Un corpo perso tra sogni e metafisica

Tresigallo, la città utopica. Correre qui è un’esperienza sensoriale, è un viaggio dentro sé stessi

Non so se sto correndo, non so se sto sognando. Il silenzio accompagna i miei passi, forme geometriche accompagnano il mio respiro. Ogni centimetro del mio corpo è sospeso in una realtà sconosciuta e ordinata; ogni mio pensiero è cullato da una calma irrequietezza.

Non so se sto correndo, non so se sto sognando. Tresigallo, la chiamano, utopica mecca del razionalismo, borgo apparentemente abbandonato, disperso nella nebbia delle campagne ferraresi. L’irrazionale, qui, è camuffato da razionale, il comprensibile appare incomprensibile. E viceversa. Bar Roma, Casa della Cultura, Campo Sportivo, Sogni… Sfioro luoghi sconosciuti, dai nomi eterei, ossi di seppia urbani appartenenti a un tempo altro, così materico, così astratto.

Non so se sto correndo, non so se sto sognando. Ascolto in lontananza i getti di una fontana, bronzei daini si stanno abbeverando, attorno a loro un vuoto secolare. Archi e torrette, colori e marmi inanimati assecondano il mio viaggio, lo indirizzano verso l’ignoto. Non ricordo di essere arrivato in questo luogo, non ricorderò di essermene andato.

Non so se sto correndo, non so se sto sognando. So solo che i miei passi si susseguono, che i miei muscoli si tendono, che la mia mente è dispersa tra cardi e decumani, tra passato e presente, tra fatica e illusione.

Credits

Gianmarco Pacione

Andrea wears Satisfy Running
IG @satisfyrunning

PH Rise Up Duo


‘Goal Click’. Il calcio racconta

Scoprire popoli, culture, persone. Tutto grazie al pallone

Il calcio condiviso, il calcio come patrimonio comune. Parte da questi concetti il progetto ‘Goal Click’, un viaggio in oltre 100 Paesi alla scoperta delle diverse sfumature del pallone.

Punti di vista intimi, caratteristici, che si fondono in un flusso unico, in una lingua comune, sferica. Punti di vista intimi, caratteristici, che si fondono in un flusso unico, in una lingua comune, sferica.

Funzionalità e bellezza. Innovazione e tradizione. Dopo anni trascorsi tra shaper e spot di tutto il mondo, Marcello ha deciso di portare nel futuro, o meglio, nei motori, questa forma di artigianato sportivo, lanciando il brand Sequoia. Grazie al connubio di scienza ed estetica, le sue tavole stanno provando a creare una nuova dimensione dello shaping, in grado di fondere le più alte tecnologie dei motorsport con i dati intangibili di ogni ride.

Ascoltiamo la storia di questo atipico shaper e del suo innovativo progetto, e ammiriamo l’estetica della sua scienza-artigiana attraverso la lente di Nicolò Rinaldi.

Giappone
Iceland

What was the genesis of ‘Goal Click’?

Goal Click started in 2014. The original idea was to find inspirational people from EVERY country in the world and ask them to tell their own stories about their life, their community and their country through football, all using disposable analogue cameras (27 photos on a roll of film) and their own words.

We received our first camera back from Sierra Leone, from Pastor Abraham Bangura, a church minister and the manager of the national amputee football association, SLASA. After that, we found stories from people in countries like India, Iraq, Peru, Russia, Rwanda, Mexico, Australia, and soon we were collaborating with individuals and partners in over 100 countries.

Myanmar
Australia

What prompted you to create this project?

We wanted to help people understand the world and each other through the common language of football. There were so many incredible people and organisations from around the world with stories that were simply not being heard.

At the heart of Goal Click is a mission to find the most compelling stories; from civil war amputees in Sierra Leone and local fan rivalries in Argentina, to refugees in Jordan and women’s teams in Nicaragua and Pakistan, all the way up to players with the US Women’s National Team.

Liberia
Jordan
Colombia

What is, in your opinion, the most important meaning of ‘Goal Click’?

Goal Click gives people the chance to tell their own story and show what football means to them. Rather than an “outsider” coming in to tell their stories, we focus on the “insider” view, by giving people the power, control, and freedom to create and tell the world the story of their own lives.

It is very special to see, read and hear stories told in this way – it feels like we are exploring the world and communities in a deeper, more meaningful, and intimate way. It is more authentic and real than if someone else was telling their story. We want Goal Click to reflect the world, so diversity is really important. Not only different nationalities, but male and female; young and old; from players and coaches to fans and journalists; from the professional game through to the grassroots and sports charities.

Buenos-Aires
Italia
Russia

Sensations, thoughts, reflections … What is ‘Goal Click’ giving you?

I am very proud of the stories Goal Click has told – and the network and community we have created. I hope it has helped people better understand other cultures and societies around the world.

I feel that my own understanding of the world has been shaped by interacting every day with people living very different lives from my own, in different countries, with different beliefs and living in very different circumstances. But football allows us to communicate. It is particularly powerful when we see the photos and stories displayed in exhibitions, we have created exhibitions in London, Paris, Lyon, Moscow, Budapest, Sao Paulo, Doha, New York, and Manchester!

Goal Click has also created a number of projects where we focus more deeply on a specific city, tournament, issue, or country. This has included series in Russia and in Qatar, providing an alternative perspective on real life in those two countries, which are often seen as controversial.

Our work in women’s football has been extensive and impactful, with our global women’s football project before the 2019 Women’s World Cup featuring over 45 women, from elite internationals to professionals and grassroots players. Everywhere in the world, women face greater barriers to playing than men. The stories of their football lives are often incredible in the face of such obstacles and prejudice. Being able to work with so many amazing women’s footballers and giving them a platform to tell their stories has been a wonderful experience.

Sao-Tome
Russia
Argentina
France-Qays

Credits

Text Gianmarco Pacione

Founder di Goal-Click Matthew Barrett

IG  @goalclick
WEB goal-click.com
PH differen artist


Puma Suede, l’arte di resistere al tempo

Dal 1968 a oggi, da Tommie Smith e John Carlos a ‘Clyde’ Frazier e i B-Boys. Storia di una scarpa di culto

Esistono oggetti quasi esautorati del proprio valore pratico e originale: involontari manifesti di periodi storici, movimenti sociali, istanti sportivi. Esistono le Puma Suede, scarpe di culto che di queste dinamiche sono perfetta incarnazione; scarpe che, negli oltre 50 anni di vita, hanno assaporato leggendari podi olimpici, colorati parquet NBA e lingue d’asfalto scandite da giovani B-Boys.

“Le cose non sono importanti per quello che sono”, sottolineava Indro Montanelli, “Ma per quello che uno ci mette”. E nelle Puma Suede le persone e la storia hanno più o meno consapevolmente messo tanto, tantissimo, a partire dal lontano 1968.

SMITH E CARLOS, L’URLO NERO DI CITTÀ DEL MESSICO

Era destino che le Suede non fossero scarpe comuni, era destino che la loro genesi coincidesse proprio con le Olimpiadi messicane, evento sportivo che più di tutti riuscì ad intrecciarsi con il flusso del mondo esterno.

Quelli ‘tricolor’ furono i Giochi dei grandi movimenti socio-politici, dell’aria rarefatta per l’altitudine, del salto dorsale di Dick Fosbury e, soprattutto, dei pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos. 

“Ho indossato il guanto nero sulla mano destra e Carlos quello sinistro dello stesso paio. Il mio pugno alzato voleva significare il potere dell’America nera. Quello di Carlos l’unità dell’America nera. Insieme abbiamo formato un arco di unità e forza”, avrebbe commentato Tommie Smith, ricordando la silenziosa protesta che scioccò l’establishment americano e internazionale.

Accadde tutto in pochi, intensi, istanti. I due purosangue, oro e bronzo sui 200 metri (intervallati dall’inspiegabile exploit del bianco australiano Peter Norman), architettarono l’iconico gesto nel cuore di un ignaro Estadio Olimpico Universitario.

Il ‘Jet’ texano Smith, nuovo recordman mondiale, guidò il terzetto sfilando le Puma Suede dai suoi piedi e prendendole in mano, lo stesso fece Carlos alle sue spalle, calpestando tartan e erba con le sole calze nere: simbolo della povertà afroamericana.

Le due frecce USA salirono sul podio, prima alzarono le scarpe al cielo, poi le appoggiarono al proprio fianco, mostrando la spilla dell’Olympic Project for Human appuntata sul petto (spilla che indossò temerariamente anche Norman). Al primo rintocco dell’inno statunitense, si chinarono le teste di entrambi e, contestualmente, si alzarono i loro pugni stretti nei guanti neri.

Furono attimi iconici, furono attimi di sensibilizzazione civile, di presa di coscienza da parte del vasto pubblico televisivo, di conferma che il cosiddetto progresso razziale rappresentasse, in realtà, solo una flebile utopia: un fuoco fatuo, soffocato dal persistente razzismo istituzionalizzato e dalle tragiche condizioni che attanagliavano la minoranza nera statunitense.

Smith e Carlos racchiusero tutti gli ideali del Black Power in una posa plastica, affidandosi al potere simbolico di pochi oggetti. Schegge visive di cui fecero parte anche le Puma Suede, diventando parte di un ritratto destinato all’eternità.

‘CLYDE’ FRAZIER E LE ORIGINI DELLE SNEAKERS

Before modern works of art on the feet, and pharaonic sponsorships. Walt Frazier with the Puma Suede was one of the first to break the wall of the sneakers.

“È stato un grande viaggio all’interno del mio ego. Ero l’unico giocatore di qualsiasi sport professionistico ad avere una scarpa chiamata con il proprio nome. All’inizio dissi a Puma che non avrei mai indossato le scarpe che mi stava proponendo, neanche se mi avesse pagato”, ricorda ancora oggi la leggendaria point guard campione NBA nel 1970 e 1973 con i New York Knicks.

L’Hall of Famer fu il primo a consigliare direttamente un brand, a suggerire una scarpa che fosse più flessibile, più leggera rispetto ai modelli classici che a lungo avevano monopolizzato il mercato a spicchi. Poco dopo cominciò ad indossare le Suede griffate ‘Clyde’.

Il connubio tra il marchio del felino nero e Frazier abbagliò immediatamente il grande pubblico americano. Il fascino del 10 dei Knicks, chiamato ‘Clyde’ per l’insolita usanza d’indossare copricapi di feltro come il noto criminale Clyde Barrow (interpretato sul grande schermo da Warren Beatty), aumentò esponenzialmente l’attenzione delle masse sulle Suede.

“Rispetto alle previsioni vendemmo talmente tante scarpe tra New York, il New Jersey e il Connecticut, da non avere bisogno di venderle nel resto degli Stati Uniti…”. Le ‘Clyde’ divennero il sogno proibito di milioni di ragazzini statunitensi, una sorta di prodotto magico.

Agli adolescenti di quei primi anni ’70 bastarono 25 dollari per sentirsi come Walt Frazier, il metronomo più stiloso della Lega dei sogni: l’uomo che sopra il parquet vestiva Puma e fuori s’infagottava in lussuose pellicce, guidando Rolls-Royce. Le Suede si propagarono nelle strade americane, un’epidemia che vide gomma e velluto popolare scuole, playground, marciapiedi.

B-BOYS E B-GIRLS, L’ASFALTO RITMATO

Proprio nel 1973 Kool Herc diede il là, con le sue invenzioni musicali, al movimento underground dei B-Boys newyorchesi. Una cultura cresciuta rapidamente nelle bollenti strade della Grande Mela nera, una cultura che trovò nelle Puma Suede il perfetto segno distintivo.

Dal Madison Square Garden al Bronx. Le danze influenzate da ginnastica, James Brown e film di kung-fu, inondarono gli angoli delle Avenues, fungendo da pacifici contraltari alle violente faide tra gang.

La break divenne un rituale liturgico da rispettare quotidianamente, dando il là ad un’era egemonizzata da hip hop, Block parties e paralleli fenomeni sociali, come il writing, che ebbero presto respiro internazionale.

In questo vortice di ferventi innovazioni generazionali, le Puma Suede, già presenti ai piedi di tanti ragazzi dei quartieri popolari newyorchesi, trovarono un’ulteriore investitura.

Per la totalità dei B-Boys divenne quasi un obbligo indossare le Suede (spesso accompagnate da lacci larghi), una scelta condivisa, tra i tantissimi, anche dai New York City Breakers e dalla Rock Steady Crew, gruppi che aumentarono drasticamente la popolarità del movimento.

Un scelta, in realtà, dalla doppia valenza: da una parte la conferma dello status quo del singolo B-Boy, dall’altra la possibilità di affrontare una danza altamente atletica, spettacolare e provante fisicamente, usando delle scarpe performanti, che a distanza di qualche anno sarebbero entrate, non a caso, anche nel mondo dello skating.

FOREVER SUEDE, FOREVER AUTHENTIC

Se la forma senza tempo e l'iconico Formstrip della Suede sono rimasti costanti e immutabili per mezzo secolo, giungendo fino ad oggi, non si può dire lo stesso del significato di questa sneaker, che è stato reinventato innumerevoli volte attraverso la lente di stili, culture e comunità diverse, all'interno di un processo ancora in atto.

Dal 1968 al 2024, non è un caso se, ad oltre mezzo secolo di distanza, l'aura e l'appeal di questo oggetto di culto continuano a stuzzicare la sensibilità di sneakerhead o semplici cultori della bellezza. E non è un caso che Puma continui a fidarsi di una delle sue più grandi intuizioni, come dimostra la reintroduzione delle Suede in questo 2024.

A Puma Icon, vengono definite così, le Suede, dal brand tedesco. E non potrebbe esserci definizione migliore. Adesso, come tra un secolo. Chissà, nel mezzo, quanti nuovi significati riuscirà ad assumare questa sneaker.

Credits:

IMAGO / Pond5 Images

PUMA


Yumeka Oda, sognare sullo skate

Viaggio nel mondo della 13enne giapponese fenomeno mondiale dello skateboard

Questo cortometraggio, diretto da Jack Flynn, ritrae la 13enne skater giapponese Yumeka Oda, che quest’anno avrebbe dovuto rappresentare il Giappone alle Olimpiadi di Tokyo nella categoria Street Skateboarding.

Yumeka vive a Nagoya, una città ben nota per la sua produzione industriale Toyota. Da anni vola in tutto il mondo per partecipare a gare di skateboard, da Los Angeles a Londra, da Rio De Janeiro a Lima. Il lunedì mattina, però, torna sempre sui banchi a scuola.

Le Olimpiadi del 2020 avrebbero visto per la prima volta lo skate incluso nella rassegna a cinque cerchi. Per l’evento di Tokyo si sono qualificate le prime 20 atlete del mondo con i punteggi più alti stabiliti nelle varie competizioni ufficiali. Yumeka è attualmente all’undicesimo posto nel ranking internazionale e al secondo in quello giapponese nella specialità dello Street Skateboarding.

Con le Olimpiadi ora posticipate al 2021 e le scuole chiuse in Giappone, così come gli skatepark, Yumeka ha raccontato alle telecamere di Flynn il suo rapporto con lo skateboard e i sogni nutriti per il futuro.

Credits

Jack Flynn

www.jackflynn.co.uk
IG  @jackisflynn

Talent @yumeka_oda_1030