci credevo.
Ho cercato di ascoltare il cuore, ritrovare quel benessere, quella passione che mi fa correre ogni giorno: vivere ogni chilometro col cuore e mettere il cuore in ogni chilometro. Volevo godermela tutta per non avere rimorsi una volta arrivata al traguardo. Anche dal punto di vista fisico: il percorso di Roma mi ha aiutato, nei saliscendi mi concentravo sulla discesa, sapevo che i battiti si calmavano e riuscivo a riprendere fiato per continuare. Correre in questa città è magico, per quello che ti circonda: per i monumenti, per l’energia che si respira. Avevo dei ricordi bellissimi e quest’anno l’esperienza è stata addirittura meglio. Eravamo immersi in questo fiume di esseri umani che attraversava tutta la città… Uno spettacolo.
Il progetto All 4 One ha arricchito ancora di più questa maratona: quattro persone, quattro elementi diversi, un percorso comune che ci ha fatto arrivare con tante consapevolezze. Consapevolezze che ci hanno permesso di dare, tutti, il 100%. Durante la gara, ho avuto un momento di crisi. Ho detto a Lorenzo che sentivo un po’ il fiato mancare. Lui mi ha fatto pensare a Lara, al suo coraggio nel vivere l’esperienza maratona, al suo elemento: il fiato. Questa è la cosa bella: sostenerci a vicenda, lasciare qualcosa agli altri, prenderne ispirazione... La maratona è una corsa individuale, però, condividere un percorso e una gara con altre persone che stimi dà un valore diverso a tutto: arricchisce il traguardo, conferisce un’emozione maggiore. Nei ricordi di questa gara ci sono anche i miei compagni di Crew”




Giovanni Maione | Gambe
“La maratona è tutto: strategia, mantenere la calma, essere lucido in un momento in cui pensi di non farcela. Mai come in questa maratona le gambe mi hanno aiutato e supportato. Nei momenti in cui stavo per crollare, ho semplicemente seguito le gambe e mantenuto il ritmo, sono stato fiducioso del fatto che potessi arrivare bene fino alla fine… Infatti, così è stato. Arrivato al traguardo, sono scoppiato a piangere. In un secondo, ho realizzato effettivamente di essere arrivato alla fine. Sono molto orgoglioso di me stesso, non pensavo di arrivare alla fine così… Fiero di me. Poche le volte sono fiero di me stesso, perché cerco sempre di dare di più. La corsa, però, insegna tanto, e in questa maratona ho capito che alla fine l’importante è dare il massimo che hai. Ho dato il mio 100%, che è l’unica cosa che posso controllare, e sono contentissimo così.
È stato un continuo flusso di emozioni che mi hanno attraversato, dal primo chilometro fino all’ultimo. Ogni maratona, non solo per me, rappresenta un viaggio e il viaggio di Roma è stato stupendo, nonostante il percorso fosse veramente complesso: tante curve, tanti sampietrini, salite e discese continue… Dal tredicesimo chilometro circa, i battiti hanno cominciato a salire. Quando i battiti aumentano è difficile farli scendere. Ho cercato, anche attraverso il mio respiro, di non peggiorare la situazione. Ho sofferto parecchio, in particolar modo ho avuto un crollo al trentaquattresimo: stavo dietro ai pacer delle 3 ore e 15 e ho provato a staccarli, ma mi sono reso conto che non ne avevo. Così, ho pensato che fosse inutile staccarmi dal gruppo, mi sono rimesso dietro e sono riuscito a mantenere un passo costante fino alla fine.
Le gambe fanno tanto, ma non bastano da sole. C’è bisogno della testa, del cuore, del fiato. Agli elementi associo anche le persone, i membri della Cisalfa Run Crew: Lorenzo, Sofia e Lara. Prima di questa maratona, abbiamo creato un feeling bellissimo. Ho sentito lavorare in armonia e in sintonia questi elementi su me stesso. Allo stesso modo, mi sono sentito in armonia con le persone. Con la Cisalfa Run Crew ci sono state varie tappe prima di arrivare a Roma e in ogni tappa il nostro legame si è rafforzato. È vero, la maratona la corri da solo, dal primo all’ultimo chilometro, però sapere che c’è qualcun altro che contemporaneamente la sta correndo ti dà tanta forza. L’arrivo, poi, è il momento più bello. Gli altri compagni mi hanno aspettato, mi hanno accolto. È stato veramente bellissimo, un momento veramente impagabile”






Lara Alborghetti | Fiato
“Sento di avere proprio il cuore che esplode di gioia. In ogni passo, durante la maratona, pensavo al percorso fatto e a quello che stavo facendo… E mi sembrava surreale. Esattamente due anni fa ho indossato delle scarpe da running e ho iniziato a correre: mai mi sarei aspettata di arrivare fino qui. In questi 42 chilometri ho vissuto energia pura, tutte energie positive: gratitudine verso me stessa, verso la Cisalfa Run Crew, un senso di soddisfazione nei confronti delle mie capacità, di quello che effettivamente posso riuscire a fare... Ho imparato a credere un pochino più in me stessa, perché non me lo aspettavo.
Il fiato c’era, mi ha accompagnato per tutto il percorso, tutti i 42 chilometri e l’ho sentito molto mio come elemento. Sono riuscita a controllarlo, sono stata molto razionale e sono riuscita ad ascoltarlo, mi ha proprio accompagnata e mi è sembrato di poterlo controllare. Sentivo, o meglio, sapevo che ogni passo era in linea e completamente trasportato dal mio respiro. È stato magico, anche perché mi sono sentita parte di un movimento molto più grande: 36.000 persone pronte a tagliare il traguardo, un obiettivo che accomunava tutti. L’ho sentito molto. Anche questo, l’osservare le persone attorno a me, mi ha dato la forza di arrivare.
Nel percorso verso la maratona non sono stata sola anche perché ho avuto la fortuna di trovare Giorgia, che mi ha accompagnata anche nell’allenamento più importante della preparazione, il famoso lunghissimo. Per 38 chilometri siamo state sincronizzate, precise, metodiche. Questo percorso mi ha regalato dei momenti che mai avrei pensato di vivere. Ho avuto un supporto pieno da parte della mia famiglia: un calore mai provato prima. Mio papà ogni domenica era pronto, con la sua bicicletta, ad accompagnarmi in ogni lungo. In silenzio, dietro di me, pronto a porgermi l’acqua, i miei gel... Non è un ciclista, quindi è stata una scoperta sia da parte mia che da parte sua. Ecco, questo supporto familiare, che mi fa commuovere, l’ho trovato anche nella famiglia della Cisalfa Run Crew”




Le gambe fanno tanto, ma non bastano da sole. C’è bisogno della testa, del cuore, del fiato. Agli elementi associo anche le persone, i membri della Cisalfa Run Crew: Lorenzo, Sofia e Lara. Prima di questa maratona, abbiamo creato un feeling bellissimo. Ho sentito lavorare in armonia e in sintonia questi elementi su me stesso. Allo stesso modo, mi sono sentito in armonia con le persone. Con la Cisalfa Run Crew ci sono state varie tappe prima di arrivare a Roma e in ogni tappa il nostro legame si è rafforzato. È vero, la maratona la corri da solo, dal primo all’ultimo chilometro, però sapere che c’è qualcun altro che contemporaneamente la sta correndo ti dà tanta forza. L’arrivo, poi, è il momento più bello. Gli altri compagni mi hanno aspettato, mi hanno accolto. È stato veramente bellissimo, un momento veramente impagabile”
Un rito magico e rivoluzionario: l’alpinismo delle Cholitas Escaladoras
The premiere of the documentary Ascensio, supported by the SCARPA®–GORE-TEX® partnership, gave us the chance to explore the essence of a group of Bolivian women who speak with the mountains, and leave powerful messages on their summits
Rito magico. Preghiera a Madre Terra. L’arte alpinistica delle Cholitas Escaladoras racchiude cifre culturali estremamente più significative del semplice atto fisico-verticale. La loro è una favola contemporanea boliviana, fatta di antiche tradizioni che, filtrate dal loro coraggio, divengono una forma di riscatto per le donne andine: una sfida femminile che attinge da linguaggi estetici e saperi tradizionali, declinandoli in conquiste di vette atte ad affermare la propria identità, individuale e collettiva, e un approccio rispettoso, addirittura mistico, a questo elemento naturale.
In occasione dell’anteprima del documentario ‘Ascensio’, capitolo narrativo parte di un più vasto sistema di supporto alle Cholitas plasmato dal connubio SCARPA® - GORE-TEX®, abbiamo captato la silenziosa, eppure rumorosissima, filosofia di queste pioniere d’etnia Aymara, secondo cui la conquista delle vette più celebri dell’America Latina e la recente scalata al Monte Bianco non rappresentano traguardi sportivi, ma manifesti di una sfida agli stereotipi di genere e alle barriere sociali che, ancora oggi, affrontano tante donne boliviane.
Abbiamo raccolto le suggestioni di Lita e Dora, entrando nella dimensione delle Cholitas Escaladoras e scoprendo le intenzioni che accompagnano la loro opera. Intenzioni riflesse anche nello speciale documentario che vi proponiamo qui.
“Veniamo da una comunità che si chiama Cañavirizongo, una valle umida, celato alle spalle una delle montagne più conosciute della Cordigliera, l’Huayna Potosí. La nostra comunità è sempre stata legata alle montagne, ruotava e continua a ruotare attorno al lavorare la terra lassù, dove la neve si vede in lontananza. Alle donne non era concesso scalarle, erano obbligate a restare in casa. Eppure, non sappiamo bene perché, quelle cime ci richiamavano. Per lungo tempo, non abbiamo avuto l’attrezzatura per scalarle. Non avevamo nemmeno scarponi da alta montagna adatti ai nostri piedi. Dentro di noi, però, cresceva una domanda: che cosa si prova davvero quando si arriva in cima?
La svolta è arrivata nel 2015, quando un fotografo ha lanciato una chiamata aperta a tutte le ragazze che volevano provare a salire su una cima. In quel momento abbiamo deciso di andare. Siamo partite insieme ad altre donne locali. Quando siamo arrivate in vetta, abbiamo capito qualcosa di semplice e potente: potevamo farlo. Da lì è iniziato tutto. Abbiamo continuato a scalare vette: prima in Bolivia, poi in altre parti del Sud America, su montagne che superano i seimila metri. Quello che era iniziato come un sogno è diventato, poco a poco, una piccola rivoluzione.
Scaliamo con i nostri abiti tradizionali: la pollera (colorata gonna tipica), la manta, il cappello... Non è una scelta estetica, è una scelta di identità. Per molto tempo le donne Aymara sono state viste solo dentro la casa, in cucina, accanto alla famiglia. Ma quei vestiti raccontano le nostre radici. La pollera ci ricorda chi siamo, ci tiene legate alla terra, alla Pachamama - Madre Terra. Le montagne, per noi, non sono solo montagne: sono esseri vivi. Quando saliamo non è solo una scalata, è una forma di saluto nei loro confronti.
Col tempo, abbiamo capito che il nostro compito non doveva limitarsi al salire sempre più in alto, ma doveva aprirsi al racconto della nostra storia. Volevamo che altre donne potessero vedere e provare ciò che vedevamo e provavamo noi: ovvero, che la paura si può affrontare e superare. L’alpinismo, per anni, è stato un mondo esclusivamente maschile nella nostra regione. Oggi sentiamo di aver aperto una strada. E quando una strada si apre, qualcuno deve continuare a percorrerla.
Ogni montagna parla in modo diverso con noi. Quando siamo arrivate sul Monte Bianco lo abbiamo percepito istantaneamente. Qui tutto cambia: i ghiacciai si sciolgono più velocemente, la montagna è diversa, il terreno anche. Ma la sensazione è la stessa. Dalla cucina alla cima. È questa la storia che vogliamo raccontare.
Adesso i sogni si sono allargati. Vogliamo continuare a scalare, prepararci per nuove montagne: il campo base dell’Everest, il Kilimangiaro, un giorno cime sopra gli ottomila metri… Più di tutto, però, vogliamo lasciare un messaggio: i sogni vanno nutriti. E il sentiero che abbiamo aperto non è solo nostro. Deve diventare un cammino per molte altre bambine e donne che, guardando una montagna, sentono anche loro quel richiamo”













