Christoph Lohse and FILA, personal origin stories to today’s running culture

L’ex atleta di livello internazionale, oggi Brand Manager FILA Performance, racconta il proprio evocativo rapporto con il running

Comprendere la direzione di un brand è sempre una complessa opera di decriptazione. Non è il caso di FILA e della sua tanto nuova, quanto antica traiettoria nell’universo running. La passione, d’altronde, è una caratteristica manifesta, che permette di sciogliere qualsiasi dubbio o incertezza, portando ogni argomento sui binari della progettazione consapevole e virtuosa. Come nel caso di Christoph Lohse, ex runner di alto livello e oggi Brand Manager FILA Performance. “Nel primo campionato nazionale tedesco a cui ho partecipato, indossavo scarpe FILA. Era il 1997, quindi la mia connessione con questo brand è assoluta, ritorna alle radici della mia passione per il running...”, racconta immediatamente Lohse, introducendo una vita nata e sviluppata in funzione del running. Pluricampione nazionale, Lohse definisce il running come una parte essenziale della sua esistenza, come una passione familiare abbracciata in tenera età e, successivamente, tradotta sia in tempi stellari, come un primato di outdoor di 1:48.75 sui prediletti 800 metri, che in una carriera manageriale, interamente votata alla rinascita e al progresso di un marchio iconico come FILA.

“Il running è la ragione di tutto, ha determinato il mio percorso lavorativo e umano, e ancora oggi scandisce la mia quotidianità. Sono sempre stato affascinato dall’evoluzione di questa cultura: negli anni ’70 i miei genitori erano dei runner, e venivano quasi considerati dei fuorilegge, negli anni ’90, invece, il running era pura competizione, ora sempre più persone si definiscono runner... Il running è diventata una forma d’espressione personale”, prosegue Lohse, dimostrando una spiccata sensibilità e ragionando sul nuovo, imprevedibile fino a poco tempo fa, ruolo delle scarpe da corsa, “In passato le scarpe erano quasi un accessorio, ora invece sono un elemento cruciale per tutti: professionisti e amatori. Con FILA perseguiamo la democratizzazione della corsa, sono orgoglioso che determinate tecnologie vengano messe a disposizione di tutti”.

Christoph Lohse, ex runner di alto livello e oggi Brand Manager FILA Performance.

E la democratizzazione della corsa passa inevitabilmente dalle conoscenze e dalle intenzioni dei principali attori coinvolti. Non è un caso, afferma Lohse, che all’interno del team incaricato di dare nuova linfa vitale al reparto running FILA siano presenti molti ex atleti. Non è un caso che una storia monumentale, intrecciata ad atleti leggendari, oggi riparta dai veri epicentri della running culture 2.0, le community cittadine, e da una distintiva ricerca stilistica. “Con FILA siamo all’interno di un viaggio. Stiamo cercando il giusto equilibrio tra funzionalità, stile e DNA del brand. È impossibile prendere le corrette decisioni senza conoscere realmente la running culture contemporanea e avere a mente il nostro heritage, fatto di design e colori iconici. Ho avuto la fortuna di vivere la corsa come atleta professionista, ora devo continuamente aggiornarmi su ciò che ruota intorno a questo universo, ma non è un problema. La passione ti porta ad amare ciò che fai. La domenica mattina, per esempio, mentre bevo il mio caffè non faccio che pensare a FILA e al running...”.

E noi abbiamo raccolto alcuni di questi pensieri, entrando ancora più nello specifico del rapporto tra Lohse e FILA, nelle sue ramificazioni presenti e future, così come nella nuova direzione di un brand destinato ad essere per sempre una parte fondamentale della running culture.

L’incontro tra FILA e il running torna indietro nel tempo, ai primi anni ’90, e coinvolge alcuni atleti iconici come i maratoneti keniani Moses Tanui e Margaret Okayo. Quanto è importante questo tipo di heritage per la visione contemporanea del brand?

La nostra partnership con atleti iconici come Moses Tanui e Margaret Okayo è fondamentale per l’evoluzione della vision FILA. Questo ricco heritage è un costante reminder dell’impegno del brand nell’unire tradizione e innovazione, sospinge la nostra passione nello sviluppo di prodotti all’avanguardia, legati alle trasformazioni in atto nell’universo running, e permettendoci di riflettere la nostra legacy in ogni passo compiuto dagli atleti moderni.

Il legame con il passato tocca anche i vostri prodotti. Le nuove FILA ASTATINE, ad esempio, sono un omaggio a un'importante innovazione del marchio, la piastra in carbonio. Quale ruolo ha avuto il progresso tecnologico nella storia sportiva di FILA e quale ruolo continua ad avere?

Da quando FILA ha mosso i primi passi, nel 1972, come brand performance, rivoluzionando tessuti e prodotti per tennisti e alpinisti, l'innovazione è sempre stata in primo piano. Per FILA l'eredità dei progressi tecnologici, esemplificata da innovazioni come la piastra in carbonio della nostra ASTATINE, è una testimonianza della nostra incessante ricerca dell'eccellenza. Continuiamo a sfruttare la tecnologia per rivoluzionare l'abbigliamento e le attrezzature sportive, spingendo i nostri confini e orizzonti per migliorare la prestazione atletica. Il legame con i nostri progressi pionieristici consolida il posto di FILA nella storia dello sport e apre la strada alle scoperte future.

Nella collezione SS23 presentate una nuova generazione di scarpe da corsa. Quali sono le caratteristiche che le definiscono? E, secondo FILA, quali sono le caratteristiche che definiscono la nuova generazione di corridori globali?

Per la collezione SS23 abbiamo voluto portare le tecnologie leader del settore nella nostra collezione running. Abbiamo quindi deciso di utilizzare materiali all'avanguardia per l'intersuola, come le schiume a base di Peba per Astatine e Argon. Queste innovazioni si combinano con i materiali avanzati utilizzati per la tomaia e le geometrie innovative dedicate all'intersuola. Sentiamo di aver creato una nuova generazione di scarpe da corsa, capace di offrire un ritorno di energia eccezionale e consentire prestazioni senza sforzo.

Il team di progettazione e sviluppo di Sports Performance ha dichiarato di voler offrire la migliore esperienza possibile a tutti gli atleti, dai principianti a quelli che si dedicano seriamente alla corsa. Quali sono i segreti per raggiungere un obiettivo così ambizioso?

L'ingrediente più importante per raggiungere un obiettivo così ambizioso è la perseveranza. Oltre ad avere un team di talento, che lavora insieme senza soluzione di continuità, le intuizioni dei consumatori e degli atleti, l'accesso a tecnologie avanzate, l'impegno personale e la passione per la corsa di ogni membro del team FILA sono la chiave del nostro successo. La combinazione di tutto ciò che abbiamo menzionato si traduce in prodotti che soddisfano le esigenze di ogni corridore.

La scena del running è sempre più popolata e legata alle comunità urbane, cosa significa aver coinvolto, per esempio, una variegata crew romana in un recente evento che si è svolto nella Città Eterna?

La collaborazione con i runner romani simboleggia l'impegno di FILA nell'intrecciare il nostro marchio con il polso delle community locali. Come nuovi arrivati, o meglio, come marchio di ritorno, sappiamo quanto sia estremamente importante per noi essere umili nel riconoscere che i nostri prodotti possano fondamentalmente apparire come nuovi, quindi vogliamo iniziare il nostro viaggio con community appassionate, per ottenere spunti direttamente dalla scena del running urbano, e per creare prodotti o iniziative che risuonino alla base della piramide del running. È una manifestazione tangibile della nostra dedizione e della nostra volontà di celebrare il diverso, vibrante mix di running culture che popolano le città di tutto il mondo.

Quali sono gli obiettivi che volete raggiungere? L'universo running FILA si legherà a nuovi atleti professionisti o continuerà a concentrarsi sulle community e sulla celebrazione collettiva di questo sport?

Il futuro di FILA nell'universo della corsa è incentrato sull'innovazione continua e sulla promozione della passione comune per la corsa. Quando saremo pronti collaboreremo sicuramente con atleti professionisti per elevare gli standard di prestazione, pur mantenendo la nostra enfasi sul coinvolgimento delle community e sulla celebrazione collettiva del running. Il nostro obiettivo è creare un ecosistema armonioso, in cui l'atletismo d'élite e la passione collettiva coesistano, promuovendo una crescita inclusiva e diffondendo il nostro impegno per il lungo, quotidiano viaggio di ogni runner.


Sfumature di Australian Open

La lente di Chris Caporaso ci guida tra i dettagli e le vibrazioni dello Slam australiano

Amo l'Australia per quello che è, e amo la sua gente. In un certo senso è come se fosse la casa del tennis”. Parole di Roger Federer. L’Australian Open ha le proprie peculiarità, la propria anima. Un DNA che riecheggia delle tipiche caratteristiche Aussie, rivelandosi in ogni scorcio tennistico, in ogni visione architettonica, in ogni volto sugli spalti. Il blu australiano è rapido ma calmo, esotico ma tradizionale. Ha il sapore di un Paese e della sua capitale culturale, Melbourne, la ‘Città Giardino’ che ha originato ed evoluto le più progressiste correnti artistiche di un intero continente. Così distante, eppure così vicino. La galleria di Chris Caporaso mostra la bellezza di questo evento, dell’epicentro tennistico oceaniano, calandoci nella sua intimità, nel suo atipico, affascinante linguaggio visivo.


La New Wave del Golf, il Vibez Golf Club

Nel Vibez Golf Club il progresso rima con par, nuove generazioni e stile

Jordan ai piedi, tatuaggi, dread, musica hip hop e golf: molti potrebbero pensare che questa combinazione sia strana, ma il Vibez Golf Club (VGC) sta cambiando qualsiasi percezione legata ad una delle discipline più elitarie della storia sportiva. Questo gruppo, composto da membri provenienti da tutti gli Stati Uniti, ha l'obiettivo di portare il golf nelle comunità che storicamente sono state escluse da green e buche. I co-fondatori, tra cui stelle della NFL come Melvin Gordon e Dare Ogunbowale, vedono il golf anche come un veicolo di opportunità per le prossime generazioni; vogliono che a tutti i ragazzi, anche quelli dei complessi quartieri dove sono cresciuti, venga concesso di praticare questa disciplina, proprio come accade nel caso di football e basket. Ma soprattutto, come dice un altro co-fondatore, Noe Vital, vogliono che chiunque possa "entrare in campo come sé stesso e uscirne rimanendo sé stesso".

Photo credits:

Credits MT Kosobucki

@vibezgolfclub 

vibezgolfclub.com 


Jerome Bernard, uomo outdoor, uomo Vibram

Il mondo outdoor è la casa di Jerome Bernard, Sport Innovation Marketing Global Director Vibram

"Quando parliamo di 'sangue giallo', lo facciamo perché chi entra in Vibram sa che abbraccia una storia lunga 86 anni e una visione familiare chiarissima, plasmata da Vitale Bramani e dalle sue imprese alpinistiche. Tutto nacque da un'esigenza ben precisa: la sicurezza nel mondo outdoor. E ancora oggi ognuno di noi è guidato da un forte senso del dovere. Siamo convinti che la suola sia un elemento fondamentale per la sicurezza: d'altronde è ciò che ci lega e connette al terreno. Quando si parla di montagna e outdoor, nella suola mettiamo letteralmente la nostra vita. Sappiamo di avere un'enorme responsabilità e, per questo motivo, lavoriamo tutti i giorni per aumentare il livello di prestazione dei nostri prodotti"

Joseph Conrad scriveva che nel lavoro risiede la possibilità di trovare sé stessi. Questo assunto combacia perfettamente con l'identità professionale e umana di Jerome Bernard, Sport Innovation Marketing Global Director Vibram. Perché se già è raro entrare in totale simbiosi con la propria azienda, è ancora più raro modificare il proprio DNA in base ad essa, contaminandolo ed ampliandolo con una visione virtuosa che continua, da quasi un secolo, a restare immutata. È la genetica Vibram. È la genetica di Jerome Bernard. Un uomo outdoor, un atleta-manager che di questo universo naturale e sportivo ha voluto fare la propria causa quotidiana, seguendo l'esempio di Vitale Bramani.

"Mi piace tornare continuamente alle origini dell'azienda, perché nel tempo la famiglia Bramani è riuscita a mantenere lo stesso spirito e le stesse prospettive veicolate dal nostro fondatore. Nel mondo outdoor è a volte questione di vita o di morte. E sappiamo che queste parole assumono un senso solo quando si ha una connessione reale con questo mondo. Io faccio arrampicata e trail da moltissimo tempo e tanti altri professionisti Vibram sono atleti o hanno avuto un passato sportivo outdoor. Facciamo un lavoro-passione: parliamo di cose che conosciamo e, allo stesso tempo, siamo consapevoli di avere un potere unico tra le mani, che vogliamo trasformare in qualcosa di utile per la community outdoor. Oggi è più che mai fondamentale sensibilizzare la gente al giusto approccio alla montagna. Il pubblico sta cambiando tanto, non è più specializzato, ed è bellissimo che sempre più persone vogliano connettersi con la natura. Senza attenzione, conoscenze e volontà d'adattamento, però, c'è il rischio d'incorrere in drammatici problemi. Manca molto la cultura del mondo outdoor. La nostra industria deve sensibilizzare a osservare delle regole precise e ad usare dei materiali adatti ai differenti contesti. Questo amore ritrovato per l'outdoor è un'opportunità trasversale, ovviamente, ma deve essere gestita al meglio. Sotto tutti i punti di vista"

Quando Jerome Bernard parla di consapevolezza, fa riferimento a un processo vissuto sulla propria pelle lungo i quasi 30 anni trascorsi tra gli uffici e i laboratori di Albizzate, storica sede del brand dal logo ottagonale. Anni di evoluzioni e rivoluzioni, che hanno permesso ad una realtà familiare di continuare ad espandersi e affermarsi a livello globale. Anni di legami con l'universo sportivo e i suoi protagonisti: sinergie coscienziose, sviluppate non tanto intorno alla sterile performance, quanto studiando i contenuti e i valori di ogni atleta. È una questione d'identità, insiste Jerome Bernard, e l'identità Vibram passa inevitabilmente anche dalla sua incidenza su elementi e dinamiche sportive, un'incidenza di cui lo Sport Innovation Marketing Global Director è uno dei principali fautori.

"Una delle mie prime proposte in Vibram è stata quella di costituire un Tester Team. Era il 1997 ed ero entrato nell'azienda da poco. Ritenevo importantissimo il fatto che venissero coinvolte figure competenti per provare i nostri prodotti 'sul campo'. Nel 2010, invece, abbiamo creato ufficialmente il Team di atleti Vibram, ispirandoci anche qui alle volontà di Vitale Bramani. Al contrario di tanti altri brand che puntavano su atleti galattici e inarrivabili, noi abbiamo deciso di rappresentare la community outdoor in modo diverso: volevamo mostrare una community aperta a tutti e farci guidare dalla filosofia "Ordinary people being extraordinary". I nostri atleti sono sempre stati accessibili, sono la nostra voce e attori rilevanti nel nostro impegno verso l'ambiente. Sono divulgatori capaci, nonostante i loro successi sportivi, di mettersi sullo stesso nostro livello e condividere testimonianze significative. La nostra attenzione, però, non si limita solo a loro. Dal 2008, per esempio, siamo partner dell’UTMB Mont-Blanc, l'evento di trail running più iconico al mondo. È una partnership atipica, che ci e mi vede coinvolto in prima persona anche nella pianificazione stessa di questo meraviglioso appuntamento. Quando abbiamo instaurato questo rapporto, il trail era uno sport di nicchia, ma avevo la sensazione che sarebbe potuto diventare un movimento trainante per l'intera azienda. Volevo che Vibram diventasse leader mondiale nella produzione di suole per il trail e, fortunatamente, ci siamo riusciti"

Parole confermate dai fatti. Parole sottolineate dalle recenti collaborazioni con brand monumentali, come Nike, e nuove, interessantissime aziende verticali, come NNormal, plasmata dalla leggenda vivente del trail Kilian Jornet. Parole che, nella mente di Jerome Bernard, vengono riassunte sempre da unico, pragmatico termine-manifesto: identità. La preziosa identità di un marchio che vuole continuare ad essere sinonimo d'eccellenza, salvaguardando e centellinando il proprio patrimonio valoriale. "L'ambiente fashion è labile e sfuggente", conclude Bernard, "È ovvio che tanti brand abbiano un problema d'identità e che si avvicinino all'outdoor per trovarla. Nell'outdoor c'è un'identità forte. E in Vibram quest'identità è ancora più forte. Per questo la esportiamo con estrema attenzione in tutto il mondo, evitando sempre di farci fagocitare e di sminuire la nostra storia". 

Testi di Gianmarco Pacione

Photo credits: Riccardo Romani


Visioni e prospettive sull’esperienza The Speed Project

I protagonisti della speciale edizione cilena del The Speed Project raccontano l’unione tra running e partecipazione radicale

Ciò che il deserto prende, il deserto restituisce, scriveva la penna di James Rollins. Ciò che il The Speed Project prende, il The Speed Project restituisce, rivelano le voci dei suoi protagonisti, che raggiungiamo a continenti di distanza. I loro sono flussi di coscienza, più che risposte, che ci travolgono dalle principali metropoli del mondo: vorticosi centri urbani che questi avventurieri del running hanno deciso di abbandonare per volare in Cile, nel deserto dell’Atacama, dove hanno donato le proprie gambe e le proprie anime alla natura sudamericana. Le riflessioni che ci regalano snobbano personal best e posizioni raggiunte sul traguardo finale del The Speed Project, raccontano piuttosto di una sfida individuale che si trasforma in esperienza collettiva, in chilometri percorsi in una meraviglia naturale sospesa nel tempo e nello spazio. Sono diapositive di un’ultrarun che non mette in competizione, ma che unisce culture e coscienze. Sono l’essenza della radicale partecipazione del The Speed Project.

Max Keith – Chilean mountain runner

L’idea di questa speciale edizione in Cile è nata durante la pandemia: quando Nils ha proposto un TSP decentralizzato, sparso in tutto il mondo per le restrizioni dei singoli Paesi, io e alcuni miei amici abbiamo decise di affrontare un deserto che conosco bene dalla mia infanzia. All’epoca era stato creato anche un contest fotografico, che un mio compagno di viaggio ha vinto. Così, in una delle seguenti edizioni TSP a Las Vegas ho avvicinato Nils e gli ho proposto di fare qualcosa in un luogo meraviglioso come l’Atacama. Dopo mesi di call e organizzazione Nils ha deciso di provare: non l’avrei mai immaginato. Una decina d’anni fa ho visto sui social il primo video dello Speed Project, fare fast forward ad oggi, a quest’ultima edizione, mi emoziona. Ci hanno raggiunto runner di tutto il mondo, persone che non erano mai state in Cile o in Sudamerica... È stata un’avventura e io, in quanto local, sentivo la responsabilità di facilitare la loro permanenza e il loro viaggio. È semplicemente folle come il running, lo sport che tutti amiamo, possa permetterti di vivere esperienze simili: sarà un cliché, ma il running non significa movimento e fatica, significa community. E parlando di community, penso che questo TSP sia stato uno dei primi essenziali step per evolvere la situazione cilena. Grazie a TSP-Atacama i miei connazionali possono comprendere che esiste ben altro oltre alle maratone e alle corse tradizionali. Il running unisce le persone. Non conta quanto vai forte, ma ciò che vivi e quanto riesci ad essere soddisfatto di te stesso. Durante quest’esperienza ogni alba era un highlight, regalava un’energia unica. Alle 6 di mattina il sole arrivava dalle montagne, dalla catena delle Ande, che ci ha accompagnato per lunghi tratti con le sue vette di 6mila metri. A distanza di qualche settimana, però, nella mia mente è ancora chiaro anche un altro tipo d’immagine, meno naturale: sono i segni sulle strade, che segnalano ogni 100 metri. Ricordo di aver corso a lungo con la testa bassa, soprattutto nei tratti più duri, guardando questi numeri scritti a terra. Mi sono fatto anche un tatuaggio a tema per ricordare uno di quei momenti. Corro da 12 anni e per molto tempo ho avuto una mentalità da gara. Poi, anche grazie al TSP, ho capito che il running è un modo per conoscere persone e scoprire il mondo. Non ho mai praticato sport di squadra, ma grazie allo Speed Project ho anche avuto modo di fare una gara in gruppo per la prima volta nella mia vita. E mi ha aperto gli occhi, mi ha cambiato, facendomi capire che la corsa, prima di tutto, va gustata.

Claudio – Chilean tattoo artist, creative and runner

TSP non è una gara, è un’esperienza dove tutto ruota attorno al concetto di community. Quando ho sentito che stava arrivando nel deserto cileno, ho pensato che fosse fantastico. In Cile abbiamo persone splendide, che erano estasiate di ricevere runner e crew di tutto il mondo. Il running è un ponte tra culture, esseri umani e prospettive differenti, può permetterci di costruire un mondo migliore. Non si tratta di capire la cultura del running, ma di accettarla ed essere semplicemente grati. TSP esalta tutto ciò, è un portale dimensionale che aiuta la connessione tra persone, è un viaggio dentro di te, un salto nel vuoto che ti rende felice. Quando ti ritrovi a correre nel mezzo di un deserto, come quello dell’Atacama, tutto può sembrare fisico, ma non riguarda il corpo: c’è una componente spirituale totalizzante. Il deserto permette di scoprire te stesso. Non ti fornisce una risposta, ma ti fa comprendere qual è la vera domanda dentro di te. Di questa speciale edizione dello Speed Project ricordo la luna piena dietro di noi, il vento e la terra che accompagnano il nostro ritmo... Come fai a non sentirti benedetto in quegli istanti? Vivere tutto questo nel mio Cile, poi, è stato fantastico. Ho ringraziato tutte le persone che hanno comprato biglietti aerei e hanno viaggiato solo per raggiungere quest’ultimo angolo del mondo. È stato un momento fondamentale per la running cluture del mio Paese, credo abbia ispirato molti miei connazionali, e sono onorato di aver avuto la possibilità di creare le medaglie per questo storico evento. Quando le ho disegnate non ho pensato al concetto di vittoria, ho voluto che ogni runner avesse un protettore per sé. In fondo l’anima è la nostra guida, nella cultura ispanica, specie dopo il processo di colonizzazione, abbiamo infinite forme di protezione che comunicano l’importanza e le responsabilità insite in ogni decisione. Ho voluto che questa medaglia, e questa protezione, si posizionassero sull’area del timo, vicino al cuore, zona-fulcro di tutte le nostre emozioni. Dopo aver vissuto questa meravigliosa celebrazione del running, spero che il TSP possa trovare sempre più patrie. Giappone, Russia, Guatemala... Non importa dove, basterà vivere nuovamente quest’esperienza.

Alex Roudayna – Mexican psychologist and ultrarunner

Non stavo pianificando di partecipare a quest’edizione del TSP. Quando si è palesata l’opportunità, però, ho deciso di vivere quest’avventura. Non ero mai stata in Cile. Correre da sola nel deserto dell’Atacama è stato rilassante, non ho mai percepito la pesantezza dello sforzo o la solitudine. In quei luoghi sembra che la gravità funzioni diversamente. Mi sono gustata ogni singolo passo lungo la strada, quando sono arrivata al traguardo di Cruz Papal per un attimo mi sono anche vista dall’esterno... Ho assaporato ogni secondo di quest’esperienza. Nella vita quotidiana si pensano a tante cose senza senso, il running ti permette invece di concentrarti su ciò che conta per davvero: ti connette a te stesso, a ciò che ti circonda, ad altre persone. Mi aiuta costantemente a crescere come persona, a conoscermi meglio: è là fuori che togli la maschera sociale e affronti chi sei veramente... Essere un ribelle non è andare contro la legge, è provare ad essere migliori nei confronti di sé stessi, capire cosa si possa portare al mondo, arricchirlo, e lo Speed Project è un outlet perfetto per questo processo. Negli anni il running mi ha permesso di crescere moltissimo: all’inizio volevo solo vincere e conquistare podi, poi mi sono resa conto di quanto fossero obiettivi vuoti. Ora è il viaggio che mi fa sentire realizzata, non il successo. Ogni fine si trasforma così in un nuovo inizio, dando vita ad un ciclo senza fine. E ogni avversario smette di essere un nemico, diventando qualcuno che ti aiuta a migliorare. Questa filosofia ti permette di essere felice, di annullare l’ansia: il TSP mi ha aiutato a maturare questi pensieri, a cambiare le mie prospettive e a condividerle.

Jarick Walker – Runner and Speed Project host

Giocavo a football. E quando sei un giocatore di football vedi il running come una punizione. Poi ho iniziato a lavorare per Nike e per puro caso mi sono ritrovato a fare uno speech ispirazionale per il loro running club di Boston. Non volevo unirmi alla loro run, ma quel gruppo mi ha eccitato e così ho iniziato a correre al loro fianco. Ovviamente quella prima volta sono partito sprintando e poco dopo non ne avevo più... Da quel momento, però, la mia vita è cambiata. Prima ho aiutato a costruire una community nella mia città, poi mi sono spostato a Los Angeles, dove il running è stata la chiave d’accesso per entrare in una nuova dimensione sociale e per progredire a livello professionale. Conosco Nils da molti anni per questioni lavorative, ma ho realmente compreso cosa fosse lo Speed Project intervistandolo in un podcast. È stata una conversazione meravigliosa e lui, dopo poco tempo, mi ha chiesto di diventare l’host dell’evento. Come host voglio condividere le energie positive del TSP, voglio celebrare uno sport che, semplicemente mettendo un piede davanti all’altro, può permettere di conoscere persone e culture inimmaginabili. È così eccitante e, contemporaneamente, mi fa sentire una grossa responsabilità. Sono grato di essere in questa posizione. Per me si tratta sempre di community e il TSP mi ha fatto stringere legami con runner e crew di tutto il mondo. In Cile c’erano serbi, francesi, messicani, canadesi, tedeschi e tanti altri... È speciale condividere un’esperienza come il TSP con così tanti esseri umani diversi tra loro: m’influenza in modi che non riesco nemmeno a descrivere. Quando viaggio, riesco a scoprire le città attraverso le persone che incontro grazie al running: correre ti porta a maturare nuove prospettive, ad avere amici sparsi ovunque, a sentirti a casa perfino in Cile. L’Atacama è stata un’epifania, ho ancora i brividi pensando alla gente del posto che ho avuto la fortuna di conoscere. Mi hanno soprannominato ‘Chocolate’, abbiamo scherzato tutto il tempo, e durante la gara ho ammirato la bellezza di un Paese unico. Non avevo mai visto dei vulcani, così come un cielo interamente stellato, e le dune di sabbia mi hanno fatto sentire così piccolo... A volte non mi sentivo sulla Terra. Volevo condividere tutto questo con chi non era lì insieme a noi, rispettare la cultura cilena e spingere le persone a visitare questo Paese. Tornerò sicuramente qui con mia moglie e i miei figli, raccontando questa fantastica storia.

Lena Sophie Anders – German designer and runner

Quando sei là fuori, nel mezzo del TSP, c’è una serie di sensazioni che non ti fa preoccupare del passato e del futuro. Se arrivi a questo evento con un cuore aperto e un’agenda libera, il deserto ti fa sentire veramente presente, pura. È difficile tradurlo in parole. Tutto quello che devi fare è fidarti di te stessa e delle persone che sono al tuo fianco. Corro da quando ho 14 anni e oggi il running è fondamentale per gestire lo stress e darmi equilibrio. Ho partecipato a varie edizioni dello Speed Project e solo con il tempo ho iniziato a riflettere e comprendere il significato di questo evento, ora so come mettere da parte la logica e vivere il momento: in fondo non importa a nulla infrangere il proprio pb o arrivare primi in classifica, conta condividere un’esperienza con persone unite da un legame invisibile. Il TSP-ATA è stato il manifesto di questi concetti, uno spazio sicuro dove potersi aprire con esseri umani che mi potevano comprendere. C’è un trait d’union tra il TSP e la creatività, il mio ambito professionale. Per aprirti realmente e essere in grado di mostrare tutte le tue sfaccettature è necessario avere uno spazio attorno a te dove ti senti bene, non giudicata. Con il piccolo gruppo di TSP-ATA ho percepito un’incredibile connessione mentale ed emotiva, che mi ha fatto sperare di circondarmi di altre persone simili in futuro: esseri umani che possano permettermi di esprimere appieno me stessa e la mia creatività. Nel deserto cileno ho vissuto attimi intensi, che sto ancora processando, ma che attendevo di rivivere dallo scorso marzo, quando ho corso tra Los Angeles e Las Vegas. Dopo quell’edizione ho fatto fatica a rientrare nella vita di tutti i giorni, nella ruota da criceto della quotidianità. Così, quando Nils mi ha proposto di andare in Cile ho detto subito di sì, nonostante l’assenza di compagni di squadra. Alla fine, 5 persone si sono fidate di me, e insieme a loro ho gustato albe, tramonti e lune piene sudamericane. Nei mesi precedenti a quest’avventura ho anche avuto un piccolo incidente che mi ha messo in pausa, e fatto riflettere, ma ho comunque deciso di volare oltreoceano: il running ha questo effetto su di me, mi fa sentire forte e coraggiosa. Ho vissuto un’esperienza magica e trasformativa insieme ai compagni di squadra del Team Marshmellow: abbiamo provato a ricordarci sempre del perché fossimo lì, incitando e tifando le altre squadre durante il percorso. Ho avuto sempre la sensazione di non essere sola. E non vedo l’ora di riviverla.

Photo credits:

Kata Ulloa

Testi di

Gianmarco Pacione