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L’ONA Film Festival ha mostrato alcune eccellenze dello storytelling sportivo contemporaneo, e le loro visioni, che analizziamo attraverso le loro stesse testimonianze

Lo scorso weekend l’ONA Film Festival è tornato a fondere la cultura outdoor e sportiva con la settima arte, arricchendo la già meravigliosa Isola di San Servolo, a Venezia, con una kermesse unica nel suo genere. Come da tradizione, Athleta Magazine ha accompagnato ONA come media partner, e ha avuto modo d’incontrare, così come di ammirare, le visioni dei protagonisti del Festival. 

Ben Sturgulewski ha ipnotizzato il pubblico veneziano nell’ultima serata, con il lungometraggio ‘Champions of the Golden Valley’: un viaggio in una comunità sciistica tanto atipica, quanto significativa, racchiusa nella tradizioni millenarie delle montagne afghane. In questa pluripremiata pellicola, la lente di Sturgulewski scava in un micro-cosmo che, per alcuni anni, ha parlato di senso di comunità, progresso sociale, affermazione personale e pace attraverso un mezzo sportivo molto caro a questo rinomato regista: l’arte sciistica. 

L’opera prodotta da Katie Stjernholm mostra sì il potere unificatore dello sport nella sua essenza più pura e ancestrale, evidenziato in particolare dalla figura di Alishah Farhang, uno dei pochi sciatori afghani ad aver cercato, concretamente, il sogno olimpico invernale, per poi divenire polo catalizzatore per il movimento della sua Golden Valley. Ma anche il dramma della guerra e dell’effetto del regime talebano su quella che, per troppo breve tempo, ha funto da scintilla di gioia e speranza, per ragazzi e ragazze locali, salvo poi tramutarsi nell’incubo dell’emigrazione forzata di quasi tutti i protagonisti della pellicola. 

Ben si è seduto al nostro fianco, parlandoci della sua biografia artistico-sportiva e di un film nato per essere a vocazione sciistica, ma tramutato irrimediabilmente in un profondo spaccato della condizione vissuta da ogni rifugiato. 

Che ruolo ha avuto lo sport lungo la tua maturazione umana? E quando ha iniziato a intrecciarsi con il tuo percorso artistico?

Ben Sturgulewski: “Sono cresciuto in una zona insulare dell’Alaska, circondato da una natura selvaggia e incontaminata. Da bambino correvo semplicemente dietro casa, in quelle che mi sembravano colline infinite e deserte. Quel paesaggio era il mio parco giochi, e in molti modi anche la mia via di fuga. La natura è sempre stata lì, sempre importante. Ma non posso dire che mi piacesse consapevolmente, all’epoca: era semplicemente parte della vita. Non mi sono davvero appassionato allo sport fino al liceo. Avevo sciato da piccolo, durante le vacanze, ma non era diventata una vera passione. Quando ci siamo trasferiti da un piccolo paese a una città più grande, ho faticato a trovare il mio posto. Non conoscevo nessuno, non avevo un vero e proprio gruppo. Poi, durante una di quelle vacanze, ho avuto un brutto incidente sugli sci. Il giorno dopo ho riferito ai miei genitori che non volevo più sciare, ma provare lo snowboard. Da lì è cambiato tutto. Ne sono rimasto totalmente rapito.

Da quel momento, lo snowboard è diventato la mia identità. Mi ha dato una comunità, una cultura, uno scopo. Era tutto ciò che volevo fare: salire in montagna, esplorare luoghi. Quando è arrivato il momento di scegliere l’università, ho semplicemente cercato un posto con delle buone montagne. Sono finito nel Colorado, in un ateneo piccolo ma unico nel suo genere, dove si poteva seguire un solo corso alla volta per tre settimane e mezzo. Poi avevamo cinque giorni liberi prima di iniziare il corso successivo. E quei cinque giorni venivano usati per andare all’avventura. Facevamo viaggi on the road attraverso il Colorado e l’ovest degli Stati Uniti: neve, campeggio, vita semplice. Abbiamo iniziato a filmarci: prima in modo buffo, con qualunque telecamera potessimo permetterci. Era divertente. Una volta siamo persino andati a St. Anton, in Austria, durante le vacanze di Natale: la mia prima volta in Europa. Quel viaggio mi ha aperto la mente, mi ha mostrato un mondo molto più grande.

Ogni anno alzavamo l’asticella: videocamere migliori, maggiore ambizione... Nell’ultimo anno di università ci siamo detti: “Facciamo un vero film di sci.” Abbiamo organizzato viaggi, contattato atleti semi-professionisti, e messo insieme un film di 30 minuti. Abbiamo mostrato il teaser a Patagonia, che ci ha dato un piccolo finanziamento per completarlo e portarlo in tour. È stato l’inizio di tutto. Da lì, è diventato un crescendo. Ogni anno viaggi più grandi, attrezzature migliori, budget più alti. Il nostro film successivo l’abbiamo girato in Giappone, poi siamo andati in Sud America: Argentina, Cile, Bolivia, Perù. Un progetto tirava l’altro”

La tua visione è emersa in un periodo in cui i film di sport di sci e snow coincidevano con adrenalina, colonne sonore potenti, trick spettacolari… Eppure, il tuo lavoro ha un qualcosa di molto diverso, di molto più narrativo. Come si è evoluto il tuo approccio rispetto a quelle prime influenze?

Ben Sturgulewski: “Vero, c’era uno stile molto definito in quei film. Film grandiosi, ma piuttosto simili tra loro. Una rincorsa costante al nuovo trick, la nuova line, la nuova vetta. Nei primi anni di carriera, volevamo fare qualcosa di diverso. Un’enorme influenza per noi sono stati i film di surf. Mostravano molta più ‘anima’: più narrazione, più attenzione alla cultura che circondava lo sport stesso. I film di surf non erano solo onde e trick: parlavano di viaggio, di comunità, di luoghi e di sensazioni. Questo ci ha colpiti profondamente. 

Fin dai primi film abbiamo cercato di incorporare la narrazione. Sì, c’era l’azione, ma davamo spazio al contesto: provavamo a spiegare perché facevamo ciò che facevamo, con chi eravamo, cosa stavamo vivendo lungo il percorso... Eravamo convinti, già all’epoca, che la cultura e il viaggio emotivo fossero importanti quanto lo sci in sé. Quel passaggio, dall’azione pura al racconto, è stato davvero intenzionale. I film fatti solo di azione cominciavano a sembrare un po’ vuoti: come sport per il solo gusto dello sport. A volte, sembravano quasi pornografici: solo spettacolo, nessuna anima.”

Ed è così che arriviamo a Champions of the Golden Valley. Il progetto è partito con una chiara idea, ma è finito per diventare qualcosa di completamente diverso. Ci racconti com’è avvenuta questa evoluzione, in particolare nel tuo rapporto con Alishah?

Ben Sturgulewski: “Il progetto è nato da un’idea semplice: andiamo in Afghanistan per esplorare una cultura sciistica locale di cui pochissime persone sanno qualcosa. Non ci aspettavamo di trovare atleti d’élite: sapevamo che non avremmo visto gente lanciarsi da dirupi o sciare linee estreme. Ma avevamo sentito parlare di questa piccola comunità sciistica autoctona e volevamo viverla in prima persona. Quella era la missione.

Alishah, inizialmente, non doveva essere il protagonista. Erano già stati girati altri film su di lui, perché aveva provato a diventare il primo sciatore afghano olimpico. Quindi, gli avevamo semplicemente chiesto di farci da guida. Gli abbiamo detto: “Non vogliamo raccontare la tua storia, vogliamo trovare qualcuno di nuovo.” E lui era d’accordo. Ci ha presentato dei ragazzi e delle ragazze, e abbiamo iniziato a filmare. Col tempo, però, ci siamo resi conto di quanto Alishah fosse profondo e consapevole delle sue azioni, delle sue parole. Era in grado di parlare degli atleti più giovani e di spiegare cosa significasse per loro lo sci come nessun altro poteva fare. Riusciva a dare contesto, prospettiva. Mentre i giovani erano immersi nel momento, nella competizione, lui osservava tutto da un livello più alto, comprendendo il significato più ampio dello sport e della comunità.

La gara di sci in sé si è rivelata una storia significativa: rivalità, dramma, amicizia. Abbiamo pensato: “Ecco, questo è il film.” Eravamo quasi alla fine: montaggio, audio, color correction… Poi, nell’estate del 2021, il Paese è caduto nelle mani dei Talebani. E tutto è cambiato. La comunità che avevamo filmato si è improvvisamente disgregata. Molti sono stati costretti a fuggire; alcuni sono arrivati in Germania. Anche Alishah, insieme è stato forzato a scappare con la famiglia. Abbiamo cercato di aiutare come potevamo: logistica, contatti, risorse… Ma è stato un momento devastante.

Abbiamo messo tutto in pausa. Il film gioioso che avevamo realizzato non sembrava più avere senso. Dopo qualche mese, sono andato a trovare Alishah in Germania, dove era (e dove si trova ancora oggi) come rifugiato. Ci siamo seduti e abbiamo parlato: conversazioni lunghe, difficili, emotive. Abbiamo capito che c’era un’altra storia da raccontare. Una storia diversa. Una storia che mostrasse il prima e il dopo: non solo di una comunità, ma di individui a cui erano state irrimediabilmente cambiate le vite.”

Che tipo di approccio hai adottato per affrontare un dialogo così delicato, come quello avvenuto in Germania? 

Ben Sturgulewski: “Non è stata la classica intervista. Spesso, quando intervisti qualcuno, entri nella sua storia. Arrivi da fuori, fai domande su qualcosa che quella persona ha vissuto e tu no. Cerchi semplicemente di capire. Ma in questo caso era diverso. Ero stato in Afghanistan. Avevo visto la vita di Alishah prima che tutto cambiasse. E quando il Paese è crollato, siamo stati coinvolti attivamente nell’aiutare le persone ad evacuare: amici, conoscenti, ONG. Abbiamo provato a fornire loro percorsi sicuri per fuggire. È stato intenso e spaventoso, anche da lontano. E, anche se non posso certo paragonare la mia esperienza alla sua, mi ha lasciato un segno.

Quindi, quando ci siamo seduti in Germania, non è stata una ‘normale’ intervista tra reporter e intervistato. Sembrava più una seduta di terapia, per entrambi. Stavamo cercando di elaborare qualcosa di enorme e traumatico, che aveva toccato le nostre vite in modi diversi. Io avevo tante domande senza risposta, emozioni che non avevo ancora affrontato. E credo che anche Alishah stesse ancora elaborando ciò che aveva vissuto. Forse non aveva mai avuto occasione di parlarne apertamente prima. Quello che è emerso non è stato un monologo, ma un vero dialogo, basato su una comprensione condivisa di ciò che era andato perduto. È stato profondamente emotivo. Non credo che l’obiettivo fosse “fare una grande intervista”. Stavamo solo cercando di essere onesti l’uno con l’altro. E spero che sia stato d’aiuto per lui, anche solo un po’. So per certo che lo è stato per me.”

Com’è stato vedere una piccola storia, nata dallo sport, evolversi in qualcosa di molto più grande, profondamente umano e universale?

Ben Sturgulewski: “È una delle ragioni principali per cui credo nel potere di questo mezzo. Il cinema e i documentari possono colmare vuoti di comprensione. Possono andare oltre i titoli dei giornali e i dibattiti politici, e ricordarci che dietro la crisi di un Paese ci sono persone reali, con vite reali. Ed è proprio ciò che mostra questo film. Era partito come una storia sullo sci, sulla gioia condivisa da una comunità. Doveva essere un ritratto positivo e divertente di una cultura montana in Afghanistan. Ma dopo il 2021, è diventato qualcos’altro. Ora, trovo potente che molte persone entrino in sala aspettandosi un film di sci: vogliono vedere neve fresca, paesaggi spettacolari, quell’energia classica da film di montagna... E trovano tutto questo. Ma trovano anche qualcosa di inaspettato: una storia di resilienza, di sradicamento, di identità. È proprio questo contrasto a dare forza al film.

Abbiamo iniziato a chiamarlo un ‘film cavallo di Troia’. Si presenta come un’avventura sciistica spettacolare, piena di energia, ma al suo interno contiene una narrazione umana profondamente toccante. E questo è importante, perché, diciamolo chiaramente, molte persone non si presenterebbero a vedere un film riguardante rifugiati. È un tema pesante, faticoso. Siamo tutti sopraffatti. A volte la gente vuole solo distrarsi, intrattenersi. E va benissimo così. Ma se riesci a farli entrare dalla porta della gioia, dello sport, di qualcosa di familiare, e poi aprire uno spazio, delicatamente, per l’empatia e la riflessione… Credo sia un qualcosa di molto potente. E credo sia quello che siamo riusciti a fare.”

E film ha avuto una risonanza incredibile finora…

Ben Sturgulewski: “È surreale. Abbiamo proiettato il film in oltre 60 festival in tutto il mondo, e la risposta è stata travolgente. Abbiamo vinto più di 30 premi, ma ancora più significative sono state le conversazioni nate dopo le proiezioni. Sale piene non solo in città di montagna o in comunità outdoor, ma anche nel Midwest americano o in piccoli paesi della Svizzera, dove nessuno aveva mai visto o pensato all’Afghanistan al di là dei titoli di giornale.

Le persone si connettono. Ritrovano nel film il loro stesso amore per la natura. Si riconoscono nelle amicizie, nella gioia, nella sensazione di libertà che lo sci sa offrire. Quello è il terreno comune. E una volta stabilita quella connessione, le persone sono più aperte ad ascoltare, a comprendere le parti più difficili della storia. Credo che quello che abbiamo creato sia più di un semplice film. È uno strumento — di connessione, di educazione, di empatia. E se anche solo poche persone riescono a guardare questi temi da una prospettiva nuova, allora penso che abbiamo fatto qualcosa di importante.”

L’Afghanistan è praticamente scomparso dalla conversazione pubblica. Non solo nei media generalisti, ma anche nel giornalismo di più alta qualità. Come gestisci e vivi questo silenzio? 

Ben Sturgulewski: “È una domanda difficile. Ci penso continuamente. Quando ho filmato con Alishah in Germania, la guerra in Ucraina era appena iniziata. Ora stiamo assistendo agli orrori a Gaza. E continua così, sempre: non mancano mai conflitti nel mondo. E per questo, l’attenzione si sposta in fretta. A mio avviso, questo film non è solo sull’Afghanistan. Certo, è ambientato lì, e da lì nasce la storia… Ma il nucleo di questo film coincide con temi come lo sradicamento, l’identità, la perdita della propria casa…

Che si parli di Kabul, di Kiev o Gaza, ciò che unisce queste storie è il trauma di dover lasciare tutto. E ciò che spesso si perde nel rumore politico è che nessuno vuole andarsene. Non sono persone che cercano di ‘invadere’ o ‘disturbare’. Sono esseri umani che hanno una vita piena (famiglie, comunità, storie) e darebbero qualsiasi cosa per restare, se solo potessero.

Questo è qualcosa che molti tendono a dimenticare. Quindi, se questo film riesce anche solo a far cambiare idea a uno spettatore, a fargli vedere un rifugiato non come una minaccia, ma come una persona con sogni e dignità… Abbiamo raggiunto un grande obiettivo.”

C’è un aspetto che emerge con particolare forza nel film: il ruolo delle donne. Considerando il contesto, parliamo di un tema enorme. Come vi siete avvicinati a questa parte della storia, da outsider? E come si è evoluta nel corso del progetto?

Ben Sturgulewski: “È una parte fondamentale della storia. Sotto il regime talebano, le donne hanno perso quasi tutto. Parliamo di un arretramento totale dei diritti fondamentali: niente istruzione, niente presenza pubblica e, ovviamente, niente sport. È incredibilmente tragico vedere cosa sia successo, soprattutto sapendo quanto queste dinamiche fossero progredite in luoghi come Bamiyan. Quando abbiamo iniziato le riprese, il programma sciistico femminile era una delle iniziative più progressiste del Paese: non solo in relazione allo sport, ma ai diritti delle donne in generale. Alishah era al centro di tutto questo. Non lo faceva per attirare l’attenzione: credeva semplicemente che anche le donne dovessero avere la possibilità di vivere la montagna. E a Bamiyan, quella possibilità esisteva. Uomini e donne si allenavano insieme, gareggiavano insieme, passavano il tempo insieme. Era naturale. Sembrava normale. Ed era straordinario.

Riprendere tutto questo, però, non è stato semplice. La nostra troupe era interamente maschile e, nei villaggi più conservatori, non ci era nemmeno permesso vedere le donne. Appena si spargeva la voce che eravamo nei paraggi, tutti si assicuravano che le donne sparissero dentro casa. In villaggi come quello di Mushtaq, infatti, non abbiamo filmato nessuna donna. Nella città di Bamiyan era diverso. Lì l’atmosfera era più liberale, c’era più istruzione. Le giovani donne che facevano parte del programma sciistico erano fiere di esserci. Volevano essere viste. Volevano essere riprese. All’inizio pensavamo che non sarebbe stato un elemento centrale del film. Ma dopo il crollo del Paese, tutto è cambiato. Le donne sono diventate le vere grandi vittime. E abbiamo capito che dovevamo raccontare quella parte della storia.

Abbiamo scavato in ogni singolo frame che avevamo, utilizzato ogni secondo di girato. E sono felice che lo abbiamo fatto, perché ora tutte quelle donne non sono più in Afghanistan. Sono rifugiate: alcune negli Stati Uniti, altre in Germania, altre ancora in Italia. Il programma sciistico, tecnicamente, esiste ancora: senza le donne, però, ha perso la sua anima. Non è più lo stesso. L’impegno di Alisha con le donne lo ha reso un bersaglio. Per questo è dovuto fuggire. Quindi sì, la sensazione è ancora agrodolce. Abbiamo avuto la fortuna di documentare qualcosa di bello, di raro. Che ora, però, non c’è più.”

Chiudiamo con una nota più leggera. Da amante degli sport di montagna e storyteller visuale noto in tutto il mondo, com’è stato incontrare per la prima volta questa comunità sciistica? Quali immagini ti sono rimaste più impresse?

Ben Sturgulewski: “Onestamente, ha cambiato completamente il mio modo di vedere lo sci. Ho passato oltre un decennio a lavorare nell’industria: a filmare professionisti con attrezzatura top, a inseguire le linee più ripide, la neve perfetta... C’è sempre questa spinta a superare i limiti: trick più grandi, attrezzature più nuove, video sempre più spettacolari. E dietro si cela anche uno status: diciamocelo, lo sci è costoso, esclusivo.

Poi sono arrivato in Afghanistan… Ed è stato come entrare in un altro universo. Niente impianti, niente sponsor. Le persone sciavano con stivali di gomma e calzini. Si costruivano gli sci. E non lo facevano per postare qualcosa su Instagram: lo facevano per la pura gioia di scivolare giù da una collina innevata con gli amici. Era la forma più pura di cultura sciistica che io abbia mai visto. Solo gioia. Non sapevano nemmeno ciò che non avevano, perché non l’avevano mai visto. E in un certo senso, rendeva tutto ancora più bello.

Ricordo che, finito il viaggio a Bamiyan, sono volato direttamente a Vail, in Colorado, per un lavoro. Biglietti da 300 dollari, pellicce, attrezzatura firmata ovunque. Il contrasto era surreale. Ho avuto uno shock culturale. E se mi chiedessi dove vorrei tornare… Sceglierei l’Afghanistan. Senza esitazione. Quel viaggio mi ha ricordato, e credo ricordi a tutti noi, quale sia il vero significato di questo sport.”