Facce da Marmöl

I volti e le testimonianze di chi celebra le sfumature dionisiache dell'universo Gravel

Il movimento Marmöl non ha nazione o forma precisa. Come il movimento Gravel. È un connubio di menti creative applicate al ciclismo e alla sua forma più romantica. Dove le cave del Marmo Botticino colorano ogni pedalata, la performance viene oscurata dall'estetica del territorio, dai suoi significati e dalla sua storia. Essere facce da Marmöl vuol dire essere amanti Gravel, certo, ma soprattutto esploratori contemporanei delle due ruote, viaggiatori pronti a scoprire, o a gustare nuovamente, le meraviglie di un luogo modellato dalla fantasia naturale, così come dal lavoro umano. Vuol dire preferire l'appagamento mentale, sociale e sensoriale all'effimero risultato. Vuol dire condividere dislivelli e dj-set, dando uguale peso ad entrambi. Ce lo confermano le parole e le suggestioni di alcuni protagonisti di Marmöl Gravel 2024.

Sami Sauri - Gravel explorer, founder of The W Collective

"È stata un'esperienza incredibile. Sarei stata per ore a guardare le cave. Marmöl ti dà la possibilità di vedere la meraviglia naturale modificata dalla presenza umana. E questo mix, qui, ha creato scorci pazzeschi. Non pensavo ci potesse essere così tanta gente. Ho incontrato amici che non vedevo da tantissimo tempo, perfino dei compagni di squadra di bike polo con cui giocavo a Padova 15 anni fa... Ho riso, sono stata bene e mi sono gustata la bellezza senza fretta: il perfetto chill domenicale. Eventi come questo non hanno la pressione della gara e possono semplicemente ispirare le persone. Per questo Marmöl è un format geniale. E per questo sono presenti tantissime ragazze, che qui possono comprendere il Gravel e migliorarsi edizione dopo edizione. Se il calendario me lo permetterà, tornerò sicuramente l'anno prossimo"

Omar Martinello - explorer, cyclist and hiking guide

"Sono un grande fan del mondo Gravel, perché trovo sia un perfetto punto d'incontro tra sport e stile. Ha un carattere preciso, ruvido, fatto di sentieri ed esplorazione, e sta coinvolgendo sempre più persone. Eventi come Marmöl mi permettono di scoprire nuovi e vecchi legami umani. Ogni volta sembra di tornare bambini e andare al campeggio estivo: sai che ti aspetteranno degli amici. Senza il concetto di community, il Gravel non sarebbe un fenomeno così unico. Marmöl è un format ideale per la condivisione di un'esperienza e perché combacia con il mio rapporto con il territorio. Sono un sostenitore delle esperienze a portata di mano, dal mio punto di vista sono le più belle. È la mia seconda partecipazione a Marmöl, ma di certo non sarà l'ultima. In fondo, bere vin brulé ai piedi di cave che sembrano cattedrali è un'esperienza fantastica"

Paolo Bettini - leggenda del ciclismo, GeoGravel Tuscany founder

"Da anni ho abbandonato il ciclismo agonistico e mi sono dedicato al Gravel. Ho fatto la mia carriera, anche abbastanza bene, ma ora il mio approccio alla bici è legato ai concetti di esplorazione e scoperta. Ed è sinonimo di Gravel. Ho corso tantissime volte in questo territorio, ma solo oggi ho avuto la possibilità di entrarci veramente dentro. Questa è la differenza tra ciclismo Gravel e tradizionale. La bici diventa un'opportunità di ritrovo, di festa collettiva. La transizione è stata facile, perché la bici per me è vita, ma soprattutto benessere. E scoprire pedalando ti fa stare bene. Gli eventi Gravel dovrebbero essere come Marmöl: gare non agonistiche in cui ci puoi sbagliare, perderti e orientarti, apprezzando ciò che ti circonda. Sto portando tutto questo anche nelle mie zone, in Toscana, con il progetto GeoGravel, ed essere qui mi aiuta a studiare, ad entrare completamente in simbiosi con un movimento che, fino a pochi anni fa, non avevo realmente compreso. Il connubio di festa, birre, panini, musica e meraviglia naturale rende il ciclismo un affascinante parco giochi. Io sto sviluppando quest'idea tra la costa etrusca e il Chianti: mi sono allenato sulle colline di casa per una vita, adesso amo farle scoprire ad altri"

Asja Paladin - ex ciclista pro, parte di Enough Collective

"Questa è la mia terza Marmöl. Ancora una volta sono qui con il mio collettivo, Enough. Dopo 20 anni di ciclismo agonistico, avere la possibilità di vedere tante persone che si divertono grazie al Gravel, di sentirle attorno a me, è semplicemente fantastico. Nel nostro gruppo siamo convinti che una bici sia abbastanza per rendere felice chiunque, e Marmöl conferma questo pensiero. Qui mi sento parte di Enough, ma anche di una community ben più grande. Il Gravel ha la forza di essere estremamente inclusivo, e sono entusiasta della folta partecipazione femminile... Tante ragazze, a volte, hanno solo paura di mettersi sulle due ruote: in realtà hanno solo bisogno della giusta chiave d'accesso per la cultura ciclistica. Il Gravel ed eventi come Marmöl giocano un ruolo fondamentale per cambiare le loro prospettive. Parlando del territorio, poi, spesso viaggiamo distante per scoprire cose, ma vicino a noi abbiamo luoghi altrettanto interessanti. Ecco perché giornate come queste sono una grande vittoria per il movimento"

Carlo Donadoni – Global Marketing Manager 3T

"3T supporta Marmöl dalle sue origini. E io ho avuto la fortuna di partecipare a partire dalla prima edizione. All'epoca ricordo di aver portato una macchina del caffè e di averli fatti per tutti. Oggi i numeri sono cresciuti vertiginosamente, ma la giocosità e, soprattutto, la qualità dell'evento non ne hanno risentito, anzi, progrediscono ogni edizione. 3T ha iniziato a produrre bici nel 2016 e abbiamo deciso di concentrarci su eventi 'grassroots', costruiti dalle e attraverso le community, evitando sponsorizzazioni a team pro. Eventi come Marmöl combaciano con la nostra filosofia e con il nostro posizionamento alternativo. Il suo successo ci gratifica. Abito a Bergamo, qui vicino, eppure non avevo mai visitato queste zone affascinanti. Radunare così tante persone qui e far scoprire loro le cave, divertendosi, è meraviglioso"

Dino Lanzaretti - extreme cyclist/traveler, trip creator

"Marmöl è oggettivamente qualcosa di unico. In passato mi è capitato di vedere immagini di cave su riviste o documentari, ma pedalare qui è stato bellissimo. Puoi osservare il disarmante impatto dell'essere umano sulla natura: un'impronta che in questa valle è estremamente affascinante. Le montagne solcate da queste lastre bianche, stratificate, mi hanno fatto pensare ad una vasta opera d'arte. Devo essere onesto, stanno nascendo tantissimi eventi Gravel, ma questo è uno dei pochi che continua a durare e crescere nel tempo. Marmöl coinvolge le persone giuste e offre tracce fruibili da tutti: questa formula è perfetta. Ho sempre pedalato per dirigermi verso un luogo. Qui, invece, ho pedalato per tornare nello stesso luogo, e mi è piaciuto. Mentre salivo tra le cave ho riflettuto su come sarebbe bello partire per primi e arrivare per ultimi, incontrando e parlando con tutte le persone... Questo è il primo approccio ideale ad una forma di ciclismo che poi può evolversi in esperienze più dure e difficili. È essenziale, e porterò con me tanta gente nelle prossime edizioni"


Vivere Marmöl è vivere il Gravel

Marmöl 2024 è l'ultima evoluzione di una celebrazione Gravel unica

Polvere. Cave. Luce. La celebrazione ciclistica di Marmöl Gravel è tornata, insieme alle sue caratteristiche uniche. Siamo a Brescia, siamo nella patria del marmo Botticino. Siamo dove tempi e ritmi smettono di essere essenziali, facendo spazio alla condivisione della bellezza, e dell'esperienza. Tra queste pietre dalle infinite sfumature, su queste tracce in grado di unire fantasia naturale e lavoro umano, il Gravel risplende nella sua accezione più pura e conviviale.

Il Museo della Mille Miglia, luogo mistico della storia automobilistica italiana e internazionale, è il perfetto epicentro per questa edizione Marmöl e per le sue evoluzioni. Un simbolico punto di partenza e d'arrivo che, in qualche modo, definisce l'essenza dell'evento stesso: un'epica a portata di tutti, un viaggio individuale e collettivo che, inevitabilmente, viene sublimato dai connotati e dalla morfologia di scorci ipnotici.

In una tiepida domenica mattina, sono quasi 600 i ciclisti iscritti. Il doppio rispetto alla passata edizione. Alcuni giungono da dietro l'angolo, altri si sono messi alla guida all'alba per essere qui. Tutti, tra i fumi del caffè, s'imbarcano in un'epopea sorridente, divisa in due tracce da 80 / 60 km. Le statistiche, però, contano relativamente. Sono un mero dato che svanisce di fronte ai click delle macchine fotografiche e degli occhi di una community che vuole festeggiare sé stessa, le proprie sensibilità creative, e un'eclettica, rilassata visione comune. Come spiega l'organizzatore Niccolò Varanini.

"Quando ho iniziato ad organizzare Marmöl, non mi sarei mai immaginato che si sarebbe potuta evolvere così. Sapevo che c'era del potenziale, ma poi le cose si sviluppano in maniera imprevedibile, come i figli. E per me Marmöl è un figlio. Quest'anno siamo partiti dal Museo della Mille Miglia, è stata sicuramente una scelta organizzativa, ma credo sia importante far conoscere la mia città e i suoi luoghi più iconici ai partecipanti Marmöl. Non voglio che le cave e i percorsi siano distaccati da Brescia. Poi è bellissimo dire "Partiamo dal Museo della Mille Miglia", la Freccia Rossa non ha mai smesso di suscitare fascino. Al momento Marmöl è un evento italiano, siamo orgogliosi di essere diventati un punto di riferimento per il movimento Gravel del nostro Paese. Duecento persone circa non sono venute perché avevamo finito i posti, l'anno prossimo cercheremo di aumentare i numeri, senza snaturare la nostra attenzione ai dettagli. In futuro potremmo prevedere un'ulteriore evoluzione in un evento internazionale... Non si sa mai!" 


White Turf, la nobiltà ippica nel fascino di St. Moritz

La celebre gara ippica White Turf descritta dalle nostre lenti

l fascino di St. Moritz e dei suoi scenari è senza tempo. In una delle mete turistiche più desiderate dal mondo, ogni anno, dal lontano 1907, prende forma un evento sportivo unico, in grado di unire la maestosa bellezza cinetica dei cavalli, con il brivido della gara e l'imprevedibilità della neve. È il White Turf, un ghiacciato gran gala dell'ippica internazionale organizzato dal St. Moritz Racing Club, un bianco ippodromo naturale dove lusso, velocità e jet-set si fondono. La nostra galleria fotografica di questo appuntamento della nobiltà ippica, è accompagnato dalle testimonianze del fantino svizzero Tim Bürgin, e del proprietario della scuderia tedesca Rennstall Recke, Christian Freiherr von der Recke.

Tim Bürgin - Professional horse jockey

"Mio padre era un fantino non professionista. Sono cresciuto guardando gare e a 8 anni ho iniziato a cavalcare cavalli normali. Alcuni anni dopo mi sono trasferito dalla Svizzera a Parigi, per un periodo di apprendistato in una scuderia. D'altronde si sa che Francia, Italia e Inghilterra sono gli epicentri dell'ippica europea. Nel 2011 ho esordito come fantino e ho corso per la prima volta qui, al White Turf, nel 2012. È un luogo speciale, non sai mai cosa aspettarti. C'è sempre tanto pubblico, un clamore unico, e tutti sappiamo che è un onore correre su queste piste. L'atmosfera è bellissima, fantini e cavalli vivono sensazioni irripetibili. I risultati sono un'enigma, perché le reazioni dei cavalli a questo terreno sono imprevedibili. Chi è più veloce nelle gare regolari non è detto che lo sia anche qui. Il ritmo è alto e la tattica è decisamente inferiore rispetto alle altre gare.”

Andrea Furger drone shot

Christian Freiherr von der Recke - Allenatore/Proprietario della scuderia Rennstall Recke

"Il White Turf vive in una location senza eguali. Ogni tanto devo darmi dei pizzicotti per realizzare dove sono. Sono stato qui, a St. Moritz, solo pochi mesi fa. Era estate e si poteva nuotare nel lago, c'erano dei vogatori e all'esterno dell'acqua stavano correndo una mezza maratona. Ora è tutto ghiacciato, anche sugli spalti. Alleno i miei cavalli seguendo le loro richieste. Ogni mattina mi sveglio e parlo con loro, capisco cosa preferiscono fare. Queste piste possono far paura ad alcuni cavalli, soprattutto quelli inesperti, per questo bisogna conoscerli a fondo. Anche se puoi scoprire solo qui se un cavallo vuole o meno correre sulla neve. È difficilissimo scegliere il giusto fantino per il giusto cavallo, e per la giusta gara. Per questo vincere una gara è così complesso, ed è sempre un piacere vincerne una. I miei cavalli ne hanno vinte 2200, ma ho perso 9000 volte. Un successo ogni quattro gare. Per questo la sensazione di vittoria è sempre fantastica, soprattutto qui"


Marmöl, una celebrazione gravel

Anche quest’anno saremo Media Partner di Marmöl Gravel

Marmöl è una celebrazione del ciclismo gravel dionisiaco. È la scoperta del territorio estrattivo del marmo Botticino, un’esperienza individuale e collettiva in una magica zona bresciana, dove cave e natura si uniscono a consapevoli pedalate. Marmöl non è una gara, è un evento dove l’esplorazione delle connessioni umane, di paesaggi sottovalutati e della semplice convivialità valgono molto più di tempi e risultati. Anche quest’anno saremo Media Partner di Marmöl Gravel, e il 25 febbraio ritrarremo i suoi protagonisti e i suoi significati. Per il momento potete osservare la galleria della passata edizione e leggere alcune testimonianze qui. Se volete scoprire qualcosa in più di questo evento, invece, visitate il sito Marmöl.


Behind the Lights - Matt Moran

Le immagini esaltano il movimento sportivo nella ricerca visuale di questo fotografo e sperimetatore britannico

Il movimento porta ad esplorare noi stessi e ciò che ci circonda, ma porta anche ad esplorare la creatività visuale, come dimostra la filosofia fotografica di Matt Moran. La lente di questo fotografo britannico è un laboratorio sperimentale che spesso incrocia la produzione con l’elemento sportivo. La galleria di Moran è un intreccio di sensazioni e soluzioni cromatiche elevate dalla cinesi, e viceversa: un lungo viaggio in costruzione tra echi di fotografi leggendari e opzioni stilistiche contemporanee, a volte persino anticipatorie.

“Ho sempre sentito intorno a me la fotografia. È qualcosa che mi ha sempre interessato e che ho sviluppato nel tempo, soprattutto a partire dal periodo universitario, quando ho potuto viaggiare, circondarmi di persone che avessero gusti simili ai miei e scoprire tante tecniche di stampa differenti. Le prime figure a cui mi sono ispirato sono stati i fotografi Magnum, così come i classici contemporanei americani, come Alec Soth. Per quanto riguarda lo sport, invece, da ragazzo ho giocato a rugby, quando mi sono spostato a Londra mi sono dato al ciclismo e durante il periodo pandemico ho iniziato a correre molto nelle campagne del Devon, insieme a mio fratello. Negli anni sono stato assistente per diversi fotografi fashion, così durante quelle corse mi è venuta l’idea di collegare una fotografia artistica, più fashion, al running e ad altri sport che amo, come il ciclismo. Da piccolo passavo ore a guardare il Tour de France in televisione...”

L’esplorazione è fatta di dettagli e curiosità, spiega Matt. Dove c’è un grande evento sportivo, ci sono sempre significativi particolari che non vengono notati. Dove c’è un grande atleta, c’è sempre una chiave d’accesso estetica e narrativa che nessuno ha trovato. Le sue immagini raccontano questo, mostrando schegge di una running culture futuristica, di un’atipica dimensione cycling e di un’illimitata celebrazione del movimento.

“Lavorare per altri fotografi mi ha dato fiducia nell’approcciare differenti stili. Mi piace sfocare, usare il flash e particolari elementi, angoli e colori. Amo giocare on gli estremi, con la luce e l’oscurità. Sono concentrato sul mostrare ed elevare i movimenti, voglio amplificare la velocità, lo sforzo, la gioia: il mio obiettivo è esagerare quello che accade nella realtà. Le mie foto sono un’accumulazione di tutto quello che m’ispira, e penso sia in qualche modo liberatorio non essere legati ad un’estetica monolitica. Ogni progetto e ogni evento determinano la mia direzione estetica. Spesso non ho un brief, rispondo semplicemente a ciò che mi trovo di fronte. Credo che tutto sia interessante intorno alla performance: le luci, la pistola di partenza, la tecnologia, i piccoli dettagli che solo in pochi notano. Andare sotto la pelle delle cose è stimolante”

Il Mondiale di ciclismo di Glasgow, i test di Rory Leonard, la London Marathon, Hoka, and wander e Dosnoventa: il flusso creativo di Moran tocca lo sport su differenti livelli, viene nutrito e potenziato da esso, e gli permette di danzare tra l’opera di reportage e quella di invenzione artistica-fashion. Grazie ad un chirurgico lavoro di postproduzione, negli scatti del britannico risulta, così, impercettibile il confine tra lavoro commerciale e progetto personale.

“Sono sempre stato esposto al mondo fashion e trovo positiva l’influenza che sta avendo nell’immaginario sportivo, soprattutto da un punto di vista fotografico. Molti dei miei lavori personali hanno portato a collaborazioni con brand: sento che è arrivato il momento giusto per l’apertura dei brand ad approcci fotografici differenti rispetto a quelli tradizionali. Tutto sembra in qualche modo connesso e io provo ad avere lo stesso approccio per tutti i progetti. Poco tempo fa ho scattato la Great North Run di Newcastle, città dove attualmente vivo con la mia ragazza, e quel progetto personale mi ha portato prima ad un lavoro commissionato sulla Night of the 10k PB, poi ad una fanzine e, infine, ha sbloccato un lavoro in Giappone per and wander... In generale amo vivere i miei lavori come scrapbook, album di ritagli in cui la postproduzione giocano un ruolo chiave. Tanto del mio impegno arriva dopo aver scattato, mi piace molto lavorare sulle gradazioni dei colori, sul trattamento di ogni scatto e sul processo di stampa”

“Mi piacerebbe fotografare le Olimpiadi a Parigi”, conclude Moran parlandoci del suo futuro e del suo presente, diviso tra lunghe corse nel nord dell’Inghilterra, dove copre 50 miglia (80 chilometri) ogni settimana, e shooting in giro per il globo, “E mi piacerebbe seguire un atleta per un progetto a lungo termine, per esempio durante l’avvicinamento ad una grande manifestazione. Mi intriga avvicinare un giovane talento e vederlo esplodere. L’UTMB (Ultra-Trail du Mont-Blanc) e la corsa in Kenya sono altri due temi che mi affascinano. Da un punto di vista sportivo, invece, voglio provare a correre la maratona di Londra sotto le 2 ore e 40... Vedremo!”


Funzionalità, sport e design: nella mente di Hiroshi Nozawa

Il visionario fondatore di Norbit racconta il suo rapporto con l’elemento outdoor e l’immaginario sportivo, sublimato nella capsule a tema hiking sviluppata insieme a KARHU

La nuova frontiera dell’estetica è la funzionalità. Un assunto che può sembrare paradossale, ma che si esplicita e sublima nella ricerca di Hiroshi Nozawa e del suo avveniristico brand, Norbit. Non è un caso che le radici filosofiche di questo designer giapponese, capace di fondere bellezza, cultura e pragmatismo, attecchiscano nell’elemento sportivo. Non è un caso che hiking e pesca, ma anche vari sport d’azione, siano le pietre angolari alla base della sua opera progressista.

‘Field, Journey, Chill-out’, in questo claim dalle sembianze di haiku è instillata l’essenza di Nozawa, del suo rapporto attivo con l’universo outdoor e della sua visione fashion, che riecheggia nella speciale capsule collection ‘Have a Nice Hike’, prodotta in sinergia con KARHU. “Ho sempre pensato di non produrre dei semplici capi fashion”, confida Nozawa, “Quando disegno dei capi, penso ad essi come a degli strumenti che mi possano permettere di fare quante più cose possibili. Le scarpe waterproof, per esempio, nella mia visione hanno la stessa valenza di una canna da pesca. Tutto è funzionale, tutto gravita intorno alla funzionalità”.

Appassionato escursionista e pescatore, ma anche viaggiatore e contemplatore della natura, Nozawa trasforma quotidiane epifanie in design ibridi, che mettono in relazione la necessità di sopravvivenza e comfort dettata dalla natura, con forme e materiali innovativi anche per l’alta moda. “L’outdoor e le sue ramificazioni sono la mia grande passione. Per questo voglio che tutto ciò che disegno sia fruibile tanto da chi vive a contatto con la natura, quanto da chi sta in città”, continua Nozawa, spostando il focus su un altro tema a lui caro, la cultura sportiva, “Sono una persona ‘sport-minded’, amo gli sport d’azione come molti altri miei connazionali. Nella collaborazione con KARHU ho voluto rispettare l’enorme heritage sportivo di questo brand.  ‘Have a Nice Hike’ ruota intorno alla volontà di connettere la tradizione di un iconico marchio sportivo con i più alti materiali tecnici contemporanei”. 

Le parole di Nozawa definiscono un maestro dell’armonia razionale, un sapiente artigiano della materia che, dopo aver collaborato con celebri realtà nipponiche come Columbia Black Label e Snow Peak, oggi sta dedicando le proprie energie all’esaltazione di un paradigma funzionale, come nel caso di ‘Have a Nice Hike’. “La collezione ‘Have a Nice Hike’ si concentra ovviamente sul concetto di hiking. La funzionalità, in questo caso, è legata a molti dettagli, per esempio alle tasche. Non mi piace portare zaini o borse durante le escursioni, così ho deciso di aggiungere molte tasche sui vari capi, ponendo attenzione alla funzionalità dei tessuti utilizzati: uso spesso materiali elastici, sono essenziali per la comodità, ma in questo caso sarebbero stati inutili... Ogni parte del capo ha un proprio scopo preciso e deve essere pensata per raggiungerlo al meglio. Tutto deve avere una ragione”. 

“Questo tipo di processo creativo e stilistico si può attuare con qualsiasi sport o pratica fisica”, prosegue Nozawa, tornando ad immergersi nella propria cultura sportiva, “Penso allo snowboard, al surf, alla BMX... In futuro lancerò delle linee dedicate e ispirate a queste e ad altre discipline. Credo fermamente che i tipici capi sportivi e i tessuti più tecnici possano essere resi ‘fashionable’, per poi essere indossati anche nella vita di tutti i giorni”. Il futuro di questo sperimentatore e inventore di silhouette, però, non si limita alla direzione creativa di una nuova, futuristica dimensione fashion-sportiva, ma trascende nella volontà di lasciare un’eredità concreta e tangibile per le future generazioni. Quell’eredità che Nozawa appunta quotidianamente sul proprio, immancabile, sketch book: l’oasi cartacea dove ogni sua intuizione prende forma, ogni materiale viene già immaginato e ogni funzione viene già stabilita. 

“Il mio obiettivo è porre delle nuove basi per il mondo fashion, costruire i fondamenti del suo futuro”, conclude il designer giapponese, “Sarei felice se, tra un secolo, le persone stimassero ancora il mio lavoro e se le nuove generazioni comprendessero appieno i concetti che sto cercando di veicolare, per poi riproporli a loro volta. Questa è la direzione che ho intrapreso”.


Luis Vuitton x Paris 2024, il savoir-faire francese continua a celebrare lo sport

La sponsorizzazione di LVMH alle prossime Olimpiadi è solo l’ultima tappa di un viaggio dove lusso è sinonimo di vittoria

Movimento dopo movimento, esercizio dopo esercizio, gesto dopo gesto. La vittoria, così come la produzione di un oggetto, è il frutto di un’inesauribile ripetizione di una movenza. E l’atleta, proprio come un artigiano, rappresenta l’artefice di un susseguirsi continuo di azioni votate al trionfo. Ma nel significato di ‘Artigiani di tutte le vittorie’, concetto coniato da LVMH e che lega il gruppo luxury all’immaginario sportivo, atleti e artigiani hanno molto più che un semplice ruolo in comune. Secondo questa visione creativa-agonistica, sportivi e maestri del lusso condividono un estro, un pensiero e un innato quanto appreso talento nel creare i sogni.

È proprio ‘L’arte di creare i sogni’ a rappresentare la mission del gruppo nel panorama dei XXXIII Giochi Olimpici, i terzi a firma parigina dopo quelli del 1900 e del 1924. A un secolo esatto di distanza dall’ultimo grande ballo dei cinque cerchi, per la capitale francese le Olimpiadi rappresentano una rinnovata occasione per esibire al mondo il valore e la qualità del suo savoir faire.

Quel saper fare tipico di una tradizione di cui Luis Vuitton e l’intero gruppo LVMH hanno scelto di farsi portavoce, con una sponsorizzazione unica nel suo genere per cifra d’investimento e perimetro di azione. 150 milioni di euro messi in campo, tre maison coinvolte - LV, Dior e Berluti - oltre a Sephora e Chaumet, con il brand beauty che sarà partner ufficiale della fiaccolata olimpica e la storica gioielleria che produrrà le medaglie.

Una sponsorizzazione che fa del gruppo e dei suoi brand un ponte tra moda e sport, connessione che affonda le proprie radici non solo nell’ambito di una tendenza sempre più forte, che vede il mondo del lusso confluire all’interno dell’universo sportivo, ma figlia anche e soprattutto di un’unità di intenti: quella degli artigiani e quella degli atleti, entrambi impegnati in una costante e irrefrenabile ricerca di perfezione.

A rappresentare questa unità d’intenti non possono che essere quegli atleti che LVMH descrive come ‘artigiani di tutte le vittorie’. Léon Marchand, Mélanie de Jesus dos Santos, Enzo Lefort e Pauline Déroulède diventano così i volti scelti per veicolare il legame esistente tra il gruppo francese e l’elemento sportivo.

Perchè il rapporto del brand con lo sport e i suoi simboli è un legame che ha attraversato la storia, segnandone principalmente i momenti più ambiti: le conquiste di un trofeo. Dal calcio al rugby, dalla vela al tennis, fino al basket e alla Formula 1: V per vittoria è anche V per Vuitton. I trophy trunks, i bauli porta trofei realizzati dal marchio francese, racchiudono infatti l’intera essenza di sforzo, sudore, sacrificio, sofferenza, gioia e riconoscimento che sono parte di quel concetto di vittoria che simbolicamente suggella il viaggio sportivo, segandone la conclusione. E per il marchio nato nel 1884 ad Asnières, indissolubilmente legato all’esperienza del viaggio, appare naturale questo ruolo sportivo.

Ecco quindi che il pallone d’oro, le ultime quattro coppe del mondo di calcio (2010, 2014, 2018 e 2022) hanno viaggiato in un baule targato LV, così come due delle ultime coppe del mondo di rugby (2015, 2023) e, dal 2020, le ultime edizioni del trofeo NBA Larry O’Brien.

Ma la storia di Luis Vuitton nella celebrazione dei trionfi sportivi ha origini ben più lontane. Nel 1983 il marchio francese sponsorizzò infatti la regata di selezione tra la squadra vincitrice della Coppa America e i suoi sfidanti: la Luis Vuitton Cup appunto. Una tradizione, quella nautica, a cui la maison del lusso ha sempre guardato con entusiasmo, collaborando con la stessa Coppa America per la realizzazione dell’iconico baule del trofeo internazionale più antico del mondo.

Dagli sport di squadra fino a quelli individuali, i portatrofei realizzati a mano dagli artigiani LV, con uno sforzo tecnico e creativo che talvolta può superare le 400 ore di lavoro, sono sempre stati personalizzati in base al tipo di coppa che erano destinati a ospitare. Uno degli esempi più iconici è senz’altro la Coppa Davis: nel 2019 il trofeo fu presentato alla fase finale del mondiale di tennis maschile all’interno di un baule circolare rivestito dall’inconfondibile tela Monogram Mocassar e arricchito da numerosi dettagli in pelle. Dotato di una base gigantesca la cui parte superiore si apre fino a rivelarne la coppa, lo scrigno è una delle testimonianze più iconiche della maestria del brand parigino nella custodia dei simboli del successo sportivo. All’interno del panorama tennistico Luis Vuitton ha realizzato poi anche i portatrofei del Roland Garros e, più recentemente, degli Australian Open.

Un’esperienza universalmente riconosciuta, che ha portato la maison francese a collaborare anche nel mondo del Motorsport, con la 24 ore di Le Mans prima e la Formula 1 poi. Ma nel mondo dello sport il ruolo di Luis Vuitton non è legato al solo epiteto di “custode della vittoria”. Negli scatti e nelle campagne del brand francese si riversa molto di più.

In the world of sports, Luis Vuitton’s role is not just tied to the epithet “keeper of victory”. Because in the vision of the maison, as well as in its DNA, the value and importance of travel are ingrained. Even in the sporting element, the exaltation of a journey takes prominence by celebrating that set of stories and moments that go beyond the one component of triumph. Rivalry, strength, style, legend, evolution. In the shots and campaigns of the French brand there is all this and more.

Cristiano Ronaldo e Messi che alla vigilia del loro ultimo mondiale giocano la loro ultima e più importante partita a scacchi, suggellando il più grande antagonismo del nostro tempo, o Carlos Alcaraz che in un connubio tra moda e stile esibisce il suo bagaglio di attrezzatura e cimeli valicando i confini del tennis, diventando il simbolo dell’evoluzione,  di chi è solo all’inizio di un lungo viaggio ma è già in grado di evocare un nuovo orizzonte del talento, destinato a lasciare un segno anche fuori dal campo. Dall’inizio di un viaggio verso la fine di un altro. Da chi è destinato a diventare leggenda a chi è già il volto di un’epopea sportiva, come Lebron James.

Ogni fusione tra sport e lusso è, per Luis Vuitton, un’esaltazione dello stile. Uno stile non solo estetico, ma anche atletico: quel savoir faire di cui ogni sportivo è unico detentore e che si concretizza in uno schematico ripetersi di movimenti tanto quanto in un insieme di gesti guidati dalla fantasia dell’atleta. È il caso di Eileen Gu, sciatrice freestyle la cui immagine è stata scelta dalla maison per raccontare l’immaginario dell’iconica Luis Vuitton Twist.

LVMH x Paris 2024 non segna solo il più grande impegno economico a sostegno di un evento sportivo per un’azienda, ma anche la naturale evoluzione di un rapporto che per Luis Vuitton ha sempre rappresentato nel corso della storia un incontro tra eccellenze. Un incontro celebrato movimento dopo movimento, passo dopo passo, gesto dopo gesto, nell’atelier di Asnières esattamente come nei campi da gioco di tutto il mondo.

Credits

IMAGO

Louis Vuitton


Watchlist – Six Nations: Full Contact

La serie Netflix dedicata al rugby e al suo più leggendario evento

Il celebre attore gallese Richard Burton definiva il rugby come uno spettacolo magnifico: un balletto, un’opera e all'improvviso il sangue di un delitto”. E lo spettacolo magnifico del rugby raggiunge il proprio apice in occasione del suo atto più leggendario, il Sei Nazioni. Seguendo l’esempio di analoghi format dedicati ad altri sport, Netflix in ‘Six Nations: Full Contact’ visita il dietro le quinte di questa manifestazione mistica e ritrae i suoi atipici personaggi.

Freddie Steward, Finn Russell, Ellis Genge, Marcus Smith, Sebastian Porter e Sebastian Negri sono solo alcune delle montagne umane messe a nudo dalle telecamere della piattaforma americana, macchine da guerra che condividono muscoli e dolore, ma anche insicurezze e atipici percorsi esistenziali. Vita privata e palcoscenici mitologici, come Twickenham, si alternano in una gustosa serie documentaristica popolata da normali superuomini, memorie personali, emozioni collettive e birre in spogliatoio. ‘Six Nations: Full Contact’ è un necessario tuffo nella cultura rugbistica, un prodotto capace di avvicinare il pubblico mainstream ad uno sport prezioso e alle sue variegate personalità. Ecco perché entra di diritto nella nostra Watchlist.

Credits

Netflix

Gianmarco Pacione


I colori della Coppa d’Africa

La Coppa d'Africa è sinonimo di passione, tifosi e creatività

"L'Africa è uno stato mentale. Io lavoro in Europa, ma sogno in Africa", raccontava uno dei più grandi calciatori della storia moderna, il camerunese Samuel Eto'o. recounted one of the greatest footballers in modern history, Cameroonian Samuel Eto’o.

L'unico, inconfondibile stato mentale africano emerge agli occhi di tutti durante una manifestazione unificatrice come la Coppa delle Nazioni Africane (AFCON). Se da un lato la Coppa d'Africa viene vissuta come un'esotica e quasi sconosciuta parentesi calcistica, dall'altro questo evento sprigiona l'essenza, la magia e, perché no, le sfumature esoteriche di un intero continente.

La Costa d'Avorio è la patria dell'attuale AFCON e l'ennesima vetrina per un sogno calcistico fatto di colorata passione e distintiva creatività. Questa galleria d'immagini non celebra calciatori-star, ma i co-protagonisti di questa competizione continentale: i tifosi delle varie Nazionali e la loro eclettica passione.

Credits

IMAGO / ZUMA Wire / Samuello Sports Images Gh / Osodi Emmanuel / Shengolpixs