White Turf, la nobiltà ippica nel fascino di St. Moritz

La celebre gara ippica White Turf descritta dalle nostre lenti

l fascino di St. Moritz e dei suoi scenari è senza tempo. In una delle mete turistiche più desiderate dal mondo, ogni anno, dal lontano 1907, prende forma un evento sportivo unico, in grado di unire la maestosa bellezza cinetica dei cavalli, con il brivido della gara e l'imprevedibilità della neve. È il White Turf, un ghiacciato gran gala dell'ippica internazionale organizzato dal St. Moritz Racing Club, un bianco ippodromo naturale dove lusso, velocità e jet-set si fondono. La nostra galleria fotografica di questo appuntamento della nobiltà ippica, è accompagnato dalle testimonianze del fantino svizzero Tim Bürgin, e del proprietario della scuderia tedesca Rennstall Recke, Christian Freiherr von der Recke.

Tim Bürgin - Professional horse jockey

"Mio padre era un fantino non professionista. Sono cresciuto guardando gare e ha 8 anni ho iniziato a cavalcare cavalli normali. Alcuni anni dopo mi sono trasferito dalla Svizzera a Parigi, per un periodo di apprendistato in una scuderia. D'altronde si sa che Francia, Italia e Inghilterra sono gli epicentri dell'ippica europea. Nel 2011 ho esordito come fantino e ho corso per la prima volta qui, al White Turf, nel 2012. È un luogo speciale, non sai mai cosa aspettarti. C'è sempre tanto pubblico, un clamore unico, e tutti sappiamo che è un onore correre su queste piste. L'atmosfera è bellissima, fantini e cavalli vivono sensazioni irripetibili. I risultati sono un'enigma, perché le reazioni dei cavalli a questo terreno sono imprevedibili. Chi è più veloce nelle gare regolari non è detto che lo sia anche qui. Il ritmo è alto e la tattica è decisamente inferiore rispetto alle altre gare.”

Andrea Furger drone shot

Christian Freiherr von der Recke - Allenatore/Proprietario della scuderia Rennstall Recke

"Il White Turf vive in una location senza eguali. Ogni tanto devo darmi dei pizzicotti per realizzare dove sono. Sono stato qui, a St. Moritz, solo pochi mesi fa. Era estate e si poteva nuotare nel lago, c'erano dei vogatori e all'esterno dell'acqua stavano correndo una mezza maratona. Ora è tutto ghiacciato, anche sugli spalti. Alleno i miei cavalli seguendo le loro richieste. Ogni mattina mi sveglio e parlo con loro, capisco cosa preferiscono fare. Queste piste possono far paura ad alcuni cavalli, soprattutto quelli inesperti, per questo bisogna conoscerli a fondo. Anche se puoi scoprire solo qui se un cavallo vuole o meno correre sulla neve. È difficilissimo scegliere il giusto fantino per il giusto cavallo, e per la giusta gara. Per questo vincere una gara è così complesso, ed è sempre un piacere vincerne una. I miei cavalli ne hanno vinte 2200, ma ho perso 9000 volte. Un successo ogni quattro gare. Per questo la sensazione di vittoria è sempre fantastica, soprattutto qui"


Marmöl, una celebrazione gravel

Anche quest’anno saremo Media Partner di Marmöl Gravel

Marmöl è una celebrazione del ciclismo gravel dionisiaco. È la scoperta del territorio estrattivo del marmo Botticino, un’esperienza individuale e collettiva in una magica zona bresciana, dove cave e natura si uniscono a consapevoli pedalate. Marmöl non è una gara, è un evento dove l’esplorazione delle connessioni umane, di paesaggi sottovalutati e della semplice convivialità valgono molto più di tempi e risultati. Anche quest’anno saremo Media Partner di Marmöl Gravel, e il 25 febbraio ritrarremo i suoi protagonisti e i suoi significati. Per il momento potete osservare la galleria della passata edizione e leggere alcune testimonianze qui. Se volete scoprire qualcosa in più di questo evento, invece, visitate il sito Marmöl.


Behind the Lights - Matt Moran

Le immagini esaltano il movimento sportivo nella ricerca visuale di questo fotografo e sperimetatore britannico

Il movimento porta ad esplorare noi stessi e ciò che ci circonda, ma porta anche ad esplorare la creatività visuale, come dimostra la filosofia fotografica di Matt Moran. La lente di questo fotografo britannico è un laboratorio sperimentale che spesso incrocia la produzione con l’elemento sportivo. La galleria di Moran è un intreccio di sensazioni e soluzioni cromatiche elevate dalla cinesi, e viceversa: un lungo viaggio in costruzione tra echi di fotografi leggendari e opzioni stilistiche contemporanee, a volte persino anticipatorie.

“Ho sempre sentito intorno a me la fotografia. È qualcosa che mi ha sempre interessato e che ho sviluppato nel tempo, soprattutto a partire dal periodo universitario, quando ho potuto viaggiare, circondarmi di persone che avessero gusti simili ai miei e scoprire tante tecniche di stampa differenti. Le prime figure a cui mi sono ispirato sono stati i fotografi Magnum, così come i classici contemporanei americani, come Alec Soth. Per quanto riguarda lo sport, invece, da ragazzo ho giocato a rugby, quando mi sono spostato a Londra mi sono dato al ciclismo e durante il periodo pandemico ho iniziato a correre molto nelle campagne del Devon, insieme a mio fratello. Negli anni sono stato assistente per diversi fotografi fashion, così durante quelle corse mi è venuta l’idea di collegare una fotografia artistica, più fashion, al running e ad altri sport che amo, come il ciclismo. Da piccolo passavo ore a guardare il Tour de France in televisione...”

L’esplorazione è fatta di dettagli e curiosità, spiega Matt. Dove c’è un grande evento sportivo, ci sono sempre significativi particolari che non vengono notati. Dove c’è un grande atleta, c’è sempre una chiave d’accesso estetica e narrativa che nessuno ha trovato. Le sue immagini raccontano questo, mostrando schegge di una running culture futuristica, di un’atipica dimensione cycling e di un’illimitata celebrazione del movimento.

“Lavorare per altri fotografi mi ha dato fiducia nell’approcciare differenti stili. Mi piace sfocare, usare il flash e particolari elementi, angoli e colori. Amo giocare on gli estremi, con la luce e l’oscurità. Sono concentrato sul mostrare ed elevare i movimenti, voglio amplificare la velocità, lo sforzo, la gioia: il mio obiettivo è esagerare quello che accade nella realtà. Le mie foto sono un’accumulazione di tutto quello che m’ispira, e penso sia in qualche modo liberatorio non essere legati ad un’estetica monolitica. Ogni progetto e ogni evento determinano la mia direzione estetica. Spesso non ho un brief, rispondo semplicemente a ciò che mi trovo di fronte. Credo che tutto sia interessante intorno alla performance: le luci, la pistola di partenza, la tecnologia, i piccoli dettagli che solo in pochi notano. Andare sotto la pelle delle cose è stimolante”

Il Mondiale di ciclismo di Glasgow, i test di Rory Leonard, la London Marathon, Hoka, and wander e Dosnoventa: il flusso creativo di Moran tocca lo sport su differenti livelli, viene nutrito e potenziato da esso, e gli permette di danzare tra l’opera di reportage e quella di invenzione artistica-fashion. Grazie ad un chirurgico lavoro di postproduzione, negli scatti del britannico risulta, così, impercettibile il confine tra lavoro commerciale e progetto personale.

“Sono sempre stato esposto al mondo fashion e trovo positiva l’influenza che sta avendo nell’immaginario sportivo, soprattutto da un punto di vista fotografico. Molti dei miei lavori personali hanno portato a collaborazioni con brand: sento che è arrivato il momento giusto per l’apertura dei brand ad approcci fotografici differenti rispetto a quelli tradizionali. Tutto sembra in qualche modo connesso e io provo ad avere lo stesso approccio per tutti i progetti. Poco tempo fa ho scattato la Great North Run di Newcastle, città dove attualmente vivo con la mia ragazza, e quel progetto personale mi ha portato prima ad un lavoro commissionato sulla Night of the 10k PB, poi ad una fanzine e, infine, ha sbloccato un lavoro in Giappone per and wander... In generale amo vivere i miei lavori come scrapbook, album di ritagli in cui la postproduzione giocano un ruolo chiave. Tanto del mio impegno arriva dopo aver scattato, mi piace molto lavorare sulle gradazioni dei colori, sul trattamento di ogni scatto e sul processo di stampa”

“Mi piacerebbe fotografare le Olimpiadi a Parigi”, conclude Moran parlandoci del suo futuro e del suo presente, diviso tra lunghe corse nel nord dell’Inghilterra, dove copre 50 miglia (80 chilometri) ogni settimana, e shooting in giro per il globo, “E mi piacerebbe seguire un atleta per un progetto a lungo termine, per esempio durante l’avvicinamento ad una grande manifestazione. Mi intriga avvicinare un giovane talento e vederlo esplodere. L’UTMB (Ultra-Trail du Mont-Blanc) e la corsa in Kenya sono altri due temi che mi affascinano. Da un punto di vista sportivo, invece, voglio provare a correre la maratona di Londra sotto le 2 ore e 40... Vedremo!”


Funzionalità, sport e design: nella mente di Hiroshi Nozawa

Il visionario fondatore di Norbit racconta il suo rapporto con l’elemento outdoor e l’immaginario sportivo, sublimato nella capsule a tema hiking sviluppata insieme a KARHU

La nuova frontiera dell’estetica è la funzionalità. Un assunto che può sembrare paradossale, ma che si esplicita e sublima nella ricerca di Hiroshi Nozawa e del suo avveniristico brand, Norbit. Non è un caso che le radici filosofiche di questo designer giapponese, capace di fondere bellezza, cultura e pragmatismo, attecchiscano nell’elemento sportivo. Non è un caso che hiking e pesca, ma anche vari sport d’azione, siano le pietre angolari alla base della sua opera progressista.

‘Field, Journey, Chill-out’, in questo claim dalle sembianze di haiku è instillata l’essenza di Nozawa, del suo rapporto attivo con l’universo outdoor e della sua visione fashion, che riecheggia nella speciale capsule collection ‘Have a Nice Hike’, prodotta in sinergia con KARHU. “Ho sempre pensato di non produrre dei semplici capi fashion”, confida Nozawa, “Quando disegno dei capi, penso ad essi come a degli strumenti che mi possano permettere di fare quante più cose possibili. Le scarpe waterproof, per esempio, nella mia visione hanno la stessa valenza di una canna da pesca. Tutto è funzionale, tutto gravita intorno alla funzionalità”.

Appassionato escursionista e pescatore, ma anche viaggiatore e contemplatore della natura, Nozawa trasforma quotidiane epifanie in design ibridi, che mettono in relazione la necessità di sopravvivenza e comfort dettata dalla natura, con forme e materiali innovativi anche per l’alta moda. “L’outdoor e le sue ramificazioni sono la mia grande passione. Per questo voglio che tutto ciò che disegno sia fruibile tanto da chi vive a contatto con la natura, quanto da chi sta in città”, continua Nozawa, spostando il focus su un altro tema a lui caro, la cultura sportiva, “Sono una persona ‘sport-minded’, amo gli sport d’azione come molti altri miei connazionali. Nella collaborazione con KARHU ho voluto rispettare l’enorme heritage sportivo di questo brand.  ‘Have a Nice Hike’ ruota intorno alla volontà di connettere la tradizione di un iconico marchio sportivo con i più alti materiali tecnici contemporanei”. 

Le parole di Nozawa definiscono un maestro dell’armonia razionale, un sapiente artigiano della materia che, dopo aver collaborato con celebri realtà nipponiche come Columbia Black Label e Snow Peak, oggi sta dedicando le proprie energie all’esaltazione di un paradigma funzionale, come nel caso di ‘Have a Nice Hike’. “La collezione ‘Have a Nice Hike’ si concentra ovviamente sul concetto di hiking. La funzionalità, in questo caso, è legata a molti dettagli, per esempio alle tasche. Non mi piace portare zaini o borse durante le escursioni, così ho deciso di aggiungere molte tasche sui vari capi, ponendo attenzione alla funzionalità dei tessuti utilizzati: uso spesso materiali elastici, sono essenziali per la comodità, ma in questo caso sarebbero stati inutili... Ogni parte del capo ha un proprio scopo preciso e deve essere pensata per raggiungerlo al meglio. Tutto deve avere una ragione”. 

“Questo tipo di processo creativo e stilistico si può attuare con qualsiasi sport o pratica fisica”, prosegue Nozawa, tornando ad immergersi nella propria cultura sportiva, “Penso allo snowboard, al surf, alla BMX... In futuro lancerò delle linee dedicate e ispirate a queste e ad altre discipline. Credo fermamente che i tipici capi sportivi e i tessuti più tecnici possano essere resi ‘fashionable’, per poi essere indossati anche nella vita di tutti i giorni”. Il futuro di questo sperimentatore e inventore di silhouette, però, non si limita alla direzione creativa di una nuova, futuristica dimensione fashion-sportiva, ma trascende nella volontà di lasciare un’eredità concreta e tangibile per le future generazioni. Quell’eredità che Nozawa appunta quotidianamente sul proprio, immancabile, sketch book: l’oasi cartacea dove ogni sua intuizione prende forma, ogni materiale viene già immaginato e ogni funzione viene già stabilita. 

“Il mio obiettivo è porre delle nuove basi per il mondo fashion, costruire i fondamenti del suo futuro”, conclude il designer giapponese, “Sarei felice se, tra un secolo, le persone stimassero ancora il mio lavoro e se le nuove generazioni comprendessero appieno i concetti che sto cercando di veicolare, per poi riproporli a loro volta. Questa è la direzione che ho intrapreso”.


LVMH X Paris 2024, French savoir-faire means sport

LVMH's sponsorship of the upcoming Olympics is just the latest leg of a long journey where luxury is synonymous with victory

Victory, like the production of an object, is the result of an inexhaustible repetition of movements. And every athlete, just like a craftsman, is the creator of a continuous succession of actions devoted to triumph. In ‘Artisans of All Victories,’ the concept coined by LVMH that links the luxury group to the sporting imaginary, athletes and artisans share more than just a common role. According to this creative-competitive vision, sportsmen and luxury masters share a flair, a thought and an innate as well as learned talent for creating dreams.

‘The art of creating dreams’ represents the group’s mission in the universe of the XXXIII Olympic Games, the third Parisian chapter after 1900 and 1924. And exactly a century later, the Olympics represent a new and renewed opportunity to exhibit to the world the value and quality of the French capital savoir faire.

The same savoir faire that Luis Vuitton and the entire LVMH group share, and which they’ve decided to sublimate with a unique sponsorship. 150 million euros, three maisons-LV, Dior, and Berluti-as well as Sephora and Chaumet, with the beauty brand being promoted to official partner of the Olympic torchlight run and the historic French jewelry company being chosen to produce the medals.

This sponsorship makes the group and its brands a bridge between fashion and sports, confirming a special connection that is rooted not only in a growing trend, but also in a unity of purpose – artisans and athletes, both engaged in a constant and irrepressible quest for perfection.

The athletes selected by LVMH for Paris 2024 embody the value and spirit of the luxury group, and are summed up by the title ‘artisans of all victories,’ representing the luxury that is synonymous with victory, dreams, perseverance and tenacity. Léon Marchand, Mélanie de Jesus dos Santos, Enzo Lefort, and Pauline Déroulède have become the perfect faces to convey the bond between the French group and the sporting element. They are the ambassadors of a mentality that step by step, leaves everything behind with the sole purpose of pursuing the greatest results.

The same great achievements that Luis Vuitton has been coasting for more than 30 years. Because the brand’s relationship with sports and its symbols has spanned history, marking the most coveted moment for every athlete: reaching a trophy. Football, rugby, sailing, tennis, basketball and Formula 1: V for victory is also V for Vuitton. Trophy trunks made by the French brand have long encapsulated the entire essence of effort, sweat, sacrifice, suffering, joy and recognition that are part of every winner’s journey. And for the brand born in 1884 in Asnières, which is inextricably linked to the experience of travel, celebrating the most iconic moment in sports seems natural.

The Ballon d’Or and the last four football World Cups (2010, 2014, 2018, and 2022) have traveled in an LV-branded trunk, just like two of the last rugby World Cups (2015, 2023) and, since 2020, the Larry O’Brien NBA trophy.

But Luis Vuitton’s history in celebrating sporting triumphs has far more distant origins. Indeed, in 1983 the French brand sponsored the selection regatta between the America’s Cup winning team and its challengers: the Luis Vuitton Cup. The luxury maison has always looked with enthusiasm to the nautical tradition, collaborating with the America’s Cup itself over the years to create the iconic trunk of the world’s oldest international trophy.

The trophy cases handcrafted by the artisans of the Asnières atelier, with a technical and creative effort that can sometimes exceed 400 hours of work, have always been customized according to the type of cup they were intended to contain. One of the most iconic examples is undoubtedly the Davis Cup: in 2019, the trophy was presented at the final round of the men’s tennis World Cup inside a circular trunk covered in the unmistakable Monogram Mocassar canvas and embellished with numerous leather details. Equipped with a giant base, the chest is one of the most iconic testimonies to the Parisian brand’s mastery of enshrining the symbols of sporting success. In tennis, Luis Vuitton has also made the trophy cases for Roland Garros and, more recently, the Australian Open.

The French fashion house’s universal experience also led it to collaborate in the world of motorsport, first with the 24 Hours of Le Mans and then with Formula 1.

In the world of sports, Luis Vuitton’s role is not just tied to the epithet “keeper of victory”. Because in the vision of the maison, as well as in its DNA, the value and importance of travel are ingrained. Even in the sporting element, the exaltation of a journey takes prominence by celebrating that set of stories and moments that go beyond the one component of triumph. Rivalry, strength, style, legend, evolution. In the shots and campaigns of the French brand there is all this and more.

Some tangible examples are Cristiano Ronaldo and Messi who on the eve of their last World Cup play their last and most important chess match, sealing the greatest antagonism of our time, or Carlos Alcaraz who in a marriage of fashion and style exhibits his baggage of equipment and memorabilia crossing the boundaries of tennis, becoming the symbol of evolution and a journey just beginning. From those destined to become legends to those who are already the face of sports epics, such as Lebron James.

Any fusion of sports and luxury is, for Luis Vuitton, an exaltation of style. A style that is not only aesthetic, but also athletic: the savoir faire that every sportsman holds. Like Eileen Gu, freestyle skier who was chosen by the fashion house to tell the imagery of the iconic Luis Vuitton Twist.

LVMH x Paris 2024 marks not only the largest economic commitment to support a sporting event for a company, but also the natural evolution of a relationship that for Luis Vuitton has always represented throughout history an intersection of excellence. A crossover celebrated movement after movement in the Asnières atelier exactly as it is on the playing fields around the world.

Credits

IMAGO

Louis Vuitton


Watchlist – Six Nations: Full Contact

La serie Netflix dedicata al rugby e al suo più leggendario evento

Il celebre attore gallese Richard Burton definiva il rugby come uno spettacolo magnifico: un balletto, un’opera e all'improvviso il sangue di un delitto”. E lo spettacolo magnifico del rugby raggiunge il proprio apice in occasione del suo atto più leggendario, il Sei Nazioni. Seguendo l’esempio di analoghi format dedicati ad altri sport, Netflix in ‘Six Nations: Full Contact’ visita il dietro le quinte di questa manifestazione mistica e ritrae i suoi atipici personaggi.

Freddie Steward, Finn Russell, Ellis Genge, Marcus Smith, Sebastian Porter e Sebastian Negri sono solo alcune delle montagne umane messe a nudo dalle telecamere della piattaforma americana, macchine da guerra che condividono muscoli e dolore, ma anche insicurezze e atipici percorsi esistenziali. Vita privata e palcoscenici mitologici, come Twickenham, si alternano in una gustosa serie documentaristica popolata da normali superuomini, memorie personali, emozioni collettive e birre in spogliatoio. ‘Six Nations: Full Contact’ è un necessario tuffo nella cultura rugbistica, un prodotto capace di avvicinare il pubblico mainstream ad uno sport prezioso e alle sue variegate personalità. Ecco perché entra di diritto nella nostra Watchlist.

Credits

Netflix

Gianmarco Pacione


I colori della Coppa d’Africa

La Coppa d'Africa è sinonimo di passione, tifosi e creatività

"L'Africa è uno stato mentale. Io lavoro in Europa, ma sogno in Africa", raccontava uno dei più grandi calciatori della storia moderna, il camerunese Samuel Eto'o. recounted one of the greatest footballers in modern history, Cameroonian Samuel Eto’o.

L'unico, inconfondibile stato mentale africano emerge agli occhi di tutti durante una manifestazione unificatrice come la Coppa delle Nazioni Africane (AFCON). Se da un lato la Coppa d'Africa viene vissuta come un'esotica e quasi sconosciuta parentesi calcistica, dall'altro questo evento sprigiona l'essenza, la magia e, perché no, le sfumature esoteriche di un intero continente.

La Costa d'Avorio è la patria dell'attuale AFCON e l'ennesima vetrina per un sogno calcistico fatto di colorata passione e distintiva creatività. Questa galleria d'immagini non celebra calciatori-star, ma i co-protagonisti di questa competizione continentale: i tifosi delle varie Nazionali e la loro eclettica passione.

Credits

IMAGO / ZUMA Wire / Samuello Sports Images Gh / Osodi Emmanuel / Shengolpixs