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In Y/Our Life, l’arte contemporanea festeggia K-Way

K-Way celebra i suoi 60 anni con una mostra globale, ispirata dal lato nascosto delle cose di ogni giorno

Per celebrare i suoi 60 anni, K-Way ha scelto di coinvolgere altri marchi iconici i cui prodotti sono entrati a far parte della vita di tutti i giorni. È così che nasce In Y/Our Life-The Hidden Side of Everyday Things, che ha l’intento di esplorare la poeticità del quotidiano, raccontando come semplici oggetti decorano e danno forma alla nostra vita. Per farlo, il brand di origini francesi, con cui abbiamo recentemente avuto il piacere di collaborare per la speciale produzione ‘How far you can go’ (https://athletamag.com/it/how-far-you-can-go-il-ritratto-velico-di-ambrogio-beccaria/ ), spalanca le porte alla creatività e all’arte contemporanea, coinvolgendo alcune tra le menti più brillanti della scena artistica internazionale per reimmaginare la nostra quotidianità. Un approfondimento culturale che guiderà il pubblico in un viaggio emozionante, esplorando l’evoluzione di marchi senza tempo e il loro impatto culturale. 

 

K-Way®, da sempre promotore di arte contemporanea, innovazione e creatività, celebra i suoi sessant’anni abbracciando appieno questi principi. Attraverso l’ingegno, l’arte e il talento, il progetto In Y/Our Life mira a trasformare oggetti e piccoli gesti quotidiani in una vera e propria grammatica della fantasia: il suono della zip di una giacca a vento, il tratto di una penna a sfera su un taccuino di viaggio, il borbottio del caffè sul fuoco al mattino presto. La mostra si articolerà di fatto in tre sezioni distinte, popolate dall’intreccio di brand iconici come Bic, Borotalco, Borsalino, Chupa Chups, Bialetti, Moleskine, Pongo, Polaroid, Post-it, Rollerblade e Scotch, e un gruppo di notevoli artisti internazionali, composto da Francesca Casale, Serafin Gerber, Agostino Iacurci, Koo Jeong-A, Eva Jospin, Masha Leonenko, Tomáš Libertíny, Andrea Magnani, Emiliano Ponzi, Luisa Rabbia, Leanne Shapton, Patricia Urquiola, Olimpia Zagnoli.

 

Questa mostra multidisciplinare debutta a Milano presso il Museo della Permanente dal 26 febbraio al 2 marzo, per poi aprirsi ad altre tappe mondiali. Per partecipare gratuitamente, visitate il link https://kway-inyourlife.com/ e iscrivitevi.

In Y/Our Life Exhibition: Rollerblade-inspired artwork
In Y/Our Life Exhibition: Pongo-inspired artwork
In Y/Our Life Exhibition: Pongo-inspired artwork
In Y/Our Life Exhibition: Polaroid-inspired artwork
In Y/Our Life Exhibition: K-Way-inspired artwork

LE METAMORFOSI CALCISTICHE DI MARK JOHNSON

Dal sogno di diventare professionista, alla street art e opere XXL: le parole di un creativo che è riuscito a trasformare il calcio in un’espressione visiva

“Fin da piccolo è sempre stato solo calcio, calcio e ancora calcio.” L’artista britannico Mark Johnson ci anticipa come ha trasformato la sua passione in un’espressione visiva capace di farci rivivere, o meglio, vivere in nuova forma, momenti e dettagli significativi del Beautiful Game.

Quando arte e calcio si incontrano consapevolmente danno vita a connubi estatici, atipici, perfino iconici, e questo giovane creativo multidimensionale, cresciuto nella terra-culla del calcio, è l’esempio perfetto di questo processo. 

Dallo Stoke City a Roberto Baggio e al design sostenibile del Betis Siviglia. Abbiamo parlato con Mark per scoprire il legame tra la sua visione artistica ed il suo percorso calcistico.

Sei nato nella patria del ‘Beautiful Game’. Come ti sei innamorato di questo sport e in che modo lo hai integrato alla tua visione artistica?

“Sono cresciuto giocando a calcio in ogni momento: in strada, con gli amici, ovunque potessi... Dagli 11 ai 16 anni ho giocato nell’Academy dello Stoke City, inseguendo il mio sogno di diventare un professionista. Per vari motivi non sono riuscito a coronarlo e, verso fine adolescenza, mi sono ritrovato a chiedermi quali potessero essere scenari alternativi: così, mi sono concentrato sul design. Ho sempre amato il calcio, ma in fondo la mia vera passione è sempre stata l’arte. Disegnavo qualsiasi cosa fosse legata al calcio. Dopo il mio percorso universitario in graphic design, ho iniziato a lavorare nel settore e nel mentre ho aperto il mio profilo instagram, postando i miei progetti e le mie idee. Quello che ritenevo un hobby è diventato il mio lavoro.”

Cosa ti ha spinto ad esplorare questo particolare connubio?

“Fin da piccolo mi è sempre piaciuta la street art, mi sono fatto ispirare da artisti come Banksy, da lavori urbani che lasciano senza parole. Da lì è nato il tipo d’immaginario e immaginazione che oggi nutrono le mie opere. Sentivo soprattutto la necessità di rappresentare il fatto che tutti i grandi calciatori abbiano, in qualche modo, iniziato a giocare in strada, circondati da amici e familiari. È un percorso comune. È il mio percorso. Così, ho iniziato a ricreare una serie di gol e scene iconiche sui muri, giocando con i loro elementi fisici e trasformando il loro significato. Un tubo che sporge, per esempio, può diventare parte integrante di un’azione e di una composizione calcistica. Parlando di un altro tipo d’ispirazione, quella legata alla comunicazione dei brand, devo dire che ho sempre avuto una connessione forte con questa dimensione. Adv e commercial mi hanno trasmesso molto: Nike e Adidas principalmente, uno da un punto di vista delle campaign video, in cui spicca il leggendario filone ‘Joga Bonito’, l’altro in merito, soprattutto, alla creatività legata ai billboards.”

Ad oggi, cosa rappresenta per te il calcio?

“Ad oggi lo vivo in un modo un po’ più neutrale. Amavo Baggio e la Serie A, divorava partite ad ogni ora in televisione, ma ora non posso dire di essere ancora così follemente innamorato di questo sport. Questo non vuol dire che non sia parte integrante della mia vita quotidiana, o che abbia smesso di seguirlo con attenzione. Continuo a collezionare maglie, da piccolo mio padre me le regalava ogni Natale e compleanno. Uno dei pezzi più particolari che ho è una maglia dell’Inghilterra del ‘96 di David Seaman, il leggendario portiere, peccato sia una taglia da bambino. La mia attuale professione mi ha dato poi la possibilità di entrare in contatto con vari giocatori. Non nego che molti di loro mi hanno intercettato grazie alle opere che li vedevano ritratti. Questi rapporti mi permettono anche di aumentare la collezione di maglie…”

Ci sono dei progetti a cui sei particolarmente legato?

“Durante il lockdown stavo pensando a nuove idee, e, siccome ho sempre avuto un debole per il Betis, ho provato a unire il loro design al concetto di sostenibilità ed elementi naturali. Ho costruito una struttura bianca a forma di maglia, ho piantato dei semi e dopo una settimana circa l’erba ha iniziato a crescere, ricreando le strisce verticali verdi. Così è nata la ‘BIODEGRADABLE BETIS’. Un altro progetto a cui sono particolarmente legato è la maglia dell’Inter. Studiando la tecnica del quilling, ho subito pensato che fosse perfetta per il logo dell’Inter, basato su cerchi concentrici. Ci ho messo mesi ad arrotolare 23.000 spirali di carta, un progetto davvero incredibile e monumentale per le sue dimensioni, era quasi più grande del mio garage…” 

Alla luce di questi esempi, ti senti più un designer o un artista? E che direzioni sta prendendo, oggi, la tua identità creativa?

“Quando mi pongono questa domanda, rispondo sempre che mi sento un designer. Nel design c’è sempre un preciso motivo dietro ogni scelta, ogni decisione dev’essere giustificata. Nulla è casuale. Tutto è razionale. E il mio approccio ai vari progetti segue questo paradigma. Per quanto riguarda le direzioni, l’obiettivo è quello di lavorare su sempre più progetti. Fra qualche anno voglio guardarmi indietro e poter dire di aver conquistato un bel po' in questo campo. Al momento sto aspettando che succeda qualcosa, sto cercando ispirazione ovunque, dai libri alle notizie… Il calcio regala suggestioni ogni giorno, ogni ora, basta saperlo ascoltare.”


LO SPORT SECONDO MASSIMO OSTI

Per il secondo capitolo del nostro viaggio all’interno del Massimo Osti Archive, le parole del figlio Lorenzo ci guidano nell’intreccio tra sport e design del creatore di C.P. Company, e nella sua legacy contemporanea 

Nel primo focus editoriale dedicato al Massimo Osti Archive (che potete leggere qui https://athletamag.com/it/massimo-osti-archive-unoasi-del-progresso-fashion-per-una-biografia-rivoluzionaria/ ), avevamo parlato dei pilastri che hanno scandito e definito la produzione del creativo bolognese: un designer atipico, un outsider in grado di rivoluzionare lo sportswear, e di divenirne umile, ma visionario, padre putativo. Ora, grazie alla testimonianza diretta di Lorenzo Osti, attuale Presidente di C.P. Company, riusciamo a scoprire l’effettivo legame tra suo padre e l’immaginario sportivo. 

Osservati dalle Goggle Jacket che assiepano il perimetro dell’Archivio, è inevitabile pensare all’evoluzione C.P. Company, il brand-colonna vertebrale della multiforme parabole ostiana, e alla sua connessione con la cultura casual britannica. Con la galleria umana delle terraces, i verticali gradoni di calcestruzzo che hanno circondato e, in alcuni casi, continuano a circondare i teatri calcistici della culla del Beautiful Game. E con il controverso filone hooligan: critico cosmo sociale sfumato da Margaret Tatcher in quello che oggi rappresenta poco più che un reperto storico, ma un’eterna e intaccata scuola di stile. 

Eppure, le memorie di Lorenzo Osti descrivono una biografia paterna molto più complessa di questa tanto celebre, quanto involontaria associazione: plasmano, ironicamente, una retrospettiva sportiva non a trazione calcistica. Attraverso le sue riflessioni, corroborate da romantiche immagini d’archivio, basket, vela e motori diventano pilastri alternativi della vita del rivoluzionario designer bolognese, cresciuto tra i playground di ‘Basket City’, la sua Bologna, il sereno moto delle correnti marine e le rapide forme dell’iconica MilleMiglia. Questi capitoli passionali mettono ulteriormente a fuoco l’essenza di Massimo Osti. Un’essenza dalle forti sfumature sportive. 

Massimo Osti a rimbalzo in un playground cinese

MASSIMO OSTI E IL BASKET. Non esiste Bologna, o meglio, ‘Basket City’ senza pallacanestro, e non esiste bolognese privo di fede per la palla a spicchi. 

“Il basket ha sempre fatto parte della nostra famiglia. Sono cresciuto in mezzo agli amici cestisti di mio padre, come i leggendari giocatori della Virtus e della Nazionale Mario Martini e Piero Valenti. I miei parenti erano tutti virtussini, si andava sempre a Palazzo, a vedere le partite. Io invece mi sono affezionato alla Fortitudo. I tifosi Virtus venivano ritenuti la parte più ‘fighetta’ di Bologna, noi ci sentivamo un po’ più gli ‘underdog’ della città... 

Al di là di questo, ricordo che casa nostra era un polo catalizzatore per il fermento bolognese degli anni ‘70 e ‘80. Dal lunedì alla domenica, di sera c’era sempre qualcuno che suonava il campanello. Si mangiava tutti insieme. Il mix di personalità era incredibile: andava da giocatori della Virtus a Lucio Dalla, anch’esso virtussino, o Beppe Grillo, ma anche a persone dai lavori normalissimi. Mia mamma aveva vissuto in una comune a San Francisco, credo che quel tipo di ambiente e quel senso di comunità fossero un po’ frutto delle sue esperienze. 

I miei genitori fecero addirittura il viaggio di nozze in Cina, una meta tutt’altro che scontata per il 1975. Per capire meglio la passione cestistica di mio padre, basta vedere le sue foto di quell’esperienza. In una di queste, compare in mezzo a tantissimi ragazzini cinesi e cosa fa? Gioca a pallacanestro. La stessa situazione compare anche negli scatti di un altro viaggio familiare, in Costa Rica: in quel caso siamo io e lui in un playground... A Bologna, poi, ha anche ristrutturato un campetto, mettendoci i canestri. Il basket è stato importante nella sua vita” 

Massimo Osti condivide momenti cestistici con bambini cinesi

MASSIMO OSTI E LA VELA. Il mare come dimensione più serena nella caotica e stressante confusione degli ingranaggi fashion. 

“La vela ha dato moltissimo a mio padre. La sua vita era principalmente scandita dal lavoro e dallo stare in barca. Molti dei miei ricordi sono ambientati tra le onde… Comprò la prima barca in legno nel 1984. Era scomodissima, quasi scassata, ma estremamente affascinante. La conservo ancora, così come conservo le sue infinite storie. Gli aneddoti vanno dai viaggi con Andrea Pazienza, Monica Bellucci e altre celebrità, figure che la gente osservava incredula su quella piccola barca di legno, a un fulmine preso durante la navigazione… 

Mio padre non è stato un marinaio, almeno non nel senso stretto del termine. E non ha vissuto la vela come uno sport. Al timone passava poco tempo. Era una persona introspettiva, meditativa: stare in mezzo al mare lo liberava del caos, del ‘rumore’ della sua professione. Il suo rapporto con la vela ruotava attorno al desiderio d’isolarsi, gustandosi la natura e, allo stesso tempo, condividendo del tempo di qualità con persone di cui aveva stima. 

Ricordo una sola regata. Eravamo in Sardegna per una vacanza estiva. Nessuno tra noi era in grado di partecipare ad una gara, ma alcuni insistettero e decidemmo d’iscriverci. Un nostro amico, ospite a casa, disse che avrebbe contattato un suo stretto conoscente, che casualmente si trovava in Sardegna per le vacanze. Si presentò poco dopo Francesco De Angelis, leggendario timoniere napoletano e primo non anglosassone a vincere la Louis Vuitton Cup, con Luna Rossa. Il resto dell’equipaggio era composto da me, alcuni amici e persone che sapevano veramente poco di vela sportiva… De Angelis cominciò a darci indicazioni sottovoce, con estrema gentilezza. Il suo approccio mi sorprese. Arrivammo primi con una mezzoretta di vantaggio sui secondi… Fu un’esperienza assurda, che mi fece comprendere il talento di un atleta velico di altissimo livello. 

Nel tempo abbiamo avuto diverse barche. La ‘Coast to Coast’, per esempio, venne chiamata così in omaggio ad una linea che aveva prodotto. Fu vittima dell’uragano Hugo, nel ‘91: finì completamente distrutta su una collina. Poi arrivò uno Swan 65, due alberi, che mio padre chiamò allo stesso modo. Io ho proseguito la tradizione familiare. Dopo la morte di mio padre, ho ristrutturato la nostra vecchia barca in legno. Non l’ha mai voluta vendere, ci era affezionato. Ora provo a vivere la barca come faceva lui: mi interessano le sensazioni che provo. Sento, fisicamente, qualcosa che mi svuota e riempie allo stesso tempo”

Ritratti velici di Massimo Osti
L’equipaggio vincitore della regata descritta da Lorenzo Osti
Una barca sponsorizzata da Massimo Osti per una traversata atlantica
Ritratti velici di Massimo Osti

MASSIMO OSTI E I MOTORI. Tra design automobilistico e fashion prevalgono le affinità, e risiede la filosofia estetica di un visionario innamorato della MilleMiglia. 

 “Le macchine sono un’altra enorme passione di mio padre. All’apice di questa fascinazione, ha avuto una Jaguar Daimler Double Six: una macchina enorme, seguita, curiosamente, da una Micra. Gli piacevano i motori in generale, per la bellezza del loro design, delle loro forme... Per tantissimi anni ha anche avuto un Porsche 356 gialla banana. 

La MilleMiglia era uno dei suoi appuntamenti preferiti. Erano sempre giornata felici, quando passava per Bologna. Per qualche tempo pensò anche di correrla… Purtroppo i ritmi professionali non glielo permisero. Strinse, però, un accordo di sponsorizzazione con C.P. Company: a suo avviso, il brand all’epoca aveva molte affinità con quest’evento. Da questa sinergia nacque l’iconica giacca MilleMiglia, sinonimo di Goggle Jacket, ed un libro fotografico, dove è protagonista la lente di mia madre. Tornando ai processi creativi di mio padre (che avevamo descritto all’interno del primo focus legato al Massimo Osti Archive ndr), anche in questo caso le foto vennero prima fotocopiate e poi inserite nella pubblicazione: questo processo dava una patina ‘vecchia’, di ‘usato’, che lo ha sempre stuzzicato. 

L’introduzione del libro è firmata proprio da Massimo Osti. Nelle sue parole associa l’automobile all’abito, la definisce come un oggetto che stabilisce l’identità del proprietario. Per lui la macchina era un ritratto dei gusti e degli stili di vita di ogni persona. Apprezzava la capacità dei designer dell’epoca di coniugare funzionalità ed estetica con disinvoltura e fantasia. In questo dualismo tra motori e moda ha sempre trovato una connessione reale, tangibile…”

La celebre giacca MilleMiglia

MASSIMO OSTI E IL CALCIO. La lunga storia di un involontario, ma naturale padrino per la cultura casual e per l’intero mondo terraces. 

“Ogni volta che Massimo Osti e i suoi brand vengono associati al calcio mi fa un po’ sorridere, perché in famiglia siamo tutt’altro che calciofili. Mi hanno perfino raccontato che mio padre non vide la finale dei Mondiali ‘82, perché stava lavorando su una collezione nella stanza accanto. Quando gli comunicarono la vittoria dell’Italia, non si alzo neanche e commentò solo con una battuta che possiamo parafrasare con “solo fortuna!”

Siamo stati a lungo all’oscuro dell’impatto che la sua figura aveva avuto sulla ‘terraces e casual culture’ e sull’estetica del tifo d’oltremanica. Lui non viaggiava e non parlava inglese, quindi ci arrivavano solo informazioni saltuarie, nulla di preciso… Il lavoro sul suo Archivio e l’apertura di canali social ha cambiato tutto. Abbiamo iniziato a trovare gruppi dedicati a mio padre e ai suoi brand. I suoi design erano entrati, a tutti gli effetti, nel mondo a trazione hooligan: una sorta di culto. La gente pubblicava addirittura foto di cover e spille con la sua faccia. Ho iniziato a parlare con alcune di queste persone, ad invitarle a Bologna, e da quel momento il ‘pellegrinaggio’ nel Massimo Osti Archive è continuato. Arrivano persone stupende, ragazzi degli anni ‘80 che oggi si vedono regalare il viaggio e l’esperienza dalle mogli: condividendo del tempo con loro, ho potuto apprezzare la loro passione e sentire la reverenza che hanno nei confronti dell’immaginario creato da Massimo Osti. 

Ovviamente questo tema mi ha incuriosito e l’ho approfondito. Ho scoperto che il legame tra la sottocultura del tifo british e brand come C.P. Company nasce negli anni ‘80, grazie alle trasferte europee di grandi club inglesi, soprattutto del nord del Paese, come Liverpool e Manchester United. Immagino la scena di questi tifosi che partivano da un noto distretto tessile in piena recessione, una zona grigia e piovosa, per raggiungere città come Milano, dove trovavano figure come i ‘paninari’... C’è una dicotomia forte in questa scena. È un incontro distopico. Alcuni libri sostengono che i tifosi abbiano iniziato a notare la lassità della sicurezza nei negozi italiani, e abbiano iniziato a rubare i capi che vedevano indossare ai loro coetanei. Da quel momento, nacque una vera e propria tratta sotterranea, un commercio di capi rubati, distribuiti o rivenduti al ritorno. Chiaramente non sono solo i marchi di mio padre ad attirare i tifosi: questo processo porta prima alla creazione di un vero e proprio ‘sistema’ organizzato, poi allo sdoganamento commerciale dei brand maggiormente usati sugli spalti. 

Ad un certo punto, mi sono anche domandato perché le creazioni di mio padre abbiano avuto così tanta rilevanza in questa dinamica. Credo ci siano due aspetti, che si evidenziano soprattutto in C.P. Company: il primo è quello funzionale, i suoi design erano perfetti per coprire il volto, quindi c’era una funzione pratica, d’uso; il secondo è la prossimità dell’estetica ostiana con quella della working class. Mio padre lavorava con gli archetipi degli abiti da lavoro. Questo fatto finiva inevitabilmente per risaltare agli occhi di un tifoso inglese che, per esempio, poteva indossare versioni nobilitate di giacche da carpentiere... I capi di mio padre risultavano familiari ai protagonisti di questa sottocultura”

Manchester City x C.P. Company
Bologna FC x C.P. Company

C.P. COMPANY E IL BEAUTIFUL GAME. La legacy calcistica di Massimo Osti prosegue nel corso contemporaneo del suo brand-cardine e nella visione del figlio Lorenzo. 

“Alla luce di quanto detto, il recente riavvicinamento di C.P. Company al calcio è stato naturale. Il collegamento è così autentico… Devo aggiungere che la comunità terraces e casual, preso atto di tutte le sue sfumature, anche quelle più negative, va ringraziata per aver tenuto in vita il brand in anni particolarmente duri. Ci sembrava corretto celebrare questo rapporto e stiamo provando a farlo associandoci con realtà calcistiche dalla profonda sostanza. 

Mi piace fare l’esempio del Manchester City, un match perfetto per la sua autenticità. È una squadra di Premier League dalla storia secolare che, al netto delle sue evoluzioni moderne, ha alle spalle un percorso tutt’altro che vincente, plasmata e sostenuto da persone veramente legate alla città di Manchester e a questa fede calcistica. Inoltre, c’è una similitudine forte tra Manchester e Bologna: sono due poli industriali, con note università e notevoli scene musicali… Ci sono connessioni veramente interessanti. 

Sinergie con squadre come il City, o lo stesso Bologna, evidenziano la volontà di aumentare il nostro brand awareness contemporaneo, toccando una colonna portante del percorso C.P. Company, che abbiamo recentemente scoperto aver contaminato perfino l’Indonesia: in uno degli ultimi numeri del nostro mag, Arcipelago, è ritratta la comunità casual-calcistica del Paese asiatico, un quadro sociale popolato da Goggle Jacket nella stragrande maggioranza contraffatte.

Oggi, posso dire che nella vision C.P. il calcio non rappresenta i soli 90 minuti, ma un’esperienza d’intrattenimento molto più ampia: vogliamo continuare a seguire questa prospettiva e questa direzione…”

C.P. Company x Manchester City SS25

Credits

Thanks to Lorenzo Osti – Massimo Osti Archive and C.P. Company President

Massimo Osti Studio 


Immergersi nello Snow Polo

Dal 1985 ad oggi, la Snow Polo World cup compie 40 anni nel cuore dell'esclusiva St. Moritz 

Gli atleti e i rispettivi destrieri sono i soggetti di composizioni talmente iconiche da risultare quasi surreali. Siamo nel pieno della Snow Polo World Cup, un suggestivo evento che si tiene a St.Moritz da 40 anni. Al cospetto di questo binomio c’è un pubblico di 26.000 spettatori in grado di colorare i bordi del lago ghiacciato locale: atipico teatro contemporaneo di uno sport nato nell’antico Iran. 

Una sfera rossa lanciata al centro del campo segna l’inizio di ogni partita, la sua macchia di colore schizza istantaneamente sul niveo fondo lacustre. St. Moritz, nota località svizzera sinonimo di lusso ed eccellenza, è la cartolina perfetta per uno sport legato, da sempre, al concetto di eleganza. L’intero evento si svolge in tre giorni e le gare sono attorniate da pillole dal sapore di lifestyle patinato. Una volta conclusa questa manifestazione internazionale, resta alle spalle un weekend troppo breve, trascorso tra il flusso di eventi mondani e il travolgente spettacolo di una disciplina nobile: perfetta fusione tra abilità umana e potenza animale. 

Una disciplina in cui il movimento ipnotico e la velocità dei purosangue, che si scambiano tra un tempo e l’altro, scandiscono il ritmo d’intere giornate, quasi come la colonna sonora di un film. Ostriche, musica live e calici di champagne vengono circondati da principianti che provano a calarsi nei panni di questi moderni cavalieri sportivi, sferrando colpi in groppa a cavalli di legno. 

La Snow Polo World Cup è tutto questo, ed è, soprattutto, una tradizione immersiva, una finestra spalancata su un mondo di colori saturi, dove anche il pubblico, catturato nella sua spontaneità, si rende fulcro ed attore indispensabile di un evento unico, ritratto per Athleta Magazine dalla lente di Gianluca Pezzato. 


GRLSWIRL - Uno skate virtuoso per una community globale e libera

Dopo lo speciale focus di Athleta Mag Issue 8 abbiamo esplorato le più recenti evoluzioni della vision GRLSWIRL, una virtuosa community skate nata a LA, sbarcata in Europa e destinata ad avere un impatto su tutto il mondo

“We see a world where skateboarding is the tool for transcending barriers and of unification of the people”. Lo skate può essere un potente strumento di connessione e scoperta, individuale e collettiva. Può essere un elisir umano puro, una divertente miscela sociale in grado d’influenzare prospettive, emozioni e vite ad ogni latitudine. Quella che può sembrare una mera descrizione teorica, un esercizio di stile dai tratti utopici, è in realtà la formula magica GRLSWIRL. 

Avevamo ritratto e raccontato questa speciale community poco dopo la sua nascita a Venice Beach, avvenuta nel 2018, pubblicando uno speciale reportage all’interno di Athleta Magazine Issue 8, scattato da Giulia Fassina. Siamo tornati a trovarla oggi, dopo una lunga serie di evoluzioni e ramificazioni che hanno toccato anche il Vecchio Continente, sviluppando capitoli addirittura a Lisbona, Parigi e Copenaghen: un viaggio cosmopolita, che sta riuscendo a unire persone di tutto il globo attraverso lo skate, permettendo loro di sentirsi parte di una vasta famiglia, priva di pregiudizi e negatività. 

La testimonianza di Kelsey Harkin, una delle co-founder GRLSWIRL, illustra la consapevole e inarrestabile ascesa di questa community, o meglio, di questo movimento che ha ormai raggiunto una dimensione globale, evidenziando la sua capacità unica di avere un impatto positivo tanto sul presente, quanto sul futuro d’intere generazioni. 

Da Venice al mondo: un’ascesa poliglotta e multiculturale costruita su uno skate a vocazione sociale

“Abbiamo iniziato a Venice, California, eravamo un gruppo di amiche legato allo skate. Pensavamo fosse solo qualcosa di divertente da fare insieme, qualcosa che non ruotasse attorno a feste o spese economiche. A quel tempo, lo skate era percepito come un ambiente molto maschile, anche se c’erano alcune incredibili skater sulla scena. Così, quando siamo arrivate, un gruppo di giovani donne-skater, è stato un vero shock per molti. All'inizio definivamo GRLSWIRL una ‘sisterhood’, era un ambiente molto incentrato sulla componente femminile. Volevamo creare uno spazio in cui le donne potessero riunirsi senza essere giudicate o sentirsi intimidite da ciò che gli altri consideravano ‘la norma’ nel mondo dello skate.

Negli anni, ci siamo evolute in qualcosa di molto più grande. Abbiamo visto questa trasformazione nelle nostre comunità all'estero, in capitali come Lisbona, Copenaghen e Parigi. Queste community sono incredibilmente dinamiche, riuniscono un ampio ventaglio di persone. Non siamo più solo una ‘sisterhood’; siamo diventate un vasto collettivo di persone che vogliono semplicemente sentirsi parte di una community che fa qualcosa di divertente. Oggi siamo ancora fondate e guidate da donne, ma accogliamo persone di tutti i generi e pronomi nella nostra famiglia.

Abbiamo sviluppato otto capitoli nel mondo: quattro negli Stati Uniti, e poi a Parigi, Lisbona, Copenaghen e Città del Messico. Abbiamo anche una comunità online in forte crescita, che connette skater in migliaia di città in tutto il mondo. Oggi contiamo oltre 10.000 membri che fanno parte di GRLSWIRL Online e che riescono a collegarsi in varie parti del globo. È un traguardo enorme per noi, perché, pur avendo capitoli fisici in tutto il mondo, eravamo consapevoli del fatto che non stessimo offrendo alla totalità dei nostri membri un’esperienza comunitaria. La piattaforma GRLSWIRL permette loro di creare degli spazi di skate, e il fatto che sia supportata dal nome del nostro collettivo aggiunge un certo livello di sicurezza, oltre ad aumentare le connessioni tra persone che non si conoscono. 

Ci chiedono spesso se apriremo nuovi capitoli. Siamo molto selettive su dove e come espanderci. Vogliamo assicurarci che tutto sia perfettamente allineato e che le leader dei capitoli siano veramente impegnate nella costruzione di una community. Fortunatamente, ad ora, abbiamo leader straordinari in tutto il mondo. Quindi sì, siamo alla costante ricerca di nuovi capitoli. Probabilmente ne arriveranno alcuni già quest’anno”

Autenticità, comunità e valori: l'evoluzione di GRLSWIRL come un viaggio ispirato, dove competizione e giudizio lasciano spazio a condivisione e libertà.

“Uno dei complimenti che riceviamo più frequentemente è che siamo rimaste fedeli ai nostri valori fondativi e alla nostra missione: mettere le persone sullo skate in tutto il mondo. È vero, ci siamo espanse: ora produciamo le nostre tavole con Carver, offriamo protezioni specifiche con Triple 8 e vendiamo merchandising, ma tutto ciò che facciamo è pensato per supportare direttamente la nostra missione e la nostra visione. Se qualcosa va contro i nostri valori, semplicemente non lo facciamo. Questo è ciò che rende GRLSWIRL ciò che è.

Quando si tratta di collaborare con i brand, se non condividiamo i pilastri fondamentali come il restituire qualcosa alla comunità o la sostenibilità, non collaboriamo con loro. Potrebbero essere i leader del settore e offrirci ogni cosa, ma se non condividono i nostri valori, restiamo ferme sulla nostra posizione. Credo che questo venga apprezzato dalla nostra comunità: ci conferisce una certa credibilità di strada. Facciamo quello che ci sembra giusto, e ci assicuriamo che tutto ciò che facciamo sia guidato dalla nostra missione, oltre che focalizzato sul concetto di community.

Quando abbiamo aperto i capitoli europei e ho incontrato di persona le leader delle varie sezioni, ho potuto vedere come le comunità stessero mettendo radici e crescendo in città differenti come Parigi, Orange County, Copenaghen, Lisbona… È divertente pensare a quanto questi posti siano così diversi tra loro... Anche se alcuni di essi sono geograficamente vicini, ogni comunità ha la propria vibes. Lasciamo che siano le leader a guidare il modo in cui organizzano gli incontri, le skate session e gli eventi. L’obiettivo è assicurarsi che ogni città porti con sé lo spirito di GRLSWIRL, lasciando allo stesso tempo che le caratteristiche della comunità locale emergano. Quindi, sebbene ogni comunità sia diversa, tutte condividono quel fil-rouge che è GRLSWIRL.

Le persone che si uniscono a GRLSWIRL cercano uno spazio accogliente, una zona priva di giudizi, un luogo dove costruire amicizie e creare connessioni. Puoi sentire questa energia in ogni città in cui abbiamo messo radici. È un qualcosa di davvero speciale. GRLSWIRL attira un certo tipo di persone, e anche se pensi di non essere quel tipo di persona, quando te ne vai da un evento GRLSWIRL pensi: “Wow, posso veramente accettare amore e un senso di affermazione da sconosciuti.” Trovo sia fantastico.

In questo momento, siamo impegnate nel nostro ‘World’s Okayest Tour’. Lucy, Val e Julia, alcune delle nostre rider, sono in Australia. Ogni mattina ricevo video e foto del tour, ed è straordinario vedere quante persone siano influenzate da quello che facciamo. Non si tratta solo di skate, è molto di più. Se ci fermiamo a pensare per un secondo, man mano che invecchiamo, perdiamo quell’energia giocosa che ci contraddistingueva, spesso perdiamo anche i contatti con gli amici o con una precisa comunità. La gente non si rende conto di quanto sia importante per la nostra salute mentale essere circondati da persone a noi simili, che ci possano accettare per ciò che siamo. Noi ne abbiamo una conferma ovunque andiamo.

Ora vivo in una surf-skate community in Portogallo. Adoro incontrare nuovi gruppi di skater e vedere come le persone stiano facendo cose creative e fuori dagli schemi per le loro comunità. È qualcosa di davvero speciale, e penso che sia anche uno dei motivi per cui GRLSWIRL continua a crescere. Non siamo competitive, e questo si riflette in tutto ciò che facciamo—specialmente nelle nostre session di gruppo. Quando le persone partecipano ai nostri eventi, mettiamo in chiaro che il nostro è uno spazio non competitivo. Se vedi qualcuno fare qualcosa di figo, vai, complimentati e chiedi di poterlo vedere di nuovo, per imparare a replicarlo. Il non-competitive mindset è ciò che facciamo emergere in ogni aspetto di GRLSWIRL.”

Un viaggio lungo e consapevole, dove trick ed emozioni si fondono, diventando un prezioso flusso di libera affermazione, individuale e collettiva.

"Quando ripenso al 2018, a quel gruppo ristretto di persone, e vedo il suo stato attuale, resto sempre senza parole. Onestamente, a volte mi commuovo, è davvero qualcosa di straordinario… Ho presenziato all'apertura dell'ultimo capitolo europeo, a Copenaghen, ed è andato oltre ogni aspettativa. Il weekend intero, specie per la partecipazione, è stato incredibile. Ho anche avuto la possibilità di portare una la nostra leader di Lisbona, così che potesse vivere l’evento in prima persona. Vederla connettere con la leader di Copenaghen è stato davvero significativo. 

Di recente, ho cominciato a offrire clinic gratuiti di surf e skate per le mamme della mia comunità. Essendo anche io una mamma con una bambina di cinque anni, so bene cosa significhi non essere a proprio agio con il proprio corpo. All’inizio, molte delle mamme mi dicevano: 'Ho sempre voluto provare a fare skate, ma avevo paura di farmi male'. Io non facevo altro che rassicurarle. Ora i clinic sono esplosi a livello numerico. Ci incontreremo di nuovo questo giovedì. La parte più bella è vedere queste donne, che un tempo erano titubanti, insegnare ad altre come skateare. Sono momenti preziosi."

Lo skate come strumento di crescita collettiva e tangibile sostegno sociale, rivolto alle nuove generazioni di tutto il mondo.

"Questo mese stiamo istruendo tutti i nostri capitoli europei riguardo il nostro programma di mentoring, che in realtà è iniziato non appena abbiamo lanciato GRLSWIRL, nel 2018. Fin dall’inizio, ci siamo associate con organizzazioni giovanili locali di Los Angeles. A LA, lavoriamo attualmente con due organizzazioni straordinarie. Ad esempio, lavoriamo con LOVE ACTIVISTS. Questa organizzazione non profit 501(c)(3) è un programma educativo innovativo, creato da Alizah Silver con sede a South Central Los Angeles, pensato per migliorare le scuole e supportare i bambini affinché diventino leader consapevoli, offrendo programmi pomeridiani che sviluppino abilità socio-emotive, coscienza socio ambientale e nozioni di leadership. GRLSWIRL ha portato lo skateboard nel loro programma di mentorship da due anni e mezzo.

A Los Angeles abbiamo messo radici solide. Ora, stiamo cercando di coinvolgere tutti gli altri capitoli, assicurandoci che ogni capitolo svolga almeno quattro sessioni di mentoring all’anno. A Lisbona, ci siamo unite a un’organizzazione chiamata The Lisbon Project, che aiuta gli immigrati a integrarsi, sistemare i documenti necessari e trovare casa. Molti giovani sono legati a quest’organizzazione. Le leader dei capitoli stanno ora contattando organizzazioni che sentano davvero vicine alle loro sensibilità. Stiamo seguendo queste linee guida anche nel ‘World's Okayest Tour’, provando a collaborare con delle organizzazioni in ogni tappa per offrire esperienze di mentoring ad hoc. A questo proposito, devo sottolineare che il brand Carver è stato straordinariamente generoso: ci ha donato delle tavole da lasciare ai ragazzi e alle ragazze che stiamo incontrando lungo il percorso.

Un paio di anni fa, abbiamo lavorato al fianco di un bel progetto, Diné Skate Garden Project. Hanno costruito il primo skatepark mai realizzato sulle terre Navajo, nel New Mexico, con l’organizzazione ‘Make Life Skate Life’ e abbiamo co-organizzato una prima skate jam femminile. Essere accolte nella terra Navajo e collaborare con il popolo Diné è stata un’esperienza magnifica. Abbiamo anche fatto tre viaggi a Tijuana, in Messico, dove abbiamo aiutato i campi di accoglienza per migranti. Quest’anno, stiamo pianificando di costruire skatepark in tutto il mondo in collaborazione. Hanno già fatto un lavoro incredibile in Tunisia e Marocco, e stanno attualmente costruendo uno skatepark a Baghdad. Speriamo di unirci a loro per clinic in varie parti del mondo.

C’è sempre tanto in corso, tutto però torna sempre alla nostra missione principale: restituire. Ricordo uno dei nostri primi incontri, quando ci siamo rese conto che GRLSWIRL poteva diventare qualcosa che avremmo potuto fare per sempre. Abbiamo pensato: 'Ok, dobbiamo concentrarci su eventi collettivi e sul restituire qualcosa alle nuove generazioni'. Ed è esattamente ciò che abbiamo fatto."

La rivoluzione sociale e culturale passa attraverso lo skate e la sua estetica.

"Siamo tutte appassionate di design, e l’estetica è una parte fondamentale di ciò che facciamo. Personalmente vengo dal mondo della moda—prima di fondare GRLSWIRL, possedevo un'azienda di abbigliamento. Va detto che eravamo e siamo ancora tutte innamorate dell’universo fgashion. Fin dalle origini, la nostra vibes trae ispirazione dalla moda anni ’70, GRLSWIRL si è evoluta in modo naturale intorno a quell’estetica. All’inizio, abbiamo scattato alcune foto a Los Angeles, la gente commentava: 'Potrebbe essere tranquillamente Venice Beach nel 1972...' E noi ci siamo lanciate, senza pensarci troppo. Quell’estetica davvero racconta chi siamo e da dove veniamo.

I nostri colori sono audaci—l’arancione brillante, le tonalità rétro vintage... Ce ne siamo innamorate fin da subito. Ora, i nostri social media sono gestiti da Lucy, una delle co-fondatrici. Lei è la mente dietro tutto i nostri content. Ha un occhio incredibile e sa cosa sentiamo veramente nostro, e cosa sente proprio la nostra comunità. Siamo fortunate ad averla."

Un futuro luminoso. Un futuro GRLSWIRL.

"Una delle cose di cui sono più orgogliosa è che GRLSWIRL ora abbia dei veri e propri dipendenti. Siamo riuscite a sviluppare GRLSWIRL in un modo che ci sembra giusto e vantaggioso, non solo per il mondo, ma anche per le persone talentuose a cui ci sentiamo legate. Il nostro obiettivo è continuare ad assumere più persone, far crescere la nostra organizzazione e creare un ambiente di lavoro dove ognuno si senta entusiasta di ciò che fa. Tutte le persone che lavorano con noi sono veramente appassionate ed entusiaste. Vogliamo sicuramente continuare a sviluppare anche la parte business, in modo da renderci più sostenibili e poter portare avanti la nostra missione.

Come obiettivo a breve termine, faremo un altro World Tour alla fine dell’anno, visitando ancora più posti, facendo salire altre persone su uno skate e diffondendo la visione GRLSWIRL. Un grande obiettivo a lungo termine è aprire skatepark indoor GRLSWIRL in tutto il mondo. In generale, ci piacerebbe continuare a fare ciò che ci sembra naturale e giusto—accogliendo le opportunità che ci vengono offerte e facendo un po’ di bene nel mondo."


IL SUMO È UNA DANZA SACRA QUOTIDIANA

La lente di Eren Saracevic svela il fascino delle heya, i leggendari luoghi d’allenamento dei giganti nipponici

Demoni e divinità. Acqua, sale, sabbia e ventagli. Corpi colossali che fendono l’aria, rivoluzionando le leggi cinetiche. Il sumo non è un semplice sport, è la quintessenza dell’identità giapponese. Sul dohyō, sacralità rituale e profanità atletica smettono di essere elementi antitetici: lo fanno dal lontano VI secolo, evolvendo una tradizione che, nel tempo, è divenuta colonna portante della cultura, così come della società e dell’immaginario sportivo dell’intero Sol Levante. Ma cosa succede lontano dalle misthce arene che abbracciano le gesta di questi monumentali esseri umani? 

“Ho voluto ritrarre l’allenamento quotidiano di questi lottatori”, dice Eren Saracevic, descrivendo il suo reportage, “Il sumo è una ciclica danza tra resistenza e capitolazione, dove la ripetizione gioca un ruolo apicale. I corpi di questi atleti paiono paesaggi: curve, pieghe, cicatrici e lividi raccontano storie. Sono attirato dalla texture della sabbia che resta aggrappata alla pelle, dai bendaggi sporchi che avvolgono caviglie e ginocchia, dal sudore che corre lungo la schiena: ogni dettaglio è parte di un linguaggio visivo fatto di fatica e vulnerabilità. Per me il sumo è una collisione tra due forze della natura, ma è anche tutto quello che accade nel mezzo: la pausa, le esalazioni, la sconfitta… Illuminato dai fasci luminosi che filtrano dalle finestre di un heya (nome dei leggendari centri d’allenamento di questa disciplina ndr), il sumo rivela molto più della sua già nota forza bruta. La luce fioca contrasta con ombre che circondano masse gigantesche, creando un’atmosfera senza paragone. Un’atmosfera sacra…” 

La sua lente scandisce la quotidianità di un heya, per l’appunto, mostrando i ritmi e l’estetica di centri d’allenamento che sono sinonimo di fratellanze: fucine di atleti eccezionali, che conducono vite monastiche stringendo, allo stesso tempo, legami a vita, e alimentando l’equilibrio tra sacro e profano tipico di un cosmo sportivo senza paragoni. 


CRĔPUSCŬLM - rather dark

La lente di Filippo Maffei segue il climber Salewa Luca Andreozzi in un’esperienza boulder crepuscolare, dove gesto, immagine e pensiero riescono a fondere arte pura ed esplorazione sportiva

Seguire la luce, precedere l’oscurità. O viceversa. La ciclica, quotidiana, estasi del crepuscolo rima con il concetto di mutamento, e di rivelazione. Quando le ombre danzano, allungate e deformate da tanto fugaci, quanto eterni istanti, le pareti rocciose smettono di apparire strade solide e rassicuranti, divenendo spartiti misteriosi. Tele eteree e astratte. Percorsi incerti, in grado di amplificare, o rimodulare, stati d’animo dal sapore antico, eppure contemporaneo. 

“La roccia per me è uno specchio. Lo è sempre stato, fin da quando avevo 5 anni. Siamo cresciuti insieme. Ne ho bisogno per capire come sto, per comprendere quello che sento dentro. Quando sono sulla roccia, tutto diventa chiaro e, stranamente, sotto il mio controllo”, racconta Luca Andreozzi, “Specie in un momento atipico come il crepuscolo, mi rendo conto di quanto si sia evoluto il mio rapporto con l’arrampicata. È il mio gioco. La mia gioia. La mia cosa. Per un po’ di tempo aveva smesso di essere tutto questo, fagocitata dallo stress e dalle ansie delle gare: i fattori esterni mi hanno portato ad un punto di rottura, ad uno spartiacque esistenziale, perfino all’abbandono delle pareti. La roccia, però, è tornata a chiamarmi. Come uno specchio, mi ha mostrato quello che avrei dovuto fare: seguire il mio istinto e i suoi consigli, provare ad esprimere la mia passione in modi e forme che sentissi realmente mie” 

Prese e appoggi. Nitidezza e caos. All’apice del tramonto, il tempo e lo spazio sfumano, lasciando sbiadire ogni confine stabilito dalla fisica. La roccia invita, silenziosa ed evocativa, ad un abbandono lirico, all’ingresso in un’alterata dimensione personale. Giorno e notte incrociano le rispettive prospettive e, magicamente, l’atto sportivo confluisce nell’espressione artistica. In un flusso di coscienza sospinto dal sapore dell’attimo. In un nirvana popolato d’inganni, consapevolezze, ispirazioni. 

“Ogni volta che inizio a scalare, perdo completamente l’idea di tempo. È come se finissi su un altro pianeta. Quando tocco terra, realizzo di aver fatto ritorno nel mondo reale. Nel mentre, è la roccia a parlarmi. A dirmi che movimenti fare, quali linee seguire. Non ho idea di ciò che accade ma, allo stesso tempo, sono certo di ogni gesto. I secondi, i minuti si dilatano e restringono. Un semplice passaggio può contenere al suo interno un cosmo di sensazioni, emozioni, pensieri... Può durare una vita e sembrare un lungo viaggio. Altre volte, accade il contrario, non mi rendo nemmeno conto delle direzioni prese, avviene tutto in un istante” 

È la musa a parlare. A richiamare e trascinare in un atelier itinerante, disperso chissà dove tra le dolci curve toscane. Il mondo nella propria casa. La casa nel proprio mondo. Lo pensavano chissà quanti pittori di provincia, tratteggiando i profili illusori dell’ultimo, o del primo, bagliore del giorno. Tratto dopo tratto. Appoggio dopo appoggio. In un perfetto momento forse sportivo, forse artistico, forse, semplicemente umano. 

“Sulla roccia amo spaziare, mescolare stili diversi, esprimere la mia creatività. Il gesto e lo stile hanno sempre catturato la mia attenzione. Non m’interessa fare una cosa, quello che m’interessa è farla in un certo modo. Voglio interpretare. In un certo senso, mi sento come un pittore che improvvisa, pennellata dopo pennellata. La performance e i paradigmi sportivi sono lontani, impercettibili. Spesso mi chiedono perché non abbia ancora deciso di girare il mondo, provando le sue vie più incredibili. La Toscana, però, è il mio giardino di casa. Ho trascorso anni ad esplorare il suo territorio, a scoprire le sue rocce. Non esiste distinzione tra scoperta e arrampicata. Ogni scenario, qui, è ormai divenuto un’estensione della mia persona; e ogni parete ha un valore intimo, che sprigiona davanti alla perfetta imperfezione del crepuscolo”


IL RUNNING PUÒ ANCHE ESSERE SOFT, CON ELMO E ON

On lancia SOFT WINS con il celebre Elmo di Sesame Street per ispirare i Runner a non essere troppo duri con sé stessi

Il brand svizzero ha creato una brillante campagna per sfidare la mentalità dell’alta intensità nel running: tema dominante nell’intera industria dell’abbigliamento sportivo. Con SOFT WINS, On si associa ad Elmo, uno dei più noti protagonisti del programma tv Sesame Street, ispirando i runner a riflettere sul proprio rapporto con lo sport e sottolineando come un approccio più morbido ed equilibrato possa essere altrettanto potente. La campagna segna anche il lancio delle Cloudsurfer 2, una delle scarpe da corsa più morbide mai create da On.

“Come brand orientato alla performance, volevamo sfidare l’idea che il successo nella corsa sia definito solo dall’intensità,” afferma Alex Griffin, Chief Marketing Officer di On. “Quando abbiamo pensato a chi potesse incarnare lo spirito della morbidezza, Elmo e la sua gentilezza e compassione – senza dimenticare la sua soffice pelliccia rossa – sono stati la scelta perfetta. Con Elmo al centro di SOFT WINS, incoraggiamo i runner ad abbracciare la “self-compassion”, la comunità e la crescita personale.”

Per dare vita a questo messaggio, On ha collaborato con Sesame Workshop, l’organizzazione no-profit dietro Sesame Street, nota per ispirare positività attraverso i suoi personaggi, amati da ogni generazione: come Elmo, caratterizzato da una profonda gentilezza e, per questo motivo, voce ideale della campagna. Per l’occasione, On si è affidata alla narrazione visuale del premiato regista Daniel Wolfe. La sua produzione sfida l’idea che il successo debba derivare dalla fatica, con Elmo stesso a stimolare conversazioni essenziali sul tema. A corredo dello short-film, gli scatti del fotografo Samuel Bradley. 

On | Soft Wins with Elmo

Infine, parti integranti di SOFT WINS sono tanto il lancio generale della collezione Run Primavera/Estate 2025, quanto quello, già citato, delle Cloudsurfer 2: una delle scarpe da corsa più morbide della storia On, dotata della tecnologia CloudTec Phase®, ovvero di una intersuola ottimizzata al computer che consente ad ogni ‘nuvola’ di collassare in sequenza, creando un’avveniristica sensazione di scorrimento fluido ad ogni passo. 


The Marmöl Way

Come da tradizione, celebriamo i protagonisti dell’esperienza ciclistica dionisiaca per eccellenza, la Marmöl Gravel 

Di nuovo le cave. Bianche e fangose. Di nuovo un affascinante territorio estrattivo, segnato indelebilmente dall’uomo e dall’uomo riscoperto, attraverso il gravel. Da 3 edizioni ufficiali, Marmöl Gravel continua ad essere un’esperienza ciclistica dionisiaca, fatta di riflessi e fatica, un inno terra-terra alla fusione tra essere umano e natura, in tutte le sue sfumature. 

“Siamo arrivati a 650 iscritti, sono tanti…”, commenta Niccolò Varanini, organizzatore dell’evento, “L’obiettivo principale continua ad essere quello di garantire un’esperienza di qualità e, ovviamente, divertente per tutti. Ho dei collaboratori fantastici, volontari senza cui non saprei gestire questo ‘figlio’, che credo abbia raggiunto ormai l’ultimo stadio di crescita. Nei prossimi anni manterremo questi numeri, consolidando l’evento e aggiungendo altri tasselli: in questa Marmöl 2025, per esempio, abbiamo consegnato una fanzine ad ogni partecipante. Allo stesso tempo, i buoni rapporti con il Consorzio Marmisti Bresciani ci hanno permesso di avere accesso a nuove cave, che abbiamo aggiunto nel percorso Hardcore. Vogliamo aggiungere sempre nuovi tasselli anche in questo senso, evolvendo sia la traccia Hardcore, che quella Inclusive”. 

E i più significativi tasselli Marmöl sono coloro che hanno deciso di affrontare, chi per la prima, chi per l’ennesima volta, le pendenze di una zona unica delle valli bresciane. Ciclisti professionisti, architetti, fotografi, creativi delle due ruote… Esperti e non. Il microcosmo Marmöl pare una società in miniatura, votata ad un gravel inclusivo, in grado di fondere bellezza naturale, sforzo appagante e festa collettiva. “Vedere tutti contenti è la più grande soddisfazione. Ricevere messaggi da amici di lungo tempo e partecipanti che non conosco direttamente è la principale motivazione nel portare avanti Marmöl…”, conclude Varanini introducendo la nostra, ormai abituale, collana di testimonianze dirette dei protagonisti Marmöl. 

Per l’edizione svolta lo scorso weekend, per l’esattezza domenica 16 febbraio, ascoltiamo le riflessioni dell’ultracyclist e guida alpina Omar Martinello, dell’architetta Corina Montero, del celebre ciclista pro, oggi convertito al gravel, Daniel Oss, dell’artista Quinda Verheul e del fotografo Manuel Gatto, che con il proprio progetto Pietra ha creato la fanzine distribuita a tutti i partecipanti. 

OMAR MARTINELLO

“Ritornare edizione dopo edizione alla Marmöl significa un po’ volerci sbattere la testa. È il marmo stesso a richiamare questo concetto. Parliamo di un’esperienza dura, che è ormai diventata un’istituzione per varie ragioni. A livello personale, è principalmente un motivo per fare un giro insieme e staccare dalla solitaria noia invernale. Marmöl mi permette d’incontrare amici di tutta Italia, persone che non riuscirei a vedere in altro modo... C’è il bello del sentire della musica, bere una birra, stare tra gente che ha voglia di stare insieme e che conosce la cultura gravel. Mentre si pedala, si socializza, poi si parcheggiano le bici e si fa festa. Quest’anno ho partecipato appena dopo essere rientrato da una faticosa esperienza ciclistica in Marocco. Ero molto stanco, ma ho comunque deciso di esserci, prendendola con calma e vivendola serenamente con i miei amici. Siamo arrivati tra gli ultimi all’ormai iconico ristoro della cava della cattedrale: fermarsi in quello scenario a mangiare del salame è sempre suggestivo. Poi ho visto le classiche scene goliardiche, ormai tradizionali per la Marmöl. Per esempio, ho assistito ad una gara tra bici cargo che trasportavano persone. Era un momento da film, mi sembrava che tutto andasse a velocità rallentata… Non c’era nulla in palio e alcuni erano addirittura a petto nudo. Credo che highlight del genere rappresentino lo spirito comunitario di Marmöl”

CORINA MONTERO 

“È il mio terzo anno di Marmöl. Mi hanno colpito da subito le particolarità della traccia, da architetto non potevo che apprezzarne il legame con il marmo, così come le incredibili prospettive che regalano le cave… Il percorso ti porta prima a vederle da lontano, poi ad entrarci, a sentirti parte di esse. È una cosa unica e tutti gli anni provo a portare nuovi architetti con me. Da un punto di vista ciclistico, ci sono tutti i tipi di fondo, anche quelli più difficili e tecnici, che ti permettono di testare lo stato d’allenamento. Fare tutta la Marmöl in sella è un grande traguardo. Ogni salita, però, viene ripagata da una vista panoramica, o da un nuovo dettaglio, e le discese sono lunghissime e larghissime… Lungo il tragitto hai la sensazione di essere all’esterno e, contemporaneamente, all’interno delle cave. È magico. Mi hanno affascinato le enormi ruspe spente a pochi metri dalle pareti scavate. Ho pensato a come sarebbe stato vederle all’opera. Ho anche avuto modo di notare il mutamento della valle nel corso di un solo anno, le nuove forme delle sue cave… E la sempre maggiore presenza femminile all’evento. Anche di ragazze alle prime armi. Marmöl è prima di tutto un punto d’incontro e divertimento, uno spazio sicuro, facilmente approcciabile da chiunque. Per questo mi viene sempre da dire ‘ci vediamo alla prossima Marmöl’!”

Corina Montero

DANIEL OSS

“Avevo sentito parlare della Marmöl Gravel. L’anno scorso avevo una gara in Spagna nello stesso weekend, ma quest’anno sono finalmente riuscito a partecipare. Volevo vivere un qualcosa di diverso dal solito. Ho vissuto l’evento come un allenamento condiviso con tante persone, in un territorio che non conoscevo. Oggi consiglierei queste tracce a tanti amici. Di questa esperienza conservo immagini come una salita che portava ad una vasta parete di marmo, con altri ciclisti che già mangiavano panini e vin brulé all’ombra di essa. Oppure la suggestiva pianura bresciana, velata da una leggera pioggia, e le sue salite di terra rossa, alternate al bianco delle cave… I meccanismi umani di un evento come Marmöl mi fanno tornare bambino, alla base del ciclismo, diciamo. Vedo il mio percorso personale come un cerchio, l’evoluzione della mia passione mi ha portato ad essere un pro, ma il professionismo allontana dalla dimensione ‘inclusiva’ del ciclismo. O meglio, include in modo differente, nel senso che ti mette davanti a tutti, ti rende di dominio pubblico, ma allo stesso tempo ti esclude dall’anima tangibile dello sport, da questa forza underground composta da chi si nutre di due ruote. Anche per questo recentemente ho deciso di proseguire il mio percorso nel gravel. Ora vivo un tipo di ciclismo che adoro, per me è un piacere condividere tracce e tempo con persone come i partecipanti Marmöl. Si crea sempre della condivisione e della curiosità reciproca” 

Daniel Oss

QUINDA VERHEUL

“Come artista e atleta su lunghe distanze, sono stata a lungo affascinata dalla ruvida potenza delle cave, da come le macchine scavino pareti naturali con precisione, rivelando veri e propri strati di tempo e storia. Partecipare alla Marmöl è una sorta di sogno divenuto realtà. Ho passato l’intero giorno pedalando tra i vasti paesaggi della valle, incrociando giganteschi mezzi CAT: ero completamente incantata. È stato uno dei migliori giorni in sella degli ultimi mesi. Ho incontrato persone incredibili, ho avuto modo di riconnettermi ad amici che non vedevo da tempo e ho sentito la pura gioia dello spingere su quelle colline, così ripide e brutali. Ciò che rende speciali eventi del genere è la loro apertura: che tu voglia pedalare piano o andare all-in, c’è spazio per tutti. Il ciclismo a volte può sembrare esclusivo, eccessivamente costoso, può intimidire ad un primo approccio, ma con le giuste persone e i giusti eventi possiamo renderlo un luogo di tutti” 

Quinda Verheul

MANUEL GATTO

“La fanzine che abbiamo creato per ogni partecipante è nata da un’idea condivisa con Niccolò da tempo, quindi ha avuto un lungo processo di maturazione. Come prima cosa, abbiamo fornito delle macchine fotografiche analogiche ad alcuni rider della scorsa edizione: Chiara Redaschi, Filippo Damiani, Sami Sauri e Filippo Bolgarelli. Anch'io ero dotato di un'analogica. Insieme abbiamo documentato l’evento, alcuni prediligendo il lato paesaggistico e territoriale, altri quello umano e sociale. L’obiettivo era quello di rappresentare il rapporto tra l’essere umano e questo territorio unico. Un territorio trasformato dall’attività dell’uomo e capace di suscitare l’attenzione di chiunque ci passi, così come di formare differenti punti di vista e interpretazioni. Un territorio particolare, sia da un punto di vista visivo, che sonoro. Per il momento ci siamo fermati alle immagini, alimentando queste riflessioni nella fanzine creata dal progetto multidimensionale Pietra, di cui faccio parte. In questa Marmöl 2025 ero condizionato da un infortunio patito sciando, ma ho comunque presenziato. Sono sempre stato fedele a Marmöl, perché ne apprezzo la filosofia: a tratti è un’esperienza mistica, riesce magistralmente a fondere le peculiarità del territorio con l’anima dell’evento, e a dare una chiave di lettura ambientale all’attività gravel. È questo, in particolare, a rendermi un affezionato e a portarmi qui ogni anno…”


Keegan Palmer, Protagonista di sogni, ori e creatività

Il 2 volte oro olimpico nel park e ambassador Golden Goose ci parla d’identità australiana, rapporto con lo skate e design applicato all’iconica sneaker Ball Star Pro, scesa nello skatepark di Place de la Concorde e salita sul gradino più alto del podio di Parigi 2024 insieme a lui

Lo skate è design. È una scena popolata da singoli microcosmi creativi, da eclettiche personalità che nei propri trick riescono a riversare il proprio vissuto, i propri istinti, le proprie imperfezioni. Dove lo skate diventa competizione, poi, trasponendo la sua originaria anima sottoculturale nella magica piattaforma olimpica contemporanea, questi artigiani della tavola condividono con il mondo, profani compresi, una forma d’arte che ha un chiaro inizio, ma che mai come oggi è stata aperta a così tante contaminazioni, e possibili futuri. La parabola dello skate ha la forma del viaggio, quindi. Una forma che viene riflessa ed elevata dall’esperienza di Keegan Palmer, il 21enne nato negli USA, ma radicato nel Queensland (paradiso naturalistico dell’Australia nord-orientale), che è riuscito a conquistare i primi 2 ori olimpici della storia nella specialità del park. 

Se Tokyo 2021 è stato un imprevedibile battesimo di fuoco e, nel caso di Palmer, un precoce bagno di gloria, Parigi 2024 ha rappresentato la consacrazione di questo skater dall’anima tanto cosmopolita, quanto profondamente connessa alla Gold Coast ‘Aussie’. Una consacrazione associata indissolubilmente ad un brand, Golden Goose, che nella scena skate ha trovato, fin dalla sua fondazione tra le calli di Venezia e l’ispirazione di Venice Beach, la più credibile musa  per la propria estetica, visione ed identità. Lo skatepark di Place de la Concorde non si è limitato, difatti, ad ammirare le ride di Palmer, culminate in un praticamente-perfetto 93.11 conseguito indossando le Golden Goose Ball Star Pro durante l’atto finale, ma ha anche carpito l’essenza di questo talento, in grado di riversare estro nel contenuto, così come nel contenitore del suo mezzo artistico. 

Le Ball Star Pro, sneaker limited-edition prodotta per l’occasione grazie agli input dello stesso Palmer, ha difatti funto da tela e manifesto sia per la sensibilità dello skater australiano, che per la filosofia Golden Goose, da sempre ispirata dalla forza del sogno, e dalla potenza della sua condivisione. Nel bollente luglio parigino, il sogno di Palmer si è tinto nuovamente d’oro, ponendo il secondo pilastro della sua (ormai già) corposa legacy nella scena skate, e arricchendosi dell’ennesima evoluzione del suo microcosmo creativo: la partecipazione attiva nello sviluppo di una sneaker a cinque cerchi. Identità e funzionalità, emozioni e design. 

In concomitanza con i festeggiamenti del 25º anno di storia Golden Goose e con il lancio di una speciale, significativa campagna, legata alla sneaker più iconica prodotta dal brand veneziano, la Super-Star, che vede Palmer co-protagonista al fianco della leggendaria attrice, attivista e icona culturale Jane Fonda, abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare la testimonianza di questo pluri-campione olimpico, di esplorare il suo rapporto con l’Australia e di comprendere i suoi più recenti capitoli creativi al fianco di Golden Goose. 

Keegan Palmer and his sneaker, the Golden Goose Ball Star Pro
Keegan Palmer and his sneaker, the Golden Goose Ball Star Pro
Keegan Palmer and his sneaker, the Golden Goose Ball Star Pro
Keegan Palmer starring for the Golden Goose Super Star Campaign

Sei nato negli USA e hai trascorso molto tempo lì (anche ora vivi in California). Alla luce di questo, perché hai deciso di rappresentare l’Australia e il Queensland a livello internazionale? E che tipo di emozioni hai vissuto, vincendo due storici ori olimpici per questo Paese e la sua cultura skate?

“Penso che scegliere il Paese che avrei rappresentato sia stata la decisione più complessa per me. L’Australia è dove ho imparato tutto: come camminare, parlare, andare in skate e surfare, praticamente tutto ciò che so fare oggi. Per questo sentivo di dover restituire qualcosa all’Australia. Vincere quelle due medaglie per il Paese mi ha fatto sentire che ce l’ho fatta, sono stato in grado di donare qualcosa alla città, alla comunità, ai bambini, a tutti coloro che mi hanno sostenuto durante i miei anni di crescita lì. Quindi, per me è questo il motivo più significativo della mia scelta” 

Il tuo percorso sportivo in Autralia è stato anche ispirato dal surf, uno dei pilastri culturali di questa nazione. Il surf quanto ha influenzato la tua carriera da skater? E che ruolo gioca nella tua vita oggi? 

“Per me il surf è sempre stato una via di fuga dallo skate e dall’intero mondo dei social media. Quando sei fuori a surfare, sei solo con la tua tavola, e con l’oceano, o puoi essere al fianco dei tuoi amici e della tua famiglia. Mi trasmette un senso di pace e mi permette di staccare da tutto il resto. Mi piace anche lo stile applicato al surf, il modo in cui le persone si muovono sulla tavola, il flow intrinseco a questa pratica. Provo a trasporre quello stesso stile sullo skate, per rendere i miei movimenti più fluidi e naturali, come se fossero frutto dell’approccio stilisitico di un surfer. Posso tranquillamente dire che tanto del mio stile nello skate deriva dal surf” 

Keegan Palmer and his sneaker, the Golden Goose Ball Star Pro
Keegan Palmer and his sneaker, the Golden Goose Ball Star Pro
Keegan Palmer starring for the Golden Goose Super Star Campaign
Keegan Palmer Ball Star Pro 5 Sneakers

A Tokyo, il COVID ha limitato il pubblico, ma a Parigi hai trovato una folla incredibile. Per certi versi, lo skate è un’arte molto personale e privata... Com’è condividerla con così tanti occhi e come riesci a gestire la pressione di un evento unico come i Giochi Olimpici?

“Credo che la pressione mi abbia veramente raggiunto soprattutto dopo Tokyo. I primi eventi dopo le Olimpiadi sono stati duri, perché prima non avevo tutti gli occhi addosso. Solitamente ero quello che rincorreva gli altri, provando a costruirsi un nome... Dopo quella medaglia d’oro, è come se tutti fossero concentrati su di me, ed è stato un enorme cambiamento. Avere tante persone a Parigi è stata, in realtà, una buona cosa. Mi ha dato la possibilità di mostrare al mondo che la scena skate è cool, siamo vestiti cool, skateiamo al nostro massimo, e ci divertiamo insieme. Questo mi ha aiutato a togliermi della pressione di dosso. Mi sono divertito in mezzo a tutta quella folla: per me più persone ci sono, meglio è... Mi esalto in quei contesti. Tokyo è stata fantastica a modo suo, a Parigi, invece, ho potuto vedere la mia famiglia, uscire con i miei amici, e fare molte cose belle. Quindi, penso che la pressione parigina sia anch’essa stata parte di questa bellezza”

Nonostante tu abbia solo 21 anni, dopo aver vinto i primi 2 ori olimpici nella storia del park, puoi già parlare di ‘legacy’. Cosa significa questo termine per te? E come ti fa sentire il fatto che il tuo nome sia già incastonato negli annali dello skate?

“Costruire una mia legacy è da sempre una grande parte della mia vita. Voglio che i figli dei figli dei miei figli si guardino indietro e dicano ‘Pazzesco, il tuo bisnonno era questa persona”, o ‘Tuo padre era questo...”. Penso che sarebbe fantastico e rimane, sicuramente, uno dei traguardi della mia vita. Lasciare un’impronta nello skate, prima di andarmene da questo mondo, sarebbe incredibile. Mi piacerebbe aiutare a costruire skatepark in luoghi dove i bambini non hanno modo di skateare, e fornire loro il giusto materiale. Vorrei creare, semplicemente, una legacy che possa perdurare, una legacy per me e per l’intera scena: sarebbe la ciliegina sulla torta”

Keegan Palmer Ball Star Pro 5 Sneakers
Keegan Palmer Ball Star Pro 5 Sneakers
Keegan Palmer Ball Star Pro 5 Sneakers

“Se appari bene, ti senti bene, e finirai per skateare bene”. Credi veramente in questa filosofia e, in caso affermativo, come hai maturato questo mindset? Sei stato ispirato da altri atleti? 

“Non lo so, onestamente l’intera idea del “Se appari bene, ti senti bene, e finirai per skateare bene” non è completamente vera. Non devi per forza essere vestito bene o sentirti al massimo per skateare bene. Ma a livello mentale, se ti guardi allo specchio e ti dici ‘sto bene, oggi...’, può sicuramente esaltarti e caricarti. Sei pronto ad uscire. E quando ti senti bene, sulla tavola è come se tutto funzionasse, puoi portare a termine i trick, sentirti a tuo agio sulla tavola, e sei semplicemente felice di essere là fuori, di vivere appieno la passione e l’amore per il tuo sport. Questo è il mindset che ho raggiunto. Non direi di essere stato ispirato da atleti specifici a questo riguardo. Mi piace molto vedere come si vestono e allenano gli altri, ma non credo di aver avuto influenze particolari…”

A Parigi ha indossato la Golden Goose Ball Star Pro, che ha contribuito a disegnare. Com'è stato vivere in prima persona questo processo e quali sensazioni ha provato nell'indossare una scarpa così personale?  

“È una cosa che aspettavo da una vita. Poterlo fare finalmente con Golden Goose è stato davvero speciale per me e ne sono molto grata. Come ho detto, era un mio sogno realizzarlo. Quando indosso quelle scarpe, è una sensazione così bella. Abbassi lo sguardo e pensi: “Cavolo, ho contribuito a disegnarle!”. E poi vedi altre persone che le indossano e pensi: “Caspita, la gente indossa davvero le mie scarpe!”. È una cosa davvero bella.”

Che tipo di consigli hai fornito, sia da un punto di vista funzionale, che estetico, per arrivare alla creazione delle Golden Goose Ball Star Pro? Su quali dettagli hai deciso di concentrare la tua creatività?

“Durante il processo di creazione delle Golden Goose Ball Star Pro stavo vivendo un periodo molto impegnativo, ma ho comunque dato il mio contributo. Ho condiviso alcune idee che mi piacevano: dettagli che avevo visto in giro per il mondo, o cose che mi piace indossare, come le zip ties e le mie pad. Penso che da qui sia nata l’idea degli strap, credo che queste suggestioni sia uscito l’intero concept della scarpa” 

Keegan Palmer and his sneaker, the Golden Goose Ball Star Pro
Keegan Palmer and his sneaker, the Golden Goose Ball Star Pro

Hai anche avuto l’opportunità di essere coinvolto nel processo di design di uno skatepark. Che tipo di analogie e differenze ci sono tra creare una scarpa e uno skatepark? Sei affascinato dalla connessione tra skate, arte e fashion? 


“Direi che c’è molta differenza tra l’incidere sul design di uno skatepark e di una scarpa. Con lo skatepark, puoi avere molte idee che ti piacciono, ma potrebbero poi non funzionare. Devi essere sicuro che tutto funzioni per davvero, soprattutto in una bowl. Devi mettere le giuste angolazioni, in modo che tutto fluisca al meglio. Con una scarpa si tratta di applicare funzionalità e tecnologia ma anche includere le proprie passioni. Quindi, penso ci sia un po’di differenza tra i due processi creativi ma anche tantissimi punti in comune” 

“More to come”. Nelle interviste ripeti spesso questo statement. Quali sono i tuoi obiettivi a breve e lungo termine, come skater e creativo? 

“La ragione del ‘More to come’ è semplice, ho solo 21 anni. Ho una lunga vita davanti a me e ho molte idee interessanti che voglio condividere con il mondo, attraverso vestiti, scarpe o lo skate stesso. La ragione per cui dico che ancora tanto deve arrivare, è perché è effettivamente così. La mia vita sta iniziando ora. Avrò anche due medaglie d’oro, ma è solo l’inizio. Quindi eccoci... Bring on the crazy life!"

Keegan Palmer and his sneaker, the Golden Goose Ball Star Pro