Franco Arese, nel nome di Karhu e della corsa

Karhu ha lanciato la Trampas ‘Franco Arese’, un omaggio al proprio chairman e alla sua leggenda sportiva

“Karhu e la Finlandia sono nel mio destino”. Parla di destino, Franco Arese, lo fa con estrema lucidità, con quella punta d’ironia tipica di chi alla pratica sportiva ha sempre aggiunto il pensiero articolato. Parla di destino, il piemontese di Centallo, classe 1944, mezzofondista cristallizzato nel mito, imprenditore costantemente capace di mischiare tradizione e futuro, uomo divenuto, da pochi giorni, scarpa da indossare, grazie alle Karhu Trampas ‘Franco Arese’.

È un mezzofondista cristallizzato nel mito, un imprenditore costantemente capace di mescolare tradizione e futuro, un uomo diventato da pochi giorni una sneaker da indossare, grazie alla Karhu Trampas “Franco Arese”.

Ragiona a voce alta, sincero e diretto, pare il manifesto di un signore d’altri tempi, a cui è stata aggiunta la brillantezza della modernità. Ritorna sul tartan dello stadio Olimpico di Helsinki, riavvolge il nastro dei ricordi fermandolo su quelle falcate lunghe ed eleganti, su quelle braccia allargate a ricercare l’apoteosi della “terra dei campioni, la terra dei grandi mezzofondisti, da Paavo Nurmi a Pekka Vasala…”, si sofferma sul luccichio di quella medaglia d’oro europea che da poco ha compiuto mezzo secolo di leggenda.

Lo fa calzando ai piedi le Karhu Trampas dedicate a quello storico successo continentale sui 1500 metri: azzurre come la canottiera che vestiva in quel soleggiato pomeriggio baltico, rosse come i pantaloncini che gli fecero tagliare il traguardo davanti al polacco Szordykowski e al britannico Foster, atipici shorts indossati perché “belli, all’avanguardia, ed anche un po’ per scaramanzia… Per quei pantaloncini ebbi anche una discussione accesa con la Federazione, ma non mi fecero nulla”.

DALL’INFORTUNIO AI VERTICI DI ASICS

Era il 1971, era il momento di grazia di Franco Arese, l’anno in cui le sue leve aggraziate stabilirono record italiani proprio sui 1500, sui 5000 e sui 10000 metri, oltre che sul miglio. Era l’apice di una carriera che presto si sarebbe drasticamente fermata, “una rottura del tendine d’Achille, successe durante una gara a Milano. Un infortunio molto grave, ho dovuto tenere la gamba completamente ingessata per quaranta giorni e uno stivaletto dal ginocchio al piede per trenta. Alla fine ero solo ossa. Ho provato a correre di nuovo, ma non ero più io, a livello muscolare faticavo tantissimo”.

Nei mesi di lento e inefficace recupero, si fermò il corpo di Franco Arese, ma non la mente. “Ero abituato a fare 50 gare all’anno, non sapevo cosa fossero le ferie, mi riposavo giusto un paio di settimane a dicembre per attendere la nuova stagione… Passavo sempre da un aereo all’altro, da una corsa all’altra. Nel periodo dell’infortunio ho iniziato a riflettere su cosa volessi fare ‘da grande’, ricordo benissimo che mi trovai a parlare con mio fratello e, a un certo punto, mi sono detto: non è il caso che smetti? In quel mese e mezzo ho deciso di abbandonare le corse, ed è stata la mia fortuna”.

Destino, fortuna. Nel mezzo di questi poli ingovernabili sta la bravura di un atleta capace di reinventarsi, di trovare nella passione per le scarpe la propria sfolgorante seconda vita. “È stato traumatico prendere quella decisione, ma ho subito trovato la mia strada. Nella vita devi essere bravo nel fare delle scelte. Io ero innamorato delle scarpe, da sempre, conoscevo tutti i marchi e iniziai a fare l’agente. Poi, durante uno dei miei viaggi all’ISPO di Monaco, incontrai il presidente giapponese di Asics Tiger. Gli proposi di diventare distributore per tutta Italia, ma mi rispose di no. Mi chiese di preparagli un business plan di quattro anni e io, all’epoca, non sapevo cosa fosse un business plan…”

Nonostante l’iniziale fase di stallo, l’approccio di Arese all’universo Asics si tramutò rapidamente in una vertiginosa scalata prima concentrata sull’ampio panorama occidentale, poi sulle alte sfere orientali. “Mi comunicarono la carica di distributore italiano durante gli Europei Indoor di Milano, lo ricordo ancora, eravamo al Palasport di San Siro. Da semplice distributore divenni poi socio e arrivai ad essere Chairman di Asics Europa. In Giappone godevo di ottima stima, così negli ultimi anni entrai anche nel board di Asics Japan”.

Una storia trentennale dal sapore di ciliegio e Sol Levante, una storia chiusa e riaperta davanti al tanto lontano, quanto forte richiamo nordico, davanti all’irresistibile ed evocativa melodia di una terra divenuta seconda casa per tutta la famiglia Arese.

“È stato un atto d’amore per la Finlandia”. Quando parla della rinascita di Karhu, il celebre marchio dell’orso in grado di popolare tutti i maggiori meeting d’atletica dei primi settant’anni del Novecento, Franco Arese sembra fare riferimento ad una fenice obbligata, ad un processo inevitabile.

“Giunto alla fine del mio percorso con Asics, non avevo più voglia di mettermi in gioco, ma i miei figli mi hanno stimolato”, uno stimolo arrivato sotto forma di visione familiare, di occasione da cogliere fatalmente. “Sarebbe stato un errore buttare tutta la sua esperienza”, a parlare è Enrico, ultimogenito dei tre figli di Franco, tutti oggi coinvolti nella realtà Karhu, “inizialmente volevamo fare un marchio a nome suo, ‘Arese’, ispirato alla Finlandia. Mio padre è particolarmente legato a quella nazione: quando era un professionista andava ogni anno ad allenarsi là, partiva da solo e andava a Turku, tra luglio e agosto, dove si allenava con Pekka Vasala e altri atleti finlandesi. Avevamo un’idea di brand, ma non avevamo ancora le scarpe. D’un tratto, mio fratello ci suggerì che Karhu stava vivendo un periodo pessimo. Così partimmo per la Finlandia, organizzammo un meeting, e iniziammo le trattative per entrare in società”.

Quando si fa proprio un marchio come Karhu non si può ragionare solo su quote e fatturato, non si può pensare solo a prodotti e mercato. Quando si fa proprio un marchio fondato in lingua suomi nel lontano 1906 e passato dai piedi dei ‘Finlandesi Volanti’ o da quelli della ‘Locomotiva Umana’ Emil Zatopek durante la tripletta olimpica dorata (5000, 100000 e maratona) di Helsinki ’52, vuol dire entrare in possesso di un heritage prezioso, di un passato mitologico, di un pregresso da omaggiare riverentemente.

Un bacino di nozioni e vittorie da cui la famiglia Arese ha immediatamente attinto, iniziando ad inserire il concetto di sneaker in un’affascinante contenitore storico, forgiando la scarpa street contemporanea nelle grandi figure sportive d’epoca. Un processo che, unito alla sempre presente produzione di scarpe da running puro, tecnico, ha ricondotto in breve tempo Karhu ad essere “un marchio di prestigio. Stiamo riportando Karhu dove merita di stare. I miei tre figli sanno bene che il concetto di fatturato viene dopo quello di prestigio, viene dopo quello di status. Per questo non vendiamo tanto per vendere, per questo ci affidiamo solo a determinati negozi sparsi in tutto il mondo”.

Destino, fortuna, prestigio. L’ultimo tassello dell’epopea sportivo-imprenditoriale di Franco Arese è racchiuso nella ricerca dell’eccellenza: una ricerca condotta per anni sulle piste d’atletica internazionali e sulle scrivanie aziendali, una ricerca che oggi trova l’apoteosi nel più programmatico degli oggetti, le Karhu Trampas Made in Italy a lui dedicate. Scarpe con cui Arese ha voluto riabbracciare il tartan e le emozioni dello Stadio Olimpico di Helsinki, come testimonia il suggestivo video che vi proponiamo qui sotto.

Foto e video di Karhu
IG @karhuofficial@karhurunning
karhu.com

Testo a cura di Gianmarco Pacione


Mito e tradizione, il Poc Fada

Tra le montagne irlandesi, ogni anno, si imita la pratica sportiva di un antico semi-dio

Per spiegare il Poc Fada bisogna tornare indietro nel tempo, nella storia, nella letteratura. Bisogna tornare all’antica epica irlandese, alla mitologia gaelica, al protagonista del cosiddetto Ciclo dell’Ulster Cù Chulainn, il semi-dio nato Sétanta.

Da un episodio legato a questo giovane, invincibile guerriero, famoso per l’inarrestabile frenesia sul campo di battaglia, prende spunto la competizione che si svolge annualmente nella foschia delle Cooley Mountains. I partecipanti, membri delle comunità locali, rievocano le gesta di Sétanta nel gioco dell’Hurling. Per farlo colpiscono una ‘sliotar’ (palla) per cinque chilometri attorno al Clermont Carn, una delle gobbe più alte di questa remota zona irlandese.

L’obiettivo è di coprire la distanza stabilita con il minor numero di colpi possibile. La ‘sliotar’, volando tra rigagnoli d’acqua e note di cornamusa, cerca di ripercorre le stesse traiettorie create dal bastone di Sétanta in un passato imprecisato: mirabolanti linee aeree descritte nel libro ‘La Grande Razzia’, o ‘Táin Bó Cúailnge’ del I secolo a.C..

Stando all’antico testo gaelico, Sétanta percorse proprio questa via naturale per raggiungere una festa a cui era stato invitato dal Re Conchobar. Durante il solitario tragitto, l’eroe in grado di difendere da solo l’Ulster ad appena 17 anni decise di lanciare e riprendere la ‘sliotar’ in ogni modo possibile. Nel 1960, questo episodio spinse Padre Pól Mac Sheáin a ipotizzare il moderno Poc Fada, dando il là ad una tradizione rispettata ancora oggi.

Se l’Hurling, la cui origine viene fatta risalire allo stesso Sétanta, nell’Irlanda contemporanea è assurto a disciplina sportiva di primo livello, con chiarissime derive professionistiche, il Poc Fada continua invece ad essere una forma di rievocazione storica, una pratica evanescente, che compare e scompare nel giro di un’uggiosa giornata estiva, anno dopo anno.

Hurling e Poc Fada, proprio per questa genesi comune e per l’enorme carica culturale di cui sono portatori, sono recentemente stati identificati dall’UNESCO come Patrimoni Culturali Immateriali. Grazie a questa investitura, il Poc Fada con ogni probabilità continuerà ad essere giocato tra gli sbiaditi ed evocativi dossi delle Cooley Mountains, creando a sua volta leggende da tramandare di generazione in generazione, di giocatore in giocatore.

FRED MACGREGOR
www.fredmacgregor.com
IG @freddie_macgregor

Testi di Gianmarco Pacione


Stan Smith, molto più di una sneaker

Storia di un mito del tennis e della scarpa che l’ha reso immortale

“Alcune persone pensano che sia una scarpa”. È altamente autoironico il titolo dell’autobiografia di Stan Smith. È comprensibile, d’altronde, sorridere di fronte alle royalties ottenute negli anni, alla fama incessante legata ad un nome divenuto sneaker, ad una sneaker divenuta nome. È comprensibile allisciare un baffo folto, mai diradato dai lontani 70s ad oggi, dall’erba retro di Wimbledon agli shooting fotografici al fianco di Pharrell Williams.

“Alcune persone pensano che sia una scarpa”. Sicuramente le nuove generazioni, sicuramente coloro che non sono cresciuti nel mito di un tennista capace di raggiungere la vetta mondiale, di vincere nel singolare il primo Masters della storia, di conquistare gli US Open nel 1971 e la sempreverde Londra l’anno seguente. Risultati bissati e amplificati nel doppio, dove prese forma il mitico binomio con Bob Lutz: connection che condusse a 4 successi sui campi di Flashing Meadows e un Australian Open.

Un pedigree da gigante della racchetta, dunque, eppure digitando la ricerca ‘Stan Smith’ su Google non risultano immagini di servizi, volée e Coppe Davis sollevate (7, per l’esattezza). Risultano immagini di scarpe. Le omonime scarpe, marchiate Adidas, che dal 1973 accompagnano e sdoppiano questo mostro sacro del tennis: secondo alcuni adombrandone identità e carriera, secondo altri, tra cui lo stesso Smith, diffondendone la legacy nella cultura popolare.

IL TENNISTA STAN SMITH

Usciva da Pasadena, Stan Smith. Usciva dalla cultura losangelina postbellica. Amava andare in skate, ci riusciva anche molto bene, a riuscirgli meglio, però, era l’arte del dritto e del rovescio. Nato nel ’46, dopo una dominante carriera collegiale plasmata sui campi di USC (University of Southern California), valsa tre investiture di All-American e altrettanti titoli NCAA, aveva iniziato ad assaltare gli Slam con il suo fisico longilineo e apparentemente dinoccolato, con il suo stile calmo e bilanciato.

Dicevano fosse un giocatore di poker prestato alla racchetta. Dicevano che il suo atteggiamento, che il suo riporto sempre perfetto, che il suo baffo boscoso non tradissero emozioni, non regalassero agli avversari punti di riferimento, crepe caratteriali in cui inserirsi per scardinare psiche, punti e set. “Quando cammini in campo devi liberare la mente”, dichiarava Smith, “devi ripulirla di tutto ciò che non è necessario ai fini del match”.

Specialista del serve & volley dall’alto dei risicati due metri, il suo gioco risultava rapido ed efficace, economico e pragmatico, altamente cerebrale. Nel 1972 raggiunse il proprio apice, negli stessi anni firmò un accordo con il brand creato da Adolf ‘Adi’ Dassler nella Bavaria degli anni ’20: un accordo che avrebbe condotto alla creazione del prodotto più iconico nella storia delle tre strisce.

COME UNA SCARPA, PIÙ DI UNA SCARPA. ADIDAS E STAN SMITH

Robert Haillet fu Stan Smith prima di Stan Smith. Atleta di punta di Adidas, nel 1965 accettò la proposta del marchio tedesco, siglando con il proprio nome l’esordio nel mondo delle calzature tecnico-tennistiche dei fratelli Dassler.

Pelle bianca, suola sintetica e tre linee punteggiate speculari. Fu Horst Dassler, figlio di Adolf, ad inventare questa scarpa. Sempre lui optò per il testimonial Stan Smith dopo il ritiro di Haillet: una scelta ovviamente strategica, di marketing, dovuta sì alla posizione nel ranking mondiale di Smith, ma anche alla possibilità d’esplorare l’ancora vergine mercato americano.

Smith vestì per qualche stagione le ‘Haillet’, a cui furono aggiunte, nel frattempo, delle protezioni per il tallone d’Achille di colore verde. Poi indossò un modello ibrido, tra il ’73 e il ’78, riportante il suo viso sulla linguetta e la scritta ‘Haillet’ sulla tomaia. Infine qualsiasi riferimento al predecessore francese fu rimosso, dando il là alla definitiva ‘Stan Smith’.

IL PASSATO, IL PRESENTE, IL FUTURO. IL GUINNESS DEI PRIMATI

Adidas cominciò a vendere milioni di ‘Stan Smith’ in tutto il mondo, statistiche impressionanti, che portarono questa signature shoe ante litteram ad entrare nel Guinnes dei Primati nel 1988. In mezzo secolo di storia, la richiesta attorno a questo oggetto carico di storicità sportiva non è mai calato.

La singola pausa di produzione tra il 2011 e il 2014, difatti, è stata seguita da un ricollocamento della scarpa nel panorama dello streetwear, grazie ad ambassador come Pharrell Williams e A$AP Rocky. Oltre all’evoluzione delle ‘Stan Smith II’, l’apparentemente infinita parabola delle ‘Stan Smith’ ha toccato innumerevoli edizioni limitate, alcune delle quali prodotte insieme a celebrità del calibro di Lil Wayne, Rick Ross e Jay-Z.

In tutto questo incessante processo di diffusione, l’uomo Stan Smith ha continuato a giocare prima, poi è diventato allenatore, infine è stato nominato Presidente dell’International Tennis Hall of Fame. Ritenuto unanimemente uno dei migliori 100, secondo molti 50 tennisti della storia, non si è mai visto tralasciare da Adidas nella promozione delle scarpe a lui dedicate. Tra shooting, video e campagne pubblicitarie, il suo viso e il suo baffo continuano a restare indissolubilmente legati ad una delle calzature più indossate al mondo.

“Sono Stan Smith e alcune persone pensano che sia una scarpa. In fondo è abbastanza normale. A meno che non siate storici, è abbastanza improbabile che conosciate la mia carriera…”


Sangue, Dolore, Wrestling

In America la soap opera del ring può diventare un appagante film horror

Ho vestito i panni del dolore, ho indossato il costume della sofferenza. Nulla mi stava stretto, nulla mi faceva paura. Mi sono incipriato di sangue, mi sono tatuato di chiodi e vetro, mi sono esaltato tra tavoli e fili spinati.

Era tutto così vero per essere finto. Era tutto così finto per essere vero. Ricordo le urla dal sapore di birra, stonate e rabbiose sinfonie che ubriacavano l’aria. Non importava che mi trovassi in uno sperduto bar di provincia, in un luminoso palazzetto o in un datato casinò.

Quello era il mio martirio. Quello era il mio spettacolo. Il mio corpo, tela di cicatrici e anabolizzanti; la mia Gimmick, storia personale da interpretare dentro quel ring. Nei pressi di quelle corde ero attore e atleta, sacrificio umano e caos organizzato.

Lo chiamavano Hardcore, era l’estremizzazione del wrestling, la sua deriva ultraviolenta, ultracoreografica. Ogni match era un match della morte. Non era la classica soap opera da tv, era più un film da terza serata, un affascinante horror vietato ai minori. Ogni arma utilizzata contro la mia pelle equivaleva ad un boato, ogni mio lamento ad un’estasi collettiva.

Era la mia vita, era la mia morte. Era la mia morte, era la mia vita. Era un piccolo ingranaggio dell’America assetata di sofferenza. Era un rapido, dissetante sorso destinato all’atavica sete umana del supplizio altrui. Una sete che continua ad esistere. Una sete che continuerà ad esistere. Come quel ring.

Richard Wade
IG @richwadephoto
richwade.com


The Seventh Issue

Muscoli e pensieri, viaggi rapidi e interminabili, poesie sportive. Athleta è di nuovo qui, con un’inedita veste grafica, con la consueta volontà di penetrare l’immaginario culturale sportivo. La copertina firmata da Neil Gavin introduce Athleta Magazine Issue 07 e gli ‘Stomping Grounds’ newyorchesi, cattedrali urbane consumate da mani e trazioni. Le stesse mani che abbracciano i macigni baschi dell’Harri Jasotzea: tradizione che si fonde, ad un oceano di distanza, con quella dei tuffatori di Acapulco, i ‘Los Clavadistas’. Di storia in storia, di tradizione in tradizione. Le flebili leve dei corridori kenyoti di ‘Home of Champions’ si muovono veloci come le rovinate lamiere dei Demolition Derbies, disordinati santuari dove l’America rurale trova il proprio paradiso. Rurale paradiso è anche quello dell’Atlas Race, viaggio esteriore e interiore nel suggestivo deserto marocchino: un itinerario sensoriale ricreato parallelamente nei panorami urbani di ‘Riding the Floating City’ e ‘Ballin Somewhere’, grazie alla forza artistica di skateboard e pallacanestro. Infine un salto nel futuro, nella meraviglia ingegneristica di Rizoma, l’atelier dei motori, il luogo capace di unire high-tech ed eleganza. Godetevi il viaggio.


Marta Bassino, la luce negli sci

Leggerezza, passione, vittorie mondiali. Intervista alla sciatrice Azzurra

È una luce silenziosa, quella che illumina il Rifugio Questa. Una luce che, nel dolce contatto con la purezza della natura, placa pensieri e tensioni, pervade anima e muscoli.

È una luce silenziosa e multiforme. Il tenue, bianco fascio che s’insinua tra vette e rocce, che sfiora nubi e foschia nell’ennesima, incantata mattina delle Alpi Marittime piemontesi. Il potente, corposo dardo amaranto che colora iridi e riflessi acquatici, che addolcisce un aspro scenario millenario, per poi trasformarsi nella linea retta di un tramonto ordinato e interminabile.

Marta Bassino ha interiorizzato quella luce, ha imparato a conoscerla anni fa, quando gli sci erano solo un gioco quotidiano, quando coppe mondiali e gare internazionali rappresentavano un ignoto futuro nel quieto vivere cuneese.

Marta Bassino è stata plasmata da quella luce. Le linee raffinate, la calma sicurezza, l’efficace leggerezza: tutto nella sua sciata pare trarre spunto dai luoghi che hanno segnato e che continuano a segnare la sua esistenza, dalle montagne che hanno tratteggiato e continuano a tratteggiare il suo panorama interiore.

“La montagna, le mie montagne, sono tra i valori che i nostri genitori ci hanno saputo trasmettere. Fin da piccoli ci hanno abituato alle passeggiate, al contatto con la natura, al sapersi meravigliare per un fiore, per i colori che ci circondano. Fin da piccoli ci hanno insegnato a stare bene con noi stessi e con poche, semplici cose. La ‘Casina’, che dista qualche chilometro dal Rifugio Questa gestito da mio fratello minore Marco, è da sempre il nostro primo rifugio. Lì tutti noi ci sentiamo in pace e felici. Lì il tempo si ferma e hai davvero la possibilità di stare con te stesso, di isolarti, di staccare la spina, di rigenerarti con la bellezza di quello che ti circonda. Lì non ci serve nulla: un fornelletto per scaldare l’acqua che recuperiamo dai ruscelli, una luce per leggere un libro e il silenzio assoluto. I telefoni, poi, non prendono, ed è la cosa più bella…”

Affacciata sul calmo specchio del Lago del Claus, la famiglia Bassino lascia trapelare un affetto profondo, coltivato tra antichi sentieri e piste verticali, tra taglieri gremiti e walkie talkie, tra sorrisi che si fondono e marmellate locali.

È racchiuso in queste diapositive visive il cammino di Marta, un cammino umano e sportivo cominciato con l’emulazione fraterna sulle nevi di Limone e proseguito sotto le direttive di un padre-maestro mai pressante, sempre dedito all’atto sportivo e alla viscerale passione legata ad esso.

“La mia famiglia è tutto, da sempre. Se sono la persona che vedete è grazie a loro, agli insegnamenti e ai valori che hanno saputo trasmettere a me e ai miei due fratelli. Ci hanno indicato quelle che secondo me sono le basi di tutto: l’umiltà, il rispetto, l’amore per la natura e per le piccole cose, la passione per lo sport inteso come movimento e benessere personale e poi la volontà, la determinazione e la voglia di mettersi in gioco, sempre però con il sorriso. Valori che hanno inciso sulla mia personalità e, di conseguenza, sul mio approccio alla vita e allo sport. I ricordi di me piccina con gli sci ai piedi sono tantissimi e rigorosamente con il ciuccio in bocca. Avevo quasi due anni quando ho mosso i primi passi sulla neve, con la sola volontà di seguire ed emulare il mio fratello maggiore Matteo. Io e lui seguivamo nostro padre, maestro di sci, lungo tutte le piste di Limone e, tra una mangiata di neve e una rotolata, abbiamo iniziato a fare le nostre prime curve. Lo sci oggi è il mio lavoro, oltre che la mia passione. Con dei valori così importanti alla base, però, riesco a vivere tutto in maniera diversa: con un approccio giusto e costruttivo, quello che ti permette di crescere, magari a volte cadendo, ma che ti fa rialzare sempre con il sorriso e con la consapevolezza che tutto rimane un bellissimo e grande Gioco”

Gioco che in Marta ha trovato un’interprete piuttosto atipica da un punto di vista morfologico. Se paragonata alle statuarie colleghe internazionali, difatti, la sciatrice classe ’96 pare indossare un tipo di armatura differente, pare cambiare direzione grazie al soffio del vento, più che al violento lavorio muscolare.

Distante da quadricipiti possenti e movenze iper energiche, l’apparente esilità della discesista cuneese incanta occhi e sensi, curve e traiettorie, dando vita a movenze uniche. Gli sci di Marta sembrano scivolare lievi e delicati, quasi fatati, sembrano sfiorare il suolo sospinti da un etereo connubio di tecnica e armonia fisica.

In un 2021 di grazia, illuminato dall’oro mondiale nello slalom parallelo di Cortina d’Ampezzo e dal dominio in Coppa del Mondo di slalom gigante, la cuneese si è vista definitivamente evolvere in ‘Principessa delle Nevi’ e ‘Piuma d’Acciaio’: soprannomi-manifesto che ne definiscono anima e carattere, stile e autorevolezza, fisico e  natura. Epiteti pronti a popolare il futuro dello sci italiano.

“Il 2021 è stato il mio anno. Un anno intenso, magico, fatto di mille emozioni così forti che ancora oggi faccio fatica a descrivere. Ho avuto tanti momenti difficili in passato, ma credo che l’atteggiamento con cui vivo questa mia grande passione mi abbia aiutato a guardare sempre avanti, tenendo ben presente quali fossero i miei obbiettivi e desideri. Detto questo, nella mia visione generale il 2021 resta comunque un punto di partenza. Rimango sempre me stessa, con il mio approccio e i miei obbiettivi. Oggi so quello che posso ottenere, certo, ma sempre con la consapevolezza che quello che si ottiene alla fine di un percorso è solo il risultato di tanti passi fatti nella giusta direzione. Proprio come quando cammini in montagna per raggiungere la vetta più alta”

La vita di Marta è stata anche raccontata in ‘LA FAMIGLIA’, uno splendido e intimo documentario prodotto da Salomon. Un capolavoro visivo che vi consigliamo di guardare.

Credits

Marta Bassino
IG @martabassino

Ph RISE UP
IG @riseupduo
riseupstudio.com

Testi di Gianmarco Pacione

Thanks to @salomonalpine


Shoot The Messenger, pedalare a Stoccolma

Alla scoperta della sub-cultura dei corrieri urbani svedesi

‘Shoot The Messenger’ è un progetto del fotografo Anthony Hill, un reportage incentrato sui corrieri in bicicletta di Stoccolma, un tipo di sottocultura che si può trovare nella maggior parte delle città mondiali. Vi riportiamo le sue parole e i suoi scatti. Buona visione.

Il progetto è iniziato nell’inverno 2018 ed è continuato per tutti gli inverni successivi. Questi ciclisti sono personaggi umili, spesso con tendenze filosofiche, di varia estrazione sociale e con variegate storie alle spalle. Tra di loro si possono trovare campioni svedesi, europei e mondiali. I campionati Messenger si svolgono in tutto il mondo, ed è comune che le biciclette di questi ragazzi presentino adesivi legati a questi eventi.

I ritratti sono stati scattati principalmente durante l’inverno. È interessante notare come i rider scandiscano i loro cicli lavorativi in inverni. D’altronde, quando il tempo rigido ferma altri mezzi di trasporto, questi messaggeri sono gli unici a continuare la loro attività, tra neve e ghiaccio, con una media di 50-100 km al giorno.

Il progetto ha avuto bisogno di un po’ di tempo prima di essere concretizzato, lo slancio è stato dato principalmente attraverso il passaparola. La comunità dei corrieri urbani è affiatata e solidale: tra tutti i soggetti che ho fotografato in carriera, questi rider sono sicuramente gli individui più affascinanti e felici. I ritratti sono stati scattati durante una breve pausa di dieci minuti nella loro giornata lavorativa. Compaiono loro e le loro bici, spesso pezzi unici e personalizzati, strumenti che riflettono completamente questa sub-cultura.

Io stesso sono un appassionato di ciclismo, quindi è stato un vero piacere lavorare su questo progetto. Credo che questi scatti rappresentino anche un’importante strumento di documentazione specifica riguardo Stoccolma, riguardo un gruppo selezionato dei suoi abitanti e il loro stile di vita.

Sento che è anche rilevante un altro aspetto, e mi riferisco al tema del cambiamento climatico. Il lavoro fatto con questi questi ragazzi mette in evidenza la congestione urbana e l’inevitabile declino dei veicoli a combustibile fossile.

 L’obiettivo è quello di creare una mostra e un libro ad hoc nel prossimo anno. Ma tra oggi e quel momento, ci sarà un altro inverno di mezzo.

Credits

Text & photo Anthony Hill 

www.ahfolio.com
IG @anthonyhillphotographer


Lo sport concettuale di Hardi Budi

Viaggio nelle visioni oniriche del fotografo indonesiano

Metafore surreali, visioni oniriche, ritratti concettuali. Quando si osservano i lavori del visual artist Hardi Budi, ci ritrova a passeggiare su terreni sensoriali sconosciuti, altamente destabilizzanti, inondati di colori irreali, linee pure, inespressività dei soggetti ed estetica kafkiana.

Le sue sono opere ibride, frutto di una fotografia altamente sperimentale e avanguardista. Gli scatti editati diventano quadretti sospesi nel tempo, in bilico tra ironia e inquietudine, tra denuncia sociale e potenza figurativa.

Abbiamo chiesto al creativo indonesiano di parlarci della sua visione artistica, una visione profondamente connessa e ispirata dalla sfera sportiva.

La tua produzione artistica è ibrida: combina fotografia e arte grafica, creando immagini surreali e distopiche. Come è nato questo stile così unico nel suo genere e cosa vuoi comunicare attraverso di esso?

La mia vita trabocca di creatività e arte. Ho sempre amato disegnare e dipingere. L’arte mi dà la libertà di creare qualsiasi cosa io voglia, che sia essa fantasia o realtà. Le idee e le ispirazioni nascono da sole. Mi piace molto ogni singolo processo creativo, indipendentemente dal risultato. Oltre alla fotografia amo anche le poesie, se date un’occhiata al mio profilo Instagram vedrete che accompagno con delle poesie ogni singola foto che pubblico: cerco di trasmettere i miei messaggi attraverso le immagini e la scrittura.

Potresti descrivere il processo che porta alle tue creazioni?

Quando mi vengono le idee, le registro sempre con il mio smartphone. Se penso che sia possibile concretizzarle, prima di tutto stilo uno storyboard del concetto, faccio la lista di ciò di cui ho bisogno, come abiti, oggetti, modelli, luoghi, make up artist ecc. Quando tutto è pronto, eseguo il servizio fotografico e poi edito tutto.

Nella tua galleria visiva lo sport è una presenza costante. Qual è il tuo rapporto con questo universo e quanto influenza le tue creazioni?

Amo lo sport e ringrazio Dio per questo! Nuoto, gioco a basket, a tennis e soprattutto a ping pong. Da ragazzo ero un giocatore di ping pong per il club della mia città. Sapete, si dice che fare ciò che si ama sia libertà e che amare ciò che si fa sia la felicità…

Basket, ping pong, tennis, nuoto e danza sembrano assumere un valore metaforico nella tua visione artistica. Cosa simboleggiano tutte queste entità nel tuo pensiero?

Le mie opere sono come un viaggio nella mia vita. Si tratta dell’espressione delle mia immaginazione, delle mie emozioni e delle esperienze quotidiane.

Ci descriveresti il valore dello sport nella società indonesiana? A quali sport (o giochi tradizionali) sei più legato?

Beh, qui in Indonesia sono due gli sport più popolari: badminton e calcio. E sono anche i miei due sport preferiti. Vi dirò di più, seguo spesso la Juventus.

Qual è la tua opinione sulla fotografia sportiva contemporanea, su cosa pensi si dovrebbe concentrare?

Einstein disse che “La follia sta nel fare la stessa cosa più e più volte e aspettarsi un risultato diverso”. Per quanto tempo ancora vedremo lo stesso stile di fotografia sportiva? Io cerco di andare oltre, di scardinare questa visione tradizionalista e di portare qualcosa di diverso sia nei concetti, sia nello stile della fotografia sportiva.

Credits
Hardi Budi
IG @hardibudi

Testi di Gianmarco Pacione